sabato 27 maggio 2017

Giovani artisti per Dante. Osservando un testo teatrale di Sergio Monaldini ...

Ricordo quando un amico, studiando l'italiano con troppa fantasia, mi disse di credere che Dante, il poeta, si fosse dato come nome d'arte un participio presente, poiché stava per dare un capolavoro al mondo e se n'era reso conto. I russi sanno portare la fantasia ben oltre il peccato e la corbelleria, e si sorride. Sapeva che era Durante degli Aldighieri e il resto è farina del suo sacco, e di un popolo che in quanto a poesia non scherza.
Ma cos'ha Dante di così magico da affascinare tuttora? E' questo che in una scuola non è facile trasmettere.
Era scienziato e si dimostra in un attimo: ricordare le prime due terzine …. “Nel mezzo del camin di NOSTRA vita / MI ritrovai in una selva oscura” ecc.
Nostra, uguale a noi, l'umanità - Io Dante, individuo, mi ritrovai …
Ed eccovi servito l'astronomo! Per il calendario ebraico l'anno zero del cristianesimo corrisponde al 3760 dalla creazione del Mondo. Si somma 1300, poiché era il venerdì santo di quell'anno quando Dante si “perse” nella boscaglia che penso fosse di Ariccia, e si ottiene 5060 che è la metà del camin di nostra vita. Se si moltiplica per due si ha la data del Giudizio Universale. Per loro, per l'epoca di Dante, eran certezze …
Ma di Dante scienziato si è perso quasi tutto, quindi è in altro la sua fama e per noi che vediam successi sempre e la fama mai, comprendere è arduo .... proseguiamo ...
La struttura della Commedia viene da Muhammad Ibn Ali detto el Arabi, nativo di Murcia, la Spagna dei Mori; e Brunetto Latini, facente parte di una conventicola extraconfessionale che univa Cristiani e musulmani, vi introdusse Dante che così ebbe accesso a testi che solo gli affiliati, si passavano e conoscevano. Ma anche questo aspetto è dimenticato, oppure passa in sordina e comunque non fa la grandezza di Dante.
E poi …. e poi era Templare … ed ecco che i ragazzi si svegliano e drizzano le orecchie poiché i templari, tragedia vera per la storia, per loro è fantasy, e penso, pensiamo in tanti, che scelse Ravenna poiché vi era vescovo Rinaldo da Concorezzo che nel processo ai templari per il Nord Italia li assolse, come si direbbe oggi, con formula piena defungendo poi, essattamente come il Poeta, nel 1321. A Firenze si era guadagnato pena di morte in quanto politicamente schierato coi perdenti, e a Ravenna, fu salvo anche dal rischio di finire arrosto in quanto templare. Per questo motivo Dante sopportò le zanzare forse con la medesima insofferenza del Poeta Giovan Battista Marino che vi soggiornò controvoglia dal 1605 al 1608. Ma il fatto che Dante fosse templare, se attizza gli studenti per le quintalate di film dozzinali e libracci che li hanno visti loro malgrado protagonisti, non giustifica una fama che dura da più di settecento anni…
ma allora … perché Dante resiste nella memoria e nei cuori di chi decide di leggerlo sul serio?
Perché era Poeta … lo era veramente, e una cultura, una lingua, quando può vantare un poeta enorme fra le sue vite, può comprendere, se ne sente la necessità, come ci si rivolge alla propria anima e a Dio, che in fondo son la medesima cosa.

Il cardinale Pietro Aldobrandini, figlio di papa Clemente VIII, era più che raccomandato ed elargì la sua ombra protettiva su Giovan Battista Marino che oltre ad essere un poeta da leccarsi i baffi … baffi che come poi vedremo hanno tediato Sergio Monaldini, l'autore del testo teatrale …. oltre ad essere un poeta validissimo, era pure uno scavezzacollo accusato senza prove certe, un po' di tutto, compreso incesto con la sorella, duelli vari e gozzoviglie di bassa lega. All'epoca era quasi la normalità fra gli artisti. Il Merisi da Caravaggio ne è l'enciclopedia completa … Ma Marino non migrò nella zanzarosa Ravenna per fuggire ai suoi peccati se non indirettamente. Egli faceva parte della corte del Cardinal Aldobrandini, che, finché il papà faceva il papa, stava a Roma e se la godeva, ma morto il papa papà, venne Leone XI che lo spedì a Ravenna … forse perché aveva altri parenti da far divertire? Niente di più facile, e Marino dovette seguirlo, in groppa ad un asino che si chiamava Fiutaculo, massacrandosi nel viaggio perché sembra che la sella non fosse particolarmente comoda. Venne e maledisse appunto le zanzare nella prima lettera e questo paesaccio sperduto, ma di fatto abbastanza vicino a Venezia e Bologna per finire comunque col riuscire a viversela abbastanza bene. Nel frattempo qualcuno aveva tradotto Nonno di Panopoli (nonno da nonos, santo in greco), ultimo poeta ellenistico; l'opera folgorò Marino che, influenzato da queste Dionisiache, forse dalle zanzare (c'era già la piadina? E comunque dalla buona tavola romagnola), e dalla presenza spirituale di Dante, corresse il suo Adone e trasformò quel che doveva essere un esilio nel suo momento di maggiore ispirazione.

E' la poesia quindi, che si cela in quei chiostri, presso quella tomba del Sommo, in quei luoghi nei quali tutti i poeti che hanno potuto, in pellegrinaggio son venuti e hanno atteso un segno, un'ombra che desse la sensazione che … che nemmeno loro sapevano cosa. Chi venne lo fece silenziosamente. Ecco la viuzza che ci offre in fondo la tomba del Poeta e alla sinistra i due chiostri … ho visto esseri umilmente umani attendere al mattino presto o di notte, che fosse deserta, e poi camminare proprio al centro in modo da arrivare proprio alla porta. Ora di notte spengono il lume che brilla con l'olio fiorentino. Ricordo anni fa che nel buio questa lucina sembrava la visione di premorte che molte persone ricevono in dono prima di terminare veramente l'avventura in terra; un tunnel buio, una paura tremenda che ti scuote oltre il corpo … ma quella luce … che è poesia, che è linguaggio dell'anima, della divinità, della sopportazione possibile, perché non è impossibile, dell'esistenza... quella luce minima era li e guidava. E poi, e poi mi girai commosso con quella luce negli occhi che chiusi e … li riaprii lentamente… e quindi il poeta e io, e tu se proverai, ...e quindi il poeta e io, e noi ... uscimmo dalle palpebre serrate ... a riveder le stelle ...con il ricordo di quella lucina ovunque, a casa, al lavoro, nella rabbia, nella nebbia.

E ora i Baffi di Marino … Dopo le prove generali, sgangheratissime ma piene di entusiasmo, unico terrorizzato dalla sua creatura, ovviamente l'autore; dopo le prove eccoci alla mattina della prima. I ragazzi arrivano. Il vento che faceva volar fogli ovunque, ha deciso di lasciarci in pace ma … ecco i troni, la nike di polistirolo che troneggia fiera in mezzo al palcoscenico ... ecco le damine in costume, la Poesia con allori e frutta di stagione e un velo, che non sa come tener tutto in mano e sembrar leggiadra, ecco i tamburi e il prof Marino che li guerreggia che è tranquillo come se nulla fosse e … e son spariti i baffi posticci del nostro Marino, magro come un filo che con quei peli aggiunti sembra un d'Artagnan malinconico. Dieci minuti di caccia e la frase ripetuta “dove sono i baffi” “i baffiiiii” e poi li han trovati in condizioni pietose, accuratamente lisciati e sistemati sul viso che li attendeva con non troppo entusiasmo “perché son sempre lì per cascare”. E Monaldini che già aveva deciso il sacrificio di parte della barba e dei baffi suoi, roba da farci mustacchi di Francesco Giuseppe, sospirò di sollievo. Male che vada la faccia, quella vera, quella alla quale è abituato da anni, era salva. Ora si trattava di salvare l'altra faccia, quella metaforica della sua creatura artistica e come per incanto la prima ha funzionato. Ognuno con le sue insicurezze ha fatto quel che doveva e il languore poetico di Marino, condito da musiche scelte con gusto finissimo, ha toccato i non addetti ai lavori. Per noi, per Sergio Monaldini, tutto era imperfetto, ed era solamente finita la tortura della prima ... e invece, fidatevi, era andata veramente bene.
La seconda rappresentazione poi è sembrata semplice a quei ragazzi che il giorno prima erano insicuri, e il tutto ha trasmesso la sensazione di poesia che l'autore “sente” intensamente.
Non si scrive per dire qualcosa, lo si fa solo se si ha qualcosa da dire!” disse e scrisse Fitzgerald nei taccuini. E allora cerchiamo di comprendere cosa aveva da dirci l'autore.
Ed ecco un ricordo di qualche mese fa. Alcuni studenti mi dicono che Monaldini si è commosso in classe leggendo una poesia di Pascoli. I ragazzi sembrava mi parlassero di un fatto sconveniente, ma ho poi compreso che si trattava per loro di una reazione incomprensibile. Ho risposto “Ragazzi, mi son commosso sentendo Amy Winehouse cantare Back to black, mi son commosso davanti a Michelangeli che suonava una mazurka di Chopin, davanti a “Ragazza” di Pound, “I commedianti”, “Ultimo canto di Saffo” e “Tommy” di Roberto Vecchioni … rileggo spesso da anni pagine di Proust e di Bulgakov e mi ritrovo con gli occhi lucidi e non me ne vergogno. Ho un'anima, ho scoperto di averla quasi per caso e l'ho nutrita, e ogni tanto, davanti a certi capolavori che non mi fanno rimpiangere di essere un uomo, gli occhi si inumidiscono. Ascoltate per esempio l'andante del secondo concerto di Rachmaninoff, oppure “Hotel Supramonte” di de Andrè…. e mi son fermato. Quell'elenco per loro non esiste. Son parole, son scatole che contengono oggetti che non sanno “usare”. Arrivano a scuola che hanno vissuto gli istinti coi quali son nati, hanno scoperto le emozioni, quasi tutti, con le relazioni, ma raramente vanno oltre. Deve avvenire l'incontro, quel fatto banale o enorme che ci fa comprendere che l'io non si esaurisce nell'immagine che ci offre lo specchio. L'io è oltre il tempo, il tempo nemmeno sa cosa sia, e la poesia, quest'armonia col tutto, che sgorghi dalle note, dalle parole che sembrano incapaci di tanta delicatezza perché le usiamo tutti i giorni, oppure da un quadro …. nemmeno i ricordi più belli ci salveranno se non accadrà che in noi entri la sensazione di armonia.
Sergio Monaldini voleva dir questo. Se ci è riuscito, i ragazzi lo scopriranno fra anni. Si semina, ma forse il seminatore non si vedrà il raccolto, si semina … perché comunque, con o senza noi che seminiamo, se fra anni anche solo uno sguardo ricordando penserà a quella Poesia con la carnagione bianca in abito d'epoca e le guance rosse e le labbra gentili, a quel Marino nervoso che sfogliava testi e si arrovellava in qualcosa di enigmatico, in quei tamburi che scuotevano la cassa toracica come demoni di quel che ci fa agognare le mete … se tutto questo accadrà almeno una volta … sarà poesia.


Se accadrà sarai sopravvissuto, come disse Borges, alla notte.

domenica 5 marzo 2017

Edgardo Franzosini: "Questa vita tuttavia mi pesa molto"



Animali in bronzo, belli da volerli toccare, da non stancarti di guardarli, perché come i cieli di Turner non erano frutto del caso, ma scelti da un'artista, li vidi al Bargello ed ero un ragazzino. Spesso andai a trovarli negli anni seguenti. La meta prima era un viso di donna, anzi di ragazza, candido, di Luca della Robbia. L'ideale femminile che spesso, deluso dalla realtà, raggiungevo e contemplavo nella sala grande, luminosa, riflettente l'eco di pochi passi, che anni fa quel museo non era visitato come oggi.
Il viso sparì. Ce l'ho comunque in me, e agli animaletti del Giambologna



mi ritrovai a preferire quelle di Rembrandt Bugatti. Sapevo poco della sua vita. Fratello del celebre “inventore” di automobili capolavoro come la Atlantic, fratello di Carlo, inventore di mobili troppo speziati per il mio gusto, figlio di un padre che era assai originale eccetera, ma non mi sono mai interessato oltre e queste notizie di fatto, erano passivamente entrate in me vuoi per un amico fissato e collezionista di auto rare o un altro che aveva rimediato abbastanza pezzi da organizzare un minuscolo salottino autentico che venerava e non usava. Solo ora, leggendo il libro di Franzosini, “Questa vita tuttavia mi pesa molto”, ho compreso come mai non mi interessai alla vita dei questo bronzista con un nome pesantissimo …. Rembrandt.
Se il pittore celebrissimo, la stampa dei cento fiorini l'ho osservata con la lente spesso e i suoi autoritratti sono dei gioielli …. se il pittore, con la sua fama e la sua carnalità gioiosa lo abbia condizionato all'inizio dell'esistenza, quando così lo chiamavano ed iniziava a comprendere che avrebbe percorso la medesima via, allora ecco che scegliere una “via” opposta, senza carne, rappresentare le ali ma non l'angelo, divenne il suo tratto distintivo. I suoi animali di bronzo … non ho aggettivi. Mi capitava di sapere che un antiquario ne aveva uno e facevo un viaggio. Venivo lisciato come un futuro cliente ma io guardavo solo e non sopporto il possesso in arte, mi sembra assurdo. Del Giambologna il ricordo svanì. Ora vado al Bargello per Michelangelo e il tacchino



lo trovo bello, ma non sublime. Questo aggettivo che non so spiegare lo metto tutto negli animali di Rembrandt Bugatti. Mi bastava guardarli, di lui, dell'uomo, dell'artefice che li aveva fatti, mi dimenticavo. Esisteva davanti a me, colata nel bronzo, un'animalità al di là del bene e del male, qualcosa che rappresenta si per esempio la pantera, ma va oltre essa, oltre la sua figura, e nel frattempo le somiglia in un modo così forte da comprendere che mai prima di aver visto quelle opere, mi ero soffermato veramente sulla pumità, sull'aura che quel corpo ha e che non si esaurisce nella usuale meraviglia che si consuma come paglia al fuoco, dello stupore di una novità. Attualmente tutto viene sfiorato con lo sguardo. C'è una tigre? Vediamola! E si consuma un rito più per avere un argomento da bar e da salotto che per cercare di capirci qualcosa ... in questa esistenza. E Rembrandt Bugatti, scopro dal libro di Franzosini, li osservava per ore, per giorni. Ogni dettaglio del reale si sommava, diveniva la polpa concreta di una misura spirituale … di quel sublime che riveste il corpo di quegli animali. Un'opera mi colpì.



Una ragazza nuda che solleva un gatto. Mi sorprese il fatto che il corpo di lei, aggraziato, non lo percepivo come sensuale. Era semplicemente gradevole e nel sollevare il micio esprimeva una serenità che non si banalizzava nella contentezza che è soddisfacimento dei sensi. C'è chi accarezza un gatto perché è liscio, c'è chi lo accarezza perché in esso è racchiuso, ma con altra forma, il mistero dell'esistere.


Non sapevo che Rembrandt Bugatti si era suicidato. Non sapevo come, non sapevo perché … e mi sono commosso. Quando ho chiuso il libretto di Franzosini (115 pagine di un tascabile ma non si legge in un soffio...), ho preparato da mangiare al cane, e sono andato avanti e indietro per casa come smarrito. Il corpo si muoveva, scaricava l'emozione che io non sapevo gestire.


Se nella parentesi ho scritto che il libro è breve ma non si legge in un soffio è perché, citando un autore, Borges, che Franzosini stima moltissimo (e anch'io) la sua semplicità non è semplice, che questo è il tratto caratteristico della banalità. La vera semplicità in arte, cela in sé una segreta complessità, per questo ci si inoltra in quelle pagine piano piano. Si soppesa tutto e tutto sembra leggero ma poi, con il momento dell'eccidio di Anversa, il peso si fa, almeno per me insopportabile.
Un altro autore ha toccato questo argomento, la strage degli animali, come segno di assoluta abiezione umana. Andrej Tarkovskij, scrisse “Andrej Rublev”. Di solito si conosce il film, veramente un buon film, ma il libro … ecco, il libro secondo me è ancora migliore. Per chi fosse curioso dico che è un Garzanti non recente. Compresi allora che Tarkovskij era più capace con la penna che con la macchina da presa e Tonino, Tonino Guerra, alla mia domanda “perché fece film visto che il suo talento era la poesia?”, rispose … “per non essere paragonato al padre dai critici. Amava suo padre e trovava volgare questi confronti che l'intelligenza si sente in dovere di fare”. Me lo confermò la Achmadulina, quando le dissi che secondo me Tarkovskij era sommamente poeta. Ma torniamo al libro “Andrej Rublev”. Per farla breve, il fratello del signore di un certo territorio, sconfina con i suoi uomini armati, nei territori che invidia e vorrebbe. Fa strage di cigni e ricordo, spesso mi appare improvvisamente questa immagine, il mucchio di cigni bianchi e in cima l'ultimo che sta morendo e muove l'ala esanime.
Il senso delle due scene è il medesimo. Tarkovskij ci descrive il massimo dell'orrore insensato con la distruzione di animali che rappresentano per noi quasi un archetipo di bellezza e col loro biancore spesso lancinante, di purezza.
Franzosini sa che Rembrandt era presente ad Anversa quando, durante la prima guerra mondiale, il Belgio, per far fronte all'avanzata dell'esercito di Guglielmo secondo, dette ordine di far abbattere tutti gli animali dello zoo.



Se la coerenza, ci fa comprendere che era necessario farli fuori, la sensibilità esplode, almeno in me, e Franzosini ha probabilmente colto nel segno immaginando che Rembrandt, certo non entusiasta dell'umanità, davanti a quella strage degli innocenti, e poi al suo seguente servizio volontario come barelliere, che gli ha mostrato la follia umana senza veli o attenuanti, ha immaginato, che Rembrandt si sia disgregato. Il “viaggio” verso Dio, che non soddisfa, la bella immagine dell'ultima opera che tenta di realizzare, un crocefisso enorme, e quella fine, sensata, se sei così profondamente diverso e quindi profondamente irrimediabilmente solo.

Come ho “incontrato” i libri di Edgardo Franzosini.
In un mercatino dell'usato trovo “Raymond Isidore e la sua cattedrale”. Prezzo di un caffè. Ok, accetto il rischio che sta nei soldi che in questo caso quasi si azzera e nell'eventualità di buttare via il capitale più prezioso, il tempo. Non stimo la casa Editrice Adelphi quando fruga nel contemporaneo. Quindi la mia diffidenza non era poca. Ammetto che molto mi ha aiutato Raymond Isidore che mi fa sorridere e stimo come artista. Male che vada ci guadagno con qualche notiziola interessante anche se all'inizio mi sembra di aver a che fare con un racconto lungo. Temo chi in questa epoca inventa. Raccontare è una misura meno rischiosa e seminare la sensazione che si tratti di fatti reali sembra sia un ingrediente fondamentale … e per me che leggo “Il cacciatore Gracco” due volte all'anno … quest'epoca, non solo per questo, va strettina... Questi i ragionamenti, gli ostacoli fra me e il testo, ma comunque iniziai a leggere.
Colto, non lo nasconde ma non capisco se lo ostenta. La mia diffidenza vede nero ovunque ed è colpa di Calasso che ho già decapitato in un altro saggio.
Stima Borges e mi sembra che un poco lo emuli, ma di fatto lo scritto, lo ammetto, mi piace anche se non ho ancora messo a tacere tutte le mie remore. Vado comunque in libreria e chiedo “datemi quel che avete di Franzosini!” e così leggo “Sotto il nome del cardinale” mentre “Questa vita tuttavia mi pesa troppo” è stato ordinato.
Il libro del cardinale.... diffidente come sempre, lo trovo all'inizio troppo strutturato, troppo un saggio che non capisco dove vuole portarmi se non ad una erudizione fine a se stessa … e poi qualcosa in me cede. Davanti alle lettere di Giuseppe Ripamonti che spiegano senza possibilità di errore cosa fece il cardinal Federico Borromeo … beh, indignato come un cliente del bar sport quando la sua squadra subisce un rigore inesistente, ho mangiato il libretto rapidamente e la notte medesima mi sono immaginato a distruggere con la lima la statua di questo enorme ladro delle capacità altrui. L'ho sognato davvero, non scherzo, e ho immaginato che venisse messa al suo posto una statua del Ripamonti seduto finalmente sorridente fra tutti i “suoi” libri in elegante latinorum.
A questo punto ero liberato da sospetti e timori di buttare via il tempo e quando è arrivato in libreria “Questa vita tuttavia mi pesa molto”, mi son buttato.
Lettura lenta ho detto, anche perché serve spesso il vocabolario. Mi spiego. Ad ogni nome che conosco poco o nulla vado su internet e mi informo; ad un'opera citata, digito e scopro o riconosco. Questo rallenta ma perfeziona. Non servono più le note nei libri e nemmeno una parte di immagini, basterebbe, e lo consiglio a Franzosini e non solo, di aprire un sito per esempio col titolo del libro, per accedere immediatamente all'immagine della scultura di Kathleen Kahn che ritrae lo scultore, o a quella di Walter Vaes che come la precedente non ho trovato. La mia ricerca è stata incompleta, alcune fami insaziate, e spero che l'editoria comprenda che serve quasi sempre allegare un sito per note ed
immagini.




Ora comunque, fra gli autori italiani che meritano di essere letti ne ho aggiunto un altro e in libreria ho ordinato le altre due cosine che spero siano reperibili.

E' un peccato anche che escano libri degni di essere ricordati (altra citazione da Borges …. la bellezza oggi è comune...) e che la pubblicità, che ci rifila pannolini e pannoloni ad ore pasti ecc, non abbia spazio. Ma non è possibile che nelle tivù di stato si possano promuovere a costo zero? Almeno il furto del canone, per alcuni centesimi acquisirebbe un senso....

Amen

giovedì 9 febbraio 2017

Due soggetti con tema "LA VIOLENZA ALLE DONNE"






Oggi pomeriggio nove febbraio, mentre si dialogava, con l’intenzione concreta di realizzare un lungometraggio sull’argomento riportato nel titolo, mi son venute due idee e intendo descriverle. La prima, che mi accingo a narrare, si è innescata nella mia mente poiché mi è apparsa una scena brevissima. Una donna della quale vedo il viso che si riflette anche in uno specchio e un uomo di schiena che sferra un pugno e manda in frantumi …ovviamente lo specchio. Ho ascoltato un poco quel che altri proponevano e improvvisamente mi è apparsa la situazione che è fulcro della prima immagine. Ora vengo al soggetto:



PRIMO SOGGETTO: LO SPECCHIO



Stanza da letto con luci stile Caravaggio. Unica fonte una lampada di design. Lei è seduta ai piedi del letto verso sinistra. Lui in piedi di schiena. Ha del sangue che le cola da una narice. Lei dice: “Per favore, portami l’asciugamano”. Lui in silenzio sparisce verso destra. Rimane lei e la sua immagine riflessa su uno specchio che è a destra. La macchina da presa passa da lei all’immagine riflessa e di profilo, si vede il lato non ferito. Poi lei si gira e si guarda e nel frattempo dice “bagnalo un po’ nell’acqua fredda …. Per favore”. Si sente l’acqua che scorre e lui sempre di schiena che glielo allunga. Lei lo guarda. “per favore …. Fai tu”. Lui si inginocchia e provvede e lascia per terra l’asciugamano.

Lei: “ora per favore ascoltami. Passami il tablet” appena lei ce lo ha ricevuto, lo guarda negli occhi e … “la violenza fa parte della vita. Lo sappiamo. Gli animali la usano per fame o per conquistare la femmina … i mammiferi” mentre lei parla cerca qualcosa su internet e il suo viso è illuminato da questo riflesso. Lui si siede alza in piedi fra lei e lo specchio che comunque continua a rifletterla. Si può passare a vari primi piani senza problema di intaccare il senso. “all’inizio pesci, poi anfibi, poi rettili poi uccelli” lei alza il capo e lo guarda. “sai come fanno all’amore le anatre? Il maschio stupra la femmina … guarda”. Anche il pubblico vede il filmato dal tablet. Quando termina lei lo riprende e prosegue … “noi siamo mammiferi. Siamo più evoluti. Abbiamo il pensiero e la parola. Anche i gatti sai in quei momenti …(lei cerca di nuovo sul tablet), spesso sono un po’ diciamo… particolari” ora mostra il filmato ma noi non lo vediamo. “vedi … come il maschio la morde sulla schiena. Si potrebbe anche fraintendere e dire che il micio ci mette troppa passione … e comunque quelli sono mammiferi senza possibilità di dialogo …”

Lei appoggia il tablet e lo guarda. “sottomettere è la soluzione di chi non sa dialogare … capito?” lui risponde … “non darmi lezioni”, con tono pacato, ma poi parte un destro e colpisce lo specchio anzi, l’immagine di lei allo specchio e si frantuma.

Ora lui ha la mano ferita. Si guardano negli occhi. La mano sanguina. Lui le chiede …”per favore … fai tu, lei si alza, prende l’asciugamano da terra e inizia a pulirlo.

Poi lei dice … “vado a preparare la cena …”





SECONDO SOGGETTO: GLI OCCHIALI



Mi ero reso conto che nelle idee esposte mancava il colpo di scena e nel frattempo ero condizionato dall’idea della regista. Ha raccontato di aver immaginato un palcoscenico teatrale. Sul fondale è proiettato un parco. Un uomo e una donna passeggiano. Lui per qualche motivo che ora non ricordo (mi sembra gelosia perché qualcuno l’ha guardata) la schiaffeggia. Sono presenti altre donne e si coalizzano per tutelarla. L’idea non mi convince perché il gesto di lui è talmente primitivo che solo una persona altrettanto primitiva potrebbe sopportarlo quindi considero o stupidi o irreali rapporti simili. È vero che accadono ma si comprende subito una gelosia così assurda e secondo me chi la tollera non è meno malato di chi la esercita.

Ha poi per me un sapore strano che mi ricorda le Erinni, quel coalizzarsi fra donne. Non deve esserci questa lotta fra due generi. Prima di essere uomini e donne siamo esseri umani e la violenza, che sia psichica o fisica deve inorridire sempre. Solo in caso di estrema legittima difesa, e sottolineo estrema, la comprendo, e penso comunque che il buono costretto alla violenza si porterà dietro, anche se era nel giusto, un rimorso.

Uno studente ha proposto di utilizzare un transgender. Idea buona ho pensato, ma …

Se si dedica tempo per stigmatizzare l’assurdità della violenza fra uomo e donna, se siamo socialmente ancora così indietro, che effetto farà la violenza per me altrettanto e identicamente grave che spesso i transgender devono subire? Idea interessante ma comprensibile per pochi, anzi pochissimi…

Suggestionato da quel particolare della reazione femminile di massa presente nell’idea della regista ha iniziato ad apparirmi in mente quanto ora descrivo.



SOGGETTO



Un bar bello. Giorno. Una coppia entra e si dirige verso un tavolo al quale siedono quattro donne e due uomini in allegria. La lei della coppia che sta entrando ha degli occhiali da sole molto grandi. Compie un gesto brevissimo che rappresenta un momento d’incertezza. La mano destra va alla stanghetta destra, ma poi cambia idea e non li toglie. Al tavolo saluti sereni. Le fanno i complimenti per gli occhiali e le chiedono se sono nuovi. Conferma e poi cambia argomento. Una delle quattro ragazze comunque la osserva e dopo un poco le chiede perché non li toglie. Lei risponde che sta bene così e in qualche modo cambia argomento. Mentre dialogano in gruppo la ragazza si avvicina e osserva e ad un certo punto dice seria e con voce alta “Hai un occhio nero!” si zittiscono tutti. “cosa ti è successo!”. La ragazza dice che le è accaduto un incidente da poco, niente di grave, ma viene interrotta e l’altra si arrabbia e chiede col ragazzo “cosa le hai fatto!” aggiunge poi altre cose e la ragazza si toglie gli occhiali e davanti all’occhio annerito si zittiscono di nuovo. “mi hanno scippata e lui è intervenuto, ha schivato un colpo e l’ho preso io…”

“davvero? E allora perché lo hai nascosto così!” “perché sono una donna e desidero essere bella, o almeno normale, e con un occhio nero tanta gente penserebbe come te, come voi… comunque ora sei tu che devi spiegare una cosa … hai reagito in un modo così assurdo, così esagerato …”

La ragazza sbalordisce e china il capo, una delle altre le chiede “cosa sta succedendo … parla”. La ragazza tace poi alza lo sguardo serio e gli occhi lucidi verso la ragazza con l’occhio nero. In quel momento si sente una voce allegra e tutti gli sguardi vanno in direzione di questa. È il ragazzo della vera vittima, sorride, è in controluce. Si avvicina. “ciao a tutti! Ma che facce ragazzi! È morto qualcuno?”

Fermo immagine. L’immagine appare una immagine che su di essa con una stilografica scrive … “che io possa mai più ritornare” …rimane la scritta, gocce di pioggia, la scritta si cancella sfumato, fine.

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Caratteristica comune dei due soggetti è che non si indaga sul motivo scatenante. Per me, secondo me, nulla giustifica la violenza quindi non mi focalizzo sul perché. Mi interessa la rivelazione, oppure un tentativo di dimostrazione della sua insensatezza poiché qualsiasi dissidio può essere risolto in modo civile.
Un altro aspetto mi preme e la sua incoerenza mi affascina. Spesso la donna che subisce violenza (ma in fondo accade in tutti i contesti), nasconde il fatto e continua a convivere con l'aggressore. Anche in questo caso non indagherei sulle motivazioni ma sul fatto che, se chi è vicino a queste persone sofferenti, agisse in modo meno egoistico e quindi più sensibile, altruistico, la violenza verrebbe smascherata.
Lo smascheramento è la condanna del violento. Altre pene non sono pesanti quanto l'essere marchiati così. Se una persona è debole per amore (sentimento che rende deliziosamente assurdi ma anche assurdi in modo angosciante), se, come dicevo, una persona è debole e non riesce a gestire una situazione con le sue forze, una maggiore sensibilità verso il mondo, verso l'altro, da parte nostra, potrebbe sbloccare la situazione.
Un esempio per tutti. Immaginiamo una donna picchiata per strada. L'indifferenza di chi passa è secondo me una colpa maggiore di quella dell'aguzzino che spesso è un malato, una persona con problemi o un vero e proprio animale (chiedo scusa agli animali che mai sono animali nei loro peggiori comportamenti quanto sanno esserlo gli umani). Immagino un uomo che picchia una donna per strada. Nessuno si ferma. rimane il filmato come spesso attualmente accade grazie alle videocamere che riprendono un po' tutto e ovunque. Qualcuno si impegna per riconoscere tutti questi indifferenti e poi crea un evento al quale li invita. Siamo in diretta tivù, mostra il filmato, li smaschera e li accusa, poiché l'indifferenza altro non è che una delle forme della violenza. Sono comunque in tanti e una massa è un aspetto regressivo dell'individualità. Immagino di conseguenza che si alzano e reagiscono picchiandolo fino a ucciderlo poiché nessun argomento giustifica quel che hanno fatto. .... Solo alla fine della reazione primordiale tornano alla loro individualità, si rendono conto che tutto è in diretta e scappano.
In questo modo, insisto su questo punto, diviene evidente, e lo ripeto, che l'indifferenza è l'atteggiamento del potenziale violento .... sempre.




venerdì 23 dicembre 2016

CLEA (racconto)

Da Cleo a Manfred Rewern Dal paese delle nebbie
al paese dei larici e della Sacher...

Mi fa sorridere pensare che dopo più di un anno che ci si conosce, ancora mi chiami Cleo e non Clea …. e devo questo errore ad una canzone di Ivan Graziani che non nonostante il tuo consiglio non ho ancora ascoltato.
Per te Clea non esiste, non può esistere mi hai detto, perché una canzone che trovi stupenda, una canzone che, come mi hai detto, ti tocca il cuore come se fosse un ricordo tuo e non del cantautore, una canzone col nome così simile al mio e io … insomma non ci riesci. E io non riesco a trovare la volontà di ascoltarla perché così il mio io è meno definito, sono più misteriosa a me stessa e solo a me stessa in fondo …

Dal paese delle nebbie ti racconto una storia bella, che mi ha toccata profondamente. Io che per qualche tempo non ho saputo cosa fare di me e, tu lo sai, lo hai capito ... non me lo hai detto direttamente ma me lo hai fatto capire in modo sottile, talmente sottile che solo dopo qualche giorno, quando ormai eri partito … ho chiaramente capito che avevi capito che …. in quel periodo nel quale non sapevo cosa fare di me mi son punita tagliandomi i capelli quasi a zero.

E poi quel viaggio a Venezia. Tu che mi racconti di me, che mi stimi perché quella volta che ti raccontai di mia nonna rivelai più cuore di quanto io credesi di possedere.
Lei, la nonna, che mi dice “vai a prendere un bicchier d'acqua che ho sete” e lei abitava nella casa di fianco alla mia. Nella sua non sapevo dove trovare le cose e andai nella mia. Tornai ed era morta.
Io non avevo capito e tu si e mi hai dimostrato che ho vissuto qualcosa di grande.
Mi dicesti “tua nonna aveva capito che stava morendo e un estremo rispetto per te, l'ultimo modo che le rimaneva per dimostrartelo, fu quello di mandarti via nel momento più brutale, quello che nel ricordo è incancellabile e può riapparire come una martellata sul cuore in qualsiasi momento della tua vita futura. Tu Cleo non hai visto morire, hai visto la vita e un corpo inerte. Questo è stato un gesto d'amore e mi sembra stupendo.”
Io avevo il tesoro della sua assenza che col tempo era diventato una sottile malinconia e una rabbia tenera verso me stessa per il fatto che inesorabilmente, di giorno in giorno, la pensavo di meno … la nonna … e non meritava questo.

E dopo questo momento brutto che hai trasformato facendomi ragionare, in un estremo gesto d'affetto, ecco che mi è accaduto qualcosa in questi giorni e ti scrivo ora, quasi con frenesia, perché ho capito il fatto ma non il senso. Ma sento che è poesia.

Ascolta. Vicino a me a casa, in Albania, non troppo vicino comunque, diciamo a mezz'oretta a piedi, abitava un pastore con la moglie. Quando passavo, ed ero una bimba veramente piccola, ma da noi si gira liberi più di qui, quando passavo, sua moglie mi dava un pezzo di dolce oppure comunque sempre qualcosa. Un giorno papà mi dice che la moglie del pastore è morta. Io non so cosa vuol dire e nel pomeriggio mi portano in paese. Si partecipa tutti a quella cosa che si chiama funerale e lo vedo, il pastore, che con le mani fa male al suo cappello, che lo tortura, e che ha uno sguardo strano. Finisce la cerimonia e lui saluta e ringrazia tutti e poi sta fermo, era ancora fermo li a sera e la mattina dopo, così raccontano, era in piedi nel medesimo punto, col suo cappello in mano. Mio padre e altri andarono a parlargli. Il suo problema, disse, era che non riusciva a tornare nella sua casa ora che era vuota. Aprirono i negozi e lo portarono a fare colazione e poi, per svagarlo, girarono un po' con lui. Qualcuno aveva avanzato l'ipotesi di una nuova moglie. Aveva gregge e casa e si sapeva che era onesto quindi sarebbe stato semplice, ma non era bello che accadesse subito. Lui tacque. Lasciò parlare. Poi, passeggiando in un negozio di cianfrusaglie e roba usata, trovò una valigia piena di libri che costava quasi niente; ne saggiò il peso e si dimostrò pensieroso. Gli altri valutavano le possibili candidate e lui disse “prendo la valigia! Pesa quanto mia moglie e i libri avranno cose da dirmi come ne aveva lei!”
Erano stupiti ma se bastava quella valigia per toglierlo dalle vie del paese, poiché ormai tutti erano a disagio per quel novello vedovo disorientato, se bastava così poco … e lui partì. Fece la sua ora di strada e non lo si vide più per un mesetto. Ogni tanto qualcuno in casa diceva che era tornato sereno. Stava forse un po' troppo da solo, ma lo vedevano sempre con un libro in mano quindi non si preoccuparono più.
Io, incuriosita, osservai i libri di casa. Non sapevo ancora leggere. Per me non era ancora tempo di scuola. Fu così che le mie passeggiate in compagnia di Reja, la mia cara cagnona, mi portarono intorno alla sua casa-ovile. Guardavo da lontano e lo vedevo seduto vicino alla fontana. Reja giocava con Lakmitar che era grosso pelosissimo buono e goloso di tutto e sempre veniva a controllare se nelle mie tasche era rimasta qualche briciola. E lui, il pastore, alla terza volta che passavo da li, come sua moglie, mi chiamò e mi offrì qualcosa da mangiare. Era strano. Era lui, ma era anche un po' sua moglie. Non so spiegare. Mi disse che il dolce era poco buono perché stava imparando a farlo e invece era buono davvero e la sua carezza aveva la delicatezza di sua moglie anche se le sue mani erano di legno grezzo che quando mi toccava la guancia prima, quando la moglie c'era ancora, sembrava carta vetrata. Mi ricordo che guardai il libro, lui me lo porse e chiese “ti piace?”, e feci si col capo. Lo sfogliai e c'era una figura. Era un uomo a cavallo, un uomo vestito come non avevo mai visto. Mi chiese “sai chi è?”, feci no con la testa e lui mi disse che era un re e iniziò a raccontarmi la sua storia. Era una storia bellissima (scusa la ripetizione, ma è come se ti stessi parlando, è come se tu fossi qui, ma nascosto per gioco nella nebbia) e quando finì me ne andai soddisfatta. Il giorno dopo tornai e poi ancora e ancora e lo sapevano che andavo ad ascoltare le sue storie.

Poi andammo via. L'Italia, andai a scuola, mi tagliai i capelli perché mi mancava qualcosa e … e scusa, sono un po' emozionata sai, due giorni fa entro in un mercatino dell'usato. Lui aveva perso la moglie e io la nonna? no. Non è quello. Il punto è che io non so che fare … anzi, mi correggo. Non sapevo che fare, e in quel mercatino è accaduta una piccola cosa quasi incredibile. Amo i libri, vado fra i libri, e vedo uno scaffale con sopra scritto lingue straniere. Mi batte un po' il cuore. Qualche parola della mia lingua per favore! Un libro anche messo male ma che io lo possa toccare, annusare e che sappia di casa! Ed eccolo li, il primo libro che vidi dal pastore … ugualmente stinto e consumato. Mi tremano le mani … mi credi? Trovo l'immagine dell'uomo a cavallo. Mi viene da piangere, e tutto questo, questo che per me è un tesoro inestimabile, mi costerà sessanta centesimi. Pazzi coloro che pagano per quel metallo che si chiama oro. Questo … questo....
e arrivo a casa, mi chiudo in camera e leggo. Leggo e... e non c'era niente di quel che il pastore raccontava.
Ero disorientata e delusa quasi offesa. Non sapevo cosa pensare, ma di notte, nel sogno, lo rividi e compresi. Era di fronte a me che teneva il libro chiuso sul petto e inventava le storie, per me, per se stesso, per vincere la sua solitudine.

Ora ho le sue storie da raccontare. Ora i miei capelli cresceranno e grazie a lui, e grazie alla nonna e anche a te che hai mi hai detto che ho la sensibilità giusta per scrivere, grazie a voi ora so cosa fare, e … diventerò bella solo, almeno per me stessa … se saprò raccontare.

giovedì 1 dicembre 2016

Una notte del poeta Giovan Battista Marino a RAvenna (breve atto teatrale)

(Il Marino (1569 - 1625) stette due anni circa a Ravenna. Come per Dante (1265 - 1321), una giustizia fra le tante in Italia, non gli dava pace. e una notte...)

Notte
Stanza lussuosa ma nel contempo decrepita e semplice. Un Tavolo massiccio ed enorme sulla destra del pubblico, pieno di libri. Al centro un letto con dentro un uomo coperto da una pelliccia. Si vede solo la sagoma del corpo. Al fondale una finestra dalla quale per mezzo di una luce fredda, lunare, si vede un rudere di sapore romano. A sinistra la stanza non ha muro. Muschi e foglie secche entrano fin sul pavimento della stanza. Si vede bosco, assai rado e nebbia che pervade anche la stanza.

Si sente ululare.
L'uomo nel letto si muove, poi si siede e alla fine si alza. È perfettamente vestito. Mette gli stivali, tiene la pelliccia addosso e si siede ad una sedia.
Si dondola un po'. Accende un candelabro:
Ravenna. Rifugio per peccatori e penitenti!”
ride. Batte i piedi per scaldarsi
Questa umidità.... Anche tu, Durante, fuggivi e qui trovasti un simulacro di dignità ...”
appare la luna e proietta su un lato l'ombra grande del candelabro, essa è poco chiara poiché è acceso.
Marino (M) osserva l'ombra e decide di spegnere le candele.
Ora … cara ombra, sei più bella dell'oggetto che ti designa!”
ride grassamente e si siede in modo che i raggi della luna piena, che ora ben si vede dalla finestra, mostrino anche l'ombra della sua testa.
Gioca con le mani e la l'ombra del cane.
Ciao cane! Almeno tu, ombra di cane … fammi compagnia!”
poi scompone la figura aprendo la mano e si accorge che appare qualcosa sul luogo ove era l'ombra del cane. Questo mistero s'ingrandisce e da puntolino informe diviene piccola, ondeggiante, figura di donna.
Ah femmina della mia fantasia! Manchi alle mie carni da tempo! E ora ti sogno ad occhi aperti ...”
M sospira. “Vai via!” prima sussurrato poi gridato poi ripetuto sempre più velocemente. Poi soffia e l'ombra vibra ma non si muove.
Ma cosa vuoi da me … ombra di femmina ...”
e l'ombra s'incammina lenta, modificando i suoi contorni sugli oggetti finché non sembra sparire in un libro. M lo prende e sfoglia …
Tu … Commedia … vuoi parlarmi in questa notte che mi fa veder miraggi …” apre il libro a caso
ti ho letto troppo … non mi va anche stanotte”
sente poi brividi. Si stringe nella pelliccia e va alla finestra. Durante degli Aldighieri … tu … divino nelle parole in questo purgatorio di ruderi zanzare e nebbie …. e ci sei morto! Brrr!
Si sentono dei passi … M si guarda intorno.
Chi è … la figura si rimaterializza ed esce dal libro. Il rumore dei passi coincide con il suo movimento. L'ombra si fa grande come una persona e, dove il muro termina sembra sparire ma appare una persona vera, luminescente, in bianco.
Uno spettro! Mi sia concesso o dio di aver timore dei miei peccati passati e di renderti l'anima … ma questo no di grazia. No Noh. Prendermi così, con lo spavento e la pelle d'oca, come il bimbo che ha paura del buio. Ma … pensavo di non meritarlo!”
S'inginocchia e alza il volto che nella luce lunare si mostra con gli occhi chiusi e le mani giunte.
Dante (D) “alzati col corpo e con la dignità”
M, con gli occhi chiusi “chi sei”
Colui che stimi sopra tutti e che pensi così intensamente da … da togliermi il sonno”
M “sei venuto a prendermi?”
D ”prenderti? O suvvia! E per portarti dove?”
ma nel regno dei morti … so di non meritare il Paradiso...”
D “vero … ma sei io dissi …. (colpetti di tosse e recitare se stesso) io non Enea, io non Paulo non sono e comunque meritai poi quel sogno, tu non puoi accedere”
M “nemmeno in sogno?”
D “puoi sognare, ma sei troppo carnale per poter vedere anche solo il riflesso infinitesimo della fiamma del Paradiso … e o quelle dell'infero. Apri quegli occhi. Non fare il grullo. Per colpa tua la notte non dormo da quando sei venuto qui, in Ravenna, quindi sopporta la mia immagine !”
M apre gli occhi “… Deve essere stato quel vinello rosso di San Leo e le carni troppo speziate … di solito sogno monna Silvietta....che tu non conosci ...”
D ”sono morto e infinito è ora il mio intelletto … Monna Silvietta te la vedo sognare ed è anche un mio diletto”
M ”la rima … bello”
D ”sono un po' arrugginito. Mi hai fatto tornar la voglia. Cicerone parlava di Archia al quale bastava dire una parola e lui partiva rimando tutto e tutti. Anch'io facevo così. Era il nostro divertimento, e io che stavo a metà fra la lingua alta e quella bassa, prendevo dal popolo e dai letterati. Da ser Brunetto e dal cenciaiolo”
M ” E' così ancora Maestro ….”
D ”lo so”
M ”Lo sa?”
D ”certo. Tu possiedi solo il tempo e lo spazio della carne, io li possiedo totalmente ...”
M “e allora dimmi di me … del mio futuro ...”
D ”non posso … cioè potrei … ma non ha senso … ti farei solo del male”
M ” è quindi così brutto quel che mi spetta dall'esistere?”
D ”no, perché lo pensi … tu ora ti stai agitando, ma io non posso perché so cosa vuol dire il raccontare il futuro ad un'anima incarcerata nel corpo. Sarebbe angoscia. Se ti dicessi la data della tua fine carnale, nel vederla avvicinare impazziresti, se ti dicessi la malattia che ti spegnerà, diventeresti ipocondriaco, se ti dicessi quale donna sarà femmina e amore, tratteresti tutte quelle che non portano quel nome … come sgualdrine ...”
M ”vero … e della mia poesia che mi dici!”
D ”meriterà l'attenzione degli studiosi e l'oblio del popolo”
M ”e la tua? Durerà almeno la tua? Nulla è etterno, ma ancora alle soglie, ed oltre il secondo millennio, mi canteranno le genti e anche in altri luoghi, Albione prima fra tutte, studieranno apposta la lingua d'Italia per dondolare al mio ritmo.”
M “ e sarà molto diverso quel futuro?”
D “diverso negli oggetti. Per il resto sempre il medesimo … e proprio oltre la soglia del secondo millennio, la plebe, tornata analfabeta … riprenderà a giocare con le rime. Si chiamerà rap … e in fondo era quel che facevano Archia e anche Virgilio e io. Virgilio si faceva lo schemino di un capitolo. E poi la mattina, se si era svegliato bene e si sentiva in forma, rappava quella pagina. Lo schiavo scriveva e poi dopo Virgilio correggeva...”
M”un'altra rima!”
D ”dove?”
M ”lo schiavo scriveva e poi dopo Virgilio correggeva ...”
D ” non me n'ero accorto … bruttarella ...”
M “effettivamente …”
D “ma dove ora risiedo ho ben altro da fare ...”
Dante nel frattempo si è seduto e anche Marino.
M ”farai compagnia alle mie notti?”
D “fossi matto! Il tuo pensarmi così intenso mi ha dato insonnia …
vedi … la vita oltre la vita continua … e anche tu devi continuare …
M “ma non so cosa … mi sono arenato come te in questa palude di città tutta ruderi ...”
D “ … e zanzare … ci son morto io per quelle bestiacce ...”
M “due poeti … permetti di mettermi nel novero di questi, anche se in tono minore al tuo … due poeti caduti qui per sfuggire alle leggi”.
D “alle leggi degli uomini … ma non a quelle di Dio … segui quelle … e distraiti meno coi corpi delle femmine ...”
M “non è facile. Troppo belle a Vinegia che per colpa loro in giorni di nebbia come questi, due volte son finito in canale ...troppo procaci le popolane di Roma che mai la notte riuscivo a riposare se non ne avevo corteggiata alcuna … e Ravenna. Ridono che l'aria diventa una festa. Hanno corpi morbidi … che siano piene di nebbia? E una pelle che le mie labbra non si stancano di sfiorare anche solo in un baciamano.”
D “e non saremo gli unici poeti in questa città sbriciolata. Nel futuro un romantico uomo spenderà una parte importante del tempo della sua breve esistenza per un amore … poi morirà in Grecia per un sogno”
M “di lui che sai dirmi?”
D “Byron d'Albione lo chiameranno e triste sarà il destino del suo corpo. Lo metteranno in una botte piena di alcol e poi viaggerà oltre Gibilterra fino alla patria. Il comandante della nave consegnerà il poeta alla civiltà e venderà la grappa alla plebe …. grappa alla Byron”
M “davvero? Se era un grande poeta mi dispiace”
D “era sincero … questa era la sua grandezza. Ora vado”
M “ho speranza di incontrarti di nuovo?”
D “No. Ho chiesto licenza di venire qui per invitarti a non turbarmi. Pensami leggermente e vivi … per favore. So già che nella tua solitudine desidererai ancora una notte come questa … ma non si può … ma non comprenderai e attenderai due anni fra questi miasmi, in questa terra dove cadde Fetonte e il corpo del figlio di un immortale, quando si decompone impiega millenni … vattene. Torna alla vita.
M “immortale? Fetonte era figlio del sole! Ma allora non è il dio dei cristiani ma un altro che lassù Regna?”
Lo prende per un braccio, ma Dante se lo scrolla da addosso e si allontana andando dietro il muro dal quale era apparso. Riappare l'ombra e Marino la vede dirigersi verso il libro e sparire.
Marino sospira, torna a letto e dice
Grazie Sommo della visita … e spero di non disturbare più il tuo sonno e i tuoi compiti sublimi ...”
si avvolge nella pelliccia. fine

martedì 18 ottobre 2016

Meditazione su Dario Fo e Bob Dylan che stimo ...

All'itaglia (non è un errore...) non vanno a genio gli artisti che non obbediscono. 
Questo è il problema. 
Nell'immediato secondo dopoguerra Togliatti vagava per la penisola nell'intento di accaparrarsi artisti e scrittori anche se di fama discussa per poter far vantare al partito comunista una scuderia di riguardo. In cambio pane e formaggio per tutti e se rigavi dritto pure carne e gloria. Clamoroso il caso di Curzio Malaparte, questo scrittore immenso che fu fascista della prima ora ma poi, deluso da quel che Mussolini divenne una volta al governo, non esitò a criticarlo nel volume “La tecnica del colpo di stato”. Quando poi toccò sul vivo il ministro dell'aviazione col volumetto “Barba di ferro”, il fascismo fece il possibile per far rincasare questa star internazionale che stava “sputtanando” il duce e collaboratori con cognizione di causa. Malaparte fu arrestato e chiuso al carcere di Regina Coeli e poi mandato al confino. Aiutò poi gli americani per la liberazione dell'Italia e i suoi libri sono forti, potenti, spesso oltre la realtà dei fatti per descrivere le verità storiche e anche quelle personali, ma questa è licenza che un artista può e deve spesso prendere per dare visione chiara di un'epoca. Kafka per descrivere i primi del novecento utilizzò l'irreale trasformazione (e non metamorfosi) di un uomo alienato in “un mostruoso insetto”, e ci riuscì benissimo. Fitzgerald con “Un diamante grosso come l'Hotel Ritz” utilizzò di nuovo una misura che va oltre il reale per … descrivere la realtà. Tutto normale, e in itaglia, Savinio e Manganelli sono stati genialmente al loro livello. Ebbene, Togliatti cercò di accaparrarsi Malaparte coccolandoselo fin sul letto di morte. Pulì il passato orrendo di Vittorini che oltre a scrivere da schifo fu ospite a Weimar di Goering al convegno degli artisti nazisti nel marzo del '42 (in compagnia di un certo Eugenio Montale), e dopo sei mesi? un anno? ...era già partigiano. Guttuso! Che vinse il fascistissimo premio Bergamo e fu fascista finché gli convenne scrostando poi le dediche al duce per inneggiare al comunismo.
Potrei proseguire, ma è musica ben nota all'ipocrita di turno. Preferisco e stimo un Vitaliano Brancati che da ragazzo si entusiasmò di Mussolini e gli dedicò pure un pezzo teatrale. Poi dalla sua Sicilia approdò a Roma e come Malaparte vide che si trattava di ben altra faccenda che di un ideale di onestà ed ordine e, dopo essersi aggiudicato il concorso per l'insegnamento, in silenzio, senza farsi notare, tornò nella isola patria a fare il professore, lui, geniale, quasi inosservato, che seminò l'amore per l'ideale e l'arte in Leonardo Sciascia che fu suo allievo. Quest'ultimo poi, di sinistra si, ma non obbediente, al punto da essere assai maltrattato proprio perché pretendeva di potersi permettere il lusso di pensare ad alta voce. Dario Fo stesso che quando si mise di traverso sulle posizioni della sinistra italiana fu accusato di essere un repubblichino e a ben poco è servito che dichiarasse che si trattò non di scelta ma di obbligo per la sopravvivenza. E L'ultimo caso che poi ricordo, Mario Luzi che, nominato senatore a vita venne assai maltrattato dall'agone politico poiché, di nuovo, voleva essere coerente con se stesso, misura assurda in un ambiente nel quale l'ipocrisia è stile di vita condiviso in modo religioso.
Ecco quel che accadde a Dario Fo. Messo da parte perché non addomesticabile, e una volta morto al funerale arrivano a lisciarlo, ora che starà sicuramente e definitivamente zitto, anche coloro che gli hanno augurato spesso una paralisi alla lingua!
Un esempio illuminante … conobbi Umberto Eco poiché frequentai delle sue lezioni e anche perché me lo presentò il filosofo Paolo Rossi. Una mattina lo incontro in via Zamboni. Era appena uscito il suo “Baudolino” e mi complimentai con lui sotto i portici. Lui ironizzò in un modo che deve farci pensare. “Noooo! Non puoi averlo letto! Umberto Eco non lo si legge. Lo si compera e lo si tiene bene in vista in salotto per un mesetto e poi lo si butta nei piani bassi della libreria!” Insistette col dire che forse con “Il nome della Rosa” qualche lettore lo aveva avuto, ma poi non ce ne sono stati più”. Poi buffonescamente, con una bella risata, mi disse: “dici di averlo letto!?! ora ti sbugiardo perché ti interrogo! Come si chiama il cavallo del protagonista!”
risposi correttamente e lui mimò una sorpresa quasi irreale dichiarandosi debitore di un caffè che poi consumammo al caffè del Museo qualche giorno dopo, luogo dove lui spesso si rifugiava, ad un tavolino, solo, nell'ultima sala in fondo. Si sedeva, la schiena si curvava e diventava in un attimo vecchissimo. La recita di se stesso era sospesa per qualche momento, poteva essere se stesso, poteva finalmente, liberamente, soffrire, e io sapevo che soffriva ancora per amore. Nessuno osava disturbare quella metamorfosi, nemmeno quei tafani noti col nome di lecchini. C'era qualcosa di enorme in quel silenzio del corpo, in quel viso che, tolta la maschera, urlava ancora il sangue di un sentimento. Mi vide lui e mi disse “ti devo un caffè … ma ti è piaciuto veramente?”; “si, mi è piaciuto, finalmente ne stai uscendo” “si, ma non sono più io ...” eccetera.
Ebbene, lui che era prima di tutto un intellettuale che si dichiarava di sinistra, dovette lottare per negare di essere appartenuto a quella finzione tutta universitaria nota col nome del gruppo '63, di fatto mai esistito, poi iniziò a strappare la tessera che il partito gli inviava, ma non riuscì mai a dire chiaramente che lui in quel partito diventato un ufficio di collocamento per amici degli amici, non si sentiva più a suo agio.
Tonino Guerra mi diceva “sono si un comunista, ma un comunista zen!” e voleva dire e lo diceva, che con quella gente li lui non voleva avere a che fare; lui che ebbe ospite nella sua casa di Mosca spesso quel Napolitano che poi ha svenduto la dignità italiana. E non si capacitava Tonino della metamorfosi che io spiegavo essere dovuta all'aggiunta di un terzo occhio sul suo viso … frase che qui non spiego ma che a Tonino rivelai in tutto il suo senso.
Avete dubbi sulla coerenza della sinistra itagliana in rapporto con la cultura alta? Leggetevi i primi due romanzi della Ortese … un genio che ha toccato secondo me la perfezione col suo ultimo “Alonso e i visionari”. Leggetevi “Poveri e semplici” e la seconda puntata che si intitola “Il cappello piumato” e scoprirete che già nel 1952, la sinistra non esisteva più in senso ideale. E infatti la Ortese fu rispettata individualmente da personaggi come la Maraini o Visconti (che spesso la aiutava economicamente), ma ufficialmente ignorata, perché ammettere la sua esistenza corrispondeva dover prendere atto dei messaggi della sua opera e decidersi a fare autocritica ... ma la sinistra, non voleva, non poteva, perché come vi ho detto, già nel '52 la sinistra non esisteva più. Ricordate per cortesia che ignorare, nell'attuale sistema mass mediatico, equivale ad uccidere, e lei fu uccisa. Ora, e ora è un'altra epoca, si grida al genio anche da parte di chi l'ha ignorata per ordine di partito.

Si passi poi alla letture de “I tre amici” di Mario Tobino, tenendo conto che con nomi finti si descrivono fatti veri ed enormi. Sempre guarda caso, nel 1952 …. leggere e meditare … per scoprire di conseguenza che attualmente la sinistra che non c'è ha ancora e sempre i suoi “nuovi” artisti ufficiali, questi obbedienti che faranno e fanno carriere con un bicchiere di talento in un mare di presunzione. Il regista Paolo Sorrentino e il tuttofare Roberto Benigni sono a cena col presidente Obama... Sarebbero quindi il meglio dell'Italia! Sugli scienziato presenti a quella tavola, taccio.
Nel mio blog smontai il film di Sorrentino che dimostra delle incongruenze che lo distruggono come senso e ritengo che colpisca allo stomaco ma mai al cuore. Benigni … letturina in parlamento, Dante in tivù … nella patria di Alberto lupo e di quel genio di Carmelo Bene inneggiare ad una mediocrità simile può accadere solo se viene imposta! Ma quando saranno i migliori e non gli yes men a brillare! E quale sarebbe il vantaggio! E' presto detto. Se un grande, uno veramente grande ti dice bravo! Continua così! Ti senti rinfrancato, ti fai coraggio, in un sistema mondo nel quale solo l'economia è religiosamente assecondata e campi per anni con quella perla nel cuore. Ma se uno yes man ti dice qualcosa ... Uno yes man può solo raccomandare, per l'intuizione della qualità artistica non ha le capacità. E non mi interessano gli Oscar vinti che di solito sono parte programmata, calcolata, del lancio di una pellicola.
L'italia ha Crialese e Tornatore, la Capriolo e Vecchioni e Mogol e de Gregori! Gente vera! Opere vere!
E ripenso a Sebastiano Vassalli che dava fastidio, poco ma lo dava, e fu candidato al Nobel dalla Norvegia …. una bella umiliazione che gli altri rispettino i talenti che l'Itaglia non vede anzi … non vuole vedere!
Pensare poi che i due grandi del secondo dopoguerra … Flajano e Savinio, la stragrande maggioranza degli italiani nemmeno sa che sono esistititi …. accadde e continua ad accadere perché non erano allineati, erano liberi liberi liberi e la loro opera fa crescere …
Altro esempio. Io scrivo, ho frequentato l'università e alla seconda laurea il mio relatore, non faccio nomi ma sulla pergamena lo si può leggere, mi chiese se mi sarebbe piaciuto insegnare. L'ambiente di filosofia a Bologna era una gabbia di belve scatenate per pochi pezzi di carne, per pochi posti. Ero un po' titubante e dissi “si, si può provare, anche se l'ambiente mi sembra troppo nervoso”, “hai la tessera??” chiedo quale, mi viene detto e dico no, facendo presente che è indubbiamente un onore essere considerato degno di una carriera universitaria e che se veramente mi si stima, quel pezzo di carta non sarà necessario. Il giorno dopo, già il giorno dopo, mi resi conto che tutti i docenti affiliati alla cosca di quel barone, mi avevano tolto il saluto. Non esistevo più per loro. Bruciato, finito. Non mi era svenduto, ero pulito, ma ero uno zero. Ero solo.
Questa è l'Italia che ha messo in un cantuccio un grande come Dario Fo che però non ha potuto ignorare completamente perché Stoccolma lo ha premiato e reso noto, trattato da stupido Mario Luzi, tentato di screditare le verità di Sciascia (si legga “Nero su nero ...”), scordato Vassalli, e ora mette in croce Erri de Luca, che ha dovuto subire un brutto processo, una vera gogna mediatica in fondo per coerenza etica che disturbava grandi interessi e ora, di recente, sta difendendo degli alberi … amato dalla gente, e sarà osannato da morto, quando si sarà sicuri che non darà più fastidio, anche da chi ora lo vorrebbe morto.

E Ora Bob Dylan …
In itaglia, primo fra tutti Baricco, è indignato. Lui, la voce occulta dei discorsi di Renzi, che ha rifiutato l'incarico di ministro della cultura perché da dietro le quinte ci si destreggia meglio … e non solo lui.
Sono cantanti! Non c'entrano con la letteratura!
E invece c'entrano e ve lo dimostro.
Avevo circa vent'anni e mi ritrovai ad essere finalista ad un premio letterario di poesia in Toscana. La giuria tecnica aveva scelto i quattro finalisti. Il vincitore doveva essere decretato dai cento voti della giuria detta popolare, composta da studenti delle superiori. Insieme al premio c'era anche un miniconvegno sulla poesia. I quattro docenti si lamentarono dicendo in forme diverse che in Italia la poesia non va perché la gente non legge. Chiesero poi che parlasse qualcuno dei finalisti. Nessuno si mosse e decisi di dire la mia. Feci presente all'uditorio che secondo me in Italia la gente non leggeva i poeti contemporanei perché erano troppo intellettuali. Non c'era un Neruda, un Lorca e in più l'ambiente dei poeti era assai chiuso. I quattro docenti tentarono di togliermi la parola letteralmente indignati. Mi insultarono, non scherzo, e io per reazione rincarai la dose. Dissi che è un ambiente chiuso nel senso che oggi io premio te domani tu premi me e così siamo tutti contenti … dimenticandosi del pubblico che ovviamente in questi giochetti non è invitato. Ma si sa che la gente legge con lo stomaco e anche col cuore e lo fa solo se l'opera è di valore quando l'anima di quel popolo h fame di ideali come nel secondo dopoguerra ... e non se l'autore ha vinto dei premi. Cinzia Tani Tempo fa pubblicò un libro intitolato Premiopoli … l'Italia ne ha a centinaia, piccoli, grandi, poveri, ricchi, di tutte le consorterie ecc e la gente lo sa che un premio tende più a confermare l'appartenenza ad un certo “giro” che non un valore. Ricordai un fatto accaduto ad Umberto Saba. Ad un premio fu totalmente ignorato e mentre usciva dalla sala, due ragazze gli si avvicinarono con una copia di un suo libro chiedendo un autografo e facendogli qualche domanda. Si allontanò dicendo ai presenti che il premio lo aveva vinto lui … glielo aveva appena dato la vita, la vita di tutti i giorni, quella che palpita.
Quella sera in Toscana ci fu una serata di gala dalla quale fui cacciato mentre gli altri tre finalisti si sedettero. Il silenzio di fatto non dice nulla ma è accomodante. Il giorno dopo, purtroppo per i quattro indocenti, vinsi io. Settantatrè voti su cento …. e il più feroce del quattro insultatori mi consegnò un oggetto che doveva essere un piacere ricevere e che invece mi fece capire definitivamente in che mondo vivevo … a vent'anni. E non finì … il più agguerrito, professore a Urbino, si trasformò in amicone e mi invitò nella bella cittadina delle Marche. Stupefatto ci andai e ricordo a pranzo due momenti del dialogo. Nel primo mi consigliò di diventare docente. “Vedi quanto sono brutto io! E comunque almeno una per sessione me la porto a letto!” ed era ben fiero di quel che diceva. Comunque verso la fine del pranzo, davanti al caffè pianse perché la sua famiglia era a pezzi e non capiva perché sua moglie non volesse nemmeno più parlargli. Ed effettivamente quella signora si comportò in modo “assurdo” non trovate? Lo rividi solo in un'altra occasione, per caso a Bologna, era con una presunta segretaria lui che segretarie non ne aveva, e cercai di defilarmi anche se non fu semplice. Anni dopo, sfogliando con accurato disinteresse (il piacere delle abitudini …) il quotidiano “La Stampa”, nella pagina di apertura dell'inserto dedicato al festival della letteratura di Mantova, vidi a tutta pagina la sua foto. C'era scritto che era poeta e che era ospite d'onore … una tristezza.
Questo fatto spiega la mia tendenza alla solitudine. Studio e me la vivo col cane. Non rifiuto il dialogo ma non ne voglio sapere di incontri troppo folti perché o finiscono in niente o fanno parte di una vita sociale che ho imparato a considerare tempo perso.

Questo ricordo del premio letterario, che insieme ad altri fatterelli altrettanto pregni di significato, mi hanno fatto preferire un sano isolamento, devono farci pensare. Non sono esperienze solo mie. Ci si sbatte il naso. Sei dall'editore? Arriva l'Editor che è l'imbecille incaricato di farti cambiare parti del testo che non vanno bene. Non vanno Bene a chi? Non lo saprai facilmente. Se ti impunti niente libro oppure forse arrivi ad un nome, gli parli e scopri che è un intellettuale e non un artista, che è un po' come andare dall'idraulico quando hai mal di denti, uno zero assoluto di senso. L'intellettuale deve arrivare quando tutti gli artisti sono defunti e già ben secchi da anni per intendere un dieci per cento e fraintendere il resto. Finiti i bei tempi che la selezione della qualità avveniva dalla lettura di brani in terza pagina, ora affidata ai critici, oppure per esempio … alla Einaudi c'era un fenomeno geniale come Pavese del quale giudizio mi sarei fidato con stima. Morto lui la generazione dopo ha fatto sfaceli. Uno per tutti Vittorini che ha scartato “Il Gattopardo”!!!!!!

Immaginiamo ora l'anima di un popolo che canta, comunque canta, non può fare a meno di cantare. Non c'è più spazio per i poeti poiché l'ambiente è diventato autoreferenziale e chiuso, una cosca ridicola … si può dire quindi che la poesia è morta? Si, è morta all'interno della cosca, ma non in un popolo e, come i pittori scacciati dalle gallerie che pensano solo alla speculazione hanno iniziato ad imbrattare i muri delle città, così il poeta è tornato per strada a cantare.
Francia e Italia, le nazioni nelle quali l'ipocrisia di sinistra si è istituzionalizzata divenendo rigidissima (o dentro e obbedisci o fuori … e dimenticato) ha prodotto le scuole migliori in Europa. Negli Usa, la sfida fu invece generazionale. Ci basti leggere il diario di Sylvia Plath, aggiungendo il teatro di Miller (per esempio “Erano tutti miei figli”) per “sentire” la crisi. La generazione dei padri, perbenista, finta, coi soli ideali dell'apparenza da salvare e dell'arricchimento a tutti i costi, si ritrovò la generazione dei figli che reagì maluccio. Si chiama beat generation; idealizzò nel sessantotto e solo ora che la generazione dei padri è quasi tutta sepolta, ha potuto premiare col Nobel un suo simbolo, quel Bob Dylan che ha cantato dei principi morali, credendo veramente in essi. Mi piace far fare una ricerca per comprendere questo personaggio. Si inizi con Voltaire e il caso Calas, Poi Zola con Dreyfus, e infine Bob Dylan con Hurricane. Il settecento, l'ottocento e il novecento che ci mostrano un artista ciascuno che per mezzo dei mass media, utilizzano e rischiando la loro personale e redditizia notorietà per far riaprire dei processi che avevano portato a condanne ingiuste, e nel caso Calas purtroppo solo alla riabilitazione postuma. Collaborare, fare comunità, credere che il bene è bene se fatto bene e non per interesse personale. Vi pare poco dare un Nobel ad un personaggio simile? Io glielo darei anche per la pace!
E ora l'Itaglia. Anni fa, proposi alla principessa Esperia Caracciolo in un salotto piacentino, a lei che collaborava col Club Tenco, di fare una lettera per candidare De Andrè. Qualcuno rise. Insistetti. Risero quasi tutti. Ora rido io, ma con amarezza.
Come artista De André era ed è più importante e più completo di Bob Dylan di Neil Young, e di chiunque altro. Voce stupenda, capacità musicale unica e testi che son poesie eccellenti. Della poesia italiana , che per sopravvivere si è fatta accompagnare della musica, ora Vecchioni e Mogol, giustamente sono candidati e io aggiungerei anche de Gregori. Se poi penso a Baranduardi, Eugenio ed Edoardo Bennato, Jannacci, Fossati …. l'elenco diventerebbe smisurato. La poesia italiana c'è, è viva e lo dobbiamo a loro. La cosca di poeti che si autopremiano escludendo il pubblico col disprezzo riservato all'inferiore, all'incompetente, ha perso ed è fuori definitivamente dalla storia.

amen





lunedì 26 settembre 2016

Il problema delle mense scolastiche in Italia

Raramente mi sporco le mani con l'attualità spicciola e il motivo è semplice. Non sono per nulla affidabili le fonti. Diceva il barone di Charlus nella Recherche, che leggere un quotidiano è come lavarsi le mani .... lo facciamo senza pensarci. ai primi del secolo questo nobile Guermantes aveva perfettamente ragione perché lui essendo in cima alla classe sociale più alta, disponeva di due possibilità eccellenti. Ignorare in quanto onnipotente, e saper dove attingere personalmente la realtà.
I media di oggi sono un insulto all'umanità e non ci si può difendere. Se a suo tempo pensavo che facessero propaganda o occultamento o deformazione di notizie solo in certi casi di una certa rilevanza che mettevano in gioco equilibri tosti, un problema in sé trascurabile come quello delle mense scolastiche italiane rivela che la spudorata menzogna appartiene ormai anche alla sfera del piccolo.

Veniamo al fatto, quello vero. Le mense delle scuole dell'obbligo sono quasi sempre il non plus ultra della schifezza. Conosco molte maestre e posso dire che nei tre gradi di scuole dell'obbligo italiane sono quelle che soffrono e sgobbano di più. Ebbene, i racconti che mi fanno sono men che ridicoli. Vi posso parlare per esempio (non è necessario far nomi) di alcuni comuni del centro Itaglia (errore volutissimo) che "subiscono" i pasti dell'unica azienda che si presenta alla gara d'appalto. I genitore che fanno monitoraggio mensa e gli insegnanti stilano quotidianamente resoconti sulla qualità del pranzo e quasi sistematicamente il giudizio è veramente avvelenato. Sono anni che la faccenduola va avanti e chi di dovere, ad esempio assessori e sindaci, sono latitanti. questi sono i fatti.
accade che lo scorso anno, poiché le varie lamentele non hanno sortito effetti, in nord Itaglia, alcuni genitori si sono affidati ad un legale. ecco l'equazione richiesta e negata quasi totalmente dalla stampa: La mensa è scadentissima e costa pure salata, chiediamo di dare noi genitori il cibo ai nostri figli che mangeranno in mensa.
Non è legittimo? se aggiungo poi che i menù vengono pure stilati da dietologi pare aggressivo visto lo schifo che arriva ai figli di questa itaglia, mandarli in esilio (unica vera punizione per l'itagliano che sa sentirsi a casa pure nelle patrie galere...) minimo in Antartico?
.... e oggi su "La Stampa" qualcosa trapela e questo quotidiano che dovrebbe rappresentare Anche il Piemonte non poteva più far finta di niente perché in quella regione la quantità di richieste per portare  i pasti da casa è stata altissima. E a Milano col suo celebre "corriere della serva", giornale ipocrita che infanga a comando e altrettanto a comando occulta? sul corriere nulla. A Milano il problema non esiste! eppure è proprio in questa città che i comportamenti del comune si sono rivelati più disumani e ridicoli. Una bambina con il suo pasto portato da casa per motivi d'igiene ha dovuto e continua a mangiare isolata, in un'altra stanza. So per certo che è stata volontà della figlia chiudere con quei pasti e che la madre quotidianamente le chiede se se la sente di continuare a mangiare isolata. La figlia resiste e non ne vuole sapere di quella roba ... e invece sui media risulta che una madre senza cuore usa la figlia per le sue battaglie e la sta facendo soffrire.
Accade poi che, dopo anni di lamentele e lettere sempre senza risposte, ora i comuni invitino al dialogo, proprio loro che se ne sono altamente fregati.
Da qui colgo l'occasione per ricordare agli italiani (scritto bene) se ne esistono ancora, che anche questo fatto dimostra quanto i politici eletti non curino nemmeno nelle piccole faccende gli interessi della comunità. Sarebbe ora di vedere un po' di folla arrabbiata nelle piazze.
Porto un esempio che deve far comprendere come l'italiano attuale è percepito all'estero.
In Francia Hollande ha imposto il Jobs act in modo assolutamente non democratico e tuttora coi sono manifestazioni agguerrite che non finiranno .... quando iniziarono a scendere in piazza i parigini dissero e scrissero "non siamo fessi come gli italiani" .....
Certo è che il giornalismo in Itaglia è ormai quanto di più squallido si possa avere....
e mi limito a narrare solo la superficie e a tacere il resto ....
Quindi occhi aperti e un poco di rabbia ... almeno per far mangiare decentemente i vostri figli!