martedì 16 agosto 2016

Sulla poligamia nell'Islam (risposta ad articolo di Massimo Campanini del 15agosto 2016 pubblicato su "Il fatto quotidiano")

Buongiorno. Non sono musulmano e probabilmente nemmeno cattolico, le parlo da studioso.
Ho sofferto un poco leggendo il suo articolo e le spiego perché. 
Trovo che sarebbe stato interessante ed edificante per il lettore de "Il fatto quotidiano", comprendere il perché della poligamia, perché esistette.
Le ripeto cosucce che sicuramente sa bene, ma ritengo sia necessario che le sappia il lettore; comprendere equivale a tollerare anche in una dimensione evolutiva.
L'ebraismo era poligamo ad una precisa condizione (e di fatto lo è teoricamente tutt'ora). 

Se la moglie di mio fratello rimane vedova io la sposerò per dare un padre ai suoi figli. 
Questo era il comportamento consigliato e la sua motivazione risiedeva nel fatto che esisteva un vuoto normativo nei confronti della donna che rimaneva vedova e ancor più per tutelare i suoi suoi figli. La persona giuridica dei figli maschi prima del Bar mitzvah (circa 13-14 anni) era inglobata in quella paterna. Se mancava il padre giuridicamente si rasentava il nulla. Maometto visse questa tragedia. Lo si verifica facilmente osservando la storia della sua vita. Molti passi del Corano rappresentano per  l'epoca e per la cultura nella quale era inserito, un femminismo, nel senso che tutelando la donna in quanto madre si tutelava il figlio, figlio senza tutele quale lui fu con grande sofferenza. L'ebraismo deve parte della sua tradizione al periodo babilonese. La zona, che si potrebbe definire equidistante da Europa e India, si definiva su un canone interpretativo proprio. Nell'induismo il "problema della vedova" era risolto coll'invitarla a gettarsi nel rogo del marito (Yourcenar e non solo ...docet). 
Il punto è che ora quelle tutele si possono dare alle donne e ai figli quindi la motivazione profonda e originaria della poligamia si perde.
Essa ha comunque anche un altro senso. Ostentazione di ricchezza. La moglie, come altri beni, ha un valore commerciale calcolabile. E' così anche in occidente. Inutile negarlo. E' sufficiente indagare le motivazioni dei divorzi che son aumentati a dismisura in occasione della crisi economica in corso nel mondo europeo-americano. La donna dell'uomo benestante adduce spesso come motivazione il fatto che il marito non si può più permettere il tenore di vita precedente, che diventa quindi la causa per la quale si fece quella unione. La donna, nella nostra cultura opulenta, spesso, troppo spesso, accetta il ruolo mercificato, e l'uomo risponde con la medesima interpretazione. Questo secondo aspetto diviene poi poligamia di fatto poiché, quasi sempre, l'uomo della elite economica occidentale, ha di fatto un harem di amanti, e la donna non è da meno.

Domanda ... se  si ragiona senza ipocrisie, si deve ammettere che attualmente si tende verso una poligamia non legalizzata che coinvolge ambedue i sessi e nel rapporto di solito comanda chi ha più capitale. La ricchezza  dei ceti bassi è l'ideale, dei ceti alti potere e denaro che non sono sinonimi.

Accade anche in altre culture? si, da sempre. Quel motivo saggio che riabilitava la figura giuridica della vedova in fondo per tutelare e figli maschi, si è perso da anni.

Le porto un esempio italiano un poco datato. Il caro conte Ugolino era chiuso nella torre della fame insieme ai figli. Così dice Dante e così nel senso profondo del termine intendeva un'epoca. Ma ... noi sappiamo che eran figli e nipoti di lui, in quella torre! questo vuol dire che nella famiglia allargata dell'Italia medievale, i figli miei o di mio fratello eran considerati sempre figli. Se si spendeva il medesimo vocabolo era perché di fatto l'importante era appartenere al clan, in questo senso si intendeva la discendenza. All'epoca, in un contesto simile, l'origine della maternità, la sua autenticità, era secondaria. Non come nel caso della stanza porfirogenita dell'imperatore di Bisanzio. In questo caso essere porfirogeniti era un titolo fondamentale. Se Dio aveva dato a me il diritto di regnare, io potevo passarlo solo a mio figlio. Se per qualche motivo (le care ed eterne corna ...) il figlio non era mio, avevo disatteso ad un ordine divino e sarebbero stati anni neri per me e il mio popolo. Legittimità nella procreazione. e in quella stanza di porfido l'imperatore copulava con la moglie in presenza di testimoni. Essa veniva poi chiusa sottochiave e i suoi secondini erano eunuchi. Solo quando si rivelava fecondata poteva tornare libera. Anche in questo contesto, una volta assolto il sacro compito miriadi di relazioni occasionali o stabili, si realizzavano sia da parte maschile che femminile. La mentalità era la seguente: ho fatto il mio dovere nei confronti della divinità. Terminato il mio "orario di lavoro", faccio quello che mi pare. Funziona anche oggi, solo che i lavori che ci condizionano sono altri.

Via quindi le ipocrisie. La nostra società, ormai individualista all'estremo, e può radicalizzarsi ancora di più, tende verso una poligamia di fatto? no. nulla è cambiato, se non l'ingerenza della giurispudenza nel gestire la faccenda. Nella chiesa cristiana solo dal millecento il matrimonio divenne anche sacramento. Controllo della massa gestendo l'istinto erotico ....ineleganza che quel saggio di Betlemme mai consigliò ....
buone vacanze.

giovedì 11 agosto 2016

La formula dell'eternità (prosa? poesia? odio le categorie...)

Quando morirai camminerai molto 
e giungerai stanco ad un luogo calmo. 
Vedrai a destra un cipresso bianco e una fontana.
E' in quel momento, 
quando sarai vicino all'acqua fresca che scorre,
è in quel preciso momento
... che dovrai essere forte

e solo se ricorderai le mie parole
queste parole ...
ci rivedremo. 

Vedrai una folla assetata bere, ed è si lunga tratta
che non avresti creduto che morte tanta
n'avesse disfatta.

Ma tu taci e resisti e ripeti a te stesso le poche parole
che ti chiesi di ricordare!
e fermati solo al lago che troverai più avanti resistendo alla mostruosa sete.

Quando i due guardiani chiederanno
seri e gentili
"chi sei ... dove stai andando"
allora, solo allora ricorda esattamente!

ricorda ed esattamente, ripeti:
"Sono di stirpe divina
figlio della Terra e del Cielo stellante
e ardo di sete ... da morirne"

e loro
i guardiani
ti inviteranno al lago
distante dal bianco cipresso e dalla fonte affollata
che annulla con la memoria
il tuo essere
che è dell'anima ...l'esistere.

E sarai eterno
E vivrai con loro
ormai guardiano severo e gentile
dell'eternità e della formula.

Solo così potremo rivederci.
Ricordalo ..... ricordati ...
e ora vai
che è mio il tempo del corpo 
e non più tuo
ed è per questo che stai soffrendo.

Oggi nel bosco
vagante da trent'anni
ho incontrato mio padre.

Ha bevuto alla mia borraccia
ma non era dissetato ...
per questo l'ho riconosciuto.
Solo nei morti che non cedono il corpo
che non vogliono, che non riescono
per affetto verso chi resta,
solo per quei morti ardenti
la sete si fa inestinguibile.

... e gli ho indicato la via che il tuo dio
costruito da sacerdoti di imperatori ingordi
non poteva conoscere ...

Gli ho detto Padre!
ecco le Parole ... e non avere fretta
attendi la domanda prima di dire ...
per sembrare sincero ...

Si è allontanato da me
di nuovo ...

e ha compreso forse, 
forse ...
che questa mia, che sembra un'illusione,
vale più del nulla che lo possiede.

Se questa sera 
quando ti verrà chiesta 
ricorderai la formula esatta
Oh Padre ...
se ricorderai, 
se resisterai alla sete
ci rivedremo.
ciao Pa'

... ciao ...

---------------------------------------------------------------------------------
Tirolo, tre agosto 2016. 
Ero nel bosco. Un signore col viso sciupato e lo sguardo allucinato, mi dice che si è perso. Ha sete. Gli passo la borraccia e la vuota ma non basta. Mi ringrazia e con un sorriso ironico gli dico che se prosegue per questo sentiero e fra duecento metri volta a destra, e poi prosegue per meno di un chilometro, troverà la statale e un bar. E' perplesso. Si legge nei suoi occhi che ha capito di essersi perso per un attimo, in una frazione di bosco inserita, incastrata in un mondo civile ormai onnipresente. Perdersi, in tutti i sensi non è più facile, ma basta poco, oltre gli spazi,in sé stessi... qualche passo senza certezze, e questi umani incapaci di leggere le stelle, il muschio e la solitudine accedono alla paura.
Mi ha salutato con un cenno della mano ed è sparito, ma per me, di Orfeo adepto, è stato solo l'inizio di una visione insensata per chi ama la desertica razionalità. Ho lasciato correre la mente dove voleva. Mi son fatto neutro, spenti i sensi, immobili i muscoli, lento il respiro per ridurre il suo fruscio e rallentare fino all'assoluto silenzio, il cuore. E' così che accade. Per Esiodo eran Muse, per la Pizia Apollo. per me non so, ma so, ora so, che quello era mio padre, attaccato a me, a noi resistendo alla morte che lo aveva chiamato trent'anni fa, perché sempre i figli son fragili agli occhi di un padre. 

E' tutto. Ringrazio la voce che dal silenzio del corpo mi ha mostrato questa verità. Che sia simbolo, realtà o malattia cosa importa. l'Importante è essere capaci di poesia ...  






martedì 26 luglio 2016

GIUSEPPE TORNATORE (meditazione su "La migliore offerta", "La corrispondenza" e "Baaria"


Questo scritto intende essere un omaggio a Tornatore, un regista che con “La corrispondenza” ha raggiunto vette notevoli. Ci è giunto con un progressivo miglioramento che stimo moltissimo e … meditiamo prendendola un poco da lontano… alla fine della seconda grande guerra, la Sicilia ha chiesto l'indipendenza. Era disposta anche ad essere una colonia americana al centro del Mediterraneo. Era giusto secondo me, perché indubbiamente, costretti dalla triste unione con l'itaglia (non è un errore, ma la dicitura esatta), penso che i siciliani si siano sentiti e si sentano prima di tutto … siciliani. E' una caratteristica degli isolani. Da Ponza a Capri alla Sardegna, all'Irlanda e a quell'isola che contiene quattro popoli con quattro culture diverse (Galles, Cornovaglia, Scozia e Inghilterra), sappiamo, ma non non ne abbiamo colto l'irriducibile forza, quanto essere isola, dal quale deriva il vocabolo “isolati”, crei una sensazione dell'esistenza, della comunità, dell'io, della morte, della vita e dell'amore, che non è riducibile, non è assolutamente malleabile se non nell'apparenza.
Cosa sarebbe l'itaglia senza la letteratura siciliana? Ci sono vari fenomeni veri, come Papini, Carnevali, Ortese, Brancati, Pirandello, Sciascia, Guerra, Savinio, Pavese, Capriolo, Trilussa, Malaparte, Fenoglio, Deledda, Eduardo, Landolfi, Tomasi di Lampedusa, D'Annunzio, Trilussa, Ungaretti,Tobino, Morselli, Primo Levi e Morante … e sono i primi nomi che mi vengono in mente. Sono ben 24! e sfido qualsiasi altra lingua ad aver sfornato più fenomeni … solo la letteratura ebraica, ma a livello mondiale, ha probabilmente superato questa meravigliosa classifica, e di striscio penso alle classifiche olimpiche … un inno alla fretta e alla precisione, misure che della vita son distruzione (pure la rima …).
Togliamo ora da quei diciannove coloro che hanno sopportato il papa-re e il regno di Napoli, per secoli di fatto colonia sfruttata, e poi gli isolani, e rimangono Papini, Carnevali (Ungaretti nato in Egitto e Savinio in Grecia sono italiani in senso non regionale del termine), Pavese, Capriolo, Malaparte Fenoglio e Primo Levi. Rimangono sette nomi.; tre piemontesi e tre toscani e due lombardi. Non è strano, all'apparenza, che la zona più vessata di questo stato abbia prodotto tredici fenomeni letterari degni di essere ricordati mentre la parte opulenta si è fermata a otto? Un Piemonte che ha respirato aria di Francia, di ebraismo culturalmente elevatissimo anche nelle scienze (si pensi ai tre allievi di Giuseppe Levi che vinsero il Nobel …. Rita Levi Montalcini, Renato Dulbecco e Salvador Luria …) e che con Pavese, Fenoglio e Primo Levi ha dimostrato di essere attenta alla genialità e di rispettarla …
Toscana! La prima al mondo, quando c'era ancora il Granducato, a rinunciare alla pena di morte e a distruggere pubblicamente gli strumenti di tortura e i capestri nel tetro Bargello che ora è un museo stupendo … ed ecco Papini, Carnevali, venerato da Puond che di certe cose se ne intendeva e sconosciuto all'Italia, e Malaparte che, per quanto padre del signor Suckert che migrò a Prato per lavorare nella tecnologia tessile, di fatto considerò suo padre un signore toscano che … effettivamente gli fece da padre. Rimangono a questo Punto Paola Capriolo e Morselli, unici lombardi, schivi e bravissimi. Una, poiché vivente, che meriterebbe la candidatura al Nobel, ma pochi sanno che esiste, e mi riferisco anche ad addetti ai lavori. L'altro che si è suicidato poiché veniva sistematicamente ignorato. A Milano tutto diventa commercio, se hai l'anima sei un cretino … e così, morale della favola, Tre toscani, tre piemontesi, tre Italiani (Savinio Ungaretti e primo Levi che è si piemontese ma anche italiano) e due milanesi in cattività assoluta. Dieci nell'opulenza e quattordici nella zona più sofferta e meno popolata. Se agissi con le statistiche sulla densità di popolazione il dato risulterebbe ancor più sorprendente ...
Al lettore che è stato indottrinato dalle università, il mio elenco sembrerà incompleto ed arbitrario, ma rido serenamente di una categoria che si è fatta propinare un cibo preparato dosato e spiegato e che di anima, di cuore, ne ha messo poco nelle successive letture e spesso nemmeno le ha fatte. Quanta gente ho conosciuto che si fregia di sigle come dott o prof, e ha letto per esempio saggi su Fenoglio ma nemmeno una riga della sua opera! Se mi dici che l'autore X è bravo, ok, ti ascolto, ma poi lo leggo, non prendo per oro colato quel che dici, a meno che tu non sia un Tonino Guerra, un Antonioni, un Manganelli! E anche in questo caso, se aumenta la fiducia, mai essa sarà cieca, totale. In più (la boccaccia mia non tace …) come si fa a credere ad una casta di “indocenti” sistemati non in base alla effettiva capacità ma all'affiliazione a sette come partiti, logge e banche, o a gruppi famigliari … ah caro nepotismo itagliano! Perfino Benedetto Croce che non era uno stupido, fece lo stupido quando assegnarono a Roma la cattedra di Fisica ... e quando Majorana propose la sua candidatura per opporsi a questi schifosi giochi, lui, che Einstein e Eisenberg si contendevano, perse, e gli confezionarono una cattedrina a Napoli per salvare le non salvabili apparenze! E di dov'era Majorana? Catania ….

Morale … un toscano prima di essere italiano è un toscano! Un piemontese pure, e un siciliano? E un sardo? Isole … più che mai culture a sé che per conquiste, attualmente son costrette alla lingua italiana, ma in essa mettono un sentire regionale che non esito a definire nazionale, intendendo nazione la Sicilia, la Sardegna, e meno nazione, se non in una ristretta elite, Toscana e Piemonte che, essendo raggiungibili via terra, hanno più difficoltà a salvaguardare la loro originalità.

Veniamo ora ai siciliani che stimo e rileggo spesso …
Pirandello, Brancati, Sciascia, Tomasi di Lampedusa e … lo aggiungo ora … Giuseppe Tornatore.
Il totale dei nomi da me elencati diventa quindi di venticinque e ben cinque dalla mentalmente indipendente Sicilia! Terra povera, maltrattata dal regno dei Savoia e anche dalla democrazia successiva, e precedentemente da regni arretrati che la consideravano una colonia. Sia papato che regno di Napoli, di fatto furono feudali fino al 1860 e poi divennero la serie b, la manovalanza, del nord industriale. Come hanno fatto a salvaguardare così tanti talenti? Secondo me perché sono ancora comunità, perché il loro modo di vivere concede senz'altro parte di sé al bisogno di sopravvivere, ma non è disposto a rinunciare a un senso della vita. Attualmente sei consumatore e finisce li il tuo senso. Nei due registi siciliani che stimo enormemente, unici veri talenti che la lingua italiana attualmente vanta, Crialese e Tornatore, sento il bisogno irriducibile di un senso, e funziona, piace, si fa amare quel senso, perché anche il consumatore, prima o poi deve fare i conti con la vita … e con la morte.

Perché ho aggiunto Tornatore ... perché, spinto da Antonio Sellerio, ha prodotto tre libri che sono dei gioielli. La nostra epoca ha il difetto di rinchiudere, letteralmente incarcerare, il nostro io, sotto un'unica etichetta. Victor Hugo è per tutti uno scrittore, ma dipingeva benissimo per esempio ... e Savinio fu scrittore, compositore e pittore mentre per qualcuno è o scrittore o pittore, per molti non esiste e per pochissimi è compositore. Simenon per tutti è sempre e solo il “papà” del commissario Maigret, quindi un giallista, mentre invece era anche un grande romanziere (e diceva che Maigret lo batteva a macchina e serviva per pagare le bollette, mentre le altre “cose” quelle vere, le scriveva a mano ... Siamo al punto in questa epoca, esattamente dal secondo dopoguerra, che un artista, per esempio un pittore, viene costretto dal mercato a fare opere simili fra loro, in modo da essere riconoscibile, identificabile. Un Mirò lo riconosci da un centinaio di metri di distanza, così un Vedova o un Hirst … per esempio. Se vuoi vedere le opere “vere” di un artista, devi chiedere di quello che aveva o ha in casa, che non vende o che al mercato non interessa, solo così vedrai in lui una evoluzione e non una fissità che ha tutte le caratteristiche di una malattia mentale … se non si sapesse, con rade eccezioni, che è un obbligo commerciale che costringe a quell'agire al quale mai mi abbasserò, si penserebbe che la vita della sensibilità deve essere, o essere stata, veramente monotona e assurda, come fu per esempio quella di Giorgio Morandi, pittore che stimo ma che offre una ripetitività “lievemente” patologica; non per niente certe sere prendeva il treno e andava nei postriboli di Firenze per non sconvolgere la penombra, l'immobilità assoluta delle donne di casa alle quali era legato con la palla al piede.

Scoprii per caso in libreria, il libro “La migliore offerta” e decisi di comperarlo. Non so dire perché l'ho fatto. Il film non mi entusiasmò. Riconobbi una finezza notevole nel regista, ma anche qualcosa di contorto che non mi piaceva. L'avevo visto comunque una volta sola quindi il mio giudizio era superficiale e ne ero consapevole. Sono attratto da sempre da quei film che sono ideati (soggetto), hanno sceneggiatura e regia, della medesima persona. Ogni volta, direi quasi sempre, che un film è tratto da un libro oppure ha persone differenti in soggetto, sceneggiatura e regia, si ha forse una “cosa” intelligente e con sprazzi di sensibilità che di solito appartengono ad un'unica fonte che non è difficile, se ci si impegna un attimo, scoprire … oppure tutto è effettivamente di un'ombra occultata dal nome del regista. Ecco qualche esempio …
Le idee de “I vitelloni” e della sua seconda parte nota come “La dolce vita”, sono di Ennio Flaiano, uno dei due geni assoluti in lingua italiana del secondo novecento (l'altro è Savinio, ideatore del surrealismo … e Breton che lo ha fondato sulle sue dritte, candidamente lo ammise, e per iscritto. Sua l'idea di uomo metafisico e quindi di pittura metafisica ecc). Una prova piccola piccola, ma che incrina la certezza che tutto quanto sia firmato Fellini sia un Fellini … “Vitellone” pensiamo sia un termine riminese, ma è di Pescara; sarebbe il vudellone, più comprensibile se virato in budellone, ovvero colui che passa le giornate al bar fra chiacchiere carte e biliardo, esattamente il Sordi del film. Si cercano le idee de “La dolce vita?” si legga “Una e una notte” … di Flaiano. Ed eccovi ora la storia di una scena, com'è nata veramente … Roma ...Fellini e Pinelli vanno a trovare Flaiano. “Sai, abbiamo un'idea da aggiungere al film, una prostituta, la aggancia Marcello con la ragazza, chiedono di andare a casa di lei e così si vedrà tutta la sua miseria”. Flajano dice che non è la realtà, si tratta della finzione, di una realtà troppo spesso gonfiata del neorealismo che partì bene poi si crogiolò nelle sue disperazioni mentre l'Italia cambiava, e velocemente. ( e di fatto da Flajano, per mezzo dell'opera firmata Fellini, riceverà il colpo di grazia). Dice … “venite con me” e li porta, a notte inoltrata, da una prosti. Chiede se possono, loro tre, andare a casa di lei, la pagheranno bene. Lei risponde che non fa cose di gruppo, ma Ennio la rassicura. Niente sesso, solo due amichevoli chiacchiere. Arrivano. Il piano terra del palazzo è allagato. Lei in casa fa il caffè e racconta che sta per pagando le rate dell'appartamento. In tutto e per tutto una donna normale, senza problemi morali e sensi di colpa riguardo la sua antica professione che di fatto accelera l'ottenimento dei beni materiali che simboleggiano la sicurezza. Ritrovate la scena nel film … e ora l'idea, il senso, è di Fellini o Flajano? E infatti il rapporto di lavoro si ruppe perché Fellini scoprì che negli Usa, Oscarlandia, si diceva “i film di Flajano”. Quest'ultimo disse, per far tacere strane e vere voci ... che non collaborava più col riminese perché “ora ci mette anche la magia, materia di cui non sono competente”. Vero ma non causa effettiva della rottura. Quando Antonioni ebbe la certezza che Flajano era “libero” da un sodalizio che all'epoca si basava su patti e strette di mano e non su firme, chiedendolo direttamente a Fellini, se lo accaparrò immediatamente e, forte dei due più grandi sceneggiatori (e fonti continue di idee) dell'epoca, partì per Milano con il contratto per fare un film, il cast quasi ultimato e zero idee. Nacque “La notte” uno dei capolavori asssssssoluti del cinema di sempre. Fellini fu quindi prima di tutto un talent scout eccezionale sia per le musiche che per il montaggio (Eraldo da Roma era il desiderio segreto di ogni produzione). Innegabile la sua capacità con la macchina da presa, ma prima di tutto sapeva circondarsi di talenti e sapeva ascoltarli. Quando poi si affidò a Tonino Guerra (sue le idee di “E la nave va” e di “Amarcord” e non solo, lui lo riportò a Oscarlandia …
Tre menti per quattro Oscar … Tullio Pinelli con “La strada”, Flajano con “Le notti di Cabiria” e “8 e mezzo”, e Tonino Guerra con “Amarcord”. In un'epoca che secondo gli intellettuali francesi il film era del regista, tre grandi furono “seppelliti” da una regola inesatta.
Capita poi che il film sia “preso” da un libro, e raramente si ottiene qualcosa di decente. “La morte a Venezia” secondo me è più bello del testo di Mann che, sempre troppo intellettuale, fu “preso” da un Visconti in stato di grazia al punto da aver reso immortale anche il libro. “Solaris” di un grande Lem nella regia di Tarkovskj. Un capolavoro che non segue comunque rigorosamente il testo. Poi “Mystic River” di Lehane nel libro ed Eastwood nella regia, “Anna Karenina” di Joe Wright, i “Don Camillo” di Guareschi con regia di Duvivier... Ovvio che non ho visto tutti i film del mondo; non basterebbero un centinaio di vite ma … mi sembra ovvio che quando un regista è sensibile, ecco che potrà capire il libro e le variazioni che applicherà saranno interessanti. Ma quando il regista ha un'idea sua poi se la sceneggia e fa pure la regia!!! questa secondo me è la condizione migliore. Se l'idea è la tua ecco che la possibilità che si perda qualche granello di sensibilità è più difficile. Meno gente ci lavora e più il percorso fra idea e realizzazione finale si fa semplice! E Tornatore, per i tre film che intendo trattare … ha fatto proprio così: “Baaria”, “La migliore offerta” e “La corrispondenza”.

Penso che si debba molto a all'intervento di Elvira e Antonio Sellerio e ora cerco di spiegare perché. Se con “Baaria” leggere la sceneggiatura vera e propria con questa lingua difficile ma interessante, è stato piacevole, “La migliore offerta” e “La corrispondenza” son stati un momento per me, in veste di lettore, veramente magnifico e profondo e i Sellerio secondo me avevano capito che Tornatore non è solo un regista.

LA MIGLIORE OFFERTA



Film uscito nel 2016. Il volumetto edito Sellerio che posseggo è datato 2013.
Anche la prefazione è del regista e leggendola scopriamo che “ … l'impulso che non mi spiegavo, e per certi versi continuo a non spiegarmi, di fissare la trama in una chiave vagamente letteraria.”

Quel soggettone, come preferisco chiamarlo, non era nato per scopi editoriali. Al massimo poteva essere considerato una delle tappe di lavoro che si sono succedute dall'ideazione alla realizzazione del film. …. non un racconto vero e proprio , ma la testimonianza di una delle tante strategie che un cineasta s'inventa per rendere il proprio cammino più agile, più rispondente al proprio intuito. Il testo impuro nel suo stile, se vogliamo, un po' racconto, un po' sceneggiatura, senza essere né l'uno né l'altra.”

Sorrido di queste parole, che non vogliono essere fintamente umili. C'è il suo senso della realtà, la sua sensazione che la situazione sia così come l'ha descritta, ma per il fruitore, che sia una persona come me con ambizioni letterarie o un semplice lettore, si ha la sensazione del capolavoro. Spendo una parolona e ci sta tutta. Un certo Petrarca pensava di passare alla storia per il poema Africa, Conan Doyle era certo di essere ricordato in quanto storico e nelle elite come spiritista e il vece Sherlock Holmes si impadronì di lui … son molti i casi.

Ebbene, Tornatore sa scrivere, e molto bene! Ma è accaduta una cosa strana e liberatoria. Ha pubblicato quello scritto nel quale ha “messo” in forma di racconto per se stesso, il materiale che intendeva far maturare per un film. Incurante di pressioni per quanto riguarda la forma, ha agito con la libertà del fanciullo, che inconsapevole delle regole stilistiche di un'epoca, le scardina proprio perché la sua libertà è pura invenzione. Per chi ha dubbi che si guardi i ritratti, di Lola, del padre e della madre fatti da Picasso rispettivamente a dodici quattordici e quindici anni! Vada a rivedersi quel che fece un Michelangelo adolescente! E se ci sono le condizioni, spesso per età, o fortuite come nel caso di questo scritto di Tornatore, ecco che la libertà espressiva, frutto di irresponsabilità, nel senso che non devi e vuoi rendere conto che a te stesso e alla tua sensibilità, ecco che una coerenza nuova e che funziona, può apparire. L'influenza della scrittura per il cinema è evidente ma, se se ne ignora la fonte e l'aspetto tecnico, roba da intellettuali che di solito per mestiere masticano le idee altrui, e possibilmente quelle di artisti e scrittori sensibili …, se se ne ignora la fonte e ci si lascia andare alla lettura, per essere intrisi di sensibilità (se c'è), ecco che si ammira una scrittura semplice, diretta, che agendo solo in funzione del senso e non della struttura, riesce ad essere una freccia dritta verso il cuore.
Ammetto che preferisco il libro al film e che l'ho riletto varie volte. Nel film la ricercatezza per le immagini spegne un talento della letteratura; mi spiego … ove serve un senso estetico, il lettore, accettando ovviamente i paletti del testo, ci mette del suo. Nel film la sensibilità di Tornatore diventa uno strato fra quel che vuol dire e quel che arriva, ed è ovvio. Ogni espressione artistica ha i suoi limiti e mi spiego con un esempio. Di recente, ascoltando un concerto in una antica chiesa, mi si concentrò lo sguardo sull'opera dell'altar maggiore. Una Assunzione della Vergine. Sotto, la tomba piena di fiori, di fianco ad essa gli apostoli in estasi, in alto Lei, Maria, che se ne va.
Meditando nelle parentesi fragorosi degli applausi, ho capito che nella realtà la tomba non doveva essere piena di fiori. C'era “l'odore di santità”! Mi spiego. La tomba di una persona comune o puzza o è inodore. Quella di un santo la si riconosce immediatamente perché … profuma. Questo si pensava anticamente. Ora … provate voi a rappresentare pittoricamente un profumo! Ed ecco allora che si misero in fiori per intendere non essi ma l'odore di santità.
Il senso estetico ora è frantumato. O è una sequenza frigida di nozioni acquisite dalla cultura alta e non pensate, ma più che altro tratto distintivo per definirsi persone elitarie, oppure, in un viaggio solitario, nella vastità di bellezza a disposizione da vari continenti e varie epoche, ci si auto-educa ma si diventa originali fino all'estremo! È il caso di Tornatore, che nel film mostra quel che il suo senso dell'arte ama.
Per l'opposto, un esempio è la Gioconda di Leonardo. Tutti, quasi tutti e io fra quelli perché non amo fingere, una volta che l'abbiamo vista dal vero abbiamo detto a noi stessi o a pochi intimi ...”tutto qui?” e se questo dubbio è stato ben accolto si è trovato il coraggio di dire che Leonardo ha fatto di meglio e che al Louvre c'è “molta roba” che mi ha affascinato di più. Ma allora … perché la Gioconda è considerata così tanto? Pensate ora alle varie religioni. Quasi invisibili protestantesimo ed ebraismo a livello mondiale. Perché? Perché l'attuale sistema mediatico ha bisogno di un personaggio di riferimento. I cattolici hanno il Papa che ne è capo spirituale e questo rende attualmente più visibile questa religione. L'ebraismo italiano ha deciso di fare riferimento al Rabbino capo di Roma, le altre religioni sono uno spezzatino ingestibile. Per correttezza dovresti intervistare varie persone e alla fine il giornalista non ne sente nessuna e … spesso inventa o rammenda, senza preparazione, delle posizioni che non sussistono. Ebbene, per le varie espressioni dell'umano agire, in questo sistema massmediatico che parla di tutto ma in modo succinto (il tempo è denaro …), anche l'arte deve avere riferimenti immediati, semplici e condivisi. Il fatto che siano sensati non è strettamente necessario … e la Gioconda si è guadagnata lo scettro poiché fu rubata da un imbianchino italiano nel 1911 e fu un evento giornalistico di portata internazionale. Il quadro fu trovato ma il giornalismo, che aveva cavalcato l'onda emotiva per mesi, non “mollò” la presa sull'opera e le conseguenze le subiamo ancora oggi (e per molti inconsapevolmente) sulla dinamica di una imposizione che tocca la sfera del gusto, ma vi è stata trapiantata con la forza perché … la Gioconda non piace quasi a nessuno, ma si sussurra, non lo si dice forte per no essere considerati asini da una elite intellettuale che sembra rompere i vetri tutti i giorni e a tutte le ore, ma che di fatto è conformista e ama riconoscersi in chi ripete a pappagallo i concetti che ha acquisito, poiché solo così hanno un senso che non richiede sforzi. Se quello che ho imparato, memorizzato, quasi senza pensare, nozione pura … lo devo pure rimeditare, dubitare, rimettere in gioco … ecco che non ho più certezze. Meglio una base di finto marmo da spacciare per vera, che doverla costruire con lo scalpello e lucidarla di fino con la paglia come faceva il Buonarroti! Una finzione collettiva è meno impegnativa della ricerca del vero valore artistico ...

Tornatore nel suo film non poteva evitare quindi questa stratificazione fra il suo senso estetico, assai ricercato, e quello del fruitore. Non essendoci una base “vera” e condivisibile in questa epoca, diventa facile che l'estetica che si propone soddisfi parzialmente e diventi una lente deformante fra il senso che si propone e quel che si percepisce.
Nel libro, i 279 ritratti di donna li posso, tranne qualcuno direttamente citato, immaginare. Nel film li vedo. Nel libro i 279 ritratti si fanno simbolo di una sindrome assai tragica e poetica. Nella realtà la sala blindata con i quadri è troppo vera per diventare simbolo.

Un altro particolare. Virgil Oldman compie 63 anni nella prima pagina dello scritto e viene presentato immediatamente come un uomo che crede negli “imponderabili del vivere quotidiano”. Credere in segni, in qualcosa che sfugge e sembra far parte di un destino che un'entità superiore ci confeziona, è presente in Tornatore, rende bene a parole, ma sfuma troppo nel film.
La mania del protagonista di usare sempre i guanti nello scritto è resa in modo eccellente poiché, l'intuizione immediata che si tratta di una mania, di una esigenza di preservare la propria purezza in un mondo corrotto, viene colta. Tornatore però non si limita a descriverla. Rende anche esplicito questo senso. Così facendo, costringe il lettore a comprendere che quella non è la chiave del testo, non si risolve tutto nell'esigenza di salvaguardare la purezza, e allora la ricerca di senso si fa o intellettuale oppure ci si lascia trasportare dagli eventi. La seconda versione è quella che accade, poiché la vita di Oldman è originale e incuriosisce così come quella della controparte femminile. La scrittura è densa ma semplice e scorre bene e … la trama vira improvvisamente al capitolo XXV su un totale di XXX (su 76 pagine spesso non piene perché ci sono inizio o fine di trenta capitoli che lasciano spazi bianchi a josa, lo si ha a pagina 67, quindi a ridosso della fine, quando abbiamo la sensazione del lieto fine) assestando un colpo allo stomaco della mente che lascia interdetti.

C'è ovviamente della tecnica. Il giallo è così oppure, come si preferisce definire, ovvero thriller, che uso quando una volta terminata la visione o la lettura, mi resta qualcosa ... oppure, mia definizione, li chiamo ironicamente “triglier” quando la banalità e gli effettacci son l'unica presenza certa.

Il triglier non lo rivedi. Sai chi è il colpevole e quello era l'unico mistero.
I thriller li rivedi … perché c'è dell'altro. I gialli di Simenon per esempio, si leggono e rileggono perché descrivono prima di tutto un mondo. In essi il colpevole, o la colpa, o il fascino della dinamica dell'inchiesta, sono solo un aspetto.
Il film di Tornatore, poiché è un thriller, lo si rivede volentieri. In esso affascinano i caratteri dei due protagonisti, e anche la figura secondaria di Robert Larkin, il trentenne che piace alle donne e ha mani d'oro come riparatore universale.
Su questo discorso, quello del rivedere un film o rileggere un libro, devo essere chiaro e rigoroso. Chi legge anche un breve racconto una sola volta, non lo conosce. Ne ha una illusione che è appoggiata dalla nostra epoca che santifica il consumo. Se vedi un film al cine e come me, se lo trovi interessante compri il dvd per rivederlo varie volte, sei un consumatore atipico e da sopprimere. Tu Pensi! Devi essere invece compulsivo. Vedi il film, ti emozioni o ridi o ti spaventi e deve finire li. Domani un altro film, un altro spavento o arrapamento o risata che sia, e via dicendo fino alla morte che ti coglie di sorpresa e senza anima perché non sapendo di averla, non ti ci sei dedicato e si è seccata.
Rileggere o rivedere quel che ci sembra non solo coerente e ben congegnato (piaceri si, ma della mente) ma anche capace di nutrire la sensibilità … l'unica acqua per quel seme che altrimenti non fiorirà in noi ….

Veniamo alla trama. Virgil Oldman compie 63 anni. Sembra sia vergine (non in senso zodiacale), o almeno così si mormora. Sul lavoro, fa il banditore d'aste, è considerato un fenomeno. Gioca anche sporco poiché un amico (amico? Forse un'abitudine utile ai suoi scopi) pittore senza talento, si finge cliente fra i clienti e acquisisce per Virgil le opere che lo interessano, e son ritratti di donne che ha valutato un'inezia oppure dotate di expertise consapevolmente errati. Ma cosa compera? Ritratti donne che, a causa una caratteristica tecnica, ovunque sei nella stanza, senti su di te lo sguardo. Tutti i quadri Virgil li tiene in una stanza blindata nella quale c'è anche una poltrona e spesso, quando ha tempo, si siede e “sente” tutti quegli sguardi su di sé. La sua mania di mantenersi puro e incontaminato dal contatto con gli altri, non si ferma ai guanti che tiene, tratto sgradevole anche secondo il bon ton, anche quando stringe la mano. Li toglie solo per toccare le opere. (I guanti una volta si vendevano minimo a mezze dozzine, sia per uomini che per donne; si poteva salutare senza un pari casta o superiore solo se era concesso e rappresentava un forte legame di amicizia o di parentela, ma mai con un inferiore, ovvero graduatoria di purezza da salvaguardare.
La percezione era tale che una donna dell'elite senza guanti era considerata volgare quasi quanto vedere oggi una donna che in un Caffè in centro chiede una consumazione in topless (non sto scherzando). I guanti erano tratto distintivo. Il popolo non li portava ma una donna del popolo che era sempre senza guanti, non era disdicevole poiché … non era una donna, ma al massimo una femmina e anche questo di rado. Non si dimentichi mai che al Concilio di Trento la discussione se la donna aveva un'anima durò se non ricordo male, ben cinque giorni!

Ma oltre il guanto c'è di più. La mania delle posate e di tutti gli accessori del desinare, mania che ho anch'io ma in altra forma... E Virgil eccelle anche in questo. In ogni città nella quale lo porta il lavoro, ha un ristorante che ha accettato, su compenso, la sua mania. Ultimamente sta diffondendosi per esempio per quel che riguarda gli alberghi. Spesso ho sentito deplorare la sgradevolezza di dormire su materassi che han visto passare di tutto. E la norma, che sembra puramente igienica, è anche legata ad un io più profondo che sembra essere più vulnerabile di notte e nella ingestione di cibi e bevande. Lo dimostra il fatto che a molti clienti non basta sapere che il materasso sia stato igienizzato nemmeno con una bomba atomica. Non si tratta semplicemente di batteri e simili ….

Questo bisogno di purezza diventa globale per esempio nelle norme Kasher dell'ebreo osservante. In esse ogni aspetto della vita è regolamentato e gli eccessi li vediamo in Israele dove gli ortodossi estremi girano la città (Gerusalemme) passando dai tetti che hanno opportunamente collegati, per non essere costretti a girare fra esseri impuri.

Virgil non si relaziona con le donne? Non è esatto. Ogni ritratto è una donna e lo è nella forma che lui è in grado di sopportare. La forma purificata dell'arte. Ricordiamoci quel che disse Wilde dei cieli di Turner … la natura li offre a caso, Turner sceglie i migliori e li rende eterni oppure li inventa. Così l'artista con i ritratti femminili, seleziona in base al presunto ideale di un'epoca e al personale. In più i quadri scelti da Virgil devono avere uno sguardo, lui deve “sentire” quello sguardo su di sé, e così ottiene una relazione ideale e pura. C'è quindi appagamento ed equilibrio nella sua esistenza e Tornatore ha inventato una figura autosufficiente sul piano erotico, per quanto in modo malato. Una figura che è in sé un gioiello, un vero capolavoro. Ed è proprio a causa si questa completezza, di questa l'autosufficienza che questo personaggio si ha reso per Tornatore, inutilizzabile. Era inattaccabile, monolitico … ma poi la realtà gli ha proposto un caso di agorafobia, ed ecco che questo personaggio in questo caso femminile, chiuso in sé stesso ma autosufficiente in modo che sentiva e sento più precario, ha attirato l'altro. Sentiva il loro creatore, che insieme potevano agire, che anche l'equilibrio perfetto di Virgil poteva essere scardinato. Ricordo una simile inattaccabilità in un quesito che Tonino Guerra si pose per anni. Aveva scritto una situazione in due righe e mi chiedeva come poterla evolvere perché lui non ci riusciva. Ecco il fatto detto con parole mie: un uomo scopre che la moglie lo tradisce, da quel giorno a tavola apparecchia per te. Semplicissimo e tremendo. Dopo essermi ben bene spremuto feci presente a Tonino, che se lei accettava la situazione forse si poteva inventare, ma sarebbe stata un'agonia. Sembrava comunque una situazione psicologicamente troppo forte e che avrebbe portato certamente alla rotture. Un fatto accaduto si situa nel ricordo e questo pian piano può annebbiarsi e sparire. Spesso la tragedia di esseri sensibilissimi è proprio in questo assottigliarsi del ricordo che sembra un offendere per esempio la persona amata. Nel caso ideato da Tonino, la memoria non riesce mai a diluirsi. Rimane presente con la medesima intensità e secondo me non può andare oltre ad una forma di rottura. Capisco quindi il fatto che prima la figura di Virgil, che affinò per anni, e poi quella di Claire che prese da uno spunto reale, nella loro circolarità esistenziale quasi perfetta, no si prestavano a divenire storia poiché essa ha senso se vi è cambiamento. Veniamo ora alla natura, al senso profondo dello spiraglio che rese collegabili i due personaggi e potremo cogliere la chiave di lettura di Tornatore. Preciso prima che è proprio nell'imperfezione del testo nel suo insieme, nel fatto quindi che ci sia una crepa poi rattoppata in un senso che piace ai produttori, che si può risalire con discreta disinvoltura alla chiave di volta di questo regista. Ricordiamoci anche di un aspetto importante del lavorio interiore di ogni artista. L'opera vera la si scrive per sé stessi, per fare i conti con una incrinatura che non ci rende semplice esistere. Chi è felice vive, chi la felicità la sente sporcata da qualcosa, ecco che con essa deve fare i conti. L'artista quindi è il primo lettore di sé medesimo. L'opera contiene qualcosa di sé che l'io inconscio, che io considero universale, sacro, gli sta comunicando. L'opera è quindi momento di lezione, nel quale aumenta la consapevolezza. Si arriva poi fino al capolavoro puro nel quale l'artista ha compreso e con lucidità esprime la sua visone, la sua versione della felicità o il suo fallimento. Di recente ho ri-letto per esempio “Alonso e i visionari” della Ortese. In questo libro, una vita di intensa sensibilità approda ad un senso completo e catartico, ad una via, una possibilità di esistere riscattata dalle negatività in questo caso del suo novecento.
Inoltriamoci ora nella interpretazione del film ...

Quel che sappiamo dalla lettura è che Virgil è così perché … “... un bambino che perde i genitori, un orfanotrofio sporchissimo. Quella roba lì. La sola nota interessante era che le suore punivano il bambino costringendolo a lavorare dal restauratore che aveva bottega in un'ala dell'orfanotrofio.”
La nostra mente, troppo razionale, ha sempre bisogno di rispondere ai perché, solo così l'altro ha la possibilità di essere accettato e tollerato anche se mostra comportamenti limite. Il caso dell'orfanotrofio poi, apre possibilità enormi di negativo. Si prenda come caso estremo quello del mostro di Rostov. Se non lo si conosce si può leggere su internet. La partenza fu in una di quelle strutture, il disastro della sua psiche estremo. Noi sappiamo di essere la somma del nostro passato; certi eventi vissuti producono danni irreversibili, e si ha il trauma, altri ci trasformano in esseri particolari, strani, maniacali. Se il trauma non è curabile, chi ne soffre può solamente essere educato a lanciare segnali per poter essere salvato quando la crisi porta a soluzioni estreme come la violenza contro se stessi o gli altri, fino a forme efferate di suicidio e omicidio. Se invece non si è varcata la soglia irreversibile del trauma, ecco che, se la sorte aiuta, e se nella persona in questione esiste comunque una volontà positiva, ecco che la vita può comunque fiorire, ma solo attraverso vie contorte. Virgil ama la femminilità ma, a causa delle prime figure femminili che ha “assaggiato”, le mitiche suore verso le quali ho anch'io il dente avvelenato per qualche brutto ricordo, ha scisso la corporeità dall'ideale. In un certo senso Virgil è “pieno” di donne, ne ha ben 279, che hanno lo sguardo concentrato su di lui. Il suo equilibrio, anche se malato, lo ha raggiunto.
Claire Ibbetson, ha ventotto anni, da quindici vive chiusa in quella casa e non ne è mai uscita. I genitori sono morti da poco e per le sue esigenze provvede un guardiano tuttofare che anche pulisce e fa la spesa. Il contatto con Virgil è avvenuto perché intende vendere arredi e quadri. Di lei sappiamo che la sua agorafobia si manifestò a Parigi, mentre con i genitori era sotto la torre Eiffel, in un piazzale gremito di turisti. Così fu la prima grande crisi. Solo una città, Praga, le ha dato un senso di felicità e ci si muoveva senza problemi anche nella piazza principale gremita di gente. In questo frangente in modo non calcolato, Tornatore ha usato due simboli che noi “beviamo” interiorizziamo e comprendiamo senza che essi passino per il setaccio della razionalità. Pensate un attimo, in modo secco e rapido, alle immagini che vi vengono in mente pensando a Parigi. Scrivete proprio su un foglio un insieme di nomi che secondo voi la caratterizzano, se poi lo fate con amici, potrete cogliere come alcuni di esi son denominatori comuni condivisi. Parigi è moda, eleganza, profumi, mondanità chic solo per iniziare, che poi la realtà non sia così poco cambia. È un poco come per le notizie che i media ci rifilano. Esse, anche se son finte, sono la nostra realtà …
Ora pensiamo altrettanto rapidamente alle immagini, alle suggestioni che ci offre Praga … se poi si tiene conto che Tornatore è colto, ecco che Praga magica (grazie Ripellino...), mistero, Golem, Rodolfo II e Kafka, tutti aspetti che sfuggono alla nostra lettura razionale per aprirsi ad un oltre intrigante, ecco che cogliamo quel che si è ottenuto con la scelta di quelle due capitali. In quella Praga magica, l'incantesimo chiamato agorafobia è sospeso. Amo gli aspetti irrazionali poiché semplicemente hanno un livello di senso più vasto e profondo … e secondo me Tornatore deve far leva su questo spiraglio delle sue vie inconsce, che in “la corrispondenza” si fanno più esplicite … quindi non c'è di fatto bisogno di dirglielo perché è proprio in quella direzione che si sta inoltrando … cosa “combina Praga? Elimina “l'antico turbamento” (che bel modo per togliere l'abito medico-razionale al vocabolo agorafobia e alle tristezze che suon pura malattia che ci rende fredde!). Altro passaggio interessante, nel raccontare come stava in nel ristorante praghese “La notte e il giorno” scopriamo una definizione tipica delle persone che escono da un tunnel scuro: “... Era stata proprio felice, in pace con se stessa. Questa definizione di felicità non è quella delle persone che hanno avuto una vita normale. Bisogna averla persa la pace, per considerarla la felicità nell'attimo anche breve che la assapori. Queste sottigliezze di natura psicologica, poste al confine fra razionale ed inconscio, sono la caratteristica, la chiave, del Tornatore di questo film si situi su un confine che valicherà con lenta progressione.
Abbiamo due malati, chiamiamoli così. Virgil, che è frutto di una dinamica che la scienza spiega completamente, l'altra che invece alla scienza sfugge. Come spiegare la tranquillità praghese? Impossibile ad un medico. Penso che non avrete dubbi in proposito. Ecco quello che accade, il non razionale, Claire, per il nostro io profondo, sfocia nel sacro. E' il sacro quindi, e non l'erotismo, che toglie Virgil dalla sua esistenza che è un meccanismo circolare perfetto nella sua autosufficienza.
Veniamo ora ad un parallelo antico che il regista ha pescato in sé stesso, e che ci fa “sentire” la antichità e l'importanza della situazione. Si pensi all' “Ippolito” di Euripide, una tragedia. Trama; Ippolito è devoto alla dea Diana. Questo significa che è casto e il suo amore per la dea mai arriva alla carnalità. Nella Grecia antica, tutti gli dei dovevano essere rispettati, altrimenti diventavano terribili. Non si trattava di un gioco letterario. Ogni divinità rappresentava un aspetto dell'esistenza. L'educazione religiosa quindi portava, se rispettata, alla pienezza dell'esistenza vissuta. Ippolito, col suo comportamento, ha offeso Afrodite e da questa base si innesca la trama. Ci sono temi che sono eterni e ogni epoca con i suoi artisti dà loro una forma. In Tornatore, l'esigenza della pienezza esistenziale diviene archetipo nella figura del protagonista maschile di Baaria. La sua esistenza è come deve essere e le varie fasi, l'infanzia, il periodo dell'amore, poi della paternità e il primo segnale di morte, son resi benissimo e li spiegherò più avanti. Virgil e Claire, per motivi non dipendenti dalla loro volontà, non hanno accesso alla pienezza dell'esistenza, ed essa si realizza nel film poiché la parte irrazionale di lei, che come ho dichiarato prima, rappresenta l'ingresso del sacro, è in grado di scardinare il sistema l'equilibrio patologicamente autosufficiente di lui che come Ippolito non agisce nella sfera di Afrodite.

L'irruzione dell'irrazionale in Tornatore non è presente solo nel sacro che sta alla base della condizione di Claire, che in quanto sacro è quindi una mània e non una malattia. La presenza di esseri che la società considera matti, la si trova in Baaria in quel personaggio che prima grida sempre “dollari!” poi venderà penne, insieme alla signora col figlio non troppo normale, che in cambio (tipico comportamento divino) ha ricevuto la capacità di vedere frammenti spesso insignificanti di futuro. In questo la sicilianità di Baaria si collega alla grecità che essa contiene. Per chi dubita è sufficiente leggere le prime pagine de “Il tramonto degli oracoli” di Plutarco di Cheronea. Troviamo l'irrazionale che si fa evidente come messaggio oltre la vita anche in “La corrispondenza”, e mi riferisco al comportamento anomalo del cane come alla foglia che insistentemente, come una mano, batte sul vetro della finestra, tenuta sospesa dal vento. Si ricordi che l'irruzione del sacro è affidata più che mai alla nostra epoca, a quel che scardina il razionale (detto anche scientifico), e la nostra epoca sta agendo con forza in questa interpretazione. Se per il laico puro, ciò che non si spiega si spiegherà, per chi ha il sacro dentro di sé, ogni dato che l'intelligenza non spiega, potrebbe essere una finestra, una porta stretta verso il sacro. Esso poi risulta ostico se lo si affronta con la razionalità poiché non è non modo più assoluto il suo linguaggio. Per questo il sacro risulta irraggiungibile nella nostra epoca.

Prima ho detto che nel film ad un certo punto trovo una crepa che verrà rattoppata in un'ottica che piace ai produttori e or ami spiego. È quel finale sorprendente che piace al cineasta poiché la sorpresa che ribalta tutti i sensi accuratamente ricamati, tecnicamente funziona, ma di fatto, solo per un aspetto mantiene un filo antico, legato ad un'idea profonda tuttora viva nella cultura dell'India. Se Claire con l'aiuto di complici ha ha agito solo per arricchirsi con le opere di Virgil, allora la sua malattia che risulta quindi finta, è stat da noi male interpretata? Direi di no, poiché nella mente del regista, quel personaggio, estratto da uno vero, è veramente così. La finzione di Claire è a sorpresa che il cinema spesso richiede e che al regsita serve perché ha la sensazione che altri finali che ha meditato, non soddisfino. Ma qual'è il soggetto ricevente secondo l'ottica del produttore, e che quindi il regista deve in qualche modo accontentare fino a quando egli non diventa pure il produttore di stesso? È il pubblico medio. Un pubblico spesso intelligente, spesso emotivo, ma raramente sensibile. Se soddisfi solo la sensibilità avrai forse un migliaio di spettatori … e la tua carriera di regista con un flop simile finisce perché nessuno ti cercherà più. La sorpresa quindi, il thriller finale, che per quanto sia un corpo estraneo al simbolo che riecheggia in positivo la tragedia di Ippolito, non lo trasforma in un triglier, ma accettata e ignorata, e questa ovviamente è la mia personalissima opinione. Il film rimane secondo me valido perché le chiavi sono nei caratteri dei personaggi esattamente come in Simenon la qualità non è nell'aspetto poliziesco del commissario Maigret, ma nelle personalità, nei mondi che ci rivela, nella concezione di giustizia dello stato e giustizia naturale che definisce sottilmente.

Che il film sia di qualità ce lo dimostra una collaborazione eccellente.
Penso da anni che quando Ennio Morricone decide di lavorare con un regista, questo vuol dire prima di tutto che il film sarà almeno interessante. Si faccia caso che s tutte tre le pellicole che sto meditando, lui ha collaborato e secondo me ad un livello attualmente ineguagliabile. Penso che ognuno di noi abbia eletto delle guide. Io in letteratura mi son fidato per anni di Borges per esempio. Le scelte di un artista ci attirano di più di quelle di un intellettuale, se parliamo di arte, e penso che sia una equazione ovvia. L'artista tenta il simbolo lasciandosi andare, osservando quel che sgorga in sé stesso, e solo successivamente lo irrigidisce in una struttura.
Trovo quindi “La migliore offerta” di Tornatore, un film notevole che non è perfetto ma perfettibile come l'esistenza di un essere umano.
Un gradino più vicino a quella perfezione che ho citato, e che di fatto è irraggiungibile come il limite tendente ad infinito in matematica, lo ha percorso con “La corrispondenza”.

LA CORRISPONDENZA



Se il testo de “La migliore offerta” pubblicato da Sellerio, contiene un chiamiamolo scritto tecnico che serviva per fissare brevemente le idee chiave di qualcosa che doveva diventare un film, e questo spiega la sua spontaneità e bellezza, “La corrispondenza” è invece un romanzo nato dopo il film. Di solito prefazioni e postfazioni le tengo per ultime. Nulla deve influenzare la mia lettura, e così procedendo, avevo “sentito” che l'inizio era ragionato, calcolato, costruito. Sensazione che non mi ha seguito per tutto il testo e questo vuol dire secondo me che Tornatore è riuscito a lasciarsi andare e a rivivere l'avventura che aveva già concluso in forma di immagini.
Premetto che il regista è un uomo, nel senso che è di sesso maschile. La considerazione può sembrare ovvia, ma non lo è assolutamente. La visione del mondo, del senso della vita del maschio, è diversa da quella della donna. Questo aspetto diverrà particolarmente evidente in “Baaria”. Quel che voglio dire è che il modo di agire di Ed Phoerum è profondamente maschile, e la sua idea di mascolinità è in parte debitrice alla sua origine. Non lo dico in tono dispregiativo. Si comprenderà successivamente.
Avevo prodotto uno schemino per i due protagonisti: cerco maldestramente di riprodurlo:

Prof ed Phoerum Amy Ryan

acrobazie della mente acrobazie del corporeità

mente PIU' corporeità

Angoscia, lotta con la morte morte come senso di colpa
per eternare il suo essere causa: reiterare come
protettivo. autopunizione, la morte
del padre.


Svisceriamo il primo aspetto. Essere protettivi.
Rappresenta la versione pi gentile della potenza maschile. Essa può esprimersi in varie forme, non ultima quella distruttiva. La forza può diventare violenza, lo sappiamo. Essa diviene protezione quando agisce in base ad uno schema morale non necessariamente dotato di senso. Nel caso di Tornatore esso trae la sua concreta vitalità non alla logica o dalla morale, ma dalla tradizione. Si pensi a tanti, troppi fil, nei quali la donna ama non l'uomo per quel che è, ma per la potenza che esprime, ed essa, quando va bene, è per un quarto forza mentale (intelligenza), e per tre quarti forza fisica. Clint Eastwood ha abilmente smascherato uno dei tanti diffettucci della nostra epoca con il suo ispettore Callaghan. Il cartellone di uno dei film su quel personaggio, mostra il buono e il cattivo che se le danno di santa ragione. La scritta che leggiamo dice: “il buono è quello col distintivo”. Chiaro il messaggio. Il cattivo usa la violenza. Il buono usa la violenza per ristabilire l'ordine. Suona strano, non trovate? Ma il buono non dovrebbe usare la bontà? … e la violenza solo quando la situazione si fa intollerabile e può essere vista come ultima spiaggia o legittima difesa? E Infatti Tornatore la pensa così. Peppino, il protagonista di “Baaria”, e guarda un po', si chiama proprio come il regista...., userà le mani solo quando il padre verrà malmenato dal riccone spietato del paese. Peppino, come Ed Phoerum, esprime la sua forza col pensiero, e oltre il resto con un aspetto particolare del pensiero, la fiducia nonostante tutto, ad un ideale, che in questo caso è il comunismo. Ed, è il massimo della mente. Un astrofisico, docente, così abile nel ragionare che spesso sembra che preveda il futuro. Ad Amy, lui sembra quasi dotato di poteri magici. Esempio per chiarire. Quando i nativi americani videro la nave di Cortes, pensarono che fosse una divinità. Dove col razionale non ci arriviamo, o sospendiamo la risposta oppure … entriamo nel sacro. In “La corrispondenza” il sacro non esiste oppure, tenta di non esistere. Amy, allieva di Ed, non pensa che lui sia un mago o un dio. E' consapevole che lui è il prodotto più avanzato della capacità intellettuale. Due esseri profondamente razionali si affrontano su ciò che disgrega l'io, o sembra disgregarlo. Mi spiego meglio. Per l'io dell'intellettuale sorto dall'illuminismo ed evoluto secondo me in un mostro fino ai giorni nostri, la morte è lo scacco, la sconfitta, una realtà che annienta l'io.
Ambedue i protagonisti, per vie diverse, devono affrontare la morte.
Amy guidava e una fatalità della quale mi sembra evidente non avesse colpa, ma nette di fronte alla morte. Il padre che era di fianco a lei. Si noti la sottigliezza che secondo me è inconscia in Tornatore. Amy ha causato ma in una situazione senza colpa quel decesso. Il problema non è da vedere nella colpa, liberiamoci per un attimo di questo schema utile nel vivere comunitario e basta. È l'incontro, la scoperta della morte, che la trasforma in quel che è. Una stunt-girl che costantemente della morte assaggia il limite senza mai ovviamente valicarlo. In lei lotta il bisogno del padre che è oltre quel limite, ma non del padre affettivo, ma di quel rivederlo su quel confine, che annullerebbe l'evento irrazionale che è il morire.
Ed è il positivista estremo. Possiede la conoscenza più vasta in senso spaziale e temporale. Un astrofisico studia il tempo dalla nascita della materia fino ad oggi, e studia lo spazio che sembra a volte senza limiti e a volte illimitato. Questo principe degli astrofisici lo vedo così. Conosce la nascita della materia, o suppone di conoscerla, ed è certo, sicuro che sia la realtà. La materia da inerte diviene biologicamente viva e l'essere umano rappresenta l'estremo di una evoluzione che dal big bang ci consegna una sensazione di progresso continuo. Ma, se la materia si organizza in modi sempre più complessi e notevoli, l'io individuale soccombe. L'io non è materia. È in esso, ma lo percepiamo come indipendente. Ebbene. Lo studioso dell'immortalità della materia si ritrova a fare i conti con la presunta mortalità dell'io.
Uno degli aspetti commoventi del film, e secondo me di una delicatezza surreale e … e non ho parole … è che Ed non si strugge, non è angosciato dalla sua morte, ma dal fatto che lei, Amy, non potrà più proteggerla.
L'intelligenza è egocentrica. Ho bisogno di esistere per poter continuare a godere del piacere di esistere. E' per questo che l'epoca che stiamo vivendo sta diventando sempre più individualista e … mostruosa. L'altruismo invece si nutre dell'amore, ha bisogno di amore. Non sto dicendo niente di nuovo. Il protagonista maschile del film, Ed Phoerum, è un essere irreale oppure rarissimo. Un intelligente che da la precedenza in modo estremo all'affetto. Fateci caso che per noi il dramma di un cancro è sentito come individuale. Chi se lo ritrova in corpo farà i conti con il suo annientamento. Siamo fatti così ormai. Ed invece fa i conti con i fatto che la persona che ama sarà indifesa nel mondo, un mondo nel quale lui la sta guidando dandole tutte quelle sicurezze che riducono il male e la sofferenza ad una ipotesi remota e poco credibile. Domandona. Perché Tornatore è riuscito a concepire un personaggio simile? Lui non è Ed. Tornatore è sensibile. Ha gli affetti al primo posto e la razionalità non ha perso il ruolo di strumento. Affetto uguale scopo, fine dell'esistenza; intelligenza uguale strumento, strategia per vivere pienamente l'affetto.
Esempio estremo. Le variazioni Goldberg di J.S. Bach. Esse sono un gioco intellettuale e come tale vengono godute e apprezzate da chi sa leggere uno spartito. Gli altri, condizionati prima di tutto dal fatto che Bach gode dell'attributo del genio, rispettano e tendono, com'è d'uso in esseri non solo intelligente ma o emotivi o sensibili, a interpretare con la chiave sentimentale. Emozione = reazione che può sfociare in lacrime riso o angoscia, poiché dai cinque sensi va direttamente alle viscere senza passare per il cervello o il cuore. Sensibilità = reazione spesso non plateale, che corrisponde a far entrare un evento sempre dai cinque sensi, ma nel diluirlo poi in tutto l'io. Quando mente cuore e viscere insieme si scuotono ecco la grande reazione di un vero essere umano. Bach è un gioco intelligente. Per mezzo delle Goldberg l'intelligente totalizzante, colui che ha scambiato il mezzo col fine, gongola, e chi non è in grado di “vedere” i giochetti intelligenti, chiede alle viscere di dare segni di vita per non fare la figura del fesso. Mi raccomando! Non si pensi che per me Bach sia da buttare, ma non faccio come quei modaioli che quando si affezionano ad una griffe, di essa accettano tutto devotamente, anche se è impresentabile! L'aria sulla quarta corda per esempio è un capolavoro che in certi momenti della mia vita sento addirittura necessario, e più ancora la Messa in si minore, ma il Bach solo intelligente, che gioca e si fa bastare l'intelligenza mi fa venire freddo, un tipo di freddo che le maglie di lana anche grosse un dito non rimediano, perché parte da dentro. Nel film “Il silenzio degli innocenti”, la prima volta che appare il mostro in gabbia (non in carcere, ma in gabbia, la differenza è importante) la ricordate? Prima la mostruosità la sentiamo nelle note della musica che Hannibal sta ascoltando, e poi eccolo, in tutta la sua semplicità che esprime la superiorità totale sul genere umano alla quale l'intelligenza estrema sembra dare accesso. E cosa ascolta Hannibal? Le Goldberg! un prodotto intelligente del compositore intelligente per antonomasia.
Torniamo al film … Ed Phoerum non rappresenta Tornatore. Lui è intelligente, non ho dubbi, ma il mezzo non si confonde con lo strumento. L'intelligenza sempre più grande come attributo della potenza maschile che si proietta nella protezione di chi si ama. Questo è l'ideale maschile di Tornatore, e questa definizione, che sento anche mia, ha reso il film di difficile comprensione per la massa. Pensiamoci. A scuola ti insegnano nozioni, e come applicare l'intelligenza ovunque. E la sensibilità? C'è, ma è rivolta solo a se stessi.
Perché Tornatore ha in sé questa concezione dell'amore e dell'intelligenza come mezzo? 



Perché è di Baaria! Essere siciliani, e comunque del sud Italia presuppone che esista si l'individuo, ma all'interno di una comunità. Niente comunità niente individuo. Esempio tremendo ed estremo tratto dal “Libro nero”di Vasilij Grossman. Villaggio ebreo dell'Ukraina, anno 1943. un vecchio è andato nel bosco per fare legna. Torna e il villaggio è disabitato. Ascolta attentamente e sente lontano, un crepitio. Lo raggiunge e vede tutta la SUA gente che è in fila davanti ad una fossa e i nazisti che stanno ammazzando. Cosa fa il vecchio, si toglie il cappello (così lo immagino da anni anni e anni) e si mette in fila. Quanti di noi riconoscerebbero come elevato il senso di quel gesto? Ormai quasi nessuno. Se non c'è più la mia comunità, non ho più senso … pensate ora all'uomo attuale che per lavoro viene sradicato. Gli rimane se stesso e un senso di angoscia che fa capolino ogni volta che l'io a sé medesimo non basta … e capita spesso. A me sembra, così a pelle, che Tornatore viva invece questa dimensione secondo un'altra categoria. In Baaria gli egoisti che sfruttano e maltrattano la comunità, sono i ricchi, che di fatto ricchi sono per il fatto di sfruttarla e non amarla quella comunità. È il mio solito discorso. Non posso essere felice anche se vinco al superenalotto, mi considerano un fenomeno dove più mi piace e la bella del secolo sbava per me se …. se nel frattempo la comunità nella quale vivo non mi ama ma mi invidia, se chi sta male non lo vedo. Ma esiste qualcosa di più osceno di un essere coperto di oro e diamanti che passa davanti ad una persona che chiede l'elemosina e ne è infastidito? Posso capire questo attuale 2016, nel quale spuntano mani elemosinanti ovunque, ma ricordate che se accade è perché intelligenza ed egoismo hanno deformato l'uomo fino a farne un mostro!
Ed Phoerum, si concentra su chi ama e che lascerà sola. Per questo crea una situazione drammatica e stupenda e con lettere pacchetti messaggini, e mail, e video, continua ad essere presente nella sua vita anche quando lui non c'è più.
E qualcosa di induista, antico come l'uomo alla fine accade. Lei, Amy, ha uno spasimante, ma nemmeno lo vede. Dice una grande religione che l'amore è la sensazione che la divinità vive costantemente, eternamente. E Ed alla fine ce l'ha fatta. Terminati i video e i trucchetti, lei entra in possesso tramite l'irrazionale che come al solito ha l'aspetti di chi è stato rifiutato dalla razionalità, ovvero il matto, entra in possesso di una memoria. In esso ci sono intentativi di Ed di fare quei video. Prova e sta male, riprova e si interrompe. Per me, coinvolto completamente è stato il momento delle viscere, ammetto di esservi commosso come mi capitò solo con “Nostalghia”. Lei piange. Il corpo è annientato, finito, terminato, e anche i suoi trucchetti non reggono più, ma lei ha amato, non è più sola, non è mai più sola. Lei ha ancora il corpo, ma non importa. E l'amore introduce Tornatore nella sensazione d'eternità, l'unica che ha trovato e che secondo me lo porterà lontano.

Le espressioni artistiche possono fare cose notevoli anche senza amore. Prima ho citato “Nostalghia”, secondo me il capolavoro assoluto del cinema. In esso è un individuo che che cerca la spiritualità. L'amore, come per Amy nel film, non è la meta, ma prima sensazione di armonia col tutto che porta lontano. Prima o poi, chiunque abbia amato, deve fare dei conti da solo, e per mezzo di quell'esperienza che non è della mente, non è solo dello spirito, poiché si fa all'amore col cuore col corpo, con tutti se stessi, si potrebbe arrivare ad una simbiosi che non intendo spiegare non perché me la tiro, ma perché (non si può dire ma “ma perché” ma mi piace!) non esistono le parole.

Ne “La corrispondenza” esiste poi una paginetta che mi riguarda da vicino. Sia Tornatore che umilmente io, siamo approdati ad una conclusione che fa dire ad Prof Ed Phoerum: “Per quanto ne so, al momento della nascita ogni essere umano possiede la virtù dell'immortalità. Tu dirai -ma poi muoiono- Sì, perché nel corso della loro esistenza commettono un errore fatale, che gli fa perdere la dote della vita eterna, Già ti sento chiedermelo: quale errore? … Questo non lo sappiamo, ma è grazie a quell'errore che gli uomini diventano creature mortali.”
anche secondo me la situazione è quella, con la differenza che io dico che non è causa un errore che si perde l'immortalità. Per me essa è accessibile se si comprende che per attuarla si deve rifiutare l'altalena di gioia e sofferenza, quindi l'amore nelle sue varie forme. Ognuno di noi sa che amare per un essere mortale, sarà eterno finché dura, ma ce ne freghiamo della realtà e il risultato è che si preferisce una goccia di amore, quello vero intendo, all'eternità col corpo, che presuppone anche un esilio, poiche se il corpo non lo lasci non ti ricongiungerai mai col tutto. Spesso nei miei scritti appare, anche recentemente nel racconto al titolo “Masako”.
Tornatore qui secondo me fa parlare Ed con la commozione che spesso vive l'artista mentre crea e: “Il mio errore l'ho capito. Nessuno ci riesce, io si. Il mio errore è stato non averti incontrata prima.” ma … non è un errore! Se una persona non la incontri che colpa hai! A questo punto si potrebbe pensare che il caso, la sorte, decide della nostra immortalità? Nooooo. Non è così! Non ci sono errori. L'unico possibile, l'esistenza più brutta che riesco ad immaginare, consiste nell'aver desiderato amare rinunciando quindi all'eternità del corpo (che poi deve essere di una noja mortale!), nell'aver amato l'amore e non averlo mai incontrato. Aver incontrato solo simulacri. Ecco l'inferno, e attualmente, un una dimensione così forsennatamente individualista, è facilissimo che accada. Attualmente spesso, troppo spesso, viene chiamato amore, la soddisfazione reciproca di due egoismi...

Ora dovrei parlare di Baaria … ma ho l'impressione di aver detto tutto. No … manca un particolare. In Baaria, l'amore è una tappa fondamentale per lei e per lui. A lei la gestione della famiglia, a lui quella degli ideali. I figli sono in comune e rappresentano la sintonia che continua anche carnalmente. Penso sia realmente così. In una coppia se si è troppo uguali come si fa a dividersi compiti? Tornatore ama friggere cuocere al forno e condire ideali, e se non glielo lasci fare diventa l'albatro di Baudelaire sbeffeggiato dai marinai. Immaginate una donna con bambini intorno e che tiene un filo al termine del quale, ben oltre le nuvole sta Tornatore, legato ad una caviglia. Lei ogni tanto lo tira giù e fanno un figlio, si amano e poi lui riparte. Nel film era il capoluogo, la capitale e le manifestazioni, ma poi tornava, ammaccato o felice ma chi ama torna sempre. Essendo così anch'io chiederei ad una donna anche un'altra dote (poveretta....!): regolare il filo, e se mi avvicino troppo al sole salvami! perché non so vivere, non so nemmeno morire so so farmi male. ciao















giovedì 21 luglio 2016

LA CACCIA (racconto)

Primo marzo

Inizio questo scritto alle quattro di mattina. Ho avuto tempo per pensarci. Perché scrivere quanto mi sta accadendo? Volevo mandare lettere a te, Carlo, ma sei morto d qualche anno. Tu avresti capito subito e si sarebbe stati alleati nel dare un senso …
allora niente lettere, ma un diario. A me stesso? Da sempre scrivere per me equivale a chiarire le idee. Cerco di dare una forma sensata a fatti che ho pensato o vissuto, perché così come sono accaduti sono difficili da accettare. Non che la situazione cambi, ma la mente umana cerca di mettere ordine sempre, di porre un argine alla reazione emotiva o anche, di accettare eventi inaccettabili come la morte, un brusco addio da una donna amata, quindi un mondo di abitudini che crolla …
Si … è meglio descrivere prima il mio stato d'animo di questi tempi. Piantato perché non avevo un lavoro sicuro e quindi rimandavo sempre il matrimonio. Amava me o il rito? Ormai lo so, e ammetto che avrei accettato se solo la mia precarietà non fosse stata alternata a periodi di lunga disoccupazione. Non mi sono mai angosciato più di tanto quando non lavoravo. La pensavo così: immagina una divinità che decide che devi fare un salto di qualità. Ti offre il tempo, il dono più grande, in fondo i ricchi, se non son stupidi, hanno compreso che i soldi servono per comperare tempo tempo e ancora tempo. Riducevo la mia vita al minimo e alla biblio prendevo libri. Crescevo, ma dentro, per il mondo, che ti guarda sempre troppo da vicino, ero invece sempre e solo, il disoccupato, un destino che non vale molto, perché lo si misura dal reddito.
Da qualche mese quindi, mi trovavo nel disastroso stato d'animo di un uomo che per la terza volta è stato mollato perché non ha un lavoro sicuro, ma se nei primi due casi amavo al minimo quindi capivo cosa stavo accadendo, questa volta amavo completamente e il vuoto, l'umiliazione, il senso di sconfitta, nel quotidiano, son stati enormi.
Son passati mesi da quando la situazione è esplosa e lei sparita. Io in casa, senza lavoro, ma con libri a volontà e qualche soldo da parte, mi son dedicato a letture che mi hanno ridato un senso. Leggere capolavori annulla il contingente, il qui e ora. Il senso del tempo si fa vasto. L'altra sera, forse per troppa solitudine, ma sicuramente non con rammarico, ho aperto gli occhi e la Ortese stava sfogliando il suo libro che avevo appena terminato. Sottolineo utilizzando matite di vari colori. Stava leggendo le cose in azzurro, poi ha alzato lo sguardo su di me e mi ha detto … “ora, da -Alonso e i visionari-, se fai il bravo, passerai a qualcosa che non è più la lettura ….”.
Sapevo che era una visione. Non capivo nemmeno se ero sveglio o la stessi sognando, ma in fondo non era questo l'importante. Mi stava dicendo che da quella lettura sarebbe nato qualcosa, qualcosa di mio. Lei aveva seminato e la sua sensibilità, aveva fecondato qualcosa di profondo in me. Sentivo effettivamente che leggere mi era precluso. Gli occhi ci provavano ma la mente non voleva.
L'incontro in Arizona, -c'è una leggenda, sembra che sia stata la prima parte del mondo emersa, con tutti i suoi colori, dal Caos, quando il,Caos sii aperse e liberò la terra. Rossa, deserta, con montagne di fiamma che poi si sono pietrificate … Il mondo lassù, può essere pieno di apparizioni. E il silenzio, forse è l'altezza ...”.
Ha riletto alcune delle frasi che avevo sottolineato e poi mi ha detto. “Pensaci, è capitato anche a te qualcosa di simile, e ti accadrà sempre, perché chi ha la porta del cuore socchiusa, se bussa un cucciolo o un animale, non arretra, non si spaventa. Tu non pensi che un animale sporca, che potrebbe attaccarti malattie … questo igienismo esasperato che è poi un cercare l'eternità che non ci è concessa … per quella via.
Non mi muovevo dal letto. Avevo timore che parlando o alzandomi, si sarebbe dissolta e, mettiamo pure che si fosse trattato del mio io profondo, quello vero che non scende mai a compromessi perché sa, che mi stesse chiarendo a ,e stesso prendendo la forma di questa anima sensibile e dimenticata …
ascoltavo. E lei aggiunse che mi era accaduto di comprendere la sensibilità degli animali e di aver dedotto una legge universale. L'avevo citata e come spesso accade quando si fa sul serio, l'uditorio aveva trovato bella la frase, ma non aveva compreso che era una regola di vita. “Ti ricordi di aver detto che quando si prende un cane o qualsiasi altro animale, è necessario lasciarsi educare da lui? Hanno applaudito … tu lo hai fatto, e poi hai scoperto che Gurdjieff visse con un cane che da solo andava al mercato e rubava una certa erba che a lui piaceva e gliela faceva trovare in camera. Un mistero che per mesi assillò il grande maestro di danza che non capiva come facesse quella erba a trovarsi li, e poi un giorno seguì il cane. E sempre lui conobbe quel santo che viveva in un bosco con qualche discepolo e un orso, il spaventoso orso delle legende, tutti i giorni gli portava cibo. Non saprai mai se Gurdjieff raccontò il vero. Io che non ho più corpo lo so, ma non è necessario dirtelo. Queste situazioni vanno vissute, solo così diventano vere in noi. Ora devi ricordare, e mettere ordine nel tuo passato ti porterà ad essere scelto …”
E poi più nulla. Ed è stato un attimo per me ricordare il rapporto che ho sempre avuto con cani e gatti. Non ho osato rettili o altro perché ho sempre creduto che per loro la vita con me sarebbe stata una cattività troppo grande e, lo ammetto serenamente, la loro primordialità, era troppo enigmatica per me. Ma quel giorno nel quale mi recai al bar di quel paesino in riva al mare ove vissi anni fa, in compagnia del cane che avevo salvato e allattato, e con mia sorpresa, il gatto e il merlo si aggregarono, ecco, in quella breve passeggiata autunnale, in un paesino quasi disabitato, mi sentii in sintonia col mondo. E poi c'erano le due tortore che venivano fin sulla spalliera della poltrona che avevo in giardino, e le foglie secche che entravano in casa e mi piaceva che non ci fosse più un confine fra dentro e fuori.

Ora però sono un quasi quarantenne senza animali in una metropoli anglosassone. Inutile far nomi, son tutte uguali. “i detriti della cultura da giornale” dice la Ortese … nel senso che i fatti non sono più quelli che accadono ma quelli del media, vai te a sapere se veramente quel che riporta il quotidiano è realtà, ma ad essa si reagisce emotivamente … e infatti mi sono staccato dal presente, e anche la televisione è uscita di casa, senza rimpianti. Il tempo è oro per l'anima, e il presente se lo mangia tutto.
Tre giorni fa è apparsa Annamaria … oso chiamarla per nome … la sera dopo l'ho attesa ed effettivamente non riuscivo a leggere. Da un pezzo ho capito che tutti siamo in gran parte inconsci anche se non lo vogliamo ammettere. Accade che leggo o vivo qualcosa di intenso e poi, mentre la mente, una sua parte, è presa dalla quotidianità, un'altra parte, la più profonda, antica, vera, elabora e fa collegamenti consegnando poi immagini, idee e significati che sento non essere miei, nel senso che la mia mente razionale mai avrebbe potuto arrivare così lontano.
Ieri, il secondo giorno dopo la sua visita, e penso ad Alonso, il puma cucciolo del suo romanzo. Rivedo come un film della mente, questo incontro in un paesaggio antichissimo dome le montagne son fiamme pietrificate. Un incontro fra un bambino e il cucciolo, la natura pura sempre in un animale, e la natura ancora incontaminata, non irrigidita e annebbiata dalla cultura, di un bambino. I due si riconoscono, nessun timore, ma un abbraccio e una simbiosi immediata. Mi è accaduto, e da adulto, semplicemente perché avevo capito che nello stile di vita del mio cane c'era più verità che nella mia e accettai di farmi guidare.

E poi questa sera … che non sapendo come spenderla, l'ho impegnata nel mettere un poco di ordine anche se di fatto non ce n'era bisogno. Potevo uscire, ma questo appartamento, troppo grande per me, e che mi è stato dato per una miseria da una anziana signora, se solo mi impegno ad annaffiare le piante disseminate sulle scale di questi venti piani, questo appartamento ormai, è il mio guscio, e di uscire ne ho voglia di rado.
Poi mi sono addormentato e mi ha svegliato un brusio incessante e strano per quella casa che oltre ad essere insonorizzata, essendo così in alto, è quasi silenzio puro.
Sono andato alla grande finestra della sala e ho visto la città alle tre di notte, invasa da cacciatori a cavallo in divise Brummel, cioè eleganti giacche rosse con risvolto nero al collo e alle tasche. Centinaia di cani tutti uguali e indefinibili, correvano guaiolando. Alle finestre degli altri edifici nessuno. Decido di scendere e, quando giungo alla porta d'ingresso del palazzo apro, tengo aperto con un piede e mi sporgo. Eccoli là, all'incrocio distante forse un centinaio di metri, e si immettono nella mia stradina secondaria. Qualcosa che sembra un ombra, mi sfiora e si infila su per le scale. Chiudo immediatamente e giusto un attimo dopo l'orda elegante e sanguinaria, passa. Mi sono nascosto dietro una colonna dell'atrio e li vedo che vagano, cercano e davanti alla mia porta i cani annusano nervosi, ma poi scattano attirati da qualcosa e torna il silenzio. Salgo le scale ed eccola li la volpe, in cima, di fianco alla mia porta che mostra la schiena. Il muso e il corpo rivolti verso lo spigolo più distante, sente i miei passi e ho la sensazione di sentire il suo cuore spaventato. Mi avvicino e china lievemente il capo come se attendesse il colpo definitivo e io, commosso, mi fermo per un tempo che non esiste, che non si può calcolare. Poi con le chiavi apro la porta
di casa, entro, e metto sulla soglia una ciotola con dell'acqua. Lei è sempre li, girata di schiena, immobile. Prendo dei pezzi di carne e li passo un poco in un tegame per far si che l'odore le giunga e poi li porto nella stanza guardaroba in fondo al corridoio. Mi metto in salotto seduto in poltrona e aspetto. L'ho posizionata in modo da vederla se entra o se per caso deciderà di scendere le scale, ma la mia attesa diventa sonno e all'alba la volpe non c'è più sul pianerottolo. Ha bevuto e mangiato la carne, ma non la vedo più, e non posso sapere se è nel guardaroba perché è un poco come i solai delle nonne. Li dentro l'anziana padrona tiene di tutto chiudo la porta rassegnato perché è più facile pensare che qualcuno sia sceso lasciando aperto. Lo fa spesso il tipo del terzo piano col suo Labrador che poi rientra da solo e solo qualcun altro che scenderà successivamente, chiuderà come sempre imprecando.


Due marzo

Due fatti; la visione della Ortese, e la caccia notturna alla volpe.
Sono accaduti? Se mi fermassi qui, non so spiegarlo, ma so che sarei immensamente stupido. … e accade che metto sempre l'acqua ala volpe e anche la carne, aspettando che qualcosa accada.
E l'acqua un minimo sembra che effettivamente cali … oppure è evaporazione. La carne invece non la tocca … oppure semplicemente non c'è e ieri sera ho solo sognato. Ma so già che non riuscirò a smettere. Metterò crocchette, quelle da cani, e sempre acqua. E comunque tutto questo un senso lo deve avere … anche se per ora non ci arrivo. Dopo essere stato in biblio tutto il pomeriggio, torno a casa e proseguo le letture, ma ora mi è più difficile concentrarmi. Cerco di ascoltare i rumori della casa, annuso l'aria. La volpe dovrebbe fare i bisognini, se veramente esiste, e dovrebbero sentirsi. Anche la volpe dovrebbe avere un odore, ma nulla. Ho solo la sensazione che mi stia osservando, che lei, ipersensibile di udito e olfatto, sappia di me tutto e forse anche i pensieri. Mi addormento e sogno che sto sognando. Ho visto bene in faccia ieri sera, il capo cacciatore. Anziano ma in forma, sguardo senza dubbi quindi crudele, e ora ho l'impressione che si tratti di una persona che mi indicarono un giorno a teatro. Mi dissero che era proprietario di mezzo mondo e stava facendo il possibile per impossessarsi anche dell'altro. Io ridevo e dicevo che non esistono persone così, e che loro, questi conoscenti che erano seduti vicino a me, invece desiderano la sua esistenza in quei termini perché sarebbe un dio in terra, uno che elargisce se lo si sa prendere dal verso giusto. Lo studiavano, si vedeva che tutti in modo più o meno vistoso, cercavano di cogliere da ogni suo minimo gesto, la natura di una sua debolezza nella quale insinuarsi.
Se ho sognato, non posso farci nulla e lui era lui, potente e oltre le regole come sempre accade a persone simili. E se non era un sogno … ma più passano le ore più comprendo, anche durante un sogno nel quale so di sognare, che è irreale una caccia notturna alla volpe fra le vie di una metropoli anglosassone. Le cacce alla volpe sono proibite, lo so, ma so anche che ugualmente si fanno, ed ecco che nel sogno torna il caos della caccia per le vie del centro e in una piazza, dedicata a questo personaggio, chiusa dai cavalieri e dai cani da ogni via, la volpe la vedo, rassegnata, pronta a morire. I cani le abbaiano a un passo dal muso, dal corpo, e lui, a cavallo, si avvicina e prende la mira. La volpe non lo degna di uno sguardo ma cerca fra i palazzi e trova il mio, la sto guardando, mi guarda con intensità, e parte il colpo, preciso.
Mi sveglio angosciato e non voglio più prendere sonno. Poi penso che … no, posso dormire, ormai la volpe è morta. E infatti ecco lui che ha comperato i mondo e ora non sa più che fare. La volpe impagliata è in un angolo di un ufficio di ghiaccio, e lui non sa che fare. Ha tutto e decide di cenare. Vuole la cosa più prelibata al mondo, gliela portano ma non gli basta, non è degna di lui, e poi comprende, solo lui è degno di lui, e inizia a mangiarsi una mano. Mai sazio si divora tutto, e rimane sulla scrivania una testa che tenta di mangiarsi il naso ma non ci riesce. Saltella in modo sgraziato. Ha già leccato tutto il suo sangue e ordina al cameriere “tagliami le orecchie!” e le mangia. “Tagliamo il naso!” e lo mangia e poi si fa scuoiare la testa e la mangia e alla fine, senza più occhi o altro, rimane il cervello e mi accorgo che anche il cervello da solo, senza più nulla, vuole mangiare una parte di se medesimo e ride ride ride.
Mi sveglio. Ma sono sveglio? Un appartamento, la sensazione di non essere solo, i miei amati libri e qualcosa da mangiare. Da qui posso partire, ma per dove? Scendo e vado al bar. Ne hanno aperto uno nuovo che si chiama Philosophers. Essendo nuovo attira ed è pieno. Mi siedo all'unico tavolo libero vicino a due cinesi. Mi chiedono in francese cosa c'è scritto sul muro di fianco al tavolo. Scritte celebri ovunque. Cerco di dirlo in francese, ma mi dicono che vanno bene anche altre lingue. Mi rilasso e in italiano leggo “su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. Mi ringraziano in tedesco poi stizziti mi chiedono in spagnolo “ma in che lingua si deve parlare con lei!!”. Sorrido e faccio presente, in tedesco, che conosco bene solo il linguaggio dei sogni. Si alzano con un improvviso rispetto stampato in volto, si scusano e mi dicono che hanno qualche sogno da sottopormi che non capiscono. Io che scherzavo, mi ritrovo ora nel ruolo del santone. Mi dicono e rispondono. Sono soddisfatti e mi chiedono se mi possono incontrare ancora. Decido all'istante e dico che tutte le mattine faccio colazione li verso le sette, presto perché non sopporto il caos. Mettono mano ai portafogli e mi lasciano una quantità di denaro che mi sembra assurda e se ne vanno. Erano sogni semplici quelli, e comunque avevano bisogno di una risposta, una qualsiasi. Per loro era essenziale che quell'oggetto della loro mente, divenisse razionale, inscatolabile nei circuiti ai quali erano abituati e che quindi, anche se irreali, rappresentavano per loro una sicurezza.
Torno a casa. L'acqua della volpe è calata oppure mi sembra, e questo dubbio mi stizzisce. Decido di mettere ordine nella stanza guardaroba e mi inoltro. Apro la finestra in fondo che è grande e arriva fin quasi a terra. Oltre c'è una ringhiera di sicurezza quindi la città la si vede come da un carcere. Inizio a sistemare, ma in fondo sposto solo. Ho chiuso la porta e mi rendo conto che mi do tanto da fare perché desidero dimostrare a me stesso qualcosa. Se è sogno, pace, se è realtà che sia …
Sposto quindi cartoni che prima ispeziono accuratamente, e trovo vecchie divise, armi e proiettili, poi mobili pieni di strumenti musicali che sembrano ancora funzionanti, poi un pianoforte e dietro … una culla vecchissima, col pizzo ingiallito, e mi sembra di vedere qualcosa di peloso dentro … il cuore va a mille, mi muovo con circospezione … ed è un orsacchiotto vecchio forse di un secolo coperto da parrucche polverose. Torno in casa. Sono rassegnato ma una parte di me non ne vuole sapere. Faccio una doccia, leggo intensamente qualcosa ma la concentrazione è fragile e, quando cala la sera, sistemo la poltrona in modo che una piccola luce dietro di me illumini le pagine. Non ho mai amato troppa luce. Ho gli occhi ormai deboli, ma la penombre mi sembra gentile, e la luce forte, degna di officine e sale operatorie. Non sono contento, accendo una candela, e alla sua mobile luce, amo ascoltare musica classica o rileggere poesie che amo. Mi concentro sulla prima, la sorseggio, giro le parole in bocca come fossero caramelle e poi mi fermo soddisfatto. Mi dico “finalmente un bel momento” ed eccola li, nell'ombra, di fronte a me, che mi osserva.
Nel preciso istante che mi sono accorto di lei, ha girato lo sguardo. Ho avuto la sensazione di essere stato indelicato, come quando nei polizieschi il poliziotto punta la luce spietata sul colpevole o sulla vittima designata.
Non avevo mai visto un gesto così elegante. Seduta, si è girata verso destra con un lento movimento del collo, misurato, perfetto. La mia sorpresa mi ha reso ingordo, volgare. Però non è fuggita e questo è già buono. Raccolgo le energie e cerco di capire cosa l'ha portata fuori dalla tana … e comprendo. Ho letto col cuore in mano. Riprovo con un verso breve di Neruda che so a memoria e fingo di leggere dal libro, e poi a memoria cito qualcos'altro, ma non funziona. Ho capito, sto fingendo l'enfasi … per avere il suo sguardo devo essere vero! Riapro il libro e mi lascio andare alla poesia. Inizio a leggere e la volpe lentamente si gira, prima guarda per terra, poi solleva lo sguardo, duro, lucente, magnifico. Sono commosso.
Non ho parole. Non ho più parole …

E' notte, la volpe, quando ho chiuso il libro, è andata nella sua stanza. Io non ho sonno. Ho cercato in un cassetto i miei racconti, quelli che sento di più e ho iniziato a leggere, con la mente. Ho rivissuto “Creatura” e stavo male, come quando quei fatti accaddero. A fine lettura ero agitato, profondamente solo, e fuori il brusio come tre sere fa. Guardo fuori … ed ecco i cacciatori coi cani. Vedo un uomo che fugge. Ora la volpe non basta più. E poi sento dietro di me una presenza, mi volto e lei è li, che mi guarda, e il mio sguardo non lo teme più. Prendo “Peter” altro vecchio racconto che sento molto, e inizio la lettura. Ho la voce commossa. Fuori urlano la caccia e qui, la volpe ascolta seria, immensa. Quando nel racconto lui dice a lei che quella non è la realtà, la volpe mi si avvicina e col corpo mi struscia le gambe. La guardo. “Ti è piaciuto? Ti è piaciuto veramente?” lei tace e mi osserva. Mi stendo a letto e mi copro con la coperta. Lei salta su e si mette di fianco a me. Sento la sua consistenza. Provo con una carezza. Resta immobile, mi addormento.

Nel sonno torna Lei, la Ortese. “eccoti il mio dono. La tua volpe, quella vera, che dormiva in macchina nelle notti di temporale, e che ti osservava la sera mentre leggevi in giardino, è stata uccisa. Ha chiesto di starti vicino. So che la ascolterai e ricorda … ricorda che il suo giudizio, come ormai il mio, e sappi che anch'io da viva avevo un'anima simile che mi guidava … è infallibile!”

Anche nel sonno sento il suo corpo vicino. Le volpi non sono seriche e morbide come le pellicce dei negozi. Mi hanno raccontato che, per renderle più voluminose mettono un elettrodo nella bocca della volpe ancora viva e lasciano partire la scarica. Lei, è piacevole al tatto ma anche un poco ispida. E' come la realtà.

Tre marzo.
Non era nel letto. Sono uscito per prendere un caffè e fare un po' di compere.
Quando sono entrato al Philosophers, i camerieri mi hanno salutato e mi hanno detto che il mio tavolo era libero. Su di esso, il cartellino con la scritta “prenotato”. Mi siedo col caffè e una brioche, e una signora timidamente mi augura il buongiorno. Desidera parlarmi. Un sogno che non comprende. Mi apre il cuore. Quella sincerità probabilmente mai l'ha avuta. Le spiego cosa ne penso. Lascia dei soldi sul tavolo, le dico che non è giusto. Lei risponde che invece lo è, mi saluta si allontana. Un altro si avvicina, e poi un altro ancora. Due ore così, e poi dico che sono stanco, che se ne parla domattina. Ho accumulato una bella cifra. Non so quanti ma sono tanti. Chiamo il cameriere e gliene do un bel po': “divideteveli e grazie”. Sicuramente non soffre di ernia, con quegli inchini che toccano terra col naso. Una mano mi ferma prendendomi per l'avambraccio. Un volto deciso, che dice “io non posso rimandare”. Rispondo “secondo me si, perché lei non ha lo sguardo di una persona che soffre!”, mi dice che sono un farabutto. Gli rispondo che io non vendo nulla, sono loro che pretendono da me quelle parole che forse sono una versione della consolazione. Mi snocciola un sogno. Mi guarda con sfida. Rispondo che non è suo. E' meno sicuro di sé. “e di chi sarebbe ...” di una donna. Lo vedo sconcertato. “Forse lei ha letto …” e mi dice un nome tedesco. Poi si riprende e aggiunge “probabilmente lei ha studiato qualcosa … ma da autodidatta! Probabilmente lei non ha i titoli per esercitare ...” lo interrompo. “Io non esercito …. io sogno, so sognare, lei non sa fare e si affida ai libri.”
Ora Tace e mi allontano. Per lui sono come quelli che fanno i tarocchi. Io non so cosa sono. So solo che capisco quando una persona è sincera e col cuore in mano … o mi illudo di saperlo, e comunque in questa epoca nella quale tutto ha un prezzo, una sincerità autentica, e questa offro, anche se forse irreale, val più di mille certezze costruite.

Torno in casa. La volpe è sul divano e ormai il suo sguardo non sfugge più al mio. Ho visto di sfuggita sul giornale che nella notte è stato trovato un corpo, nella piazza di quell'uomo che ha mezzo mondo. Un colpo alla fronte. Perfetto. Il corpo dilaniato dai cani. Introno tracce di cavalli, ma nessuno ha visto niente.
Potrei andare alla polizia e dire che so chi dirige la caccia e chi spara il colpo ultimo.
Decido di uscire. La volpe ulula e si oppone. Sono sconcertato.
Rimango in casa e leggo, con lei di fianco che si lascia accarezzare.

Mattina.
La volpe deve essere nella sua stanza. Esco e passo davanti al Philosophers, troppa gente, e il mio tavolo vuoto, e poi vedo lui, e non resisto. Entro, mi siedo, e c'è tensione. La sola presenza di quell'uomo sbianca anche i muri. Gli faccio un cenno. Si siede di fronte a me. Mi osserva e sorride. “quindi lei interpreta i sogni!”, “dicono, e forse anche la realtà ...” quella mi interessa di più. “Decida lei … la invito a non dilungarsi perché c'è altra gente e resisto poco. Le sofferenze altrui pesano”
Mi osserva e sorride. Per lui è una sfida. Per lui tutto è una sfida.
Ma non parla. Inizio io … “caccia alla volpe …”, cambia espressione. Lo sport proibito, lei deve dimostrare che non c'è legge per lei, quindi di notte, in città, scatena il finimondo”. Il suo sguardo si fa duro. “La volpe le è sfuggita e ha ucciso ieri notte quello che secondo lei era il colpevole ...” il suo volto si fa duro.
Questo è il suo sogno … giusto?”
Poiché son passato dalla realtà dei fatti, alla loro trasformazione in sogno, si calma. E dice “si. Ma come fa a saperlo. Lei è un talento. Parla anche con i morti?”
La sua ironia vuole essere tagliente ma so giocare meglio nel sogno che nella realtà, e questo è il mio unico vantaggio. “Sto parlando con un morto. Lei è morto qualche giorno fa e non se ne fa una ragione ...” “cosa sa di qualche giorno fa ...” e mentre lo dice gli tremano le mani. “Nulla... e non lo voglio sapere”. Si alza. Mi dice, quanto?
La libertà della volpe … ma in fondo è ormai imprendibile … si rassegni. La sua caccia spettacolare è una forma della sua solitudine, ma la volpe non verrà … non verrà più”
cosa significa la volpe ...”
Non lo so … non lo so, ma è stupenda”.
Si alza e si allontana. Un assegno col suo nome, lo straccio, lui sente, si ferma un attimo sconcertato e poi dice “le verrà comunque versato” e ride allontanandosi. Aveva bisogno di vincere.
Altra gente si avvicina e dico col primo di andare in banca a farsi dare il contante di quell'assegno. Inizierò quando avrò i soldi.
Basta una mezz'oretta e arriva con una borsa piena. Dico “Oggi pago io!”
ascolto i sogni di tutti e dono soldi. Sono andato avanti fino a sera, finché non li avevo finiti. Sono stanchissimo. Entro in casa. La volpe mi attende e si stende vicino a me. Mi addormento subito. Ed ecco la sveglia che suona. Ma quale sveglia! Da quando non lavoro più non ha motivo di suonare! Ed ecco la realtà. Sveglio nel letto, quello vero, in un paesino fra gli alberi e le cicale che stridono impazzite. Sento una presenza calda, il mio cane … lo accarezzo e faccio i conti con un sogno che è stato innescato da un romanzo della Ortese letto qualche giorno fa, da due libri di Tornatore stupendi, e da tanto silenzio.
Alle dieci di questo giorno scopro che ho un lavoro, un lavoro fisso che sembra dignitoso ma so che non lo è. Meglio che niente mi dicono, quando comprendono che non sono entusiasta. Non brindo, resto serio. Ho fretta di rincasare. Ho un racconto da scrivere, un sogno da scrivere, un pezzo di vita vera da rivivere. ciao