martedì 8 gennaio 2013

Saint Exupery: "Il piccolo principe" (parte seconda)


Pensavo di procedere, dopo aver detto qualcosa in proposito di “Volo di notte”, con “Terra degli uomini”, che considero il testo più “legato”, come fonte originaria, alla celebre favola, ma rileggendo quest'ultima mi son reso conto che forse è il caso di svelare qualcosa proprio de “Il piccolo principe”.

Partiamo da una domanda? “E' facile scrivere favole?”
Provateci. È difficilissimo! Forse la prova più difficile.
E infatti anche Saint Exupery ha fallito. In fondo la sua è una favola per adulti ...

Io amo per esempio molto le favole di Oscar Wilde ma … esiste un grande ma, a pochi noto. All'inizio della sua carriera era più nota sua madre. Quando lo presentavano dicevano “e' il figlio di Lady Jane” … Jane Francesca Elgee, non fu una mammina ordinaria. Non si limitò a nutrire, vestire e dare affetto al suo pargoletto. Lei gli consegnò le antiche chiavi del simbolo nell'unico modo sensato nel quale questo passaggio di consegne potesse realizzarsi. Mi spiego. Io posso insegnare con la razionalità un simbolo, smontarlo minuziosamente per far vedere ogni sua parte, ma quando vado a mettere di nuovo insieme quei pezzi … nella mente che ho destinato a quel tipo di insegnamento, oltre a un collage, rimane un metodo che, col simbolo non ha nulla a che fare. Anzi, ne è la morte. Ho così creato quelle basi che mettono in condizione l'allievo-figlio, di non essere mai più in grado di accedere a quel linguaggio e al suo messaggio. Se accade questo, e nel procedimento di educazione ed insegnamento attuali è sistematico, se accade questo dicevo, solo un dolore sconvolgente, enorme, o una gioia altrettanto destabilizzante, possono rimettere in carreggiata la persona.
Vedete, non comprendere, ma interiorizzare, il simbolo, è fondamentale per l'essere umano particolarmente quando è cucciolo. Se sarà allevato alla sola razionalità, sarà condannato ad angosce e nevrosi spaventose. Impossibile per la razionalità spiegare la massima gioia, l'amore, e il massimo dolore, la morte degli altri che rivela la nostra. Altre gioie e dolori, che son di grado inferiore di solito come intensità, non son certo vuote di valore simbolico e diventano comprensibili, vivibili, solo in parte, nel loro essere oggetto concreto, ma inspiegabili nella loro dimensione più grande. Ogni atto umano, ogni movimento, cambiamento nella natura, non è indipendente, chiuso in sé. Questo è evidente, ma la portata di questo semplice pensiero, non appartiene alla sfera razionale, poiché ad essa non appartengono i sentimenti. In un mondo nel quale si fa credere continuamente che ricchezza e potenza siano il bene supremo perché permettono di possedere tutto, la possibilità del “Possesso” con la P maiuscola, inteso nel senso di comprensione profonda, non viene di conseguenza offerta, ma ve ne è una grande richiesta. Un esito pratico di questo vuoto di offerta lo si vede nei templi di qualsiasi culto religioso, in occidente. Essi sono appannaggio di bambini perché costretti, ma oltre loro, volontariamente, vi accedono gli sconfitti e gli anziani e si sa che l'anzianità, per chi ha vissuto solo potere e ricchezza, è la sconfitta suprema. Si cerca una divinità o alla fine della vita o perché, appunto sconfitti, e ci si riduce a chiederle una mano poiché da soli soldi e potere non sono arrivati.
Non c'è voglia di predicozzi in quel che ho scritto. La situazione è purtroppo questa. Lady Jane Elgee sappia, ovunque attualmente abbia deciso di passare la sua eternità, che in Italia la casa editrice Stampa Alternativa, ha pubblicato le sue “Fiabe e leggende d'Irlanda” e spero che qualcuno le legga come antipasto alle belle favole di Oscar. Veniva presentato come figlio di Lady Jane e dopo qualche anno, la situazione si invertì. Lady Jane veniva presentata come la “Madre di Oscar Wilde”.
Veniamo ad una deduzione facile: le fiabe d'Irlanda ... Quindi il nutrimento di Oscar fu nella tradizione che era appena passata in quegli anni, dalla forma orale a quella scritta. Il fenomeno fu notevole per tutto l'occidente. Non si pensi solo ai fratelli Grimm. In Finlandia per esempio una persona pellegrinò per tutta la sua terra e recuperò i canti tradizionali lasciandoci i Kalevala e fondando, inconsapevolmente una letteratura. Intervenne poi uno specialista, l'antropologo ed ecco che la razionalità si impegnò a donarci i suoi cadaveri. Smontare, scomporre, analizzare … insomma delle autopsie. Pochi hanno saputo o voluto, andar oltre a questo livello. Ne cito uno stupendo: autore de Angulo, titolo: “Racconti indiani” edito Adelphi. Ci troviamo quindi una massa enorme di cadaveri di favole e fiabe e miti che vanno ri-vivificati. E come si può fare? Narrando. Si deve leggere il pezzo e narrarlo spesso. Accade così che, se non siamo troppo contaminati dalla razionalità, che per me equivale a dire “duri di testa” e senz'anima, il simbolo che stiamo masticando entra in contatto con la materia celebrale più antica che, ridestata per affinità, come le corde della viola d'amore, si metteranno a cantare. E poi si va a nanna, e questo vale anche per gli adulti, e potrebbe accadere che in qualche sogno riaffiori, finalmente, un simbolo vero che è una guida per la vita.
Questo fece la madre di Oscar Wilde. Allenò lo sgorgare spontaneo nella mente del figlio, dei simboli veri, quelli che son talmente antichi da poter essere considerati eterni e che, unici, ci rappresentano per intero. In essi sta l'unica possibilità della sconfitta della morte, in essi sta l'energia enorme che ci serve per identificare, prima in noi e poi, fuori da noi, qualsiasi sentimento altrettanto inestinguibile, ma che si fa minaccia, scoglio, fastidio, se non si hanno queste basi.
Ricordo una ragazza con lo sguardo nel contempo triste e arrabbiato. Circa diciotto anni, quindi in teoria non più una bambina. Riesce a spiegarmi che è combattuta. Si rende conto di essere tranquilla solo quando un certo ragazzo è presente, ma quando accade nel giro di poco lo odia perché vorrebbe la sua indipendenza, uscire con le amiche. La sua vita attualmente è una oscillazione fra questa esigenza che la infastidisce, e l'odio che sempre da essa scaturisce. Quando le ho detto che forse si tratta di amore, mi ha fatto notare che se il tanto decantato amore è quello, allora è orribile. Non ho potuto non controbattere duramente facendole notare che orribile era lei. Bella si, non c'erano dubbi, ma orribile perché non sapeva andare oltre se stessa.

Immagino spesso un racconto. Un ragazzo sui vent'anni che impazzisce letteralmente perché scopre la morte. Non so se lo scriverò. Per ora lo penso, da anni. Può essere il suo cane, o il nonno. Immagino comunque qualcosa di naturale, a vent'anni. Sì, a quell'età e anche qualcosa di più, perché attualmente è possibile che accada. Il cinema e tutto quel che si vede nei mass media, potrebbero essere percepiti come “neo realtà”, un'altra forma appunto di vita nella quale la vita è ridotta nella quale ormai il limite fra gioco e verità si è perso. Lo immagino benestante, con genitori che pensano che essere protettivi consista nel salvare, e agiscono tenendo lontano il figlio da tante esperienze e non rendendosi conto che dovrebbero invece produrle ed eventualmente controllare tutte le esperienze il loro decorso. Ne ho conosciuti di figli così. Di alcuni ho visto l'esplosione. Son tanti i mali che possono scaturire dalla mancanza di educazione a quell'eterno linguaggio dei simboli e pure all'incontro di cosucce come amore e morte.

Cos'è un simbolo … un contenitore che vuol dire qualcosa che linguaggio e immagini non son addestrati a dire in modo diretto. Si chiama metafora se è espressa in parole, simbolo se in immagini. Questa divisione è di una stupidità esemplare. Ci basta ricordare che, se leggo, poi immagino. Si tratta, in ambedue i casi, di produzione di immagini, ma l'intellettuale ama complicare le cose. Posso aggiungere che non siamo sempre stati così. Ci basta osservare il cane quando lo si porta a passeggiare. Il suo mondo, a differenza del nostro, è una intersezione equamente divisa percentualmente, di visivo, olfattivo e uditivo. Noi ormai con naso e orecchi sentiamo solo puzze e rumori forti, se ci confrontiamo a loro. Per noi la elaborazione è quasi per un ottanta per cento, visiva e in un brano letterario come nel cinema, pure l'odore viene immaginato. Provate a vedere la scena o la foto di una discarica o di un letamaio e poi recatevi personalmente su quei luoghi. La “botta” ricevuta dall'olfatto quando li avrete concretamente davanti a voi, è una misura che immagine e scrittura non possono descrivere. Si deve recuperare un dato di memoria, un agire indiretto... insomma, siamo ormai quasi esclusivamente visivi.

Cos'è un intellettuale oggi? Quasi sempre una persona che conosce minuziosamente un linguaggio tecnico. Possiede quindi un mezzo. Il fatto che quel mezzo contenga pure un significato sembra non essere strettamente necessario. Ho comunque detto quasi, poiché qualcuno che va oltre esiste. Rari quanto gli artisti, quei pochi veri intellettuali, ci mettono in contatto con i simboli per poter poi “amare” nel senso più profondo del termine. E il vero amare non passa per la comprensione, ma per una sintonia interna che potrebbe essere chiamata “empatia”, ma rifuggo i paroloni, cerco di essere semplice, quindi preferisco esprimermi in modo più comune.

Ed ora un altro esempio di scomposizione intellettuale. La favola è una storia che ha fra i protagonisti anche animali che parlano. La fiaba è una storia senza animali parlanti. Il mito è … la medesima cosa. E … mi domando, se parlassero dei fiori? E se parlasse una roccia? Insomma una scemenza istituzionalizzata. Se fate un esame universitario vi chiederanno la differenza fra favola, fiaba e mito, ma non il significato Favola, con la F maiuscola, che tutte le contiene. Deliziosamente stupido … almeno secondo me … proprio scemo.

Dimenticare quei vocaboli e le loro “sottili” differenze. Questo è uno dei compiti che deve fare chi cerca di avvicinarsi seriamente e umilmente all'essenza. Via il ciarpame! Se è vero che si pensa solo su quel che si ricorda, cosa può nascere dalla meditazione su classificazioni sterili se non altra sterilità? Se a noi esseri umani, per capire la vita, l'amore e non solo, servono immagini che parlino il linguaggio dei simboli, di questo dobbiamo prenderne atto e agire di conseguenza. Che le immagini provengano da una storia fatta di parole o da un disegno, poco importa. Si approda alla fin fine sempre all'immagine interiore ed essa ha alla sua origine una nebbia di sensazioni che lega l'antichità estrema in noi sedimentata e l'io dell'ultim'ora, dell'ultimo attimo.

Esistono due tipi di simboli: quello spontaneo e quello intellettuale.
Posso decidere che una colonna spezzata rappresenti una vita spezzata. Questo simbolo intellettuale funzionerà in una data epoca per una determinata comunità, solo se sarà condiviso.
Il simbolo spontaneo invece è qualcosa di presente in tutti noi e che ci permette di capire non in modo razionale. Leggete o guardate qualcosa e accade che sentiate una grande sintonia che non sapete spiegare. Questo potrebbe essere un sintomo. Altre volte il suo esito si produce in modo meno diretto ma in fondo più potente. Qualcosa nella vostra vita vi turba, ma quel racconto, quell'immagine vi ha dato una chiave che pian piano vi guida.

Veniamo ad un esempio.
Robina celebre; “il sogno di Scipione di Raffaello”accoppiato alle sue “Tre grazie”. Metterle insieme non è una mia scelta per complicarvi la vita. Insieme erano e insieme le ri- metto ...



Se osservate il quadro senza esser stati edotti sul suo significato, vi troverete spaesati. Il motivo è quello che ho dichiarato prima. Ci son simboli intellettuali, che sono caratteristici di un'epoca ben definita e di una cultura che siamo in grado di localizzare. Senza la guida di un intellettuale serio, siam tagliati fuori, prenderemo atto che è un capolavoro sulla fiducia perché Raffaello non si discute, ma ci arrenderemo facilmente. È come se fossimo a tavola con persone che parlano varie lingue. Noi giustamente ci rapporteremo solo con coloro che per noi sono comprensibili.
Fermiamoci ora ad osservare il quadro. Un soldato dorme utilizzando lo scudo come cuscino. E' appoggiato ad un albero. Ha di fianco due donne. Quella di sinistra ha un libro e una spada, quella di destra ha un fiore. Gli oggetti vengono porti al dormiente. Ci vien ovvio pensare che essendo spada e libro dalla medesima parte, qualcosa di affine devono averlo, ma cosa?
Il nostro canone visivo attuale per mostrarci un sogno utilizza un cambiamento di colore (per esempio bianco e nero su scene a colori della quotidianità) o di musica (suono in generale) o di tonalità di voce (questo accade di più nel teatro). Nel fumetto per esempio si creerebbe una nuvoletta che partendo dalla testa del soldato mostrerebbe le due donne che porgono i loro oggetti. Nel canone rappresentativo dell'epoca, per una ristretta cerchia, quel che ha fatto Raffaello era inteso come sogno. Anche all'epoca sua comunque, non si era certo in grado di comprendere che si trattava di Scipione. Si capiva che l'armatura era romana, ma era necessario il titolo per definire l'individualità del personaggio. Sappiamo così che si tratta di un eroe che ancor giovane, quindi prima delle sue gesta, sta sognando. Non sta sognando certo il suo futuro. Egli, che è strumento degli dei, riceve un messaggio che è fondamentale per realizzare quel destino per il quale è stato creato.
Ora andiamo per tentativi. La spada= deve essere forte. Il libro= deve essere preparato. E il fiore? Questo ci rimane inesplicabile. Deve essere gentile? Guardiamo le due donne. Una ha abiti scuri e una chiari. Quella in abiti scuri ha i capelli coperti, tipo lavandaia, e le maniche tirate su. L'altra, quella chiara, è indubbiamente più elegante, le maniche sono srotolate e i capelli non coperti e belli. Potrei dedurre che quella scura, parla di doveri e l'altra di un piacere.
Esaminiamo lo sfondo. La donna in abiti scuri, quella del dovere, ha dietro un castello che è scuretto. Più o meno a metà del tronco dell'albero, sulla sinistra, c'è qualche casa. Ci sono anche nell'immediata destra, e queste ultime sono più chiare. Guardiamo ora a destra dell'albero. Una valle, un paesaggio più luminoso dell'altro che si perde in profondità. Se ci venisse la tentazione di collegare le donne al loro sfondo ecco che il castello sembra ottenibile con il libro e la spada, mentre col fiore … mah, due case, una vallata illuminata. Che si tratti della serenità?
È evidente che ci si può avvicinare a un senso, ma si hanno dei dubbi e con le cose poco chiare la mente razionale non va d'accordo.
Premetto che invece qualcosa a livello simbolico non intellettuale accade e lo spiegherò fra poco.
Passiamo alle “Tre Grazie”. Paesaggio sereno e collinare, tre tipe, nude, una di schiena che ha un pendaglio e i capelli raccolti, quella di destra pure nuda e con una collana che sembra di corallo. Quella di sinistra, velata ai fianchi, ma in un modo talmente leggero che nulla è lasciato alla fantasia. Questo quadretto ci sembra solo una danza o una chiacchierata fra tre donne che forse sono serene. Lo sfondo sembra quello della ragazza col fiore dell'altro quadro. Una relazione con l'altro quadretto risulta quasi impossibile. Possiamo dedurre che ci son tre figure per quadro, che ben cinque son donne e l'uomo è uno solo. Le donne son tutte sveglie, anche gli oggetti che vengono porti a Scipione sono pure tre, ma oltre questo la vedo dura …

Offro ora un dato puramente intellettuale dell'epoca riferendomi al “Sogno di Scipione”: l'alberino è un alloro. L'argomento è quindi la gloria. Smascheriamo il significato dei tre oggetti. Spada = forza, libro = intelligenza, e fin qui possiamo dire che ci ci siamo orientati decentemente, e il fiore = sensibilità.
Se interpelliamo Platone, cosa che Raffaello fece, abbiamo libro = mente, spada=coraggio e diciamo che anche questa volta possiamo considerare di “averci preso”, e il fiore diventa la sensualità.
Siamo davanti ai tre attributi che, se sommati, determinano una vita valida. Le “Tre Grazie” rappresentano quei tre attributi in armonia …

Penso sia chiaro ora, cosa sia un simbolo intellettuale. Noi di un'altra epoca, ne siam tagliati fuori. Poco conta l'appartenere alla medesima “zona”. Possiamo ben dire che noi, la nostra cultura, nella sua evoluzione (o involuzione …) da quella via, da quei simboli intellettuali è passata, ma il tempo è sufficiente per renderlo duro da digerire. In un quadro attuale cosa mettereste per rappresentare quella triadi di significato? Forza-coraggio probabilmente sarebbe affidata ad una pistola, e mente-intelligenza … io personalmente per l'oggi non so; il libro penso che sembri a tutti in via di superamento e comunque non più adatto.
Ragioniamo: l'intelligenza trent'anni fa era rappresentata da due categorie d'uomini: lo scienziato (e sempre lo stesso, Einstein), e il giocatore di scacchi; ma come rappresentarli? Non so cosa abbiate pensato voi, ma trovo che rappresentare i doni della mente oggi non sia facile. Metterci un tablet che da accesso a tutte le informazioni? Forse, ma credo che a nessuno basti un oggetto che può offrire anche la via alla banalità. Il libro rappresentato da Raffaello era, all'epoca e fino al secondo dopoguerra, sensato poiché era con maggiore probabilità, fonte di cultura. E ora veniamo a sensibilità-desiderio.

Io tutt'ora metterei un fiore …

Pensateci. È grandioso. Stiamo scoprendo qualcosa …

Il fiore …

E ora mi incammino nell'inconscio.
Partiamo da Edoardo Weiss, forse il miglior allievo italiano di Freud (Trieste se non erro, sto andando a memoria). Nel suo libro (“Psicanalisi”) trascrive il sogno di una paziente, esattamente un doppio sogno, ma a noi interessa solo una briciola della prima parte. Un uomo suona alla porta. La donna apre, lui le offre tre fiori rossi, lei li accetta. Weiss ci dirà poi che accettare quei fiori equivale ad accettare il rapporto con colui che li ha offerti. Sembra che anche il fatto che siano tre e rossi, sia ricorrente non nella medesima persona, ma nella mente degli esseri umani. Prendo la lente e osservo nel quadro. Un rametto con cinque fiorellini bianchi.
Rimane comunque l'atto fondante del dare il fiore. Io ho fatto caso che di solito, nelle rare volte che è la donna a sognare di offrirsi, si tratta o di un fiore o di un mazzo; comunque di qualcosa che ha valore di unità.
Quel che comunque nel quadro accade è che un simbolo è ancora attuale dopo circa cinquecento anni, mentre uno, la spada, necessita di un corso di aggiornamento e l'altro, il libro, non sappiamo più bene come rimpiazzarlo.
Veniamo ora al motivo che ha fatto mettere a Raffaello spada e libro dalla medesima parte. Essi rappresentano doti dello spirito che richiedono studio ed esercizio. Il fiore rappresenta qualcosa che appartiene al corpo. La sensualità-desiderio non richiede istruzione, ma controllo. Ecco perché son separate. Due entrano nell'uomo e sono l'istruzione e la destrezza. Una dall'uomo esce … ed è la più temuta. Ma quel fiore rappresenta un arco immenso di possibilità, che va dal sesso puro all'amore! Ricordiamoci che questa considerazione è attuale. Un tempo l'amore era una specie di malattia che rendeva l'uomo ridicolo. In “Sopra lo amore” di Ficino, si legge che le donne dovevano camminare per strada a capo chino perché si riteneva che dai loro occhi uscisse un qualcosa che poteva provocare la malattia d'amore in un uomo (il cosiddetto ancor oggi “malocchio”), in un altro passo del medesimo libro ci racconta che se una donna osservasse lungamente un pezzo di vetro, su di esso si depositerebbero delle goccioline (sangue se non ricordo male). Questo dimostrerebbe che dallo sguardo della donna qualcosa parte. Ci basti pensare a come era considerata la capacità di vedere in quei tempi. Si pensava che un raggio partisse dall'occhio, si depositasse sull'oggetto e poi tornasse portando con sé l'immagine. L'occhio insomma era un qualcosa di un po' diverso da quel che è per noi oggi.

Attualmente, la nostra concezione del sesso e dell'amore è decisamente cambiata.
Diciamo che è cambiato il modo di maturare una morale in essi. Si nasce in una cultura che offre valori di tutti i tipi che oscillano da un estremo all'altro. Le due vie per avere dei principi entro i quali autogestirci consistono nell'accettare senza discuterle le regole di un gruppo, (cosa che giudico orribile perché equivale a rinunciare a pensare), oppure lasciarsi andare alle esperienze e trarre da queste le debite conclusioni. La seconda si tratta insomma di una possibilità di vivere sessualità e amore ammettendo che dobbiamo scoprire prima di tutto noi stessi, i nostri gusti, le nostre esigenze e come essi siano appagabili nel contesto nel quale ci è toccato in sorte vivere.

Torniamo al “Sogno di Scipione”. Si può comprendere ora perché i simboli della forza e dell'intelligenza siano meno profondi? Certo. Essi son legati all'evoluzione della tecnica (spada o pistola?) e del concetto soggettivo di intelligenza. Guardate che l'intelligenza attualmente è subdola e ridicola. Si fanno dei test e ti danno un numerino che più è alto più sei un fenomeno. Ma chi va meglio è veramente più intelligente o è semplicemente una scimmia da test? Ovvero un essere più addestrato per farli? Intelligenza e forza son poi valori civili e che la civiltà plasma a suo uso e consumo. L'erotismo, poiché, diciamocelo liberamente, a questo si riduce il fiore, nello ieri più antico e anche nell'oggi, l'erotismo dicevo, la società tenta di addomesticarlo ma sistematicamente non ci riesce. Si pensi a Roma e Venezia che nel cinquecento avevano una popolazione composta dal dieci per cento da prostitute! Erano gli uomini a viaggiare e le mogli stavano a casa e in quelle due città la concentrazione maschile era oltre il resto sempre elevatissima e con un continuo ricambio perché soldati e mercanti, solo per citare le due categorie più folte, non stavano mai molto nel medesimo posto.
Ne “Il sogno di Scipione”, la ragazza che offre il Fiore è bella e con le chiome scoperte. E' desiderabile. Oggi si rappresenterebbe forse un tipo di donna diverso, poiché il gusto carnale è anche frutto di una abitudine civile, ma sempre col fiore.
Qualcosa quindi davanti a quel quadro ci ha comunque coinvolti perché è nostro. Visivamente se la figura femminile ci pare desiderabile, siamo distolti dal fiore. Se lei è sobria, non troppo urlante per i sensi, prevale il gesto e questa sobrietà era valida anche allora. Era così nel '500 ed è così oggi.
Un altro aspetto del quadro ci colpisce, sempre inconsciamente. Le tre figure compongono i tre lati di un quadrato. Questa figura statica, robusta, basata sull'uguaglianza dei lati, prende forma in una sensazione di equilibrio che ha come esito il rendere gradevole l'osservazione del quadro anche se enigmatico. Anche le Tre Grazie tendono al quadrato, un quadrato che, mi si permetta la fantasia, è stato lievemente gonfiato e ci fa “sentire” che se continuo a gonfiarlo diventa una sfera. Torniamo al “Sogno di Scipione” e constatiamo che anche qui i la ti in effetti sono, per così dire, morbidi. Questa tendenza pone esattamente la struttura delle due opere fra quadrato e sfera, rimarcando così la sensazione di equilibrio. Il capolavoro in questo senso è “La Trinità” di Andrej Rublev. Si noti come le tre figure, che son Padre Figlio e Spirito Santo e insieme sono Dio, creano una massa unica sferica. Sfera ed equilibrio, totalità, si appartengono e non si tratta di un valore indotto dalla cultura. È in noi e non accetta discussioni.


Ora che abbiamo scovato simboli intellettuali e spontanei utilizzando Raffaello come cavia, veniamo alla favola di Saint Exupery.

Una favola può essere disegnata, recitata, cantata. Tutto è possibile, ma per essere considerata tale ha bisogno che in essa siano presenti un certo tipo di simboli, quelli spontanei. Hanno un bel dividere le categorie e inventarne di nuove. Che sia fiaba, favola o mito, il principio è sempre il medesimo.

Il Piccolo Principe, giunge sulla terra. Gli ha detto il Geografo che li c'è tanta gente, ma lui non ha trovato nessuno. Pensa di avere sbagliato pianeta quando “Un anello colore della luna si mosse nella sabbia” e con lui ha un dialogo. L'animale, un serpente, domanda: “Ma cosa sei venuto a fare qui?” e il Piccolo Principe risponde: “ho avuto delle difficoltà con un fiore”. …

Eccolo, il medesimo fiore di Raffaello ...

Nel capitolo precedente il geografo gli chiede di descrivere il suo pianeta. Fra le cose enumerate il Piccolo Principe dice: “ Ho anche un fiore”.
Noi non annotiamo i fiori”, disse il geografo.
perché? Sono la cosa più bella.”
I fiori sono effimeri.”
Che cosa vuol dire effimero?”
disse il geografo, “ Quelli di geografia sono i libri più preziosi fra tutti i libri, non passano mai di moda. È molto raro che una montagna cambi di posto, è molto raro che un oceano si prosciughi. Noi descriviamo delle cose eterne.”
Ma i vulcani eterni si possono risvegliare”, interruppe il Piccolo Principe. “Che cosa vuol dire effimero?”.
Che i vulcani siano spenti o in azione è lo stesso per noi”, disse il geografo, “Quello che importa per noi è il monte, lui non cambia”.
Ma che cosa vuol dire effimero?” ripetè il Piccolo Principe che in vita sua non aveva mai rinunciato a una domanda una volta che l'aveva fatta.
Vuol dire che è minacciato di scomparire in un tempo breve”.
Il mio fiore è destinato a scomparire presto?”
Certamente”.
Il mio fiore è effimero, si disse il Piccolo Principe, e non ha che quattro spine per difendersi dal mondo! E io l'ho lasciato solo!”

Nel capitolo XX, passeggiando, si trova in un giardino pieno di fiori. Scopre che sono identici al suo e dialoga con loro, (e chissà come chiamerebbe un intellettuale una favola dove parlano i fiori …). Sono rose e qui scopre la delusione di non possedere in quel fiore qualcosa di unico.
Ora, è evidente che il fiore rappresenta qualcos'altro. Per esprimerlo ci vuole un simbolo. E a Saint Exupery, il fiore, lo sento, è sgorgato da dentro, da quel luogo sacro che immagino posto fra la mente e il cuore.
Il geografo con la sua mentalità, dimostra di voler possedere non la totalità di un oggetto, ma solo alcuni aspetti.
L'effimero è potente. È su tutto quel che vive e che quindi morirà, ovviamente secondo la cultura occidentale. Con quella parola la morte entra in gioco. E quali parole mettereste per spiegare la rosa rossa? (il colore è rivelato dai disegni dell'autore). Io metterei: ragazza amata e anima. Ragazza amata perché c'è quell'aspetto protettivo che il Piccolo Principe scopre essere essenziale verso qualcosa di effimero. E anche per il successivo incontro del capitolo XXI con la volpe. Essa gli fa comprendere come si esce dalla delusione della non unicità del suo fiore. L'unicità è nella relazione. Bellissimo.
Deduco la presenza di un amore perché quando scopriamo che tutti hanno un'anima, decidere di amare la propria poiché è l'unica con la quale si ha abitudine, mi pare forzato. Il procedimento che, lo ripeto, considero nella sua semplicità bellissimo, riassume, simbolizza, una relazione della quale si sta diventando consapevoli.

Perché l'anima. Perché essa è la dimensione parallela e individuale di quell'amore.
Teniamo conto che al capitolo XVII noi deduciamo il finale della favola. Il Piccolo Principe morirà. È evidente e quella consapevolezza ce la portiamo dietro fino alla fine. Non indago il simbolo del serpente, troppo facile, ma porto un passo magistrale del suo dialogo:

Il Piccolo Principe lo guardò a lungo.
sei un buffo animale”, gli disse alla fine.
Sottile come un dito!...”
Ma sono più potente del dito di un re”,
disse il serpente.
Il Piccolo Principe sorrise:
Non mi sembri molto potente... non hai neppure le zampe... e non puoi neppure camminare...”
Posso trasportarti più lontano che un bastimento”, disse il serpente.
Si arrotolò attorno alla caviglia del Piccolo Principe come un braccialetto d'oro:
Colui che tocco, lo restituisco alla terra da dove è venuto. Ma tu sei puro e vieni da una stella...”
Il Piccolo Principe non rispose.
Mi fai pena, tu così debole, su questa terra di granito. Potrò aiutarti un giorno se rimpiangerai troppo il tuo pianeta. Posso...”
Oh! Ho capito benissimo” disse il Piccolo Principe, “Ma perché parli sempre per enigmi?”
Li risolvo tutti”, disse il serpente.
E rimasero in silenzio.

Questo è un dialogo con un oracolo per poter tornare a se stessi. Il pianeta al quale tornare è un modo indiretto per riferirsi al fiore. Questa per me è la pagina capolavoro. In essa c'è tutto. La seduzione antica del serpente, il suo ripetere per la seconda volta la forma circolare sommata al colore dell'oro, alla solarità. Non è il caso che mi dilunghi troppo a parlare dell'Uroboros, questo noto simbolo del serpente che si “mangia” la coda.


Il serpente prendendo quella forma dichiara di essere il padrone del tempo e di conseguenza di essere in grado di creare un ricongiungimento. Questo simbolo è bivalente, sia intellettuale che profondo. Ciò accade perché somma la circolarità e la solarità, che appartengono all'io più antico, col dato intellettuale temporale che corrisponde al dare la forma tonda col serpente. La cultura orientale usa per esempio, invece, il TAO. In questo sento l'anima. Qui, in questo dialogo, Saint Exupery, parla a se stesso. Il fiore, che rappresentava fino a quel momento un amore vero in crescendo, esplode in anima, diventa la massima espansione della vita.

E ora lo sdoppiamento. L'aviatore che incontra il Piccolo Principe è l'autore che incontra la sua anima assetata d'infinito. Dice il serpente: “tu sei puro”, e questo non si dice di un essere umano, ma della sua anima si.
Ma occorre una precisazione. Per noi sono puri solo i bambini …

E ora veniamo alla vita dell'autore. Nacque alla fine di giugno del 1900. Visse un periodo di purezza? Si. L'infanzia e anche l'adolescenza. Fu la prima grande guerra a “rompere tutto”. La madre andò a fare l'infermiera in un ospedale e lui fu mandato in collegio. Si aggiunga la morte del fratello nel 1917 che rende quell'idillio definitivamente irreversibile …
Osserviamo ora i disegni dell'autore. In alcuni di essi sembra che il Piccolo Principe sia un bambino, in altri, un adolescente. È evidente che è presente, nella sua vita, una nostalgia di quell'idillio che fu l'età con la famiglia. Quell'atmosfera è creata nella favola. Essa è lo scopo che spinge a scriverla. Ma quell'idillio finì con la partenza della madre, il collegio e la morte del fratello. Quindi anche nella favola, l'atmosfera ricreata, rivissuta con nostalgia e angoscia, deve terminare. Ma quel terminare della favola, a differenza della realtà dell'esistenza che toccò a Saint Exupery, è di fatto un ritorno e la rosa si fa madre, la prima donna amata da ogni uomo.
Penso anche che, come accade nel primo capitolo di “Lolita” di Nabokov, la visione femminile che ha guidato nella mente lo sviluppo della favola, fosse un'adolescente. Quel primo amore che gli eventi non gli permisero di vivere fino in fondo e che ogni tanto ritrovava sul volto, nelle movenze, nel dialogo di qualcuna. Lui, ormai adulto nel corpo e poi maturo, rimase fermo, bloccato a quella prima fanciulla.

E volare … volare era uno staccarsi dalla terra in tutti i sensi. Il meraviglioso del cielo, era un attimo di tregua da quella vita nella quale era stato gettato con troppa violenza psichica, dalla prima grande guerra. L'immagine che mi viene è di un ragazzino al primo amore, che si accinge a recidere il cordone ombelicale, ma la mano dei tempi, possente, lo tira e il cordone si strappa, lasciando una ferita che sanguinerà anima per sempre. Il passaggio dalla madre alla ragazza amata non si attua. Si rimane in bilico fra due mondi, disorientati, e solo sull'aereo, mentre si vola, solo in quel momento, con i parametri sotto controllo e isolati da terra, ci si può lasciare andare.

E poi l'aereo è anche una macchina dello spazio. Non può certo ricondurre a quel passato, ma accedere a mondi distanti, rasenti l'irrealtà e forse irreali, questo può farlo e lo vedremo nel capitolo “Oasi” del volume “Terra degli Uomini”, nel quale la figura femminile originaria, quella per la quale si stava autorecidendo il cordone ombelicale, si mostra in tutta la sua purezza.

Veniamo poi ad un altro punto di collegamento fra “Terra degli Uomini” e “Il Piccolo Principe”. Si tratta di una immagine, che troverete nel prossimo post dedicato a quel libro.

Nella mia interpretazione della favola, ho cercato di far “toccare” con l'anima, dei simboli spontanei autentici. Nel prossimo post, vedremo di nuovo il simbolo della forza, ma in forma di progresso collettivo che “usa” il singolo, cosa peraltro già presente in “Volo di notte”, e l'esatta situazione che ha dato origine alla sua celebre favola.

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