mercoledì 10 aprile 2013

Simenon e il commissario Maigret

Dopo aver letto più di una cinquantina di opere di Simenon, non sapevo come impostare uno scritto. Mettere qualcosa di ognuno di essi, anche poco, avrebbe prodotto un ammasso utilizzabile solo da chi, come me, avesse letto le medesime cose, quindi un assurdo. Il punto è che avevo l'impressione di aver colto il nucleo profondo intorno al quale tutti quei testi giravano! Aveva senso enunciare in modo generale? Secondo me nemmeno. Serviva un minimo di dimostrazione. In un secondo tempo avevo deciso di descrivere solo un libro, quello che secondo me rivela in modo più chiaro, ma anche questo modo di agire non mi soddisfava. “Aprirne” uno e far “sentire” la poltiglia più antica che contiene la matrice di tutta l'opera di un grande non lo sentivo sufficiente. Se qualcuno prendesse una mia sola opera e pretendesse di dedurre la mia anima da questa ... sarei diffidente. Potrebbe uscirne qualcosa di buono, ma consiglierei di leggere anche qualcos'altro. Ho pensato e ripensato e ho deciso di agire come segue: scegliere due libri a caso e verificare se contengono quel nucleo. Chiudere gli occhi e lasciar fare al caso non era semplice. I primi due volumi dell'opera completa contengono 24 romanzi; ho poi delle edizioni singole grandicelle, alcune tascabili e, anche il formato prodotto per la serie del commissario Maigret. Fare foglietti sarebbe stata la mossa migliore e poi pescare così, ma … un'altra idea mi è venuta in aiuto. È risaputo che Simenon, i romanzi più sentiti, li scriveva a penna, mentre gli altri, quelli che servivano per il bilancio famigliare, li “faceva” direttamente con la macchina per scrivere. Mi son detto: questi ultimi, per l'esattezza i gialli del commissario Maigret, sono quindi, probabilmente, i meno mediati dall'intelletto. Il fattore tempo ha compresso la creatività. È probabile che il seme che dà origine alla sua opera sia rimasto più vicino alla superficie, che meno strati di intelletto, celino!
Ho allungato la mano fra i gialli e ne ho scelti due. Il primo è risultato è stato: “La balera da due soldi” e il secondo “Cécilè è morta”. Mi son dato il ritmo di uno al giorno, concedendomi così lo spazio per ri meditare con la mente freschissima queste ri letture. Terminata la prima opera, la chiave era confermata, e con la seconda pure. Ero soddisfatto. Pensavo: se due su due, scelti a caso, confermano … ma mi rodeva un minuscolo senso di colpa … ho quattro copie di Maigret che sono più vecchie di me … ed essendo di formato diverso le ho escluse dal sorteggio. Ho così deciso di fare un altra “pesca” fra quelli e ho allungato la mano. Se anche il terzo avesse contenuto quel nucleo …!

Il caso mi ha offerto “Maigret e il porto delle nebbie”. Qui mi son sentito perso per un bel po', ma poi il finale ha confermato al millimetro!

Ho poi deciso di sommare, a mia discrezione, “Maigret e il barbone”, poiché in esso la “porta” che conduce al significato più elevato e secondo me parzialmente inconscio, non è chiusa e nemmeno socchiusa, ma spalancata.

Veniamo prima di tutto alla mia “storia” con Simenon. L'ho sempre accuratamente evitato perché per me era semplicemente l'autore dei gialli che riguardavano Maigret. Questa è purtroppo è l'immagine che ne da l'editoria, quindi ... auguro ad ognuno di loro tanti anni di dissenteria quanti ho impiegato io dall'età della ragione al giorno che ho potuto apprezzarlo! I gialli non mi hanno mai entusiasmato. Questa formula nella quale il cavaliere del bene è il detective, mi è sembrata quasi sempre un gioco d'intelligenza non troppo diverso dai frutti della “settimana enigmistica” … In essa ci son giochi raffinati, come il Bartezzaghi, ma anche parole crociate ignorantificate e “unisci i puntini e costruirai una immagine”, che sono giochi adatti per coloro che amano buttar via il tempo limitandosi a cibo, digestione … per quel che riguarda il Giallo con la G majuscola, esiste qualcosa di eccellente come “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie, qualche perla rara, e poi tanta tanta tanta tanta tanta banalità, nella quale il gioco consiste nel cercare di indovinare chi è l'assassino. Poi ne parli con l'amico e gli dici “io l'ho capito a pagine settantadue!”, e se l'altro ci è arrivato anche solo una pagina dopo, ti sentirai migliore di lui … ma migliore in cosa, mi domando! L'intelligenza è bene sì allenarla, ma poi va usata per qualcosa di più alto di lei!!! Essa è lo strumento, non la meta!

Mi ero reso conto comunque che di Simenon in libreria, esistevano sia libri con la copertina gialla, che libri, di solito di formato più grande, con copertine più seriose. Non mi son comunque lasciato indurre in tentazione per anni, poiché la “roba” da leggere non mi mancava. Quando ho scoperto i mercatini dell'usato, la mia ottica si è fatta meno rigorosa poiché il vincolo finanziario si è reso meno castrante. Davanti a volumi che spesso costano meno di un caffè, cedevo e uscivo spesso con la sporta piena. È capitato così che un suo volume, di formato serioso, che possiedo ancora, e che sulla copertina riporta la scritta in corsivo a penna “questo libro fa schifo”, entrò in casa. Su proprio quella scritta a farmi decidere. Mi fece sorridere, e un pomeriggio iniziai la lettura. Non mi entusiasmò ma lo trovai valido.

Trovai poi “Cargo” e mi resi conto che si trattava di un capolavoro. Ora ne ho “spolpati” più di una cinquantina e ho divorato anche, con commozione, le sue “Memorie intime”, un librone quasi cubico che riesce veramente a lasciare sconvolti. Il suo destino fu sicuramente ricco, anzi ricchissimo di soldi, ma per nulla invidiabile ... si tratta di più di mille pagine scritte benissimo e di un livello di sincerità alla quale non siamo più abituati dal giorno prima della creazione dl mondo … non consiglio però di leggerlo subito. Meglio dare la precedenza alle sue opere e dopo, calarsi nella verità della sua vita che rappresenta lo scontro-sconfitta con quel nucleo primordiale che ancora non vi ho rivelato …

Non voglio fare il prezioso e nemmeno costringervi a leggere tutto fino in fondo. Trovo essenziale far percorrere i pensieri che ho affrontato e approdare alla soluzione. Trovo brutto dare una informazione che così, senza una calma spiegazione della sua gestazione, sembrerà stridente per non dire slegata.

Consiglio la lettura di quanto segue a chi ha già letto le opere.

Iniziamo con ”MAIGRET E IL BARBONE”


Partiamo da un presupposto fondamentale per il giallo. In esso tutto è funzionale alla caccia del colpevole. La medesima regola vale per l'opera letteraria degna del titolo di opera d'arte. In essa vi è un nucleo dal quale la trama scaturisce. Si aggiunga un'altra considerazione: un essere umano, può girare onestamente solo intorno a se stesso. Si potrebbe dedurre che ogni umano evolverà un solo argomento ma penso che nell'arco di una vita quel nucleo possa variare. Per esempio, all'inizio il fulcro potrebbe essere l'amore, inteso come sentimento da spargere su un partner. Una volta ottenuto si potrebbe “sentire” la realizzazione di sé nell'essere genitore. Quando i figli son volati via tocca alla nostra anima che salvo eccezioni di immortalità che per ora non conosco, sarà destinata a volare via. Ma … ed è il grande ma dell'arte, a livelli eccezionali, se quell'essere umano ha subito un trauma, l'unica soluzione della sua esistenza sta nell'imparare a conviverci, nell'esorcizzarlo continuamente. Rarissimi casi approdano ad una soluzione. Posso dire che Kafka, per esempio ci è riuscito. Si possono trovare le tracce nell'opera, e non nella biografia, di un primo rapporto fisico con una donna, vissuto male. Questo ha portato secondo me all'impossibilità di portare una relazione alla completezza col matrimonio. Si ricordi che all'epoca, solo dopo l'unione ufficiale l'atto carnale diveniva lecito. Kafka, non oltrepassando mai il limite del fidanzamento, non dovette più affrontare quella soglia che lo bloccò e che non osava ripetere. L'incontro con Dora Dymant rappresenta una soluzione-compromesso. Kafka è ormai malato. La carnalità viene esclusa a priori. Il legame si fa spirituale e possibile. Ecco che la soglia del fidanzamento è superata e si ha la convivenza, ma di anime.

Torniamo a Simenon. É vero che ho letto le sue “Memorie intime”, ma non ne ho un ricordo mnemonico. Ricordo le sensazioni che mi ha lasciato. Ma, posso garantire che già prima di questa lettura, avevo colto, in modo non troppo nitido qualcosa. Se la sensazione aleggiava, ancore indefinita, sull'opera in senso generale, la lettura di “Maigret e il barbone”, mi diede una sensazione di chiarezza completa.

Premetto che devo “andare” a memoria perché quel cialtrone di un libretto, che oltre il resto possiedo in duplice copia, è circa un anno che non si fa trovare. Forse una copia l'ho prestata, ma l'altra mi sta prendendo in giro da un pezzo.

La TRAMA è comunque, senza nomi propri che non ricordo, la seguente:

Un ponte sulla Senna a Parigi. Una persona annegata viene recuperata vicino a un barcone da carico che è ormeggiato. Nelle vicinanze un altro barcone dal quale è scesa la persone che toglie il cadavere dalla Senna con l'aiuto di un altro. Si scopre che si tratta del proprietario del barcone. Non ci sono prove.

Un barbone però viene malmenato tempo dopo in quel medesimo punto. Ci bivaccava da un pezzo. Non parlerà. Maigret arriverà a comprendere la situazione. Abbiamo un barcone da carico con comandante un uomo che ha a bordo anche la figlia. Esiste un marinaio che verrà sostituito da un altro. Fra questo nuovo marinaio e la ragazza nasce l'amore. Il padre è una persona durissima e beve. Ostacola il rapporto. Accade che, tornando una sera ubriaco sul suo barcone, viene “aiutato”, a cadere in acqua. Le grida vengono sentite e l'assassino e il salvatore, in ritardo (dalla barca vicina), recuperano il corpo ormai senza vita. Passato un anno, il barbone viene appunto malmenato, con l'intento di ucciderlo, poiché fu testimone della scena.

Ora la domanda. Perché il barbone non testimonia? La mia risposta è la seguente: esiste una legge di natura, superiore alla legge degli uomini . Qual'è questa legge? Quando Maigret, verso la fine del libo torna dal barbone, sa che non metterà le mani sul colpevole. Sa chi è con certezza ma non andrà oltre. Dialogano e la scena che vedono, davanti ai loro occhi, è di un bimbo e una madre su quel battello.

Il padre-padrone bloccava il corso della natura. Questo rende lecito l'omicidio. La natura è per la vita e il padre padrone ucciso, la vita la ostacolava. In questo libro, non si coglie ancora bene qual'è il vero ruolo di Maigret. Egli, contrariamente a quel che accade nel giallo come genere e che quindi si ritiene coerente anche nel caso di Maigret, non è il buono che consegna il cattivo alla giustizia. Maigret è un gradino più in alto … e apre la via a chi è portatore di vita.

Questo libro, come giallo, è comunque anomalo. Il commissario ha svolto il suo compito. Ha scoperto chi ha ucciso. La situazione comunque è tale che questi “la fa franca”. Accade quindi che la regola fondamentale del giallo è rispettata. Il colpevole secondo la legge degli uomini, è stato scovato. Il problema della cattura è di altra natura e non riguarda Maigret poiché, in senso generale, noi sappiamo che il passo della condanna spetta al magistrato. Vediamo il legame con la religione … la colpa la decide l'Inquisizione. L'esecuzione del colpevole spetta al cosiddetto “braccio secolare”, ovvero all'autorità civile. Seguitemi e per favore fidatevi! Quel che fa Maigret è l'analisi del mondo morale in relazione ad una legge fondamentale della natura. Agisce come una divinità. Simenon separa la colpa dalla condanna. Nel giallo solitamente, il colpevole una volta individuato, viene automaticamente consegnato alla giustizia e si da per scontata la punizione perché solo così il sistema morale e legale che il cavaliere del bene difende, può continuare ad esistere.

Passiamo ora a: “LA BALERA DA DUE SOLDI”

In questo caso il libro si è lasciato trovare quindi posso dirvi che fu scritto a Ouistreham nel 1931 e pubblicato in quel medesimo anno. Teniamo conto che il celebre commissario è nato nel 1929 a Delfzijl in Olanda (vicino a Groningen), quindi era “giovane” e ben in forze anche nella fantasia del suo padre e creatore …

Trama: tutto parte da Lenoir, un condannato a morte che rivela a Maigret di non essere l'unico a meritare quella sorte. Nell'ultimo incontro, nella cella, racconterà che l'altro candidato, si trova spesso nella “Balera da due soldi”, ma il commissario non capisce dove questa si trova. Parla di un suo socio di malaffare che “ormai dovrebbe essere al sanatorio” perché già tossiva, e gli “scappa” il nome: Victor. Racconta che una notte di circa quindici anni prima videro un tipo uscire con un altro che veniva sorretto camminava come un manichino. Lo seguirono e questi, presa la macchina, raggiunse un canale e buttò giù il … cadavere. Lenoir e Victor ricattarono la persona per anni, fino a quando questa non cambiò casa e si rese irreperibile.

Questo è l'antefatto. Otto settimane dopo, piena estate, Maigret decide di fare un acquisto prima di recarsi dalla moglie che è in villeggiatura. Andata e ritorno per il week end, ma tutto salta perché nel negozio entra un tipo gioviale che vuole un cappello stravagante per un finto matrimonio che si svolgerà l'indomani alla “Balera da due soldi” ... ovviamente Maigret dimentica il week end dalla moglie, segue il tipo e arriva alla Taverna. Viene facilmente introdotto al finto sposalizio e all'ambiente, da uno stravagante ed amatissimo James.

La persona che ha seguito dal negozio di cappelli fino alla Taverna, si chiama Marcel Basso, è sposato e ha un figlio... Ricordiamoci che figli adolescenti e donne gravide, sono il nostro nucleo arcaico!

La trama esplode. Muore un certo Feinstein per mano, sembra, di Marcel Basso. Scopriamo poi che Feinstein aveva un negozio di camiceria che era sempre sul limite del fallimento. La moglie piena di vita, era invece sempre a caccia di amanti e lui, facendo finta di sapere e non sapere, riusciva a farsi prestare soldi da loro.

Maigret trova Victor che è un avventore che racconta di avere un polmone solo e di essere appena uscito dal sanatorio. Il commissario ha conferma che è il “socio” del defunto Lenoir quando gli chiede i documenti. Tramite Victor, che mira solo ad avere qualche soldo poiché gli rimane poco da vivere, riesce a sapere chi era la persona che fu gettata anni prima nel canale. Si tratta di un usuraio dal quale si “fornivano” di contante sia Feinstein che James.

Parentesi...

Pensiamo ora come un contadino che sta curando la sua pianta … l'unico ramo con una gemma è quello di Malcel Basso. La gemma è il figlio adolescente. Gli altri son rami secchi, da eliminare. Infatti l'usuraio, James e il camiciaio, sono rami che si possono tagliare per dare più vita a quello che sta fiorendo …

Torniamo alla Taverna:

Simenon crea, nel finale, una situazione bellissima: in guardina ci sono Marcel Basso presunto assassino del camiciaio, James che è l'assassino dell'usuraio, e Victor, che è il testimone che ha visto gettare il camiciaio nel canale e sappiamo che ha un anno di vita e vuole solo trentamila franchi per finire in pace. Maigret dice che deve andare a telefonare e lascia i tre da soli perché si accordino. Non lo trovate strano per un mastino della giustizia? Victor vorrebbe dei soldi. Basta darglieli e dirà che fu il camiciaio, ormai morto, a uccidere l'usuraio scagionando così James. Rimane da sbloccare la situazione di Marcel Basso, ma già sappiamo che è possibile dimostrare che il camiciaio aveva minacciato di uccidersi pur di avare un prestito da Basso e che lo aveva già fatto con altri. Basso aveva tentato di disarmarlo ma … il colpo è partito. Se si somma, per il camiciaio, l'incriminazione per l'uccisione dell'usuraio, si comprende che son tutti salvi ma … per quanto sia simpatico, James ha una colpa agli occhi della legge di natura, una colpa che lo condanna alla colpa minore di omicidio. Egli non ha gemme, non ha figli. Egli è solo nel presente e senza futuro. Ha una moglie, ma vivono come separati in casa. Son di fatto due singoli. La colpa della infertilità lo getta in basso, nel gradino inferiore dove la legge e la vita degli uomini rispetta il codice penale, il vivere sociale; in essa egli ha vissuto e vive, senza esser entrato nella legge di natura che si innesca con il figlio. Il suo senso di colpa quindi,lo porterà alla confessione. Si ha la sensazione che se fosse padre, ma colpevole di omicidio, la legge superiore della natura, che lo vuole presente come genitore, sarebbe in grado di tacitare il senso di colpa anche di un delitto, fino a cancellarlo, ma esso ha colpito un ramo secco. “Ma... questo accade in Maigret e il barbone” ! In quel libro l'assassino se la vive bene e il senso di colpa nemmeno lo sfiora!

In questo libro, nella “Taverna da due soldi” trovo “strano” il fatto che Maigret cerchi una via di scampo per James, ma poi torna nei binari della coerenza che ho immaginato.

Sembra quasi che l'assassinio di un usuraio sia perdonabile solo perché chi lo ha commesso è simpatico! … ma esiste una legge anche per gli dei e il dio che salvaguarda gli interessi della natura, ossia Maigret, lascerà James in quanto sterile,al suo destino. Essendo senza figli, per la natura vale zero.

Merita una certa attenzione la reazione dell'innocente Marcel Basso che, consapevole di non aver ucciso, fugge. Egli ha una colpa? Si, ma secondo Maigret è piccola. Ha ceduto ad un essere sensuale che è definito, quasi irresistibile e che sarebbe la moglie del camiciaio e alla quale anche James ha sacrificato, in fondo, il senso della vita. Notiamo come, tendenzialmente, esistono in Simenon figure femminili che si pongono ai due estremi: o totalmente negative, distruttrici e inevitabili, o con un forte rigore morale che si identifica con la regola della natura che Maigret tutela. Gli uomini sono invece sempre esserei incerti, ma dotati di una debole volontà che il femminile, se tutto va bene e con tanta fortuna (senza non ci si salva...), indirizzerà verso la legge di natura.

Veniamo ora a “CECILE E' MORTA”


fu scritto nel 1939-40 a Nieul sur Mer e stampato nel 1942. esiste anche una versione cinematografica del 1944.

Trama: la narrazione inizia con Cecile che è nella sala d'attesa della polizia, quella che viene chiamata da tutti, ”Acquario”.Maigret prova un certo disagio nei suoi confronti. E' zitella, bruttina e i colleghi lo prendono in giro dicendo che è una sua spasimante. Lui la fa sempre attendere per ore. Cecile viene già da mesi perché ha la sensazione che la notte qualcuno si introduca nel suo appartamento dove vive con la vecchia zia Juliette Boynet nata Cazenove e chiede tutela. Maigret ha da fare e dopo qualche ora decide di riceverla, ma Cecile non c'è più. Maigret ne è stupito. La ricorda che attendeva immobile e composta per mattine intere.Omicidio.

La zia di Cecile viene trovata morta strangolata sul letto. E Cecile è trovata in uno sgabuzzino della questura, morta e senza borsa. Risulterà poi che la zia non è decrepita come sembra, ma che ha cinquantanove anni e che non si tratta esattamente di una fatina … rimasta vedova di un uomo benestante, ha iniziato a investire quote di capitale in bordelli tramite un vicino, il signor Charles Dandurand, ex avvocato radiato dall'albo causa una condanna a due anni di galera per qualcosa che ha combinato che ha a che fare con la morale, con ragazzine. L'appartamento si trova in periferia ovviamente a Parigi ed è in una palazzina che apparteneva tutta alla defunta zia. Veniamo poi a sapere che dodici anni prima, la sorella di lei, vedova, morì, lasciando tre figli. La zia Juliette Boynet vedova Cazenove, li accolse più o meno come Crudelia intendeva accogliere i cuccioli di dalmata ne “la carica dei 100 e uno … erano in tre fratellini; Berthe, che riuscì a scappare velocemente e a non farsi più vedere. Lavorava alla Galerie Lafayette come commessa. Il fratello Gerard che prima si arruolò, poi tornò in città, si sposò ma era, nel presente della narrazione, in cattive acque, ovvero senza soldi, senza lavoro e con la moglie in dolce attesa ...Alt! Ecco il bimbo! Già sappiamo che Gerard verrà “salvato”!. Cecile è la terza sorella, la più grande che si è rassegnata a fare la serva della zia. L'aspetto negativo delle figure femminili, le Lilith o Circe (gran dama e maga che trasformava gli uomini in maiali non solo di fatto ma anche metaforicamente...) del racconto sono rispettivamente la zietta che defunge, e le due sorelle Siveschi di origine ungherese che abitano nel medesimo condominio e che tentano tutto e tutti. Una di non più di sedici anni e assai lasciva, l'altra, di poco più grande e sempre seminuda. Effettivamente era difficile non trasformarsi come voleva Circe…. poiché vediamo che vagano per il palazzo e i dintorni seminando ormoni grossi come conigli che qualcuno sicuramente raccoglierà. Si noti comunque la reazione del commissario Maigret. Lui non le regge. Lui non è di carne come noi! Non sto scherzando. Lui ha una morale con confini ben precisi e si è o dentro o fuori dal cerchio. Chi fugge in questo libro, come il Marcel Basso del precedente libro, è di nuovo “l'innocente impuro”, colui che ha prodotto si il ramo gemmato, ma nel frattempo, nonostante le buone intenzioni, non riesce ancora a “camminare diritto”. Si noti che Marcel Basso cede a Circe e Gerard all'emotività che proprio non controlla. Si coglie che per Maigret, e per traslato per Simenon, queste colpe son perdonabili poiché vengono valutate secondo le legge della natura. Sembra anche che la debolezza per lui, sia congenita nell'essere maschio. La figura femminile positiva esiste, ma non si “sporca” nella trama. È in dolce attesa in una stanzuccia di una vastissima Parigi. Berthe, la sorella che lavora ai grandi magazzini, sembra che si relazioni con uno sposato, via che porta alla sterilità. Cecile la nipote che fa la cameriera-badante e che elemosina sempre qualche soldo per il fratello in crisi, ed è comunque sempre aperta alla via di natura che la fortuna non rende fertile, quando si rende conto che è stata “menata per il naso” dalla zia per anni, la strangola. Anche lei è, per destino un ramo secco. Si noti che l'omicidio non porta eredità al ramo gemmato. Simenon inventa un premio di ventimila franchi offerto dai gestori di bordelli che vogliono sapere chi ha ucciso la loro socia.

Alla fine del libro, Gerard è proiettato nel futuro con un figlio e ventimila franchi! Si ricordi che questo è l'esito dell'operato di Maigret-Simenon e il resto è solo gioco.

Notiamo che in questo libro il materiale utilizzato per la mentalità del libro giallo in senso stretto, non è necessario e sufficiente, ma eccede in “pezzi” non strettamente significativi. La sorella che lavora ai grandi magazzini non è necessaria, la paternità di Gerard nemmeno e così il premio in denaro... se si vuole rendere tutto coerente con un fulcro portante, si deve accattare il fatto che di giallo non si tratta se non in apparenza.

Dai tre libri per ora analizzati deduciamo il seguente nucleo famigliare: madre solida, padre che prova ad esserlo ma fa acqua da tutte le parti e scappa anche se innocente, e figlio, o in pancia quindi altamente simbolico, oppure adolescente, quindi, il secondo, identificabile col Simenon adolescente veramente esistito …

Concludo con una considerazione di colore. In questo libro appare la figura tutta francese, per non dire parigina, della portinaia. Di recente, “L'eleganza del riccio”, aborto in forma di libro, basato su melensaggine e luoghi comuni, ha allietato le menti del medesimo pubblico che ama i reality eccetera. La figura della portinaia era quella della bisbetica, e “infatti” nel libro di Simenon questa “pia donna” considera un brav'uomo il lascivo avvocato Dandurand. In Simenon abbiamo questa figura nella sua verità storica. Si pensi che, se a una donna dicevano, e dicono tuttora per esempio a Milano, “sei una portinaia” non è che tornasse a casa felicissima! Ora che le portinaie son quasi estinte, la loro reputazione è stata “lavata” da un libercolo che grazie al cielo è già dimenticato e nel quale si disegna la figura di una saggia che elargisce relazioni che benediranno varie esistenze. Ma … si ricordi che non dobbiamo cercare negli altri quel che si deve trovare e costruire in noi … l'equilibrio ottenuto attaccandoci ad un altro e quindi tirandolo giù, è una colpa.
dimenticavo. l'intreccio, che è magnificamente torbido, ci rivela che l'avvocato ha ucciso cecile poichè stava portando a MAigret le prove che la zia caimana aveva fatto avvelenare da lui il marito...

Veniamo ora a “MAIGRET E IL PORTO DELLE NEBBIE”

In questo caso non so dirvi molto sul testo poiché ho la prima edizione italiana del 1958, febbraio. Copia in condizioni ottime rimediata in un mercatino dell'usato.La vicenda si svolge a Ouistreham, casualmente il luogo nel quale venne scritto “la balera da due soldi”.

TRAMA. Yves Joris, ex comandante di mercantile in pensione e ora capo del porto di Ouistreham, dotato di chiuse per giungere a Caen, sparisce e viene ritrovato a Parigi, circa due mesi dopo, che vaga stralunato e incapace di parlare. Ha una parrucca che cela una ferita. Risulta che è stato operato al cervello e si comprende che il chirurgo era di valore. Viene pubblicata la foto, arriva da Ouistreham una donna che si chiama Julie Legrand che lo identifica e dice di essere la sua domestica. Viene riportato a casa in treno e accompagna la coppia, il nostro commissario. Quando entrano in casa, il gatto esce e Julie si insospettisce. Aveva lasciato il gatto fuori... Maigret si reca a dormire al “Caffè della marina”, poco distante. La mattina dopo viene chiamato perché il capitano Joris sta morendo. Avvelenamento da stricnina che qualcuno ha versato nella caraffa dell'acqua che era di fianco al letto. Inizia l'indagine ma nessuno parla. Esiste un fratello di Julie, ex carcerato per omicidio. Ha ucciso da ubriaco con un pugno e ha scontato otto anni di carcere. Lo chiamano Grand Louis perché è un omone enorme. Aveva una copia della chiave della casa del capitano quindi è sospettabile. Il sindaco del paesino si chiama Ernest Grandmaison. È anche maggiore amministratore, quindi padrone assoluto, della Compagnia Anglo Normanna di Navigazione. Il capitano Joris fu un suo dipendente. Questi è altezzoso. Si atteggia a gran signore e Maigret ci va d'accordo come cane e gatto.

Un ricordo. ..Nelle “Memorie intime”, la seconda moglie di Simenon desidera una Rolls Royce. Simenon è contrariato. Per lui quelli che hanno la Rolls non sono esseri stimabili. Troppa vistosità, troppa scena, ostentazione. Vanno al salone di Ginevra e la seconda moglie-Lilith, ottiene quel che vuole. Morale: quando Simenon “si racconta”, non dice, ma si sente, che è una persona rimasta semplice e con delle velleità comuni. Amare, aver figli, essere insomma un ramo gemmato. I soldi per lui sono solo lo strumento per semplificare quel nucleo fondante che è la famiglia …Torniamo a Ouistreham

Succede di tutto e noi, come Maigret, non ci capiamo assolutamente niente. Tutti tacciono e quel che accade è, almeno in un caso, al limite del ridicolo e mi riferisco a Maigret che fa aprire col grimaldello la porta della casa del sindaco perché ha sentito una colluttazione e lo trova sanguinante, tumefatto, con Grand Louis che lo pesta, allegramente sbronzo e senza minimamente preoccuparsi di esser stato scoperto. Il sindaco poi dice che sono affari suoi … ma, essere picchiati, anzi pestati, è un piacere? Leggendo mi son immaginato poliziotti che fanno irruzione in casa di una coppia che sta praticando sadomasochismo. Innegabilmente c'è della violenza, ma consenziente … non sempre la violenza è reato... e infatti Maigret, è sconcertato e noi con lui, dobbiamo ammettere che se qualcuno è contento di ”prenderle” fino ad avere occhi come un panda … e che le prenda! Ma se, nella situazione del sadomasochismo sentiamo l'evidenza del fatto che la violenza può essere accettata e desiderata, quindi non è sempre un reato (non è comunque il mio caso, non so perché ma ci tengo a dirlo …), nel caso del sindaco Ernest Grandmaison, sappiamo che c'è un omicidio e che Grand Louis non è proprio quel che si dice un maestro di cerimoniere …

Non ho dubbi, questo libro rivela il genio spontaneo, sorgivo, di Simenon, più di altre sue opere. Per la quasi totalità della lettura del libro non si capisce cosa sta accadendo. È solo la presenza labile di un adolescente in collegio che mi ha dato un orientamento. Sarebbe figlio di questo sindaco che è antipatico come la Fornero e ha una moglie che sembra più finta di un manichino … quindi anch'io, con le mie teorie, fino a pagina 155 (su 182!), ero in alto mare, quasi rassegnato al fatto di avere trovato una eccezione alla mia teoria e consapevole che uno su quattro che sgarra è un po' troppo. Ma improvvisamente, appunto a pagina 155, uno spiraglio!

Girava per il paese una persona ricca. Maigret ne aveva intuito la presenza e sapeva che conosceva Grand Louis. Aveva pure trovato la sua stilografica d'oro. È riuscito ad acciuffarlo ma la situazione scottava. Cittadinanza straniera, rischio di problemi col consolato e nessuna possibile incriminazione. Ma … la moglie del sindaco viene trovata da Maigret in una casetta di un paesino mentre con questo straniero benestante sta scrivendo una lettera ad un collegio … ecco di nuovo il figlio adolescente! Scopriamo poi che la moglie del sindaco recitava una vita finta e che, prima di sposarsi con lui, amoreggiava con questo signor Jean Martineau che realmente si chiama Raymond Grandmaison, figlio di un fratello del padre del sindaco, rimasto orfano e senza soldini. Fu assunto alla ditta ma si godeva la vita un po' altre le sue possibilità. Prese denaro dalla cassa aziendale, fu beccato, e il cugino ricco e proprietario gli intimò di andar via dalla Francia e non farsi più vedere, se voleva evitare la denuncia. Scopriamo anche che l'adolescente in collegio, e che si chiama Stanislas, è figlio di Raymond, il primo amore della moglie del sindaco.

Il sindaco imprenditore sapeva della paternità, e avrebbe allontanato il rivale in amore per poter avere la donna. “Sentiamo” la massa di immoralità del sindaco che infatti, anche in quanto assassino di Joris, si suiciderà. L'immoralità raccolta tutta in questo unico personaggio, è quella che Simenon-Maigret considera la vera nemica della vita. Esiste un figlio, una gemma, nulla deve ostacolare il corso naturale degli eventi. La conclusione del libro crea le precondizioni perché l'adolescente finalmente viva con i genitori naturali.

È anche curioso notevole il fatto che Maigret, legato come un salame da Grand Louis e due complici, passi una nottata sul molo con pioggia e freddo e poi … si comporta quasi come niente fosse. Si limita a darli una spinta e a fargli fare il bagno nel canale. Se si pensa alla dinamica del libro giallo, questo sarebbe un colpevole secondario da consegnare alla giustizia. Perché viene perdonato in fondo come tutti i reticenti che hanno fatto impazzire il commissario? Perché la sua-loro azione era giusta secondo la legge di natura. Aiutavano un padre naturale a ricongiungersi col figlio.

Si faccia caso anche che tutta la comunità di Ouistreham è composta di “innocenti impuri” e che la divinità-Maigret ci si trova a suo agio. Come si spiega?

Secondo me così. L'umanità tende al bene ma è imperfetta. L'imperfezione è la condizione di partenza ed in essa si deve realizzare la legge di natura.

Vedete come anche qui Maigret agisce solo in seconda istanza, in favore della legge degli uomini?

Domanda? Per quale motivo il nucleo fondante dell'opera di Simenon è sfuggito all'interpretazione per tanti anni?

Perché è talmente bravo come scrittore che, terminata una sua opera, siamo ubriachi di sensazioni di trama, di atmosfere. Anche dal punto di vista del giallo, entro certi limiti, le sue trame sono così ben fatte, che alla fine, si pensa appunto a prendere fiato, a riemergere da una vita che si è conclusa per noi in quel momento, con quell'ultima pagina.

Veniamo a una citazione. Le edizioni Adelphi, che quando va bene ci danno un'informazione scarsa quando non è sbagliata … (esempio... James Stephens dichiarava di esser nato lo stesso anno, lo stesso messe lo stesso giorno alla medesima ora di Joyce e i volumi Adelphi a sua firma ci fanno grancassa, ma ho scoperto che era lui a dirlo e non ci son prove a confermarlo... sveglia Calasso! Stai troppo davanti allo specchio....), dedicano, per ogni volumetto di Maigret, meno di una facciata di citazioni che appartengono alla categoria “cavoli a merenda”. Ecco assaggino.

“Muovendo dalla suggestione di un'atmosfera, Simenon individua anzitutto dei personaggi e annota poi su una busta gialla i particolari relativi alla loro vita e al loro ambiente. Solo a questo punto si pone il quesito da cui scaturirà l'intreccio: “dati un certo uomo, il luogo e il clima in cui vive, la sua professione, la sua famiglia ecc, quale avvenimento può mai spingerlo fino all'estremo limite di sé?” “

la parte finale è una citazione direttamente da Simenon e qui vi voglio!

Vi è capitato di assistere ad una partita di baseball senza conoscere le regole? A me si. Potevo descrivere quel che accadeva, ma dalla comprensione ero escluso. Siamo nella medesima situazione. Non possiamo accontentarci, come fa colui che ha curato questa stitica prefazioncina, di conoscer il clima, la famiglia, eccetera. Dobbiamo comprendere qual'è il limite! Poiché è sul limite sopportabile che la regola si fonda!

Quel che accade anche di scorretto nella stitica prefazioncina è che un intellettuale ha reso intelligente tutto quel che ha toccato... sembra tutto semplice, ora che si ha quella traccia. Io lettore vedrò un ambiente e dei caratteri e ogni ambiente ha un suo limite oltre il quale c'è l'esplosione che si chiama delitto! E invece no … esiste un senso in Simenon che va oltre al singolo testo e quindi al singolo ambiente!

Abbiamo già visto, nel caso dell'interpretazione del periodo blu di Picasso, quale disastro può compiere un essere semplicemente, banalmente razionale, quando agisce sull'opera d'arte. Quei quadri rappresentavano una sofferenza enorme e nessun essere di natura puramente intellettuale si è domandato di che dolore potesse trattarsi …

Ora c'è una traccia, per Simenon. Una sofferenza culminata nell'adolescenza, verso i quattordici quindici anni di età. Ingredienti, una figura paterna instabile che probabilmente è lontana e percepita senza colpe gravi, e una materna invece, certa e vicina.

Si tratta di leggere nella biografia se siamo sulla strada giusta?

Lo farei se fossi un intellettuale. Il trauma sessuale di Kafka lo trovi nell'opera … non nella biografia! L'opera parla. L'opera di un grande artista è la sua anima veramente completa …

P.S.

(forse ci sono molti errori. Abbiate pazienza. Ho scritto tutto il giorno e ora ho un lieve dolorino alla schiena, sete e freddo ai piedi. Il cane (Lolita) mi sta guardando con rimprovero … passeggiatina … e ha ragione. Correggerò un altro giorno. Oggi non ce la faccio. ciao)

amen






lunedì 8 aprile 2013

Irene Nemirovsky: "Come le mosche d'autunno"




Mi son state rivolte alcune domande in relazione il mio precedente scritto su Irene Nemirovsky:

Perché ho deciso di iniziare da “Il calore del sangue”.

Perché ne parlo solo ora.

Rispondo alla prima. Ho fatto la scelta de “Il calore del sangue”, per la sua brevità. Si tratta di un tascabile e penso che questo impatto spaventi meno di altri suoi libri. È vero che c'è molta gente che legge libri “grossi”, ma quasi sempre si tratta di “roba” che ha trame rapide, azione e poco pensiero. Certi autori invece non possono essere letti come un gioco. Il cervello deve essere collegato sempre. Non sto facendo dell'ironia. La maggioranza legge come passatempo; una stretta minoranza invece, chiede al libro qualcosa in più. Vedete, pensare non è strettamente necessario nella vita di tutti i giorni, e anche ora non sto scherzando. Una persona adulta potrebbe aver creato una concatenazione di abitudini che per essere attuate, ripetute, chiedono semplicemente di ripercorrere giorno dopo giorno, i medesimi percorsi neurali. In fondo tutti, anch'io, abbiamo bisogno dell'abitudine. Se ogni atto dovesse venir sempre e costantemente “pensato”, sarebbe follia. Quando si timbra il biglietto del tram, è il corpo a farlo, non noi. Quando si guida la macchina, sapere qual'è il pedale del freno e quale quello della frizione, lo abbiamo demandato al corpo ed è probabile che, se ci pensate un attimo, non ricordiate con la mente come sono situati quei pedali. Insisto, è il corpo a saperlo. Quando non si usa la bicicletta per anni, e poi si decide di riprenderla, si suppone inizialmente di non ricordare più come si fa. Ma il corpo sa ripetere esattamente quell'operazione …

Pensiamo ora al film “tempi moderni” di Chaplin. L'uomo diventa parte della macchina. Questa ossessione era forte e malvista da alcuni, per esempio gli operai che a quel ruolo erano condannati, benvista dagli altri, per esempio i futuristi, che della vita vera se ne interessavano solo fino a un certo punto. Attualmente, la fobia della “macchina”, del far parte di essa come un ingranaggio, non ci assilla più. Ora siamo prevalentemente legati al terziario, all'organizzare risorse umane, quindi ingranaggio è divenuto un rapporto di umano fra umani non carne contro ferro ma carne contro carne, e la parola ingranaggio posso proprio eliminarla. La vita consiste ora nella conquista di una posizione sociale e in essa si opera con una competenza che non può non essere assai specializzata. Del rapporto uomo-macchina rimane la monotonia, la ripetitività, ma la si soffre meno, poiché essa accade in un contesto di relazione fra umani e non appunto fra uomo e oggetto.

Siamo quindi meno consapevoli, dell'uomo dell'epoca di Chaplin, di quanta abitudine, di quanta monotonia di movimenti del corpo e di sistematico utilizzo dei medesimi percorsi mentali, sia necessario per vivere. Siamo poi naufragati nel paradosso di facebook e twitter, canali di comunicazione che portano all'immediatezza dello scambio di informazioni. Ci si perde nell'atto del comunicare e non ci si rende conto che non sia ha nulla da dirsi. Ricordo anni fa un dialogo colto al volo che è simbolo di quanto sta avvenendo. Due persone di mia conoscenza si vedono in un locale e si abbracciano. Tutto molto plateale. Sembra che uno sia tornato dalla guerra e l'altro da una missione spaziale. Dopo abbracci e sorrisi passano al reciproco “come stai” che riceve la comune risposta “bene e tu?”. Ora segue l'altrettanto comune “anch'io” sorridendo e in più qualche pacca sulle spalle, e poi sorridono rumorosamente come due deficienti. Non si pensi che questo scenetta sia un'esasperazione oppure una rarità. È tristemente comune. Lo era molto più qualche anno fa. Con l'avvento di facebook e twitter, questa comunicazione del nulla si è trasferita in internet. Accade così che i rapporti in carne ed ossa si facciano più difficili. Con internet puoi spacciarti per ciò che non sei, nel dialogo viso a viso, anche se senza contenuti, senza messaggio, come quello citato, un minimo di realtà devi affrontarlo … e si tenga conto che il dialogo suscitato non avvenne fra due persone qualsiasi … uno era giornalista e l'altro laureato. Essi possedevano un'alta dimestichezza con l'automatismo professionale richiesto attualmente e che, non richiedendo pensiero e concentrazione se non nel momento della sua acquisizione, porta anche a relazionarsi automaticamente. Si pensa solo quando proprio non se ne può fare a meno e la via di comunicazione, lo strumento, ovvero internet, che è diventa estrema ed eccellente, trasporta messaggi che sono nulla, son rumori, assenza di contenuti.

A questo punto quando si tratta di consigliare un libro, particolarmente di un'autrice che ha scritto tanti capolavori, mi sento in dovere di partire da qualcosa di breve. Di più non posso fare. Qualsiasi testo della Nemirovsky presuppone il pensiero attivo; dobbiamo collaborare col testo e non essere passivi come con la tivù; in più si deve essere onesti con se stessi. Mi spiego. Una sera a cena con altre persone, come sottofondo c'era uno schermo che emanava un quiz. Funzionava così: una domanda, quattro risposte possibili, due delle quali assurde anche per Emilio Fede. Ebbene, una persona seduta al tavolo con noi, che non ha mai brillato in vita sua se non in grazia di un'eredità, ha “imbroccato” per puro caso, sei risposte consecutive esatte. Di conseguenza si è considerato un genio. Si stava esaltando ma era evidente che si trattava solo di fortuna. Come dire che sei stato bravo perché hai vinto al lotto!Ricordo che una domanda non l'aveva nemmeno capita. Scelse a caso la risposta e basta … questo è uno dei modi dei mass media per accontentare il suo popolo … ma davanti al libro che richiede pensiero non puoi fingere. Non lo capirai mai per caso. Servono concentrazione e pensiero se si tratta di saggi, concentrazione e disponibilità allo stupore, se si tratta di arte. Con stupore non intendo la meraviglia davanti al funambolico, ovvero trame che sorprendono e basta. La sorpresa deve essere per l'anima e questa la chiamo, nel suo inizio, stupore. Un esempio. Nel film “Nuovo Mondo” di Crialese, vediamo un'inquadratura sulla folla presa dall'alto.






Sappiamo che hanno appena caricato sulla nave degli emigranti, conosciamo i loro sogni, la loro povertà, la loro Sicilia. Sentiamo, nella scena immobile che sa di attesa, rumore di ferro che stride e una crepa si apre fra la gente. Scopriamo così che non è folla compatta, ma una parte della gente della nave e l'altra, composta di quella che sta a terra. Per un attimo quella separazione ci fa male dentro, ci commuove. Il senso della separazione è reso in un modo che ha una profondità che è insostenibile per il pensiero. Ci si rende conto, ripensando alla scena in questione, che essa viene da molto più il là. Il pensiero non basta per creare una simile immagine, e forse nemmeno il cuore … ci vuole un'anima. E così, vedendo quella scena, se siamo riusciti a lasciarci andare a lei, se il continuo controllo esercitato dalla razionalità, lo abbiamo allentato, scopriamo che è possibile andare oltre il pensiero ... che forse, se ci si impegna un poco, il seme che abbiamo dentro, e che tanti, troppi, nemmeno sanno di avere, possiamo coltivarlo e fiorire alla vita. Vi avviso e senza umiltà vi dico che ne so qualcosa. Solo così si sconfigge la morte …

Dal medesimo film vi ricordo un'altra scena: arrivati in America, questi emigranti vengono sottoposti a giochi elementari di logica. Viene data una base quadrata e la si deve riempire con pezzetti di legno di vario formato che, se ben posizionati, la coprono completamente. Quando tocca al padre, che di queste cose non sa niente, le sistema secondo una logica tutta sua, immaginando una casa per sé e i suoi, e mentre “costruisce” descrive il senso di quel che sta facendo, immaginando un futuro che ora non ha. Anche questo momento commuove. Si sente la freddezza, la disumanità di chi seleziona e l'assoluto essere indifeso incompreso, del selezionando che va ben oltre alla dinamica dell'intelligenza e si mostra più profondo di chi lo “studia”.

Anche qui, anche per questa scena si raggiunge uno stadio di sintonia profonda col più profondo sentire. Ci viene rivelato per un attimo che esiste qualcosa di più di pensiero e azione …

La risposta a quella domanda, perché ho deciso di iniziare da “Il calore del sangue”, penso che sia così esauriente. Una buona, una vera lettura, risveglia l'anima, ci fa prendere cura del seme che abbiamo dentro, ci fa scoprire che lo abbiamo, ci fa desiderare, se perseveriamo, di vederlo fiorire. Di Irene Irma Nemirovskaja sposata Epstein, nota in occidente come Irene Nemirovsky, preferisco in asssoluto “Suite Francese”, ma per riuscire ad “entrare” in quell'opera senza perdere parte del suo prezioso carico per strada, servono tempo, e la gente ne ha poco, pensiero che si arrenda all'intuizione, voglia e volontà di rileggere. Insomma, desiderio di amare. Non basta essere intellettuali, essere intelligenti, per avvicinarsi a certi gioielli. Serve di più e di meno. Saper tornare dionisiaci, ma non è facile. La razionalità sembra la via che risolve tutti i problemi. Basta applicarla con perizia, ci dicono … ma non è così. Essa serve fino ad un certo punto, e fondamentalmente per interiorizzare quegli atti e quei comportamenti che si fanno poi abitudini, ma che, grazie al cielo, non esauriscono la vita. Si pensi ai personaggi di certi film di Antonioni, a queste donne che hanno tutto ma sono profondamente irrequiete e insoddisfatte! Si pensi all'intellettuale-artista che ne “La dolce vita” uccide i figli e si suicida … è chiaro il messaggio dell'epoca che ci precede: non basta avere tutto, essere ricchi e comprare grandi case, opere d'arte e cicli di studi ... e poi ... avere l'amore non ha senso se si approda immancabilmente nell'abitudine... il comunismo stesso fallì, e continuerà a fallire, perché pensava che bastasse riempire tutte le pance, ma quando hai risolto i problemi del cibo, dell'alloggio e in più ti ritrovi improvvisamente calato in un mondo senza una morale di riferimento, ecco che crolli perché hai tempo per pensare e desiderare … nessuno ci spiega come fare, per esempio attualmente, con la morale. Si tratta forse dell'epoca più bella dell'umanità, in questo senso, ma anche della più difficile. Devi vivere, e dedurre la tua morale dall'esperienza. I confini di una morale dettata dalla società, sembra si stiano allargando sempre più, ma penso ci toccherà assistere ad una contrazione. La troppa libertà è spaesamento. Vivere per comprendere la propria moralità presuppone che si sia attivi, protagonisti di se stessi … è faticoso, e si preferirà una regola che sarà sempre insoddisfacente ma che permette di adagiarsi ...

Seconda domanda. Perché parlo della Nemirovsky solo ora.

Prima non era necessario. I giornali ne parlavano spesso. Con gli attuali mass media l'importante è che se ne parli. Se sia fatto decentemente o meno viene dopo, ma molti lettori, così indirizzati sono poi in grado di agire con indipendenza sul testo tenendo, dell'articolo letto, solo quel che sembra utile. Articoli che spendono energie di solito sull'aspetto biografico ... e la Nemirovsky offre il destro a varie notizie d'effetto. Si faccia caso che nel primo scritto a lei dedicato, non mi sono interessato della sua vita privata. Tendo solitamente ad evitarlo e a ricorrere a certe informazioni solo quando si rivelano strettamente necessarie. Per esempio, in questo post intendo parlare di “Come le mosche d'autunno” e in questo caso non si può secondo me non accennare al fatto che la njanja (balia), la protagonista, ha realmente avuto per quanto un po' modificato, quel destino. Si badi che per “entrare” nel libro non sarebbe strettamente necessario dirlo, l'importante è non fare una malattia, una via esclusiva d'interpretazione di un'opera, scovando e spesso forzando aspetti della vita privata, in relazione all'invenzione artistica. A questo si deve per esempio la fortuna dell'opera di Kafka. Essa si rivelò di difficile comprensione quindi ne pensarono, e inventarono, di tutti i colori. Esempio culmine è lo scritto di Canetti che identifica l'idea de “Il processo”, con un incontro in un albergo avvenuto realmente, nel quale, davanti a varie persone, venne definitivamente sciolto il fidanzamento di Kafka con Felice Bauer. Non serve per comprendere quel capolavoro! È più importante leggere “Joshe Kalb” di Joshua Singer … arte quindi che spiega arte. Ora della Nemirovsky non se ne parla quasi più. Dopo questo ritorno di visibilità, che arriva dopo il silenzio completo seguito alla sua fine avvenuta 1942 ad Auschwitz, un altro silenzio la attende. È vero che tutti tendiamo all'oblio, sia le nullità più estreme, ovvero quegli esseri che mai hanno compreso di essere seme e di poter fiorire, e son solo corpo che ritorna alla terra … ma un artista arriva all'essere dimenticato in modo più lento. Egli è un fantasma di latte che beviamo fino all'ultima goccia e che si fa linfa. Può accadere appunto l'oblio oppure, di diventare un popolo come è per Omero. Si diventa sangue, non si è più se stessi ma, grandiosamente, vita.

Un ultimo accenno. Nel mio post su Picasso, ho agito profondamente sull'autobiografia. Può sembrare una contraddizione ma di fatto non lo è. Mi spiego. Osservare il “periodo blu” mi portò ad una dire. Quest'uomo (Picasso) soffriva immensamente quando ha dipinto questi quadri. Cosa lo fece soffrire? E da qui è partita la ricerca di una risposta. Leggendo “Come le mosche d'autunno” ci si potrebbe domandare cosa e come visse la rivoluzione russa l'autrice, che essendo nata nel 1903 era sì giovanissima, ma già in grado di comprendere e rimanere condizionata dagli eventi. Si tratta di una domanda non strettamente necessaria per comprendere quel racconto, ma è lecito farsela. Se si legge, sempre di questa autrice, “Il ballo”, non ci si può non domandare qualcosa sul suo rapporto con la madre. In questo caso trovo sensato approfondire poiché la conoscenza di un trauma è alla base della vita di un artista. Sarà allora notevole impossessarsi dei dati biografici di quel rapporto e anche di come lo subirono (quindi con la nonna) le due figlie della scrittrice. Da rabbrividire... La sensazione che se ne trae è che dietro all'arte si celi sempre una crisi spaventosa con la vita e che, l'opera appunto, altro non sia che un recuperare continuamente, almeno per il tempo della sua stesura, un equilibrio che continuamente si perde ...






Il libretto di un intenso colore rosso come “Il calore del sangue”, è edito da Adelphi. Son novantanove pagine in carattere abbastanza grandicello. In poche parole, acidine, l'editore poteva fare una raccolta di racconti oppure “sgranarli” sul mercato uno per uno e guadagnarci un po' di più … ha vinto ovviamente la seconda opzione....

Non è stato minimamente pubblicizzato quindi penso che sia stato letto solo da chi, già sedotto dalle precedenti cinque pubblicazioni, avvenute dal 2005 al 2007, si è affezionato all'autrice.

È considerato, e giustamente, il suo capolavoro assoluto. Consiglio di leggerlo tenendo pronto “Il vino della solitudine”, un altro romanzo suo, che ha molto in comune. Si tratta, quest'ultimo, di un testo altamente autobiografico. Si assiste alla nascita, crescita ed emancipazione dai genitori, di una figura femminile. Duro e notevole. Vero della verità dell'arte, che è la più completa, e ad essa non interessa se i fatti narrati sono esattamente sovrapponibili alla realtà. È il senso profondo che deve esserlo!

Per chi vuole comunque assaggiare il portato autobiografico della Nemirovsky, consiglio di prendere “La vita di Irene Nemirovsky” edito sempre Adelphi. È scritto bene e assai interessante. Si tenga comunque conto, sempre, quando si ha a che fare con testi storico letterari, che essi mostrano una realtà filtrata da uno scrivente (in questo caso due) che appartiene ad un'epoca, e di questa è portatore delle conquiste e dei limiti. Essendo noi comunque, più o meno della medesima ondata temporale di Philipponat e di Lienhardt, poco ci risulterà stridente.



Della trama dico poco. La njanja, la balia, di una famiglia russa, vede partire due ragazzi per la prima grande guerra. Lei allevò prima il padre e i fratelli. Ebbe un figlio suo e un marito, ma morirono presto, quindi si ha la figura di una Madre Grande, madre di tutta una stirpe. Una volta partiti i due figli-soldati, abbiamo davanti agli occhi una casa … (“ era una bella dimora, dalla nobile architettura, con un frontone greco ornato di colonne ...”) che assomiglia molto alla residenza di Tolstoj (eccola nell'immagine)



 
che si sta sgretolando. Siamo nella nursery; c'è la culla con l'ultimo nato che dorme, la njanja che veglia di fianco e il capostipite, padre di quel bimbo e anche dei due partiti in divisa, che arriva. Viviamo qui la sua commozione che si apre solo alla Grande Madre della stirpe.

La presenza dei primi calcinacci della grande dimora, inizia ad essere descritta con l'apertura e la chiusura dello sportello della stufa: “... chiuse lo sportello e il sibilo del vento si smorzò. Adesso si udivano soltanto il flebile rumore dell'intonaco che si scrostava dalla stufa e dai vecchi muri, simile al sussurro di una clessidra, e il crepitio sordo e profondo degli antichi rivestimenti in legno rosicchiati dai topi.”

Non sta crollando ma, minuziosamente sta sfacendosi in sabbia del tempo, pane da clessidra. Non sta crollando semplicemente una casa, ma un mondo, un'epoca. E si tratta di una fetta di vita enorme che va ben oltre a quella famiglia.

“A sei anni i maschietti venivano trasferiti al piano di sotto, dove avrebbero vissuto con i precettori e le governanti...”. Al piano di sopra ci sono la njanja, la sua stanza per allevare bimbi piccoli, per svezzare, e le bambina che si fan ragazze. Era nella Roma antica che si agiva così. Cambiava qualche aspetto secondario. Della casa, per Roma, il retro era delle donne e “il davanti” degli uomini, quindi il maschio, una volta svezzato, passava al mondo degli uomini avvicinandosi alla porta che dava verso l'esterno, verso il mondo, mentre le donne rimanevano dietro oppure, in Russia, in quel secondo piano.

Chi era lo zar? “Giochiamo” con le parole: noi oggi lo chiamiamo così, m si scriveva czar e se ci aggiungiamo una “e”, abbiamo cezar, cesare, imperatore di Roma. I simboli imperiali si trasferirono da Roma a Costantinopoli e da qui a Kiev quando questa crollò. La fine di quei simboli, di quel modo di concepire il mondo, avvenne con la rivoluzione del 1917, con l'avvento della rivoluzione russa che, come tutte le rivoluzioni, sfociò in una dittatura.

Ecco quale fine epocale, immensa, rappresenta questo libro. L'invenzione della Grande Madre Nutrice, il suo destino, narrato nel libro, fino in fondo, rappresentano l'inconciliabilità di due mondi. Qualcuno soccombe, poi il padre e la madre, ormai di mezz'età, sopravvivono, e i figli si inoltrano nel nuovo. Tutto è disintegrato. Il rispetto e il codice morale son le distruzioni più marcate e la vita continua, ma la Nianja, nella Parigi della fuga conclusa, attende la neve e arriva ...la nebbia. Pian piano vivrà solo di passato, solo della sua ormai incomunicabile poesia. E quella vita, divisa fra allucinazione e realtà, confondendole … non posso dire di più. Il finale sia del lettore.

Per quanto io sia contrario alla trasposizione di opere letterarie in film, trovo che questo testo si presti bene a all'operazione. La Nemirovsky amava il cinema e ne era attratta. C'è tutta una parte della storia della letteratura del primo novecento che andrebbe riscritta tenendo conto di questo rapporto. D'annunzio per l'Italia, ne è un esempio trascurato. Accade che, quando un artista ami un'altra espressione artistica, ne sia influenzato. In questo libretto della Nemirovsky, se si tiene sotto stretta osservazione la parola “silenzio” e si valuta come essa, dopo certe scene, appaia e “vetrifichi”, immobilizzi tutto, si potrà cogliere la lezione di un cinema, che ancora muto, del silenzio corrotto solo e non sempre dalla musica, faceva uno strumento importante.

Esiste poi, in queste poche pagine, una critica profonda alla rivoluzione russa. Essa non è diretta. Negli avvenimenti che si srotolano davanti agli occhi della nostra mente, e che culminano con il destino di morte di Jurij, fatto comprendere come nefasto fin dall'inizio, si trae un malessere che sembra incoerente. Quel mondo di servitù e padroni non ci piace, ma quella violenza che lo annienta, nemmeno. Si ha la sensazione che nulla di buono possa uscirne, e questo effettivamente, l'autrice pensava.

Faccio ora il paragone con un altro libro, un altro casato, un altro impero, un altro destino, che si concludono nello stesso modo e nella medesima epoca …

“lL marcia di Radetzky” di Joseph Roth. Dicevo prima che per comprendere “Il processo” di Kafka sarebbe più utile leggere “Joshe Kalbe” di Joshua Singer. Meglio un romanzo quindi, che non uno dei cinquemila e passa saggi che gli son stati dedicati. Ora, per “Come le mosche d'autunno”, “La marcia di Radetzky”, è secondo me la risposta migliore.



Ci domanderemo: ma, se in Russia accadde più o meno la medesima faccenda che nell'impero Austroungarico … allora la risposta del cataclisma descritto dalla Nemirovsky, non deve essere semplicemente in relazione con la rivoluzione di ottobre … Sì, penserete questo. E infatti la Nemirovsky vi mostra un mondo che crolla ma non assegna colpe. Si permette solo di insinuare in noi il sospetto che chi verrà non sarà migliore di chi c'era. Due grandi mondi, due grandi imperi crollano. Questa era l'unica consapevolezza, la grande intuizione. Qualcuno, certi artisti, avevan compreso, he tutto fosse decrepito, come la casa della famiglia di Nikolaj Aleksandrovic Karin. La vita delle tre generazioni della famiglia Trotta che, da un salvataggio dell'imperatore di Wien, avvenuto alla battaglia di Solferino, fino al suo ultimo rampollo che parte per la guerra, è descritta accuratamente, ci mostra un declino ma non lo spiega, esattamente come fa la Nemirovsky nel racconto.

Il grande vento della guerra, il destino, ridisegna il mondo, l'uomo, entità fragile, soccombe e sopravvive non in sé, ma nei figli, per la Nemirovsky, si fa annientamento completo in Joseph Roth. La storia vista troppo da vicino è fatta di buoni e cattivi. La storia vista e vissuta da un artista, va oltre, e quella sensazione che proviamo al termine della lettura, quel vorticare dell'anima che non riesce a farsi parola, è la risposta, è l'alito del destino che anche su di noi, in noi, con noi, troppo spesso inconsapevoli, crea un'epoca.
amen




sabato 6 aprile 2013

Roberto Saviano e "Zero zero zero"


Mi sembra sia di ieri la nuova uscita in libreria di Saviano …

Tempo fa ne parlai bene. Il suo “Gomorra” l'avevo considerato un vero atto di smascheramento di una realtà che i mass media avevano diluito tanto, troppo.

Ho avuto occasione di ricredermi. Ho letto nel frattempo il suo “La bellezza dell'inferno” e ho iniziato a farmi delle domande. La più immediata è stata la solita: cosa c'è dietro …

Immaginate una via preparata per voi, per me, insomma per il pubblico. Una via piena di edifici interessanti, di vetrine strabilianti. La percorriamo fino in fondo e siamo sazi, soddisfatti, e poi accade che qualcosa o qualcuno ti porti via da quella strada maestra tracciata da un'operazione commerciale e ti rendi conto che gli edifici son solo facciate, che dietro ci son pali e traverse che reggono delle scene finte, anzi, ancora peggio … i cadaveri son veri, è la struttura che è di carta pesta.

E ti domandi perché ... perché con tutto il bisogno di onestà che abbiamo, si deve essere vittima di marchingegni grotteschi. Lo raccontava Marquez, nelle sue opere letterarie, di campagne elettorali nelle quali il candidato si portava dietro operai e finte scene, le faceva montare, passava, predicava e poi se ne andava. Ma era il sud America, un sud America strozzato dagli Stati Uniti, dalle compagnie bananiere! E qui e ora, cosa ci strozza!?! Cosa ci porta ad avere a che fare con il medesimo risultato? Ad essere trattati nel medesimo modo? L'operazione commerciale e le sue esigenze … solo questo. Questa mattina ho letto sulle pagine di vari giornali la pubblicità di questo nuovo libro sulla cocaina. Ho trascritto nel taccuino la frase ideata per catturare le prede … :
                
                            Non guarderete più con gli stessi occhi

      Il grande ritorno di Roberto Saviano sette anni dopo “Gomorra”

Medito sulla prima riga. La trovo troppo rumorosa.

Lo dico con ironia. Una generazione abituata ad Emilio Fede, Mastella, Borghezio, la Gelmini, Gheddafi, all'omicidio della Politkovskaja, a Breiwik (penso si scriva così), a Columbine, a Monti, che merita accusa di genocidio verso il popolo italiano eccetera, ad una generazione che ha subito questo e altro, ormai solo il disastro “diretto” della guerra armata può rincarare la dose. Ho detto disastro “diretto” della guerra armata, poiché la guerra dell'alta finanza la considero indiretta, e ha causato tre morti anche ieri (suicidio indotto, quindi omicidio ....).

Sa di vecchio battere la grancassa dicendo quella frase. Che di schifo ne accada lo viviamo quotidianamente.

La seconda riga invece, è subdola. Leggendola si potrebbe pensare che dopo sette anni esce un libro di Saviano. Vi invito a digitare -Saviano bibliografia- su internet e scoprirete che non è vero. Il subdolo di quella frase sta nel fatto che si parla di GRANDE RITORNO e il gatto e la volpe, ovvero chi gestisce questa operazione commerciale, si può difendere con un cavillo; potrebbe dire che le altre pubblicazioni, erano piccole cose, che Gomorra era un grande libro e questo è il successivo grande libro … ma quel che traspare per me, che son stato un Pinocchio come tutti fino a poco tempo fa, è che si tratta della seconda grande operazione commerciale dopo Gomorra.

Ora veniamo ai fatti. Come è accaduto che il sottoscritto, dal ruolo di Pinocchio infinocchiato dal gatto e dalla volpe, si sia trasformato in detrattore deluso per l'ennesima volta dalla contemporaneità …?

Dialogo con una persona, di Gomorra. Io non distinguo bene i dialetti. Comprendo solo che quest'uomo ha un accento meridionale, lieve, ma persistente. Mi lascia parlare e poi mi dice che Saviano, non ha vissuto tutte le avventure che racconta. Sono stupito. Elegante e gentile, per un attimo solo ha avuto lo sguardo duro, quando mi ha detto che essere presenti ad una minima parte di quei fatti equivaleva all'essere collusi o morti. Mi ha anche detto che quelle cose a Napoli e dintorni le sapevano e le sanno in tanti, forse non con quella precisione, ma che Saviano era ed è giornalista e poteva accedere a informazioni precise.

Incassai sorpreso. Difendo a spada tratta solo l'opera di grandi artisti. Ho sempre detto che Saviano ha a che fare con la letteratura come una pornodiva con l'amore …

e ho criticato la tendenza a chiamarlo scrittore che trovo appunto senza senso.

Insospettito faccio in modo che l'argomento “caschi” su Saviano con altra gente del sud e mi rendo conto che, o preferiscono non parlarne o disapprovano, ma non osano parlare più di tanto perché si rischia di sembrare a favore dei malavitosi, e questo non me lo dice una persona sola. Uno di loro, mi invita ad informarmi sull'operato di una persona che definisce vera e affidabile in tutto quel che dice e fa. Si chiama Aniello Manganiello.

Mi tuffo nell'informazione ricevuta e scopro che è un prete che per sedici anni ha gestito la parrocchia del rione san Guanella a Scampia. Lo chiamano il prete anticamorra. È stato trasferito a Roma, dietro ad una scrivania e non più reintegrato in quel ruolo nonostante le proteste dei fedeli che lo reclamavano e lodavano.

Lui, che afferma di non riuscire a stare dietro ad una scrivania, si è preso un anno sabbatico e ha scritto un libro che vale la pena di leggere …

Ebbene, cosa si scopre da questo uomo eccellente? Che Saviano ha attinto informazioni dal cartaceo di due processi, per scrivere Gomorra. Che quando si presenta ad una conferenza, ed è capitato che ci si trovassero insieme, non riuscisse a parlargli e spesso nemmeno a salutarlo e anche che, causa contratto, Saviano non può parlare più di cinque minuti... iniziate a “sentire” l'impalcatura che regge la via stupenda che l'operazione commerciale ha costruito e che ci invita a percorrere? Io si, e sono deluso.

Non dico che i fatti elencati da Gomorra non siano veri. Ma non basta. I cadaveri son appunto veri, come ho detto più sopra, ma la scena è finta. Discutevo di recente con una persona, sull'onestà di un assessore che veniva sbandierata come qualità assoluta. In effetti in Italia si tratta di una dote introvabile fra amministratori e politici ... se poi i due ruoli si uniscono nella figura, per esempio, di un assessore, si potrebbe gridare al miracolo, ma quando ho fatto presente che questa onesta persona dice e scrive che l'Italia è stata liberata dai partigiani … è gli americani erano venuti in Italia in gita? Questo è solo uno degli aspetti incoerenti, forse di parte, di quella persona e mi son permesso di dire che l'onestà, da sola, non va bene nemmeno per fare la bottegaia. Per fare l'assessore serve anche qualcos'altro...

Ebbene, un Saviano che firma un libro che racconta cose vere, che le ”mette giù” come se le avesse vissute tutte di prima persona … e poi, io Pinocchio sprovveduto, scopro, da gente che quelle “cosacce” almeno in parte le ha vissute, e qualcun altro che per sedici anni le ha combattute … eccetera …

Verrebbe voglia di urlare.

Ma torniamo al personaggio Saviano. Come ho accennato prima, ho letto il suo “la bellezza dell'inferno”. Banale. Ridicolo. Il capitolo dedicato a Messi è degno del bar sport. Mi dispiace comunicare a Saviano che per me la storia di quel calciatore è si interessante, ma non certo elevabile a simbolo. Accade dell'altro che fa bruciare con ben altra forza, l'anima! Ora ho il sospetto che Gomorra sia stato scritto, preparato, confezionato, limato, da una equipe … la prova per me più forte, quasi inequivocabile sta nel fatto che il libro successivo è così banale! Non è possibile che dalla medesima mente escano due prodotti così diversi. Esiste qualche precedente, è purtroppo vero. Ho citato nel mio scritto dedicato al premio strega (minuscolo meritatissimo...) il caso della Maraini che con “Marianna Ucrìa” produsse un'opera di valore, ma firmò anche “Buio”, che è indecente in quanto a banalità e che quel premio lo ha vinto. Si possono avere cadute di tono, ma una sana autocritica, oppure fidarsi del consiglio di qualche amico vero, di quelli che non fanno solo complimenti, sarebbe quasi una salvezza!

Il Saviano de “la bellezza dell'inferno”, dimostra una fragilità, un'incapacità di elevarsi oltre la dinamica del bar che mi sconcerta. È evidente che è scritto da un'unica mano, e secondo me, quelli che gestiscono l'operazione commerciale della quale lui è immagine e marchio, lo hanno lasciato libero di fare, forse per vedere cosa combinava. Ma come spiegare il flop di vendite tenendo conto che poteva campare di rendita del successo immediatamente precedente di Gomorra?

Io, forse troppo Pinocchio in tutto quel che non riguarda arte e letteratura, ora penso che molti lettori, più svegli di me, non abbiano creduto alla messinscena del giornalista che vive in prima persona tutte quelle avventure. Lo ripeto con più colore: cadaveri veri, scena di cartapesta ...

Io sono così anche in amore … e nei rapporti umani. Parto dalla fiducia. Trovo scorretto partire prevenuto. Questo atteggiamento mi ha messo spesso nella condizione di rimanere fortemente deluso, ma non riesco a cambiare. Se do fiducia e qualcuno la “usa” consapevolmente, a mio danno, l'errore è suo, io ne esco sconfitto ma pulito, e questo, nonostante qualche sofferenza, spesso enorme, mi basta.

In questo caso, con l'opera di Saviano, son caduto nel tranello dell'operazione commerciale. Ci son precedenti che per me hanno del clamoroso; per esempio è stato rivelato di recente che quella serie di libri sulla storia d'Italia, firmata da Montanelli, è stata scritta da un altro. Ma era necessario fregare il pubblico così? Perché Montanelli, che conobbi e mi sembrò di spessore, si è abbassato a compiere una simile schifezza! Firmare facendo credere che fosse “farina del suo sacco” dei libri, e tanti, scritti da un altro!

Non c'è risposta … anzi ... c'è, e mi fa male anche solo trasformarla qui, in parola scritta.
... penso comunque che sia comprensibile una reazione: non leggerò più nulla che riguardi l'operazione commerciale a marchio Saviano.

ciao

















mercoledì 3 aprile 2013

Marguerite Yourcenar: "Memorie di Adriano"




In data 29 marzo “La Stampa”, presentava un articolo di Silvia Ronchey con argomento, la Yourcenar e il suo celebre romanzo “Le memorie di Adriano”. Si scopre fra le righe che l'occasione, per il pezzo, è una mostra che si tiene a Tivoli; titolo “Marguerite Yourcenar: l'antichità immaginata”. Mostra che rimarrà aperta fino al 3 novembre.


Ho meditato fino ad oggi prima di decidermi a scrivere.

L'articolo è scritto bene, ma … scrivere bene non basta.

Vien detto quel che da anni si dice sull'argomento, ma non si offre la traccia che “fa il libro”, che produce il capolavoro e in noi un'emozione che si condensa in pensiero.

Ho già parlato di questa grande scrittrice in altri post e mi meraviglio, fra le varie cose, che in quell'articolo si pensi, in generale, alla genesi di un romanzo con un unico filo diretto che è, in questo caso, l'imperatore Adriano. La vita è un poco più complessa … manca Piranesi con le sue stampe e poi sembra che la Yourcenar non abbia pensato altro che ad Adriano, l'imperatore, fino a stesura ultimata, fino ai quasi cinquant'anni di sua età ...

Citare per esempio la frase di Flaubert: “gli dei non c'erano più e Cristo non c'era ancora e ci fu, da Cicerone a Marco Aurelio, un momento in cui a esistere fu l'uomo, solo”. Citare continuamente questa bella frase per dare una spiegazione del perché la scrittrice scelse quel periodo storico … ma non mi basta che una frase sia bella! Che la usino le dame nei salotti proustiani che ancora esistono, strani acquari nei quali si deve riuscire a parlare di nulla con eleganza.

Se si osserva quella frase, ci si rende conto che contiene un assurdo. In quell'epoca non c'erano più dei e non c'era ancora Cristo … ma se c'era un presunto profeta al giorno e le religioni orientali andavano e venivano come mode! Di dio, delle divinità ci si stancherà solo davanti ad una conquistata immortalità, quindi mai!

Non mi sembra un ragionamento difficile. Stimo Flaubert, e credo che, in buona fede, qualcuno abbia immobilizzato un suo pensiero. E' troppo evidente quel che ho detto, e che rende quella frase semplicemente bella, quindi salottiera, per non dubitare che si trattasse di un frammento in divenire. Un pensiero è qualcosa che si muove, che cresce. Fermarne un frammento è penoso come quando vedo o sento troncare arbitrariamente, quasi sempre per questioni di tempo, di palinsesto dicono, un'intervista.
Altra frase assurda e spesso citata, questa volta presa direttamente dall'autrice che la “mise” in una lettera inviata alla sua traduttrice, l'ottima Lidia Storoni Mazzolani è ovviamente riportata dall'articolo: … tra coloro “che son troppo umili o troppo fieri per far parlare di sé.” ragioniamo: la scrittrice si colloca ad uno dei due estremi citati; essere troppo umile o troppo fiera … ma questa frase, che rende torbido il rapporto fra il testo creato e l'autobiografia, questa frase, dicevo, non fa altro che nascondere un tabù, qualcosa che per l'autrice non si può toccare direttamente col pensiero! Perché in lei un tabù esiste … ne parlano le opere, con un continuo mascheramento. Per chi vuole orientarsi in un caso di mascheramento artistico, contenente un tabù della medesima natura consiglio la lettura del mio post su Picasso …

Quando un intellettuale ascolta o legge quel che un artista dice di sé, dovrebbe avere l'ardire di pensare che sta accadendo qualcosa che non è immediatamente sulle righe. L'intellettuale agisce così. L'artista, sempre, anche quando mangia, dorme, va in bagno eccetera, lotta con una belva che cerca di domare, di ammansire. Ne va della sua vita. Se non ci riuscisse ci sarebbe pronta per lui una delle tante forme della follia.

Veniamo al sodo. La Yourcenar ebbe, in famiglia, nel senso di famiglia allargata, la presenza di una sessualità non canonica, non secondo le regole.
Crebbe e scoprì in se stessa l'omosessualità. Decise di viverla. Rinunciare alla propria sessualità, all'amore che ad esso potrebbe essere legato, è per lei inconcepibile. Di questo l'articolo parla in modo leggero, quasi sfiorando ...

Dopo il caos creato nelle menti etero da Marcel Proust, intervenne Gide. Lei si senti autorizzata da questi precedenti, a tentare un'avventura che era al limite del tollerabile; lei donna, in un'epoca nella quale il suo sesso lottava per poter votare, per avere dei diritti fondamentali che ora ci sembrano cosa ovvia, lei scrisse, nel 1929, a ventisei anni! “Alexis” con sottotitolo, “o il trattato della lotta vana”. Un uomo lotta con una pulsione cela con il matrimonio. Non ce la fa più, se ne va e scrive alla moglie. Ritorna a galla il ricordo familiare della scrittrice che lo “usa” con cura e stile.

Lei capì quale era la chiave per agire sul mondo, quel mondo che viveva le omosessualità come dei tabù. Proust aveva mostrato la via. La Recherche era prima di tutto un capolavoro letterario. Non potevi resistere, la leggevo affascinato. Proust faceva miracoli con la parola. “per lungo tempo mi sono addormentato...” l'inizio, col bambino che attende il bacio della madre, questa ipersensibilità che immediatamente viene sentita, accettata dal lettore! Il capolavoro dell'infuso di tiglio di zia Leonie, il ricordo che sale da regioni remote della mente! Si legge e si è incantati. E poi arriva l'amore di Swann, i salotti con nobildonne, la magica sonata che diventa la colonna sonora del suo amore con Odette, e la figlia del compositore di questo brano …

Ecco entrate in scena due crisi eterne, fino a quel momento, Odette era una prostituta d'alto bordo, la figlia del compositore era omosessuale. Ecco che si solleva il primo lembo dell'apparenza e ci si inoltra nella vita in un modo più aperto.

Vediamo che per la prima volta l'omosessualità femminile viene narrata. Proust, come la Yourcenar ci stupisce con l'inversione non del suo sesso, ma dell'altro, con una sorta di pudore della propria esperienza al quale rinuncia davanti alla malattia. Sente la morte che non suona la grancassa, ma un flauto sottile, stridulo, continuo, che gli prende un granello di vita giorno dopo giorno. Non ha più remore. Sarà morto fra breve e già è poco vivo in vita. Non è più un problema suo. Che leggano. E il lettore, di qualsiasi sessualità, incantato dalla bellezza della sua scrittura, dalla sua arte, gradualmente accetta tutto! Il breve: “Sodoma e Gomorra uno” entra completamente nell'argomento. Lo si legge, si sorride, poiché c'è anche del buffo. E poi si medita.

Mi viene in mente una scena di “Pulp fiction” di Tarantino. I due killer sono in macchina. Dietro siede un malcapitato. Involontariamente parte un colpo di pistola. Quello dietro è dilaniato, la macchina è piena di sangue. Pezzi di cervello ovunque … ma abbiamo riso … e più ci rendiamo conto che c'è poco da ridere ...ma abbiamo riso ... continuiamo a ridere. Con “Sodoma e Gomorra uno” accadde qualcosa di simile. Il lettore sorrise. Si rese conto che aveva appena letto un tabù, ma sorrise, e continuò. L'arte aveva preso per mano l'Uomo, e gli aveva narrato l'ombra.


Quando Lucio d'Ambra lesse il primo volume della Recherche, quello nel quale solo qualche accenno distante era presente, gridò agli italiani, per primo, il capolavoro. Non stupisca se uno dei suoi più grandi ammiratori fu Curzio Malaparte! Un donnaiolo, un duro, un'icona etero, ma anche un grande scrittore!

Ci si inchina davanti al capolavoro! Nessuno maledice ed esce offeso se gli si mostra per esempio, nel Giudizio della Sistina, il giovane che Michelangelo amava. Lo si accetta e basta. Davanti al capolavoro la morale salta, si fa polvere, viene rifondata!


Un'ultima considerazione su Proust. Qualcuno potrebbe dubitare di questa sensazione di morte … lui la pianificò. Era ridotto a vivere una vita normale per un pomeriggio dopo una quindicina di giorni di malattia. Andò all'appuntamento. Non entrò nell'albergo. Attese sotto la pioggia. Tornò a casa e si mise a letto. Nelle sue condizioni era pazzesco. Non lo era per lui che non sopportava più la convivenza con la malattia. Scelse di morire e non si affidò al colpo di pistola che fa rumore e disturba i vicini, non scelse il veleno che fa rumore sui giornali, ma decise di aiutare la malattia. Per questo ebbe il coraggio totale di parlare di quel tabù, di quella realtà presente da quando esiste l'uomo ma, posto sempre ai margini.

La Yourcenar ebbe il coraggio di narrare storie di uomini, non aveva la morte a farle fretta e a liberarla da ogni timore. Alexis prima e poi Adriano e Antinoo.
Ma con “Memorie di Adriano” riuscì a ripetere l'operazione di Proust. Chi prende in mano quel libro, possibilmente nella traduzione della Mazzolani, rimane incantato già dalle prime pagine. È come se le parole volassero. Già dalla prima facciata, da quell'incontro col medico che non dice la verità, ci si rende conto che tutti i veli son eliminati. Si ha la sensazione che Adriano abbia il coraggio spaventoso di affrontare con la realtà in ogni momento dell'esistenza. Questo spaventa e affascina chiunque. Chi ha il coraggio della realtà? Essa è insopportabile. Questo particolare sommato alla scrittura eccezionalmente bella e fluida, porta il lettore a non fermarsi davanti a nulla. Antinoo, quell'amore omosessuale, scivola via bene, come il resto.
Ma La Yourcenar non affronta il lesbismo. Io sento continuamente questo suo parlare di se stessa, ma in modo mascherato, inverso. Nella storia che sta vivendo lei è forse Antinoo e l'altra Adriano.



E poi fa una scelta che stimo notevolmente. Diluisce la sessualità, che si fa senza confini, che diventa una parte del tutto della vita, nel racconti del volumetto “Come l'acqua che scorre”.


ma dove lei arriva, anzi, dove ci porta, è sconcertante. Se il tabù delle omosessualità può esser considerato intaccato poiché se ne è iniziato a parlare, con “Anna Soror...”



il pugno alla mente si fa tremendo. Ritorna il tabù, il confine, l'invalicabile, l'intollerabile. Leggetelo e dimenticate il resto. I tabù ci saranno sempre. Questo ci vuol dire la scrittrice. Non è in noi la possibilità di evitarne lo scontro se il destino ci plasma in un certo modo. A noi sta il soccombere o il cedere, pagandone le conseguenze, come accadde a Edipo, ad Anna Karenina, ad Emma Bovary, come accade nella vita. In “Anna Soror” la morte, tabù estremo, risolve la situazione intollerabile che si è creata. Questo ci dice che quel limite è sentito come invalicabile anche da lei, da Marguerite Cleenewerk de Crayencour nota col pseudonimo di Yourcenar che considero, insieme a Virginia Woolf, la mente di donna più bella del novecento.

In una Francia che ormai ha solo intellettuali, lei belga, fu invitata ad essere membro della “Accademia Francese”. Li univa la lingua e non è poco. La Francia bussò in Belgio per un po' di buona letteratura, nel secondo dopoguerra. Simenon e Yourcenar risposero. “Memorie di Adriano” è del cinquantuno e oggi, dopo più di sessant'anni, per ogni lettore è una perla. Come allora, un capolavoro.

Buona lettura.


martedì 2 aprile 2013

Anna Karenina (film)


Ormai, andare al cine è un'agonia. Per me deve essere arte e per arte intendo anche una buona comicità, ma per le sale cinematografiche, e rimango sul generico così non faccio nomi, si tratta solo di spettacolo, intrattenimento. Scaricare un po' di emotività, di quella più superficiale. Un'operazione semplice come andare di corpo, questo accade con ormai troppa, insistita frequenza. Ultimo bel film visto, Crialese. Titolo, “Nuovo Mondo”. Un capolavoro. Ricordo anche “Cuore sacro” di Ozpetek, che è passato quasi inosservato. C'è Clint Eastwood che con “Gran Torino”, Mystic River” e “Milion dollar baby” che son gioielli, “Oltre le nuvole” con Clooney che non è male... e poi? Sakurov. Ecco che qualcosa è tornato alla mente. Se però pensiamo alle carrettate di film che escono ogni anno, si potrebbe pensare che la qualità sia quasi frutto del caso... o di qualche tenace fuori moda, come appunto Eastwood, Ozpetek, Crialese e Sakurov che hanno un difetto imperdonabile … corrodono la coscienza …


Ieri sera son uscito per vedere “Anna Karenina” questo remake fresco fresco, con l'intenzione di godermi almeno le musiche di Dario Marianelli che di solito mi piace e invece … ecco una sorpresa! Il film è bello.

Quando mi son seduto, le persone che mi han tirato fuori dalla “tana” han detto: “è un bel musical!” malizia ben calcolata, poiché sanno che non li reggo. Mi son irrigidito e fra me e me ho deciso che me ne sarei andato, nel frattempo le prime scene si srotolavano e le caratteristiche per un musical c'erano tutte … ma non si decidevano mai a cantare... Un teatro, scene belle e un po' funamboliche, movimenti armonici … interessante. E poi son stato conquistato. Qualcuno, non riuscivo ancora a capire chi, ha avuto una buona, anzi, una grande idea!

La finzione scenica che prende il posto della realtà, cambi di scena con idee che mai son esagerate o concepite solo per stupire... ma chi c'è dietro a questo gioiello?

Mi lascio “prendere” dal film e me lo godo. Rifarei solo il finale.

Bisogna dire prima una cosa. Esso è godibile solo per chi ha letto il libro, e meglio ancora se lo ha riletto, poiché i cambi di scena, i salti, son rapidi e i pezzi del collage non li perdi solo se li puoi porre sull'immagine complessiva del romanzo.

Trovo che non sia un difetto ma una scelta. Non mi ero interessato al cartellone quindi non sapevo nulla di registi, sceneggiatori eccetera e così, a naso, ho pensato che le idee appartenessero a un russo che fosse sceso a compromessi con l'occidente commerciale uscendone salvo, con le mani pulite.

Quando a fine film ho letto il nome del regista, Joe Wright, mi ha colto una certa indifferenza. È evidente che le idee, almeno quelle buone, non sono le sue. Subito sotto al titolo viene detto che si tratta di una sceneggiatura di Tom Stoppard... e qui inizio a reagire... vero nome Tamas Straussler, ebreo. I genitori scapparono dalla seconda grande guerra. Un po' di oriente e poi Stati uniti. Tira già un leggero vento da est. Non ho ragione ma non ho completamente torto! Ricordo il “suo” Shakespeare in Love” che vinse l'oscar e il Leone d'oro con “Rosenkrantz e Guidenstern”. Non mi entusiasmarono. Erano giochi ben congegnati, nulla di più e non mi commuovo se si vincono dei premi. Anche Benigni li ha vinti ….

Passeggio nella memoria e faccio qualche collegamento. La medesima origine la trovo in Milosz Forman, ceco anche lui e di buona mano, ma il nome che mi frulla in testa con più insistenza è quello di Robert Altman. Vi spiego perché. Anni fa, correva il 1989, Altman era intenzionato a girare un film su Rossini. Scrisse ad un certo Tonino Guerra, chiedendo se era disposto a correggere la sceneggiatura che aveva già pronta. Tonino la lesse rispose che non c'era niente da correggere, che era eccellente. Mi disse che era magnifica. Il solo consiglio che si permise di dare, fu di mettere più finzione. Rossini in treno per esempio, quando guarda fuori dal finestrino, vede fondali di teatro, non la realtà … parentesi ridicola ed italianissima... Altman rifiutò la regia perché subì troppe pressioni da politici, le volgari raccomandazioni...

Chi ha visto il film ha capito. Io penso che Tom Stoppard, abbia smesso di giocare e ora si inizieranno a vedere dei capolavori. Vedete, il film non è se non raramente del regista … un esempio di indubbia paternità completa e recente è per esempio “La migliore offerta” di Tornatore. “sento” le sue tematiche, questa idea di donna che va oltre il vivibile e che lo fa somigliare con ovvie differenze, al grande Vitaliano Brancati. Quel film ha comunque due problemi. È accettabile, godibile, ma si presenta come un enigma da risolvere. Quel genere di film di solito non viene rivisto e amato, poiché, una volta rivelato il segreto, han perso sapore. Le scene son belle, ma troppo elaborate, spesso puramente intellettuali; forse non c'era nessuno vicino a lui per dialogare, smussare ... e, seconda pecca, la musica di Ennio Morricone. Questo è un gigante assoluto. È arrivato a un livello magnifico. Quel che ha fatto in questo film era da oscar, l'eone d'oro, orso d'oro e tutto quel che si può dare a una buona, anzi buonissima musica. Ebbene, se la musica spicca, se il suo livello è anni luce più in alto dell'opera nel suo complesso, si finisce col chiudere gli occhi e ascoltare. Si devon scegliere personaggi con capacità simili....

E per Morricone, penso a Sakurov, Mikhalkov, Eastwood, forse Crialese e poi … e poi sento la solitudine del genio...

Torniamo a noi. Tom Stoppard utilizza la finzione, la inserisce nella realtà seguendo una lezione che viene da Fellini e Guerra, e trova consensi in Altman. Mi limito a parlare di quegli autori che considero degni di esser chiamati maestri...

Cosa avrei modificato in quella finzione? Scena finale: Anna è sul treno presa da ricordi-rimpianti. Quando si è seduta era fra persone vive, quando il treno si ferma e lei torna alla realtà, ecco che intorno son tutti manichini ben vestiti. Lei scende senza notarli. Il treno è bianco di ghiaccio, ci sono i vapori e manichini immobili ovunque. Il treno parte, la sua fanaleria abbaglia la scena … è accaduto. Del suo corpo non mostro nulla. Le scene seguenti vanno bene ma, senza dialoghi. La fai vedere la felicità, la vita che continua. E poi, quando ci son i figli di Anna che giocano nel campo, vento e erba alta, ma non si deve vedere il marito ora vedovo! E dall'abbagliamento del treno, dal punto di vista sonoro, “vedo” uno sgocciolare lentissimo, forte, che dall'abbaglio passa al buio di Anna e al cielo venato di nuvole leggere e che scende sulla casa di Kitty e poi da una finestra entra. Mentre la scena è di solo cielo, immagino di dare Carta bianca a Dario Marianelli...

Dopo la morte di Anna, noi, che vediamo il film, siamo sospesi. È finito tutto, il silenzio che segue un bel brano di musica, fa parte del brano, è suo, è saturo delle emozioni che ha innescato. Ora che lei non c'è più, lei che si ama perché amava, che si comprende perché si spera che capiti anche a noi oppure ci è veramente capitato ma non abbiamo avuto la sua forza … ora che non c'è più, con quasi un'ora e mezza di film, si è creato un silenzio stupendo, profondo. Da esso deve riemergere la vita, e immagino la guida più astratta e capace … la musica. Poi dal buio che segue l'abbaglio del treno e che è ritmato dallo scoccare delle gocce, ecco che si innalza la vita, perché Anna è simbolo di vita.

Bella l'ultima scena. Il prato nel teatro. Secondo me c'entra come i cavoli a merenda ma è così bella che la accetto …

Veniamo a Dario Marianelli. Ha fatto un ottimo lavoro. É stato all'altezza di un grande Stoppard. Non si son pestati i piedi e nessuno ha messo in ombra l'altro. Quelle scene, quelle idee, senza quella musica, sono ancora commestibili, ma insipide. Ottimo lavoro.

Le luci... troppo d'effetto. Porto un esempio per spiegarmi: quando frequentai Mike Buongiorno e mi capitò di finire per “colpa sua” inscatolato nel piccolo schermo, lui mi disse, “se vieni in uno studio vestiti sempre bene, possibilmente giacca e cravatta. Vai sul classico, evita la moda!”, “perché?” “perché così se ti riprendono in archivio ci sarà un'immagine che non invecchia e se decidono di riutilizzare qualcosa, scelgono te... anche i capelli, così vanno bene. Semplici. Se corti è meglio”.

Ed ebbe ragione. Mi capitò di fare la cosa più facile del mondo, ovvero litigare con Sgarbi. Nulla di calcolato, almeno da parte mia. Era Mike che sapeva che reagivo facilmente … e finì che fui costretto a rivedermi a Blob per anni. Ricordo la mia mano destra che nervosamente giocava con l'anello in corniola di mio padre. Non mi son reso conto di nulla. Ero un don Chisciotte e Mike l'aveva capito...

Ebbene, le luci come son state utilizzate, sono di moda ... domani, forse anche fra mezz'ora, quell'essere così taglienti, così decisamente chiare o scure, saprà di vecchio.

Piccola critica a quel “pataca” che ha composto il cartellone. Perché il nome di Lev Tolstoj è in fondo, alla quarta riga, quasi ultimo e illeggibile da lontano?

Il genio è lui. Tutto questo carrozzone, anche se ben fatto, si deve a lui, che da “qualche mesetto”, risulta essere uno dei grandi della letteratura …

ci vuol pazienza...

Un altro aspetto che apprezzo e che non è esattamente in sintonia con questa epoca, è il seguente ...

Attualmente si confonde gioventù con bellezza …






Kitty è una ragazzina. Il suo volto è in evoluzione, si vede, si “sente” che non è ancora maturo. Solo il rispetto può farla fiorire. L'essere rapaci, prendere e scappare la trasformerebbe da fanciulla che sta fiorendo, in cinica.

Alla sua immagine che non ha terminato la crescita, che non è ancora completamente donna, si contrappone Anna, che è all'apice della bellezza femminile.




Questa differenza nel film si sente costantemente e mi piace. Son belle ambedue, ma Kitty è incompleta anche interiormente. Ovviamente un film, che è un frutto visivo, tende a mostrare come può questa differenza e i due visi son l'arma di questo significato. Nella realtà si possono avere due donne simili, ma dentro esse il “seme” non è ancora sbocciato o sta sbocciando. Raccoglierlo troppo presto è un assurdo …

e non esiste calendario. Ogni essere ha in sé i suoi tempi e il bisogno di nutrimenti che non sono uguali per tutti ... ma mai cogliere un fiore quando è ancora un bocciolo. Non deve fermarci l'età anagrafica. Questa è superficie e stupidità. È rifiutarsi di lasciarsi andare. Il fiore, che sia maschio o femmina non importa, quando è “pronto” per la vita ha un profumo che è somma di anima e corpo. E il frutto non è il figlio ma il sentimento...

Un altro aspetto che nel libro ha importanza notevole, e nel film il giusto rilievo, è il seguente. Due son le situazioni che rompono gli schemi dell'epoca Anna Karenina che per amore agisce e Kitty che, decide di accudire il fratello del marito senza allontanare la moglie che è una ex prostituta. Questo secondo aspetto è bellissimo. In città, davanti alla comunità, Anna soccombe, viene isolata. Nella solitudine della residenza in campagna, solo il marito deve accettare il cambiamento e vedendola agire ad esso si converte. Non vorrebbe che la moglie, per lui un angelo, fosse anche solo sfiorata da qualsiasi persona che possa “sporcarla”. Solo chi ha avuto un certo percorso morale sembra quindi andar bene.

Ma ... sappiamo che il destino quasi sempre non lo scegliamo, e fa di noi quel che vuole. Molte persone solo perché benestanti o impunite pensano di aver avuto in pugno la propria esistenza … guariranno, forse anche solo alla “fine”, ma guariranno...

Kitty agisce spinta per pietà. Quel qui che si può comprendere della mentalità di Tolstoj, è che secondo lui certi doni, come la pietà, sono innati e se si creano le giuste condizioni, fioriscono. Pietà è una parola che non mi piace. Preferisco dire “spirito di collaborazione” che, se si fa estremo secondo me prende quell'essere nome troppo intriso di religione superficiale. La pietà, la vera pietà, che quindi è diversa da quel che ci offre il vocabolario, è la collaborazione che si attua, che dovrebbe sgorgare spontanea, quando ci si trova nei dintorni della morte.

Anna dalla morte è attirata. Anche Kitty. Per Anna il rapporto matura in forma di annientamento, poiché il suo destino è negativo e senza uscita.

L'altra, spinta dalla positività del destino, dalla possibilità di averne uno, diventerà la “portinaia” estrema. Da lei si passa per accedere alla vita, da lei si passa per uscirne.

Un altro particolare …

Sia Anna che Kitty saranno madri. Alla natura non interessano queste trame di amori odi eccetera. Lei mira solo a produrre vita. Tolstoj era geniale proprio per la capacità di immettere queste sfumature nella sua opera. La differenza fra le due donne per la natura non esiste. È per noi umani che l'esistenza individuale deve diventare senso e per rendere possibile questa via è necessario prima di tutto, anche secondo Tolstoj, rispettare l'amore, questa “dimensione folle” non umana, ma per l'uomo, che fa fiorire quel che il pensiero rende inaccettabile …

E ora vi invito ad un paragone fra due epoche....

da “La dolce vita” di Fellini, “prendo” un personaggio e ve lo mostro.

In un altro post, non ricordo più quale, ho decantato la bellezza di questa figura...





Mastrojanni interpreta un ruolo non dissimile a quello del conte Vronskij in Anna Karenina. Ambedue son modaioli e seduttori. Nelle due trame ci son due frutti non còlti. Una è la ragazzina della foto, l'altra è Kitty. Quando Mastrojanni giunge sulla spiaggia dopo una nottata di baldoria insensata, la vede, al di là di un fiumicello che sfocia e non la riconosce nemmeno. La saluta e va incontro alla sua abiezione. Vronskij ama ed è riamato, ma non si dimostra all'altezza del sentimento; nella sua vita, il lavorio incessante della madre lo sta riportando nei binari del rispetto delle regole. Il padre di Mastrojanni, quando arriva, nemmeno pensa a quel ruolo. È semplicemente un gallo vecchio e fugge da quel che non può più avere, ovvero le pollastrelle.

Guarda caso, quella ragazzina utilizzata da Fellini alla veneranda età di quindici anni, e che si chiama Valeria Ciangottini e ha lavorato nel cast dello sceneggiato italiano “Anna Karenina”. Siamo nei primi anni settanta. Il suo ruolo sarà … Kitty.

Vedete come un discorso che l'arte porta avanti nel tempo, arriva, nel cinema ad utilizzare il medesimo volto, la medesima persona per un ruolo che riveste il medesimo significato? Dietro a quella figura c'era la genialità di Flajano …

ciao.