giovedì 31 gennaio 2013

Gian Antonio Stella e la scuola italiana ...


Gian Antonio Stella ci offre un saggio di “alto” giornalismo in data trentuno gennaio 2013... L'articolo fa capolino sulla destra della prima pagina con un titolo ben visibile, seguono poche righe e poi si viene mandati a pagina 7.843. si tratta del “Corriere della sera”, testata che secondo me, troppo spesso, non ama avere a che fare con la realtà.

Leggiamo il titolo dell'articolo: “Bocciare il merito. La scuola non cambia mai”.

Quel che ne deduce la stragrande maggioranza dei lettori, che non va certo ad approfondire leggendo tutto l'articolo che si trova imboscato nelle retrovie, la maggioranza dicevo, comprende che la scuola, questa curiosa entità, non ne vuole sapere di selezionare il merito. Proviamo a pensare al comportamento del lettore medio … legge i titoli, forse i sottotitoli e “sfoglia alla buona” trattenendo il respiro per l'economia che fa soffrire, cerca un po' di sangue e delitti in genere, fino ad approdare allo sport, col quale chiunque può far l'intenditore.

Ebbene, leggendo solo il titolo dell'articolo di Stella, non si comprende se si boccia il merito in relazione agli studenti o agli insegnanti. Essendoci la parola “boccia” che in questo caso si pensa derivi da una coniugazione del verbo bocciare, si pensa agli studenti, ed infatti sento qualcuno, al caffè, che maledice il fatto che si promuova con troppa leggerezza. Io, forse con sorpresa di Gian Antonio Stella, l'articolo l'ho letto e scopro che tratta del concorso per abilitazione degli insegnanti. Sembra che molti, troppi candidati, abbiano sbagliato domande banalissime e il ministero abbia provveduto a creare delle specie di abbuoni di qualche decina di domande, anche perché diversamente i presunti ventimila da selezionare sarebbero stati, forse, una decina. Metto dell'ironia, perché diversamente non saprei come reagire a quel che ho letto. Forse questo giornalista abita su Marte e scende sul pianeta Terra assai di rado e quindi fraintende.

Sembra che il problema della scuola sia la meritocrazia e l'ignoranza degli insegnanti e infatti in prima pagina Stella si domanda se si sarebbe disposti a dare i propri figli in mano a gente del genere …

A me è capitato di insegnare e i problemi della scuola li ho visti, diciamo da dietro le quinte. Per questo mi permetto di dire la mia. È vero che nella scuola c'è dell'ignoranza, ma uno stato che ha accettato l'elezione del “Trota” a consigliere regionale e non ha fatto una sommossa per destituirlo, solo per citare un esempio, dimostra di prediligere la soluzione della pagliuzza nell'occhio dimenticando la trave che sta schiacciando le reni e che promette morte.

Parlare di merito in Italia poi mi sembra letteralmente scemo. Qui nulla funziona per merito. Dal papa che si portò da casa uno scultore mediocre solo perché era compaesano (Paolo sesto e mister Manzù), alla sinistra che ricicla il fascista Guttuso, santifica il mediocre scultore Mastroianni, zio del più celebre, e meritatamente, Marcello che ebbi l'onore di conoscere …) e, come tutti i partiti in Italia, elargisce raccomandazioni ai “lecchini” e ai parenti senza porsi la domanda se si tratti di persone capaci … Domanda da un miliardo di euro: ma cosa c'entrava la Gelmini con la scuola? In grazia di quali competenze fu fatta ministro? Fu l'obbedienza cieca il suo vero incarico. “Tieni, firma qui”. E il suo incarico era finito.

Questi sono solo alcuni esempi, ma ognuno di noi ne può confezionare a quintali, estraendoli dalla propria memoria personale. Se poi, come nel caso mio si è pure laureati (io ne ho tre e quindi ho prelibatezze da tre dipartimenti diversi...), allora di notiziole aberranti se ne conoscono un'infinità e a raccontarle non si stupisce più nessuno. Anzi, si annoia l'uditorio perché sai che tutti sanno.

Questa è l'Italia.

Quel che tutti sappiamo, e lo sanno bene anche all'estero, è che qui la meritocrazia non esiste. Il male è talmente radicato da essere spesso inconsapevole. Ricordo che di recente, una persona importante mi ha raccontato che, laureatosi e specializzatosi il figlio, aveva pensato di inserirlo nella dirigenza di una certa azienda che stima. Questa aveva organizzato una mostra d'arte in una città italiana che presentava opere di artisti stranieri viventi di una certa nazione affascinante che non nomino. Ebbene, questa persona, per favorire il figlio, ha deciso di comprare varie opere. Il piano è riuscito? Non lo so ancora. Ho provato a far notare che non mi sembrava bello agire così, che secondo me ad un figlio si devono dare gli strumenti intellettuali e poi invitarlo a gettarsi nella mischia. Non ha capito. Era tutto normale, e io penso all'artista che ha scoperto di aver venduto molte opere e non sa che la qualità sua non è stata minimamente compresa. E si pensi che si tratta di un genitore molto benestante che può permettersi, a differenza di molti altri, di sostenere i fallimenti e le attese del figlio, prima che questo approdi ad una carriera decente.

Per me era ed è aberrante che quel genitore non sia minimamente consapevole che quel modo di agire ha qualcosa di sporco. Se tutti fanno così cosa accade? Questo mi domando; e la risposta è sotto ai nostri occhi. Basta guardarsi intorno. E si arriva fino al paradosso estremo del camorrista che deve subire un intervento e dice che non vuole andare in quel certo ospedale perché il chirurgo non gli ispira sufficiente fiducia. Qualcuno gli chiede perché e lui risponde “Gliel'ho messo io ...”

Veniamo ora alla meritocrazia nella scuola. Io penso che in un'Italia ridotta così, sia impensabile, e non solo nella scuola. Se la mentalità generale è quella della raccomandazione, del nepotismo e dello scambio di favori, e sappiamo che è così, allora il problema non ha soluzione. Quindi, caro Gian Antonio Stella, inutile sparare sulla scuola! Mi permetto poi di domandarle: “Lei, vivendo in Italia, queste cose dovrebbe saperle bene … oppure davvero vive su Marte! Se così è la invito a trasferirsi in Italia per una quindicina di giorni ...”

Ho sentito dire di tutto sulla meritocrazia e su come istituirla. Nella scuola si era anche pensato di incaricare della selezione i presidi … immagino il far-west che ne sorgerebbe. Purtroppo, per la scuola come per il resto, una soluzione non c'è, e non ci sarà mai se non si provvede prima di tutto ad un cambiamento di impostazione morale, cosa che in Italia considero impossibile. Il figlio del politico Bossi, il celebre “Trota”, è solo un simbolo. Lui rappresenta una nazione di trote che possono solo far danni. Se nei posti giusti si mettono le persone sbagliate, come si può sperare che facciano cose sensate se non per caso? Un altro esempio di italianità schietta è Schettino. La sua vicenda è talmente ridicola e tragica da non meritare troppa meditazione. Rappresenta comunque il comportamento di tanta gente che, a differenza di lui, non crea un'azione stupida, che immediatamente uccide, ma in modo indiretto, crea disagio, complicazioni, banalità eccetera.

Veniamo ora alla competenza degli insegnanti. Gian Antonio Stella ci chiede se siamo disposti a dare i nostri figli in mano a incompetenti. Questa frase, che è letteralmente una fucilata, sembra non tenere conto di cosa sia, attualmente l'insegnamento.

Caro Stella, i ragazzi che un professore si trova davanti, non hanno bisogno solo di sapere se Garibaldi va collocato prima o dopo le guerre puniche. Capita che a sedici anni non sappiano allacciarsi ancora le scarpe, e glielo insegnerai, perché il professore di oggi è un essere umano che agisce su altri esseri umani con un'umanità che prima avrebbe dovuto essere elargita dalla famiglia. Ci si mette poi il fatto che per insegnare bene sarebbe il caso di avere una ventina di studenti al massimo. Così hai venti singoli coi quali rapportarti. Se sono di più, diventa un gruppo indistinto e, insisto, serve tanta umanità, per insegnare attualmente e la devi rivolgere all'individuo, non al gruppo. La materia per la quale si è nominati insegnate è purtroppo solo una parte del discorso.

Coraggio Gian Antonio Stella! Per te oggi è un grande giorno! Stai scoprendo che l'acqua calda è calda!

E ora ti farò scoprire che l'acqua fredda è ...fredda!

Cosa vuol dire insegnare! Non certo trasmettere nozioni! Se riesci a far amare una materia ai tuoi allievi questi, una volta terminato il loro ciclo di studi, ameranno …

lo so, caro Gian Antonio Stella, che sto esagerando. Che quel che ho detto per te è quasi incomprensibile. Ma prova a pensare … è faticoso ma scoprirai un piacere nuovo che è sicuramente meno invasivo delle sensazioni che puoi trarre da una cena, ma col tempo rende migliori. La cena invece va … nel water.

Altre considerazioni sulla scuola.

Una persona si laurea e poi si specializza e poi fa la ssis, ora soppressa (ora resuscitata come tfa. … Ma le sigle non erano appannaggio delle dittature?), che è un biennio universitario nel quale promisero un posto di lavoro che poi non è stato assegnato, e poi ora, il concorso … e poi? Ma si deve dirigere l'economia del pianeta o insegnare a una ventina di studenti? Consiglio di proseguire la selezione con una corsa campestre una gara di nuoto e una prova di cucina!

Mi sembra anche il caso di premiare in qualche modo chi ha scelto di proseguire studi che costano tantissimo. Se è vero che aumenta il valore dello stato se aumentano i laureati, per quale motivo non deve essere remunerato un poco di più di chi quel sacrificio l'ha fatto? Nella mia mentalità non si pone il problema di chi non può permetterselo. Io, con un nulla totale come destino, ci son riuscito; è questione di volontà e di crederci.

E Poi ...

Anche un imbecille sa che la politica economica italiana ha deciso di non rispettare l'insegnamento. Tagliati fondi su fondi al punto che la carta igienica manca e anche i gessi eccetera. In compenso, per dare idea delle logiche stupide, si son inviati schermi multimediali chiamati lim costringendo maree di insegnanti a fare corsi per poterli utilizzare e che giudico men che insensati. Perché? Perché in classe hai una generazione digitale e già un bambino delle elementari sa fare. Se tu docente non sei capace, ti basta dire con uno studente di gestire la lim che non è altro che un ipad gigante e in una settimana hai imparato. Ci si mette pure il fatto che non sapere usare una lim attualmente equivale a non saper usare nemmeno il telefonino, poiché il funzionamento è simile pure a questo … quindi, che senso hanno quei corsi? Quale speculazione celano? Mi si può obiettare che i corsi insegnano ad imparare a preparare le lezioni con l'ausilio di quel supporto, ma … se lo si sa già usare … che senso ha?

Ha provato, caro abitante di Marte, ad immaginare perché si è scelto di tagliare i fondi alla scuola? Ammetto che lei ha già dato quel che poteva nel tentare di comprendere quel che ho scritto finora. Facciamo così. Si fermi qui per oggi e il resto lo legga domani, con cautela …

Il motivo è il seguente. Se vendo una mela ricevo immediatamente i quattrini. Se vendo cultura, il beneficio non è immediato. Si deve poi aggiungere che chi è benestante manda i figli alle scuole private e attualmente, chi ha sgovernato l'Italia, rappresenta solo il ceto abbiente. Mi riferisco a Monti (e prima di lui Berlusconi, Fioroni...), ovviamente. Non per niente questo essere ha ben pensato di tagliare i fondi alle scuole pubbliche e di foraggiare le private … e quel ceto è quasi tutto isolato in un suo mondo. Mandano i figli alle private, è ovvio … cosa può quindi interessare a loro di un mondo di persone, che anche se sono la stragrande maggioranza, viene percepito solo come traffico per strada? Che si leggano il capitolo XXV di "Suite francese" (Irene Nemirovskij) e comprenderanno le conseguenze di una parte di popolazione deculturata!

Certo che, caro Gian Antonia Stella, anche io mi deprimo per l'ignoranza dilagante e mi sorprendo per quella di chi è pagato espressamente per combatterla … ma … cosa pretende da una categoria che è stata umiliata in tutto? Ha dei dubbi su queste umiliazioni? Ebbene provi ad insegnare, provi il precariato e anche l'insegnamento di ruolo e quella gratificazione che dovrebbe arrivare anche dallo stipendio e si goda dopo, quella massa di incompetenti che si lamenta del fatto che i professori insegnano solo diciotto ore alla settimana! Ma si crede che l'insegnamento consista solo in diciotto ore? Chi è quell'essere che arriva a dire cose simili? Sicuramente un altro abitante di Marte! E non mi riferisco solo a riunioni e correzione di compiti! Ma ci si rende conto che ogni studente è un'anima e che relazionarsi con un adolescente è di una complessità inaudita?

A me non interessa fare il Robin Hood e tifare per i non benestanti. Non si pensi questo. Mi piacerebbe semplicemente vedere che chi ha delle capacità possa ricevere lo spazio che merita e che … chi scrive sui giornali lo facesse con un minimo sindacale di competenza. Che ne pensa di dedicarsi al calcio? Li la competenza non è mai servita. Prevedo per lei un grande futuro perché ha dimostrato di saper agire su quell'emotività da bar sport di provincia che è lo zoccolo duro della Gazzetta dello sport e della cultura italiota. Ci pensi: domandare se si darebbero i figli in mano a insegnanti così? Una bomba emotiva. Bravo. Complimeti. Emilio fede docet!

E poi...

Non basta sapere la data della scoperta dell'America per costruire un uomo. Non basta nemmeno sapere cos'è un bond o l'indice mib.

E ora una lezioncina di filosofia semplice semplice.

A cosa aspira l'uomo? Alla felicità, che è assai difficile da definire. Sicuramente spesso, troppo spesso, si confonde l'essere contenti con l'essere felici … e contento è il consumatore, non l'uomo ...

E la felicità, si badi bene, non è una dimensione personale, ma collettiva.

Se io sono felice in un mondo che sta male, la mia felicità viene offuscata. Questo corollario viene sistematicamente ignorato in una cultura occidentale decisamente individualista. Quando sento dire da un allievo della Bocconi che il suo desiderio fra vent'anni è di guadagnare il corrispettivo degli attuali settemila euro al mese, penso che è stato creato un mostro …

Insegnare, non esiste cosa più difficile. Mi vien quasi da dire che scegliere di farlo sia un atto di estrema immodestia. E serve anche tanta esperienza. Tanta, tanta umile esperienza …

E, caro Gian Antonio Stella, assaggiare la logica del badile, della fatica. Lei ha dimenticato, della vita, questa lezione. Le basta mandare in ferie la cameriera-badante e per una quindicina di giorni lavare, stirare, spazzare eccetera. È un modo come un altro per riappropriarsi della vita. Io lo faccio. È una lezione di umiltà che mi porta a non dimenticare mai di rispettare il lavoro degli altri, anche il più umile, e questo glielo devo dire perché è evidente che questo contatto con la vita, non solo dell'insegnante, le manca e la riduce a una cosa strana, distante … marziana.






martedì 29 gennaio 2013

Axel Munthe: "La storia di San Michele" e la visita del folletto


Per calarsi bene in questo scritto è il caso di leggere prima il precedente col titolo “Nabokov e la visita del folletto”. Il motivo è che qui un altro uomo grande e profondo, ne incontra uno e mi sembra importante, oltre alla meditazione sul testo, fare anche qualche confronto. Si noti che dico meditazione e non invito all'analisi razionale … è importante. Stiamo parlando di creazioni letterarie elevatissime quindi lasceremo la scientificità alla scienza. Qui, se serve una fetta di cuore ce la mettiamo.

Bisogna partire da una presentazione. Axel Munthe, purtroppo è per la stragrande maggioranza delle persone del 2013, uno sconosciuto. Nacque nel 1857 in Svezia. Si laureò, più giovane medico di Francia, a Parigi, con Charcot, che fu anche maestro di Sigmund Freud. Altro, per ora, della sua biografia, non ci interessa. Mi permetto comunque sin d'ora di far presente che Freud, trasformò la lezione di Charcot in una scienza, che definisco umana nel senso che non sarà mai perfetta come tutte le azioni umane, ma a questa mira. Munthe invece trasformò la lezione di Charchot, in tre opere letterarie, nell'ordine: “Vagabondaggio”, “La storia di san Michele” e “Croce rossa, croce di ferro”. Il più celebre fu il secondo. Si trattò di un successo completo, anche editoriale a livello planetario. Lo diede alle stampe a settant'anni.

Per quel che riguarda la descrizione della sua personalità, preferisco affidarmi alle parole di Curzio Malaparte che lo conobbe. Le trovate all'inizio del suo libro “Kaputt” che, anche per altri motivi, merita di essere letto e profondamente meditato.

Veniamo alla descrizione. Vi dico la situazione. Malaparte è andato a trovarlo a Capri, e lo accompagna in una passeggiata:

... Quel giorno Munthe appariva sereno: e a un certo punto si mise a parlarmi degli uccelli di Capri. Ogni sera, verso il tramonto, egli esce dalla sua torre, s'inoltra a passi lenti e cauti fra gli alberi del parco, col suo mantellaccio verde sulle spalle, il suo cappelluccio buttato di traverso sui capelli arruffati, gli occhi nascosti dietro gli occhiali neri, finché giunge in un luogo, dove gli alberi più radi fan come uno specchio di cielo nell'erba. Là si ferma, e diritto, magro, legnoso, simile ad un antico tronco scarnito e inaridito dal sole, dal gelo e dalle tempeste, un riso felice acquattato fra il pelo della sua barbetta di vecchio fauno, aspetta: e gli uccelli volano a lui a frotte, cinguettando affettuosi, gli si posano sulle spalle, sulle braccia, sul cappello, gli beccano il naso, le labbra, gli orecchi. Munthe riman così, diritto, immobile, a discorrere con i suoi piccoli amici nel dolce dialetto caprese, finché il sole tramonta, si tuffa nel mare azzurro e verde, e gli uccelli volano via al loro nido, tutti insieme, con un alto trillo di saluto”.

Una precisazione: gli occhiali scuri poiché aveva seri problemi alla vista.

Penso che non ci siano dubbi che ci troviamo davanti ad una persona particolarissima. Attualmente sarebbe un cretino? Penso di si. Il fatto che io non voglia star lontano da casa per dare da mangiare all'eterno pettirosso che abita tutti gli inverni nella siepe di fronte alla mia porta e, se proprio non posso farne a meno, incarico qualcuno di portare giornalmente pane secco sbriciolato e di cambiare l'acqua, viene visto o come una stravaganza o un atteggiamento. Il fatto che particolarmente in primavera ed estate sia disposto ad attendere ore e ore con movimenti lenti e misurati, il bel merlo nero brillante che entra in casa, si sistema sulla sedia di fronte, e che sia contento, quasi felice di essere accettato senza timori da lui, anche questo non fa un buon effetto. E la volpe che ha anche dormito in macchina una notte, per paura di un temporale, e che si lascia accarezzare e prendere in braccio, e le tortore, e il riccio che quando diventa padre viene a mostrarmi i figlioletti disposti in bella fila … io non sono Axel Munthe. Sono una piccola cosa che cerca la natura perché sente che essa è il suo orologio interno più fedele, più vero.

Non posso non comprendere la sua gioia nel vedere che la dimensione più naturale, quella animale, lo accoglie serenamente. Lui era profondamente dotato, capace di essere semplice nel senso che la natura così stima e che, per la nostra epoca, anzi esattamente, per l'esasperata cultura occidentale, risulta essere una stranezza degna di essere curata da uno strizzacervelli …

Quando Malaparte, che ha descritto un fatto del quale è stato veramente spettatore, descrive la barba di Munthe, dice che è da vecchio fauno. Quale maggior esattezza, ma nel senso profondo del termine! Questo essere antichissimo e con la zampa caprina fu utilizzato dai cristianesimi per rappresentare una delle tante versioni del diavolo che, fateci caso, zoccoluto lo è quasi sempre. Ecco a quale distanza si pone l'essere che nella naturalità sente completezza. Per me è una lezione continua. L'unica che ho trovato, per ora, in grado di esorcizzare la morte e altre simili enormi e irrisolvibili paure. Nella natura, se ci entri, non comprendi, ma accetti, perché qualcosa ti mescola il sangue ad un ritmo che è il medesimo che fa scorrere i pianeti, l'acqua del Gange e un sorriso vero … e l'eternità, per un attimo la senti, la vivi, è tua.

Per questo, quando all'età di ventisette anni meno un mese, Axel Munthe racconta di aver incontrato, di nuovo, lo gnomo della sua infanzia, non mi sorprendo e non perdo tempo a domandarmi se è invenzione o altro. Esiste una realtà vasta, nella quale i ricordi dell'infanzia, anche da adulti, non diventano povere cose di bimbo, ma rocce sulle quali si fonda una personalità che ha così la possibilità di una coerenza e di una serenità affascinanti.

Veniamo al punto. Munthe fugge letteralmente da Parigi per via di una donna. Non entro nei particolari. Fa un viaggio in Lapponia. Quando è ora di tornare, Ristin, una ragazza sedicenne di quella popolazione, viene incaricata di accompagnarlo fino alla casa di Lars Anders. E' ancora in mezzo alla foresta. Di strada ne ha fatta fidandosi di Ristin, e viene a sapere che:

“ … C'era un piccolo gnomo che abitava la stalla delle mucche, i nipotini lo vedevano spesso. Era perfettamente inoffensivo finché era lasciato in pace e trovava la sua scodella di polenta di farina d'orzo nel suo angolo abituale. Non bisognava canzonarlo.”

Munthe dialoga con la famiglia che lo ospita e viene a sapere tante cose sui vari spiriti dei boschi … e poi va a letto ...

“ … Augurai loro la buona notte e andai in camera mia, sopra la stalla delle mucche. Fuori dalla finestra c'era il bosco, silenzioso e scuro. Accesi una candela di sego, sul tavolo e mi sdraiai sulla pelle di montone, stanco del lungo viaggio. Ascoltai per un po' il ruminare delle mucche mentre dormivano. Mi parve di sentire il grido di un gufo, lontano nella foresta. Guardai la candela di sego che ardeva debolmente sulla tavola; mi faceva bene vederla, non avevo visto una candela di sego da quando ero bambino nella mia vecchia casa. Fra le palpebre socchiuse mi parve di vedere un ragazzetto, che in una grigia mattinata d'inverno andava verso la scuola, camminando a fatica nella neve profonda, con un pacco di libri legato con una cinghia sulla schiena ed una candela di sego in mano, perché ogni ragazzo doveva portare la sua per accenderla sul banco, in classe. Qualche ragazzo ne portava una grossa, altri ne portavano una sottile; sottile come quella che ardeva ora sul tavolo. Io ero un ragazzo ricco, sul mio banco ardeva una grossa candela. Sul banco accanto al mio ardeva la più sottile candela di tutta la classe, perché la madre del ragazzo, che mi era vicino, era molto povera. Ma io fui bocciato all'esame di Natale e quello passò primo della classe, perché aveva più luce nel cervello.

Mi parve di sentire un rumore sul tavolo. Dovevo essermi addormentato per un po', perché la candela stava per spegnersi … ma potevo vedere distintamente un ometto, non più grande del palmo della mia mano, seduto a gambe incrociate sulla tavola, che tirava la catena e chinava la vecchia testa grigia da un lato per ascoltare il tic tac del mio orologio. Era così interessato, che non si accorse che mi ero seduto sul letto e lo guardavo. Ad un tratto mi vide, lasciò cadere la catena dell'orologio, scivolò giù da una gamba del tavolo, agile come un marinaio e balzò verso la porta, veloce quanto le sue gambine lo permettevano. “Non avere paura, piccolo gnomo!” dissi.

Sono soltanto io. Non scappare, ti farò vedere cosa c'è dentro quella scatola d'oro, che t'interessa tanto. Può suonare una campana, come in chiesa la domenica”. Si fermò di scatto e mi guardò coi suoi occhietti. “Non posso capire”, disse lo gnomo. “Mi pareva di sentire l'odore di un bambino in questa camera, altrimenti non sarei mai entrato, e tu sembri un uomo. Per davvero …” Esclamò, arrampicandosi sopra la seggiola vicino al letto. “Per davvero non mi sarei mai immaginato d'aver la fortuna di trovarti qui, in questo posto lontano. Sei proprio lo stesso bambino di quando ti vidi l'ultima volta nella camera dei bambini della tua vecchia casa ...”

Si deve notare immediatamente che Munthe, a differenza di Nabokov, non inventa, ma racconta. Da cosa possiamo capirlo? Dal fatto che si stende e, osservando un oggetto, la candela di sego, in modo involontario, viene risucchiato dal passato. Questo agire divenne celebre con Marcel Proust. Marcel rincasa in una giornata di pioggia. E' malinconico. Gli servono un infuso di tiglio e una Madeleine. Intinge il biscotto e, quando quel sapore invade la bocca, qualcosa di indefinibile lo porta ad uno stadio intermedio fra l'agitazione e la commozione. È come se un'immagine volesse apparire ma non ci riesce. Varie volte riprova assaporando il biscotto inzuppato ed ecco che l'immagine prende forma. Il salotto di zia Leonie, l'infanzia, un mondo che sembrava perduto … e inizia così quella lunga avventura che ora si chiama, non a caso, “alla ricerca del tempo perduto”.

Axel Munthe osserva la candela di sego che da anni non ha più visto e quel ricordo lo allontana dalla realtà della stanza posta sopra la stalla. Si assopisce e quindi parte dei ricordi iniziano ad oscillare fra sonno e veglia, in un mondo molto più vasto e accogliente ... ma poi si sveglia, o almeno così crede. La candela è spenta quindi deduce che è passato un po' di tempo … sente qualcosa e scorge sul tavolo, seduto a gambe incrociate un omino minuscolo che osserva incuriosito il suo orologio d'oro.

Munthe dice qualcosa per evitare che l'esserino si spaventi e inizia il dialogo che ha sfumature toccanti. L'autore, che non ha ancora ventisei anni, pensa di poter spiegare allo gnomo, cos'è il tempo. Pensa di sapere qualcosa che lo gnomo non sa. Gli toccherà scoprire che si tratta di una invenzione che è la sua condanna. Sua e di tutti gli umani. Ovviamente ho messo solo l'inizio dell'incontro. Potrete leggerlo per intero nel volume “La storia di San Michele”. Si tratta del settimo capitolo intitolato “Lapponia” e tutto questo mio scritto non uscirà dai suoi confini.

Merita ora una certa attenzione il viaggio nella foresta lappone che precede l'arrivo in quel luogo nel quale Munthe incontrerà lo gnomo. Ristin, questa ragazza, ha caratteristiche interessanti ...

“ … Camminava per il ripido pendio col passo rapido e silenzioso d'un animale, saltava, come una lepre, un tronco d'albero e uno stagno d'acqua. Ogni tanto si slanciava, agile come una capra, su un'erta roccia, guardandosi d'attorno in ogni direzione. Ai piedi della collina ci trovammo davanti a un largo torrente; ebbi appena il tempo di domandarmi come avremmo potuto attraversarlo, che lei vi era già entrata fino ai fianchi. Non mi restò che seguirla nell'acqua gelata. ...“

Questo essere umano, di origine ed educazione lappone, agisce nella foresta con la logica dell'animale ...

“ … I miei tentativi per spiegare a Ristin l'uso della bussola da tasca avevano incontrato così poco successo, che tralasciai di guardarla io stesso, ponendo la mia fiducia nell'istinto di Ristin, istinto di animale selvatico”.

Alle parole precedenti, seguono immediatamente le prossime. Le ho staccate per sottolineare una caratteristica. In esse Ristin è, in tutto per tutto, un cane da caccia in azione ...

... Si capiva che aveva una gran fretta. Ogni tanto correva più rapidamente in una direzione, si fermava di scatto aspirando il vento con le narici frementi, poi ripartiva in un'altra direzione per ripetere la stessa manovra. Di tanto in tanto si chinava ad annusare la terra. …”

E' un essere sorprendente per il mondo civile, ma non finisce qui, con la descrizione di un altro particolare, Munthe ci proietta nel paradiso ...

“ … “Benvenuto nella foresta!” disse Lars Anders …

… “Metti un altro tronco sul fuoco, Kerstin”, gridò alla moglie dentro la casa. “Ha attraversato il fiume a nuoto con la ragazza lappone, devono asciugare i loro abiti”. Ristin ed io ci sedemmo su una bassa panca davanti al fuoco. “E' fradicio come una lontra” disse madre Kerstin aiutandomi a togliere le calze, i calzoncini, la maglia e la camicia di flanella dal mio corpo bagnato e appendendoli ad asciugare su una corda attraverso il soffitto. Ristin si era già tolta la casacca di renna, i gambali, le brache e la maglia di lana, la camicia non l'aveva. Stavamo a fianco a fianco, sulla panca di legno, dinnanzi al fuoco fiammeggiante, completamente nudi come il creatore ci aveva fatto. I due vecchi pensavano che non ci fosse nessun male, e infatti non ce n'era. ...”

Quando immaginiamo quella scena davanti al fuoco, ricordiamoci che queste due versioni nordiche di Adamo ed Eva hanno rispettivamente ventisei e sedici anni. Esiste la possibilità che si tratti delle età che maggiormente esprimono la bellezza fisica dei due sessi. Secondo me sì, quindi quel paradiso raggiunge la perfezione. L'unica perfezione concessa all'umana fantasia.

In un altro punto del capitolo scopriamo che non sanno cosa sia il furto. Anche nel paradiso, eccezion fatta forse per un solo albero di mele, del quale Munthe e Ristin sembra che non sapessero nulla, il problema dei ladri non si pone … altrimenti che paradiso è … non trovate?

E la descrizione del senso dell'esistere di alcuni spiriti dei boschi? Scopriamo che è dotata di una coerenza notevole che non può e non deve essere trascurata ...

… “Gli Uldra?”

Sì, non conoscevo gli Uldra, il piccolo popolo che vive sotto terra?

Quando l'orso si addormenta durante l'inverno, gli Uldra gli portano il cibo di notte; naturalmente nessun animale potrebbe dormire tutto l'inverno senza nutrirsi, affermava sorridendo Turi. E' legge che l'orso non debba uccidere l'uomo. Se infrange la legge, gli Uldra non gli portano più cibo, e d'inverno non può più dormire. ...”

Vedete, esseri primitivi, tanto tempo fa, hanno creato dei ragionamenti che, per i loro scarsi mezzi sembravano talmente sensati, da meritare di essere elevati al rango di realtà … partendo dal presupposto che non si può stare mesi e mesi senza nutrirsi, si deduce che qualcuno, d'inverno, nutra gli orsi. Semplice. E io immagino il carissimo Albert Einstein che defunge, giunge davanti ad un dio, e scopre che la sua geniale teoria è tenera, semplice e distante dalla realtà che in quel momento gli verrà rivelata, esattamente come per noi la verità lappone sugli orsi, appare … degna del nome di favola …

E ora concludo citando un passo che riguarda il Troll:

“ … Ora, dacché il re aveva cominciato a far saltar le rocce per scavare e cominciato a costruire una ferrovia, non aveva più sentito di Troll. ...”

quando invitavo a leggere prima di questo, lo scritto dedicato a Nabokob che incontra lo spirito dei boschi, è in fondo per questo passo.

Tre motivi allontanano definitivamente questi esseri dalla Russia. L'industrializzazione, la guerra, esattamente la prima guerra mondiale, e la rivoluzione russa.

Cosa allontana i Troll? Il primo di questi motivi. La costruzione delle ferrovie … e basta questo perché di loro, forse fuggiti o forse dissolti in nebbia, nessuno senta più parlare.

Entro la prima metà del novecento, già due stati non han perso i loro folletti, ora, nel 2013 quale bilancio possiamo fare?


A voi deciderlo.

ciao

p. s.

Probabilmente qualcuno dubita della mia volpe...
potete vederla verso il fondo del post del 12 marzo 2012 intitolato. Tonino Guerra "Polvere di sole", seconda parte. Il portellone posteriore del furgone è aperto e lei è tranquillamente accoccolata. la sua pelliccia non è morbida, ma lievemente setolosa. E' stupenda, perfetta, e tuttora di notte, le lascio qualcosa da mangiare nella ciotola.







lunedì 28 gennaio 2013

Nabokov e la visita del folletto


Vladimir Nabokov, purtroppo troppo noto per Lolita e quasi sconosciuto per altre sue opere, ci ha lasciato un racconto breve, circa quattro facciate nell'edizione italiana, che secondo me è, in assoluto, il suo capolavoro. In Italia lo si può reperire nel volume “La veneziana”, edito Adelphi. Questa edizione spende undici righe e spiccioli, per darci qualche informazione. Decisamente non si sono sprecati … Scopriamo così che esiste un'edizione madre con quel titolo, uscita in Francia nel 1990 e che l'edizione italiana ha scelto, a differenza di questa, l'ordine cronologico.

I racconti furono scritti in russo “ … per lo più tra il 1923 e il 1925”.

Le undici righe e spiccioli, ci comunicano anche che “... quattro di essi (racconti), sono rimasti inediti fino a tempi recentissimi” … ma non si sprecano per dirci quali tempi e quali fra quei tredici, sono i quattro inediti!!!

Possiamo andare quindi solo per deduzione per quel che riguarda la data del racconto del quale intendo parlarvi: si tratta de “Lo spirito dei boschi”. Esso è il primo della raccolta quindi si può, anzi, si deve pensare, che sia del 1923. non sappiamo comunque se fu mai pubblicato anche solo su rivista, e nemmeno dove si trovava Nabokov quando lo scrisse eccetera eccetera.

Non è la prima volta che noto mancanze di questo tipo nelle pubblicazioni della casa editrice Adelphi. Ho scritto recentemente di James Stephens e del suo “La pentola dell'oro” e in questo caso manca un glossarietto che risulta a dir poco fondamentale. Un altro caso è quello del volume “Salons” di Manganelli. Riporta una raccolta di articoli riducendo a men che il minimo i riferimenti e la cronologia e poiché spesso parla di attualità, non potendo noi lettori contestualizzarla se non con molto pressapochismo … ci si ritrova a lanciare uno strale all'editore.

Ma … purtroppo per gli editori svogliati, le opere che appartengono anche allo ieri più recente, hanno necessità di una introduzione, di due cronologie, una storica e una delle opere, e di una serie di note.

Nel caso di Nabokov per esempio, egli fa dire ad un certo punto al suo folletto: “... e ce ne siamo andati tutti, messi in fuga da un folle agrimensore.”

E chi è questo agrimensore? Ovviamente qualcuno può arrivare a comprendere che forse si tratta di Lenin oppure … penso e mi viene un dubbio …

Lo spirito dei boschi apparve una sera a Nabokov, dopo aver bussato dodici volte alla porta. Gli raccontò che il loro boschetto, era stato tagliato e che lui si era rifugiato in un altro che andò in cenere. Poi se ne andò in un terzo bosco nel quale sentiva uno strano crepitio. Pensò prima di tutto che fosse un altro folletto ma si rese conto che si trattava di ben altro. Vide degli uomini che sembravano dormire, decise di disturbarli per un'oretta: “Beh, mi dico, ora li sveglio, li smuovo un po'! Mi metto a scuotere i rami, a lanciare pigne, a frusciare. A ululare ...” ma non si mossero. Scoprì che erano cadaveri e scappò, per la terza volta, urlando. Vagò per vari boschi senza pace e poi fuggì dalla Russia con la collaborazione del fratello, lo spirito delle acque, che non riusciva più a stare fra cadaveri galleggianti e sangue.

Fermiamoci un attimo. E facciamo due conti.

Il primo bosco è stato tagliato: industrializzazione.

Il secondo bosco bruciato: forse la prima guerra mondiale? Penso di si, poiché un incendio è una distruzione voluta o accidentale, mentre la precedente, il taglio, rappresenta una scelta per un utilizzo.

Il terzo bosco è pieno di cadaveri e il crepitio è sicuramente il rumore del mitra: rivoluzione comunista.

Al quarto posto ci son tutti i boschi nei quali non trova più pace, e questo accadrà per quel che ha visto nei boschi precedenti. E' evidente che quel che vedrà ancora , sicuramente appartiene a quel che ci ha già narrato, altrimenti tornerebbe se stesso con gioia.

Si noti infatti che dopo due boschi negativi, gli è bastato vedere uomini che dormono per tornare se stesso e agire come sempre.

Deduciamo quindi che non si son più create le condizioni per permettere a questo spirito dei boschi di tornare ad essere se stesso.

L'evento, dopo una narrazione singolare, si fa plurale con due sole conclusioni possibili: “... in tutta la Russia non è rimasto nessuno della nostra razza. Alcuni si sono dissolti in nebbia, altri vagano dispersi per il mondo.”

Ma cosa sono per Nabokov questi folletti, spiriti, gnomi, kabouter, tomte, nisse, heinzelmaennchen, tonttu, djudjè, skritek, manò, come vengono chiamati nella vasta Europa e domovoj o djèdoesjka in Russia?

Ce lo dice lo stesso domovoj: “Eppure, Rus', siamo noi la tua ispirazione, la tua misteriosa bellezza, il tuo incanto secolare … e ce ne siamo andati tutti, messi in fuga da un folle agrimensore”

Prima torniamo al dubbio presentato all'inizio: chi è il folle agrimensore? L'industrializzazione? La rivoluzione? Lenin? Preferisco ricordare che Nabokov fu geniale e lo immagino che scelse una parola che li conteneva tutti e tre. Certo che una cronologia degli eventi in relazione al testo … avrebbe aiutato e non ci si sarebbe spremuti in, forse inutili congetture!

Veniamo ora ai motivi della fuga degli spiriti della natura dal loro luogo di origine:

e riporto con commozione un'altra frase del domovoj come esempio: “...nessuno più sparge con briosa mano i bagliori lunari sulla superficie delle acque.”

Ed ecco che la mia commozione, (non sto giocando con le parole), ha preso la forma del volto di Esenin. Rivedo lui bambino che chiede al padre “ma chi ha messo lì la luna?” e il padre gli dice che è stato un tipo grosso che ha la bancarella al mercato. La prossima volta lo porterà con sé e glielo farà vedere. E nella poesia di Esenin, il riflesso della luna nell'acqua è forse più vero della luna stessa. Secondo la storia, quella ufficiale, si sarebbe suicidato impiccandosi con la cintura al termosifone di una camera d'albergo, a Mosca. … deduco quindi che come i folletti, lui che decisamente lo era, fra le due vie possibili, la fuga e la dissoluzione in nebbia, scelse la seconda.

Ma forse ci ho messo troppa fantasia e la meditazione offerta dal figlio del regista Dobgenka, fa svanire tutto in una realtà più cruda. La sera prima del fatale gesto suo padre e Esenin erano a cena insieme. Il grande regista, ora defunto, disse col figlio, tuttora vivente, che il poeta era tranquillo. Parlò di tanti progetti. Il domani per lui esisteva. Ha poi fatto notare che non è cosa semplice impiccarsi con la cintura ad un termosifone. La cosa può invece riuscire te ti “danno una mano”. In poche parole, Esenin, che era decisamente scomodo, fu ucciso. Da quando l'ho saputo, quella visione di un Esenin che come un folletto sceglie di “dissolversi in nebbia” non ne ha voluto sapere di inchinarsi alla realtà. Lui per me era e rimarrà sempre un folletto, come Mandel'stam, che dicono essere stato ucciso sbattendogli la testa contro un water. No. Non lo accetto. Per me si sono dissolti e basta. Come per l'Olocausto, come per qualsiasi eccidio, la mia mente non è in grado di sopportare troppa realtà e per reagire deve scegliere se fuggire o “dissolversi in nebbia” … e ho scelto di fuggire nella poesia.

Questo racconto è il capolavoro di Vladimir Nabokov. In quattro pagine la durezza angosciante dei suoi, forse, ventiquattro anni con gli eventi che son precipitati, che si son fatti irreversibili, e con la consapevolezza di essere ormai esule per sempre, si sentono tutti. La sua patria, anche se il triplice agrimensore si calmasse, non sarebbe più la medesima. Non ci son più gli spiriti della natura. Non ci son più i loro doni.

E a questo punto del discorso vi invito ad un ragionamento.

Ma non è il caso di dare ai bambini un po' d'infanzia? Io inorridisco quando penso che già da piccoli, decisamente troppo piccoli si parla loro di olocausto e scienza. Il primo dramma contiene troppa morte, troppo dolore. È in grado di essere una scoperta traumatica anche per un adulto. Ma non sarebbe il caso di metterli davanti a queste realtà per gradi? Non è il caso di lavorare prima sui razzismi e approdare con calma, verso i vent'anni a quel baratro infernale?

E la scienza! Essa ha il difetto, per un bambino, di bloccare la fantasia. Un sasso cade per una legge precisa, siamo d'accordo, ma ... ecco che non potrà più volare … Non è più saggio allenare prima la fantasia e lasciare che gli asini e i sassi volino se ne hanno voglia, che gli elefanti cinguettino e gli ippopotami ballino la “danza delle ore” come in “Fantasia” di Walt Disney?

Io la penso così. Prima la fantasia, poi, con calma, la scienza e chissà che, poi, negli anni, scienza e fantasia insieme non producano qualcosa di interessante!

Per quale motivo il guscio di noce non deve poter essere, nell'infanzia, il letto di una fata o la sua barchetta? Ricordo che un certo Albert Einstein si rese conto che i bambini erano più vicini, nella loro logica così anarchica, alle scoperte della relatività, degli adulti. Chiedete a un bambino se secondo lui un'automobile, che accelera sempre più, cambia in lunghezza o rimane uguale! Chi è già stato inquinato da troppa ratio direbbe che è identica e considererebbe squinternato chiunque la pensasse diversamente, ma il fatto concreto rivelato dalla relatività, ci dice che invece la misura cambia! E Einstein si rivolse a Piaget e si preoccupò di far fare certe domande a bambini per immaginare soluzioni che lui, ormai adulto e troppo scienziato, non era in grado di vedere anzi, di accettare serenamente.

Torniamo a Nabokov e ai suoi probabili ventiquattro anni. Vi invito a fare una ricerca. Provate a vedere quali opere Raffaello, Tiziano, Leonardo e Michelangelo avevano già prodotto a quell'età. Essa, quell'età appunto, ha qualcosa di unico poiché, possiamo dire grosso modo dai sedici anni fino ai venticinque, accade che il ragazzo ceda definitivamente le redini all'uomo. Un uomo, troppo spesso, riproduce qual che ha intorno. Ripete. Un ragazzo invece ha ancora una visione molto personale della vita e quindi agisce con personalismi. L'esperienza collettiva in lui, si sta arricchendo, ma è ancora in minorità.

Vi faccio un esempio. Un qualsiasi oggetto per noi ha un ruolo. Per il ragazzo che ancora non lo sa cosa accade? Che potrebbe utilizzarlo in un modo diverso. Egli è davanti ad un disequilibrio ancora in atto, fra il se stesso accumulato, e la massa di informazioni decisamente conformiste, che dovrà acquisire. L'anticonformismo di un adulto è una volontaria, razionale, opposizione ad una regola, che agisce in quello spazio di possibilità che non rende il suo l'atto esecrabile, ma solo eccentrico. Un esempio. Oscar Wilde quando si mise un girasole all'occhiello e andò a passeggio, non fece altro che portare al limite una situazione comune, ovvero il fiore all'occhiello, badando bene di non risultare un problema per gli altri.

Un esempio che invece ci spiega la possibilità delle soluzione di una mente ancora al bivio fra se stessa e la società e le sue regole, è il seguente: vidi un giorno in un salotto abbastanza affollato una ragazza straniera prendere per la prima volta il tè. A casa sua c'erano probabilmente le tazze ma senza piattino, pensai, quelle che gli inglesi chiamano mug. Lei del piattino non sapeva nulla e il tè scottava. Decise allora di versarci un po' della bevanda e poi lo mosse in modo circolare, con delicatezza per raffreddarla. Erano tutti incantati. Pensavano che dalle sue parti fosse una cosa normale. Quando mi disse che, non sapendo a cosa servisse il piattino, aveva pensato che il suo ruolo fosse quello di raffreddare il tè, le ho detto di non dirlo a nessuno. Era sembrato a tutti un gesto molto elegante, tipico appunto del suo mondo. Se avessero saputo, sarebbe stata degradata al rango di chi non conosce le buone maniere … provate a pensare al vostro disagio quando vi portano un cibo che non sapete come affrontare e intorno avete qualche posata sconosciuta! Se tendete ad imitare, siete adulti ... se invece vi inventate qualcosa con gli attrezzi che avete a disposizione, forse siete ancora “vicini” al bambino che foste e che si metteva a cavalcioni di un pezzo di legno perché riusciva a vederci un cavallo, e forse da piccoli con i folletti ci avete parlato...

L'imbarazzo che spesso ci mette a disagio bloccando la nostra capacità relazionale, nasce dal bisogno di sapersi conformi alle norme sociali. Il ragazzo potrebbe non sentire ancora questo disagio e tranquillamente agire.

È un po' così anche per il pudore. Lo si acquisisce ed è altamente condizionante, ma in noi non c'è … e così mi accadde di essere a disagio nel mostrare la mia nudità in una occasione, in Svezia, nella quale le persone con le quali viaggiavo e che agivano in grazia di altre norme sociali, non resistettero alla vista di un fiumicello che poteva aiutare a rendere sopportabile l'afa … se fossi stato ancora un ragazzo, la vittoria sull'afa e la situazione, mi avrebbero spinto ad agire, invece ero adulto e ci misi parecchio rischiando di apparire ridicolo. Forse pensarono ad un difetto fisico? Non lo so, ma mi decisi e alla fine mi rinfrescai con loro.

Ho reso l'idea? La posizione di una divinità nella composizione di un quadro, se la bottega dalla quale provieni ti ha già costretto ai tuoi schemi, sarà scontata, ma se ti lasciassero fare forse l'angelo come ti pare forse, azzarderesti un nuovo volteggio …

Ecco quindi un Nabokov di forse ventiquattro anni, col passato distrutto e irrecuperabile e un avvenire angosciante che, a sera, riceve una visita irreale. È un addio. È l'ultimo. Ora rimane l'uomo? Non nel suo caso. Un artista non diventa mai adulto completamente, aridamente. Quando può il ragazzo corre per i prati e, nel caso suo insegue farfalle … per sempre.








domenica 27 gennaio 2013

Scurati ci "consiglia" una lettura....


Questo brano si chiama “le finzioni di Scurati” perché sono ottimista. Se nell'articolo uscito oggi 27 gennaio 2013 sul “La Stampa”, non finge, allora o recita la parte di chi deve lanciare un libro, oppure è cordialmente vittima di se stesso.



Procediamo con ordine. L'articolo inizia in prima pagina, colonna a destra in alto. Un titolo che attira tutti tranne bambini ed eunuchi ci dice “La sposa nuda e l'ossessione del desiderio”. Sopra, più in piccolo e in grigio scuro su grigio appena un po' più chiaro, quindi una lettura che si fa in un secondo tempo, scopriamo che si tratta de “il libro del mese”. Una scrittrice australiana, reduce da successi stranieri, sta per entrare nelle librerie italiane. Sotto quel titolo che ci cattura grazie alle parole “sposa nuda” e ossessione”, c'è la forma di Scurati e poi sedici righe di assaggio. Veniamo poi mandati dietro le quinte, alla lontanissima pagina ventotto nella quale, per continuare a catturare polli, vittime più dei propri genitali più che di un pensiero, veniamo accolti da una foto sul rosa con due gambe niente male, calzate di autoreggenti a rete che se le usassimo per pescare, la roba non troppo minuta scapperebbe tutta, scarpe decolletè ovviamentissimamente rosse , la fettina di gamba là in alto ben in vista, mutandine non troppo spinte e nere, un centimetro scarso di pancia e poi … e poi finisce la foto. Il maiale che è in ogni uomo è pronto. Ora dovrebbe inabissarsi in una lettura che promette … cosa in fondo? L'acquisto di un libro nel quale una donna che ha di fianco un marito monotono, sogna cose turche.



Ma che bella novità! Un certo David Herbert Lawernce non ne aveva forse già parlato e con stile qualche mesetto fa? E Gustave Flaubert, nel suo “Madame Bovary”, in fondo in fondo in fondo ma, se ci pensiamo bene, non troppo in fondo, non ci pone il medesimo problema di un marito mollaccione e una moglie che ha un'idea un po' più effervescente dell'esistenza?



Sembra comunque che si tratti di un nuovo filone della letteratura men che commerciale, quello formato da donne che scrivono in modo chiaro del sesso e di quel che ne pensano. Le hit italiane hanno ostentato per mesi, come campione di incassi, quel volumi sulle sfumature di grigio, e poi di rosso e poi non mi ricordo più. Libri che hanno venduto tantissimo, è vero e, da quel che ho potuto constatare, particolarmente alle donne ma, se si dialoga con alcune di queste lettrici, non si troverà soddisfazione. Tutt'altro. Non penso sia possibile che la quarantina e più di donne di varie età, siano tutte convinte di trovarsi davanti a libri ridicoli ed esageratamente pompati dalla pubblicità, e che vengono a noia con una certa rapidità, ... che non sia possibile, dicevo, che solo io abbia incontrato un cento per cento di lettrici che hanno bocciato.



Analizzo ora le variabili di questa che per me è una farsa a puro scopo pubblicitario:

Antonio Scurati. Di lui lessi “L'onore delle armi”. Non mi riuscì di finirlo e lo consegnai all'oblio della raccolta differenziata. Ricordo per esempio, gente radunata, uno che spara e brandelli di cervello ovunque, per tacer del sesso che vi accade. Un po' pulp, come si suol dire, ma per me, la sensazione è quella di un'atmosfera di un film di Bud Spencer che in più ha descrizioni truci, in poche parole il Quentin Tarantino di Pulp Fiction, che è comunque più innocente dello Scurati de “L'onore delle armi”. In quel libro, sentivo troppo l'atteggiarsi, la scrittura falsa, solamente costruita, che non sgorga da dentro. Qualcosa di vero comunque lo percepivo ed è un materiale forse inconsapevole al suo autore. Il desiderio di potenza, tanta potenza. Il premio sarà la donna che ad essa si sottomette? Oppure il fatto di essere potente autorizza ad essere padrone della sessualità femminile senza renderne conto a lei? Libro mi sembra abbastanza preoccupante per quel che sembra rivelare del suo autore.

Già un'altra volta ero incappato in una situazione simile. Si trattava di Baricco e del suo volumetto”Seta”. In esso accade che la donna amata e che con la quale non si è consumato un bel nulla, dal lontano oriente invia una lettera. In essa lei che, insisto, non ha mai potuto far altro che desiderare l'amato, descrive quel che “gli avrebbe fatto” se avesse potuto. Immaginate. Il desiderio che si fa immenso e con la consapevolezza della sua irrealizzabilità e lei cosa desidera fargli per prima cosa? … un rapporto orale. Quel che penso è che abbiamo scoperto qualcosa sui gusti dell'autore. Una donna pensa a quella prestazione come variante di una vita sessuale varia ... Quando ho fatto notare questo particolare al gentil sesso, sempre mi ha dato ragione... mi hanno quasi sempre fatto notare che se si ama lo si fa … con l'utero... e poi se c'è modo e tempo, si applicano le tante “variazioni” concesse dalla fantasia.



Penso, e ammetto che è un pensiero estremamente severo, che se una persona non è in grado di controllare completamente la sua scrittura con ambizioni letterarie, non sia ancora matura …. per la la Letteratura con la elle maiuscola. La propria scrittura deve essere una scoperta per l'altro. Se lo è per noi stessi, dobbiamo prendere atto che il nostro io ancora ci sfugge, che non lo comprendiamo se non in parte, e la scrittura di quel tipo servirà solo al suo autore per scoprirsi, capirsi.



Accade ormai quasi sempre che si produca un testo letterario solo con l'intelligenza, ma è assai difficile riuscirci. Possiamo al massimo illuderci di averlo fatto. L'io, come un folletto capriccioso, non è detto che accetti di rimanersene assopito quando e quanto pare a noi, ed ecco fare capolino qualche verità che rivela noi stessi non a noi, stessi purtroppo.



E' dentro di noi che si scatena un dramma, un motivo che ci fa produrre l'opera. Mi fa sorridere chi parla di droga o altro perché cavalca l'onda degli argomenti del giorno. Chi quei problemi li ha vissuti, sentiti li sentirà sgorgare, con la lezione che hanno dato all'io. Mai agire come se si parlasse alla società. Borges diceva che quando doveva affrontare il pubblico si comportava come se si fosse trattato di tanti singoli o di un'unica persona. La lettura è da quasi un secolo, un fatto strettamente privato. Son finiti o rimandati i tempi nei quali ci si sedeva nella stalla, qualcuno filava, qualcun altro scolpiva mestoli, mentre fuori fischiava la buriana e qualcuno leggeva.



Un opera letteraria è un incontro fra due io. Scrivendo riveliamo noi stessi e mi sembra sciocco rivelare di noi quel che nemmeno noi, di noi sappiamo. Non deve essere carino sentirsi dire come siamo, stupirsi e scoprire che chi ci parla, per esempio per lettera (scusate, e mail), non ci ha mai conosciuti di persona.



Il desiderio di legittimare la potenza fattasi da potenziale ad effettiva, tramite la possibilità di esercitare certi comportamenti che nulla hanno del condiviso, ma propongono solo la sottomissione, penso sia triste. Sicuramente mi sbaglio, anzi, certamente, ma nel dubbio, di Scurati non leggo più nulla. Devo anche ricordare che i docenti universitari mi procurano un senso di fastidio intollerabile. Si sa benissimo che in Italia non lo si diventa per merito ma per nepotismo o altro. Di solito quando qualcuno di loro mi parla blocco il dialogo e faccio presente la faccenda. Si arrabbiano, ma non mi riguarda. Io so che tu sai che io so. Questa è la realtà e sto meglio da solo o col cane che con la finzione della qualità.



Delizie dall'articolo …

Scopriamo che la rivista francese Lire ha inserito la scrittrice australiana Scurati, nella lista dei cinquanta autori più importanti al mondo …

Ma … esistono davvero cinquanta autori importanti al mondo? Mi devo esser dormito qualcosa in questi anni … oppure Scurati si sta prostituendo?

Non si offende nessuno, spero se opto per la seconda possibilità, e non certo perché io abbia una stima particolare di me. Il fatto è che se mi impegno mi rendo conto che mi bastano le mani e alcune dita vengono escluse.

Gli auguro di avere ragione, ma mi vien più facile supporre che Scurati sia uno che si accontenti troppo facilmente. Conosco gente che considera scrittore chiunque abbia pubblicato un libro, per esempio. Il paradosso invece, e che secondo me è decisamente attuale, sta nel fatto che non è nemmeno necessario aver pubblicato, ma aver vissuto, amato … e scritto. La scrittura non è ambizione. Non si vuole scrivere. Ci si ritrova che si scrive, e si spera che sia liberatorio.



Altra delizia dello scritto di Scurati, prelevata dalle sedici righe in prima pagina:

Di tutte le rivoluzioni mancate -o fallite- dalla sinistra sedicente rivoluzionaria, la rivoluzione sessuale è stata la più fallimentare.” Lasciamo perdere sinistre e destre. Quel che mi preme è l'assurdità del legame della sessualità con la rivoluzione.

In questa equazione è sottinteso il tendere verso un progresso e progresso sta per miglioramento. Ma, questo dannato luogo comune, cioè che tutto debba andare verso un miglioramento, non sa di falso particolarmente nel sesso? Forse Scurati non ha letto l'opera di Casanova … e quasi sicuramente nulla sa dei testi di precettistica per esempio di Vives da Valenza, nato mooooolto prima, e che narra di una Venezia, per esempio, nella quale le donne uscivano con abiti che lasciavano il seno scoperto, usavano il rossetto per capezzoli, guance e labbra. Insomma, rendiamoci conto che ogni epoca ha la sua sessualità legata alle norme morali, di igiene eccetera, e che è arbitrario definire le norme dello ieri e decidere che, se ci si comporterà in un certo modo si raggiungerà un miglioramento. La sessualità è un argomento che palpita di vita e ad essa non rinuncia, e in ogni epoca studia le sue strategie per placarsi, in relazione ai limiti che le sono imposti.



Quando leggo della trama del libro di questa australiana e del marito che cerca una certa cosina (vedi “Seta”) mentre lei pensa a ben altro, mi torna alla mente la Zaffetta (digitare su internet per comprendere) e nel contempo ricordo quel che mi disse una nota stilista di Milano, ovvero che se i maschietti vanno in comitiva a scatenarsi in Thailandia e a Cuba, tanto per citare due mete notissime, le donne non son da meno e partono per Capo Verde e certi luoghi di solito africani, con i medesimi intenti. Di Recente ne ho avuto conferma da qualche esponente, sempre femminile della èlite russa, che mi confidava di essere stata invitata da amiche che almeno una volta all'anno, ma di solito due, si recano in certi luoghi per, diceva lei, scaricarsi.

Vedete come la realtà, sempre, è più piccante, se questo è il piccante per voi, della fantasia?

A proposito di libri scritti da donne e che parlano di sesso … Ricordate “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire?” Meraviglioso caso ridicolo. Lei minorenne pubblica il volume delle sue gesta. Nessuno comunque ha la delicatezza di comunicarci che il suo editore è anche il suo fidanzato … aggiungiamo poi che gli adolescenti non si son certo emozionati o commossi. È stato il pubblico dei maschi quarantenni che ha scoperto in esso materiale per masturbazioni esasperanti. L'adolescente che si scatena! Sogno erotico diffusissimo.



Penso che quel che Scurati abbia accettato di fare sia triste e spero che ci sia qualcun altro che se ne sia accorto.



ciao




sabato 26 gennaio 2013

meditando su un bell'articolo di Mattia Feltri.


Questa mattina, 26 gennaio 2013, sfogliando con la solita rassegnazione qualche quotidiano, ho letto un articolo piacevole. Si tratta esattamente di un reportage. È su “La Stampa” a pagina nove. Chi lo ha scritto si chiama Mattia Feltri, figlio dell'altro Feltri ben più noto. Io, che son accanito contro la mala abitudine italiana nota già dall'antichità col nome di nepotismo e attualmente chiamata familismo amorale dalla sociologia, riconosco in questo caso una genuinità che merita rispetto. Il padre, quando leggeva i primi articoli del figlio, gli disse: “non arriverai più in la dell'Eco di Bergamo”. E il padre sbagliò, poiché era ed è assai diverso dal figlio e eccetera eccetera.

L'articolo ci parla in modo assai colorito dell'assemblea dei soci del monte dei paschi di Siena (minuscolo voluto). Scopriamo una senesità piacevole, che ci fa sorridere e “sentiamo” che nelle sue radici riposa una bellezza che non è solo legata al vernacolo, all'insultare in rima eccetera. Tutto delizioso e godibile, ma penso che Mattia Feltri avrebbe avuto dell'altro da dire. In quel palcoscenico non si è solo visto e sentito qualcosa di simpatico e degno di sorrisi e risate. Qualcos'altro è accaduto e immagino il giornalista che deve trattenersi, purtroppo, dal poter trarre ben altre deduzioni.

Mi vien da proporre qualcosa. Siamo in un età di mezzo, sotto l'aspetto della diffusione dell'informazione. Siamo quasi tutti un po' cartacei e un po' informatici. Mi sarebbe piaciuto trovare alla fine dell'articolo, il suggerimento di un “luogo” sulla rete, nel quale Mattia Feltri avesse continuato non solo a farmi sorridere, perché si sa che nella faccenda del monte dei paschi e di quel buco che sembra essere di settecento milioni di euro, da ridere c'è ben poco. Il quotidiano, quello cartaceo, ha il problema della lunghezza degli articoli ed lo si potrebbe risolvere così. Un'età di mezzo applica una soluzione di mezzo.

Veniamo al problema dell'assemblea. A quello che non fa ridere. Dal secondo dopoguerra la città è in mano alla sinistra. ok. Ma chi glieli ha messi? I senesi medesimi. Il legame fra il cumune di Siena e la banca è strettissimo? Ebbene, votando diversamente qualcosa avrebbero potuto fare. Come si spiegano sessantasette anni consecutivi di un legame così poco sano, poiché il rapporto banche politica non piace a chiunque sia dotato di un minimo di coerenza …

E' il solito male italiano. La raccomandazione che porta ai posti importanti chi non ne è all'altezza.
E partiamo con gli esempi.
E' necessario fare una premessa e spiegare con qualche esempio come il rapporto fra dirigenza e base sia malato per non dire inesistente.

Partiamo da quel che è accaduto e accade da anni in un'industria italiana. Non faccio nomi, mi interessa in concetto, poi questo, s assorbito può essere terapeutico. In questa industria, che assume due volte all'anno degli stagionali alle sue catene di produzione, hanno imbullonato lo strumento che rileva le presenze, ad una delle macchine della produzione che è rumorosissima. Si tratta di inserire una scheda quando si arriva e quando si finisce il turno e, nella pausa, marcare entrata e uscita. Il problema che l'avvisatore dell'operazione avvenuta, è acustico, ma il suo bip è totalmente assorbito dalla macchina della linea produttiva. A fine mese molti, troppi stagionali, si ritrovano in busta paga tante ore in meno poiché risulta per esempio che son entrati in pausa come spettava loro a metà servizio, ma non son più rientrati. Alcuni risulta addirittura che hanno saltato intere giornate di lavoro. Sistematicamente questi stagionali si lamentano. I capireparto dicono di rivolgersi alla dirigenza. Questi lo fanno ma non vengono mai ricevuti. Se insistono troppo, non verranno richiamati all'ondata successiva di assunzioni stagionali.

Quel che racconto non è uno scherzo. Quando ne parlai con un amico che ricopre il ruolo di dirigente in un'altra azienda, mi fece il seguente ragionamento: immagina di avere sulla scrivania due caselle, una per i problemi da risolvere e una per i problemi risolti. Ebbene, al dirigente interessa che la seconda casella sia sempre vuota e il modo più rapido e semplice è fare in modo che la prima casella, quella dei problemi da risolvere, non riceva nulla …

Direi che il messaggio sia chiaro, e la sua conferma la possiamo avere dal servizio postale italiano. Mi è capitato di notare in uno di questi uffici un problema evidente e di semplice soluzione. Ho chiesto alla signora allo sportello perché non mandano delle lettere alla direzione spiegando il problema e consigliando delle soluzioni. Mi hanno detto che lo hanno fatto, ma non hanno mai risposto.

Veniamo ora, per esempio, al ministro Profumo. Lui in quel ruolo è il dirigente maximo ma, e so che molti se lo sono domandato: cosa c'entra lui con la scuola? Cosa conosce dei suoi problemi? La sua ignoranza, nel senso di colui che ignora, si è presto dimostrata abissale. Che la scuola italiana sia stata ridotta ad un'indecenza è risaputo, ma sembra anche che molti non conoscano l'entità del problema. Un esempio per tutti. Di recente un insegnante elementare mi parlava dei problemi che deve affrontare. Ad inizio anno hanno ricevuto settanta rotoli di carta igienica per circa duecentocinquanta studenti. Lo capisce chiunque che la fornitura è insufficiente. Mi ha detto che i gessetti per la lavagna son terminati dopo un paio di mesi e ogni insegnante si arrangia comprandoli personalmente. La carta per le fotocopie è terminata da un pezzo ed è stato molto gradito un mio dono immediato di alcune risme che avevo in casa. Il riscaldamento viene spento o abbassato al temine delle lezioni e così le riunioni si tengono con sciarpa guanti eccetera. In altre scuole il riscaldamento è addirittura spento perché mancano i soldi. Non vado più a fondo nella descrizione. Penso che basti …. e il ministro Profumo? Con questo campionario di problemi sii vanta di voler informatizzare le iscrizioni... ma, se le statistiche ci dicono che sei genitori su dieci non hanno ancora un computer a casa, non è forse insensato proporla in modo così radicale? ma a lui la realtà non interessa. Il giorno nel quale queste iscrizioni son iniziate, si è parlato nei media, di un successo. Solo dopo qualche giorno qualcuno ha fatto notare che i collegamenti internet per le iscrizioni non funzionavano e in più sul modulo, si erano dimenticati, le situazioni assai comuni dei genitori separati e divorziati e di ragazze madri e ragazzi padre (si dice così? Comunque ci siamo capiti) costringendo i genitori a pellegrinaggi costosi sia economicamente che per il tempo sprecato. La sensazione che se ne trae è di un'armata brancaleone di dirigenti che si accontenta dell'apparenza di un buon agire …

Se, come ho detto all'inizio di questo scritto, siamo, a livello di comunicazione, in un'età di mezzo, non aveva più senso proporre ambedue le soluzioni? Internet per chi è in grado e cartaceo per gli altri. Il risultato è un caos che viene nascosto o minimizzato. File alle segreterie delle scuole che per ora son finite in nulla e son da ripetersi perché il collegamento necessario per iscrivere i figli, appunto non funziona, ore sicuramente non retribuite a questi dipendenti di segreteria che, dopo esser stati ridotti notevolmente di numero, si ritrovano a vivere un'atmosfera sempre tesa con un'agitazione che rovina i nervi e logora decisamente troppo. L'idea del ministro era di snellire? Buona, a parole, ma … della realtà non si rende conto. È una tradizione poi quella del ministero della pubblica distruzione assegnata a incompetenti. Se si pensa alla Gelmini … Mattia Feltri potrebbe scrivere un reportage assai più colorito di quello che ci ha confezionato per il monte dei paschi... ci potrebbe chiedere, per iniziare, alla Guzzanti e lei ci rivelerebbe (lo ha già fatto, ma quel che ha detto è stato troppo ignorato) cosine sorprendenti, e questo solo come antipasto.

Se parlo della Guzzanti qualcuno dirà immediatamente che sono di sinistra. Lo ripeto per l'ennesima volta. Mi tengo fuori dal gioco politico. Il punto è che in Italia, se si vuol annusare qualche verità, si deve ascoltare un comico. Non è bello che accada. È un sintomo di estremo malessere e sembra che in questo senso non sia interpretato.

Per quel che riguarda lo scollamento fra la base e la dirigenza, ognuno di voi, se ci si sofferma un attimo, di esempi ne troverà una marea.

Uno dei più grandiosi, rivelato di recente, riguarda la fabbrica della fFiat che produce il nuovo modello della cinquecento elle in Serbia. Gli operai son trattati come schiavi. Qualche giornalista che si è recato sul posto, lo ha scoperto. Quando ha tentato di intervistarli, non c'è riuscito. Si rischia di perdere il posto. Ecco un altro esempio di dirigenza assurda che rivela oltre il resto la consapevolezza di agire in modo più che scorretto. Si tratta di reati, ma non accade nulla.

e veniamo all'altro Profumo, quello che ha presieduto all'assemblea dei soci ... come ha potuto accettare un incarico puzzolente nel senso che la collusione bancha-politica è chiara e squallida senza attenuanti? come ben si vede, si tratta sempre di questione morale e io, un incarico che giudico immorale, scorretto, non lo accetterei mai.

Ve ne racconto un'altra. Uno studente universitario vede delle situazioni aberranti che certi docenti non si curano minimamente di celare. Cerca di parlarne col rettore. La segretaria gli dice che ora non ha tempo e non può fissargli un appuntamento. La situazione è tuttora in corso … da due anni.

Bene, anzi male. Dopo aver fatto notare questo grande problema del quale mi sembra esista ben poca consapevolezza almeno mediatica, veniamo ad un altro punto.

I soci del monte dei paschi si lamentano. Ma ha senso chiedere l'onestà degli altri quando si sa di non esserlo? È sufficiente pensare a quei sessantasette anni di governo della sinistra sulla città, per sentire puzza di bruciato. L'italiano ama un sistema fintamente morale, ma di fatto laido, basato su nepotismi, raccomandazioni eccetera.

Sarebbe carino che questo popolo iniziasse a rendersi conto che la sua disonestà, anzi, slealtà, anche sulle piccole cose, ha un prezzo che prima o poi si paga.

Chiudo con l'ennesimo esempio. Li adoro perché hanno la capacità di far toccare con mano la situazione.

Sono a Milano. Salgo su un tram semivuoto e cerco di timbrare il biglietto, ma la macchinetta non va. Vado verso il fondo e provvedo con l'altra. Prima di arrivare a Cordusio, la mia meta, il mezzo si è riempito. Ora accade che tanti provano a timbrare e quando vedono che la macchinetta non funziona, si mettono serenamente il biglietto in tasca. Solo una ragazza attende la fermata successiva e, poiché non è riuscita a raggiungere l'altra macchinetta passando fra la folla, scende, rientra dal fondo e fa il suo dovere. Tempo che son arrivato alla mia fermata finale, altri quattro giovani hanno agito così. Ho compreso che tutti coloro che hanno son scesi per risalire e poi timbrare, sono universitari. Età della prima ragione per quasi tutti e forse per questo, età di rabbie. La gente col biglietto vergine ri intascato era mediamente dai quaranta in su.

Quella che vi ho raccontato non è una invenzione. È l'Italia, che anche nelle piccole cose, agisce scorrettamente e poi si lamenta che un castello di scorrettezze alle quali appunto non manca di partecipare, crolli rumorosamente. Il “buco” del monte dei paschi ne è un esempio: l'incompetenza di troppi ministri e onorevoli è parte integrante di questo crollo continuo. Si costruisce con materiale non adatto. Ecco il punto. Non adatto prima di tutto moralmente. Questo è il grande problema italiano che travolge anche la sua capacità di bellezza, fatta, per esempio, di tendenze molto più marcate che altrove alle varie arti. Ma l'artista, che deve partire da una base di onestà, almeno nei confronti di se stesso, è un nemico da annientare per esempio ignorandolo e facendolo passare come un po' pazzerello, in un contesto nel quale l'onestà è solo un'apparenza...

Una bellezza nella diversità linguistica italiana per esempio. Ogni luogo qui ha un caratteristica e un “colore” che sono una miniera. Si deve partire dal basso, dalle fondamenta per costruire. Questo accade per lo scrittore, per il musicista, come per il vero dirigente e questa Italia tagliata in due, con una base che viene semplicemente usata e maltrattata, non può avere un futuro decente.

Questo penso che Mattia Feltri lo sappia bene e lo immagino appunto che si trattiene controvoglia dall'indagare le mille sfumature della seduta dei soci di quella riunione del monte dei paschi. Ma dalla lettura della sua facciata di ironiche informazioni è come se questo materiale inespresso tentasse di far capolino fra le righe ... ma di leggere fra le righe ormai non lo insegnano più e un giornalista per sopravvivere, la realtà non sempre può offrircela nuda e cruda.



ciao

mercoledì 23 gennaio 2013

Calasso: "K."





In un imprecisato giorno d’inizio primavera approdai a Firenze.
Lasciai il mio eremo a ridosso della spiaggia di una Marina perché un’amica fotografa inaugurava una mostra.
Ero in anticipo e passeggiavo per le vie centrali con un occhio all’orologio e uno distrattamente, a quel che mi accadeva intorno.
Sono attirato, da sempre, dalle bancarelle di libri usati o semplicemente non letti e consegnati al triste destino di una seconda scelta.
Catturò la mia attenzione, fra titoli dimenticabili, un’edizione della casa editrice Adelphi; un’opera di Roberto Calasso: “K.” pubblicata da qualche mese.
Lo gingillai un poco fra le mani e chiesi “quanto viene?” “Cinque!” mi disse il poco elegante giudice di un centinaio di libri posti in sua balia.
“Cinque ? Lo prendo”
Assolsi i miei impegni pubblici e tornai all’eremo…
E il libro, “K.”, iniziò a darmi la caccia in ogni angolo della casa.

I libri che stanno in con me, se non li leggo diventano ossessivi, opprimenti.
Hanno bisogno di farsi coccolare dalle mani e dagli occhi e in cambio mi offrono le loro parole.

Stavo leggendo il “Malte” e parallelamente scrutavo le opere di Balthus, cercando delle affinità, quindi rimandavo sempre.

Terminate queste meditazioni prendo “K.”, lo porto sul tavolo del giardino e inizio ad accudirlo.
Leggo le prime cinque righe e lo richiudo sconcertato. Mi dico: “non è possibile!”  Rientro in casa, recupero le opere di Kafka (ed Meridiani Mondadori e non solo), leggo l’inizio del romanzo “Il Castello” poi lascio questo gioiello adagiato ben aperto alla prima pagina e torno a “K.” di Calasso.

Valuto l’oggetto, lo soppeso. Bella grafica, color torrone. Tutto molto elegante. Un ghirigoro dal sapore esoterico in copertina che risulta essere una Kappa prodotta dalla mano di Kafka.

Ebbene, narro cos’è accaduto fra le pagine di K., le prime due facciate de “Il Castello” e la mia povera mente.


Il libro, “K.” di Calasso, inizia così:
“All’inizio c’è un ponte di legno coperto dalla neve. Nebbia spessa. K. Alza gli occhi “verso quel che in apparenza era il vuoto”, in die scheinbare Leere. Alla lettera  “verso il vuoto apparente”. K. Sa che in quel vuoto c’è qualcosa: il Castello. Non l’ ha mai visto prima, forse non vi metterà mai piede.”  

Ora, dal romanzo “Il Castello” trascrivo alcuni punti, racchiusi, si pensi un po’, in due sole scarne facciate
Ecco l’inizio del Romanzo (ho scelto la traduzione di Anita Rho, ma possiamo affrontare anche direttamente il testo originale…..):
 “Era tarda sera quando K. Arrivò. Il paese era affondato nella neve. La collina non si vedeva, nebbia e tenebre la nascondevano e non il più fioco raggio di luce indicava il grande Castello.
K. Si fermò a lungo sul ponte di legno che conduce dalla strada maestra al villaggio e guardò su, nel vuoto apparente. Poi andò a cercarsi un tetto.  …..”   
            
la trama si evolve così:  una volta nell’osteria, K. si sistema da solo un pagliericcio, non parla con nessuno e si addormenta.
Viene svegliato poco dopo da una persona che si qualifica come figlio del portinaio del Castello e dice a K. che senza un permesso del Conte non si può stare nei suoi territori.
K., appena desto, risponde “IN QUALE VILLAGGIO MI SONO SMARRITO? C’ E’ UN CASTELLO QUI?”

E’ evidente che Kafka nel “costruire” questa prima pagina, offre al lettore un dato che K. (il protagonista) non possiede. Noi, i lettori, sappiamo che nel nulla nebbioso che si vede dal ponte, c’è un castello. K. non lo sa e la sua domanda al figlio del portinaio rivela senza alcuna possibilità di dubbio, che non sa di quale villaggio si tratta e nemmeno  di conseguenza….!, che vi sia un castello.
In più, dalle poche parole dette dal figlio del portinaio, ha capito che per poter rimanere in quel luogo ed esattamente sul suo pagliericcio nell’osteria, (poiché era assonnato e in quel preciso frangente non pensava ad altro che a riposare in un luogo che lo riparasse dal freddo della notte invernale) è necessaria una autorizzazione che dovrebbe venire rilasciata da un conte.

K. si è appena svegliato e la mente va ancora a mezzo regime. Le informazioni del figlio del portinaio lo colgono di sorpresa e le sue successive domande (in che villaggio mi sono perso? E, qui c’è un castello?), lo dimostrano. K., un poco alla volta torna lucido e dialoga col figlio del portinaio.


Alcune frasi sono conferme, ripetizioni di quanto ha appena  sentito come se egli più che parlare con l’interlocutore, che comunque risponde, stia elaborando quelle informazioni mentre le riceve. Chiede se non si può fare a meno del permesso del conte, e anche questa domanda è inutile vista la perentorietà delle risposte già ricevute.
L’intenzione di K. è quindi di perdere un poco di tempo per recuperare la lucidità e studiare una reazione, che intende difendere in primo luogo, un momento di riposo interrotto, ma necessario. Egli, con le sue risposte, intende rimandare la questione a domani. K. dichiara che intende procurarsi quel il permesso rilasciabile solo dal conte, ma gli viene fatto notare che è mezzanotte e non si può. Ora la risposta di K. crea i presupposti dello scontro: “se non si può perché mi hai svegliato?” (risposta densa. Ci dice che non potendosi creare una “cucitura” normativa, si dovrà applicare la legge del più forte e, in assenza del conte la sfida diventa fra due singoli: il messo del Castello e K. ... elementare Watson…). k. viene considerato un vagabondo e riceve l’ordine di andarsene.
Notare bene!!! è il lettore a sapere che K. è considerato un vagabondo oppure è K. stesso a sentirselo dire? Si scopre che è valida la prima istanza. Anche questo non prova forse che Kafka si allea con il lettore offrendogli qualche dato in più che non a K.?
E poi; sul fatto che K. venga considerato un vagabondo, possiamo considerare un passo successivo, nel quale viene impietosamente descritto con un abbigliamento più un fagotto e un bastone che nel complesso ne fa l’immagine quasi chapliniana del viandante povero messo in una situazione che è al limite  del disperatamente dignitoso nonostante gli eventi ... oppure si deve intendere un "vagabondo" nel senso più corposo del termine, ovvero colui che vive così per scelta volontaria e fa dell’espediente uno stile di vita? questo nemmeno il lettore lo sa e lo scoprirà proseguendo nella lettura.

E’ il momento della reazione. K. pensa che, o si inventa qualcosa oppure sarà di nuovo in balia della notte e del freddo. Ed ecco l’idea: egli dichiara di essere l’agrimensore chiamato dal conte e, per mettere ancora più nell’incertezza il suo interlocutore (che potrebbe ben capire che sono state utilizzate le informazioni  or ora ricevute da lui medesimo ma evidentemente non ne è capace) e, per metterlo ancora di più a disagio, dice che domani, con la carrozza, arriveranno i suoi aiutanti con gli attrezzi.
Lui, K., è giunto a piedi perché voleva fare due passi nella neve.

E’ evidente che l’idea degli aiutanti che arriveranno l’indomani sposta il problema della menzogna al…. giorno dopo? Certo. Si è tutelata la notte, il giaciglio, il riposo. Anche l’idea di una passeggiata notturna nella neve causa il desiderio di fare due passi è palesemente falsa.

Il figlio del guardiano del Castello comunque decide di chiedere informazioni al Castello poiché la versione ricevuta potrebbe avere una minima probabilità di coerenza (o perché ha dei grossi limiti come tutti gli altri comprimari del romanzo?) e si appresta a telefonare. egli non può ovviamente tollerare neanche lontanamente la possibilità di disattendere ad un ordine che il conte sembra aver dato a quell'estraneo. l'unica possibilità del subalterno, al ci là dei suoi limiti, è quindi una verifica.

La scoperta dell’esistenza dell’apparecchio telefonico sconcerta K. perché così si potrà avere immediatamente la risposta e di conseguenza scoprire la frottola inventata per riposare sul povero giaciglio. Così infatti accade e solo l’ambiguità di una seconda telefonata, partita questa volta dal Castello, evita a K. di finire in malo modo nella neve del viottolo secondario del villaggio per poi  vedersi costretto a tornare sulla via maestra.

K. ha creato la figura dell’agrimensore chiamato dal conte, ma è evidente che probabilmente lui  (K.) di agrimensura non sa nulla. L’unica questione che a lui preme è quella di approdare al giorno successivo e ripartire di buon’ora, lo ripeto ..., prima che si avvicini il momento nel quale sarebbe normale attendersi che arrivino gli inesistenti aiutanti o una risposta definitiva e ovviamente negativa, dal Castello. Si faccia caso, così, tanto per condire un po’, che mai nel romanzo si affrontano problemi di agrimensura.

K. è quindi qualcosa di più di un viandante.
Tornando al ll'inizio del testo di Calasso, quel che non è accettabile, è che nell’analisi elementare ed insisto sulla parola elementare, di un testo, anzi delle pagine iniziali, ovvero del momento nel quale lo scrittore crea la situazione che poi evolverà, ecco, non è accettabile che ci si sbagli.

In questo specifico caso, Il prof dott arcivesc cardinal ecc. Roberto Kalasso ha dato tramite un testo ad una marea di persone, un'informazione errata.

I contenuti che ho qui esposto furono pubblicati sulla rivista “Night”, costola della Factoty di Wahrol, realizzata da Anton Perich, fotografo amico di Andy, e Marco Fioramanti, artista romano e se romano non è, comunque in quella città l’ho conosciuto.
Penso che si fosse nel 2007. È passato qualche anno e ho deciso di non mantenere la  rabbia rabbia di un tempo ... 

Aggiungo un particolare: prima di quella data, contattai Calasso e questi non si degnò di rispondere. La mail che conservo, era pacata, poiché ritengo che sia possibile, se ci si affida alla memoria, commettere errori di questo tipo. Non dimentico mai che un essere umano è … umano, quindi tendente, causa i suoi limiti, all’imperfezione. Irritato dal suo silenzio, e dopo aver verificato che il testo incriminato continuava ad essere pubblicato, decisi di farmi aiutare da un’amica di nome Valentina. Lei inviarò una e mail nella quale parlava da una studentessa stupita. Calasso rispose ... rispose e conservo copia della mail. Scrisse che si trattava di opinioni … e  chiese l’indirizzo per inviarle tre libri in dono …

Non commento. La situazione è talmente volgare che non merita altre parole.

Cosa dire del fatto che non accadde nulla e che il testo ha iniziato a circolare in versione economica? Un furto.... E una mancanza di rispetto verso il lettore. Già è dura la lotta per rendere consapevole il fruitore che intellettuali e artisti son due categorie completamente differenti, ma se poi non ci si inchina nemmeno davanti alle evidenze per migliorare!?!?!?

Ultimamente il blog ha avuto una impennata di lettori per me veramente sorprendente. Non mi interessa spiegarmelo. Forse un’infermiera di qualche centro di igiene mentale ha  ricevuto l’incarico di darmi questa soddisfazione per vedere se smorzo i toni …
Ovviamente è una battuta. Per me non si tratta comunque di una soddisfazione, ma di responsabilità. anni fa curai una rubrica nella quale consigliavo, settimanalmente un libro da leggere. nel giro di poco qualche libraio mi contatò per sapere in anticipo i titoli e fornirsi, poichè si era reso conto che certe vendite dipendevano da quel che avevo consigliato. allora il guadagno per articolo era veramente irrisorio. ora, con questo blog è nullo, ma non me ne lamento. in un'epoca nella quale si agisce solo per denaro e che fa un male tremendo a chi, e non sono l'unico, tende ad amare oltre che a ragionare, in un'epoca come questa, si chiama purezza. nessuno condiziona quel che consiglio. è fra il cuore e l'anima che ho posto alcuni volumi e racconto perchè li amo, tutto quì. il caso di Calasso, con questo libro, che non è stato tolto dal commercio e corretto, nonostante sia stato informato di un errore evidente e capace di sviare il lettore, il caso che vi ho mostrato è sintomatico di una disonestà sia intellettuale che economica. qualcuno ci ha rimesso qualche euro. capita spesso attualmente che un prodotto disattenda le aspettative, quindi ci si può rassegnare ... la perdita pecuniaria è piccola. quel che non tollero è invece il danno intellettuale. Kafka è difficile? sbagliato. Kafka non è semplice, e il motivo è dato dal periodo storico che non è troppo noto e dal fatto che non apparteneva se non in parte alla nostra cultura. agire così, lasciando in circolazione quel libro che dovrebbe chiarire ... si commette un danno che ha un prezzo nell'allontanamento del pubblico da un'opera, come quella di kafka, che merita molto ... che insegna tanto.

Torniamo ora a "Il Castello" di Kafka. Un uomo arriva di notte in un'osteria e li si addormenta. Noi lettori sappiamo che non sa dove si trova. un messo di un conte lo sveglia e gli dice che se non ha il permesso deve andarsene. fuori è freddo ed è buio. il protagonista, utilizzando le informazioni del messo, riesce a trovare una scusa che gli permette di rimandare tutto a domani. dice di essere un agrimensore chiamato dal conte e che domattina arriveranno i suoi due aiutanti.
Il messo telefona per ricevere conferma e viene a sapere che al castello non sanno nulla di agrimensori. sta per accadere un guaio, ovvero K. sta per essere buttato fuori quando accade un fatto per K. incomprensibile, poichè lui sa di aver inventato una bugia. il telefono squilla, il Castello ammette che è possibile che l'agrimensore sia stato chiamato e quindi la notte è salva.
se è possibile che nel dubbio il Castello tergiversi, sorprende e diviene illogico il fatto che l'indomani arrivino davvero due aiutanti che K. dimostra di non conoscere ... mi fermo qui. L'ebreo errante ha una possibilità di inserirsi, di non essere più errante. ci riuscira? ora, con queste basi, la lettura avrà un senso.

ciao

p.s.
(chiedo scusa a chi ha letto il post fra la notte del 23 gennaio e la mattina del 24. era impresentabile e scorretto. qualcuno mi ha avvisato e alle 12, 30 del 24, rimedio la situazione.)