lunedì 11 luglio 2011

Leggendo un romanzo di Umberto Eco




Ho iniziato la lettura de “La misteriosa fiamma della regina Loana”.

Sono arrivato solo a pagina trentaquattro. Sa scrivere. Penso si sia compreso da miei accenni scritti precedentemente che non ammiro molto il comportamento di Umberto Eco. L'ho conosciuto. Non ho fatto nulla per approfondire. Troppo narcisismo, troppo masch
Ho iniziato la lettura de “La misteriosa fiamma della regina Loana”.

Sono arrivato solo a pagina trentaquattro. Sa scrivere. Penso si sia compreso da miei accenni scritti precedentemente che non ammiro molto il comportamento di Umberto Eco. L'ho conosciuto. Non ho fatto nulla per approfondire. Troppo narcisismo, troppo mascheramento, troppa finzione. Chissà com'è senza maschera.
Ma quando si chiude in camera e scrive è bravo. E si capisce immediatamente perché il grande pubblico non riesca ad “afferrarlo”. Non è lui ad essere sfuggente, ma il suo mondo.

La fortuna de “Il nome della rosa” nasce su un equivoco. Sembra un giallo. Si tratta invece dell'iniziazione di un'adolescente alla vita. Chi ha un grande maestro, come il protagonista del romanzo, avrà una grande iniziazione, e quel ragazzo ha l'opportunità di comprendere nella finzione letteraria quel che a un essere umano arriva più o meno nel mezzo del cammin di nostra vita.

Un po' come per il film di Pupi Avati “Storia di ragazzi e ragazze” che la critica ha considerato come uno spaccato della vita durante il fascismo e invece è ben altro. Le coppie si formano, ma l'unica persona felice è la donna rimasta vedova da giovane. Tutte le sere saluta il suo uomo là fra le stelle. Per Avati nella vita la felicità non è realizzabile se non in forma di desiderio da proiettare nel futuro. Quando quel futuro si fa presente, rivela solo squallore.



Dopo “Il nome della Rosa” ecco “Il pendolo di Focault”. È il suo primo libro considerato veramente difficile dal pubblico e infatti le vendite calano vertiginosamente. Ho la sensazione che quella cultura universitaria così spinta, sia una maschera. Già il ragazzo del primo romanzo nasce secondo me da qualcosa che nella vita quotidiana di Eco, ha causato uno smacco, un crollo enorme. Oserei dire per lui spaventoso. È la solita questione. La gente, nemmeno gli esperti, non si domandano quale fosse la sofferenza di Picasso che lo ha portato a creare le celebri opere del periodo blu.
Io sento che tutto in Eco è partito da un dolore irrimediabile, davanti al quale si può solo crollare, poi, se se ne esce sani di mente o vivi, impegnarsi a raccogliere i cocci e poi ricostruirsi. Ne “Il pendolo..” il mondo rivela al soccombente che esistono verità superiori alle quali si cede. Ad esse non abbiamo diritto di accedere. Queste verità possono essere anche illusorie o sbagliate. Nulla cambia. Ne siamo esclusi. Esiste quindi una verità. Un qualcosa dal quale Eco sente di essere stato forse definitivamente escluso. Quando si soffre, quella sensazione martoriante ci fa proiettare nell'infinito del tempo futuro con quel qualcosa come una stimmata, un segno irreversibile al quale dobbiamo tener fede che diviene il nostro bagaglio. Terzo romanzo “L'isola del giorno prima”. Qui il gioco si fa chiaro. Una disperata nostalgia. Una struttura colta che nasconde il desiderio di tornare indietro e rivivere certi eventi. Riviverli non ripetendo quei comportamenti che pensiamo ci abbiano gettati, quindi per nostra colpa, nel baratro. Quarto romanzo “Baudolino”. Il capolavoro. Un ragazzino bugiardissimo. Le bugie non sono realtà. Su quella non realtà si basa la memoria del mondo. Solo così, con questa strategia, si annebbia il dolore. Tutto è finto. Non è una catena di senso che fa la vita e nemmeno i singoli fatti che la compongono. Eco riabilita il se stesso de “L'isola del giorno prima” e riconosce che non ha senso rivivere l'evento cruciale poiché la sequenza dei fatti non è coerente e l'insensatezza lo getta, in parte liberato dall'angoscia, nella vastità, nel caos del mondo. É il libro più bello. Il linguaggio si fa semplice, scorre. Si corre sull'onda delle pagine con un piacere che non ci si aspetta se ci si attende da un autore rigorosamente sempre la medesima acqua. E si sorride con intelligenza. Ho anche riso. Un riso dolceamaro perché Baudolino è Eco, autore involontario del suo destino e spettatore incapace di reagire alla sua sofferenza. Ora lo sa che è così e si può solo guardare avanti, sempre più lontano. Un poeta disse “allegria di naufragi”. Ma c' è umorismo, qualcosa che testimonia una digestione del dolore che ci sembra ultimata e la vita che si fa accettabile nella sua frammentarietà così picaresca. Non è incredibile che dopo l'angoscia di “Se questo è un uomo” Levi abbia potuto scrivere “la tregua”? Quel viaggio di ritorno dai campi che brilla, di voglia di vivere e spesso fa sorridere? Ecco. Il passaggio è il medesimo. Di Levi sappiamo.
La tragedia fu personale e epocale nel contempo. Quella di Eco fu individuale? Non ne parla. Mette maschere e recita nella vita come nell'opera, ma per chi si sofferma, per chi non è trascinato dal tempo ma il tempo lo giostra a suo piacere, non sfuggono queste cose e dietro la maschera ecco apparire un volto. Un volto vero, umano. Ha avuto una vita disastrosa. Essere docente, anzi, per l'esattezza indocente è come accettare l'etichetta di laido e provare a conviverci. Ogni mestiere cambia chi lo fa. Rimane attaccata un'atmosfera, a volte anche un odore, che chi li indossa non percepisce. E poi certi modi di fare si fanno carne della loro carne ed è finita. Ricordo in un romanzo, Balzac che ci fa vedere il medico che salutando l'amico generale gli si avvicina più del dovuto e gli sussurra una confidenza. Non lo fa per quel che ha da dire, ma per poter cogliere dall'alito se il suo fegato sta meglio. Ecco quel che si diventa con certi mestieri. Esser docenti in Italia è poi qualcosa di talmente indecente da poter considerare il termine stronzo un sinonimo perfetto....

E ora, dopo molto tempo, non certo per antipatie o scelta, ho preso in mano “La misteriosa fiamma della regina Loana”. Sono a pagina trentaquattro. Ho sospeso la lettura per scrivere queste righe.
Bello. Scritto bene. Eco per ora sembra non intenda più usare il suo sapere universitese. C'è il suo mondo, i libri che ama. Son tanti e quindi i lettori scapperanno di nuovo. È un cioccolatino di Pejrano. Una delizia. Una persona si sveglia dal coma. Ricorda tutto ma non la sua vita, la moglie, i figli, i nipoti. Cita a non finire e fa sorridere.
Ecco un passo. “il libro era “Papà Goriot”. Balzac. Senza aprirlo ho detto: “Papà Goriot si sacrificava per le figlie, una si chiamava Delfina, mi pare, entrano in scena Vautrin alias Collin e l'ambizioso Rastignac, Parigi a noi due. Leggevo molto?”

Si, il personaggio del romanzo leggeva molto e Eco legge molto. Quelle poche righe, per chi non ha letto quel romanzo di Balzac, non son altro che una fila di parole che trattengono un segreto, un significato, la corposità di un piacere provato nella lettura. E quella battuta! “Parigi a noi due!” le parole finali del romanzo e la sfida del provinciale sconvolto dalla realtà immorale della grande capitale!

Chi non sa, chi non ha letto e gustato, ne è escluso. E si perde qualcosa di bello.
Poche pagine prima accade la medesima situazione per un altro libro: cito da Eco: “Il terzo uomo, Harry lime sulla ruota del Prater dice che gli svizzeri hanno inventato gli orologi a cucù...”

Graham Greene. Il romanzo è “I terzo uomo”. La scena sulla ruota è cruciale. Traffico illecito di penicillina in una Wienna distrutta dalla guerra. Anni dopo se ne fece un film. Alcuni soldati americani uscirono dalle sale assai scossi. Dissero che quei traffici ci furono davvero.

Vedete... non si tratta di un piacere puramente culturale del tipo “ lui sa e quando cita se io riconosco tutto il materiale mi sento un fenomeno”. Questo accade, ma non qui. In queste due scene indubbiamente colte accade invece che Eco, con poche magistrali pennellate riporta a galla tutto di quell'opera e se l'hai letta sfiori un mondo. Il fatto che sia condiviso, che lui l'abbia apprezzato e io anche, non guasta, ma non ci si deve fermare qui. È come il pittore che con due pennellate che sembrano tirate a casaccio ci mostra una rosa così come sentiamo che è e deve essere....

E ora veniamo all'idea generale del libro. Un uomo si sveglia. Non ricorda nulla della sua vita personale. Continua il filo degli altri libri? Si è reso conto che Baudolino-Umberto anche nel caos appena definito non riesce a non ricordare? Ecco l'artificio estremo. Il trauma. E il momento nel quale si chiude in camera diviene aria nuova, aria pulita nella quale, scegli cosa ricordare e cosa lasciar andare alla deriva. Posso dire all'uomo Eco, uomo che penso nessuno abbia mai incontrato integralmente negli ultimi vent'anni, dicevo che posso dire all'uomo Eco che quel che ci ha segnato, cambiato e spesso traumatizzato, non possiamo staccarlo da noi. Il corpo dimentica il dolore fisico con sorprendente immediatezza. Ci basta ricordare il mal di denti per sentirne la certezza di questa asserzione. La mente no. Si lega al dolore. Ne esce contorta. Secondo te chi è uscito da un campo di concentramento, tanto per portare un esempio, è in grado di vivere una vita normale. No. Può simulare. La maschera . In un romanzo di Isaac b. Singer, l'ebreo rifugiato a New York dopo aver passato mesi dentro un pagliaio per sfuggire ai nazi in Polonia, giunge a casa dopo una comunissima giornata di lavoro. Chiude la porta a chiave e con altri ordigni. Chiude anche quella del corridoio sempre con la chiave. Chiude quella del bagno e si mette nella vasca con la luce spenta. A questo punto pensa: “se arrivano ho ancora circa cinque minuti. Devono scardinare tre porte e poi capire che sono qui e col fatto che ho spento la luce forse ho guadagnato qualche attimo”.

Penso di avere reso l'idea.....

Se qualcuno non ha capito cos'è accaduto al Baudolino-Eco che tutti pensano di conoscere....che si sprema un po'. In fondo non è difficile.

Io mi inoltro nel suo libro sicuro che passerò dei momenti intensi.


eramento, troppa finzione. Chissà com'è senza maschera.
Ma quando si chiude in camera e scrive è bravo. E si capisce immediatamente perché il grande pubblico non riesca ad “afferrarlo”. Non è lui ad essere sfuggente, ma il suo mondo.

La fortuna de “Il nome della rosa” nasce su un equivoco. Sembra un giallo. Si tratta invece dell'iniziazione di un'adolescente alla vita. Chi ha un grande maestro, come il protagonista del romanzo, avrà una grande iniziazione, e quel ragazzo ha l'opportunità di comprendere nella finzione letteraria quel che a un essere umano arriva più o meno nel mezzo del cammin di nostra vita.

Un po' come per il film di Pupi Avati “Storia di ragazzi e ragazze” che la critica ha considerato come uno spaccato della vita durante il fascismo e invece è ben altro. Le coppie si formano, ma l'unica persona felice è la donna rimasta vedova da giovane. Tutte le sere saluta il suo uomo là fra le stelle. Per Avati nella vita la felicità non è realizzabile se non in forma di desiderio da proiettare nel futuro. Quando quel futuro si fa presente, rivela solo squallore.

Dopo “Il nome della Rosa” ecco “Il pendolo di Focault”. È il suo primo libro considerato veramente difficile dal pubblico e infatti le vendite calano vertiginosamente. Ho la sensazione che quella cultura universitaria così spinta, sia una maschera. Già il ragazzo del primo romanzo nasce secondo me da qualcosa che nella vita quotidiana di Eco, ha causato uno smacco, un crollo enorme. Oserei dire per lui spaventoso. È la solita questione. La gente, nemmeno gli esperti, non si domandano quale fosse la sofferenza di Picasso che lo ha portato a creare le celebri opere del periodo blu.
Io sento che tutto in Eco è partito da un dolore irrimediabile, davanti al quale si può solo crollare, poi, se se ne esce sani di mente o vivi, impegnarsi a raccogliere i cocci e poi ricostruirsi. Ne “Il pendolo..” il mondo rivela al soccombente che esistono verità superiori alle quali si cede. Ad esse non abbiamo diritto di accedere. Queste verità possono essere anche illusorie o sbagliate. Nulla cambia. Ne siamo esclusi. Esiste quindi una verità. Un qualcosa dal quale Eco sente di essere stato forse definitivamente escluso. Quando si soffre, quella sensazione martoriante ci fa proiettare nell'infinito del tempo futuro con quel qualcosa come una stimmata, un segno irreversibile al quale dobbiamo tener fede che diviene il nostro bagaglio. Terzo romanzo “L'isola del giorno prima”. Qui il gioco si fa chiaro. Una disperata nostalgia. Una struttura colta che nasconde il desiderio di tornare indietro e rivivere certi eventi. Riviverli non ripetendo quei comportamenti che pensiamo ci abbiano gettati, quindi per nostra colpa, nel baratro. Quarto romanzo “Baudolino”. Il capolavoro. Un ragazzino bugiardissimo. Le bugie non sono realtà. Su quella non realtà si basa la memoria del mondo. Solo così, con questa strategia, si annebbia il dolore. Tutto è finto. Non è una catena di senso che fa la vita e nemmeno i singoli fatti che la compongono. Eco riabilita il se stesso de “L'isola del giorno prima” e riconosce che non ha senso rivivere l'evento cruciale poiché la sequenza dei fatti non è coerente e l'insensatezza lo getta, in parte liberato dall'angoscia, nella vastità, nel caos del mondo. É il libro più bello. Il linguaggio si fa semplice, scorre. Si corre sull'onda delle pagine con un piacere che non ci si aspetta se ci si attende da un autore rigorosamente sempre la medesima acqua. E si sorride con intelligenza. Ho anche riso. Un riso dolceamaro perché Baudolino è Eco, autore involontario del suo destino e spettatore incapace di reagire alla sua sofferenza. Ora lo sa che è così e si può solo guardare avanti, sempre più lontano. Un poeta disse “allegria di naufragi”. Ma c' è umorismo, qualcosa che testimonia una digestione del dolore che ci sembra ultimata e la vita che si fa accettabile nella sua frammentarietà così picaresca. Non è incredibile che dopo l'angoscia di “Se questo è un uomo” Levi abbia potuto scrivere “la tregua”? Quel viaggio di ritorno dai campi che brilla, di voglia di vivere e spesso fa sorridere? Ecco. Il passaggio è il medesimo. Di Levi sappiamo.
La tragedia fu personale e epocale nel contempo. Quella di Eco fu individuale? Non ne parla. Mette maschere e recita nella vita come nell'opera, ma per chi si sofferma, per chi non è trascinato dal tempo ma il tempo lo giostra a suo piacere, non sfuggono queste cose e dietro la maschera ecco apparire un volto. Un volto vero, umano. Ha avuto una vita disastrosa. Essere docente, anzi, per l'esattezza indocente è come accettare l'etichetta di laido e provare a conviverci. Ogni mestiere cambia chi lo fa. Rimane attaccata un'atmosfera, a volte anche un odore, che chi li indossa non percepisce. E poi certi modi di fare si fanno carne della loro carne ed è finita. Ricordo in un romanzo, Balzac che ci fa vedere il medico che salutando l'amico generale gli si avvicina più del dovuto e gli sussurra una confidenza. Non lo fa per quel che ha da dire, ma per poter cogliere dall'alito se il suo fegato sta meglio. Ecco quel che si diventa con certi mestieri. Esser docenti in Italia è poi qualcosa di talmente indecente da poter considerare il termine stronzo un sinonimo perfetto....

E ora, dopo molto tempo, non certo per antipatie o scelta, ho preso in mano “La misteriosa fiamma della regina Loana”. Sono a pagina trentaquattro. Ho sospeso la lettura per scrivere queste righe.
Bello. Scritto bene. Eco per ora sembra non intenda più usare il suo sapere universitese. C'è il suo mondo, i libri che ama. Son tanti e quindi i lettori scapperanno di nuovo. È un cioccolatino di Pejrano. Una delizia. Una persona si sveglia dal coma. Ricorda tutto ma non la sua vita, la moglie, i figli, i nipoti. Cita a non finire e fa sorridere.
Ecco un passo. “il libro era “Papà Goriot”. Balzac. Senza aprirlo ho detto: “Papà Goriot si sacrificava per le figlie, una si chiamava Delfina, mi pare, entrano in scena Vautrin alias Collin e l'ambizioso Rastignac, Parigi a noi due. Leggevo molto?”

Si, il personaggio del romanzo leggeva molto e Eco legge molto. Quelle poche righe, per chi non ha letto quel romanzo di Balzac, non son altro che una fila di parole che trattengono un segreto, un significato, la corposità di un piacere provato nella lettura. E quella battuta! “Parigi a noi due!” le parole finali del romanzo e la sfida del provinciale sconvolto dalla realtà immorale della grande capitale!

Chi non sa, chi non ha letto e gustato, ne è escluso. E si perde qualcosa di bello.
Poche pagine prima accade la medesima situazione per un altro libro: cito da Eco: “Il terzo uomo, Harry lime sulla ruota del Prater dice che gli svizzeri hanno inventato gli orologi a cucù...”

Graham Greene. Il romanzo è “I terzo uomo”. La scena sulla ruota è cruciale. Traffico illecito di penicillina in una Wienna distrutta dalla guerra. Anni dopo se ne fece un film. Alcuni soldati americani uscirono dalle sale assai scossi. Dissero che quei traffici ci furono davvero.

Vedete... non si tratta di un piacere puramente culturale del tipo “ lui sa e quando cita se io riconosco tutto il materiale mi sento un fenomeno”. Questo accade, ma non qui. In queste due scene indubbiamente colte accade invece che Eco, con poche magistrali pennellate riporta a galla tutto di quell'opera e se l'hai letta sfiori un mondo. Il fatto che sia condiviso, che lui l'abbia apprezzato e io anche, non guasta, ma non ci si deve fermare qui. È come il pittore che con due pennellate che sembrano tirate a casaccio ci mostra una rosa così come sentiamo che è e deve essere....

E ora veniamo all'idea generale del libro. Un uomo si sveglia. Non ricorda nulla della sua vita personale. Continua il filo degli altri libri? Si è reso conto che Baudolino-Umberto anche nel caos appena definito non riesce a non ricordare? Ecco l'artificio estremo. Il trauma. E il momento nel quale si chiude in camera diviene aria nuova, aria pulita nella quale, scegli cosa ricordare e cosa lasciar andare alla deriva. Posso dire all'uomo Eco, uomo che penso nessuno abbia mai incontrato integralmente negli ultimi vent'anni, dicevo che posso dire all'uomo Eco che quel che ci ha segnato, cambiato e spesso traumatizzato, non possiamo staccarlo da noi. Il corpo dimentica il dolore fisico con sorprendente immediatezza. Ci basta ricordare il mal di denti per sentirne la certezza di questa asserzione. La mente no. Si lega al dolore. Ne esce contorta. Secondo te chi è uscito da un campo di concentramento, tanto per portare un esempio, è in grado di vivere una vita normale. No. Può simulare. La maschera . In un romanzo di Isaac b. Singer, l'ebreo rifugiato a New York dopo aver passato mesi dentro un pagliaio per sfuggire ai nazi in Polonia, giunge a casa dopo una comunissima giornata di lavoro. Chiude la porta a chiave e con altri ordigni. Chiude anche quella del corridoio sempre con la chiave. Chiude quella del bagno e si mette nella vasca con la luce spenta. A questo punto pensa: “se arrivano ho ancora circa cinque minuti. Devono scardinare tre porte e poi capire che sono qui e col fatto che ho spento la luce forse ho guadagnato qualche attimo”.

Penso di avere reso l'idea.....

Se qualcuno non ha capito cos'è accaduto al Baudolino-Eco che tutti pensano di conoscere....che si sprema un po'. In fondo non è difficile.

Io mi inoltro nel suo libro sicuro che passerò dei momenti intensi.

leggendo un articolo di Cesare Segre apparso sul Corrriere della Sera del 10 luglio 2011

Oggi, 11 luglio, intendo dire due cosine sull'articolo di Cesare Segre uscito ieri sul Corriere della Sera.

Mi permetto prima una parentesi generale. Un fatterello accadutomi che si riallaccia allo scritto di ieri, riguardante l'articolo di di Stefano.
Giorni fa, avevo notato una pubblicità su un quotidiano. Non ricordo quale. Riguardava la vendita, anzi, la svendita di alcuni libri, mi aveva attirato per la presenza fra essi di “Suite francese” di Irene Nemirovsky, testo che considero un capolavoro. La pubblicità aveva un marchio nero che recava una grande “vu”, iniziale della parola vintage. Mi son detto che l'editoria per l'ennesima volta aveva espresso un po' troppa fretta. La riscoperta della Nemirovsky è fresca di qualche anno e l'importanza della sua opera, notevolissima. Considerarla vintage lo trovavo affrettato, se posto in relazione alla recente riscoperta e sbagliato se posto in relazione alla qualità. La Recherche, non sarà mai vintage, per esempio. Mai un capolavoro lo è. Il capolavoro si situa fuori dal tempo. Il tempo è immobile. Noi ci muoviamo in esso. È a causa del nostro movimento che erroneamente pensiamo che sia il tempo a ...passare. Un po' come quando si credeva che fosse il sole a muoversi e invece siamo noi.... “Suite francese” sarà attuale sempre perché è nel tempo nel modo giusto. Immobile e per questo perennemente raggiungibile. E' la “roba” scadente che si allontana.

Curiosamente noto fra gli altri titoli, “Il cimitero di Praga”. Son sorpreso. Avevo la sensazione che fosse appena uscito. Che mi sia sbagliato? È possibile, son giustamente disattento nei riguardi delle cose che non mi interessano. L'attenzione è scattata perché mi sembra che stia accadendo qualcosa di vistosamente grossolano. Umberto Eco ovviamente non ne ha alcuna colpa. Le “manovre” commerciali l'editoria le fa senza pensare di consultare l'autore e, se ho ragione io, senza il minimo rispetto per i lettori. Mi accorgo di una specie di sottotitolo. Lo trascrivo e qui lo riporto: “I buoni libri migliorano col tempo”. Ora si tratta di valutare da quanto tempo è uscito il libro di Umberto Eco. Faccio una telefonata. A ricerca ultimata mi dicono che è stato pubblicato il 29 ottobre del 2010, son passati circa otto mesi....

Un essere pensante comprende che nonostante lo sforzo promozionale il libro è stato un flop.
L'editoria non si pone il problema. Considera il consumatore tipo come un essere che vive calato solo nel presente e cerca di rifilargli “I misteri di Praga” come robina vintage dando per scontato che sia un long seller.

A forza di considerar deficienti i lettori li perderanno poiché, per quanto sia vero che ci sia una tendenza a vivere solo nel presente, chi sceglie le arti come passione, il passato lo sonda.

Come collegarci all'articolo di di Stefano? Mah. Probabilmente ha quattordici anni e si sta appena aprendo al mondo. Lo si coglie dal fatto che ambisce ad inserire letteratura e poesia nei media. Si sa che i quattordicenni vengono da un'infanzia basata sulla tivù. Premetto che non ho preso alcuna informazione su di Stefano. È vero che dall'articolo, per alcuni aspetti si potrebbe pensare che quattordici anni non li ha ma, si ricordi che spesso i ragazzi giocano ad imitare i grandi.

E se poi fosse veramente una persona adulta? Eventualmente laureata eccetera eccetera? Allora sarebbe una tragedia. Una tragedia per lui. Oppure finge, e mescolato con altre essenze mai troppo dissimili nel metaforico pitale della “cul....tura” italiana, si sente un dio.

Veniamo a Cesare Segre.

L'articolo si intitola “Perché Dante e Rabelais non sono superiori a Manzoni e Kafka”.
Già il titolo....! secondo me non esiste un migliore, ma un gruppo di autori indiscutibilmente eccezionali. Ke Kafka sia per me un punto di riferimento vitale, essenziale, diventa un fattore soggettivo. Non è da meno sentirsi guidati interiormente da Melville o da Fitzgerald.
Non amo le graduatorie. Riguardano il calcio e in proposito ricordo (con indulgenza?) le tirature della poesia in Italia citate da di Stefano che si lamenta della loro esiguità. La tiratura fa il successo economico e basta. Il fatto che un libro di Moccia venda migliaia se non milioni di copie non fa nascere nella mente di nessuno un paragone per esempio fra lui e Kafka....

Ma in questa considerazione Segre non c'entra. Quel che infastidisce di quell' articolo è che manca il destinatario. Non è certo indirizzato al pubblico che compera il quotidiano e se mai esso desiderasse immergercisi, ne scapperebbe subito a a gambe levate...

Motivo principale: il linguaggio. È scritto in “profesorese”. Questa lingua usa un' analisi logica diversa da quella del linguaggio comune. In più non sa resistere all'utilizzo di qualche parolona. Esempi: cronòtopo, perifrasi, epistolografo, stilistica.

Caro Cesare Segre. Stai scrivendo su un QUO TI DIA NO!
“Questa carta igienica, questo water. Capito?”
“ Ora si fare Buana! Si badrone....!”

Sveglia!

Il mondo esiste ed è un pelino diverso da come ve lo immaginate!

E poi una pioggia di nomini: Spitzer, Contini, Bachtim, Rabelais, la Fontaine, Racine, Balzac, Flaubert, Hugo, Céline, Charles-Louis Philippe, Gadda, Dante, Pulci, Folengo, Swift, Petrarca, Ariosto, Leopardi, Manzoni, Kafka. Ventuno autori citati..... una follia. E le sembra possibile che uno che non sia un addetto ai lavori ci si raccapezzi? Io ho tre lauree e non mi ci perdo, ma trovo odioso agire così. Se volete conquistare uno spazietto nei quotidiani non sarebbe forse il caso di venire incontro a quel pubblico del quale lamentate l'assenza? È ovvio che scappa. Scappo anch'io..... in farmacia a curare una lieve orchite stile anguria.

Ebbri di se stessi. Comunicare dalla torre d'avorio ad una piazza vuota.

Bravo!

E frasi come “incidere sull'istituzione linguistica”, “problema delle linee (monolingue e plurilingue) della narrativa europea”, “nell'alternanza efficace di prosaicità e liricità con tutto un gioco di “sordina”, per esempio disindividualizzando il personaggio con l'uso dell'articolo indefinito o con la perifrasi....” mi fermo. Torno in farmacia....

Mah! Una curiosità: se lei mangia come scrive......

E poi. La lingua e le sue regole è lo strumento che supporta il significato di un'opera. Se lei continua, e non solo lei, a dare importanza solo al linguaggio e non a quel che l'artista ha da dire, mi sembra di poterla paragonare ad un commensale che non vuole mangiare l'arrosto, ma leccare gli schizzi della teglia dentro al forno, che il forno è lo strumento e di quello si accontenta.

Vede. Le porto l'esempio dell'opera do Picasso. Il periodo blu esprime un immenso dolore. Esiste anche un solo critico che si sia domandato di quale dolore si trattasse? Avesse cercato di capire l'uomo Picasso? No. Nessuno. E pensi, che scoprendo questo motivo si comprende perché, una volta terminato il periodo blu si sia dato quasi solo ed esclusivamente a virtuosismi tecnici......

Fitzgerald scrisse nei suoi taccuini una frasettina che lei eviterà senz'altro come la peste, e invece io l' ho trascritta a caratteri cubitali nel mio studio, e amo ripeterla ogni mattina per evitare il rischio di uscir dal seminato: “NON SI SCRIVE PER DIRE QUALCOSA. LO SI FA SOLO SE SI HA QUALCOSA DA DIRE”.

E allora.... cosa deduco dal suo articolo?
Ammetto di avere sentito già il suo nome ma non ho bisogno di fare ricerche per venire a sapere che lei è un indocente specializzato a spaccare il capello in quattro e che sta decidendo se è nato prima l'uovo o la gallina.


Domandina. Perché la gente come lei esiste?

domenica 10 luglio 2011

leggendo un articolo di Paolo di Stefano apparso sul Corriere della sera il 10-luglio 2011

Domenica 10 luglio mattina.

Sono a Milano. Mentre bevo un buon caffè leggo il “corriere della sera” (minuscolo voluto) e rimango tristemente incantato da due articoli: uno di Paolo di Stefano e l'altro di Cesare Segre.
Il secondo non lo liquido certo in due parole, ma per ora lo rimando. Faccio solo notare che ci si trova davanti ad un linguaggio che nulla ha a che fare con la vita. Parole che servono solo per il suo settore, la critica, che non ha ancora compreso di non avere asssssssolutamente nulla a che fare con arte, letteratura grande musica eccetera....

Affronterò il testo di Segre in un secondo momento.

L'articolo di Paolo di Stefano si intitola: “Il paradosso dei poeti. Migliori dei narratori, ma ormai invisibili”.

Ho tardato fino al pomeriggio. Ero indeciso se scrivere, rispondere. Di Stefano è sicuro, convinto di quel che dice. La venatura del dubbio che renderebbe così sensato il suo articolo, manca.

E cosa dire a chi è cosi certo? La grande malata sembra essere la poesia, che per me non è malata affatto. Diciamo che fino a poco tempo fa, il poeta era un essere noto per una serie di motivi che quel termine racchiudeva e sembra difficile, per non dire “issimo”, definirlo oggi. E cosi, si danno colpe in giro. I mass media sono al primo posto, ma....

Primo problema della nostra epoca. La definizione di potere. Prego di avere un po' di pazienza, è vero che “la prendo un po' larga” ma …..

Attualmente si tende a ritenere che il denaro sia l'aspetto concreto del potere. Niente di più sbagliato. Boris Eltsin, che di potere s'intendeva, si recò con la scorta ad una salsicciata popolare, si mise in fila, prese la sua parte di “pappa” e, volendosi comportare da “persona comune” senza però saperne nulla, quando gli chiesero di pagare, si rivolse a una delle sue guardie e chiese di dargli una cartamoneta. Lo zar Boris, così lo chiamavano, guardò ben bene quella roba e poi esclamò: “questi dunque sono i rubli! Belli!”: non son chiacchiere da barbiere....

Chi ha il potere sa dove trovare i soldi e può, paradossalmente per il popolino, farne a meno per periodi lunghissimi. A cosa servono i soldi? Detto in parole povere, a comperare oggetti. Col potere gli oggetti li prendi direttamente, senza l'intermediazione del denaro.

Quella definizione sappiamo però che appartiene ad un mondo perfetto. Col denaro invece, si comprano non solo gli oggetti, ma anche le persone. Per tornare al mondo perfetto, ma questa volta solo nella testa dell'uomo di potere, possiamo dire che per lui gli esseri umani, e per estensione i viventi sono, quando lo ritiene necessario, oggetti.

Questa manfrina apparteneva all'epoca nella quale la nobiltà, grande piramide con a capo un re, deteneva appunto il potere. Moralizzarla era impossibile. Ci pensò la religione sputtanandosi non poco.Disse “Il potere ve lo da Dio!”. E ora che Dio è tornato a preoccuparsi delle anime? Ecco che il potere si è perso. Il borghese, col suo mito del guadagno, non può permettersi di essere troppo fine e si accontenta di macchine grosse, qualche donna comprata da ostentare e oggetti oggetti e oggetti. Il potere esiste però ugualmente.... esso, non riferendosi però più ad un sistema di valori codificato, fa battaglia senza quartiere. Ognuno ha le sue regole e decide un mondo nel quale spendersi.

Veniamo ora al settore letteratura.
Parlerò anche di esperienze personali, ma non farò nomi.

Esame di maturità. Ho preparato in accordo con la prof d'italiano una tesina su Marquez. Dodici libri letti e non solo. Alla prova orale finale, la prof incaricata di interrogarmi ironizza sulla mia scelta. Non accetto passivamente e le chiedo davanti alla commissione, cosa trova di sgradevole nella mia scelta. Mi dice che secondo lei ho portato un autore fuori programma nella speranza che la incanti e che chieda solo quello. La invito ad interrogarmi su quello che vuole. Lo fa e le cose le so. Ne è infastidita. Le faccio presente che la scelta dell'autore l'avevo concordato con la prof dell'anno. Mi chiede di motivare la mia scelta. Faccio presente che Marquez è argentino e che quasi un quinto della popolazione di quello stato è di origine italiana e quindi secondo me Marquez è un po' italiano. Mi rendo conto che gradisce la risposta. Mi fa presente che comunque anche in Italia avrei trovato molti autori validi senza, “pescare” in un certo senso, in una colonia. Le faccio presente che Marquez non è argentino ma colombiano e che, avendo vinto da poco il Nobel (non ho più vent'anni da qualche mese...) potevo sperare che una prof di lettere ne avesse almeno una “spolveratina”.... in poche parole la svergognai, perché avevo intuito che la sua ironia era la maschera dell'ignoranza.

So che questo fatterello da solo non basta per spiegare “un mondo” e infatti vi costringerò a sorbirne vari anche non personali....ma indirettamente da me vissuti.

Sempre di quel periodo delle superiori ricordo la prof d'italiano che disse a lezione che il fra Cristoforo de “I promessi sposi”, era populista. Mi permisi di contrastare e mi si fece notare che lo aveva scritto Carlo Salinari. Un luminare, mi disse, e mi mostrò un suo scritto sull'argomento. Non ero per nulla convinto. Quell'uomo poteva averlo detto, ma mai ho creduto per autorità e la lettura del romanzo mi dava ben altre sensazioni. Qualche anno dopo trascorro un mese a Fano. Mi capita, frequentando una libreria in centro, di conoscere alcune persone colte che li amavano incontrarsi. Ero l'unico giovane e mi presero a benvolere. Quando raccontai il fatto di fra Cristoforo mi fecero presente che Carlo Salinari, in un certo periodo della sua vita si vide costretto ad assecondare delle direttive che appena poté, non esitò a disconoscere. La cara scritta che tanti, troppo italiani, metterebbero sulla bandiera.... tengo famiglia. Io non ho famiglia. Non ho nulla, quindi non perderò nulla nello scrivere queste cose e a voi se infastidiscono, basterà ignorarle ma sarete anche consapevolmente distanti dalla realtà.... per scelta...e di conseguenza non disposti ad ammettere che parlate per nascondere.

Qualche tempo dopo (poco), mi ritrovo finalista ad un premio letterario. Situazione apparentemente simpatica. Una giuria di quattro tecnici ha scelto quattro testi. Una giuria popolare composta da cento studenti delle superiori, sceglierà fra questi, colui che riterrà il migliore (odio la parola vincitore...). Sono finalista. Parto in treno per questa antica città del centro Italia. Quando giungo alla meta, non ricordando se porta fortuna scendere prima col piede destro o il sinistro, salto a occhi chiusi e piedi pari e centro una merda colossale. Calzini da buttare nei bagni della stazione e scarpe salvate con acqua e chilometri di carta igienica, ma la sensazione che accadrà qualcosa di buono. Si tenga conto che non sono asssssolutamente superstizioso e quel che accadde mi confermò che era il caso di non esserlo. Mi accorsi con stupore che alcuni di questi cento “giuristi” mi avevano aspettato in albergo. Chiacchierarono con me e qualche fanciulla mi chiese, per la prima volta nella vita, l'autografo. Questo non accadde agli altri tre finalisti. Al premio letterario era annesso un piccolo convegno sulla poesia gestito dai quattro tecnici che avevano selezionato i finalisti. Erano “indocenti“ universitari. Dopo aver fatto le loro prolusioni, davanti ad un folto uditorio di giovani, chiesero a noi quattro finalisti di dire la nostra. Gli altri tre si rifiutarono, chi per timidezza chi perché si trovava disagio nell'intervenire “a braccio”. Io, che “purtroppo” non ho mai temuto il pubblico e non ho problemi a parlare a ruota libera, mi avviai al pulpito. Gli interventi dei quattro indocenti erano stati dei lamenti sulla situazione della poesia. Morale: gli italiani non leggono e sono degli ignorantoni.
La forza dei miei vent'anni non mi aveva ancora fatto comprendere che la verità non la si può dire e fu uno spasso... feci presente che “se ci fossero dei poeti decenti gli italiani li leggerebbero. In Italia è mancato un Lorca, un Neruda, un Mandel'stam per esempio. E poi l'ambiente è ridicolmente chiuso. Non conta scrivere bene. Sei io do un premio a te, tu poi lo dai a me, e la ristretta cerchia coinvolge solo chi ha.....una fetta di potere (ma guarda un po' che bella parolina!) da dare in cambio.....
I quattro esplosero. Mi infamarono. Dissero che ero solo un povero diplomato che si era montato la testa. Reagii dicendo che dovevano prendere atto che la poesia italiana fa schifo. I loro insulti mi avevano fatto arrabbiare. Potevo anche sbagliare, ma parlavo col cuore e loro lo sapevano. Quel che non sapevo io è che dicendo così annullavo ogni valore del loro sistema clientelare. Loro erano tanti, maturi e grossi. Io ero semplicemente solo. Me ne uscìì dalla sala con l'ira negli occhi. Avevo fatto presente che qui non si sapeva bene chi decidesse se un poeta, e per esteso un artista, fosse valido. Il pubblico era eliminato da qualsiasi stima e invece secondo me una buona parte di esso, non è stupida e non ci sta ad esserlo. Era evidente che un ambiente ristretto imponeva dall'alto, con motivazioni in professorese, delle sentenze di valore che quella parte del pubblico interessato non sentiva, e quindi, quatto quatto questo si allontanava rifugiandosi, com'è ovvio nei classici, perché chi ama l'arte e la letteratura, non può, non sa, non vuole farne a meno. Passeggiai per la città odiata dal conte Ugolino con alcune persone dell'organizzazione che cercavano di convincermi a non dare peso alle parole offensive elargite dai quattro santoni. Andai in camera per cambiarmi e ad aspettarmi di giovani ce n'erano ora molti. Volevano dialogare, condividevano. Si sentivano gioiosamente e finalmente liberi di dire per esempio “anche a me questo autore non piace, si capisce lontano un chilometro che è imposto da un partito”. Salii in camera, mi cambiai e poi, con questa compagnia, mi avviai verso un edificio antico, salii uno scalone notevole e mi trovai in una sala tutta affrescata. Era la cena di gala. La mattina seguente ci sarebbe stato lo spoglio delle schede e la premiazione. Era il penultimo atto. Mi sedetti al posto indicato e attesi senza guardare nessuno. Mi sentivo in territorio nemico. I “santoni”, come si addice alle nobildonne senza più risorse, arrivarono mentre iniziava il secondo. Inveirono e dissero che si sarebbero seduti solo se io me ne fossi andato. Me ne andai. Una situazione assurda. La mattina dopo, spoglio delle schede. Ebbi settantatré voti su cento e ricevetti il premio dalle mani del “santone” più truce che si metamorfosò, davanti all'esito della votazione, in un vaso di miele. Ero sconvolto, sconcertato e per niente appagato. Questo personaggio mi diede il numero di telefono, disse che mi stimava e che avrebbe voluto conoscermi meglio. In effetti, qualche tempo dopo, mi invitò nella città dove fa l'indocente. Arrivai, perché a vent'anni, nel dubbio si agisce, attualmente per meno di nulla mando a quel paese con biglietto di sola andata. Mi ricevette in casa e mentre si dialogava in salotto una studentessa passò due o tre volte mezza nuda e poi, quando fu pronta andò via. Rimanemmo lui e io. Passeggiata per la cittadina e pranzo insieme. Un massacro. Non ci capii niente. Pianse come un vitello perché la moglie lo aveva lasciato e nel frattempo mi consigliò di fare carriera universitaria perché: “io, che ho ormai una certa età e sono pure brutto, ti garantisco che me ne scopo almeno due all'anno...” Lo rividi per caso un'altra volta. Roba di due parole. Ora lavorava pure per una delle più rinomate (una volta) case editrici italiane. Qualche anno fa vidi il suo faccione in una foto enorme sul giornale. L'articolo raccontava che il poeta tal dei tali avrebbe partecipato quella sera al festival della letteratura di Mantova......

Non ho finito. Intanto che ci sono oltre a rimescolare il pitale lo rovescio tutto.

Veniamo qualcosa di meno personale.
Nell'articolo si dice: “Un tempo i poeti erano funzionari o consulenti editoriali di riferimento “Sereni, Bertolucci, Fortini, Porta, Sanguineti, Raboni.”. In un altro passo dice: ”e vale la pena di aggiungere che Mondadori, Einaudi, Garzanti, Feltrinelli, Guanda Scheiwiller stampavano raccolte poetiche in collane ad hoc a ritmi tutt'altro che laschi e con risultati non trascurabili.”

Lego queste poche righe a Roberto Sanesi1 che fu un amico col quale, a casa sua, o al Giamaika ci si trovava spesso a dialogare. Mi disse che Guanda si basava su quote che i soci pagavano. Ogni anno una commissione ristretta sceglieva i libri da pubblicare utilizzando i fondi accumulati dalle quote associative. Roberto si tolse e non solo lui. Mi raccontò che chiese come mai si pubblicavano “sempre gli stessi” e quali erano i criteri. Gli rispose, un certo Giovanni Raboni, che le scelte erano collegiali della commissione. Anche un certo Cucchi era della partita e una tipa vestita di nero un po' (un bel po' ) vistosetta che risultava essere la moglie di Raboni. Quest'ultimo lo conobbi. Ci incontrammo per caso in Brera. Ero con Vittoria Palazzo, poetessa milanese scomparsa di recente. Lui non mi piacque e Vittoria mi disse che era un potente e particolarmente immanicato dentro una certa casa editrice (ma che bella parolina che ritorna....ma stavamo parlando di poesia o appunto di....potere?).

A questo punto, signor Paolo di Stefano, le dico come si usa a Roma: o ci sei o ci fai.

Ho la sensazione che lei queste cose le sappia, ….e come non saperle se si mette il naso fuori di casa e si cerca di fare qualcosa in un ambiente che, finché ci è ignoto, può attirarci? Io il naso l'ho messo fuori, me lo sono scottato e son tornato a casa. Non le dice nulla il fatto che Kafka, nonostante un editore che lo corteggiasse e amici che lo stimavano tantissimo, decidesse di ritirarsi a Zurau e anche il caro amico Max Brod, per un lasso di tempo di circa un anno, sia riuscito a vederlo solo una volta?....e che l'editore, Kurt wolff, alla sua sollecitazione di mandare qualsiasi cosa che sarebbe stata seduta stante pubblicata, nemmeno rispose?

Gli ideali Paolo di Stefano, gli ideali.
La sete di purezza, il non voler ottenere sporcandosi le mani dell'anima.

È una questione di potere e io lo temo in tutte le sue forme. Se fossi un capocameriere sarei a disagio, preferirei essere cameriere proprio per non ritrovarmi, volontariamente o involontariamente ad esercitare una qualsiasi forma di limitazione sulla libertà di pensare e agire altrui.

…..e lei?

Raccontando in quell'articolo non la storia della crisi della poesia, ma una sua finzione fatta di luoghi comuni cosa ottiene?....penso di saperlo e non ho motivo di considerarla diversamente perchè altrimenti non avrebbe potuto dire certe cose.

Per esempio, ma cosa diavolo c' entrano Raboni e Sangiuneti con la poesia? E si offendono molto quelli del suo mondo se anche l'altro elenchino che ha sciorinato e qui ho riportato, per me rappresenta una schiera di mediocri? Quando iniziamo a fare sul serio?

Il suo articolo è un cimitero di segni rossi.

Lei cita Fernanda Pivano. La conobbi personalmente. Sembra che un certo Gianni d' Elia ricorderebbe come “un equivoco clamoroso” quello della Pivano che dichiarò Fabrizio de Andrè “il miglior poeta contemporaneo.” Bene, dica al signor d'Elia che non legga più l'Iliade, le saghe, i provenzali eccetera. Era roba cantata. La poesia è un'altra cosa. Ma lei sa trovare saggezza solo in cialtronate? Anni fa asserivo che de Andrè meritava di essere candidato al Nobel, mi risero dietro. Ora altri candidano un Dylan che di de Andrè vale molto meno.

Precisiamo che il Nobel non è più quello di una volta. Pamouk per esempio, lo meritava per la pace e anche il cinesino di Francia che lo ha vinto. Richiedono un impegno diretto nel sociale e secondo me saper scrivere non è necessariamente legato a questo. Comunque sia, valeva sicuramente più de Andrè di qualsiasi altro. E sa chi gli si avvicina? Nell'ordine Tonino Guerra e poi Roberto Vecchioni. Se non le va bene non mi preoccupo, mi farò come al solito una sporta di affari miei, ma dovete smetterla di incensarvi addosso fra di voi e negare un certo ruolo a chi vale solo perché vi mette in ombra. Fare le categorie, definirle rigorosamente e pure credere alla loro realtà, è la prova più evidente che la categoria dei finti poeti e degli altrettanto finti letterati, ha bisogno di dire delle balle per salvare la faccia.

Le dono una notiziola che la sconvolgerà! Un certo Arsenij Tarkovsky, racconta nel libretto “Costantinopoli” che verso i primi del novecento nella parte nord del mar Nero lui incontrava i poeti cantori. Erano ciechi. Uno era famosissimo. Si riteneva che chi nasceva non vedente o lo diventava, avesse il compito di farsi poeta. Per lei e d'Elia cretinate. E ci si mette pure a fare il cretino un certo Primo Levi. Ne “La tregua”, racconta qualcosa di simile che vide nel suo viaggio di ritorno dal campo di concentramento in un giorno di mercato. Se non ricordo male la zona era chilometro più chilometro meno, quella indicata da Arsenij Tarkovsky.

E se mandassimo d'Elia a zappare la terra? Penso che per lui sarebbe un'esperienza importante. Vede, esiste una differenza enorme, abissale fra gli intellettuali e gli artisti. Questi ultimi usano cervello e cuore, una somma che io considero in senso laico, l'anima. Gli intellettuali si sbizzarriscono con il pensiero. Il problema sta nel fatto che quest'ultimo, il pensiero, si comporta come i bicchieri di vino. Se si esagera ci si ubriaca e gli intellettuali italiani son secondo me degli “alcolizzati”annosi. Capita anche la personcina che non è abituata a pensare e, come chi non bevendo mai, con una birra media in corpo si potrebbe piantare contro un platano in macchina e, dicevo, quando ci prova, non sapendo usare la testa dice corbellerie stratosferiche, tipo Emilio Fede per intenderci.

Robina non rara. Di solito i giornalisti, che causa una tessera d'iscrizione all'albo si sentono Pico de Paperis anche su quel che son certissimi di non conoscere....

Mi sorge un dubbio.... è giornalista lei?
No. non mi risponda in fondo non me ne frega niente.

Proponevo per il signor d'Elia zappare la terra ma non è stagione. Ora si raccolgon pesche e pomodori. L'importante in questo consiglio è viversi un po' di fatica, sbatter il grugno eventualmente inciampando in un rastrello, arrivare a sera col corpo spossato ma sereno come racconta un certo Tolstoj che le piacerà perché non cantava, nella sua “Anna Karennina”. In parole povere, vi siete persi la realtà. Perché, se per caso l'avete dimenticato, sappiate che è da essa che parte tutto. Si, ogni cinque anni, uno di sana fatica. Anche operaio va bene, e tornare in una casa dove si dialoga e non si ha sempre ragione....

Torniamo a Fernanda. Al tempo che viveva in via Senato si dialogò di tante cose. Io attendevo che si arrivasse ad un certo argomento, ma non accadde fin quando non gliela portai esplicitamente io. Non ne potevo più dei “suoi americani” e ne parlava sempre. Le chiesi a cosa doveva l'onore di aver tradotto Hemingway in un'epoca nella quale c'erano personaggi ben più quotati di lei per farlo. Glissò. Ora il traduttore a fatica è citato nel testo e tranne casi rarissimi2 non ha alcun ruolo nella presentazione dell'opera. Quando le dissi che secondo me glielo aveva offerto su un piatto d'argento un certo Pavese che era il migliore e quindi ovviamente il prescelto, ha sgranato tanto d'occhi e ha ammesso. Non amava parlare di quegli anni. Cercò di cambiare argomento e la buttò su Don de Lillo. Si ricordi una cosa che mi disse al telefono: era al ristorante dell'Acquarium di Genova, con amiche. Pochi tavoli più in là sedeva Sotsass dal quale aveva divorziato da poco. Lui la ignorò totalmente. A me lo raccontò al telefono. Intendevo avvisarla che passavo da Milano e se stava bene sarei andato a farle un saluto. Continuava a ripetere “cosa, cosa ho sbagliato!” si aprì un po'. Mi disse quel che pensava di se stessa. E ora so che quel colpo di pistola che portò via all'Italia uno dei suoi talenti più sinceri, uccise quasi completamente anche lei. Vivere dopo, da morti, non è vita.... ma a lei della vita ben poco interessa. Categorie, schemi....
A Milano non ebbi il coraggio di passare da lei. Le mandai una rosa con un biglietto. “due rose. Fatevi compagnia”.

Di tante che disse che potevano essere un po' circensi, ad esempio che se gli americani avessero letto un libro di de Lillo non avrebbero più fatto la guerra, quella di de Andrè era vera. Ne era abbagliata, commossa. E non può essere diversamente. Nella terra dove il “si sòna”, esistono poeti e scrittori, ma non è la gente come lei a capirci qualcosa.

Vogliamo arricchire il menu di schifezzuole? Eccone una carina su Umberto Eco.

Al centro di studi umanistici (minuscolo voluto), il filosofo Paolo Rossi deve tenere tre lezioni. Una alla settimana. Amo i suoi libri e mi presento con un discreto anticipo per poter occupare i posti in prima fila. Seduto nella sala che fa da anticamera a quella pronta per la conferenza, vedo arrivare Paolo Rossi (che non conoscevo ancora personalmente). Va dritto all'ufficio di Eco e lascia la porta aperta. Vedo che si danno la mano e scambiano due chiacchiere. Paolo Rossi esce, si fa aprire l'aula e io sono il primo a sedermi. Dopo circa un'ora di prolusione, aula colma, si sente bussare. E' Umberto Eco. Guarda Paolo Rossi come se fosse la mamma che rivedi quando torni dalla guerra, corre ad abbracciarlo e si srotola un dialogo che mi lascia stupefatto. Quelli che mi siedono vicino sentono che dico non troppo piano “che ridicolo” e spiego loro che un'ora fa si son salutati nell'ufficio e che quel siparietto è finto, fintissimo, recitato per noi. I due colossi della cultura che si lisciano. Dialoghi alti. E noi siam comuni mortali.... ma è scena. Mi vien in mente una incisione di Goya (non cantava...) che rappresenta un momento di fine processione. Il santo non è tenuto dritto, ma steso e si vede che sotto l'abito c'è una armatura di legno....

Lei dice anche, in quel famigerato articolo: “Ma il sistema della comunicazione letteraria ha ridotto la poesia a Cenerentola. Quando mai capita di vedere un poeta in televisione?”

Figo. Un bel luogo comune al sapor di aria fritta. La potrebbe invitare la de Filippi, ma lei è ambizioso. Cita Fazio piangendo come un vitello perché non ha mai chiamato poeti. Ma ha capito cos'è la televisione? Io che lo so bene avendoci pure lavoricchiato, da quindici anni l' ho esiliata da casa mia. E le sembra che il poeta vero, il vero scrittore, voglia andare a fare il tacchino, il galletto amburghese, il pavone in tivù. Se è serio la evita come la peste. Essa può solo incrementare le vendite e quegli acquirenti raramente son lettori.

Esiste un pubblico per letteratura, arte e poesia, ma dovete affrontarlo senza puzza sotto il naso. Come si spiega che Tonino Guerra fa circa un incontro alla settimana nella sua fondazione e di solito trabocca di gente? Saranno tutti scemi se ascoltano lui e non ne vogliono sapere di Sanguineti? La gente c'è e va rispettata e la dimensione di scrittori e poeti è l' incontro con il pubblico e non la freddezza della tivù. Quella gente, quella che crede nelle arti, si muove, vuol far domande e ascoltare. Vuole amare. E cerca tanta purezza.

Io non sono poeta e nemmeno scrittore. Son etichette che mi sembrano ridicole. Son gli altri a dire chi ricopre questi ruoli e se l'università e un tempo i partiti volevano decidere chi erano per poi farli parlare a loro uso e consumo, ora son le case editrici che pensano di poter decidere chi vale. Ma l'anima, quella parte di noi che è colpita dall'arte, voi avete dimenticato che è composta di pensiero e di cuore. Il pensiero da solo non basta.

Una delle migliori scrittrici italiane è Paola Capriolo. Perché è quasi invisibile e difficile da trovare? Mah! Sarà un po' snob. Le sguinzagliate di partito tipo la Maraini, a momenti le trovate anche sotto il letto.... chissà! mistero della vita....

E quel che dice della Merini! Per dimostrarle che non dico fandonie eccole il numero di telefono. Renderlo noto ora la danneggia ben poco....02 58104755.

Lei dice che “La poesia, nel senso di parola poetica, conta molto meno di una biografia ritenuta interessante”. Fa presente che si tratta dell'ultimo poeta che ha avuto un successo di massa.
Lei lo sa che era era costruito intorno a lei? Non ne trasse giovamento. E forse lei non sa nemmeno perché Alda finì in manicomio. Si sa che fu a causa di un certificato che il marito richiese al medico curante, allora bastava questo, ma, lo sa perché il marito volle liberarsi di lei? Ho scritto altrove, di casa sua sui navigli e ricordo che quando, l'ultima volta le dissi “ciao, ora vado”. Mi disse quasi implorando, erano i primi di dicembre, “vieni a trovarmi per natale?” aveva un vuoto dentro che faceva tenerezza ed era uscita dai binari della vita. Così scardinata ne han fatto uno zimbello. Anche a me la sua poesia non diceva niente, ma la gente l'ha amata perché per quanto in modo patetico e un po' ridicolo, era vera, lusso che voi non sapete permettervi. Bella la canzone di Vecchioni per Alda. Vera. Ma a lei e d' Elia le cantatine, Omero, provenzali, de Andrè, van di traverso. È un'altra categoria.

Chissà che per voi non sian versi decenti e all'avanguardia quelli della manifestazione Rutto Libero che si svolge ogni estate in Romagna. Ah le avanguardie.....forse li si sentirà a casa.

martedì 5 luglio 2011

un "gioco" per scrivere....

Penso che questo scritto, più degli altri che ho preparato per questo loculo letterario, possa venir utile per chi desidera Scrivere e non sa bene come iniziare oppure proseguire nel suo intento.

I pericoli che allontano da una “vera”, sana Scrittura sono talmente tanti che fraintendere e agire in modo sconsiderato, prima di tutto verso se stessi, deve essere perdonato. È un po' come trovarsi ad un incrocio di tante vie. Se ne deve scegliere una. Ci si inoltra e, forse un po' troppo sicuri di noi stessi per il semplice motivo che io sono io, ci si dimentica di fare come pollicino e lasciare una traccia per poter tornare sui propri passi. Se non si ha questa attenzione ci si affezionerà ad una via anche se in fondo comprendiamo che è sbagliata, e un po' per non ammettere a se stessi di aver perduto degli anni e un po' perché non si ammette che non si sa più tornare indietro, si va avanti, in un buio sempre più aberrante e che ci allontana da noi stessi, e dal quel che è, come per il pesce un habitat insostituibile, l'acqua della relazionalità, che in fondo è la nostra vita.

Se, una volta che abbiamo deciso di porci dinnanzi a quell'incrocio interiore, davanti alla scelta, siamo soli, come scegliere? Tanti fanno finta di non vedere e tirano dritto. In poche parole è la via a scegliere e non loro. La domanda si scopre e diventa la seguente. Desidero scrivere, ma cos'è scrivere? La letteratura, quel risultato affascinante che hanno ottenuto i Kafka, Yourcenar, Woolf eccetera, cos'è? Nel leggerla la riconosco, ma nel desiderio di attuarla mi perdo.....

Questa ammissione di umiltà, è la prima tappa da compiere per effettuare la scelta della direzione. I consigli valgono ben poco anche perché nella quasi totalità dei casi non ci verranno dati da persone che hanno fatto la letteratura, ma che ambiscono a farla e quindi come noi sono preda di dubbi legittimi. Ed è sorprendente che nonostante i dubbi vi offrano certezze.....

La strada che vi consiglio è un'altra. Cercate dentro di voi.

Siete esseri completi. In voi nulla manca, ma tutto deve essere messo in ordine. Siete un sacco di pelle viva che nello sconquassamento della nascita dell'infanzia e dell'adolescenza non ha potuto far altro che mettere in ordine la propria interiorità in base a regole esterne che non sono le vostre. Un esempio per tutti? Si pretende di dirvi cosa fare e non fare nel sesso. Ridicolo. Dentro di voi, con l'esperienza troverete e amerete i vostri gusti che saranno vincolati solo al rispetto dell'infanzia e dell'altro. Non ha senso in nessuna azione della vita un “si fa così” dettato dall'esterno. Sta a noi maturarlo e per farlo servono pensiero ed esperienza. Chi sceglie solo una delle due, e son la stragrande maggioranza, si ritrovano impantanati in limiti che si impadroniscono della persona che pensa di “navigare” correttamente e invece sbanda verso l'irreparabile. Solo pensiero... e si han follia e a volte anche la morte. Non sto scherzando. Solo esperienza... e si hanno dei pregiudizi all'infinito.
Gli esempi son banali ma servono. Un romeno vi ruba la bicicletta? Ecco che tutti i romeni son ladri. Ditemi se questa non è una deduzione tratta dell'esperienza ma non supportata dal pensiero che immediatamente vi farebbe dire che chi si è mal comportato nei vostri riguardi non era prima di tutto un romeno ma un individuo. Quest'esito non meditato potrebbe portare come risultato la fiducia verso gli italiani del nord e così il vicino piemontese vi fregherà la seconda bicicletta ma mai penserete a lui che, vestito di un abito preconcetto di onestà, riceverà pure la vostra amicizia.

E il solo pensiero? Penso che possa esser utile leggere “Controcorrente” di Huysmans, e anche di Strindberg “Inferno”. Particolarmente col secondo, terminerete la lettura e avrete la sensazione di un'instabilità che vi si sta trasmettendo. Sentirete la necessità di allontanarvi anche fisicamente da quel testo per non proseguire la situazione narrata che si rivela contagiosissima.

Solo pensiero. Si. Ne conosco. Uccisa così molta filosofia. Nietsche per esempio, il tanto amato e odiato....c'è qualcuno che ricorda mentre lo legge, della morte di suo padre e della sensazione che il figlio ereditò, di finire allo stesso modo. C'è qualcuno che sente quella fretta di pensare e di vivere che devon risolvere, dare un senso all'esistenza prima che il cervello si riduca, come fu appunto nel padre, in una palla da tennis? no. Analisi su analisi di parole e virgole. I suoi scritti e non la sua individuale, sofferta umanità.

E il povero Socrate? Ne parlerò in un altro scritto. Questa epoca esageratamente razionale ha travolto l'ovvio che nei suoi scritti equivale alla certezza del dialogo con la divinità della quale lui era il portavoce umile.

E Schubert? Per lui, a proposito di lui mi capitò un fatto curioso. Un pianista mio conoscente, quando si rese conto che amo la musica classica, andò al pianoforte e eseguì il primo dei drei kavierstucke. Io spesso guardavo in direzione dell'unica porta della stanza e anche l'orologio. Alla fine dell'esecuzione, mi chiese se mi era piaciuto. Feci presente che quel brano era molto bello cercando così di evitare in qualche modo qualche considerazione sul suo stile. Mi chiese poi perché avevo continuato a guardare la porta e l'orologio. Allora non mi trattenni più e gli feci presente che da come aveva suonato mi era stata trasmessa la sensazione che lui avesse una fretta del diavolo. Aveva suonato così rapidamente che mi era venuta la certezza che stesse arrivando qualcuno e volesse sbrigarsi. Mi resi conto poi che di Schubert sapeva a fatica il nome. E se nell'esecuzione di quella musica fosse andato oltre le note? Io avevo “sentito”, anni fa, una malinconia particolarissima e poi mi informai di lui. Cito dal Frohlich: “La casa ha sedici appartamenti, ciascuno composto da camera e cucina, ed è abitata al momento da settanta persone. Gli Schubert occupano un appartamento di nemmeno treantacinque metri quadri, il numero 14 al primo piano, dove Elisabeth darà alla luce, fino al 1801, altri dodici figli dei quali solo cinque sopravviveranno. Uno di loro, Franz Peter, viene partorito in cucina il 31 gennaio 1797 all'una e mezzo del pomeriggio: su di lui, divenuto compositore di fama mondiale, si concentra da centocinquant'anni l'interesse dei biografi e dei musicofili.”. Più in là leggiamo che nove di questi figli morirono in un'età compresa fra un giorno e cinque anni.....(in tutto fra vivi e morti furono quattordici...)

Ma....il fatto che su quattordici figli ne fecero adulti solo cinque, non fa pensare a chi si incarica di interpretarlo? La tavola della cucina era il luogo della nascita e anche della morte, e i bambini malati venivano tenuti li sopra, distanti dagli altri che stavano nell'altra stanza, per evitare possibili contagi. Basterebbero queste poche righe per riscrivere il periodo romantico che per tanti professoroni deve la sua origine a pensieri filosofici di uno sparuto gruppo dì saggi, ma io penso che sia diverso scrivere o comporre della vita davanti ad una tavola che straborda di cibo o davanti a trentacinque “metri quadri” di morte.....

Ebbene, aver suonato offrendomi un gesto atletico, poteva appagarmi? Suonare bene è semplicemente aver possesso della tecnica dello strumento? Direi proprio di no! Ed ecco quindi, l'esperienza tecnica, non supportata dal pensiero che ci offre un prodotto a dir poco stupido e che potrebbe essere traslato come giudizio a Schubert che invece è veramente un dono del cielo.

E approfittando del buon Franz Peter (Pan) Schubert, vi faccio notare cos'era per lui l'arte del comporre: mettere in note lo stato d'animo non del momento, che ci porterebbe a concepire per esempio un inno a un buon tacchino ripieno come fece Rossini, ma per gioco, mi raccomando. Lo stato d'animo più alto è quello che in Franz Peter (Pan) Schubert, faceva sentire la vita fragile come una foglia che è consapevole che in qualsiasi momento potrebbe staccarsi da un ramo in autunno.
Ogni attimo era per questo sofferto e nel contempo goduto, ogni gesto amplificato in quella struggente ansia dei sensi di cogliere il più possibile come negli ultimi istanti il condannato a morte.

Questo colsi di Schubert. Questo trovai nella storia della sua vita quando successivamente la lessi. Questo ignorano troppi interpreti che fan di lui un tappeto elastico sul quale saltare per esaltare se stessi. Schubert ridotto a strumento dell'altrui narcisismo. Non è tragico. Si dice ridicolo, ma troppo spesso gli interpreti non se ne accorgono. Per questo sono indissolubilmente legato a Horowitz, Arrau, Gould, Michelangeli e Kissin. La loro interpretazione è frutto di tecnica sopraffina e pensiero.

Anche noi, se decidiamo prendere in mano la penna, abbiamo il dovere di agire come fanno e han fatto, questi quattro grandi pianisti. E la lezione di Schubert ci deve servire da guida. Egli, travolto dalle esperienze che la vita gli diede fin dalla più tenera infanzia, guardò in se stesso, si vide, e si dipinse in forma di note. Farlo in parole è in fondo la medesima faccenda.

Ora. Come si fa a capire chi siamo? Come diceva Lino Banfi, “son volatili per diabetici” arrivare a noi stessi. E perché direte voi? Perché con noi siamo o indulgenti o troppo severi. Mi viene in mente “Va dove ti porta il cuore” della Tamaro. La colpa è degli altri se siamo quel che siamo.... troppo facile. Se qualcuno ci spinge irrimediabilmente in una stanza della tortura allora sarà vero. Nulla ci impedisce di evitarla e ci toccherà subire, ma nella vita, gli altri intesi in forma di ostacolo son una forma riduttiva dell'intender le cose e presuppone che noi siam capaci di esprimere solo passività negli eventi. Non dico che non accada, ma rarissimamante. Di solito in noi c'è una reazione, una spinta vitale. Un tendere a volte inconsapevolmente a quel che desideriamo e che abbiamo il dovere di comprendere per organizzare la vita e tentare di donarcelo.....

In un racconto sempre della Tamaro, “Cuore di ciccia”, si ha un bambino che reagisce alle negatività della vita, aprendo il frigorifero e mangiando. Se il cerchio si chiude così, frigorifero-bambino e bambino-frigorifero, si ha un suicidio e se non accade comunque il circolo vizioso creato lo rappresenta. Può accadere, in fondo anche perché si tratta di un bambino, che il mondo esterno si intrometta e spezzi il cerchio assurdo riportando il protagonista dalla morte “circolare” alla vita, ma anche un bambino, con la fantasia e creandosi un mondo parallelo tutto suo reagisce e crea ondate di positività anche nell'ambiente più assurdo. Si pensi agli amici immaginari, alle figure intravviste nella carta da parati e che ci fecero compagnia fino a quando improvvisamente non si fecero più vedere e accadde in fondo perché non ne avevamo più bisogno... (non ricordo se accadde a Canetti o a a un altro valido scrittore).

Sulla tragedia del frigorifero vi racconto un fatto agghiacciante e vero. Marlon Brando, dopo il disastro dei figli, si legò al frigorifero. Viveva in una casa che era divisa in due e nell'altra parte abitava un attore molto noto. Il grande Marlon aveva deciso di morire così. Volle che fosse la sua abbondanza di beni materiali a sotterrarlo. Nessuno spezzò quel cerchio maledetto. Non era più un bambino ….e, particolarmente nella cultura anglosassone, l'adulto è solo e se diventa povero o pazzo è colpa sua....se si fosse trasferito sui colli romani o a Napoli, non glielo avrebbero lasciato fare e non certo perché lo avevano ammirato in “Fronte del porto”...

torniamo allo scrivere.

Secondo me non c'è guida che tenga. Si può avere a disposizione il fenomeno del secolo che ci consiglia ma di fatto può solo scoprirci. A me grandi menti han consigliato cosa leggere, ma il lavoro di cesello e di autoscoperta è tutto nostro e per giunta solitario. Gli altri, ma che sian pochi e selezionatissimi, possono venirci in soccorso dopo che abbiam prodotto la presunta opera. La lettura di altri porta al confronto. Ci rende consapevoli di come il nostro parto viene percepito e questo, si badi bene, non vuol dire che si cercano e otterranno giudizi o complimenti sensati. Evitateli. Dagli altri, anche se fenomenali, potete comprendere solo come venite percepiti. Accadde per esempio a Stendhal, dopo aver saggiato il rapporto fra i suoi due celebri romanzi e il suo tempo, di prevedere due ondate di interesse, una della quali effettivamente si realizzò cinquant'anni dopo la sua dipartita.
Il giudizio su di noi, su chiunque lo dà qualcosa di indefinibile che si chiama un'epoca.....i singoli solo raramente “ci prendono”. Si pensi a Gide con Proust. Fu il primo a vincere anche il Nobel che è un frutto acerbo del presente che illude chi lo riceve alla grandezza. E fu sempre il primo a rifiutare la Recherche.....contò scusarsi? Per noi posteri no. Il male fatto non ha rimedio checcè ne dica il cristianesimo.....

Non si dimentichi quindi che solo pochissimi esseri quasi irreali possono dirci con certezza “si, questo è un capolavoro” oppure, cosa ancor più eccezionale e per me massima, “merita di essere ricordato” che per un'opera letteraria conduce al pensarla spesso e al rileggerla volentieri.

Ma...ed è un grande ma... dobbiamo capir noi stessi e scrutarci senza attenuanti o eccessive rigidezze per cogliere in noi quelle sensazioni-diamante che, trasformate in parole, brilleranno per se se stesse e, lo si ricordi, non in quanto nostre.

Flaiano diceva: “spero che gli uomini sostituiscano i ragionamenti alle parole”.

Grande frase.....che comunque presuppone un sottinteso che bisogna mettere nero su bianco perché così ovvio non è. Porgo l'esempio tramite un dialogo realmente accadutomi tempo in una libreria di Bologna con una ragazza che li lavora (per favore, non si deduca che sono bolognota o dei dintorni. Amo quella città come un granchio nei testicoli. Ci abita qualcuno che vado a trovare ogni tanto. Tutto qui): dopo aver trovato nel settore “roba vecchia” quattro testi interessanti, mentre ero alla cassa, si è innescato un dialogo reso possibile anche dal fatto che il negozio era quasi vuoto. Dietro alla schiena della ragazza che mi ha fatto lo scontrino, c'era una prima edizione di “Marcovaldo” di Calvino. La persona che mi aveva preceduta alla cassa aveva chiesto il prezzo. Vicino c'erano due cosine di Sciascia e ho chiesto il prezzo di quelli, facendo notare che Calvino lo amavo come saggista e non come autore letterario. La ragazza ha detto che invece a lei piaceva. Ho risposto che il pensiero vale per la saggistica ma non basta per la narrativa e secondo me Calvino non si lascia andare ma costruisce con l'intelletto. Mi ha risposto che lei adora l'intelligenza. Controbatto che essa altro non è che il modo più breve ed economico per arrivare alla meta che ci siamo prefissata, ma non è assolutamente detto che la via più breve sia, per noi esseri umani, la migliore, proprio perché siamo umani, il che vuol dire non completamente, grazie al cielo, razionali. Mi ha chiesto “e allora cos'è uno scrittore?”: “uno che impegna l'anima che è la somma di pensiero e cuore. Se c'è solo pensiero potrebbe essere un prodotto interessante ma non di più. Non amabile. Un po' come pretendere che il corpo steso sul tavolo per la dissezione anatomica, sia un uomo. È il corpo di un uomo! Ci interessa sapere come quel corpo è fatto come di un epoca, che è il corpo del tempo ci interessa scoprire quel che aveva dentro”. (E qui si ritorna a quel che ho detto prima di Schubert.....) la ragazza mi ha ringraziato. Aveva lo sguardo di chi era sorpreso e interessato alla distinzione che avevo fatto.....

Torniamo ora alla frase di Flaiano: “spero che gli uomini sostituiscono i ragionamenti alle parole”.

Si da per scontato in questa frase che i ragionamenti non siano solo un insieme di regole ferree dalle quali non ci si può svincolare. Un esempio: dio non esiste perché non si mostra a noi, a me, per l'esattezza. E chi ci dice che quel che è impossibile per la razionalità non possa accadere perché esiste una razionalità più grande che la contiene?..... per un uomo del settecento i tre quarti di quel che per noi oggi è ordinario, ha del magico, dagli aerei, al telefono eccetera, ed è ovvio che la dimensione di quanto oggi ci appare irreale e magico non lo sarà più in futuro e si dilaterà sempre di più....

I ragionamenti che secondo Flaiano dovrebbero riempire, dar senso alle parole, son qualcosa di vasto. Si tratta si quel “sentire” che non va dedotto dal mondo esterno, ma da dentro di noi. Tutta la sua opera (di Flaiano) osserva il mondo esterno con disincanto dopo aver desunto una morale da dentro. Vedete. L'esterno è vita sociale. L'interno è individualità. La seconda può tentare di fiorire solo se è consapevole di sé.... è inutile dire al mondo che così non va perchè è di moda dirlo o perché suona bene. Dentro di noi, abbiamo una risposta, la nostra risposta e dobbiamo scovarla non solo col pensiero.

Ed è vero che molte volte le parole vengono usate come caramelle succose masticate con calma fra lingua e labbra. Si dimentica che son portatrici di un contenuto, se legate in una catena di sorelline. La parola in sé non vale che per quel che rappresenta. La parola casa è la casa e basta. “La casa dell'anima”, che è un insieme di quattro paroline, già la cambia tutto e con la razionalità scopriamo le regole e solo una parte del senso. E quante poesie non son altro che suoni più o meno aggraziati o volutamente stridenti! Capita come con le mode dei colori. Per anni per esempio il color malva quasi non si è visto. Una casa automobilistica lo lega al lancio di un nuovo modello ed ecco che confondiamo la novità che si abbatte sui sensi con la qualità, con la bellezza che della qualità è una delle concretizzazioni. Come quelle persone che confondono gioventù e bellezza, la malattia con un ideale che va oltre i sensi....La parola che non diciamo mai o quasi mai e che però conosciamo, ci sembrerà impreziosire uno scritto e invece lo falsifica. Dire “sentiero” potrebbe per esempio andar bene e “carraia” essere invece per noi un atteggiamento perché di carraie ne abbiam passate forse un paio ma vissute minuziosamente nessuna. Flaiano alla sua epoca, quando disse quella frase, si trovava immerso in un eccesso di parole che, in un'ondata che doveva ben poco ormai alle deformazioni di d'Annunzio, forse a causa della pubblicità, con le parole appunto ci giocava come oggetti, che si esaurivano in quel che rappresentavano concretamente e non come anelli di una catena di senso da costruire.

“Sostituire i ragionamenti alle parole”. Io dico, per l'intenzione di questo scritto, “vestire di senso le parole” non accontentandoci di dire quel che vogliamo dire, ma di lasciarlo sgorgare.

Vi faccio un esempio. “È troppo facile dire che è brutto quel che accade fra Tunisia e Lampedusa con quegli immigrati.” Questo è pensiero che da solo contiene un senso e una morale, non ha senza alcuna valenza artistica.

Vi racconto, in proposito, cosa mi è accaduto un giorno in modo per nulla calcolato. In modo non calcolato nel senso che non avevo deciso di elaborare qualcosa sul problema degli immigrati nordafricani e della loro traversata....

Dunque: un uomo non anziano era su una sedia a rotelle vicino a me in caffè. Aveva una gamba e un braccio ingessati. Era evidente che la straniera che lo accudiva era per lui una dipendenza transitoria. La ragazza era piacevole. Nord africana, vestita sobriamente all'occidentale, mi dava l'idea che lui la osservasse, mentre portava al tavolo le due ordinazioni, con un qualcosa di dolceamaro nello sguardo e quindi nel pensiero. La sua utilità era ovviamente per lui momentaneamente fondamentale quindi era costretto a pensarci, a pensarla, e non poteva far finta di ignorare tutto quello che lei rappresentava, come molti, troppi, fanno. Lei, gentilissima, mise lo zucchero nel suo cappuccino, e poi mescolò. Mi diede l'impressione che a lui imbarazzasse il far vedere al mondo esterno non tanto che purtroppo non fosse per ora indipendente, ma che dovesse relazionarsi con lei. Ad un certo punto suonò il telefono della ragazza, lei rispose e colsi che, la diffusione di quella “parlata strana” nel mix sonoro del locale, fu per lui intollerabile e si tuffò con gli occhi e con la testa nel quotidiano che ora sembrava un separé.

Da questa situazione la mia mente immaginò quanto segue.
Un uomo col suo motoscafo, da solo in alto mare. Sta dormendo rilassato. Sente delle grida. Si sveglia e vede un barcone che sta affondando ad una decina di metri da lui. Li guarda impassibile. Torna il silenzio. Si riaddormenta. Qualche tempo dopo ha un incidente ed è costretto come il tipo che mi stava di fianco nascosto dietro il giornale. Avendo quel mio momentaneo vicino un look da tamarro doc, ho immaginato che anche quello della fantasia lo fosse. Ora, si ripete la scena appena vissuta della telefonata e immagino che il suo sguardo, che celerà dietro il giornale, si fa spaventato. Lei parla la medesima lingua di quelle persone che stavano annegando e una parola che lei ripete, loro la dicevano continuamente. Una parola che da quel momento lo ossessiona. Ho immaginato poi che il rapporto fra loro due si complica perché lui è colpito da un'angoscia crescente e non dorme la notte. Nel frattempo. Nello sfilare dei giorni, lei riesce a fargli capire che è più presentabile con un look meno vistoso e dialogando, lui cerca di sapere il significato di alcune parole fino a scoprire che la parola che lo ossessiona è “aiuto”. Lei coglie la sua agitazione quando telefona nella sua lingua e lo farà d'ora in poi in un'altra stanza. Un giorno viene un amico. Lei va fuori a fare un po' di spesa e lui si confida. La relazione con lei è per lui ormai un legame dettato da un mix di sensualità e colpa. Sta male da morire. E l'amico gli dice che glielo si legge in faccia e finché è ingessato ha la scusa del corpo che fa male, ma dopo si capirà che si tratta di una ferita dell'anima. A questo punto si confida. L'amico non ha parole. Sta seduto di fianco, gli prende la mano e non sa che dire. La porta della stanza si apre. Lei ha sentito. L'amico capisce e se ne va. Fra loro due si apre una sfida tutta mentale. Alla fine lei lo perdonerà e immagino che, senza gesso, e sulle sue gambe, lui la porta in alto mare nel luogo della colpa e gettano fiori. Tornano al porticciolo. Lui attracca. Scendono. Lei gli dice che, si, lo perdona, ma deve andare.....e lui è definitivamente cambiato.

Vedete cosa accade alla mente? Il tutto si è innescato per via dello sguardo quasi stralunato di disagio che il “tamarro alla romana”(per comprendere pensare a certi film di Verdone...) ha mostrato quando la sua sensuale badante che aveva la colpa per lui inaccettabile di essere nordafricana, ha invaso l'etere con quella “parlata” che la rendeva più visibile dell'aspetto che, essendo lei graziosa, sapeva che sarebbe stato perdonato da chi come lui usa solo un neurone e di rado perché teme che si consumi e pensa che chi è diverso dal mio branco puzzi e non solo.

L'arte non è cosa esplicita. Ha un contenuto che gira intorno al senso creando uno spazio di significati più vasto di quel che si può concedere una frase razionale. Se dicessi “non si deve essere razzisti”. E rappresentassi questo con una scena di buoni e cattivi e il buono che la vince, ecco che sarei scontato e banale. Ma quel che è peggio è che quei difetti si sposteranno da me all'argomento rendendolo altrettanto banale quanto il suo enunciatore.... ho un immagine stupenda per profondità che mi “perseguita” e vuol saltare fuori, farsi parole qui e ora per dimostrare una forza... il film dal quale la tolgo è “Nuovo Mondo” di Crialese. Una inquadratura di folla che riempie completamente lo schermo dando l'idea che continui in tutte le direzioni. La folla rumoreggia. Parlano. Un colossale fischio di nave e si zittiscono. Rumore di metalli che soffrono in elefantiaci movimenti e quel che sulla scena vediamo non è la nave che si stacca dalla banchina, ma una fetta di Sicilia che se ne va. Toccante. Grandioso. Ecco la tragedia della migrazione costretta resa con poesia....

Nel pezzo che sgorgò improvvisamente in me e che lasciai libero di formarsi quel giorno seduto al caffè, quella situazione inventata non consapevolmente, legando la sensualità alla colpa, la bellezza alla quale troppo sempre si perdona eccetera, ha prodotto una sequenza di immagini che forse resteranno nella mente con più fervore che un sermone trasformato in una trama sempliciotta.

È, per esempio, quel che Tarkovsky sapeva fare con un talento unico. Nel film “Nostalghia” abbiamo un personaggio secondario stupendo. Un uomo che rinchiude la moglie e i due figli in casa e prega attendendo la fine del mondo. Arrivano i carabinieri. Aprono la porta. Il bimbo corre sui gradini del sagrato della chiesa adiacente in un paesaggio di paese che sembra abbandonato. Quei passi, innocenti, con desiderio di moto, di vita, toccano il cuore, e il padre, il mostro della nostra immaginazione che lo segue con affetto ci sconcerta e ci fa capire che non agiva per cattiveria ma per un timore profondo che estendeva a chi più amava. E la madre, che corre ad inginocchiarsi davanti a un carabiniere, ne abbraccia le gambe e piange di gioia ….e quelle lacrime son amplificate da una bottiglia si latte che lei inavvertitamente urta e che, come il suo pianto, trabocca di vita della quale il latte è simbolo potentissimo, nutrimento e....poesia. Come si poteva dir meglio che il troppo affetto è un carcere per chi si ama? Se un'attrice dovesse dire “caro, se mi stai così addosso mi opprimi”, il contenuto sarebbe il medesimo, ma l'effetto miserissimo.... ecco l'arte e, si badi bene, queste costruzioni non nascono per nostro calcolo. Può accadere e possono piacere, ma noi, di fronte a noi stessi, sappiamo che non si tratta di acqua pura.

Veniamo ora alla questione preminente di questo scritto.
Un “giochino” da fare per introdursi in questa ottica in relazione all'arte.
Il punto è il seguente: come porsi nella condizione da “lasciar sgorgare” le immagini che un evento esterno può innescare?

Questo giochetto l'ho sperimentato varie volte con altri e per questo posso garantire che funziona e offre secondo me la traccia di un lungo lavoro da compiere su se stessi.

INIZIO DEL “GIOCO”.....

Immaginate una casa. Ci siete nati e ci avete vissuto tanto. Potete decidere se ci tornate perché l'avete ereditata oppure che, alla fine siete rimasti solo voi. Inventatevi un qualcosa di razionale per giustificare il fatto che scoprite che c'è una stanza che non avete mai visto. Io, nel mio racconto ho immaginato che la tassa della casa fosse troppo alta e che richiedendo il progetto la scoperta si facesse evidente prima sulla carta. Si può pensare che spostando un mobile.... e insomma, metteteci del vostro.

Ora. Nel momento stesso che vi ho detto che in una casa profondamente vostra troverete una stanza in più, se non siete ridotti come Emilio Fede, qualcosa, alla mente, immediatamente, vi è apparso. Bene. E' un'immagine pura! Osservatela senza porre modifiche e non introducete il fattore tempo, tipo ci passeggio dentro apro questo e quello eccetera. Quel primo lampo di immagine è tutta vostra. Siete voi, dovete comprenderla a fondo e per farlo non smontate ogni particolare ma lasciatevi andare. Solo così, un cavallo a dondolo scrostato che troverete fra gli oggetti non sarà solo un ricordo vostro ma forse di qualcun altro eccetera.

In questa situazione più esempi faccio e più contamino e condiziono la vostra fantasia, cosa che non deve accedere.

Ora che quella prima immagine l'avete fermata, immaginate di relazionarvi con quella nuova stanza; ci dovete vivere in quella casa e quella stanza segreta è parte di voi....

Non si pensi per favore che dietro a questo escamotage si celi della psicologia. Se si volesse si potrebbe analizzare anche come condiamo l'insalata e risalire da questo a Edipo e Clitennestra e questo vi dimostra quanto la razionalità sia invadente. Ricordo quando mi fecero notare che la mia passione per la scrittura con la stilografica era una traccia di omosessualità. A quella mente contorta non poteva bastare una risposta semplice e quindi non gliela diedi, ovvero che scrivere con la stilo è meno faticoso che non con una penna a sfera (e chi mi parla dei roller che peste lo colga! Si scaricano sempre e vanno come i miei affari...).

Vedete, in quel giochino che vi ho proposto avete trovato una parte di voi stessi. Non può non accadere. Ora dovete farla vostra. Conoscerla. Conoscervi. La vera, la grande letteratura è solo di chi è consapevole al massimo grado di se stesso. E non è facile. Posso dirvi per esempio che di recente nel racconto Kopf, (che non mi ricordo se ho messo su), la fine di uno dei due personaggi mi ha stupito. Mi è venuta fuori senza chiedere il permesso, com'è giusto che sia e ho capito così che, nonostante le pensassi superate, alcune cose del mio passato hanno tuttora il potere di condizionarmi.

Si scopre se stessi in quel che si scrive e finché accade sappiamo che si deve crescere, migliorare. Una volta che si è nitidi in noi, spieghiamo quel mondo e non in modo diretto, perché così usato il linguaggio ci va stretto, ma non costruiremo, verrà da solo.

Di recente ad un'amica poetessa ho consigliato di non usare i vocaboli dolore, rabbia, sofferenza. “Quelli sono i soggetti e se li dici perde senso l'agire”. Diventa un dire e non un elevare un'idea vestendola di parole o altro. Se hai della rabbia spiegala, evolvila, dalle forma in qualcosa. E che lo scrivere non serva per scaricarsi. Per questo fai all'amore o anche solo sesso o vai a fare una corsa....

un esempio forse un po' inusuale ma al quale credo.............: un tempo la nobiltà aveva il tempo e lo acquisiva non in grazia dei soldi ma del potere e chi ha il tempo può decidere se pensare o meno. Ora, e da un pezzo, la borghesia ha i soldi e usa il tempo per far soldi. Quando si riposa, vuole far vedere al mondo che ha fatto soldi e quindi compra oggetti che possano dimostrarlo e, non dedicando il tempo ad altro che al pensare a come far più soldi, arrivano al punto che son ridotti a credere, per semplificazione e riduzione di tutto ad un unico schema, che anche le donne possono essere comprate (e mai hanno hanno ragione...). Attualmente si ha anche una casta quasi invisibile che, ereditate attività che fan soldi, le girano ad un manager e si godono il dono più grande che è il tempo. In un certo senso è la situazione migliore. Il potere, che i nobili esercitavano anni fa, dava anche un po' da fare e aveva i suoi rischi. Quel tipo di ricchezza attuale più elevata della borghesia, e che di solito di terza generazione, è tranquilla. Il tempo e il denaro, (che se non sei cretino, va trasformato in opportunità), ci sono, e la vita potrebbe farsi pensiero e desiderio di un senso. Accade anche che chi non è ne ricco ne nobile ne borghese, comprenda che per “Crescere” con la c majuscola serva del tempo e decida di “mandarla in vacca” come si suol dire, ovvero di non lasciarsi prendere dal sistema, di accontentarsi di poco e di utilizzare il tempo libero in modo più che sensato. (vedere in proposito il film “Into the Wild e ascoltare atttttttentamente la canzone della colonna sonora, cantata da Ed Wedder e scritta da Jerry Hannan lui intitolata “Society”.... e troverete il medesimo senso. Male che vada non sono il solo a pensarla così.) e questo le persone ordinarie lo considereranno strano, fastidioso, in fondo perché fa pensare...

Vi faccio un esempio. Come può essere percepito lo sport in generale: un gioco con delle regole, ed entro queste puoi sbizzarrirti. Ha anche il vantaggio che scarichi diciamo l'esuberanza della giovinezza ed è pure dimostrato che parte degli ormoni sessuali si consumano anche così e quindi se ne esce sicuramente un po' scaricati e più “calmi”. Ma, e la mente? E' fuor di dubbio che si impegnerà nello spazio ridotto delle regole che ci siam dati, ma fuori da quell'ambito, nella vita servono più di poco? Hanno un bel dire che si impara a stare i mezzo agli altri. Tutto si fa competizione e a livello di cavalierato morale, l'ambiente, si scopre che non è meno lurido e pieno di raccomandati del mondo esterno. Questo sport, sommato all'esigenza di far soldi e di impossessarsi di miriadi di oggetti, riempiono la giornata di soddisfazioni di superficie. Acquistare è un coito del portafogli che va continuamente rinnovato perché la fame di comprare, subito si ripresenta. E fare gol? È una sensazione di un attimo e poi ne devi fare un altro.... si sa in eterno ed è un ripetersi, non un migliorarsi.

Bello schemino esistenziale..... È così tragico tentare di evitarlo? Nuotare in superficie ci basta? E immergersi in noi stessi e vedere quanto l'io sa essere profondo non è una vertigine più appagante che vincere un premio sportivo? Provare per credere. E quando si emerge da quelle profondità e si guarda l'altro, l'eterno, il molteplice altro? La vita cambia completamente. Se hai i soldi bene, se non li hai arranchi un po' ma recupererai te stesso con gusto. Vedrai la vita in te che si fa ideale e morale e soffrirai della diversità fra la realtà che ti circonda e quel che sei diventato, ma nel frattempo, quella sofferenza positiva si fa opera. Il mondo che vorresti si fa poesia. Prima di tutto le sensazioni del tuo io si vestiranno di parole parole o musica o altro. Lo si fa per te stessì e poi strariperà nel mondo.

Nessuno getta i diamanti, ma tutti dimenticano gli schiavi che li han scavati....

Noi siam schiavi e intagliatori e lasciata la pietra dietro le spalle, per intagliarne un'altra che solo quella alla quale stiamo “lavorando” ci sembra la migliore, si, lasciatala la in fondo, non la getteranno.

Non capiranno come è nata quella pietra, unico prodotto umano momentaneamente perfettibile, e cercheranno di farne business perché solo così per loro si valorizza qualcosa....ma lo sanno che i diamanti son più duri di loro, e brillanti e silenziosi, se si lasceranno andare alla loro luce che temono com'è giusto temere per una bestia quel che non si conosce nel profondo, se ad essa si lasceranno andare, ne usciranno abbagliati o cambiati.

Ma noi non lo facciamo per loro, per quella folla infinita che si vede negli stadi e per strada nei giorni di festa. La folla per noi non esiste. Sono tutti individui che se potessero spenderebbero anche solo per un sorriso quella moneta del sogno che è l'arte. E loro sono infiniti io, infiniti me stesso che devono, si, per favore, devono,imparare ad amare.

venerdì 1 luglio 2011

Moleskine I

21 gennaio - mattina

il 19 dico a Tonino: “domani nevicherà. E' qualcuno che ti saluta!”

ormai qualcosa l'ha capito, di come ragiono. Conosce le mie fantasie, solide più della realtà. Ha letta quasi tutte le mie cose degli ultimi anni e non solo ...quindi forse sa di me anche qualcosa che anch'io ancora non vedo....

risponde3 con un sorriso perplesso e poi parliamo d'altro.
Per quanto gli piacciano le mie fantasie, che qualcuno pomposamente potrebbe chiamare mondo interiore, forse, anzi certamente, avrà pensato che questa volta ho esagerato. Avrà pensato che...”ci sta avere dei misticismi personalizzati, delle pseudo visioni, ma pretendere di prevedere il futuro! Questo un artista non lo deve mai fare perché se ci prende sarà più di un artista, e questo non va bene, e se non ci prende sarà un ciarlatano...”

E la mattina dopo Tonino mi telefona: “ciao Werner. Nevica....” Colgo il suo stupore e anche che si aspetta qualcos'altro. Gli chiedo “chi compie gli anni oggi?” ….cincischia e poi azzarda “uno scrittore famoso?”
“E' il compleanno di Federico”
“Os'cia è vero!”
“Brindi oggi?”
“Si”
“E' un bel salutare non trovi?”

già gli avevo telefonato il sei per spingerlo a brindare al compleanno di Scriabin”

chissà. Forse inizierà a credere in quel qualcosa che non so cos'è ma che sento.
In fondo nemmeno io ci credo. ma.....

ore 20

Radio giornale del veneto. Non sono in quella regione ma la mia sofisticatissima radio sceglie a caso fra le onde e intercetta sempre qualcosa di diverso.

E' stato imposto ad alcune biblioteche di togliere i libri di un certo numero di autori. Sembra siano una ventina. Ricordo una manciata di nomi: Saviano, Carlotto, de Carlo, Pennac.

La loro colpa: esser stati firmatari di una lettera in favore di Battisti, considerato in Italia pluriomicida e che ora è in carcere in Brasile. Non entro in merito della faccenda di questo uomo. Si dice troppo e troppo poco. Non so. I morti ci sono. Si disquisisce sul perché. Facile quando i morti son degli altri e la famiglia piange a porte chiuse e non son le porte e i muri di casa, ma l'omertà dei mass media che isola più di un esilio. Uccidere per me non è mai giustificabile. Accade però. Accade che qualcosa ci esasperi e allora si spara sul mucchio. E il mucchio non ha identità per noi ma per qualcuno, e tragicamente, si. Non si deve mai dimenticare l'individuo. Mai. Quel che ho detto è oltre la politica e l'ideologia. Anzi. Viene prima. Anni luce prima. Quindi questi pensieri non intendono condannare o assolvere. Personalmente soffro di chi muore e, si, anche di chi sta in carcere. Morto civile. Il male non si bilancia con nulla. Il male fatto è li. Non esiste punizione. Risarcimento. Esiste solo non farlo. Ma spesso è una catena. Il male fatto serve più o meno volontariamente non a risarcire, ma a fermare o a far rallentare un male che ci prende e pian piano ci asfissia. È complicato. Giudicare. Stare da una parte o dall'altra è troppo semplice. Troppo facile.

Torniamo ai libri esiliati da certe biblioteche.
Intervistano un assessore.
Dice che anche gli insegnanti non sono liberi di insegnare quel che vogliono e non per niente hanno un programma da seguire. Certi autori quindi si possono “sconsigliare”....

la storia gira in tondo.

Anch'io, nella mia stanza.

22 gennaio ore 10.30

Telefono a Tonino. Mi ha appena chiamato il dirigente della Maggioli editore per dirmi che il libro (“Tempo di viaggio”, che era colmo di errori) e stato finalmente stampato.

Non ne sapeva ancora niente. Era comunque soddisfatto anche se c'era, come per me, sorpresa nel fatto che abbiano avvisato prima me di lui.

Mi dice che c'è un metro e venti di neve. “ieri eravamo a settanta centimetri!”
E' sereno. Gli dico che Fellini ha esagerato con le manifestazioni di affetto e lui ora è chiuso in casa con cinquanta gatti, il cane Baba e la moglie.

Gli dico scherzosamente che non disponendo di una slitta con le renne come Babbo Natale, non passerò a trovarlo i giornata.

In lui è magnifico il fatto che sa essere sereno sempre, nonostante tutto.

7 febbraio

Ho scovato una buona artista e, in accordo con Tonino l'ho cercata per vedere se può far opere su tre sue fiabe.
Ieri ha risposto.
Non ho capito se si tratta di una e mail di circostanza con eccessi emotivi calcolati, o altro.

Comunque sia, nonostante il valore delle opere, non ritengo opportuno, almeno per me, approfondire la conoscenza e meno che mai di persona.

Fra artisti, che dovrebbero secondo me esser più umani degli umani o almeno provare ad esserlo, fra artisti dicevo, la sincerità ha senso. È fondamentale.

Gli artisti sono invitati da nobili e borghesi, ma nobili e borghesi non sono e se lo fossero dovrebbero spogliarsi di etichette simili. Non è facile. La Maraini per esempio non ci riesce e di etichette ne ha tre che oltre il resto “fanno a botte fra loro”. Nobile, borghese e sinistrata (nel senso che è di sinistra, di una sinistra ridicola). È bello “Marianna Ucrìa”, ma solo quello (meglio che niente certamente, e vale la pena rileggerlo, ma il resto! Quel libro che ha vinto lo Strega per esempio! Mi sembra si intitoli “Buio”. Falso, banale, scontato. Una scatola non vuota, ma piena di cose finte, atteggiate. Forme di dolore che dovrebbero essere indagate, vissute, comprese e invece sono un “come si pensa che siano in base ai mass media e alla percezione di chi non si sporca le mani con la realtà”, ma del tutto non concrete, non vissute. Tipico errore di chi viene a conoscenza dei fatti e ci spalma su la propria morale che si è formata su altro.
E la Mazzantini! Ricordo “Non ti muovere”. Finto. Una borghese che si atteggia anche quando parla in pubblico. Ho visto più che sentito una sua intervista e ne son rimasto men che disguastato (che strano errore che mi ha offerto la tastiera del computer! Seguo il consiglio di Savinio e prendo questo vocabolo come contenitore di una verità più completa dei quel che volevo usare). E quella “simpatica “ s.p.a. messa su col marito regista! Io scrivo e tu fai i film. Che bella vita. Parapapa! Tanti soldini!coli quà. …..Si, ma solo quelli. Rileggetevi, sia tu pomposa Margaret che il tuo signor marito Castellitto, si, rileggetevi la novella Mazzarò e ricordate che la “roba” non nobilita l'animo e non la portate con voi in un qualsiasi “altrove”. I soldi hanno senso certamente, ma solo fino a un certo punto, poi diventano assurdi, inutili, pesanti, ci rendono schiavi delle loro esigenze e poi, si, e poi? E poi soldi sono opportunità, non altro. Mai dimenticarlo.

La sincerità degli artisti quindi, riflessa nello specchio e anche donata al mondo esterno. In un periodo come questo, tutto sarà perdonato ai puri di spirito. Non c'entra la religione. Si tratta di coerenza. Se la sentono ti rispettano e ti amano perché è lei che manca da troppo tempo sul palcoscenico di questa epoca e della sua coscienza che son le arti. L'ultimo che ha mantenuto questo patto con se stesso e con un mondo impreparato a cotanto lusso, è stato Sciascia, e ne è uscito assai spennacchiato. Ma altri artisti di un domani che si sta facendo oggi, lo prendono e prenderanno ad esempio. E non solo lui. Savinio e Brancati per esempio, che i professoroni sistematicamente dimenticano di offrire ai loro allievi. Bella l'esigenza di libertà dell'artista di quest'ultimo, talmente in anticipo sui tempi e sui suoi contemporanei da esser condannato alla solitudine.

Dicevo, prima di questa invettiva diretta al nulla, che fra artisti solo la sincerità ha senso e che anche se sono invitati da nobili e borghesi, nobili o borghesi o ambedue contemporaneamente, non sono.

Si tratta di una casta di solitari che forse si apriranno ad un proprio simile, reale o irreale poco importa, o all'amore il resto è marketing e fraintendimento spesso pilotato.

Oppure caratteri anomali, ma certamente non normali, se mai questa parola possa ambire a significare qualcosa per un essere pensante.

Ho deciso che a questa artista, che sta partendo per Parigi, invierò per un certo tempo una e mail al giorno. Ho messo in chiaro che non voglio risposte. Un assaggio di concreta sincerità, con le sue asperità e le sue scioltezze. Ho poca fiducia in una persona che, mi sembra di aver capito, sguazza ancora nello stadio di chi comprende, e con sorpresa, se stessa dalle proprie opere ( e non è detto che una volta fatte, espulse da sé, decida di meditarle. Potrebbe temerle come un contatto con una realtà che da se stessa le impone di cambiare, di porre diversamente i pesi sulla bilancia interiore e gettare l'emotività). L'arte, quella grande, è lo specchio nitidissimo della nostra interiorità compresa. Anche un dubbio va bene, ma deve essere chiaro in noi, non un'ombra che vaga e che un giorno si fa gatto e un altro fiore.

Però le opere sono belle, belle nel senso che hanno un senso e appagano l'occhio. Semplicemente può fare di più e non per il mondo esterno, ma per se stessa. Quella maschera che ha indossato, rischia col tempo di diventare il volto e poi ….la vita si fa finzione che solo al mascherato sfugge.....

Capire è agire prima di tutto su se stessi. Almeno bisogna provarci. Lasciarsi vivere, sguazzare nel magma dei sentimenti e delle sue reattività che salgono alla gola come una sete, non va se non come inizio, ed è comune a tutti. I frammenti di specchio che l'uscita dall'infanzia ha sbriciolato con fragore, devono essere ricomposti con calma. Se ne otterrà la nostra immagine. L'abilità sta nell'essere talmente precisi da ottenere che nemmeno le crepe si vedano più. Ricostruire se stessi. Vedersi almeno per un attimo. L' “altro” è il martello. Noi la cura. E con la nostra immagine si potrà dialogare.

14 febbraio ore 10.30 - Treviglio

Nel Santuario. Troppo buio. Notevole la dimensione. Splendidi gli affreschi. Nella cupola, ogni “spicchio” rappresenta una chiesa celebre e sopra ha il suo santo.
Peccato che sia poco illuminata. Quel che son riuscito a vedere è stato ottenuto per mezzo di una battaglia assai stancante per gli occhi.

E' vero comunque che per il fedele di Treviglio, in questa vasta penombra rotta qua e là da luci fastidiose e appuntite, c'è la possibilità di abbassare lo sguardo in una simulazione di umiltà che l'abitudine al luogo, a se stessi, ai propri pensieri e ad una fede fatta di gesti ripetitivi, può far rivivere involontariamente ai miei occhi, una ritualità dei tempi antichi.
Quella luce che ferisce, fa fare al corpo quel che spesso più non riesce alla grandiosità della chiesa e della fede.

Ed è un minimo chinare il capo che nella millimetrica genuflessione rievoca il gesto antico che rappresenta il timore di dio.

Treviglio - Caffè Milano - ore 11

Una perla. Del 1896. Legni intarsiati. Tavolini di marmo verde scuro con il piede di ferro nero. Prodotti tipici belli a vedersi e sicuramente buoni. C'è un'attenzione tutta francese nella confezione e nella presentazione. Essi son talmente carini e particolari! ..al punto da poter essere considerati tipici non certo per una possibile antichità di tradizione, ma per l'originalità. Più appetibili all'occhio, così a prima vista, che non al palato....

Italietta ai tavoli. Argomento del giorno: la juve ha battuto l'inter (minuscolo accuratamente meditato), mentre il Nord Africa che si sta forse emancipando dalle dittature e che urla la sua dignità a caratteri cubitali da giornali comunque assai spettinati.......

E poi non parlano. Urlano. Di più. Nessuna sintonia con l'atmosfera del locale. L'abitudine a un luogo, ne uccide la bellezza. Una bellezza che questa volta non è esagerata e invadente come in quei capolavori che ci scoprono a noi stessi impiccati allo sguardo perché ci accorgiamo che la mente non respira più. Essa, la mente, ne è asfissiata, spenta quasi da troppa potenza. Amo le cose piccole, minute e graziose e “grazioso” non per caso deriva da grazia. La grande bellezza mi intimorisce. La rispetto, pago il mio tributo di pensiero e attenzione, ma poi torno per esempio al volo del gabbiano della mia tazza da tè di Folon con un sorriso sottilissimo che si accende sulle labbra e che rivela come quell'oggetto minimo sia più vicino alla mia anima di una torre perfetta o una chiesa spaventosamente imponente su una città antica fatta di solito di case minuscole e che mette comunque a disagio e umilia con la sua ostentata sproporzione anche il palazzo di un signore. Lotte fra simboli che non comprendo più e che mi valgono solo come documenti di un passato che opprimeva. Chi era più in alto aveva sotto una catasta di corpi che schiacciava con gioia. Dietro a certe piccole cose, piccole di dimensione e non certo di contenuto, dietro a certe piccole cose dicevo, c'è una leggerezza, un voler vivere per sorridere e non ci sfiora minimamente la necessità di far strumento di qualcuno per incidere una immagine nel tempo. Alla nostra mente val più Michelangelo del papa che gli commissionò la Sistina e infatti molti il suo nome non lo ricordano o lo recuperano dal solaio della mente con un certo sforzo. Ai nostri occhi sorprende la grandiosità di quel lavoro e per molti si tratta ne più ne meno che di un record di area dipinta, di numero di personaggi disegnati e di chili di colore macinati, cose degne di quel libro che si chiama “guiness dei primati”. Il pensiero che sta immediatamente dietro è troppo complesso e pesante, …..ed ecco che la grandiosità si appropria delle nostre esclamazioni di entusiasmo con le armi della banalità. E poi si entra al Bargello e davanti al Bruto e ai due tondi si percepisce qualcosa che prende forma di ebbrezza ceh non esita a diventare grazia che ci inonda ma non si piega se non in pochi genii, e alle parole loro per essere compreso almeno un po', anche dalla mente senza le vibrazioni dell'anima, che è l'intelligenza.

Torno con la mente nel Caffè Milano. Qui è il sapore di un'epoca che a tratti sembrava anche gentile e comunque era elegantissima. Potrebbe entrare in qualsiasi momento, almeno per me, Violetta Valery che chiede l'ombrellino che ha dimenticato e sorride alla vita anche se di fatto non ne ha motivo almeno per me e per quelli come me che del suo futuro grazie a Dumas e Verdi, san tutto. E io che so appunto che il suo futuro è un fiore nero che non si accontenta di essere raccolto una sola volta, ma per sempre, sui palcoscenici del mondo ripeterà il suo sgualcirsi, e brinderà elegante e cederà alla disillusione del sentimento e poi alla malattia …... io che so, la attendo ora, qui, nel 2011 seduto in un giorno di pioggia in un caffè in riva a Milano.

Ma qui, seduto al tavolo di marmo verde scuro mentre intravedo dai vetri la piccola piazza con la gente che passa, non posso non attendere che il selciato lucido di pioggia mi porti i suoi passetti brevi e svelti, il suo desiderio e il suo sorriso. Bella più che mai e per sempre, che questa è la Violetta che ricordo e che cerco ogni tanto anche nei vecchi caffè di Nancy.

...Ben misera questa epoca. E il mio novecento che ha sminuzzato la mia infanzia. Mi rimane una sola immagine femminile pura e carica di erotismo genuino. È Biancaneve di Walt Disney. C'è chi desideri nel letto, e chi a casa e nel cuore, e lei era ed è per me pulita, nel senso più alto del temine e femminile come raramente oggi ho occasione di vedere poiché troppo le donne imitano gli uomini e gli uomini le donne. Da bambino mi affidavo a quei gonìfiori gommosi che si chiaman seno per riconoscere nei casi estremi un uomo da una donna, non sapendo ancora che eran cosa diversa dal maschio e dalla femmina. Il seno era l'ultimo rimedio, ma ora, la borsetta, il trucco, le tinte, le mossette, le palestre che ingrossan spropositatamente i pettorali.... Spesso quando ti presentano qualcuno più del nome premerebbe porre un'altra domanda. E non si pensi a desideri luridi e comunque naturali che cercano un appiglio almeno per la fantasia. Da tutto può nascere un'idea e da essa un'ideale.... la mente e l'esperienza ci addestrano alla disillusione, ma l'anima, si sa, non si arrende mai ….e nemmeno la morte le fa problema.

Sabato 12 marzo - Firenze

Ho terminato da qualche giorno la stesura del racconto “senza titolo” Son scappato a Firenze per allontanarmi un po' da me stesso ma mi ritrovo sempre e ovunque. E mi viene un'idea mentre bevo un buon caffè al “Giacosa”:

una persona decide di scrivere cartoline ogni giorno. Le indirizza a caso scegliendo da elenchi o da nomi visti sui campanelli mentre è in viaggio in altri posti. Penso che sarebbe utile che mandasse sempre il medesimo testo che, brevissimo, invita ad un appuntamento fra vent'anni in un certo luogo e a una certa ora uguale per tutti.

Può piacermi. ma..... e poi?

Non so se è il caso di pensarci su per mesi come faccio di solito o mettermi a scrivere subito.
Comunque per oggi non se ne fa niente.

Ci penserò domani e si sa che domani non esiste.

Domenica 14 marzo

penso spesso a cosa può voler dire per me stabilità.
Non riesco a creare o ritrovare in me alcuna immagine.
Il lavoro, una casa mia, un conto robusto, non servono. Li vedo illusori.
Esistono le crisi come nel '29 e, perché no, anche i terremoti....

si tratterebbe solo di versioni differenziate di un senso di provvisorietà che negherei a me stesso con artifici nei quali non ripongo fede alcuna.

Chiedo alla nostalgia di identificare un paese, anche una sola via come un luogo al quale vorrei tornare, ma non ne trovo. Ed è giusto così, perché anche tornare è illusione.

E gli altri. Sento che la gentilezza, qualsiasi suo artificio, è la maschera che si indossa con indifferenza.

...la gentilezza della nonna portò Hansel e Gretel nel forno.....

19 novembre, ore 10

consegnerò tutto al nulla
qui di fronte

nel caos di tanti addii
perdo anche te....

ma oggi non ho paura.

Raccoglierò me stesso in un punto
lo farò esplodere in un lampo e avrà la nostra forma

di quando di fianco a me
annusavi il sole
e l'acqua
e l'erba.

Consegnerò tutto al nulla

è giusto così

e ora parti!

...è il tuo momento.

Ciao, Mafalda

ciao. Ma se puoi aspetta domani....

Ancora un giorno, un'ora.....

Ciao

si, lo vedo, scusa, ciao. Devi partire...


13 aprile pomeriggio e sera

Dal giorno stesso che Mafalda è partita son andato a prendere Sophie. La sua padroncina ha tanto da fare, la salute non la aiuta e quindi è stata contenta di darmela per così dire, in prestito.

L’idea di tornare solo, in quella casa nostra e ora solo mia, era intollerabile. Avevo scelto questo paesino in riva al mare perché da una parte c’è un lago salato nel quale nessuno mi ha mai vietato di far fare il bagno ala mia pelosa compagna. Se da un lato c’era la spiaggia bella d’autunno e inverno, con cavalli sguinzagliati e niente ombrelloni, in estate, quando i corpi degli umani si rosolano e riempiono di strida la musica naturale, si andava a quel lago che qui chiamano valle. C’era e c’è la musica di tanti uccelli. Spesso i fenicotteri in branco col loro colore di cicca alla fragola attiravano troppi turisti, ma non c’era problema. Ogni anno barchine prezzolate si avvicinavano troppo e i fenicotteri volavano via, in un silenzio che era una chiara sottolineatura di una colpa, di un turbamento. E tornava la pace con i pesci che guizzano, e Mafalda sguazzava che era un piacere rinfrescandosi, giocando, lei, più figlia della natura degli umani, che non arrecava disturbo ai cavalieri d’Italia, ai gabbiani e alle garzette, che la guardavano sorridendo e con un pizzico d’invidia perché il suo umano le risolveva il problema del cibo e poteva si, giocare e amare la vita più di loro che non la odiavano certo, ma per una buona metà del giorno dovevano faticare. Anche il sesso era una questione risolta. Se l’umano si arrabattava fra alti e bassi (maggiori quest’ultimi poiché due esseri che pensano mai potranno andare d’accordo, troppe irrealtà, come la pretesa eternità dei sentimenti, li disturbano), Mafalda, dopo aver sofferto due calori, con assalti di cani furibondamente innamorati, è stata salvata dalla sterilizzazione. Ora, con la pappa risolta e la guerra del sesso annullata per sempre, la vita era carezze di sole, passeggiate, gioco, infilarsi nel letto dell’umano mentre dormiva e conquistarsi la metà di un posticino singolo con un corpaccio di quaranta chili e divertendosi alla sorpresa che all’alba coloriva il suo sguardo e sentire il calore del suo corpo e lui di lei e riaddormentarsi in quella strana tana col materasso alla quale sfugge il linguaggio di vibrazioni della terra, il suo lento girare intorno a centinaia di assi, il suo attirare sottilmente la vita e esserne madre accogliente….

Sophie è una cockerina bianca e nera. Mi pare che si debba dire sale e pepe. È una vecchietta. Ha tredici anni e mezzo ma non si nota per via delle macchie bianche di pelo che secondo me hanno assorbito il suo incanutimento.
Come tutti i cani della sua razza, è buffa. Buffa nel passo e negli sguardi comicamente legati alle oscillazioni delle lunghissime orecchie nere. È quasi cieca. Distingue la luce dal buio. E poi è sorda come chi non vuol sentire. Ha anche un problemino alla pancia che la costringe a mangiare solo un tipo di scatoletta.

Così, con lei, ho recuperato l’aspetto più superficiale e più duro che è legato al dramma della fine dell’amore e della vita degli altri, ovvero la mia, anzi nostra, sequenza di abitudini.

Mi diverte pensare che di solito esiste il cane per i ciechi. In questo caso accade il contrario. Mi ingegno di esser bravo e i risultati mi sembrano buoni. Dopo qualche mese di tentativi, ora ci son due tratti di pineta che Sophie riesce a percorrere senza guinzaglio. Devo dire che se la cecità è per gli umani un dramma spaventoso è anche un poco colpa loro. Essi hanno incaricato di troppi compiti i sensi licenziando quasi l’olfatto e l’udito. Mi rendo conto ora che il merlo, quando canta per salutarmi e chiedere briciole, lo rintraccio in base al suo verso e spesso non chiedo nulla agli occhi perché già ne so abbastanza. E gli odori che una volta per ogni vivente erano una mappa, per Sophie son ora l’alternativa agli occhi.
Durante le nostre passeggiate, ogni tanto colgo il suo sguardo che mi cerca e le orecchie che si alzano di un minimo alla radice per cogliere il mio passo, ma inutilmente; allora allungo la mano le accarezzo la testa e da questo tocco recupera un poco di tranquillità. Dopo qualche passo, la posizione esatta sulla mappa di odori è recuperata al punto che, all’incrocio fra due sentieri dove di solito voltiamo a sinistra, mi sta di fianco sicura nei movimenti come se vedesse.

Sto cercando di darle, come feci per Mafalda, una vecchiaia felice.

I cani, come gli umani, non sopportano la solitudine. Gli umani, che hanno il pensiero, che complica, non sanno imparare a temere prima di tutto sé stessi. gli altri si possono ignorare, lasciare fuori dalla porta. Se stessi se lo devono tenere e poiché spesso son diventati troppo schizzinosi con gli umani, cercano se stessi in cani, gatti, volpi, ricci, tortore e merli.
Dagli animaletti imparano il fascino dei sensi che hanno smarrito. La carezza del sole, il fascino di un odore che spesso è puzza solo perché sconosciuto.

Si recupera a volte, il brivido che fa temere il tuono, che anticamente sembrò la voce di un dio e ora il pensiero ha spogliato di fascino riducendolo a scarica elettrica. Questo produce, se ci si lascia andare, un vibrare piccolo piccolo nell’insondabile centro dei sensi che, se gli si lascia lo spazio per crescere, anche ora che comunque il pensiero un poco lo doma, fa sentire, prima minuscolo, simile ad uno scoiattolo che corre sui sentieri cristallini del nervi e poi enorme da far vedere e sentire, totalmente presi, con i polpastrelli tirati, il naso che vibra, l’orecchio che si fa grande e la lingua che assapora, come al lupo o al merlo che guardano quell’urlo di luce, che fa vedere e sentire appunto, il frastuono che diviene musica colossale, che frusta il sangue, lo mescola della sua energia e, per rispetto e chissà cos’altro, ancora dopo anni sa fa vibrare. E chinano il capo i viventi tutti, si, come non sa fare il pensiero sublime, davanti a un imperscrutabile dio costruito e fatto sedere su un trono di fraintendibili, troppo umane, parole. E solo gli umani pensano di chiudere il discorso deviandolo con un parafulmine.

Mafalda aveva paura dei tuoni. Da vecchia poi, le bastava sentir piovere, e per loro, gli animali, la pioggia invade più sensi che ora anch’io sento. Le bastava sentir piovere per guardare un attimo solo il cielo, che ancora non sapeva della battaglia che avrebbe accolto, e correre in casa. Mettevo la Messa in si minore a tutto volume e la abbracciavo per un tempo indescrivibile mentre tremava come una foglia.

Quegli occhi color ambra.
Leggendo l’altro giorno “controcorrente” di Huysmans, mi ha colpito una considerazione che forse non è vera ma poco m’importa. Sembra che negli occhi degli animali, e particolarmente dei buoi, rimanga impressa nell’occhio, l’ultima immagine. E perché non anche agli umani mi son chiesto?

Ho poi pensato a cosa potrebbe essere rimasto in quelle biglie stupende. Ho ripensato al momento fatale. Era stesa al centro del salotto da un paio d’ore e io ero seduto di fianco a lei. Il viso (muso mi par brutto) era rivolto verso la siepe fuori dall’uscio, nel punto esatto dove di solito sta l’eterno pettirosso. Si. È così. Non può non essere così perché così c’è bellezza. I pettirossi poi, li sento come guide per l’aldilà. Ovunque vada mi accorgo di averne sempre uno vicino che mi osserva. Ricordo anche a Milano, mentre uscivo dal caffè di Armani, di aver colto la sua macchietta rossa sfrecciare fra la voragine del metrò e il semaforo che porta in via Montenapoleone.
Sono certo, grazie alla sua continua presenza, che non mi capiterà il destino crudele che condannò il cacciatore Gracco a vagare nel mondo sulla sua barca che, e non si è mai capito come, ha smarrito la via che porta al regno dei morti.
Si. Mafalda ha il suo giardino negli occhi, e mi piace pensare che resisteranno alla decomposizione facendosi duri come sassi con quell’immagine dentro….ma no. È meglio di no.
Per Mafalda chi non l’ha vissuta non sarebbero che due pendagli adatti forse per ornare le orecchie, che racchiudono sorprendentemente un paesaggio con una infinitesima, vibrante, macchiolina rossa.

Si. Il valore di una qualsiasi cosa non è pecuniario come la superficie del pensiero è portata oggi a pensare. In casa di una signora ormai “partita” trovai, in un piccolo scrigno, un fiore secco. Il diamante era nella memoria e, le mille sfumature di stella, le vedevo tutte. Vidi la mano tremante di tenerezza di un uomo pallido e roso dal timore di un no, che affida a petali sgargianti l’allegria del suo desiderio. Colgo il si di lei in quella salma di fiore accettata, anche se poi lui sarà fuggito, o avrà migliorato se stesso come accade a tanti uomini, solo nel far più spesso centro quando faceva pipì. Mi disse una donna dal corpo sfinito e dalla mente brillante. “gli uomini son bambini. Se glielo dici si offendono. Se non glielo fai essere, li perdi”. E penso a Lora che vede Federico (Fellini) e Tonino (Guerra) spaventati perché avevano scambiato due parole tempo prima con una persona che poi, si è scoperto, era malata di pertosse. Lei ha detto “so io un rimedio che si usa in Russia e che fa miracoli!” e in cucina ha spremuto varie verdure facendo un beverone da vegetariani. Mi disse che loro, quei due indiscutibilmente grandi senza i quali mi vien un po’ difficile immaginare quel rudere che chiamano Italia come qualcosa con un recente, dignitoso passato che ancora in loro dura, si, mi disse, che presero la caraffa a due mani come bambini, ci immersero il viso fino a svuotarla e ringraziarono. Per riconoscenza, Federico qualche giorno dopo, le regalò un libro sulle erbe italiane e i possibili intrugli che con esse si potevano fare, perché far finta di essere maga, una finta che lui prendeva veramente per vera, gli serviva per domare non solo la paura della pertosse.

Ecco un diamante. Questo viaggio nel ricordo ricordando, si, solo ricordando, innescato da un fiore secco in uno scrigno, ed ecco che riappaiono fatti vissuti e anche altri immaginati che per questo motivo non son certo meno fragili e distanti.

…e poi mi capita di pensare, tornando all’ambra di Mafalda, che un occhio era sprofondato nel cuscino e so, si, lo so, che in quell’occhio ci sono io e il bacio che il suo sguardo mi dava ogni mattina anche quando, decrepita e traballante, si avvicinava al letto per svegliarmi ed essere così certa che vedendo lei per prima ancora una volta, per quel giorno, alla vita avrei sorriso almeno per un istante.

Sorrido anche ora mentre sto scrivendo con un nodo in gola e gli occhi umidi e penso a quale cuccia assurda ma completa è un vero affetto, in questo mondo di umani distratti.

Ecco, il nodo si scioglie. Immagino ora, sotto terra, tanti occhi ormai senza volto, senza cranio, senza meta, che galleggiano perfetti, eterni, incorruttibili ormai, a tutto quanto è sporcabile da un gesto o un pensiero umano. E posso vedere, se decido di soffermarmi un poco, le ultime immagini lasciate da tutti i viventi. E quelle degli umani le distingui perché, men che raramente, rappresentano qualcosa di vivo ma quasi sempre muri bianchi, crepe, soffitti, fondi di bicchieri vuotati e luci artificiali troppo intense per poter essere comprese.

L’ultimo sguardo di un cane, di un cavallo, di un topo, si, anche di un topo, riflettono la vita, e assai raramente, troppo raramente essa è rappresentata da un umano e siamo ad un tal livello di rarità che se dovessi decidere per mezzo di un conteggio e di una statistica, da quelle immagini trattenute, quanti ce ne sono di umani lassù sotto il cielo, ne conterei da saziare a fatica le mie dita.

E invece tu Sophie? Si, mi fai ancora sorridere. Penso, per esempio a ieri notte. Dopo aver letto un libro di Fenoglio, ti porto fuori per la passeggiata notturna. Fai quasi subito la cacca. Non c’è nessuno e, forse per la prima volta in vita mia, mi produco in un insensato gesto ribelle e decido di non raccoglierla mantenendo ben stretto nelle mani della mente un pensiero che mi va di far crescere. Tu, Sophie, mi guardi sorpresa e poi riguardi la tua copiosa produzione. Sembri dire “ e che ha che non va! Non ti piace? E perché proprio questa non la raccogli? Se ci fai caso ho manovrato con cura con le mie vecchie zampe, si da farla di una forma nuova!”

Ti accarezzo e passeggiamo. Quel pensiero mi distrae troppo, cara Sophie e non la raccolgo, la tua opera degna certamente della Biennale di Venezia, come per rendere evidente almeno alla notte, la protesta contenuta nel mio ragionamento.
Penso al secondo dopoguerra che ha avuto talenti come Savinio, Flajano, Brancati e Pavese sopra tutti ma di essi così poco la loro patria fatta di ballerine e feste, ama parlare.
E poi c’è stato e c’è un sottobosco di mediocri che non fanno quasi mai completamente ribrezzo,(e attualmente anche il ribrezzo, la stupidità si fanno moda artistica quindi degna di tenzone), e un sottobosco di mediocri dicevo, che han fagocitato le luci del piccolo teatrino della loro epoca pieno spesso non di pubblico, ma solo di loro medesimi e si applaude l’alktro solo per esserecerti che poi successivamente per questo solo motivo si ricorderà di contraccambiare applaudendo. E ne so qualcosa io che amo leggere e provo ad assaggiare con un filo di speranza quel che dicono che sembri…. ed invece è noja.
Calvino lo leggo e non “mi prende”. Costruzioni artificiali della mente e mai della sensibilità ed invece è un diamante di essa che l’intelligenza deve tagliare accuratamente per tirarne fuori la miglior luce! E poi, sempre Calvino, in una prefazione che è l’unica cosa gradevole in un libro che contiene anche a un romanzetto da lui scritto, consiglia Fenoglio e mi da un titolo: “Una questione privata”, aggiungendo che su certi argomenti è stato il migliore della sua epoca. E penso a Gadda, Pasolini, Cassola, Silone, Sanguineti ed altri che senza partiti e università che li pompano più perché losro si, completamente, definitivamente, per sempre morti, brillano men di niente……. Ed ecco che questi piccoli esseri a propulsione politica e universitaria si son vendicati e mi ritrovo in casa con uno stuzzicadenti a rastrellare merda dalla rigatura della suola della scarpa da tennis. La Sophie mi guarda sorpresa. Sembra dire: “Ah, ora comprendo. La volevi portare a casa e poi fare tanti pallini. E poi dopo, ne fai degli stampi come i cuccioli di umani con la sabbia umida? Ma quanto siete strani voi umani. Raccogliete le nostre cacche con una meticolosità malata e poi, forse già dopo pochi metri dimenticate cosa ne volevate fare e la gettate in quei grandi bidoni grigi!”

E il discorso dei suoi occhi glauchi, mi fa sentire svitato, innaturale e punito da chi per esempio si è sentito citato e male accolto dal mio precedente pensiero e, non me lo toglie dalla testa nessuno, ha fatto bandiera dell’omosessualità che allora era un baubau spaventoso al punto che ancor oggi nel 2010si parla di un tipo che per quel motivo a Catania si è visto rifiutar la patente,ha fatto bandiera della sua sessualità al punto dicevo, da farci una carriera di regista e di poeta e di scrittore di roba che se non te lo impone qualcuno, da solo non la vai a cercare….

Ok Sophie, ho pensato. Ora si va a letto prima che Sanguineti mi faccia lo sgambetto arricciando il tappeto mentre passo e Gadda consumi la sua vendetta facendomi prendere la scossa mentre accendo la abat jour… i piccoli uomini son capaci di tutto. Perdono tempo anche nella vendetta. Quindi cauto cauto, sollevando ben bene i piedi e muovendo l’interruttore con la capocchia d’argento della matita di legno di cedro, apro la finestra e tiro giù la veneziana per far si che domattina la notte duri qualcosina in più e ci regali così forse, qualche briciola nuova del sogno appena sognato.

….e ripenso a quelle lucciole sotto terra, a quegli occhi inscalfibili dal tempo, pieni di immagini, a quel me stesso la sotto, veramente eterno, più delle parole che scrivo e di tutto il resto. Mi dono a quel me stesso riflesso dall’occhio d’ambra di Mafalda, più sereno di me, e mi infilo nel letto, ormai salvo dalle vendette di Gadda Pasolini and company, domandandomi cosa mai ci sarà, stampato per sempre, un giorno, nel mio occhio interiore, in quello che rimarrà schiacciato nel cuscino, e quell’ultimo sguardo della materia sul mondo che avrò vissuto, mi guida nel nulla. Mi prende il sonno, con Sophie ormai addormentata sulla poltrona accanto al letto e cullato dal suo russare leggero, parto per un mondo di gelatina trasparente che vibra gentilmente alla musica di Boccherini e guardo una per una le luccciole d’occhi del mondo di sotto. Una per una. E questi eterni portafoto del ricordo più bello, mi attirano cercando la bellezza che qualcuno è riuscito a costruire, per imparare da essi a ripercorrere l’unica via sensata, che sta nel sorriso, riflesso nel ricordo. Quando vago là sotto so che non esiste l’immagine riflessa nello specchio e che nemmeno lo specchio esiste. Solo il ricordo riflette una immagine vera, fatta di accumuli di tempo, quando invece una foto per esempio, di tanti attimi sensati sa raccoglierne uno solo, quasi a caso, e che ti riporta l’immagine di qualcosa che non sei mai completamente tu, che mai è veramente viva.

La persona stupida ama l’infanzia che non ha ricordo e che invece proprio per questo è angoscia e smarrimento. E nemmeno l’età tarda gli farà dire che ora, nel ricordo, se qualcosa di buono ha dato, lo riceverà mille volte moltiplicato. E non sarà mai più solo. Solo come quando, da bambini, si chiudeva la porta della cameretta e dovevi affrontare la notte con a disposizione solo la scatola dei sogni che ancora non sapevi usare e avevi paura…..