martedì 4 marzo 2014

Osservando una foto di Kafka (visione onirica)




Leggo l'opera di Kafka con assiduità. Penso, ormai lo so per esperienza, che negli anni, una goccia alla volta, ogni goccia, diventa un diamante.
Ho trovato per puro caso sulla bancarella di una fiera dell'antiquariato, questa domenica, il volume fotografico edito dal Centre Pompidou. Foto del Praghese, manoscritti leggibili,

prima pagina de "La metamorfosi"


e pezzi figurativi, alcuni validi, che ricordano l'opera di questo grande. Un disegno stupendo di Gacometti.



Una foto mi "guardava" con intensità. Mi ha commosso la sensazione di tarlo che come una lenta carie divora l'anima, la sua. Chiudo il libro e la mente va in corto circuito cadendo in un sonno brevissimo; veramente solo qualche attimo ... e lo vedo, lo vedo davanti a me che osserva se stesso allo specchio. Penombra vibrata, quella delle candele, e dal silenzio la sua voce scandisce parole che ricordo perfettamente:

"Puoi arrenderti solo davanti al nulla

ma pensa, pensa profondamente se quel che vivi è il nulla.

Se ti arrenderai e non è il nulla
ti spetta la condanna

Se prosegui ed è nel nulla
il nulla sarà la condanna".

Le parole mi si sono incise dentro, nella carne, nelle viscere. Lui, che osservava se stesso, si è girato verso me. Occhi negli occhi, tristi ma decisi. Una guida da sempre, e ora mi affida quelle parole. Le ripete. Le dice a me, esattamente come un attimo prima le scandiva a se stesso ... e poi silenzio e poi lo specchio, e poi nemmeno quello ... ecco il nulla? E mi sveglio in questa giornata di pioggia battente. Mi son ripreso da un piccolo incantesimo o è accaduto qualcosa di più importante? Non lo so. Il mondo, il solito mondo fuori dalla finestra, deformato dalle gocce rapprese, non è più lo stesso. Il mondo, carico di quell'enigma si fa enigma egli stesso? Strisciante, una sensazione satura di certezza mi guida verso un sorriso che non vorrei, che non comprendo, che mi sembra giungere nel momento sbagliato, ma sorge, alba sulle labbra, e lo sondo allo specchio. "Pensa, pensa profondamente se quel che vivi è il nulla..."
Solo la risposta esatta può condurre alla vita, solo una certa risposta, e si rivela da quel sorriso stampato sul mio volto, sorriso indecifrabile che tocco con le dita per vedere se esse comprendono. Lascio lo specchio alla sua solitudine e torno alla foto di Kafka e un profumo, un profumo d'infanzia, un profumo che non ho vissuto ma riconosco, scaturisce da un cassetto della mente che doveva diventare, ma mai fu aperto, e quel profumo trasforma il sorriso del mio volto, quel sorriso non mio ma su di me posatosi, in una canzoncina infantile che mi culla, e dallo specchio vedo qualcosa muoversi ... torno a lui,  all'io riflesso, osservo il me stesso che mi concede e nel frattempo qualcuno mi tocca la spalla. Non mi volto, è li, dietro di me ... non oso guardare .... é la risposta che ha preso un aspetto concreto per parlare agli occhi. Vibro, attendo senza respiro per vedere, ma una risata enorme, brillante e allegra, di ragazzo, la risata forte dei miei vent'anni, annulla tutto. Non c'è più specchio, stanza, pioggia e dubbio, solo il profumo d'infanzia ... lo sento, solo quello rimane di me e si spande nel nulla, per sempre.


lunedì 3 marzo 2014

Il film "La grande bellezza" di Sorrentino



Vengo invitato da giorni a dire cosa ne penso. Sembra che la mia interpretazione de “La grande bellezza” sia sorprendente, che nobiliti, e invece non consiste in altro che nel rendere evidente quel che una lettura impulsiva non concede. Quando anticamente si parlava di sette esoteriche spesso si spregiava un ristretto gruppo che si concedeva tempo per meditare e l'esito non era inaccessibile per regolamento, ma per tempo dedicato appunto. Era il tempo da dedicare alla meditazione che rendeva inarrivabile... e che nobilita l'esistenza.

Veniamo al film. Meglio essere rapidi. Questa è un'epoca rapida e quindi impulsiva, emotiva ....
Trama: un uomo vive a Roma in modo salottiero. Dei salotti è il re. Re del nulla, di una concatenazione di apparenze. Comprendiamo che non è appagato. In lui qualcosa è bloccato. Vive fra gente che nega la sua stessa realtà e un ricordo affiora, una ragazza alla fine della loro adolescenza, quando la vita si appresta a diventare realtà ed esce dall'ipotesi, dal sogno. Ed ecco l'ultimo atto del loro "rapporto". Lui e lei bellissimi, belli della loro età, un'isola, un sogno. È notte, uno di fronte all'altro, soli, candidamente felici, pieni di desiderio che può realizzarsi. Ma …. ma lei lo guarda, si apre la camicetta, mostra il seno, come anticipo del dono e poi sparisce. Scopriamo che la ragazza ha poi sposato un altro. Ha vissuto con lui e, una volta morta, un diario che il marito ha trovato per caso ci dice che lei ha continuato ad amare quel primo amore al quale non si è concessa. Il protagonista interpretato da Servillo non capisce. Ha in sé quell'enigma. e penso che il pubblico ... e non solo, no abbia risolto quell'enigmatico comportamento Il primattore incontra una ragazza che vive in un modo strano, ruolo ben interpretato dalla Ferilli.



Lei ha segreti col padre. Sentiamo lo scarto generazionale. Una generazione ormai canuta che ha massacrato, per egoismo e superficialità, la precedente. Medesima risposta ci viene dalla artista che fa quella performance buttandosi contro il muro e la bambina che colora non con le mani ma con i nervi esplosi.Nulla si consumerà anche questa volta per il protagonista. Lei è un fiore reciso dal destino, dal padre egoista inconsapevole (la razza peggiore), e dalla malattia in fondo liberatoria.

Il film non si srotola quindi in una trama lineare, ma gira intorno ad un enigma. Il comportamento di quella ragazza alla soglia dell'età adulta, che rifiuta l'amore e però continua ad amare è il perno e il mistero di senso.
Ci piace il film? Probabilmente per le scene, per idee valide come l'incrocio fra turisti giapponesi e il coro femminile dell'inizio, oppure la veggente anziana della quale non avrei mostrato il volto e le citazioni felliniane secondo me un poco consumate e ritrite, quando ognuno sa che si può passeggiare per Roma attualmente un'intera giornata senza vedere una suora..... Perle di scene che si alternano alla volgarità descritta purtroppo in modo troppo diretto, ovvero con la volgarità per esempio nelle scene salottiere e in discoteca, scene non romane ma purtroppo, parlo non per luoghi comuni ma per esperienza diretta, internazionali.

Veniamo all'enigma della ragazza..... preferisco far parlare un “amico”. Un genio. L'Italia del novecento è stata la terra che ha avuto più talenti in assoluto …. ma raramente se n'è accorta.
Alberto Savinio. Brano tratto da “Ascolto il tuo cuore città”. La mia edizione è la seconda del 1944 di Bompiani e il brano si trova a pagina 90. (nell'immagine la reperibile versione di Adelphi)



Savinio ci parla di un amore da uomo in fiore, ancora imberbe ma sensibilissimo alle leggi del cuore. Riesce a portare la ragazza in una camera d'albergo e per la prima volta sono soli: “.... Quanto sprecona la gioventù. Quanto poco sa approfittare dell'attimo che fugge. Tante fatiche da superare, tanti ostacoli da vincere, tanti pericoli da affrontare; e quando alfine ci troviamo in camera, soli, al sicuro, chiusi nel cerchio del lume galeotto, ; anziché cogliere il premio sospirato, consumavamo la notte a guardarci negli occhi, a divorarci con gli occhi, ad amarci con gli occhi, soltanto con gli occhi. Ma è generosità forse, spreco, o non saggezza piuttosto e arte di capitalizzare la felicità? IL DESIDERIO INSODDISFATTO VENT'ANNI FA, OGGI è ANCOR VIVO IN ME, CHE ALTRIMENTI SAREBBE MORTO. E UNA MORTA FELICITA' COSA CONTA, IN CONFRONTO A UN DESIDERIO VIVO?

Ho messo in grande la parte fondamentale e sottolineato la frase chiave. Una geniale raffinatezza quel pensiero, non trovate? Se ti amo consumo e non rimane più nulla. Se non accade il desiderio rimarrà in eterno in te... e questo accade al protagonista del film, eternamente legato a quella ragazza. Questo lei desiderava. Averlo per sé per sempre, e la via non era nella carne.
Il protagonista non comprende, ma è legato appunto, come stragato, e per sempre. … e io mi domando che senso ha per lui se alla fine non comprende. In questo sento il film inconcluso. Il cerchio non si chiude. Lui che capisce dovrebbe sorridere finalmente, e invece la pellicola si chiude con quel ricordo enigma puntato secondo me, con caduta di gusto, su gustose ghiandole mammarie.

Savinio ci fa sapere, da umile qual'è, che l'idea è di un certo Francesco Petrarca (sonetti XXI e XXII). Ma quel che il sommo ci racconta della sua Laura è calato in un'epoca nella quale si tendeva ad idealizzare la fanciulla una volta spirata. Così fa Dante e non solo appunto.
Savinio non sa, glielo comunico ora in sogno, che da queste righe da lui genialmente coniate poco prima della fine della seconda grande guerra, Savinio non sa dicevo, che ne è nata una sequenza di opere capolavoro poiché è impensabile che i suoi grandi contemporanei non lo leggessero visto che loro almeno sapevano che la sua sensibilità era oro puro. Inizia Pavese nel 1949, appena cinque anni dopo, con “Tra donne sole”,



 da questo Antonioni trae un bel film, "Le amiche" del 1955.



 Da Antonioni l'idea colpisce Tonino Guerra e in un libretto prodotto col disegnatore Mattotti intitolato “Cenere”, la ritroviamo.



 Ma Antonioni non è sazio dell'idea e la ricalcola, la ri misura nel film “Al di là delle nuvole”. Film a scene. In una di queste, una ragazza bellissima (Ines Sastre)



arriva alla fine nel letto con l'uomo che ama, ma non consuma e scappa, e la fuga è spiegata dalle parole di Savinio, ma non dal film purtroppo, poiché spesso Antonioni amava sottindendere rendendo la sua opera adatta ad una setta di sensibili legati al tempo della comprensione e dello studio, come ho accennato all'inizio. Il genio è una lunga pazienza, diceva Savinio. Il genio è tale perché non ha fretta e si prende tutto il tempo che gli necessita per tentare di comprendere non con l'intelletto, ma con l'anima che si trova in un punto invisibile a metà strada fra cervello e cuore. Non aveva fretta Antonioni, e nemmeno ne aveva Pavese. ne ha quest'epoca che così perde l'occasione di comprendere e ... comprendere è elevarsi. setta quindi, ma con la regola sola della calma, del tempo centellinato non a far soldi. regola che pochi hanno il coraggio di rispettare.



Il caso di Tonino Guerra con Mattotti è interessante. Una torre. Qualcuno che ambisce a raggiungere la cima, è la meta della sua vita. Arriva fino alla porticina ma non la apre e torna indietro. L'idea di Savinio quindi, legata all'amore, si fa qui regola generale di vita, e Tonino aveva ragone a pensarla così. Consumare è una forma di morte, di fine. Io da piccolo, da adolescente, scrissi una favoletta nella quale lo sceriffo della contea di Sherwood ha catturato finalmente Robin hood. Ma lo sceriffo, dopo una prima gioia non è soddisfatto, anzi, si rattrista e beve fino all'angoscia. Comprende che se Robin è preso la sua vita, basata su quella sfida, perde di senso e splendore. Libererà il rivale, in fondo per non morire lui stesso.

Ecco spiegato il film che ha vinto l'oscar. Avrei preferito un finale che rendesse più chiaro il contenuto. L'eccessiva sottigliezza potrebbe diventare invisibilità e penso che sia il caso del senso profondo di questa pellicola. Ora una domanda non sibillina ma onesta. Penso che il regista abbia letto Pavese e sicuramente visto i due film su quell'argomento girati da Antonioni. Potrebbe esser rimasto quindi bloccato da un senso non compreso, cosa che accade in chi vede quella scena de “Al di là delle nuvole”. Potrebbe aver omesso un finale più chiaro perché anche lui non sapeva e non sa spiegarsi quel comportamento della ragazza del film, comunque avvallato da mostri sacri come Pavese, Guerra e Antonioni. Questo penso sia accaduto, perché il libretto “Ascolto il tuo cuore città”, di Alberto Savinio è un capolavoro asssssssoluto, ma trascurato, oserei dire dimenticato....
Posso dire che di questo regista preferisco “Le conseguenze dell'amore”, titolo in fondo perfetto anche per questa sua ultima creatura che ha vinto l'oscar. In esso, l'amore e la fatalità, mescolati, hanno un esito grande e commovente. Tutti i conti tornano, il cerchio si chiude a livello di senso e ci sento una grande bellezza.... Ma poteva vincere l'oscar un film che non accondiscende nemmeno un po' al kitsch e alla volgarità? Ai significati sempliciotti accessibili anche ad emilio fede? se non fosse così l'Italia e non solo non esiterebbero a considerare "Nuovo mondo" di Crialese il capolavoro degli ultimi anni, ma capolavoro senza effetti, senza volgarità che parla di volgarità .... che bello il linguaggio indiretto ....

Solo un dubbio ho e lo ripeto: che il regista abbia letto e visto le opere col medesimo tema di Antonioni Pavese e Guerra e nulla sappia delle parole perfette di Savinio e quindi del senso profondo della scelta di quella ragazza, e dal film traggo la sensazione che anche lui Sorrentino, come il protagonista si domandi ... perché l'ha fatto, domanda che si è posto, immagino nella mia eccessiva fantasia, dopo aver visto la scena di "al di là delle nuvole".

post scriptum. Nella notte altri pensiero hanno condito l'argomento. Penso a "Lolita" di Mabokov. medesima situazione. due adolescenti. primo amore. sta per consumarsi ma dalla finestra della villa la chiamano. Lei partirà dal sud della Francia per proseguire le vacanze in Grecia e qui fatalmente morirà. Si crea in lui, nel ragazzo rimasto solo col suo desiderio inappagato, la condizione descritta magistralmente da Savinio.
Ebbene ... La situazione descritta da Savinio viene da un fatto vero a lui accaduto. Quella raccontata da Nabokov si suppone inventata ma sicuramente possibile. Il problema che "sento" nell'idea utilizzata da Antonioni prima in "Al di là delle nuvole" e in Sorrentino di recente, ha per me la colpa dell'impossibilità. Cerco di spiegarmi. A Savinio accade un fatto e l'esperienza di questo gli fa dedurre quel che dice.  ....Ma la ragazza del film, come la Sastre di Antonioni ... sono persone senza esperienza regressa, sono frutti fino a ieri acerbi e in fondo con un piede ancora nell'acerbità dell'adolescenza. Immaginare che la ragazzina di Sorrentino, neonata come donna, sappia quel che solo l'esperienza insegna!!! a quell'età gli ormoni sono grossi come conigli e la simbiosi fra spiritualità e carnalità fa dell'amore un tutt'uno irripetibile per intensità. Rinunciare è possibile, in grazia di quel ragionamento di Savinio, solo a chi sa, ha chi già ha vissuto quella situazione. Fare nell'arte cose prettamente mentali, non realizzabili nella vita, non possibili, secondo me ci sta, ma fino a un certo punto. Porto un esempio. Scena di Antonioni e Guerra: lei stesa sulla spiaggia. Dorme al sole. Un uomo la vede e si avvicina cauto per guardarla. Quando l'ombra di lui sfiora i suoi piedi lei si sveglia. Questa scena, di una delicatezza stupenda, va servita come corollario di una grande idea. E' un tassello di una sensibilità irreale che rappresenta per traslato qualcos'altro, ovvero la sensibilità della solitudine e forse anche dell'amore. Ma quando il nucleo fondante di un'idea artistica è irreale, impossibile ... come la facciamo riverberare nella nostra interiorità? come si trasforma in succo nutriente per l'anima? per la vita futura? La scena di "al di là delle nuvole" so per certo che lasciò di sasso il pubblico. Savinio dice, se proseguiamo la lettura di quel brano, che solo le persone grezze hanno bisogno di consumare e che una grande raffinatezza nel sentire porta alla sospensione dell'agire per mantenere il desiderio.  ... penso, come ho già detto, che possa accadere in una persona dotata di esperienza ed eventualmente sconfitta dalla vita. Non agire è anche evitare la vita per paura di farsi male....



lunedì 20 gennaio 2014

Le bugie della storia: La prima grande guerra e Waterloo


Quanto espongo è reperibile nel volume “Il secolo americano” edito Adelphi 1996 in Italia, e Grasset e Frasquelle, Francia, 1996.



Alvi fu segretario, presso la BRI (Banca Regolamenti Internazionali) di Ginevra, di Paolo Baffi quando questi era Governatore della Banca d’Italia. Questo istituto di consultazione internazionale, disponeva di una biblioteca notevole e accessibile, rigorosamente, solo agli addetti ai lavori. In essa la storia economica era oggettiva senza ombra di dubbio e quotidiani e enti simili, assolutamente non vi avevano accesso. Ebbene, Alvi ci racconta che, con il consenso burbero, ma solo in apparenza, che sempre si stemperava in un sorriso furbamente accondiscendente, Paolo Baffi, lasciava che facesse ricerche libere, e di esse poi dialogavano. Il libro rappresenta un ricordo dei fatti “scovati”.

Veniamo al dato storico. Lo spiegherò in modo breve per evidenziare la crudezza del contenuto. La Prima Guerra Mondiale è l’argomento che si analizza. Porterò alcuni brani direttamente dal testo (Alvi – Il secolo americano – ed. Adelphi -):

“Dal tesoro di Sua Maestà dipendeva la sorte economica dell’Intesa.” (p.19)

Ammissione del segretario al Tesori di Washington: “Per mantenere la nostra prosperità dobbiamo finanziarla, se no terminerà, e sarebbe un disastro.” (p.21)

“Una Inghilterra estenuata e senile, che dipendeva ormai tutta dalle energie venali d’oltreoceano.” (P.23)

“Entro il marzo del ’17 i titoli e l’oro per pagare le importazioni dagli Stati Uniti, sarebbero, questa volta, davvero finiti.” (p.24) (soldi, aggiungiamo noi, che servivano per sovvenzionare la costosissima guerra)

“Da una breve lettera del governatore della Federal Reserve di Washington; = Non posso sfuggire alla conclusione che gli Stati Uniti hanno in loro potere di abbreviare la guerra a seconda dell’attitudine che assumono in quanto banchieri =. Vi si aggiungeva poi che gli acquisti alleati e i prestiti che li finanziavano generavano inflazione; e dunque non si poteva ancora per molto assecondare l’Intesa.” (p.25)

“La banca Morgan era dal 15 gennaio 1915 l’agente degli acquisti di guerra inglesi negli Stati Uniti. Sommandosi all’incarico di agente finanziario del Tesoro inglese, quest’ultima esclusiva aveva mutato la Morgan and co. di New York in un ministero de facto del governo di Sua Maestà. … E coordinava di fatto tutte le operazioni inglesi a Wall Street.” (P.27)

John Pierpont Morgan Junior, era più ricco dello stato, gli USA, del quale era cittadino.



Non era l’Unico, Rockfeller, Vanderbildt sono altre due “Casate” altrettanto capaci. L’intesa non poteva chiedere prestiti allo stato americano poiché esso si era dichiarato neutrale e si asteneva da ugni investimento che incentivava la battaglia in corso. Il presidente Wilson, quando si rese conto che L’intesa si rivolse al più potente e spregiudicato banchiere americano, fece notare che quell’azione era in contrasto con la linea intrapresa dallo stato, ma lui era il meno potente …

“… dei molti libri dedicati, fra le due guerre, dagli storici americani, alla fine della neutralità del ’17. Sbrigativi, essi attribuivano ai banchieri di Wall Street e al tornaconto degli Stati Uniti, la prima causa della dichiarazione di guerra. Le ricerche minutissime negli archivi non hanno aggiunto da allora novità eclatanti; eppure adesso questa spiegazione è dimenticata, talora citata per essere troppo ingenua.” (p.33)

Scrittura privata del consigliere Robert Lansing indirizzata al presidente Wilson databile alla metà del ’15: “Alla Germania non deve essere concesso di vincere la guerra … questa necessità basilare dobbiamo sempre tenerla a mente … La pubblica opinione americana deve venir preparata, per il momento, che potrebbe venire, in cui dovremo disfarci della neutralità …”

Lettera di Wilson al colonnello House: “ A guerra finita possiamo costringerli al nostro modo di pensare.” (P.40) (soggetto, la Gran Bretagna, e per esteso, l’Intesa)

Questo frammento estrapolato dalla missiva rivela il ruolo di completa subalternità economica che giocheranno vari stati europei al termine della prima grande guerra, diventando di fatto mercati della merce americana e senza la possibilità di deciderne il prezzo che veniva gonfiato.

Bene. Anzi, male. Prendiamo un libro qualsiasi di storia della scuola secondaria in Italia, oppure del medesimo ciclo di studi in un qualsiasi stato europeo e di queste notizie, di questi dati oggettivi, non troveremo traccia. E si può uscire da un corso di laurea in storia contemporanea alla Sorbona, come ad Halle o a Bologna, rimanendo vergini completamente, di questa verità storica. Questa visione distorta, deviata, mondata che viene offerta, delle responsabilità di quell’epoca, ci porta a percepire il ruolo negativo dell’alta finanza, nella crisi in atto, come un evento nuovo. La percezione di una continuità nelle speculazioni negli ultimi due secoli e mezzo, che oserei definire selvaticamente amorali, dell’alta finanza, sarebbe assai utile al cittadino-utente attuale per porsi poi un quesito che consideriamo irrinunciabile e per il quale umilmente ammettiamo di non avere risposta: “La democrazia dal primo dopoguerra in poi è stata suddita dell’alta finanza. Attualmente la situazione non sembra cambiata e in quel scivoloso diaframma che vediamo fra le leggi transnazionali e quelle statali, sentiamo passare opzioni che rappresentano interessi che non si curano del benessere del cittadino. Come pensa la democrazia di riuscire a fare i conti, ad imbrigliare questo Leviatano invisibile?

Ebbene … ultimamente cito spesso Fitzgerald. Il suo volume autobiografico che l’editore rifiutò e che in Italia ha visto le stampe solo circa un mesetto fa, in un passo breve ma altamente sarcastico, che strappa almeno a me un riso amaro, tratta l’argomento Morgan e prima guerra (minuscolo sempre, perché un evento così tragico merita raccoglimento…). È la seconda conferma che incontro. Una di uno studioso, Alvi, che sento essere libero e quindi eretico, e un artista fra i più puliti del novecento.

E’ solo sulla consapevolezza della verità storica che si può tentare di organizzare un futuro almeno passabile. Quel che Morgan fece, e prima di lui altri, e dopo di lui ancora altri è presente anche oggi.

Non ci devono incantare telegiornali propaganda.

Penso anche che la verità non sia venuta a galla non per mancanza di volontà o per paura. Siamo abituati ad olocausti vari, alla strage dei kulaki (circa quarantacinque milioni di morti) attuata da Stalin, alle “depurazioni” di Mao eccetera. Non ci spaventerebbe questa verità se non per la constatazione per nulla difficile che quella ingerenza amorale non è certo terminata.

Ricordo un altro fatto storico che non è mai stato spiegato chiaramente, e in questo caso penso che il dubbio, la mancanza di certezza, sia servito agli studiosi per produrre migliaia di pagine utili. Si ricordi che il docente deve pur campare, e se non sforna novità …. Ebbene. Battaglia di Waterloo. Perché Napoleone perse? Trovate di tutto. Fortuna, calcoli sbagliati, distrazioni, il generale Ney che doveva disobbedire ad un ordine di Napoleone, ma aveva il difetto, che negava la sua genialità, e lo faceva ordinario, di obbedire ciecamente e sempre, questo per esempio ci narra Stefan Zweig in “Momenti fatali” …

Ma leggiamo quel che si scopre da uno scrittore acuto di nome Leonardo Sciascia:



“Ieri ho ricevuto da lui (Vitaliano Brancati) la fotocopia di una sua conversazione con Paul Valery pubblicata in cento esemplari nel 1957. Una conversazione sulla storia che comincia con questa battuta di Valery: Tutta la storia è un falso, e per conseguenza è inutile. Non ho mai subito la seduzione della storia.” E nel corso della conversazione fa poi un esempio. “Ho visto recentemente” dice Valery, una lettera autografa del generale sir Henry Shrapnel,



scritta quattro o cinque giorni dopo la battaglia di Waterloo, in cui dice: “Sono stati i miei nuovi obici a vincere la battaglia”. “Dunque”, commenta Valery, tutto quello che ci hanno raccontato finora su Waterloo è falso. Sono stati i proiettili di Srapnel – e cioè gli shrapnel di cui si è tanto parlato cent’anni dopo, nella prima guerra mondiale – a vincere la battaglia”.



Questa suggestiva rivelazione di Valery ha stimolato Lo Duca a cercare una prova; e l’ha trovata nella descrizione che Stendhal fa della battaglia ne “La Certosa di Parma”. Il lettore non ha che da controllare: quegli schizzi di terra fangosa che volano a tre o quattro piedi di altezza, non possono essere effetti della fucileria; si spiegano come effetti degli shrapnel. Ed ecco dunque che ancora una volta, un romanzo dice una verità che il libri di storia non dicono.” (da “L’adorabile Stendhal” ed Adelphi, pag 176/77).

E come non ricordare quell’azienda inglese, citata da Hugo, che anni dopo quella immane battaglia, rastrellò ossa di cavalli e soldati, li macinò e li vendette un po’ in tutta Europa come mangimi per animali? Qualcuno quindi, come non pensarlo, ha mangiato carne che si è nutrita delle ossa dei figli. Ma benedetta o stramaledetta economia senza morale!!!

E altre cose fanno sorridere … Sempre Napoleone. Campagna di Russia. Sembra che abbia ritardato l’avanzata per un attacco di emorroidi (fonte Luciano Sterpellone “Pazienti illustrissimi”).



Stava nella tenda a pancia in basso ad attendere che l’infiammazione passasse. Voleva guidare personalmente l’avanzata, e così partì con un mese di ritardo. Morale, Napoleone non fu sconfitto dal Generale Inverno … ma in questo caso gli storici li comprendiamo … ce la vedete su un libro di storia questa pur veritiera versione? Sorrido e comprendo, ma è roba di poco conto in confronto a quel che fece quel Morgan con la tacita approvazione di tutti i suoi colleghi finanzieri.


amen




sabato 11 gennaio 2014

"Il grande Gatsby": significato del romanzo





Dopo aver descritto alcuni aspetti de “Il grande Gatsby” in un post lettissimo anche oltreoceano, ora mi inoltro nella spietata verità che si cela nell'opera.

Si ricordi la frase eccezionale proprio di Francis Scott Fitzgerald e che ho scritta sui muri della stanza dell'insonnia: “Non si scrive per dire qualcosa. Lo si fa solo se si ha qualcosa da dire”. (taccuini). Aggiungiamo che la grande, la vera letteratura è un canto dell'anima, dell'io più profondo che abbatte, nello slancio della sofferenza tutti gli atteggiamenti letterari e intellettuali. Anima sincera. In questo caso anima morente. Anima morta.

La situazione di Fitzgerald che rivelerò con l'aiuto dei testi, rappresenta secondo me la constatazione di una morte dell'anima. Cosa rimane? Un io disorientato, senza la sua guida, e un corpo che non può non tendere all'annientamento.

Inizio dalla cronologia della vita dello scrittore che si trova nella edizione dei Romanzi edita da Meridiani Mondadori: “Congedato nel febbraio del 1919, va a New York, ma intanto , nel marzo del 1918, aveva portato a compimento il suo primo romanzo, “Il romantico egoista”, che dopo essere stato corretto, respinto una prima volta dalla casa editrice Scribner's, riscritto, viene finalmente accettato dallo stesso editore (16 settembre 1919) e pubblicato col titolo “Di qua dal Paradiso” (26 marzo 1920). Quasi contemporaneamente all'uscita del suo primo libro, sposa Zelda Sayre (3 aprile 1920), appena ventenne, figlia di un magistrato, di cui si era innamorato all'epoca del soggiorno in Alabama per il servizio militare (1918). Respinto da lei quando, al primo invio il romanzo era stato rifiutato e gli venivano rifiutati pure un centinaio di racconti inviati a giornali e riviste) ora egli può farne la compagna di anni che saranno memorabili … “

L'estensore di questa cronologia ha la sensibilità di una lima da ferro passata su una pupilla! Mi spiego. Lui la ottiene la ragazza, ma come credere che non ci sia una macchia, un' “incrinatura” che renderà quella conquista, per sempre in fondo, un fallimento? La situazione ideale sarebbe stata ottenere un si per amore, e non perché il reddito e divenuto adeguato! Se a questo ero arrivato da solo, (sono un maschio, ci son passato anche da ragazzo da quella sconfitta e so di tanti, troppi casi simili, che definirei col termine umiliazione), se a questo ero arrivato da solo dicevo, la recentissima pubblicazione in Italia (Donzelli editore, “Good Luck and good Bye”)



di un testo autobiografico che l'editore Perkins rifiutò nel 1936, giudicandolo poco interessante, ci offre, direttamente dalle parole dell'autore, il significato che ho sottolineato. Il capitolo si chiama “Incollare i pezzi” ed è un capolavoro di sincerità ed immediatezza. Eccone alcuni passaggi: “In un precedente articolo, l'autore di questo testo parlò di quando si accorse che la pietanza che aveva dinnanzi non era quella che aveva ordinato per i suoi quarant'anni. In realtà, siccome lui e la pietanza erano tutt'uno, egli si era descritto come un piatto crepato, di quelli che ti mettono il dubbio se tenerli o buttarli via”.

Sta parlando di se stesso. L'incrinatura … sente di essere un oggetto, un piatto, ormai secondario e che si potrebbe gettare. Ma cosa lo ha reso un piatto incrinato? E ci descrive due accadimenti. Il primo fu una breve malattia a vent'anni che risultò poi essere una leggera forma di tubercolosi. Dovette assentarsi dall'Università e, oltre a rimanere indietro di un anno con gli studi, perse il ruolo di presidente del Triangle club, e la possibilità di realizzare una commedia musicale. Il successo sociale insomma verso il quale sembrava ben avviato, fu annullato da quel problema di salute.

E … genialmente, Fitzgerald ci dice una cosa di una profondità tale che non posso non commuovermi anche quando la rileggo per la centesima volta: “In un solo pomeriggio di marzo mi parve di aver perduto tutto ciò che desideravo, e quella notte, per la prima volta, diedi la caccia allo spettro della femminilità che, per un breve momento, fa sembrare senza importanza tutto il resto.”

Facciamo prima due conti col calendario in mano. L'autore aveva vent'anni? Allora siamo nel 1916! Si tratta di Zelda? Ci sta parlando di lei? No, perché la conoscerà in Alabama nel 1917/18. Nella fredda e troppo intellettuale cronologia che ho usato prima, al 1916 trovo quanto segue: “dopo la chiusura dell'anno accademico vive mesi di cupa tristezza, aggravati dal fallimento della sua prima relazione amorosa con una bella, brillante e facoltosa ragazza, Ginevra King di Chicago.” Poco prima la cronologia ci parla anche della convalescenza avvenuta nel medesimo anno poco prima di questo triste fallimento.

Tiriamo le somme … Due tentativi frustrati per il medesimo motivo. Il fatto di essere precario economicamente. Ci dice anche, E QUESTO E' GENIALE!, che dopo la prima incrinatura, quella causata dalla malattia che portò al fallimento delle sue ambizioni sociali così ben avviate, in quel momento di fragilità, l'importanza della femminilità si amplificò diventando un'ancora di salvezza … ma la definisce spettro, quindi qualcosa di irreale se visto da fuori, o dopo la depressione. Se lo stato della mente è alterato, alterata sarà anche la soluzione che si escogita...

Ma questo meccanismo … fu solo suo o è di tutti? Chiudendo un triste occhio sul fatto che il gentil sesso ha un senso pratico a volte troppo invadente e che travolge istanze morali … se immagino una donna nella situazione della prima incrinatura, ovvero malattia che blocca ambizioni ben avviate, vedo la possibilità nel medesimo rifugio sentimentale nello spettro della mascolinità... La sento insomma come una regola generale che riguarda quelle donne che non fan calcoli coi sentimenti e hanno momenti fragili. Le altre, quelle col pallottoliere in mano, donne non sono.

A questo punto la seconda incrinatura. Fitzgerald si innamora di Zelda che attende il responso dell'editore per concedere la sua mano. L'editore dice no e Fitzgerald viene, come possiamo dire? Licenziato? Buttato via? Mah. … Ma lui combatte! Le riviste rifiutano un centinaio di racconti e lui non si arrende! Corregge anche il romanzo rifiutato e riesce ad ottenere la pubblicazione. Torna da Zelda (e questo per me fu l'errore della sua vita...) e ottiene il si per sposarla.

Perché penso che tornare da lei fu l'errore della vita? Era lui che amava l'amore, lei prima di tutto la sicurezza, l'agio, le comodità. Secondo me Fitzgerald, carico di entusiasmo per la pubblicazione e immerso in un'azione frenetica di correzione e contatti con le riviste, calato nell'azione in modo troppo forte, non ha meditato. Quando si è sposato e, nella calma successiva ha osservato la moglie nel sonno, mentre lui insonne faceva calcoli per il bilancio famigliare (non sto inventando, nel libro appena uscito da Donzelli, lo cogliamo), si è reso conto che lui aveva agito per amore, ma lui solo e se avesse dato tempo al pensiero, cosa che fanno in pochi, avrebbe evitato quel matrimonio tomba.

Parole di Fitzgerald: “l'altro episodio (l'altra incrinatura) … si era verificato dopo la guerra, quando avevo di nuovo esposto troppo il fianco (sottinteso al femminile). Era uno di quegli amori tragici segnati dalla mancanza di denaro, e un giorno la ragazza (non nomina la futura moglie...) vi pose fine in nome del buon senso. Durante una lunga estate di disperazione, anziché scrivere lettere (a lei), scrissi un romanzo, e andò a finire bene, ma andò a finire bene per un'altra persona. (andò bene per la futura moglie. Si noti comunque che questa frase fa comprendere anche che non andò bene per lui...). L'uomo con in tasca la moneta sonante, che un anno dopo sposò quella ragazza, avrebbe sempre nutrito un'inveterata sfiducia, un risentimento, verso i benestanti.”

Questo risentimento si trasformò in adulazione sconcertante e Hemingay criticò queste situazioni trovandole meschine senza cercare di comprenderle.

Ma proseguiamo la lettura delle dirette parole dell'autore! “Negli anni che seguirono, non ho mai smesso di chiedermi da dove arrivassero i soldi dei miei amici, ne di pensare che, in un qualche momento, poteva essere esercitato una sorta di droit de seigneur e avrei dovuto cedere la mia ragazza ad uno di loro”.

Non lo trovate spaventoso? L'angoscia del guadagno continuo. Se non hai soldi non meriti la donna e chi ne ha, chi non è in affitto e ha la casa, chi ha il lavoro sicuro, per entrare col paragone nei nostri tempi, e chi ne ha dicevo, di soldi, potrebbe esercitare un “diritto del signore”, del ricco, e portarti via la donna.

Accade. E lo sappiamo. La cogliamo la situazione dolorosa e continua di Fitzgerald?

Si prenda ora in mano “Il grande Gatsby” e si legga quella che di solito è l'ultima riga della prima pagina: “Il senso della dignità fondamentale è distribuito con parzialità alla nascita.”

Questa frase, che è un macigno, contiene il destino dello scrittore, che ricevette all'origine della vita, una dotazione di dignità insufficiente per potersi permettere … un amore. E si tratta dunque di dignità ferita che potremmo definire anche col vocabolo umiliazione.

ma.. se questa frase la si legge in apertura del romanzo... quanto troveremo di autobiografico, di legato ai due fallimenti femminili per carenza di soldi, nella trama?

Prima però tiriamo le somme su quel che gli accadde nella vita reale: La prima lo rifiuta e lui crolla. La seconda lo rifiuta e poi dice di si quando arriva coi soldini. Dignità ferita due volte.

Osserviamo cosa accade a Jay Gatsby nel romanzo. Era soldato come Fitzgerald quando conobbe Daisy. (Prendo ora frammenti dalla traduzione Mondadori della Pivano): “Daisy Fay aveva diciott'anni … ed era senza discussione la ragazza più nota di tutte le fanciulle di Louisville … quel mattino arrivai davanti a casa sua, lo spider bianco era fermo vicino al marciapiede. Daisy vi stava seduta con un tenente che non avevo mai visto prima. Erano così assorti l'uno nell'altra … L'ufficiale, mentre Daisy parlava, la fissava come tutte le ragazzine desiderano essere fissate una volta o l'altra … ciò accadde nel 1917. (Fitzgerald conobbe Zelda e visse situazioni simili, nel 1917/18) ( e poi Gatsby partì per la guerra in Europa e Fitzgerald per caserme negli USA). Strane voci circolavano sul suo conto (di Daisy): come la madre l'avesse trovata durante una notte d'inverno mentre faceva le valigie per andare a New York a salutare un ragazzo diretto oltremare; le venne impedito di farlo, ma per parecchie settimane non parlò più con la famiglia.”

Conosciamo anche la versione di Gatsby, che parte per la guerra con l'intenzione di morirci perché sa che la famiglia di lei rifiuta il loro rapporto. Ecco un tassello differente fra la vicenda dell'autore e quella del romanzo. Daisy, ne esce salva. E' stata la famiglia a impedire. Nella vita fu Zelda …la fidanzata medesima. Purificando il ruolo femminile, eliminando la colpa diretta, Fitzgerald ottiene una maggior purezza anche del dramma di Gatsby. Se la ragazza è innocente si può parlare di fato, di destino … E Fitzgerald, secondo me, non per calcolo intellettuale, ma poiché era giunto alla radice prima della sofferenza e della consapevolezza della di questa, agì nella creazione della trama, semplificando in un modo che non può non ricordarmi la tragedia greca. Siamo all'ultimo momento di un fatto lungo cinque anni. Dell'amore nato con Daisy sentiamo raccontare dal “coro” delle voci del romanzo e ci troviamo in quel presente scenico di carta che tira le fila della conclusione che è tragica e con morti, come un buon greco antico pretendeva … per catarsi.

Amo pensare che una trama così perfetta, semplificata, sia un'operazione non calcolata ma che si tratti di colpi di scalpello della sofferenza che semplifica per mostrare le poche facce potenti, abbaglianti del dolore puro che si è vissuto. Fitzgerald ricrea e rivive la sua incrinatura e il suo alter ego, Gatsby, muore. Rimane puro fino alle fine e la sua morte, che sa di sacrificio, è la descrizione della morte dell'anima dell'autore. Egli ora, è consapevole di essere un piatto incrinato, che si usa ma si potrebbe anche gettare. Un corpo quindi e un io senza la guida dell'anima che si annichiliscono per il bilancio economico perché altrimenti scatta il terribile “diritto dei signori”, e l'alcol, che ti da sul momento la forza di mantenere il ritmo e di non pensare, ma l'artista pensa anche quando non deve e non vuole … 

Ecco delle parole stupende e sue che lo rivelano: “Dunque, la cura abituale per uno che è affondato (incrinato...), sta nel pensare a chi vive una condizione di vera indigenza o di sofferenza fisica; è un toccasana contro la depressione in generale che va bene per tutte le stagioni, oltre che un consiglio quotidiano alquanto salutare per tutti. (/)
Ma alle tre di notte, un pacchetto dimenticato assume la stessa tragica importanza di una condanna a morte, e la cura non giova - nella notte fonda dell'anima sono sempre le tre di notte, giorno dopo giorno -”.

Stupendo. Ho messo un a capo (/) per dividere la frase in due nuclei di senso. Il primo nucleo, sa di essere meschino. Sa che rinfrancarsi pensando a chi sta peggio è un rimedio superficiale, da popolino, e infatti nella seconda parte, ci mostra la depressione, l'insonnia, abissi che conosco personalmente, e ci dice che in quei momenti eterni, un nonnulla diventa morte dell'anima. Lui dice buio, ma il buio è nella tomba, non nella casa viva.

Eccovi consegnata l'anima di un capolavoro. Alcuni oltre che apprezzarlo minuziosamente come opera artistica indiscussa, alcuni, dicevo, soffriranno, poiché di donne come Zelda è pieno il mondo e l'incrinatura che si ha, se letta, non fa star meglio, ma potrebbe farci sentire puri, migliori di chi ha ferito, come puro sentiamo essere Gatsby. Ecco la letteratura che definisco utile come una medicina! E che non si legga il romanzo una volta sola! Bisogna entrare non solo nella trama, ma nelle sfumature di una scrittura che nulla lascia al caso e che è una vetta profonda dell'umanità

amen


giovedì 9 gennaio 2014

Il giudizio (racconto)


Paese del sud. Si vede il mare in lontananza. Collina. Qualche albero. Una donna sui quarant'anni passeggia assorta. Il volto è serio, quasi duro. Vede davanti a sé una minuscola chiesetta. É sorpresa. Conosce quei luoghi. E' la sua zona d'origine, il suo rifugio, la fuga dal nord dove lavora, quando la vita si incaglia e sembra senza soluzione e di quella chiesetta non sapeva nulla. Sembra un tempio antico. Colonne scanalate e capitelli intatti uniti da mattoni. Un tempio trasformato in chiesa. Gradini bianchi sopraelevano l'edificio. Intorno due levrieri bianchi, che l'hanno notata, si allontanano diffidenti. Il tempio, o chiesa che sia, è aperto, la pesante porta di bronzo, lucida, perfetta, che sembra impossibile che un umano possa muovere, lascia giusto lo spiraglio per passare. Lei sale i gradini sconcertata. Ora non è più dedita ai suoi pensieri. Quella sorpresa la colpisce. Prova ad aprire di più la porta. Lo spiraglio sembrava sufficiente ma risulta troppo piccolo anche per lei che ultimamente è dimagrita. … e sente dei passi all'interno, in quel buio che sa di umido e di cantina. Passi strascicati ma rapidi. Ed ecco che la porta si spalanca e un frate dalla barba bianca, dagli occhi di bragia, la guarda silenzioso. Lei trema dentro. Non comprende più nulla, sta perdendo se stessa, lo sente, e ha paura, una mortale paura.
“Ti aspettavo … “ e dice il suo nome che per comodità e convenzione sarà Giulia.

Dunque … “Ti aspettavo … Giulia”.

Lei quasi perde i sensi, qualcosa che è in lei ma lei non è, resiste.

Lui indica con la mano il lato destro del tempio. Lei, come ipnotizzata, avanza.

Lui la precede ed entra in un confessionale. Si rende conto che dell'interno dell'edificio non ha visto nulla. Nel buio, vede a sufficienza per non inciampare e comunque si rende conto che i suoi passi son resi sicuri da una forza esterna alla quale non ha senso resistere. Odore di cantina, freddo umido. Solo questo è certo ai sensi. Si inginocchia al confessionale e il frate apre lo sportellino.

Padre … confesso che ho peccato”

Dimmi figliola. C'è sempre il perdono per chi comprende e ammette le proprie colpe ...”

Ma … son piccole cose ...”

e il silenzio si fa duro, impenetrabile.

Parla figliola. Dio ti ascolta ...”

sono stata fredda con mia madre, in questi giorni … sa, sono un po' giù. Non mi giustifico perché non lo merita ma … beh si insomma, potevo evitare ...”

e poi ...”

e poi ...”

e nel tempio lei sente salire il freddo e un vento che prima sussurra e poi sibila, la spaventa definitivamente. Ora la voce trema.

... si … si. Due giorni fa al Caffé, qui in paese, uno straniero di colore mi ha chiesto se gli offrivo una brioche. Io …”

e il vento sale …

... io mi son girata dall'altra parte … l'ho ignorato … ma è sempre perché sto male ...”

e perché stai male ...”

“ma non centra con la confessione ...”

non ha terminato le parole e sente dei crolli. Prima qualcosa di piccolo e poi sempre più grande si fa quel rumore. Tutto trema. Anche il confessionale, che ora le sembra l'unico guscio, l'unica salvezza da un cataclisma assurdo che la sta travolgendo.

Guarda il frate negli occhi. Quegli occhi sono fuoco tagliente.

E una voce bassa, tuonante, che non capisce da dove provenga, urla “e perché stai male!!!”

Ora è terrorizzata, completamente. I muri di mattoni iniziano a crollare. Entra la luce estiva, rovente, che dopo il freddo quasi di ghiaccio dettato da quel vento inspiegabile, riduce il suo corpo ad uno straccio arreso. Sente che sta per svenire. Accade.

Quando si riprende è fra le braccia di una donna coi capelli neri raccolti. I mattoni son crollati. Ora della chiesa è rimasto il tempio. La donna in abiti greci antichi, le bagna le tempie con una pezzuola bianca. Riesce a rialzarsi.

Nulla ha più senso agire e pensare secondo le regole di prima, lo comprende. La sua esistenza va rifondata. Ora non ha senso nascondere, negare, non dire. Sente che solo la realtà, che solo la verità in quel luogo è accettabile. Si alza, la donna in abiti greci va verso un bacile e appoggia la pezzuola. Lei osserva il tempio. Passeggia intimidita e va a vedere la cella. In essa nessuna statua. Di quale divinità si tratta? Lo pensa e la donna in abiti greci risponde avvicinandosi: “nessuna dea, nessun dio per te ...”.

La donna si presenta dandole la destra: “io sono Saffo”

la poetessa !”,

prima di essere poetessa sono sacerdotessa, e preparo le fanciulle alle unioni … le istruisco”

ma io, purtroppo non mi sposo. Qualcosa non ha funzionato … più di una volta … e il frate dov'è? Aveva degli occhi tremendi!”

nel ricordarli ha un brivido e si abbraccia.

Sono sempre io. Mi son mostrata a te nelle vesti del tuo credo, ma hai recitato una confessione finta ...”

ma cosa dovevo dire!

la verità”

allora la verità non la so ...”

non si tratta della verità del mondo, quella non vi è concessa, ma della tua ...”

E perché mi sta accadendo questo? Non posso fare i conti io con la mia realtà?”

no … non quando le tue gesta seminano sofferenza. Se sei tu sola a pagare per i tuoi errori, la divinità si limita ad osservare e attende una crescita, una reazione … ma tu hai seminato sofferenza … troppa”

“in te stessa e in … in chiunque, con affetto, ha cercato di starti vicino … e lo sai ...”

ora confessati ...”

Ma io non so … non capisco ...”

Allora ascolta . Anni fa passeggiavi per piazza Duomo a Milano. Eri mano nella mano con il tuo primo amore nel fiore dei tuoi vent'anni. Stava sbocciando tutto per te … ricordi?”

Lei trasale. Un filo di rabbia le deforma gli occhi, ma comprende immediatamente che li, in quel tempio irreale, tutto è più forte di lei, non può zittire o andarsene … anzi … prova ad allontanarsi … ma le gambe perdono forza e si ritrova per terra, in ginocchio. Saffo si avvicina: “Non puoi fuggire … devi rendere conto di troppa sofferenza … passeggiavate mano nella mano ... e improvvisamente quella mano la lasci e ti nascondi dietro ad una colonna … ricordi?”

Si ...”

continua tu ...”

avevo visto uno del mio paese”

quindi?”

non volevo che mi vedessero mano nella mano con lui”

ma lo amavi?”

si”

e allora perché ti sei nascosta ...”

perché al paese non dovevano sapere. Lo dovresti sapere anche tu, se veramente il tuo compito consiste nel preparare le donna al matrimonio ...”

vuoi insegnare qualcosa a me?”

no … no … scusa, ma non capisco”

non capisci il tuo comportamento? Quel passo falso ha rovinato la tua esistenza. Hai scelto in quel momento fra amore e matrimonio, lo capisci?”

“ … no”

Ascolta. Prima si ama, e quando si ama, si preparano le nozze. Se d'accordo?”

si”

amavi?”

... Si”

ma lo hai lasciato solo in quella piazza”

ma dopo son tornata e ho spiegato”

e cosa gli hai detto ...”

che volevo le cose fatte per bene, ufficiali. Non dovevano scoprirlo da una persona che mi ha visto per strada …”

e lui ha capito?”

mi sembra così semplice che se non ha capito ...”

ma lo sai il significato di quello che hai fatto? Tu eri davanti ad una scelta. Rispettare prima di tutto l'amore o il matrimonio … e hai preferito quest'ultimo … una follia, e su quella follia ti sei incamminata per anni”.

Lei rimane in ginocchio, esausta e colpita da quelle parole.

“Pensaci. Tu dici sempre di avere avuto tre amori, ma hai amato solo fino a quel momento, fino a quella scelta in piazza Duomo a Milano … da quel momento hai amato le nozze, e poiché per attuarle ci voleva un uomo, a tre ti sei data, ma non per amore. Loro erano strumenti di qualcosa che non rivelavi. L'uomo, il maschio necessario al rito, doveva adattarsi al progetto che non rivelavi. Ti davi solo se la possibilità del rito la sentivi concreta, diversamente diventavi feroce …

Lei per terra piange, un argine duro, costruito da quel giorno in piazza Duomo inizia a cedere.

In quel momento due bambini, un maschio e una femmina, si materializzano vicino a lei. La guardano seri. Lei si asciuga gli occhi e si rivolge interrogativa a Saffo.

Guardali bene. Sono i due figli che ti erano destinati e che ora attendono fra cielo e ade un altro destino che non è stato ancora deciso”

Saffo si avvicina e si china. Con una pezzuola bianca le asciuga il viso.

Guardali bene. Osserva particolarmente la femmina e capirai chi sarebbe stato il padre. Non ti dico nulla del suo destino, perché comprenderesti il peso del danno che hai commesso e soccomberesti. Sappi che gli dei non hanno pietà di te e non sanno cos'è il perdono, ma pretendono che tu comprenda … hai capito chi è il padre?”

... si ...”

“ora sei sterile per punizione, ma vivrai ancora e avrai salvezza solo se comprenderai il tuo errore”

“non è vero … io ho amato ...”

solo una volta, la prima, e fino a quel momento in piazza a Milano … e poi più”

non è vero ...”

negare la realtà che ti sto consegnando equivale per te … ad inoltrarsi nella follia … ora sai quale destino ti attende. Tu hai usato l'Uomo ...”

Saffo si alza e si avvia verso la cella. “Vieni”

Ora le gambe la reggono. Si alza e la raggiunge. Nella cella due statue. Afrodite ed Artemide, ma non son statue. Saffo non è più di fianco e ha il volto di Artemide che or si muove. Afrodite, offesa che i suoi doni siano stati usati come merce, come altro dall’amore, indica e ordina di scoccare. Artemide ha in mano l'arco, sistema la freccia e prende la mira mentre i due levrieri si avvicinano eccitati abbaiando.

Lei vide la freccia partire e delle parole sospese come una bolla, la seguirono fino alla fine dei sensi

Nella vostra epoca, donne delle quali noi due dee ci vergogniamo, almeno nella tua terra, avete avuto l'emancipazione, quella che chiamate parità, ma dei maschi avete preso solo il peggio. Ora che potete vivere senza essere soggette al maschio, cosa per la quale noi due abbiamo lottato per secoli, per millenni, ora che potete vivere per amore, siete diventate come quei maschi che vi facevano soffrire...”

Seguì il silenzio. La voce fusa delle due dee si fece vento e una brezza la svegliò, sudata in una via del centro del suo paesino. Un'auto l'aveva urtata. Per tutti si trattò di un'incidente deplorevole. Il vecchio al volante, la vide per un attimo, tutti lo videro. Aveva la barba bianca, gli occhi di bragia e se ne andò senza clamore. Sembrò a tutti che avesse deciso coscienziosamente di urtarla e poi di andarsene con calma. Tanti videro, ma rimasero incollati al suolo, inermi nei corpi che non seppero reagire. Lei fu soccorsa, ma non volle nessuno vicino. Ricompose l'abbigliamento, e come se nulla fosse accaduto proseguì il suo cammino, o almeno così sembrò. La seguirono incuriositi. Entrò in chiesa, si inginocchiò al confessionale e rimase li in silenzio. Avvisarono il parroco di cos'era accaduto e che la donna, che tutti conoscevano, era al confessionale. Il prete accorse, entrò, aprì lo sportellino e disse: “dimmi figliola”.

Lei rispose “confesso padre che ho peccato”

Non disse altro, rimase li in ginocchio immobile. Dopo circa dieci minuti una lacrima scese, questo raccontò il parroco, e poi la donna si alzò, tornò a casa sua. Il giorno dopo prese il treno per il nord e tuttora di lei non si sa più niente.

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(questo racconto merita una spiegazione. Questa crisi economica, che da sei anni sta falciando il mondo, ha messo alle corde il rapporto sentimento-concretezza quotidiana. già due anni fa i mass media parlarono della massa enorme di divorzi causati da donne che non erano disposte ad un tenore di vita più contenuto. Si videro maree di manager o ex manager con un divorzio che ha ben poco a che fare con la fine di un amore. Capita poi che ci siano radici innate, come quella mostrata nel racconto, di donne che calcolano, che mirano alla sicurezza e usano l'amore ecc, per ottenere in fondo solo sicurezza materiale. Mi accadde tempo fa. Fu un'umiliazione enorme. Di recente, una sera con amici, scopro in due di loro la medesima mia antica ferita.
Ricordo anche, anni fa, una celebre stilista milanese che mi disse: "mi vergogno di essere donna. Ci siamo emancipate dalla schiavitù col maschile e nella libertà conquistata ci comportiamo come loro, i maschi che condannavamo. Ho molte coetanee e conoscenti che vanno a Cuba e Capo Verde per fare quel che ci fanno gli uomini. ben venga, che si scarichino, ma i casini che han combinato nei loro verdi anni! e ora cercano un uomo stabile da avere di fianco e la loro vita assurda, che è ben visibile, non sanno come nasconderla...". Fu una rivelazione vera e non l'unica.
Ho immaginato un rito. Lei al cospetto delle due dee. La freccia non uccide in senso lato. Diana uccide la persona impura che nel sacro tempio dell'unione coniugale arriva quindi sporcando. Ella rinasce con la consapevolezza e può tornare a vivere con la giusta scala di valori. La dea Diana si mostra prima come frate con sguardo di Caronte. Mix di sacro e terribile. E' la sua religione e lei recita se stessa. La dea cambia metamorfosi e diventa Saffo, La sacerdotessa non aveva nulla a che fare col lesbismo. Ella amava le sue ragazze, le creature che purificava e rendeva pronte per l'imeneo.
Saffo prepara alla purificazione. LA porta, dopo aver fatto chiarezza in lei, davanti alle sacre statue delle due dee preposte all'amore. Afrodite, offesa che il suo dono sia stato mercificato, usato non per amore, ordina l'esecuzione. Saffo non c'è più, è Diana ora, che scocca, e avvia la rinascita nella consapevolezza. ho spiegato altrove il simbolismo di Diana. Cacciatrice e dea della prima notte e del buon parto. Come legare caccia e il resto che sembrano incoerenti? ecco la soluzione. LA freccia, simbolo fallico, penetra nella carne delle vittime della caccia e le uccide. il fallo penetra sappiamo dove ed essendo una prima volta il fatto risulta cruento poiché ci sarà del sangue. La ragazza muore a se stessa e rinasce come donna. Il parto ha dolore e sangue. Un'altra freccia e un'altra rinascita. Da donna a Madre. questo racconto non condanna la femminilità, ma la purifica ai miei occhi, per tutta la sofferenza che molta femminilità ha causato. ovviamente le donne posson dire cose simili degli uomini, e lo devono fare! ma io, eterosessuale, parlo delle ferite mie e del genere al quale appartengo. sono per il riscatto, per la redenzione sempre. Amo l'amore, fino all'angoscia, fino allo smarrimento per questo ormai me ne tengo distante, troppo facile essere inceneriti dal calcolo.
Il sesso è un istinto, e deve essere giocoso, libero, trionfante. L'amore, come ogni relazione fra esseri, presuppone delle basi morali. Chi usa il sentimento più grande, con calcolo, perisca davanti alle dee e rinasca più saggio. E rinascere quando si è stati  in amore e lo si è capito, non è semplice. come diceva Cioran, si dimenticano le sofferenze, mai le umiliazioni. Ma la vita senza Afrodite e Diana e i suoi doni, è senza senso ... e lo sappiamo.
Se il breve racconto "Le rose abbandonate" risulta essere in assoluto il più letto di questo blog, ci deve essere un motivo ... il mondo di sensibilità, di delicatezza nei rapporti, che mostra, è desiderato, e l'essere umano, se desidera essere in grado di cogliere certe sfumature e realizzarle nella vita quotidiana, è necessario che si fermi ... fare un esame di coscienza che è tutt'uno col purificarsi e ripartire da quei valori che costano impegno, ma avvicinano la vita al senso del sacro.

ps. nota importante. alcune reazioni mi hanno stupito, ed è nel fatto che la dea colpisca con la sterilità. E' tipico del mondo del mito. Quando il re è sterile, di solito causa un comportamento che ha irritato gli dei, diventa sterile per esteso, tutto il regno nel quale si identifica il suo potere. Solo la redenzione e il recupero della coerenza col dettato divino riporterà alla fecondità. E' quindi sottinteso nel racconto che l'aver compreso, dalla parte della protagonista, includa il recupero di tutti i doni degli dei. La sterilità, che era per bloccare e far pensare per tornare in armonia col cosmo, non ha più senso quando la persona ha compreso. L'atto di contrizione silenzioso nel finale, davanti al prete del paesello, ci mostra la donna reintegrata nella giusta scala di valori e integra nuovamente nella morale dettata dagli dei e nel corpo. Io penso che solo una lettura affrettata, impulsiva e, lo dico, superficiale, possa portare a certe critiche. Prima di pubblicare sottopongo i testi ad una ristretta cerchia di lettori che per esperienza considero di un certo livello. Non si tratta di vendetta o di misoginia. ridicolo pensarlo. In questo racconto la chiave è il riscatto. La vendetta gioisce nel rendere un male che si ritiene di aver subito. La vendetta è secondo me di una volgarità pazzesca. E' tipica di chi non sa come riempire il tempo. Io amo, sono costruttivo e quindi cerco le prese di coscienza che maturano, non la distruzione. Sono comunque sicuro del mo testo che è stato stimato valido e utile per meditare, da persone che considero autorevoli. ciao)


giovedì 2 gennaio 2014

"Erinni" (racconto in forma di meditazione)

Buon anno ai miei lettori. Son sparito per qualche settimana per problemi di natura fisica. controlli accurati spinti da amicizie che mi hanno assillato per attuarli fino a prendermi quasi con la forza, han cercato di dare risposta di un dimagrimento di undici chili avvenuto in meno di due mesi. Io sorridevo a chi cercava di capire. Per la medicina occidentale corpo e mente son due faccenduole diverse. e così il corpo risulta sano per quanto il dimagrimento troppo rapido ha portato ad una conseguenza che terminerà di infastidirmi, questa si, in sala operatoria. Una cicatrice quindi, a breve, mi rammenterà la fine del 2013 e quel che vi accadde di mentale. Non si tema, non sono matto. Semplicemente, il pensiero, l'anima e non solo loro due, è stato distratto con troppa intensità da vicende che definisco quotidiane nel senso che capitano penso a tutti. I pochi fortunati di fatto non lo sono poiché vuol dire che certe esperienze, veramente a fondo, a volte fino alla perdizione assoluta, non le hanno vissute. Io m son fermato al margine. Ho visto per un attimo me stesso e ho compreso che la distrazione che ho coltivato involontariamente, mi stava costando la vita. Non che ci tenga a questo strano dono. Penso, anzi, son certo che la morte non esiste. Ho i miei motivi e certe esperienze difficilmente spiegabili a menti razionali, che me lo hanno confermato, e non si pensi a Fantasmi, sedute spiritike e simili sciocchezze ... per favore. Ora, con undici chili in meno che non guastano, di fatto peso come quando avevo diciotto anni, non sembro anoressico, ma non ho un filo di grasso, ora, dicevo, insonne, ma in modo ormai non negativo, raccolgo la mia esistenza e riparto. In questo periodo, culminato con feste che son natalizie per i cristiani ed equinoziali per il resto dell'umanità, "mi son venute" alcune poesie. Chi le ha lette mi chiede di pubblicarle e nel frattempo, chi ha letto quelle già pubblicate mi ha invitato via e mail a "mostrarne altre". prometto che ci penso. alcune richiedono almeno un poco di spiegazione. So che si è curiosi su come l'ispirazione si produce, ma in questo caso, almeno due di queste, richiedono una breve narrazione. Son legate al romanzo "Il maestro e Margherita" il capolavoro di Bulgakov, che mi son concesso come unica rilettura in questo periodo nel quale per me, vorace lettore, leggere era diventato assurdo, insensato, quasi impossibile. Di quel romanzo posso dire sin d'ora che quando lo lessi dissi a me stesso: "se lui, Bulgakov, ha ritenuto possibile raccontare la realtà russa stalinista con così tanta irreale fantasia, allora anche le visioni che ho dentro, possono essere scritte..." E' quindi Suo, il merito o il demerito di racconti come Kopf, Peter eccetera... ecco che ho trovato su chi deviare una grande responsabilità ...
Accadde così a Marquez. Lui prendeva il bus per andare al lavoro, in Colombia. In quel breve tragitto "incontrò" LA METAMORFOSI di Kafka e comprese che la fantasia per me stupenda di "Cent'anni di solitudine" poteva esser trasformata in parole. Il mio volo è più basso, solitario.
Kafka mi ha donato la responsabilità enorme, irrinunciabile e piena di sofferenza, di vagliare fino all'annientamento la mia inquietudine, Bulgakov il coraggio della fantasia e, la quotidianità, la mia esistenza, schiava del tempo, quelle asperità, quelle vertiginose salite e discese che portano con se gioie incalcolabili e rovesci quasi irreali poiché non rispondono al giusto o sbagliato, al bene o al male, ma son fatti da accettare come la pioggia di domani.
Sto tornando da un esilio che nelle poesie che forse pubblicherò .... si condensa nella metafora della neve che per me è il tempo che scorre, silenzioso, impalpabile. Immaginate per giorni e giorni di essere davanti ad una finestra e sullo sfondo montuoso di Gstaad, vedete questi puntini soffici cadere cadere e cadere, e poi, improvvisamente la neve sembra ferma, tutto si ferma e uscite, è il tramonto e passeggiate fra gli alberi. Io, devoto alla dea Diana son seguito dalla dea Venere in forma di stella e la sua persecuzione...

(Questa la scrivo. mi tocca particolarmente. 31 dicembre 2013, subito dopo il tramonto)

Il tempo degli orologi scorre
ma non il tempo mio che è bloccato.

E' neve impalpabile
gelida e sulfurea

che non cade
non cade...
non cade più

Passeggio fra gli alberi
nel primo buio
e comprendo di essere
ancora e sempre
inseguito da te
tremenda e dolce Venere...

Sono smarrito.
La tua presa è continua...

Cambio direzione
mi distraggo
pensando
a cosa potrei pensare ...

ma eccola di nuovo,
quando meno me lo aspetto,
che pungente bussa agli occhi.

Allora rientro in me,
chiudo le palpebre e la porta,
col silenzio conio un muro
duro come roccia
e cerco
di far perdere
ogni traccia.

Ma è li ...
mi segue

e la vedo scoccare la freccia
di un terribile sorriso

e spengo il viso ...

Vorrei scappare.
Vorrei volare via ...

e canto la canzoncina
che da bambino
mi faceva compagnia

di notte

quando dal buio
prendeva forma
di strega-lupo

la paura.

Divinità duplice
che semini sogno e perdizione,
ti condannerei ai tuoi doni
se avessi
uno spicciolo di forza...

ma sei sfuggente
per te stessa
perché
nello specchio di te
che io sono
vedi il tuono della solitudine
che lasci
quando riduci in cenere.

Bruciare
è il tuo dono
ma la polvere
del dopo
è dura
malattia

e tu non aiuti...
sei già volata via.

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Una spiegazione su Venere e Diana. Particolarmente su Diana. Essa risulta essere dea della caccia, delle vergini e del buon parto, tre aspetti che sembrano, in superficie, inconciliabili. Ora sbroglio il mistero. L'uscita dalla verginità presuppone un atto che porta sangue... e la ragazza muore a se stessa per rinascere donna che si relazione, che riesce a relazionarsi o deve, col numinoso maschile (numinoso sta per potente fino a rasentare il divinamente terribile). Da donna a madre, altro sangue nel "buon parto". Ora la caccia: Artemide-Diana usava l'arco, quindi uccideva la preda con la freccia, simbolo fallico. L'atto dell'uccidere la preda in modo rapido, cruento, con perdita di sangue ... ecco il legame.
ora lo strano quesito della mia mente sicuramente un poco particolare ... in momenti cruciali della mia esistenza, la soluzione, oppure l'aiuto, è giunta da qualcosa che senza ombra di dubbio, almeno per me, aveva a che fare con la dea Diana. Recente è per me la scoperta che un luogo nel quale mi son spesso rifugiato in alta Italia, era un bosco sacro a Diana. Ma non sono solo casualità geografiche, ma anche sogni, che per me sono una versione personale, profonda di una realtà immensa e comune a tutti coloro che non sono solo esseri razionali, e poi persone, discorsi volati a me da bocche sconosciute, il cane che ora, per casualità non cercata mi vive e che è uno stupendo levriero che mi adora, come levrieri erano i cani di Diana.
... e comunque lasciatemi alla mia follia, se follia vi sembra, poiché collega il tempo dell'uomo, che scorre, con l'eternità che sento essere onnipresente e della quale noi siamo una espressione con un senso che ci sfugge. Non calcolare, ma lasciarsi andare, ed ecco che la neve si ferma, e pure gli orologi e accade l'indicibile. Non bevo non fumo e non mi drogo. Sono così a costo zero e la considero una bella fortuna.
E' comunque vero che il genere umano non può sopportare troppa realtà, e per realtà non intendo la quotidianità, ma quel qualcosa in più che non è il travestimento sempre grottesco della religione, ma il senso del sacro che ogni tanto mi pervade, mi comprende e mi fa sentire compiuto e parte di un divenire.

Venere è la dea della carnalità, così la sento. Io preferisco esorcizzare il numinoso maschile che probabilmente in me potrebbe esistere, facendo olocausto di rispetto e pensieri a quella dea che più protegge la femminilità nell'incontro col maschio. Desidero essere per il femminile la rosa senza spine.

!6 dicembre 2013 ore 19

Non so niente del futuro
e chi dice che sa
sbatte nel muro
... dell'illusione

Non so niente del presente
e chi dice che sa
s'illude
e sarà perdente

Solo il passato ti parla
se sai fermare il tempo
e raccogliere
la perla
nel silenzio

Solo il passato attende
raccoglie, attenua
e poi comprende

e se lo segui
presente e futuro
diventeranno sinceri
perché nel domani
ci voli solo
coll'aiuto dell'ieri

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poche cose sullo stile. Mi piace la apparente leggerezza di Auden. Odio la eccessiva fiscalità ritmica di quegli intellettuali che si definiscono purtroppo poeti e agiscono con rime e ritmi con una fiscalità assurda che penalizza il significato. un ritmo leggero, largo, che culli la rilettura.
La rima serviva per memorizzare quando il popolo e spesso perfino il re, erano analfabeti ...
Ora secondo me ci deve essere ritmo e le sue forme non devono rendere cristallina, dura, la struttura.

Vengo ora alle due de "Il maestro e Margherita". qualcuno mi aveva detto ieri, ti basta iniziare a scrivere. sei un torrente in piena ... e aveva ragione. Vedete, uno dei problemi della letteratura che fa sul serio, dell'arte che fa sul serio, è che si rivela la parte più profonda di se stessi. Io moralisti, coloro che fanno nella vita per avere il plauso altrui prima che per dare un senso alla vita, i moralisti, coloro che rispettano regole masticate dalla comunità e che forse non son le loro, i moralisti, quegli esseri che si vergognano a rivelare il fondo di se stessi perché hanno il pudore che altro non è che il vergognarsi per quel che si è in relazione a quel che gli altri vorrebbero che tu fossi. Io in arte non ho pudore. Che l'anima canti e se vi sembra stonata basta non leggermi più...
Ora, le due poesie che devono molto al romanzo di Bulgakov, mescolano la mia esistenza con quella del protagonista. Il Maestro. Questi decide volontariamente di andare in clinica. Ha rinunciato al suo io, sente di non essere più nessuno. Mi sta accadendo da qualche tempo. Nel frattempo stavo entrando in una clinica per controlli. qualcosa che riguarda il corpo, ma accade che ... entro in un caffè, e sento dalle viscere l'angoscia salire. Comprendo che si tratta di un attacco di panico, so cosa fare, controllo il respiro, conto, e quando sembra possibile chiedo lumi alla mente con la mano che ancora trema e il viso sbiancato. Mi rendo conto che nel caffè ci son solo donne. Le conto diciassette. Esco e mi rifiuto di pensare. dopo poco entrano due uomini, mi accodo, e in quella situazione disinnescata cerco di capire. Ricordo di una donna che mi disse che i due uomini che aveva amato alla fine l'avevano portata ad attacchi di panico. le chiesi: "ma non furono tre i tuoi amori fino ad oggi?", mi disse che era così. Sono uscito dal caffè come da un quadro di Bosch, "la tentazione di Sant'Antonio", per intenderci, e son passato ai controlli certo che non avrebbero trovato malattie e ho avuto ragione. Male dell'anima...
Nella poesia quindi L'io mio e quello del Maestro che di Bulgakov fi l'io, si identificano e tutta questa operazione si somma alla visita al caffè con primo e ultimo mio attacco di panico. Un bel calderone si può dire, ma involontario, libero di esprimersi, senza morale, senza vergogna. E poi ecco  il passaggio che ha sorpreso anche me, l'interpretazione dell'inconscio delle donne grottesche del caffé: sono le erinni, ma non le mie. Erinni d'altri. Mi spiego. Nella Grecia arcaica, se commettevi delitti, particolarmente contro il tuo sangue, ma non solo, le erinni, mandate dalle divinità, ti perseguitavano senza sosta. (leggere l'Orestea...)
ebbene, dalla poesia risulta che le erinni degli altri, che trovo ovunque e concentrate particolarmente in quel caffè, mi angosciano, non mi lasciano vivere. Erinni, il Maestro, io, e un agire che sospende il tempo, che riesce addormentare il senso di colpa di qualcun altro perché si sa che nessuno è o più remissivo o più feroce, se ne ha la possibilità, di un colpevole che sa di esserlo.

IL MAESTRO E MARGHERITA I                        17 dicembre 2013 ore 1 e tre quarti di notte

Masticare ogni giorno
millenni di silenzio.
Nevica.
Nevica il silenzio.
nevica la forza cercata
nevica la voce
che non hai più usata.

Ieri ti portavano al caffé
e c'erano solo donne
Erinni d'altri ...

la paura si fa nera
e chiedi di entrare in clinica,
volontaria galera.

Pigiama di seta
e neve alla finestra
fino a sera

ed eccole
le Erinni d'altri
che si mostrano ovunque
e per tuo impegno
controvoglia
dormono da ieri

il Maestro non attende Margherita

Il Maestro non conta più i giorni dalle dita

Non scrive un diario
ma tace
intensamente
perché così
le Erinni tue
han trovato pace.

IL MAESTRO E MARGHERITA II                                       17 dicembre ore due e dieci

Quando si muovono le lucide maniglie
e udirai precisi passi bianchi
sai già che portano pastiglie
per domare gli occhi stanchi

Dominavi i sentieri per Ade
dialogavi con Diana e Venere
ma non tornasti alle tue strade
colpito nel tempio di cenere

Quando si muovono le maniglie
è cenere in pastiglie che beve
è acqua da sacre bottiglie
che scioglie dura neve

E il silenzio chimico mi raccoglie
mentre di nuovo solo
si muovono negli occhi spenti
lucide maniglie

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Il medico entra nella stanza (passi bianchi), il paziente nel letto, allucinato dall'insonnia, ha visto la maniglia muoversi e ha capito che gli portano il sonnifero. l'occhio si appanna, spazio per pochi irrazionali pensieri, acqua sacra, neve, durezza, cenere, e poi vede la maniglia muoversi; il medico è uscito, è di nuovo solo e sta finalmente crollando. Avete mai sofferto d'insonnia? io si, e particolarmente ora. chi l'ha sperimentata comprenderà forse qualcosa in più in quei versi.

!9 dicembre 2013, notte

Ecco che giunge un pensiero
così antico
così dal profondo
che si son perdute le parole

per esprimerlo.

Prima delle epoche
vibrava non detto

ora aleggia sensibile
e inesprimibile
e assai raramente
prende forma di timore
e rispetto

Raccolgo me stesso in una sensazione

Una bolla di luce
nella mente

per un attimo

e in quell'attimo

per un attimo

eccolo

il senso dell'esistere
che non ha parole
che non ha timore
che sembra il volto tuo

Ma è un attimo  ...
e di nuovo
cado
nella sete.

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Tutt'ora, nonostante il linguaggio nei secoli si sia affinato, esistono "cose", sentimenti, sensazioni non dei sensi, che sono inesprimibili e solo fra le righe, non nelle righe e nelle parole col senso del vocabolario, riusciamo a "toccarle" per un brevissimo momento...

      PADRE                                               24 dicembre 2013                                        ore 21 e trenta

Dopo due mesi
che lo portò via,
io in camera mia
e gli occhi chiusi.

La barba cresciuta
il viso ormai muso
il cuore chiuso
e dissi: va tagliata

I gesti semplici
allo specchio
occhi supplici
sguardo vecchio

... e vidi che il viso
riflesso
non ero io

Tu, antico padre
mi osservavi dal volto mio.

La mano radeva
tornavo ragazzo
solo l'animale ora
dai peli, mi lasciava

E il gesto del padre
raccontava e racconta
una versione dell'eternità
che conta

L'essere tuo
che fu
e l'essere mio,
che non è solo io

Padre,
ora
nel trambusto di ventisette anni
divorati di buon grado
ritrovandoti sempre
quando mi rado

Padre ...
dopo tanti anni
sembra ieri

E il primo Buon Natale
è ancora per te
che sei in me
anche nei gesti
e ora
che mi son perso
in un tempio di cenere

attendo il tuo soccorso.

Dammi uno solo
solo uno
dei tuoi sentieri

Padre ...
Aiutami dall'ieri

E accade
davvero
stasera

Mentre mi rado
una rondine
scompiglia
la neve del tempo.

E' un'assurda meraviglia
ma la vedo

ed è per me
da te

il segno
e non il sogno

di un'altra primavera.

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Quando morì mio padre, il mio secondo padre, dopo due mesi, quando decisi di radermi, provai una sensazione che mi commosse e che si è ripetuta anche la notte di Natale. Rendersi conto che il mio modo di radersi ha i suoi gesti e per un attimo, ti senti te stesso e lui, in una eterna comunicazione che si apre, che si fa possibile al di là della morte del corpo. E la reazione sarebbe il saluto sorridente in condizioni normali, ma in quella notte che si prospettava orrenda, diviene preghiera. e la preghiera ha ricevuto un segno. Una rondine vola fra due lampioni. La vedo bene. Al di là del vetro c'è solo qualche metro. Chiamo qualcuno e mostro il miracolo. Non spiego il senso, per gli altri è un mistero scientifico. Per me una risposta come quella volta in pieno luglio quando parlai di un amico che non c'è più e un pettirosso si mostrò, ardente di rosso e di calura nel mio giardino. Dissi con gli altri "c'è un pettirosso...". E loro risposero che era impossibile. Li invitai a voltarsi lentamente e sussurrarono la loro meraviglia. Il pettirosso, l'anima di Carlo che avevo appena nominato, si abbeverò rapidamente dalla ciotola che a questo serve, e poi come un proiettile è tornato nell'al di là, in quell'al di là del quale secondo me è messaggero e guida.

e ora uno strano gioco scaramantico

23 dicembre. Vado in libreria e curioso un po'. Premetto che poco prima avevo letto un brano tratto da un antico scritto indiano che amo molto. Deve iniziare la battaglia. Il guerriero è sul suo carro e soffre. Di fronte a lui il nemico che è composto da parenti e maestri suoi. Oltraggio al sangue e al maestro. Intollerabile. Non ha il coraggio di combattere. Colui che guida il carro, che di solito era il poeta o la divinità medesima, gli dice che non deve temere. Non può uccidere che corpi. l'anima è eterna, e userà un altro abito di carne fra breve. E poi dice che lui deve fare quello per il quale è nato, ha un suo ruolo e deve andare in fondo, senza chieder un tornaconto. Ma ..questo è meschino. Ok, mi dico, e penso alla mia arte. Dare, fare quel che penso di saper fare, senza attendermi nulla in cambio. Sento che è giusto, ma intollerabile, tremendo. Questa divinità indiana, nata da un capello nero di Shiva, detta una legge vera ma troppo dura. serve almeno la speranza, anche se illusoria. Esco quindi dalla mia cella, poiché mi ci son relegato per scelta e son libero di uscire o rimanere ... e vado in libreria.
Dice il dio indiano che "l'atto è di gran lunga inferiore al metodo della vigilanza spirituale". Grandioso. L'opera mia per esempio, non varrà mai la disciplina che la produce. Oppure in amore, l'atto, il gesto, il comportamento, mai viene offuscato, messo in ombra, dalla disciplina che lo rende puro. Questo pensiero del dio, mi affascina e sembra inesauribile. Dice anche, sempre nel Bhagavad gita, che "tu sei competente ad agire, ma non a godere del frutto dei tuoi atti", e questo, che ogni tanto accada lo posso comprendere, ma che sia la regola, no, non sono in grado, ancora, di sopportarlo. E la frase più difficile e dolorosa: "considerando uguali piacere e dolore, profitto e perdita, vittoria e disfatta, raccogli le tue energie per il combattimento"; ecco la meta che in me vedo lontana. Per quanto io abbia l'illusione di agire secondo dettami che mi sembrano alti e belli, la sconfitta ancora non la reggo, almeno in certi campi, ma non demordo perché fino alla morte del corpo ho tempo per provarci.

In libreria vedo un libro grosso e scuro che si chiama "Il libro delle risposte". Incuriosito lo apro a caso ripetutamente. Ogni pagina una risposta. Ecco l'esito:

Apro per la prima volta in vita mia
il "Libro delle risposte"

Mi son fatto la domanda
che non dico
ed esce:

"per ora accontentati"

e penso: ok Krsna, sta accadendo, ma poi?
Quindi attendo un po'
mi concentro e apro.

"Non scegliere la via più facile"

Ok Krsna. Anche questo sta accadendo
ma ... e poi?
qualcosa di definitivo
per un immortale mortale può esser detto?

"andrà tutto bene"

bene ... Me ne dia una copia! Questa!
E' l'ultima!

preso...
e nei momenti duri si userà
per illudersi...

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Chiaro il messaggio. La verità dettata da un dio, è troppo dura per un umano, anche se immortale nell'anima e pure artista... e quel libro va oltre la divinità. Si pensi anche a Giobbe e le sue incolpevoli traversie con il dio degli ebrei che pretendeva di essere accettato e obbedito senza condizioni ... e senza un senso comprensibile a Giobbe, doveva essere anche la sofferenza. E' come andare a Delfi ora ..., con quel libro delle risposte, che è una piccola Pizia (sacerdotessa di Delfi) di questa epoca "lievemente" commerciale. E che Apollo e non Krsna o il dio degli ebrei, metta un poco di zucchero ... nel suo veleno.

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Finale:
Avevo chiesto di immaginare, oltre la finestra "della neve", le montagne di Gstaad. E' un luogo esclusivo, ma non si pensi a questo. Vi porto un esempio. Borges, anche se cieco, chiese, a Milano, di visitare la chiesa di sant'Ambrogio. Essa è un lago di silenzio, poiché con pochi gradini si pone al di sotto del livello della strada. Ma a Borges, quel silenzio, che percepiva, innescava una visione che nel fresco umido del luogo si faceva veritiera. In quel luogo, e solo in quello, Napoleone si inchinò ... a Dio. E per me, visitare sant'Ambrogio, oltre le suggestioni dell'antico della chiesa, fa apparire il despota, il dio degli eserciti dell'ottocento nel suo unico comportamento umano.
Ora Gstaad. E penso a Michael Jackson. Era appena stato accusato di pedofilia. Milioni di dollari pagati per evitare il processo e la fuga in una clinica vicino a Berna, in quel paesino che ha visto e curato e cullato la mia insonnia. Immagino un uomo pallido, terribilmente ricco, terribilmente solo. La Taylor lo portò qui e tentò di rinascere. Ebbene, anni dopo, quando il tredicenne che dichiarò di aver subito "attenzioni" malsane, fu maggiorenne, e disse che il padre lo aveva costretto a dichiarare quelle sconcezze ... per soldi. Quel padre si suicidò e i mass media dedicarono ben poco spazio alla riabilitazione di un torto immenso. Vi è mai capitato di essere considerati colpevoli di qualcosa che non avete fatto? che non siete in grado costituzionalmente, per morale, di fare? e il rumore intorno a voi zittisce, rende inutile qualsiasi difesa? A me è capitato, non per questioni di sesso, ma ne so qualcosa. L'esito si chiama umiliazione e la devi masticare fino in fondo ... o ti mastica lei. Ecco cos'è Gstaad per me. Vedo una bolla di sapone enorme sospesa sul paesino, sorretta dalle montagne, e lui, altrettanto trasparente, ormai in posizione fetale, lui, anzi, la sua sofferenza, fanno vibrare l'aria come le pennellate azzurre della follia dei quadri di van Gogh.
In questo luogo le erinni urlano le umiliazioni inferte, non solo a lui, ma anche a me, e ora, nel silenzio, il silenzio, tritura quel tuo momento di follia. Io le ho zittite. Io, le ho addormentate per te, e nel silenzio di questa notte, ti ordino di rinascere.