venerdì 23 dicembre 2016

CLEA (racconto)

Da Cleo a Manfred Rewern Dal paese delle nebbie
al paese dei larici e della Sacher...

Mi fa sorridere pensare che dopo più di un anno che ci si conosce, ancora mi chiami Cleo e non Clea …. e devo questo errore ad una canzone di Ivan Graziani che non nonostante il tuo consiglio non ho ancora ascoltato.
Per te Clea non esiste, non può esistere mi hai detto, perché una canzone che trovi stupenda, una canzone che, come mi hai detto, ti tocca il cuore come se fosse un ricordo tuo e non del cantautore, una canzone col nome così simile al mio e io … insomma non ci riesci. E io non riesco a trovare la volontà di ascoltarla perché così il mio io è meno definito, sono più misteriosa a me stessa e solo a me stessa in fondo …

Dal paese delle nebbie ti racconto una storia bella, che mi ha toccata profondamente. Io che per qualche tempo non ho saputo cosa fare di me e, tu lo sai, lo hai capito ... non me lo hai detto direttamente ma me lo hai fatto capire in modo sottile, talmente sottile che solo dopo qualche giorno, quando ormai eri partito … ho chiaramente capito che avevi capito che …. in quel periodo nel quale non sapevo cosa fare di me mi son punita tagliandomi i capelli quasi a zero.

E poi quel viaggio a Venezia. Tu che mi racconti di me, che mi stimi perché quella volta che ti raccontai di mia nonna rivelai più cuore di quanto io credesi di possedere.
Lei, la nonna, che mi dice “vai a prendere un bicchier d'acqua che ho sete” e lei abitava nella casa di fianco alla mia. Nella sua non sapevo dove trovare le cose e andai nella mia. Tornai ed era morta.
Io non avevo capito e tu si e mi hai dimostrato che ho vissuto qualcosa di grande.
Mi dicesti “tua nonna aveva capito che stava morendo e un estremo rispetto per te, l'ultimo modo che le rimaneva per dimostrartelo, fu quello di mandarti via nel momento più brutale, quello che nel ricordo è incancellabile e può riapparire come una martellata sul cuore in qualsiasi momento della tua vita futura. Tu Cleo non hai visto morire, hai visto la vita e un corpo inerte. Questo è stato un gesto d'amore e mi sembra stupendo.”
Io avevo il tesoro della sua assenza che col tempo era diventato una sottile malinconia e una rabbia tenera verso me stessa per il fatto che inesorabilmente, di giorno in giorno, la pensavo di meno … la nonna … e non meritava questo.

E dopo questo momento brutto che hai trasformato facendomi ragionare, in un estremo gesto d'affetto, ecco che mi è accaduto qualcosa in questi giorni e ti scrivo ora, quasi con frenesia, perché ho capito il fatto ma non il senso. Ma sento che è poesia.

Ascolta. Vicino a me a casa, in Albania, non troppo vicino comunque, diciamo a mezz'oretta a piedi, abitava un pastore con la moglie. Quando passavo, ed ero una bimba veramente piccola, ma da noi si gira liberi più di qui, quando passavo, sua moglie mi dava un pezzo di dolce oppure comunque sempre qualcosa. Un giorno papà mi dice che la moglie del pastore è morta. Io non so cosa vuol dire e nel pomeriggio mi portano in paese. Si partecipa tutti a quella cosa che si chiama funerale e lo vedo, il pastore, che con le mani fa male al suo cappello, che lo tortura, e che ha uno sguardo strano. Finisce la cerimonia e lui saluta e ringrazia tutti e poi sta fermo, era ancora fermo li a sera e la mattina dopo, così raccontano, era in piedi nel medesimo punto, col suo cappello in mano. Mio padre e altri andarono a parlargli. Il suo problema, disse, era che non riusciva a tornare nella sua casa ora che era vuota. Aprirono i negozi e lo portarono a fare colazione e poi, per svagarlo, girarono un po' con lui. Qualcuno aveva avanzato l'ipotesi di una nuova moglie. Aveva gregge e casa e si sapeva che era onesto quindi sarebbe stato semplice, ma non era bello che accadesse subito. Lui tacque. Lasciò parlare. Poi, passeggiando in un negozio di cianfrusaglie e roba usata, trovò una valigia piena di libri che costava quasi niente; ne saggiò il peso e si dimostrò pensieroso. Gli altri valutavano le possibili candidate e lui disse “prendo la valigia! Pesa quanto mia moglie e i libri avranno cose da dirmi come ne aveva lei!”
Erano stupiti ma se bastava quella valigia per toglierlo dalle vie del paese, poiché ormai tutti erano a disagio per quel novello vedovo disorientato, se bastava così poco … e lui partì. Fece la sua ora di strada e non lo si vide più per un mesetto. Ogni tanto qualcuno in casa diceva che era tornato sereno. Stava forse un po' troppo da solo, ma lo vedevano sempre con un libro in mano quindi non si preoccuparono più.
Io, incuriosita, osservai i libri di casa. Non sapevo ancora leggere. Per me non era ancora tempo di scuola. Fu così che le mie passeggiate in compagnia di Reja, la mia cara cagnona, mi portarono intorno alla sua casa-ovile. Guardavo da lontano e lo vedevo seduto vicino alla fontana. Reja giocava con Lakmitar che era grosso pelosissimo buono e goloso di tutto e sempre veniva a controllare se nelle mie tasche era rimasta qualche briciola. E lui, il pastore, alla terza volta che passavo da li, come sua moglie, mi chiamò e mi offrì qualcosa da mangiare. Era strano. Era lui, ma era anche un po' sua moglie. Non so spiegare. Mi disse che il dolce era poco buono perché stava imparando a farlo e invece era buono davvero e la sua carezza aveva la delicatezza di sua moglie anche se le sue mani erano di legno grezzo che quando mi toccava la guancia prima, quando la moglie c'era ancora, sembrava carta vetrata. Mi ricordo che guardai il libro, lui me lo porse e chiese “ti piace?”, e feci si col capo. Lo sfogliai e c'era una figura. Era un uomo a cavallo, un uomo vestito come non avevo mai visto. Mi chiese “sai chi è?”, feci no con la testa e lui mi disse che era un re e iniziò a raccontarmi la sua storia. Era una storia bellissima (scusa la ripetizione, ma è come se ti stessi parlando, è come se tu fossi qui, ma nascosto per gioco nella nebbia) e quando finì me ne andai soddisfatta. Il giorno dopo tornai e poi ancora e ancora e lo sapevano che andavo ad ascoltare le sue storie.

Poi andammo via. L'Italia, andai a scuola, mi tagliai i capelli perché mi mancava qualcosa e … e scusa, sono un po' emozionata sai, due giorni fa entro in un mercatino dell'usato. Lui aveva perso la moglie e io la nonna? no. Non è quello. Il punto è che io non so che fare … anzi, mi correggo. Non sapevo che fare, e in quel mercatino è accaduta una piccola cosa quasi incredibile. Amo i libri, vado fra i libri, e vedo uno scaffale con sopra scritto lingue straniere. Mi batte un po' il cuore. Qualche parola della mia lingua per favore! Un libro anche messo male ma che io lo possa toccare, annusare e che sappia di casa! Ed eccolo li, il primo libro che vidi dal pastore … ugualmente stinto e consumato. Mi tremano le mani … mi credi? Trovo l'immagine dell'uomo a cavallo. Mi viene da piangere, e tutto questo, questo che per me è un tesoro inestimabile, mi costerà sessanta centesimi. Pazzi coloro che pagano per quel metallo che si chiama oro. Questo … questo....
e arrivo a casa, mi chiudo in camera e leggo. Leggo e... e non c'era niente di quel che il pastore raccontava.
Ero disorientata e delusa quasi offesa. Non sapevo cosa pensare, ma di notte, nel sogno, lo rividi e compresi. Era di fronte a me che teneva il libro chiuso sul petto e inventava le storie, per me, per se stesso, per vincere la sua solitudine.

Ora ho le sue storie da raccontare. Ora i miei capelli cresceranno e grazie a lui, e grazie alla nonna e anche a te che hai mi hai detto che ho la sensibilità giusta per scrivere, grazie a voi ora so cosa fare, e … diventerò bella solo, almeno per me stessa … se saprò raccontare.

giovedì 1 dicembre 2016

Una notte del poeta Giovan Battista Marino a RAvenna (breve atto teatrale)

(Il Marino (1569 - 1625) stette due anni circa a Ravenna. Come per Dante (1265 - 1321), una giustizia fra le tante in Italia, non gli dava pace. e una notte...)

Notte
Stanza lussuosa ma nel contempo decrepita e semplice. Un Tavolo massiccio ed enorme sulla destra del pubblico, pieno di libri. Al centro un letto con dentro un uomo coperto da una pelliccia. Si vede solo la sagoma del corpo. Al fondale una finestra dalla quale per mezzo di una luce fredda, lunare, si vede un rudere di sapore romano. A sinistra la stanza non ha muro. Muschi e foglie secche entrano fin sul pavimento della stanza. Si vede bosco, assai rado e nebbia che pervade anche la stanza.

Si sente ululare.
L'uomo nel letto si muove, poi si siede e alla fine si alza. È perfettamente vestito. Mette gli stivali, tiene la pelliccia addosso e si siede ad una sedia.
Si dondola un po'. Accende un candelabro:
Ravenna. Rifugio per peccatori e penitenti!”
ride. Batte i piedi per scaldarsi
Questa umidità.... Anche tu, Durante, fuggivi e qui trovasti un simulacro di dignità ...”
appare la luna e proietta su un lato l'ombra grande del candelabro, essa è poco chiara poiché è acceso.
Marino (M) osserva l'ombra e decide di spegnere le candele.
Ora … cara ombra, sei più bella dell'oggetto che ti designa!”
ride grassamente e si siede in modo che i raggi della luna piena, che ora ben si vede dalla finestra, mostrino anche l'ombra della sua testa.
Gioca con le mani e la l'ombra del cane.
Ciao cane! Almeno tu, ombra di cane … fammi compagnia!”
poi scompone la figura aprendo la mano e si accorge che appare qualcosa sul luogo ove era l'ombra del cane. Questo mistero s'ingrandisce e da puntolino informe diviene piccola, ondeggiante, figura di donna.
Ah femmina della mia fantasia! Manchi alle mie carni da tempo! E ora ti sogno ad occhi aperti ...”
M sospira. “Vai via!” prima sussurrato poi gridato poi ripetuto sempre più velocemente. Poi soffia e l'ombra vibra ma non si muove.
Ma cosa vuoi da me … ombra di femmina ...”
e l'ombra s'incammina lenta, modificando i suoi contorni sugli oggetti finché non sembra sparire in un libro. M lo prende e sfoglia …
Tu … Commedia … vuoi parlarmi in questa notte che mi fa veder miraggi …” apre il libro a caso
ti ho letto troppo … non mi va anche stanotte”
sente poi brividi. Si stringe nella pelliccia e va alla finestra. Durante degli Aldighieri … tu … divino nelle parole in questo purgatorio di ruderi zanzare e nebbie …. e ci sei morto! Brrr!
Si sentono dei passi … M si guarda intorno.
Chi è … la figura si rimaterializza ed esce dal libro. Il rumore dei passi coincide con il suo movimento. L'ombra si fa grande come una persona e, dove il muro termina sembra sparire ma appare una persona vera, luminescente, in bianco.
Uno spettro! Mi sia concesso o dio di aver timore dei miei peccati passati e di renderti l'anima … ma questo no di grazia. No Noh. Prendermi così, con lo spavento e la pelle d'oca, come il bimbo che ha paura del buio. Ma … pensavo di non meritarlo!”
S'inginocchia e alza il volto che nella luce lunare si mostra con gli occhi chiusi e le mani giunte.
Dante (D) “alzati col corpo e con la dignità”
M, con gli occhi chiusi “chi sei”
Colui che stimi sopra tutti e che pensi così intensamente da … da togliermi il sonno”
M “sei venuto a prendermi?”
D ”prenderti? O suvvia! E per portarti dove?”
ma nel regno dei morti … so di non meritare il Paradiso...”
D “vero … ma sei io dissi …. (colpetti di tosse e recitare se stesso) io non Enea, io non Paulo non sono e comunque meritai poi quel sogno, tu non puoi accedere”
M “nemmeno in sogno?”
D “puoi sognare, ma sei troppo carnale per poter vedere anche solo il riflesso infinitesimo della fiamma del Paradiso … e o quelle dell'infero. Apri quegli occhi. Non fare il grullo. Per colpa tua la notte non dormo da quando sei venuto qui, in Ravenna, quindi sopporta la mia immagine !”
M apre gli occhi “… Deve essere stato quel vinello rosso di San Leo e le carni troppo speziate … di solito sogno monna Silvietta....che tu non conosci ...”
D ”sono morto e infinito è ora il mio intelletto … Monna Silvietta te la vedo sognare ed è anche un mio diletto”
M ”la rima … bello”
D ”sono un po' arrugginito. Mi hai fatto tornar la voglia. Cicerone parlava di Archia al quale bastava dire una parola e lui partiva rimando tutto e tutti. Anch'io facevo così. Era il nostro divertimento, e io che stavo a metà fra la lingua alta e quella bassa, prendevo dal popolo e dai letterati. Da ser Brunetto e dal cenciaiolo”
M ” E' così ancora Maestro ….”
D ”lo so”
M ”Lo sa?”
D ”certo. Tu possiedi solo il tempo e lo spazio della carne, io li possiedo totalmente ...”
M “e allora dimmi di me … del mio futuro ...”
D ”non posso … cioè potrei … ma non ha senso … ti farei solo del male”
M ” è quindi così brutto quel che mi spetta dall'esistere?”
D ”no, perché lo pensi … tu ora ti stai agitando, ma io non posso perché so cosa vuol dire il raccontare il futuro ad un'anima incarcerata nel corpo. Sarebbe angoscia. Se ti dicessi la data della tua fine carnale, nel vederla avvicinare impazziresti, se ti dicessi la malattia che ti spegnerà, diventeresti ipocondriaco, se ti dicessi quale donna sarà femmina e amore, tratteresti tutte quelle che non portano quel nome … come sgualdrine ...”
M ”vero … e della mia poesia che mi dici!”
D ”meriterà l'attenzione degli studiosi e l'oblio del popolo”
M ”e la tua? Durerà almeno la tua? Nulla è etterno, ma ancora alle soglie, ed oltre il secondo millennio, mi canteranno le genti e anche in altri luoghi, Albione prima fra tutte, studieranno apposta la lingua d'Italia per dondolare al mio ritmo.”
M “ e sarà molto diverso quel futuro?”
D “diverso negli oggetti. Per il resto sempre il medesimo … e proprio oltre la soglia del secondo millennio, la plebe, tornata analfabeta … riprenderà a giocare con le rime. Si chiamerà rap … e in fondo era quel che facevano Archia e anche Virgilio e io. Virgilio si faceva lo schemino di un capitolo. E poi la mattina, se si era svegliato bene e si sentiva in forma, rappava quella pagina. Lo schiavo scriveva e poi dopo Virgilio correggeva...”
M”un'altra rima!”
D ”dove?”
M ”lo schiavo scriveva e poi dopo Virgilio correggeva ...”
D ” non me n'ero accorto … bruttarella ...”
M “effettivamente …”
D “ma dove ora risiedo ho ben altro da fare ...”
Dante nel frattempo si è seduto e anche Marino.
M ”farai compagnia alle mie notti?”
D “fossi matto! Il tuo pensarmi così intenso mi ha dato insonnia …
vedi … la vita oltre la vita continua … e anche tu devi continuare …
M “ma non so cosa … mi sono arenato come te in questa palude di città tutta ruderi ...”
D “ … e zanzare … ci son morto io per quelle bestiacce ...”
M “due poeti … permetti di mettermi nel novero di questi, anche se in tono minore al tuo … due poeti caduti qui per sfuggire alle leggi”.
D “alle leggi degli uomini … ma non a quelle di Dio … segui quelle … e distraiti meno coi corpi delle femmine ...”
M “non è facile. Troppo belle a Vinegia che per colpa loro in giorni di nebbia come questi, due volte son finito in canale ...troppo procaci le popolane di Roma che mai la notte riuscivo a riposare se non ne avevo corteggiata alcuna … e Ravenna. Ridono che l'aria diventa una festa. Hanno corpi morbidi … che siano piene di nebbia? E una pelle che le mie labbra non si stancano di sfiorare anche solo in un baciamano.”
D “e non saremo gli unici poeti in questa città sbriciolata. Nel futuro un romantico uomo spenderà una parte importante del tempo della sua breve esistenza per un amore … poi morirà in Grecia per un sogno”
M “di lui che sai dirmi?”
D “Byron d'Albione lo chiameranno e triste sarà il destino del suo corpo. Lo metteranno in una botte piena di alcol e poi viaggerà oltre Gibilterra fino alla patria. Il comandante della nave consegnerà il poeta alla civiltà e venderà la grappa alla plebe …. grappa alla Byron”
M “davvero? Se era un grande poeta mi dispiace”
D “era sincero … questa era la sua grandezza. Ora vado”
M “ho speranza di incontrarti di nuovo?”
D “No. Ho chiesto licenza di venire qui per invitarti a non turbarmi. Pensami leggermente e vivi … per favore. So già che nella tua solitudine desidererai ancora una notte come questa … ma non si può … ma non comprenderai e attenderai due anni fra questi miasmi, in questa terra dove cadde Fetonte e il corpo del figlio di un immortale, quando si decompone impiega millenni … vattene. Torna alla vita.
M “immortale? Fetonte era figlio del sole! Ma allora non è il dio dei cristiani ma un altro che lassù Regna?”
Lo prende per un braccio, ma Dante se lo scrolla da addosso e si allontana andando dietro il muro dal quale era apparso. Riappare l'ombra e Marino la vede dirigersi verso il libro e sparire.
Marino sospira, torna a letto e dice
Grazie Sommo della visita … e spero di non disturbare più il tuo sonno e i tuoi compiti sublimi ...”
si avvolge nella pelliccia. fine