giovedì 5 dicembre 2013

Paul Auster: "Mr Vertigo", "Uomo nel buio" e "Sunset Park"


Intendo parlare del romanzo “Sunset Park” e descriverò anche i difetti che “sento”. Premetto che per me parlare di difetti, non vuol dire che siano per forza di aspetti negativi. Son differenze di stile e di contenuto che non sento miei, che considero o superati o superabili e poi si tratta di un discorso di contenuti letterari suscettibili di crescita, di evoluzione.

Questo volume, pubblicato in Italia da Einaudi, è del 2010.
Parla di un presente che per noi è ancora pienamente tale, la crisi economica. In un modo di vivere che consuma anni come se fossero epoche, un testo che descriva una situazione contingente nel 2010 e che sia valido, attuale, ancora parte viva del presente, verso la fine del 2013, già promette bene. Dico subito, per scacciare i sospetti di un mio intento critico negativo, che Paul Auster per me è degno del Nobel, di quel Nobel, se esiste ancora, che premia la qualità e non la moda o la scelta politicamente corretta.

Tre libri suoi ammiro molto. “Mr Vertigo”, “Uomo nel buio”, e appunto “Sunset Park”.

“Mr Vertigo” narra una vicenda fantasiosa e godibilissima alla lettura.
Si tratta comunque di un tema tremendamente serio che merita di essere affiancato, nel contenuto più alto, al “Lamento di Portnoy” di Philip Roth, del quale è secondo me migliore anni luce. Un bambino che vive di espedienti e ha dietro una famiglia distrutta, viene scelto da un fantomatico signore di origine ebrea ungherese. Questi conosce l'arte della lievitazione e gli serve appunto un bambino per farlgliela praticare come spettacolo circense e di piazza e guadagnare soldi. Lui lievitava da bambino e sa che una volta adolescente, con lo sviluppo sessuale, questa capacità si perde. Ora … ci si deve immergere nel senso che va al di là della trama che è ben inventata ma non intende semplicemente farci divertire … e non è semplice. Mi spiego. Quel dono, la lievitazione, era tipico della cultura ebreo chassidica che si basava sui rabbini detti santi e dotati di poteri magici. Un residuo quindi della spiritualità, viene abbassato a tecnica per produrre soldi. Viene svilito, trasformato, dalla sua origine religiosa e simbolica, dono del sacro a chi ha fede, in mentalità americana, e sappiamo che quest'ultima ti considera arrivato se fai i soldi, non certo se sei felice ed eventualmente felice per mezzo del sacro.

Un capolavoro. In questo testo Auster si è lasciato completamente andare ad un'immagine che contiene tutto un salto epocale affrontato dalle radici della sua stirpe. Un salto che sente anche involontariamente suo, poiché egli ora, nel mondo fatto di calcolo economico che il bambino del romanzo deve saper affrontare, ci vive e non certo bene. Il libro sancisce una differenza di stile di vita, di contenuti esistenziali fra l'autore e lo stato in cui vive (gli USA). Accadde a Kafka qualche mese fa nella Praga popolata da ebrei ormai assimilati ma ancora con nonni santi e frammenti di religiosità ormai incomprensibili ma affascinanti. Accade oggi a Paul Auster.

Questa linea di scrittura approda a “Uomo nel buio” che io considero il capostipite, forse per la letteratura americana contemporanea, di una “scrittura bloccata” che ha la sua origine, forse indipendente, in “Vergogna” di Coetzee, Nobel del Sudafrica e mai come con lui quel premio si è riabilitato da tante scelte degne di emilio fede (minuscolo voluto meditato e meritato...)

Di “Uomo nel Buio” non mi interessa dire molto della trama se non quanto segue. Un nonno e una nipote sono bloccati. Due generazioni distantissime che approdano per vie diverse alla medesima incapacità esistenziale. La vita non fluisce più. I motivi sono enormi ma individuali.

Ora “Sunset Park”, nel quale i motivi individuali, nonostante la crisi economica descritta, e che è quella nella quale ancora sguazziamo, i motivi individuali dicevo, con fatica prendono una direzione, hanno voglia di vivere, la ritrovano e progettano. Ora, Paul Auster ha compreso che la vita non si blocca per un meccanismo interno come in “Uomo nel buio”, ma in effetti è l'esterno, la società che non rende possibile nulla con dignità.

Il legame col testo citato di Coetzee, “Vergogna” è nell'innesco della vicenda.
Qui un docente universitario viene pesantemente criticato perché ha una storia (vera e non rapace) con una sua studentessa. Lui si irrita con l'istituzione e lascia l'incarico perché non tollera che una scelta personale, della quale deve rendere conto a lei e alla propria morale, venga criticata dal mondo esterno. Siamo con lui. “Sentiamo” che ha ragione e sottolineo l'importanza dell'istanza morale che spiegherò con un “secondo me” tra breve. La sua scelta di vita si fa estrema alla fine del libro. Accetta di fare l'unico lavoro nel quale avverte ancora la presenza di un mondo morale umano, sensato. I cani devono essere portati dal canile alla soppressione. Questo assurdo rito innescato dal calcolo economico, che va contro alla vita, in questo caso di uno degli animali più capaci di affetto, non può essere impedito dall'ex docente, da un uomo solo. Lui può solo metterci il cuore, caricarli sul mezzo, far compagnia, essere presente, affettuoso …. UMANO … nell'accompagnarli alla morte ingiusta.

U N C A P O L A V O R O!

La nostra epoca, il mondo a noi esterno è così. Ci vuole così, senz'anima, senza cuore, senza sentimenti, semplicemente calcolatori della convenienza basandoci sulla monetizzazione.

Ora “Sunset Park”. L'affinità di trama con “Vergogna” risiede nel partire da una istanza sentita dalla comunità, che così appare come ente destabilizzante, come immorale. Lui, ventotto anni, ha una storia d'amore (vera anche questa, non dettata dall'istinto), con una ragazza di diciassette anni. L'età scelta è subdola e importante. La legge dice che a diciotto si è maggiorenni, ma la vita molte volte ti offre percorsi che anticipano e ritardano quella maturazione. Chi non conosce persone adolescenti di quarant'anni? La loro vita di coppia deve strutturarsi su un'attesa della maggior età di lei. Partenza quindi da una falsa istanza morale. Essa approda poi ad un finale violento. Il ragazzo si trasferisce a New york da un amico che ha deciso di entrare e abitare abusivamente a Sunset Park, in una casa disabitata. In fondo non fanno male a nessuno e sopravvivono cercando di darsi una dignità e risparmiando qualcosa.
La vita sembra innescarsi, così, a piccoli timidi passi, ma poi arrivano le forze dell'ordine, arriva lo sgombero, un gesto cattivo e insensato poiché l'edificio era vuoto e lasciarlo così per speculazione quando c'è gente che non sa come vivere, come far tornare i conti e lotta coi centesimi … è senz'anima, come di fatto la nostra epoca dimostra di essere. Lo ripeto; ai governi interessano i bilanci economici, a noi individui quelli del cuore …

E ora descrivo quelli che sento come difetti del libro. La scrittura è fredda. Qualcuno osserva quel che accade ad alcune persone e la formula letteraria, troppo intellettuale secondo me, troppo calcolata a tavolino, si basa sui “lui dice” “lui fa” eccetera ferisce un testo che vuol rivelare l'assenza delle possibilità del cuore. Il problema è mio, ma solo fino a un certo punto poiché so che quel tipo di scrittura va di moda e ho in odio tutto ciò che nell'arte si fa prendere da quell'assurdo feticcio esteriore. Io sono all'opposto e metti l'io e il tu. Per me la situazione descritta dal libro di Auster è chiara da quando ero un bambino. In me quindi vince la ricerca di quei particolari che rendono gesti e comportamenti, altrimenti freddi, e solo pratici, saturi di poesia, di un senso che dovrebbe commuovere. “Le rose abbandonate” (presente nel blog) è un esempio di come la concretezza di un agire può divenire poetico. Odio quelle vite che si arrendono agli aspetti pratici e non lottano per qualcosa di più. La vita non è avere una casa e un lavoro. Quelle sono situazioni che vanno create spesso con dispendio di tempo, ma è la costruzione interiore che va sempre salvaguardata. Una casa per esempio, è un'entità fredda se vi entrano esseri legati agli istinti e alle esigenze concrete organizzative. La casa diventa un simbolo enorme se si parte dall'amore e con esso si costruisce. La piantina di rose del racconto, erano cariche di valore simbolico. Qualcuno, una lei, parte, non si possono portare con sé. Come fare per mantenere un senso elevato e non ridurle all'oggetto rosa? Questo nel raccontino tenta di accadere. Chi legge, così mi è stato detto, è in accordo con la ragazza e con la sua irritazione. Si è ormai talmente estranei alla sensibilità che non si pensa possa esistere se non in rarissimi casi nei quali anche una pietra potrebbe, ma non sempre, palpitare. Il lettore, quando scopre quali soluzioni erano possibili, comprende quanta poesia manca al suo essere vivo, al suo essere troppo pratico e poco … umano.

Sto elaborando attualmente, sempre in quell'ottica, un'idea innescata da una penna a sfera. Si tratta di una Montblanc Toscanini. Spesso la uso e ho immaginato che una persona ricevesse un dono del genere dalla persona che ama. Come può, il ricevente, esaltare quanto ricevuto e introdurre un significato aggiuntivo e delicato? Ecco a cosa sono approdato. Lui, dopo aver ricevuto il dono, si impegna a trovare un'altra penna uguale. Non è facile perché si tratta di una tiratura limitata non recente. Riesce nello scopo e la accompagna un giorno al treno o all'aeroporto. Lei parte per un breve viaggio, una breve separazione. Lui dice che ha un dono e le offre la penna. Lei si adombra. Lui aggiunge. “Sai che ti amo, quindi pensa positivo”. Lei non capisce e lui dal taschino prende la seconda penna e gliela mostra. Lei chiede perché lo ha fatto. Lui sorride, prende le due penne e le mette dietro la schiena. Gliele mostra di nuovo e chiede se è in grado di riconoscere quale è quella che lei ha donato da quella che ha appena ricevuto. Lei perplessa risponde che ovviamente non può distinguerle. Lui allora risponde così. “Bene. Ora non sono più una penna tua e una mia … sono nostre … prendine una”. Io penso che questa sia la delicatezza che manca alla vita di oggi. Anche “Ciliegi in Fiore” e “Dieci quaderni” (presenti nel blog) sono stati concepiti in quest'ottica.

Paul Auster ci mostra il mondo bloccato ed è secondo me ad uno stadio di consapevolezza che dovrebbe essere superato da un , poiché questa società men che schifosa, ci massacra ormai dal secondo dopoguerra. Meglio tardi che mai, dico.

Coetzee si pone ad un livello superiore e con una scelta esemplare perché estrema. Egli dimostra che la soluzione individuale deve andare nella direzione di un agire carico di senso morale.

Io agisco e scrivo, con piccoli gesti possibili, fattibili. Se non è un oggetto ricercato come la Montblanc Toscanini, può essere un più comune pelouche, e in fondo qualsiasi altro oggetto.

Vedete, per me la morale è la regola fondante della relazione fra persone, che si tratti di amicizia o amore o rapporti parentali, è sempre la medesima faccenda, e questa regola, come ci dimostrano Coetzee con la studentessa universitaria e il professore, e Auster col ragazzo e la diciassettenne, deve esser dotata dalla nostra elaborazione interiore di valori e non dall'acquisizione non meditata di valori esterni, della società appunto. Le basi della morale sono secondo me la lealtà (che se disattesa si chiama purtroppo tradimento) e l'assenza di bugie. Questi due dati distruggono. Quel che si ottiene è un essere non più umano, capace solo di essere rapace in relazione alle sue più o meno elevate esigenze. Spesso poi, quest'ultime sono legate a istinti primari come il bisogno di sicurezza o il sesso per portare due esempi semplici. Il sesso è un istinto che, se non guidato dalla mente, sa essere solo tremendo, solo una fame. Per esso si strutturano le strategie più laide e complesse. Ci si maschera da innamorati e si promette il mondo, ma essendo partiti non dal cuore, ma dall'istinto appunto, che guida tutto il nostro agire quando non è retto da pensiero e sensibilità. Accade allora che una volta appagato, si spenga la motivazione scatenante e la recita si riveli facendosi farsa.

Questo esempio comunissimo e che non vede il solo colpevole in chi si lascia guidare dal solo istinto ma anche in chi, sempre per mancanza di meditazione e sensibilità, pretende di trovare d'impulso in pochi segni superficiali il riflesso di ciò che si desidera, ad esempio l'approdo ad una sicurezza socialmente intesa ma non individualmente sensata, e che quindi senza ombra di dubbio non parte dal cuore che quando parla, alla fonte della sensibilità immancabilmente ci accosta … un accostare che non basta, perché il pensiero si muove in una versione del tempo che definirei atemporale, mentre le esigenze quotidiane premono con forza sui nervi dell'orologio, sui giorni che passano, sulla fretta di ottenere anche quel che con la fretta mai verrà bene. Questo esempio comune dicevo, ci dimostra che le vite bloccate di Auster sono ancora una reazione impulsiva, una constatazione sofferta e non meditata, un prendere atto, che per ora non evolve in strategie di sopravvivenza.

Io ora semino piccoli gesti. In racconti come “Peter” e “Kopf” (nel blog) prendo atto di come va il mondo in modo estremamente simbolico, grottesco e violento, ma poi cerco una soluzione, cerco di elevare il senso di piccoli gesti quotidiani, e utilizzo un vasetto di rose, una penna. Miro a far sentire la mancanza della poesia nella vita spicciola di tutti i giorni e, nonostante le batoste, non demordo, perché senza poesia la vita puzza di morte.

Paul Auster scrive e scriverà ancora. Spero che nella sua letteratura inizi comunque la ricerca di soluzioni, di strategie possibilmente individuali. Attendo con fiducia poiché “sento” l'evoluzione dei suoi contenuti. Potrebbe anche soccombere a questa sensazione di blocco, ma spero che non accada perché sa scrivere, ha qualcosa da dire, e … non è solo.



giovedì 28 novembre 2013

Vittoria Palazzo (racconto scritto il 28/11/2013)


Vittoria .... quella col cappello


Suona il telefono. Numero sconosciuto.

Non lo sopporto. Mando un “Ki 6” e mi arriva un nome. Vittoria.

Mi richiama subito. “Come va.”

Così, senza punto interrogativo, cerebrale, freddo, come faceva Charles Swann.

Sorrido di quel gioco innescato dalla lettura comune della Recherche e le dico: “domanda di riserva?”

“allora ti chiedo ... che ore sono!”

“a questa so rispondere. Fammi accendere la luce … ecco … le tre e un quarto”

“non dormivi”

“esatto”

“l'ho percepito. Questo mi ha svegliata e ho pensato di chiamarti”

“ti ringrazio. Come stai Vitt”

“domanda di riserva?”

“che ore sono”

“furbetto...”, e ride leggera leggera.

“E' quasi un anno che non ci si sente. Nessuna cattiveria Vittoria. Cose della vita”

“cose accadute o non accadute?”

“Vittoria … domanda di riserva?”

“che tempo fa”

mi alzo, apro la finestra, scosto un poco la veneziana, e vedo una notte glaciale satura di stelle.

“Sereno. Via lattea in festa. E a Milano?”

“qui è una bella notte”

“in quale camera sei Vittoria?”

“ti ricordi la sala delle conferenze?”

“bella vetrata. Quindi in via Rotondi, nel cuore di Milano, vedi il verde degli alberi del tuo piccolo giardino”

“esatto”

“si muovono?”

“una brezza leggera. Non mi dici niente quindi ...”

“non ha senso Vitt, e poi hai capito … lo so”

“ti ricordi quel momento della mia vita, quando andai a Parigi e conobbi Sarte e mi sentii ad un passo dalla … letteratura?”

“certo”

“io ora, immobile in questo letto, ci penso spesso e ho capito. Tornai e dovetti scegliere. O la famiglia al paesino con i figli o la fama che sembrava essere dietro l'angolo”

“ti fa ancora male?”

“non più. Scelsi la letteratura e persi tutto”

“Vittoria. Hai scritto delle cose belle”

“lo so … ma quel che volevo dirti è che ora capisco che anche quella sconfitta è stata vita, è stata bellezza. Al presente, per tutto, mettiamo troppa emotività quindi perdiamo molto del senso delle cose ...”

“Vittoria … ho capito la lezione, ma io di solito son riflessivo. Faccio poche cose pensate minuziosamente”

“appunto … lasciati andare. Hai esagerato caricando di troppo pensiero alcuni fatti. Io sbagliavo nel senso opposto ...”

“ho capito Vittoria. Ma non sai niente di quello che mi sta accadendo ...”

“... o non accadendo ...”

“che ore sono?”

Lei ride, mi da la buona notte e prevede che finalmente dormirò.

Mi addormento davvero. Si fa mattina. Accendo la radio. Temporali da ieri sulla Lombardia. Quindi non poteva essere una notte serena e piena di stelle. Forse causa l'età, le ha viste ugualmente. Sorrido e mi inabisso nei miei circolari, ossessivi e scomodi pensieri.

NOTTE


Perso il sonno. Suona il telefono. Raccolgo le forze, che devono esser ormai tante anche per parlare con chi stimo, e risento la sua voce.

“Ti ordino di dormire … altrimenti non dormo neanch'io”

“ma io questa faccenda Vitt, proprio non la capisco!”

“e cosa c'è da capire ...”

“come fai a saperlo!”

“ci son domande che non ha senso farsi. Dormivi?”

“no”

“e allora qualcosa in me è accaduto che me lo ha fatto sentire”

“credo anche di sapere a cosa pensi ...”

“e … cosa mi consigli Vitt?”

“niente, perché hai ragione su tutta la linea”

“che ore sono Vitt?”

“le quattro in punto. Ascolta furbetto, non passare a domande vuote e ascolta … spesso si ha ragione nella vita, ma si perde ugualmente.... e ora rispondi onestamente … sei a posto con la coscienza?”

“si ...”

“sicuro?”

“si Vitt...”

“sicuro sicuro?”

“si. Ho avuto conferma anche da altri ...”

“il gatto e la volpe o persone affidabili?”

“affidabili Vitt. Veramente”

“quindi ragazzo, se i tuoi principi morali hanno sofferto, ma non li hai traditi, sei salvo...”

silenzio.

“Hai capito ...”

silenzio

“ti sento sai, e non sento solo il respiro. Non hai perso te stesso, ricordalo. Solo quando tradisci i tuoi principi è il disastro. Io allora avevo due principi validi che si scontrarono. Tutto qui. Parigi, la letteratura, la poesia … o la famiglia. Credevo in tutt'e due. Polvere.”

silenzio.

“Fa male, lo so, ma passa. Ora dormi. Ciao”


MATTINO


Mi alzo deciso. Prendo la macchina. Milano. Arrivo in via Rotondi. parcheggio, e spero di riuscire a parlare finalmente a qualcuno a cuore aperto. A rompere la diga che ho dentro. Suono. Risponde il marito.

Vittoria è morta da due giorni. Vedo il suo letto rivolto verso gli alberi. Non oso raccontare. Faccio le condoglianze quasi balbettando ed esco.

Un Caffè nella piazza sei febbraio che è subito dietro. Due telefonate impossibili quindi ...

Appariva un numero. Chiamo. Nessuno.

Bevo un cappuccino. Riprovo.

Nessuno. E mi accorgo che non è un numero a caso, ma la mia età con attaccata la data di nascita.

Guardo il telefono. Squilla.

“Ciao We”

“ciao Vitt”

“ho dato fastidio agli angeli per sentirti”

“si”

“non è stato difficile sai. Mi conosci … quando mi metto in testa una cosa”

“e adesso Vitt che succederà?”

“che metto giù … e che ti ricorderai di me … per te stesso”.

Silenzio.

Sferraglia il tram 19.

“E' in ritardo, come sempre”,

e Vittoria ride.

“E ora addio piccolo mio”

“per sempre?”

“si … per sempre. Anche noi da qui, dobbiamo guardare avanti … come te”

“ci proverò Vitt”

“ti credo, e sappi che se non riesci … sarai comunque compreso...

ciao piccolo”

“ciao...”

Nel telefono, non appare più nessuna traccia fra le chiamate ricevute.

Seduto, rimugino su quel che è accaduto.

Un'allucinazione? Ora che nel telefono non c'è traccia, non ho più prove … nemmeno per me stesso.”

“Mi alzo e mi incammino verso la macchina. Ad ogni passo dubito sempre più che sia accaduto.”

“l'ho pensato? L'ho sognato?”

Se la realtà è il sogno … allora, ma la realtà un sogno non è. Anzi ....

Guido verso casa. La musica, Chopin, Schubert, mi sono indifferenti. Quasi stridono questi compagni di una vita.

Arrivo a casa e a piedi raggiungo la spiaggia. Ecco il punto che lei amava tanto. Delle impronte … due mozziconi … e lei fumava. Ricordo che erano sottili e candide … i mozziconi son sottili e candidi. Sulla spiaggia deserta in lontananza rotola un cappello di paglia a tesa larga con un nastro rosso. Sorrido. Un volo bianco, enorme si alza dalla pineta e quasi mi sfiora goffo, e poi si alza e si fa angelico. Un albatro, e qui non se ne son mai visti!

Qualcosa è accaduto quindi, ma nonostante tutto so che questa notte sarà insonne.

Ciao Vittoria. Ciao. Per sempre.


domenica 24 novembre 2013

Bacon e Koons


Ha fatto scalpore il prezzo raggiunto da due presunte opere d'arte da Christie's. Il trittico di Bacon con soggetto Lucian Freud, e il Balloon dog di Koons.


I quotidiani hanno cercato di ragionare ma, in spazi brevi, non è possibile un'analisi decente, e quindi il loro andare oltre la notizia e cercare di dare una spiegazione, si è infranto nella deduzione parzialmente esatta, ma semplicistica, che Bacon rappresenta il tragico, mentre Koons è il superfluo (da Corriere della Sera, titolo, del 14 novembre 2013). I termini utilizzati sono interessanti ma ambedue inesatti. Koons rappresenta qualcosa che è una contraddizione in termini che spiegherò nelle seguenti righe, ovvero ARTE COMMERCIALE, mentre Bacon è l'apice del novecento nel viaggio interiore.

Prima di Spiegare devo aprire una parentesi. Sento il dovere di spiegare, secondo me, alcuni artisti considerati importantissimi secondo i manuali di storia dell'arte, mentre, se si osserva da vicino.... Le mie banali scoperte, banali nel senso che sono accessibili a tutti, son nate dal fatto che l'opera di questi tre famosi, ma appunto per me non grandi, (Mirò, Duchamp, Kandinsky), non mi dicevano niente. Se non “sento” una scossa interiore, a volte anche negativa, come fu per esempio con Bacon che all'inizio rifiutai (ma un rifiuto è una reazione da elaborare, non è indifferenza...), inizio ad indagare. Mi accadde con Picasso. Fino al periodo blu era eccezionale. Il cuore in mano. Poi la freddezza, solo evoluzione tecnica, indubbiamente interessantissima, ma mai il discorso artistico o letterario o musicale, nella sola tecnica si esaurisce. Queste mostruosità tecnico intellettuali, nate tutte nel '900, con esso son terminate, e i pochi strascichi rimasti, fanno pena. Di Picasso si può leggere in questo blog la sua lettera dall'aldilà, dove descrivo, in modo semi letterario il risultato (certo) delle mie scoperte. Picasso non ne esce sminuito, anzi. Il suo dramma fu enorme e ci aiuta a comprendere a fondo l'opera che vale tantissimo.

Veniamo ai tre che ho nominato e detto di non stimare, al punto che non li considero artisti.

Juan Mirò. A Montmartre all'inizio, come tanti faceva la fame. Tutto partì con l'opera “La Fattoria”.


Come potete vedere, del Mirò che conosciamo non c'è nulla. Un paesaggio figurativo. Il gallerista che lo aveva in conto vendita, dopo averlo esposto per un po' senza esito, propose al pittore di tagliarlo e farne sei tele di misura più commerciabile. Mirò si indignò e riportò il quadro a casa. Venne Hemingway a Parigi. Andò dagli amici artisti e gli dissero che si passava a prendere anche Mirò (così almeno mangiava...). Arrivati a casa dello spagnolo, lo scrittore, che era già una star, vide il quadro e chiese quanto costava. Mirò ebbe l'intuizione di sparare un prezza molto alto. Hemingway, che un po' spaccone lo era (un bel po'...) ebbe una reazione di banale orgoglio e disse lo compro. L'opera attraversò Parigi sul suo cabrio e tutti videro e vollero sapere. Mirò iniziò così. Perché passò a quella "roba" macchiata con la quale lo identifichiamo? Perché sorta la moda, e in modo improvviso e insensato, ebbe maree di richieste. Non poteva fare cose come “La fattoria” che richiedevano tempo. Scelse la soluzione più rapida. Fu così in grado di fare tante tele quante il mercato, ormai quasi globale, chiedeva. Pensate... Riuscì a produrre opere che erano considerate artigianali, fatte a mano, individuali, ma di fatto seriali e in quantità, come le stampe. Idea geniale... per il mercato che richiedeva anche, ad un artista, di essere ripetitivo cioè immediatamente riconoscibile. Accadde comunque che l'ambiente degli artisti, che già vendeva pochino, e causa quel boom artificiale, per un certo periodo quasi nulla, ebbe reazioni in alcuni casi assai forti. Qualcuno tentò pure, in un impeto di rabbia, di impiccarlo...
L'opera, era di proprietà di Margot Hemingway, figlia dello scrittore. Ora non so chi ce l'abbia.

Bella storia, non trovate?

Marcel Duchamp. Di famiglia della piccola nobiltà, abile giocatore di scacchi (aura immediata di intelligenza appiccicata addosso) e … artista. Cosa gli accadde? Seppe cogliere l'occasione. Molti artisti erano invitati negli Stati Uniti alle manifestazioni, ma nessuno osava andarsene da Parigi. L'impegno (gli aerei ancora non esistevano...), richiedeva, fra viaggio e presenza, almeno quattro mesi. Una stagione della Parigi capitale dell'arte! Ma chi era disposto a perdersela? Duchamp...

Armory show; 1913, se non erro (sto andando a memoria). Lui presentò “Nudo che scende le scale” del 1912 che altro non è che la copia pittorica di una foto di Muybridge,



accurato studioso del movimento sia umano che animale. Niente in tutto quindi. Una copiatura con una tecnica in quel momento considerata più nobile della fotografia. Una furbata povera di contenuto. Negli Stati Uniti fece un giro nelle città più importanti. Ebbe accesso ai salotti buoni, che erano composti da milionari vogliosi di spendere, e con un passato rapace e solo calcolatore da ripulire, dandosi per esempio la patina del mecenate. Duchamp tornò in Europa che era una potenza. Disponeva del “portafoglio” di molti ricchi che gli chiesero di comprare per loro opere che lui giudicava di valore. Loro, i ricchi, non potevano, se non forse una volta nella vita, lasciare i loro affari per “cacciare” opere a Montmartre e Montparnasse. In più sapevano di capirci poco. Quell'uomo giovane, fine, salottiero e campione di scacchi (per corrispondenza), dava fiducia. Ci sapeva fare … ma saper fare nei salotti e saper fare l'arte... son due cosucce un po' diverse, non trovate?
Quando giunse in Europa, presto tutti capirono qual'era il suo potere. Chi poteva permettersi di contrastarlo? Nessuno. Se lo facevi perdevi la possibilità di qualche acquisto. Duchamp era comunque intelligente e non sensibile e volle pure essere artista. Poiché aveva il rispetto altrui per via pecuniaria, e sappiamo quanto essa sia sacra per molte, troppe persone... osò i ragionamenti più assurdi. Nessuno lo contrastò … anzi. Parlarne bene poteva servire …

Kandinsky. La sua fortuna venne dalla baronessa Hilla Rebay. Il vecchio Guggenheim la amava e lei se lo portò in Europa per scegliere un artista che fosse di punta per le sue idee. Aveva deciso che l'arte doveva essere non figurativa. Fu scelto Kandinsky, che era uno fra i tanti, senza infamia e senza lode, che spesso era ridotto a organizzare collettive per infilarci poi dentro qualche tela sua e sperare di venderla.

Sono fatti. Il caso di Hilla Rebay per esempio è noto, e la famiglia del vecchio milionario, la odiava e la apostrofava con un termine non proprio delicato, poiché si sapeva che aveva fatto perdere la testa a Solomom e questi obbediva come un cagnolino. in ogni scritto trovate riferimenti sufficienti per indagare di persona ...

Veniamo ora Koons.

Dagli articoli di Corriere della Sera, Stampa e La Repubblica, scopriamo che Ballopn dog è in acciaio, alto quattro metri. E' arancione e ne esistono quattro esemplari di colore diverso.




Si dice che “a differenza degli altri allievi di Wharol, non monumentalizza i prodotti di uso quotidiano, ma esalta oggetti inutili” (Corriere della Sera. 14 novembre). Una fatica bestia per trovare un senso ad un oggetto che non ce l'ha... Il paradosso dell' "arte commerciale", definizione di Wahrol, consiste nel fatto che l'arte commerciale non è. Può diventarlo, ma è una conseguenza involontaria all'agire dell'artista. Bacon, quando fece il trittico con Lucian Freud, aveva qualcosa di vero da dire. Gli premeva dirlo e non si preoccupava se il discorso portato avanti fosse o meno anticommerciale! Se si legge l'autobiografia di Wahrol, si scopre un mondo fatto di sregolatezza assoluta e di ricerca continua del successo. Quella di Bacon è invece fama... quella fama che scatta dal senso profondo delle cose che in arte, da Goya in poi (con poche eccezioni precedenti, in Rembrandt per esempio e Michelangelo) esprime la visione interiore senza attenuanti, senza scuse, oltre la morale che ogni epoca ha.

E qui inizia un percorso "vero". Quello di Bacon. Si parte appunto da Rembrandt che produce autoritratti non per venderli e nemmeno per avere una sua “foto” per i posteri.


Sono troppi per non risconoscerci un altro senso. Si studiava. Il mercato era fuori. La sua gioia, il suo narcisismo, la sua decadenza fisica! Michelangelo invece, assai abile (più di tutti gli altri secondo me anche in questo), Obbediva alla committenza, ma metteva poi il suo senso nelle cose. Il Giudizio della Sistina per esempio, venne composto dopo che si era consultato con rabbini, che stimava. Vediamo due ebrei dipinti, e il suo amante. Era la sua visone della vita che nascostamente alla chiesa ufficiale, ora leggiamo.

Goya ebbe qualche crisi al limite della follia. Vedere i dipinti della “Quinta del sordo” per esempio. Da pittore ufficiale di corte che rappresenta … l'ufficialità, con qualche raro spiraglio personalistico, accade dentro gli si rompe un equilibrio e inizia a disegnare, dipingere, incidere quel che pensa e sente. Autoritratti per esempio,


e poi la serie di incisioni dei disastri della guerra che sulla guerra diceva una verità risaputa ma che si taceva … morire per la patria! E lui fu il primo a dire di no anche in arte.

Si passa Poi a Toulouse Latrec, malato di nanismo,



nobilotto, che decise di vivere ai margini, a contatto con quel mondo che la morale negava ma sfruttava... Le sue opere ci mostrano saloni da ballo con uomini laidi, di fatto orrendi perché rispecchiano il loro nulla interiore, e donne che recitano la parte.



Era in grado di inneggiarev alla qualità. Il suo ritratto di Van Gogh,



del quale fu il primo strenuo valorizzatore, fin da sfidare a duello chi lo criticava, è un monumento che sacralizza.

Picasso arriva a Parigi. Vede i quadri del nobile Toulouse e comprende. Produrrà cosette che non son copie. Sale da ballo con sguardi lanciati in modo ferino. Aveva capito. C'era la recita e l'io.


Già qualcun altro, con abilità sopraffina aveva fatto un doppio gioco interessantissimo e che ora, dopo decenni ci è chiaro. Giovanni Boldini. La Parigi che conta voleva il ritratto da lui. La donna d'elite, voleva nel suo salotto la propria immagine. Boldini ce le mostra, narcisiste pure, che utilizzano lui, per i loro intenti modaioli. Io sente nelle sue tele, raramente la bellezza, il fascino di quelle donne, poiché secondo me lui stesso raramente la sentiva.



Le smascherava ma nascostamente. Diceva sei solo moda, solo apparenza.



Lo capìì bene ad una mostra di Boldini nella sua ferrara, a Palazzo diamanti, di qualche anno fa. Quando ritraeva gli uomini, sembrava di vedere quelle foto fatte fra amici ad una festa. In tre per esempio si chiamano e chiedono ad un quarto di fare uno scatto. Niente più quindi di un ricordo di una festicciola. Il quarto era il pittore, amato e vezzeggiato che i salotti li frequentava. Quegli uomini erano insipidi e seriali, nell'abito e nella mancanza di spessore nello sguardo. La mostra di Ferrara terminava con un grande quadro che rappresentava una donna americana. Mi sorprese. Questa non sfoggiava se stessa. Approfittava del momento della posa per cercare di comprendere qualcosa dell'artista. E Boldini che lo comprese lo impresse, delicatamente ma per sempre. La nuova civiltà. Viva perché curiosa...

se osserviamo quadri di Tissot,




vediamo la vita mondana nella sua patina di superficie e basta. Quel che Dumas ci racconta ne "La dama delle camelie" ancora non esce, non ne ha motivo ne coraggio. Un esempio. La protagonista del romanzo, Violetta, nei giorni "buoni",(faceva il mestiere d'alto bordo), portava una camelia bianca; quando aveva il ciclo, e quindi poteva solo far compagnia o dialogare, la camelia era rossa ... un tocco che al profano sarebbe sembrato eleganza ... e invece era miseria. Questo in Tissot per esempio non lo troviamo. Bei quadri, ma non sfondano l'apparenza di quel che ritraggono.



Questa dama, sempre di Tissot, rivela il salotto, non la relazione con l'artista e col proprio io puramente narcisistico che scopro in Boldini...
E Sargent per esempio, che ritrasse anche lui il guscio della borghesia inneggiandola.



Artisti belli tecnicamente. sensuali come per esempio anche Alma Tadema, ma senza una verità da dire. Pittori della corte ... borghese.

E Van Gogh che nel frattempo si ritrae in posa composta, ma mostrando con le pennellate l'inquietudine interiore che pervade anche l'azzurro del cielo.


E che non esita a ritrarsi dopo il primo attacco epilettico,



convalescente e sofferto e la ferita all'orecchio, medicata ma bene in vista.
la realtà quindi, intesa come connubio rivelato fra interno ed esterno dell'essere umano, e se stessi come soggetto in esame, l'unico di cui si potrebbe forse sapere tutto.

Picasso quindi, in un mondo di artisti che iniziano ad indagare l'io o quel che c'è oltre l'apparenza


(Gericault lo metto fra questi) approda tramite Lautrec a quell'analisi dell'interiorità ... che va oltre la facciata. (Sotto, autoritratto di Picasso, con cappotto nero 1911)


Bacon, (questo è un autoritratto)



e Lucian Freud, ( due autoritratti)





 e aggiungo Giacometti



con i loro ritratti  e autoritratti che amo molto, analizzano se stessi e gli altri e ne escono sconvolti. Per Freud il corpo è un ammasso di marciume, di decomposizione in atto, che corrisponde alla decomposizione interiore



che nessun atteggiamento, nessuno sguardo può rendere dignitoso. Il suo autoritratto rivela agitazione interiore che deraglia nel nulla. Spesso i modelli/e son nudi, senza attenuanti.

Bacon Invece scopre, non unico, l'aggressività. Anche Balthus ne “parla” nella sua opera e per lui è la dilaniante battaglia fra uomo e donna. Bacon invece decide di deformare, rendere mostruoso, e poi approda a quelli che considero i suoi capolavori. I cardinali






e la copia di Innocenzo decimo. Aggressività pura rivelata in quella che dovrebbe essere la figura simbolo della bontà, Il papa era solo a Roma, ma ogni zona del mondo ha il suo cardinale che è qualcosa di esistente, visibile. Scelse poi un papa defunto da un pezzo, senza toccare quello vivente. Non ce n'era bisogno. Non voleva offendere, rompere i vetri, ma far “sentire” quel che lui soffriva e probabilmente sentiva di essere.

Ecco tutto. Bacon mi fece una impressione tremenda. Quando era ancora vivo visitai il suo studio e lo vidi per un attimo. Aveva sul viso qualcosa di laido e sofferente. Un uomo che non credeva più in nulla. Lo studio era lurido fino all'inverosimile. Un immondezzaio, lo specchio della sua sofferenza. Lo rifiutavo. Non lo sopportavo. Mi faceva male la sua opera. E Poi scrissi “Kopf”, “Creatura” e “Peter” che potete trovare qui nel blog , e compresi che il mio messaggio era il medesimo suo, sconvolto per l'aggressività quotidiana che sentivo e sento ovunque, in piccole e grandi cose.


Anch'io ormai, come lui, vivo ai margini di me stesso, con un timore immenso per il mondo esterno. Quando mi relaziono spesso recito. Mi basta cogliere un minimo sentore di aggressività e chiudo tutto, anima e cuore, ma già è entrata in me quella tendenza spasmodica del tutti contro tutti che mira a sottomettere per sentirsi vivi, trionfanti. Bacon è immenso. É lo specchio di questa epoca e Lucian Freud lo segue, da vicino. In un post del quale ora non ricordo il titolo, critico non tanto Lucian Freud, ma quel che gli accadde intorno. Per una parentela non nota, con un re dei media, un'opera iniziata già si faceva visibilissima in tutto il mondo, già aveva un prezzo stellare. Già era moda. Ma Bacon e Freud moda non sono. Sono senso profondo. Che le operazioni commerciali si nutrano dei Koons, Oldenburg, Wahrol eccetera. Loro producono e producevano per vendere e per il successo. Bacon e Freud produssero con sofferenza e l'esito non voluto fu ed è, una giusta fama.

Amen






venerdì 15 novembre 2013

Il barbiere di siberia Di Michalkov




Questo film non merita di essere offeso proiettandolo in una multisala. Non è spettacolo. E' una cosa seria. Meriterebbe che accadesse in un tempio.

Anno 1998. Nikita Michalkov è regista di questo film, ma suo è anche il soggetto, la sceneggiatura.

Iniziamo ad inoltrarci nella trama. E se non l'avete ancora visto, trovatelo. È un ordine. Vi farà bene. È una medicina, un grande insegnamento. Non solo il corpo va nutrito.

Prima scena brevissima. Una Troika (slitta con cavalli) in un paesaggio russo innevato. Un uomo grida qualcosa. Scopriremo che è un generale. É un attimo. Vediamo poi una persona con una curiosa maschera di cuoio dotata di filtro. È un altro attimo, e poi ecco che si inizia. Inizia qualcosa che ha una trama e quelle prime due scene sono dimenticate. Cadetti russi. Mosca. Cortile d'onore del Cremlino. È il giorno del giuramento. Si attende lo czar. L'aria si taglia a fette. Arriva. Lo svolgimento ci permette di identificare un generale, Radlov, il granduca fratello dello czar, e lo zarevic, l'erede al trono, il bambino. Ci son scene che sembra abbiano il compito di far solo sorridere, come per esempio quando l'erede al trono, sul cavallo col padre regnante, ripete l'ordine che questi ha appena dato. I soldati schierati sono per un attimo disorientati e poi salutano esattamente come han fatto col padre. Ma non è solo una scena per un sorriso. È la voce dell'innocenza. Michalkov ci mostra chiaro il registro, l'area, il valore, dei quel che farà. Abbiamo anche a che fare con un dialogo fra Czar e czarina. Lei è irritata e dice “Quante volte sarà necessario dirvelo! E' ancora troppo piccolo per questi urli, lo eccitano. Ma perché non mi ascoltate mai!” “E lo czar risponde “se io vi avessi ascoltato cara, non avremmo neanche un figlio.” Questo passo è fondamentale. Lo czar, archetipo del maschile. Lei, l'archetipo femminile. Lui, volto pratico, vissuto. Lei bella, quasi di plastica.

E ora devo aprire una parentesi. Tempo fa, dialogando con una celebre stilista milanese che ha una mente eccellente ed assai artistoide, mi sentii dire che le donne hanno ottenuto l'emancipazione ma la stanno usando male. Mi ha detto di avere conoscenti che vanno a Cuba o a Capo Verde esattamente per i medesimi motivi per cui ci vanno gli uomini. Una volta insomma che la donna ha avuto in mano la propria esistenza, non sempre ma troppo spesso, ha dimostrato di non essere migliore. Ebbene. La nostra epoca sta assai soffrendo di un maschio annichilito, che fatica a gestire un rapporto che si vorrebbe realmente alla pari, ma che diventa una curiosa lotta spezzettata dal quotidiano, dalle minime nervosità eccetera. Nessuna certezza. Ogni legame si può rompere. Si può scappare, tornare, sporcare, e pretendere di ripulire. Lo czar ama lei, ama anche la vita e ha desiderato un figlio e se lo gode. Questo figlio è il contraltare di un altro che scopriremo nel finale.

Lo czar se ne va, il giuramento è terminato. Rimane in scena la tavolata di cadetti che hanno brindato con lui, e iniziano a volare i cappelli. É la festa della gioventù, della giovinezza. A questa si opporrà una “festa” della follia, della disperazione, della gioventù sfregiata, in stazione, davanti ad un treno che parte e va …. in Siberia, più avanti.

Ora abbiamo uno dei cadetti che cammina per strada. Il suo generale lo ferma e gli chiede/ordina di salire. Questo grosso signore di mezz'età è emozionato perché sta andando a fare la sua dichiarazione d'amore, la prima nella sua vita, ad una donna. Chiede in un certo senso conforto morale al ragazzo che essendo un suo subordinato, non può certo rifiutare.

… Ma la situazione che si crea è paradossale. Lui, il cadetto, stava riportando il ventaglio a quella medesima donna. Ci si era seduto sopra inavvertitamente in treno e lo aveva tenuto, per farlo riparare … ma in fondo per rivederla. C'è un vecchio, che si scopre essere il patrigno di lei, c'è il generale, nel salottino, e il ragazzo. Il generale gli da un foglio e gli chiede di leggerlo. Il generale va al piano e crea una fintissima situazione romantica. Lui, il cadetto, il ragazzo, inizia a leggere, ma poi non ce la fa più, va a ruota libera e fa non quella del generale, ma la sua dichiarazione. Poi si scusa e se ne va. Noi comprendiamo che lei è sorpresa ed emozionata. Il generale si ritira incapace di reagire.

Ora il generale fa, prima cercare il ventaglio che trovano sotto il cuscino della branda del ragazzo, e poi, radunare il corso. Stanno provando “Le nozze di Figaro”. È l'allegria, la festa della gioventù, alla quale partecipa anche la corte nella persona del Granduca. Dicevo, il generale fa radunare il corso. Fa fare cinque passi in avanti al cadetto Andrej Aleksej Tolstoj (nessuna parentela con lo scrittore) e lo accusa pubblicamente di aver rubato il ventaglio. Vuole punirlo subito, ma si deve rimandare. Per lo spettacolo Andrej è insostituibile.

Scena successiva. Andrej ha bevuto e sta rincasando. C'è Duniasha, la cameriera. I due rubli della bevuta erano i suoi. Lei non risponde e dice che sopra c'è una persona. Lui, distante anni luce dalla verità, pensa sia tornata la madre che era in viaggio. Perché non capisce? Perché crede di aver commesso un gesto folle, così pensa, e ora sta per abbattersi la punizione … e invece i gesti dell'amore sono gli unici senza follia. … E invece è lei. La donna alla quale ha fatto la dichiarazione. Leggiamo subito in lui sorpresa ed emozione. (L'attore che interpreta il ruolo del cadetto, è Oleg Menshikov. La sua parte era difficilissima e lui è stato all'altezza. Chiarirò nelle prossime righe).

Ora inizia un “gioco” a tre. La cameriera, Duniasha, ama il cadetto, e solo con il corpo, il viso e il gesto, ci rivela la sua agitazione. Le parole, tutte quelle che dice in questa scena, sono da cameriera, i gesti da innamorata. La donna soffre in silenzio, la sofferenza silenziosa di chi costruisce come la formichina, non l'impulsività di chi spacca tutto. Il presente è sempre fragile. Con niente si rompe, e ripararlo spesso richiede anni. Veniamo ora al cadetto e alla donna in visita. Non abbiamo dubbi. Lui è innamorato perso. E lei? Sembra di sì poiché è andata volontariamente in quella stanza. Inizia il dialogo. Lei fa le domande e lui risponde, inciampando, tentennando, con molti imbarazzati silenzi. E poi si arriva al culmine. “Veramente mi ami?” chiede lei. E lui ammette. A questo punto lei agisce in un modo che ci sorprende. Non vediamo cosa accade, ma lo scopriamo dalle sue parole e dal volto di lui. Abbiamo qui una scena capolavoro. Primo piano su lei al minuto 25.47. Lui è sfocato sullo sfondo, seduto ad un tavolo. Lei esce di scena e sappiamo che è andata prima a provare un carillon e poi sul letto. La macchina da presa rende soggetto lui, il suo volto e il suo busto, e poi si focalizza sul viso e possiamo cogliere le mille sfumature di uno stato d'animo raffinato ed enorme. É in questa scena che Oleg Menshikov è secondo me eccellente.

Quel che fa lei, e che noi capiamo dalla reazione di lui e dalle di lei parole, è stendersi sul letto, spogliarsi e chiamarlo. Notate per favore la finezza del regista. La scena farebbe “audience”. Un po' di nudo di una bella donna. E invece solo qualche frase lievemente lasciva. Siamo oltre il cinema da cassetta. Qui le auto non esplodono appena le sfiori, il sangue non sprizza o scorre a fiumi. É il cuore, e accade anche a noi, ad esplodere. All'inizio quell'inquadratura che inizia al minuto 25:47, e che dura fino al 27:22, ci disorienta. Al cinema siamo abituati a scene rapide. Conta attualmente più l'azione che il senso, ma se il viso del cadetto ci coinvolge, e questo accade particolarmente per gli uomini, ecco che si vola in alto e ci si emoziona. Il culmine si ha quando lei chiede “Non venite? Non avete voglia?”. E lui fa cenno di no con la testa e dice con fatica, con sofferenza “così no. Voi, voi non mi amate”. Attimo di silenzio, lei cambia tono di voce, lo invita a girarsi perché è intervenuta la vergogna della nudità, che è sconosciuta all'amore e al paradiso che son sinonimi, e si veste. La scena, durata ben un minuto e trentacinque secondi, si muove. Lei ha capito che ha sbagliato metodo. Le armi della sua vita precedente non sanno affrontare l'amore, quello vero e sta per andarsene sconfitta … ma lui ha un attacco, cade a terra, ha problemi di respirazione. Lei si precipita su di lui, è sconvolta Questa aria densa di realtà collegatela alla maschera di cuoio della prima scena. Fatelo già da ora per favore. Si scusa e finalmente elimina le sue barriere e si consegna al sentimento nella sua realtà più vera. Ora sono nel letto. E' accaduto. Lei tenta di spiegare la sua vita. Quello, il suo patrigno, divenne il suo amante. Racconta tutto, e anche noi rimaniamo sconvolti da alcuni aspetti della sua sincerità. Lei ammette che non può dire di essere stata traviata, sedotta. Ha partecipato. Riesce ad ammettere che dopo il primo amplesso col patrigno, rapporto estorto facendola bere, e che non voleva, la mattina dopo scoprì se stessa, abbracciata a lui nel risveglio. Ora sono soci in affari. Sono li, in Russia, alla corte moscovita per reperire i soldi per una macchina che il patrigno ha inventato e intende produrre. Comprendiamo che lui accetta quella spiegazione, dalla scena successiva.

É tenero il dialogo sulla prima volta di lui. Lei pensa che sia stata quella appena accaduta in quel letto, ma lui nega in modo così imbranato da farci pensare che forse qualcosa di superficiale, qualche amplesso, c'è stato. Piccole cose e grandi, quelle di lui e quelle di lei, del passato non condiviso, vengono comunque azzerate. La vita inizia in quel momento.

Lui torna alla camerata e fa uno scherzo a tutti. É felice e non abusa della parola. Essa, la sua scelta, non si appoggia su un progetto pratico, qualcosa di funzionale alla quotidianità. Si basa sull'amore, il fondamento per la casa di ogni rapporto che si desidera duraturo.

Ed ecco la sera a teatro. Ci sono Il granduca e lo zarevic. Ci sono tutti. Inizia la recita ed è un successo. Al termine del primo atto, Il generale, ancora invaghito, presenta lei al granduca, e qui il bambino, il figlio di re, il folletto, la voce dell'innocenza, compie un'azione che ci fa ridere ma che sfugge ai più di senso. É in braccio al granduca zio, questi saluta la presentata e rimedia una specie di ceffone in fronte, dal bimbo. Chiede perché e si sente dire che c'era una mosca. Ma è aprile, e per la primavera moscovita è presto per le mosche. Il bimbo passa per maleducato quando invece è sincerità pura. L'occhio del granduca aveva ammirato la femmina e non salutato la donna e la purezza più pura lo ha strigliato.

Al termine del secondo atto di questa opera di Mozart quindi, tranne il granduca, che è un po' scornato, son tutti contenti, ma accade che casualmente il nostro cadetto sente un dialogo di lei col generale. Lui è giovane e inesperto. Nonostante le spiegazioni di lei non comprende la natura utilitaristica del doppio gioco che lei sta facendo, e reagisce fuggendo sotto la pioggia, con angoscia, e di nuovo con quei problemi di respirazione. La sua dimensione accettabile, l'unica, è quella della purezza del sentimento, senza contaminazioni. I compagni lo recuperano. Non capiscono cosa succede, ma son tutti per uno e uno per tutti. É un mondo ancora puro il loro, il male non esiste, ma prima comparsa di essa nella loro generazione è avvenuta con l'accusa bugiarda di furto di un loro collega. Lui arriva sul palco, ma è sconvolto. Vede lei seduta sorridente vicino al generale e non resiste. Prende l'archetto del violoncellista, va in platea e frusta in viso il generale. La situazione crolla. L'onta del gerarca viene nascosta nell'accusa di tentato omicidio nei confronti del granduca. Processo, condanna a sette anni di carcere più cinque di confino in Siberia.

Ed ecco la grande marcia dei condannati verso la stazione e tutti che arrivano per vedere o salutare. Li caricano sul treno e sentiamo le grida. Le principali sono “Figlio mio!”, segue “Padrone mio!” ed è Duniasha, poi “amore mio” ed è lei, e poi il grido dei compagni di corso. Essi inseguono il treno, sono disperati. La loro generazione è stata sporcata, intaccata, ed erano innocenti. La scena è eccezionale. Val più il grido di loro che quello delle due donne amate e della madre. É il grido di una vita distrutta? Non solo, Anche chi rimane non è più lo stesso. Ora il male c'è, è stato creato, esiste. E' concreto e non puoi più eliminarlo poiché, ricordatelo. La vita è il paradiso. Il male ce lo mettiamo noi e si potrebbe, si dovrebbe farne a meno … e questo, Michalkov sembra saperlo molto bene.

E lei, che nel film si chiama Jane, aveva già incassato due batoste enormi. Era andata al carcere prima della partenza a chiedere di vederlo. La guardia ha chiesto “Chi siete per lui” e lei che non sa rispondere, propone dei soldi ma viene lasciata fuori. E' poi andata a casa di lui e c'era la famiglia riunita con la madre piangente. E' entrata come una valanga dicendo che il figlio è innocente, che lei a teatro c'era, che ha visto tutto. E la madre chiede “ma voi chi siete”, e lei deve ammettere … che è nessuno.

Ha senso continuare a spiegare la trama? Non più. Lei vive nel senso di colpa, in America. Non ha avuto il permesso per potersi recare in Siberia e solo dopo dieci anni, e nel frattempo aver sposato il patrigno, riesce ad andarci. Una casa enorme e vuota la accoglie. Sente una presenza ma non la vede. Vede comunque le foto. Lui si è sposato con Duniasha. Ormai ha figli. E' arrivata tardi.

La scena della sua fuga da quella casa, la scena della sconfitta definitiva e del dolore, è un capolavoro. Sappiamo che l'invenzione del marito patrigno è “Il barbiere di Siberia” una macchina taglia-alberi enorme, mostruosa, che spaventa la gente. Gli alberi cadono, e questa scena si alterna con la carrozza che corre corre corre, verso il nulla interiore che lei deve accogliere in sè.

Il finale comunque ha un dono. Quell'unico amplesso dell'amore puro, ha generato un figlio. É in America. Porta il cognome del padre, ma è fragile e immenso come il padre naturale. Ed ecco la magia dell'amore, della vita. Lo sentiamo già nel legame padre figlio tramite mozart, qualcosa che sembra venire dal dna. Quella maschera di cuoio con filtro,
che abbiamo visto all'inizio è sul viso di quel figlio che non respirerà, che non vuole respirare e quindi vivere l'aria che soffocò il padre. Anche qui sembra che nella briciola di anima paterna passata a lui nella fecondazione, fosse presente quel dato. Quell'esperienza di soffocamento che noi due volte abbiamo visto all'apice di una sofferenza. É simbolo estremo, quella mostruosità di cuoio, di non voler essere contaminati, di aver paura della vita. Vedremo il momento nel quale se la toglie.

Un gioiello. Una lezione per queste nostre vite troppo concrete. Ciao.

mercoledì 13 novembre 2013

Un amore (storia vera)




Di solito quel che scrivo è invenzione con una base autobiografica vera che solo nel caso del racconto “Ornella”, rivela anche il nome della protagonista. Ricordo bene quella sera. Arrivai, a casa sua. Eravamo solo lei e io. Accese un centinaio di candele in silenzio. Io seduto su una poltrona osservavo stupito. Poi, quando il grande salotto ai Parioli ebbe l'aspetto assai suggestivo che desiderava, si stese per terra di fronte a me su un tappeto persiano e mi disse che aveva bisogno di raccontarmi una storia, un fatto della sua vita. Come mi capitava e mi capita spesso tuttora, mi aveva scelto. Ascoltare è bello, ma raramente quel che ti raccontano vale oro, oro per la sensibilità, per l'anima. Ornella quella sera mi donò la sua storia, il fondamento traumatico della sua esistenza e non resistetti, scrissi il racconto e glielo mandai. Si commosse e mi autorizzò a intitolarlo col suo vero nome. La medesima cosa è accaduta oggi. Ho scritto impetuosamente, di getto e la persona ha letto e approvato.

Questa mattina, tredici novembre 2013, è accaduto, per la seconda volta nella mia vita, di sentire una storia veramente grande, che non può, non deve, non può essere consegnata all'oblio. Solo a scrivere questa ultima parola, lo dico senza vergognarmene, mi son commosso.

Veniamo alla descrizione della situazione, in me, che precede questo incontro.

Son partito dalla città dove mi trovavo. Qualcosa non va. Sono molto giù, e spesso quando accade vago quasi a caso. La macchina decide la meta. Non ero, non sono solo. Ho un cane non mio che da mesi vive con me e Lolita, la Beagle veramente mia. Si tratta di un levriero tigrato, stupendo. Ho preferito così. Lolita da amici. È tascabile e per via del suo passato traumatico preferisce un divano ad un viaggio. La levriera, Phyllj, invece non chiede di meglio che “saltare” in macchina e partire.

E così, con l'umore nero, con la sensazione di viaggiare verso il nulla, con in certi momenti una sensazione di angoscia che quasi toglie il respiro, son partito. L'insonnia ha massacrato la mia lucidità in queste ultime settimane. Penso di essere veramente uno straccio e questa scelta è un modo di reagire. Prima, come forma di rinnovamento, in casa, ho buttato via tante cose inutili e oggetti che son ricordi. Questi ultimi innescano, direzionano il pensiero e avevo assoluta necessità di liberarmene.

Ecco qual'era la mia situazione quando il pomeriggio di ieri, dodici novembre, mi son messo a passeggiare per le vie di questa città che solo superficialmente conosco. Ci tengo a ricordare al lettore che non sto inventando. Serve la massima sincerità per raccontare questa storia e ci sto provando. Ieri pomeriggio, passando in una viuzza secondaria a ridosso del centro, davanti a me vedo una donna, di schiena, che spinge un passeggino. Il marciapiedi è stretto e Phyllj e io rallentiamo. La donna sta cantando. Una voce molto bella. Una ninna nanna. Vista da dietro, fisico minuto, jeans e un insieme di particolari che non mi fanno minimamente dubitare che si tratta di madre e figlio. Phyllj ascolta piegando lievemente il capo e poi ha uno scatto di gioia, le si avvicina, si vedono e la madre smette di cantare. Asseconda le effusioni di P hyllj con una spontaneità bella. Sembra quasi che si conoscano, ma so che non è possibile. La levriera ha quattordici mesi e in questa città non è mai venuta, sono sicuro. La madre mi saluta e dice che il cane è bellissimo. La ringrazio e aggiungo che erano anni che non sentivo una madre cantare una ninna nanna al suo bimbo e per giunta con una voce così aggraziata. Sorride e dice “sono la nonna...”.

Quando sono molto agitato, tendo a tenere in mano, quasi fosse un parafulmine, una delle mie penne. Lei la vede e mi dice: “ha delle mani bellissime … e poi, quella è una stilografica, vero?” rispondo affermando. Intuisce più di quel che potessi immaginare. “Lei scrive …. ed è anche parecchio triste...”; mi viene il magone. Resisto. La saluto con un cenno della mano e mi allontano.

Il giorno seguente, questa mattina, dopo aver dormito in questa città, prendo un cappuccino in un bar abbastanza centrale, sedendo a un tavolo esterno per non aver problemi col cane, e poi mi avvio alla piazza principale. Vago a caso. Vedo poco intorno a me. Ho dei pensieri che mi danno tanto, troppo da fare e girano in tondo senza soluzione. Anche la notte è stata allucinante … quando ecco che appare la madre-nonna. É sola, con una sportina in mano. Ha appena fatto una spesuccia li vicino. Si avvicina e mi saluta come se ci si conoscesse da sempre. Phyllj si emoziona e mugola di gioia. Due parole appena di presentazione e poi mi prende per un braccio e mi porta a bere un caffè. Chiede di me. Da dove vengo, e una risposta chiara non so darla. Non è per desiderio di celarmi. Sono i fatti e cerco di farmi capire. Bevuto il caffè mi chiede cosa intendo fare ora. Dico “due passi così a caso”. “Posso venire anch'io?” accenno a un sì con il capo e, veramente a caso, iniziamo a camminare. Vedo un minuscolo parchetto per cani, incastrato fra due case, colmo di vegetazione florida e le chiedo se le va di entrare. Le va qualsiasi cosa, purché io sia li con lei. Sono stupito e non capisco. Nonostante la nonnità, è ancora una bella donna, me ne rendo conto, ma son spento sotto quell'aspetto da quasi due anni e spero, mi auguro che non si tratti di avances. Sembra che chi scrive, particolarmente poi se è da consolare come sembro io attualmente, piaccia molto, mi è già capitato, ma non intendo essere della partita. Ormai sono sulla difensiva, mi aspetto la mano che tocca la mia che era stata definita bella e… e invece mi invita a sederci a un tavolone di legno grezzo che ha panche su due lati. Non si è messa di fianco a me, ma di fronte. Forse che desideri solo quel diversivo? Quella passeggiata che interrompe una quotidianità forse monotona? La guardo incuriosito e mi viene in mente quanto era aggraziato e femminile il suo canto. E una immagine cresce dentro improvvisa prendendo forma in una frase che mi ripeto mentalmente. “Questa donna ha un giardino dentro. Il giardino dell'eden … chi è, cosa sta accadendo. Non si canta così a meno che non si sia del mestiere e lei mi ha detto che canta solo per il nipotino... chi sei, mi domando” … e penso alla sua amicizia con Phyllj che proprio in quell'istante con un balzo elegantissimo sale sul tavolo, mi annusa il naso e poi va da lei e la coccola con una familiarità che ha avuto solo, e raramente, con me. Ed ecco che la mia fantasia, in fondo la mia malattia, prende il volo. Penso al Lago di Nemi, a quel che si può leggere nel racconto “Kopf” e non solo. Ai miei incontri con la dea, con Virbio, col mito, col sacro, col nocciolo della vita. Mi commuovo e vibro, mi agito, ma solo dentro. “Chi sei? Sei tu? È una delle tue tante metamorfosi? Arrivi quando sai che sto così male che non so se deragliare o … o non lo so nemmeno io?” e lei mi dice. “Sai, ti ho seguito perché devo raccontarti una storia. Tu puoi comprenderla.” Sono agitato e chiedo “perché io?”, “perché come lui, usi la stilografica … perché le tue mani sono belle come le sue … sembrano le sue … e lui è morto da anni”. Comprendo l'allucinazione incrociata che stiamo vivendo. Io ho la sensazione di incontrare una delle rare manifestazioni della dea che abita a Nemi e che già mi si è manifestata, lei rivede in me un amore passato. Dico con un filo di voce che sono pronto e lei, guardandomi profondamente negli occhi, fino quasi a farmi male, inizia: “avevo undici anni … era il primo giorno di scuola, in prima media. Lui entrò e per me la vita cambiò, per sempre.”

Penso ad un compagno di scuola. Tutto bello, tenero e degno di rispetto … e invece mi dice che era il prof di italiano. Quarantasette anni lui, lei undici. “Ero una bambina sai. Niente sapevo del sesso, nemmeno immaginavo che potesse esistere, ma lo amai subito senza condizione. Lui se ne rese conto e fu gentilissimo e corretto. Andò tutto bene fino alla fine del secondo anno. A me bastava vederlo, averlo li davanti. Vivevo per lui, di lui. E poi, quando iniziò il terzo anno non c'era più. Aveva fatto il concorso da preside, aveva vinto e apparve un altro professore. Andai in crisi, gli scrissi col cuore in gola dicendogli chiaramente che lo amavo. Avevo tredici anni. Mi rispose. La lettera era scritta con la stilografica. Con una delicatezza meravigliosa mi fece capire che mi amava anche lui, ma il destino lo portava lontano.”

Ha smesso per un poco di parlare. In quel che mi ha detto c'è già qualcosa di grande, qualcosa che accade, sapete, ma che il mondo preferisce condannare. Tre giorni fa, dalla mia memoria esterna piena di film, ho deciso di guardare “The millionaire”, quel film di produzione indiana che ha vinto un sacco di oscar. Li accade in fondo la medesima cosa, solo che ambedue sono prima del sesso. Sono bambini. L'immagine di lei, Latika, indifesa, sotto la pioggia che chiede di poter entrare nella baracca, è più una visione divina che un evento reale.



E' la divinità che tramite l'amore rende significativa la vita di due bambini ridotti a men che il minimo dal destino. L'inquadratura di lei sotto la pioggia … lei che chiede di entrare … Afrodite che chiede di essere riconosciuta. Uno dei due fratelli le dice che c'è posto, che venga dentro. L'altro non la vuole. Uno avrà la redenzione, l'altro l'abisso.


Nella storia di lei invece, gli undici anni e i quarantasette, son dati che stridono, che facilmente sporcano tutto, ma lui diede amore a chi ne chiedeva, con lo sguardo, con le parole, con la presenza.

Due età sono quasi pure. Infanzia e vecchiaia. E l'infanzia anzi è purissima, per questo commuove l'adulto che davanti ad essa si sente sporco, sempre. Diceva Borges:

La vecchiaia

questo è il nome che gli altri gli danno

potrebbe essere un periodo stupendo.

Morto l'animale

o quasi è morto,

restano l'uomo e l'anima.

Sono andato a memoria, forse non è esattamente così ma il contenuto c'è tutto.

Nel bambino c'è l'anima che si sta incarnando, che nel corpo si sta mescolando.

Nel vecchio, ma non sempre, muore l'animale, o quasi muore, e restano l'uomo e l'anima.

Si torna come bambini, e pian piano si separa l'anima dalla carne e si torna … pura anima.

Purtroppo molti vecchi vivono di ricordi di sesso e di mangiate e basta, con una nostalgia accanita. Rimangono attaccati ai piaceri della carene con una carne, la loro, che ormai ha altro a cui pensare, ma non lo capiscono, e l'anima rimane mescolata … alla carne, e quando muoiono va in putrefazione con quest'ultima.

Ecco cosa ho pensato. La undicenne ha incontrato un uomo che ha capito e ha dato amore puro, quello senza carne, che è alla base di tutto, anche dell'amore carnale.

Porto sempre questo esempio estremo che la realtà purtroppo ci mostra spesso. Se si ama veramente, se la funzione sessuale risulta compromessa da una malattia per esempio, l'amore, quello vero, non ne risente, le sua basi son altre, son divine.

Lei riprende a raccontare. Il suo sguardo si aggrappa ai miei occhi con una decisione spaventosa. Devo comprendere tutto, fino in fondo, è questo che desidera, che ordina.

Terminate le medie la sua vita prese una direzione completamente distaccata da quel primo amore. Si sposò ed ebbe un figlio, ma le cose non andarono bene. Col marito non c'era quella scintilla che aveva già vissuto, che ormai conosceva, che per lei era l'amore. Compì ventisei anni. Era la mattina di quella data e decise di andare a scuola dal preside. Lui la ricevette, lei si sedette in poltrona nel suo ufficio e disse solo, semplicemente … “Ti amo”. Lui rispose “Ti aspettavo” e da quel giorno si amarono. Lui era sposato. Rapporto spento. Lei idem. Lui da anni andava da una prostituta, sempre la stessa. Ormai non finivano nemmeno a letto. Due chiacchiere, un po' di tivù, anche una cenetta in casa, e poi via.

Ora aveva lei. Era vivo. Ma dopo un anno e mezzo la situazione venne scoperta e dovettero separarsi. Si sentirono solo per telefono. Lei aveva un bimbo piccolo. Avrebbe fatto follie se non ci fosse stato il figlio, ma cedette al destino.

Lei tace di nuovo, e io immagino lui che torna dalla prostituta. Lei che sa tutto, capisce subito. Gli fa il caffè, cerca di parlargli. Lui scaglia via il telecomando e poi si scusa e scoppia a piangere. Lo mette a letto e gli sta vicino accarezzandolo. Riceve una telefonata. Un cliente, ma lei dice no, dice che ha un bambino che soffre … ed è vero.

Poi lei riprende il racconto.

Lui si ammalò. Ultima telefonata. “Sai, sono alla morfina, ormai mi capita di non ricordare nemmeno il tuo nome... il tuo, il tuo, amore. E' la fine.”

Lei tace. Sono commosso. Lei ha vissuto. Lei . Lei è stata. Lei è.

Mi chiede se a me è mai accaduto, e il lontano ricordo di un incontro, di un sogno in tram, e il cuore che si spacca in un attimo e divento una stella … ma accadde solo in me tanti tanti anni fa? E ora è polvere?

Lei mi dice che lo sapeva, che lo vede.

“Tu sei come lui. Tu sei il suo infinito già in uno sguardo. E ora vai. Vai, che non può non accadere qualcosa a una persona con quelle mani.”

le guardo le mie mani, mentre mi alzo, mentre mi allontano per sempre da lei, da quella cittadina.

Guardo le mie mani ora, mentre sulla tastiera con una foga nervosa, malata, scrivono queste parole.

Quando avrò finito uscirò. È notte. Nelle vie spopolate di questa nuova città appena raggiunta, nel freddo di novembre e dei miei pensieri che giravano in tondo, lei, la dea, mi indica la direzione. "... La tua stella è là in fondo, la stella scaturita dal cuore spaccatosi quel giorno, che vedesti ma ora non vedi, c'è, e c'è perché se non esistesse sarebbe tutto assurdo e non può, non deve esserlo!”

Posso solo dire al lettore che certamente la mia fantasia è alterata perché sono un po' giù, un bel po' anzi, ma credimi, questo incontro è veramente accaduto, quella storia è vera. Quando l'amore nasce prima della carne, è totale. Lei ebbe un'esperienza che li tenne separati, carne e sentimento, causa l'età e un uomo sensibile. Nell'età adulta, per noi, vederci bene, con la carne, i sensi che urlano, che litigano con noi, con gli altri, la loro fame, è più difficile, ma accade.

Ecco, ho terminato. Ora spengo il computer ed esco ... esco a cercare una stella che non c'è, un'isola che non c'è, ma la attendo, si, e credo alle sue parole.




mercoledì 6 novembre 2013

La "Carmen" di Tonino Guerra e Francesco Rosi


Questo post per me è importantissimo. Vi chiedo per favore di seguire una semplice istruzione. Andate su YOUTUBE, scrivete CARMEN FRANCESCO ROSI e selezionate il video di 11:12 minuti col titolo "Opera film Carmen de Bizet di Francesco Rosi 1984"; guardatelo e poi spegnete e andate a fare due passi. Vi chiedo insomma di digerire lentamente, sia in modo consapevole che inconsapevole, quel che avete visto e udito. Non mettiamo date. Si Tratta della Carmen del Bizet nella versione cinematografica ma, contrariamente da quel che dice il primo fotogramma,




non si tratta di un film di Francesco Rosi, bensì di Francesco Rosi e Tonino Guerra. Tanti danni ha fatto quella parolina “di”, il “by” del fotogramma, nella storia del cinema. Dichiarare che il film è del regista, potrebbe essere anche vero in alcuni casi, ma in altri, quel nome annulla collaborazioni alla pari, se non ben oltre, che non possono essere dimenticate. Possiamo così affermate che “La notte”, di solito di Antonioni, di fatto è di Flaiano, Guerra e Antonioni. “La dolce vita” è di Flaiano e Fellini, “Il cielo sopra Berlino” è di Peter Handke e Wim Wenders, eccetera.

Avendo conosciuto sia Tonino che Rosi, e assai bene il primo, spesso sono in grado, così d'istinto, di comprendere la paternità di questa o quella idea, di un certo particolare. Tonino confermò con allegria quanto segue.

Dunque, state tornando dalla passeggiata, e avete appena meditato. Tenete ben stretti quei pensieri e confrontateli con quanto ora vi racconto.

Abbiamo la prima inquadratura, quella della foto sopra. Una donna in età, che fa qualcosa con fiori rossi e ne ha uno nei capelli. Sappiamo dal fotogramma seguente



che tutte le donne, che vediamo dirigersi verso la piazza, dove le attendono gli uomini, hanno un fiore rosso nei capelli.

Sono le operaie della Manifattura dei Tabacchi che hanno terminato il turno di lavoro. Siamo a Siviglia, ve lo ricordo, ma non è necessario saperlo. Il luogo ideale, immaginario è la Spagna, la spagnolità. Inizia il gioco sensuale della seduzione. Son tutti giovani. Frase chiave che viene cantata: “Le dolci parole degli amanti sono fumo”, e mentre le sentiamo, mani femminili si innalzano imitandolo con grazia.



A questo punto, dal fotogramma che segue, esattamente al minuto due e dieci secondi, vediamo un uomo basso, tondetto, non bello e di spalle.



Di recente, mostrando ad un gruppo di persone, senza commentare, il medesimo filmato che stiamo meditando, tutti indistintamente hanno sorriso trovandolo buffo, quell'uomo; qualche ragazza lo ha paragonato a Lino Banfi, non scherzo. Si prosegue nel filmato



e vediamo questo anziano signore, che muovendosi a passo di danza, chiama le donne. Il suo passo è sgraziato? Le sue movenze come le trovate? Ridicole? Goffe? Penso dire che dire goffo e sgraziato possa sembrare ovvio. Proseguiamo.

Ha chiamato le donne e accade un fatto inaspettato. Esse gli sorridono e si mostrano in tutta la loro danzante floridezza giovanile.



Ma … nella realtà accadrebbe? Un no secco è la risposta ovvia. Questo dato ci è sufficiente per collocare la scena nell'ideale.

Durante la danza il vecchio non le tocca, le sfiora solo, e in un certo momento, ad una di loro sfiora la pancia.



A questo punto vediamo che guarda lontano e chiama qualcuno con un gesto.

Comprendiamo senza ombra di dubbio che si tratta di sua moglie e, vi faccio notare, è la medesima persona del primo fotogramma di questo scritto. Perché questa "coincidenza"?



Procediamo. La moglie si avvicina


Accennano a qualcosa che sembra l'inizio di una danza ma di fatto sfocia in un abbraccio tenero e, nel frattempo, tutti gli uomini giovani presenti, li circondano applaudendo.



Fermiamoci qui e meditiamo. Perché applaudono?

Ecco la mia versione.

Abbiamo giovani che si incontrano e iniziano il gioco della seduzione. L'uomo anziano è colui che ha portato questo “gioco” a compimento. Lui è arrivato in fondo al percorso dell'amore. Lui c'è riuscito. Sempre quando vedo questa scena mi commuovo profondamente. Non scherzo quando dico che mi vien assai faticoso parlare, perché rivelerei una agitazione interiore, nella voce, che so sembrare ridicola alla mia epoca, alla quotidianità. Le donne giovani, in questa scena ideale, non della realtà, non lo snobbano e, anzi, vanno ad adularlo con sorridente rispetto, perché in lui, tramite lui, la femminilità, nel sentimento, nell'erotismo, si è completata. Non lo temono. Le sue mani, per quelle donne, non sono voraci di sensazioni. Esse sono sazie. Sfiorano solamente. E ad un certo punto, con tutto quel che ha di bello il corpo femminile, si concentra con la mano aperta, senza toccare, sulla pancia, il luogo del concepimento, della nascita. E poi alza lo sguardo e chiama lei, lei che si avvicina col suo passo lento e, si lega in un gesto che sembra l'inizio di un passo di danza … e invece diventa un abbraccio. É tutto così perfetto, così misurato. É una delle tante prove Tonino, che eri geniale, ma quella genialità sfuggi l'altro giorno a tutti e sorrisero di quel vecchio goffo probabilmente trovandolo pure fuori luogo, insensato. Ora, se rimeditiamo i suoi gesti, comprendiamo che non sono sgraziati, ma carichi di esperienza di vita, di soddisfazione. Ora posso azzardare anche una spiegazione del primo fotogramma, dove vediamo la moglie del vecchio che sta lavorando attorno a dei fiori rossi. Stacca i fiori dai gambi e li assegna a chi, secondo lei, per la sua esperienza, non è più bambina, ma già donna. Lei è nume tutelare delle donne, lui, il marito, dei ragazzi. Con la loro esperienza positivamente portata a buon esito nell'arco di una vita, sono le guide riconosciute, accettate, amate.

Io penso che questo cameo del vecchio, sia un capolavoro.  E ora poniamoci una domanda che ci coinvolge tutti ... nella lotta dell'amore, perché di lotta si tratta, siete usciti vincenti come quel vecchio o sua moglie? siete o vi sentite ancora in gara come quei giovani? Posizionatevi idealmente, per favore, in relazione a questa scena. Immaginatevi con un ruolo... Ma esiste un'altra possibilità...

causata da CARMEN.

Le persone della piazza si accorgono che Carmen non è fra loro. Il vecchio sa dove si trova e indica un muro.


I giovani corrono e vi si arrampicano. Noi sappiamo già cosa accade là oltre. Un capitano col binocolo ce l'ha mostrato. Quella divisione netta è sconcertante. Qui la piazza che balla e di là, Carmen con alcune amiche, che giocano nell'acqua. La sensualità, ovviamente è portata così ad un apice al quale si è irrimediabilmente tutti attratti. Ora tutto gira intorno a Carmen.



Una ragazza seduta sul bordo di una vasca. Un giardino. Un frammento di Eden.


Chi è Carmen? Quella senza fiore rosso nei capelli. Ed ecco che l'io profondo si allerta. Tutte le donne ce l'hanno. Anche la moglie dell'anziano. C'è qualcosa di potente e pericoloso nell'assenza del fiore. Vuol dire che non è stata la saggia anziana a promuovere quella femminilità. Carmen è quindi qualcuno di inserito ma non completamente partecipe, superiore forse, ma visibilmente diversa per via dell'assenza del fiore rosso.
A questo punto Carmen canta la famosa Habanera. Frase chiave: “Se tu non mi ami ma io ti amo, sta attento a te”. Manca il fiore rosso. Canzone di sfida, col sorriso , certo, e la danza, ma di sfida.

I soldati della guarnigione si son mischiati ai giovani. Son ragazzi  anche loro e sembra normale, ma un ufficiale li invita a desistere e a rientrare in caserma. Lo fa in modo deciso e formale. Carmen non gradisce. Lei, come Afrodite, in quanto Afrodite, non tollera chi non sacrifica al suo culto. Già Ippolito, in un dramma antico, pagò caro questo torto.

Vediamo una mano che stacca un fiore bianco. La mano di Carmen. Il fiore bianco non ha un codice noto a quella comunità, quindi il suo agire risulta enigmatico, sospeso.




Lei, decisa, con un sorriso che non è solo un sorriso, ha intenzione di fare qualcosa con quel fiore. ...ma un fiore è simbolo di dolcezza, di tante cose, ma non di sfida … il fiore bianco disorienta ...

Carmen chiama qualcuno.


Viene e comprendiamo che è l'ufficiale che ha allontanato dalla danza i suoi sottoposti.



Vediamo dipanarsi una situazione che non comprendiamo ancora.




 Lei, con movenza enigmatica e sensualissima,gli lancia il fiore al petto ... al petto di colui che non ha permesso che a lei si sacrificasse.



Esattamente sul cuore. E' quella piccola macchia bianca sulla divisa. Tutti ridono, lui non capisce, nessuno in fondo comprende, e forse nemmeno noi se di quest'opera non conosciamo già la trama. E la musica ci fa comprendere che l'ufficiale è condannato. Ricordare ora,. intuitivamente, senza rendere razionale il pensiero, che il rosso è sensuale, carnale mentre il bianco è divino....

Fine del filmato.

Ebbene, se non siete riusciti a posizionarvi, come prima vi ho invitato a provare a fare, in quella danza di seduzione, se non siete il vecchio o la vecchia e nemmeno nessuno dei giovani, siete forse stati scelti e uccisi, non di fatto come accadrà all'ufficiale, ma dentro, nel profondo?
Sappiate che nella vita, ce lo insegna Kafka, spesso non esiste un motivo per una condanna. e si può essere, aggiungo io, condannati per qualcosa che non si ha commesso. ma in questo brano, in questo mondo ideale, il bilancio è esatto; l'ufficiale una colpa ce l'ha e pagherà il prezzo più alto.

Nella vita di tutti i giorni raramente si muore per amore. Muore qualcosa dentro e di amare una seconda volta forse, non troviamo più il coraggio. Questo accade, ed è come essere esclusi da quella danza bellissima, esser consapevoli, senza difese e senza saper come reagire, che mai si diventerà quel vecchio, e questo è di una sofferenza insopportabile.

Morire dentro.

Ma Tonino era un fiore di positività. Angelopulos, Rosi stesso, solo per citarne due, da lui ricevevano si idee grandiose come quelle del vecchio del filmato, ma anche una carica di vitalità che li sorprendeva, della quale non capivano la natura … e tutto accadeva perché Tonino fu era ed è, il vecchio di quella danza, l'uomo che per intercessione di amore diviene vivo.

E' ora, è questo il momento, con una nuova ricchezza, di rivedere questo capolavoro.

ciao Tonino

Ciao a tutti