venerdì 26 febbraio 2016

Il profumo dei tigli (racconto)



Un viale alberato. Sono tigli. È primavera inoltrata e il loro profumo è intenso. Molte persone decidono sempre, in questa stagione, di allungare il percorso che devono compiere, per immergersi in quella prospettiva di tronchi massicci con le chiome che si uniscono creando un tunnel ombroso. Varie persone quindi, in parte distratte dalla fretta, stanno passando. Passano anche delle auto, ma poche, poiché è una via secondaria. Una di queste, abbastanza distinta, inizia ad andare lievemente in qua e in là. La gente gira la testa con sguardo di riprovazione. Ha i vetri a specchio. Non si vede chi guida. La macchina rallenta e singhiozza un poco e poi si ferma, dopo esser salita sul marciapiedi, ad un niente da un tronco. Cala il finestrino e un signore anziano guarda insistentemente un ragazzo, forse sui diciotto anni, che porta alla spalla la custodia di un violoncello. Si guardano. Il stupore dell'anziano è un enigma per il giovane. La situazione si consuma in un istante. Mi conosce? Non mi conosce? Cosa vuole? Perché è salito sul marciapiedi e cerca di parlarmi accompagnando quel tentativo di dialogo con un movimento incomprensibile della mano? E poi si accascia sul volante e non si muove più. Il ragazzo è sempre lì, immobile. Un altro passante nel frattempo ha aperto lo sportello e cerca di appoggiare l'anziano allo schienale. Con qualche difficoltà ci riesce. Prende il telefonino e chiama soccorsi. Appoggia poi una mano alla gola con fare esperto, esce dall'abitacolo, si ricompone e dice al ragazzo “non c'è più niente da fare”. Il ragazzo, sempre immobile, osserva e nel suo sguardo interviene una curiosità quasi infantile.
Cosa vuol dire?”
come cosa vuol dire!” risponde una signora che fa parte del piccolo gruppo che si è fermato a curiosare.
si, cosa vuol dire che non c'è più niente da fare”

Il signore che lo aveva detto, si avvicina, lo guarda negli occhi e poi senza espressione si allontana verso la strada osservando lontano in attesa dell'ambulanza.
Si sente la sirena. Ma non si vede ancora nulla. Il ragazzo si avvicina all'auto, osserva l'anziano da molto vicino e poi si siede al posto passeggero dopo aver appoggiato con ogni cura lo strumento alla carrozzeria. Le poche persone presenti, in raccolto silenzio poiché hanno capito cos'è accaduto, lo osservano ma non si preoccupano. E' come se la custodia del nobile strumento fosse una garanzia di educazione, di civiltà. Ora il ragazzo, osserva la mano di quel signore, lievemente adagiata sul cambio, che prima sembrava volesse indicare o forse rinforzare il senso della frase che non era riuscito a dire. La tocca, prova a sollevarla, poi la lascia andare ed essa cade. Ci riprova. Poi si gira verso il volto che ha gli occhi aperti e decide di prendere una lettera che è in bella evidenza sul cruscotto. Legge il nome di quel signore sulla busta e poi si gira e lo chiama, prima gentilmente, poi di nuovo. Non avendo ricevuto risposta non sa che fare e sta seduto li di fianco. Arriva la persona che aveva chiamato l'ambulanza. Lo vede seduto li e gli parla: “è gentile da parte sua cercare di starle vicino. Lo conosceva?”
No. Si chiama Hans”
si chiamava...”
il ragazzo si volta e lo guarda in modo interrogativo.
E' morto. Non c'è più niente da fare.”
Il ragazzo scende dalla macchina. Barcolla un poco, e si avvia lasciando il violoncello appoggiato all'auto. Si sente l'ambulanza in lontananza. Ora cammina, il ragazzo, senza direzione, così, a caso. Il traffico non si è fermato poiché la macchina di quel signore, per metà sul marciapiedi, non blocca il traffico. E il ragazzo, con quel passo che sembra ubriaco, questo pensa chi sta guardando, ha costretto i conducenti a varie brusche sterzate e frenate. La signora, un poco indignata, prende il violoncello e segue il ragazzo e gli grida ripetutamente “Hey! Hey!”. Finché sull'asfalto lui cade, si affloscia e non si muove più.

Si sveglia in un letto. Stanza in penombra. Tutto è bianco e rigorosamente in ordine.
Un sensore che monitorava continuamente il viso, segnala ai medici che ha aperto gli occhi. Il primario con il suo migliore allievo, bianchi nei camici e nel silenzio più totale, arrivano, richiudono la porta e si posizionano sul lato verso il quale è inclinato il viso.
Lo osservano e tacciono.
Si scambiano un'occhiata e poi il più anziano inizia il dialogo:
buongiorno. Le devo chiedere, signor Andreas, se ricorda qualcosa di prima del suo, chiamiamolo svenimento.”

Ricordo che ero uscito di casa per andare al conservatorio”

e poi?”

e poi … “ e lo sguardo del ragazzo, che nel frattempo si solleva in modo da essere quasi seduto, si fa incerto.

e poi più niente?”

Non lo so. Ma cosa mi è successo!”

E' stato trovato sull'asfalto in una condizione che non sappiamo definire”

io non bevo...” risponde il ragazzo pensieroso.

Lo abbiamo verificato. Lei non beve, ma era al suolo come morto.”

e quella parola fa sgranare gli occhi al ragazzo. Si guarda intorno con aria smarrita e vede vicino ad un armadio, la custodia del violoncello.

Ora ricorda. Quella parola, morto, ha riacceso quei momenti.

Una macchina che va in qua e in la poi si ferma per metà sul marciapiedi. Quell'uomo che cerca di dirmi qualcosa e con la mano fa un gesto”

Lei parla del signor Hans, giusto?”
fa cenno di si col capo.
dopo che l'altro signore ha chiamato l'ambulanza, lei si è seduto vicino ad Hans. Perché ...”
E Andreas si guarda intorno come se non riconoscesse più nulla. I due medici lo stendono e gli fanno una puntura di calmante.

Dorme tutta la notte. Alle otto di mattino tornano il primario e il suo allievo. Nella stanza ci sono in più un mazzo di fiori bianchi in un vaso di cristallo.

Il medico giovane ora parla con voce suadente e gentile:
la dobbiamo dimettere … se vuole. Lei non ha nulla di particolare.”

Se voglio ...”

si. Certo. Solo se lei lo desidera. I suoi genitori … non li abbiamo lasciati entrare. Non ci sembrava il caso. Le consigliamo di prendere la sua decisione con calma. Ripassiamo fra un'ora.”

Escono. Si solleva con un lieve ronzio, una tenda bianca e appare una porta finestra che da su un parco. Una volta solo Andreas si alza, apre e osserva tutto quel verde. Odore di tigli. e ricorda ... ""La mano di Hans che la prendo e la lascio andare e cade come se …" Sospira. E i suoi occhi, li rivede ... e sono aperti e non guardano, e la sua mano che si fa fredda. Tutto torna a galla col profumo dei tigli che era intenso anche nella via dell'incidente. E poi sente dei passi sulla ghiaia. Si sporge e vede un vecchio con una bella barba bianca. Ha il camice quindi deve essere un medico. Saluta Andreas con la mano. Andreas risponde.
Gradirei anche un sorriso!” dice il vecchio. “In una mattina così, serena e tiepida, con la primavera che è così sorprendente, ogni anno sorprendente, lei non sorride a qualcuno che la saluta?”
Andreas sorride.
Immagino che lei non conosca questo parco. Là in fondo c'è un lago … e ho pensato … si ho pensato, proprio stamattina, che domani sarà bello, perché il domani sorge dal lago. E' una cosa immensa … ciao.”
Il vecchio si allontana. Andreas si sente vivo e il canto degli uccelli gli sembra un brano che sempre incomincia e non trova la via giusta per diventare musica. Ogni frammento di canto un tema che la mente raccoglie e non dimentica.

Come suppone, nell'armadio ci sono le sue cose. Si veste ed attende annusando l'aria sul balcone.

Giungono i due medici. Sorridono. É evidente che Andreas vuole uscire. Lo accompagnano alla reception e una donna, che ad Andreas sembra stupenda forse perché è primavera, gli consegna il telefonino che è completamente scarico. Questa constatazione lo rende quasi esultante, e poi vede dietro alla donna una grande foto incorniciata. É il vecchio del giardino. Il medico e il suo migliore allievo sono distanti, vicino ad una finestra aperta e stanno bisbigliando, ma per chi è abituato ad osservare, si coglie che con la coda dell'occhio stavano studiando le reazioni del paziente. Andreas ha notato la foto e la donna, che se ne accorge, gli dice che è il fondatore della clinica, morto quarant'anni fa.
Andreas non fa cenno di reagire alla notizia. Chiede invece se prima di andare via può recarsi a vedere il lago. La bella donna sorride e gli dice, vieni, ti accompagno.
Rimangono il primario e il suo migliore allievo.
E' strana questa cura professore. Troppo strana.”

“Non la comprende. Giusto?”
e l'allievo rimane in silenzio.

La cura è proporzionata al male e questo, nonostante le abbia dato tempo, non lo ha compreso. Venga”.

Il primario prende due binocoli da un cassetto e si incamminano verso il parco.

Vede, la nostra epoca ha eliminato la morte dalla quotidianità … e così accade che un ragazzo, a diciotto anni compiuti, ne scopra per la prima volta l'esistenza.”

“Ma non è possibile!”

e invece si … e lo ha appena visto. Non è il primo caso per me che sono in questa clinica da vent'anni. Centinaia … alcuni, adolescenti di quarant'anni”.
Arrivano ad un punto del parco dal quale si vede il lago. Il primario sa in quale punto la bella collaboratrice, porterà il ragazzo. Dai cigni, con qualche briciola di pane, e poi dai paperi appena nati. Col binocolo li trovano. Sono sorridenti. Il ragazzo ha appoggiato il violoncello ad un tronco e si sta godendo il panorama che è veramente aggraziato. La ragazza lo saluta. Ora è solo. Osserva intensamente e poi prende il suo strumento e si avvia verso l'uscita della clinica. Eccolo al cancello. Dopo di esso un lungo viale di tigli. Un tunnel verde scuro e caldo di profumo. Si è fermato un attimo. Sembra tentennare, ma poi prende il suo strumento e si avvia.

Questa è per lei la lezione più impegnativa. Ho dato al ragazzo una illusione. Lo hanno fatto vivere fuori dalla realtà per troppo tempo. Non c'erano alternative.”

Ho compreso, Maestro … ora può resistere, ma lei … lei ci deve fare i conti con la morte ...”

Io e tu. Per questo ti dissi che essere il mio allievo prediletto avrebbe avuto delle conseguenze forse insopportabili. Ora siamo tu e io e la clinica. Per questo le forme di cortesia, che son maschere, fra noi non hanno più senso. Siamo uguali di fronte alla morte”

e di fronte al dubbio di dio ...”

Si. A noi tocca l'angoscia del dubbio, ma ti dico che esiste una sensazione che possiamo raggiungere”

Stanno andando al lago.

Capita che improvvisamente si sente che tutto questo è retto da una immensa armonia e … si sente di farne parte. Per un attimo … l'eternità è li, che si mostra e ti coinvolge, ti dice che sei parte di lei ...”

Ti è accaduto?”

no. … ancora no, ma dicono che accade almeno una volta a tutti”

e mentre in lontananza si sente la sirena di un'ambulanza, i due medici spezzano briciole di pane per i cigni.



Bianca (racconto di Liliana Casadei con un secondo finale di we


BIANCA

Di Liliana Casadei

Ricordo che ero stanca quella sera, di una stanchezza ingestibile. Dormii per tutto il tempo che il treno impiegò per arrivare ad Modena.
Il treno di mezzanotte.
Quanto tempo dall'ultima volta in cui ci ero salita! Immagino spesso una situazione surreale ... certi treni rimangono fermi ad aspettarti. Sanno che tornerai e non se ne vanno.

Ero salita con un po' di anticipo sulla partenza e il sonno mi aveva completamente annebbiato.
Mi svegliai poco prima della stazione d'arrivo, per caso.
Misi in fretta la giacca, raccolsi le mie cose buttandole alla rinfusa dentro la borsa e,
avviandomi all'uscita sentii una voce chiamarmi.
Mi girai, ancora mezzo addormentata. Una ragazza bassa coi capelli ricci, di un rosso che sembrava bordeaux, mi stava chiamando.
"Mi aiuti a scendere dal treno?"
Feci cenno di sì, notando nei suoi occhi una specie di disperazione benevola.
Mi fece sentire indispensabile, in quell'attimo.
Pensai quindi che fosse inevitabile prestarle soccorso.
Scendemmo a braccetto e notai immediatamente un difetto nel piede destro.
Lo teneva arcuato su un lato e non riusciva ad appoggiarlo.
Una volta toccato terra, mi chiese di proseguire e di accompagnarla fino alle scale. Non esitai. Non avevo altra scelta.
La richiesta di aiuto continuò fin sulla strada e poi ancora.
Percorsi a braccetto con quella ragazza tutto il tragitto che la conduceva a casa.
Non la abbandonai.
Mentre si procedeva, assai lentamente, le dissi solo che ero stanca e le domandai quanto distasse il punto d'arrivo.
Non distava molto.
Non mi guardava in faccia. La sua timidezza si scontrava con quella sfacciata richiesta di aiuto.
Mi nominò sua madre.
Mi disse che era anziana e che la stava aspettando a casa.
Era una bella immagine ... per una fredda sera di dicembre.

La salutai.

Ritornai a Bologna dopo qualche settimana. Primo vagone. C'era lei. Vidi i suoi lunghi capelli rossi, ma finsi di non averla notata.
Mi misi a sedere qualche sedile poco più in là.
Parlavo al telefono.

E poi di nuovo mi chiese quell'aiuto, come se non ci fosse nessun altro a cui rivolgersi.
Finsi disinvoltura nell'accettarlo, ma stavo fingendo.
Avrei voluto andare via subito, di corsa, come forse avrebbe fatto chiunque.
Correre in macchina e scappare via. A casa. In qualunque posto. Non più lì. Ma dormire, credo.
La condussi di nuovo fino a casa, dimenticando la stanchezza della volta precedente. Pensai che fosse fin troppo vicina la sua abitazione per negarle quell'aiuto. Provai biasimo per la mia pigrizia. Scherzammo. Notai dello strabismo nel suo sguardo.
Non c'era vergogna in lei, ma la piena accettazione della sua condizione.

E poi per più di un mese non presi più il treno di mezzanotte e mezza, in partenza dal binario 14 della stazione di Bologna.

Accade una terza volta.
Decisa, quasi crudelmente, a non sedermi nel primo vagone dove di certo l'avrei trovata, mi allontanai dalla testa del treno.
Ero certa che qualcuno si sarebbe preso cura di lei, e con questa scusa che era acqua sporca, lavavo la coscienza.
In fondo, come faceva ogni sera in cui io non c'ero?
Non potevo caricarmi di quella responsabilità. Il suo dolore non apparteneva a me e iniziavo a credere che appartenesse ad ognuno come un dono ed un fardello, da cui nessuno avrebbe potuto salvare l'altro.
Era il gioco della vita. E nel frattempo questi ragionamenti da filosofa da due soldi mi facevano sentire superficiale.
L'avrei evitata senza far notare la mia presenza e per tutto il tragitto mi dimenticai, o finsi di dimenticare, della rossa del primo vagone.

Una volta scesa. Percorsi i pochi passi che mi dividevano dal sottopassaggio. Scesi velocemente le scale ... ed eccola. Ferma in cima alla rampa opposta che chiedeva aiuto. La diffidenza delle persone, abili nel fuggire dalla sconosciuta aggrappata alla ringhiera, mi spinsero a correrle incontro.
"Ci conosciamo già." le dissi
Lei rise, perché mi aveva riconosciuto.
Sentendola aggrappata al mio braccio, ancora, per la terza volta, ebbi in un lampo la sensazione di conoscerla bene.
Mi guardò e rise.
Le chiesi che ci faceva sempre a quell'ora sul treno.
Mi disse che lavorava per una rivista e che si occupava della rubrica dedicata al cinema.
La cosa mi incuriosì e il dialogo scivolò da solo, su tutti i film appena visti al cinema.
Li aveva visti tutti!
Su uno in particolare ci soffermammo. Il film raccontava della storia d'amore tra un professore universitario e una sua allieva fuoricorso.
Mi confessò di essere stata colpita da quella trama personalmente per aver vissuto una situazione simile in cui però, il professore si era rifiutato di cedere alla passione per una sorta di conformità alla professione. Mi disse che spesso quegli innamoramenti nascono dalla difficoltà di elaborare eventi del passato, spesso legati a problematiche familiari. Nel film era così e pensai che lo fosse anche per lei, ma che fosse stata meno fortunata della bella protagonista, poiché il professore non aveva ricambiato quel sentimento.
E poi mi stupì.
Mi stupiva sempre. Lo aveva fatto fin dall'inizio.
Quel professore era attualmente il suo fidanzato, ma quel rifiuto iniziale l'aveva obbligata ad affrontare i vecchi fantasmi per vivere quella relazione come tale e non come una sorta di compensazione. Decisi di crederle. Perché non avrei dovuto? Cosa c'è di più bello della verità degli sconosciuti? Non ti devono nulla e tu non devi nulla a loro.
Camminammo e mi parlò di psicologia, di una cena accaduta a Bologna quella sera stessa e di un incontro casuale fatto fuori dal ristorante.
Camminammo e mi piacque tanto ascoltarla.
Era fine febbraio e l'inverno sembrava aver ceduto il passo precocemente alla primavera, ammaliando alberi e bulbi.

La salutai come si saluta una persona che si conosce, ma di cui si deve ammettere a se stessi che non si sa molto.
Me ne andai pensando di averle portato via qualcosa e questa sensazione mi sfuggiva, e di essere un po' meno sconosciute.
Di me non le avevo detto nulla, perché ... di me non dico quasi mai nulla.

Il giorno dopo cercai la rivista. Non trovai nessuna rubrica sul cinema. Si trattava di una guida al benessere. Sperai di avere capito male il nome e stavo già dubitando delle parole di una donna che, mio malgrado, non era più una sconosciuta.

Mi aveva detto di essere nata sotto il segno dell'ariete e di avere quarant'anni.
Salutandola avrei voluto sapere il suo nome per ostentare quella familiarità che, di lì a poco avrei certamente detestato.
Decisi di chiamarla Bianca.

Bianca e il suo fidanzato professore, la madre a casa ad aspettarla ogni sera, una rivista inesistente, un piede fallato e l'abitudine, certa come tutte le abitudini, di tornare col treno di mezzanotte e mezza al binario 14 della stazione di Bologna.


Liliana Casadei ha scritto questo racconto. Me l'ha inviato via mail e mi ha chiesto cosa ne penso. Lo trovo buono lo considero la "cosa" migliore che ha scritto.
Gliel'ho detto e poi le ho consigliato di meditarci sopra. I motivi sono due; primo, nonostante descriva qualcosa che è realmente accaduto, se la sua mente lo ha così accuratamente selezionato è perché si tratta di un frutto che l'inconscio ama far suo. Contiene quindi immagini che rappresentano l'io di Liliana e, continuando ad agire sul testo, che comunque potrebbe essere considerato concluso, la matrice inconscia potrebbe diventare non razionale, che equivale alla morte del simbolo, alla sua anestesia, ma intuitivamente compresa. Si ricordi che una autopsia viene eseguita su un corpo senza vita. Quello non è un essere umano ma il corpo di un essere umano. Manca la vita, manca un qualcosa di importantissimo. E così è per i simboli. Non li deve smontare la razionalità, mancherebbe in essi la vita. Devono essere intuiti, non c'è altra soluzione. E perché va fatto? Perché l'io profondo, quello vero, attaccato con le sue radici immortali alla natura ... alla divinità, contiene quel che veramente siamo e quindi la nostra indole, la tendenza esistenziale. Se comprendo allora saprò qual'è la direzione da prendere nella vita.

Secondo punto. Mi piace considerare non conclusa un'idea. É una buona ginnastica per la fantasia ma aiuta anche ad intuire il senso.

Con Tonino guerra questo "gioco" lo si faceva spessissimo. Due esempi sono contenuti nel blog; selezionare anno 2013 e si troverà il post <Tonino Guerra e We "Il Gigante">, un altro è il racconto "Anatroche" che mi sembra di non avere ancora bloggato.

Ho fatto presente a Liliana che sarebbe interessante se pensasse a delle variazioni. Mi ha risposto che non dovrebbe essere difficile poiché dovrà prendere ancora quel treno, e io ho risposto che certo, va bene così, ma deve pensare, immaginare, anche senza questa opportunità che soffre del peso di una eccessiva concretezza.

Nel frattempo ho elaborato un finale. Mentre glielo dico vedo la sua reazione ... colpita al cuore ... al cuore del simbolo. Un sguardo dilatato alla descrizione dell'ultima scena, pelle d'oca sulle braccia. Quindi la via è quella giusta. Ha capito; ora sta a lei, poiché per un artista il meccanismo è sempre il seguente: le prime opere rivelano l'autore a se stesso, la consapevolezza graduale dell'io profondo, porta al capolavoro, entità rarissima che nel novecento "sento" in Kafka, Fitzgerald, Papini, Pound, Proust, Bulgakov e pochi altri. Quel che è difficile è tollerare, resistere alla numinosità, alla potenza dell'emanazione dell'io profondo. La tensione psichica è talmente forte che se ne esce esausti, spenti, consumati. E chi ha provato quella sensazione, questa specie di amplesso nel quale divento Dioniso che riesce ad amare, a possedere Diana, chi ha provato una volta, non cerca altro ... perché altro non esiste.

Ecco ora il finale mio per Liliana:






BIANCA

Finale di we

Che notte. Niente sonno e la mente che deraglia continuamente. Non un pensiero che si annodi ad un altro, non una parola, che scelgo attentamente, che si trasformi in qualcosa di più di una parola. Decido di uscire, è tardi e non so che fare. É sereno. Tutto bello, ma una bellezza che non mi sfiora. Decido allora di fingere di scendere da quel treno di mezzanotte e mezza. Manca un'ora, Parlare con Bianca mi sembra necessario anche se niente di lei mi è certo, a partire dal nome.

Ecco il treno immaginario, salgo e riscendo da un altro vagone come se fossi una viaggiatrice vera.
Ma bianca non c'è ...penso alla magia del numero tre. Tre volte l'ho vista. Oggi niente, e me ne torno a casa delusa perché, affidandomi all'abitudine avevo deciso che quel che era accaduto consecutivamente tre volte doveva accadere ancora. É la scienza che commette questo errore, lo so, ma qui non si tratta di scienza, siamo oltre, sono io che sono in corto circuito. È qualcosa di più vero della scienza.

Seconda sera consecutiva. La mente non va come ieri. Giro a vuoto. É come se fosse accaduto qualcosa che, per il fatto di non essere stata compresa, avesse deciso di affliggermi con questo disorientamento.

Torno in stazione. Niente finto ritorno stasera. La luna è metallica, quasi finta e io sono li, appoggiata al muro che guardo la gente scendere dal treno di mezzanotte e mezza. Bianca non c'è. Non so spiegare il perché ma so che è giusto così.
Torno a casa e mi sento masticata da una sensazione che non è solitudine. No, è qualcosa di più umido, fangoso, sporcante, e sotto ci sono io che non riesco a capire.

Terza notte. La mente in equilibrio sulle punte cade continuamente, e il pubblico che immagino nella mente, sembra essere venuto solo perché quelle cadute piacciono. Ma non soddisfano me, che cado ripetutamente su un palcoscenico polveroso. Sudo per lo sforzo e per il disagio e quindi sono un disastro di polvere che mi si attacca addosso e non mi sopporto più. Il palcoscenico però non ha porte e io sono io e sono appunto la notte. Non so come uscirne e, fra una disperata acrobazia e l'altra, osservo se fra il pubblico, così serio e attento e che compostamente applaude ad ogni caduta, non ci sia un posto libero nel quale rifugiarmi. Ma non c'è e non ha senso, non so perché ma non ha senso. Sono in ballo e devo ballare. Tocca a me e l'unica via d'uscita sembra possibile se riuscirò a stare sulle punte, a comprendere questa danza. Ma se c'è danza c'è musica! Ecco ... nella tensione del cadere e rialzarsi, nel disgusto della sporcizia che mi si accumula addosso, non ho sentito. Devo ascoltare ... e continuare a cadere. Si. Ecco, c'è, ora la sento. Non colgo il ritmo e se non c'è ritmo non è musica ma rumore. Poi mi risveglio da questa visione e comprendo che qualcosa si è mosso in me. Dalla parola equilibrio che mi sono offerta per sfuggire al niente della mente, è sorta la danza orrenda, poi la caduta, poi il sudore e lo sporco, poi il teatro col palcoscenico nero e senza porte, e il pubblico ... e il rumore non udito per disperazione che pian piano si fa musica.

Non chiedo più niente a me stessa, osservo il corpo che si lascia vestire dalle mie mani, e accade con una insolita attenzione ai particolari. Il corpo esce, lo seguo e io sono dentro di lui. So già che andrà in stazione ma non capisco. Ed ecco la luna piena, che ieri ne mancava una fettina, ed ecco il treno misteriosamente bianchissimo. Sono appoggiata al corrimano, osservo la gente che scende e di una, non comprendo ancora se maschio o femmina, vedo un'aura sottile e luminosa del medesimo bianco del treno ... e dalla mia bocca, che ora è finalmente mia, sento chiedere senza umiltà ... finalmente, senza angoscia, senza più paura

"portami a casa ... per favore ... andiamo a casa".