lunedì 2 luglio 2018

L'opera di Luciano Ventrone



Mercoledì 20 giugno del 2018 su “La Stampa” è apparso un dibattito secondo me interessante. Sembra che l'opera del pittore Luciano Ventrone dia molto fastidio e il giornalista Maurizio Assalto, dopo aver presentato la natura della polemica, affida la parola a due personaggi; Francesco Bonami, qualificato come critico d'arte e Vittorio Sgarbi definito, critico e storico dell'arte d'arte. Premesso che non mi interessano le etichette, non m'incutono alcun rispetto … (si possono comprare... e ognuno di noi non esaurisce il suo io in esse ...) veniamo ai fatti.

Prefazione di Maurizio Assalto
Titolo in neretto: “Se questa è arte”.
Domanda lecita … trovo comunque che il titolo sia triste poiché fa il verso a “Se questo è un uomo”, opera per me sacra, espressione di un dolore infinito, inestinguibile, che non può essere spesa così a buon mercato.
Il brano inizia chiedendosi che ne è dell'arte ora che, nell'era della riproducibilità tecnica ha perso la sua aura. Assalto cita, e nomina chiaramente, Walter Benjamin e il suo testo del 1930. Si sappia che chiunque sfiori anche minimamente l'arte del novecento viene costretto a questa lettura, pena l'esclusione dai dialoghi di salotto, e considerato ignorante. Non si tratta solo di averlo letto, quel libro. Si deve anche essere d'accordo … e io non sono d'accordo con Benjamin. L'era della riproducibilità per esempio non è cosa del novecento; è iniziata secoli fa. Quando Raffaello dipinse la “Madonna del Popolo”, immediatamente Marcantonio Raimondi produsse delle incisioni. Al Papa l'originale, al mondo le copie. La diffusione fu così vasta che una di queste fu trovata a Vladivostok. Deduzione possibile: ogni epoca ha cercato di riprodurre l'originale. Il fatto che con l'avvento della fotografia sia divenuto più facile riprodurre il soggetto, ha semplicemente specializzato ancor di più l'arte pittorica che, si potrebbe dire, non deve più perdere tempo per riprodurre alcuni aspetti della realtà. Un ritratto aveva uno scopo pratico, non diverso dai dittico in avorio che ogni console romano faceva fare quando gli veniva assegnato un incarico. Biglietti da visita, ricordi, dimostrare al mondo il ruolo che in esso si ha oppure ha avuto un antenato ... in un'epoca nella quale un antenato decente poteva essere fondamentale. Il ritratto aveva un ruolo decisamente funzionale. Ora è appannaggio della fotografia che fino ad una ventina d'anni fa era prerogativa di un tecnico o di un dilettante comunque edotto, ed ora è riproducibile da tutti.
Se la fotografia ha tolto all'arte una fatica, le sono grato ma non ha eliminato completamente i ritratti pittorici un po' perché gli artisti amano farli e un po' perché i membri di una casta spesso pensano di nobilitarsi con quell'oggetto.
Un altro esempio. I botanici spesso sapevano disegnare ed acquerellare. Ogni spedizione esplorativa che partiva dall'Inghilterra per esempio, disponeva di uno scienziato e di un artista che riproduceva piante, paesaggi ed animali. Osservare quei fogli è affascinante e quel che ci colpisce non è certo (o comunque non solo) l'apprezzamento per la capacità tecnica. La rappresentazione, all'interno del foglio rettangolare bianco, ha di solito due armonie, una compositiva ed una cromatica, che appartengono alla personalità dell'artista e non sono semplicemente una oggettività.
E' comunque certo che la nostra epoca sia attratta, affascinata da una abilità tecnica sopraffina. Che si tratti di una nostalgia che si sta estinguendo, poiché molti fruitori sono ancora nativi artigianali più che digitali? E' possibile. Penso sia facile trovare persone che ricordano l'epoca per nulla distante nella quale gli abiti te li faceva il sarto. Ora è un vezzo elitario che comunque sopravvive bene, ma la stragrande maggioranza compera il pret a porter, il pronto da mettere che, diviso in taglie, non è mai perfetto ma è accettabile perché il rapporto qualità e prezzo lo rende acquistabile quasi da tutti… ma non è solo questo. Se sei una persona del popolo comperi in negozio e il sarti ti sembrano un anacronismo ma, se il tuo livello sociale aumenta, ecco che scopri che farsi fare le cose dal sarto o dallo stilista di grido, è status symbol non meno dell'avere molti figli, la macchina inutilmente capace di fare i trecento e l'orologio meccanico in sé ormai un anacronismo visti gli oggetti precisissimi e a basso coso che si riescono a produrre oggigiorno. Ora … anche per l'arte come per la sartoria, esiste quel livello che richiede all'arte di essere costosa perché spendendo molto dimostri di essere arrivato più in alto. Se certe opere costano molto e rivestono, offrono, un livello simbolico e di significato alto, ma tecnicamente si fanno in un attimo come i tagli di Fontana o le sgocciolature di Pollock o le antropometrie di Klein, accade che parte degli acquirenti di arte, siano legati alla capacità tecnica, e non ci vedo un anacronismo, la sopravvivenza di un dinosauro nell'epoca della riproducibilità tecnica (che di fatto esisteva già, come ho accennato prima, anche se meno capillare, all'epoca di Raffaello).
Io non mi nutro solo di libri e di dialoghi fra specialisti (anzi, che pensano di esserlo). Dialogo molto con le persone, le ascolto, e ho scoperto che a molti interessa il saper fare perché se, per esempio compero un Renoir, ho di fatto acquistato non solo un'opera che dà lustro al mio salotto e al mio nome, ma anche le ore che l'artista ha impiegato per farlo. E' mio non solo l'oggetto, ma anche il tempo che colui che considero grande, ha impiegato. Lui ha toccato quella tela, vi ha messo il colore … ecc. lo “sentite” il viaggio certamente fantastico ma per me interessante che può celarsi dietro ad un'opera? Un simulacro del sacro?
Un altro esempio; un giorno, mentre passeggio col cane, vedo scendere dai sedili posteriori di una Rolls, due bimbetti quasi decenni. Accompagnati dal padre entrano in una cartoleria. Quando escono con quaderni e matite, i bambini si fermano incantati ad uno stand rotante che espone occhiali da sole dozzinali. Ne scelgono un paio a testa e tutti fieri li indossano e salgono sull'utilitaria … si, utilitaria, perché per chi è nato nella ricchezza, essa è ovvia, e l'occhiale non importa sia di Fendi o Tom Ford, ma che piaccia, cosa che invece non accade a chi ancora sente il bisogno di mostrare in queste piccole cose, uno status. Se una persona di questo tipo si invaghisce dell'opera, secondo voi quale criterio usa? Tutti e nessuno: l'investimento solo se il prezzo è in grado di destare attenzione, la stima per l'artista, il significato, anche come può stare in salotto, e... perché no … la relazione quasi mistica, sognante, con colui che l'opera l'ha creata. È come se essa fosse un medium per una relazione, un dialogo personale che ci lega. Io per esempio dico, e so di non essere l'unico, che fra i migliori amici oltre ai cani annovero Kafka, Borges, Isherwood e non solo. Sono morti? Lo è il loro corpo, e questo ci porta al quasi feticistico mercato di manoscritti, autografi e oggetti, appartenuti ai grandi. Philip Roth ha fatto carte false per avere qualcosa di scritto da Kafka, Stefan Zweig ne “Il mondo di ieri”, racconta la sua passione per gli originali degli scrittori e compositori che più amava e la sua collezione era fra le più belle della sua epoca. Tutt'ora esiste una caccia non esattamente all'autografo, ma a qualche parole vergare personalmente da un grande. Mi fa sorridere la recente disputa che stava per diventare fatale quando ci si rese conto, in un kibbutz in Israele, che quella vecchia spazzola era oltre ogni dubbio, appartenuta a Kafka … è il sacro che si sposta, che esce dalla religione che delegittimata dalla razionalità, richiede uno sforzo ormai incomprensibile per essere vissuta. Se ad Istanbul al Topkapi, si può vedere una impronta del Profeta e la si rispetta e la si vorrebbe toccare, è perché quel che un grande o un divino ha toccato, potrebbe essere un talismano, potrebbe infondere la serenità che ci manca. Penso alle reliquie dei santi e all'agognato contatto con esse che appaga il fedele perché spera nella trasmissione della sua santità nella propria piccola esistenza …
Nell'arte sta accadendo questo. A livello popolare è sufficiente un autografo u un oggetto che un attore o un cantante ha toccato o indossato … ma nel popolo l'emotività fagocita l'esistenza che è quasi animale. Se si accede ad un livello economico più alto e si comprende che i soldi comprano sì oggetti ma soprattutto il tempo, allora si crea la possibilità di evolvere lo stadio emotivo in meditazione che non sarà solo ed esclusivamente razionale ma si staccherà dalle reazioni pavloviane elementari che dominano purtroppo troppe esistenze inconsapevoli. Non è il “penso quindi sono” di Cartesio. Non si è se si pensa, ma se si raggiunge uno stadio di armonia col tutto che per essere percepito richiede di andare oltre il razionale. Già Damasio ci ha spiegato che l'emozione è parte della funzione selettiva della razionalità. Noi nella vita quasi mai passiamo ai fatti in grazia di un semplice sillogismo, c'è di più.
Se per il lettore i soldi sono la possibilità di comprare il tempo e dedicarlo a tentare di comprendere e comprendersi, ecco allora che una via che tende al sacro si rivela, se con continuità riusciremo a non distrarci da noi stessi, a non ricadere nell'azione reazione compulsiva che fa sì che attualmente, nei casi estremi, si allenti una tensione interiore facendo shopping …

Tutta questa predica per dire che l'abilità tecnica se poi richiede pure un sacco di tempo, è un attributo che in arte sarà duro a morire. Benjamin si è dimenticato del sacro … se un'opera ha richiesto un mese per essere conclusa, essa diviene l'oggetto che rappresenta un rito, che rappresenta il medesimo sforzo che compie colui che, senza fretta, malattia della nostra epoca, cerca di inoltrarsi in sé stesso.

Maurizio assalto si domanda; “l'abilità tecnica conserva un valore o è fine a sé stessa?”. Penso di avere risposto anzi, di avere dato la mia versione del problema.
In Indonesia capita di vedere una persona che per mesi si dedica, nel tempo libero, a cesellare minuziosamente un pezzo di legno. Quando ha terminato, noi occidentali proponiamo di acquistarlo e capita che si riesca ad entrarne in possesso per una cifra ridicola … perché noi monetizziamo il tempo e invece per quella persona quel pezzo di legno da limare era un supporto concreto alla meditazione, non diversamente dal rosario per un cattolico. Concentrarsi sul fare, questo esercizio del corpo, crea un ritmo, un'abitudine, un automatismo nell'esistenza. La stanchezza causata al corpo, lo calma, e la ripetitività delle giornate permette alla mente di andare oltre sé stessa. Provare per credere.
Scopro poi, dal pezzo di Assalto, che un'opera di Ventrone è stata censurata da facebook. L'articolo la mostra, una donna nuda seduta su un pavimento bianco. E' di schiena ha una lunga collana di perle. I glutei sono invisibili poiché è seduta e del seno si vede una traccia minima. Bonami, uno dei due critici coinvolti del dibattito, risulta che l'abbia definita una forma di “pornografia artistica”. Mi vien da ridere. La pornografia prevede l'atto sessuale, questo è semplicemente un nudo, che nemmeno osa, ed è pure molto bello.
Bellezza …. parola che i critici amano ed odiano.
In Italia la bellezza è fondamentale. Si guardi un Cristo crocefisso di Cimabue e si noti l'eleganza di quel corpo che è di fatto una curva elegante. Si guardi ora, dell'altare di Isenheim il Cristo dilaniato, massacrato. Per alcuni popoli il contenuto può essere rappresentato anche senza bellezza. Per l'italiano no. Fatevi una passeggiata nella via dello struscio di un qualsiasi paesino italiano e vedrete il popolo più bello del mondo! Al sud questo effetto è ancor più accentuato. Questo non vuol dire che gli italiani hanno i corpi più belli, tutt'altro! L'italiano sa vestire, sa farsi bello, sa diventare bello e non per niente nella moda domina. Chi dice queste cose non si considera italiano quindi penso mi si possa concedere una certa dosw di obiettività …
Ebbene, il mistero della bellezza! I nudi di Ventrone secondo me piacciono, e non poco, perché incarnano non la bellezza come ideale assoluto che di fatto non esiste, ma la bellezza come la considera il nostro tempo e in questo luogo che è l'Italia. Il qui e ora in arte è fondamentale!

Veniamo ora all'articolo a firma Francesco Bonami
Frase d'esordio; “Della bellezza nell'arte, a differenza della libertà nella vita, se ne può anche fare a meno. Anzi, se l'arte non avesse a vole abbandonato l'idea di bellezza ….” ne ho già parlato. Si osservi il corpo della Sibilla Cumana di Michelangelo oppure le opere dell'ultimo Botticelli. Stridono, la loro non bellezza parla. Ma se l'arte può fare a meno della bellezza, è comunque libera di usarla se lo desidera.
il pittore Ventrone con la sua sua maestria pittorica … non spinge lo spettatore oltre ciò che vede”. Non sono d'accordo. Ventrone è definito iper realista perché non rappresenta la realtà com'è, ma in un modo che ci sembra più preciso del reale. Vedere il suo canestro di frutta, le sue ciliegie, le sue angurie, è un'esperienza notevole per l'occhio, poiché per la prima volta vede quegli usuali frutti in modo direi così perfetto. È la luce che infonde nella tela che fa la differenza. Potrei definirla frutta del paradiso, qualcosa che a noi umani è concesso grazia a Ventrone, di vedere almeno per un attimo?
All'arte non va chiesto com'è fatta, va chiesto cosa sa tentando di dirci”.
Immagino Bonami al ristorante. Si ritrova qualcosa di indecifrabile nel piatto, un “assaggino della casa” e … vediamo se non chiede cosa c'è dentro! Si può obiettare che il cibo entra nel corpo … e io aggiungo che l'opera entra nell'occhio e forse nella mente e forse … anche oltre … Se non è fondamentale sapere com'è fatta un'opera si provi a resistere a questa curiosità. Io non ci riesco. Vista un'opera di Ventrone, secondo me è raro trovare qualcuno che non voglia vedere l'artista all'opera, cercare di capire come fa a fare quello che ci conquista. E non si tratta di stupore un tanto al chilo o di spettacolarità circense. Insisto, quei quadri con frutta, sono oltre la realtà. Se a tanta gente basta vedere il virtuosismo, ad altri può piacere vedere il gesto semplice, antico e sicuro, che crea l'opera. Io sono affascinato dai vasai. Vedere il tornio che gira e quelle mani che modellano … un'ipnosi. E il vaso è sia l'oggetto finito, che anche la somma di quella manualità che mi affascina. Questa idea dell'opera contemporanea, che solo il significato simbolico conti, mi sembra una forzatura che fa comodo al mercato. Se un gallerista rappresenta un artista che lavora con una tecnica lenta, potrebbe averne danno. La logica della nostra epoca è massimizzare il guadagno al di là di ogni morale. Se l'artista piace e io gallerista ho setecento richieste, ma l'artista è in grado di fare un'opera al mese, il guadagno immediao sfuma. Posso creare nel tempo un'operazione che puntando sulla rarità dei pezzi manda il prezzo nell'empireo, ma di fatto piace di più il guadagno immediato. Pollok, Mirò, Vedova ecc erano figure ideali per il mercante. Erano in grado di produrre tue le opere che venivano richieste ed erano riconoscibili da lontano! Guai all'artista che non si mantiene altamente riconoscibile, egli è un trade mark, un marchio commerciale, prima di essere un artista, e ora se il mercato ti sceglie l'operazione, che è standard, ti rende artista polivalente anche se non lo sei. Cosa c'entra Folon, un uomo sottile composto di sorriso e musica di Mozart, leggero come i suoi acquerelli con il bronzo che pesa? Nulla, e me ne parlava ridendo. Cosa c'entra Botero con le fonderie? Idem con patate. Si pensi a Keith Haring … Anche Cesar, mentre si dialogava al Lutetia, sorrideva delle compressioni e aggiungeva serenamente che “piacciono al mercato … e mi aiutano a vivere decentemente”.
Alla fine dell'articolo, Bonami dice: “l'ossessione del sapere e del saper fare impedisce alla fine il saper dire.” accade di solito all'intellettuale. Saper fare con le parole … e ci si sente scrittori, saper fare con le mani , ovvero artigianato, e credersi artisti. Non credo sia il caso di Ventrone che secondo me coniuga il saper fare con alcuni messaggi: la sua idea di bellezza e una visione paradisiaca dei oggetti quotidiani.
Per quanto io non condivida le idee di Bonami anzi, i suoi dubbi, apprezzo la sua scrittura, abbastanza semplice per un quotidiano, poiché non viene letto solo da menti eccelse e mi piace pensare che anche chi si pensa digiuno di arte possa inoltrarsi in questi dilemmi come ho fatto io e cercare la sua risposta.

L'articolo di Sgarbi … già alla prima riga la parola “aporia”, quindi immagino tanti lettori che si allontano davanti ad un testo che immediatamente ostenta il professorese. La prima frase è un doppio carpiato che approda a terra frantumandosi, non rimane nulla. Per trovare la forza di proseguire devo costringermi, farmi violenza. Nonostante il linguaggio assai poco invitante, dice cose interessanti. Non approvo quel suo sbeffeggiare Bonami. Bonami pensa, esprime dei dubbi e ci sta un dibattito, ma ritenere di essere nel giusto in senso assoluto, infastidisce non poco.
Bonami si deve rassegnare; l'arte non è come vuole lui, ma come gli artisti, a loro modo la interpretano. Il critico deve prenderne atto”
giusto. Diciamo che non è Bonami a doversi rassegnare, ma un'epoca. Già al tempo del primo dopoguerra, l'arte era in mano ai galleristi. Se si legge il volume “Renoir mio padre” di Jean Renoir si scoprirà che gli impressionisti non sfondarono fino a quando non decisero di dare l'esclusiva della loro produzione a Durand-Ruel … se non mi si crede che parlino i fatti storici. Diciamo che mediamente, dagli impressionisti in poi l'arte, la qualità in arte, viene decisa da qualche miliardario e dai galleristi. E sui miliardari spesso si può fare affidamento, esempio positivo Menpes amato dai Rotschild e dal re d'Inghilterra, esempio negativo Kandinsky. La storia in un flash. Solomon Gugenheim era sposati Rotschild. Sua moglie conobbe la baronessa Rebay, pittrice, bella e fan di Steiner, e le chiese di fare il ritratto al marito. Andò oltre e ne divenne l'amante del vecchio Solomon imponendole i suoi gusti. Lo portò a Dessau a casa di un altro devio di Steiner e lo spinse a comperare, per amore … 150 tele di questa persona … ne so altre di cosucce divertenti che riguardano lo strano successo di cose che, come disse Borges, sono della storia dell'arte ma non sono arte. Il gallerista ovviamente è un commerciante e per nobilitare le sue fandonie ha bisogno di … un docente, di un intellettuale, che con belle parole spesso incomprensibili o che girano a vuoto, ma comunque belle, aiuta … l'operazione commerciale. Se questo è il mondo dell'arte, tranne qualche rara nicchia sana quasi invisibile, se questo è il mondo dell'arte, ecco che non si ascolta più l'artista, ma il critico e su questo aspetto c'è da ridere per non piangere. Chi è di fatto, concretamente, il critico d'arte? Colui che viene pagato per parlare bene di te.
Sgarbi fa poi presente che l'arte non è necessariamente progressiva, e certi artisti sembrano in un cero senso, tornare indietro. “in arte non ci sono solo gli innovatori”. Vero, perché se l'aspetto fondante è il contenuto e non la tecnica, il concetto di progresso non ha senso. Io individuo che mi esprimo, in arte ho un messaggio, conscio o inconscio che sia che mi spinge a fare. Non è il mestiere. Tante persone dipingono o scrivono anche se non hanno un successo materiale e questo accade perché nella nostra epoca, secondo me da metà ottocento in poi, si fa in arte come in letteratura ecc, perché non se ne può fare a meno. Scrisse Fitzgerald nei taccuini: “non si scrive per dire qualcosa, lo si fa solo se si ha qualcosa da dire”, e a quel scrive
posso aggiungere, compone, dipinge ecc, senza comprometterne il significato per me profondissimo. C'è un motivo che spinge l'artista a fare e quello bisogna cercare di comprenderlo. Spesso l'artista medesimo non ne è consapevole se non in parte, oppure non sa spiegare a parole … perché sa dirlo con il pennello o lo scalpello.
Capire l'artista … secondo me viene bene solo ad un'altra persona dotata di sensibilità artistica.
In arte non ci sono solo gli innovatori: altrimenti Angelo Morbelli o Giovanni Boldini non sarebbero artisti perché percorrono una strada diversa da quella dei futuristi.” perfettamente d'accordo. Aggiungo che non mi piacciono gli -ismi, sono operazioni strane, spesso fatte a tavolino. Il Surrealismo per esempio sembra di Breton, egli ammise che erano tutte idee di Savinio quelle che mise nel manifesto (e aggiungo che Savinio ammise che era ero ma che non lo avevano ben compreso). Di solito dietro ad un -ismo c'è una mente e un branco di pecore che si accoda … del futurismo mi piace “La città che sale” di Boccioni , e qualcosa di Balla e poco altro.
Morbelli e Boldini invece li stimo notevolmente. Su quest'ultimo mi permetto di dire che non è stato ancora compreso. Dopo quella frase che ho appena citata, di Sgarbi, egli prosegue con esempi di artisti che sembrano esclusi da una visione (per me assurda come per lui) di progresso in arte. Fra questi nomi spunta Balthus, e qui mi imbizzarrisco perché posso affermare che non solo Sgarbi, ma tutti coloro che hanno scritto di lui, hanno tenuta nascosta, e consapevolmente, la chiave di lettura delle sue opere. Io mi domando … che senso ha “spingere” un artista, promuoverlo, e non dare al pubblico gli strumenti per comprenderlo! E davanti a questo fatto son costretto a concludere perché la situazione si dimostra talmente insensata da non meritare altre parole.

Capisco i dubbi di Bonami, più vittima di un'epoca, che protagonista in essa, non capisco, di Sgarbi quel promuovere senza spiegare, che in Balthus diventa evidente fino al ridicolo, anche se approvo determinati ragionamenti alla base come l'assenza di progresso in arte, termine questo, il progresso, inventato dall'illuminismo per definire la illusoria sensazione di viaggiare all'interno di miglioramenti continui. Un artista va compreso e divulgato con chiarezza. Certi autori sono indubbiamente difficili e criptici, come Domenico Gnoli … e leggere quel che ne ha scritto Sgarbi non aiuta purtroppo a capire. Promuovere ha senso se viene fatto in certi modi, con certi scopi, se dietro all'agire vi è una morale chiara.....Balthus invece non è difficile. I suoi simboli sono culturali e non inconsci. Da quale cultura provengono? Inizi il lettore ad osservare “La Patience”. Vedrà un quadro del quale prenderà atto, ma non saprà cosa rappresenta, a meno che non venga aiutato. Offro una traccia. La ragazza indossa tre colori, verde, bianco e rosso. Si passi ora ai “Tre filosofi di Giorgione” e si notino i tre colori più l'oro nell'abito dell'anziano … e ora la parola che nessuno dice … alchimia. Le tre fasi del processo alchemico. Verde (o nero), bianco, rosso e l'oro del filosofo. Non proseguo, ma invito chi parla di artisti a dire le cose come stanno e non a presentare Balthus come un grande e a non spiegare il suo pensiero.

Di Ventrone … secondo me ci offre una versione della bellezza femminile che ci ammalia. Borges diceva che “la bellezza oggi è comune” ed è vero. Riuscire a definirne una specie che sia in grado di colpirci non è poco in un'epoca di chirurgie estetiche e mode che cambiano ad ogni batter di ciglio. Pochi volti, e fisionomie, reggono il giudizio della bellezza per tempi lunghi. Solo Cleo de Merode, mi sembra resistere …
Le nature morte … brutta espressione che contiene qualcosa di negativo. Per l'Italia conviene tradurre Still life, natura silenziosa. C'è silenzio nelle still life di Ventrone, come in quelle di Morandi che però si sfarinano nel nulla. In lui c'è la visione dell'archetipo, della perfezione impossibile di un frutto, di un dono primordiale e nutriente della natura. Se Eva mi avesse dato un frutto di Ventrone non avrei saputo rifiutarlo e Dio avrebbe perdonato perché avrebbe capito che anche per Lui sarebbe stato impossibile resistere. La tecnica sopraffina? Vi spiego come la penso; quando mi hanno chiesto di collaborare all'organizzazione della personale di un artista, mi son sempre raccomandato che mettesse qualcosa che dimostrasse il suo “saper fare”. Se sai fare ed osi una cosa semplice, ti rispetto, ma se fai una robina da bimbi e di te non so niente, mi viene il dubbio che non sai fare altro che cosine da bimbi! Anche per Balthus accadde. Nessuno spiegò alla mostra di Palazzo Grassi … nessuno, ma davanti a certi disegni a matita la gente, capì che l'artista aveva una mano eccezionale, rassegnandosi a non comprendere perché chi di dovere, per motivi che conosco, tacque. 

sabato 23 giugno 2018

Mosè di Michelangelo: una interpretazione


Caro lettore, ti consiglio, se vai di fretta, di iniziare da dopo l'immagine del Mosè, poiché la parte che precede e che è immediatamente qui sotto, riguarda le solite recriminazioni che non val poi tanto la pena di leggere perché … se minimamente pensi e non vivi solo di emozioni …. già le conosci …

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Iniziai l'Università molto tardi, a 29 anni; non fui io a scegliere ma la vita. Arrivai alla prima laurea, in Storia dell'arte, per passione. Per me, che non avevo mai smesso di studiare le materie che amavo da quando ero un bambino, si trattò più che altro di mettere un po' di ordine in un cervello-crogiolo che conteneva un po' di tutto ma in un modo che all'epoca consideravo assai disordinato. Mi resi conto che il mio caos apparente era di fatto retto da principii esistenziali che col tempo mi si son fatti sempre più chiari. Alla fine, ammisi a me stesso con tristezza, che quel che avevo fatto e che continuo a fare da solo, conta molto più di quel che questa rigida istituzione, offre. Un pezzo di carta per un lavoro … e non sempre. Ormai non è altro. E la mie arti, letterature e storie di varie epoche ... e filosofie, son tornate completamente alla sudditanza sicuramente soggettiva col mondo morale nel quale credo, ma viva. Secondo me, senza principii, nulla nella dimensione umana, sia individuale che sociale, ha un valore. Vediamo per esempio l'economia com'è ridotta ... e rabbrividii quando lessi e sentii dire che Stalin aveva fatto fare un salto notevole alla industrializzazione russa … dimenticando i più di quaranta milioni di vite umane che costò. La medesima faccenda per una persona (….persona?) che fa master per gestione d'impresa e parla di “materiale umano” come se fosse senza sentimenti sia lui che quel materiale … e la filosofia poi! Da Kant in poi sei filosofo se sei docente, se appartieni quindi ad una cosca. Solo Wittgenstein rifiutò e andò ad insegnare in una scuola elementare … lui che mai dimenticò che la filosofia è parte dalla vita e non solo elucubrazioni di gente isolata in un inferno autoreferenziale e che crede sia l'empireo. Si sono chiusi in un linguaggio tecnico … il filosofese. Vidi il filosofo Paolo Rossi lodare uno studente che parlava in un modo comprensibile solo agli addetti ai lavori; a quattr'occhi, con calma riuscii a farglielo notare ... quel ragazzo era come certe donne bellissime esteriormente ma che hanno speso tutte loro stesse in quell'apparenza … . Linguaggio tecnico e forse un contenuto striminzito in centinaia di pagine … e la filosofia non ha più un pubblico. Si inventano i festival della filosofia per rimediare. Che tenerezza. E del novecento su nessun libro trovate nemmeno citati quei veri filosofi (forse non condivisibili ma che hanno fatto un'epoca) che come al tempo di Platone aprirono delle scuole ed ebbero discepoli ma non ebbero a che fare se non casualmente con gli atenei. 
Un esempio di come la situazione universitaria sia triste la trovate in questo scritto sul Mosè. Quel che spiego lo scoprii alle superiori per conto mio (son diplomato in chimica …). Capitò che un amico, terminati gli studi, mi donò i suoi libri di storia dell'arte sapendo di farmi cosa gradita. Li divorai trascurando gli studi ufficiali e da solo mi inoltrai in letture di arte offerte dal caso e da rari consigli ricevuti. Quando approdai all'università più vecchia al mondo che la più vecchia non è, poiché il record, se mai ha un senso fregiarsene, appartiene alla Schola Medica di Salerno, quando vi approdai dicevo, mi resi conto che del Mosè si dicevano cose che non corrispondevano a quel che avevo maturato per conto mio. Sempre da ragazzo, avevo letto i “saggi sull'arte, la letteratura e il linguaggio” di Freud, libro che contiene il bellissimo e onestissimo saggio su quella scultura di Michelangelo. questo testo aveva innescato la mia mente portandomi agli esiti che mi appresto rapidamente a narrarvi. Questo scritto avrà quindi una prefazione inutile e lunga ed un testo breve ma forse utile. Se non dissi nulla ai docenti è perché compresi rapidamente che la proprietà del risultato ottenuto, sarebbe passata a loro. Ogni docente è in grado di produrre immediatamente uno scritto che rende ufficiale il fatto che quella scoperta l'ha fatta lui e fui rapidamente messo in guardia su queste rapine culturali. Conosciamo una marea di casi simili. Ricordo per esempio Oliver Sacks che racconta nella sua autobiografia quel che gli toccò subire in proposito. Si sa che gli studenti vengono munti con facilità nelle loro scoperte perché nell'età nella quale la passione vince sulla razionalità, farli fessi è un attimo....

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IL MOSE' di MICHELANGELO



Nel saggio di Freud dedicato a questa statua, l'autore si arrende ammettendo di non riuscire a comprenderla completamente. Chiude lo scritto ipotizzando che in futuro qualcuno troverà opere intermedie di epoche precedenti o contemporanee al grande scultore che ci permetteranno di capire di più.

Sappiamo che: il Mosè si è appena girato e sta per alzarsi. Sembra che abbia visto qualcosa di sconvolgente.
Miei ragionamenti: chi è Mosè, un profeta. Le “corna” della statua lo dimostrano. Esse rappresentano il raggio-pensiero di Dio. Il profeta riceve visioni, quindi non si tratta di qualcosa di reale, ma appunto di una profezia.
Domanda che faccio a me stesso: chi sono gli artisti preferiti di Michelangelo? Vari testi mi rispondono … i fratelli Pisano, e si sa che andò a vedere le sue opere a Pisa. Cerco semplicemente su un testo delle superiori e già trovo quel che mi interessa. Si osservi del Pulpito di Pisa la crocefissione.


Alla sinistra di Cristo stanno i cattivi (alla destra per noi che guardiamo il bassorilievo). Eccolo il medesimo personaggio con la mano nella barba e l'altra sul ventre (questa mano rappresenta un gesto antico, quel tenere la toga che Michelangelo riutilizza).

Esito: Il Mosè di Michelangelo ha appena avuto la visione della morte e resurrezione di Cristo. Ne è sconvolto e nella statua di Michelangelo abbiamo il momento successivo alla visione, quando si è ormai girato e cerca di resistere alla forte emozione.
Si tenga conto che Michelangelo frequentava gli ebrei e fu da essi aiutato per “comporre” gli affreschi della sistina. Ci sta quindi il rispetto per loro, ma anche la consapevolezza di Michelangelo che il Cristianesimo corrisponde ad una crescita del messaggio divino che culmina con la “sconfitta della morte”.


giovedì 21 giugno 2018

Macron e l'adolescente

Qualche giorno fa, Macron ha redarguito un adolescente durante una manifestazione ufficiale. Se provate a cercare il fatto su internet, faticherete …. perché. Io per esempio, ad un certo punto, digitando su Google “Macron e l'adolescente”, qualcosa sono riuscito a trovare. Pochissime righe. Allegato avrebbe dovuto esserci anche il video del fatto, ma quando ho cliccato è apparsa la scritta”video non disponibile”. Strano? No, normale, poiché chi ha il controllo dei media (esiste, non si tratta di complottismo e lo si è capito da un pezzo), ha compreso che quel che è accaduto è veramente dannoso per Macron e per chi lo ha messo su quel seggiolone.

In cosa ha sbagliato Macron … nel non comprendere che quella era una occasione per fare bella figura. Ma chi è preso troppo da sé stesso, ingordo di potere, che comunque gli è stato prestato per eseguire degli ordini … ma chi è troppo preso da sé stesso, vede solo … se stesso, e non calato nella realtà oggettiva, ma nella propria che è ormai patologica.

Se un adolescente mi dicesse “ciao Manu, come va …” gli risponderei con un sorriso e ci parlerei un po'; in questo modo, dirgli che Manu non ti piace e che per esempio è il modo affettivo con cui lo chiamano i genitori o la moglie, ci sta. Bisogna capire cos'è l'adolescente. Il suo modo è sfrontato? È da dimostrare, e Macron non se lo è certo domandato. Per lui il potere ha i suoi riti e se non li rispetti sei contro. Ma … con un adolescente dare questa importanza alle apparenze! Folle, tipico di chi non ha un senso della realtà basato su esperienze concrete. E se in quel modo di proporsi si celasse una protesta verso una persona che ricopre un ruolo che non è approvato? Essere irriverenti perché non c' è stima … accade, e i politici partono sempre da un segno meno per poi dover riabilitarsi coi fatti.
E poi, cos'è questa Francia che cede ad un Macron e si lascia guidare nell'ennesimo tentativi di cambiare le leggi sul lavoro per annullare tutti gli sforzi prodotti dal dopoguerra agli anni ottanta del novecento per produrre una certa, vera, equità?

Se penso a quell'istituto superiore che accetta allievi solo se sono parenti di persone che hanno ricevuto la Legion d'onore …. squallido. È evidente che così si crea una casta. Essere esclusi per nascita era la caratteristica della nobiltà che campava sulle spalle di un popolo mantenuto ignorante e al limite della sussistenza. E cosa accade quindi attualmente nell'insegnamento, non solo in Francia? Che ci son tagli continui di fondi e accade che il figlio di, si iscriverà alle private, il figlio di … Legion d'onore, ad un istituto castalmente ancora superiore, ed il resto, la massa, può solo usufruire del minimo che è saper leggere e scrivere. La massa deve essere emotiva e non pensante. Se chi possiede i media crea una operazione di discredito, ecco che la reazione dei nervi della massa votante, si fa inconsapevolmente manovrare. Un esempio sono le ultime elezioni francesi. Fillon massacrato da uno scandalo che, se si pensa, si comprende facilmente che è stato costruito. Rimangono Macron e la Le Pen. Si procede di conseguenza a sbandierare lo spettro della destra ed il gioco è fatto, il servo Macron, illuso di essere potente, provvederà ad eseguire ordini che già hanno distrutto Hollande. Il progetto di quest'ultimo di legalizzare il jobs act lo ha distrutto. Il popolo francese esiste, quello italiano no. I francesi sono popolo e somma di individui, l'italiano è solo somma di individui quindi un esserino sconclusionato e drogato di potere un tanto al chilo e così limitato da non capire che si sarebbe bruciato, ha distrutto, sommandoci la legge Madia, il mondo del lavoro in Italia. Dietro ad Hollande, a progettare e proporre il jobs act, c'era Macron, che ha quindi distrutto l'immagine di un altro. Ora tocca a lui e nella sua cecità, tipica di chi passa troppo tempo davanti allo specchio, si è già bruciato. Dopo questa rapida analisi, si comprende, spero, che l'incontro fortuito con l'adolescente è stata un'occasione persa per almeno simulare.
Ricordate il caso Strauss Kahn? Facile smontarlo. Stava diventando guida politica della Francia e aveva un ruolo importantissimo in Unione Europea. Quando iniziò la crisi in Grecia disse chiaro che risolvere era un disturbo minimo per l'Unione … ma questa non era la volontà di chi comanda … si ricordi che anni e anni fa, e comunque nel novecento, un opulento signore disse che gli stati non falliscono mai … sottintendeva che potevano essere strapazzati e spremuti ben bene. Un'azienda arriva al punto che non ha più nulla, uno stato incassa annualmente delle tasse che in qualche modo possono essere intascate. Si tratta di un flusso continuo … diceva il signor David, ma sbagliò e crollò prima di tutte l'Argentina. Quasi tutti gli stati dotati di banca centrale, devono molti interessi, l'Italia circa una settantina di miliardi all'anno, grazie a strategie che non hanno nulla di morale quindi di umano. Per un liberista conta solo l'incremento delle entrate, se poi la vita diviene invivibile per milioni e milioni di persone? Non importa, perché vivere in una ristretta cerchia e in case piene di specchi, permette di farsi un'idea della realtà che con la realtà non ha nulla a che fare. Macron, reduce da un contratto enorme per il quale ha rappresentato l'asso di denari, un contratto da più di nove miliardi di dollari sul mercato cinese, ha potuto scegliere. Ha deciso non di diventare uno dei super manager del re di denari, ma il re di Francia. Un re a scadenza, poiché attualmente la democrazia a questo si è ridotta.
Un'amica ricevette un invito. Avrebbe dovuto incontrare Chirac in un incontro ufficiale. Un lord ciambellano la contattò e le fece avere dei fogli nei quali c'era l'etichetta da rispettare. Alcuni dati riguardavano il tipo di inchino, la lunghezza del vestito e i tipi di abiti accettati.
Mi basta questa farsa per comprendere che non si tratta di una democrazia. La mia amica stette al gioco per capire, e rise … e ride ancora amaramente dicendo che quel che sembrava un onore era in fondo uno spettacolo ridicolo …

Macron si è quindi incastonato in una situazione già insopportabile per una mentalità realmente democratica … e con evidenza non cura gli interessi del popolo che rappresenta.
Ha poi ottenuto una maggioranza per via dello spauracchio di Marine Le Pen e delle destre in generale.
Troppo facile, e possibile solo perché la massa votante è decisamente incolta quindi emotiva, compulsiva. Anche Emilio Fede, per me archetipo del nulla, é in grado di comprendere che sinistre e destre deflagrano come organizzazione e ideali, negli anni sessanta (ho prove che dimostrano l'inizio del crollo ideala come databile agli inizi degli anni cinquanta....). L'attuale utilizzo di schemi ormai inesistenti è possibile perché gli anziani vivono nel ricordo di quel dualismo e ne temono la ricomparsa. Non hanno compreso e non hanno gli strumenti poiché i media occultano e deformano, per comprendere la storia veramente accaduta nel novecento e quindi sulla loro pelle. Niente ideali, sono stati utilizzati per muovere le masse. La rivoluzione russa? La hanno celebrata l'anno scorso ma non ho trovato nemmeno una riga su Parvus, perché se lo si conoscesse del comunismo farcito di cuore e ideali non rimarrebbe nemmeno la polvere. E del Panico del 1907 sapete nulla? E della commissione Pujo? Sembra robetta da addetti ai lavori, ma non è così. Si tratta della vera storia del novecento che, dalla fondazione di un celebre ente privato negli USA, datata 1912, inaugura un secolo breve che probabilmente è stato il più crudele della storia dell'umanità.

Ecco su cosa siede l'arroganza irreale di Macron, su una consapevolezza che sta prendendo forma grazie ad internet e ad una generazione nuova della quale anche se non sono più di primo pelo, mi sento di far parte, che non crede più nell'onestà, peraltro mai esistita, del quarto potere.

venerdì 2 marzo 2018

Vladimir Nabokov "La gloria"




Ci sono due scritti che amo produrre: i racconti e la presentazione di opere. I racconti non vengono su ordinazione. Se son pensati valgono poco o nulla. Roba da intellettuale, categoria (“avvoltoio”, vedi omonimo racconto di Kafka) che si nutre di quel che il vero artista ( “Cervo bianco” … vedi poesia di Pound in Personae) produce.
La presentazione di opere va per me dal quadro o ad una serie di essi, al brano musicale e al libro, solo se si tratta di un'opera che mi ha toccato.
Recentemente Joshua Singer con “La famiglia Karnowsky”, accuratamente riletto già tre volte, e poi Zavattini con “Parliamo tanto di me”, Sebald con “Austerlitz” e Migrazioni”, hanno meritato la mia emozione.
Quest'ultima è di due tipi, di pancia per esempio; ci basti pensare ai bambini all'asilo. Uno piange e gli altri senza sapere il perché si aggregano al solista e fanno un concerto. Accade anche col riso. Vi è mai capitato di aver a che fare con due persone che ridono a crepapelle e non sapete per quale motivo? Glielo chiedete, ma mentre dimostrate di voler sapere siete già come loro con il volto deformato in positivo. L'altra emozione, quella che mi fa decidere che vale la pena esortare alla lettura … quella è rara. Nasce da un punto inesistente posto fra cuore e cervello. Il suo modo di presentarsi è imprevedibile. A volte rapido come uno tsunami oppure lento come una carie, ma quando arriva al culmine della luminosità sentiamo che la realtà ha allentato la presa, che la realtà non è abbastanza vera … che se posso provare questa emozione allora …. e poi la vita quotidiana torna col suo tic tac di doveri banali ma necessari e quella mània, quella sana follia che si sta aprendo in noi, recede e rimane solo un sentore di ebbrezza della quale incolperemo lo stato di salute, una birra, qualsiasi cosa … e ci crediamo che sia tutto lì ... finiamo con l'esserne convinti … e non conosco altra morte che questa, dalla quale comunque con uno sforzo di volontà si può resuscitare.

In un periodo indaffarato ... ora ... appena conclusa la lettura di “La gloria” di Nabokov, il desiderio di scrivere mi prude le mani. Questo accade perché il libro mi risulta uscito nel luglio del 2017 e quindi è probabile che sia ancora facilmente reperibile.
É vero che male che vada esistono le biblioteche ma, se mai non sono in grado di comprendere la mania di possesso della nostra epoca (e forse anche delle precedenti ma non c'ero …) legata a roba che luccica, vestiti, auto, amori … tutto con un prezzo definibile e sproporzionato al sangue che ci costano i soldi, lo sconcertante divario tra il valore commerciale di un buon libro e l'oro che come in questo caso contiene, rende lecito possedere semplicemente per rendere più facile l'operazione fondamentale della rilettura.

La Gloria” è del 1932. la data in questo caso non è importante. L'ho appena scritta e quindi la lascio ma è ininfluente. Quel che il libro ci narra vale per tutti gli io e per tutte le epoche.
Il protagonista, Martin Edelweiss. I genitori si separano quando lui era ancora un bimbetto ed era di poco più grande quando giunse la notizia della sua morte. Niente tragedie. Il tutto fu digerito con controllata malinconia. Una guerra interviene e nel loro stato scoppia la guerra civile. Devono fuggire e finiscono in Svizzera da un cugino del padre che pagherà al ragazzo gli studi di letteratura (quella del paese in cui è nato e dal quale poi è fuggito) a Cambridge e infine sposerà la vedova.
Nabokov poi ci farà sapere che la separazione fra i coniugi Edelweiss avvenne nel medesimo anno nel quale fu assassinato l'Arciduca. Sappiamo anche che la guerra è la prima mondiale e che lo stato dal quale son fuggiti causa rivoluzione è la Russia, ma questo è pane per povere menti che si appagano nel capire cose solo intelligenti, un po' come colorare diligentemente un'immagine secondo le istruzioni della “Settimana Enigmistica” e poi riuscire ad essere appagati da un'operazione carnale, automatica, per la quale siamo stati addestrati.

All'inizio dell'opera, capitolo due, l'Autore ci descrive un quadro posto sopra il letto del bambino vicino al ritratto-icona di un santo. Un acquarello di un boschetto con un sentiero che vi si inoltra. La madre ha appena letto una favola nella quale un bambino si incammina in un quadro simile dando inizio a meravigliose (per un bambino) avventure (irreali per un adulto).
Il bambino è consapevole di disporre anche lui di un quadro come quello della favola. E' proprio lì, sul letto, e teme che la madre lo porti via.
Ora abbiamo la morte del padre che è anestetizzata dalla distanza, la rivoluzione e la fuga. In quest'ultima il ragazzo scopre il fascino dei paesaggi notturni e rimane incantato dalle lucine che vede in fondo al paesaggio che gli corre davanti. Ogni manciata di luci, come la possibilità di passeggiare nel quadro, è una possibilità, una traccia, una via, per inoltrarsi in un'altra realtà.
Il ragazzo diviene studente universitario. S' innamora di Sonja Zilanov che però amoreggia con Darwin, il suo migliore amico e compagno di studi. Questi è artistoide e per questo stimato in università fino al punto che gli vengono perdonate le piccole infrazioni che compie all'etichetta obbligatoria dei college. Dopo tre anni terminano gli studi; Sonja ha rifiutato la proposta di matrimonio di Darwin e si trasferisce a Berlino. Il nostro Edelweiss persevera nel sentimento a va a trovarla spesso. Non riesce a fare breccia e nel frattempo lei ha un'altra “storia” con Bubnov, artista che pubblica ed è assai apprezzato. Anche lui viene rifiutato. Nel frattempo, dopo essersi visto rifiutato il nostro eroe decide di viaggiare e prende l'amato treno. Di notte scende improvvisamente perché ha visto la medesima manciata di lucine della sua infanzia. La stazione è piccola, attende il giorno e chiede delle luci che ha visto e gli dicono che si tratta del paese di Molignac, che dista quindici chilometri e non esistono mezzi per raggiungerlo. Si inoltra a piedi, arriva e si ferma in una locanda. Si offre come bracciante in una fattoria e qui resta, ritrovando la serenità. Per lui è tutto così semplice e bello che quando vede una casa in vendita decide di scrivere a Sonja per chiederle la mano. Lei rifiuta e lui lascia la fattoria. Curiosamente alla fine di quel capitolo il controllore del treno gli dirà che quelle luci non possono essere di Molignac (pag 202-203) poiché dal treno il paese non si vede.

Fate caso, lo rimarco, come ogni nome di città, ogni data non hanno senso. Possiamo modificarle e spostare questa avventura nell'antica Grecia o nel Giappone medievale … cambieranno nomi, costumi e tradizioni, la la favola universalmente valida resta ...

E ora il finale. Il ragazzo torna dalla madre in Svizzera, medita di andare fino in Lituania e passare in Russia ma decide, poiché passare quel confine è pericolosissimo, di dire che intende tornare a Berlino. La madre pensa che sia per Sonja e approva poiché il ragazzo ha detto che poi tornerà. Se e quando torna gli tocca un lavoro che il patrigno gli ha già rimediato.
A Berlino desidera salutare i genitori di Sonja e anche Darwin, l'amico, che per una piacevole coincidenza si trova lì in qualità di giornalista di una testata importante.
Va a casa della ragazza quando questa dovrebbe essere in ufficio e invece la trova perché non sta bene. Varie vicende e scopriamo che ha lasciato Bubnov che è assai sofferente. Edelweiss riesce finalmente ad incontrare il compagno di studi, manca un'ora alla sua partenza per la Lituania e, dopo una iniziale emozione e un breve raccontarsi le proprie vicende, inizia per il lettore, ma non per tutti, il mistero. Quel che dice, quel dire sospeso di Edelweiss a Darwin, Sconcerta. Se tu lettore non comprenderai cosa vuol fare il protagonista, allora devi meditare su te stesso. Sei forse come Darwin? Che dopo aver condiviso sogni per tre anni col Edelweiss, si fa travolgere dalla vita e solo alla concretezza dell'esistenza sa dare un significato?
Se il ragazzo che scende dal treno perché è rimasto affascinato da una manciata di stelle ti sembra romantico ma stupido … se una persona che preferisce lavorare in una fattoria e rimandare un incarico dirigenziale offerto dal patrigno e anche non fare caso all'opportunità di conoscere pezzi grossi per diventare giornalista che gli offre l'amico, se una persona del genere ti stupisce … quel che ti dice Nabokov si fa duro, incomprensibile.
Il bambino davanti al quadro, la manciata di stelle in fondo al paesaggio notturno, passare il confine con coraggio (e questo è un ritorno alle origini, un ricominciare veramente da zero e non dalla Svizzera del patrigno) e ricominciare sono sensati se della vita non ti basta saziare le apparenze.

Io spero che il lettore affronti questo mio scritto solo dopo aver letto il romanzo.
Lo immagino diviso in due gruppi. Uno sparuto, quasi inesistente, di persone che hanno capito e sorridono. Un altro, una folla imponente (che così numerosa nemmeno Dante pensava che morte potesse aver disfatta …) che con sua sorpresa non ha capito e non sa che pesci pigliare. La via più semplice: lo scrittore è una schiappa … ma la storia e la fama che dura nel tempo e il rispetto che ha accumulato, dimostrano che invece è un grande … allora che abbia sottinteso troppo? E si scoprirà solo rileggendo che il quadro e la manciata di stelle son la chiave di un inoltrarsi in luoghi nei quali non solo l'apparenza si può appagare. Facilissimo sarà essere sconfitti, ma la vita raramente, quando la si valuta retrospettivamente con onestà, si scoprirà di averla spesa degnamente.
Il nostro protagonista sperimenta la paura, impara a controllarla, e quell'avventura montana che si risolve in un consapevole atto di coraggio, è tutta simbolo. C'è lo strapiombo, l'unica via percorribile è stretta, friabile e non certa. Ma questa è la vita, stretta, friabile e incerta, e l'abisso, la morte, verrà comunque ma ci si allena a non averne paura. Se la paura è ostacolo a scelte importanti, vivremo meno di un decimo di quel che potrebbe essere possibile!

Immagino quel lettore che non comprende il finale e dirà che il libro è brutto e non ammetterà facilmente di non avere capito. Fortunatamente questi ragionamenti, se sarà umile li farà a botta calda con se stesso, e perplesso cercherà di andare oltre, ovvero dimenticare, oppure si informerà. Un altro tipo di lettore, lo spaccone sgraziato, si divertirà a screditare quel che non ha capito. Accade in due occasioni, quando non si ha capito e non si ha l'umiltà di lottare per crescere o quando non si conosce e non lo si vuole ammettere. Ricordo una persona che mi disse che Beethoven gli faceva schifo (testuali parole). Compresi che la sua esistenza, forse tortuosa o forse troppo semplice, non era mai passata nemmeno per caso nei pressi dell'opera di quel genio. Gli regalai qualcosa e non ebbe più il coraggio di umiliare se stesso … con dichiarazioni assurde.

Un ultimo appunto.
Chi ha dipinto l'acquerello del bosco col sentiero che si inoltra? La nonna del protagonista. Questo particolare è strettamente autobiografico. Il quadro è della famiglia (in senso non solo concreto, ma atemporale) e inoltrarsi in esso equivale a mantenersi in stretta coerenza con le proprie radici. Alla fine il protagonista torna alla madre Russia, alle radici, per ricominciare? Non solo. Per essere. Le radici vanno rispettate. Uno sradicato, anche se inconsapevole, no cercando di capire se stesso, affronterà la vita a caso.
E qui è la nostalgia struggente di Nabokov che fa capolino, la vera causa che spesso mosse la sua penna. Se l'amore no basta mai per dare senso all'esistenza (Sonja che infrange cuori ma non li appaga), la coerenza, il rispetto dell'origine all'interno della stirpe per Nabokov è la sacra angoscia, l'oro originario del quale è stato privato … si scrive perché cc' qualcosa che ci fa male ed esternarlo anche se in modo criptato (pudore) aiuta a stare meglio per qualche ora, per qualche attimo, e poi l'artiglio riemerge dalle acque scure e ferisce … per sempre.

venerdì 14 luglio 2017

Paul Auster ... una chiave di lettura

Di recente, in uno dei rarissimi casi nei quali con un umano si riesce a discorrere in modo vero, causa la richiesta di qualche consiglio di lettura, l'argomento ha riguardato anche Paul Auster. Il caso ha voluto che fra alcuni libri esposti ce ne fosse anche uno suo. L'ho caldamente consigliato facendo presente una serie di titoli. Dal mio preferito che è “Mr Vertigo” ad altri che meritano la nostra meditazione. Ho poi accennato ad un testo che di fatto Auster non scrisse di suo pugno e che considero fondamentale comunque per comprendere la radice profonda, inconscia, ovvero sconosciuta anche all'autore medesimo. Quando mi capita di far presente che il significato principale è un mistero anche per l'autore e che dovrebbe egli stesso essere il primo e più accurato lettore di se stesso per auto-comprendersi e quindi fare dei passi avanti, ecco che mi si osserva con diffidenza. Questa operazione ho avuto occasione di renderla evidente in scritti riguardanti per esempio Simenon, e si possono trovare su questo blog, ma anche ad esempio per quel che riguarda artisti (intendo il padre delle idee e non il regista che spesso è quasi solo colui che ha gli agganci col produttore), autori di film o video musicali ecc. Con Bruno Bruni per esempio questo tipo di approfondimento ha portato alla pubblicazione di due testi d'arte. Un'analisi simile l'ho fatta per tre film di Tornatore ( Baaria, La migliore offerta e La corrispondenza), Per un video di Lady Gaga, LA filmografia di Quentin Tarantino e di Refn, per i bronzi di Cristiano Alviti e le tele di Suo fratello Patrizio e anche in questo caso ne son scaturiti vari testi … ebbene, per comprendere il nocciolo profondo, quello che irradia calore e vita a tutta l'opera di Auster, l'operazione più semplice consiste nel meditare sul libro intitolato “Ho pensato che mio padre fosse Dio”.



Si tratta di una raccolta di racconti non scritti da Auster ma da lui scelti fra quattromila che gli sono arrivati. Ecco la storia che ha portato al testo: Daniel Zwerdling, intervista nel maggio del 1999 Paul Auster all'interno del programma radiofonico “Weekend All Things Considered”. Al termine della chiacchierata Zwerdling chiede ad Auster se può essere interessato ad una collaborazione, per esempio un appuntamento al mese nel quale racconta una storia agli ascoltatori. Ad Auster l'idea non piace. Il motivo è che scrivere, se lo fai seriamente, richiede tutto te stesso, ed ogni impegno che ti offrono diventa di fatto un ostacolo. E' una faccenda quasi incomprensibile per chi non scrive … appunto con ambizione di verità, di profondità. Serve una quantità di tempo ininterrotto che è come una scala verso l'alto o il basso, verso l'abisso o il cielo, fino ad arrivare al punto quasi irraggiungibile nel quale i due percorsi di toccano … Ogni gradino è uno sforzo che, se ti fermi, se la vita in qualche modo ti distrae, si smagnetizza, perde la sua aura che sei riuscito a scorgere; devi quindi tornare ai tuoi passi precedenti, spesso molti gradini più indietro e ricominciare. Per questo è fondamentale lasciare che un artista vero gestisca i tuoi tempi. Il mercato, il mercante, il gallerista, il produttore, l'editor (che sarebbe il cretino che pensa di saper distinguere l'opera dalla spazzatura e non ha l'umiltà di comprendere che solo un artista può darti il consiglio giusto...) hanno fretta; per loro il tempo è denaro ma comprendere questo genere di valori è compito della sensibilità, non dell'intelligenza ….. Per l'artista il tempo si annulla, diviene circolare, sferico, inspiegabile. Tornerà dai suoi “viaggi” al di là del tempo, con l'opera, e non va condizionato mai mai mai.
Ebbene, Paul Auster per questi motivi era diffidente. Giunto a casa ne parla con la moglie, Siri che risponde così: “Non è necessario che sia tu l'autore dei racconti. Affida questo compito al pubblico. Se gli ascoltatori scrivessero le proprie storie e te le mandassero, tu potresti leggere le migliori alla radio. E se ci sarà una buona partecipazione, potrebbe nascerne qualcosa di straordinario”.
Ho citato pari pari dalla introduzione scritta dall'autore.
Di solito, quando decido di leggere un testo letterario, la prefazione la tengo per ultima. Zero influenze. Ho bisogno di comprendere cosa i racconti dicono a me, al mio io profondo. Se c'è una mediazione, la nostra capacità di lasciarci andare, di diventare sensibili e non solo intelligenti, si riduce. Nel libro ogni racconto riporta il nome di chi l'ha scritto, la città e lo stato USA di provenienza. Si comprende quindi anche senza la lettura della prefazione che si tratta di una raccolta.
La sensazione che ne ho tratto nell'insieme è stata notevole e ho intuito (quindi non compreso razionalmente) che vi aleggiava un'esigenza mistica.
Arrivarono al programma circa quattromila brani e Auster ne ha selezionati 126 per la pubblicazione del libro. Prima considerazione semplice e fondamentale. Nello scegliere l'io di Auster, che è guidato da esigenze profonde, prediligerà certi argomenti. Terminata la mia lettura l'indice del testo era pieno di note e piccole considerazioni a matita e spesso in rosso. Mi ero accorto della prevalenza di un certo argomento, ma questo aspetto non era messo in rilievo dall'indice che era suddiviso in modo per me strano, freddo, a questo punto, dopo quel che avevo intuito, proprio insensato. I racconti erano divisi nei seguenti capitoli argomenti: animali, oggetti, famiglie, comiche, sconosciuti, guerra, amore, morte, sogni, meditazioni. Dieci divisioni che secondo me avevano un senso solo di superficie. Trascrissi alcuni dati su due cartoncini bianchi che allego in fotografia e misi così in evidenza che esiste una categoria occulta che contiene da sola trenta racconti, quindi il 23,809 % del materiale del testo.
Nel primo foglio giallo il titolo dato alla selezione dei 30 racconti è “COINCIDENZE”.



Ecco l'elenco dei racconti:
  1. La farfalla gialla
  2. la storia del coniglio
  3. cieli azzurri
  4. zingaro alla radio
  5. storia di una bicicletta
  6. porcellane della nonna
  7. il basso
  8. la mia sedia a dondolo
  9. il monociclo
  10. la penna a righe (desiderio di una coincidenza)
  11. la bambola (coincidenze mistiche)
  12. la videocassetta (coincidenza miracolo)
  13. legami
  14. la terra perduta salvata da Dio
  15. 50 anni dopo
  16. il fuoriclasse
  17. l'ultima mano
  18. coincidenze
  19. ho pensato che mio padre fosse Dio
  20. tavolo per due
  21. il biscotto della fortuna
  22. Harrisburg
  23. qualcosa su cui riflettere
  24. partita a carte col morto
  25. il fantasma
  26. la lettera
  27. il sogno di mio padre
  28. vite parallele
  29. riflessioni sul coprimozzo

Ai brani 10, 11 e 12 ho aggiunto all'epoca della mia prima lettura, un'aggiunta che non mi sembra trascurabile.
A questo punto un calcolo ci offre il dato del 23,809 %:
126 racconti totali STANNO a 100 COME trenta racconti STANNO a X
che in matematichese si esprime così:
126 : 100 = 30 : X

30 . 100
X = --------------- = 23, 809 % che per comodità arrotondo
126 per ottenere ¼ ovvero
il 25% dei racconti.

Se i racconti sono parti individuali che contengono i significati più disparati, una mente che ne sceglie 126 da quattromila, agisce in base a quel che è in essa più importante.

A Paul Auster premono le coincidenze …...
Ebbene … si tratta ora di capire cosa sia una coincidenza non in senso generale ma nello specifico del pensiero di chi ha fatto la selezione dei racconti.

Ecco cosa ne pensa il vocabolario:
  1. concorso di fatti o circostanze fortuite
  2. Lungo una linea di servizi di trasporto (aerei treni ecc), corrispondenza fra l'arrivo di un mezzo e la partenza di un altro, per la prosecuzione di un itinerario.

Da Wikipdia : la coincidenza (termine derivato da “con” e dal latino “incidere”, “cadere insieme”) è un fatto accidentale e casuale. Oltre ad essere a congiunzione di un evento ad altri, deve avvenire in maniera accidentale ed inaspettata.
Sempre da Wikipedia è interessante anche quanto segue: Aspetto statistico: dal punto di vista statistico, le coincidenze risultano inevitabili e meno casuali di quanto appaiono all'intuito. Per esempio nel “paradosso del compleanno” la probabilità che due persone condividano la data di nascita raggiunge il 50% in un gruppo di appena 23 individui.
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Quel che si coglie è la volontà di mantenere la coincidenza in un ambito razionale. Ma … nella vita quotidiana, la coincidenza è ben altro. Se il “paradosso del compleanno” sembra allontanare la possibilità di altri significati, accade invece che la razionalità si trasformi nella prima irruzione del sacro.
I motivi sono tanti. L'impossibilità di rendere sensata la morte nonostante lo sforzo delle religioni e la scontentezza del quotidiano che viviamo che prima o poi si riveste di monotonia oppure di angoscia nella lotta per soddisfare le esigenze fondamentali (casa, caldo cibo) sono in assoluto le spinte irrazionali principali. La scienza, particolarmente dall'illuminismo in poi, non esita a rendere tutto coerente, e questa sensatezza onnicomprensiva, che annulla il sacro, non può bastare particolarmente all'uomo americano? Direi che prima di tutto non basta a Paul Auster. É lui che ha selezionato 126 racconti da quattromila e la sua opera tende mediamente in questa direzione. “Mr Vertigo” per esempio narra di un ungherese (ebreo chassidico) in grado di ottenere qualcosa che va oltre il razionale: la levitazione di una persona, che nel caso specifico deve essere un bambino accuratamente istruito. Potere che con la pubertà sparisce.
Fateci caso all'importanza della levitazione come prova che esiste qualcosa che va oltre il razionale e quindi dimostra il sacro! Per esempio nel film “Youth” firmato Sorrentino ma di idee di ben altra mente che ama rimanere nascosta. Altri casi le varie arti hanno espresso di recente in questa direzione … e il significato è il medesimo: la vita attuale è insoddisfacente, non basta, crea alienazione e la causa di questa celebre sensazione parte da un'assenza di senso, di finalità nell'esistenza quotidiana. La cultura USA e non solo, ha l'etica dell'arrivismo che si esprime a livello popolare col guadagno, nei ceti alti con l'acquisizione di potere. Quel che accade in chi accumula denaro per esempio, è di avere una vita intensa nel realizzare quell'obiettivo. Potrebbe accadere che ti ritrovi che son passati vent'anni in un attimo e tranne l'accumulazione di pecunia … cos'hai? Se questa corsa sfrenata avrà una sola pausa anche breve, ci si accorgerà che non ha senso e si è mangiata la tua vita. Questa situazione esistenziale riguarda tutti, non solo chi è riuscito ad accumulare. Colui che lotta quotidianamente con per sopravvivere non soffre di meno né di più ma, sente ugualmente alla radice dell'esistenza l'assenza di un senso.
Accade allora a tutti di aver vissuto coincidenze spesso ben più forti di quella del “paradosso del compleanno” … spesso, quando umanamente si diventa consapevoli di aver raccolto quasi niente, ci si accontenterà anche di situazioni che non sono nemmeno coincidenze … è l'urgente bisogno di senso che manipola la realtà per evitare un suicidio virtuale o concreto.
Ma a chi non sono capitate situazioni veramente al limite!ricordo per esempio a New York di avere incontrato quattro volte nell'arco di una settimana la medesima sconosciuta. La prima volta in un museo e la notai per la sua eleganza, la seconda in un ristorante dozzinale, la terza a teatro e l'ultima, per me stupefacente … in chiesa. Ero entrato per il silenzio, per sedermi un attimo in un ambiente senza tempo e lei era li davanti a me, seduta, solo lei … come non dubitare della razionalità, come non supporre che le risposte che gli eventi possono offrirci siano indizi di qualcosa d'altro … e questo qualcosa è il sacro. Io con quella donna non parlai mai. Ma già il vederla una seconda volta, in una città formicaio mi turbò, ma non accettai il responso del cuore perché due volte è possibile. Al terzo incontro il mio stupore produsse un silenzio che non voleva dare la stura a considerazione di alcun tipo. Alla quarta volta l'irruzione del sacro si è fatta concreta e rompendo gli argini, con l'aggiunta della bellezza di lei, della graziosità del suo stile … e mi son sentito invaso da un senso di armonia, da una consapevolezza che nonostante ble difficoltà che stavo vivendo qualcosa, qualcuno, non sa spiegare, stava vegliando e guidando fuori dall'apparente caos della vita, i miei passi.

Questo è solo un esempio di quel che può accadere in grazia di certe coincidenze. E quando penso a “Uomo nel buio”e “Sunset Park”, a queste descrizioni di vite senza soluzione, e poi a “Vertigo”, deduco che individualmente in Paul Auster l'esigenza del sacro è la chiave, la ricerca di una vita. Un sacro che appartenne alle sue radici ebraiche, non per niente l'ungherese che sa far lievitare i bambini viene da un mondo antico ma suo, nel suo sangue, nel passato delle sue origini. Si tratta di un bisogno di recuperare qualcosa che si sente che ci è appartenuto e che per nostra incapacità, insensibilità, non si riesce più a cogliere … e le coincidenze rappresentano il primo passo, secondo l'inconscio di Paul Auster verso la possibilità di un recupero che potrebbe anche naufragare nella sconfitta.


Altre meditazioni tratte dai miei appunti
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questo è il foglio 1/b degli appunti presi qualche anno fa.
si vedono elencati i dieci capitoli così come sono stati presentati dalla pubblicazione.
la prima colonna riporta il numero totale di racconti per capitolo, la seconda i racconti che trattano di coincidenze. ho cerchiato di arancione i tre capitoli che hanno fornito più materiale.
all'inizio del foglio si legge "effetto Mishima", mi spiego. Ne la tetralogia del mare dell fertilità si ha un annullamento di tette le forme illusorie di fiducia in qualcosa che va oltre il razionale. La monaca nel finale per esempio nemmeno ricorda di quel vecchio che dice di essere stato in gioventù il suo grande amore. L'annientamento dell'io risiede anche nel fatto che l'altro, e non un altro a caso, non ci ricordi più. Sempre nella tetralogia anche i segni che rappresentano la trasmigrazione dell'anima di una persona cara in un altro corpo, risultano illusorie. 
La ricerca di coincidenze è presente anche nel fatto che si affidi alla presenza di qualche neo esattamente posizionato sul corpo di un altra persona, come era in quella che ci è venuta a mancare. In questo caso la coincidenza apre alla certezza della trasmigrazione dell'anima, al fatto che la morte non esiste e che la persona scomparsa è di nuovo a noi anche sensorialmente. 

Questa considerazione permette di aggiungere altri due racconti all'elenco delle coincidenze: "Sospensione per pioggia" e "e se ...". In questo modo la statistica centrerebbe esattamente il 25% dei racconti selezionati.


Questo foglio dimostra la non trascurabilità di un'altra categoria. 
Il capitolo della morte contiene 14 racconti e lo troviamo segnato nella parte bassa del foglio (morte 14). a destra in alto, con inchiostro color ruggine, si legge "morte sparsa"; i numeri sottostanti, 2, 3,2,4,6 (più un uno che dopo anni non capisco più quindi elimino dal computo), totalizzano altri 17 racconti che parlano di morte dei quali sei sono espressamente riguardanti la "premonizione di morte", ovvero venir a sapere di una morte per vie non razionali. 
A questo punto la morte dispone in questa selezione di 126 racconti, di 18 racconti nel capitolo che le è espressamente dedicato, e 11 in ordine sparso sotto altre voci. Il totale reale è quindi 29 che corrisponde al 23% dei brani che Auster ha selezionato.
II 23% in un capitolo inconscio, occultato in parte sparpagliando il materiale in categorie più di superficie, riguardante la morte, sommabile a un 25% legato alle coincidenze che permettono di ipotizzare un senso superiore dell'esistenza. siamo così al 47% di racconti che rivelano molto, prima di tutto di Paul Auster e poi degli USA e secondo me di tutto l'occidente industrializzato. Morte come possibile momento di senso sacralizzato, coincidenza come prova dell'esistenza del sacro ovvero di Dio .... e non per nulla, non penso sia un caso che il termine Dio, accuratamente in minuscolo sia nel titolo, un titolo che ha in Dio-padre (anche questo termine è presente) un'accezione arcaica meravigliosa. 
La morte nella cultura agricola, si inseriva in un senso di ciclicità che, sommato al fatto che era vissuta come un evento collettivo, riusciva a renderla spesso sopportabile (l'esempio assolutamente più bello e profondo che io conosca è nell'inizio del film "Terra" del regista ukraino Dovshenko che consiglio assolutamente di guardare per capire cosa intendo dire (lo si trova su youtube). La cultura post agricola ha trasformato la morte in un enigma che diviene quindi terreno per estrarre sensi profondi. la chiave per me è la seguente. Non esiste nulla di più umiliante, di più tragico che morire in solitudine. Penso al giorno che seduto ad un caffè, noto un signore non anziano, seduto da solo, che si guarda attorno con una certa agitazione, la sua agitazione mi fa sentire a disagio e decido di allungargli il quotidiano che non ho ancora terminato di leggere. Sorride e lo accetta ma ha uno sguardo ... che mi faceva male. "tutto bene?" ... "no ..." un attimo di silenzio e aggiunge "... c'è che sto morendo ... e non se ne accorge nessuno ...". 

La coincidenza in relazione di morte si chiama la premonizione. Nel mio foglio di appunti in fondo vediamo una sequenza di numeri: 1,2,3,4,5,9 poi una freccia  e la scritta 6 su 10.
Questo sta ad indicare quanto nella morte dell'altro quella coincidenza che ci fa capire in modo non razionale che la falce sta tagliando, sia importante.  
Se sommiamo i racconti contenenti la premonizione di morte che sono 6, alla categoria coincidenze che mi sembra le appartenga di diritto e che ha già 30 racconti, arriviamo a quota 36 che corrisponde al 28,57% di racconti che puntano sulla coincidenza come evento che può destabilizzare l'esistenza razionale ed aprire una via individuale, incomunicabile, verso il sacro.

Un terzo scarso dei racconti in quella direzione ... penso sia sufficiente per poter supporre che questa sia la chiave di lettura prevalente di Paul Auster prima di tutto e forse degli USA, ma non si dimentichi che la realtà è una finzione che spesso gli artisti ci offrono poiché essendo immersi nella nostra medesima melma che si chiama presente del tempo, cercano una salvezza che può venirci utile. Auster secondo me non ha rivelato la realtà morale nella quale si sta dibattendo la sua epoca. Paul Auster, da grande scrittore, da grande anima sofferente, sta dando alla sua nazione una versione dell'esistenza che può rendere la vita sensata e quindi sopportabile.

Amen


lunedì 10 luglio 2017

La tempesta di Murakami Haruki

Ieri, dieci luglio,alle nove e quarantuno di mattina una persona mi manda via whatsapp la seguente immagine.




Non sa che di Murakami Haruki ho letto non tutto ma molto. Medito sulla frase e la trovo bella, sicuramente bella, ma imperfetta … manca in essa una possibilità esistenziale, la più diffusa. Entrare nella tempesta ed uscirne, come Dante che entra nella Selva e poi “grazie a Dio” si salva, ti cambia, è vero, ma la stragrande maggioranza di noi si sveglia alla vita che è nella tempesta … a questo ho pensato. Alla fine questa bella frase descrive l'eccezione che, si sa, conferma la regola.
Ed ecco la mia risposta sempre su whatsapp e il resto di questa breve ma secondo me profonda comunicazione:

Sbaglia Haruki
Se nasci nella tempesta non conoscerai altro.
Se accadesse, ed è rarissimo, che il fortunale termini, il piccolo essere sarà sorpreso e preoccupato come accade per ogni cambiamento.
Verso l'ignoto … e poi … se successivamente
apparisse il sole nel cielo azzurro … sarebbe terrore.
Solo il caso esiste e ci illudiamo di poterlo governare …
Il sole nell'azzurro potrebbe essere stupendo solo se da cucciolo te l'hanno raccontato … e con nostalgia.
E comunque, tra immaginarlo e trovarcisi dentro, in quel cielo azzurro, c'è un abisso. E potresti annegarci in quel blu leggero, perché non hai saputo riconoscerlo”

Scusa … non ti segue … almeno non completamente … troppi i pensieri intrecciati ...”

E' semplice invece … mai leggere una cosa vera, o che ambisce di esserlo con umiltà, una sola volta”.

Attendo un minuto e aggiungo

Il mio sangue non è acqua ma fiele, e ti farà guarire”

risponde “questa mi piace”
Mi piace … il piacere è sensualità … si deve raggiungere il pensiero e poi proseguire … oltre il pensiero esiste una forma di comprensione che sembra divina e forse lo è”

Non è facile seguirti, ma stimolante”

"Grazie"

"da che canzone è la citazione?"

"Non mi ricordo ..."

"Scalo a Grado. Film Bianca"

"Si ... ho fatto Scalo a Grado la domenica di Pasqua
... gente fintamente assorta ..."

e risponde con una faccina sorridente.

Mi manda poi un fiore di girasole senza sapere che è tra i miei preferiti e fine dello scambio mattutino di messaggi.



Ho letto e riletto il dialogo. Mi piace, ma con queste soluzioni informatiche si comunica e nulla o quasi si conserva. Quanto di Whatsapp a volte, secondo me potrebbe essere poetico. Non questo caso. Si tratta di meditazione. La poesia è di più, è oltre.
Per questo l'ho trascritto. Per conservarlo che, come disse Borges, oggi la bellezza è comune e si nota solo quel che merita di essere ricordato.



Altra notazione. Nella mia risposta all'immagine utilizzo un termine arcaico, quasi in disuso. Non accade per atteggiamento. Non me la tiro. Porto un esempio che m è caro. Anni fa veniva spesso a trovarmi un tipografo. Un gigante barbuto e buono che amava quel che scrivevo. Appena in casa guardava sulla mia scrivania e leggiucchiava mentre scambiava due chiacchiere. C'era una poesia che non ho conservato perché non ne valeva la pena. In essa lui notò l'uso della parola barman e mi fece notare che era un atteggiamento. Negli anni novanta del novecento il barman era in locali chic che il destino incrociava di rado e nella popolazione lo si conosceva grazie al cinema americano e a Bogart che era quasi sempre al bancone di un bar. Cerchiai di rosso quella parola che era un peccato di narcisismo. Non l'avevo vissuta. In essa mi atteggiavo, rappresentavo al lettore un frammento di vita che non avevo vissuto.
La lezione la imparai allora e cerco di stare ben attento all'uso dei termini.
E quel “fortunale” come si spiega? Termine che solo i vecchi conoscono e io a quella soglia non ci sono ancora.
Lo devo a Zorzi da Castelfranco detto Giorgione e al suo quadro erroneamente chiamato “La tempesta”








Purtroppo circolano delle interpretazioni parziali e spesso veramente orride. Titolo vero … fortunale. Questo vocabolo contiene la fortuna che anticamente aveva il significato di destino (oggi di cose che vanno bene) e di tempesta. Nel quadro essa effettivamente sopraggiunge. Si vede un fulmine. Arriverà Thunor detto anche Thor, il dio col martello che attualmente si è laicizzato e si chiama tuono. Arriverà un attimo dopo che abbiamo iniziato ad osservare il quadro e scoperto il fulmine. Sta quindi per giungere la tempesta/destino … su chi? Su un soldato a destra e una cingana (attualmente zingara) a sinistra. Sono fuori dalla città, quindi dalla vita civile. Anticamente zingari e soldati condividevano per certi aspetti un destino simile. Per motivi diversi vagavano, ed erano i più esposti alle scosse del destino. Loro, i più provati, i più allenati alla fortuna/destino, sono tranquilli. Ed ecco che sento il collegamento con la frase di Haruki. Anche lui parla di tempesta. Di tempesta che giunge in una vita che prima era serena. Io conosco troppe vite che son nate al buio e che se vedessero la luce avrebbero paura, la considererebbero un'altra forma della sofferenza. Per questo la frase di Haruki non mi basta. L'eccezione ha visto la luce riconoscendola come positiva. La farfalla notturna vive un giorno, vede il lampione illuminato e all'estasi di chissà quale fantasia, si brucia … e se ti bruci è per sempre.

Ecco perché in quella risposta ho messo un termine obsoleto come fortunale, Perché l'ho vissuto anche in arte.