mercoledì 20 marzo 2013

Tonino Guerra e We: "Il gigante"

Domani, 21 marzo, è il primo anniversario della fine del corpo di Tonino.
Non credo alla morte e per me si tratta di rielaborare un'amicizia importante in una dimensione eterna e diversa. E' più facile di quel che si pensa.......
Tonino sapeva di questo racconto, e che lo riguardava, ma glielo diedi solo dopo tanti anni.
E' facile pensare ad un timore reverenziale, ma fra noi non ce n'erano; il problema per me era nel fatto che un testo letterario, men che raramente mi soddisfa. A lui piacque molto, io ne sento i limiti ma non oso più toccarlo.
Dedico questa "cosa" pensata insieme a lui al giorno del suo compleanno..... giorno in cui un folletto si vestì di carne ed ossa per raccontarci la natura e la bellezza dei sensi.






IL GIGANTE

  
“Questa casa? Guarda le altre. E’ identica solo che è cinque o forse anche sei volte più grande.
C’è scritto qualcosa sotto il campanello.
E’ un museo! Ti va di vederlo?”

“Andiamo!”

“Buongiorno, lei è il bigliettaio?”

“No. Sono il guardiano e la guida.”

“Che tipo di museo è?”

“Questo museo, questa casa, senza la storia che contiene diventa uguale alle altre. Solo un po’ più grande.”

“Direi molto più grande delle altre!”

“Sì, è vero, molto più grande. Su, venite.”

“Scusi, quant’è?”

“Intende il prezzo?”

“Sì.”

“Il prezzo che vi chiedo è che ricordiate.”

I visitatori sono sorpresi da quella risposta, ma assai più dai gradini anch’essi cinque o sei volte più grandi dell’ordinario, ma la guida li invita a scegliere le parti esterne che hanno scalini normali.

La porta si apre dolcemente.

La guida fa un cenno e lo seguono.

L’ingresso offre allo sguardo una scala che porta al piano superiore e una porta chiusa che apre ed entrano.
E’ una camera da letto.
Il letto è matrimoniale e immenso.

“Da questa camera inizia la storia di questa casa.
Non vi chiederò di credere alle favole.
Cercherò di raccontare in modo che non abbiate dubbi, poiché questo fatto è accaduto veramente e questa casa, che esiste, senza ombra di dubbio esiste, ne è la prova.
Questa stanza fu la prima a nascere.



Su questo terreno, proprio nel punto dove sta il letto, c’era un albero enorme. Il più grande che si sia mai visto in queste terre. Venne una persona, tagliò rami e tronco, fece il letto e dormì le prime notti sotto le stelle. Tuttora ha le radici. E’ bellissimo vederlo fiorire in primavera e da un po’ da fare in autunno per le foglie che cadono perchè qualche ramo qua e là cresce e lui, se non gli arrecano disturbo durante il sonno, non li taglia.
C’è chi dice che provenisse dalla Siberia e penso che la voce sia nata dal fatto che la Siberia è lontana e ciò che è irraggiungibile può contenere cose mostruose o meravigliose, ma in fondo nessuno lo sa veramente.
Nemmeno a me lo ha mai detto. Ha solo accennato una volta che proviene da una grande città.
Nacque come tutti noi da una madre e fino all’età di dieci anni fu in tutto e per tutto normale, uguale a me, lei, o lei.
Nella stanza qui a fianco sono esposti ritratti, potrete constatare che era perfettamente normale.
Poi crebbe, e già a tredici anni era più di due metri.
Doveva piegarsi per passare dalla porta e il padre gli allungò il letto.
Vedete! Due metri permettono di essere considerati ancora normali.
Chi non ha visto qualcuno di quell’altezza!
Forse le ragazze potrebbero sorridere, oppure forse fissarlo con troppa insistenza, ma lui riuscirebbe ad abituarsi.
Ma crebbe ancora:
Si guardava allo specchio e si domandava perché era capitato proprio a lui.
Due metri e mezzo a quattordici anni.
Sei a diciotto.
Il padre gli fece una capanna su misura un po’ fuori dalla città.
Se fosse nato in un paesino forse lo avrebbero accettato.
Tutti avrebbero conosciuto i genitori.
Avrebbero saputo che era buono, ma una grande città, lo sappiamo, non ha tempo per queste cose.
Quando passava per strada, le altre madri riparavano i figli con il corpo, i vecchi dicevano “mio Dio, il diavolo”, i bambini lo guardavano incuriositi, poi lo tiravano per i pantaloni, ma poiché sembrava che non si accorgesse di loro, spesso gli tiravano i sassi.
Sapete come sono i bambini.
Non hanno paura di niente, e poi, e poi sanno essere crudeli, sempre con tanta innocenza, come per gioco, ma crudeli.
E lui, non reagiva.
Gli sguardi delle ragazze erano ormai uguali agli sguardi di tutti.
Tutte le mattine partiva dalla capanna e si recava dalla famiglia.
Bussava alla finestra del primo piano e salutava
Due parole, un cesto con il cibo e ripartiva per la capanna.
Erano circa dodici chilometri.
La madre non andava mai da lui perché ormai non c’erano più in buoni rapporti.
Quando parlavano, in quelle mattine, lei spesso lo sgridava.
Gli diceva: “la natura ti ha dotato, ti ha dato qualcosa in più degli altri. Potresti fare il lavoro di dieci persone, guadagnare bene, farti una bella casa, una buona posizione, essere stimato insomma!”

Le prime volte lui tentò una reazione.
“Queste sono le cose che posso fare, ma quelle che tu chiami le mie doti, le ho solo io. Come potrà una donna accettare una persona come me. Tu dici che se offro una bella casa e uno stipendio elevato lei mi amerebbe, ma io non sono più come voi. E poi gli aspetti positivi che elenchi non hanno riguardo che per l’organizzazione. Ti rendi conto che non c’è possibilità per i sentimenti?
Non so nemmeno…non so nemmeno se sono ancora umano.
Guarda, guarda come mi guardano!”
Lei gli parlava di altri due giganti dei quali aveva sentito raccontare cose stupende.
Uno abitava a Sant’Arcangelo in Italia, e un altro in Argentina, ma forse il figlio non ci credeva.

Il padre invece, gli diceva.
“Mi rendo conto che sei particolare, è evidente.
Non ho altri consigli per te se non questo:
qualsiasi cosa desideri fare…falla bene, fino in fondo.”

Nella capanna c’erano un letto, un tavolo e una sedia.
Si sedeva o si stendeva, e pensava.
Non usciva che per la visita mattutina alla famiglia.
Alla gente della città stava bene così e le poche volte che tentò di fare qualcosa di utile, fu incolpato.
Ad esempio il caso del cavallo imbizzarrito che raggiunse e fermò. Il cavaliere disse che l’animale si era spaventato perché lo aveva visto.
E anche quella volta che tre uomini stavano annegando nel fiume perché si era rovesciata una barca. Lui corse, ne salvò due, ma il terzo, che era straniero e non sapeva ancora niente di lui, morì per lo spavento, poichè pensò certamente ad una aggressione e non a un salvataggio.

Una mattina non si recò dalla famiglia.
Tanta gente considerò funesta la sua assenza.
Al terzo giorno, la madre uscì per andare da lui e sgridarlo.
Durante quei dodici chilometri sfoggiò il viso arrabbiato da chi va a redarguire un monello.
Alcune donne sospirarono nel vederla e ringraziarono il cielo che il loro bambino era più ubbidiente.
La madre arrivò e tuonando le sue sgridate, ma non ebbe risposta.
La porta era solo socchiusa e riuscì ad entrare.
Il figlio non c’era più.
Se ne tornò a casa triste, stringendo i pugni e da allora dice che è colpa del mondo, della gente.
Era solo un po’ più grande, ma era un buon ragazzo.
Forse un po’ timido, un po’ chiuso…ma lo sapete, le madri non vedono come noi.
Hanno un filtro che si chiama amore e non se ne separano mai.


                                                              Seconda parte


In questo letto dormì, prima sotto le stelle, poi sotto un tetto.
Scappò e venne qui, scegliendo quasi per caso.
Qualcuno disse che gli piacque l’albero perché era anche lui enorme e vi riposò sotto appoggiando la schiena al tronco.
Ebbe l’idea di non mettere mai piede in paese.
Questo particolare rassicurò la gente.
Fu interrogato dal sindaco, che pieno di paura dovette recarsi da lui per rassicurare la comunità.
Ci andò perché lo avevano costretto con la minaccia di non rieleggerlo.
Tornò con un documento che sanciva le norme di comportamento che doveva tenere.
Qui potete leggerne una copia.
Come vedete, in fondo, il gigante la firmò.
Potete constatare quanto fosse severa la sua esistenza.
Primo, non mettere piede in paese se non viene richiesto, secondo fare il possibile per non farsi vedere.
Poi terzo, quarto, ecc…
Il sindaco però si sentiva in colpa.
Dalle poche parole scambiate aveva capito che era buono.
Per questo provvide a fargli costruire una casa.

Ecco, questa è la cucina.
Venite, venite, no, qui no, è il bagno che non è mai in ordine.
Di qua, ecco il salotto, è grande più o meno come una palestra.”


Terza parte


“Scusi signor guardiano, lei ci sta mostrando una casa più grande delle altre, con sedie, cucchiai e letti enormi, e poi ci racconta questa bella storia.
Ma non pretenderà che crediamo a un fatto del genere.”

“Lei ha visto i gradini che portano al piano superiore.
Sa perché sono così grandi e crescono più lei guarda su ?
Per far desistere tutti. Davanti a scale così si pensa che quel piano sia irraggiungibile.”

“Vorrebbe dire che abita…che è qui sopra?”

“Sì. Se volete potete farci quattro chiacchiere.”

“E…e quanto sarebbe alto?”

“Lei ha già visto quanto è lungo il letto.”

“E secondo lei, cosa sta facendo adesso?”

“Credo stia guardando la televisione.”

“Ma non è che lo disturbiamo!!”

“No, no, venite, gli fanno molto piacere le visite. No, con quelle scale fareste troppa fatica. Queste altre sono più adatte.”


Quarta parte


Il volume della televisione è alto.
Vedono prima un piede appoggiato su un panchetto, poi una gamba e il corpo. Castano. Occhi scuri.

“Ci sono visite!”

Gira la testa e dice:”Pensi che si spaventeranno?”

“Non lo so.”

Si alza e sbadiglia. “Buongiorno!”
Non rispondono.
Un signore anziano si toglie il cappello come se fosse in chiesa.
“Stavo guardando uno speciale su Villeneuve. Che pilota!”

Tutti allibiti.
La bocca aperta, gli occhi sgranati.
La madre copre gli occhi del bambino e lo stringe tra le braccia, ma lui si ribella, non vuole, ma poi
le sfugge e non le resta che gemere.

“Signora, per cortesia, non mangio i bambini!
Ti andrebbe una caramella? Ti do una delle mie però, così sei a posto per una settimana.”

Va verso la credenza, da un vaso prende una caramella enorme, gialla, incartata nella carta trasparente.
Il bambino, intanto, si è avvicinato alla televisione e si fa “prendere dal programma”.
Lui lo chiama.
“Hei, la vuoi?”
Gliela dà e il bambino ride:”Come farò a mangiarla?”
E lui: ”E’ come una torta, la tagli a fette. Ti piace la mia tele?”
“Sì, è così grande!”

Il guardiano vede che la gente è tesa:
“Senti, credo che abbiano fretta.”

E lui:”Ah, sì, hanno fretta. Arrivederci.”
E sorride, ma non è un sorriso.

Scendono le scale e un signore azzarda: ”Che effetto spettacolare, sembrava vero. Per quale film l’avete usato?”

E il guardiano non risponde.

“Suvvia! Non vorrà farci credere che quel coso è vero!”

“Non si preoccupi, non voglio farle credere questo o quello.”

La madre interviene agitata:
“Allora era tutto un trucco? Sembrava vero! Bravo! Bravo!
Ma che spavento! E quant’è per quella enorme caramella?…
E per lo spettacolo?”

“Non le ho detto che era uno spettacolo e la caramella e’ un dono!”

“Lei è troppo suscettibile. E’ stato bravo, lo ammetto, ma adesso esagera! Bah! Comunque buongiorno e grazie.”

“Prego e per favore. Per favore; ricordate.”

Lo guardano stupiti e poi si allontanano discutendo assai animatamente fra di loro,
poi salgono in auto, accendono  le radio a tutto volume e se ne vanno cantando.




VENTISEI ANNI DOPO 


Ferma la macchina. Ecco il luogo di quel ricordo che ha sempre fluttuato fra realtà e favola. Dopo anni di indecisione aveva finalmente dedicato quelle ferie alla ricerca di quel posto che forse esisteva o forse no.
A chi raccontarlo? Non era possibile senza rimetterci. Meglio quel lungo silenzio.
Ricordava la zona. Due giorni a zonzo per strade e stradine ed ecco la casa uguale alle altre. Uguale, ma più grande. Un paesaggio collinare e la casa al centro.
 Tre colline. Due più grandi coperte di abeti scuri che producevano virili, invitanti ombre. “Quest’estate rovente non entra” pensò. “Lì è fresco”.
Aveva visto quel luogo una sola volta quando era bambino. Ora era in quella età nella quale inizia a perdere consistenza la sensazione di eterna giovinezza. Si. Forse allora, da bimbo, così colpito dal gigante che credeva di aver visto, non si era minimamente accorto di quel bel paesaggio. Parcheggiò e si avvicinò all’edificio. Si, Era lui, ed era invecchiato. Crepe. Vernice smangiata. Persiane corrose, cadute. Finestre senza vetri. La targa del museo era fra le erbacce e i sassi vicino all’entrata. Quasi illeggibile.
La porta socchiusa. Entrò con il cuore che batteva regolare ma timoroso, pronto a scattare in avanti. Rivide le grandi stanze. Le enormi posate, piantate chissà perché in un vaso da fiori di terra cotta rossastra e appoggiato su un davanzale.
Nella camera da letto, sul letto, si accorse che, fra le coperte vecchie, qualcosa si era mosso. Forse un animale. Si rese conto che, non per timore, ma per rispetto di quell’esserino, lasciò la stanza. Tornò alla macchina e scaricò le borse. Aveva pensato di affittare una stanza lì vicino, ma vista la situazione del museo decise di tentare di abitarci alla buona, finché il lavoro non lo avrebbe costretto a tornare.
Pulì un poco la cucina e accese il camino. Aprì una scatoletta di pasta e fagioli e la avvicinò. Per non turbare l’animale rintanato nel letto coi suoi rumori, aveva socchiuso la porta e posato per terra una scatoletta di carne in scatola.
Mentre mangiava la pasta tiepida, seduto sul davanzale di una finestra vide entrare un vecchio. Aveva la scatoletta di carne in mano. La appoggiò sul tavolo. Si guardarono per un momento e poi l’intruso disse: “Sono venuto qui ventisei anni fa”. Il vecchio rispose “io sono il guardiano. Lei è l’unico che è tornato”.
L’altro si alzò e gli offrì della pasta e fagioli. Mangiarono insieme. Alla fine il nuovo venuto gli chiese “ma il gigante era vero?”
“Si. Lo era e lo è.”
“E’ andato via?”
Non capiva perché. Forse l’ambiente desolato, pieno di abbandono e quel vecchio dignitoso. Gli credeva. Sentiva che in fondo gli aveva sempre creduto.
La grande caramella, la televisione al piano di sopra. Quello sguardo che da sorridente si era fatto triste ma non rassegnato.
“No. Non è andato via.”
Il vecchio si avvicinò alla finestra. Lo invitò ad avvicinarsi con un cenno del capo.
Guardava la collina più piccola che, vista da quel punto, era quasi bianca dei tronchi delle betulle e al vento leggero brillava l’argento del retro delle foglie.
Si vedevano in alcuni avvallamenti, piccole macchie scure. Abeti giovani pieni di gaia, verticale forza.
“Dorme” disse il guardiano. “Dorme da qualche anno. Da allora ho tolto la targa del museo”.
L’altro ebbe la sensazione di cogliere una sagoma immensa, in posizione fetale, ammorbidita dalle chiome degli alberi. I giovani abeti, come tratti leggeri di carboncino, sottolineavano qualche traccia che sembrava confermare quella visione per il resto indistinta.
“Vede” aggiunse il guardiano. “E’ cresciuto ancora. Quando venne lei questo paesaggio era pianeggiante”.
“Non lo ricordo” rispose. “Ero così emozionato dall’avergli potuto parlare che non ricordo altro”.
Uscì di casa. L’emozione lo prese e il cuore iniziò una lenta, piacevole salita.
Era incredibile. Ma era possibile? Si. Non riusciva a non crederci. La razionalità non poteva scalfire tutta quella bellezza.
Il vecchio lo raggiunse e gli chiese “Non mi chiedi delle altre colline?”
Si sedette per terra e l’altro gli si mise vicino rispettando quel silenzio così denso.
Il giovane, dopo aver ascoltato il movimento leggero del vento fra le betulle, e che ora gli sembrava un respiro, disse sussurrando “ora ricordo. Sono tre, e vengono da luoghi distanti del mondo”.


PER TONINO


Martedì. Il primo Luglio, ti consegno il racconto che ho scritto nell’82, a diciotto anni e che contiene una notazione importante (per me) che riguarda te, e un’altra che riguarda Borges. Il giorno dopo, alle otto e mezza, con mia sorpresa, mi telefoni e mi dici che lo trovi bello. Particolarmente l’inizio. Il finale lo immagini diverso.
Il gigante è la montagna che dorme. Hai detto più o meno così.

Come ti ho detto oggi pomeriggio al telefono (sabato), son riuscito ad aggiungere la tua idea, ma non è stato facile. Mi ha dato molto da pensare. Ti ho anche detto, oggi, che essendo la tua idea buona, non ero riuscito a liberarmene e in effetti non volevo, non ne ero capace, come è giusto che sia.
Il mio problema di questi pochi giorni, è consistito nel rispettare quel che un diciottenne scrisse e quel che tu proponi.

Mi spiego. Io diciottenne, sento una differenza, fra la mia esistenza e quella degli altri, che mi fa soffrire. Il gigantismo mi fu dettato da una foto di Diane Arbus. Un gigante vero, in carne ed ossa fotografato di fianco ai suoi genitori che, essendo di statura normale, sembravano minuscoli. La foto è stata scattata nel salotto della loro casa di Harlem (New York). Il gigante, con una faccia buona, si curva perché se stesse dritto andrebbe oltre il soffitto. Il lampadario, che gli sfiora la fronte, sembra un giocattolo della Barbie.

Il ragazzino che immaginai nel racconto, parte dalla normalità e spicca il salto verso un gigantismo involontario che lo isola dal mondo. Potrebbe essere una dote, ma lui, che in fondo è ancora un ragazzo, non è in grado di comprenderlo e soffre. Se nel mio racconto di allora egli parla con la gente è perché in fondo tenta ancora di relazionarsi con la norma, di farsi accettare nonostante tutto. La sua rassegnazione così rapida, nel finale, fa comprendere che non ne è più convinto, anche se ci ha provato di nuovo. Mi hai detto al telefono che il gigante che parla e che dice cose normali non ti sembrava necessario. Per me oggi, dal basso dei miei 44 anni, la tua risposta è giusta. Non funziona per quel diciottenne che ancora lottava in una certa direzione.

Ora interviene il mio ragionamento sulla tua idea, che però secondo me, non deve intaccare la mia. Devo rispettare quel diciottenne che ancora sperava di non dover accettare un dono terribile. Il guardiano, nella prima parte dice che il prezzo che lui chiede per chi visita il museo, è di ricordare. Qualcuno, solo uno, ricorda. Chi? Il bambino. L’unico essere fra i visitatori che navigando fra fantasia e realtà, può essere disposto a credere.
Sono molto affezionato al mio finale di allora poiché contiene la negazione del gigante da parte del mondo, ovvero la negazione di me per quel che sono, in causa della mia differenza.
È uno stadio che ho vissuto. La mia letteratura affronta sempre, rigorosamente la mia percezione della realtà. Semplicemente ritengo che per descriverla non sia necessario limitarsi ad usare la razionalità. Il mondo dei miti, dell’onirico, della fantasia più sfrenata se pregno di significato, diviene simbolo della realtà. Non sono il primo e non sarò l’ultimo a pensare così.
Il bambino di allora, terminata l’età nella quale predomina un senso di eternità, che è la giovinezza, decide di recarsi dove in fondo da sempre vuole andare. Quando ci va? Quando inizia la decadenza, quando il pensiero della morte spinge a sondare il vissuto per trovare un appiglio. Egli si rivolge ad un evento dell’infanzia per lui avvolto dal mistero. Gli han detto che quel gigante era un effetto speciale, ma i suoi sensi lo ricordano come un dato concreto. Il dubbio lo riporta a quei luoghi. La vecchia casa esiste. E’ già un risultato. È fatiscente, il guardiano è sgangherato, ma come allora, dignitoso. Crede perché desidera credere? Perché ora, che la decadenza è iniziata ne ha bisogno?
È secondario. Egli si affida alla situazione suggestiva, a questa visione della collina, liberamente. Si lascia andare. Non è presente la civiltà a porre dei limiti. È solo con il suo pensiero.
Quando dà l’ultima risposta e ricorda i tre giganti, la libertà interiore è scattata. Noi sappiamo che rimarrà lì, almeno fin quando non dovrà andare al lavoro. Sappiamo che per lui inizia un viaggio interiore che, guidato dai giganti, lo porterà ad un senso.

Dove sta la metafora della realtà? Nei libri. Tu, Tonino, per un mondo immenso popolato da miliardi di persone non sei un essere umano. Sei il tuo pensiero, sei i tuoi libri. Così è per Borges. Non importa l’essere vivi. Per il mondo si è l’opera, e non è poco.

Del più giovane, causa il fruscio delle foglie di betulla, il personaggio sente il respiro. Si deduce che gli altri due siano giunti al silenzio. Chi tace? Chi sa tutto. Chi non ha più bisogno di parlare. Una canzone slava dice che il pesce è muto perché non pensa. Non pensa perché sa tutto e quindi non c’è più niente da dire.
Si ha un surrogato laico della divinità.
Vicino ad Eisenach c’è una collina che si chiama Johann Sebastian Bach. Vicino a Bonn una che si chiama Beethoven. Immagino tante colline silenziose coperte di abeti. Poche colline giovani con la peluria morbida del cucciolo, col respiro che, se si ascolta con attenzione si sente, perché deve ancora crescere deve ancora iniziare ad esistere, e quel respiro non è per il momento, solo dell’anima, ma anche del corpo, e da questo è dato il lieve rumore.

Ecco i due finali. Quello che rispetta il diciottenne che fui e quello che 26 anni dopo, che, nei miei attuali 44 anni, può rappresentarmi.

Mi si potrebbe tacciare di vanità. Io di fianco a due grandi. Non temo il giudizio. Una iniziazione non terminata non prevede ancora un esito. Non è detto che anche su di me,  arriveranno gli abeti che sanno tenere lontano la calura estiva e un poco infernale. Il guardiano è ancora li. Forse il più giovane sarà solo un mostro da fiera. Nulla è deciso, una vita ancora da spendere, ma con due grandi guide.


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