sabato 27 maggio 2017

Giovani artisti per Dante. Osservando un testo teatrale di Sergio Monaldini ...

Ricordo quando un amico, studiando l'italiano con troppa fantasia, mi disse di credere che Dante, il poeta, si fosse dato come nome d'arte un participio presente, poiché stava per dare un capolavoro al mondo e se n'era reso conto. I russi sanno portare la fantasia ben oltre il peccato e la corbelleria, e si sorride. Sapeva che era Durante degli Aldighieri e il resto è farina del suo sacco, e di un popolo che in quanto a poesia non scherza.
Ma cos'ha Dante di così magico da affascinare tuttora? E' questo che in una scuola non è facile trasmettere.
Era scienziato e si dimostra in un attimo: ricordare le prime due terzine …. “Nel mezzo del camin di NOSTRA vita / MI ritrovai in una selva oscura” ecc.
Nostra, uguale a noi, l'umanità - Io Dante, individuo, mi ritrovai …
Ed eccovi servito l'astronomo! Per il calendario ebraico l'anno zero del cristianesimo corrisponde al 3760 dalla creazione del Mondo. Si somma 1300, poiché era il venerdì santo di quell'anno quando Dante si “perse” nella boscaglia che penso fosse di Ariccia, e si ottiene 5060 che è la metà del camin di nostra vita. Se si moltiplica per due si ha la data del Giudizio Universale. Per loro, per l'epoca di Dante, eran certezze …
Ma di Dante scienziato si è perso quasi tutto, quindi è in altro la sua fama e per noi che vediam successi sempre e la fama mai, comprendere è arduo .... proseguiamo ...
La struttura della Commedia viene da Muhammad Ibn Ali detto el Arabi, nativo di Murcia, la Spagna dei Mori; e Brunetto Latini, facente parte di una conventicola extraconfessionale che univa Cristiani e musulmani, vi introdusse Dante che così ebbe accesso a testi che solo gli affiliati, si passavano e conoscevano. Ma anche questo aspetto è dimenticato, oppure passa in sordina e comunque non fa la grandezza di Dante.
E poi …. e poi era Templare … ed ecco che i ragazzi si svegliano e drizzano le orecchie poiché i templari, tragedia vera per la storia, per loro è fantasy, e penso, pensiamo in tanti, che scelse Ravenna poiché vi era vescovo Rinaldo da Concorezzo che nel processo ai templari per il Nord Italia li assolse, come si direbbe oggi, con formula piena defungendo poi, essattamente come il Poeta, nel 1321. A Firenze si era guadagnato pena di morte in quanto politicamente schierato coi perdenti, e a Ravenna, fu salvo anche dal rischio di finire arrosto in quanto templare. Per questo motivo Dante sopportò le zanzare forse con la medesima insofferenza del Poeta Giovan Battista Marino che vi soggiornò controvoglia dal 1605 al 1608. Ma il fatto che Dante fosse templare, se attizza gli studenti per le quintalate di film dozzinali e libracci che li hanno visti loro malgrado protagonisti, non giustifica una fama che dura da più di settecento anni…
ma allora … perché Dante resiste nella memoria e nei cuori di chi decide di leggerlo sul serio?
Perché era Poeta … lo era veramente, e una cultura, una lingua, quando può vantare un poeta enorme fra le sue vite, può comprendere, se ne sente la necessità, come ci si rivolge alla propria anima e a Dio, che in fondo son la medesima cosa.

Il cardinale Pietro Aldobrandini, figlio di papa Clemente VIII, era più che raccomandato ed elargì la sua ombra protettiva su Giovan Battista Marino che oltre ad essere un poeta da leccarsi i baffi … baffi che come poi vedremo hanno tediato Sergio Monaldini, l'autore del testo teatrale …. oltre ad essere un poeta validissimo, era pure uno scavezzacollo accusato senza prove certe, un po' di tutto, compreso incesto con la sorella, duelli vari e gozzoviglie di bassa lega. All'epoca era quasi la normalità fra gli artisti. Il Merisi da Caravaggio ne è l'enciclopedia completa … Ma Marino non migrò nella zanzarosa Ravenna per fuggire ai suoi peccati se non indirettamente. Egli faceva parte della corte del Cardinal Aldobrandini, che, finché il papà faceva il papa, stava a Roma e se la godeva, ma morto il papa papà, venne Leone XI che lo spedì a Ravenna … forse perché aveva altri parenti da far divertire? Niente di più facile, e Marino dovette seguirlo, in groppa ad un asino che si chiamava Fiutaculo, massacrandosi nel viaggio perché sembra che la sella non fosse particolarmente comoda. Venne e maledisse appunto le zanzare nella prima lettera e questo paesaccio sperduto, ma di fatto abbastanza vicino a Venezia e Bologna per finire comunque col riuscire a viversela abbastanza bene. Nel frattempo qualcuno aveva tradotto Nonno di Panopoli (nonno da nonos, santo in greco), ultimo poeta ellenistico; l'opera folgorò Marino che, influenzato da queste Dionisiache, forse dalle zanzare (c'era già la piadina? E comunque dalla buona tavola romagnola), e dalla presenza spirituale di Dante, corresse il suo Adone e trasformò quel che doveva essere un esilio nel suo momento di maggiore ispirazione.

E' la poesia quindi, che si cela in quei chiostri, presso quella tomba del Sommo, in quei luoghi nei quali tutti i poeti che hanno potuto, in pellegrinaggio son venuti e hanno atteso un segno, un'ombra che desse la sensazione che … che nemmeno loro sapevano cosa. Chi venne lo fece silenziosamente. Ecco la viuzza che ci offre in fondo la tomba del Poeta e alla sinistra i due chiostri … ho visto esseri umilmente umani attendere al mattino presto o di notte, che fosse deserta, e poi camminare proprio al centro in modo da arrivare proprio alla porta. Ora di notte spengono il lume che brilla con l'olio fiorentino. Ricordo anni fa che nel buio questa lucina sembrava la visione di premorte che molte persone ricevono in dono prima di terminare veramente l'avventura in terra; un tunnel buio, una paura tremenda che ti scuote oltre il corpo … ma quella luce … che è poesia, che è linguaggio dell'anima, della divinità, della sopportazione possibile, perché non è impossibile, dell'esistenza... quella luce minima era li e guidava. E poi, e poi mi girai commosso con quella luce negli occhi che chiusi e … li riaprii lentamente… e quindi il poeta e io, e tu se proverai, ...e quindi il poeta e io, e noi ... uscimmo dalle palpebre serrate ... a riveder le stelle ...con il ricordo di quella lucina ovunque, a casa, al lavoro, nella rabbia, nella nebbia.

E ora i Baffi di Marino … Dopo le prove generali, sgangheratissime ma piene di entusiasmo, unico terrorizzato dalla sua creatura, ovviamente l'autore; dopo le prove eccoci alla mattina della prima. I ragazzi arrivano. Il vento che faceva volar fogli ovunque, ha deciso di lasciarci in pace ma … ecco i troni, la nike di polistirolo che troneggia fiera in mezzo al palcoscenico ... ecco le damine in costume, la Poesia con allori e frutta di stagione e un velo, che non sa come tener tutto in mano e sembrar leggiadra, ecco i tamburi e il prof Marino che li guerreggia che è tranquillo come se nulla fosse e … e son spariti i baffi posticci del nostro Marino, magro come un filo che con quei peli aggiunti sembra un d'Artagnan malinconico. Dieci minuti di caccia e la frase ripetuta “dove sono i baffi” “i baffiiiii” e poi li han trovati in condizioni pietose, accuratamente lisciati e sistemati sul viso che li attendeva con non troppo entusiasmo “perché son sempre lì per cascare”. E Monaldini che già aveva deciso il sacrificio di parte della barba e dei baffi suoi, roba da farci mustacchi di Francesco Giuseppe, sospirò di sollievo. Male che vada la faccia, quella vera, quella alla quale è abituato da anni, era salva. Ora si trattava di salvare l'altra faccia, quella metaforica della sua creatura artistica e come per incanto la prima ha funzionato. Ognuno con le sue insicurezze ha fatto quel che doveva e il languore poetico di Marino, condito da musiche scelte con gusto finissimo, ha toccato i non addetti ai lavori. Per noi, per Sergio Monaldini, tutto era imperfetto, ed era solamente finita la tortura della prima ... e invece, fidatevi, era andata veramente bene.
La seconda rappresentazione poi è sembrata semplice a quei ragazzi che il giorno prima erano insicuri, e il tutto ha trasmesso la sensazione di poesia che l'autore “sente” intensamente.
Non si scrive per dire qualcosa, lo si fa solo se si ha qualcosa da dire!” disse e scrisse Fitzgerald nei taccuini. E allora cerchiamo di comprendere cosa aveva da dirci l'autore.
Ed ecco un ricordo di qualche mese fa. Alcuni studenti mi dicono che Monaldini si è commosso in classe leggendo una poesia di Pascoli. I ragazzi sembrava mi parlassero di un fatto sconveniente, ma ho poi compreso che si trattava per loro di una reazione incomprensibile. Ho risposto “Ragazzi, mi son commosso sentendo Amy Winehouse cantare Back to black, mi son commosso davanti a Michelangeli che suonava una mazurka di Chopin, davanti a “Ragazza” di Pound, “I commedianti”, “Ultimo canto di Saffo” e “Tommy” di Roberto Vecchioni … rileggo spesso da anni pagine di Proust e di Bulgakov e mi ritrovo con gli occhi lucidi e non me ne vergogno. Ho un'anima, ho scoperto di averla quasi per caso e l'ho nutrita, e ogni tanto, davanti a certi capolavori che non mi fanno rimpiangere di essere un uomo, gli occhi si inumidiscono. Ascoltate per esempio l'andante del secondo concerto di Rachmaninoff, oppure “Hotel Supramonte” di de Andrè…. e mi son fermato. Quell'elenco per loro non esiste. Son parole, son scatole che contengono oggetti che non sanno “usare”. Arrivano a scuola che hanno vissuto gli istinti coi quali son nati, hanno scoperto le emozioni, quasi tutti, con le relazioni, ma raramente vanno oltre. Deve avvenire l'incontro, quel fatto banale o enorme che ci fa comprendere che l'io non si esaurisce nell'immagine che ci offre lo specchio. L'io è oltre il tempo, il tempo nemmeno sa cosa sia, e la poesia, quest'armonia col tutto, che sgorghi dalle note, dalle parole che sembrano incapaci di tanta delicatezza perché le usiamo tutti i giorni, oppure da un quadro …. nemmeno i ricordi più belli ci salveranno se non accadrà che in noi entri la sensazione di armonia.
Sergio Monaldini voleva dir questo. Se ci è riuscito, i ragazzi lo scopriranno fra anni. Si semina, ma forse il seminatore non si vedrà il raccolto, si semina … perché comunque, con o senza noi che seminiamo, se fra anni anche solo uno sguardo ricordando penserà a quella Poesia con la carnagione bianca in abito d'epoca e le guance rosse e le labbra gentili, a quel Marino nervoso che sfogliava testi e si arrovellava in qualcosa di enigmatico, in quei tamburi che scuotevano la cassa toracica come demoni di quel che ci fa agognare le mete … se tutto questo accadrà almeno una volta … sarà poesia.


Se accadrà sarai sopravvissuto, come disse Borges, alla notte.

domenica 5 marzo 2017

Edgardo Franzosini: "Questa vita tuttavia mi pesa molto"



Animali in bronzo, belli da volerli toccare, da non stancarti di guardarli, perché come i cieli di Turner non erano frutto del caso, ma scelti da un'artista, li vidi al Bargello ed ero un ragazzino. Spesso andai a trovarli negli anni seguenti. La meta prima era un viso di donna, anzi di ragazza, candido, di Luca della Robbia. L'ideale femminile che spesso, deluso dalla realtà, raggiungevo e contemplavo nella sala grande, luminosa, riflettente l'eco di pochi passi, che anni fa quel museo non era visitato come oggi.
Il viso sparì. Ce l'ho comunque in me, e agli animaletti del Giambologna



mi ritrovai a preferire quelle di Rembrandt Bugatti. Sapevo poco della sua vita. Fratello del celebre “inventore” di automobili capolavoro come la Atlantic, fratello di Carlo, inventore di mobili troppo speziati per il mio gusto, figlio di un padre che era assai originale eccetera, ma non mi sono mai interessato oltre e queste notizie di fatto, erano passivamente entrate in me vuoi per un amico fissato e collezionista di auto rare o un altro che aveva rimediato abbastanza pezzi da organizzare un minuscolo salottino autentico che venerava e non usava. Solo ora, leggendo il libro di Franzosini, “Questa vita tuttavia mi pesa molto”, ho compreso come mai non mi interessai alla vita dei questo bronzista con un nome pesantissimo …. Rembrandt.
Se il pittore celebrissimo, la stampa dei cento fiorini l'ho osservata con la lente spesso e i suoi autoritratti sono dei gioielli …. se il pittore, con la sua fama e la sua carnalità gioiosa lo abbia condizionato all'inizio dell'esistenza, quando così lo chiamavano ed iniziava a comprendere che avrebbe percorso la medesima via, allora ecco che scegliere una “via” opposta, senza carne, rappresentare le ali ma non l'angelo, divenne il suo tratto distintivo. I suoi animali di bronzo … non ho aggettivi. Mi capitava di sapere che un antiquario ne aveva uno e facevo un viaggio. Venivo lisciato come un futuro cliente ma io guardavo solo e non sopporto il possesso in arte, mi sembra assurdo. Del Giambologna il ricordo svanì. Ora vado al Bargello per Michelangelo e il tacchino



lo trovo bello, ma non sublime. Questo aggettivo che non so spiegare lo metto tutto negli animali di Rembrandt Bugatti. Mi bastava guardarli, di lui, dell'uomo, dell'artefice che li aveva fatti, mi dimenticavo. Esisteva davanti a me, colata nel bronzo, un'animalità al di là del bene e del male, qualcosa che rappresenta si per esempio la pantera, ma va oltre essa, oltre la sua figura, e nel frattempo le somiglia in un modo così forte da comprendere che mai prima di aver visto quelle opere, mi ero soffermato veramente sulla pumità, sull'aura che quel corpo ha e che non si esaurisce nella usuale meraviglia che si consuma come paglia al fuoco, dello stupore di una novità. Attualmente tutto viene sfiorato con lo sguardo. C'è una tigre? Vediamola! E si consuma un rito più per avere un argomento da bar e da salotto che per cercare di capirci qualcosa ... in questa esistenza. E Rembrandt Bugatti, scopro dal libro di Franzosini, li osservava per ore, per giorni. Ogni dettaglio del reale si sommava, diveniva la polpa concreta di una misura spirituale … di quel sublime che riveste il corpo di quegli animali. Un'opera mi colpì.



Una ragazza nuda che solleva un gatto. Mi sorprese il fatto che il corpo di lei, aggraziato, non lo percepivo come sensuale. Era semplicemente gradevole e nel sollevare il micio esprimeva una serenità che non si banalizzava nella contentezza che è soddisfacimento dei sensi. C'è chi accarezza un gatto perché è liscio, c'è chi lo accarezza perché in esso è racchiuso, ma con altra forma, il mistero dell'esistere.


Non sapevo che Rembrandt Bugatti si era suicidato. Non sapevo come, non sapevo perché … e mi sono commosso. Quando ho chiuso il libretto di Franzosini (115 pagine di un tascabile ma non si legge in un soffio...), ho preparato da mangiare al cane, e sono andato avanti e indietro per casa come smarrito. Il corpo si muoveva, scaricava l'emozione che io non sapevo gestire.


Se nella parentesi ho scritto che il libro è breve ma non si legge in un soffio è perché, citando un autore, Borges, che Franzosini stima moltissimo (e anch'io) la sua semplicità non è semplice, che questo è il tratto caratteristico della banalità. La vera semplicità in arte, cela in sé una segreta complessità, per questo ci si inoltra in quelle pagine piano piano. Si soppesa tutto e tutto sembra leggero ma poi, con il momento dell'eccidio di Anversa, il peso si fa, almeno per me insopportabile.
Un altro autore ha toccato questo argomento, la strage degli animali, come segno di assoluta abiezione umana. Andrej Tarkovskij, scrisse “Andrej Rublev”. Di solito si conosce il film, veramente un buon film, ma il libro … ecco, il libro secondo me è ancora migliore. Per chi fosse curioso dico che è un Garzanti non recente. Compresi allora che Tarkovskij era più capace con la penna che con la macchina da presa e Tonino, Tonino Guerra, alla mia domanda “perché fece film visto che il suo talento era la poesia?”, rispose … “per non essere paragonato al padre dai critici. Amava suo padre e trovava volgare questi confronti che l'intelligenza si sente in dovere di fare”. Me lo confermò la Achmadulina, quando le dissi che secondo me Tarkovskij era sommamente poeta. Ma torniamo al libro “Andrej Rublev”. Per farla breve, il fratello del signore di un certo territorio, sconfina con i suoi uomini armati, nei territori che invidia e vorrebbe. Fa strage di cigni e ricordo, spesso mi appare improvvisamente questa immagine, il mucchio di cigni bianchi e in cima l'ultimo che sta morendo e muove l'ala esanime.
Il senso delle due scene è il medesimo. Tarkovskij ci descrive il massimo dell'orrore insensato con la distruzione di animali che rappresentano per noi quasi un archetipo di bellezza e col loro biancore spesso lancinante, di purezza.
Franzosini sa che Rembrandt era presente ad Anversa quando, durante la prima guerra mondiale, il Belgio, per far fronte all'avanzata dell'esercito di Guglielmo secondo, dette ordine di far abbattere tutti gli animali dello zoo.



Se la coerenza, ci fa comprendere che era necessario farli fuori, la sensibilità esplode, almeno in me, e Franzosini ha probabilmente colto nel segno immaginando che Rembrandt, certo non entusiasta dell'umanità, davanti a quella strage degli innocenti, e poi al suo seguente servizio volontario come barelliere, che gli ha mostrato la follia umana senza veli o attenuanti, ha immaginato, che Rembrandt si sia disgregato. Il “viaggio” verso Dio, che non soddisfa, la bella immagine dell'ultima opera che tenta di realizzare, un crocefisso enorme, e quella fine, sensata, se sei così profondamente diverso e quindi profondamente irrimediabilmente solo.

Come ho “incontrato” i libri di Edgardo Franzosini.
In un mercatino dell'usato trovo “Raymond Isidore e la sua cattedrale”. Prezzo di un caffè. Ok, accetto il rischio che sta nei soldi che in questo caso quasi si azzera e nell'eventualità di buttare via il capitale più prezioso, il tempo. Non stimo la casa Editrice Adelphi quando fruga nel contemporaneo. Quindi la mia diffidenza non era poca. Ammetto che molto mi ha aiutato Raymond Isidore che mi fa sorridere e stimo come artista. Male che vada ci guadagno con qualche notiziola interessante anche se all'inizio mi sembra di aver a che fare con un racconto lungo. Temo chi in questa epoca inventa. Raccontare è una misura meno rischiosa e seminare la sensazione che si tratti di fatti reali sembra sia un ingrediente fondamentale … e per me che leggo “Il cacciatore Gracco” due volte all'anno … quest'epoca, non solo per questo, va strettina... Questi i ragionamenti, gli ostacoli fra me e il testo, ma comunque iniziai a leggere.
Colto, non lo nasconde ma non capisco se lo ostenta. La mia diffidenza vede nero ovunque ed è colpa di Calasso che ho già decapitato in un altro saggio.
Stima Borges e mi sembra che un poco lo emuli, ma di fatto lo scritto, lo ammetto, mi piace anche se non ho ancora messo a tacere tutte le mie remore. Vado comunque in libreria e chiedo “datemi quel che avete di Franzosini!” e così leggo “Sotto il nome del cardinale” mentre “Questa vita tuttavia mi pesa troppo” è stato ordinato.
Il libro del cardinale.... diffidente come sempre, lo trovo all'inizio troppo strutturato, troppo un saggio che non capisco dove vuole portarmi se non ad una erudizione fine a se stessa … e poi qualcosa in me cede. Davanti alle lettere di Giuseppe Ripamonti che spiegano senza possibilità di errore cosa fece il cardinal Federico Borromeo … beh, indignato come un cliente del bar sport quando la sua squadra subisce un rigore inesistente, ho mangiato il libretto rapidamente e la notte medesima mi sono immaginato a distruggere con la lima la statua di questo enorme ladro delle capacità altrui. L'ho sognato davvero, non scherzo, e ho immaginato che venisse messa al suo posto una statua del Ripamonti seduto finalmente sorridente fra tutti i “suoi” libri in elegante latinorum.
A questo punto ero liberato da sospetti e timori di buttare via il tempo e quando è arrivato in libreria “Questa vita tuttavia mi pesa molto”, mi son buttato.
Lettura lenta ho detto, anche perché serve spesso il vocabolario. Mi spiego. Ad ogni nome che conosco poco o nulla vado su internet e mi informo; ad un'opera citata, digito e scopro o riconosco. Questo rallenta ma perfeziona. Non servono più le note nei libri e nemmeno una parte di immagini, basterebbe, e lo consiglio a Franzosini e non solo, di aprire un sito per esempio col titolo del libro, per accedere immediatamente all'immagine della scultura di Kathleen Kahn che ritrae lo scultore, o a quella di Walter Vaes che come la precedente non ho trovato. La mia ricerca è stata incompleta, alcune fami insaziate, e spero che l'editoria comprenda che serve quasi sempre allegare un sito per note ed
immagini.




Ora comunque, fra gli autori italiani che meritano di essere letti ne ho aggiunto un altro e in libreria ho ordinato le altre due cosine che spero siano reperibili.

E' un peccato anche che escano libri degni di essere ricordati (altra citazione da Borges …. la bellezza oggi è comune...) e che la pubblicità, che ci rifila pannolini e pannoloni ad ore pasti ecc, non abbia spazio. Ma non è possibile che nelle tivù di stato si possano promuovere a costo zero? Almeno il furto del canone, per alcuni centesimi acquisirebbe un senso....

Amen

giovedì 9 febbraio 2017

Due soggetti con tema "LA VIOLENZA ALLE DONNE"






Oggi pomeriggio nove febbraio, mentre si dialogava, con l’intenzione concreta di realizzare un lungometraggio sull’argomento riportato nel titolo, mi son venute due idee e intendo descriverle. La prima, che mi accingo a narrare, si è innescata nella mia mente poiché mi è apparsa una scena brevissima. Una donna della quale vedo il viso che si riflette anche in uno specchio e un uomo di schiena che sferra un pugno e manda in frantumi …ovviamente lo specchio. Ho ascoltato un poco quel che altri proponevano e improvvisamente mi è apparsa la situazione che è fulcro della prima immagine. Ora vengo al soggetto:



PRIMO SOGGETTO: LO SPECCHIO



Stanza da letto con luci stile Caravaggio. Unica fonte una lampada di design. Lei è seduta ai piedi del letto verso sinistra. Lui in piedi di schiena. Ha del sangue che le cola da una narice. Lei dice: “Per favore, portami l’asciugamano”. Lui in silenzio sparisce verso destra. Rimane lei e la sua immagine riflessa su uno specchio che è a destra. La macchina da presa passa da lei all’immagine riflessa e di profilo, si vede il lato non ferito. Poi lei si gira e si guarda e nel frattempo dice “bagnalo un po’ nell’acqua fredda …. Per favore”. Si sente l’acqua che scorre e lui sempre di schiena che glielo allunga. Lei lo guarda. “per favore …. Fai tu”. Lui si inginocchia e provvede e lascia per terra l’asciugamano.

Lei: “ora per favore ascoltami. Passami il tablet” appena lei ce lo ha ricevuto, lo guarda negli occhi e … “la violenza fa parte della vita. Lo sappiamo. Gli animali la usano per fame o per conquistare la femmina … i mammiferi” mentre lei parla cerca qualcosa su internet e il suo viso è illuminato da questo riflesso. Lui si siede alza in piedi fra lei e lo specchio che comunque continua a rifletterla. Si può passare a vari primi piani senza problema di intaccare il senso. “all’inizio pesci, poi anfibi, poi rettili poi uccelli” lei alza il capo e lo guarda. “sai come fanno all’amore le anatre? Il maschio stupra la femmina … guarda”. Anche il pubblico vede il filmato dal tablet. Quando termina lei lo riprende e prosegue … “noi siamo mammiferi. Siamo più evoluti. Abbiamo il pensiero e la parola. Anche i gatti sai in quei momenti …(lei cerca di nuovo sul tablet), spesso sono un po’ diciamo… particolari” ora mostra il filmato ma noi non lo vediamo. “vedi … come il maschio la morde sulla schiena. Si potrebbe anche fraintendere e dire che il micio ci mette troppa passione … e comunque quelli sono mammiferi senza possibilità di dialogo …”

Lei appoggia il tablet e lo guarda. “sottomettere è la soluzione di chi non sa dialogare … capito?” lui risponde … “non darmi lezioni”, con tono pacato, ma poi parte un destro e colpisce lo specchio anzi, l’immagine di lei allo specchio e si frantuma.

Ora lui ha la mano ferita. Si guardano negli occhi. La mano sanguina. Lui le chiede …”per favore … fai tu, lei si alza, prende l’asciugamano da terra e inizia a pulirlo.

Poi lei dice … “vado a preparare la cena …”





SECONDO SOGGETTO: GLI OCCHIALI



Mi ero reso conto che nelle idee esposte mancava il colpo di scena e nel frattempo ero condizionato dall’idea della regista. Ha raccontato di aver immaginato un palcoscenico teatrale. Sul fondale è proiettato un parco. Un uomo e una donna passeggiano. Lui per qualche motivo che ora non ricordo (mi sembra gelosia perché qualcuno l’ha guardata) la schiaffeggia. Sono presenti altre donne e si coalizzano per tutelarla. L’idea non mi convince perché il gesto di lui è talmente primitivo che solo una persona altrettanto primitiva potrebbe sopportarlo quindi considero o stupidi o irreali rapporti simili. È vero che accadono ma si comprende subito una gelosia così assurda e secondo me chi la tollera non è meno malato di chi la esercita.

Ha poi per me un sapore strano che mi ricorda le Erinni, quel coalizzarsi fra donne. Non deve esserci questa lotta fra due generi. Prima di essere uomini e donne siamo esseri umani e la violenza, che sia psichica o fisica deve inorridire sempre. Solo in caso di estrema legittima difesa, e sottolineo estrema, la comprendo, e penso comunque che il buono costretto alla violenza si porterà dietro, anche se era nel giusto, un rimorso.

Uno studente ha proposto di utilizzare un transgender. Idea buona ho pensato, ma …

Se si dedica tempo per stigmatizzare l’assurdità della violenza fra uomo e donna, se siamo socialmente ancora così indietro, che effetto farà la violenza per me altrettanto e identicamente grave che spesso i transgender devono subire? Idea interessante ma comprensibile per pochi, anzi pochissimi…

Suggestionato da quel particolare della reazione femminile di massa presente nell’idea della regista ha iniziato ad apparirmi in mente quanto ora descrivo.



SOGGETTO



Un bar bello. Giorno. Una coppia entra e si dirige verso un tavolo al quale siedono quattro donne e due uomini in allegria. La lei della coppia che sta entrando ha degli occhiali da sole molto grandi. Compie un gesto brevissimo che rappresenta un momento d’incertezza. La mano destra va alla stanghetta destra, ma poi cambia idea e non li toglie. Al tavolo saluti sereni. Le fanno i complimenti per gli occhiali e le chiedono se sono nuovi. Conferma e poi cambia argomento. Una delle quattro ragazze comunque la osserva e dopo un poco le chiede perché non li toglie. Lei risponde che sta bene così e in qualche modo cambia argomento. Mentre dialogano in gruppo la ragazza si avvicina e osserva e ad un certo punto dice seria e con voce alta “Hai un occhio nero!” si zittiscono tutti. “cosa ti è successo!”. La ragazza dice che le è accaduto un incidente da poco, niente di grave, ma viene interrotta e l’altra si arrabbia e chiede col ragazzo “cosa le hai fatto!” aggiunge poi altre cose e la ragazza si toglie gli occhiali e davanti all’occhio annerito si zittiscono di nuovo. “mi hanno scippata e lui è intervenuto, ha schivato un colpo e l’ho preso io…”

“davvero? E allora perché lo hai nascosto così!” “perché sono una donna e desidero essere bella, o almeno normale, e con un occhio nero tanta gente penserebbe come te, come voi… comunque ora sei tu che devi spiegare una cosa … hai reagito in un modo così assurdo, così esagerato …”

La ragazza sbalordisce e china il capo, una delle altre le chiede “cosa sta succedendo … parla”. La ragazza tace poi alza lo sguardo serio e gli occhi lucidi verso la ragazza con l’occhio nero. In quel momento si sente una voce allegra e tutti gli sguardi vanno in direzione di questa. È il ragazzo della vera vittima, sorride, è in controluce. Si avvicina. “ciao a tutti! Ma che facce ragazzi! È morto qualcuno?”

Fermo immagine. L’immagine appare una immagine che su di essa con una stilografica scrive … “che io possa mai più ritornare” …rimane la scritta, gocce di pioggia, la scritta si cancella sfumato, fine.

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Caratteristica comune dei due soggetti è che non si indaga sul motivo scatenante. Per me, secondo me, nulla giustifica la violenza quindi non mi focalizzo sul perché. Mi interessa la rivelazione, oppure un tentativo di dimostrazione della sua insensatezza poiché qualsiasi dissidio può essere risolto in modo civile.
Un altro aspetto mi preme e la sua incoerenza mi affascina. Spesso la donna che subisce violenza (ma in fondo accade in tutti i contesti), nasconde il fatto e continua a convivere con l'aggressore. Anche in questo caso non indagherei sulle motivazioni ma sul fatto che, se chi è vicino a queste persone sofferenti, agisse in modo meno egoistico e quindi più sensibile, altruistico, la violenza verrebbe smascherata.
Lo smascheramento è la condanna del violento. Altre pene non sono pesanti quanto l'essere marchiati così. Se una persona è debole per amore (sentimento che rende deliziosamente assurdi ma anche assurdi in modo angosciante), se, come dicevo, una persona è debole e non riesce a gestire una situazione con le sue forze, una maggiore sensibilità verso il mondo, verso l'altro, da parte nostra, potrebbe sbloccare la situazione.
Un esempio per tutti. Immaginiamo una donna picchiata per strada. L'indifferenza di chi passa è secondo me una colpa maggiore di quella dell'aguzzino che spesso è un malato, una persona con problemi o un vero e proprio animale (chiedo scusa agli animali che mai sono animali nei loro peggiori comportamenti quanto sanno esserlo gli umani). Immagino un uomo che picchia una donna per strada. Nessuno si ferma. rimane il filmato come spesso attualmente accade grazie alle videocamere che riprendono un po' tutto e ovunque. Qualcuno si impegna per riconoscere tutti questi indifferenti e poi crea un evento al quale li invita. Siamo in diretta tivù, mostra il filmato, li smaschera e li accusa, poiché l'indifferenza altro non è che una delle forme della violenza. Sono comunque in tanti e una massa è un aspetto regressivo dell'individualità. Immagino di conseguenza che si alzano e reagiscono picchiandolo fino a ucciderlo poiché nessun argomento giustifica quel che hanno fatto. .... Solo alla fine della reazione primordiale tornano alla loro individualità, si rendono conto che tutto è in diretta e scappano.
In questo modo, insisto su questo punto, diviene evidente, e lo ripeto, che l'indifferenza è l'atteggiamento del potenziale violento .... sempre.