mercoledì 29 giugno 2016

RITMO (in occasione della conferenza del 29 giugno 2016)


IL RITMO



Questa sera, 29 giugno, affronto pubblicamente questo argomento che per me è a dir poco importantissimo e cerco ora di spiegarmi in poche parole (spero...).

Ho l'illusione profonda di essere nato per la musica, ma il destino non mi ha concesso la soddisfazione di diventare musicista. Da sempre essa comunque è nei miei pensieri. Ascolti, studi di natura musicale e storico musicale fanno parte da decenni della mia quotidianità, ed è accaduto che pian piano ho “sentito” profondamente un senso di incompletezza nel senso che avevo la sensazione che la musica, quella occidentale intendo e in special modo alla classica, sfiorasse appena, e raramente qualcosa dentro di me che rimaneva inappagato e pian piano, negli anni, ha trasformato una piccola insoddisfazione in un fastidio tale da passare lunghi periodi senza ascolti.
Avevo comunque intuito, grazie a vari spunti caotici quanto casuali, che c'era qualcosa che mi sfuggiva e che dovevo cercare con umiltà di cogliere nella sua essenza.

Posso dire che una meditazione attenta e non più legata a stimoli casuali mi venne dall'osservazione della reazione del mio cane all' AVE MARIA di Schubert.
Questo beagle timidissimo, salvato da una situazione squallida e finalmente approdato ad un po' di serenità, beatamente spaparanzato sul suo divanetto, mai aveva dato segni d'interesse verso la musica, ma quel giorno, quando dallo stereo si è avviata l'ave Maria, non subito, ma quando la soprano ha iniziato a cantare, prima, dalla posizione a pancia in alto stile “dolce far niente”, si è seduta composta, poi ha raddrizzato le orecchie e infine si è lanciata in un ululato che ha continuato ogniqualvolta la cantante ha detto la sua. Ebbene, un delizioso animaletto che ha un cervello più elementare del nostro e che per olfatto e udito ci batte notevolmente, davanti ad una precisa stimolazione di natura melodica innesca un comportamento inconscio. Per me, l'Ave Maria di Schubert innesca una emozione da sempre notevole e penso che sia l'equivalente dell'ululare di Lolita (nome della cagnolina) in un cervello che media di più un'informazione sensoriale. In Lolita la percezione e la reazione sono meccanismi, in noi anche, ma è intervenuto un addomesticamento, una evoluzione (forse...), che spesso cala di livello e come lei non ululo ma canto.
La reazione primordiale l'ho ritrovata poi, ma più difficile da cogliere, nell'ascolto della “Misa Criolla” di Ariel Ramirez. Si tratta di una messa, ma contrariamente a quel che l'occidente colto si aspetta, prende a piene mani dalla musica popolare sudamericana. Il brano è del 1964. In essa il ritmo è fortemente presente, oltre all'aspetto emotivo e, sommando studi sull'origine della musica nera in Africa e negli schiavi americani, e orientale, pian piano si è fatta strada in me una interpretazione.

Una piccola parentesi. Agisco il meno possibile in modo razionale. Introduco nel crogiolo del cervello le informazioni ed esse mi tornano, per mezzo di una operazione a me totalmente inconsapevole, con un certo ordine che scopro essere retto da un senso, e quel senso un poco alla volta si fa chiaro. L'elaborazione e il senso sono quindi azioni profondamente inconsce. Ormai mi lascio agire così da questa dimensione che qualcuno chiama inconscio e qualcun altro Dio. Io non mi do pena di risolvere un enigma che non mi sembra, almeno per ora alla mia portata. Immaginate di scoprire che, se tutte le sere nelle quali avete pensato a vostro padre, il giorno dopo nella buchetta della posta trovate una buona notizia. Non capite cosa sta accadendo ma siete spinti a pensare al padre … penso possiate essere d'accordo. Ogni tanto ci sfiorerà una domanda immensa ma sappiamo che in essa possiamo solo perderci. La soluzione, forse, come la buona notizia, potrebbe arrivare da sola, senza essere disturbata da ansie della razionalità …

Torniamo all'argomento.

Vengo immediatamente, come Ramanujan, alla formula che mi son ritrovato nella mente, e che forse mi è giunta nel medesimo suo modo...:

all'inizio esiste il RUMORE

  1. RUMORE = suoni caotici
  2. RUMORE regolare, cadenzato = RITMO
  3. RITMO LENTO = meno fatica nel lavoro
  4. RITMO CRESCENTE = trance

Questa sequenza si ottiene con le percussioni e il suo risultato NON E' MUSICA

Definizione di MUSICA:

  1. MUSICA = RITMO più MELODIA
  2. MELODIA = reazione sentimentale
  3. Ritmo = reazione senza sentimento.

La somma di questi due stadi, ritmo più melodia, NON PORTA ALLA TRANCE
ma in certe condizioni, nelle quali prevale l'aspetto ritmico, può essere utile per fare meno fatica sul lavoro.

Questo è lo schema generale.

In occidente la situazione è invece la seguente:

Siamo abituati causa l'educazione che riceviamo, a cercare in ogni brano una dimensione sentimentale, di conseguenza prevale l'aspetto melodico su quello ritmico allontanando fino a rendere nemmeno intuibili, i due aspetti fondamentali del ritmo da solo e della musica (ritmo più melodia), ovvero nell'ordine lo stato di trance e la minor fatica sul lavoro.

La situazione dell'occidente crea alienazione che nella mia definizione è l'opposto della trance. Mi spiego.

ALIENAZIONE: immaginiamo il classico personaggio di “Tempi Moderni” di Chaplin. A questo ometto che rappresenta un'epoca, (narrato comunque per la prima volta da Kafka nella figura di Gregor Samsa), deve adattare se stesso al ritmo della catena di montaggio. In breve, quando il ritmo è dettato da un ente esterno si ha alienazione a meno che (coincidenza rarissima) esso non coincida col nostro.
Se si pensa ai soldati in marcia, essi produrranno collettivamente un ritmo che corrisponderà alle loro caratteristiche non individuali ma di gruppo.

TRANCE: stato sconosciuto ormai in occidente. Quando viene raggiunto, la persona ha come la sensazione di uscire da se stessa, al punto che vede il suo corpo da fuori esattamente come ognuno di noi vede un'altra persona. Questa sensazione, di essere senza la corporeità, tipica della trance, ha un esito sorprendente se la si ottiene in ambito religioso; risponde alla domanda che molti fedeli si pongono spesso angosciosamente … “Esiste Dio?”. Ebbene, se in ambito religioso si raggiunge la trance si ha la certezza di Dio e si tratta secondo me del massimo risultato che un essere umano incarnato può ottenere con la zavorra limitante che si ritrova e che si chiama corpo. Mi raccomando! Non si pensi che io vada a caccia di misticismi e proseguendo nella lettura non parlerò della capacità di fare miracoli e parlare coi morti. Questo fatto è concreto! Ma l'occidente ha intellettualizzato troppo la musica e il ritmo e loro due doni non si è nemmeno più in grado di immaginarli.

Si ricordi per esempio che la statuetta di Shiva Nataraja (danzante), rappresenta il momento nel quale, con una danza non musicale ma puramente ritmica, il Dio crea tutte le cose concrete e il ciclo delle esistenze. Questo aspetto di Shiva sistematicamente sbagliato anche come interpretazione in India, per me è stato illuminante. Sbagliato in India perché si utilizzano i vocaboli ritmo e musica come sinonimi.

Ho poi scoperto, o m'illudo di averlo fatto, il SIMBOLO RITMICO DELLA CREAZIONE, in un video occidentale; “Born this way di lady Gaga”. Premetto che questa cantante non mi piace (come donna si, come artista … ho altri gusti, più esattamente mi è indifferente), ma si sa ormai che nelle produzioni artistiche il piacere o non piacere, come bellezza e bruttezza, misure emotive, lasciano il passo alla qualità del contenuto.

Ovviamente non si tratta dell'unico caso in occidente. Questo mi affascina perché è fortemente shivaista e, se Lady Gaga ha agito, come penso, inconsciamente, allora il simbolo ritmico della creazione può essere definito un simbolo primordiale inconscio. Questi simboli riemergono quando in un'epoca si presentano determinate esigenze di senso, ma questo è un altro argomento.
La zona che va dalla Turchia all'India, mostra tracce del simbolo ritmico della creazione perfino nella danza del ventre.
In Africa, nelle culture più fedeli alla loro tradizione, per esempio il concetto di ritmo (e non di musica) dei Malinke, approda alla trance, ricchezza che appartiene ormai solo a certi movimenti come i Sufi dell'Islam.

Il paradosso, che sento come sintomo altamente patologico, della cultura occidentale, si ha con l'aspetto estremo della musica colta; la dodecafonia. Esiste un ritmo, lo spartito lo dimostra, e per esempio Glenn Gould, quando lo suona al piano e con una mano ...ci prende per mano, allora riusciamo a sentirlo, ma senza Glenn Gould, il ritmo il corpo non lo sente, esso si è fatto atto puramente intellettuale. C'è, è indubbio, e la lettura dello spartito ce lo dimostra senza ombra di dubbio, ma non è accessibile alla struttura corpo nel quale il mio io è inserita.
Veniamo ad un esempio semplice, prendete una manciata di monetine tutte uguali (per esempio cinque centesimi), e lasciatele cadere su un tappeto monocromo. Si disporranno casualmente e, se vi chiedo di contarle, tenderete a fare raggruppamenti di tre, in certi casi di quattro (se la configurazione casuale ha certe simmetrie). Nessuno di voi tranne gli autistici come Kim Peek (l'autistico del film “Rain Man”) riusciranno a “vedere” il numero totale con un solo colpo d'occhio, e altrettanto nessuno riuscirà a “vedere” gruppi di dodici monetine.
I primitivi più primordiali che l'occidente ha potuto studiare avevano questa sequenza: 1,2, molti. In alcuni casi si aveva anche 1,2,3, molti, e noi, molto più allenati, evoluti o addestrati, solo in particolari condizioni (configurazioni geometriche chiare come quadrati esagoni ecc) riusciamo ad andare oltre. La dodecafonia si pone nella medesima ottica. Non più percepibile sensorialmente ma solo intellettualmente, è appannaggio intuitivo solo di personaggi eccezionali come Kissin, Gould e la Utchida (Kissin ha una lieve forma di autismo).

Come l'essere umano ha scoperto il ritmo

La via è una e, come vedremo, appartiene alla cultura bassa.
Nel lavoro di gruppo, (immaginiamo che si sta pestando qualcosa nel mortaio con altre due persone, ognuna munita di pestello), il pestare casuale diviene ritmico in modo inconscio. Il corpo effettua per noi questa scelta poiché si fa meno fatica.
In un essere quasi totalmente inconscio come il mio primitivo immaginario, ogni volta che faceva qualcosa in gruppo, la sintonizzazione ritmica era automatica, involontaria. Quando questa funzione divenne consapevole venne cercata e applicata ad ambiti non lavorativi come la religione. In essa i riti collettivi hanno portato alla scoperta della trance.

Nell'occidente solo la parte bassa della popolazione è giunta ad essere consapevole del ritmo come dato essenziale per lavorare anche individualmente, facendo meno fatica. Se è accaduto solo nella parte bassa è perché la parte alta, le cosiddette elite, agiscono con la mente e raramente anche col corpo. Esempi evidenti: i neri nei campi di cotone o nelle carceri dove si effettuano condanne ai lavori forzati, gente di tutte le razze nella costruzione delle vie ferrate nell'ottocento.

In occidente solo un aspetto, una variante del lavoro ritmico, è giunta ad “affascinare” anche i ceti medi; sto parlando della marcia militare.
Sarebbe interessante diventare storicamente consapevoli dell'importanza che ebbero le marce per cementare le masse delle undici dittature europee del Secolo Breve!
Immaginate il ventenne con ormoni grossi come conigli, insicuro di tutto e particolarmente del futuro che, con la marcia militare si sente partecipe di qualcosa di più vasto, si sente vivo, ma l'aspetto ritmico della marcia no è pensiero, viene pensato successivamente e vissuto come inclusione, e con questo fraintendimento sta secondo me alla base dell'aspetto militaresco che è fondamentale di qualsiasi dittatura.

COSA DESIDERO COMUNICARE CON QUESTA MEDITAZIONE

Qualcosa di semplice … l'Occidente ha il mito dell'arricchimento e l'angoscia del potere, sue due uniche forme illusorie di realizzazione individuale. Arricchimento per chi ricco non è, potere per chi è ricco. E' una tristezza infinita.
Milioni, centinaia di milioni di esseri, che girano a vuoto.

e così a distanza d'anni apri la mano, e avevo tre monete d'oro finto, forse per questo non disse ti amo, forse per questo non disse ho vinto, poi chiuse il pugno, roba d'un minuto, per non sentirlo vuoto …. e mi manchi:”
Pensate un po'. So solo che son parole di una canzone di Vecchioni, non ricordo quale e non garantisco che siano esatte, ma il senso c'è, e dimostra che non ho scoperto nulla. Quel che però aggiungo al testo di Vecchioni, è una via da percorrere.
Tornare alla consapevolezza del ritmo, ai suoi doni. E chiedere alla vita come dono estremo, se si è credenti, di non essere più assillati dal dubbio di Dio, e se non si crede, di provare almeno una volta quell'immenso senso di armonia che, lo dico, ho provato quasi per caso, uno sbocciare oltre il mio essere, una sensazione di armonia che ….vale la vita.

(l'ho scritto di getto. Se ci sono degli errori abbiate pazienza. Ora mi riposo. ciao)



domenica 12 giugno 2016

Mostra Nervi Severini di fine anno scolastico (piccoli ricordi di viaggio)




ESPOSIZIONE DI FINE ANNO 2016
DELLE OPERE FATTE DAGLI STUDENTI
DEL LICEO NERVI SEVERINI – RAVENNA

La mostra di fine anno è una tradizione della scuola e gratifica gli studenti.
Il rapporto con la cittadinanza è invece secondo me controverso. Nel mese di Luglio il ravennate che circola in città, lo fa per lavoro poiché altrimenti tende, e giustamente, a sgattaiolare al mare per rinfrescare se non le idee, che nella nostra epoca non sono strettamente necessarie, sicuramente la carne.
L'anno 2016 ha invece costretto il ravvenicolo a cambiare abitudini poiché il folletto della pioggia, dalle lande britanniche, ben ha pensato di farsi un anno di ferie in Romagna.
Di passaggio ricordo più a me stesso che al colto lettore, che nel testo più antico della cultura occidentale, le “argonautiche”, si narra proprio delle terre bagnate dall'Eridano, antico nome del Po. Apollonio rodio fece la medesima operazione dei fratelli Grimm. Da Alessandria d'Egitto raccolse antiche leggende e le coordinò in un'unica storia affascinante e spesso quasi comica. Ebbene, gli argonauti, che son la generazione dei padri di coloro che faranno la guerra troiana, decisero di percorrere controcorrente le acque del Po/Eridano e si trovarono depressi, tristi al limite dell'agonia. Passò loro l'appetito e per un greco è come dire che si dileguava la voglia di vivere. E cos'era per la loro onirica mente la valle dell'Eridano? Il luogo nel quale Fetonte, che aveva preso il carro che suo padre, il sole, giornalmente guidava, fu scagliato da un fulmine di Zeus che aveva prima di tutto l'incarico di mantenere il cosmo entro le regole del fato che, assurdo stupendo, non conosceva e come noi doveva dedurre dai fatti. Fetonte planò disastrosamente e nello schiantò produsse un solco enorme che noi chiamiamo pianura Padana. C'è chi dice che l'impatto sia accaduto esattamente ad Alfonsine e vari paesini si contendono comunque questo strano demerito di veder franare ed accoppare il figlio di un dio.
Passarono gli argonauti fra i miasmi del corpo enorme che si putrefaceva. Questa bella metafora per descrivere delle paludi malsanissime e … ci basti ricordare che qualcuno scelse Ravenna per capitale non perché era accogliente, tutt'altro! Le zanzare regnavano e persino il Sommo poeta, sembra ... ci lasciò le penne per malaria e quindi il nemico, qualsiasi nemico, avrebbe desistito.
Ebbene … il ravvenicolo quest'anno assaggia una fetta del passato con l'umidità che non risparmia nemmeno i ricordi e quindi alla mostra qualcuno, col mio sospetto che sia più per rinfrescarsi che per godere delle gioie dell'arte, ha messo naso e di seguito piede in questa ex chiesetta che effettivamente è piacevolmente fresca.
Col tartufo diffidente del cane che si ritrova inaspettatamente in un luogo odoroso ed inesplicabile, vaga e io, subdolamente lo intercetto e lo faccio ragionare. Quando colgo i rivoli di sudore per lo sforzo allora mi ritiro soddisfatto e ilare.
Contemporaneamente nella terra della franata di Fetonte, dal quale derivano vocaboli come “fetente” e “fetore”, si svolge il Ravenna Festival che ha dedicato parte delle sue energie a santificare un santo laico universalmente e giustamente rispettato, Nelson Mandela, del quale questa scuola ha prodotto un mosaico-ritratto secondo me veramente gradevole. Si narra che l'ambasciatrice del Sud Africa, quando lo ha visto, ha immediatamente telefonato alla vedova del santo laico ed essa abbia espresso il desiderio di averlo in patria.
Questa coincidenza col Ravenna Festival ha portato visitatori alla mostra e io, invitato a fare da pigmalione a chi osa entrare in questo antro sconsacrato a dio e dedito alle arti, mi son trovato a fare il Cicerone, offrendo un inglese maccheronico che molto ricorda l'Intervento del guitto Renzi negli Stati Uniti, terra ove non ricordano un comico così spontaneo dal tempo di Jerry Lewis, ... e quindi forse ho più divertito che guidato.

Sud africani bianchi! Chissà perché me li sono sempre immaginati neri, e poi il perché lo dico a me stesso. Intimamente sempre degli autoctoni l'ho pensata e sentita quella terra e quindi mi ha stupito questa mandria curiosa e gentile che è venuta a inneggiare nel “Mandela Trilogy” colui che come Gandhi in India ha introdotto il tarlo che ha fatto crollare il loro potere restituendolo agli originari.
Educatissimi e curiosi han domandato di tutto e mi domando invece io cosa hanno compreso dal mio inglese maccheronico. Curioso è che volevano comperare e purtroppo non sembra sia possibile. Anch'io mi ero affezionato ad una tela che finirà a far mucchio in un magazzino. Immagino due mostre, una all'inizio delle vacanze natalizie e l'altra a fine lezioni. Immagino anche che metà dell'incasso per ogni opera vada all'autore studente e l'altra metà alla scuola che come si sa in Itaglia (errore voluto), grazie a politiche che mirano a ignorantificare, è ridotta a rubare la carta igienica nei bar e fra non molto tornerà alle stufette a legna implorando ogni studente di portare un pezzo di legno se si vuole scaldare …
Ricordo negli Stati Uniti che uniti son solo a parole, scuole con sponsor come la Coca Cola, che in cambio obbligava a metter macchinette delle loro “fetenti” bibite gassate e iperdolcificate che ci sembran buone solo perché hanno addomesticato il gusto della massa fino a trovar gradevole il letame purché lo si presenti benino e con una buona campagna pubblicitaria.
Un liceo artistico che oltre il resto vanta una quasi esclusiva che è il Mosaico, che condivide con Otranto, se non erro, potrebbe creare una situazione di semilibertà, che in confronto al carcere/sudditanza di uno sponsor mi sembra un purgatorio sopportabile anche se suscettibile di miglioramento!

Torniamo alla mostra. I sud africani, bianchi come degli olandesi dopo un inverno di neve e stenti, son venuti a piccoli gruppi e anche in forma di gregge gestito da qualcuno di loro con velleità di pastore, ed è stato divertente. Son poi arrivati degli Australiani. Una decina il primo gruppo, poi coppie che ho scoperto coltissime e che fotografavano tutto con interesse. Anche a loro ho somministrato il mio inglese stile renziano e ho sorriso quando ho scoperto che alcuni di loro conoscevano Nicola Samorì, l'allievo più celebre di questa scuola. L'argomento è nato in grazia di una specie di laicissimo Cristo velato che ricorda quello stupendo di Napoli e ho fatto presente che tramite alcuni insegnanti che tutt'ora sono amici di questo artista, il tema dell'ossessione del corpo che finisce, che si decomporrà portandosi via il nostro io, rimane ben presente. Damien Hirst è il più celebre per questa ossessione, ma non ha certo il talento di Samorì. Ho altre ideee nel mio profondo che saltuariamente emergono dal fango più antico e mi rivelano a me stesso. Io sento l'eternità ovunque, quindi Hirst e Samorì, sono ai miei antipodi, ciò non toglie che dopo l'annientamento individuale sorto come reazione alle due guerre mondiali, che con Sartre Camus e Giacometti, ha toccato vertici interessanti, si è ora alla deriva nel rapporto dell'uomo con una società che ti annulla. Rimane il corpo, ma anche quello tradisce e se ne va e, come dice Vecchioni, che non per nulla è candidato al Nobel, “sto perdendo anche me stesso e non mi rimarrà nessuno”.

Dopo questo contatto di adolescenti con il sentire della generazione dei padri, che spesso son quasi quarantenni come Samorì, la mostra si diverte, poiché lo studente adolescente ha due priorità, capire con la mente e con il cuore, e queste vie si affrontano col pensiero e col gioco. Ecco quindi che i Pesci di Maurits Cornelius Erscher, non fa pensare ma esercita la fantasia nella possibilità metamorfica di ogni oggetto che dalla terza dimensione della realtà si degni di farsi manipolare nelle due del disegno. Erscher collaborò con Penrose, rese “visibile” la geometria non euclidea, ma poco importa, poiché dove si trova divertimento poi si crea ricordo e col tempo si approfondirà, attività dettata spesso dalla solitudine e non da un'esigenza vitale, si ricordi questo particolare tremendo, quindi ben venga la leggerezza come forma dell'esistere.

Un altro aspetto della mostra che ha stupito il pubblico australe è l'effettiva capacità degli studenti. La regola è semplice. Una scuola d'arte deve insegnare a fare, ad essere artigiano. L'essere artisti è metterci quel qualcosa in più che le epoche dall'illuminismo fino ai giorni nostri, utopicamente hanno cercato di ingabbiare e rendere riproducibile, razionalmente, a comando, secondo uno schema. Hanno fallito e l'Artista, quello vero, continua ad essere un mistero a se stesso e al mondo.
Ho compreso solo, in anni di passione non solo come fruitore, che serve una discreta dose di sofferenza, per il resto, che sia una divinità tramite le Muse, oppure un trauma che rimescola fanghiglie protozoiche che contengono la radice del nostro essere … non so dire. Preferisco amare, amare i risultati di chi dimostra di saper cercare in se stesso col talento stupendo della sincerità.

E un'opera sopra tutte mi affascina e spesso la mangio con gli occhi.
E' posta in alto e qualcuno, forse un parente di Emilio fede, ha messo il cartellino, che è minuscolo, attaccato all'opera, lassù. So quindi che è stata fatta da uno studente e, deduco io non so per quali vie, che si tratti di una fanciulla. L'opera rappresenta una ragazza che ha una cascata di capelli che è a metà fra il rosso e la fiamma. Non si vedono i lineamenti quindi è lei, è una donna, ma anche tutte le donne. Riceve, nella sua nudità non definita quindi non sensuale, un abbraccio da forti braccia maschili e lei, con un gesto primordiale, porta una delle mani alla bocca accennando ad un morso che ha qualcosa di erotico, lo si sente, ma va oltre, va al cuore, va … all'emozione di un sentimento vero che si immagina nell'adolescenza, che si desidera, e nelle mille ipotesi del futuro prende una forma che ricorda a me le aspettative che diedi all'amore.
Quel mordere poi che non è morso, mi ricorda i cani da cuccioli che, non sapendo abbracciare in un certo senso lo fanno con la bocca, prendendoti con quei canini stupendi e pericolosi, con una delicatezza che mostra come volendo, anche con un coltello chi veramente ama, può dare una carezza.

In un momento nel quale lo spazio espositivo era vuoto, ho preso il telefonino e ho avviato lo studio opera 8 numero dodici di Scriabin e, nel sottofondo lievemente echeggiante di una chiesa sconsacrata, davanti a quel quadro, nonostante tutto, per un attimo, decrepito dentro ma desideroso ancora di vita, ho creduto nell'amore, ho creduto fosse ancora possibile. Ho rivisto Mandela nel suo carcere, che quando apriva le braccia toccava i muri,  e resistette perché oltre a se stesso amò il mondo, ho visto i canili che son lager, pieni di esseri che non meritano ma soffrono per un mondo che abbiamo stravolto, ho visto un dio, girato di schiena che non ci comprende più, o forse era mio padre, ho visto un viso che chiede di fermare questa frenesia che non ci appartiene, e nell'abbraccio di Scriabin, ho chiuso la porta dell'esposizione e ho consegnato quelle opere adolescenti al sogno ... alla notte.