domenica 18 settembre 2016

"Vita e destino" e "Il maestro e Margherita" in versione film per la televisione ...e altro


Vari conoscenti, e anche amici, hanno notato da parte mia una forte reticenza quando si parla della Russia. La mia tendenza a deviare l'argomento parlando della grande letteratura russa e di molti pittori che apprezzo, ha portato alcune persone a chiedermi chiaramente di spiegare cosa penso della Russia odierna e di … Putin.

Che accada in Italia mi fa sorridere. Qui, condizionati dalla propaganda, ovvero i canali di stato, Putin risulta un dittatore, un cattivo assoluto, e il popolo russo qualcosa di un po' folle che oscilla fra vodka, ogni tanto genialità, donne indubbiamente belle e ovviamente di facili costumi ecc.
La Russia che ho conosciuto io, viaggiandoci, è un'altra. E inizio proprio dalle donne ad offrire la mia versione. Gli ebrei ortodossi di Gerusalemme e dintorni, dotati di grande religiosità , come accade sempre, insieme a questa sfoderano, in modo sotteraneo ma noto, una grande ipocrisia. Se rispettano alla lettera le regole di vita della loro versione estrema dell'ebraismo, si ritrovano, calendario alla mano, circa ventuno giorni nei quali non possono “toccare la moglie”. Ne rimangono nove o dieci e non è detto che il corpo per esempio, di un uomo sano e in piena salute, sia soddisfatto di soli nove giorni … con la moglie che vive con te e il desiderio, linguaggio del corpo, che non intende obbedire alla mente che ascolta invece il rabbino. Ebbene. In Gerusalemme e dintorni, le prostitute più ambite devono essere bionde e russe. Vengono chiamate tutte Natasha. Di fatto non vengono da quel popolo, ma sono spesso tinte e il russo lo hanno semplicemente studiato, ma fatto sta, che per un popolo di capello e peluria neri, e di carnagione certamente non bianchissima, l'ideale erotico ovviamente va a parare in ciò che è più raro da trovare.
Nel resto d'Europa la fama nacque col crollo del muro di Berlino. Prima di quella data, la donna russa era considerata la bionda stupenda, fine e colta. Che l'essere colte fosse dote contemplata fra le variabili dell'attrazione erotica, da quel che ne so, accadde solo due volte nella storia che ho studiato. A Venezia e Roma nel rinascimento, al punto che i salotti più importanti erano tenuti da alcune di queste, e il territorio che l'occidente percepisce come russo, ovvero dal confine di Polonia, Slovacchia e Romania, proseguendo verso destra sulla carta geografica.
Per un Italiano, e non solo per lui, Bielorussia, Ukraina, Moldova, Georgia, Armenia, Azerbaigian, Turkmenistan, Kazakstan ecc, sono di fatto Russia. Difficile far capire che dare dal russo ad un ukraino è un erroraccio. Il luogo comune vince e gestisce le menti.
Ora spiego con un esempio che racconto spesso, a cosa si deve il fatto che alla donna considerata russa, viene assegnato fra i talenti attraenti, anche quello l'intelligenza.
Vicino a casa mia, circa una quindicina di anni fa, venne ad abitare una donna di Mosca. Bionda, alta, atletica, quindi assolutamente indifferente alla mia pulsione che ha sempre amato donne minute e piccole (di statura, non di età). L'anno dopo, come mi raccontava spesso, sarebbe arrivata Angela, la figlia che aveva tredici anni. Intendeva prima sistemarsi, ovvero trovare lavoro. Una sera a cena a casa sua vidi un quadro composto di medaglie e foto e mi spiegò che era stata un'atleta della nazionale di nuoto russa. Le feci presente che quella era la sua ricchezza da spendere in Italia, le consigliai di recarsi alle piscine e di proporsi come istruttrice, caricando quel quadro in macchina per mostrarlo a chi avrebbe dubitato. Dopo mesi di caccia di un lavoro decente, il giorno dopo, al primo contatto, si trasformò in istruttrice di nuoto. Era giusto così. Arrivò all'inizio dell'estate la figlia, Angela, e per l'inizio dell'anno scolastico già masticava decentemente l'italiano. Verso Natale tornai in quella casa che di rado allora riuscivo a godermi e, questa volta a cena da me, chiesi ad Angela come si trovava a scuola. Sapevo già dalla madre che non era soddisfatta. Mi disse che i suoi coetanei le sembravano maleducati e senza interessi. Aggiunse che aveva nostalgia della Russia e della sua lingua. “Angela” le dissi “ sai che di là nel mio studio ci sono vari libri in russo con testo a fronte, se vuoi portane a casa qualcuno. E' un modo un po' povero per sentirti a casa, ma non posso fare di più.” ci avviammo in quella stanza e la vidi toccare le coste delle edizioni che potevano interessarla e prendere alla fine solo delle poesie. Le domandai perché li altri li aveva scartati. “Li ho già letti ...” risposi … “ora comprendo il tuo disagio. Tu a quattordici anni conosci Turgenev, Checov eccetera. In Italia un tuo coetaneo leggerà alcuni dei grandi italiani solo quando la scuola glielo imporrà, e spessissimo controvoglia.” “Vuoi dirmi che gli italiani non conoscono la loro cultura?” “Raramente Angela, per loro è un dovere quasi sempre.” “ma allora non esistono gli italiani!” “giusto! Non esistono quasi più. Sono esseri quasi completamente neutri. Dei consumatori forse.”
Penso che basti questo dialogo per sottolineare una differenza enorme. In Russia tuttora, nonostante i disastri delle crisi economiche e la difficoltà della vita quotidiana, la grande cultura la puoi respirare. Nei parchi pubblici spesso trovi persone che giocano a scacchi, per esempio, e a teatro ci son molti giovani. Ovviamente come ovunque, esiste una massa bovina, indifferenziata, banale, ma si respira la russità, che consiste nell'essere ortodossi e nel conoscere la propria cultura. Accade anche che chi ha trascurato questi aspetti della sua cultura, ne sia consapevole e chiama in causa una indolenza che lo sconfigge quotidianamente. Ecco quindi che quando, dopo il crollo del muro, l'italiano ha visto arrivare le graziosissime russe, spesso con prole alla quale dare un futuro; ha notato la dimensione eccellente delle ghiandole mammarie, gli ammalianti occhi azzurri e quel passo spesso senza peso di chi ha nel corpo anni di danza, oppure lievemente più pesante ma comunque aggraziato dall'elasticità della ginnastica e comunque in generale dello sport e ha interpretato con gli ormoni, non con la mente, quel che vedeva. Questo uomo devoto a Circe, celebre perché li trasformava in maiali, solo in un secondo tempo, sfogati gli istinti, si rendeva conto che questa donna era spesso, troppo spesso, quasi sempre, più determinata di lui, con le idee più chiare su cosa farsene della vita e … spesso più intelligente. La vedeva nei momenti liberi con un libro in mano e che disprezzava la nostra televisione. Non che attualmente la tivù russa sia poi tanto elevata! Mi fanno notare, ma due esempi mi bastano per condannare l'Itaglia televisiva e stimare comunque e nonostante tutto quella russa! Provate a valutare il livello di film prodotti dalla televisione italiane e fate il confronto. Ecco due esempi che per me dimostrano tanto, troppo! Bulgakov scrisse “Il maestro e Margherita” e nel 2005 in Russia, apparve in dieci puntate con la regia di Vladimir Bortko (spero sia scritto bene …).
Nel 2012 tocca, sempre alla tivù russa, a “Vita e destino” di Vasilij Grossman per la regia di Sergey Ursulyak. Nulla, ma assolutamente nulla, nella tivù itagliana è nemmeno lontanamente paragonabile a questi due prodotti. Volete vederli? Andate su Youtube e in russo potrete guardarli. Se per “Vita e destino” la lingua è effettivamente un ostacolo, con “Il maestro e Margherita” (digitare esattamente Master i Margarita), l'operazione è possibile se, come me, avete non semplicemente letto il romanzo, ma riletto e riletto, cosa non impossibile poiché si tratta di un capolavoro assssssoluto!
Io lo guardo anche in russo, so quel che sta accadendo e, amo le recitazioni che amici russi mi han detto essere fatte da attori quotati e assai stimati in patria. Ora … perché l'Itaglia nemmeno li doppia e ce li presenta? Perché la qualità da fastidio? Pensare è faticoso? Si teme che la sensibilità dell'Itagliano se agitata troppo, porti a stitichezza e altre forme di disagio fisico? Se la tivù di stato, più rigida e compromessa di quella delle vere dittature ( e quel popolo solo di rado, davanti alle evidenze più smaccate lo sospetta, ma per non più di tre secondi) non sa o non vuole produrre qualità ( e propendo per il non vuole...) potrebbe selezionare quel che di buono fanno altri e con poca spesa trasmetterlo! E invece niente! Silenzio. In Itaglia o ti fai da solo oppure sei costruito, destrutturato, di fatto deformato, da una televisione banalissima, fino al ridicolo.
Se serve riempire la pancia, avere un tetto, acqua e riscaldamento, quando queste necessità sono appagate, due sono le vie del destino umano, o avviarsi ad essere un consumatore compulsivo, oppure un essere pensante (il gradino successivo al pensiero è la sensibilità ecc). Nessuno deve essere obbligato. La scelta è libera, ma se non mi mostri mai la qualità non mi rimane che essere consumatore e questa tragedia sta accadendo più in Itaglia che in Russia … ne sono certo. In Itaglia, come rimasuglio della mentalità di un'altra epoca, l'epoca delle borghesie, come la definì un grande studioso, la cultura serve per contraddistinguere una casta. Essa è atto esteriore. Ma attualmente!!! ora che le nove sinfonie di Beethoven possono esse re acquistate in buona edizione ad un prezzo irrisorio, e così vale per tutta la cultura alta, ecco che essa non serve più anche e sopratutto, per identificare una classe sociale. Ora Beethoven o un romanzo di Fitzgerald, sono una libera scelta possibile che si può effettuare senza sofferenze, senza tirare la cinghia. Basta volerlo, ma si uccide la volontà negando quasi l'esistenza di questi capolavori che vengono relegati a gingle pubblicitari o di suonerie del telefono ecccccccc!
Più scrivo più mi sto indignando, lo ammetto.

Putin uguale dittatura? Non so rsipondere. So che Lui ama l'arte. Non l'ho mai conosciuto personalmente ma ho frequentato gente che ha avuto, e spesso, questa possibilità e guarda caso … spesso sono artisti, musicisti e alcune volte ambasciatori. Ne3ssuno mi ha parlato male di lui, cosa che per altri capi di stato ho sentito cosine truci o divertenti e che comunque non esitavano nel ridicolizzare, nel dimostrare una vuotezza.

E ora due esempi a questa Itaglia che vive di propaganda e ama dimenticarlo; uno itagliano e uno russo …

Ma vi sembra impossibile che il celebre eroe senza orecchie, ovvero Giuseppe Garibaldi (gliele tagliarono in sud America in quanto ladro di cavalli), con esattamente 1089 uomini mediamente sgangherati potesse anche solo infastidire con la su “spedizione dei mille” il Regno delle due Sicilie che era la terza potenza economica Europea e disponeva della seconda flotta sempre europea (prima la Gran Bretagna)?
Sarebbe come dire che una pulce da sola possa accoppare un cane!
Eppure ci credete e particolarmente in nord Itaglia mai il minimo dubbio vi ha sfiorato …

Veniamo alla cosiddetta guerra dell'Uktraina. In Itaglia si pensa che Putin abbia in quanto dittatore, arbitrariamente invaso certi territori a lui confinanti, esattamente la Crimea e la zona di Donetsk. Manie di conquista di un cattivone!
Ecco invece la storia; Cruschev negli anni sessanta sposta amministrativamente quei territori sotto l'Ukraina che è una delle repubbliche socialiste sovietiche confederate. Sarebbe come se si spostasse la provincia di Piacenza dall'Emilia Romagna alla Lombardia “dimenticandosi” di consultare gli abitanti. Crolla il muro, si creano nuovi equilibri e giustamente l'Ukraina e non solo, ottiene l'indipendenza. L'oblast (repubblica) di Donetsk e la Crimea, si ritrovano ad essere considerate territorio ukraino anche se la popolazione è a stragrande maggioranza russa. In alcune zone si supera l'ottanta per cento. La volontà popolare, nonostante l'opposizione del governo ukraino, riesce ad esprimersi per mezzo di plebisciti e chiede di diventare Russia. Si arriva alle armi. Ecco i fatti. A questo punto, cosa dire della versione ufficiale del Cattivone di Mosca? Sarebbe un reato se avesse cercato di favorire il RITORNO di territori e popolazioni alla loro patria? Allora … cosa si cela dietro alla propaganda, non alle notizie evidentemente false, che i mass media non solo italiani ci propongono? Una scusa costruita malissimo per attaccare uno stato, quello russo, che non intende inchinarsi alla potenza Usa e alla sua vassalla Europa. Ecco tutto.
Ecco perché quando si parla di Putin e della Russia taccio. Perché troppo è quel che avrei da dire. Non santifico nessuno e ritengo che ogni uomo che agisce nell'ambito del potere non possa mai mai mai avere le mani pulite. Posso però domandarmi chi le ha meno sporche e quale popolo mi sembra più spirituale, di spessore.

Ogni tanto osservo il filmato presente su youtube, di Vladimir Horowitz che suona al concerto di Mosca. Quell'uomo con gli occhi chiusi che ascolta e lascia scivolare una lacrima sulla guancia al minuto 1:29 della Traumerei di Schumann, quell'uomo per me è la Russia migliore, l'eterna Russia che crede nell'arte come valore supremo. Horowitz, fuggito cinquant'anni prima con pochi soldi nelle scarpe e con l'amico Menuhin, è tornato. Nella Russia ammutolita, che censurò “Il Maestro e Margherita”, “Vita e destino” e i loro autori, e suicidò fra i tanti Maiakovskij ed Esenin e uccise nei campi, uno per tutti Mandel'stam, quella Russia … vedeva tornare un grande che pianse se stessa perché era tornata una fetta di anima, e da quella crepa si insinuò un mondo. Da quella crepa passai pochi anni dopo anchio e mi recai prima di tutto sulla Sadovaja al numero 50, con emozione suonai il campanello a quel celebre quarto piano, nessuno rispose, ma Bulgakov ha sentito, lo so e della Russia il ricordo di quei passi su quei gradini, il ricordo di quel muro scalcinato di azzurro …. altro non so, altro per me che sono forse troppo sognatore, non esiste. Da ogni punto della terra, nonostante la pesantezza del corpo e l'illusione e la fame dei sensi, dobbiamo saper prendere il volo verso un infinito che ormai so non essere distante. In Russia, in quella Russia che ho conosciuto e che stimo, è più facile e si desidera ancora …. volare via.

lunedì 12 settembre 2016

MARITZA (invenzione tratta da una storia vera)


Cafè de la Règence. Anno 1861. Seduto solo, ad un tavolino esterno, un uomo anziano in abiti dell'epoca di Luigi XVIII, quindi degli anni venti di quel secolo. Anacronistico, come lo sono spesso e consapevolmente i vecchi, in lui brillava uno sguardo vivo in un modo talmente vistoso che, anche se in quel momento sedeva solo, meditante su una notizia appena letta, sembrava che un'aria più nitida lo circondasse. Le donne, tutte senza distinzione, se venivano colpite anche nella casualità della folla, dal raggio del suo sguardo, portavano a casa un turbamento non solo misterioso, ma anche erotico. La prima reazione era di sorpresa; una volta a casa, di stizza, pensando “ma cosa vuole quel vecchio da me!”, anche se quel vecchio nemmeno le aveva notate e lo sapevano… e poi col tempo, quando nella vita di tutti, le sensazioni più vere si fanno costanti , ed ovviamente parlo dei momenti che anticipano il sonno, gli unici nei quali nella finzione dell'esistenza facciamo i conti con la realtà, quella vera ecco, col tempo, visto il perdurare del turbamento dalla mente, al cuore, ai visceri in dosi incalcolabili e alla fin fine amabili, ecco che quelle donne di qualsiasi età, che avevano evitato quel tratto del Palai Royal in riva al Café de la Régence, ci tornavano, per indorare l'anima a quel raggio. Poi dall'anonimato che lo circondava riuscivano ad ottenere un nome e spesso, questo uomo solitario, si vedeva recapitare mazzolini di fiori di stagione e in primavera violette e mimose da lasciarlo interdetto e sentirlo dire spesso “E' Venere che me li manda, per la mia devozione!”

Questo signore con occhi melodiosi, amava sedere all'interno ed osservare giocare agli scacchi o sfogliare il giornale oppure, sorbire il caffè con lo sguardo perso nel nulla. Solo in primavera amava sedere fuori, ma il posto che si era scelto in un oggi del passato del quale vi narro le gesta, era un tavolino all'estremità, a ridosso del flusso della gente in libera uscita. Lo si era visto chiedere al cameriere di mettere una seconda sedia vicino alla sua, ordinare il caffè e dedicarsi, cosa strana per lui, ad una minuziosa osservazione dei passanti. Le donne compresero immediatamente che non cercava una donna, e per gli uomini, il suo era un neutro sguardo di vecchio che nulla diceva e probabilmente sembrava perso nei ricordi. Ad un certo punto gesticola e chiama il cameriere. “Vede quel giovane signore? Si, quello, portagli il mio biglietto!”. Il giovane, vent'anni in salute ma pallidi e con discrete occhiaie, stava parlando con un amico che aveva visibilmente fretta. Batteva il bastone da passeggio con agitazione e si allontanò approfittando del biglietto recapitato dal cameriere. Il giovane si gira facendo perno sul tacco destro e, con sguardo stizzoso, vede il vecchio . Si sventola un attimo col cartoncino che ha uno stemma araldico e decide che è corretto anche se noioso assecondare. Si avvicina e accenna un inchino fulminando comunque con lo sguardo che comunque si spegne senza fare effetto. Il vecchio rimane serio e indica con un gesto elegante la sedia libera. “La attendevo”
Il giovane si siede. “Ma io non la conosco signor Visconte ...”
Conosco suo padre”
io che me lo ritrovo in casa dalla nascita invece non lo conosco”
E' una legge della vita giovanotto. Lo comprenderà amerà e rispetterà quando sarà padre anche lei ...”
non lo sarò mai...”
Un attimo di silenzio. Il giovane ordina un caffè osserva la gente che passa. In quel momento una bambina si stacca dalla folla e porta un mazzolino al vecchio che ringrazia con un cenno leggero del capo condito da un sorriso radioso. La bambina torna dalla madre che con la mano guantata saluta, e sa di poter osare perché mai un marito riuscirà ad essere geloso … di un vecchio.
Il giovane ha un sorriso ironico e poi dice
sua figlia?”
non ho figli ...”
Troppo elegante per essere una serva ...”
E un amante non può essere ...”
Aggiunge il vecchio Sorridendo.
Senta giovanotto … immagino che lei non sappia chi sono ...”
Il giovane prende il biglietto che aveva appoggiato sul tavolo e lo legge,
lo so invece … Il signor Louis Marie Demartin du Tyrac Visconte Marcellus”
Grazioso insolente …. ma lei non ha mai sentito parlare di quella persona … giusto?”
Giusto”
il privilegio di andarsene lasciando di sé una buona reputazione, appartiene solo a chi vive nei villaggi. In una grande città la reputazione di una persona muore prima di lei...”
Parigi è un grande villaggio ...”
Parigi è Parigi, ed è più grande di quel che lei possa immaginare ...”
Il giovane ora è interessato. Ha compreso che, male che vada dedicherà qualche minuto ad un anziano per un dovere di casta che non sente, ma che potrebbe irritare il padre se lo saprà ignorato.
Suo padre mi ha confidato che lei è un po' giù. Tre duelli in una settimana … il desiderio di farsi ammazzare, secondo me, ma questi rivali erano così imbranati che farsi battere da loro anzi abbattere, le è sembrato decisamente insopportabile”
Il giovane si alza di scatto e il vecchio gli fa cenno, senza degnarlo di uno sguardo, di sedersi di nuovo.
Brucia che io l'abbia capito … vero? Una donna?”
Silenzio.
Ho indovinato … una donna …
ho una storia da raccontarle e lei ora la ascolterà!”
ne è così certo?”
Si, perché ho per lei la soluzione. Osservi ora quella signora ...”
Una donna veramente bella si avvicina, non degna il ragazzo di uno sguardo e lascia un mazzolino di violette sul tavolo … uno scambio di sguardi che sembra complicità e poi vola via … questo mistero incolla il giovane alla sedia, Monseiur le Vicomte lo sa, è la prima volta che fa leva su questo potere, ma ha promesso di fare il possibile per un amico.
Era maggio, e la sera del 24, vidi la Bellezza, quella con la B maiuscola.
Mi segua ragazzo e sarà salvo. La misero nella stiva. Fu un'avventura palpitante farla mia, e lo scritto che narra quel fatto mi rese celebre prima di tutto in Francia, e poi nel mondo. Mandai via i marinai. L'avevano messa in una cassa da morto. Era circa sei piedi e ci stava di misura. Poveretta. Era stata maltrattata, aveva sofferto. Sollevai il coperchio, feci luce con la lanterna e la vidi. Da quel momento sono suo. Lei governa in me … e ogni sera, per quattro mesi di viaggio scendevo, sollevavo quel coperchio e la ammiravo. Un altro caffè per favore! Si, anche per lui.
Immagino che questa mia mania macabra la metta a disagio. Le sembrerò un mostro, un depravato, che per quattro mesi osserva nella cassa, ma non pensi per cortesia e ascolti.”
Nel frattempo un altro mazzolino è stato depositato sul tavolo.
Arrivò in Francia … il re volle conoscermi per ringraziarmi personalmente e una sera, un suo ministro venne a prendermi e mi disse che avrei visto una cosa stupenda. Entrammo dal retro di quel grande palazzo e passando per i corridoi dei servi giungemmo a ridosso di una sala, mi fece mettere l'occhio nella serratura. Il re, il mio re era in ginocchio, con la sola camicia, davanti a lei e dopo un'ora, nel freddo della sera, gli misero un mantello rosso per ripararlo dal freddo. Lasciò fare, poi se lo tolse, si avvicinò a lei, la coprì, tornò ad inginocchiarsi per qualche minuto e, camminando a ritroso, esattamente come abbiamo sempre fatto noi con lui, lo vidi uscire.
Lo so ragazzo che non capisci … o forse hai capito?”
No. Devozione ad un cadavere maltrattato dalla sorte … questo ho compreso ma non mi piace … e comunque è ovvio che qualcosa mi sfugge e lei lo sta facendo apposta”
solo una decina di anni fa tutti avrebbero capito il sottinteso … Io sono la persona che riuscì a portare a Parigi la Venere di Milo … la statua di donna più bella dell'antica Grecia … lo dicono gli scultori … e se lo dicono loro ...”
Ho compreso e la ringrazio a nome della Francia ...”
Si alza, sistema giacca e panciotto ma il vecchio lo invita a sedersi nuovamente.
Ovviamente non intendevo gloriarmi ma narrarle come andarono veramente i fatti ...”
Li conosco. Mio padre mi ha parlato di lei e mi ha letto quelle pagine ...”
Bene! E lo dico non per narcisismo. Vede, sono mortalmente stanco … e se lei ha letto questo mio raccontare sarà più rapido”
Letto e riletto ...”
Perfetto. Lei saprà allora che non venni via immediatamente dall'isola. Sapevo che il signor Ender aveva disegnato un volto femminile. Era la figlia di un pilota della nave sulla quale era imbarcato. Ottenne di ritrarla solo al patto di mostrare il disegno solo una volta arrivato in Europa. Quel padre temeva gli ottomani, padroni della Grecia, e che la figlia finisse in un serraglio. Andai e ottenni di vederla a patto di non parlarne in giro e di qualche soldo. Ero vicino alla casa. Lei sapeva che era cercata ed uscì, in mezzo ad un groviglio di sorelle bambine, e mi si fermò il cuore. Era bianca e nessuno era bianco in Grecia perché la povertà ti faceva uscire per fare di tutto pur di sopravvivere. Era candida, alta e con occhi neri perfetti. Aveva i lineamenti della dea. Era da poco fidanzata ma avevo colpo e se avessi deciso … ma venni via con le tasche piene di fiori e di arance. Le lasciai un bracciale dei miei, d'oro pieno, e lei mi diede questo, di corallo, e qui c'è inciso il suo nome ...Maritza”
Glielo mostra e quando il ragazzo glielo rende, lo rifiuta.
Ascolta, ho quasi finito, porta pazienza. Porta pazienza. E sento che non ce la faccio più … io me ne andai da Maritza. Ero diviso. Venere o Maritza. L'ideale o la realtà ..
Il vecchio ha gli occhi umidi … una lacrima scende … altri mazzolini sul tavolino.
Aprire quella cassa e vederla … e vinse la dea … Ora parti pezzo di cretino … basta duelli. Son passati più di quarant'anni. Mi sono informato prima di cercare di parlarti. Maritza vive … vive ancora … e sua nipote è dicono che sia … un sogno … ho detto che sei mio nipote … pezzo di cretino … “
Il vecchio si alza, barcolla un attimo e gli stropiccia i capelli.
vai … vai e non guardare la dea ...”
Monsieur le Vicomte, in abiti di altri tempi, col suo bastone pomellato d'oro, se ne va. Il ragazzo gira come un rosario il braccialetto fra le dita e poi si alza. Passeggia a caso e ammette a se stesso che lo affascina questo viaggio.
Passa in banca, prende molto contante, compera un baule e qualche abito. Tutto questo accade in un'ora … potenza della giovinezza … e poi decide di andare al Louvre.

Ecco la sala. C'è la fila. Sta per entrare, ma sente una mano sulla spalla. E Monseiur le Vicomte …
Quanto mi hai fatto attendere … ora fila. La vedrai al ritorno. Prima la realtà, e da essa riceverai la forza per sopportare l'ideale … fila via. Fila … scappa!”
Il ragazzo sorride, gli stringe la mano e corre, letteralmente vola via.
Partì nel pomeriggio e il Visconte di Marcellus, finalmente comprese che poteva morire e ci riuscì, senza sforzo, prima del tramonto.



martedì 16 agosto 2016

Sulla poligamia nell'Islam (risposta ad articolo di Massimo Campanini del 15agosto 2016 pubblicato su "Il fatto quotidiano")

Buongiorno. Non sono musulmano e probabilmente nemmeno cattolico, le parlo da studioso.
Ho sofferto un poco leggendo il suo articolo e le spiego perché. 
Trovo che sarebbe stato interessante ed edificante per il lettore de "Il fatto quotidiano", comprendere il perché della poligamia, perché esistette.
Le ripeto cosucce che sicuramente sa bene, ma ritengo sia necessario che le sappia il lettore; comprendere equivale a tollerare anche in una dimensione evolutiva.
L'ebraismo era poligamo ad una precisa condizione (e di fatto lo è teoricamente tutt'ora). 

Se la moglie di mio fratello rimane vedova io la sposerò per dare un padre ai suoi figli. 
Questo era il comportamento consigliato e la sua motivazione risiedeva nel fatto che esisteva un vuoto normativo nei confronti della donna che rimaneva vedova e ancor più per tutelare i suoi suoi figli. La persona giuridica dei figli maschi prima del Bar mitzvah (circa 13-14 anni) era inglobata in quella paterna. Se mancava il padre giuridicamente si rasentava il nulla. Maometto visse questa tragedia. Lo si verifica facilmente osservando la storia della sua vita. Molti passi del Corano rappresentano per  l'epoca e per la cultura nella quale era inserito, un femminismo, nel senso che tutelando la donna in quanto madre si tutelava il figlio, figlio senza tutele quale lui fu con grande sofferenza. L'ebraismo deve parte della sua tradizione al periodo babilonese. La zona, che si potrebbe definire equidistante da Europa e India, si definiva su un canone interpretativo proprio. Nell'induismo il "problema della vedova" era risolto coll'invitarla a gettarsi nel rogo del marito (Yourcenar e non solo ...docet). 
Il punto è che ora quelle tutele si possono dare alle donne e ai figli quindi la motivazione profonda e originaria della poligamia si perde.
Essa ha comunque anche un altro senso. Ostentazione di ricchezza. La moglie, come altri beni, ha un valore commerciale calcolabile. E' così anche in occidente. Inutile negarlo. E' sufficiente indagare le motivazioni dei divorzi che son aumentati a dismisura in occasione della crisi economica in corso nel mondo europeo-americano. La donna dell'uomo benestante adduce spesso come motivazione il fatto che il marito non si può più permettere il tenore di vita precedente, che diventa quindi la causa per la quale si fece quella unione. La donna, nella nostra cultura opulenta, spesso, troppo spesso, accetta il ruolo mercificato, e l'uomo risponde con la medesima interpretazione. Questo secondo aspetto diviene poi poligamia di fatto poiché, quasi sempre, l'uomo della elite economica occidentale, ha di fatto un harem di amanti, e la donna non è da meno.

Domanda ... se  si ragiona senza ipocrisie, si deve ammettere che attualmente si tende verso una poligamia non legalizzata che coinvolge ambedue i sessi e nel rapporto di solito comanda chi ha più capitale. La ricchezza  dei ceti bassi è l'ideale, dei ceti alti potere e denaro che non sono sinonimi.

Accade anche in altre culture? si, da sempre. Quel motivo saggio che riabilitava la figura giuridica della vedova in fondo per tutelare e figli maschi, si è perso da anni.

Le porto un esempio italiano un poco datato. Il caro conte Ugolino era chiuso nella torre della fame insieme ai figli. Così dice Dante e così nel senso profondo del termine intendeva un'epoca. Ma ... noi sappiamo che eran figli e nipoti di lui, in quella torre! questo vuol dire che nella famiglia allargata dell'Italia medievale, i figli miei o di mio fratello eran considerati sempre figli. Se si spendeva il medesimo vocabolo era perché di fatto l'importante era appartenere al clan, in questo senso si intendeva la discendenza. All'epoca, in un contesto simile, l'origine della maternità, la sua autenticità, era secondaria. Non come nel caso della stanza porfirogenita dell'imperatore di Bisanzio. In questo caso essere porfirogeniti era un titolo fondamentale. Se Dio aveva dato a me il diritto di regnare, io potevo passarlo solo a mio figlio. Se per qualche motivo (le care ed eterne corna ...) il figlio non era mio, avevo disatteso ad un ordine divino e sarebbero stati anni neri per me e il mio popolo. Legittimità nella procreazione. e in quella stanza di porfido l'imperatore copulava con la moglie in presenza di testimoni. Essa veniva poi chiusa sottochiave e i suoi secondini erano eunuchi. Solo quando si rivelava fecondata poteva tornare libera. Anche in questo contesto, una volta assolto il sacro compito miriadi di relazioni occasionali o stabili, si realizzavano sia da parte maschile che femminile. La mentalità era la seguente: ho fatto il mio dovere nei confronti della divinità. Terminato il mio "orario di lavoro", faccio quello che mi pare. Funziona anche oggi, solo che i lavori che ci condizionano sono altri.

Via quindi le ipocrisie. La nostra società, ormai individualista all'estremo, e può radicalizzarsi ancora di più, tende verso una poligamia di fatto? no. nulla è cambiato, se non l'ingerenza della giurispudenza nel gestire la faccenda. Nella chiesa cristiana solo dal millecento il matrimonio divenne anche sacramento. Controllo della massa gestendo l'istinto erotico ....ineleganza che quel saggio di Betlemme mai consigliò ....
buone vacanze.

giovedì 11 agosto 2016

La formula dell'eternità (prosa? poesia? odio le categorie...)

Quando morirai camminerai molto 
e giungerai stanco ad un luogo calmo. 
Vedrai a destra un cipresso bianco e una fontana.
E' in quel momento, 
quando sarai vicino all'acqua fresca che scorre,
è in quel preciso momento
... che dovrai essere forte

e solo se ricorderai le mie parole
queste parole ...
ci rivedremo. 

Vedrai una folla assetata bere, ed è si lunga tratta
che non avresti creduto che morte tanta
n'avesse disfatta.

Ma tu taci e resisti e ripeti a te stesso le poche parole
che ti chiesi di ricordare!
e fermati solo al lago che troverai più avanti resistendo alla mostruosa sete.

Quando i due guardiani chiederanno
seri e gentili
"chi sei ... dove stai andando"
allora, solo allora ricorda esattamente!

ricorda ed esattamente, ripeti:
"Sono di stirpe divina
figlio della Terra e del Cielo stellante
e ardo di sete ... da morirne"

e loro
i guardiani
ti inviteranno al lago
distante dal bianco cipresso e dalla fonte affollata
che annulla con la memoria
il tuo essere
che è dell'anima ...l'esistere.

E sarai eterno
E vivrai con loro
ormai guardiano severo e gentile
dell'eternità e della formula.

Solo così potremo rivederci.
Ricordalo ..... ricordati ...
e ora vai
che è mio il tempo del corpo 
e non più tuo
ed è per questo che stai soffrendo.

Oggi nel bosco
vagante da trent'anni
ho incontrato mio padre.

Ha bevuto alla mia borraccia
ma non era dissetato ...
per questo l'ho riconosciuto.
Solo nei morti che non cedono il corpo
che non vogliono, che non riescono
per affetto verso chi resta,
solo per quei morti ardenti
la sete si fa inestinguibile.

... e gli ho indicato la via che il tuo dio
costruito da sacerdoti di imperatori ingordi
non poteva conoscere ...

Gli ho detto Padre!
ecco le Parole ... e non avere fretta
attendi la domanda prima di dire ...
per sembrare sincero ...

Si è allontanato da me
di nuovo ...

e ha compreso forse, 
forse ...
che questa mia, che sembra un'illusione,
vale più del nulla che lo possiede.

Se questa sera 
quando ti verrà chiesta 
ricorderai la formula esatta
Oh Padre ...
se ricorderai, 
se resisterai alla sete
ci rivedremo.
ciao Pa'

... ciao ...

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Tirolo, tre agosto 2016. 
Ero nel bosco. Un signore col viso sciupato e lo sguardo allucinato, mi dice che si è perso. Ha sete. Gli passo la borraccia e la vuota ma non basta. Mi ringrazia e con un sorriso ironico gli dico che se prosegue per questo sentiero e fra duecento metri volta a destra, e poi prosegue per meno di un chilometro, troverà la statale e un bar. E' perplesso. Si legge nei suoi occhi che ha capito di essersi perso per un attimo, in una frazione di bosco inserita, incastrata in un mondo civile ormai onnipresente. Perdersi, in tutti i sensi non è più facile, ma basta poco, oltre gli spazi,in sé stessi... qualche passo senza certezze, e questi umani incapaci di leggere le stelle, il muschio e la solitudine accedono alla paura.
Mi ha salutato con un cenno della mano ed è sparito, ma per me, di Orfeo adepto, è stato solo l'inizio di una visione insensata per chi ama la desertica razionalità. Ho lasciato correre la mente dove voleva. Mi son fatto neutro, spenti i sensi, immobili i muscoli, lento il respiro per ridurre il suo fruscio e rallentare fino all'assoluto silenzio, il cuore. E' così che accade. Per Esiodo eran Muse, per la Pizia Apollo. per me non so, ma so, ora so, che quello era mio padre, attaccato a me, a noi resistendo alla morte che lo aveva chiamato trent'anni fa, perché sempre i figli son fragili agli occhi di un padre. 

E' tutto. Ringrazio la voce che dal silenzio del corpo mi ha mostrato questa verità. Che sia simbolo, realtà o malattia cosa importa. l'Importante è essere capaci di poesia ...  






martedì 26 luglio 2016

GIUSEPPE TORNATORE (meditazione su "La migliore offerta", "La corrispondenza" e "Baaria"


Questo scritto intende essere un omaggio a Tornatore, un regista che con “La corrispondenza” ha raggiunto vette notevoli. Ci è giunto con un progressivo miglioramento che stimo moltissimo e … meditiamo prendendola un poco da lontano… alla fine della seconda grande guerra, la Sicilia ha chiesto l'indipendenza. Era disposta anche ad essere una colonia americana al centro del Mediterraneo. Era giusto secondo me, perché indubbiamente, costretti dalla triste unione con l'itaglia (non è un errore, ma la dicitura esatta), penso che i siciliani si siano sentiti e si sentano prima di tutto … siciliani. E' una caratteristica degli isolani. Da Ponza a Capri alla Sardegna, all'Irlanda e a quell'isola che contiene quattro popoli con quattro culture diverse (Galles, Cornovaglia, Scozia e Inghilterra), sappiamo, ma non non ne abbiamo colto l'irriducibile forza, quanto essere isola, dal quale deriva il vocabolo “isolati”, crei una sensazione dell'esistenza, della comunità, dell'io, della morte, della vita e dell'amore, che non è riducibile, non è assolutamente malleabile se non nell'apparenza.
Cosa sarebbe l'itaglia senza la letteratura siciliana? Ci sono vari fenomeni veri, come Papini, Carnevali, Ortese, Brancati, Pirandello, Sciascia, Guerra, Savinio, Pavese, Capriolo, Trilussa, Malaparte, Fenoglio, Deledda, Eduardo, Landolfi, Tomasi di Lampedusa, D'Annunzio, Trilussa, Ungaretti,Tobino, Morselli, Primo Levi e Morante … e sono i primi nomi che mi vengono in mente. Sono ben 24! e sfido qualsiasi altra lingua ad aver sfornato più fenomeni … solo la letteratura ebraica, ma a livello mondiale, ha probabilmente superato questa meravigliosa classifica, e di striscio penso alle classifiche olimpiche … un inno alla fretta e alla precisione, misure che della vita son distruzione (pure la rima …).
Togliamo ora da quei diciannove coloro che hanno sopportato il papa-re e il regno di Napoli, per secoli di fatto colonia sfruttata, e poi gli isolani, e rimangono Papini, Carnevali (Ungaretti nato in Egitto e Savinio in Grecia sono italiani in senso non regionale del termine), Pavese, Capriolo, Malaparte Fenoglio e Primo Levi. Rimangono sette nomi.; tre piemontesi e tre toscani e due lombardi. Non è strano, all'apparenza, che la zona più vessata di questo stato abbia prodotto tredici fenomeni letterari degni di essere ricordati mentre la parte opulenta si è fermata a otto? Un Piemonte che ha respirato aria di Francia, di ebraismo culturalmente elevatissimo anche nelle scienze (si pensi ai tre allievi di Giuseppe Levi che vinsero il Nobel …. Rita Levi Montalcini, Renato Dulbecco e Salvador Luria …) e che con Pavese, Fenoglio e Primo Levi ha dimostrato di essere attenta alla genialità e di rispettarla …
Toscana! La prima al mondo, quando c'era ancora il Granducato, a rinunciare alla pena di morte e a distruggere pubblicamente gli strumenti di tortura e i capestri nel tetro Bargello che ora è un museo stupendo … ed ecco Papini, Carnevali, venerato da Puond che di certe cose se ne intendeva e sconosciuto all'Italia, e Malaparte che, per quanto padre del signor Suckert che migrò a Prato per lavorare nella tecnologia tessile, di fatto considerò suo padre un signore toscano che … effettivamente gli fece da padre. Rimangono a questo Punto Paola Capriolo e Morselli, unici lombardi, schivi e bravissimi. Una, poiché vivente, che meriterebbe la candidatura al Nobel, ma pochi sanno che esiste, e mi riferisco anche ad addetti ai lavori. L'altro che si è suicidato poiché veniva sistematicamente ignorato. A Milano tutto diventa commercio, se hai l'anima sei un cretino … e così, morale della favola, Tre toscani, tre piemontesi, tre Italiani (Savinio Ungaretti e primo Levi che è si piemontese ma anche italiano) e due milanesi in cattività assoluta. Dieci nell'opulenza e quattordici nella zona più sofferta e meno popolata. Se agissi con le statistiche sulla densità di popolazione il dato risulterebbe ancor più sorprendente ...
Al lettore che è stato indottrinato dalle università, il mio elenco sembrerà incompleto ed arbitrario, ma rido serenamente di una categoria che si è fatta propinare un cibo preparato dosato e spiegato e che di anima, di cuore, ne ha messo poco nelle successive letture e spesso nemmeno le ha fatte. Quanta gente ho conosciuto che si fregia di sigle come dott o prof, e ha letto per esempio saggi su Fenoglio ma nemmeno una riga della sua opera! Se mi dici che l'autore X è bravo, ok, ti ascolto, ma poi lo leggo, non prendo per oro colato quel che dici, a meno che tu non sia un Tonino Guerra, un Antonioni, un Manganelli! E anche in questo caso, se aumenta la fiducia, mai essa sarà cieca, totale. In più (la boccaccia mia non tace …) come si fa a credere ad una casta di “indocenti” sistemati non in base alla effettiva capacità ma all'affiliazione a sette come partiti, logge e banche, o a gruppi famigliari … ah caro nepotismo itagliano! Perfino Benedetto Croce che non era uno stupido, fece lo stupido quando assegnarono a Roma la cattedra di Fisica ... e quando Majorana propose la sua candidatura per opporsi a questi schifosi giochi, lui, che Einstein e Eisenberg si contendevano, perse, e gli confezionarono una cattedrina a Napoli per salvare le non salvabili apparenze! E di dov'era Majorana? Catania ….

Morale … un toscano prima di essere italiano è un toscano! Un piemontese pure, e un siciliano? E un sardo? Isole … più che mai culture a sé che per conquiste, attualmente son costrette alla lingua italiana, ma in essa mettono un sentire regionale che non esito a definire nazionale, intendendo nazione la Sicilia, la Sardegna, e meno nazione, se non in una ristretta elite, Toscana e Piemonte che, essendo raggiungibili via terra, hanno più difficoltà a salvaguardare la loro originalità.

Veniamo ora ai siciliani che stimo e rileggo spesso …
Pirandello, Brancati, Sciascia, Tomasi di Lampedusa e … lo aggiungo ora … Giuseppe Tornatore.
Il totale dei nomi da me elencati diventa quindi di venticinque e ben cinque dalla mentalmente indipendente Sicilia! Terra povera, maltrattata dal regno dei Savoia e anche dalla democrazia successiva, e precedentemente da regni arretrati che la consideravano una colonia. Sia papato che regno di Napoli, di fatto furono feudali fino al 1860 e poi divennero la serie b, la manovalanza, del nord industriale. Come hanno fatto a salvaguardare così tanti talenti? Secondo me perché sono ancora comunità, perché il loro modo di vivere concede senz'altro parte di sé al bisogno di sopravvivere, ma non è disposto a rinunciare a un senso della vita. Attualmente sei consumatore e finisce li il tuo senso. Nei due registi siciliani che stimo enormemente, unici veri talenti che la lingua italiana attualmente vanta, Crialese e Tornatore, sento il bisogno irriducibile di un senso, e funziona, piace, si fa amare quel senso, perché anche il consumatore, prima o poi deve fare i conti con la vita … e con la morte.

Perché ho aggiunto Tornatore ... perché, spinto da Antonio Sellerio, ha prodotto tre libri che sono dei gioielli. La nostra epoca ha il difetto di rinchiudere, letteralmente incarcerare, il nostro io, sotto un'unica etichetta. Victor Hugo è per tutti uno scrittore, ma dipingeva benissimo per esempio ... e Savinio fu scrittore, compositore e pittore mentre per qualcuno è o scrittore o pittore, per molti non esiste e per pochissimi è compositore. Simenon per tutti è sempre e solo il “papà” del commissario Maigret, quindi un giallista, mentre invece era anche un grande romanziere (e diceva che Maigret lo batteva a macchina e serviva per pagare le bollette, mentre le altre “cose” quelle vere, le scriveva a mano ... Siamo al punto in questa epoca, esattamente dal secondo dopoguerra, che un artista, per esempio un pittore, viene costretto dal mercato a fare opere simili fra loro, in modo da essere riconoscibile, identificabile. Un Mirò lo riconosci da un centinaio di metri di distanza, così un Vedova o un Hirst … per esempio. Se vuoi vedere le opere “vere” di un artista, devi chiedere di quello che aveva o ha in casa, che non vende o che al mercato non interessa, solo così vedrai in lui una evoluzione e non una fissità che ha tutte le caratteristiche di una malattia mentale … se non si sapesse, con rade eccezioni, che è un obbligo commerciale che costringe a quell'agire al quale mai mi abbasserò, si penserebbe che la vita della sensibilità deve essere, o essere stata, veramente monotona e assurda, come fu per esempio quella di Giorgio Morandi, pittore che stimo ma che offre una ripetitività “lievemente” patologica; non per niente certe sere prendeva il treno e andava nei postriboli di Firenze per non sconvolgere la penombra, l'immobilità assoluta delle donne di casa alle quali era legato con la palla al piede.

Scoprii per caso in libreria, il libro “La migliore offerta” e decisi di comperarlo. Non so dire perché l'ho fatto. Il film non mi entusiasmò. Riconobbi una finezza notevole nel regista, ma anche qualcosa di contorto che non mi piaceva. L'avevo visto comunque una volta sola quindi il mio giudizio era superficiale e ne ero consapevole. Sono attratto da sempre da quei film che sono ideati (soggetto), hanno sceneggiatura e regia, della medesima persona. Ogni volta, direi quasi sempre, che un film è tratto da un libro oppure ha persone differenti in soggetto, sceneggiatura e regia, si ha forse una “cosa” intelligente e con sprazzi di sensibilità che di solito appartengono ad un'unica fonte che non è difficile, se ci si impegna un attimo, scoprire … oppure tutto è effettivamente di un'ombra occultata dal nome del regista. Ecco qualche esempio …
Le idee de “I vitelloni” e della sua seconda parte nota come “La dolce vita”, sono di Ennio Flaiano, uno dei due geni assoluti in lingua italiana del secondo novecento (l'altro è Savinio, ideatore del surrealismo … e Breton che lo ha fondato sulle sue dritte, candidamente lo ammise, e per iscritto. Sua l'idea di uomo metafisico e quindi di pittura metafisica ecc). Una prova piccola piccola, ma che incrina la certezza che tutto quanto sia firmato Fellini sia un Fellini … “Vitellone” pensiamo sia un termine riminese, ma è di Pescara; sarebbe il vudellone, più comprensibile se virato in budellone, ovvero colui che passa le giornate al bar fra chiacchiere carte e biliardo, esattamente il Sordi del film. Si cercano le idee de “La dolce vita?” si legga “Una e una notte” … di Flaiano. Ed eccovi ora la storia di una scena, com'è nata veramente … Roma ...Fellini e Pinelli vanno a trovare Flaiano. “Sai, abbiamo un'idea da aggiungere al film, una prostituta, la aggancia Marcello con la ragazza, chiedono di andare a casa di lei e così si vedrà tutta la sua miseria”. Flajano dice che non è la realtà, si tratta della finzione, di una realtà troppo spesso gonfiata del neorealismo che partì bene poi si crogiolò nelle sue disperazioni mentre l'Italia cambiava, e velocemente. ( e di fatto da Flajano, per mezzo dell'opera firmata Fellini, riceverà il colpo di grazia). Dice … “venite con me” e li porta, a notte inoltrata, da una prosti. Chiede se possono, loro tre, andare a casa di lei, la pagheranno bene. Lei risponde che non fa cose di gruppo, ma Ennio la rassicura. Niente sesso, solo due amichevoli chiacchiere. Arrivano. Il piano terra del palazzo è allagato. Lei in casa fa il caffè e racconta che sta per pagando le rate dell'appartamento. In tutto e per tutto una donna normale, senza problemi morali e sensi di colpa riguardo la sua antica professione che di fatto accelera l'ottenimento dei beni materiali che simboleggiano la sicurezza. Ritrovate la scena nel film … e ora l'idea, il senso, è di Fellini o Flajano? E infatti il rapporto di lavoro si ruppe perché Fellini scoprì che negli Usa, Oscarlandia, si diceva “i film di Flajano”. Quest'ultimo disse, per far tacere strane e vere voci ... che non collaborava più col riminese perché “ora ci mette anche la magia, materia di cui non sono competente”. Vero ma non causa effettiva della rottura. Quando Antonioni ebbe la certezza che Flajano era “libero” da un sodalizio che all'epoca si basava su patti e strette di mano e non su firme, chiedendolo direttamente a Fellini, se lo accaparrò immediatamente e, forte dei due più grandi sceneggiatori (e fonti continue di idee) dell'epoca, partì per Milano con il contratto per fare un film, il cast quasi ultimato e zero idee. Nacque “La notte” uno dei capolavori asssssssoluti del cinema di sempre. Fellini fu quindi prima di tutto un talent scout eccezionale sia per le musiche che per il montaggio (Eraldo da Roma era il desiderio segreto di ogni produzione). Innegabile la sua capacità con la macchina da presa, ma prima di tutto sapeva circondarsi di talenti e sapeva ascoltarli. Quando poi si affidò a Tonino Guerra (sue le idee di “E la nave va” e di “Amarcord” e non solo, lui lo riportò a Oscarlandia …
Tre menti per quattro Oscar … Tullio Pinelli con “La strada”, Flajano con “Le notti di Cabiria” e “8 e mezzo”, e Tonino Guerra con “Amarcord”. In un'epoca che secondo gli intellettuali francesi il film era del regista, tre grandi furono “seppelliti” da una regola inesatta.
Capita poi che il film sia “preso” da un libro, e raramente si ottiene qualcosa di decente. “La morte a Venezia” secondo me è più bello del testo di Mann che, sempre troppo intellettuale, fu “preso” da un Visconti in stato di grazia al punto da aver reso immortale anche il libro. “Solaris” di un grande Lem nella regia di Tarkovskj. Un capolavoro che non segue comunque rigorosamente il testo. Poi “Mystic River” di Lehane nel libro ed Eastwood nella regia, “Anna Karenina” di Joe Wright, i “Don Camillo” di Guareschi con regia di Duvivier... Ovvio che non ho visto tutti i film del mondo; non basterebbero un centinaio di vite ma … mi sembra ovvio che quando un regista è sensibile, ecco che potrà capire il libro e le variazioni che applicherà saranno interessanti. Ma quando il regista ha un'idea sua poi se la sceneggia e fa pure la regia!!! questa secondo me è la condizione migliore. Se l'idea è la tua ecco che la possibilità che si perda qualche granello di sensibilità è più difficile. Meno gente ci lavora e più il percorso fra idea e realizzazione finale si fa semplice! E Tornatore, per i tre film che intendo trattare … ha fatto proprio così: “Baaria”, “La migliore offerta” e “La corrispondenza”.

Penso che si debba molto a all'intervento di Elvira e Antonio Sellerio e ora cerco di spiegare perché. Se con “Baaria” leggere la sceneggiatura vera e propria con questa lingua difficile ma interessante, è stato piacevole, “La migliore offerta” e “La corrispondenza” son stati un momento per me, in veste di lettore, veramente magnifico e profondo e i Sellerio secondo me avevano capito che Tornatore non è solo un regista.

LA MIGLIORE OFFERTA



Film uscito nel 2016. Il volumetto edito Sellerio che posseggo è datato 2013.
Anche la prefazione è del regista e leggendola scopriamo che “ … l'impulso che non mi spiegavo, e per certi versi continuo a non spiegarmi, di fissare la trama in una chiave vagamente letteraria.”

Quel soggettone, come preferisco chiamarlo, non era nato per scopi editoriali. Al massimo poteva essere considerato una delle tappe di lavoro che si sono succedute dall'ideazione alla realizzazione del film. …. non un racconto vero e proprio , ma la testimonianza di una delle tante strategie che un cineasta s'inventa per rendere il proprio cammino più agile, più rispondente al proprio intuito. Il testo impuro nel suo stile, se vogliamo, un po' racconto, un po' sceneggiatura, senza essere né l'uno né l'altra.”

Sorrido di queste parole, che non vogliono essere fintamente umili. C'è il suo senso della realtà, la sua sensazione che la situazione sia così come l'ha descritta, ma per il fruitore, che sia una persona come me con ambizioni letterarie o un semplice lettore, si ha la sensazione del capolavoro. Spendo una parolona e ci sta tutta. Un certo Petrarca pensava di passare alla storia per il poema Africa, Conan Doyle era certo di essere ricordato in quanto storico e nelle elite come spiritista e il vece Sherlock Holmes si impadronì di lui … son molti i casi.

Ebbene, Tornatore sa scrivere, e molto bene! Ma è accaduta una cosa strana e liberatoria. Ha pubblicato quello scritto nel quale ha “messo” in forma di racconto per se stesso, il materiale che intendeva far maturare per un film. Incurante di pressioni per quanto riguarda la forma, ha agito con la libertà del fanciullo, che inconsapevole delle regole stilistiche di un'epoca, le scardina proprio perché la sua libertà è pura invenzione. Per chi ha dubbi che si guardi i ritratti, di Lola, del padre e della madre fatti da Picasso rispettivamente a dodici quattordici e quindici anni! Vada a rivedersi quel che fece un Michelangelo adolescente! E se ci sono le condizioni, spesso per età, o fortuite come nel caso di questo scritto di Tornatore, ecco che la libertà espressiva, frutto di irresponsabilità, nel senso che non devi e vuoi rendere conto che a te stesso e alla tua sensibilità, ecco che una coerenza nuova e che funziona, può apparire. L'influenza della scrittura per il cinema è evidente ma, se se ne ignora la fonte e l'aspetto tecnico, roba da intellettuali che di solito per mestiere masticano le idee altrui, e possibilmente quelle di artisti e scrittori sensibili …, se se ne ignora la fonte e ci si lascia andare alla lettura, per essere intrisi di sensibilità (se c'è), ecco che si ammira una scrittura semplice, diretta, che agendo solo in funzione del senso e non della struttura, riesce ad essere una freccia dritta verso il cuore.
Ammetto che preferisco il libro al film e che l'ho riletto varie volte. Nel film la ricercatezza per le immagini spegne un talento della letteratura; mi spiego … ove serve un senso estetico, il lettore, accettando ovviamente i paletti del testo, ci mette del suo. Nel film la sensibilità di Tornatore diventa uno strato fra quel che vuol dire e quel che arriva, ed è ovvio. Ogni espressione artistica ha i suoi limiti e mi spiego con un esempio. Di recente, ascoltando un concerto in una antica chiesa, mi si concentrò lo sguardo sull'opera dell'altar maggiore. Una Assunzione della Vergine. Sotto, la tomba piena di fiori, di fianco ad essa gli apostoli in estasi, in alto Lei, Maria, che se ne va.
Meditando nelle parentesi fragorosi degli applausi, ho capito che nella realtà la tomba non doveva essere piena di fiori. C'era “l'odore di santità”! Mi spiego. La tomba di una persona comune o puzza o è inodore. Quella di un santo la si riconosce immediatamente perché … profuma. Questo si pensava anticamente. Ora … provate voi a rappresentare pittoricamente un profumo! Ed ecco allora che si misero in fiori per intendere non essi ma l'odore di santità.
Il senso estetico ora è frantumato. O è una sequenza frigida di nozioni acquisite dalla cultura alta e non pensate, ma più che altro tratto distintivo per definirsi persone elitarie, oppure, in un viaggio solitario, nella vastità di bellezza a disposizione da vari continenti e varie epoche, ci si auto-educa ma si diventa originali fino all'estremo! È il caso di Tornatore, che nel film mostra quel che il suo senso dell'arte ama.
Per l'opposto, un esempio è la Gioconda di Leonardo. Tutti, quasi tutti e io fra quelli perché non amo fingere, una volta che l'abbiamo vista dal vero abbiamo detto a noi stessi o a pochi intimi ...”tutto qui?” e se questo dubbio è stato ben accolto si è trovato il coraggio di dire che Leonardo ha fatto di meglio e che al Louvre c'è “molta roba” che mi ha affascinato di più. Ma allora … perché la Gioconda è considerata così tanto? Pensate ora alle varie religioni. Quasi invisibili protestantesimo ed ebraismo a livello mondiale. Perché? Perché l'attuale sistema mediatico ha bisogno di un personaggio di riferimento. I cattolici hanno il Papa che ne è capo spirituale e questo rende attualmente più visibile questa religione. L'ebraismo italiano ha deciso di fare riferimento al Rabbino capo di Roma, le altre religioni sono uno spezzatino ingestibile. Per correttezza dovresti intervistare varie persone e alla fine il giornalista non ne sente nessuna e … spesso inventa o rammenda, senza preparazione, delle posizioni che non sussistono. Ebbene, per le varie espressioni dell'umano agire, in questo sistema massmediatico che parla di tutto ma in modo succinto (il tempo è denaro …), anche l'arte deve avere riferimenti immediati, semplici e condivisi. Il fatto che siano sensati non è strettamente necessario … e la Gioconda si è guadagnata lo scettro poiché fu rubata da un imbianchino italiano nel 1911 e fu un evento giornalistico di portata internazionale. Il quadro fu trovato ma il giornalismo, che aveva cavalcato l'onda emotiva per mesi, non “mollò” la presa sull'opera e le conseguenze le subiamo ancora oggi (e per molti inconsapevolmente) sulla dinamica di una imposizione che tocca la sfera del gusto, ma vi è stata trapiantata con la forza perché … la Gioconda non piace quasi a nessuno, ma si sussurra, non lo si dice forte per no essere considerati asini da una elite intellettuale che sembra rompere i vetri tutti i giorni e a tutte le ore, ma che di fatto è conformista e ama riconoscersi in chi ripete a pappagallo i concetti che ha acquisito, poiché solo così hanno un senso che non richiede sforzi. Se quello che ho imparato, memorizzato, quasi senza pensare, nozione pura … lo devo pure rimeditare, dubitare, rimettere in gioco … ecco che non ho più certezze. Meglio una base di finto marmo da spacciare per vera, che doverla costruire con lo scalpello e lucidarla di fino con la paglia come faceva il Buonarroti! Una finzione collettiva è meno impegnativa della ricerca del vero valore artistico ...

Tornatore nel suo film non poteva evitare quindi questa stratificazione fra il suo senso estetico, assai ricercato, e quello del fruitore. Non essendoci una base “vera” e condivisibile in questa epoca, diventa facile che l'estetica che si propone soddisfi parzialmente e diventi una lente deformante fra il senso che si propone e quel che si percepisce.
Nel libro, i 279 ritratti di donna li posso, tranne qualcuno direttamente citato, immaginare. Nel film li vedo. Nel libro i 279 ritratti si fanno simbolo di una sindrome assai tragica e poetica. Nella realtà la sala blindata con i quadri è troppo vera per diventare simbolo.

Un altro particolare. Virgil Oldman compie 63 anni nella prima pagina dello scritto e viene presentato immediatamente come un uomo che crede negli “imponderabili del vivere quotidiano”. Credere in segni, in qualcosa che sfugge e sembra far parte di un destino che un'entità superiore ci confeziona, è presente in Tornatore, rende bene a parole, ma sfuma troppo nel film.
La mania del protagonista di usare sempre i guanti nello scritto è resa in modo eccellente poiché, l'intuizione immediata che si tratta di una mania, di una esigenza di preservare la propria purezza in un mondo corrotto, viene colta. Tornatore però non si limita a descriverla. Rende anche esplicito questo senso. Così facendo, costringe il lettore a comprendere che quella non è la chiave del testo, non si risolve tutto nell'esigenza di salvaguardare la purezza, e allora la ricerca di senso si fa o intellettuale oppure ci si lascia trasportare dagli eventi. La seconda versione è quella che accade, poiché la vita di Oldman è originale e incuriosisce così come quella della controparte femminile. La scrittura è densa ma semplice e scorre bene e … la trama vira improvvisamente al capitolo XXV su un totale di XXX (su 76 pagine spesso non piene perché ci sono inizio o fine di trenta capitoli che lasciano spazi bianchi a josa, lo si ha a pagina 67, quindi a ridosso della fine, quando abbiamo la sensazione del lieto fine) assestando un colpo allo stomaco della mente che lascia interdetti.

C'è ovviamente della tecnica. Il giallo è così oppure, come si preferisce definire, ovvero thriller, che uso quando una volta terminata la visione o la lettura, mi resta qualcosa ... oppure, mia definizione, li chiamo ironicamente “triglier” quando la banalità e gli effettacci son l'unica presenza certa.

Il triglier non lo rivedi. Sai chi è il colpevole e quello era l'unico mistero.
I thriller li rivedi … perché c'è dell'altro. I gialli di Simenon per esempio, si leggono e rileggono perché descrivono prima di tutto un mondo. In essi il colpevole, o la colpa, o il fascino della dinamica dell'inchiesta, sono solo un aspetto.
Il film di Tornatore, poiché è un thriller, lo si rivede volentieri. In esso affascinano i caratteri dei due protagonisti, e anche la figura secondaria di Robert Larkin, il trentenne che piace alle donne e ha mani d'oro come riparatore universale.
Su questo discorso, quello del rivedere un film o rileggere un libro, devo essere chiaro e rigoroso. Chi legge anche un breve racconto una sola volta, non lo conosce. Ne ha una illusione che è appoggiata dalla nostra epoca che santifica il consumo. Se vedi un film al cine e come me, se lo trovi interessante compri il dvd per rivederlo varie volte, sei un consumatore atipico e da sopprimere. Tu Pensi! Devi essere invece compulsivo. Vedi il film, ti emozioni o ridi o ti spaventi e deve finire li. Domani un altro film, un altro spavento o arrapamento o risata che sia, e via dicendo fino alla morte che ti coglie di sorpresa e senza anima perché non sapendo di averla, non ti ci sei dedicato e si è seccata.
Rileggere o rivedere quel che ci sembra non solo coerente e ben congegnato (piaceri si, ma della mente) ma anche capace di nutrire la sensibilità … l'unica acqua per quel seme che altrimenti non fiorirà in noi ….

Veniamo alla trama. Virgil Oldman compie 63 anni. Sembra sia vergine (non in senso zodiacale), o almeno così si mormora. Sul lavoro, fa il banditore d'aste, è considerato un fenomeno. Gioca anche sporco poiché un amico (amico? Forse un'abitudine utile ai suoi scopi) pittore senza talento, si finge cliente fra i clienti e acquisisce per Virgil le opere che lo interessano, e son ritratti di donne che ha valutato un'inezia oppure dotate di expertise consapevolmente errati. Ma cosa compera? Ritratti donne che, a causa una caratteristica tecnica, ovunque sei nella stanza, senti su di te lo sguardo. Tutti i quadri Virgil li tiene in una stanza blindata nella quale c'è anche una poltrona e spesso, quando ha tempo, si siede e “sente” tutti quegli sguardi su di sé. La sua mania di mantenersi puro e incontaminato dal contatto con gli altri, non si ferma ai guanti che tiene, tratto sgradevole anche secondo il bon ton, anche quando stringe la mano. Li toglie solo per toccare le opere. (I guanti una volta si vendevano minimo a mezze dozzine, sia per uomini che per donne; si poteva salutare senza un pari casta o superiore solo se era concesso e rappresentava un forte legame di amicizia o di parentela, ma mai con un inferiore, ovvero graduatoria di purezza da salvaguardare.
La percezione era tale che una donna dell'elite senza guanti era considerata volgare quasi quanto vedere oggi una donna che in un Caffè in centro chiede una consumazione in topless (non sto scherzando). I guanti erano tratto distintivo. Il popolo non li portava ma una donna del popolo che era sempre senza guanti, non era disdicevole poiché … non era una donna, ma al massimo una femmina e anche questo di rado. Non si dimentichi mai che al Concilio di Trento la discussione se la donna aveva un'anima durò se non ricordo male, ben cinque giorni!

Ma oltre il guanto c'è di più. La mania delle posate e di tutti gli accessori del desinare, mania che ho anch'io ma in altra forma... E Virgil eccelle anche in questo. In ogni città nella quale lo porta il lavoro, ha un ristorante che ha accettato, su compenso, la sua mania. Ultimamente sta diffondendosi per esempio per quel che riguarda gli alberghi. Spesso ho sentito deplorare la sgradevolezza di dormire su materassi che han visto passare di tutto. E la norma, che sembra puramente igienica, è anche legata ad un io più profondo che sembra essere più vulnerabile di notte e nella ingestione di cibi e bevande. Lo dimostra il fatto che a molti clienti non basta sapere che il materasso sia stato igienizzato nemmeno con una bomba atomica. Non si tratta semplicemente di batteri e simili ….

Questo bisogno di purezza diventa globale per esempio nelle norme Kasher dell'ebreo osservante. In esse ogni aspetto della vita è regolamentato e gli eccessi li vediamo in Israele dove gli ortodossi estremi girano la città (Gerusalemme) passando dai tetti che hanno opportunamente collegati, per non essere costretti a girare fra esseri impuri.

Virgil non si relaziona con le donne? Non è esatto. Ogni ritratto è una donna e lo è nella forma che lui è in grado di sopportare. La forma purificata dell'arte. Ricordiamoci quel che disse Wilde dei cieli di Turner … la natura li offre a caso, Turner sceglie i migliori e li rende eterni oppure li inventa. Così l'artista con i ritratti femminili, seleziona in base al presunto ideale di un'epoca e al personale. In più i quadri scelti da Virgil devono avere uno sguardo, lui deve “sentire” quello sguardo su di sé, e così ottiene una relazione ideale e pura. C'è quindi appagamento ed equilibrio nella sua esistenza e Tornatore ha inventato una figura autosufficiente sul piano erotico, per quanto in modo malato. Una figura che è in sé un gioiello, un vero capolavoro. Ed è proprio a causa si questa completezza, di questa l'autosufficienza che questo personaggio si ha reso per Tornatore, inutilizzabile. Era inattaccabile, monolitico … ma poi la realtà gli ha proposto un caso di agorafobia, ed ecco che questo personaggio in questo caso femminile, chiuso in sé stesso ma autosufficiente in modo che sentiva e sento più precario, ha attirato l'altro. Sentiva il loro creatore, che insieme potevano agire, che anche l'equilibrio perfetto di Virgil poteva essere scardinato. Ricordo una simile inattaccabilità in un quesito che Tonino Guerra si pose per anni. Aveva scritto una situazione in due righe e mi chiedeva come poterla evolvere perché lui non ci riusciva. Ecco il fatto detto con parole mie: un uomo scopre che la moglie lo tradisce, da quel giorno a tavola apparecchia per te. Semplicissimo e tremendo. Dopo essermi ben bene spremuto feci presente a Tonino, che se lei accettava la situazione forse si poteva inventare, ma sarebbe stata un'agonia. Sembrava comunque una situazione psicologicamente troppo forte e che avrebbe portato certamente alla rotture. Un fatto accaduto si situa nel ricordo e questo pian piano può annebbiarsi e sparire. Spesso la tragedia di esseri sensibilissimi è proprio in questo assottigliarsi del ricordo che sembra un offendere per esempio la persona amata. Nel caso ideato da Tonino, la memoria non riesce mai a diluirsi. Rimane presente con la medesima intensità e secondo me non può andare oltre ad una forma di rottura. Capisco quindi il fatto che prima la figura di Virgil, che affinò per anni, e poi quella di Claire che prese da uno spunto reale, nella loro circolarità esistenziale quasi perfetta, no si prestavano a divenire storia poiché essa ha senso se vi è cambiamento. Veniamo ora alla natura, al senso profondo dello spiraglio che rese collegabili i due personaggi e potremo cogliere la chiave di lettura di Tornatore. Preciso prima che è proprio nell'imperfezione del testo nel suo insieme, nel fatto quindi che ci sia una crepa poi rattoppata in un senso che piace ai produttori, che si può risalire con discreta disinvoltura alla chiave di volta di questo regista. Ricordiamoci anche di un aspetto importante del lavorio interiore di ogni artista. L'opera vera la si scrive per sé stessi, per fare i conti con una incrinatura che non ci rende semplice esistere. Chi è felice vive, chi la felicità la sente sporcata da qualcosa, ecco che con essa deve fare i conti. L'artista quindi è il primo lettore di sé medesimo. L'opera contiene qualcosa di sé che l'io inconscio, che io considero universale, sacro, gli sta comunicando. L'opera è quindi momento di lezione, nel quale aumenta la consapevolezza. Si arriva poi fino al capolavoro puro nel quale l'artista ha compreso e con lucidità esprime la sua visone, la sua versione della felicità o il suo fallimento. Di recente ho ri-letto per esempio “Alonso e i visionari” della Ortese. In questo libro, una vita di intensa sensibilità approda ad un senso completo e catartico, ad una via, una possibilità di esistere riscattata dalle negatività in questo caso del suo novecento.
Inoltriamoci ora nella interpretazione del film ...

Quel che sappiamo dalla lettura è che Virgil è così perché … “... un bambino che perde i genitori, un orfanotrofio sporchissimo. Quella roba lì. La sola nota interessante era che le suore punivano il bambino costringendolo a lavorare dal restauratore che aveva bottega in un'ala dell'orfanotrofio.”
La nostra mente, troppo razionale, ha sempre bisogno di rispondere ai perché, solo così l'altro ha la possibilità di essere accettato e tollerato anche se mostra comportamenti limite. Il caso dell'orfanotrofio poi, apre possibilità enormi di negativo. Si prenda come caso estremo quello del mostro di Rostov. Se non lo si conosce si può leggere su internet. La partenza fu in una di quelle strutture, il disastro della sua psiche estremo. Noi sappiamo di essere la somma del nostro passato; certi eventi vissuti producono danni irreversibili, e si ha il trauma, altri ci trasformano in esseri particolari, strani, maniacali. Se il trauma non è curabile, chi ne soffre può solamente essere educato a lanciare segnali per poter essere salvato quando la crisi porta a soluzioni estreme come la violenza contro se stessi o gli altri, fino a forme efferate di suicidio e omicidio. Se invece non si è varcata la soglia irreversibile del trauma, ecco che, se la sorte aiuta, e se nella persona in questione esiste comunque una volontà positiva, ecco che la vita può comunque fiorire, ma solo attraverso vie contorte. Virgil ama la femminilità ma, a causa delle prime figure femminili che ha “assaggiato”, le mitiche suore verso le quali ho anch'io il dente avvelenato per qualche brutto ricordo, ha scisso la corporeità dall'ideale. In un certo senso Virgil è “pieno” di donne, ne ha ben 279, che hanno lo sguardo concentrato su di lui. Il suo equilibrio, anche se malato, lo ha raggiunto.
Claire Ibbetson, ha ventotto anni, da quindici vive chiusa in quella casa e non ne è mai uscita. I genitori sono morti da poco e per le sue esigenze provvede un guardiano tuttofare che anche pulisce e fa la spesa. Il contatto con Virgil è avvenuto perché intende vendere arredi e quadri. Di lei sappiamo che la sua agorafobia si manifestò a Parigi, mentre con i genitori era sotto la torre Eiffel, in un piazzale gremito di turisti. Così fu la prima grande crisi. Solo una città, Praga, le ha dato un senso di felicità e ci si muoveva senza problemi anche nella piazza principale gremita di gente. In questo frangente in modo non calcolato, Tornatore ha usato due simboli che noi “beviamo” interiorizziamo e comprendiamo senza che essi passino per il setaccio della razionalità. Pensate un attimo, in modo secco e rapido, alle immagini che vi vengono in mente pensando a Parigi. Scrivete proprio su un foglio un insieme di nomi che secondo voi la caratterizzano, se poi lo fate con amici, potrete cogliere come alcuni di esi son denominatori comuni condivisi. Parigi è moda, eleganza, profumi, mondanità chic solo per iniziare, che poi la realtà non sia così poco cambia. È un poco come per le notizie che i media ci rifilano. Esse, anche se son finte, sono la nostra realtà …
Ora pensiamo altrettanto rapidamente alle immagini, alle suggestioni che ci offre Praga … se poi si tiene conto che Tornatore è colto, ecco che Praga magica (grazie Ripellino...), mistero, Golem, Rodolfo II e Kafka, tutti aspetti che sfuggono alla nostra lettura razionale per aprirsi ad un oltre intrigante, ecco che cogliamo quel che si è ottenuto con la scelta di quelle due capitali. In quella Praga magica, l'incantesimo chiamato agorafobia è sospeso. Amo gli aspetti irrazionali poiché semplicemente hanno un livello di senso più vasto e profondo … e secondo me Tornatore deve far leva su questo spiraglio delle sue vie inconsce, che in “la corrispondenza” si fanno più esplicite … quindi non c'è di fatto bisogno di dirglielo perché è proprio in quella direzione che si sta inoltrando … cosa “combina Praga? Elimina “l'antico turbamento” (che bel modo per togliere l'abito medico-razionale al vocabolo agorafobia e alle tristezze che suon pura malattia che ci rende fredde!). Altro passaggio interessante, nel raccontare come stava in nel ristorante praghese “La notte e il giorno” scopriamo una definizione tipica delle persone che escono da un tunnel scuro: “... Era stata proprio felice, in pace con se stessa. Questa definizione di felicità non è quella delle persone che hanno avuto una vita normale. Bisogna averla persa la pace, per considerarla la felicità nell'attimo anche breve che la assapori. Queste sottigliezze di natura psicologica, poste al confine fra razionale ed inconscio, sono la caratteristica, la chiave, del Tornatore di questo film si situi su un confine che valicherà con lenta progressione.
Abbiamo due malati, chiamiamoli così. Virgil, che è frutto di una dinamica che la scienza spiega completamente, l'altra che invece alla scienza sfugge. Come spiegare la tranquillità praghese? Impossibile ad un medico. Penso che non avrete dubbi in proposito. Ecco quello che accade, il non razionale, Claire, per il nostro io profondo, sfocia nel sacro. E' il sacro quindi, e non l'erotismo, che toglie Virgil dalla sua esistenza che è un meccanismo circolare perfetto nella sua autosufficienza.
Veniamo ora ad un parallelo antico che il regista ha pescato in sé stesso, e che ci fa “sentire” la antichità e l'importanza della situazione. Si pensi all' “Ippolito” di Euripide, una tragedia. Trama; Ippolito è devoto alla dea Diana. Questo significa che è casto e il suo amore per la dea mai arriva alla carnalità. Nella Grecia antica, tutti gli dei dovevano essere rispettati, altrimenti diventavano terribili. Non si trattava di un gioco letterario. Ogni divinità rappresentava un aspetto dell'esistenza. L'educazione religiosa quindi portava, se rispettata, alla pienezza dell'esistenza vissuta. Ippolito, col suo comportamento, ha offeso Afrodite e da questa base si innesca la trama. Ci sono temi che sono eterni e ogni epoca con i suoi artisti dà loro una forma. In Tornatore, l'esigenza della pienezza esistenziale diviene archetipo nella figura del protagonista maschile di Baaria. La sua esistenza è come deve essere e le varie fasi, l'infanzia, il periodo dell'amore, poi della paternità e il primo segnale di morte, son resi benissimo e li spiegherò più avanti. Virgil e Claire, per motivi non dipendenti dalla loro volontà, non hanno accesso alla pienezza dell'esistenza, ed essa si realizza nel film poiché la parte irrazionale di lei, che come ho dichiarato prima, rappresenta l'ingresso del sacro, è in grado di scardinare il sistema l'equilibrio patologicamente autosufficiente di lui che come Ippolito non agisce nella sfera di Afrodite.

L'irruzione dell'irrazionale in Tornatore non è presente solo nel sacro che sta alla base della condizione di Claire, che in quanto sacro è quindi una mània e non una malattia. La presenza di esseri che la società considera matti, la si trova in Baaria in quel personaggio che prima grida sempre “dollari!” poi venderà penne, insieme alla signora col figlio non troppo normale, che in cambio (tipico comportamento divino) ha ricevuto la capacità di vedere frammenti spesso insignificanti di futuro. In questo la sicilianità di Baaria si collega alla grecità che essa contiene. Per chi dubita è sufficiente leggere le prime pagine de “Il tramonto degli oracoli” di Plutarco di Cheronea. Troviamo l'irrazionale che si fa evidente come messaggio oltre la vita anche in “La corrispondenza”, e mi riferisco al comportamento anomalo del cane come alla foglia che insistentemente, come una mano, batte sul vetro della finestra, tenuta sospesa dal vento. Si ricordi che l'irruzione del sacro è affidata più che mai alla nostra epoca, a quel che scardina il razionale (detto anche scientifico), e la nostra epoca sta agendo con forza in questa interpretazione. Se per il laico puro, ciò che non si spiega si spiegherà, per chi ha il sacro dentro di sé, ogni dato che l'intelligenza non spiega, potrebbe essere una finestra, una porta stretta verso il sacro. Esso poi risulta ostico se lo si affronta con la razionalità poiché non è non modo più assoluto il suo linguaggio. Per questo il sacro risulta irraggiungibile nella nostra epoca.

Prima ho detto che nel film ad un certo punto trovo una crepa che verrà rattoppata in un'ottica che piace ai produttori e or ami spiego. È quel finale sorprendente che piace al cineasta poiché la sorpresa che ribalta tutti i sensi accuratamente ricamati, tecnicamente funziona, ma di fatto, solo per un aspetto mantiene un filo antico, legato ad un'idea profonda tuttora viva nella cultura dell'India. Se Claire con l'aiuto di complici ha ha agito solo per arricchirsi con le opere di Virgil, allora la sua malattia che risulta quindi finta, è stat da noi male interpretata? Direi di no, poiché nella mente del regista, quel personaggio, estratto da uno vero, è veramente così. La finzione di Claire è a sorpresa che il cinema spesso richiede e che al regsita serve perché ha la sensazione che altri finali che ha meditato, non soddisfino. Ma qual'è il soggetto ricevente secondo l'ottica del produttore, e che quindi il regista deve in qualche modo accontentare fino a quando egli non diventa pure il produttore di stesso? È il pubblico medio. Un pubblico spesso intelligente, spesso emotivo, ma raramente sensibile. Se soddisfi solo la sensibilità avrai forse un migliaio di spettatori … e la tua carriera di regista con un flop simile finisce perché nessuno ti cercherà più. La sorpresa quindi, il thriller finale, che per quanto sia un corpo estraneo al simbolo che riecheggia in positivo la tragedia di Ippolito, non lo trasforma in un triglier, ma accettata e ignorata, e questa ovviamente è la mia personalissima opinione. Il film rimane secondo me valido perché le chiavi sono nei caratteri dei personaggi esattamente come in Simenon la qualità non è nell'aspetto poliziesco del commissario Maigret, ma nelle personalità, nei mondi che ci rivela, nella concezione di giustizia dello stato e giustizia naturale che definisce sottilmente.

Che il film sia di qualità ce lo dimostra una collaborazione eccellente.
Penso da anni che quando Ennio Morricone decide di lavorare con un regista, questo vuol dire prima di tutto che il film sarà almeno interessante. Si faccia caso che s tutte tre le pellicole che sto meditando, lui ha collaborato e secondo me ad un livello attualmente ineguagliabile. Penso che ognuno di noi abbia eletto delle guide. Io in letteratura mi son fidato per anni di Borges per esempio. Le scelte di un artista ci attirano di più di quelle di un intellettuale, se parliamo di arte, e penso che sia una equazione ovvia. L'artista tenta il simbolo lasciandosi andare, osservando quel che sgorga in sé stesso, e solo successivamente lo irrigidisce in una struttura.
Trovo quindi “La migliore offerta” di Tornatore, un film notevole che non è perfetto ma perfettibile come l'esistenza di un essere umano.
Un gradino più vicino a quella perfezione che ho citato, e che di fatto è irraggiungibile come il limite tendente ad infinito in matematica, lo ha percorso con “La corrispondenza”.

LA CORRISPONDENZA



Se il testo de “La migliore offerta” pubblicato da Sellerio, contiene un chiamiamolo scritto tecnico che serviva per fissare brevemente le idee chiave di qualcosa che doveva diventare un film, e questo spiega la sua spontaneità e bellezza, “La corrispondenza” è invece un romanzo nato dopo il film. Di solito prefazioni e postfazioni le tengo per ultime. Nulla deve influenzare la mia lettura, e così procedendo, avevo “sentito” che l'inizio era ragionato, calcolato, costruito. Sensazione che non mi ha seguito per tutto il testo e questo vuol dire secondo me che Tornatore è riuscito a lasciarsi andare e a rivivere l'avventura che aveva già concluso in forma di immagini.
Premetto che il regista è un uomo, nel senso che è di sesso maschile. La considerazione può sembrare ovvia, ma non lo è assolutamente. La visione del mondo, del senso della vita del maschio, è diversa da quella della donna. Questo aspetto diverrà particolarmente evidente in “Baaria”. Quel che voglio dire è che il modo di agire di Ed Phoerum è profondamente maschile, e la sua idea di mascolinità è in parte debitrice alla sua origine. Non lo dico in tono dispregiativo. Si comprenderà successivamente.
Avevo prodotto uno schemino per i due protagonisti: cerco maldestramente di riprodurlo:

Prof ed Phoerum Amy Ryan

acrobazie della mente acrobazie del corporeità

mente PIU' corporeità

Angoscia, lotta con la morte morte come senso di colpa
per eternare il suo essere causa: reiterare come
protettivo. autopunizione, la morte
del padre.


Svisceriamo il primo aspetto. Essere protettivi.
Rappresenta la versione pi gentile della potenza maschile. Essa può esprimersi in varie forme, non ultima quella distruttiva. La forza può diventare violenza, lo sappiamo. Essa diviene protezione quando agisce in base ad uno schema morale non necessariamente dotato di senso. Nel caso di Tornatore esso trae la sua concreta vitalità non alla logica o dalla morale, ma dalla tradizione. Si pensi a tanti, troppi fil, nei quali la donna ama non l'uomo per quel che è, ma per la potenza che esprime, ed essa, quando va bene, è per un quarto forza mentale (intelligenza), e per tre quarti forza fisica. Clint Eastwood ha abilmente smascherato uno dei tanti diffettucci della nostra epoca con il suo ispettore Callaghan. Il cartellone di uno dei film su quel personaggio, mostra il buono e il cattivo che se le danno di santa ragione. La scritta che leggiamo dice: “il buono è quello col distintivo”. Chiaro il messaggio. Il cattivo usa la violenza. Il buono usa la violenza per ristabilire l'ordine. Suona strano, non trovate? Ma il buono non dovrebbe usare la bontà? … e la violenza solo quando la situazione si fa intollerabile e può essere vista come ultima spiaggia o legittima difesa? E Infatti Tornatore la pensa così. Peppino, il protagonista di “Baaria”, e guarda un po', si chiama proprio come il regista...., userà le mani solo quando il padre verrà malmenato dal riccone spietato del paese. Peppino, come Ed Phoerum, esprime la sua forza col pensiero, e oltre il resto con un aspetto particolare del pensiero, la fiducia nonostante tutto, ad un ideale, che in questo caso è il comunismo. Ed, è il massimo della mente. Un astrofisico, docente, così abile nel ragionare che spesso sembra che preveda il futuro. Ad Amy, lui sembra quasi dotato di poteri magici. Esempio per chiarire. Quando i nativi americani videro la nave di Cortes, pensarono che fosse una divinità. Dove col razionale non ci arriviamo, o sospendiamo la risposta oppure … entriamo nel sacro. In “La corrispondenza” il sacro non esiste oppure, tenta di non esistere. Amy, allieva di Ed, non pensa che lui sia un mago o un dio. E' consapevole che lui è il prodotto più avanzato della capacità intellettuale. Due esseri profondamente razionali si affrontano su ciò che disgrega l'io, o sembra disgregarlo. Mi spiego meglio. Per l'io dell'intellettuale sorto dall'illuminismo ed evoluto secondo me in un mostro fino ai giorni nostri, la morte è lo scacco, la sconfitta, una realtà che annienta l'io.
Ambedue i protagonisti, per vie diverse, devono affrontare la morte.
Amy guidava e una fatalità della quale mi sembra evidente non avesse colpa, ma nette di fronte alla morte. Il padre che era di fianco a lei. Si noti la sottigliezza che secondo me è inconscia in Tornatore. Amy ha causato ma in una situazione senza colpa quel decesso. Il problema non è da vedere nella colpa, liberiamoci per un attimo di questo schema utile nel vivere comunitario e basta. È l'incontro, la scoperta della morte, che la trasforma in quel che è. Una stunt-girl che costantemente della morte assaggia il limite senza mai ovviamente valicarlo. In lei lotta il bisogno del padre che è oltre quel limite, ma non del padre affettivo, ma di quel rivederlo su quel confine, che annullerebbe l'evento irrazionale che è il morire.
Ed è il positivista estremo. Possiede la conoscenza più vasta in senso spaziale e temporale. Un astrofisico studia il tempo dalla nascita della materia fino ad oggi, e studia lo spazio che sembra a volte senza limiti e a volte illimitato. Questo principe degli astrofisici lo vedo così. Conosce la nascita della materia, o suppone di conoscerla, ed è certo, sicuro che sia la realtà. La materia da inerte diviene biologicamente viva e l'essere umano rappresenta l'estremo di una evoluzione che dal big bang ci consegna una sensazione di progresso continuo. Ma, se la materia si organizza in modi sempre più complessi e notevoli, l'io individuale soccombe. L'io non è materia. È in esso, ma lo percepiamo come indipendente. Ebbene. Lo studioso dell'immortalità della materia si ritrova a fare i conti con la presunta mortalità dell'io.
Uno degli aspetti commoventi del film, e secondo me di una delicatezza surreale e … e non ho parole … è che Ed non si strugge, non è angosciato dalla sua morte, ma dal fatto che lei, Amy, non potrà più proteggerla.
L'intelligenza è egocentrica. Ho bisogno di esistere per poter continuare a godere del piacere di esistere. E' per questo che l'epoca che stiamo vivendo sta diventando sempre più individualista e … mostruosa. L'altruismo invece si nutre dell'amore, ha bisogno di amore. Non sto dicendo niente di nuovo. Il protagonista maschile del film, Ed Phoerum, è un essere irreale oppure rarissimo. Un intelligente che da la precedenza in modo estremo all'affetto. Fateci caso che per noi il dramma di un cancro è sentito come individuale. Chi se lo ritrova in corpo farà i conti con il suo annientamento. Siamo fatti così ormai. Ed invece fa i conti con i fatto che la persona che ama sarà indifesa nel mondo, un mondo nel quale lui la sta guidando dandole tutte quelle sicurezze che riducono il male e la sofferenza ad una ipotesi remota e poco credibile. Domandona. Perché Tornatore è riuscito a concepire un personaggio simile? Lui non è Ed. Tornatore è sensibile. Ha gli affetti al primo posto e la razionalità non ha perso il ruolo di strumento. Affetto uguale scopo, fine dell'esistenza; intelligenza uguale strumento, strategia per vivere pienamente l'affetto.
Esempio estremo. Le variazioni Goldberg di J.S. Bach. Esse sono un gioco intellettuale e come tale vengono godute e apprezzate da chi sa leggere uno spartito. Gli altri, condizionati prima di tutto dal fatto che Bach gode dell'attributo del genio, rispettano e tendono, com'è d'uso in esseri non solo intelligente ma o emotivi o sensibili, a interpretare con la chiave sentimentale. Emozione = reazione che può sfociare in lacrime riso o angoscia, poiché dai cinque sensi va direttamente alle viscere senza passare per il cervello o il cuore. Sensibilità = reazione spesso non plateale, che corrisponde a far entrare un evento sempre dai cinque sensi, ma nel diluirlo poi in tutto l'io. Quando mente cuore e viscere insieme si scuotono ecco la grande reazione di un vero essere umano. Bach è un gioco intelligente. Per mezzo delle Goldberg l'intelligente totalizzante, colui che ha scambiato il mezzo col fine, gongola, e chi non è in grado di “vedere” i giochetti intelligenti, chiede alle viscere di dare segni di vita per non fare la figura del fesso. Mi raccomando! Non si pensi che per me Bach sia da buttare, ma non faccio come quei modaioli che quando si affezionano ad una griffe, di essa accettano tutto devotamente, anche se è impresentabile! L'aria sulla quarta corda per esempio è un capolavoro che in certi momenti della mia vita sento addirittura necessario, e più ancora la Messa in si minore, ma il Bach solo intelligente, che gioca e si fa bastare l'intelligenza mi fa venire freddo, un tipo di freddo che le maglie di lana anche grosse un dito non rimediano, perché parte da dentro. Nel film “Il silenzio degli innocenti”, la prima volta che appare il mostro in gabbia (non in carcere, ma in gabbia, la differenza è importante) la ricordate? Prima la mostruosità la sentiamo nelle note della musica che Hannibal sta ascoltando, e poi eccolo, in tutta la sua semplicità che esprime la superiorità totale sul genere umano alla quale l'intelligenza estrema sembra dare accesso. E cosa ascolta Hannibal? Le Goldberg! un prodotto intelligente del compositore intelligente per antonomasia.
Torniamo al film … Ed Phoerum non rappresenta Tornatore. Lui è intelligente, non ho dubbi, ma il mezzo non si confonde con lo strumento. L'intelligenza sempre più grande come attributo della potenza maschile che si proietta nella protezione di chi si ama. Questo è l'ideale maschile di Tornatore, e questa definizione, che sento anche mia, ha reso il film di difficile comprensione per la massa. Pensiamoci. A scuola ti insegnano nozioni, e come applicare l'intelligenza ovunque. E la sensibilità? C'è, ma è rivolta solo a se stessi.
Perché Tornatore ha in sé questa concezione dell'amore e dell'intelligenza come mezzo? 



Perché è di Baaria! Essere siciliani, e comunque del sud Italia presuppone che esista si l'individuo, ma all'interno di una comunità. Niente comunità niente individuo. Esempio tremendo ed estremo tratto dal “Libro nero”di Vasilij Grossman. Villaggio ebreo dell'Ukraina, anno 1943. un vecchio è andato nel bosco per fare legna. Torna e il villaggio è disabitato. Ascolta attentamente e sente lontano, un crepitio. Lo raggiunge e vede tutta la SUA gente che è in fila davanti ad una fossa e i nazisti che stanno ammazzando. Cosa fa il vecchio, si toglie il cappello (così lo immagino da anni anni e anni) e si mette in fila. Quanti di noi riconoscerebbero come elevato il senso di quel gesto? Ormai quasi nessuno. Se non c'è più la mia comunità, non ho più senso … pensate ora all'uomo attuale che per lavoro viene sradicato. Gli rimane se stesso e un senso di angoscia che fa capolino ogni volta che l'io a sé medesimo non basta … e capita spesso. A me sembra, così a pelle, che Tornatore viva invece questa dimensione secondo un'altra categoria. In Baaria gli egoisti che sfruttano e maltrattano la comunità, sono i ricchi, che di fatto ricchi sono per il fatto di sfruttarla e non amarla quella comunità. È il mio solito discorso. Non posso essere felice anche se vinco al superenalotto, mi considerano un fenomeno dove più mi piace e la bella del secolo sbava per me se …. se nel frattempo la comunità nella quale vivo non mi ama ma mi invidia, se chi sta male non lo vedo. Ma esiste qualcosa di più osceno di un essere coperto di oro e diamanti che passa davanti ad una persona che chiede l'elemosina e ne è infastidito? Posso capire questo attuale 2016, nel quale spuntano mani elemosinanti ovunque, ma ricordate che se accade è perché intelligenza ed egoismo hanno deformato l'uomo fino a farne un mostro!
Ed Phoerum, si concentra su chi ama e che lascerà sola. Per questo crea una situazione drammatica e stupenda e con lettere pacchetti messaggini, e mail, e video, continua ad essere presente nella sua vita anche quando lui non c'è più.
E qualcosa di induista, antico come l'uomo alla fine accade. Lei, Amy, ha uno spasimante, ma nemmeno lo vede. Dice una grande religione che l'amore è la sensazione che la divinità vive costantemente, eternamente. E Ed alla fine ce l'ha fatta. Terminati i video e i trucchetti, lei entra in possesso tramite l'irrazionale che come al solito ha l'aspetti di chi è stato rifiutato dalla razionalità, ovvero il matto, entra in possesso di una memoria. In esso ci sono intentativi di Ed di fare quei video. Prova e sta male, riprova e si interrompe. Per me, coinvolto completamente è stato il momento delle viscere, ammetto di esservi commosso come mi capitò solo con “Nostalghia”. Lei piange. Il corpo è annientato, finito, terminato, e anche i suoi trucchetti non reggono più, ma lei ha amato, non è più sola, non è mai più sola. Lei ha ancora il corpo, ma non importa. E l'amore introduce Tornatore nella sensazione d'eternità, l'unica che ha trovato e che secondo me lo porterà lontano.

Le espressioni artistiche possono fare cose notevoli anche senza amore. Prima ho citato “Nostalghia”, secondo me il capolavoro assoluto del cinema. In esso è un individuo che che cerca la spiritualità. L'amore, come per Amy nel film, non è la meta, ma prima sensazione di armonia col tutto che porta lontano. Prima o poi, chiunque abbia amato, deve fare dei conti da solo, e per mezzo di quell'esperienza che non è della mente, non è solo dello spirito, poiché si fa all'amore col cuore col corpo, con tutti se stessi, si potrebbe arrivare ad una simbiosi che non intendo spiegare non perché me la tiro, ma perché (non si può dire ma “ma perché” ma mi piace!) non esistono le parole.

Ne “La corrispondenza” esiste poi una paginetta che mi riguarda da vicino. Sia Tornatore che umilmente io, siamo approdati ad una conclusione che fa dire ad Prof Ed Phoerum: “Per quanto ne so, al momento della nascita ogni essere umano possiede la virtù dell'immortalità. Tu dirai -ma poi muoiono- Sì, perché nel corso della loro esistenza commettono un errore fatale, che gli fa perdere la dote della vita eterna, Già ti sento chiedermelo: quale errore? … Questo non lo sappiamo, ma è grazie a quell'errore che gli uomini diventano creature mortali.”
anche secondo me la situazione è quella, con la differenza che io dico che non è causa un errore che si perde l'immortalità. Per me essa è accessibile se si comprende che per attuarla si deve rifiutare l'altalena di gioia e sofferenza, quindi l'amore nelle sue varie forme. Ognuno di noi sa che amare per un essere mortale, sarà eterno finché dura, ma ce ne freghiamo della realtà e il risultato è che si preferisce una goccia di amore, quello vero intendo, all'eternità col corpo, che presuppone anche un esilio, poiche se il corpo non lo lasci non ti ricongiungerai mai col tutto. Spesso nei miei scritti appare, anche recentemente nel racconto al titolo “Masako”.
Tornatore qui secondo me fa parlare Ed con la commozione che spesso vive l'artista mentre crea e: “Il mio errore l'ho capito. Nessuno ci riesce, io si. Il mio errore è stato non averti incontrata prima.” ma … non è un errore! Se una persona non la incontri che colpa hai! A questo punto si potrebbe pensare che il caso, la sorte, decide della nostra immortalità? Nooooo. Non è così! Non ci sono errori. L'unico possibile, l'esistenza più brutta che riesco ad immaginare, consiste nell'aver desiderato amare rinunciando quindi all'eternità del corpo (che poi deve essere di una noja mortale!), nell'aver amato l'amore e non averlo mai incontrato. Aver incontrato solo simulacri. Ecco l'inferno, e attualmente, un una dimensione così forsennatamente individualista, è facilissimo che accada. Attualmente spesso, troppo spesso, viene chiamato amore, la soddisfazione reciproca di due egoismi...

Ora dovrei parlare di Baaria … ma ho l'impressione di aver detto tutto. No … manca un particolare. In Baaria, l'amore è una tappa fondamentale per lei e per lui. A lei la gestione della famiglia, a lui quella degli ideali. I figli sono in comune e rappresentano la sintonia che continua anche carnalmente. Penso sia realmente così. In una coppia se si è troppo uguali come si fa a dividersi compiti? Tornatore ama friggere cuocere al forno e condire ideali, e se non glielo lasci fare diventa l'albatro di Baudelaire sbeffeggiato dai marinai. Immaginate una donna con bambini intorno e che tiene un filo al termine del quale, ben oltre le nuvole sta Tornatore, legato ad una caviglia. Lei ogni tanto lo tira giù e fanno un figlio, si amano e poi lui riparte. Nel film era il capoluogo, la capitale e le manifestazioni, ma poi tornava, ammaccato o felice ma chi ama torna sempre. Essendo così anch'io chiederei ad una donna anche un'altra dote (poveretta....!): regolare il filo, e se mi avvicino troppo al sole salvami! perché non so vivere, non so nemmeno morire so so farmi male. ciao