giovedì 12 settembre 2013

Viagra (racconto)


I

Siedo al Caffè della piazza. E' li che stanno, anche per mezza giornata o solo per fare una capatina per bere velocemente un caffè, le cosiddette persone importanti del paese, quelle che contano. “Che contano denari” penso, perché ormai solo quello san fare e solo loro contano. Appendo il seguito di ovvie considerazioni ad un sospiro invisibile al mondo esterno e metto sul tavolo il libro che mi è appena stato donato. In un'epoca nella quale si dona solo per avere qualcosa in cambio, ho ricevuto forse per il piacere di dare. Questa medesima mattina, poco prima di uscire di casa, una persona vestita decentemente ma con una faccia che sembra masticata da un terremoto, con un sorriso frastagliato ma vero, ha suonato alla porta e ha detto vendo libri. “Ma ci sono le librerie per questo...” e lui ha detto che a gli piace così. Ha ereditato una casa piena di libri. Non riuscirà mai a leggerli tutti. Ci ha fatto i conti. E' impossibile, allora ogni tanto riempie una borsa (me l'ha mostrata, marrone, di pelle, vissuta ma dignitosa, quasi saggia), sale su un treno dano a caso la destinazione e riparte solo quando li ha dati tutti.

...È una situazione così surreale che gli chiedo se vuole un caffè e lo invito a entrare. Mi dice che accetta un bicchier d'acqua. Evita il salotto. Mi dice che il tavolo della cucina è il luogo della vita. Fellini scriveva li mentre Giulietta faceva da mangiare. Fellini aveva uno studio sai, come tutte le persone per bene, ma lui non era una persona per bene. Lui era un satiro buono, uno del popolo, che del popolo aveva i sogni, le illusioni e le premonizioni … e sedeva al tavolo della cucina.

Amo le mani. È il primo particolare che guardo in chiunque e particolarmente in una donna. Mani, vita sottile, caviglie sottili. Tutto deve essere gentile. La potenza la esprima, in certi momenti ... Afrodite. Che il resto sia gentilezza. Se una donna non somiglia almeno un po' ad un angelo … Torno alle sue mani, dello strano libraio, che ho guardato sì, ma annebbiando la vista di pensieri. Mani decise, senza calli; unghie tagliate con l'accetta. Vene ben visibili sul dorso e niente peli. I peli per me son l'animale. Si accorge che le osservo e come per scusarsi ripete che ha ereditato molto, ma non sono mani inette le sue, e senza esperienza. Glielo dico e mi pare soddisfatto. Non mi rendo conto che per abitudine, preparo il caffè ... e lui non m'interrompe anche se mi ha chiesto acqua. Ho un rito personale. Un'amica mi manda dall'Etiopia i chicchi ancora verdi. Mi ha insegnato a tostarli con una padella sul fuoco del fornello. Poi prendo i chicchi ancora caldi e li metto nel macinino manuale, e giro controllando la quantità. Quando è giusta, in questo caso per due, prendo la caffettiera napoletana, metto l'acqua e la polvere che profuma immensamente; poi la chiudo e la poso su un fuoco lento. Vivo solo. Non mi rendo conto ormai che quel che in me è abitudine potrebbe essere per altri motivo di stupore o irrisione o, come in questo caso, meraviglia. Ci si vede, ci si comprende, solo se ci si guarda con gli occhi occhi degli altri, di altri ovviamente non scelti fra la spazzatura di apparenze ed emotività esasperate. Io ormai lo faccio di rado questo esame di coscienza partendo da occchi estranei, e non per scelta.

.E ora lui mi ha guardato e in lui mi son visto. Ero bello, l'ho capito. Ha abbozzato un sorriso talmente sottile che sarebbe bastato il rumore lontano di un'automobile o il grido di un uccello, per smarrirlo. Certi particolari importantissimi, per essere colti, richiedono silenzio. E, dopo il rumore monotono e antico, che mi son accorto ha gustato come una reminiscenza, e dopo il macinare, e la preparazione della caffettiera napoletana, e una volta che la fiamma piccola, azzurra e gentile ha iniziato a scaldare l'alambicco e i miei gesti sono terminati, e dopo questo rito, mi vedo riflesso nel suo volto. Quel che per me è abitudine gli è piaciuto, ma lo fa capire senza parole. Un disagio sornione mi prende e non lascia libera la mente. È come quando a scuola mi dicevano “bravo!” davanti a tutti, ma sapevo che avevo solo fatto il mio dovere e con un po' di fortuna perché penso che, vista la vastità della cultura, se azzecco una risposta sia dovuto al caso, perché mi hanno chiesto proprio una rarissima cosuccia che so! Gli dico che la bellezza è d'obbligo. Se non si approda ad essa, almeno ad essa, negli anni, la vita non vale veramente niente e il mio rito del caffè desidera essere bello … e comunque anche il caffè viene ottimo.

Lui mi dice che “niente” è una parola che non basta per quel che ho detto. Tace, ma attendo. Continua a tacere e comprendo. Su un tavolo può esserci “niente”, in una stanza il niente, ma almeno la stanza esiste. Il nulla è la parola giusta! Il niente presuppone uno sfondo, oggetti. E fra quegli oggetti un'assenza sentita è il “niente”. Ora sono io che sorrido.

La napoletana sbuffa e la giro. Con quella considerazione sul niente e il nulla ci siamo specchiati a vicenda, non solo io in lui, e questo è l'inizio del dialogo, anche di quel che è stato il nostro questa mattina prima di uscire e arrivare qui al caffè del paese … un dialogo quasi senza parole. Il profumo si era fatto concreto già mentre tostavo. Ora, dalla napoletana, che fa bella mostra di sé sul tavolo, un lieve fumo azzurro, disegna sogni nel controluce della finestra alle nostre spalle, già piena di una mattina luminosa.

Sono quasi sazio con l'odore!”. Lui ha fatto un cenno di assenso col capo.

Per un attimo ha chiuso gli occhi. Digestione di ricordi. Lo sento. Il profumo del mio caffè, riporta all'infanzia, al padre, all'essere figli, con la pelle liscia come petali, all'essere, piccoli, masticabili. E quell'essere rude, potente e buono, con la mano grande che dispensa sculacciate caramelle e carezze … ma io non ho avuto padre.

Sto “vedendo” il suo, sto “vivendo” il suo, e glielo descrivo. “Suo padre la mattina si sedeva in cucina … già vestito ma senza giacca ... i capelli sottili pettinati, ma che aspettavano l'ultimo ritocco più affettuoso che necessario, della moglie mamma ... gli occhi verdi … come i suoi, le mani diverse dalle sue … enormi, ma capaci di far gorgheggiare un mandolino con quelle corde così vicine che sembrava un miracolo districarsi.” “Sì”, mi ha risposto. “Era lui. A me una carezza sulla testa, e mentre mangiavo in modo complicato e disastroso, lui leggeva qualcosa dal giornale di ieri e beveva solo il caffè. E aveva l'odore del tempo... l'odore di questo suo caffè dalla religione così complicata.”

Mi son girato verso la finestra. Come non commuoversi. Non l'ho sentito alzarsi. Un attimo. Qualche respiro lungo e il nodo caldo è sceso nelle vastità dei polmoni. Ha messo la borsa sul tavolo. “Regalo i libri che ho letto, che amo. È un modo per donare bellezza. Ma a lei ne presto uno che ... non ha senso dare a chiunque ...”.

Era seduto li davanti a me e non sembrava che stesse parlando. Forse, veramente sentivo il suo pensiero. Sembravo ipnotizzato. “Cerco di dare il libro giusto alla persona giusta. Ci provo. Ma nel suo caso farò di più ...”. Mentre parla ne ha appoggiato uno sul tavolo e me lo ha avvicinato. È ricoperto con carta scura quindi mi viene spontaneo aprirlo, ma le pagine iniziali si stringono e non si lasciano sfogliare ... quindi mi ritrovo davanti la prima pagina di testo che inizia così: -”Ieri mio nipote ha detto sussurrando a mia figlia che la nonna, io, non sembra una donna, e neanche un uomo. Ho capito che era ora di partire, come gli indiani, che se ne vanno nel bosco, nella natura, nell'infinito. Ho preso il treno e ora sono qui, seduta alla piazza del “mio” paese. Il paese che mi vide bambina. Qui sono nata. Qui ho avuto inizio. Vado in cerca di odori, di alberi e visi. Qualcosa trovo ma non mi basta. Quelle cose non sono io. Chi sono io ...”

Sospendo la lettura. È maleducato proseguire, ho un ospite … ma l'ospite non c'è più. Vado alla finestra. Nessuno. Solo un merlo mi guarda con insistenza dal ramo di un albero sembra che stia parlando. Il profumo di caffè è inebriante. Metto il libro in tasca e inizio la mia scarna vita sociale che consiste appunto, come ho accennato all'inizio, nel recarmi al caffè della piazza centrale

Ma ho un dubbio. È veramente accaduto? È veramente venuto qualcuno? E il libro non era forse uno dei miei, dei tanti che non ho ancora letto? Ho riempito la casa aspettando l'età della pensione per leggerli e ora ci guardiamo senza troppo affetto.

Forse non è accaduto nulla. Non è accaduto nulla.

E passeggiando verso la piazza, arrivano i soliti pensieri. Mi disturba il merlo che da cancello a cancello mi segue e sembra voglia dirmi qualcosa.

Eccola la piazza. Ecco il caffè e i soliti avventori.

Uno di loro disse tempo fa, che è sempre stato così … col denaro, e io risposi che... “il denaro non ha nobiltà. Porta macchine grosse, case enormi nelle quali è più facile perdersi, amici interessati, abiti costosi … orologi d'oro. Ma dopo anni che acquisti queste cose, e anche gli amici son diventati cose ...dovresti comprendere che non basta perché si è entrati in un circolo vizioso … e gli oggetti si fanno tanti, e più sono più li senti insignificanti e … tiranni”. Riempirsi di oggetti gli ricorda la scena finale di “Quarto potere” di Orson Wells. Morto il protagonista, quella massa enorme di oggetti che fu sua, viene venduta o bruciata. Quel che aveva un valore profondo ma di natura non calcolabile ... affettiva, un ricordo, la piccola slitta, che si chiamava bocciolo di rosa, va a finire nel fuoco, non serve più a nessuno. “Rosebud”. E quella parola, come il protagonista, la ripeto con un filo di voce. Si salva solo, nel film, quel che vale soldi sonanti e va venduto, ma per chi ha veramente vissuto, vale quel che ricorda appunto l'affetto, la felicità, se almeno per un attimo, come accadde al protagonista della pelliccola, l'abbiamo posseduta.

Si odia. Si fanno i soliti discorsi. Quando scendo nella vita, quando esco di casa, la quotidianità, mi ricopre di una polvere stupida. Lo so, lo capisco e sento che è inevitabile. Con una pensione che non basta mai, i risparmi che son finiti proprio ieri per riparare la caldaia ..... ecco che Il rito pubblico di sedersi al caffè della piazza, al solito “mio” tavolino esterno, per bere un caffè in fondo non migliore di quello di casa, non me lo posso più permettere. Ho deciso che è l'ultima volta. Poi passeggerò. Ruberò il sole da qualche panchina con un libro in mano che, già lo so, leggerò a fatica. Oppure come altri, una moltitudine, andrò a rubare calore fingendo acquisti al centro commerciale. Non mi basta leggere. Non basta più per nutrire quel che ho “pensato”, ma pensare non è la parola giusta, dell'esistenza. Solo Kafka, non più enigmatico, ogni tanto mi fa compagnia, e Skriabin … e Pasternak … e insomma una folla.

E ora, il caffè preparato in casa solo per il piacere del rito e del profumo, dovrà essere bevuto per tutti i giorni a venire e la gente, che almeno mi girava intorno anche se quasi non le parlo, svanirà del tutto. Fortunatamente Sada, la piccola bella etiope, quando passa a salutare dopo il viaggio a casa, il caffè me lo regala sempre, ed è tanto. Viene e non si capisce bene se è amante, amica o madre. È irresistibile e tutto quel che fa è giusto. Piccole cose. Più che altro sa sorridere e sdrammatizzare. Dice che metto troppa tensione in tutto. Troppo pensiero. Ha un cane, ovviamente color caffè nero, e lo porta. La notte si addormenta sullo zerbino. All'alba, sono mattiniero, me lo ritrovo ai piedi del letto che mi osserva accuratamente. Appena annusa che son sveglio, mi tira giù e mi porta a far due passi. Viene di rado Sada. Sada non sa di sapere qualcosa che non ho mai capito...

Ora sono qui seduto. Il barista mi porta il solito caffè macchiato caldo e qualche giornale. Se ci sono degli inserti sulla cultura me li passa e son sempre il primo e forse l'unico a sfogliarli. Poco interessanti da anni. Più abitudine che altro. Quando tempo fa un certo ministro disse che la cultura non rende, al tavolo dei cosiddetti notabili, quelli che tutti vorrebbero conosce e lisciare, qualcuno l'ha ripetuto ad alta voce. Grasse, gutturali risate. Echi di pance gonfie di polli e bistecche. Pance cavernose che rendono la voce vibrante come un colpo di tamburo. Nessuno osava guardarmi, ma si riferivano a me. Il mio destino qui, da quando sono giunto, si è fatto barzelletta. Lavoro sobrio e monotono. Su quello non ha nulla da dire, in bene o in male, la voce della strada, se non per lo stipendio appena sufficiente, e una moglie carina che se ne va dopo pochi mesi che son giunto, col macellaio. Dopo questo smacco pensavo di andarmene, di sparire, e invece ho resistito. Il mio destino, rettilineo, esteriormente semplice, ha avuto a che fare una volta sola col rumore rupestre dei sensi e poi si è calmato. La botta è stata grossa. Mi diede la forza di rimanere, una signora vecchia per non dire antica, di Braunau. Quando mi disse da dove veniva la squadrai sorpreso. Era come se con lei, tramite lei, quel paese dell'Austria improvvisamente diventasse reale, possibile. Capì perché ero così colpito e mi confidò contenta i suoi ricordi. Ero l'unico su quella riviera romagnola fatta di carne e ormoni al sole, che davanti a quel nome drizzava le vertebre come di fronte al pericolo. Mi raccontò che la voce del paese, che è certamente maligna ma quasi sempre vera, diceva che era figlio del macellaio. Ovviamente il macellaio ebreo. Un'altra fazione parlava di sua madre che era andata a servizio in una famiglia benestante, ovviamente ebrea, ed era tornata a casa gravida … ma Adolf Hitler somigliava al macellaio, sua madre, la madre di questa antica signora, ne era certa perché li conobbe e di lei, mi disse, potevo fidarmi.

La mia “cara” ex moglie e il macellaio, hanno un figlio. C'è troppo rumore nella sua vita, fra i coltelli che sfasciano corpi, il batticarne che batte, il tritacarne che trita e la cassa che tintinna. Secondo me non farà il dittatore … ma è in fondo per evitare che quel destino assurdo si ripetesse, che son rimasto. Ha troppa paura di se stesso per fare il pittore come Hitler e degli altri per fare il soldato. Nulla quindi come il grande terribile, ma non si sa mai, meglio vegliare. Ma quella signora antica, raccontandomi quella storia proprio quando ero appena fuggito, da due settimane, dalle risate grasse del paese, mi ha dato la forza di rimanere, di tornare. Loro lo hanno “fatto”, ma io sono diventato il vero padre. Viene da me per confidarsi. Dorme spesso nel lettuccio in sala e quando si sveglia a mattina, sta sempre meglio. E ormai son padre anche di sua madre … che destino! Mi viene da ridere di me, ma nonostante tutto ho vinto perché son padre due volte nonostante le apparenze.

Ultimo caffè. Ultimo sorso di vita pubblica. Ultimi spiccioli.

Non ho aperto i giornali. Il libro è sul piano del tavolo. In tasca mi infastidiva. Un po' vissuto e per questo affascinate e senza titolo. Apro a caso verso la metà e leggo:

-”... non essendo nell'aspetto ne uomo ne donna, ormai da anni, ma semplicemente un essere umano, vorrei trovare conforto nella lingua con qualcosa di neutro, ma non è possibile. Sento di non essere più una parte arbitraria di quella suddivisione in maschio e femmina, attuata nella carne. Ho come la sensazione che in me si stia ricomponendo un'unità. Non so dove questo mi porti. Sento che un istinto antico, anzi arcaico, mi attira, e che ogni scelta sarà all'inizio incomprensibile, ma alla fine giusta. Ho una sola certezza che mi riempie di coraggio. Presto saprò chi sono...”-

Chiudo il libro perché una voce troppo ruvida per non essere vera, mi parla. “Dottore come va!” E' uno dei notabili, un assessore di non so che cosa. Si siede e dopo che si è fragorosamente accasciato dice “Posso?”. Sono perplesso e attendo. “Allora, come si vivacchia con la pensione?” sorride come il grosso gatto di Alice. “Non le è mai venuta la voglia di fare qualcosa per arrotondare?”, e mentre parla arraffa il libro e lo apre. Comprendo che guarda le parole quasi con meraviglia e poi lo richiude. “Allora! Abbiamo pensato a lei per un incarico … non ufficiale”. Questa volta ha sussurrato.

Allunga zampa verso l'insegna della farmacia e sorride ammiccando. Mi strizza l'occhiolino. “Proseguo? Le può interessare?” taccio. Per ora ho solo due dati certi, uno dei quali poco rassicurante. Se una cosa non è ufficiale potrebbe essere losca … e ha a che fare con la farmacia …Il grosso gatto assessore prosegue schiacciando la voce e riducendola ad un borbottio al limite dell'udibile. Ha detto una sola, breve parola. Una cosina corta, e non l'ho capita. Il mio sguardo si fa interrogativo. Si avvicina e il suo alito di caffè alla Sambuca mi spruzza all'orecchio la parola innominabile. Ho un attimo di ritrosia perché temo il solletico dei baffi gatteschi che però non ha. Si avvicina di nuovo e la ripete. Ho capito. Ora ho capito ma non riesco proprio ad immaginare cosa io c'entri con essa. Oscillo fra l'essere contrariato e stupito e dico “viagra? Ma cosa c'entro io col viagra!”; lui sghignazza contento e, come se fossimo già soci in affari, mi stringe l'avambraccio con affetto. È la prima volta che un assessore mi tocca. È una sensazione strana. Indescrivibile. Sento solo la consapevolezza della profonda diversità che ci contraddistingue. E lui parte con un torrente di parole ormai fragorose, senza “mollare” la presa che ha attuato al braccio. “Immagino che lei non sappia nemmeno a cosa serva quella ... chiamiamola medicina!”. La sua maliziosità volgare mi infastidisce ma lui non se ne rende conto. “Lei deve sapere che fa bene all'amore...” e ride. “Rispondo che fa bene all'amore con la a minuscola e ridendo ancor di più, dice che è giusto. “Forse non sa che per averlo questo medicinale, chiamiamolo così ... oltre a pagare si deve andare dal medico e fare la ricetta...”. Questo effettivamente non lo sapevo e continuo a non capire dove questo essere assurdo vuole arrivare. “Vede, questo è un paesone, ma si conoscono tutti. Se io vado dal medico e gli chiedo la medicina per l'amore con la a minuscola, ecco che già uno di troppo sa che la uso. E poi lo viene a sapere il farmacista che ha due commesse donne e le donne non stan zitte nemmeno da morte … e se decidi di cambiare paese per fornirti ad un'altra farmacia, scopri che si tratta di una catena; tutte sotto lo stesso padrone e che le serpi, le commesse, girano. Un mesetto qui e uno là, forse anche solo per sostituirsi durante le ferie. Insomma un disastro”.

Ma se ci vuole la ricetta ci sarà un motivo ...” sussurro. Il tono basso, mi rendo conto che non è dovuto al timore di essere sentito, ma alla sensazione di suino che mi da la sua voce e anche la mia, forse per via dell'argomento. Sembra che si butti immondizia invisibile nell'aria. “Il cuore. Il cuore!” mi dice, “e se hai la prostata la pillola dell'amore con la a minuscola non conta più niente...”

Sorrido irritato e gli dico che tutti abbiamo la prostata. Colgo un attimo di smarrimento nei suoi occhi. Evidentemente non lo sapeva e per lui prostata è semplicemente il nome di una malattia. Per un attimo un velo di paura lo annebbia e poi si sistema sulla sedia facendo leva sui braccioli, sembrando per un attimo ancor più grosso, invadente, rombante. Passa uno scooter assai rumoroso. È un attimo, e mi sorprendo a pensare che si tratti di un suo peto. Sorrido con una curva ripida di malignità. Roba di un attimo e dico “quindi?” lui coglie la palla al balzo per cancellare il dubbio sulla prostata e rantola che io dovrei tenere quella medicina a casa mia. Me la porterebbe una persona fidata. Non devo pensare ad altro. Cinque euro a scatola sono per me. “E le ricette? E il cuore?”. Non ho detto no quindi è trionfante. “Una cosa alla volta! Le ricette le fanno alcuni medici che sono d'accordo con noi. Le intestano a vecchi del ricovero, morti recenti e bambini.” Prende fiato. E grida “Alfredo! Due cognac! Di quello buono!”. Vedo un agitarsi contenuto al tavolo dei vip. Era il segnale. Secondo loro ho accettato e mimano un compostissimo applauso. “ L'altra cosa … il cuore. Parliamoci chiaro. Meglio scopare e poi morirci che morire senza scopare!”. Una risata enorme. Socrate o Bertoldo son nulla in confronto a questa saggezza.... arriva il cognac d'annata. Lo ingoia in un sorso. “come se fosse una goccia in fondo al bicchiere...” il mio brilla del suo stupendo colore, li davanti a me, sul tavolino. Prende il mio bicchiere, prende la mia mano e ora che l'ho impugnato, me lo avvicina alla bocca.

So di non avere bevuto per cementare il contratto, ma per curiosità. Che sapore ha quel bel colore? Non ho mai bevuto superalcolici. E poi quando il liquido è sceso imitandolo, tutto d'un sorso, gli occhi si son fatti strabici, la pancia ha preso un pugno e uno strano calore ha iniziato a salire e scendere e salire. Lui è tornato al tavolo dei vip. Io ero ridotto come un Picasso, in frantumi.

Ho provato ad alzarmi ma non mi è riuscito. Sono andato via due ore dopo, e già mi salutavano con … ironia o rispetto? Ora sono il dio dell'amore, dell'amore carnale o un galoppino? Non so se ridere o maledire. Ho preso il libro dal tavolino. Una goccia di cognac ha intaccato la copertina. Ora è macchia. Ora è ricordo.

Ho cercato di comprendere perché non son riuscito a resistere e la risposta è ... perché ho bevuto. Quello di buttare giù tutto d'un colpo è uno dei gesti di quella virilità che mi manca, che non ho mai veramente apprezzato … e mi ha tentato. Un brandello minimo di quel mondo rude che mi portò via la moglie, di quel che non sono. Ho provato l'ebbrezza di un altro mondo, di un altro modo di essere e mi son trovato, per quell'attimo di adolescenziale sfida, ad avere un lavoro assurdo e la vita cambiata.

II

Il paese, come ho potuto poi scoprire in seguito, veramente il paese tutto, attendeva la mia “nomina”. Già nel pomeriggio son venuti due ceffi assai distinti, commessi del comune, a portarmi uno scatolone. L'ho aperto e conteneva confezioni con due diversi dosaggi. Ho ricevuto anche una lettera, dal gatto-assessore. In essa c'era una pillola e la scritta su un elegante cartoncino bianco “prova!” con un punto esclamativo che sembra una clava. Già a sera, da quando ho acceso la luce nel tinello, che è il segnale convenuto, è iniziata la processione. Gli ordini sono chiari. Venire con i soldi contati e in più un pezzo da cinque. Fino alle quattro di mattina è venuta gente poi non avevo più scatole e ho pensato di spegnere tutte le luci della casa. Mi ha sorpreso il rispetto. Io che mi sento squallido, e invece vengo trattato come un'autorità. Niente sorrisini molesti.

Il giorno dopo, oggi, non ho il coraggio di recarmi al caffè. Ammetto di essere imbarazzato. Erano duecento scatole in tutto. Il mio incasso quindi, ben mille euro. E li ho qui davanti in pezzi da cinque. Posso barattarli con i tagli grossi che mi hanno dato per pagare le confezioni, ma guardo stupito quel mucchio stropicciato. Così sembrano di più. Ho capito che il paese aveva degli “arretrati”. Chiamiamoli così. Il timore di passare per impotenti ce l'hanno tutti quindi hanno evitato medici e farmacie. I pochi che hanno osato dire qualcosa per giustificare l'acquisto stanotte, ci tenevano a rassicurarmi che non avevano problemi. Loro erano a posto. Potenti e capaci di fare miracoli, ma con quella pillolina si dura di più. E ora la osservo la pillola. Ha una bella forma. Il colore azzurro mi è sempre piaciuto. E questa goccia solida è il sogno dell'uomo, del maschio, da quando esiste. Corna di rinoceronte bianco, peperoncino, ostriche. La bottiglia di Champagne, mi han detto, ha quella misura perché bevendo metà del contenuto a testa … funziona. Per questo nei night della Parigi di una volta nel biglietto era inclusa mezza bottiglia. Mi dicono che è ancora così al Moulin Rouge... non so se è vero. Non ho motivo di dubitare.

Sono stracciato. Stanco. Notte insonne. Il sacerdote o forse lo schiavo del dio dell'amore, cioè io, lavora di notte. E poi mi guardo allo specchio. Cosa sono diventato.... non lo so.

Penso ai Cupido e alle ragazzette grassocce di colori rosa turgidi e sensuali di Fragonard e Boucher. Mi metto a ridere. No. Io sono in qualcos'altro. E penso a Dioniso, a Pan a Priapo. Di nuovo mi viene un no. Nemmeno. Loro praticavano e praticano. Io elargisco.

E la canzone di de Andrè, Bocca di rosa, con quella processione finale della Madonna con Bocca di rosa di fianco. Amore sacro e amor profano. Ma io non sfioro corpo di donna da anni. Mi sono incendiato una sola volta e poi cenere. Cosa sono. Non lo so.

Mentre il caffè appena fatto col mio lungo rito, inazzurra la stanza in controluce col suo profumo, apro di nuovo a caso quel libro che da ieri mi attende e leggo:

-”... non so spiegarmi. Non devo. Non si tratta di capire con la mente. È di più. I piedi sanno una strada che non conosco. Il corpo sa, forse, qualcosa. Non esiste niente ai lati del mio cammino. Quando lo sfinimento mi prende, chiudo gli occhi e dormo. Spesso accade seduto ad un pilastrino in riva ad un fosso. Forse qualcuno che passa durante il mio riposo fatto di oblio dei sensi, pensa che sono una mendicante, e sempre qualcosa di commestibile giace ai miei piedi al risveglio.

Ho trovato una soluzione per il problema del maschile e del femminile che mi perseguita nello scrivere, nell'annotare tutto quel che “sento”. Una volta sarà fatto al maschile e quella dopo al femminile, oppure a caso. Anche sul quaderno non so dare per ora risposte. Scrivo. Sento che devo scrivere. Forse mi aiuta a capire? A capirmi? Non lo so ancora...”-

Chiudo il libro. Ormai apro ogni volta più avanti di qualche pagina, così, a caso. È come se avessi paura di leggerlo con ordine. Ho la sensazione che si tratti di uno di quei rari casi nei quali, una persona capace di irrealtà minuziose come me, verrebbe strappata alla realtà con una forza tale da temere di non sapere o voler sapere ...

tornare più indietro.

Spacciatore di viagra. Ecco. La parola proibita l'ho detta. La scrivo minuscola per toglierle un poco d'importanza anche se mi sta cambiando la vita. Sorrido con me stesso. Se dicessi a qualcuno che il viagra mi sta cambiando la vita …

Il campanello. È il gatto-assessore. È trionfante. Felicissimo. Beve tutto il caffè della mia napoletana dicendo che è buonissimo. Quando dico che a me basta il profumo mi guarda come se fossi matto. “Ma non lo bevi mai?”. È passato al tu dopo la bevuta che ha cementato il patto. “No. Mai”, “sei così anche con le donne?”. Teme di avermi offeso. Ora il mio ruolo è importante. Devo essere trattato bene. Vedo nella sua mente il film che si immagina della mia vita. Troppo profumo annusato. Poco caffè bevuto; e questo per tutte le cose della vita. Pensa alle mie corna. Per lui son corna belle grosse, e si sente confermato sulle sue scelte di vita. È così elementare che immagino i grandi piedi che, se stessero troppo immobili metterebbero radici. La carne spessa e ben irrorata che ricopre il suo enorme scheletro guarda la mia, più chiara. Mi dico che io ho il sangue impegnato nel cervello, lui nei testicoli, ma mi rendo conto che non mi faccio nemmeno sorridere.

Il gattone rimedia dicendo che la mia sottigliezza deve essere irresistibile per conquistare una donna. Il discorso è interrotto perché sente che sta ri-cadendo in una gaffe. Sì, le conquisti, e poi dopo? Dopo serve il maschio, serve una potenza che secondo lui io non ho. Non sa come uscire dal discorso. Si è impantanato. Per aiutarlo gli dico che Davide era un piccoletto e Golia un gigante, ma ha vinto Davide... Sento dal suo sguardo che Davide ha avuto solo fortuna. Se ci avesse provato altre mille volte con quella fionda ... quindi annaspa ancora col rischio di offendermi involontariamente. È facile che questa situazione capiti fra persone profondamente diverse. Le regole del primo, sono i no dell'altro e ci si può solo scontrare. Uno ragiona con le emozioni, con i sensi, l'altro dai sensi è partito, anni fa, e ora ha la sensazione di essere si nel giusto, ma di essersi anche un po' perso.

Ecco come ne esce il gattone- assessore, dal rischio di altre gaffes! Mi chiede se ho provato la pillola. Dico che non mi è stato possibile. Son venuti a comperare dal tramonto all'alba. Sorride. Era così l'accordo ma si è dimenticato di dirmelo. Il via libera è la mia luce da una qualsiasi delle stanza e questo lo sapevo, e poi non c'è orario fino all'alba. Quando si accende “...le falene arrivano” concludo io. Sorride. A lui non interessa che tipo sono, ma che io stia al gioco. Ho incassato mille euro. Secondo loro questo rappresenta la soddisfazione delle soddisfazioni e devo ammettere a me stesso, con riluttanza, che quel mucchietto di soldi mi fa sentire leggero, mi fa stare meglio.

Ora mi racconta come si è arrivati alla mia “nomina” ma non ne può più di stare in casa. Non ho alcolici e del caffè, quando ha capito che devo tostarlo macinarlo eccetera non ne vuole più. Lui è per il tutto subito sempre. Mi prende di nuovo per un braccio, mi sento un fuscello, e mi ritrovo in strada.

Stiamo andando al caffè in piazza. Nel frattempo scopro che immediatamente, appena i vip si son posti il problema del viagra, io sono risultato il candidato ideale. Casa in periferia, pochi contanti, faccia da brava persona, ma mentre me lo diceva ho letto nella malizia dei suoi occhi che avrebbe voluto dire ben altro .... In più sono forse l'unico del paese che non ha mai litigato con nessuno, nemmeno … e qui mi rendo conto che si morde la lingua e improvvisamente cambia argomento. Avrebbe voluto dire nemmeno col macellaio, l'ho capito e cade in un ictus freudiano, perché in un deficiente simile un raptus trova ben pochi neuroni per decollare, in un ictus dicevo, che lo porta a balbettare “... e come sta tuo figlio?” ed ecco che diventa rosso e … se avesse a disposizione un badile si scaverebbe la fossa, seppellito e messo i fiori e pure una lapide con la scritta qui riposa un cretino … ma ho rimediato per lui ... ne ho pena. “Mio figlio sta bene. Ti do una notizia interessante... è veramente mio figlio.” Lui è sorpreso. Assomiglia alla madre. È vero. Non si è degnato di “prendere” niente dal macellaio e poi mi squadra e pensa senz'altro che nemmeno da me …

E io mi sento nel giusto, perché padre è chi ti alleva, non chi ti mette al mondo. Un attimo contro una vita di impegno. Non esiste confronto. E lui, anche se non è carne della mia carne, mi ha eletto a padre.

Comprendo che il gattone in veste da assessore, è indeciso. In effetti potrei avere ragione. Mi dice allora che si potrebbe trovare un lavoro sicuro per il ragazzo. Di questi tempi è importante, ma taglio corto dicendo che spero di guadagnare abbastanza per potergli pagare l'università. E sono stupito dalle mie stesse parole. Giuro che sono uscite da sole. Si è diplomato da poco. Ha accennato a questa possibilità e in casa sua i soldi non mancano. Il mondo è dei carnivori. Beccamorti e macellai hanno sempre di che “sfamarsi”. Mi si forma una ipotesi allettante, da sola e la osservo crescere, mentre dall'inizio della piazza ci inoltriamo nei tavolini del caffè. Senza rendermene conto mi trovo seduto al tavolino dei vip. Il loro essere carnivori e gladiatori, fatti solo di forza fisica ormoni emotività e sangue, lo sento tutto nelle pacche sulle spalle che sono come un rito di iniziazione. Ora sono nella elite, sono uno che conta, perché conto mille euro in una notte come una prostituta di medio livello. Ma l'occhio va al mio tavolino, sul quale l'inserto della cultura mi attendeva e da essa una foto di Sciascia … forse questo numero valeva la pena … mi ritrovo ad ascoltare chiacchiere di materiale estraneo ai miei nervi. Vedo un me stesso che all'altro tavolino sfoglia e legge mentre il merlo, sul bordo della spalliera della sedia, sembra commentare e condividere. Gli altri, i veri vip, mai l'ultimo arrivato è un vip autentico, un po' d'anzianità ci vuole, gli altri vip, osservano il nero volatile dal becco giallo e ridono. Il gattone mi sorride dicendo che stasera avrò una sorpresa che mi spiegherà molto della vita … messaggio per niente velato che sta a significare che stanno limando le corna all'intellettuale e gli stanno facendo assaggiare l'esistenza.

Mi alzo e saluto. Fra un'ora portano un pacco più grande. Devo andare. Passo al mio tavolino di un tempo e leggo l'articolo di Sciascia. Un brivido mi prende alla vertebra più bassa e sale fino a scuotere il cervello come gelatina. Quelle parole esatte le avevo immaginate prima quando mi vedevo sdoppiato a leggere col merlo....

Chiudo le pagine con attenzione. Penso che, il dare un ordine millimetrico a quelle pagine e poi ai miei passi, è fondamentale per non avere le vertigini, ma poi sento il merlo. È la davanti a me che ride e mi attende, e vado a casa.

III

Ho avuto il pomeriggio libero. Ho dormito niente. Da anni non facevo le “ore piccole” e il corpo è nervoso. Poi mi son tirato su, sbarbato e ben vestito e quando è calata la sera, ho acceso la luce in tinello, ho contato fino a tre e il campanello ha suonato.

Anche questa notte fino alle quattro. Mi aspettavo un calo di “clienti” e poi ho capito. Son quelli dei paesi vicini. Ho esaurito di nuovo le scatole e se ne avessi avute di più …

Ho ricevuto in effetti qualche visita inaspettata. Due preti; uno di questo paese. Son venuti separati. In orari diversi. Ho capito i loro gusti. Quello etero voleva fare pure due chiacchiere. Sembrava ci tenesse a dirmi che nel giro di poco la Chiesa legalizzerà il matrimonio per i preti fino ai vescovi inclusi. Dal vescovo in su zac … niente! Detto così aveva sapore di castrazione con armi da taglio. Quel che sapevo già è che lui non si sposerebbe di certo. La sua parrocchia è come un harem e ha deciso a chi darà certe gallinelle che lui ... ha svezzato. Avevo dubbi solo sui figli. Ho avuto l'ardire di chiederglielo. Aveva due scatole in mano. Se avesse fatto l'offeso sarebbero state le ultime e lui in farmacia non ci sarebbe potuto andare. Mi ha detto che si, qualcosa anzi qualcuno c'è. Quando ha visto che sorridevo con una maschera senza malizia mi ha dato la solita pacca iniziatica sulla spalla e ha pensato che di figli sparsi per il mondo ne avessi anch'io. Ha avuto il coraggio di dire che fra farabutti ci s'intende … era un dubbio che circolava nel paese. Ora sono certo. Non so chi e nemmeno quanti, ma ho anche il sospetto che voglia sembrare più originale di quel che può essere una persona fondamentalmente vittima, come quasi tutti, dell'istinto più antico. Interessa il sesso. I figli son troppo spesso la conseguenza indesiderata. Ma ho appunto avuto il sospetto che volesse dirla grossa per godere di una fama un po' maledetta. Da lui ho pure scoperto perché nessuno compera la sacra pastiglia su internet. Ci si son infiltrati i cinesi e qualcuno è esploso ….

Altra sorpresa il secondo prete, diafano ed elegante come Violetta Valery, ma fine di umorismo, mi ha chiesto se avevo anche altri articoli. Non ho ben compreso di cosa si tratta, cercherò di capire. Penso che nemmeno il gattone-assessore sia edotto su certe pratiche, quello mi sembra che la donna la prende come fa il macho dei film della domenica e più che fare gli interessa dire di aver fatto.

È poi venuta una signora distinta. Qualcosa di lei avevo sentito. Mi sembrava una verità impossibile perché assai grossa. E invece è vera. Gestisce due case di tolleranza. Minimo quaranta scatole alla settimana di vendite garantite solo con lei! Posso già far conto su clienti fissi e una rendita minima. Che situazione! Quel che mi sorprende e diverte è che sto scoprendo una vita nei paesi qui intorno, che non conoscevo. Nessuno vuole avere segreti con me. Pur di avere le pillole non c'è verità che resista al pudore.

Ho capito che temono un mio rifiuto. Una donna mi ha portato dei cappelletti che “ha fatto con le sue mani” e un'altra un dolce all'ananas. Una volta capitavano al medico e al curato queste cose …

Quella della torta all'ananas mi ha spiegato che il marito, che conosco, di sua volontà il suo dovere coniugale non lo compirebbe mai, allora lei compra le pastiglie e quando ne ha voglia ne polverizza una nella pasta e fagioli con le cotiche che lui adora e dopo un'oretta diventa “affettuoso”. Si, ha detto proprio affettuoso. Con lei sono stato cattivo. Per prima cosa mi son raccomandato che non ecceda con le pastiglie. Mai più di una alla volta e poi … se andasse dalla parrucchiera? E un vestitino nuovo e una dieta? Non ha pensato mai che forse così il maritino l'avrebbe notata? Pensavo di averla metaforicamente ammazzata e invece, tutta contenta dei consigli mi ha dato appuntamento per domattina per accompagnarla. Penso che ci vorranno anni per renderla decente, ma vorrei che capisse che suo marito ha i suoi validi motivi se preferisce la partita in televisione … due cose uccidono la sensualità: la bellezza trascurata e l'abitudine.

E' mattina. È solo il secondo giorno ma mi sento già meglio. Ho la sensazione che il corpo sia già assorbendo il nuovo ritmo di vita. Sembra che l'umanità col sesso non stacchi mai, quindi non avrò giorno libero. Osservo mille e trecento euro sul tavolo in cucina mentre il fumo azzurro del caffè rituale, disegna curve aggraziate. Mi trovo a sorridere e poi a ridere. Inizia a piacermi questa vita. Scoperte divertenti o, male che vada interessanti, e pure il ruolo di consigliere con una moglie che pensa che la virilità dell'uomo sia solo un dovere! E poi faccio due conti. Se questo lavoro terminasse ora, per un paio d'anni potrei permettermi il mio caffè in piazza e qualche imprevisto, ma so che la festa è appena iniziata.

Vado al caffè. Mi manca il mio tavolo da solo. Quella è una perdita, ma per ora le novità la fanno da padrone e per ora resisto così.

IV

Questa mattina è venuto il sindaco al tavolo vip. Pacca sulla spalla e chiacchiere come se ci si conoscesse da una vita. Prima di oggi, lui che è sindaco da una ventina d'anni, mi guardava con indifferenza e spesso nemmeno mi vedeva. Dopo cinque minuti comunque, sono andato. È venuta la signora bruttarella, l'ho accompagnata in negozio e poi lasciata dalla parrucchiera. Ho scelto per lei un abitino semplice ma fine. È stupido chi chiede miracoli alla moda. Una donna bella sarà bella anche con un sacco da patate. Una donna brutta può arginare un poco appoggiandosi alla qualità del taglio o dei tessuti. Qualcosa di buono ho fatto. Per i capelli ci voleva poco per migliorare. Sembrava un mocio ... Per contraccambiare è venuta con due amiche, una vedova, con uno sguardo rapace che mi veniva istintivo mettere la mano come “conchiglia” per difendere l'onore, come fanno i calciatori quando sono in barriera prima di una punizione. Aveva, anzi ha, il becco e non una bocca. Per lei è un attimo ... L'altra, più sobria, ha il marito … che lavora all'estero....

Mi son sentito desiderato. Era tutto così ridicolo, così carnale, così superficiale, ma Mi son sentito desiderato.

Per quanto mi dispiaccia ammetterlo, ora cammino con più sicurezza, la schiena è più dritta e la voce quando esce, anche se non gliel'ho chiesto io di essere così, è più decisa. Mi ha sorpreso poi il vigile che mi ha stretto la mano e mi ha detto facendo l'occhiolino, che la mia macchina, se l'avessi messa in divieto … avrebbe compreso … sono una persona assai impegnata ora.

...ma non ho la macchina …

Torno a casa. Vado a letto ma non riesco a dormire. Sono accadute troppe cose. Devo pensare, e mentre penso, quasi senza pensarci su, inghiotto una pastiglia azzurra.

Tempo mezz'oretta il disastro. Il vermicino si è svegliato e lo vedo in forma come non era da un pezzo. Grida la sua voglia di vivere e fa quasi male. Doccia fredda. Dicono che funzioni. In me si rattrappisce tutto ma lui no, anzi, sembra averci guadagnato in salute. Dieci flessioni sulle braccia. Dicono che con lo sforzo fisico cede. Niente. Dieci ancora di braccia e venti piegamenti di gambe. Niente. Mi metto la tuta e vado a correre ma è un disastro. Ho continuamente il timore che si “veda” e lui non demorde. Vuoi vivere? E sia! Telefono alla signora che ha il marito all'estero. L'altra col becco … col mio vermicino … brrr! Non se ne parla. Sembra un film ridicolo. Ho la sensazione di non aver fatto in tempo a chiudere la chiamata e suona il campanello. Sono in tuta. La situazione è purtroppo evidente e lei non se la lascia scappare.

Devo ammettere che il viagra fa miracoli... è la seconda volta che lo nomino. Ora so cosa vendo e sono sconcertato. Inizio a capire. Io a letto mi son sempre difeso con dignità, ma così, così come oggi … e si fa largo il pensiero sconveniente e colpevole che se con mia moglie … ma allora il viagra non c'era … ma quindi il macellaio è così come sono stato io oggi? Sento di essere stato punito da una selezione naturale che mi ha reso non impotente ma meno potente della media e poi mi do uno schiaffo. Ma che ragionamenti da bar! Ma il ragionamento da bar prosegue. Forse chi studia tanto brucia energie che se potessero andrebbero li … cosa dicevano i greci? Mente sana in corpo sano … Sì, e poi erano tutti gay, anche Socrate che per me è un mito. Mah. Sento che ho sbagliato qualcosa ma non capisco cosa.

E poi vedo il libro sul comodino. Ha visto tutto. Ha sentito tutto, anche i miei pensieri. Allora lo apro di nuovo solo poche pagine più in là:

-”... cos'è la morte per me … non è certo più una sorpresa sopranaturale come si sente in gioventù. Quel che mi accade in questo camminare verso una meta che ancora non comprendo è di essere certo di non avere più sesso, ma nemmeno un'età definibile. Sento che fra me il corpo si è formata una distanza. Il corpo mi porta ma io sono dentro. Sono sciolta in esso e il corpo mi serve, ma non sono io. Solo col corpo posso ”sentire” una certa versione della bellezza. In fondo il paesaggio in me e intorno a me, si sta facendo sempre più spirituale. È strano rendersi conto che per diventarlo, più spirituale, è necessario che gli esseri umani spariscano e la floridezza tumultuosa del verde dei prati e il verde incoraggiante degli alberi si frantumi in rododendri e muschi. Il freddo poi, deve essere freddo, qualcosa che non so spiegare e che va oltre il pensiero. Più ti allontani dal calore e meno dominio ha il corpo sul pensiero … ma anche il pensiero è insufficiente ...”-

Il merlo mi guarda dal davanzale. Appoggio il libro e apro la finestra con movimenti gentili. Sbriciolo un po' di pane e lui mi osserva. Mi parla e non capisco, mangia un po' e poi va sulla ringhiera e chiama. Lascio aperto. Mi piace sentirlo. Sempre, quando prendo in mano il libro, lui appare … non so spiegare. In qualche modo sto toccando il fondo e contemporaneamente, grazie al libro, sto prendendo il volo. È una situazione inspiegabile. Da due giorni sto avendo tutto dalla vita. È una disperazione positiva. È un'angoscia che non comprendo ma che mi appartiene.

Prendo le lenzuola, le federe e metto tutto in lavatrice. È stato bello quell'atto, ma sento che devo purificare.

Ognuno è solo sulla terra trafitto da un raggio di sole

ed è subito sera.

Lo disse il Poeta ed è vero.

Ora questa sensazione di morte, proprio ora, mentre la vita la raccolgo … finalmente.

La vita bassa e volgare che forse ho creduto distante solo perché non sapevo come fare a viverla, ad entrarci … e ora è silenzio

ho amato, col corpo ...

ed è subito sera.

Il merlo grida. Accendo la luce per prendere di nuovo il libro, ma suona il campanello.

Il sacerdote di Afrodite e di Dioniso deve elargire felicità della carne. I fedeli aspettano.

Il merlo grida, ma ora non posso leggere.

V

Notte piena e strana. È venuto l'assessore-gatto. Alle tre e mezzo avevo terminato la merce e subito dopo, come se aspettasse in strada, mi ha caricato sulla sua macchina e siamo andati alla casa di tolleranza del paese. Avevo tremila euro in tasca. Avrei potuto spaccare il mondo ma ero esausto e le sorprese non sembravano voler terminare. C'era il sindaco e, guarda caso, tutti gli assessori. Ho capito che le vere sedute avvengono lì, dalla “tollerante” Maria. Ci son liquori, qualche ragazza straniera che non capisce o fa finta di non capire e fra corpi ed alcol cercano di decidere. E parlano seriamente! Ci sono anch'io perché ormai sono uno che conta. Quando dovevano decidere su una spesa per la scuola di musica mi hanno guardato sorpresi. Cosa aspettavo a votare? È ormai un mio diritto naturale. Quel che mi ha sorpreso è che parlano seriamente e spesso bene. Ho chiesto con l'assessore-gatto che senso hanno allora le sedute ufficiali, quelle in municipio. Mi ha spiegato che mimano le decisioni prese la notte, le recitano. Nella realtà, mi ha detto, lì, la notte, votano le persone che contano veramente. E l'opposizione? Non esiste. Sono lì con noi. L'importante è salire sul carro e poi si va tutti insieme.

Non riuscivo a capire, e non ci riesco tuttora, se quel che ho visto e sentito sia giusto o sbagliato. Per esempio. Perché ora io sono sul carro? Cosa mi rende migliore dell'uomo che ero solo tre giorni fa quando me ne stavo seduto al tavolo del caffè da solo e mi lamentavo con me stesso della mia povertà nonostante i voli dell'anima? C'è qualcosa di inspiegabile nella vita. È possibile che chi si perde nel tentativo di rendere tutto coerente, effettivamente si perda?

Ho comunque la sensazione che una volta che sei salito sul carro, se veramente sei qualcuno, se veramente hai un mondo dentro, allora hai anche un mondo da dare.

Terminata la seduta è accaduto un fatto che, solo davanti a me stesso, ho trovato umiliante. Quando il sindaco ha detto “Ok, per stasera basta così!”, si è allentata la tensione per quanto lieve. Quella forma di serietà che si era creata si è dissolta e ... il mio corpo, il vermicino, si è svegliato. Me ne stavo seduto fingendo tranquillità, ma una delle donnine che avevo osservato tutta la sera, ora ne ero consapevole, la desideravo fortemente. Tutti hanno preso dalle tasche la pastiglia azzurra. La tenevano bene in alto nella mano destra, fra pollice e indice. Con la sinistra tenevano il bicchiere. Hanno brindato a me con allegria e l'hanno ingoiata. So che deve passare almeno una mezz'oretta prima dell'effetto. Penso che per i ciccioni ci voglia qualcosa in più e coi i magri vada in circolo prima. Non sono sicuro, è un'ipotesi.

Il gatto-assessore, che ora mi ha proprio in simpatia, mi ha chiesto se non la prendo anch'io. Ho detto che non ne ho bisogno. La ragazza, una biondina da favola, mi ha preso la mano e siamo saliti. Loro erano in silenzio, con rispetto. Li stavo battendo tutti, sul loro campo e non erano offesi, erano fieri!

Il gatto-assessore era veramente felice. Si sentiva un uomo arrivato come mai gli è capitato nella vita. Mi ha guardato con affetto. Ormai lo so che nessuno credeva fosse possibile convincermi a quel commercio. Lui solo, fiducioso della sua invadenza in fondo bonaria, aveva voluto procedere. Ora era come se io fossi stato eletto sindaco e lui mio vice. Il dio dell'amore comanda sul paesino da quella notte, dalla casa di tolleranza, e quando è la natura a dare un ruolo … non c'è elezione che tenga.

Mi hanno portato a casa, ma non subito. Ho scoperto un rito di fine seduta. Quando si esce “dalla Maria” si va al caffè in piazza. A quell'ora c'è la gente che va a scuola e al lavoro. Quelle facce stanche e soddisfatte che mangiano brioches e bevono cappuccini, spesso in abito da sera e sempre lievemente spettinati, un po' vissuti, tutti le vedono. Anch'io le ho viste senza sapere … Quelle facce, tutti lo comprendono, sono di coloro che decidono. Spesso fra loro c'è qualcuno che nella vita sociale diurna, sembra non valere un centesimo, come è il caso mio, ma lo vedono uscire dalla notte sazio dei suoi doni e chinano il capo a quella legge che fino a ieri anch'io non conoscevo.

Ho osservato bene chi c'è al caffè. Si è instaurata una facilità di dialogo, una semplicità, come fra noi tutto fosse più nitido. Capivo e capisco anche che la mia, la loro realtà, nulla ha a che fare con quella della gente di tutti i giorni, quei giorni che iniziano all'alba e ti consegnano stremato di problemi e lavoro, al tramonto.

Mi hanno portato a casa. Auto del sindaco e autista. E tutto è accaduto in una notte.

VI

Al terzo giorno comprendo che sono una pila carica. Una pila atomica. Non ho sonno e vengo da una notte enorme. Mi lavo, ed esco per comperare qualche capo d'abbigliamento decente ma sembra che mi sia impossibile spendere. Quando mi sono avvicinato alla cassa della boutique, mi è stato detto che era tutto già pagato.

Il giornale, già pagato, il caffè e le chiacchiere, già pagate. Ora che ho i soldi i soldi non hanno più senso? E come si chiama questa situazione? Si chiama potere, e non lo avevo mai capito.

Scappo” in chiesa guardo il Cristo di legno sulla croce. Mi domando, ma che gusto c'è a mettere come fulcro di un culto l'atto supremo di una violenza che uccide! Un uomo torturato e ucciso! Perché questo è un uomo in croce! Il Cristo è in penombra. Ho la sensazione che sbatta le palpebre e questo mi inquieta. Sono inchiodato al banco. In fondo volevo solo pensare e leggere il giornale in un posto tranquillo! Va bene avere la sensazione che ti parli un merlo, va bene che un libro sembri legarti alla vita come non sa la vita, ma che Cristo sbatta le palpebre …

Mi alzo e mi avvicino. Ho la sensazione che di nuovo accada. Salto la balaustra e vado proprio sotto. Uno scarafaggio. Uno scarafaggio sul viso di Cristo. Mi guardo intorno. Nessuno. Sposto la tovaglietta di sintetico bianca dell'altare e vado su scalzo. Riesco ad avvicinarmi abbastanza per disturbare l'insetto e ora vedo brillare qualcosa. Dalla resina del legno una goccia ambrata, trasparente, bellissima. Una lacrima del legno. Una lacrima di Dio nel legno.

Sento dei passi. È uno dei preti che si fornisce di viagra. Quello fiero di avere figli che forse non ha. Mi vede e mi saluta contento. Sembra che la situazione per lui non abbia nulla di imbarazzante. Dico che c'era uno scarafaggio sul volto di Cristo e lui mi dice di saperlo. Si ha così la sensazione che apra gli occhi. I fedeli sono entusiasti. Spera che io non l'abbia ucciso. “Volevo solo vedere, capire”. “vedere e capire son la rovina delle religioni ...”.

Ma lei, padre, crede in Dio?”

Nel frattempo sono sceso e ho rimesso le scarpe. Ci sediamo ai banchi della prima fila. Indica il volto di Cristo e dice “guarda! È tornata!”. La sensazione delle ciglia che sbattono si ripete. Poi si gira e mi guarda profondamente negli occhi: “quella goccia che ha visto, perché se è salito sicuramente l'ha vista ... è miele. E' perché lo scarafaggio venga, perché il miracolo … avvenga”. Ha risposto così alla mia domanda, e di rimando aggiungo “e lei non ha figli ...”

E' vero. E prego per averne almeno uno. Un bel maschietto che giochi a calcio e mi faccia arrabbiare”.

Sorrido e lo abbraccio. “ora vado” dice. Non volevo disturbarti. Ci vediamo stasera.”

Torno a scrutare il volto di Cristo e lui cambia idea e dice: “Volevo chiederti un consiglio e un favore...”,

dimmi”.

Ieri sera avete deciso qualcosa per la collina?”

Non ne so niente”.

Il prete mi spiega che volevano edificare e avevano abbattuto gli alberi. Ora lui spera che si possa rimboschire. Anticamente era una collina sacra, l'unica della zona, e conteneva un bosco sacro. Mi dice che secondo lui non decideranno mai. “Non c'è guadagno per nessuno … quindi rimanderanno per anni”.

E' vero” rispondo, “ma lei mi dica una cosa. Vengono ancora a confessarsi?”,

sempre! Per dare il buon esempio”,

ma dicono peccati veri o robetta da poco?”

Non capisco”,

quando mi confessavo io, da ragazzino, dicevo due o tre cosine e poi aggiungevo …e poi altre che non ricordo e in quel mucchio ci mettevo la roba più dura...”.

Lui si siede e sorride: “i ragazzini lo fanno ancora e io spesso dico anche che se esagerano con le manine diventano ciechi. È la tradizione ... ma gli adulti, quelli a qualcuno lo devono dire quel che fanno. Certe colpe pesano”

bene, allora ascolta. Per rimboschire la collina sarà sufficiente dare come penitenza non dei Padre nostro e delle Ave Maria ...ma ...”

ma cosa?”

degli alberi da piantare. Sarai tu a decidere quanti in base al peccato...”

è geniale!” mi dice, e si alza pronto all'azione. È grosso come un macigno e già lo vedo che esagera nell'elargire penitenze, ma ne vale la pena.

Ma queste idee grandiose le vengono spesso?”,

non è mia”,

è già accaduto? E chi è stato!”,

si chiama Vitaliano, Vitaliano Brancati”.

Il prete si gratta la testa, sta pensando.

L'ho già sentito, è del paese?”,

no, è siciliano. Una buona testa”.

Rimango solo. Vedo la palpebra di Cristo che si muove. Sorrido a me stesso e a Lui. Se funziona sarà divertente.

Ma il prete torna ancora … “avevo anche un favore … mi serve un'altra scatolina”

sei un prete impegnato!” rispondo, e ridiamo insieme, ma poi si fa serio:

Non è per me. Mi capirà senza far nomi. C'è una sola persona in paese che non se la sente di venire a chiedere ...”

anche lui ...”

si...”

va bene...”.

E' un gran dono questa notizia. La mia virilità ne gode. Quindi anche il macellaio...

ma dimmi … la usa da molto?”.

Il prete comprende a cosa voglio arrivare e mi dice “da anni. È stato uno dei primi...”

Battuto dalla chimica! O forse … liberato dalla chimica!”,

Avrei voglia di ridere ma sono in chiesa e finalmente solo veramente.

Ora dalla tasca prendo il libro. Salto, come ormai è abitudine, qualche pagina, e leggo: -“... ormai solo rocce. Sono in alto. Il cielo è nitido. Irreale. Dovrei aver fame. Dovrei aver sete, ma non accade. Ho rallentato il passo e mi rendo conto che gli occhi cercano qualcosa. Un merlo grida. Sembra un merlo. Si, lo è. Lo seguo. Ecco una casina di pietra messa su da qualcuno. Giusto una stanza con una porta scardinata. Non c'è niente, ma mi basta. Mi domando della sete e della fame. Penso sorridendo che ho nostalgia di quelle sensazioni, ma in fondo non è vero. Mi domando se esistono malattie che portano a questi sintomi, ma so di stare bene. È come se mi nutrissi, da qualche giorno col solo respiro. Non sento nemmeno più l'esigenza di andare. Sono quindi arrivato. E ora cosa accade? E ora? Senza fame e senza sete? Mi stendo nella casuccia e mi rendo conto che il mio compito è di non pensare. Ma, mi domando. Se non penso, esisto? E comprendo che pensare è soffrire. È più in la del pensiero, è spiccando salti dalla carne alla mente a … questo che non so spiegare ...”

Fermo la lettura e guardo Cristo. Sussurro a lui: “... e se non penso, esisto?”

Mi accorgo ora che il merlo è di fianco a me, qui in chiesa, e mi osserva. S'invola verso Cristo e ne va con lo scarafaggio nel becco.

Esco con quella domanda. “...E se non penso esisto?”

e il merlo mi chiama verso casa.

No, non si va a casa.

Lo seguo e cammina cammina mi ritrovo sulla collina.

È brulla. In cima una casina piccolina.

Tira un vento che mi dice che ho tempo fino a sera per capire.

E allora mi stendo e ri-apro il libro.

Salto poche pagine, come faccio ormai d'abitudine, ma ne trovo solo di bianche bianche. Le righe precedenti erano le ultime.

Manca il finale? Torno indietro al punto che avevo letto in chiesa. Allora, penso: lui si stende, mi stendo... Ma gli occhi, li chiudo? Il merlo nel frattempo saltella nel minuscolo sottotetto di questa casuccia solitaria. Ora tace.

Mi addormento. Dopo tre giorni di lavoro carnale, finalmente crollo.

Non ho fame e non ho sete. Non sono più uomo e nemmeno donna. Sono Io ma sono tutto e, arrivo alla casina in cima alla montagna. Lui, è li. Lui, Lei, come posso dirlo, la persona del racconto … ora comprendo che non può scrivere il finale perché, ormai senza corpo, ormai morta per i viventi materialmente non può scrivere perché non ha più forza, è un oggetto che giace inerte. Mi metto di fianco al corpo steso. Son seduto con penna e libro. Ma non funziona. Deve accadere anche a me per comprendere?, ma se accade anche a me anch'io, ormai ridotto ad un oggetto senza vita, non potrò scrivere!

Non ci sono parole in fondo per spiegarlo. Ogni tentativo è destinato ad essere insufficiente.

Devo comunque provare e scrivo quanto segue che è la mia idea maturata in povertà, silenzio e profumo di caffè: -”le esigenze del corpo si spengono pian piano. È una nostra colpa tenere viva ogni esigenza dei sensi con la nostalgia. Si deve guardare avanti. Se i sensi si spengono, se fanno meno rumore, è perché esiste qualcosa che dobbiamo riuscire a “sentire”. Ogni senso è rumore. E poi accade che ti svegli e vedi un corpo li di fianco eri tu? si. Ma ora non più. Ora sei nato da lui e dall'esperienza che ti ha dato, se hai saputo distillarla. Sarai te stesso. Il corpo lo lasci come un abito,

ma è difficile, troppo difficile spiegare che la morte non esiste. Io ci credo, penso di averlo anche vissuto. Era notte, ero solo. Ero troppo solo. Ma non ero un corpo, e una felicità immensa mi ha raccolto. Mi è bastato il profumo del caffè, e rinunciare al pensiero, a me stesso. E ho scoperto me stesso.

Mi sveglio. Ho scritto nel sonno. Ne sonno scrive solo il nostro io eterno. Inizia il tramonto. Ho una fame tremenda. Da ieri sera solo una brioche e un cappuccino. Ho dormito bene. Era scomodo ma avevo proprio bisogno di riuscire a dormire … e nel frattempo quelle parole … che son mie perché riconosco la calligrafia ... Esco dalla casuccia e scendo la collina. C'è qualcuno. Sta mettendo delle pianticelle. Mi saluta con rispetto e gli faccio i complimenti. “Una bella idea!” Lui dice che se il comune non si decide bisogna agire! Inneggia al bosco che c'era prima.

Vado avanti e riconosco la nobildonna del paese. È con due giardinieri. Ha un centinaio di pianticelle. Mi complimento anche con lei per il bel gesto. E mi dice che col suo rango ha il dovere di essere d'esempio.

Ci sorridiamo e poi riprendo la discesa.

Arrivo in paese che è quasi buio. L'autista di questa mattina mi chiede se ho bisogno di lui. Accetto e mi accompagna a casa. Lungo la strada mi ferma l'assessore-gatto. Ho un attimo per un bicchierino? No. Devo andare a “lavorare”. Mi sorride e fa l'occhiolino. Ci salutiamo.

Ma il merlo sembra disperato. Urla, quasi volesse scalfire il cielo. Su una panchina, vicino a casa, mi indica l'uomo dei libri. E' seduto e sembra dormire. Faccio fermare la macchina e scendo.

Ecco il libro” gli dico. Lui lo prende, ha ancora gli occhi chiusi e uno scarafaggio sul viso, o almeno mi sembra; faccio per toglierlo ma fa segno di no e sorride.

Ci sei riuscito?” mi chiede.

è impossibile riuscirci. Ci ho provato.”

Bene”. Apre gli occhi e lo scarafaggio scappa via spaventato.

E' la risposta esatta?” chiedo.

“So che è esatta. Leggerò come l'hai detto”

hai un altro libro per me?”

esiste solo un libro, per tutti. Ho il treno alle otto. So che hai da lavorare. Ciao”

Salgo in casa.

Ho giusto il tempo di lavarmi la faccia ed è buio.

Accendo la luce del tinello … e la vita continua.








sabato 7 settembre 2013

Christopher Isherwood: "La violetta del Prater"



Il dono grande di questo 2013 si chiama Christopher Isherwood Qualcuno potrebbe dire!Merglio tardi che mai!” e io rispondo che il più bel dono della vita è l'ignoranza. Posso offendermi se mi dicono democristiano o socialista o pidiessino o forzitalista o anche giornalista. Esiste certamente il modo di infastidirmi, ma certo non dandomi dell'ignorante. È tipico di chi poco sa, reagire male a questa che sempre, anche per una vita lunga centovent'anni, e che ora non è impossibile immaginare, si presenta come una magica, deliziosa conferma. Cosa te ne fai della vita se sai tutto? E peggio ancora se non conosci il piacere di sapere? E conosco tanta gente che si rotola nella circolarità dei sensi. Mangi e sarai sazio per qualche ora, e poi rimangerai, rifarai sesso, avrai ancora sete … sapere è invece una via lunghissima, infinita, oltre la vita, la morte, il corpo e offre sorprese che valgono... la vita. 

Iniziamo con una meditazione su quanto ci dice un anonimo, dalla costa di copertina:

Quanto segue è semplicemente la storia veridica e non resistibile, di come un film nasce e si trasforma, e soprattutto di come giorno per giorno rischia, nei modi spesso più folli e sgangherati, la catastrofe.”

Questa considerazione è vera anche se secondaria, per quel che riguarda la genesi di un film negli anni trenta, ma non trovo ci sia nulla di folle e sgangherato sul rischio di catastrofe. Abbiamo un regista austriaco di origine ebrea, Friedrich Bergmann, che va in crisi verso la metà delle riprese che si svolgono a Londra, poiché ci sono delle sommosse con spargimento di sangue a Wienna e dintorni. Là ha lasciato moglie e figlia. Legge i giornali continuamente e si agita fino a diventare intrattabile. Ebbene, dove sta la follia? È vero che in costa al libro si dice esattamente “in modo spesso folli”, e con quel spesso si può salvare in calcio d'angolo, ma in questo caso si tratta di una reazione umanissima e la follia abita altrove.

L'anonimo estensore prosegue così:

Per John Boorman, questo piccolo gioiello semidocumentario era il più bel libro in circolazione sul rapporto fra il cinema immaginario e quello reale.”

Ora … immaginiamo una Ferrari nuova fiammante e un essere che la apprezza solo perché trova eccellenti i cerchioni ... penso che a chiunque sembrerebbe una stravaganza, oppure una mancanza di …. diciamo qualcosa di fondamentale. Insisto. É vero che il libro è anche un qualcosa di semidocumentario ma questo aspetto sta alla “Violetta del Prater” come i cerchioni di una Ferrari stanno alla intera macchina! Ovvero in essi, i cerchioni, non si esaurisce il fascino della Ferrari, così come nell'aspetto semidocumentaristico, non si risolve questo libro!

C'è di più, c'è del genio, letteralmente del genio!

Ricordo che anni fa, per un film di Pupi Avati che era di una certa profondità, lessi su un giornale che si trattava di “uno spaccato di vita nell'Italia fra le due guerre”. C'erano varie ragazze e ragazzi fidanzati, con una grande attesa dalla vita. Fra gli sposati una sola persona era invece serena …e si trattava, guarda caso ... di una vedova. Il marito le era morto presto e ogni sera lei apriva la finestra e lo salutava fra le stelle. C'era il malato terminale che girava con una grossa valigia in piccoli paesini e vendeva occhiali, le maschere del ventesimo secolo (ora la maschera è il lifting …). … e qualcuno su un quotidiano aveva spacciato per senso del film, l'ambientazione. Che squallore!

Il medesimo problema occorso ad Avati, lo troviamo per questo libro di Isherwood.

L'ambientazione, per quanto veritiera, è lo strumento, minuziosamente “maneggiato”, con ironia e profondità, per arrivare ad un dunque che metto senza indugi fra la più alta liricità del novecento.

La situazione io la leggo così: due persone, Christopher Isherwood e Friederich Bergmann, devono relazionarsi causa un lavoro. Il primo è scrittore e giovane e sarà sceneggiatore, Bergmann è e sarà regista. Non un regista qualsiasi. La sua è arte. Scopriamo per esempio che, senza sapere che era di Bergmann, Isherwood aveva visto precedentemente ben quattro volte un suo film, evidentemente apprezzandolo. Inquadriamo la relazione: Isherwood stima Bergmann. Bergmann, quando scopre che Isherwood parla bene tedesco, all'istante, con una spontaneità da fauno, chiede di essergli sempre di fianco. Gli offre un rapporto paritario. Di fatto comunque, Bergmann è l'artista saggio, un corpo che è l'involucro misterioso di una immensa volontà positiva. Isherwood nel frattempo è fermo all'undicesimo capitolo di una sua opera, non la prima, riveste il ruolo di figlio con un fratello, sta quindi ancora nel nido, e accetta la relazione che, per lui non rappresenta solo le venti sterline al giorno, stipendio notevole per l'autunno del 1933.

Mi sembra immediatamente che la struttura vada ben oltre … i cerchioni!

Isherwood vede vivere e pensare un artista che stima. Lasciamo scorrere la preparazione del film con tutti gli altri “attori” nel ruolo di comparse e approdiamo all'ultima sera. Alle nove meno dieci per l'esattezza, terminano di girare l'ultima scena. Bergmann saluta la troupe e gli attori e … Christopher Isherwood accompagna Friederich Bergmann, a casa.

Tutta la scrittura fin qui assorbita, era in preparazione di quanto accade ora. Qui inizia il capolavoro.

Era quell'ora della notte in cui i lampioni stradali sembrano splendere di un fulgore remoto, insolito,come pianeti senza vita. La King's Road, nera e lucida di pioggia, era deserta come la luna ...”

Ora cambia tutto e la situazione si fa metafisica. Scusate per il parolone … la situazione si fa magica, e la mente si avvia, nello scoprire il senso di quel che è accaduto in quei mesi, in questa esperienza (umana?) con Bergmann. E ora s'invola ben oltre la quotidianità.

L'effetto fra vuoto attuale e pieno precedente, durato centoventidue pagine, proposta é notevole. Ogni scena prima, era emotiva, rumorosa popolosa e, per chi come me conosce King's Road, l'effetto risulta ancor più marcato

Era quell'ora della notte in cui l'io dell'uomo quasi si assopisce. Il senso di identità, di possesso, di nome, indirizzo, numero telefonico diviene estremamente vago. Era l'ora in cui l'uomo è percorso da un brivido di freddo, rialza il brivido del cappotto e pensa ...”

Notate lo straniamento in atto. Non c'è più l'io o si sta dileguando, diluendo. E quel che rimane pensa? Povertà del linguaggio! Isherwood sta tentando di dirci qualcosa che trova impreparata la parola, strumento troppo spesso insufficiente … ma ci riesce ugualmente. Quando non si è più Io non si pensa, e anche le parole che seguono, non rendono conto, all'interno di questa sola frase, della potenza espressiva alla quale comunque lui riesce ad approdare e a portarci prendendoci delicatamente per mano.

Ricordiamoci che l'io è stato disarmato e messo da parte come una corazza. Quel che avviene quindi non è pensiero, anche se non esiste altra parola per esprimere quel fluire di senso, ma una sequenza di verità … rivelate.

Di solito questo accade alla poesia, vetta estrema e estremamente irrazionale, dell'espressività umana …. e infatti per me queste pagine, partendo da “Era quell'ora della notte ...” sono pura poesia.

Il generico “perché esitiamo?”, diverrà un “perché esisto?” che riceverà una risposta …

E poi si passa al mistero dell'amore. Il passo inizia dicendo: “L'amore era J. ...”

E qui devo iniziare facendo i complimenti al traduttore che si chiama Giorgio Monicelli e mi dispiace che nei testi attuali mai, chi svolge questo delicatissimo ruolo di interprete fra due lingue, fra due mondi, riceva lo spazio per dire qualcosa della fatica che ha compiuto.

Questa meditazione sull'amore lui, Giorgio Monicelli, l'ha interpretata e tradotta con una delicatezza che non si coglie facilmente e che cerco di spiegarmi. Leggete il brano e vi renderete conto che il partner descritto, questo quasi innominato J. noi tendiamo a pensare sia una donna perché l'autore di queste righe è un uomo. Questo limite accade agli etero. Chi sa che Isherwood era gay invece, immediatamente darà una connotazione specifica, ma come vedremo non necessaria, a quella informazione. Ma, fateci caso rileggendo ... essa è asessuata ... L'amore fra due esseri è in essa oltre questi ruoli dettati dalla carnalità individuale. Rileggetela e fateci caso.

Io non ho mai avuto problemi con gli altri sessi. C'è chi dice che sono due, chi tre chi trecentosessantadue e in Giappone qualcuno in più … non mi riguarda. Io ho la mia sessualità e ognuno ha la sua che si vive come meglio crede. Ho già accennato in un altro scritto con un esempio paradossale, ma che nella vita spesso si concretizza, quel che penso del rapporto sesso-amore. Il sesso è l'innesco, se si è giovani e/o sani. Ma immaginiamo che uno dei partner della coppia si ritrovi un “malaccio” che non gli permettere più di essere partecipe sessualmente … ebbene … l'amore potrebbe continuare, e se accade, e sappiamo che speso accade, o si tratta di abitudine, o convenienza oppure … oppure ci tocca ammettere che l'amore è qualcosa che va oltre la carne! Ecco come la penso.

Ma in questa situazione magica creata e forse realmente vissuta da Isherwood, in questa King's Road notturna e vuota, con i lampioni “che sembrano splendere di un fulgore remoto, insolito, come pianeti senza vita”, lui ci dice che la storia d'amore che sta vivendo al presente con J. Finirà: “... Perché J. non è realmente la persona che voglio. J. ha soltanto il valore di esistere ora. J. passerà, il bisogno resterà. Il bisogno di ritornare nell'oscurità, nel letto, nell'amplesso caldo e nudo in cui J. è come K., L. o M., dove non c'è che la vicinanza, la dolente malinconia di stringere il corpo nudo fra le braccia. Il dolore degli appetiti, sordo, continuo sotto ogni cosa. E la fine di ogni voluttà, il sonno senza sogni dopo l'orgasmo, quel sonno tanto simile alla morte.”

Son conclusioni alle quali sono approdato faticosamente, nella mia piccola esistenza, è forse è per questo che quando le ritrovo, immediatamente le "sento".... La fame dei sensi che si ripete, il corpo che tocchi penetri, ma non arrivi ad altro che alla necessità di ripetere ripetere e ripetere, come bussare continuamente ad una porta che non si apre. E i sensi sempre sazi e di nuovo affamati si limitano a bussare ad una porta chiusa? No. L'altro, la relazione, nel caso del libro una profonda amicizia con il regista Bergmann, rivela un gradino successivo, che nell'amore diviene sorda e alienante ripetizione e si tratta di quell'intuizione del sacro che ultimamente spesso racconto. Ma in Isherwood, essa è una scoperta che, alla sua prima rivelazione spaventa, manca il coraggio per inoltrarsi in essa. Ma procediamo con ordine. Dopo aver spiegato la ripetitività alla quale approdano gli “appetiti”, la scrittura prosegue meditando la paura.”Non le paure che tutti conoscono, le paure cui si fa pubblicità, ma quelle più terribili: le paure dell'infanzia ...”

e queste antiche paure si raggrumano in una sensazione che lo guida all'intuizione del sacro, alla, alla paura radicale, originaria e ultima, la “paura della paura”:

Ma se è mia (la paura delle paure) , se è realmente dentro di me, allora … Perché? E in questo istante, così fioca, così remota, come la vaga visione di un sentiero impervio su un'alta montagna che si perde fra le nubi, vedo un'altra cosa: la via che conduce alla salvezza. Dove non c'è paura, non c'è solitudine, nessun bisogno di J., K., L. o M.

Per un istante, la scorgo. Per un secondo, è perfino chiarissima.

Quindi le nubi si richiudono, e un alito che soffia dal ghiacciaio, gelido di quel freddo sovrumano che regna tra le vette, mi sfiora la guancia.

No” mi dico. “Non potrò mai farlo. Meglio la paura che conosco, la solitudine che conosco ...”

Dopo l'intuizione, enorme per l'essere umano chiuso nell'abitudine alla corporeità, ecco la paura. Una paura più vasta, non sperimentata mai, e la sua novità è la sua essenza del momento.

Ma il sacro ormai si è rivelato, quella dimensione oltre la carne, oltre … la vita, che già in vita si può avere la fortuna di intuire e il cammino è aperto.

Ma … Isherwood a chi deve l'intuizione? All'essersi lasciato andare a Bergmann, al regista anziano e vivo di una vitalità che spesso sembra sorprendente o lucidissima o ridicola, ma che produce l'opera grande. Insomma all'artista vero.

Questo libro racconta una iniziazione.

Questo libro è enorme, sincero, eccezionale, perché anche a noi, può accadere e le forme del suo accadere sono molteplici.

Mesi fa volevo fare uno scritto dedicato a “Un uomo solo”, sempre di questo autore. Rimandai per due motivi. Desideravo avere anche riscontri da amici. Io già dalle prime pagine ero commosso. Come ho accennato, le varie sessualità non mi infastidiscono. Vivo la mia e amen, quindi quel volume che chiaramente si schiera e si presenta come una storia con risvolti omosessuali, potrebbe essere mal vissuto da chi ha delle remore, dei muri dentro ...e in fondo la paura di esserlo …

Mi dissero poi che il Film “A solitary man” di Tom Ford, era tratto da quel testo. Stimo notevolmente Ford come stilista. È decisamente uno dei migliori, e il film quando uscì, me lo lasciai scappare. Qualcuno mi diceva che era un capolavoro, altri una noja. Ne sono entrato in possesso solo da un paio di giorni e non mi sentivo quindi pronto per scrivere qualcosa di, diciamo completo, ma ieri, in una delle mie solite cacce ai mercatini dell'usato, per la somma “spasmodica” di tre euro, ho trovato “La violetta del Prater”. Avrei potuto comperarlo in libreria se ero così colpito da Isherwood, direte voi, ma provate a comperare qualcosa in Italia in agosto! Se non ce l'hanno in “casa” arriva alle calende greche. Attendevo la metà di settembre per provvedere, ma il caso, unica legge valida quando il mondo si fa troppo affollato, mi ha offerto con un se pur breve anticipo di una manciata di giorni in fondo, questa notevole esperienza.

ciao
















venerdì 6 settembre 2013

My sweet home ...


Laura Baldrati, una fotografa impegnata, tempo fa vide la mia tana ed espresse il desiderio di fotografarne alcuni particolari. Ha fotografato anche me … ma non mi sopporto nelle foto. Io non sono solo il mio corpo …

la casa è comunque una parte importante del “ritratto” di una persona.
 
In me, per sentirla viva, ci sono certe direttive che penso siano elementari: gli oggetti devono essere eterni o comunque avere la possibilità di durare più di me … amo la porcellana, quindi qualche lutto accade, ma assai di rado. Praticità ed eleganza devono scendere a compromesso.
niente armadi. non li sopporto. Sono relegati, reclusi, in un'unica stanza che qualcuno chiamerebbe guardaroba ma io chiamo coscienza tranne uno che ha lo scheletro di legno kiaro, per il resto è vetro e contiene una lampada Bauhaus (Juker-Wagenfeld) che la illumina dall'interno. Il mucchio della roba da stirare, gli oggetti che non servono o servono solo in certe stagioni, per esempio il ventilatore ...
Non ho un buon rapporto con l'aria condizionata. Lolita, il kane, nemmeno.
Secondo me si devono avere poke kose, ma "buone" ... e ne ho un po' troppe. Sto smaltendo facendo regali o con certi siti di internet.
Non amo avere persone che lavorino per me. Niente cameriere giardinieri e simili. Trovo sia un'umiltà necessaria fare con le proprie mani. quando stiro ascolto musika klassika, spesso si son divertiti a fotografarmi. Sembra ke un uomo ke stira sia una rarità. a me non dispiace, proprio perké è un lavoretto silenzioso e spesso il ferro "danza" al ritmo di Strauss.
I piatti.... Non ne vedrete nelle foto ma vi dico ugualmente. odio la serialità. E' comoda per l'industria. a me piace scegliere tutto diverso. Mi spiego. compero i set uguali; un piatto piano  + uno fondo e quello da frutta. se ho ospiti, ognuno sceglie di sedersi nel posto che più gli aggrada. medesimo discorso per piatti e posate.

Niente televisione. Penso siano ormai sedici anni che l'ho eliminata. Amo le radio e ho delle ottime Tivoli. Amo la musica classica, i cantautori e altro, quindi ho un piccolo impianto che fa il suo dovere senza urlare mai.

Ho molti libri, ma meno di quel che si crede. Stimo molto un oggettino che si chiama e book. Ovviamente il libro di carta è affascinante, ma devo essere pratico. Se volo via, in un e book ci stanno anche duecento volumi … e questo mi piace. Mai più zaini o valige pesantissime! Ho letteratura greca e latina in carta e testi che in formato e book non mi soddisfano o non si trovano. Alcuni testi hanno il mio affetto causa la frequentazione di anni. Vedrete il Meridiano di Fitzgerald, molto vissuto, con qualche ferita … Borges lo tengo di carta. Ci son troppo affezionato. Certe kose di Kafka e dei fratelli Singer per esempio. I libri quindi non mancano ma non sono, appunto, tanti come qualcuna immagina.

Che parlino le immagini e qualcosa se mi viene, lo aggiungo sotto.
Ecco la scritta sul muro. una delle tante. dopo anni di matita questa l'ho rifatta con trasferelli gommosi.
La frase è di Fitzgeral e viene da quel libro. "I taccuini". non rinuncerò mai a questo oggetto finké avrò un corpo! potete vedere vicino tre copie di Giovanni Papini, autore che stimo molto. Laura mi ha chiesto di mostrarle i libri che preferisco e alcuni li ha fotografati. il tavolo, tondo e di legno, mi è stato prestato. chi me lo ha dato si è forse dimenticato, ma io ricordo ...
Ecco il vissutissimo volume coi romanzi di Fitzgerald. Ne ho altri che ho vissuto personalmente fino ad ... ammalarli ...
Ecco uno degli angoli Che Laura preferisce. I volumi sono dei Meridiani di Letteratura latina, greca, italiana e internazionale. il mobiletto a cassetti, ne ha sei, è di colore giallino chiaro. Chi me lo donò, lo dipinse di giallino e il mio gatto di allora ci camminò sopra che era ancora "fresco". Ora ammiro quelle pedatine di Cagliostro, il mio stupendo ex gatto nero orbo da un occhio. E' un ricordo bellissimo ...
Questo angolo è nella mia camera da letto. Ho anche un'altra stanza dotata di libreria e letto. ufficialmente si chiama "stanza degli ospiti", ma di fatto mi serve ... mi spiego. mi capita, in certi periodi, di non riuscire a dormire. Non indaghiamo sui motivi... Ho scoperto, leggendo l'autobiografia di Churchill, che quando non riusciva a dormire, gli bastava cambiare letto. Beato lui. A me accade una volta ogni dieci ... meglio di niente.
Sul mobiletto a cassetti della foto, a destra potere vedere un vassoio con profumi; la foto sotto mostra meglio:

Il mio rapporto coi profumi. Premetto che questa è solo una piccola parte. Non mi profumo quando esco, ma quando vado a letto o quando so che resto a casa per un certo tempo. Mi piacciono certi "buoni odori". Ho anche incenso, Mirra, eccetera.


Questa foto mostra meglio i particolari. La foto in alto a sinistra; la Tata, una delle mie care cokerine ormai defunta. La foto che si vede a destra è di Diane Arbus. Il gigante, che io lego ad un racconto che piaceva a Tonino Guerra e che grazie a lui ha due finali.



Altro particolare della medesima stanza. La statuetta di Ladrò è defunta, in frantumi. Mi ha aiutato Lolita. Mi metteva a disagio con quelle tette al vento. La mia Bibbia ... Penso che a Laura sia piaciuto il sacro dei libri e il profano dell'acquaiola. Una delle mie tante agende. le prediligo ad anelli. Una per argomento, e le piccole, come quella che vedete, da avere sempre in tasca.                

                            

Di fianco alla Bibbia, sulla sinistra di questo tavolino basso, ecco una delle mie ventiquattro ore. Son oggetti che mi piacciono non per fare il fighetto o il finto broker. Arredano e son passate di moda, quindi si trovano a prezzi squisiti... il libro che si vede è "Lasciami andare madre". Insieme a "Il rogo di Berlino", due capolavori di Helga Schneider che porto sempre con me.




Ecco una delle mie agende di appunti. In questo caso meditazioni e citazioni da libri letti.  Appunti da "Maigret e la vecchia signora" nella pagina a sinistra, "Maigret a scuola" a destra.


Dalla medesima agenda: "vocaboli borghesi-intellettuali" in "Scritti corsari".


Adoro il caffè ... un'amica etiope, me lo porta non tostato direttamente da casa sua una volta all'anno. Lo tosto, lo macino a mano sul momento e fa un profumino delizioso! Tazze Wedgwood con la danza delle ore. piccolo dato storico. Azienda fondata nel 1759. Il fondatore era sposato con la figlia di Charles Darwin .... un caffè buonissimo in una tazzina che profuma di storia ...



Latavola della sala ... Radio Tivoli, Vasetto Wedgwood verde in tinta con una farfalla fatta personalmente da Tonino e da lui donatami. Carta geografica dell'Europa. Mi piace pranzare o sorseggiare il caffè immergendomi nella "mia" cara Europa. Quella cosa nera che regge la piastrella della farfalla è una lampada alogena assai potente. Ho gli occhi deboli, quindi la luce deve essere decisa !



angolino della stanza dell'insonnia. Quadro donatomi da Tonino. Ha una storia simpatica. Ce l'aveva a casa, appoggiato per terra all'esterno. lo portai a casa, si tratta di un piastrellone non leggerissimo e, mentre aprivo la porta di casa lo appoggiai per terra. Con mia sorpresa attirò un plotone di gatti che ci si strusciarono con affetto. Lo annusai e mi resi conto che i cinquanta gatti di Tonino, forse non tutti, lo avevano accuratamente autografato. L'ho dovuto ingabbiare e tenere all'aperto per mesi. Ora è vivibile. Il piatto incorniciato è di epoca napoleonica. Solo due donne stazionano stabilmente a casa mia, questa graziosa pulzella francese e una signorina di Chanel che ha un nome, me lo hanno detto, ma non lo ricordo. Eccolo:




Questo cartellone pubblicitario staziona, appoggiato ad un mobile basso, nell'altra camera da pisolo, quella che di solito uso. Son sempre sorpreso dalla disattenzione che si presta ai cartelloni pubblicitari di profumerie o negozi di abbigliamento. Alcuni son stupendi e prenderanno anche valore col tempo. Un giorno entrai in un negozio di Benetton con sei bicchieroni di coca cola; intendevo sedurre le sei commesse e portarmi via tutte le pubblicità di Oliviero Toscani che avrebbero buttato per il cambio di stagione .... che spreco. Hanno ceduto alle mie lusinghe!


Torniamo alla stanza dell'insonnia. Ecco un altro tavolino sul quale macino le ore e spesso le notti. 


Ecco ora un libro che amo più che altro per l'editore. si tratta di Kurt Wolff ...  che ebbe il coraggio e il merito di pubblicare per primo Kafka....


Questa foto mi diverte. Alla fotografa piaceva il cuscino della sedia! non so perché ha scelto proprio quel libro, assai tragico e comunque un capolavoro, di Malaparte. L'insieme comunque mi diverte.


Concludo con le mie mani. Trovo che siano foto riuscite. Si dice all'estero che se una nave affonda e sopra c'è un italiano che non sa nuotare, basta farlo parlare ... muoverà talmente le mani e le braccia da stare a galla. Mi son reso conto, da queste e altre foto, che galleggerei anch'io ....


anche questa mi piace.
E ora l'ultima, le due mani insieme. Vi invito a notare il ciondolino  di argento a forma di cane. lo misi il giorno della morte della mia cara Mafalda. Il cane che mi fu madre. è volata via circa tre anni fa.


eccola ....

... mentre nuota serena nel lago vicino a casa. La foto ... non ricordo chi la fece. Non io che son negatissimo. Per me gronda affetto. Ecco mia madre.

... e Grazie a Laura. Non avrei mai osato il mio volto. Ho accettato alcuni particolari della casa e lo devo a lei. in questo periodo sono lontano, da tutto. Tornerò, perché per me è un luogo dell'anima.
ciao