giovedì 31 ottobre 2013

Dieci quaderni (racconto)

(Questo racconto è dedicato al mio secondo padre. Ci separò la sua malattia per anni. Ne avevo sette quando essa si presentò, e da poco mi aveva accettato. Se ne andò in un'altra vita che avevo ventuno anni. Immagino tutto, è fantasia, ma penso che sarebbe stato in grado, se solo la stretta della malattia lo avesse torturato un po' meno, di preparare questi quaderni ...

Da più di un anno, un'altra idea mi segue, ma non si concretizza forse perché non ho la tranquillità giusta. Immagino una donna e il padre, ormai anziano che "se ne va" improvvisamente. Tendo a pensare ad una caduta, per esempio per le scale. Immagino che la sera stessa, dopo il funerale, lei si rende conto di tutta la portata di quella perdita quando, verso le ventuno, inizia l'attesa che le era solita della telefonata che lui, il padre, regolarmente faceva per darle la buona notte. L'angoscia sale, sta male, è disorientata, sopraffatta, ma alle ventuno e trenta, il telefono squilla, e un uomo, qualcuno al quale non aveva dato importanza, le augura la buona notte. Accade la sera successiva e poi ancora e ancora e ancora, .... ma non son cose di questa terra; forse per questo è rimasta in me solo l'idea. In fondo anche questo racconto è solo un'idea ... che cerca di sconfiggere il tempo. La ritroviamo in Proust; la nonna che batteva al muro con la ciabatta, quando erano in ferie al mare in albero e lui, nella stanza di fianco, rassicurato, affrontava la tragedia della nuova camera per il sonno. E poi la nonna "se ne va" e lui si rende di essere freddo alle esequie e non sa spiegarselo. L'anno dopo va da solo nel medesimo albergo e a sera ... si rende conto attende quel tenue bussare, ma non accade, e in quell'istante, mesi dopo, riesce a dar sfogo a quella sofferenza inesplosa. Anche in questo caso, come nel mio racconto, accade per affetti enormi, ma non nell'amore di coppia. ciao)

Se leggerai queste righe non mi non mi sarà dato saperlo, ma spero che accada.

Ti immagino come se stesse accadendo. Hai aperto la vecchia scatola di legno che appartiene alla mia famiglia da qualche secolo e hai davanti agli occhi dieci quaderni neri e questa lettera.

Non sapevo che tempo verbale usare. Mi sono arrovellato su questo particolare per troppo tempo e poi ho lasciato fare alla penna e lei ha deciso che ti parlassi come se io fossi ancora vivo.

In un certo senso lo sono … nella tua memoria. Non temere, non è per la paura di quel che mi sta accadendo e, se stai leggendo, vuol dire che è già accaduto, che ti scrivo. Ho paura sai.

Non è il baratro, il grande passo verso l'ignoto, ma il dolore fisico che mi spaventa.

La morfina e forse altra roba che mi iniettano a mia insaputa, attenuano, ma ne va della lucidità.

Te lo dico, così se non altro perché tu sia consapevole dell'impegno che mi è costato scriverti.

Ho rinunciato alla morfina oggi, per questa lettera. E' l'atto conclusivo di un progetto e per te essa sarà, se vorrai il primo momento di un viaggio. Un viaggio insieme.

Sai tante cose. Sai che non sono tuo padre. Sei consapevole, nei tuoi vent'anni, di troppe cose negative. Non mi sento in colpa sai se il mondo che ti circonda sembra un serraglio di possibilità di violenza reale e psichica.

Ho ideato i dieci quaderni per questo motivo. Riceverai in eredità qualche soldo e quindi potrai seguire le istruzioni del primo quaderno con tranquillità. Prova. Per favore prova. E poi se non funziona, fai quello che ti pare.

Il male sale. Non so nemmeno se riuscirò a finire questa lettera. Ogni momento, da giorni, sembra l'ultimo, ma non riesco. Non ci riesco e credo sia per causa tua. Ho potuto fare poco o nulla per te. Mi sono ammalato che eri un bambino. Ora, Quando accadrà, e mi sarò liberato dalla malattia che ci ha separato, per mezzo dei dieci quaderni tenterò di fare qualcosa di buono per te.

Stai piangendo, lo so. Io invece no. Termina queste righe e prendi in mano il primo quaderno. Abbiamo qualcosa da fare.

Se quel che accade nella vita può essere considerato purtroppo frutto del caso e anch'io come te penso che nulla, nemmeno la tua volontà di ferro e la tua salute rigogliosa, possano controllarlo. Se la vita che si svolge attorno a noi è caos, la vita che hai dentro invece, può prendere altre vie. Essa dipende dal tuo passato e, spero, dai dieci quaderni neri.

Visto il tuo passato restano i quaderni?

Si. E' così.

Quindi ora procedi e apri il primo.

PRIMO QUADERNO

Prendi poche cose. Giusto da riempire uno zaino. Qualche calzino, no calzini no, è estate, puoi farne a meno. Una maglietta per fare cambio con quella che avrai addosso, la roba per farti la barba (mi raccomando, la schiuma non serve se fai la barba mentre sei sotto la doccia). Un altro paio di jeans e una maglia e un giubbotto. Sono indeciso sull'ombrello. Decidi tu, ma facciamo in modo che il “fagotto” sia il meno ingombrante possibile. Dimenticavo; una borraccia. In casa troverai la mia in alluminio verniciata di rosso. I soldi. I contanti. Non lesinare, vengono sempre utili. Mettili nella tasca anteriore dei jeans. Nel portafogli, bene in vista nella tasca posteriore, poca roba. Così se ti rapinano salvi quasi tutto. La carta di credito secondo me non serve e se te la rubano sarebbe un discreto problema. La mia banca, che ora è la tua, ha filiali un po' dappertutto.

Ti domanderai dove si va. Sali in macchina e punta verso Chartres. Sarà un viaggetto di un mese. Prenditela comoda, ma non troppo. Quando arrivi a Chartres … volta pagina.

. . . . . . . . . . . . . .

Vai a sederti ad un caffè vicino alla chiesa e poi gira di nuovo pagina.

- - - - - - - - - - -

Non intendo convertirti. La religiosità è presente in ognuno in forme fortemente individuali, ormai.

E' una tua scelta credere o non credere. Se crederai non perdere troppo tempo a decidere il nome del tuo dio. Nei paesi arabi lo chiamano in un modo, in Europa in un altro, eccetera.

Aria fritta.

Lo sai come la penso su queste cose. Quando ero a Istambul, fui fermato da un religioso islamico mentre stavo entrando nella moschea di Eyup. Non potevo entrare. Gli feci presente che fra il suo dio e quello dei cristiani cambiava solo il nome. Non mi degnò di una risposta e nemmeno di uno sguardo. Gli chiesi allora in quale giorno della settimana era nato il Profeta secondo Al Tabari.

Si vide dagli occhi che non sapeva la risposta. Volevo fargli capire che rispettavo e conoscevo la sua cultura e invece se ne andò senza dire niente. Entrai, visitai il luogo sacro e mentre osservavo la semplicità commovente del Mihrab, mi raggiunge e disse “Lunedì”. “Bene, e in quale giorno della settimana è morto?” sparì di nuovo e così ebbi il tempo di osservare il resto. Mi raggiunse di nuovo e disse “Lunedì”. Mi limitai a sorridere. Avevo visitato quasi tutto. Aggiunse che potevo stare solo nella parte lassù, dova stavano le donne. Per lui equivaleva a costringermi ad un'umiliazione? Ha pensato che fossi un convertito? Non mi interessava. Salii nella parte delle donne e potei assistere per la prima volta in quella città, ad una funzione. Mi colpì il forte senso di comunità. Per mezzo di quella preghiera erano una comunità rivolta verso un valore condiviso. Era così tanto tempo fa anche il cristianesimo. Non ho mai vissuto in occidente questa sensazione. Qui si sta tutti chiusi in sé stessi. Il senso della comunità lo trovi ormai negli stadi, per esempio, e fra i motociclisti e altre cose di livello un po' più bassino e … lasciatemelo dire, più volgare. Ora che ci penso invece, mi capitò, una sola volta sai , di vivere un brandello appena di quella sensazione, sulla mia pelle, ma trasposto in un reperto laico. Stavo facendo le selezioni per l'accademia militare. Ogni mattina l'adunata mi sembrava un rito grottesco. Eravamo tutti inquadrati e un soldato inastava la bandiera che mi era indifferente, mentre un megafono sparava l'inno nazionale. Si sentiva che la registrazione era vecchia e il tutto sembrava un goffo tentativo di fare rivivere qualcosa di antico e morto. Un giorno però, dopo un mesetto di convivenza con la divisa e i miei commilitoni, accadde che durante la libera uscita ebbi la sensazione che gli altri, i civili, fossero disordinati, brutti. La caserma, nel suo isolamento mi stava cambiando.

La mattina dopo, il megafono elargì l'inno con un nitore che non gli era abituale. Ebbi un brivido. Mi emozionai. Eravamo belli così inquadrati in quell'ordine. Non capii fino in fondo quel brivido, ma mi piacque.

Finì male sai. Ero estremamente idealista e quando scoprii che erano tutti raccomandati prevalentemente da uomini di chiesa e, sorpresa delle sorprese, che lo ero anch'io, ma da un generale, reagii malissimo. All'ultima prova, quella di matematica, mi chiesero di disegnare un cerchio inscritto in un triangolo. Lo feci piccolissimo. Non toccava due lati su tre. Mi chiesero se secondo me era giusto così. Dissi di sì e tacqui. Capirono che avevo sbagliato apposta. Non fui abilitato causa quella mia protesta per nulla incompresa. Avevo dato per scontato che la selezione per accedere all'accademia militare fosse pulita. Il brivido che provai in quell'adunata durante l'alzabandiera, era un'illusione forse di altri tempi.

Guarda questa cattedrale.

E' un monumento impressionante. Tutte le case intorno sembrano sproporzionate, troppo piccole. Anche quella dove stava il re, nel confronto giustamente sfigura. Osserva la grandiosità dell'edificio e se vuoi pensa a dio, ma non dimenticarti di pensare a quella miriade di persone, una schiera interminabile, che l'ha costruita e mantenuta. Fai caso che ha i segni del tempo. In alcuni punti è corrosa, sbeccata. La comunità che l'ha eretta pietra su pietra, in una manciata di secoli, si è un poco alla volta allentata. La cattedrale è ora più che altro un monumento del passato, una fonte di reddito per il turismo. Non hai anche tu la sensazione che sia la spoglia di qualcosa di antico e leggendario in gran parte ormai incomprensibile? Provai questa sensazione ad Atene, su quella magica e ventosa collina che domina la città. Ci sei stato anche tu. Prova a paragonare le sensazioni. Hai la certezza che Giove e tutti gli altri dei non esistono; forse è per questo che potresti pensare ancora ad una differenza? Hai per caso ancora il sospetto di dio e per questo, la cattedrale ottiene da te un rispetto di natura diversa? Pensi ancora che il dio di questa cattedrale possa punirti?

Non considerarmi un miscredente. Non è questione in questo mio meditare, di credere in dio o meno. Se assisto ad una funzione religiosa ho la sensazione di vedere qualcosa di antico e fuori dal tempo e questo forse, proprio perché non esiste più altro che l'io anche in me; Gli altri sono corpi estranei da piegare alle nostre esigenze e per il senso della divinità, non rimane altro che questo prepotente, fragile io per toccarci e penso che così sia troppo difficile anche per Lui.

In questo momento si sovrappongono vari ricordi. Ero in Egitto. Davanti a me le piramidi di Cheope, Chefrem e Micerino. Vedo un soldato davanti ad una zona delimitata con della corda, e un cartello. Ci sono degli scavi. Vicino scorgo colui che sembra il suo comandante e gli chiedo se si possono visitare. Dice no ma il suo sguardo tentenna. Mi invita in ufficio. In inglese gli dico che ci tengo molto, che non so se nella mia vita verrò ancora egli offro una cifra per lui assolutamente non trascurabile. La intasca. Mi offre un tè. Mi tratta da amico e dopo mi fa da guida. Mi dice che ci sarà da sporcarsi. Scopro così che sotto le tre piramidi, uniche tombe visibili dalla superficie, ci sono piani e piani di ordinate sepolture. In certi punti ci caliamo con una corda e strisciamo attraverso cunicoli di camera in camera. Non so dove mettere i piedi. Conto per ogni antro, fino a cinque mummie nel loro fodero di legno dipinto. Mi fa vedere che il coperchio è solo appoggiato e che il defunto è ancora li. Mi fa vedere anche piccoli oggettini, ma non li voglio. Non mi interessano. Temo che rimanga deluso dal mancato guadagno e gli do altri soldi. Gli dico che m'interessa vedere, ma rispetto i morti. Torniamo in superficie. Sono sporco, sudato e contento. Mi allontano un poco dalle piramidi, mi siedo e le osservo così, nella distanza. Sai che cosa vedevo in quel momento? Un piccolo mondo. Sopra il Faraone e sotto, strato dopo strato per ordine d'importanza, tutta la corte. Immagina un intero paese che si costruisce un altro paese, gerarchicamente coerente come il precedente e così, tutti insieme, guidati dal faraone dio, si va verso Sirio, verso l'eternità. Lascia perdere l'ultima frase e pensa che quella città di morti è stata costruita certamente anche da schiavi, ma la popolazione collaborò esattamente come fece la gente di Chatres e non solo per la cattedrale. Quel monumento che vedi, e l'altro in Egitto, rappresentavano allo stesso modo una comunità entro la quale esistevi, avevi un ruolo e quindi un senso.

Tento di spiegarti il mo pensiero con un esempio. Tempo fa comperai il Libro Nero di Grossman. Quando tornerai non lo troverai fra le cose che ti ho lasciato. Ne fui talmente sconvolto che non riuscii a tenerlo in casa. Quel libro mi guardava, voleva essere letto fino in fondo, ma era così spaventoso … Aveva forse un migliaio di pagine. Lette le prime, supponendo che le altre fossero più o meno dello stesso tenore, ovvero un elenco interminabile di eccidi raccontati e testimoniati, mi fermai. Lo regalai ad una biblioteca. Un particolare delle narrazioni lette comunque, mi colpì talmente … da bloccarmi. E' possibile che il ricordo ora non sia esatto, ma non mi interessa essere preciso. E' il contenuto quello che conta e te lo passo. . Dunque. Un anziano va nel bosco a far legna. I soldati arrivano nel suo paesello e portano tutti gli abitanti in un punto della campagna. Fanno scavare una fossa e iniziano a fucilarli. L'anziano signore torna dai boschi. Trova il paesello completamente disabitato. Ovviamente si dispera. Sente in lontananza degli spari. Riesce a capire da dove provengono. Va e vede cosa sta accadendo.

Ora una domanda. Tu cosa avresti fatto al suo posto?

Hai risposto? Si, lo so. Saresti scappato.

Cosa fece invece l'anziano signore? Si mise in fila con gli altri.

Lo sai che ti sto scrivendo da un letto d'ospedale e che non scoppio di salute … Ho qui davanti i fiori che mi hai portato. Tre rose bianche. Le guardo per ore. Stupende. Dietro di loro il cielo azzurro. Un azzurro profondo, cristallino, perfetto, come immagino fosse il cielo che per ultimo vide quell'anziano signore. La tua risposta, che poi in fondo è uguale alla mia, è da considerarsi sbagliata? N, ma non temere. Non è sbagliata e nemmeno giusta perché è cambiato tutto.

Lui, l'anziano signore, si identificava nella sua comunità e agendo così, accodandosi alla fucilazione, ricordalo, non annullava se stesso. Lui in quel villaggio, per quel villaggio, era una persona, non un numero. Senza il villaggio non era più nessuno. E' semplice. E' tragicamente semplice.

Ora guarda di nuovo la cattedrale.

Lo vedi ora che è distante come il Partenone?

Tu sei quell'anziano signore? No, perché non vivrai mai come lui l'attimo di quella grande scelta.

A te è accaduto qualcosa di diverso. Sei arrivato tardi. L'eccidio è terminato. I soldati non ci sono più. Forse sono morti anche loro da decenni. Forse guarderai nella fossa … ma non puoi unirti a loro. Non ha più senso. Devi fare qualcosa.

Devi fare qualcosa …

A questo pensi, ma sei arrivato tardi, il momento, la tua epoca, è solitario e individuale, e non sai decidere.

Guarda la cattedrale.

Hai solo te stesso … e dobbiamo trovare qualcosa di sacro nella nostra epoca.

Per questo edificio è finita. E' luogo per turisti.

Non meravigliarti se ora ti chiedo di andare a Vezelay e da qui ad Autun e Poi Cluny e Le Puy.

Ti riposerai un poco a Conques poi passerai a Moissac e da qui, sempre più lontano … fino a Santiago. Erano luoghi sacri, e qualcosa della loro atmosfera potrebbe, come quella volta durante l'adunata, impossessarti di te almeno per un attimo. Se la provi, comprenderai il suo valore.

Ti invito già ora a fare alcuni tratti a piedi. Sono pezzi della vecchia strada dei pellegrini e non li puoi percorrere diversamente.

Il mio dono potrebbe essere compreso alla fine di questo viaggio o del prossimo o dell'altro ancora.

Non so quando accadrà e nemmeno se accadrà.

Non lo so se in te scatterà qualcosa che tornerà a farti amare se non questa epoca assurda, almeno la vita.

Non ti invito ad uscire da te stesso anche se, lo avrai capito, non si tratta di un luogo per te sicuro …

Non ho il coraggio di chiederti di fare quel che sto facendo io ora, con questo quaderno, per un tuo figlio al quale ti rifiuti di pensare. Credi di avere dei motivi validi. Lo so, e non ho la forza e nemmeno la sottigliezza per controbatterli. Ma forse, Oltre a quei motivi, ne esistono altri che non mi hai detto. E' possibile. E dubita finché vuoi, ma concedimi di fare questa prova.

Ricordo tanti anni fa a casa di un cugino di Metz. C'eri anche tu sai. Eri un bambino. Al termine del pranzo ci portò in cantina, scavò la terra con le mani e ci mostrò una bottiglia. L'aveva messa li il suo trisnonno per lui. Aveva dei bicchieri piccoli come ditali. Bevemmo, ed era una goccia densa, squisita, di porto. Ci fece vedere dove erano sepolte quelle che aveva preparato lui per suo nipote.

Ti ricordi i suoi occhi? Luccicavano.

Quell'anziano signore si era riunito nella fossa con i suoi paesani già da tanti anni da quel giorno a Metz, e il mondo era già diventato come ora lo stai vivendo tu. Ma nonostante questo il mio amico di Metz, per il semplice rito di quelle bottiglie, aveva gli occhi lucidi.

Il sacro, figlio mio, esiste ancora. Sì, esiste ancora. Forse non lo vedi in certe piccole cose, in minuscoli riti come questi. Io invece diciamo che mi accontento. Se vuoi pensalo pure … e invento.

… E forse esiste anche Dio, ma questo è un altro discorso.

Nella pagina successiva c'è una mappa. E' un giochino stupido forse. No. Non lo è.

Ti porterà semplicemente ad una frase. Quando la scrissi non sapevo ancora che … l'avrei fatto per te. Tu nemmeno esistevi nella mia vita.

Queste sono le “bottiglie” che ho sepolto, e ora te le passo.

Scrivine una tu sotto, di frasi, e come feci io, con la data.

E' una catena. E' la mia mano che ti offro, e se vuoi potrai offrire fra anni, la tua.

Provaci.

Prova per favore.

Troverai una serie di mappe fino a Santiago.

Una volta esistevano nella religione di questi luoghi, la comunione, la cresima eccetera...

Erano tappe sentite. Le vivevi con la tua famiglia, il tuo quartiere, il paese. Ora non c'è più niente.

Appena nato sei un individua fra individui.. Sei solo un consumatore. Sei un numero.

Noi due, senza dirlo a nessuno, se vuoi possiamo tentare di cambiare rotta, almeno dentro di noi. Avrai così una tradizione tua e non commerciale... Dei ricordi. Un rito che forse anche solo per il piacere di non interromperlo …

Immagini i tuoi nipoti, … e anche un poco miei, che leggeranno la mia frase sotto la tua e quella del loro padre?

Dimmi, lo senti che è grandioso?

Possiamo, se vuoi, tenerci la mano fra le epoche.

Non sei un numero, almeno per me.

Pensi, ami ...spero, e amerai, quindi sei.

Troppo gente si limita a pensare e quindi non è.

Non perdere tempo come hai fatto fino ad oggi, a dirglielo.

Lo sanno benissimo. Lo sanno e ti invidiano … te e la tua sofferenza che ti rende un essere vivo, sensato. Non ci crederai, ma invidiano proprio la tua capacità di soffrire, perché essa dice che stai reagendo, dice che forse, forse almeno a te, nella vita, accadrà qualcosa.


Scritto il 25 febbraio 2006




domenica 27 ottobre 2013

Accadde una notte (racconto)


Si può dire che il disastro si innescò causa un' inaspettata idea del presidente russo? Molti lo pensano. Riteniamo sia una forzatura. Una semplificazione che annebbia la possibilità di comprendere che quando la misura è colma, come il mare gonfio, avanza e fa sua la storia. Improvvisamente dunque, un giorno, il presidente russo disse al telegiornale “potete telefonarmi, rispondo personalmente!”
Per un’ora si susseguirono le chiamate e lui seppe essere cordiale, simpatico e, e che altro?

Si pensò ovviamente ad un filtro di telefoniste che sceglievano l’interlocutore oppure ad un gruppo di attori prezzolati che recitarono divinamente.

Si riscontrò un esito positivo per l’immagine del presidente e il resto del mondo, ovvero qualcosa come circa duecento presidenti, si diedero da fare. Ci fu chi si limitò ad imitare e chi fece invece uso della migliore tecnologia.

Il presidente degli Stati Uniti scelse il collegamento internet in diretta tivù, anche perché era consapevole del fatto che doveva fare il possibile per dimostrare che quella sua azione, era vera. Internet dava idea di collegamento diretto, senza filtri, spontaneo. Trasmettere in tivù invece serviva perché il popolo, la massa, era ancora legata al vecchio sistema e si sa che votano tutti, quindi internet più tivù gli sembrò equivalente alla quasi totalità dei votanti del suo stato. Egli si era reso perfettamente conto che questo era l'unico neo dell'idea del presidente russo. Della politica si dubita sempre, sistematicamente. Gli sembrò che quella soluzione, potesse sconfiggere anche i diffidenti più incalliti. Il seguito mostra che ebbe ragione, ma dimostra anche che, appena la sua idea le si ritorse contro, seppe progettare e attuare qualcosa che la rese, a sua volta fasulla. Ma veniamo ai fatti.

La prima puntata fu un successo tale che gran parte della cultura occidentale volle studiare l'agire del presidente Americano, in ripetute minuziose differite. Il presidente, reso sicuro dal successo del primo atto, si avviò la settimana dopo al secondo, colmo di certezze.

Il primo di questa seconda puntata fu un soldato, un veterano che sprizzava amore per la patria dagli occhi, dalle cicatrici e dalle frasi sgrammaticate.

Il secondo fu un ragazzino.

Sei il primo ragazzo!” disse allegro il presidente.

Il ragazzo non rispose. Prese dalla tavola alla quale era appoggiato con i gomiti, un bicchiere pieno d’acqua. Sempre su quella tavola si vedeva una riga chiara composta da cerchietti minuscoli.

Prese la prima pastiglia, la portò alla bocca e bevve un sorso. Con studiata lentezza prese la seconda pastiglia e poi la terza e così via fino alla fine della fila.

Non disse una parola.

Non guardava lo schermo.

Appoggiò le braccia sul tavolo, adagiò la testa su di esse e non si mosse più.

Il presidente aveva invaso quel silenzio con un fiume di parole all’inizio misurate e poi sempre più fragili. Gran parte del mondo che poteva permettersi un televisore o un computer, stava osservando e non si poteva intromettere.

Il presidente urlò angosciato ” cercatelo! Trovatelo!”

Ma non si poteva fare niente. Nel giro di una mezzora tutta quella parte di pianeta che poteva farlo, era collegata e tutto, quasi tutto, si fermò.

La gente guardava quel ragazzo. Sembrava dormisse, ma una tragica certezza teneva tutti inchiodati, immobili davanti allo schermo.

Non stava dormendo.

Tutti si domandavano: “faranno in tempo?” e il tempo scorreva. Il disastro era iniziato alle nove di sera e l’inquadratura sul ragazzo col capo appoggiato al braccio destro, a mezzanotte era ancora lì silenziosa, senza alcun commento.

Solo alle sei di mattina un padre che, smontato dal turno di notte riconobbe il figlio mentre beveva il caffè e guardava la tivù al bar sotto casa come faceva sempre dopo aver terminato il turno di lavoro. Tutto il mondo lo vide accarezzare quella testa, baciare la fronte e dare l’impulso al computer per disconnettere. Le parole del presidente non ottennero che l’opposto di quel che disperatamente volevano. Il padre nonostante l’invito rivoltogli, non disse nemmeno una parola e non si mise in contatto con la Casa Bianca.

Giornalisti offrirono cifre folli a tutte le ore per intervistarlo e si aprì una caccia con lauta taglia a chi l’avesse riconosciuto, ma non si arrivò a nulla.

Il presidente diede ordine di inventare un padre e di far resuscitare quel figlio che avrebbe dovuto risultare un monello in vena di scherzi. La sua equipe in accordo con lui, stava preparando tutto, quando accadde qualcosa che sconvolse i piani. Una grande emittente durante un quiz, decise di far giocare per telefono gli spettatori.

Pronto?”

pronto”

Ti chiami?”

John”

bene John, se rispondi esattamente alla domanda diecimila dollari saranno tuoi!”

abito a Chicago” e disse il suo indirizzo.

Il conduttore rise e rispose “va bene, va bene! Ma ora rispondi”

ho una pistola in mano”

Il freddo, il ghiaccio invase la scena e il presentatore e il pubblico e la capacità di reagire.

Dopo un momento di silenzio interminabile il presentatore disse “non farlo. Potresti vincere diecimila dollari e vuoi spararti? Non è possibile! Eventualmente lo fai dopo che gli hai spesi. Non ti sembra una buona idea?”

Non ci fu risposta.

Prese coraggio e proseguì “secondo me non ce l’hai la pistola. E’ tutta una montatura. Dici il tuo indirizzo e che hai un’arma e speri forse che la polizia sia già alla tua porta per essere per qualche ora un protagonista. Senti non è il caso. Stai avendo anche tu il tuo attimo di notorietà e domani……..”

Fu interrotto da uno sparo.

Seguirono dieci secondi di attonito silenzio e poi il presentatore con voce seria disse “pubblicità” e sospese il programma.

Già dopo dieci minuti si seppe che era tutto vero.

Aveva vent’anni.

Nel giro di tre giorni il presidente e il suo staff erano a conoscenza anche di un altro evento che per il momento erano riusciti a tenere segreto.

Dal primo fatto che sembrava del tutto incerto, quello della sua diretta internet-tivù, si erano innescati suicidi a catena.

La sera stessa della certa fine al quiz, una trentina di radio private ricevettero telefonate in diretta che iniziavano con un nome seguito da un indirizzo e terminavano con uno sparo.

Si sa che negli USA è più facile trovare una pistola in vendita che non una copia di “Foglie d’erba” e anche se la vedessero … non sanno cos’è, ma una pistola si che la conoscono e sanno usarla tutti.

Il presidente sapeva che questa era solo la superficie della questione, la sua parte visibile.

I suicidi furono migliaia e si susseguirono in un ininterrotto crescendo. I primi lo fecero già mentre guardavano il ragazzo con la testa appoggiata al braccio destro che sembrava stesse dormendo.
I più giovani avevano dieci anni, si dieci anni, e i più vecchi venticinque. Il presidente leggeva quei numeri e non sapeva cosa fare. Un giro di telefonate gli rivelò che alcuni stati europei stavano contando cifre simili. Si consultarono e si decise che era assolutamente necessario tenere segreta la faccenda. Il rappresentante inglese richiamò tutti i colleghi e disse che lui non poteva. Con i giornalisti che si ritrovava intorno era un mistero il fatto che la notizia non fosse già nota. Non aveva la fortuna dell'Italia dove, se si vuole, si nasconde una montagna.

Tutti i presidenti sospesero le puntate di colloquio col pubblico elettore con la scusa del lutto per “quel povero ragazzo”, ma il presidente americano non condivise e decise di sua volontà di rifare il collegamento e trovare le parole giuste nel poco tempo che gli era rimasto per…..per cosa? Salvare se stesso e il suo mandato era a questo punto il problema minore. C’erano già più morti negli ultimi sei giorni di quanti ne erano stati contati dal Vietnam in poi.

Arrivarono le nove di sera e si aprì il collegamento.

Salutò e disse che era accaduto qualcosa di assai sgradevole. “Causa quel, si pensa finto suicidio, si è innescata una catena di imitatori. Stiamo dando la caccia a quel farabutto e quando sarà processato…..”. “Bene” aggiunse “riprendiamo i nostri colloqui. Uno squilibrato non deve fermarci!”

Riuscì a costruire un sorriso quasi vero e fece iniziare il primo collegamento.

Un altro soldato. Le solite frasi d’amore per la patria e il presidente cercò di tagliare corto.

Gli sembrava di pessimo auspicio iniziare allo stesso modo dell’altra terribile puntata e infatti qualcosa di anomalo accadde. Il soldato stava parlando ma la sua faccia sparì e apparve un altro uomo.

Sono il padre del farabutto signor presidente. Un haker mi ha aiutato e sono qui.”

Bene” rispose carico come una bomba, “lo consegni alla giustizia! Ha molti morti sulla coscienza!”

Le consegnerei un corpo senza vita” rispose. “Lei non saprebbe cosa farsene quindi me lo tengo. L’ho sepolto in un bosco bellissimo, in un punto particolare dove sembra non arrivi mai l’inverno. Lo conosco da quando ero bambino. Ora risponda lei per cortesia signor presidente: in quanti hanno seguito le orme di mio figlio?”

Non so il numero esatto”

La risposta fu pacata ma dura.

Noi non lo sappiamo, signor presidente, lei si”

Lo statista non seppe far di meglio che guadagnare un po’ di tempo attendendo un consiglio dallo staff dicendo “perché dice noi?”

Perché l’America, il mondo non lo sa e come al solito, sempre come al solito, lei si. Senta, io so perché sta accadendo tutto questo. Lei questa guerra non la vincerà. Lei sa usare le armi e i soldi, ma qui ci vuole qualcos’altro.” Il presidente sembrò dimenticarsi di essere in diretta e si lasciò andare, accorato e preoccupato come se stesse parlando con un amico seduto li accanto.

Lo staff era sorpreso. Non comprendeva se si trattava di un colpo di genio o di una vera accorata richiesta di aiuto.

La situazione è grave. Mi aiuti. Anzi, ci aiuti. Ci dica cosa sa.”

Vede, parlavo con mio figlio e forse mentre gli parlavo non davo il giusto peso …..e poi è accaduto, ho sofferto e ora ho capito.”

Ce lo dica” insistette “ci aiuti a salvare i nostri figli”

Dica quanti sono. Mi dica in quanti se ne sono andati”

No”

Le ripeto. Lei ha solo bombe e dollari e ora non servono. Lei, noi, abbiamo perso.

Esca da quella stanza e venga da me. Ne parliamo prima noi due da soli,”

Va bene”. Il padre diede l’indirizzo e il presidente si mise il cappotto in diretta, salutò e dichiarò che tutti avrebbero saputo qualcosa appena possibile.

La polizia fece evacuare il palazzo e perquisì il perquisibile. Il presidente salì solo, e come una persona qualsiasi suonò il campanello. Il padre aprì, si strinsero la mano e seduti in salotto davanti ad una birra guardarono in silenzio il pc davanti al quale si era consumata la tragedia.

Quanti sono?”

Un milione settecentomila circa; in sei giorni”.

Ora che lei ha accettato di parlare con me però, tutti attendono. Da venti minuti nemmeno uno.

Sembra che abbiano cessato.”

Non hanno cessato. Attendono, non lo dimentichi.”

Il padre iniziò a raccontare e portò come conferma i diari tenuti dal figlio negli ultimi due anni.

E’ vero, non lo faceva quasi più nessuno, ma lui l’aveva convinto e ogni tanto li leggevano insieme.

Il presidente finì la birra. Strinse quella mano e ringraziò.

Appena fuori dalla porta si fermò. Prese un fazzoletto e si asciugò forse la fronte, forse gli occhi.

Nessuno vide chiaramente, mentre le telecamere agitate riprendevano tutto, e con quel fazzoletto in mano uscì fra la folla e si fece trascinare fino alla macchina. Giunto alla Camera Ovale fece riattivare il collegamento. L’America, e quella parte di mondo che aveva un televisore o un pc, non dormiva nonostante fosse notte fonda. A collegamento avviato chiese ai suoi collaboratori di uscire e poi chiuse la porta del suo studio a chiave. Una volta solo, estrasse la sua pistola dal cassetto e tenendola con la destra la portò alla tempia. Attese qualche attimo poi disse.

No, io non posso. Io, la mia generazione ha una colpa. Devo, dobbiamo pagare. Così sarebbe troppo facile. Dobbiamo fare qualcosa se non è troppo tardi. Rimise la pistola nel cassetto.

Lo chiuse lentamente. “ Ho vinto tante guerre. Da questa esco sconfitto. Il nemico è subdolo.

Stavo per ucciderne uno un attimo fa e l’ho salvato. Perché....”

Si alzò. Si rimise il cappotto. Ora aveva la schiena curva. Sembrava un vecchio.

Salutò la macchina da presa e disse “mi ritiro. Fra un attimo sarò una persona qualsiasi che andrà in un bosco, in un angolo di bosco nel quale sembra non venga mai l’inverno e mi siederò.

E cercherò di pensare”.

Uscì.

I suicidi si fermarono.

Attesero le offerte del domani.

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25 dicembre Oxford

Questo racconto ovviamente non è nato per caso.
Sono anni che qualcosa di simile mi frullava in testa.
Ho pensato ad un nuovo sessantotto, però perfetto quindi estremo.
L’aspetto più triste del sessantotto vero, quello accaduto, e che fu un’incompresa rivoluzione giovanile, se così mi è concesso di chiamarla, fu che quei ragazzi si trasformarono nella generazione che criticarono; quella dei padri. Divennero padri anche loro e questo ci sta, ma si chiusero in se stessi, negando anche solo l’esistenza di quella volontà che in giovinezza li spinse a reagire. Ragazzate. Cose da dimenticare.
La generazione che ho immaginato è figlia di quei figli che hanno scordato l’ira di ideali che attraversò come un brivido la loro adolescenza, e che non hanno voluto comprendere, o almeno accettare, l’importanza di quel grido scaturito dal loro io profondo non riconoscendolo quando è scaturito nei loro figli.
Questi giovani ultimi della mia immaginazione, non li fermi con le armi.
Anzi, proprio queste li annientano. Lasciano un vuoto. Questa generazione non vuole diventare quella che condanna la giovinezza e i suoi ideali come la precedente, e ha compreso che l’unico modo per non essere corrotti, cambiati, è andarsene.
Il prezzo consiste nella vita, nel far comprendere che quella vita non è vivibile se, da pura che è a più o meno vent'anni, deve diventare corrotta e brutalizzata da loro medesimi, a breve. E che si deve fare il possibile per non viverla se si vuole mantenere almeno un briciolo di coerenza è la follia di chi coglie il circolo vizioso delle generazioni che son prima se stesse e poi … contro quegli ideali giovanili che per la loro purezza, considero sacri.

Se continui ad esistere, questo contesto ormai unico, senza alternative, pian piano ti piega e ti costringe quasi senza che tu te ne accorga, ai suoi schemi. La corruzione dei valori è rituale ormai, è d'obbligo. Se non ti pieghi, ti spezzano nel modo più subdolo che in quest'epoca della esasperata visibilità mediatica consiste nell'ignorare. Da decenni, accade solo quel che appare sui media. La realtà non è più il fatto concreto, a meno che esso non diventi anche un filmato, e se come tale non ha accesso ai canali di comunicazione più vasti, comunque sparisce in una palude di immagini che curano solo il presente, l'attimo. Ieri è consumato, finito. Non esiste più. E così, arrendersi, lasciare gli ideali e preferire individualità estrema e comodità, vince su tutto perché non si vedono alternative.
Ho iniziato il periodo precedente scrivendo che il prezzo consiste nel far comprendere, ma non è esatto.
Quando si compiono atti estremi ci si chiude in se stessi.
Solo l’amore conta, perché se si ama si è salvi, ma è un lusso che, vero e totale, (ed è l'unico modo nel quale ha un senso ...) è concesso a pochi, e raramente chi ne gode ne è consapevole. Solo guardando il passato, dopo tanto tempo si riesce a dire ...”è vero, sono stato/a felice”. Nel presente non sembra quasi mai.

Far comprendere il gesto estremo è, in questi casi, per chi lo attua, una volontà, una necessità secondaria e indifferente. Un atto, solo quando è profondamente individuale può entrare, irrompere nella vita di un altro. Questo è da sempre, ma più che mai nell'estremo individualismo attuale.

Nel caso limite che il racconto ci mostra, se l'altro, il mondo, ci mette troppo per comprendere, sparirà una generazione, e la mancata comprensione diviene condanna solo se è resa concreta, reale, mediaticamente. anche una strage può finire nell'indifferenza.

Il finale è una sospensione.
Prevedere il resto?
Ci sarà un altro presidente. Seguirà un tentativo di controllo della situazione e la fine di quella generazione……..ma forse, si forse, potrebbe andare diversamente. Chissà.

Penso anche che ormai siamo in troppi.
Per questo motivo tutti abbiamo la sensazione che la vita umana valga ben poco.
E’ per questo che non vivere, se le regole offerte sono troppo sgradevoli, non è più un grave problema morale. In fondo vale anche per l'uccidere. E’ diventato un fatto ordinario e ne abbiamo la conferma tutti i giorni.

Sentiamo troppo bene per esempio che la vecchiaia in quanto età che consuma ma non produce, sarà destinata ad un freddo calcolo annientante.
Sarà un gioco sottile.
Ti faranno capire che sei un peso e offriranno la flebo indolore con un sorriso di cemento.
Penserai, l’hai già pensato, “lo fanno per me, perché soffro. Che cari” e sembrerà una tua scelta……… e mentre il liquido ti scardina dolcemente la luce, rivedi per un attimo lo sguardo toccante di quel cane randagio incontrato anni fa o del figlio, e chissà perché, da anni non riesci a dimenticarlo. Hai pochi frammenti e poi sarai fango e poi polvere.
Hai pochi attimi, forse uno solo, e la mano destra si leverà di poco per accarezzare il muso o il viso di quel ricordo. Rifiorisce il desiderio di tornare in quella via, in quella situazione, di spremere di coccole quello sguardo randagio, per cercare di capire perché quando pensi a quelle lucide pupille nere, ti senti vivo.
Ma era l’ultimo frammento.
La mano crolla sul lettino di plastica e acciaio.
L’hai voluto tu si potrebbe dire e si dice……quando non si pensa.

Io ho lo sguardo del cane randagio e in questa selva di umani persi, di mani che nel ricordo mi cercano e cercano il mio sguardo, cerco invece ormai solamente, la mia quotidianità del corpo, nell’immondizia della vostra inspiegabile, inutile, assurda abbondanza di immagini e cose.

(Oxford. 23 dicembre 2003
L'idea mi venne da un fatto realmente accaduto. Il presidente della Russia, Vladimir Putin, veramente accettò collegamenti telefonici “casuali”, durante un telegiornale. Il resto, ovviamente, è fantasia. se in questo brano esiste un'invenzione, essa consiste nel rendere collettivo un gesto individuale. Quest'ultimo può essere celato, e la nostra epoca non esita a farlo. Un gesto di massa invece, intacca la coscienza ... della massa.)

Once upon a time (racconto)


C’era una volta una donna. Aspettava un bambino, ma in quell’attesa stava accadendo qualcosa di anormale... E’ al terzo mese e la pancia sta diventando enorme. In ospedale prelevano un campione di liquido amniotico e fanno un’ecografia. Il feto è normale. Il liquido è tanto. Troppo.

Le analisi risultano difficili. Sembra diluito da acqua salata. Pensano che il feto abbia qualche perdita e con un ecografo di nuova generazione lo osservano centimetro per centimetro.

Si accorgono con stupore che fuoriesce del liquido dagli occhi. Decidono di siringare e portano la pancia a una dimensione accettabile. Si sa che negli ospedali l’abitudine alla sofferenza, degli altri ... porta gli addetti ai lavori ad essere un po’ freddi. Le parti dei corpi, che si tratti di una gamba, un pezzo di fegato o un occhio, di solito vanno a finire in un bidone e poi vengono inceneriti. Quel liquido fu messo invece in una bacinella e, per la semplice casualità che il lavandino più vicino era intasato, rimase lì a sufficienza perché un ignaro inserviente vi attingesse fino all’esaurimento per innaffiare le piante del reparto. La mattina seguente tutti i vasi traboccavano di minuscoli fiori azzurri.

Ben presto compresero cos’era accaduto. Si rese necessario siringare la futura madre ogni giorno e gli inservienti fecero a gara per impossessarsi di quel residuo. I fiorellini erano ormai ovunque; nei corridoi e ai davanzali. I severi muri grigi, visti dall’esterno, erano rigati di quel floreale blu. La medicina diede un responso. Disfunzione della ghiandola lacrimale. Si agì meccanicamente, tenendo la paziente ricoverata e attendendo il parto. Solo un certo giorno, il caso offrì una possibile soluzione. Un paziente stava ascoltando l’opera 8 numero 12 di Scrjabin. Al medico addetto alle ecografie il brano piacque, se lo fece prestare e lo ascoltò ripetutamente, anche mentre visitava la futura madre per il controllo settimanale. La sostanza smise di fluire. Lo stava osservando con lo strumento ed ebbe l’impressione che il feto lo osservasse. Il brano, brevissimo, lasciò spazio al silenzio.

Riprese la fuoriuscita di liquido dagli occhi. Per un attimo il medico fu sfiorato dal sospetto che quella musica…..ma fu solo un attimo. Ne parlò con i colleghi e il primario lo rimproverò bonariamente dicendogli che a inizio carriera tutti gli esseri umani sono un po’ troppo romantici. Poi passa.

Nel frattempo i fiori crebbero e quel liquido diventò un business. Certe ville ne dintorni della clinica, avevano ormai fiori blu alle finestre e sulle scrivanie, e si era compreso che bastava una fialetta piccola, e spremere qualche goccia, per ottenere un buon risultato. Intanto il feto cresceva e ... rendeva. Tante persone erano comunque desolate al pensiero che i loro affari forse, al nono mese, si sarebbero conclusi. Consapevoli di questa possibilità agirono oculatamente; il prezzo salì e salì e salì. I fiori crescevano a vista d’occhio tutti i giorni, tutte le ore. I fiori dell’ospedale, i più vecchi si allungavano al suolo, grandi come angurie, polposi come carne e pesanti. Dalle finestre pendevano con vigore irrigidendo allo spasimo gli esili steli che sembravano scuri fili di ferro. I vasi furono opportunamente inchiodati o incollati, ma non tolti, perché si pensava giustamente che era stupendo vedere quel freddo edificio macchiarsi in modo irregolare, di colore. Non importa ricordare le reazioni della stampa. Le loro parole durano un giorno, e spesso giusto il tempo di ascoltarle e poi nessuno le ricorda più, sommerse dalle parole successive che sono tante, troppe e spesso inutilmente invadenti.

Nacque. Nacque e tutto finì. Solo qualche particolare di quella nascita lasciò un segno sottile ma indelebile. Qualcosa di fragile ma capace di sopravvivere alla marea incessante del tempo in qualche stanza dimenticata della mente.

Quando uscì, sporco e bagnato, appena uscì, gli pulirono il viso. Gli occhi erano aperti. E aveva uno sguardo. Era appena nato eppure sembrava avesse uno sguardo, sì, e sembrava molto serio. Lo lavarono e vestirono. Lo portarono alla madre ed ebbero l’insistente sensazione che stesse osservando tutto attentamente; le mani che lo toccavano, i volti, spesso dritto negli occhi e poi la stanza bianca minuziosamente e la luce forte che lo illuminava da vicino. Lei però, la madre, non c’era più. Andò via subito e quindi non fece caso a quegli occhi. Prima comunque, chiese con un medico se era sano e questi perplesso, raccontò di quanto sembrava fosse accaduto e dedusse che forse gli occhi, resi lucidi da tutto quel fluire di liquido senza tregua per mesi, fossero diventati nitidi al punto da dare l’illusione di uno sguardo.

Tutto comunque in quel corpicino, era a posto e ora non lacrimava più.

Accadde anche, che nel momento esatto in cui il feto usciva, nel momento fatale nel quale dal mondo liquido di un’altra realtà di transizione, si diviene un bambino, i fiori si staccarono dalle piante. In alcuni casi causarono piccoli disastri e in altri si ruppero al suolo. La coincidenza non fu colta. Chi vide i fiori cadere non seppe che stava nascendo. Chi lo fece nascere non vide i fiori cadere e, presi da altri parti, che proprio in quel giorno forse per la luna giusta si stavano susseguendo a catena, rincasarono contaminati dalla stanchezza che molta lucidità si porta via.

Un’altra coincidenza sfuggì al mondo. I fiori rifiorirono e tuttora fioriscono tutti gli anni e, la gente ormai lo sa, in un certo giorno d'autunno, entro le otto di sera, si deve reciderli per evitare danni.

Il bimbo visse in un altro luogo. Nacque in quella città perché l’ospedale era il migliore per comprendere quella pancia piena d’acqua.

Anni e anni separano quella nascita da un oggi qualunque nel quale quel bimbo, divenuto adulto, racconta con la pistola sul tavolo e la penna in mano.

Spesso c’è ancora sabbia negli occhi, e immagina che sarà così per sempre.

In casa sua nascono ancora tutti i giorni i fiori blu e, allo stesso modo e in quel medesimo giorno sa che cadranno tutti.

Lui raccoglie le sue gocce che tuttora scendono particolarmente la sera, ma assai raramente, e le versa in una boccetta. Innaffia i fiori con una goccia e ne tiene sempre un po’ di scorta. Ci carica anche la stupenda stilografica verde e quando dal pennino prende forma il filo di parole, è azzurro chiaro, come una nebbia che sembra volersi perdere, annientare, sparire, nel foglio bianco.

La pistola è coperta di polvere, carica, vera, ma coperta di polvere.

Ora sta scrivendo una lettera. E’ per un medico che l’ha visto nascere.

E’ in pensione. Ha perso la freddezza perché ora è lui a soffrire. Ha cercato e ritrovato quel bambino che non è più riuscito a togliersi dalla mente. Quando la sua vita gli concedeva un poco di tempo libero, ecco che compariva quello sguardo serio appena nato. Ora, l’unica sua ricchezza era quel tempo malato, e ci pensava ininterrottamente. Gli ha semplicemente scritto: “Sto morendo. Ho pensato spesso a lei”.

Gli racconta tutto, il medico. Un tutto che ha recuperato la sensibilità.

Allega alla lettera una fiala, l’ultima che gli è rimasta come ricordo di quella strana nascita e che usava per un fiore azzurro che ha tuttora in casa.

Lui, caricata la stupenda stilografica verde con quel liquido incolore, risponde:

Immagini un viaggio da un’eternità distante se pur vicina. Lo ricordo.

Ho due memorie antiche e deboli; quella dell’ovulo e quella del seme che mi hanno formato, e non mi appartengono se non nella carne.

Ma dall’attimo stesso della loro unione ricordo tutto. Tutto.

Ricordo la sorprendente sensazione di essere viscere nelle viscere, fradicio da subito e attraversato dai conati follemente ritmici del cuore, dalle contrazioni dei polmoni e dall’elastico tendersi dei muscoli. Poi tutto si calmò, ma per poco.

E poi vennero, dall'esterno per me sconosciuto, le parole. I primi rumori divenuti immediatamente parole ... e li compresi.

Ecco perché piansi.

Si srotolarono poi in quella condanna che è il tempo, voci dure, litigi e urli.

Avrei voluto scappare.

Tapparmi gli orecchi, ma non li avevo ancora.

O gridare “per favore sto nascendo, sto nascendo, e non è per niente facile!”,

ma non avevo la bocca.

Non si racconta di casi simili al mio, ma ne ho incontrati. Ci riconosciamo subito.

Per noi la vita è un dono difficilmente sopportabile.

Le rammento, poiché sta morendo, che ho ricordi frammentari di quel che ero prima di diventare materia e poi essere vivente. Comunque mi creda; esiste l’eternità, ma è assai diversa da quel che lei è ora. Io, per un dono immenso e insopportabile, la sento dentro, nonostante questo corpo, e almeno questa consapevolezza rende questa esteriorità dei sensi, meno dura.”

Con sorpresa si era reso conto che l’inchiostro che stava utilizzando e che sempre assumeva il colore azzurro tenue quando diveniva parole, per la prima volta era diventato blu.

Spedì la lettera e il rimanente della fiala.

Il medico era alla fine. Lesse e sorrise per l’ultima volta.

La fiala fra le mani e la stanza d’ospedale bianca di solitudine.

Ad un certo momento cercò di reagire ad una fitta gridando

per favore sto morendo, sto morendo, e non è per niente facile ...”.

Ma non aveva più la forza.

Concentrò tutto se stesso per bere le poche gocce della fiala e poi si arrese.

O forse rinacque.

Il suo corpo, gonfio di fiori, si ruppe in una notte.

Il suo corpo divenne fiori.

Non si fanno funerali, lo sai, ai fiori ....

sabato 26 ottobre 2013

Quando nasce la "stagione che stagione non sente" (racconto)


Questo quaderno è destinato a conservare ricordi, emozioni di una vicenda irreale che però sta accadendo.

Più passano i giorni e più il sospetto che l’irrealtà sia dominabile, mi conquista.

Mesi fa, era la fine di novembre, una telefonata è sbocciata.

Desiderata e inattesa, l’ho colta, e da allora conto i giorni.

Esattamente un conto alla rovescia.

Devono passare mille giorni.

Il caso ha offerto questo numero che sembra scelto dalla razionalità o dal suo estremo più distante.

Lei è minorenne e allo scoccare di mille giorni da quella telefonata sarà “libera”.


Abita molto lontano. Ci separa un buon tratto di mare e una piccola catena di montagne, ma questo non la spaventa e ho deciso di assecondarla.

Non so dire esattamente quando ci siamo conosciuti, ma è facile ricostruire dai tanti particolari che non oso dimenticare, come è accaduto.

Non sarebbe successo nulla credo, se non avessimo avuto, sia lei che io, un cane.

Il suo Rex, il mio, Mafalda.

E se non ci fosse stato il divieto per portarli in spiaggia, esteso dall’inizio di maggio alla fine di settembre, forse quel giorno non sarei stato li. Forse.

Ma non fu questione di un solo giorno, per questo mi è concesso pensare che era destino che accadesse.

Il paese è lungo e stretto.

Da una parte il mare proibito e dall’altra la pialassa.

Dal veneto piglia e lascia, è un lago salato soggetto alle maree e popolato da uccelli bellissimi.

La pialassa fa quel che può per essere bella ma non ha vita facile.

Ogni sera ci prova con un tramonto che non di rado Turner terrebbe immobile sulla tela. Nella notte, ci vado anche di notte, il vento fa bisbigliare le onde e i raggi della luna si infrangono su di esse con scomposta, affascinante armonia. L’alba non le appartiene, ce l’ha come corredo il mare e ne fa buon uso, ma al mare manca qualcosa anzi, è meglio dire che ha qualcosa in più.

Quando ci passo scalzo, pantaloni rimboccati, sulla spiaggia, vedo le ombre assurdamente rimaste, come immagine di un desiderio, le ombre di quei corpi che di giorno l’hanno sconquassata.

La sabbia è fredda. Il vento non tace mai e sembra la raccolta delle voci raccolte durante il giorno.

Quel che più mi infastidisce è che non sei mai sicuro di essere solo, veramente solo.

Se alzo le braccia come un aeroplano e mi godo la brezza, vuol dire che non c’è nessuno.

Se mi vedessero, le braccia diventerebbero pesanti.

Dal lato dell’alba ci vado raramente. Quando mi rendo conto dal minimo frusciare degli alberi, che il mare dorme, che è piatto, fermo. Assenti, scomparse le ombre dei bagnanti e i loro discorsi trasformati in vento.

Queste notti accadono e come per incanto alzo le braccia e lascio i nervi terribili fra le righe di qualche foglio a casa, adagiato sempre pronto sul tavolo di vetro bianco.

Quando il lato dell’alba, il mare, sembra mercurio, è molto probabile che non ci sia nessuno.

Quando il mare tace nessuno c’è per ascoltare. Sembra poco ovvio, ma accade e non mi interessa capire il perché, ma fare mie completamente quelle leghe di solitudine leggera attendendo forse romanticamente, forse con una qualche recondita ignota nostalgia, l’alba che contiene una parte delle risposte ai più ardui enigmi nelle sua non rara sconvolgente bellezza, sì ... fare mie queste cose, mi interessa.

Il lato del tramonto, la pialassa, è sempre solo.

Un uomo e un cane possono farne parte senza turbarla, come le garzette, i cavalieri d’Italia, la lavanda e l’acqua. E quando un paesaggio non è stato disturbato, è possibile che ti accetti. Se ti accetta è possibile che ti parli e se lo fa non c’è motivo per non rispondere o anche solo ascoltare.

Penso che forse sono ragionamenti al limite.... Non per me, e se voglio, questa per me sarà la realtà.

Penso che ho dialogato col paesaggio e sono stato compreso e accettato.

Capito con maggiore delicatezza e verità di quella che ti può offrire una specchio……o uno psicologo.

La pialassa ha poteri delicati, irresistibili.

Ed ecco che ha offerto il meglio di sé ad una fanciulla che col suo cane cerca un po’ di pace allontanandosi quando riesce, da una casa troppo rumorosa.

Piccole cose. Un’anatra con i piccoli che le stanno dietro in fila mentre guadagnano l’acqua e lei, la mia piccola lei, che seduta ad una rudimentale palizzata di legno, con i piedi in acqua fino alle caviglie, li osserva.

Oppure un riccio che si è appallottolato per paura di Rex che invadente ma buono, lo annusa.

Qualcosa, queste cose, le sono piaciute ed è tornata.

Ci siamo semplicemente visti e i cani si sono annusati.

Dire ciao o buongiorno era ovvio, naturale, e un ciao oggi più uno domani, siamo passati senza sforzo a piccole formule magiche, banali solo agli orecchi di ipotetici assenti sconosciuti.

Come ti chiami? E il cane come si chiama? Piccoli fiori misti a sguardi incerti che inconsapevolmente coglievamo e a sera, prima di addormentarmi riapparivano ancora misteriosi e profumati.

11/02/ 2003

E così ci siamo pian piano cercati.

Per me era diventata una piccola malattia.

Un po’ alla volta, me ne rendevo conto, una passeggiata senza vederti era una passeggiata a metà.

Leggevo nei tuoi occhi, nei tuoi gesti, nel tuo corpo, che era così anche per te.

Non sapevo, non capivo cosa stesse accadendo.

Non pensavo all’amore.

Semplicemente mi rendevo conto che i tuoi occhi esprimevano un bisogno che nei miei si placava.

Ho pensato svariate volte che sei fragile.

E’ sempre chiaro nelle tue parole che qualcosa ti opprime.

In più sei minuta. Piccola.

E questi due aspetti, mi riducono, sommato al primo, ad una vittima designata.

Sono così da quando ho iniziato ad ammirare e temere l’incomprensibile gentil sesso.

Se in classe c’era una ragazza più piccola delle altre, e ovviamente, c’era sempre, le mie attenzioni erano per lei.

All’inizio non mi rendevo conto dell’attrazione. Semplicemente ero attento alle sue piccole esigenze ed ero soddisfatto nel vederle risolte.

La ragazzina in questione dava ovviamente un significato diverso alle mie attenzioni. Si sa che a quattordici anni una femmina ha spesso, quasi sempre, più maturità fisica dei maschietti coetanei.

Mi sentivo dire che ero l’unico della classe che usava tali attenzioni verso le “donne” e ne era lusingata. Col fatto di essere l’unica “femmina” trattata come una “donna” dall’unico “maschietto” con tendenza a comportarsi da “uomo”, riceveva in dono, l’invidia delle compagne che osservavano i miei comportamenti e sospiravano.

Se cadeva una gomma il gesto gentile, per quanto con sfumature più fredde, veniva elargito anche alle altre. Quella automaticità senza passione era dalla casuale lei, volutamente ignorata. Quel gesto, sostituendosi al nulla, valeva qualcosa.

Dagli altri “maschietti” non ero compreso e nemmeno dileggiato. Il gesto gentile raramente durava più di un attimo e non veniva colto se non con rapida superficialità si da non reggere, una volta terminato e immediatamente sostituito da altre piccole cose, il valore di una domanda incuriosita del tipo “ma cosa stai facendo?” eventualmente sottolineato dal temutissimo tono della voce che preludeva ad una presa in giro.

Esistevano però riti che dedicavo solo alla mia piccola lei.

Questo accadeva primo, perché tutte agivano simultaneamente, e quindi ero costretto a scegliere, secondo, perché ero irresistibilmente legato all’esigenza di risolvere tutti gli intoppi della sua piccola quotidianità, e che forse non lo erano per nulla … e solo dopo aver agito, riappariva ai miei sensi il resto del mondo, distante e finto come un fondale di teatro mentre la primadonna-farfalla, la mia minuta lei, si offre al mio bisogno irrefrenabile di aiutarla.

Aiutarla ad indossare il cappotto era il momento più atteso da ambedue.

Volevo semplificare un’operazione che mi sembrava la costringesse a gesti goffi, evitabili.

Da mio padre avevo imparato ad indossarlo in un colpo solo, quasi una piroetta, ma ero consapevole che non sarebbe stato un gesto altrettanto grazioso se fatto da lei e non ricordavo di aver mai visto una donna “abbassarsi” ad indossare il soprabito, o anche ad aprire una porta, da sola.

Era semplice. Uno sguardo bastava. E a volte neanche quello e un uomo presente interveniva. Questo era il mondo nel quale ero nato, e lo imitavo anche se non lo capivo.

Quei gesti ordinari che non si sa appunto per quale alchimia avevo l’esigenza di dedicare alla mia piccola lei, lei li considerava, come dicevo, alla stregua di prove d’amore.

Ma … i suoi sorrisi iniziarono ad eccedere la misura di quegli accenni cortesi ai quali ero abituato.

E’ vero; era capitato più di una volta che una signora, dopo il mio gesto automatico di aprire una porta, avesse elargito una carezza o qualche considerazione; era materiale di una natura altrettanto sgradevole che certi sogni, e che conoscevo a fondo. Una semplice maschera di freddezza risolveva la situazione.

Gli adulti sempre dimenticano che ai bambini, e ai ragazzini ancor di più, piace sentirsi trattati da adulti. Il mio sguardo freddo veniva percepito come un seme di serietà giocosa, come una recita per ricevere in cambio la “caramella” di un plauso, quando invece si trattava di un “trattenere il disappunto”. Ero stato educato come un uomo, certe cose non si chiedono e nessuno se le aspetta, giustamente, da un bambino.

La ragazzina si squagliava come gelato al sole e io, sorpreso quanto disorientato, utilizzavo la già sperimentata maschera di freddezza indagando poi con calma, da solo, a casa nella mia cameretta, quali reconditi messaggi dovevo cogliere da quell'eccesso di reazione o, peggio, cosa potevo aver sbagliato.

Col senno di poi, mi rendo conto, oggi, che la ragazzina, già un po’ donna, come le signore che mi trattavano da bimbo, apprezzava il mio gioco, ma ...

La signora però, ai miei occhi, esprimeva un tipo di banalità che coglievo nel sordido gioco che intrecciano le madri fra di loro per mostrare, le une alle altre, la loro capacità di educare.

Sempre le madri, che son donne, e questo non è scontato come può sembrare, dimenticano che stanno plasmando uomini, che da questo spicciolo nascerà una curiosa amalgama che può nutrire più alti orgogli.

Forse sarebbe il caso che, dopo una certa età, esattamente da quando gestire le funzioni fondamentali del corpo è un problema risolto, fossero gli uomini ad allevare uomini e le donne ad allevare donne. Se escludo i nonni e i vecchi zii, di solito i maschi con i maschi, si comportano più da maschi. Tutto sarebbe forse più franco, più virile, più semplicemente non femminile.

Se all’età di sette anni, per ipotesi, mia madre avesse ceduto le redini della mia educazione, forse il sorriso della ragazzina sarebbe diventato un mistero d’amore. Troppo spesso invece mi è toccato sentirmi rimbrottare perché il tal comportamento fa soffrire una donna e nulla, dico nulla ed è un nessuno, si poneva il minimo sospetto che anche un uomo potesse, si potesse soffrire. Materia bruta da addomesticare e da consegnare prima o poi ad un’altra donna, e ovviamente il compito era più semplice se la madre era stata madre e donna nell’educazione.... mah...

I discorsi delle donne a proposito di uomini un po’ li conoscevo. Quelli degli uomini sulle donne quasi per nulla. Papà, per quanto fosse un buon padre, apparteneva al mondo di fuori. Tornava a sera e lo studiavo il sabato e la domenica. Colsi, ora ricordo, una considerazione che fece con un amico. Vittima una cameriera al ristorante. Sembrava che le sue curve avessero particolari irresistibili. Ricordo che avevo circa dieci anni e per me un sedere era utile per non dire necessario per sedersi e ovviamente per alleggerire l’intestino e un seno? Un seno non era altro che il modo più semplice per distinguere una donna da un uomo. Spesso senza quel particolare mi trovavo disorientato. Mi resi conto che quel sedere e quel seno desideravano toccarlo. Riuscivo solo ad immaginare la loro consistenza gommosa e di conseguenza lasciavo l’amico single di papà alle sue strane fantasie con sguardo liquido, per dedicarmi alle mille novità dell’ambiente.

Quello sguardo, lo sguardo della compagna di scuola quattordicenne, quando non eccedeva la misura apparteneva al rituale di ringraziamento ed era giusto attenderselo, ma quando la sua mano sfiorava la mia, oppure il sorriso era spaccato da una frase, quando questo accadeva, iniziava l’imbarazzante mistero. Un enigma assai sgradevole perché non riuscivo proprio a capire, nemmeno ad intuire, almeno un lontano barlume di significato. Non sapevo nemmeno a chi chiedere consiglio.

E’ in questi casi che un fratello maggiore diventa necessario, ma non esisteva.

Alcune letture amene mi avevano fatto incontrare dialoghi e sguardi amorosi, ma non avevo minimamente pensato a collegarli alla mia banale, per nulla altrettanto magnifica, quotidianità.

Un giorno volò sul banco un biglietto.

Accadeva spesso per comunicazioni di vitale importanza del tipo “ci sei oggi pomeriggio per giocare a calcio al campetto del prete”? Bastava alzare gli occhi e trovare lo sguardo che mi stava illuminando come un faro. Essere un “uomo di lettere” quale già mi sentivo nell’intimo, non mi era sufficiente per resistere alla partitella. Tutt’altro! In certi giorni attendevo il biglietto quasi con ansia. Non era bello far capire che ci tenevo. Se mi volevano doveva accadere perché secondo loro valevo la sfida. Mi chiamavano sempre e le media era di due volte alla settimana. La mia attesa non era frustrabile più di tanto dal dubbio che preferissero qualcun altro, ma dal fatto che non c’era una logica fissa nei giorni prescelti e mi struggevo dal desiderio di scatenarmi in una partita. Tutto qui.

Il bigliettino che però volò fra le mie mani intente ascrivere, divenne una sorpresa.

Un enigma esattamente.

Penso che ormai tu me lo possa dire…..”

Dire cosa?

Studiai la calligrafia.

Una femmina.

Sull’angolo destro era disegnata con la penna una margherita che rideva e di fianco le lettere TVTTTTBXS.

Chi poteva aver mandato una “roba” simile e per giunta in codice?

Il mio sguardo cercò di cogliere qualche sguardo. Niente.

Il biglietto sparì nella tasca dei calzoni e ripresi a scrivere. In quel momento urgeva pensare al compito in classe.

Quel giorno, due ore della mattina furono dedicate alla visita della biblioteca scolastica.

Il prof mi chiese di aiutarlo nella spiegazione del funzionamento di quelle stanze.

Fu imbarazzante. Non amavo si sapesse in giro che leggevo molto perché non era un’esperienza condivisa e nemmeno condivisibile.

I miei compagni leggevano solo i testi obbligatori … e poi la lettura portava alla solitudine e trovo fosse normale che volessero evitarla, ma trovavo anche normalissimo, come respirare il fatto che io tendessi a cercare una stanza isolata e mi perdessi per ore nelle avventure più impensabili.

Trovarmi in un certo senso costretto dagli eventi a spiegare come funziona un archivio cartaceo, corrispondeva anche con l’ammettere una mia caratteristica che mi rendeva diverso.

A quell’età si vuole a tutti i costi essere come gli altri e grande è la paura di essere carenti in qualcosa di condiviso o anche minimamente diversi per qualcosa di non condivisibile. Le scarpe e il giubbotto e altri particolari che sapevo essere totalmente insignificanti già a cento metri dalla scuola, là dentro mi erano necessari e sufficienti se esattamente di un certo modello, proprio come diceva la prof di matematica.

Per questo motivo ero agitato. C’erano doti lecite, anzi fondamentali, come saper giocare a calcio e altre che, non sapendo come potevano venir considerate, te le tenevi ben nascoste.

Penso che la mia piccola lei avesse colto qualcosa di questi miei timori e per questo forse, decise di contraccambiare, in modo per me salvifico e sorprendente, i miei gesti gentili.

I miei compagni erano intorno a me e lei si sedette alla mia sinistra. Prese con decisione la mia mano che ciondolava spaesata oltre la coscia. Il tavolone rese tutto l’avvenimento assai discreto, o almeno così volli. credere per non complicarmi l’esistenza con un’altra emozione sgradevole, e la sua piccola manina, morbida e un po’ fredda, mi fece reagire.

Iniziai a spiegare e ad un certo punto, per scorrere uno schedario, dovetti lasciare la sua mano, ma appena tornai a sedere, vidi la mia tornare quasi con angosciosa fretta alla sua manina.

Non potevo, non riuscivo a controllare per niente la mia emotività.

Dovevo stare attento, anzi, attentissimo. Più che durante un’interrogazione.

Se ti interrogavano potevi essere teso o spavaldo. In questo caso, per far sopportare la mia diversità, li in biblio, mi sentivo in dovere di alleggerire l’atmosfera con qualche battutina e spiegare, fra le righe, perché sapevo quelle cose.

Andò tutto bene e la sua manina ormai era calda.

Sentivo di non avere più bisogno di quel contatto, ma osservavo ogni tanto, le sue piccole dita raccolte attorno alle mie. Quando suonò la campana, che per la prima volta avrei voluto ritardare all’infinito, sensazione anche questa stupefacente e inaspettata che mi faceva sentire un po’ straniero a me stesso, ci ritraemmo nello stesso istante, quasi fossimo stati d’accordo.

Non ci guardammo una mezza volta per tutto il tragitto e una volta in classe, con studiata noncuranza, e anche questa volta senza una briciola dai suoi e dai miei occhi, mi passò il suo diario ben aperto. C’era scritto solo “grazie”.

Mi resi conto che quella calligrafia era la medesima del biglietto.

Ebbi un tonfo al petto.

Lo recuperai dalla tasca e feci un confronto non necessario.

Penso che ormai tu me lo possa dire”. Continuavo a non capire. L’avere scoperto che il messaggio era il suo non mi aiutava minimamente. Era tutto assai imbarazzante. Non mi sfiorò nemmeno per un attimo il desiderio di utilizzare la sperimentata maschera di freddezza. Era un espediente molto utile. Lo sguardo corrispondeva ad un attacco assai misurato, ma sufficientemente affilato da ritenerlo capace di salvarsi dalla minaccia di sentirsi punzecchiare, e … dietro a quella maschera mi ci potevo nascondere e ribollire di sdegno a mio piacimento. Ma qui c’era da sdegnarsi? Nessuna mia esperienza precedente mi veniva in aiuto. Nulla del già accaduto assomigliava nemmeno per un infinitesimo a questa stranezza. Se per caso risultava una faccenda innocua la maschera di freddezza avrebbe ferito un innocente e non uno a caso , ma proprio la mia piccola lei.

Non avevo il coraggio di usare lo sguardo e … infatti si alzò da solo.

La mia piccola lei mimava una richiesta in silenzio per non disturbare la lezione.

Dovevo scrivere una frase sul diario.

Mai! Non potevo. Se scrivevo una scemenza lei avrebbe potuto sbandierarla fino alla morte del diario ovvero la fine dell’anno scolastico. E poi c’era la possibilità che si andasse anche oltre. Due femmine si portavano sempre appresso anche quello dell’anno scorso. Inutile ricordare che erano le più antipatiche?

Mai! E nel frattempo non potevo dire “mai” alla mia piccola lei.

E se fosse stato tutto un mio frainteso? Anzi! Era ben evidente che lo era.

Fratello maggiore dove sei! In momenti come questi saresti stato necessario e sufficiente come diceva sempre la prof di matematica e invece mi ritrovo una sorella quindi ovviamente femmina e più piccola di me, dio sia ringraziato almeno per questo, ci mancava pure che fosse più grande! E pensare che l’ho voluta io e guai se non fosse stata ……una femmina!

Idea!

Dillo prima tu” scrissi e lo gettai.

Arrivò nel giro di due minuti un foglietto rosa, passando di mano in mano.

Lo presi con noncuranza? Chiamala noncuranza! Ero rosso come un vulcano.

Rosa! Un foglio rosa! Non si era mai visto un maschio ricevere un biglietto da una femmina e ora pure rosa e piegato solo a metà... Lo avranno letto? Non potevo essere certo di niente perché mi ero reso conto del passaggio di mano in mano, solo quando una mano mi aveva battuto sulla spalla, e già da quel tocco avevo percepito la perplessità che raccolsi tutta poi dallo sguardo che me lo porse.

Lo ricevetti dunque ostentando una disastrosa noncuranza.

Con un sospiro che cercava di mimare un certo senso di fastidio, ma che in fondo se ne era venuto da solo assolutamente imprevisto, lo lessi: “WO AI NI” scritto in stampatello, bello, grande, femminile e incomprensibile.

Chiesi stupito a me stesso ”Cos’è?” e lei che colse il labiale, si tirò su gli occhi con gli indici.

Cinese?” sussurrai e la mia piccola e ora assai enigmatica lei, accennò di si con un delizioso movimento appena accennato del capo.

Doveva passare l’ultima ora e i nostri rituali furono per il resto apparentemente identici al solito, ma in fondo era cambiato tutto.

Sentivo ancora la sensazione della sua mano nella mia, e ogni tanto tiravo su la mano e me la guardavo come se fosse stata quella di un altro, e la stringevo in un pugno per vedere se con la tensione dei tendini, quella delicata e amata sensazione sarebbe rimasta … e con sollievo la ritrovavo.

E poi mi sentivo in debito. E’ vero che non le avevo chiesto niente, e nemmeno lei chiedeva a me di aiutarla per tutte quelle piccole cose, e comunque lei sempre mi ringraziava. Decisi che mentre la aiutavo a mettersi il cappotto, le avrei detto grazie io, questa volta. Era la prima volta che toccava a me e mi rendevo conto che quel leggero senso di fastidio che provavo era fuori luogo, perché i suoi grazie ormai li attendevo e mi avrebbe preoccupato la loro assenza, quindi era pensabile che lei ora attendesse il mio.

Ma accadde che, mentre la aiutavo, non riuscii a dirlo. Non era orgoglio. Avevo come la sensazione che ci voleva qualcosa di più, ma era solo una timida, sgarbata inesprimibile sensazione.

Percepii che i suoi grazie erano collegati con un’occhiata dritta e decisa che andava a conficcarsi in fondo ai miei occhi. Dovevo decidermi, altrimenti lo avrebbe detto lei per l’ormai abituale rito della vestizione e questa volta non lo meritavo.

I grazie si scontrarono in aria e non so perché ... ma sentii l’esigenza irrefrenabile di rattoppare con uno “scusa”. E quale scusa dissi dentro di me! Divenni di nuovo rosso e persi completamente il controllo di me stesso. Mi teneva su come un gancio, il suo sguardo azzurro, deciso, ma infinitamente dolce, e a quella dolcezza adagiai me stesso come un malato, al letto, il corpo sofferente.

Sentii con una certezza grande, condita ad un timore simile a quando si sta sui bordi di un abisso, ma non per gioco, sentii che se avessi stretto nuovamente la sua piccola mano…… si…..se non mi fossi vergognato dei compagni e l’avessi fatto, sarei tornato tranquillo come poco prima in biblioteca.

Lei raccolse quel che restava di me e gli ridiede dignità chiedendo: “ce l’hai qualcosa di cinese a casa?”. Risposi di no e mi ritrovai fra le mani un libretto azzurro. “Te lo presto”, disse “me lo rendi domani”. Per un attimo, mentre mi passava il libretto le nostre dita si sfiorarono.

Sei di nuovo fredda”. Un sorriso e si allontanò chiamata da una compagna.

I pensieri a quell’età si sovrappongono con estrema facilità.

Era sufficiente incontrare un gatto randagio o un albero fiorito o una nuvola bizzarra e i pensieri, indomabili, sregolati e friabili, prendevano le strade più inaspettate mentre le gambe, fedeli all’abitudine, mi portavano a casa.

Il piccolo libro azzurro che faceva capolino da una tasca del giubbotto, catturò l’attenzione di mio padre quando, a sera, rincasò e lo vide all’attaccapanni dell’entrata. Non fu mai indiscreto e anche in questa occasione chiese il permesso. Dissi che era un libretto sulla lingua cinese e nel frattempo frugavo nelle tasche dei pantaloni, in un crescendo di nervosismo perché il foglietto……

E ovviamente era nel libro.

E’ sempre così e sempre sarà.

I veri disordinati si conoscono e tentano di curarsi peggiorando infine la situazione.

Spesso quel che cerchiamo è divenuto introvabile perché è al suo posto e noi disordinati, abituati al nostro essere tali, lo cerchiamo a caso, dimentichi di avere agito in via del tutto eccezionale contro la nostra indole per salvaguardare una cosa che ci sta ….a cuore…..

Il biglietto risultò accucciato nel libretto e si rivelò immediatamente all’occhio di Pà.

Lo guardò e per un attimo non disse niente poi mi porse il tutto dicendo che forse poteva essermi utile. “E come” chiesi. “Non lo so, ma se ne parliamo posso dirti se vuoi, come comportarti. La calligrafia è di una ragazza. Vero?” Non capii perché ma divenni viola. Lui lasciò sgocciolare un po’ di silenzio si da farmi recuperare la normalità e poi disse in un sorriso: “Loro, le donne, sono l’altra metà del mondo. Se diventi rosso così si vede che qualcosa l’hai già capito”.

Rosolai a fuoco lento e presi a sudare, e come un malato al primo attacco, non comprendevo cosa mi stesse accadendo. “Ma Pà, se fanno questo effetto è più una malattia che un bene.”

Ti va una birra?”

Risposi di si.

Ci vediamo in salotto” aggiunse.

Andai al frigorifero e lui a cambiarsi.

La birra mi affascinava per il suo bel colore dorato, ma il sapore un po’ amaro, e la schiuma anzi, amarissima, mi lasciavano perplesso.

Sapevo che esistevano le birrerie ovvero locali nei quali si beve solo birra, e Pà ogni tanto ci andava con gli amici. Guidava sempre lui perché sapevano che non eccedeva mai, ma gli altri! Gli altri spesso li recuperava a fine serata o sotto un tavolo o addormentati su una panca. La birreria rappresentava un tipo di perdizione, pensavo, ma non riuscivo a comprendere la “bellezza” di quel piacere. Il rito si svolgeva prevalentemente alla sera e spesso comprendeva un pasto, ma quell’alito sgradevole, gli occhi lucidi e spenti appartenevano secondo me al ritorno da un inferno.

Il fatto comunque che Pà avesse detto “ti va una birra?”, mi inorgogliva.

Quella schifezzuola è roba da adulti, pensavo.

Mi domandavo spesso se dovevo considerarmi ancora un ragazzo oppure no. Il mio corpo aveva acquisito il corredo di peli che sapevo essere necessario per essere definito un grande, e quella parte di me che in modo meno inequivocabile di seni e sederi, mi distingue dalla femmine, aveva tenuto dei comportamenti sorprendenti e risultava indomabile alla volontà.

Pà mi aveva accennato con molto imbarazzo che era tutto normale, che quando avessi avuto una donna avrebbe avuto il suo nutrimento. Io, sveglio come un’aquila impagliata risposi colmo di sorpresa “ Mangia? E solo dalle donne? Ma cosa dici Pà!” … e non si pensi che io stia rincarando la dose. Ero veramente così estraneo a certe leggi di natura....

Mio padre, quella volta, roso dall’imbarazzo si incamminò verso la porta, prese il pallone da dietro il portaombrelli e mi sfidò a palleggi contro il muro. Ovviamente la mia gioia fu tale e tanta che il discorso da me così ben frainteso, volò via sovrapposto alla frenetica gioia fisica della sfida.

Ero solo un ragazzino ovviamente, ma sentivo, davanti alla promessa della birra, che una porta si stava schiudendo e là avrei trovato la soluzione di alcuni misteri, che già mi sembravano più che altro noiosi e poco utili, solo delle complicazioni ... del mondo degli altri, composto per la maggioranza di adulti.

Due bottiglie identiche da due diverse mani versarono la birra nei bicchieri. Imitavo il suo lento gesto col bicchiere un poco reclinato e, seduto sulla poltrona di fronte a lui, attendevo il sapore amaro. Poi fece scontrare i bicchieri in un rumoroso brindisi. “Come si chiama?” E io virando dal mio ordinario rosa chiaro al rosso, pronunciai il nome aggiungendo un ma…

Ma brindiamo! L’Hai baciata?” Le orecchie presero fuoco. “Baciarla?” dissi “ma……perché?” Pa’ bevve un sorso e poi disse “Bevi, se non bevi subito dopo un brindisi ti attiri la sfortuna. Ma ti piace?” Il mio imbarazzo non aveva più limiti. Quando mi aveva chiesto se l’avevo baciata mi aveva corroso per un attimo il dubbio che dietro l’angolo mi attendesse una lavata di capo. Son talmente tante le cose che non si possono fare ... che forse il bacio rientrava fra questi strani ostacoli o soluzioni, che quotidianamente archiviavo, spesso senza pensarci troppo.

La mia risposta fu più che altro un pensiero fra me e me a mezza voce. “Dunque avrei potuto baciarla? ma…. perché avrei dovuto!” Mio padre capì che al bacio non avevo proprio pensato e da quell’ ”avrei potuto baciarla”, dedusse il mio sospetto che si trattasse di un atto proibito. “Puoi baciarla se lei vuole, ma di solito non te lo dice chiaro e tondo. Devi capirlo.”

Risposi che se voglio una cosa la faccio o la chiedo. “Si, è vero” disse Pà “se lo vuoi lo fai o lo chiedi. Qui però non si tratta di volere, ma di desiderare. Se vuoi bevi una birra, ma se vuoi fare una cosa con un altro ti devi proporre. Imporsi è brutto. Per esempio tu non dici con i tuoi amici voglio giocare a calcio con voi, ma chiedi se puoi giocare. Quando ci sono di mezzo gli altri si fa così altrimenti finisce che qualcuno reagisce male e se non oggi sarà domani, ti farà un dispetto che alla tua età può ridursi al luogo d’incontro per giocare che è stato deciso e nessuno che ti avvisa. Ma quando sei adulto….”

Quando sei adulto?” chiesi.

Quando sei adulto ti fanno dispetti veramente gravi.”

A me sembra grave anche se cambiano campetto senza avvisarmi!”

E’ si” rispose, “ogni età ha le sue cattiverie.”

Forse è così, ma non vedo perché quelle che capitano ad un ragazzo, gli adulti le vogliano considerare robetta. Non è giusto.”

E’ vero, non è giusto ... e poi sai che è capitato qualcosa di simile anche a me il mese passato, anche se sono un grande!”

Col calcio?”

No, con gli scacchi. Ti ricordi Alfred?”

Certo” risposi “Quel tuo amico che ha detto delle cose sul sedere e il seno della cameriera quella sera al ristorante!” Mio padre rise: “Si, proprio lui. Sai che non voleva ci fossi anch’io una sera ad un torneo di scacchi, roba piccola, tanto per stare insieme. Non voleva perché lo batto sempre.”

E io come un ragazzino, piuttosto che stare ad ascoltare per tentare di comprendere cosa quel discorso potesse voler dire, feci un esempio che inneggiava al calcio e portava il ragionamento metaforicamente vicino al portaombrelli e al pallone, che dietro, attendeva di essere preso a calci rimandando di nuovo la mia iniziazione: “Ecco vedi” risposi “ se giochi a calcio non succede. Se sei bravo non hai problemi! Stai pure certo che ti vogliono tutti.”

Va bene” disse, e poi finisce che fra due minuti giochiamo a palleggi!!”

Ovviamente non capii e non si curò di spiegare.

Fece “ciccare” nuovamente i bicchieri. “Hai tradotto il biglietto?”

Non ancora” risposi. Appoggiai il bicchiere e mi misi a sbirciare nel libretto azzurro.

Vuol dire ti amo. WO è io, Ai è amo e NI vuol dire te. Io amo te.”

Chiusi il libro e lo guardai meravigliato. “Sei sicuro?”. “Si, sono sicuro.”

Decisi di sfruttarlo più che potevo, vista la carenza irrimediabile di fratelli maggiori, e raccontai dell’altro biglietto. Scoprii così che quel “ Penso che tu ormai me lo possa dire…” che avevo deviato con un “dillo prima tu”, aveva come risposta ... ti amo.

Ero agitato. “Ma Pà, ma cosa ho fatto! Perché lo vuole”.

Non lo vuole, lo desidera. In amore non si può assolutamente volere. Si desidera e basta.”

Sarà...” e replicai: “ma se non glielo dico pensi che si vendicherà?”

Dipende. Dipende da come la prende. Di solito le donne vanno in bestia se dici picche.”

E adesso cosa faccio! E’ un bel pasticcio...”

Ma dimmi una cosa. Per essersi spinta al punto … da scrivere quei biglietti, ormai me lo puoi dire ... qualcosa devi pure averlo fatto. Le hai parlato? Sei stato gentile con lei?. E’ vero che a volte basta uno sguardo, ma quell’ ”ormai” del primo biglietto, mi dice che qualcosa di più concreto di uno sguardo c’è stato.

Quel “qualcosa” iniziai ad intuirlo: “E’ vero” ammisi, “sono gentile con lei. La aiuto a mettere il cappotto quando si esce, per esempio. Sono un po’ le cose che fai tu con la mamma.”

E le fai solo con lei?”

Il mio silenzio fu rivelatore.

... quindi glielo devo dire?”

Papà brindò per la terza volta. Guardò il mio bicchiere quasi pieno e il suo quasi vuoto.

Adesso conto fino a tre e bevi la metà della tua birra!”

Contò, e come per tutte le sfide che ci proponevamo, andai oltre.

Bevuta tutta d’un sorso, quella robaccia sembrava meno amara.

Bravo! Forse hai esagerato e “frappoco” ti girerà la testa. Lei ha la tua età?”

Un anno in meno”, risposi. “Forse è meglio così. Della tua età sarebbe forse troppo grande. Ora prova a pensare al perché ... Perché hai compiuto quei gesti gentili con lei e non con un’altra.”

Io la risposta la sapevo. Era piccola. Tutta piccola. Le mani, il viso, il naso, la statura, i piedi ... e mi attendevo che Pà dicesse “perché è piccola!” e invece, spinto dal mio silenzio dovuto al fatto che consideravo la risposta fin troppo ovvia, mi sentii dire “perché lei ti piace!”.

Ah!” fu tutto quello che riuscii a dire. Ero visibilmente stupefatto.

Quindi secondo te io sono gentile con lei perché mi piace! ... ma allora a te non piace solo la mamma!”

Cosa centra? Non capisco”

Mi sembra che quei gesti gentili tu li faccia con tutte le donne, anche con la nonna. Non mi dirai ora che ti piace la nonna!” Rise abbondantemente. Mi rendevo conto che si stava divertendo un mondo e io mi indispettivo perché non ci trovavo proprio niente da ridere anzi, mi sentivo proprio nei guai.”Sappi che siamo, anzi dobbiamo essere gentili con tutti. Ma con qualcuno lo siamo di più.

Tu per esempio aiuti tutte le tue compagne a mettersi il cappotto?”

Ovviamente no, perché non è possibile. Lo hai detto tu Pà che si deve essere gentili con tutti, ma il cappotto se lo mettono tutte contemporaneamente!”

E tu hai scelto di aiutare solo lei! Io quando si alzano mamma e nonna per uscire, aiuto prima la nonna per rispetto, e poi la mamma, ma mentre glielo metto questo benedetto cappotto, spesso le do un bacio. Sono questi gesti a volte piccoli per te che le fai, ma grandi per chi li riceve, che fanno la differenza. Metti il caso che una tua compagna, proprio vicino a te, si vesta con un attimo di ritardo e tu hai già finito con la tua lei. Pensi che la aiuteresti o no?”

Penso di si”

Ma ti rendi conto che lo fai con un altro spirito? La tua lei è la preferita! Ci sarà qualcosa nel suo modo di fare che ti è piaciuto e che ti spinge a lei!”

Si c’è Pà, ma si tratta del fatto che è la più piccola e mi viene spontaneo….”

Si, questo è l’inizio, il motivo della prima volta, ma poi c’è dell’altro.”

Pensai, con un ennesimo evidente rossore, alla sua piccola mano che si stringeva alla mia sotto al tavolo in biblioteca. Si è vero, c’era qualcos’altro. Qualcosa del quale sentivo di avere bisogno.

Qualcosa di ignoto che mi faceva stare bene. Qualcosa che volevo solo da lei e che sentivo che solo lei poteva darmi.”

Sei diventato rosso...” Risposi secco riprendendo il bicchiere quasi vuoto in fondo solo per nasconderci dentro la faccia: “Si, penso di avere capito”.

Vedi, piccolo ragazzo che sta per diventare un uomo, se aiuti solo lei a mettersi quel benedetto cappotto, e poi non vai mai oltre al vestirla, cosa gravissima” e rideva e rideva, ma cos’aveva da ridere!”, “...lei ti manda un biglietto e ti dice che puoi fare di più, che se lo aspetta.”

Ok Pà, si aspetta qualcosa, ma dire che è gravissimo poi non ci sto e non ho capito cos’è che è grave!” “Dicevo gravissimo nel senso che “frappoco”, forse anche solo fra un anno, la vorrai svestire !” e rise ancora di gusto, e con uno sguardo che esprimeva forse furbizia o forse … ma che ne sapevo io a quattordici anni di quella roba li e io, solita aquila impagliata fra i miei voli al campetto da calcio e nella letteratura , risposi “spogliarla? Cosa dici!”

E lui rideva e rideva, e ridendo andò a prendere una seconda birra, me ne versò la metà e chiuse dicendo “il resto alla prossima puntata, molto te lo spiegherà la natura … se ti succederà come è accaduto a me, qualcosa te lo insegnerà lei……. e qualcosa io ... e alla fine stapperò quella bottiglia che non c’è ancora in frigorifero ma che andrò a comperare domani. Ricordatelo! Sarai tu a dirmi Pà apri quella bottiglia e ce la berremo tutta tu e io!”

Mistero! Ma è mai possibile che ci siano così tanti enigmi nell’età adulta? Molto meglio stare con gli amici e rispettare le poche regole del calcio per esempio!

Il giorno seguente tutto accadde come sempre, ma al momento della vestizione, mentre si girava per infilare la seconda manica non trovai la forza per quel bacio, ma le soffiai leggermente sul collo.

Mi fai venire i brividi”

Papà quando mette il cappotto alla mamma le da sempre un bacio”

Non replicò.

Mi guardò ben oltre gli occhi.

Avevo costruito uno di quei momenti nei quali non sapendo cosa dire o fare, stavo immobile, un bel po’ perplesso se visto da fuori, ma un furore di agitazione dentro.

Era più piccola di me.

Era piccola così.

Una ragazza grande così tu sei

e per il mondo tutto questo è follia...

Una miniatura deliziosa.

Ora, c’era solo lei qui davanti a me.

Sembrò prendere il volo e invece si sollevò sulle punte e mi baciò la guancia destra.

Pensai a Cristo che diceva “porgi l’altra guancia” e dedussi di essere assurdo.

Lei atterrò nuovamente al suolo, proprio li, davanti a me, e dal nulla metafisico nel quale mi aveva portato, mi ritrovai in classe vicino alla porta.

Banalmente, una volta tornato alla realtà, non sapendo cosa fare, pensai bene di preoccuparmi, di comprendere se eravamo stati visti, ma tutti erano presi dalla voglia di migrare verso l’esterno i prati e la primavera.

Ci sfiorò la sua amica e sparirono.

Toccai con la mano sinistra il punto che le sue labbra avevano consacrato.

Una farfalla, leggero come una farfalla il tocco, ma la sensazione ancora presente.

Non capivo la bellezza, la dolcezza di quanto era accaduto.

La sentivo dentro.

Aveva, a differenza delle sue compagne, un modo leggero, letteralmente senza peso, di muoversi

E questo curioso miracolo lo doveva alla danza.

Tanti anni dopo, a San Pietroburgo, passeggiando lungo il Nevskij Prospekt dopo aver sorseggiato un caffè disgustoso nel locale che Puskin lasciò per andare incontro al duello mortale, tanti anni dopo, mi accorsi che il mio solito viaggiare fra realtà e fantasia era inquinato da una sensazione forte che, entrata dagli occhi, faceva desistere Puskin al mio fianco.

Gettai lo sguardo distrattamente dove sembrava che lui guardasse, ma in fondo dove già da un po’ i miei occhi origliavano timidamente, guidati da una strana febbre, per impossessarsi di quel che non avevano il coraggio di osservare liberamente … quel frutto del passato, della memoria, che si rimaterializzava e, pian piano, da enigma dei sensi e dell'anima, si rivelava in alcuni passi leggeri.

Passavano delle ragazze.

Non notai la loro bellezza, ma il passo spedito e senza peso nonostante la zavorra di orribili e mastodontici zainetti.

Rientravano da scuola?

Puskin rimase con la schiena mollemente appoggiata al muro del “suo” Caffè; le mani in tasca e lo sguardo allentato, mentre io, calamitato dal loro passo svelto, leggero anzi, capivo e non capivo quel che mi stava accadendo.

Mi venne in soccorso Proust, malaticcio come sempre nella mia memoria, elegantissimo e sorridente. Mi disse, dopo il cenno minimo di saluto che si fanno amici di vecchia data, “ti ricordi quella sera che entrai a casa infreddolito e bevvi l’infuso di tiglio?”

Si che lo ricordo; quell’odore, quel sapore, la madeleine che aveva avuto come stampo una conchiglia scanalata come una cappa santa. Si, ricordo tutto. Qualcosa allora, dal profondo riemerse, antico e irresistibile ... e riapparve come per incanto la casa di tua zia Leonie”

Mi interruppe appoggiandomi una mano sulla spalla e dicendo” E basta! Non descrivere tutto, lo so bene cosa mi è accaduto. Ora osservale bene quelle ragazze, getta l’amo nel tuo passato, sorseggia con lo sguardo; lasciati andare e vedi di arrivare a qualcosa, altrimenti ho scritto tutte quelle pagine per niente!”

Il buon Marcel si fermò non prima di avermi lasciato in mano una cattleya che si era tolto dalla giacca. E sapevo quanto quel fiore per lui fu importante.

Proseguii come ipnotizzato seguendo con discrezione le ragazze.

Arrivarono ad un teatro e s’infilarono in una porticina piccola piccola.

Rimasi fermo, perplesso, con quell’orchidea in mano e nel giro di qualche attimo la porticina, all’improvviso, si riaprì.

Una delle ragazzine venne a me, prese la cattleeya e camminando leggera, senza lasciare traccia di sé sulla bianca ghiaia, si girò per salutarmi e sparì.

Sono sempre stato un pollo nelle questioni di cuore.

Non dissi una parola con quell’angioletto.

Poteva scapparmi un how are you, un ca va, e invece niente.

Tornando sui miei passi vidi Marcel e il grande russo seduti ad una panchina che parlottavano. Puskin fece per alzarsi e venire da me ma il francese lo trattenne per il braccio.

Non dovevo venire distratto perché ciò che forse avrei potuto catturare dal mio passato era legato ad un filo assai fragile. Mi rendevo conto che quel qualcosa era scattato osservando quell’incedere leggero delle tre ragazze, e ora ero lievemente deviato da questo filo sottile che dovevo seguire per via della sorpresa; poiché la deliziosa fanciulla si era impossessata del fiore irreale che pensavo esistesse solo per me e la mia fantasia di quei due grandi amici che passeggiavano come coetanei ridanciani, sul Nevsky Prospekt.

Giunto in albergo chiesi ad una cameriera se sapeva qualcosa a proposito del corpo di ballo di quel teatro e se si poteva avere il programma degli spettacoli.

Il mattino seguente a colazione, una busta mi rivelò che quella sarebbe stata la sera del saggio della scuola di danza. C’era un numero di telefono; parlavano tedesco e prenotai un posto in platea.

Mi sentivo ridicolo con quel piccolo delizioso bouquet fra le mani e, con mia grande sorpresa, unico in quella serata, con lo smoking. Ero invisibile come un prete nella neve.

Mi chiusi in poche pose che mi sembrarono abbastanza semplici, per riuscire nel mio tentativo di passare inosservato.

Dai lati del palcoscenico vedevo i volti delle ballerine che ogni tanto spuntavano, con i capelli raccolti in un elegante chignon. Tutte bianche, uguali e bellissime.

Una salutò con un gesto semplice e delizioso. La mia mano si apprestò a preparare una risposta simile, ma mi trattenne il vedere altri che rispondevano.

Un signore anziano dietro me mi chiese in perfetto inglese se ero straniero.

Accennai di si col capo.

Mi chiese poi se amavo la danza o una danzatrice … e mi aggrappai a lui come un naufrago raccontandogli non certo di Proust e Puskin e nemmeno della provenienza del fiore, ma del suo singolare furto che intendevo diciamo perdonare … con questo bouquet.

Mi ammonì dolcemente dicendo che la Russia ha povertà, sensibilità e bellezza.

Colga tutto, ma non abusi della povertà per avere un corpo ... sono angeli ...

E’ vero” risposi “sono angeli”, e quella parola, angeli, innescò un sottile tormento alla guancia destra ... una farfalla appena posata sembrava, ed era collegato ad un indefinito alzarsi leggero leggero in punta di piedi di un fantasma, di un ricordo.

Rubando parole al grande De Andrè, vidi una scena annebbiata nella memoria, non era chiara ma coglievo tutto il suo senso. Fu il momento della mia esistenza nel quale nacque “la stagione che stagione non sente”.

Lo spettacolo fu semplice e bello e alla fine, mentre eravamo in piedi ad applaudire, il bel vecchio mi disse “getti ora quei fiori!” Lo feci e una ragazza, un angelo bianco, lo prese.

Sparì immediatamente dietro le quinte e me la trovai di fianco con la cattleya in una mano e il bouquet nell’altra. Anche gli altri angioletti erano scesi fra noi mortali e si lasciavano baciare e ammirare.

Dissi “brava!” che so essere un complimento internazionale, e lei, guardandomi ben oltre gli occhi, prese il volo dalle sue caviglie leggere, mi baciò sulla guancia destra e finalmente quella sensazione di farfalla posata che per anni mi accompagnò come una sete sottile, si spense.

Presi un po’ di coraggio e, raccolto il suo viso fra le mani, baciai prima la fronte, poi il naso e approdai, leggero quanto lei, alle labbra.

Tornò a terra dal suo bel volo sulle punte, per suggere fino all’ultimo aroma, il nettare del bacio, mi rese la cattleya e si unì alla altre farfalle per concedere il bis.

Di nuovo non la riconoscevo più.

Era tornata angelo fra gli angeli.

Guardavo l’ultima danza, come fosse stata l’ultimo momento della mia vita. Come se il resto, davanti a tanta bellezza, avrebbe potuto essere solo condanna.

Adoravo l’insieme del quale lei era una particella, frammento di quella grande fragile emozione che è la bellezza.

Mi girai, a danza terminata per ringraziare l’anziano signore, ma non c’era già più, e tornai solo percorrendo il Nevskij Prospekt, radioso come un apollo.

Sentii due monelli rincorrersi nel buio deserto di quel lunghissimo marciapiedi. Si avvicinavano. Una manata mi colpì la spalla e l’orchidea mi sfuggì di mano. Marcel la raccolse e se la rimise all’occhiello.

Giocavano a calcio con un barattolo spaventando i gatti, e giunto all'albergo mi salutarono, vispi come folletti, proseguendo nella loro notte eterna e leggera.

Lo so da sempre.

Loro sono vivi.

Io non ancora, ma forse, forse vivrò notti eterne da ragazzino, come loro.

Con loro.

Ora ho la vita che mi corrompe

Che mi tiene occupato con questo strano tempo cadenzato dal sole e diviso in giorni.

Quella notte recuperai un frammento che, riosservato e in parte rivissuto in quella magica avventura pietroburghese, ti dona un valore infinito, stellina mia.

Sono un imbranato? No. Ora so di essere un albatro anzi, qualcosa in più.

Se tutto andrà come deve, per me, per noi, anche camminare sulla terra sarà aggraziato, e non solo il volare nei cieli di una realtà immensamente piena che ho intuito e che tanta, troppa gente non avrà mai nemmeno la più minima possibilità o la volontà … per apprezzare.

Per questo, per ora, sembro un imbranato. Come quell'enorme gabbiano, l'albatro che, finché è appoggiato sulla barca, strascicando le ali enormi e sgraziate è un divertimento dei marinai.

Per metà reale e per metà, anzi, forse anche un po’ di più, irreale o meglio, già dentro ad una realtà più degna.

Uno spirito.

Un Fantasma di me stesso che rischia ad ogni pensiero di volare via come un palloncino.

Da quando ti ho conosciuta però, sento che un filo mi lega e il mio viaggiare sta diventando un orbitarti intorno.

Il filo è lungo, lo so, ma giorno dopo giorno si accorcia.

Sono le tue mani deliziose che lo tengono e lo arrotolano.

Tutto è possibile sai … anche questo amore.

Ma ti desidero

E ora volo leggero, attento ad ogni istante che il filo che ci unisce non si spezzi

Perché tramite te, deliziosa Beatrice di questi tempi insensibili, anche questa terra potrà finalmente fare parte di quella realtà che la razionalità non vede e io, frammento di terra contenente un oscuro dono, forse in te, con te, capirò in te me stesso, il perché delle cose e l’assurdità del dolore.

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(Un uomo adulto rivive le prime sensazioni che appartengono alla nascita in ogni essere umano, del sentimento dell'amore. E' un sognatore. Lei ha più o meno l'età del primo amore e accetta di attenderla mille giorni, fino alla maggiore età. Lei è distante. tutto quel che accade è nella mente, e rivivere, spesso, certi frammenti di ricordi, quando la vita si è resa marinaia che dileggia l'albatro che non riesce a prendere il volo, è una salvezza. Dopo questa lettura molti mi hanno detto che ho avuto un padre esemplare. Non lo ebbi. Fu preso dalla malattia. A me rimase la possibilità di idealizzarlo poiché dal poco che riuscii a viverlo, ebbi la certezza che era un uomo buono.)