sabato 29 ottobre 2011

KAfka: primo elogio

Per chi ha letto qualcosa di mio, penso risulti scontata la mia stima notevole per Kafka. Ora faccio una cosa che in arte non si dovrebbe fare mai ma, per favore, si porti pazienza. Accade solo per esemplificare un'idea. Prenderò dallo sport la caratteristica che in esso è necessaria, di fare una classifica. Di solito sono fermamente contrario. Mi è sempre piaciuto immaginare un premio letterario, un festival del cinema, nei quali si definisce una rosa di eccellenti. I migliori, i veramente grandi son eccezioni talmente rare che son quasi fuori concorso. Immaginate un premio letterario al quale arriva “La metamorfosi”! Vincerebbe, se si trattasse di una giuria non italiana e un minimo seria, ma purtroppo metterebbe in ombra altri che meriterebbero la loro fettina di luce e noi lettori si finirebbe col perdere o con lo scoprire in ritardo la loro bellezza. Ebbene, Kafka vincerebbe, ma degli altri cosa ne farei? Troverei sleale proporre un secondo e un terzo posto e via dicendo. Come posso dire che Flaiano è migliore di Brancati per esempio? È come dire che è più bella una lavatrice di un tostapane. Un assurdo. Si tratta di bellezze, di ricchezze che non si superano fra di loro, ma convivono e la vita, che se si è esseri pensanti e non solo consumatori, è scandalosamente lunga, ci offrirà senza ombra di dubbio, di fruire sia dell'uno che dell'altro. E' questo quindi che mi domando, se esiste una rosa di finalisti ad un premio, tenendo conto dell'umanissimo errore umano possibile anche per la persona più corretta, e della disonestà, delle leggi ridicole di mercato eccetera, ma non sarebbe meglio premiarli tutti come dei “pari merito?”. Per quanto io consideri Kafka un fenomeno unico, non leggo certamente solo la sua opera. Ad essa ritorno con maggiore assiduità, con lui il dialogo e le scoperte sembra non finiscano mai, ma ho comunque letto undici volte, una all'anno per undici anni, “Il Maestro e Margherita”, una decina di volte “Una e una notte”, sempre una decina “Le interviste impossibili”, il “Moby Dick” tre volte, La “Recherche” quattro, Casanova tre eccetera, eccetera. Nell'arte non esiste graduatoria ma, ovviamente secondo me, qualche migliore e tanti importanti, irrinunciabili. Non riuscirei a non leggere almeno un paio di volte all'anno il breve racconto “Un folletto” contenuto ne “La veneziana” di Nabokov, trovo irrinunciabile il piacere di avere sempre a portata di mano “La storia di san Michele” e “Vagabondaggio” di Axel Munthe, oppure “Volo di notte” e “Terra degli uomini “ di Saint Exuperi tristemente ridotto come fama a scrittore di una favola famosa, indubbiamente piacevole, ma che non è assolutamente la sua “cosa” migliore!



E a nessuno di questi rinuncerei. Ricordo, nella generazione che mi è padre (o madre) una passione per la lirica che aveva in sè qualcosa di stupido. Si adorava solo Verdi e qualcuno più aperto si permetteva Puccini o Mascagni, ma era già “roba” di frontiera, al limite. Ma questi esseri nulla sapevano e, tristezza assoluta, nulla volevano sapere dell'opera di Schubert, del “Fidelio” del “Flauto Magico” e di Wagner! E non si trattava di ostacolo linguistico, ma dell'essere seduti, banalmente in una tradizione ereditata, passata di padre in figlio, un po' come quel tale al quale chiesi perché era comunista e mi rispose che essendolo stato suo padre e pure suo nonno..... è questo il punto, se non si conosce non dico molto, ma un po' di varietà, come si fa a decidere che, ad esempio, Verdi è il migliore! Allora la mia reazione fu di rigetto. Odiavo Verdi in fondo perché “ce l'avevo” con un modo di “non” pensare, di “non” crescere, che mi sembrava gretto, assurdo. Devo a Riccardo Muti e al suo Requiem se l'ho rivalutato e son giunto a pensare che Verdi era un talento per la musica senza parole o con coro e non certo ai “telefilm” dell'ottocento ai quali tanta lirica meritava di essere paragonata. Sagre popolari di gorgheggi strepitosi, di canzonette da cantare mentre le donzelle stendevano i panni (così è stata scoperta Ella Fitzgerald, ma era Jazz, il temperamento di un popolo, non l'anima come mi si vuol far credere che molta lirica sia...). Forse è disonesto dire che il Requiem sia l'opera migliore di Verdi, forse non è giusto dire che lui sarebbe stato più grande se avesse fatto quel che secondo me non ha potuto fare e che si tratti di una reazione ad un periodo della mia vita, quando ero bambino e adolescente, nel quale quello si doveva adorare e zitti! Ma questo penso. Provate ad essere verdi alla sua epoca e a proporre una sinfonia o un corale al mercato. Quasi silenzio. Provate a proporre un'opera lirica anche pacchiana ed ecco, che almeno nell' italietta, qualcosa si muove. Poco invece si muovono i Pini di Roma di Respighi, quasi dimenticati perché forse non sono cantati..... è come nel secondo dopoguerra sempre in Italia. Dovevi trattare certi argomenti altrimenti non esistevi. Certo che sotto quest'aspetto c'era ancora spazio per qualche eccezione, poiché le case editrici, legate ad un padrone che cercava di dimostrare di essere anche un essere sensibile, si lasciavano andare ogni tanto a qualcosa che aveva il vizio di essere serio, pensante, fragile, sensibile.



Ed ecco che Kafka per me risulta fuori concorso. Philip Roth la pensa come me e ne “L'animale morente” crea la figura di un docente e critico che mostra con riverenza e orgoglio un manoscritto di Kafka. Penso poi a quanto ha influenzato Marquez! Questi quando era ancora poco più che un ragazzo, in Colombia, doveva “fare” un'ora di autobus per recarsi al lavoro. Lesse un'opera del praghese e si sentì immediatamente autorizzato a liberare la sua strepitosa fantasia. Pensò: “Se lui ha scritto queste cose allora anch'io posso liberare il mondo che ho dentro”. Ricordo l'effetto che fece sull'attualmente trascurato Graham Greene, e su Elias Canetti, e potrei proseguire nell'elenco dei grati alla sua vastità che ha autorizzato menti timide o legate a troppi pudori, a troppi limiti, ad andare oltre, a superarsi.



Sì, Kafka oggi, quando scopro per la prima volta che il blog ha superato i mille utenti, amo ricordarlo per festeggiare colui che mi ha fatto capire che potevo e dovevo, ma con estrema serietà, per me stesso e non per il pubblico e onestamente, con severità, valutare con la mia mente e con quella di pochi fidati amici e conoscenti se era il caso di disturbare il mondo.



Odio l'editoria. Penso si sia capito. Ragioniamo diversamente. Penso che quasi tutti coloro che credono nella letteratura e nell'arte in generale diffidino di quei mercanti insensibili. Li si usa, se ti cercano, solo per far “tornare i conti”, per emanciparsi dalla schiavitù del lavoro quotidiano in favore dell'oro del tempo che permette di rallentare e pensare.



Ora c'è internet. Il mio desiderio di essere quasi anonimo, solo una voce, solo un pensiero, si può avverare. Non si deve leggere qualcosa perché è di qualcuno! Rarissimi sono i casi di personaggi che trasformano in tesori per la mente tutto quel che meditano! Dico spesso alle persone di non stimare quel che dico perché l'ho detto io. Si stimano le parole in sé, in grazia del loro senso!



La fiducia che ci sentiamo sgorgare dentro e che ci lega a qualche autore, è dovuta solo al fatto che il mondo è pieno di fregature e ci si rivolge a chi almeno una volta ci è sembrato onesto, nella speranza che lo sia ancora. Ed è possibile che la magia accada, ma la nostra logica, dobbiamo riconoscerlo, non è meno insensata del credere perché è sempre sorto, come ci disse Hume, che domani il sole sorgerà ancora! Basta una barba bianca, uno sguardo serio, un abbigliamento di un certo tipo ed ecco che si può costruire l'intellettuale ovviamente finto, ma in fondo, chi pensa solo non è un essere completo. Ma quel che è vero per la scrittura intellettuale non è valido per l'artista, e lo si comprende appena lo si legge perché la sua anima vibra. Il pensiero gira in tondo ponendosi domande impossibili e si affloscia, il pensiero, ordinato, o anche disordinato accuratamente, dalla sensibilità, fa tutto, fa l'artista. E Kafka, a me, ad altri grandi e piccoli, ha insegnato ad avere il coraggio anche di quel che esce da noi e ci sembra assurdo perché solo il tempo e la meditazione dimostrerà che assurdo non è, ma una forma nuova, nutriente dell'anima.




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