domenica 15 novembre 2015

il re di New York (racconto)




C'era una volta un re che chiedeva alla sua serva, raccontami una storia, e la storia cominciò …

C'era una volta un re ..... quando arrivò un re non era, ma dopo l'alba ....
Partito dall'Italia, dal sud dell'Italia, e arrivato a New York, Pietro aveva ben nascosta in valigia, una sorpresa per qualche amico. Non era il suo primo viaggio e di lui sorridevano con indulgenza. Non dipingeva per far soldi, non usciva per agire! Era insomma un italiano, che usciva con gli amici per il piacere della compagnia e non trovava soddisfazione nelle sbronze. Un extraterrestre quindi per New York, che armato di un piccolo scrigno diceva di portare un tesoro.
Si videro a cena e … nella scatolina intarsiata di Bucellati, c'era un pomodoro di Belmonte coltivato da Benedetto, un fauno delle colline.
Aveva notato Pietro, che i loro pomodori, quelli degli americani, sono stupendi, perfetti! Immagina il pomodoro più bello che ti riesce. Ecco, è quello, ma se lo mordi, e Pietro lo morse come si fa con una mela, acqua. Zero sapore, il nulla. E come spiegarlo agli amici? C'erano i pomodori messicani, quindi d'esportazione e che per questo erano e sono tassatissimi, ma neanche quelli secondo Pietro erano pomodori veri. Questo, della sua terra, enorme che sembrava un uovo di struzzo ammaccato, rosso e un po' verde, con una piccola cicatrice grigia, non  era certo perfetto per gli occhi, ma al palato, un paradiso, quasi un'esperienza erotica.
Già con le banane un giorno avevano discusso e non era riuscito a spiegarsi. Aveva preso dei plumcake, ed essendo tutti con ingredienti strani, prese quelli alla banana perché erano secondo i suoi gusti, i più normali. Dovevano fare una gitarella e quando verso mezzogiorno ne assaggiò uno, lo sputacchiò disgustato. Sapeva di chimico. Un amico americano provò ad assaggiarne un altro, era una confezione da sei, e disse che secondo lui quel dolce era normalissimo! Pietro gli chiese se avevano mai mangiato una banana, ma ovviamente sì, le avevano mangiate. Tornato a New York, le comprò e si rese conto che erano una polpa strana. Non poteva spiegare se non con un esempio portato da casa e quindi un pomodoro enorme, dalle colline vicino a casa sua, finì in valigia e, per passare inosservato alla frontiera, fu messo nello scrigno che contava poi di vendicchiare a qualcuno.
Il pomodoro seppe spiegare bene a quei newyorkesi, cosa vuol dire pomodoro. A loro sembrò provenire dal paradiso. Felice dell'esito, raccontò dei sapori della sua terra e loro finalmente riuscirono ad immaginare.
La notte, a Central Park seduti sull'erba, decisero di aspettare l'alba. Spiegava Pietro che spesso, davanti al mare, pensando, vedeva nascere il giorno e i colori.
L'alba venne e Pietro ebbe negli occhi una nostalgia per qualcosa che non volle spiegare. Disse “questa mattina vado a fare un giro e domani notte aspetteremo di nuovo l'alba, ma a modo mio!”
Pietro partì e, verso sera telefonò dicendo “nel medesimo posto al Park! Puntuali! Un'ora prima dell'alba!”
Lui era già li. C'era il silenzio della città che non è quello vero, e il buio che buio non è. Pietro era nervoso. Si capiva che aveva organizzato qualcosa e aveva paura che non riuscisse ma poi, un attimo prima dell'alba … si sente un gallo cantare.
Qualcuno faceva footing nelle vie intorno e si fermò come un cane indeciso, annusando l'aria, i suoi amici ascoltarono sconcertati quel grido solare che avevano nel sangue, come tutti gli animali, ma che, non sentendo più da un pezzo, fece loro anche un po' paura.
Poi si vide il volatile, che come un re passeggiava nel prato, e un paio di galline. Beccavano. Pietro aveva gettato tanti semi, e aveva spiegato che per convincerlo a rimanere servivano cibo e femmine, più di una, che i galli non si accontentano di una sola.
La mattina dopo c'era una folla. Il silenzio e il buio erano ora attesa. Per un po' era sembrato che fosse in ritardo e quando finalmente cantò, ci fu un applauso. Pietro si innervosì e urlò “silenzio! Che poi si spaventa e scappa!” e silenzio fu, da quella seconda mattina. Fu chiamato Pavarotti quel gallo, perché il grande tenore cantò tanto a New York. Se Pietro fosse stato spagnolo lo avrebbero chiamato Domingo, se francese non so come, ma era Pavarotti che era tornato in forma di gallo, questo dissero, e ora che l'applauso era diventato un tabù, attendere il canto del gallo era diventato un rito, il rito del giorno nascente. Quando qualcuno alzò le braccia, come per voler abbracciare il sole, fu imitato, e come una messa mattutina, New York si scoprì pagana, antica, umana.
Pietro raccontava tutte le notti del sole sul mare che non è come il mare degli americani, dell'isola col cappello di nuvole che si vede nei giorni chiari dalla sua Amantea e della sensazione che spesso prova, che gli dei siano appena andati via, lasciando il sole, i pomodori e il cantare, ma io so che gli dei invecchiarono e divennero uomini. Ebbero noja dell'immortalità, com'è giusto che sia. Alcuni abitanti  del sud ogni tanto dicono che fanno un viaggio, mandano lettere di avvenute morti e naufragi, e poi tornano eterni, fra gli uomini di casa, che la creazione del loro padre, che non sanno nemmeno immaginare, li ha ammaliati come sta facendo il gallo a Central Park con i newyorkesi. In ogni generazione dodici saranno i profeti e non sapranno di esserlo, questa è la legge, questo è il sole che sorge.
E ora Pietro tornerà, ma il gallo, re degli uomini, che sveglia il sole, che insegna il canto che serve per infrangere il silenzio senza sentirsi in colpa, il gallo avrà un figlio, diventerà il figlio che si farà padre, che in un altro figlio, non meno eterno di una divinità, sveglierà il tuo sonno, e per un attimo, anche se uno solo sei già un diamante, per quel attimo avrai sentore, ricordalo del paradiso.



C'era una volta un re ...

martedì 10 novembre 2015

Margotta (racconto)

Scritto il ventiquattro agosto 2014 pomeriggio. Ultima correzione, trenta ottobre 2014



A) di chi sei figlio …. è una domanda assurda, non puoi farla. Non esiste madre

B) non è possibile. Tutti nascono da qualcuno

A) no. Nessuno nasce da qualcuno. Anzi … nessuno di fatto nasce. Un unico essere è nato e cresce con infiniti tentacoli, con infinite dita. Esiste una pianta … eccola, questa qui, che lo spiega. Si prende un ramo, ecco … così ... vedi come sono flessibili e lunghi! Ora scavo appena un po' qui di fianco alla pianta che tu chiameresti madre e interro il ramo dalla metà. Giusto qualche centimetro.
Se guardi ora, sembrano due piante, una grande dalla quale il ramo parte, e una piccola che è la parte terminale del ramo che sembra spuntare dalla terra

B) ma questa è una finzione! Anche se non si vede, perché hai sotterrato una parte del ramo, sappiamo che è una sola pianta! … e io invece sono staccato dalla madre e dal padre. Io sono io e sono un essere a sé

A) aspetta. Non avere fretta. Torna da me fra una settimana. Ok? Vieni sempre qui, nel giardino, e come oggi, per l'ora del the

La settimana successiva

A) prima il the o prima la pianta?

B) prima l'enigma, per favore

A) allora vieni. Ecco … muovi la terra li, in quel punto, delicatamente, ma prima dimmi cosa pensi che potrai scoprire

B) ristabilisco la situazione di una settimana fa. Il ramo flessibile che hai in parte sotterrato, lasciando fuori appena un poco della parte terminale, tornerà all'aria

A) credi che accadrà questo …

B) si. Lo credo.

A) Bene. Procedi

Ecco, vedi … la parte sotterrata ha messo radici.
Sono esili ma riescono nel loro compito che è quello di ricevere nutrimento dalla terra. Ora ti domando … essendo ancora attaccato alla pianta madre, e nel contempo si nutre in modo indipendente … dimmi se si tratta di un essere a sé o di un'unica pianta.
non rispondi …
beviamo il the allora …

B) non è figlio e non è parte della madre …

A) prova a chiamarle, per favore, pianta grande e pianta piccola …

B) va bene. E' quello che succede al feto. Per un certo periodo è se stesso e pure parte della madre … ma poi è se stesso e basta …

A) tu deduci questo … e io ti pongo una domanda capitale che sembra non avere risposta … “ma cosa sei” … e puoi dilatarla domandandoti … “cosa siamo”

B) ma in noi … a differenza di questa pianta, c'è maschio e femmina …

A) e chi ti dice che la pianta non sia in grado di riprodursi anche in quel modo … e poi pensa a tutti i mammiferi, che come hai ben pensato, per un certo periodo sono se stessi e anche un tutt'uno con la madre …
e ora ti dico che l'essere maschi e femmina è un'illusione. Per noi la questione è la medesima di quella che sta vivendo quel ramo. Io giaccio inconsapevole sulla terra. Essa mi nutre e si nutre di me che sono un suo … ramo. Si taglia il cordone ombelicale, o il ramo qui in questo punto come farò ora, e si ha l'illusione di un io nuovo

B) no! Non è così! Non può essere così! È intollerabile! Inaccettabile!

A) non è così solo solo perché qui una pianta sola è tutte le piante della sua specie, e questo so che riesci a comprenderlo e … a tollerarlo, e invece due piante che si intrecciano, una madre e un padre, per l'esattezza tuo padre e tua madre, secondo te danno una nuova pianta … ma lo senti che è stonato? Che accetti la legge universale per gli altri e la neghi per te stesso solo perché ti hanno insegnato, per esempio con il culto del possesso, che il tuo io è dipendente solo da … te?
Guarda la pianta. Se io taglio qui dirai che sono due piante indipendenti e nel senso individualistico estremo del modo di pensare nel quale ti hanno allevato, avresti ragione … ma non avresti torto anche se dicessi che è la medesima pianta con due corpi ora separati … questo lo comprendi ma semplicemente per educazione, per diseducazione direi, ma incolpevole, non riesci, non puoi accettarlo. Pensa che fino a poco tempo fa, una manciata piccola piccola di anni, ti realizzavi davanti ad una comunità ben delimitata, quella era la tua pianta, tu eri il ramo con radici sue ma comunque senza senso se tolto da quella … comunità. Ti racconto un fatto veramente accaduto. Un anziano ebreo, esce dalla casetta del suo paesello calato nel verde della campagna dell'Ukraina, va a far legna nel bosco, mentre gli altri, più vigorosi di lui, vanno a lavorare la terra o a fare i fabbri o altro. Una piccola comunità indipendente. Quando torna, con le fascine nel carretto, trova il paese completamente disabitato ma il suo sconcerto dura poco. Sente degli spari. Vengono da una parte che sembra essere non troppo distante dal paesello. Si incammina e vede che i suoi compaesani, tutti, donne, bambini uomini e vecchi, sono in fila e quelli in fondo, che sono sul bordo di un terrapieno, vengono fucilati. Il tutto avviene in un silenzio irreale. Secondo te cosa fece in nostro anziano?
Non rispondi perché hai capito che la sua fuga sarebbe stata una risposta troppo ovvia per essere quella giusta e nel frattempo non te ne viene in mente un'altra … e non te ne viene in mente un'altra perché tu vivi nella dimensione dell'io totale e totalizzante. Per te esistono gli altri e tu, e la vostra separatezza appunto totale, radicale, permette, dà senso alla fuga dell'anziano ... che invece non se ne va. Ti dico come immagino la scena. Vede la fucilazione di massa di fronte a lui e sente il vuoto paralizzante del paesello al quale potrebbe tornare. La sua comunità è li davanti. Senza essa lui non è, e quindi si toglie il cappello, e come un cristiano che si appresta alla comunione o a baciare una reliquia, si mette in fila e fino alla fine farà parte della sua comunità, di quell'io più vasto e che tu non sei in grado di comprendere.
Ti racconto un'altra scena. Campo di sterminio. Appena giunti. Ingiungono di spogliarsi completamente. Hanno capito come finirà quella fila, vedono una porta e sanno già che non c'è ritorno. Un anziano signore con una bella barba bianca, uno sguardo direi da filosofo e perché no, anche nobile. Dietro a lui una signora che, da vestita era come lui assai distinta. L'anziano con la barba bianca, davanti alla porta di ferro della camera ultima, nudo, con un gesto galante le offre la precedenza come se stessero entrando all'opera. Lei sorride e accetta. Non è una balla sai. È accaduto veramente. Una persona come te penserà che il vecchio ha ritardato la sua fine di un attimo. Tutto, tutto faresti per quell'attimo in più, anche se poi non sai dargli un senso! E invece lui, il vecchio, ha mantenuto fino all'ultimo momento, la dignità di un noi che è un io più vasto che ti sfugge. E non pensare ora che trattandosi di due esempi con ebrei si possa circoscrivere a loro il dilemma. Ricorda per esempio che chi poco ha di solito dona, e chi ha tanto se lo tiene ben stretto e più ha …

B) e la famosa tirchieria degli ebrei?

A) l'ho compresa dopo molto sforzo leggendo "La pentola dell'oro" di James Spephens ... Un'irlanda da favola e il popolo magico dei Leprecauni che hanno la fissa di accumulare l'oro ... perché se gli umani li rapiscono solo con quel riscatto possono tornare liberi. Dopo un libro irlandese li ho capiti, poiché da secoli solo con l'oro hanno potuto ottenere la promessa spesso non mantenuta, dilla libertà oltre il resto sempre limitatissima. E l'oro di uno nel pericolo diviene di tutti ... comunità quindi, parola che non conosci ancora bene.

B) … ma ... torniamo all'esempio della pianta … la pianta, la devi tagliare tu …

A) è vero, perché interrando parte del ramo mi son fatto per lei dio, artefice. Ma in natura il caso … è un dio. Il taglio può causarlo il vento, un animale che passa, o la parte collegata che, ormai ininfluente si secca, oppure, e qui sta la tua crisi, può rimanere così, attaccato alla pianta più vecchia. Alla natura non importa la separazione, ma la vita. Tua madre quindi non ha volto. E' la natura, bella come un'alba, oppure feroce come un tramonto … o una Mantide

B) e il padre? … E tu, che forse sei mio padre?

A) come per la mantide, sono cibo.
Vedi, in quell'insetto la legge di natura è portata all'estremo, è vissuta nella sua forma più semplificata. Copulano e poi la femmina mangia la testa del maschio. Lui è anche cibo. Io porto a casa il cibo. Negli ultimi milioni di anni diciamo che mi sono ingegnato e ho preso una decisione. Se porto cibo non sarò cibo, ma in fondo, devi comprenderlo prima o poi, che è la medesima faccenda

B) ma … è tremendo

A) forse. Ma ora, prima di diventare cibo, perché comunque prima o poi, o per la terra che ti è madre o per una madre, accadrà ... ora, a differenza della popolazione arcaica e tuttora presente delle mantidi, noi abbiamo il tempo per … creare poesia

B) poesia?

A) si, la poesia, che è la consapevolezza dell'ombra della Mantide e di quell'attimo al quale non si sfugge

B) ma … allora … come vivere …

A) ma allora come, anzi quando morire … che gli unici atti d'indipendenza consistono nell'anticipare l'opera della Mantide o nel dirle che hai capito.
Ora … puoi ignorare tutto quel che ti ho detto. Puoi fingere di dimenticarlo. 

Potrebbe non esistere in certe vite chi come me, te la racconta questa faccenda, e allora la Sua immensità non la "vedi" o fingi di non vederla, e quel che non sappiamo esistere no fa male, almeno in superficie, poiché Lei, quando finalmente la vedi divorare, che sempre quel momento arriva, un dubbio, anche se uno come me no lo incontrerai mai, te lo insinua …

B) ma allora la via del non sapere, è l'unica decente …

A) forse … o forse no, perché se ammetti di sapere e la affronti con consapevolezza … ti è concessa la poesia

Entra una donna nel giardino. Si sente la sua voce. Li sta chiamando.

B) c'è lei (dice sussurrando) e non mi vuoi dire se è mia madre

A) tua madre è la terra. Tua madre è l'alba e la Mantide

B) ma lei lo sa?

A) no. Lo sai il suo corpo … ma lei col suo corpo non parla quindi agisce senza comprendere, senza comprendersi.

B) e se riuscisse a parlarci? Se ci provasse? il suo corpo con se stessa?

A) ti amerebbe fino a divorarti … e sarebbe la prova che non ha compreso in parte.
Se comprendesse del tutto dovrebbe amarti e divorare se stessa …

B) non capisco … e comunque … è mai accaduto?

A) mai. Accadrà solo la sera ultima, quando per sempre si spegnerà il sole.

B, il ragazzo, si allontana. il tramonto è rosso e immenso...
A, gli grida ...

"L'alba è rossa perché il sole, sorgendo per illuminare il mondo, porta con sé il riflesso delle rose del Paradiso. Il tramonto è rosso, più rosso, per via del riflesso delle fiamme dell'inferno ..."

B si è fermato. Osserva in silenzio il cielo. Il padre lo raggiunge.

B) Questa è poesia ...

A) per te, ora. Per gli antichi ebrei era scienza. Alla domanda "perché è rosso il sole all'alba e al tramonto", si rispondeva così. Questa era la loro realtà.

B) e qual'è la mia?

A) Margotta .... 

Si salutano con un cenno. 



domenica 8 novembre 2015

"Mein Kampf". cosa si deduce già dai primi due capitoli ... e altro

Perché ho deciso di approfondire questo argomento.

Ho notato che ci si pone spesso una domanda: Hitler aveva previsto dall'inizio della sua dittatura di sterminare gli ebrei? Si dice che prima volesse mandarli in Madagascar, poi optò per un qualsiasi posto oltre gli Urali … Chiacchiere. Chiacchiere degli storici, basati su documenti che dovevano occultare le sue decisioni che sono di vecchia data.
Come prova porto semplicemente il suo testo guida. “Mein Kampf” fu pubblicato un Germania nel 1925. Dopo il fallito colpo di stato di Monaco del 9 novembre 1923, Hitler finì in carcere. Sembra che i primi due capitoli siano stati non scritti da lui, ma dettati a Rudolf Hess, suo compagno di prigionia. É una sfumatura che giudico importante. C'è meno controllo sulle parole quando si parla, e accade che il fango del subconscio affiori con più spontaneità. Scrivere è un terzo livello. Prima la sensazione pura, pre verbale, poi la forma di parola che si concretizza o nel cervello medesimo, oppure si fa udibile ai sensi, poi la parola scritta che organizza, quindi parzialmente maschera, occulta, il secondo livello.
Penso che lo stile discorsivo si possa cogliere per esempio da certe ridondanze. Nel secondo capitolo, dedicato al ruolo e al fine dello stato, la definizione viene di fatto ripetuta minimo quattro volte. Si faccia caso, come esempio parallelo, che nel parlato non ci curiamo troppo, spesso per niente, delle ripetizioni, mentre nello scritto siamo sempre a caccia di sinonimi perché il possesso al presente del già detto ci rende più attenti alla forma. Nel parlato, il presente, quel che stiamo dicendo, è curato in relazione all'emozione e al senso, le ripetizioni son volate via e non si notano. Fateci caso. Accade anche con i contenuti, particolarmente poi quando non si è delle cime e mi sembra di poter dimostrare che Hitler non lo era assssssolutamente già analizzando, come mi accingo a fare ora, il primo capitolo.

Il primo capitolo
Si basa su ragionamenti che funzionerebbero al bar e non è difficile spiegarlo.
La lettura di alcuni brani, l'ho sperimentato, raccoglie tuttora consensi in alcuni passi, poiché la natura del ragionamento espresso è del tipo: “i politici sono tutti ladri” “al sud hanno meno voglia di lavorare che al nord” “i romeni sono tutti ladri” ecc.
Ecco un assaggio:

da pagina 2: “Tutte le mattine, il rappresentante del popolo arriva sino alla sede del Parlamento; se non entra, riesce ad arrivare per lo meno in anticamera dove viene affisso l'elenco dei parlamentari presenti: è su questo elenco, che il nostro, servendo la Nazione, scrive il proprio nome, ed è per questa fatica enorme, giornaliera, che incassa un profumato indennizzo. Passati quattro anni, o avvicinandosi sempre più lo scioglimento della Camera, detti signori vengono sollecitati da un impulso irrefrenabile, al pari della larva che è destinata a trasformarsi in farfalla, codesti vermi di parlamento abbandonano così il rifugio comune e volano fuori, dal popolo.
Ricominciano nuovamente a parlare agli elettori narrando loro come siano ostinati gli altri, e di come essi abbiano invece duramente lavorato.
(… e poi poco più sotto per concludere …)
E' così che il gregge (del proletariato e della borghesia) rientra nella stalla, tenuto per mano dal nuovo, invitante programma e dalla stanga, pronto a rieleggere coloro che lo hanno ingannato.”

Ho posto “Proletariato” e “Borghesia” fra parentesi perché attualmente son vocaboli che sanno di vecchio e daterebbero il pezzo al massimo agli anni settanta del novecento. Provate a rileggerlo senza quelle due parole e avrete la sensazione che si stia parlando di oggi. E si badi che sempre sempre sempre si avrà questa sensazione. Come ho detto, l'ho sperimentato sbalordendo l'uditorio quando ho poi rivelato che erano parole di Hitler. … ma in fondo son pensieri semplici, che non esito a definire da bar. Questo modo di ragionare e parlare in pubblico, fa effetto sulle masse e come si sa, è la maggioranza che vince.
Ci basti l'inizio del primo capitolo e quindi dell'opera come conferma: “Pensiamo, per un attimo, di quali misere idee siano infarciti, di norma quelli che vengono chiamati =programmi di partito= e come, di volta in volta, vengano riadattati alle mutate idee correnti.”
In questo caso ha detto una verità che, per esempio, è stata confermata di recente dalla Clinton, candidata alla presidenza degli USA. Nel dire che è favorevole alla pena di morte chi non si è domandato se ha preso quella posizione perché una indagine d'opinione le ha fatto capire che essere a contrari alla pena capitale sarebbe stato controproducente per ottenere voti? Io, lo ammetto, l'ho pensato, e penso di non essere stato l'unico. Ben pochi secondo me hanno creduto che si trattasse della sua vera considerazione in materia.
Frasi popolari, semplici. Argomenti spiegati senza paroloni, e immagino che Hitler li avesse già snocciolati in vari comizi.
La sequenza di frasi ad un livello empatico popolare, si alterna con tre concetti enunciati come indubitabili ma di fatto non dimostrabili
1), l'equazione ebreo = comunista. Essa nasce, nel testo, dal fatto che Karl Marx fosse ebreo e ogni volta che viene citato lo si presenta con quel chiamiamolo rafforzativo. All'epoca non solo quel nome sembrava essere prova schiacciante. Trotzkij fu, a dire il vero, il più temuto. Fu lui e non Lenin ad innescare la rivoluzione. In proposito fa fede quanto scrisse Malaparte in “Tecnica del colpo di stato”, testo che completò dopo aver parlato coi protagonisti e che fu considerato per anni il volume imperdibile per ogni dittatore. La paura per Trotzkij fu enorme. Sapeva combattere e, come accade spesso ai combattenti, fu il burocratese manipolato a sconfiggerlo per opera di Stalin, esserino non meno assassino di Hitler ( notevole il testo di Canfora intitolato “la storia falsa” (pagg 29-123). Era anche provato che gli ebrei dell'est noti come chassidici, che non erano occidentalizzati e vivevano in comunità nelle quali l'individualismo si poteva sciogliere e adagiarsi nel rassicurante noi, era provato dicevo, che fossero facilmente sedotti dal comunismo, che in teoria è idealista e comunitario. Sta di fatto comunque che alla prova dei fatti l'equazione ebreo = comunista, non poteva reggere. Erano forse il cinque per cento del totale ad esagerare proprio di molto? Penso di si, e credo che non serva spendere altre parole per una simile stupidata.
2), per Hitler, esisteva una volontà della natura. Nel primo capitolo la nomina ma poi non la definisce. Posso dedurre che si trattasse di una interpretazione banalizzante del darwinismo che poi scomponeva in due parti; darwinismo selettivo che tutti conosciamo, e darwinismo morale che non si capisce cosa sia. Il darwinismo selettivo lo autorizza a dire che ci sono le razze, e che quella superiore ha il diritto naturale di comandare su tutto. Una conseguenza estrema la troviamo a pagina
21 del secondo capitolo: “ … la razza non consiste nella lingua, ma soltanto nel sangue. Perciò si potrà usare il termine =germanizzazione= solo quando si saprà cambiare il sangue dei vinti. Ma questo non è possibile. a meno che con la fusione di ambedue le razze non si ottenga un cambiamento, cioè l'abbassamento del livello della razza superiore, ma la conseguenza ultima di questo svolgimento dei fatti sarebbe l'annientamento di quei valori che un giorno permisero al popolo conquistatore di vincere. Principalmente le qualità culturali verrebbero distrutte nell'unione con una razza inferiore.”
Tradotto vuol dire che la razza ariana, se pura, ha ideali superiori alle altre razze. Non deve mischiarsi con altre razze perché ne va della purezza non solo fisica, ma anche spirituale. Fate caso che in quel frammento usa, “culturale” come se fosse un sinonimo di spirituale quando ben sappiamo primo che non lo sono e secondo che la cultura viene diciamo “versata” in qualsiasi essere umano al di là della razza ( inteso nel senso che dice Hitler ovviamente).
Questo non mischiarsi, non incrociarsi, porta ad una conseguenza non piccola. Se conquisti un territorio puoi germanizzarlo, nel senso che lo popoli di ariani, ma la gente che ci abita non può essere germanizzata. Va quindi schiavizzata fino all'estinzione? Va uccisa? Deportata?
Da una di queste soluzioni, mi sembra evidente, non si scappa.

Hitler porta l'esempio dell'Austria. Ricordiamoci che la razza dipende per H. dal sangue e non dalla lingua … “Oggi (1925) si deve reputare come una fortuna se la =germanizzazione= dell'Austria di Giuseppe secondo (imperatore Absburg) no ha avuto buon esito. Forse, se fosse riuscita, lo Stato Austriaco si sarebbe retto, ma la comunione di lingua avrebbe prodotto un abbassamento di livello razziale della nazione tedesca. Col passare dei secoli si sarebbe formato un istinto di branco, ma il branco avrebbe avuto minor pregio.”

Anni fa mi capitò di entrare in possesso, in una fiera dell'antiquariato, di un passaporto Fuer Auslander, per stranieri, che mi diede molto da pensare. Il titolare del documento era di Vienna e, verso la fine della seconda guerra, lavorava a Vienna alla Brown-Bovery. Ma … se l'Austria era stata annessa (Anschluss), come mai un viennese di nascita e residenza era costretto a girare con un passaporto che lo definiva appunto straniero? La risposta è nel brano sopra. Non basta la comunanza di lingua. Un austriaco è qualcosa di diverso come razza da un tedesco quindi si annette il territorio, ma la gente che lo abita, considerata di serie b, diventa straniera ... a casa sua. Nei libri di storia, parlando solo di Annessione forzata dell'Austria al Reich, trascurano una sfumatura decisamente importante. Il quadro che h. descrive si fa sempre più preoccupante. Di fatto un solo popolo “usa” li altri che conquista. E se non servono? Deportazione. Oppure …. ?

Altro passo: “E' sbagliato pensare che, ad esempio un cinese o un negro diventi tedesco solo se impara il tedesco ed è pronto, per il futuro, ad usare la lingua tedesca, e a dare il suo voto ad un partito politico tedesco. La società (borghese) non ha mai compreso che una tale germanizzazione è nei fatti, una degermanizzazione.

Ora facciamo un “giochino” che deve farci meditare: modifichiamo negro con nero che è più politically correct, e mettiamo “Italia” “italianizzazione” ecc, dove necessario. Non vi sembra a questo punto il discorso di un fedelissimo della …. Lega Nord?

Le parole sono importanti …. un gradino oggi e uno domani e si causa il disastro!

Questo è il mio pensiero, ma torniamo a Mein Kampf.
Abbiamo identificato ora due punti fondamentali per H., che però non sono dimostrabili. Anzi, l'equazione ebreo = comunista, proprio non regge!
Mentre i darwinismi, sociale e morale, non hanno finito di elargire i loro macabri doni. L'ariano è il più elevato spiritualmente (asserzione indimostrabile) e quindi ha diritto a popolare il mondo e a divenire l'unica razza del pianeta.
Ora un puzzle di citazioni: Ogni persona cerca di fare il bene suo e della sua razza, e lo deduciamo da una considerazione su Marx: “E il marxismo internazionale non è altro che il trasferimento fatto dall'ebreo Karl Marx di una idea (che in realtà c'era già da molto tempo) ad una data professione di fede. …...... Karl Marx, verità fu solo uno fra i moltissimi, che nella situazione disperata di un mondo in distruzione, individuò con l'occhio lungimirante del profeta i principali veleni, e li trasse fuori, per raccoglierli, come negromante,in una miscela destinata a distruggere subito la vita indipendente di libere nazioni sulla terra”.
Questa idea è l'uguaglianza fra gli uomini che ovviamente risultava indigesta a chi teorizzava il razzismo per popoli. Quel che mi incuriosisce, ma rimane senza risposte, è quella “situazione disperata di un mondo in distruzione”. Si riferisce all'industrializzazione? All'ebraismo? Non sono in grado di comprendere.

“L'idea nazionale razzista … riconosce nello stato solo un mezzo per conseguire un fine, il fine del mantenimento dell'esistenza razziale degli uomini. Quindi non si ritiene vera (l'ebrea) uguaglianza delle razze, ma ammette che sono differenti e che hanno un valore maggiore o minore , e da questa ammissione, (l'idea nazionale razzista) si sente costretta, conforme con l'eterna Volontà che domina l?Universo, la vittoria del migliore, del più forte, la sconfitta del peggiore, del più debole. E così rispetta l'idea di Natura che è aristocratica.
Essa (l'idea nazionale della razza) non solo ammette un diverso valore delle razze, ma anche quello dei singoli. Mette in luce l'uomo di valore, e agisce così da ordinatrice di fronte al marxismo creatore di disordine.
L'idea nazionale della razza, non può permettere ad un'idea morale di esistere se questa idea costituisce un rischio per l'esistenza razziale dei sostenitori di una morale superiore ...”

“La migliore delle creature fatta a immagine di Dio … l'idea nazionale del mondo, corrisponde alla più profonda volontà della natura, perché ripristina quel libero scontro delle forze che deve portare ad una prolungata, mutua, educazione delle razze, fin quando, mediante il raggiunto dominio della terra, sia facilitata la strada ad una umanità migliore, la quale possa agire in campi posti al di fuori e al di sopra di essa.”

“Non si vince con armi fragili. Soltanto quando alla concezione internazionale marxista (costituita in politica dal marxismo organizzato) si porrà contro una concezione nazionale ugualmente e unitariamente organizzata e guidata (nazismo), e solo se nelle due parti sarà uguale la forza, nella lotta AVRA' LA VITTORIA, LA VERITA' ETERNA.”

Leggere e rileggere. Non basta una volta sola. Contiene quasi tutto quel che accadde.
La lotta suprema per H. era contro il Marxismo, quindi la Russia ma non solo. Se gli ebrei = comunisti, ovvio farli fuori. Se la potenza è simile (Dice “e solo se nelle due parti sarà uguale la forza”) equivale a prevedere e desiderare uno scontro fra potenze che facciano una guerra enorme. Solo così per H. ci sarà un vincitore vero, e questo vincitore, poiché ha vinto e solo per quello, possiederà la verità eterna.

Uccidere gli ebrei. Uccidere i comunisti! Scritto nel 1925! penso che ha H.
questo era per lui lo scontro supremo. Il resto erano piccole cose. La Francia, la Polonia, l'Austria ecc, briciole. Gli ariani in cima, poi slavi e latini da usare e …. curiosamente un rispetto forte per i britannici che non fu apprezzato. L'idea era il Lebensraum, lo spazio vitale. La terra. La gente che la abitava un problema da risolvere.

E' interessante anche notare in questi primi due capitoli, come volesse strutturare il partito come una religione. Quegli aspetti che io ho definito insensati, indimostrabili e nel caso di ebreo = comunista una fandonia, venivano elevati così a dogmi. Divenivano verità rivelate.

“Ritenni mio dovere quelle di tirar fuori dall'argomento ampio e vago di una dottrina, le idee più importanti, organizzandole in forma più o meno dogmatica.

  1. ebrei = comunisti
  2. razza ariana spiritualmente superiore
  3. lo scopo ultimo che si realizzerà permetterà alla razza rimasta unica a dominare di dedicarsi a cose non spiegate che sono “campi posti al di fuori e al di sopra di essa”
  4. la volontà della natura
  5. spirito della razza con spirito che è sinonimo di cultura

“Lo stato deve ritenere suo compito essenziale la conservazione e l'elevazione della razza, premessa di ogni evoluzione della civiltà umana”.

Questa frase porta a conseguenze estreme. La selezione del più puro. Ecco un passaggio che parla chiaro che più chiaro non si può: “Nel presente stato della calma e dell'ordine (che sarebbe quello che lo mise in carcere), per i rappresentanti di questa bella Società nazionale-borghese, è perciò un crimine ostacolare la procreazione nei sifilitici, nei tubercolosi, in quelli che hanno malattie ereditarie, nei deformi, nei cretini, mentre l'interruzione reale della possibilità di procreare in milioni di esseri sani non è ritenuto un fatto riprovevole e non offende i buoni costumi di questa falsa società, è anzi al servizio della cieca indolenza del pensiero.”
E infatti, quando H. andò al potere, organizzò rapidamente un programma eutanasia proprio per quei tipi di malati. Non riuscì a portarlo a termine per l'opposizione della chiesa nella persona di qualche vescovo che ebbe il coraggio (particolarmente uno) di condannare e rivelare il tutto durante la predica nonostante fosse stato tassativamente proibito.

Si comprende pure, secondo me, già dalla lettura dei primi due capitoli, che l'incompatibilità con qualsiasi religione era enorme in fondo perché, anche se in modo ancora non dichiarato a tutti i livelli della popolazione, il nazismo si presentava come una religione. Prova ne sono, per una ristretta elite, i riti che si svolgevano al castello di Wewelsburg che, curiosamente a forma di freccia (a ricordare la lancia di Longino), rivelano molto, se non tutto nella loro ritualità. La lancia di Longino … il vero motivo dell'invasione dell'Austria. La leggenda dice che chi la possedeva sarebbe stato imbattibile e nonostante la lezione della prima grande guerra, Hitler la volle.
Son casi che si sprecano. Il laicissimo Stalin, temendo l'invasione di Mosca, fece fare tre giri in aereo intorno alla città, da una icona della “Madre di Dio” … il tutto in segreto perché che Stalin si affidasse alla Madonna sarebbe stata una figuraccia a dir poco … mondiale.

Follie!

E a questa aggiungo la mia considerazione conclusiva.

“Se per esempio, un essere di una razza si unisse ad uno di una razza inferiore, ne deriverebbe prima un deterioramento, poi un infiacchimento di discendenti di fronte ad altri esseri rimasti puri.”

Qui sta la tragedia personale di H. vi siete mai domandati perché non ebbe figli?
Perché stava purificando se stesso. Lui era il bastardo. Nato a Braunau da una madre che lo ebbe in modo diciamo non convenzionale. Le versioni sono due. La madre era andata a servire in una casa da un ebrei ricco. Fu licenziata perché rimasta gravida. L'altra, narra che il macellaio kosher (quindi ebreo) fosse il padre. Ho avuto due occasioni di parlare con persone vecchissime di Braunau. Accadde anni fa. Mi confermarono che la voce popolare non aveva dubbi … il macellaio. … e sappiamo che è brutto credere alle malelingue ma nel frattempo non sbagliano mai … (citazione da Andreotti).
Propendo per il macellaio, lo ammetto, ma è secondario. Comunque il padre era ebreo e lui si sentiva per questo, sporco, impuro.
Secondo me l'impurità non è direttamente legata alla religione del padre naturale ma al fatto che, nella cattolicissima Austria, lui aveva l'etichetta di figlio illegittimo. Di chi era la colpa? Dell'uomo che aveva tentato la madre e della madre che si era lasciata sedurre. E così secondo me scaturirono due odi; verso gli ebrei e verso le donne. Ne ebbe, ma sempre nel rapporto di superiorità del Fuhrer divino e della ragazza carina che adorava. Rapporto irreale quindi.
E la mancanza di figli è per me la conferma maggiore. Decise di spendere la sua vita per fare in modo che non potesse più accadere quel che è accaduto a lui. Progettò un mostro assurdo per prificare il mondo malato che aveva permesso a lui di nascere illegittimo. Avere figli non poteva. La tara come il peccato originale era ereditaria. Poteva solo purificare il mondo e andarsene, per dare a quelli dopo di lui la certezza della purezza e dell'essere affrancati dalle sue angosce.

Purezza della razza = purezza della nascita.

E un'angoscia costata milioni di morti.

Non meravigliatevi … vi porto un altro fatto che riguarda un altro grande della storia.
Lenin aveva un fratello maggiore. Era fratellastro dello zar che lo fece impiccare. Per questo il celebre Lenin, in tre genocidi distinti, annientò la famiglia reale al completo. La rabbia estrema per il fratello maggiore che gli fu guida e che amava.
Accadde che uno studioso si rese conto dai documenti, che lo Zar ricevette in udienza la madre di un condannato a morte, oltre il resto per attentato contro la sua imperiale persona. Era impossibile! Inspiegabile per i rigidissimi rituali di corte! Scavando e scavando si arrivò a questa grande sorpresa. Lo zar parlò con l'amante del padre ormai defunto, e sapeva che stava condannando il suo fratellastro.

La storia ... Affascinante e tremenda. ciao


(non ho corretto. Sono stanco. Lo farò un'altra volta. Spero che non ci siano troppi errori)

sabato 7 novembre 2015

Pasolini. Dico quel che ne penso liberamente!

Giovedì cinque novembre 2015. Sul “Corriere della sera” a pagina 23, leggo di un attacco a Muccino (quello amerikano) perché ha osato dire cose non osannanti di Pasolini … Dice Muccino su Facebook: “ho sempre pensato che Pasolini regista fosse fuori posto, anzi, semplicemente un non regista” … uno che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava in anni in cui il cinema italiano era cosa altissima … ha di fatto impoverito e sgrammaticato il linguaggio cinematografico dell'epoca, altissimo sia in Italia che nel resto del mondo.
In risposta ad una critica che secondo me dovrebbe invitare a pensare, qualcuno ha scritto “Muccino sei un accattone”, battuta che non fa ridere e nemmeno piangere ma solo pena ….” Qualcun altro ha risposto “sei un ignorante, vai a vedere i film che ha fatto” e anche questa non mi va giù e non c'entra il mio pensiero su Muccino! Lui ha dovuto chiudere la pagina per eccesso di insulti e io do stura alle mie appassionate invettive. Mi spiego con un esempio. Secondo me, e proverò poi a dimostrarlo, Italo Calvino era un intellettuale e non un artista. Le sue invenzioni erano pensate, non sgorgavano mai dall'io interiore, unica via per me per giungere all'opera autentica. Se un artista può essere intellettuale (ovvero, dopo aver colto l'idea in sé nascente, la riordina con l'intelletto), un intellettuale potrà giocare a fare l'artista e mai esserlo sul serio. In questa sua finzione però si cade spesso perché l'intellettuale fa un mestiere e dedica quindi ore lavorative alla sua costruzione, mentre l'artista lo è suo malgrado poiché una sofferenza si rende sopportabile solo quando viene espulsa in forma di opera concreta. Esiste un libretto Einaudi di “La bella estate” di Pavese che in fondo include qualche lettera fra l'autore e il giovane Calvino appena entrato in Einaudi. Si comprendono chiaramente due cosucce; uno, Calvino non ha compreso il romanzo di Pavese e lo sbeffeggia con super superficialità. Due, Pavese lo distrugge, lo mette in riga rapidamente. Accade poi che Pavese si spara, e Calvino mediocreggia in un certo partito, fa l'intellettuale di successo perché in fondo come intellettuale funziona anche, ma se non avesse avuto la sinistra dietro cosa sarebbe stato di lui? Forse avrebbe avuto un ruolo minore, più consono alle sue capacità. Riesco a leggere e imparo spesso dal suo lavoro di intellettuale, e invece mi irrito col suo lavoro da artista perché sento la costruzione solo intelligente.

Ebbene, non mi interesso al Muccino regista ma medito su quel che ha detto di Pasolini ovvero ascolto l'intellettuale e non mi curo dell'artista. Dico per prima cosa che ad una critica così circostanziata si risponde con un ragionamento, non dicendogli, come qualcuno ha fatto, “cervello di ricotta”.
E aggiungo che se, nella letteratura del secondo dopoguerra si desse il giusto valore ai raccomandati della sinistra, la letteratura itagliana (errore voluto) risulterebbe quasi nulla come consistenza. Accade invece che sia forse la migliore in Europa per quel periodo e forse per tutto il novecento! Maraini, Moretti, Benigni, Silone, Cassola, Pasolini, Moravia, Guttuso sono esseri mediocri (strana eccezione Marianna Ucria per la Maraini. Un gran libro, ma non riesco a capacitarmi che la medesima persona abbia firmato schifezze totali, atteggiamenti fintissimi come “Buio”, che ha pure vinto il salottiero premio strega (minuscolo voluto).

Veniamo ora ad un fatto quotidiano. Dico troppo spesso delle cosucce sccomode e mi hanno fatto notare che per questo non sfondo. Rispondo di solito che non mi interessa il successo, quando non stimo chi me lo dovrebbe elargire. Mi interessa scrivere bene e ci sto provando da anni. Tutto qui. Ma quando, in occasione di questo anniversario di Pasolini, dico che non mi piace per niente con delle prof d'italiano e mi sento dire che la pensano allo stesso modo ma preferiscono tacere perché se tocchi Pasolini ti disprezzano.....non pensate che si deduca che la situazione itagliana sia ridicola?

Ebbene. Ecco quel che dico da anni. Pasolini ha dichiarato in un tempo nel quale era un tabù potentissimo, di essere omosessuale, e ha lasciato comprendere che aveva preferenze per ragazzini di ambienti loschi o se preferite, poveri. Questo fece sensazione e incuriosì, un po' come l'assassino seriale elevato a mostro, che viene intervistato e che fa una grande audience perché tocca confini che non tolleriamo ma che proprio per questo incuriosiscono. Ci arrivò a suo tempo Musil che nella sua opera più nota, mostra la morbosità del pubblico per l'assassino Moosbrugger e come egli stesso, il mostro, diventi creatore consapevole della sua immagine. Ci si pensi per favore. Dici oggi che sei gay e ti dicono “affari tuoi” e se dici che sei pure pederasta rischi abbastanza perché questo aspetto infastidisce tuttora. Pasolini ci ha marciato! E si sapeva che persona era. Ci si informi sul perché lasciò l'insegnamento in Friuli per esempio e ditemi onestamente se oggi, come allora sarebbe accettabile una persona così. Ha cavalcato l'etichetta di mostro perverso della sessualità, ecco tutto, come Bukowskij ha cavalcato l'onda della sincerità triviale dell'ubriacone. Si fa audience … ma la qualità non è invitata.
Ora veniamo alla sua opera. I romanzi non mi piacciono, e non lo dico in modo soggettivo. Un'epoca come la sua, che aveva vivi Flajano, Savinio, Brancati, Ortese, Manganelli, Tobino, Landolfi, Malaparte, Guareschi per esempio, lo condanna. Ha creato uno schemino mentale e ci ha fatto di tutto. La società che cambia (solo quelle malate non cambiano...), l'omologazione culturale, la perdita dell'individualità che è la ricchezza dell'Italia (come se in Germania e Francia fosse una benedizione...). Roba semplice fatta film, romanzi e poesie. Dissi con dei docenti che i film sono fatti male e le idee che emergono (quelle vere) sono morbose a sfondo erotico, una ossessione dalla quale non sapeva liberarsi, e questo è ovvio poiché ogni essere può girare solo intorno alla sua individualità e, se non sa essere sincero crea maschere trasparenti o con crepe che permettono di vedere la sua personale realtà.
A tavolino ha pensato un cinema che ha fallito. Se in Russia un Dovshemko utilizzò magistralmente attori non professionisti (ma ebbe l'accuratezza di prepararli almeno un poco, si vedano gli spezzoni di “Terra” su you tube...), se Nanni Loi fece un film capolavoro sulla liberazione di Napoli utilizzando comparse per piccoli ruoli e attori per le parti vere, mettendoci pure idee semplici e geniali (ma purtroppo è stato dimenticato...!!!!), se questa esagerazione, di far recitare al personaggio, se stesso, dimenticando che recitare è un'arte, e che io che recito per esempio la parte di me stesso, produco troppa realtà che sembra finta, mentre nella dimensione scenica o cinematografica, solo una finzione abile può dare un certo senso della realtà..... insomma ... Pasolini di cinema non ci capiva niente e perseverava nei suoi banalissimi errori.
So cosa ne pensava Fellini che era indiscutibilmente un maestro e non lo scrivo perché è un giudizio in volgarese. So tramite Tonino Guerra cosa ne pensava Tarkovskij, che considero il geniaccio del cinema del novecento, il suo poeta totale, e non ne parlava bene. Immondizia, diceva. So che Tonino e Lussu, usciti dalla prima di “Salò”, non erano sconvolti, ma schifati. Tonino mi disse all'inizio della nostra conoscenza, che forse lo avrebbe capito fra anni, ma poi quando iniziò a sbottonarsi parlò chiaro e disse che non gli piaceva. Lo conobbe personalmente e mi raccontò di una volta che uscirono in quattro. Visconti, Pasolini e Moravia. Visconti, raffinatissimo e gentile (diveniva intollerabile e feroce se si innamorava di qualcuno e non veniva corrisposto), Pasolini giudicatore di professione e gay dichiarato che girava con la feccia, e Moravia che, forse bisex, spesso spariva sui colli con le tasche piene di contanti, a caccia di ragazzini. Lo sapevano tutti, ma non ne faceva un vanto e in fondo non ne aveva bisogno per vendere, perché decente lo era nella sua opera, anche se non meritava di essere paragonato a Flajano, Savinio ecc. e … mi raccomando! Ne Tonino ne io abbiamo mai avuto preconcetti verso i gay. Ognuno è quel che è; ho amici e amiche di tutte le “parrocchie” e così era anche per Tonino, e non m'interessa la vita sessuale di una persona, ma la sua sensibilità, il suo pensiero.
Posso anche aggiungere, per chi pratica la discriminazione sessuale, che ci si diverte di più se in compagnia c'è almeno un gay di quelli dichiarati, che di solito hanno un umorismo e una fantasia che noi etero ce la sogniamo … e le risate son quasi sempre garantite. Guardarsi invece da un gay deluso in amore, meglio martellate sulle dita. Sono l'apoteosi della lagna!!! dico sul serio!
Non trovate che sia curioso che gli addetti ai lavori che ho conosciuto nel settore cinema, ne ho citati solo alcuni, non lo stimassero? Ovviamente a telecamere accese si deve sempre parlare bene. Quella è una regola! Pensate che Tonino diceva al massimo di chiunque, se non lo stimava, “non è un artista sul quale io sia cresciuto”. Solo privatamente usciva la verità. E questo accade a tutti i livelli. Anni fa, un amico laureatosi poi in lettere alla Normale di Pisa, inveì, davanti ad una tazza di caffè, sul fatto di avere dovuto sostenere un esame su Dino Campana. Ne disse peste e corna. “Ma ti rendi conto? Stella variabile per Campana voleva dire cometa! Ma che senso ha se devo leggere con le interpretazioni sotto!” aggiunse poi che l'Italia voleva il suo poeta maledetto. Non ebbe un Verlaine e quindi andò in manicomio a cercarsene uno. Spietato, e secondo me veritiero, ma in pubblico lo sentii dire … il contrario. Chissà se ha compreso che è per questa sua maschera che non lo frequento più....
E che dire delle professoresse d'Italiano che mi dicono “la pensiamo come te ma non si può dire?”
E quegli indocenti che, quando dico che i romanzi son banali e scritti male, e che i film sono squallidi, mi dicono che però la poesia è bella? E li spiazzo rispondendo che quella è la loro risposta di repertorio per salvare il salvabile e quindi il loro mestiere, e che la poesia di Pasolini l'ho letta ed e la trovo insipida insipida insipida?

Aggiungo anche che un giorno, parlando di Joyce, dissi che è illeggibile. Mi risposero che ero matto ma sbiancarono quando aggiunsi poi che era una citazione di Borges! Joyce lo si inizia per curiosità e poi lo si lascia perdere. Solo il dovere di un esame ti condanna ad approfondirlo.
Questo fatterello ci rivela un aspetto medievale che la sinistrata sinistra ha riportato in auge: il concetto di autorità. Il valore di una frase dipende da chi l'ha detta o da quel che contiene? Il bello è che, come dimostra il caso della frase di Borges sul quell'irlandese che terminata la moda è morto alla letteratura, è facile farli morire delle loro medesime insensatezze! Conta l'autorità? Mi presto la frase di uno che per te è un fenomeno, mi lascio insultare e poi ti rivelo che l'ha detta il tuo idolo … Povera Itaglia.

Eppure esiste un'Italia vera, degna della majuscola assoluta.
Due esempi. Leggere “I tre amici di Tobino” e “Poveri e semplici” più “il cappello piumato della Ortese”. La sorpresa sarà la seguente. La sinistra già nel 1952, era l'ombra ipocritissima degli ideali che sbandierava. Quella che Tobino racconta è una storia vera che da sola basterebbe a domandare quali erano gli scrittori iscritti al partito nonostante l'ipocrisia rivelata, e usarli in bagno come carta igienica o nel caminetto! E la Ortese! Premiata perché brava al Viareggio, se non erro, e che viene dimenticata perché diceva verità scomode. Avrebbero dovuto fare una scelta nel partito: leggere quelle opere e apertamente accettare le critiche. Ma questo avrebbe portato a cambiamenti che non erano in grado più di attuare perché? Perché erano realmente ipocriti, con la maschera di un grande ideale. Accantonati gli artisti perché sinceri, ecco che emergono gli intellettuali che per prendere quegli spazi lasciati vacanti devono fingersi scrittori … e così due veri maestri, Tobino e la Ortese, razzolano nella terza classe degli anniversari di nascita e di morte, stabiliti da una nuova generazione di intellettuali altrettanto ipocriti perché tuttora nessuna di quei sinistrati reduci e nemmeno dei nuovi senza ideali, vuole ammettere il fallimento della loro linea culturale. Servivano artisti asserviti, ma era una razza pericolosa che poteva reagire anche contro chi li coccolava. Non obbedivano! E quindi solo chi stava al gioco faceva carriera. Ma un artista che sta al gioco per definizione … non è più un artista ma un traditore prima di tutto di se stesso.

Direi che sia ora di fare piazza pulita e riscrivere una vera antologia della letteratura del novecento!
E penso a Emanuel Carnevali, il maudit che l'Italia cercava ma che non era obbligatorio avere! Tornò dagli Stati Uniti falciato dalla Spagnola. Era ormai una larva, ricoverata a Bazzano in clinica e se, meditate …., e se Ezra Pound e Montale andarono a trovarlo e gli pagarono un anno di cure, ci sarà pure un motivo! Quel Carnevali che collaborò con Poetry ed ebbe il coraggio onesto e all'epoca vero, di dire a Pound che si atteggiava troppo! E nell'incontro anche polemico fra giganti, c'è comunque spazio per le scintille come per il rispetto. Emanuel era dilaniato ormai, scriveva solo con un dito, che lentamente batteva i tasti della macchina per scrivere e si nutriva di calmanti, ma Pound e Montale fecero quel pellegrinaggio ad un uomo che in poesia fu “Quasi un dio” (poesia riedita recentemente da Adelphi nel volume “Il primo Dio”).

Esiste un documentario diviso in due parti, la prima a cura di Guareschi, la seconda di Pasolini. Si scelse un autore di sinistra e uno di destra. Decisero per il padre di don Camillo che era di destra si, ma rispettato perché era stato in campo di prigionia. Cercatelo de divoratelo. L'effetto che fa dopo tanti anni, è rivelatore. Pasolini cavalca luoghi comuni, Guareschi fece centro e tuttora tocca profondamente. Si pensi che una volta terminate riprese e montaggi non fu messo in circolazione. Il motivo risulta evidente per chi visiona l'opera. Pasolini dice quel che si può e che si deve dire, è indottrinato e allineato; ha creato un contenitore di luoghi comuni e scoprirete vedendo la sua parte, quanto anche voi vi siete nutriti di quella propaganda. Guareschi è andato oltre, e con una scena, quella dei gatti per intenderci, se mai lo vedrete, avrà il potere di sbalordirci e prevedere. è carino pensare, per non dire grottesco fino al ridicolo, che Pasolini definì Guareschi un prelogico, ovvero un animale. Ma finita la moda Guareschi, non solo con Don Camillo segna un'epoca con una saggezza sorridente e profonda e Pasolini viene ancora "osannato" dalle pecore della sua stalla.

Morale: spero che, al più presto, vengano riscoperti e valorizzati come meritano i veri Grandi della letteratura italiana. ciao