venerdì 28 dicembre 2012

Saint Exupery - "Volo di notte" (parte prima)


Spesso regalo libri e per me, che non seguo le mode, si tratta di una disavventura costante. Mi recai in una grossa libreria e chiesi, dopo aver razzolato un poco nella quantità, cosa avevano di Saint Exupery. La commessa, deliziosa, mi chiese “cosa cerca?” ero sorpreso. Giovane bella e colta? Son già morto e si tratta della libreria dell'aldilà? Chiedo: “Viaggio in Oceania”. Lei risponde prontissima: “Non l'abbiamo”, “e cosa avete?”, “Il piccolo principe” …

Mi era già capitato una volta e in questa seconda son stato perfido. Non esiste il libro “Viaggio in Oceania”, gliel'ho detto. Le ho anche detto che lei conosce di Saint Exupery sola la favola. È crollata come un castello di carte. La finzione. Ovunque la trovo. Ma cosa le costava chiedere cosa m'interessava e verificare al computer! E invece fingere di essere quel che richiede una vita, ovvero un essere pensante …

A ma piace immensamente trovare in libreria la persona che sa, ma non si tratta di una razza in via di estinzione … è già estinta.

Alla bella commessa ho chiesto di ordinarmi due libri. Lei cercava di salvare la sua apparenza e ad ogni parola si inabissava sempre di più.

Non ho certo goduto nel ferirla. Non voglio ferire, ma essere lasciato in pace. Se quel che amo non posso condividerlo che raramente ebbene, mi si lasci al mio mondo. Non sono più disposto ad accettare di stare al gioco della finzione. Il tornaconto in questo caso era il relazionarsi con un grazioso mammifero. Forse un tempo sarei stato al gioco. In me c'era un maschio che annusava l'aria e stava attento. Ora il maschio dorme, e non è questione di età o malattia, ma di una delle tante forme della solitudine. Un rapporto sessuale può durare un'ora? Diciamo di sì e mettiamoci una pietra sopra sui tempi da vero uomo e quelli da coniglietto; quel che mi interessa è l'enorme voragine di tempo fra un rapporto e l'altro. E di cosa ci parlo con una commessa così? E di cosa posso parlare di solito con la maggioranza delle persone?

È un'esperienza comune. Non son certo l'unico a soffrire di questo. Lo raccontava già Musil nel suo celebre romanzo, di gente che si preparava per uscire e poi camminava per la strada simulando di avere da fare. Esaurirsi nell'azione, senza un senso ora è diventato la normalità.

Si inneggiano per esempio i nuovi sistemi di comunicazione. Ora in un attimo parli con tutti ovunque; il mezzo quindi è a livello ottimale, ma … e il messaggio? Quasi sempre banale. Così è Facebook e twitter non è da meno. Che senso ha iscriversi ad autostrade rapidissime di comunicazione se non si ha quasi nulla da dirsi e se molto di quel che si dice, come nel caso della commessina, è finto? E si badi bene che prima di criticare ho sperimentato, ... come di solito leggo i libri sui quali spendo qualche parola. Ricordo per esempio la moglie di un grande sceneggiatore che diceva che Eco era illeggibile. Quando le dissi che “Baudolino” per esempio era godibile e grazioso, mi ha contestato. Ho verificato furbescamente come con la commessa e poi l'ho messa davanti al fatto compiuto che l'aveva criticato senza leggerlo … meglio soli? Sì, e sempre più spesso.

Veniamo a Saint Exupery. Di lui si sa che era un aviatore e che ha scritto una favola: “Il piccolo principe”. Se sappiamo solo questo è perché il nostro tempo non si degna di offrirci il valore. Voi non dovete pensare, ma consumare! La favolina è vero che fa pensare, ma la si diluisce con immagini spesso veramente piacevoli ed ecco che non ci si aspetta di trovare troppi gioielli in poco spazio …

E Saint Exupery ha fatto dell'altro, dell'altro che merita di essere ricordato.

Se fate un salto in profumeria potete chiedere di provare il profumo “Vol de Nuit”. Vi chiedo di farlo e di osservare la bottiglietta color cielo notturno e ricordare che la ditta Guerlain la produsse in onore di un libro che fu un evento.




Vedete, morire verso la fine della seconda guerra è stato per vari autori, un disastro. Iréne Nemirovskij finita per malattia in un campo di concentramento è “risorta” perché le figlie si son rese conto che un diario rimasto nella valigia che aveva lasciato, era invece un romanzo: “Suite francese”. Da questa riscoperta, a catena, son ri-apparsi vari romanzi e racconti eccezionali.

Un altro caso, ancora seppellito sotto troppo anonimato, è Joshua B. Singer. Suo fratello, Isaac, ha anche vinto il Nobel per la letteratura e ha sempre detto che quello bravo e dal quale ha imparato, era Joshua, … ma se nessuno te lo dice, non lo apprezzerai mai e chi dovrebbe … come la commessa, fa finta di sapere, ma non sa.

E così è per Meyrink, che forse qualcuno ricorda per il romanzo “Il Golem”, ma che per altre cose come “L'angelo della finestra occidentale” merita enormemente di essere letto.

Saint Exupery muore, anzi, scompare il 31 luglio del 1944. L'aereo sparisce e, come è accaduto a Elvis Presley e pochi altri, c'è chi ha pensato che si sia limitato a svanire. Comunque sia andata la faccenda essendo lui nato nell'anno 1900, penso sia ragionevole dedurre che sia comunque defunto …

La bella favola, perché anche se non ne parlo, comunque si tratta di qualcosa di amabile, è del 1943 e viene dopo libri eccezionali come appunto “Volo di notte” del 1931 e “Terra degli Uomini” uscito nel 1939 contemporaneamente negli USA e in Francia.

Posso prima di tutto consigliare agli affezionati lettori della favola, di leggere questi due libri per comprendere quali frutti dell'esperienza son stati spremuti per arrivare a quel risultato. Si tratta di un filo magico che ci mostra come può accadere che la vita vissuta, anche la mia, la vostra, può essere trasfigurata ed elevata in modo indimenticabile.

In questo post mi concentrerò, brevemente, lo prometto, su “Volo di notte”.

Offro prima di tutto qualche informazione, qualche istruzione per l'uso che può semplificare la lettura, poiché descrive un mondo che non esiste più.

Siamo negli anni trenta. I trasporti avvengono via treno e, ormai, via automobile, ma sta nascendo un mezzo che potrebbe essere ancora più veloce: l'aereo. Il suo periodo pionieristico è per noi ora di difficile comprensione. Siamo nel presente dei jet e il passato raramente ci sfiora. Cerco di offrire un esempio con un oggetto che potete vedere in gioielleria e che probabilmente conoscete: l'orologio Santos di Cartier.






Santos Dumont era un miliardario brasiliano che tentava i record di volo. Si trattava di riuscire a staccare da terra un trabiccolo di tela e legno munito di elica e cronometrare prima quanti secondi stava in aria, poi minuti, ore, poi traversate di mari eccetera. Il signor Santos chiese all'amico Cartier di produrre un orologio che permettesse di poter controllare con rapidità i tempi. Esistevano solo orologi da taschino e il tempo di tirarlo fuori poteva corrispondere se per esempio si aveva un po' di pancia, al volo medesimo. Louis Cartier fece quell'orologio con le viti a vista che è tuttora famoso (direi uno status symbol). Per l'epoca, nella quale si ornavano ancora gli oggetti, produrre un design decisamente industriale, era una novità forte. Rappresentava l'azione, il produrre un oggetto non lezioso ma d'uso, e l'uso era un'avventura considerata al limite. Faccio notare che qualcuno già portava l'orologio da polso, erano i dandy e gli ambigui, e il “cinturino” consisteva in un nastro color giallo limone. Si può così cogliere la forza simbolica dell'oggetto. Nemmeno l'ambiguità sessuale poteva scalfirne l'immagine del rischio estremo al quale chi lo portava, volontariamente si sottoponeva.

Sì. l'avventura di fine ottocento e dei primi del novecento. Un mondo finito del quale rimane qualche traccia se vi capita di mettere piede in una libreria antiquaria per ragazzi oppure nel solaio di una persona che aveva dieci anni negli anni cinquanta. Da bimbi le favole, da ragazzini i libri di avventura che si dividevano in romanzi più o meno di fantasia come ad esempio un Emilio Salgàri da Torino che mai uscì da quella città ma che disegnò l'oriente nella fantasia di tante generazioni, oppure in resoconti di viaggi estremi. I conquistatori dei Poli erano di gran moda per esempio, la scoperta delle sorgenti del Nilo al lago Vittoria (il dottor Livingstone suppongo...), i cercatori d'oro, il polo Sud, Le montagne più alte, i voli aerei, in mongolfiera eccetera. I quotidiani seguivano con trepidazione quegli eventi. Erano le dirette dell'epoca. Famoso per l'Italia fu Umberto Nobile e il suo dirigibile. Dopo la “diretta” giornalistica, poi radiofonica, ecco i libri con disegni a colori. Ecco il trampolino di lancio della fantasia dei ragazzini fino agli anni cinquanta del novecento.

In quest'ottica va introdotto “Volo di notte” di Saint Exupery. Il fatto accade in sud-America. Gli aerei han già del metallo nella carlinga, volano comunque solo ai duecento orari e solo di giorno, perché il volo era a vista. Io ci ho provato. Hai una carta, la bussola, ti guardi intorno e cerchi di capire quando un paese che vedi dall'alto assomiglia a quello del foglio. Un casino. Io facevo la rotta, un amico guidava. Era ovviamente un gioco, ma mi è servito per capire quanto l'avventura descritta da Saint Exupery, e da lui realmente vissuta, era difficile. E poi, volare di notte … il libro ci racconta di un primo tentativo. Qualcuno organizza collegamenti da tutti gli stati del sud-America. Si arriva a Buenos Aires e da qui un aereo attraverserà l'Atlantico per andare in Europa. L'impresa è al limite delle possibilità tecniche dell'epoca. È una sfida fra treni più navi, e aerei. Il treno può battere l'aereo se questo viaggia ai duecento orari solo di giorno. Se viaggerà anche di notte invece, la posta per esempio preferirà gli aerei. Trasvolare l'oceano richiedeva circa quindici giorni ad una nave a vapore. L'aereo avrebbe stravinto, ma il limite tecnologico dei mezzi avrebbe portato ad un prezzo spropositato in vite di piloti.

Ecco la situazione che presenta il libro. L'avventura, l'eroe di quell'epoca che oscilla fra avventura pionieristica e record sportivo vissuta dalla mente di colui che ha organizzato quei voli. Il libro oltrepassa l'avventura fine a se stessa. Essa contiene il dubbio, la possibilità del dolore, il dramma.

Non si tratta di un gioco, come troppo spesso quelle operazioni venivano presentate.

Ma di una verità che è composta anche della possibilità della sconfitta.

Esiste una scena che amo moltissimo. Il pilota che dalla Patagonia vola verso Baires e si trova in un enorme bufera. Decide di uscirne dall'alto, poiché sotto di lui ci son colline e così, senza visibilità, rischierebbe di schiantarsi. Ed eccolo che si trova oltre le nuvole. Il cielo stellato sopra di lui e una luna potentissima. Sotto, le nuvole, che riflettono tutta la luce lunare e brillano in modo irreale.

A dirlo così è bello, non trovate? Quasi una visione fantastica. Il peccato è che a molti di voi è capitato … e anche a me. La differenza, se si è letto il libro, è che si è più sensibili a quella situazione e ci si commuove. Ve lo garantisco. E ovviamente influenza questa reazione anche il finale del libro che non vi rivelo. Vedete, attualmente, un po' grazie ai film nei quali ormai tecnicamente si può tutto, e un po' anche perché situazioni che una volta erano rare come anche volare, son diventate comuni, e poi il fatto che andare al Polo o sorvolarlo o girare il lago Vittoria, son cose facili, fa si che per noi, una certa capacità di meraviglia, di fascinazione, è finita. Ci rimangono le piccole cose, quelle che nessuno ci mostra e che si scoprono quasi per caso e troppo spesso da soli, come la tenerezza di un cucciolo, un seme che diventa pianta eccetera.

Saint Exupery in questo libro ci mostra un mondo ormai terminato. Ora quella medesima ansia di crescita, di conquista, spetta forse solo all'astronauta, e anche lui agisce in modo che sa troppo di sport e ben poco di avventura ...
Ecco alcune belle frasi tratte del libro:
"...Lo scopo forse, non giustifica niente, ma l'azione libera dalla morte."
"... Noi non chiediamo di essere eterni, ma di non vedere gli atti e le cose perdere improvvisamente il loro senso. Allora il vuoto che ci sta intorno, si mostra."
" ... La fatalità esteriore non esiste. Ma c'è una fatalità interiore: un momento arriva, nel quale ci si sente vulnerabili, e allora gli errori attirano come una vertigine."
"... Benchè la vita umana non abbia prezzo, noi operiamo sempre come se qualche cosa la sorpassasse in valore ... "
" ... Quel che è vivo rovescia tutto per vivere e crea, per vivere, le sue leggi ..."
" ... Per farsi amare, basta saper compiangere ..."
" ... Invecchiava. sì, poichè nella sola azione non trovava più il suo nutrimento."
e una ultima che mia ha dato molto da pensare:
"... E' solo del mistero che si ha paura. bisogna che non vi sia più mistero."
Quest'ultima frase ha senso per il libro, ma in senso generale è vero il contrario.
Riuscite ad immaginarla la vita senza mistero? angosciante.... Se tutto quel che è, è semplicemente quel che è, ci tocca la nevrosi. Per esempio ...in fondo, il comunismo russo crollò per eccesso di realtà. Dedusse che se tutti avessero avuto la pancia piena sarebbero stati felici. e invece no, quando la pancia è piena si inizia a pensare. ... Ma era proibito, e allora si ubriacarono, si anichilirono, si suicidarono, che è solo un agire più rapido dell'alcol.
Noi siamo mistero.
Tanti perchè la scienza non li può nemmeno sfiorare.
La società occidentale non è da meno di quella comunista, pretende di darci certezze. La scienza, come una religione laica si incarica di risolvere tutti i dubbi e a noi, anzi, a voi, è dovuto, con obbligo, il ruolo di consumatore. chi si esime, chi capisce che non va, è considerato malato mentale, disadattato. Niente mistero è una forma di morte quindi, ma per il libro, per quella specifica situazione, è vero il contrario.
ciao




lunedì 24 dicembre 2012

Ennio Flaiano e Fellini: seconda parte


Per riuscire ad inoltrarsi in questo post è necessario avere la possibilità di vedere e rivedere certe scene de “La dolce vita” e di leggere e rileggere il racconto “Adriano” tratto dal volume “Una e una notte” di Ennio Flajano.
Cerco ora di posizionarli nel flusso storico. Il volume di Flajano è edito per la prima volta nel 1959. Il Film risulta datato 1960, ma so per certo che la sua lavorazione non fu immediatamente precedente a quella data. Veniamo ai fatti: ci fu un problema con il primo produttore e il secondo, che fu Angelo Rizzoli, il celebre editore fu protagonista di una vicenda che ho l'impressione sia poco nota, ma che diventa molto importante per quel che intendo scrivere: a Rizzoli il film non piaceva per niente, lo giudicava troppo esplicito come messaggio sessuale. La sua posizione fu così netta che preferì rimetterci il costo di produzione e diede ordine di archiviarlo senza metterlo sul mercato. Accadde però che a una sua segretaria chiesero un film della sua casa di produzione (Cineriz), da presentare ad un festival in Svizzera. Lei non sapeva del divieto di diffondere quella pellicola e la diede. Si deve quindi al caso l'uscita di questo capolavoro.
“Una e una Notte”, il volume che contiene il racconto “Adriano”, fu pubblicato per la prima volta nel 1959. Quel che mi interessa mostrare è il grande lavoro attuato dietro le quinte da Flajano, per portare a maturazione le scene del film e vedremo che il nocciolo delle idee fondamentali sono presenti al racconto “Adriano” che può essere considerato, come stesura, coetaneo del film.

Devo fare un'altra precisazione: la collaborazione seria, vera, profonda, di Fellini con Flajano, ebbe il suo battesimo vero ne “I vitelloni”. Dico battesimo vero poiché per la prima volta lo scrittore ebbe uno spazio notevole nella progettazione del film. Vi porto qualche esempio: il titolo, “I vitelloni”, non viene dal dialetto di Rimini come solitamente si pensa. Il vocabolo originario è “vudellone” che tradotto alla buona sta per budellone e indica quella persona che non non fa niente dalla mattina alla sera, sta al bar a giocare a biliardo o a carte eccetera. Esattamente il personaggio che nel film è interpretato da un ottimo Alberto Sordi. Negli anni che precedono la preparazione de “La dolce vita”, Flajano ha pian piano introdotto, nel rapporto con Fellini, un modo di lavorare che penso si chiarisca da sé con un esempio. Si consideri la scena de “La dolce vita” nella quale, a piazza del Popolo, viene caricata la prostituta in macchina, si recano a casa sua, eccetera. Vi racconto come si arrivò alla scena del film. Fellini e Tullio Pinelli, andarono a casa di Flajano e gli dissero che avevano in mente di mettere una scena nella quale Mastroianni e la sua avventuretta, avrebbero caricato una prostituta, si sarebbero fatti portare a casa di lei e così avrebbero potuto mostrare la tristezza della vita di questa donna che avrebbe di conseguenza rappresentato tutta la sua categoria, e non solo, poiché si intendeva riprendere anche il quartiere in generale. Vi invito a notare come la scena sia ancora profondamente attaccata al neorealismo … Flajano li ascoltò e poi rispose che la situazione non era così come loro l'avevano immaginata, quello era appunto neorealismo, che ormai, a differenza delle origini, non rappresentava più, come tutti pensavano, uno specchio fedele della realtà. Li portò a piazza del Popolo, fermarono una prostituta, che come nel film manifestò una certa diffidenza poiché si trattava di tre uomini ma cedette davanti al loro fare tranquillo e al fatto che la pagavano non per fare sesso ma per poter prendere il caffè a casa sua. Da qui inizia la scoperta di una donna che ha scelto la prostituzione non per miseria, ma come via molto più rapida di quella normale per ottenere una normalità che consisteva in un appartamento del quale doveva finire di pagare le rate e in tutta quella serie di piccole esigenze ormai indotte dal boom economico. Veramente Fellini Pinelli e Flajano camminarono sulle assi di un pianoterra allagato e presero il caffè sentendo le lodi del tavolino sul quale erano appoggiate le tazzine …
Penso che la conoscenza di questo fatto, renda evidente il lavoro grande di Flajano. Sgretolare i luoghi comuni presenti nella mente degli altri due, e porli davanti alla realtà senza i patetismi venuti di moda col neorealismo. Vedete, ci fu un modo di vivere, un uscire insieme e dialogare vivendo. Quel che accadde fra Fellini e Flajano non fu semplicemente un lavoro. Immaginate attualmente i compartimenti stagni dei un film. Si cerca un'idea (quasi sempre scollata dalla realtà ma affidata al senso comune come accadde con la scena iniziale della prostituta), si scrive un soggetto, qualcuno che spesso nemmeno dialoga col regista prepara la sceneggiatura, e … mettetela come vi pare, quell'unione di menti che si frequentano per arrivare ad una buona sintonia, e che richiede tempo, oggi non è considerata una variabile capace di influire sulla qualità di un film. É una voce che incide sul costo di produzione e quindi viene annullata. Quando accade, si tratta quasi di un miracolo. Così fu per esempio dell'incontro fra Wim Wenders e Peter Handke.

Veniamo al racconto “Adriano”. È diviso in sette capitoli, ognuno con un titolo. In esso, in generale, sentiamo la presenza di un mondo vecchio e un mondo nuovo che sono sovrapposti. Il mondo nuovo prenderà definitivamente piede, e Adriano è in bilico fra le due realtà. La scena chiave è nell'ultimo capitolo. Il protagonista è in aperta campagna e sta cercando dei ruderi antichi. Ferma la macchina e cerca il sentiero. Non lo trova ma, incrocia casualmente una donna e le chiede la strada. Il momento è cruciale. Lei si presenta esteriormente come una ragazza di città. Riporto per comodità, il passo:
“ Da un altro sentiero, che saliva dalla pianura, vide allora avanzare una giovane donna. Doveva essere bella ed elegante e man mano che si avvicinava Adriano si chiedeva chi potesse essere: l'avanguardia di una comitiva di turisti? -una donna delusa che, come lui, andava a cercare la pace in quella desolazione?- una fidanzata che ha piantato di colpo il fidanzato per una lite e ora finge di volersene tornare a piedi in città? Sembrava una signora da album di mode, l'abito celeste ampio e sciolto, trattenuto giù ai polpacci da una cintura ornata di fiocchi, il viso imbambolato (come appunto richiedeva l'abito infantile), gli occhiali da sole ornati di lustrini, l'andatura dinoccolata”.

Nel linguaggio utilizzato si sente ormai il peso del tempo, e siamo solo nel 2012, quindi devo dare qualche chiarimento. Quasi più nessuno dice fidanzato o fidanzata, ma boy friend o semplicemente il mio ragazzo o la mia ragazza. I lustrini sono ora Pajettes. L'album di mode invece, si può dire che non esiste più: si trattava di una pubblicazione che conteneva i cartamodelli dei vestiti in voga. Immagino che molti abbiano mentalmente tradotto “album di mode” con “rivista di moda” immaginando una rivista come per esempio Vogue, ma si tratta completamente di un altro oggetto e con una funzione, in questo contesto, rivelatrice. Le riviste di moda, più o meno come le nostre attuali esistevano, ma se piaceva un vestito, ancora pochi lo comperavano confezionato. Si comperava l'album di mode e poi, o l'abito veniva fatto in casa, poiché tutte le donne sapevano più o meno cucire, oppure, per i più abbienti, si andava dalla sarta. Questa precisazione potrebbe sembrare una divagazione, ma non è così. Essa fa sentire a noi, anche per mezzo di un dato ormai storico e quindi non utilizzato come significante chiave dall'autore, quel passaggio fra due modi di vivere che si stava consumando all'epoca del racconto. Immaginate ora il popolo che si fa il vestito in casa e la borghesia che va dal sarto e che inizia ad andare nel negozio nel senso che lo intendiamo noi oggi. La scena che la ragazza presenta, così accuratamente alla moda, come una ragazza di città (e così anche Flajano la definisce in un altro passaggio), non è di rapida preparazione come quella di una ragazza odierna. C'è un lungo lavorare di ago e forbici, per costruire quella che l'autore, poche righe più sotto non esita a definire una “maschera”. Abbiamo dunque una ragazza di campagna, che parla in dialetto e ha modi che possiamo definire tranquillamente dialettali o popolani. Quell'abbigliamento che rappresenta l'epoca che sta avanzando, quella del boom economico, è quindi portato da una personcina appartenente al “mondo” che sta finendo. L'abito non aderisce ad uno stili di vita interiorizzato. L'insieme diventa così grottesco. L'imitazione del nuovo funziona finché lei tace, ma col dialogo questo essere in bilico fra passato e futuro si “sente” in tutto il suo stridore.

Passiamo ora a “La dolce vita”. Non è importante cercare una figura identica a questa appena analizzata, ma quel significato. Abbiamo già una metamorfosi sconcertante nella prostituta precedentemente descritta, che quando dialoga a casa e serve il caffè, sembra in tutto e per tutto, e in effetti lo è, una persona qualsiasi con la sua vita ordinaria non sporcata da nulla di moralmente discutibile. Saltano certe norme, segno evidente questo, del passaggio alla nuova era del boom economico. La regola sacra diventa la seguente: ottenere! Questo è l'imperativo! Qualsiasi strategia è accettabile. Qualcuno qualche anno prima, un certo Michelangelo Antonioni, aveva già dimostrato l'esistenza di questo cambiamento, in modo forte nel film “I vinti” dando però una motivazione diversa. Egli descrive la generazione che diventa maggiorenne agli inizi degli anni cinquanta, che ha caratteristiche storicamente tremende. Nata e allevata sotto il fascismo, con culti e stili discutibili, ebbe poi padri assenti nell'adolescenza perché c'era la guerra. Tutto coerente nel film, e penso debba far pensare il fatto che la generazione descritta ne “La dolce vita” e “Adriano”, per motivi diversi, ovvero il cambio epocale del sistema di produzione con tutto quel che ne consegue, porta con se le stesse problematiche.

Quel che ne “La dolce vita” accade, non è, come nel racconto di Flajano, la costruzione di una persona antica con una maschera nuova, ma la coesistenza di persone antiche e nuove a diversi gradi di metamorfosi o alienazione nel tentativo di adattamento. Nel film, la fidanzata di Mastrojanni è indubbiamente carica di valori che son sentiti come vecchi. Sposarsi, la vita di coppia, sembrano assurdi ad un Mastrojanni che vive la dolce vita romana a piene mani. Un altro personaggio del vecchio mondo mentale è sicuramente lo scrittore che si suicida. Egli mima il nuovo modo di vivere, ma in lui la crisi si fa estrema. La sua uccisione anche dei figli, che teneramente ama e mette a letto come il migliore dei padri, equivale ad un liberarli da un futuro che non è accettato.
Esiste poi una figura che amo moltissimo e che per me è il capolavoro … di chi? Di Fellini? Di Flajano?
E qui ci si deve chiarire una volta per tutte. Ci hanno insegnato che il film è del regista, ma non è sempre vero. Spesso c'è dietro, o non troppo dietro, una mente notevole. Fellini aveva buone idee, un buon uso della macchina da presa e … una capacità eccezionale nel creare un gruppo, quel che cinematograficamente si chiamerebbe cast. Guardate che non è facile ammettere che il tale è bravo e tenerselo ben stretto! Il narcisismo, particolarmente fra artisti, crea situazioni inimmaginabili … Lui Fellini, lo fece e questa umiltà fu ripagata. “I vitelloni”, “La dolce vita” e “Otto e mezzo”, son considerati capolavori. Ebbe poi la buona idea, dopo aver vagato un po' quasi solitario, di legarsi a Tonino Guerra ed ecco altri due capolavori: “Amarcord” e “E la nave va”. Non fu il solo comunque. Antonioni col film “La notte”, che considero il capolavoro assssssoluto del cinema italiano, riuscì a riunire Flajano e Guerra, con la presenza del regista asssssssolutamente più innovativo a livello mondiale, nell'uso della macchina da presa qualcosa di eccezionale non poteva non nascere. Si può notare, oltre il resto, che questo film potrebbe essere considerato come una possibile puntata successiva a “La dolce vita”. Mastrojanni ha sempre il ruolo dello scrittore. Se ne “La dolce vita” sta scrivendo un libro, qui è ormai lanciato e si potrebbe pensare che la coppia in crisi di un film sia stata ripresa pari pari anni dopo, scoprendo così che si son sposati e che incontreranno un ultimo momento fragile, in quella “strana” “Notte”, sensuale e tentatrice per entrambi.

Domanda? Se Flajano era così bravo, perché Fellini ad un certo punto lo “mollò”? Accadde che, dopo “Otto e mezzo”, si dicesse con troppa insistenza “il film di Flajano” e questo fece male al narciso felliniano. Si limitò a “lasciarlo andare” verso altre collaborazioni, non proponendogli più nulla. Flajano, quando gli chiedevano spiegazione sul distacco spiegava che l'amico, con “Giulietta degli spiriti” si era inoltrato nello spiritismo, materia nella quale lui non si considerava competente. Risposta politicamente corretta? Sembra, ma è anche vera. Si vedano su You tube i video di Gustavo Rol e si comprenderanno molte cose ora dimenticate …

Dopo queste parentesi torniamo alle figure antiche o nuove, figlie del boom economico, presenti nel film di … Flajano. Verso la metà della pellicola, troviamo Mastrojanni seduto in un ristorantino che da sulla spiaggia. Una parte è in muratura bianca e un'altra è di … come definire quei muri fatti di canne che possono sì delimitare uno spazio ma ci rendono difficile affermare che siamo in una stanza? Osserviamo il fotogramma che segue. Vediamo il lato del ristorante fatto in muratura e, riflesso su questo uno dei “muri” fatti di canne. Ebbene, il vocabolo giusto ce lo offre Flajano nel racconto “Adriano”. Si chiama cannucciato. La ragazzina inquadrata è importantisssssima. Riepiloghiamo: la fidanzata del protagonista è in crisi nera (e poi scopriamo, dal film “La notte” che ce la farà...), lo scrittore prova a mettersi al passo con i tempi ma si suicida e libera del futuro anche i figli piccoli, ed ecco Paola, che rappresenta il mondo antico, quello che sta finendo, in tutta la sua purezza e il suo splendore, senza alcuno sforzo di adattamento al nuovo modo divivere. La scena inizia con Mastrojanni che telefona alla fidanzata e litigano. Ha fatto abbassare il volume del junke box ordinandolo in malo modo alla camerierina. Questa obbedisce e accetta il suo ruolo subordinato senza rancore. Mastrojanni torna alla macchina da scrivere che è a un tavolo della sala “all'aperto” del ristorante, e Paola, quella della foto, mentre apparecchia, canticchia. Mastrojanni si irrita nuovamente e chiede silenzio, ma si rende conto che non riesce a scrivere e dialoga con lei. Questo è il momento grande del film. Finalmente Mastrojanni “vede” la bellezza di quel mondo che sta finendo. Ricordiamo che “La dolce vita” è la seconda parte, diciamo così di qualcosa di più vasto che è iniziato con “I vitelloni”. Si fa presto anche a “incollare i ruoli”, poiché si sa che Sordi bramava il ruolo che fu dato al bel Marcello. Se Sordi lo avesse ottenuto, determinati ragionamenti, e il fatto stesso che i film erano collegati, sarebbe stato più evidente. Mastrojanni è dunque il provinciale che è giunto a Roma e che ha perso completamente il contatto con il suo passato e il suo significato. Per sottolineare l'enormità del cambiamento avvenuto, abbiamo la scena del padre, che viene a Roma a trovarlo. Egli non regge il ritmo del figlio e “sentiamo” che non è solo questione di età. C'è qualcosa che travolge anche la psiche più decisa quando ci si trova calati improvvisamente in un'altra realtà e poi, quando detta realtà contiene e offre senza alcuna fatica, ciò che eroticamente si è desiderato per una vita … si crolla, e si prende subito il treno per tornare a casa.
Siamo dunque al momento magico. Mastrojanni “vede” e “sente” tutta la bellezza di Paola. Le dice che è bella come gli angeli della pittura umbra, regione dalla quale proviene, e non si dimostra insensibile quando lei dice di arrivare quasi alle lacrime quando la domenica è li a lavorare e non



la famiglia. La famiglia … il frutto dimenticato. Lui, Mastrojanni è il fiore maschile, la sua fidanzata è il fiore femminile e il frutto, ormai antico, l'unione stabile, brilla nelle parole della quale la ragazzina con quelle parole che pronuncia, incarna il risultato. Osserviamola. Sarà figlia ancora per poco e poi donna. La scelta dell'attrice fu eccellente e si sa che Fellini dedicava mesi e mesi a questa selezione.
Per l'epoca, quell'attrice, si trattava di un frutto acerbo e secondo me riesce ad essere percepita un po' così, anche oggi, anche se per motivi diversi. É pulitina, ordinata, acque e sapone. Si direbbe un tipo di femminilità in via d'estinzione se non già estinta, nella cultura consumistico occidentale. Per tanta gente che la vede oggi, non si tratta di un angioletto della pittura umbra, che forse non ha mai visto, ma di qualcosa di quasi etereo. La nostra attuale percezione della femminilità è cambiata tanto. Per l'epoca invece, era sicuramente una ragazzina anche perché mancava della “polpa”, qualche chilo di carne, forse anche una decina, per avvicinarsi all'ideale femminile in voga. La Bardot, che era uno scricciolo, era un'eccezione. Si riconosceva comunque anche a questa Paola, a quel tipo di signorina, un fascino che aveva una matrice più intima, affettiva. Anche l'abbigliamento è stato scelto con cura. L'abitino a quadretti, chiuso fino all'ultimo bottone, rappresenta una visione che permette alla licenza erotica più grossolana, di appigliarsi solo ad un piccolo accenno di seno … e all'epoca non bastava. Negli anni cinquanta le donne non avevano gambe, ma cosce … non so se mi spiego, la carnalità proprio diversa.
Paola, la dolce camerierina, potrà riaccendere il junke box, ma quel dialogo ha sortito un effetto: Mastrojanni ritelefonerà alla bistrattata fidanzata. Si riapre quindi il dialogo e si dimostra a noi, che stiamo guardando il film, che non è impossibile immaginarli anni dopo, sposati e belli come nel film “La notte” nel quale, sempre Flajano, fu il burattinaio e creatore.

La ragazzina, l'angelica Paola, la rappresentazione bellissima dei quel che il boom economico sta sgretolando, riapparirà dopo più di un'ora di pellicola, alla fine del film.
Mastrojanni ha toccato il fondo. È in crisi nera anche come scrittore. Ha capito che quel mondo gira in tondo senza approdare a niente ed ecco che, dopo una cosa sgradevole che avrebbe dovuto essere una festa, con le macchine parcheggiano in una pineta e raggiungono il mare perché sono incuriositi da alcuni pescatori che stanno tirando le reti e … c'è stata una pesca strana. Osserviamo la scena. Pini e la spiaggia da raggiungere. Abbiamo dei Gay, delle donne che per l'abbigliamento e la somma delle scene viste, sentiamo sole, povere cose incapaci di darsi un senso in quella dolce vita che sa solo ripetere se stessa. Ora sono sessualmente libere, ma c'è libertà in un mondo senza regole? Gli omosessuali presenti rappresentano non una libertà sessuale conquistata, ma un'anarchia che uccide ogni senso. C'è smarrimento, e il loro camminare ridicolo, i loro comportamenti, tutto, sembra stupido. La comitiva si avvicina ai pescatori. La rete mostra un enorme pesce che ha anche del mostruoso, ed ecco che, nel rumore della gente e del mare, al di la di una piccola foce, riappare Paola. Lui vede questa ragazza che saluta e che tenta di dire qualcosa, ma le fa capire che non sente e che i suoi gesti, che mimano anche la macchina per scrivere, non sono compresi. Ho letto spesso che si pensa che lui semplicemente non la sente, ma per me la situazione è più potente. Lui non la riconosce. Quando lei mima lo scrivere a macchina lo fa per fare in modo che lui ricordi quel giorno al ristorante, ma non accade. La sua abiezione è giunta ormai a un punto tale che non c'è salvezza. Riconoscerla in quel momento, quando si è raggiunta la consapevolezza che quella dolce vita è vuota, equivale ad avere una possibilità di salvarsi. Mi raccomando, salvarsi non vuol dire che immagino che si mettano insieme. Mastrojanni è al minimo, è disilluso. Già una volta Paola, semplicemente parlandogli, lasciandosi vivere, lasciandosi guardare, aveva ottenuto, involontariamente, che lui richiamasse la fidanzata, e questo equivale a riconoscer un valore in chi fino a un secondo prima ne era destituito.



Questo fotogramma ci mostra Paola che saluta, ormai rassegnata. Mastrojanni ha appena fatto un gesto, ridicolo, finto, che sta a significare che non sa cosa farci se non capisce i suoi gesti, se non sente le sue parole. Una ragazza del gruppo lo chiama, lo prende per mano, lui si gira e se ne va.
Lei continua a salutare e poi accade una cosa che forse è sembrata inspiegabile ai più e lo dimostro col prossimo fotogramma:



Paola, termina il saluto che non ha più senso perché Mastrojanni si è girato e allontanato, e lei fa un piccolo movimento e guarda la macchina da presa, cioè noi. Noi, il pubblico, ma sgranandolo, individualizzandolo. Lei ci guarda e ci dice che esiste, ci invita, diversamente da quel che ha fatto Mastrojanni, a riconoscerla … e con lei quel che rappresenta.

Commovente. Grande.

Veniamo ora ai collegamenti di queste due scene col racconto “Adriano”. La spiaggia con la foce, il cannucciato. Ci rendiamo conto che lo scenario dei capitoli IV e V, è il medesimo del finale del film. Ma dal libro sappiamo qualcosa in più. A quella spiaggia venivano anticamente le sirene … e nel capitolo cinque abbiamo la sensazione che l'incontro mitologico stia per realizzarsi. La razionalità arriverà a far dire che si trattava di un delfino, ma si sente che il mondo del mito, della favola, dell'immaginazione non solo concreta e dimostrabile, appannaggio di quel passato che si sta spegnendo, quel mondo, stava per riapparire. Com'è potuto accadere?
Adriano, vive un primo capitolo da dolce vita notturna e annoiata stile Mastrojanni nel film:
nel secondo vaga in macchina,
nel terzo il suo vagare lo porta sul set da un amico regista,
nel quarto e quinto, a rifugiarsi, a nascondersi nella casa al mare rimanendo anche quando la stagione balneare è conclusa con pochi pescatori che vivono una vita quasi primordiale, elementare. L'ultimo capitolo, il quinto, è il ritorno a Roma e il senso di estraneità definitivo reso con la magistrale scena collettiva della televisione.

La possibilità del mito, nel protagonista, diventa concreta dopo mesi di distacco dalla città, quando si è riconquistato il contatto con la natura, con gli aspetti elementari dell'esistenza. È un attimo, sta per accadere, ma non accade. Nel secondo capitolo, abbiamo un accenno del diverso senso della realtà appartenente a quella dimensione che verrà stritolata dal boom economico. Adriano si ferma , in macchina, davanti ad un casolare. Sa che in quel luogo anticamente c'era una città e ora ci son solo campi. Scende. Ci son due contadini, uno giovane e uno vecchio, che stanno lavorando davanti all'edificio. Adriano chiede di chi è la casa, ma loro non rispondono e poi:

“Adriano non poteva andarsene così sconfitto. Additò allora un piccolo stemma della facciata, una colomba col ramo d'olivo nel becco e chiese: “è dei Doria?” Il contadino giovane rispose: “Prima si, era dei Doria” e infilate le mani nelle tasche del giubbotto fissò Adriano per fargli capire che non avrebbe aggiunto una parola. Invece il più anziano, scavalcando i secoli con quel breve senso del Tempo, che sanno i contadini, più legati al corso delle stagioni o a un modello di tempo misurato sulla vita dell'uomo, aggiunse quasi con alterigia: “Prima ancora era di Marc'Aurelio.”. “Marc'Aurelio? … l'Imperatore?”. “Non so se era imperatore” rispose il contadino. “Era un antico romano. Era Padrone di tutto, da qui a Ponte Galeria”. E accennò lontano, verso il mare nascosto dalle colline”

Idea geniale o fatto realmente accaduto a Flajano? Non lo so, ma non dimentico che nelle culture orali, come di fatto fu quella contadina fino agli anni cinquanta del novecento, più o meno dopo la quinta generazione, la narrazione diventava mitica, entrava in una dimensione nella quale il tempo non era più qualcosa di lineare come accadde poi, e i contadini, fino a qualche anno prima di quello scritto, vivevano il tempo circolare della coltivazione, e quello lineare delle tappe individuali di infanzia maturità e vecchiaia. Questa contrazione del tempo che fa sentire nientemeno che Marc'Aurelio dietro l'angolo, in un ieri che sembra appena accaduto, è un altro di quei possibili contatti, o accessi ad una fantasia più vasta, che apparteneva a quel mondo che il boom economico ha destituito.

Un altro momento nel quale qualcuno, questa volta già con un piede nel boom economico, ci offre la visione di qualcosa di grande, è nel capitolo III. Qui, Adriano, dopo la noia della dolce vita romana e il vagare per i dintorni che lo ha portato ad un passo da Marc'Aurelio, arriva sul set da un amico regista. Si sa che si tratta di Fellini, e offro una conferma in più, che all'epoca, nell'ambiente romano era evidente e ora, se non lo si sottolinea, va perso. Fra le comparse per il film ci sono un boxeur, descritto magistralmente come “immerso nel suo stupore di colosso”, e Rob, un organizzatore e campione di gare di ballo di resistenza. Erano veramente due amici di Fellini. La mattina erano a casa sua assai presto e il boxeur faceva la parte di quel che attualmente sarebbe un personal trainer mentre l'altro assaltava il frigorifero. Quel che Fellini faceva erano due simulacri di piegamenti sulle ginocchia, in fondo, per dare una anche se insostenibile giustificazione alla loro assidua presenza. A chi gli chiese spiegazione rispose: “E' nel buio più completo che puoi vedere anche la minima luce” … e aveva ragione.

Veniamo a noi. Si deve riprendere la scena di un pellegrinaggio e accade che una delle donne si comporta in modo inaspettato. Tutti recitano: “Non era una folla chiamata alla fede, né spinta dalla speranza di nessun miracolo. Ma pure qualcosa successe, quando una donna, che insieme ad altre doveva chiedere a gran voce il miracolo, gridò che lei lo chiedeva davvero; e intanto vere lacrime le bagnavano il volto povero e informe ...”

Ci vengono in mente gli esperimenti che Pavlov fece sui cani, ma che valgono per tutti. Se io vedo un dolce, io che sono goloso, ho la salivazione che mi aumenta parecchio. Ecco Pavlov. Semplice. Ma mi basta anche pensarlo il dolce … e accade di nuovo. Ebbene, quella donna, elementare ma vera, in una simulazione di processione, alla richiesta ovviamente recitata, del miracolo, va oltre, torna in sé stessa, ed esprime il mondo del quale faceva e in fondo fa ancora parte, nel quale, la fede è un miracolo anche solo per il fatto che la richiesta la puoi fare. La cultura che verrà, troppo pragmatica, perderà questo effetto pavloviano che tornerà forse solo con le paure della malattia e della fine ultima.

Spero che ora, quando rivedrete la scena finale sulla spiaggia, col mostro marino nella rete, vi verrà in mente che quella era, per Flajano, la spiaggia delle sirene. Alla nuova organizzazione sociale, apparirà quindi solo un mostro marino, la deliziosa fascinazione che scatta ovunque, quando si hanno miti e ricordi ancestrali condivisi, è finita. Si faccia caso che i pescatori, nella scena, son contenti perché quel pesce vale molti soldi. Il popolo, nelle sue due forme, di città o del contado, non sa andare oltre la realtà. Solo le grandi paure, come il tuono, sono per alcuni di loro, foriere di immagini antiche che sgorgano incontrollate, ma un mostro marino nella rete non innesca nulla. Sta all'artista dare un mito, una fantasia, una lettura di sé a un'epoca. Come il nome vitelloni e la fantasia fljano-felliniana nell'immaginario di Rimini, hanno scalzato la realtà, divenendo esse stesse una realtà condivisa e accettata, così sta all'arte, anche nell'epoca del consumismo ormai imperante, creare una poesia che riabiliti la mediocrità del quotidiano.

Se è necessario dire che si tratta che si tratta della spiaggia delle sirene, perché dal film non lo si capisce, mi viene il sospetto che nel montaggio qualche battuta sia andata persa o sacrificata. È importante però saperlo, perché così il luogo del possibile mito risulterà spogliato da ogni possibilità di sogno e arido. La realtà cruda è l'offerta del boom economico, ma senza quella grande fantasia che l'epoca passata rispettava, vien difficile vivere. Noi non siamo solo corpi da nutrire, ma menti … e cuori ...

Flajano, magistralmente, ha fatto uscire l'Italia dal tunnel del neorealismo e ha dato a grandi persone, come Fellini, gli strumenti per mitizzare o almeno tentare di dare un senso, al tempo che stavano attraversando. E lo fece insieme a Pavese, l'altro grande padre, provvisto di una lucidità talmente forte e onnicomprensiva, da diventare una forma di sofferenza.

E la piccola Paola ... la ragazza umbra, come un ideale, fiorirà in tutta la sua forza, sempre, in grazia di quell'età femminile della quale ho sempre pensato: “guarda,sta per diventare un angelo ... e invece diventerà una donna” ...

sabato 15 dicembre 2012

Il "Corriere della sera" del 15 dicembre 2012 e la letteratura ...


Sabato 15 dicembre 2012. Entro in un caffè nel centro di una città popolosa. Sono in compagnia di altre persone. C'è molta gente che sembra rilassata perché è appunto sabato. Riesco ad impossessarmi di qualche quotidiano e con gli altri mi siedo ad un tavolino. Parto dall'allegato de il “Corriere della sera” che si intitola “La Lettura”. È un atto rassegnato, ma sempre un filo di speranza mi spinge a sfogliarlo, un filo che anche oggi si è spezzato. Nella parte centrale un disegno in colori pacati. Sulla sinistra un elenco incolonnato di 35 nomi e cognomi. Son divisi in blocchi di cinque. Si vede che qualcuno almeno sa che fino a cinque l'occhio non allenato riesce a definire la quantità e non pensa ad un numero indefinito che per essere calcolato richiede applicazione. Così, in blocchi di cinque, quei 35 nomi sembrano sopportabili.

L'argomento di questo numero di “La Lettura” è: “Mi piace e lo regalo”. Sottotitolo: “scrittori e critici per orientarsi nelle librerie a Natale”.

Diventa chiaro che i 35 nomi della colonna di destra sono quelli degli scrittori e dei critici, che elargiscono consigli. Li scorro e io, che leggo mediamente da decenni più di cento volumi all'anno (non è una battuta), mi rendo conto di conoscerne si e no una decina a livello di opere lette e forse cinque o sei in più solo di nome.

A questo punto mi viene un'idea. Sottopongo la lista a dieci persone e vediamo quanti di questi scrittori e critici conoscono. Ho ovviamente iniziato con alcune delle persone sedute al mio medesimo tavolino le quali, conoscendo bene il locale e altri frequentatori, hanno dilagato. Alla fine mi son ritrovato una trentina di “volontari”. C'era di tutto; da laureati a un paio di sportivi di professione e il risultato deve far pensare. Dieci non conoscevano nemmeno un nome, qualcuno ricordava la lotta di Scurati con il premio Strega, e se tolgo il suo nome arrivo a una quindicina di quote zero. Dei rimanenti quindici, mediamente si conosceva qualche nome e raramente, troppo raramente, qualcosa di più.



Veniamo ora alla ridefinizione di un neologismo che ho utilizzato spesso nel mio blog e che mi vanto essere di mia invenzione: l'emiliofedismo. Trattasi di persona ha un livello intellettuale che considero il minimo assoluto per un vivente. La verifica pratica è la seguente: lo capirebbe emilio fede? Se è un sì allora si tratta di un concetto veramente elementare. È triste ironia, ma mi vedo costretto ad accusare “La Stampa” di emiliofedismo cronico. Presentare una lista di 35 nomi che hanno senso solo agli addetti ai lavori non dimostra che non hanno colto lo scollamento fra quel che il mondo editoriale propina e quel che i potenziali lettori recepiscono? 35 nomi quasi sconosciuti. Questo è un dato di fatto e oltre il resto mischiare scrittori e critici che equivale a non aver capito le differenze di ruolo e di uso di cervello e sensibilità di questi due gruppi. È risaputo che i critici non sono molto amati. L'Italia non ha avuto una persona buona e alla mano come Harold Bloom che sapeva parlare al pubblico col cuore in mano. Savinio disse e scrisse che nessuno farà mai un monumento a un critico. Per ora ha avuto ragione. Chissà perché! Si preferisce molte volte sapere cos'è amato da uno scrittore Si ha l'impressione che sia la passione a dare consigli e non il mestiere, come invece accade quasi sempre al critico.

Mi son poi divertito a chiedere a quelle persone di distinguermi i critici dagli scrittori e qui si è entrati nella farsa. Qualcuno mi ha fatto notare che si chiede all'artista di essere anche critico, che questo accade troppo spesso quando invece dovrebbe parlare della sua arte solo a livello affettivo. E comunque un disastro completo per le intenzioni di quell'inserto che, lo si capisce perfettamente, è nato per supportare una becera operazione commerciale. C'è la crisi. La gente fa regalucci e il libro può essere il presente che costa anche poco. Quindi si fa pressione sull'acquirente … tutto coerente e umano se lo si guarda da lontano, ma come è stata impostata l'operazione? Nel modo più stupido che si potesse immaginare. Un calderone di nomi e dentro spiagazioncine di libri consigliati. Non entro nel merito dei consigli. Son sufficientemente schifato dal metodo per lasciar perdere.

Ma non si poteva agire diversamente? Un'idea per esempio. Produrre durante l'anno degli inserti dedicati a un autore. Metterli in rete in modo da essere sempre consultabili e ad ogni nuova uscita segnalare come muoversi in internet per riesumarli e anche l'elenco degli scrittori esaminati e intervistati. Il lettore viene così trasformato da pollo passivo in essere vivente e attivo, ovviamente se lo vuole.

Non entro poi nel merito della qualità dei pochi nomi che ho riconosciuto. Se fosse dipeso da me al primo posto avrei messo Paola Capriolo e con lei si apre un'altra piaga. Di recente, in occasione della prima alla Scala, sempre il “Corriere della sera” ha prodotto un inserto dedicato al Lohengrin. In prima pagina, sulla sinistra, di fianco a una foto di scena, c'era un articolo della Capriolo con tanto di foto di dimensione tessera. Era venerdì 7 dicembre. Bell'articolo! Ma ha il difetto che da per scontata la notorietà del valore di questa scrittrice che invece è abbastanza e comunque troppo, sconosciuta. Ha scritto anche per “La Stampa”, ma nessuno di questi quotidiani si è sforzato, e nemmeno il resto dei mass media, per darle il posto che merita. È una bella tristezza. Questo scollamento dagli effettivi valori artistico letterari che si verifica con sistematica puntualità dal secondo dopoguerra è un certificato di squallore che giornalismo e critici possono condividere. Oppure si deve pensare che la pressione sui media è in relazione ormai esclusiva con le direttive degli editori? Mah, come diceva un personaggio ambiguo di questa bella Italia e che ho avuto occasione di conoscere; “a pensare male si fa peccato, ma ci si prende quasi sempre” …

Io mi domando se un giornalista o un critico liberi, (poiché non nego importanza al loro compito, ma se effettuato appunto in libertà e con onestà,) avrebbero avuto il coraggio di dimenticare questa scrittrice, come anche sicuramente Eco e Vassalli e Magris e Celati e qui mi fermo, citando gli ultimi due per la sola certezza della loro immensa e onesta cultura. Probabilmente avrei messo anche l'opinione di De Gregori, Vecchioni, Paolo Conte e qualche nome veramente valido della musica italiana.

Sarebbe dunque stato semplice produrre un inserto un po' più goloso!

Penso che i lettori esistano e siano disposti a pensare ma devono essere “presi” con un po' più di rispetto. Dal dopoguerra la comunicazione di massa ha preferito gli esiti immediati della comunicazione emotiva, rinunciando ai risultati di quella intellettiva che consistono nel vendere un prodotto pubblicizzato anche dopo anni dal suo lancio.

L'attuale sistema di vendita si propone un solo risultato: vendere subito, e subito vuol dire, per un libro, al massimo sei mesi. Deduco questa misura da un'analisi precedentemente condotta su un'operazione pubblicitaria denominata Vintage e che è spiegata nei suoi esiti sempre sul blog.

Facciamo ora una domanda idiota agli innominati che hanno prodotto quell'inserto e in generale a tutto un settore: come fa un testo di valore a diventare un classico? Risposta: vende per un certo numero di anni. Un pubblico si affeziona al prodotto e fa si che questo non scenda sotto un livello di vendite tale da innescare il disinteresse del livello commerciale del quale si deve tenere ovviamente conto.

Se si utilizza solo la pubblicità emotiva, nulla, nemmeno una eventuale opera che di fatto potrebbe nascere, di un livello superiore alla Commedia, potrà entrare in quel binario senza attriti e forza di gravità che ha sapore di eternità.

Mi risulta che dal secondo dopoguerra solo “Cent'anni di solitudine” è riuscita, nonostante i venti contrari, ad incanalarsi.

Si faccia caso alla Russia. Viene riesumato “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov e il seguito è impressionante. Non solo la pubblicità, sia emotiva che intellettuale, agiscono. Viene anche prodotto un film a puntate di discreto livello (con musiche, nella scena del ballo di Satana, di un eccellente musicista. Guardare su You tube …) e alla tivù nazionale se ne parla spesso. Bulgakov, maltrattato da Stalin e dalla sua epoca, è ora riabilitato e entra a far parte della russità, di quell'essere russi che fa il paio con l'italianità, che dopo Fellini e Antonioni, ora oscilla fra un Crialese troppo ignorato e i Cesaroni …

L'altro caso, sempre russo è quello del romanzo “Vita e destino” di Vasilij Grossman. Nel 1961, gli agenti del KGB confiscano il manoscritto al suo autore e riapparirà solo a Muro crollato. Si pensa, e credo non a torto, che un certo Putin, che da Berlino Est gestiva appunto quell'ente che si diede anche compiti da inquisizione, abbia provveduto a recuperare il testo e a lasciarlo libero di andare incontro al suo destino (per questo “si dice” ho fonti certe che potrei definire dirette). Ebbene, il libro è un capolavoro e anche in questo caso ne è uscito un film per la televisione che considero di livello elevato. Riesce a vedere, questa intellettualità italiana il fatto che questo movimento è creato da una volontà russa che loro non hanno? Ricordo di aver dialogato con allievi della scuola del cinema di Mosca. C'era un'attenzione, una tensione verso l'alto, una volontà artistica, che qui è costantemente annichilita. Da loro un Danelia, un Michalkov e il frattellastro anche lui valido regista e insomma tutta una mentalità, stanno ponendo le basi per una continuità di fervore artistico che fa bella la Russia nonostante i suoi tanti e macroscopici difetti.



Qui quel che accade a Natale è di vedersi proposto un canestro di frutti finti e di tornarsene a casa con la solita fame dell'anima che non interessa a nessuno e che veramente ha il potere di annientare l'identità di un popolo.




giovedì 13 dicembre 2012

Ennio Flaiano, prima parte


Flajano morì nell'autunno del 1972. Non glielo perdono facilmente e lo sa. Avrei desiderato conoscerlo in carne e baffi ma non me ne ha dato il tempo. Ho la sua opera, e lui mi viene a trovare spesso in sogno, ma poteva aspettare. Perché poi tanta fretta! … Era nato nel 1910 e poteva vivere ancora. Dipendeva da lui. È vero che aveva avuto un primo infarto due anni prima, ma lui, come sant'Agata, dopo aver dato abilissima prova di sé, so che ha detto col Creatore “ora basta, mi merito il paradiso” … e il Dio, al quale forse credo (ma non sono sicuro...), ma non nella forma barbuta dei cristiani, ha ammesso che era giusto. Gli ha detto “guarda che c'è qualcuno che vorrebbe conoscerti e forse esserti allievo, e ci vuole ancora qualche anno!”, ma a Flajano la vita andava ormai stretta. Lui era il Marziano che atterrò a Roma. Racconta Cesare Garboli: “per Flajano la favola del Marziano occupa un posto primario. Il Messia, il Cristo, l'abitatore di mondi sconosciuti il cui avvento in terra dovrebbe segnare la rinascita, il rinnovamento della società umana che potrebbe finalmente specchiarsi in una swiftiana immagine di bontà e di sapienza, viene progressivamente contagiato e ridicolizzato dal riduttivo, pettegolo e decrepito inferno di Roma. A Roma Flajano abitò e diede il meglio di sé, ma si sentiva appunto, un Marziano, In “Una e una notte” (del 1959) un personaggio dice di Roma che è un popolo che non mette nessuna cura nel piacere agli altri … e a chi l'ha vissuta un poco non solo con gli occhi del turista, questa considerazione apparirà tuttora come una verità intoccabile. Flajano coglieva certi cambiamenti epocali degli anni cinquanta e con felice mano d'artista li descriveva. Le sue trame e il loro grande significato, che spesso son entrate in celebri film, colpivano quel livello che sovrasta il pensiero e lo plasma. Spesso il discorso si faceva esplicito, perché solo così anche il povero di spirito poteva comprenderlo e non si trattava di crogiolarsi in un complesso di superiorità, allora come oggi assai diffuso. Cito da “Una e una note”:

A sera, tornando a casa, Adriano fu accolto da un urlare gaio e concitato. Per prendere fresco, un tale che abitava nella casa dirimpetto, aveva messo il suo apparecchio di televisione sul terrazzo e così seguiva lo spettacolo, con tutta la famiglia. “Ne avrò fino alle undici e mezzo” pensò Adriano. Avrebbe voluto uscire, ma era stanco e cascò in una poltrona. Impossibile leggere o pensare a qualcosa. L'unico pensiero che venne a turbarlo riguardava l'avvenire di una società che è arrivata a questo genere di divertimenti e non vuole più abbandonarli, e comincia anzi a credere che tutto si trasformerà in divertimento.”

Saltiamo qualche riga e riprendiamo … “Così trascorse quella serata. La famiglia dirimpetto continuò a guardarsi lo spettacolo e Adriano continuò ad ascoltarne l'eco. Gli sembrò un bel sunto della sua condizione. Pensava: “questi applausi mi incuriosiscono come un fenomeno di generosità collettiva, di ansia di sopravvivere, ma non sino al punto di voler conoscere a che cosa e a chi sono diretti”.

Provate ora a leggere a caso della saggistica che critica questo aspetto della società e vi annoierete perché di solito fatta da un personaggio che si traveste da artista ma che in fondo è solo un intellettuale che la sa più lunga dei colleghi su come prendere la sua epoca per la gola … Troverete i medesimi contenuti ma con un razionalismo di facciata che annoia e che deve atteggiarsi e non spiegare. La differenza sta nel fatto che Pasolini,(in questo caso mi riferivo particolarmente a lui), urla e pretende di dire una verità assoluta. Flajano, con le armi dell'arte sua, la certezza di certe dinamiche che stanno accadendo, ce la fa sentire, comprendere, con un linguaggio semplice, pacato, colloquiale, che tutti possono comprendere. Nessuno perde tempo a contestarlo perché quasi sempre si contesta chi urla certo non per quel che dice, ma per il fatto che urla, è Flajano al massimo è ironico, ma non grida mai. Tutto qui, e la lezione di Flajano, è un veleno gentile e non uno schiaffo. La televisione era nata da poco e già monopolizzava la massa. La situazione creata, e forse realmente vissuta da Flajano, con la tivù del vicino che invade tutto col suo volume, porta ad una conseguenza epocale, che si coglie solo ad una più attenta rilettura. Ci dice: “impossibile leggere o pensare a qualcosa” … queste quattro parole, sono la conseguenza dell'effetto invasivo della tivù. Ed è l'aspetto radicale del cambiamento. Si badi bene che Flajano non ci vuol dire che non si penserà e non si leggerà più. Sarà semplicemente più difficile farlo. All'epoca quello strumento era di uso collettivo, non come ora, che almeno nelle società che si credono più evolute, si è fatto individuale. Ognuno solo con uno schermo. Sarà quindi ancor più difficile leggere e pensare e ancor meno allettante.

E questo artista, senza rompere vetri, insultare astrazioni e altre strategie di bassa lega, sorprende ad ogni pagina. Ottimo il romanzo che vinse il primo premio Strega nell'immediato secondo dopoguerra: “Tempo di uccidere”. Eccellente “Le ombre bianche”, un capolavoro “Una e una notte” del quale spero di aver voglia di parlare prossimamente, e eccellente “Un marziano a Roma”. Nel quadro settimo di questa opera, si scopre che il marziano ha scritto un taccuino. Quando hanno curiosato sulla scrivania di Flajano, dopo il 1972, lo hanno trovato. Aforismi scritti da un essere di un altro mondo che visita il nostro e che scrive delle regole ciniche per vivere sulla terra. Si trovano in “Autobiografia del blu di prussia”, libro che contiene anche un altro apice struggente che è “La spirale tentatively”. I paragrafi 1, 2, 3, 4,8, 10 e 12 sono di un livello impressionante. Io personalmente sono catturato fino in fondo dal secondo, il quarto e i decimo, e da una parte del primo che .. non so resistere … lo trascrivo:

Se guardo a quello che ho fatto è povera cosa, un continuo rimestare le prove di un'inqualificabile crisi di volontà, il rinviare, il compromettere, il soprassedere. Tutto ha il senso di una finzione assurda. La futilità di aver vissuto ai margini fuori di ogni corrente decisiva e costruttiva, contro me stesso, gli altri, le donne soprattutto, uno sbaglio volutamente barocco che si pasce delle sue stesse evoluzioni in cerca di prevedibili analogie e nei fregi che invocano la polvere. Questi pensieri mi inchiodano al letto da dove sul muro del garage di fronte, un muro di terra rossa ridipinto di fresco, posso leggere la targa di Via Montecristo”.

La sensazione è fortissima. Come per Nabokov abbiamo le parole di una persona grande, consapevole del fatto che sta morendo. Ecco di cosa si tratta. In quelle poche righe c'è un'analisi di sé sincera fin nei minimi termini. Flaiano era così e quella era la sua grandezza. Mi piacerebbe che Sebastiano Vassalli, che stimo, leggesse e rileggesse queste poche righe, lui che rimpiange il periodi nel quale c'erano movimenti artistici, letterari eccetera. Esiste solo una grande individualità che ha un unico compito, essere onesta fino in fondo con se stessa. Quelle parole di Flajano sono la via della grandezza per chiunque. Il problema sta nel fatto che, quella regolina, così facile da scrivere, bastano poche parole, è difficilissima da mantenere. Non ci si può distrarre mai da lei, si crollerebbe e l'uomo che con quelle briciole viene ricostruito sarà definitivamente impuro … a se stesso. Potrà negarlo al mondo, recitare, ma lui saprà e questo decreta una fine. Rileggo “la Spirale” con profonda concentrazione. C'è ancora qualcosa che mi sfugge, ma la via è quella, lo sento e lo so. È la medesima che Fitzgerald consegnò ai taccuini e che ho scritto sul muro della mia camera. “Non si scrive per dire qualcosa. Lo si fa solo se si ha qualcosa da dire.” Frase senza scampo. Impossibile fraintendere.

Avevo iniziato questo scritto poiché in questo solitario pomeriggio avevo riletto per diletto alcune frasi dai taccuini di Cioran, anche questi trovati sulla sua scrivania dopo la fine. Son poi passato a leggere quelli del Marziano e avevo deciso di metterli nel blog. Alcuni aforismi sono grandiosi poiché contengono un frammento puro. Non oso dire che si tratta di briciole di verità. Ma se ci si ritrova a trascriverli e a desiderare di saperli a memoria anche solo per fare bella figura in società, ecco che abbiamo capito almeno un po', che si tratta di oro per l'anima. Ovviamente spesso usiamo il materiale celeste che la vita ci offre, per bassi scopi come brillare in un salotto. Nessuno che sia vivo può salvarsi dalla banalità, ma accade sicuramente che nell'arco della giornata si passi davanti ad uno specchio e ci si ricordi di se stessi, ed ecco che il rigirare nella bocca come una caramella squisita di quell'aforisma, potrebbe arrivare, non sempre dopo il primo tentativo, a dare una scossa all'anima, che frastornata dai sensi, non sa più nemmeno di esistere ... e lo stupore di esistere non solo col corpo è sempre il vero atto di nascita di un essere che ambisce a definirsi umano …

Buona lettura:

da Cioran

(la mia preferita …)

Talvolta ho l'impressione che tutta la mia carne, tutto quanto è in me materia, un giorno di colpo si dissolverà in un grido, il cui significato sfuggirà a tutti,

ma non a Dio ...


    Per scrivere ci vuole un minimo di interesse verso le cose. Bisogna anche credere che possano essere afferrate, o almeno sfiorate, dalle parole …

    Vivere significa venire a patti. Chiunque non muoia di fame è quindi sospetto.
    Si dimenticano tutti i dolori, ma non si dimentica nessuna umiliazione …
In genere i passionali, i violenti, sono dei deboli. Vivono in una continua

combustione a scapito del corpo …

E Ora Flajano: inizio con qualcosa che ho segnato su un taccuino:


Soffiare nell'orecchio degli amanti le parole che impediscono di impazzire al risveglio

Che vittoria, riuscire a farla sorridere …

era bella come gli antichi amori che erano uno scontro e una lotta, non una discussione come oggi …

Niente aveva un senso, ma soltanto un'apparenza, e di quella bisognava accontentarsi

Quando gli scienziati avranno finito, toccherà ai poeti dire l'ultima parola …

La nostra curiosità non aggiunge niente al pensiero, e la nostra fede non lo risolve…

… “Forse anche si divertono” disse. “Oh, impossibile” rispose l'altro. “In questo paese l'economia non può mantenersi all'altezza del vizio” …

Dopo il chiosco sostarono davanti alla vetrina del fioraio, dove i fiori spiccavano ben acconciati, tesi nel loro sforzo di perfezione come piccoli fuochi d'artificio. La loro solitudine, pari a quella delle donne sulle copertine, sembrava incolmabile …

(le ultime due evidentemente non hanno caratteristiche di aforismi, ma mi piacevano ...)


Passo ora a trascriverne alcune dal Taccuino del Marziano

La parola serve a nascondere il pensiero. Il pensiero a nascondere la verità. La verità fulmina chi osa guardarla in faccia …

...A vent'anni si tenta la poesia, a cinquanta si pensa che bisognava insistere …

L'attività erotica chiede uno o più complici, che non sanno tacere e si ritengono il fine, non il mezzo …

La prostituzione ci interessa perché è la nostra condizione, il delitto perché è la nostra aspirazione ...

Colui che crede in se stesso, vive con i piedi fortemente appoggiati su una nuvola...

In amore bisogna essere senza scrupoli, non rispettare nessuno. All'occorrenza, essere capaci di andare a letto con la propria moglie …

La serietà è apprezzabile solo nei fanciulli. Negli uomini saggi è il rancore della rinuncia, che diventa virtù …

La pornografia è noiosa perché fa del pettegolezzo su un mistero …

L'evo moderno è finito. Comincia il medio evo degli specialisti. Oggi anche il cretino è specializzato …

Ci lusinga di più il cieco favore della fortuna che il riconoscimento dei nostri meriti …

Il tiranno più amato è quello che premia e punisce senza ragione …

Offrire il fianco al ridicolo è norma ottima. Il ridicolo può uccidere nelle società colte o aristocratiche. Nelle società arriviste e democratiche è la condizione necessaria allo sviluppo della fama …

Chi nasce si preoccupi anzitutto di non nascere in una famiglia povera, o numerosa. La povertà sofferta durante l'infanzia o l'adolescenza, conduce l'uomo intelligente alla letteratura, alla politica, alle rivendicazioni sessuali. Scegliere una famiglia ricca e pretendere un'educazione basata sul principio che la ricchezza compra e giustifica tutto ...

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c'è uno di questi aforismi che mi ha dato da pensare … (anche gli altri in fondo, ma questo un poco mi riguarda)

A vent'anni si tenta la poesia, a cinquanta si pensa che bisognava insistere”.

Meditazione. È giusto tentare la poesia sempre. Se a cinquant'anni si pensa che si doveva insistere vuol dire che qualcosa della vita ci ha allontanati dalla poesia. Credo che per poesia, non si debba intendere espressamente il fare versi, scrivere poesie. Fare poesia è un modo di concepire la vita.

Trovo che si incastri bene coll'aforisma seguente: “la prostituzione ci interessa perché è la nostra condizione” che equivale, se invertita al dire di Cioran: “ Vivere è scendere a patti”.

Il poeta per Cioran, è quindi colui che “muore di fame”, che è “sospetto” poiché non si è uniformato scendendo appunto, a patti.

Essere Poeti quindi equivale a mantenersi coerenti con ideali che, mi permetto di credere, non si trovano nella società che ci circonda, ma sentiamo fiorire da radici profonde che abbiamo in noi … buona notte
















mercoledì 12 dicembre 2012

Italianità misera e grande letteratura italiana


Pensavo che non avrei più scritto per un bel pezzo. Se non mi va non mi va e basta. Questo meccanismo di disaffezione mi è scattato pian piano, da quest’estate e curiosamente, i lettori del blog si sono invece moltiplicati.
L’indifferenza che mi è nata dentro è una delle tante forme dell’angoscia. Un senso di inutilità per quel che nel blog vado facendo … e non lo contraddice l’affluenza di lettori invisibili.
Scrivere per il blog è un gioco. Lo faccio col computer, di getto. Per la letteratura uso la penna, e divento avaro. Alcune cose le leggo e rileggo ormai solo io. E perché faccio così? Per una ormai completa mala stima dell’Italia e degli italiani. All’estero qualcosa mando. Mi si chiederà: “ma se ci stai male perché non te ne vai?” e rispondo che ci ho provato, ma partire non è semplice.
Ma cosa mi fa odiare gli italiani, ormai con sincerità e senza sentire la necessità di  nasconderlo? Eccovi un esempio. La letteratura italiana esiste ed è fra le migliori al mondo. Ma non è certo grazie agli italiani che lo scopro. Da Borges ho avuto in dono Papini, da Tonino Guerra, Manganelli, dal caso, l’Anonimo Triestino, Tommaso Landolfi, Alessandro Pavolini, Anna Maria Ortese, Salvatore Satta, Ennio Flaiano e Vitaliano Brancati. Ora, provate a scorrere onestamente questi nomi e dire quali vi son noti. Forse Brancati, ma per il resto in testa avete, tranne rari casi, il vuoto cosmico … ma non è colpa vostra … Tempo fa, qualcuno contestò in università, il fatto che si studiassero scrittori impresentabili. Fu portato un elenco con dei titoli che mi avevano affettuosamente estorto dopo una spaghettata notturna. Ebbene … ci fu la rabbia, l’irrigidimento, e le lezioni proseguirono con Sanguineti e altra robina di scarto del medesimo livello.
Se essere italiani vuol dire conoscere la propria cultura, di voi rimane un latrare banale allo stadio quando gioca la nazionale … ma, insisto, non è colpa vostra. Chi avrebbe dovuto, la famiglia, la scuola, l’università, la tivù, e lo stato italiano in generale, avrebbe dovuto offrirvi quelle gemme che potrebbero rendervi concretamente orgogliosi di essere italiani.
È ben vero che siete un popolo corrotto. Corrotto per tradizione. Lo conferma una statistica di questi giorni che vi pone al terzo posto, (dietro a Messico e Turchia). Non si dimentichi, tanto per citare un esempio vecchio di cinquecento anni … che Lorenzo, indubbiamente Magnifico per arte e letteratura, per poter governare o eleggere i suoi, nella “sua” Fiorenza, sistematicamente corrompeva tutti coloro facevano parte dei consigli che dovevano decidere della cosa pubblica. Nella repubblica fiorentina c’era per esempio il sorteggio delle cariche che spesso duravano solo due mesi; queste strategie erano diventate necessarie per impedire l’illegalità e il Magnifico Lorenzo ereditò dal padre Cosimo detto il vecchio una città vestita da democrazia oligarchica, ma di fatto dittatura. Non per nulla i suoi rivali riuscirono a farlo vacillare, oltre che con tre tentati omicidi, col ristabilire, anche se per poco, il sorteggio … vedete come non è cambiato niente? Non è necessario pensare solo alla politica attuale per cogliere questa tendenza a farsi prima di tutto, anzi solamente, gli affari propri.
Qualche altro esempio … Si legga, dalle “Lettere luterane” di Pasolini, il capitoletto intitolato “Processo anche a Donat Cattin”. Spiego in poche parole. Pasolini ci rivela che sull’ Espresso del 10 marzo 1974, appare un articolo nel quale Andreotti minaccia Fanfani di fare rivelazioni sull’Affare Montesi (siderurgia a Gioia Tauro), in risposta alla minaccia di questi, di fare rivelazioni in proposito del finanziamento ai partiti…  Pasolini giustamente si domanda: ma non dovrebbe intervenire la magistratura? Quel che comunque ci risulta chiaro è che l’italia (minuscolo voluto…) del 1974 ben sapeva come stavano le cose.
Un'altra citazione: Leonardo Sciascia nel libro “Nero su Nero” racconta di aver sentito il seguente dialogo fra due onorevoli: “Allora, lo hai raggiunto il tetto?” l’altro risponde “non ancora, ma manca poco”. Sciascia non comprende e qualche tempo dopo chiede spiegazione ad un amico, anche lui onorevole, che rivela, facendogli anche capire che è uno sprovveduto, che il tetto è il miliardo di vecchie lire, il primo miliardo, che riesce ad intascare … Di questo libretto di Sciascia merita anche di essere ricordato, per questo contesto, quel capitoletto verso la fine, che narra delle disavventure di un palermitano che decise di scrivere la propria tesi di laurea. Non usava… Si andava in una copisteria, si diceva con quale prof ci si laureava e ti mostravano tesi pronte. Sceglievi, pagavi e il gioco era fatto. Era un mercato, c’era gente che ci lavorava dietro! Che un cretinetti decidesse di fare di testa sua era intollerabile … ma lo fece e fu … bocciato. Non sto scherzando.
Questi due esempi. Uno tratto da un intellettuale, Pasolini, e uno da un grande artista, Sciascia, ci dimostrano che l’italiano sapeva e sa di sapere. Chiedeva fino a poco tempo fa, un velo, comunque sottilissimo, di omertà, una finzione nel dialogo, ma sapeva … e agiva. Provate ora a fare il calcolo delle date. Con quanto ritardo su ciò che tutti sapevano, si ebbe lo scandalo del finanziamento dei partiti noto come scandalo tangenti? Come giustifico quel ritardo se non ammettendo che l’italiano aveva creato un sistema? non solo il politico seduto in parlamento, non lo si pensi! Lui era solo il vertice di un agire  che aggirava la qualità, quella vera.
Un altro esempio dell’italianità che secondo me non cambierà mai, lo traggo dal Palio di Siena che per me rappresenta con un’esattezza a dir poco perfetta, la mentalità da secoli dominante. Esistono delle regole al Palio? Certo. Tutti le conoscono, ma si può andare, anzi, si deve andare oltre. Se qualcuno per esempio corrompe il fantino e questo decide di non vincere, non si grida allo scandalo. Se alla fine della gara il fantino è rimasto indietro la sua contrada ha perso e basta. Tutti sanno che potrebbe essere colpa del cavallo oppure… Ovviamente se il corrotto viene scoperto lo spellano vivo, ma quel che importa al senese è chi ha vinto il Palio. Come, non importa a nessuno e le regole servono solo per decretare una differenza di forma fra le cose che si possono e devono fare alla luce del sole e quelle che possono e si sentono in dovere di fare … diciamo all’ombra. Possiamo affermare che chi ha vinto il palio si è dimostrato primo in un sistema nel quale tutto è possibile e accettato. E tutti i contradaioli lo sanno…. Da qui si deduce che chi è corrotto, disonesto, finché la fa franca è meritevole del premio dell’invidia, e se invece lo “beccano”, non è comunque colpevole, ma solo poco sveglio. Il mondo, anzi, l’Italia, è dei furbi …
Se la legge, per l’italiano, è la struttura di regole da aggirare, ecco che tutto diventa ingestibile e la democrazia impossibile, ma, si badi bene, non solo quella. Qualsiasi forma di governo ha bisogno di regole. In italia anche un dittatore farebbe un buco nell’acqua e la storia ne ha dato testimonianza.
Un esempio celebre ma mai analizzato dai quotidiani con la necessaria lucidità, è quello di materazzi (minuscolo meritato) alla finale dei Monciali di calcio. La famosa testata di Zidane non nacque perché questo calciatore se vede azzurro eperde la testa come un toro daltonico … Si sa che materazzi ha pesantemente insultato qualcuno della sua famiglia. Zidane reagì e venne espulso. Ma nessuno in Italia si è indignato. Io avrei svergognato materazzi. Togliergli la maglia della nazionale per sempre e scusarsi pubblicamente dichiarando che non ci si riconosce in quel comportamento, sarebbe stato il minimo. Ma in Italia non va così. Importa chi vince la partita e le regole devi saperle “usare”. Rispettarle è da stupidi. E così i ragazzi italiani hanno capito la lezione. Se insulto un avversario, stando ben attento a non farmi sentire e riesco a farlo reagire, ottengo comunque un risultato utile per la squadra. Il minimo sarà che l’avversario, innervosito, giocherà male, ma potrebbe reagire! essere espulso! e così vincere sarà più facile. Ma, mi domando io, quel vincere, se non è pulito, che valore ha? E lo sport insegna quotidianamente che il mondo è diviso in fessi e furbi che è un modo più concreto di dire onesti e disonesti.
Eccovi un altro esempio più banale, se vogliamo, ma che porta in sé un grande significato. Passeggio col cane che decide di fare la cacca. Sono sempre munito dell’occorrente, la raccolgo e la getto in un bidone della spazzatura poco distante. Ma accade qualcosa che mi sorprende. Due signori mi fanno i complimenti. Vogliono pure offrirmi il caffè. Me ne sono andato facendo notare che gli abitanti di una nazione che vogliono premiare chi compie il più semplice dei doveri, così facendo ammettono, anche se in modo assai indiretto, che sono messi maluccio. E questo esempio me ne porta alla mente un altro che dispone di una carica simbolica ancora più forte e comunque sempre indiretta. Spesso vedo esimi cittadini che fumano in giardino, si avvicinano alla recinzione che da sulla strada, danno “l’ultimo tiro” e gettano il mozzicone di là. È importante e significativo. Pensateci! Di la, la strada, è per quelle persone terra di nessuno. Pensare che la strada è di tutti e anche sua è oltre ogni logica, per l’italiano. E vi sembra lungo il passo che porta al politico che considera di nessuno, quindi fruibile, il bene pubblico che può avere forma di contanti, case o altro e che esce dalle tasse dei cittadini o dai beni statali (e che vuol dire in fondo la stessa cosa?)
Rincaro la dose. Colpisco in alto. Io studente non più di primo pelo, alla facoltà di storia contemporanea di Bologna. Preside, Paolo Prodi. Arrivo in orario di colloquio per parlare con un professore che … non c’è. Alla terza volta mi rivolgo al preside che mi dice testualmente “avrà avuto da fare, e poi una volta capita!” e mi liquida così. Non conta dire che non vengo da troppo vicino, che ci rimetto la giornata. La volta dopo idem con patate e medesima risposta. La volta dopo ancora, vedendo che il prof è sempre placidamente assente, torno dal preside e chiedo di nuovo spiegazione. Ma ha  gente e questa volta l’ho infastidito. Non reggo e gli dico: “Quella sull’attaccapanni è la sua giacca?” mi risponde di si e controbatto: “bene, allora ora le rubo il portafoglio … tanto … una volta non fa il ladro” lo vedo stizzito perché fa brutta figura con i suoi ospiti ma non agisce ancora. Quando lo invito a non fare l’italiano, che diversamente non lascio il suo ufficio fino a sera, allora, inviperito, alza la cornetta compone un numero interno e il professore perennemente assente appare …
Altro esempio. Ero studente della facoltà di lettere e filosofia e dovevo andare agli uffici. Arrivai e c’era la bolgia. Centinaia di persone e solo uno sportello aperto. Mi venne un’idea e agii. andai all’entrata dei dipendenti dell’ufficio e suonai. Chiesero chi è e dissi “il dottor e poi aggiungo il mio cognome”. Si badi che dissi la verità. Nessuna furbizia. Avevo una laurea e un cognome … veri. Si apre il cancelletto elettrico e mi ritrovo in uffici pieni di gente. È lunedì. C’è chi legge la gazzetta, chi racconta ad altri riuniti intorno a lui un’avventura domenicale; altre, non poche, al telefono parlano e parlano e … ecco che esplodo. Mi metto a urlare che sono dei maleducati, che la fuori ci son centinaia di persone che attendono e un solo sportello aperto eccetera. E la mia rabbia funzionò e indovinate un po’ perché. Non sapevano chi fosse quella persona che urlava. Arrivò la direttrice che chiese spiegazioni. Gliele diedi e mi dichiarai indignato e, indovinate di nuovo cosa accadde? Mi disse, “venga in ufficio, mi dia la sua pratica che la facciamo subito”. Avete colto il significato di questo agire? Vengo rabbonito. Si pensa che io sia arrabbiato perché ci sto rimettendo la mattina e non anche perché la situazione che ho visto è vergognosa! Risposi che avevo un foglietto con un numero e che sarei tornato a fare la fila. Non volevo privilegi ma correttezza. Ero un ufo … o un deficiente, e in fondo per questa italia lo sono ancora…
Avrei altri esempi di questo tipo, ci sarebbe da ridere e da piangere … e so che anche voi ne avete a quintali ma, con una differenza, io da sempre rispetto il numero della fila e raccolgo le cacche, voi solo a parole…
Ma … quel che collego a tutte queste tristi faccende è la notizia fresca di ieri che alla presidenza della repubblica pensano di candidare Romano Prodi e Mario Monti. Il primo, maestro di nepotismo, malattia tutta italiana che i sociologi chiamano familismo amorale, l’altro, che ha messo in ginocchio il popolo italiano per rifocillare quell’alta finanza che aveva sbagliati qualche anno fa i conti per eccesso di cupidigia e che del crac che aveva causato non voleva e non vuole essere responsabile. Monti: denunciarlo al tribunale dell’Aja per genocidio sarebbe il minimo. Basti pensare alle notizie occultate da un giornalismo servile in proposito dei suicidi per carenza di lavoro,  di dignità, per vergogna davanti ai figli che non sanno come far arrivare a domani… Quel Monti poi che, per eccesso di burla, è pagato dagli italiani e non dalle banche per le quali evidentemente lavora…
Devo comunque aggiungere che non cambierà niente. Possono eleggere chi vogliono, ma se il pensiero non cambia l’eletto, che altri non è che l’espressione di una mentalità collettiva, continuerà a fare gli interessi propri e quando proprio è in buona, quelli di chi rappresenta. Si può aggiungere che, essendo vicini alle elezioni ci si potrebbe sentire emotivamente coinvolti da questo circo che offre la sensazione, inesistente, di partecipare. Attualmente il sistema bancario governa, e non da ieri. Si pensi a quante cariche politiche importanti o importantissime, solo in italia, sono state coperte da personaggi che lavoravano o gestivano il sistema bancario … esiste poi un altro aspetto di non poco conto. Domandina. È più importante il parlamento di Strasburgo o quello di Roma? Ormai conta di più Strasburgo e l’italia che arriva sempre con qualche mese di ritardo, ci manda la gente come Borghezio e Mastella, che deve farsi dimenticare per un po’, causa un eccesso di incorreggibilità manifestata, che è perdonabile solo col tempo. Il tempo pulisce tutto, particolarmente in quei popoli che ormai vivono solo nel presente.
 Ma, si può pensare solo su quel che ricordiamo …
Se abbiamo pochi ricordi, poca memoria, il pensiero che da questi esce sarà per forza di cose fragilissimo, inconsistente.
Torno ora alla letteratura. Mi son domandato come fosse possibile che in uno stato sgangherato come l’italia, nel novecento si siano espressi tanti talenti. E avendone conosciuti alcuni, quindi anche grazie all’esperienza, qualcosa ho dedotto. Se nasci e hai una sensibilità, è dura. Nessun rispetto. O lotti come gli altri o sei sotto. Quindi vite solitarie e anche difficili. Mi permetto di fare un parallelo col mondo anglosassone. La, se rendi economicamente, sei un grande. è sbagliato ma … potrebbe anche accadere la coincidenza che oltre a rendere vali. Per esempio Dickens, Virginia Woolf eccetera. Qui in italia valore e resa economica non coincidono se non per caso. Se qualcuno pensa per esempio che Fellini fosse abbiente, si sbaglia. Si tenga conto che diventava matto per trovare i soldi per fare un film. Lo stesso dicasi per Antonioni. Quando un artista non ne ha abbastanza per produrre un’opera è povero e soffre. E l’opera è un lascito eterno alla comunità alla quale appartiene … Chi scrive invece, può anche campare con poco. In fondo anche chi dipinge. La ricchezza per loro, sta nell’avere tempo e poco altro. I fogli, la penna, l’inchiostro, i colori. Si pensi a Giovanni Fattori che rifiutò titoli e incensi. Era padrone di quel livello esistenziale che gli permetteva di creare e non voleva turbarlo. Le medaglie e la grande notorietà distraggono …
Veniamo agli autori che ho citato.
Anna Maria Ortese. È stata riesumata per un attimo, solo un attimo, sul Corriere della Sera, qualche giorno fa. Nicola Salutati, capo redattore dell’economia di quel giornale, ha dato dei consigli di lettura. “Il mare non bagna Napoli” è il primo di questi. Questo è il libro. In esso si trova un racconto che considero perfetto. Si intitola “Gli occhiali”. Dire perfetto è di una rarità quasi assoluta. Mi vengono in mente Kafka, Fitzgerald, Melville e pochi altri. E questa scrittrice è quasi sconosciuta! Come l’ho scovata! In un mercatino dell’usato. Ne presi una decina. Nome sconosciuto, prezzo minore di un caffè. Proviamo. Ed è un gioiello anzi di più. Come diceva Borges … “oggi la bellezza è comune. Vale quel che va oltre la bellezza, vale quel che merita di essere ricordato …”
Giovanni Papini. Seppi da Borges che lo stimava profondamente. Quando per Franco Maria Ricci curò la collana di letteratura fantastica intitolata “La biblioteca di Babele”, gli dedicò un volume.
Di lui ho trovato libri di inizio secolo al prezzo di un bicchier d’acqua. Non scherzo. Il più caro è stato “Memorie d’Iddio”. Cinque euro. Quasi il prezzo di cinque caffè a Roma. È una terza edizione del 1919 di Vallecchi. La prima fu del 1911. Si sa che mandò la figlia in giro per librerie a recuperare copie perché fu osteggiato e poi, alla fine, divenuto credente, si sentì in colpa per quelle centoundici pagine. Quando Dio inizia la sua autobiografia dicendoci che lui non ha mandato nessuno, che chi dice di essere stato mandato da lui o di aver parlato a nome suo, lo ha fatto a sua discrezione ma che lui non centra niente, ecco, quando si inizia così, ci rendiamo conto che ogni pagina potrebbe essere l’ultima perché sembra che non ci sia più niente da dire. E invece l’autore forse più originale del novecento italiano, sa stupirci, sa portarci con saggezza oltre il pensiero.
Di Papini consiglio anche “Gog”. È la disordinata autobiografia di un uomo che è diventato ricchissimo e che quindi può permettersi tutto. Si tratta di un capolavoro del paradosso che stupisce. Abbiamo la sensazione, dopo aver letto, che il possesso di qualsiasi cosa, quando si fa sicuro, completo, indiscutibile, perde ogni suo valore. E non solo. Penso che se l’Italia avesse tenuto conto di opere così fantasiose, le avesse date in mano alla gente da leggere, da pensarci un po’ sopra, forse qualche “figlio d’arte” sarebbe nato. Ed è nato infatti, ma in Argentina. Leggendo le opere di Papini che vi consiglierò, ho “sentito” la materia universale della letteratura prendere una forma definita e notevole nella mente di Jorge Louis Borges. Si sa che verso i quarant’anni in lui scattò qualcosa che lo fece diventare l’autore eccellente che ora conosciamo. Ebbene, “Finzioni”, “L’Aleph” e tanti altri suoi gioielli, sono un’estensione raffinata della mente di Papini. Lui ne è stato la miccia, la fonte, la guida. Sicuramente Borges lesse anche “Figure umane”, libretto apparentemente leggero che ci mostra questo scrittore nella sua casetta in collina che “lega” con i vicini. In esso racconti come “La mangiatrice di viole” stordiscono e commuovono per la sensazione immediata di profondità e bellezza. È un libro del 1943 che mi ricorda con affetto Tonino Guerra, che vagava per la Valmarecchia e scopriva gente originale, che poteva sembrare matta ma che, alla fine dei conti, era più vera di quel che noi crediamo essere la verità. Penso di quando mi raccontò, per esempio, di quell’uomo che aveva fatto grondaie che si infilavano su per gli alberi e concentravano tutta l’acqua in qualche botte. Tonino chiese “ma a cosa serve?” “per l’insalata. L’acqua della pioggia ha dentro i fulmini, viene più buona.”
Consiglio anche “Nipoti d’Iddio”. La mia copia è del 1942, con la salamandra di Vallecchi in copertina che se ne sta fra un erba che sembra fiamma o una fiamma che sembra erba. È sufficiente leggere i primi tre saggi sull’Alberti, Leonardo e Michelangelo per “sentire” la grandiosità e la sincerità minuziosa della sua mente. Una cosa comunque la devo spiegare. Tutti, secondo Papini, son figli di Dio. Gli artisti son nipoti  … e che il resto ve lo dia la lettura. Che questa ricerca vi faccia staccare le chiappe dal computer e muoverle un po’ che ormai sono quadrate! Questa roba non la trovate per ora sugli E book quindi vi tocca camminare e andare per mercatini o in qualche biblioteca che comunque la roba troppo datata non te la presta ma te la fa leggere nelle sue sale che per quanto belle non son mai comode quanto la poltrona di casa. Forse si trova ancora “Gog”, perché mi risulta che il quotidiano “Libero” abbia provveduto ad una saggia ristampa qualche annetto fa.
E ora la patata bollente: Alessandro Pavolini. Il nipote, finalista a un qualche premio letterario, con una bella testa ricciuta, segue le orme del nonno … che era un fenomeno.
Perché patata Bollente: perché era un fascista della prima ora e fu ministro della cultura popolare (la celebre  sigla minculpop, nome che starebbe benissimo su quel ministero del Lungotevere detto pubblica distruzione o istruzione … non ricordo esattamente, ma ho la sensazione che un vocabolo ormai valga l’altro …)
Fu poi fucilato con Mussolini e con lui penzolò a Piazzale Loreto. Era un duro e un puro. Era convinto e coerente. Veniamo ora ad un ragionamento. C’erano tre religioni laiche che si contendevano il regno del mondo. I capitalisti, i comunisti e i fascisti (undici stati solo in Europa erano di questo gruppo). Dopo il quarantacinque si ebbe la sensazione che avessero vinto capitalisti e comunisti. Da dopo il crollo del Muro, nel 1989 si ebbe la sensazione che avesse vinto il capitalismo. Attualmente si ha la certezza che non ha vinto nessuno e, anzi, che solo la gente comune abbia perso come sempre.
Queste tre religioni laiche, ebbero una loro letteratura. Ci manca quasi completamente all’appello quella dei fascisti. Ma … e se ci fosse qualcosa di buono?
Spero sia chiaro che non m’interessa la politica. Per me questa ha un senso solo se l’Uomo accetta delle regole fondanti e uguali per tutti. Se non accade, e più o meno da Adamo ed Eva va così, è una pagliacciata e basta. Ho cercato di vedere e leggere di tutto. Non sono immortale, o almeno così mi dicono, quindi immagino che mi sfuggiranno molti doni e quelli che goduto li devo, come nel caso del libro di Pavolini, al caso, ma quando una cosa vale, vale e basta. Ho visto i quadri di Hitler e non mi hanno detto niente, ho letto “L’amante del cardinale di Mussolini” e, giustamente, non ricordo nulla, ho letto le poesie di Mao e le ho, giustamente, dimenticate ho letto “Scomparsa d’Angela” di Pavolini e ho pensato tanto, troppo, per poter dire a me stesso e a voi che è il nulla. Vale e molto. Se partiamo poi dal presupposto che forse il fascismo uno straccio di ideale lo doveva pure avere e che la storia scritta dai vincitori ha deriso e svilito anche ciò che forse non meritava, dobbiamo metterci nell’ordine di idee che si deve agire, andare alle fonti, per farci un’idea decente dei fatti.
Vi faccio un esempio di risultato questa volta involontario, ottenuto lavorando su documenti trovati su una bancarella. Trovai a pochissimo prezzo un passaporto austriaco del periodo fra le due guerre. Apparteneva ad un austriaco, un viennese. Dai libri di storia sappiamo che la Germania hitleriana aveva annesso l’Austria. Nei libri troviamo proprio la parola originale tedesca: Anschluss. Quel che il libro di storia non diceva lo aggiungeva automaticamente l’onesto lettore che mediamente deduceva quanto segue: l’Austria era ormai una cosa unica con la Germania. Questo ragionamento era oltre il resto appoggiato dalla consapevolezza che Hitler era di Braunau, un paesino dell’Austria appunto. Si aveva la sensazione che con l’Anschluss il dittatore avesse reso legittimo il suo potere che fino a quel momento riguardava stranamente un altro stato e poteva puzzare di illegittimità. E invece quel documento trovato, mi rivelava una realtà diversa. Sulla copertina c’era stampigliato “Per stranieri”. Questo viennese, risultava quindi essere per la Germania, uno straniero anche dopo nl’anchluss, e un documento al suo interno mi diceva oltre il resto che era un lavoratore straniero che lo stato invasore aveva “mandato” a Vienna a lavorare, ma che poteva finire in qualsiasi altra azienda nazionale. La medesima procedura quindi che si usava per un italiano o un francese o un polacco dei territori appena annessi con la guerra. Vedete, capire che l’Austria non era parte della Germania, ma una colonia, e come tale trattata, è importante … ma non lo trovi sui libri …
E ora torniamo a “Scomparsa d’Angela di Pavolini”. È un libro importante prima di tutto per chi vuole capire l’ideale di quei fascisti puri che pure dovevano esistere. Non è possibile credere che si trattasse, come vogliono farci credere di un branco di caproni, anche perché si arrivò ad un punto che la maggioranza del popolo italiano era veramente e convintamente fascista … per quanto può valere la convinzione in un popolo corrotto …
Si deve decidere. Milioni di caproni in italia, una maggioranza di caproni, per un movimento senza idee?
Impossibile anche su questa bella penisola, perché, si ricordi, che all’italiano le regole servono per definire l’apparenza, per sapere cosa dover aggirare e come …
Ebbene, quel libro contiene un’ideale. È vero che per realizzarlo non si andava per il sottile, ma se penso ai morti dei vari comunismi, ai morti del capitalismo che spesso non hanno a che fare con guerre, fucilazioni e manganellate, ma con Porto Marghera, Acciaierie di Taranto fino al caso limite di Bophal il India e il disastro immane causato dalla Union Carbide … ecco, se penso a tutto questo o smetto di leggere le opere di ogni fazione che ha usato la violenza, o le leggo tutte e uso la mia testa … non va di moda ma a me piace …
Ma quel che accade con Pavolini, non consiste solo nello scoprire che l’acqua calda è calda. C’ è dell’altro e ve lo racconto così. Dissi a Tonino che avevo scovato un libretto del 1940 che era un gioiellino, non rivelai di chi era ma gli consegnai le fotocopie senza copertina. Lesse e mi disse che sì, era veramente bravo. “Ma di chi è! Lo conosco?” “si che lo conosci. Si chiama Alessandro Pavolini”. Tonino ne fu visibilmente sorpreso. “Quello?” “Si Tonino, quello”. Ebbe l’onestà, come sempre, di mantenersi coerente col suo pensiero. Mi disse comunque che la sua generazione non sarebbe riuscita a parlarne, la ferita era ancora troppo fresca. Toccava alla mia …
E quel che ha che non ti aspetti è che ti commuove. “Scomparsa d’Angela” ti porta alla tenerezza, all’esaltazione, e in certi casi a fruire di un senso estetico che ti sorprende. Il racconto “Fidanzata” si scioglie in noi con delicatezza. Ci troviamo ad essere in sintonia con i protagonisti, li comprendiamo fino in fondo e poi, quel finale cruento, che per un attimo sentiamo legittimo ci fa impressione poiché il nome dell’autore ci scivola dinnanzi agli occhi continuamente, e per noi che sappiamo, è un attimo rendersi conto che il finale rissoso equivale a rendere lecito il modo di agire del fascismo, delle squadracce. Ma … e se lo leggesse un ragazzo che di Pavolini non sa nulla? Il tempo per lui ha livellato quel nome e sarà solo uno scrittore fra tanti … ecco, quel ragazzo comprenderà la reazione, la approverà, poiché tutti hanno un’adolescenza dentro che in qualche modo è stata ferita e reagisce … approverà, ne sono certo, fino in fondo.
Un racconto che non può lasciare dubbi, anche se non si sa nulla dell’autore, è “Una camicia nera”. Il cieco al piano, la moglie così gentile e premurosa, e l’uomo con la camicia nera che tutela, nonostante il caos che ha creato, quella dolcezza. E ce lo domandiamo. È un fascista, è il cattivo! Come fa ad essere contemporaneamente anche buono!?! Ma una risposta si impone con evidenza fastidiosa. Quell’affetto fra il pianista cieco e la moglie, quel mondo fragile è la meta, è quanto quel caos di violenza innescato vuol rendere possibile. Quello, per Pavolini, era l’ideale. Quella coppia non la toccava con la forza, perché quanto c’è di buono merita di sopravvivere ai tempi nuovi che da loro dovevano prendere esempio.
Ne citerò solo un altro: “Sotto il disegno dell’aquila”. Qui è chiaro il senso di ordine che a Guidonia, città costruita dal fascismo, si vuol rappresentare. Quella è la meta. Un mondo corretto, educato, nel quale tutto funziona …
E ci si domanda … ma allora così era il fascismo? Io che di storia ne ho studiata tanta (e non mi fermo), deduco che fu un ideale che, come il comunismo pensò di realizzarsi per mezzo della violenza diretta. Chiamiamola forza, che forse rende più l’idea. Ha vinto, anzi, ci mette più tempo a perdere, il capitalismo, che pure uccide ma in modo appunto indiretto, perché si sa che un bilancio vale più della vita della gente (vero Monti?). Si tratta di una differenza di tecnica. Ecco l’esempio. Il veleno mica lo prendi … perché si muore subito e non ci si trovano ne utilità ne piacere. La sigaretta si che la prendi. Per ora da piacere e domani ti secca … e infatti di quelle ne hanno vendute un’infinità pur sapendo. E so che sapevano.
Lavori all’acciaieria di Taranto? Oggi ci vai. Devi pur lavorare, e quindi ti avveleni per un’utilità immediata. Domani sei secco. Funziona … lo capite? È sufficiente che il veleno dia un attimo di soddisfazione di un bisogno o di un piacere e poi, se con calma ci rimetti la pelle … beh, fatalità. Si faranno battaglie di statistiche, si rimanderà la verità che verrà a galla solo quando non ci saranno più ne vittime ne colpevoli, tutti morti … seppelliti dal tempo.
Una precisazione devo farla. Se si legge “Mein Kampf” di Hitler, si capisce senza possibilità di fraintendimento, che alla base c’è una teoria razzista che è con ogni evidenza assurda e con essa si pretendeva di rendere lecito il genocidio. Nella teoria fascista italiana, l’antisemitismo interviene come ordine esterno inevitabile ma non desiderato. Il razzismo italiano esisteva ma non era truce e con idee di pulizie etniche totali.  È vero comunque che ambedue le ideologie intendevano “convincere” chi non era d’accordo, con la forza.
Tommaso Landolfi. Pago esattamente trenta centesimi “Racconto d’autunno”. Non mi sono fatto ammaliare dalla copertina. Un’opera di Redon che forse vuol essere lievemente inquietante. Ma odio queste tecniche povere fino al ridicolo, degli editori. Mi piacerebbe che anche le copertine le preparassero gli autori! Loro, gli editori, mirano solo all’emozione, sembra che il cervello serva solo per riempire quella parte di testa che da senso alle orecchie. Pensare? Dio mio no! Emozionare! Questa è la parola d’ordine!
Io invece son rimasto sorpreso di trovarmi fra le mani un autore del 1975 pubblicato dalla Rizzoli e a me sconosciuto. Ci si somma poi un giochino che ho ereditato da Alberto Savinio. Mi lascio trasportare dall’effetto che mi fanno nome e cognome. Tommaso Landolfi suona bene. È pieno, lo sento. Vale la pena di provare. E l’irrazionale consigliato da Savinio, che nell’aldilà se la ride delle mie dinamiche mentali, quell’irrazionale dicevo, ha colpito nel segno. Un gioiello. Il racconto fu scritto nel 1947 e qualcosa di Landolfi in fondo sapevo, poiché ho qualche sua traduzione dal russo che, per esempio per Pushkin non mi ha per niente affascinato. Ma non è colpa di Landolfi. Pushkin, come Mandel’stam, Achmatova e si può dire, tutti i poeti russi, è intraducibile. Si perde troppo. Se li vuoi almeno sfiorare devi fare come fece Landolfi; studi il russo e vai a fare un giro da quelle parti che non guasta. Io ho fatto più di un giro, ma per il russo come lingua, rimando purtroppo l’incontro. Devo decidermi.
“Racconto d’autunno” centocinquanta pagine, un sorso, per una favola che ci sorprende ad ogni pagina. Mai quel che immaginiamo accade. E quella figura femminile, ossessiva e al contempo totale nel sentimento, ci prende e ci respinge continuamente, senza sosta. Un CA PO LA VO RO.
Ha una caratteristica alla quale le menti della sua epoca non seppero adattarsi. Sentiamo odor di guerra, ma solo all’inizio, per creare la situazione, e poi si entra in una dimensione che è favola e mito. E come accadde a Marvin Peake con la trilogia di Gormenghast, pubblicata la prima volta nel 1946, sorprese negativamente che dopo anni di guerra qualcuno si buttasse nella favola o in qualcosa comunque che non aveva a che fare con la realtà dei fatti accadenti o appena accaduti. Non entro in merito a questa banalità. Seguo il dettato di Wilde che ci dice: “non esistono libri belli o brutti, ma libri scritti bene o scritti male”. Frase vasta e subdola perché presuppone che una qualche idea del bene o del male la si abbia in un’epoca come la nostra nella quale ci vogliono convincere che bene e male non esistono … Io preferisco parlare di piacere e mi sorprende che Wilde, che di piaceri era sicuramente più sfrenato di me che comunque un poco me ne intendo, non ci abbia pensato … oppure ci ha pensato e l’ha detto, e secondo me era coerentissimo con la sua personalità che lo dicesse, ma non è stato colto da chi lo ascoltava perché si sa che gli aforismi di solito son saggezze in forma sufficientemente economica da essere apprezzati anche da ingegni a basso consumo, ma avolte anche li si cela una densità eccessiva. Un libro deve dare piacere! È poi vero che il piacere ha vari livelli. Parte dalla corporeità pura per arrivare alla pura spiritualità. Non si perda tempo a decidere qual è la migliore! Non ha senso, poiché noi fruitori, io per esempio, non siamo mai i medesimi. Ci saranno momenti della giornata, della settimana, della vita, nei quali siam puramente carnali e altri nei quali siamo più o meno o totalmente spirituali. Tutto qui. Ovviamente la pura carnalità rappresenta attimi brevissimi, quasi trascurabili … porto un esempio. Per una dama del settecento, l’amante non era quello che soddisfaceva a letto o in carrozza certe esigenze fisiche. L’amante era quello che principalmente a tavola, condivideva il dialogo … è un problema spiegare queste cosucce in un’epoca come questa che ha l’ossessione del sesso. Sembra, parlo da uomo, che una donna sia tua solo quando … e questa è miseria. E infatti sento spesso parlare della pornografia come arte e in fondo lo si fa per nobilitare un chiodo fisso che non ci fa onore. Se quel che comanda in noi è più o meno a una spanna sotto l’ombelico, siam messi male … si tenga poi conto che nel cinque-seicento più dell’atto sessuale in se affascinava l’intrigo che a questo portava … quindi l’arte è un piacere che non deve essere totalmente carnale ma può essere, anche se rarissimamente accade, completamente spirituale. In Tommaso Landolfi e particolarmente nella figura femminile del “Racconto d’autunno” la dimensione carnale interviene poiché questo amore totale e folle ci affascina e ci ripugna. Anche noi, come il protagonista non sappiamo che fare. Anche noi come lui, torneremo a quella casa strana e vedendo lei non avremmo un motivo al mondo per non desiderarla.
Vedete, una carezza, se la pensi, se la dici, è nulla, se la fai forse arriva al cuore. I sensi hanno un linguaggio, una poesia, una delicatezza, una forza, un’angoscia, che la letteratura e anche le altre arti, giustamente utilizzano. Noi siamo, su questa terra, per mezzo di un corpo. Quando ve lo toglieranno (non sono ancora sicuro di essere mortale …), questo limite di carne, diventerete abbastanza sottili, da poter cogliere intorno a voi una dimensione della quale quella rivelata dai cinque sensi, è solo una parte. Avete vissuto in un corpo perché dovevate conoscerla, quella parte. Ho detto roba metafisica! Deduzione … se è vero son già morto … e nessuno me l’ha detto. Sì, penso che sia possibile, poiché quella dimensione è nota solo a chi il corpo lo ha lasciato e non si sa di nessuno che sia tornato o che ne abbia anche solo avuto voglia. Solo i vivi che si immaginano morti ardono dal desiderio di tornare. Chi è morto, chi ha lasciato il corpo, davanti ad una vastità come quella che trova, non tornerà certo e forse anche si dimenticherà della vita. Sì. Penso sia così, altrimenti come mi spiego che Carlo non mi ha ancora dato i numeri che mi aveva promesso? E son passati un paio d’anni. Il tempo se avesse voluto … ma, ecco, suonano alla porta, alla mia porta che da quindici anni ha il campanello staccato. Sbircio dalla veneziana. È Carlo. Allora sono forse … morto. Si avvicina. È un amico che non vedo da un pezzo. Quindi il dubbio rimane. So cosa c’è dopo. Quindi se lo so forse …
E se è così non avrò più niente da dirvi. Dovrò guardare avanti, in questa dimensione nuova. Capire chi sono. Quanto è inebriante la solitudine! Tornano quasi tutti dal passato. Anche lei che mi diede pugni in faccia con le parole. Ma, Carlo, Tonino, Mario sorridono, il passo unghiuto di Mafalda, ed ecco Tata e Sophie… sto bene. Sì. Sto meglio. E comprendo che sto scrivendo da un sogno
ciao