giovedì 20 ottobre 2011

contro Eugenio Scalfari

Questa mattina la mia intenzione era di dedicarmi a Paolo Toscanelli. Fiorentino del '400, ma la coscienza non mi dava tregua. Un qualcosa in me stava prendendo la forma di un dovere che potrei definire civico, ma non accettando l'etichetta riduttiva di italiano, alla quale preferisco quella di essere umano, ho compreso che si trattava di un pensiero con valore non localizzabile ma forse, permettetemi l'ambizione, universale.



La situazione critica ammetto di essermela cercata. Due giorni fa a casa di un amico, ho visto una copia de “L'uomo che non credeva in Dio” (la grafica esterna porta dio in minuscolo, quella interna il contrario....iniziamo bene mi son detto.....). Lo aveva comperato perché, appassionato di Nietsche, aveva saputo che il testo ne parlava estesamente. Me lo son fatto prestare e ieri pomeriggio l'ho letto.



A questo punto devo dare spazio ad una premessa. Non ho affrontato quella lettura col cuore sereno. In un certo senso si trattava per me di leggere il libro di un personaggio che, profondamente, non stimo e il brano che segue chiarirà. È preso dalla mia copia Einaudi (una prima edizione datata 2 giugno 1979)1 di “Nero su nero” di Sciascia.

    Su “La Repubblica” di domenica, 17 settembre, Eugenio Scalfari dedica al mio libro
    sull' -affaire Moro- quello che una volta si chiamava articolo di fondo. Libro che non ha ancora letto, poiché uscirà tra un mese: ma ritiene di poter già giudicare sulla base di due mie interviste all' “Espresso” e a “Panorama”, non ancora integralmente pubblicate. Il meno che io possa dire è che è stato un po' impaziente, un po' frettoloso. Se fosse stato più paziente, se avesse avuto meno fretta, nel libro avrebbe trovato di meglio e cioè, dal suo punto di vista di peggio.

Sulla base di quel tanto delle interviste che è stato diffuso dalle agenzie di stampa, Scalfari

ha riassunto in quattro punti quelle che chiama le mie conclusioni. I primi due sono abbastanza approssimativi; ma il terzo e il quarto non credo si possano fondatamente estrarre da quello che ho scritto nel pamphlet e da quello che ho dichiarato nelle interviste. Del resto, proprio nello stesso numero della “Repubblica”, seconda pagina, c'è un corretto resoconto delle interviste: e vien fuori chiaramente che non ho detto come invece Scalfari afferma nell'articolo di fondo, che i partiti e gli uomini che non vollero le trattative con brigate rosse sono “i veri responsabili della morte fisica” di Moro. Debbo dedurne che Scalfari non legge la “Repubblica”?

In quanto al quarto punto, non capisco perché Scalfari mi voglia così apoditticamente far dire che la grandezza di Moro “è stata quella di non volersi battere per questo stato”. Non l'ho detto. Non l'ho pensato. E mi vien un sospetto: che attribuendomi gratuitamente questo pensiero, Scalfari voglia riportare la questione ai termini in cui è stata dibattuta lo scorso anno: se bisogna o no amare lo Stato, questo Stato; se è permesso a un cittadino, che pure osserva tutte le leggi e paga tutti i balzelli, di non amare questo Stato così com'è.

Mi rendo conto che è comodo tornare ad assumere la questione nei termini di amore o disamore allo Stato; ma il fatto è che non sono più questi. Si tratta, oggi, semplicemente di amare o di non amare la verità. E Scalfari lo sa bene che la questione sta in questi termini; lo sa tanto bene che a un certo punto sente il bisogno di ricorrere a una specie di canone estetico per mettere le mani avanti a destabilizzare (parola ormai abusata, ma che qui cade in taglio) quel tanto di verità che c'è nella mia rappresentazione del caso Moro. Espressioni come “il mistero dell'arte”, “trasformazione e ricreazione della realtà”, “commuovere la fantasia e il sentimento morale”, da lui usate nei miei riguardi e in un modo che in altro momento avrei trovato lusinghiero, debbo confessare che mi allarmano e mi preoccupano. Mi viene il sospetto, insomma, voglia dire che quello che io ho scritto sul caso Moro va lasciato a cuocere nel brodo del “mistero dell'arte”, e che nulla ha a che fare con la realtà. Pericolosissimo canone, direi. Perché il vero mistero non è quello dell'arte: è quello del come e del perché Moro è morto.”



nel paragrafo successivo Sciacia aggiunge: “Il caso Moro torna a divampare, ad essere motivo di divisione tra gli italiani. Per come lo stesso Moro aveva previsto. Eppure basterebbe poco a far sì che non divida -che non divida gli onesti e i ragionevoli. Basterebbe semplicemente volere la verità.”



E un poco più sotto nel medesimo paragrafo aggiunge: “...senza considerare che il segreto istruttorio è, in una democrazia, un'incongruenza ed un anacronismo”.



Quel che comprendo dalla lettura di questo brano è che:



Scalfari sul suo giornale critica un testo che non ha letto ipotizzando quel che Sciascia potrebbe secondo lui aver scritto. Egli si è basato su due interviste e dei quatto motivi che ha estrapolati, insisto, da un libro non letto, si ha, secondo Sciascia, l'esito seguente. I primi due punti sarebbero approssimativi mentre il terzo e il quarto “non credo si possano fondatamente estrarre da quello che ho scritto del Pamphlet e da quello che ho dichiarato nelle interviste”.



Trovo che questo giornalista sia stato notevolmente scorretto. Si trattava del direttore di quella testata. Si tenga anche presente che le interviste, unico materiale dal quale Scalfari ha attinto, sono leggibili sul medesimo quotidiano alla medesima data: “ Del resto proprio nello stesso numero della “Repubblica”, seconda pagina, c'è un corretto resoconto delle interviste: e vien fuori che non ho detto, come invece Scalfari afferma nell'articolo di fondo ecc.”



Ho recuperato quel numero della “Repubblica” e ho letto. È effettivamente triviale, banale, a dir poco scemo, che un articolo di fondo di prima pagina dica una cosa e che in seconda pagina, si trovi la sua smentita.....



Cosa mi dimostra questo fatto? Che quest'uomo, direttore di giornale ed editorialista, non aveva alcuna volontà di rispetto per il pensiero espresso da una persona che oltre il resto era una punta di diamante della letteratura italiana, uomo che aveva già ampiamente dimostrato di essere degno di essere ascoltato.



Mi fa anche rabbia constatare che Sciascia non ebbe l'opportunità di controbattere. Affidò la risposta ad un libro, ma si sa che qualcuno legge i giornali e pochissimi il “libro” e poi anche che il giornale appartiene al presente, all'oggi, all'immediato e il senso della realtà che trasmette è sostanzialmente emotivo, quindi altamente manipolabile.



Il “libro” appartiene ad una visione più distante, pacata, riflessiva, e purtroppo appetita da pochi e la loro esigua quantità, anche se più consapevole, la si può emarginare semplicemente ignorandola, come accadde in generale in Italia nel novecento con i grandi della letteratura.



Non intendo dire che questi, gli artisti, dovessero abbassarsi a fare i giornalisti. Tutt'altro. Era forse il caso di fare loro delle domande e di valutare e soppesare attentamente quelle risposte. Se in Italia, più che altrove, furono completamente ignorati ci deve essere sicuramente un perché.



Veniamo ad uno striminzito elenco. Secondo me, ma anche ormai secondo qualcun altro, si può produrre una rosa di nomi della letteratura italiana del novecento che son degni di essere ricordati. Degni poiché la loro qualità forse ha fatto anche moda ma è andata ben oltre ad esse. Mi riferisco a Flaiano, Savinio, Pavese, Pirandello, Manganelli, Morselli, Sciascia, Brancati, Guerra.

Si noti che uno di essi è ancora vivo e, per conoscenza personale posso dirvi che litiga costantemente con giornalisti, politicanti e chiunque gli tiri la giacchetta, poiché e secondo me giustamente, non sopporta di essere “usato” solo come immagine del poeta ruspante oppure di colui che dice cose un po' folkloristiche. Essere artisti, nel senso profondo del termine è ben altro. Da Flaiano si attendeva la battuta, e lui ha lasciato invece opere eccezionali. Si conosce la critica severa e corretta di Brancati al dopoguerra e il suo auto esiliarsi in periferia, lontano da Roma, dal cuore di eventi che giudicava malati e riducendosi a fare l'insegnante. Per fare un parallelo per le menti più “dure” si tratterebbe di ridurre un Enzo Ferrari a fare semplicemente il meccanico e un Totti, il panettiere. Equivale ad uno sprecare talenti che, nell'emotività dell'immediato e nella lotta non solo quotidiana dell'esistenza, avendo deciso di vivere meno per pensare di più, probabilmente, ma non necessariamente possono venirci utili.



Vi racconto un aneddoto. Un fatterello vero. Un gruppo di persone stava valutando i danni subiti da un fascio di tubi facenti parte di un motore marino. Un pensionato ex meccanico navale li osservava. Questi operai volevano capire dove andavano a finire uno per uno tutti i tubi e si ingegnavano infilando dei fili di ferro e cercando di vedere dove sarebbero usciti, ma i fili si incagliavano. Il pensionato, che li aveva osservati per un bel po', si alzò. Aveva la sigaretta in mano. “tirò” una boccata di fumo e la soffiò con forza all'imboccatura di un tubo. Nel giro di pochi secondi il fumo uscì dall'incognita “altra parte”. È un po' più chiaro ora a cosa può portare il pensiero che ha rallentato la corsa della vita per farsi spazio? Per farsi coerenza?



E si badi bene che quasi tutti quegli artisti che ho elencato con infinita stima, hanno scritto su quotidiani, ma mai si è fatto in modo che le loro parole potessero diventare fondamentali e per agire così era sufficiente relegarle in pagine secondarie. All'epoca per esempio la “Repubblica” di Scalfari disponeva di trentun pagine e, per dare idea di quanto la scala di valori fosse “sballata”, l'opinion leader, volutamente e consapevolmente bugiardo per faziosità (per cosa altrimenti?) si è “preso” la prima pagina che si sa che è la più letta, e alle interviste a Sciascia si diede si spazio, ma all'interno e sappiamo tutti quanto il potenziale di attrazione cali vertiginosamente già alla seconda.



Ecco cosa avevo dentro quando ho affrontato la lettura del libro di Scalfari “L'uomo che si credeva dio”. Di lui pensavo e penso che sia stato, almeno in quell'occasione, profondamente scorretto e in fondo ero curioso di comprendere dalla lettura di quel suo libro, se si tratta di un incoerente ridicolo che nemmeno si rende conto dei “casini” che combina oppure.... ed infatti siamo davanti ad una persona intelligente e uno degli intenti del testo, oltre ad autoincensarsi abbondantemente, è quello di dimostrarlo. Egli ha una ottima opinione di sé e gli piace farcelo sapere. Ma io mi pongo un problema di fondo. Essere intelligenti? Dotati? è sufficiente per essere percepiti a testa alta? La mia risposta è un no secco, deciso. L'intelligenza è una capacità che si mette a disposizione per un agire. E la natura di questo agire?

E di essa in fondo ero in cerca. Ho dedotto che Scalfari desiderasse essere un potente e pensa di esserci riuscito. Si ricordi quest'uomo che persone come me evitano la potenza come la peste, perché solo una saggezza infinita che non penso di avere raggiunto e forse non raggiungerò mai, permette di gestire la potenza in modo benigno. E qui, questo giornalista che ama “razzolare” nella filosofia alta, ma col linguaggio che si fa maschera, atteggiamento e non nei contenuti che si fan solo giustificazioni, e questo giornalista dicevo, fa del desiderio di potere un istinto e quindi un appagamento in quel senso risulta essere un dato positivo e lecito. Quindi per eccesso, Stalin, Hitler, Pol Pot e Gheddafi (che sembra abbiano ammazzato poche ore fa), in quest'ottica di pura potenza non sono negativi!!! Inutile scantonare davanti alla scelta di una guida morale.



È evidente quella di Scalfari. All'inizio ci racconta della statua di Garibaldi che si trovava nella piazza sotto casa e della scritta che lo definiva eroe e massone. Poi ci dice che il padre era anche lui un affiliato e visto che uno più uno non fa sette..... e si badi bene che non ho nessun dente avvelenato conto la massoneria. Quando avevo vent'anni, ed è accaduto non molto tempo fa, un grande di questa, chiamiamola associazione, conosciuto tramite un'amica poetessa, mi prese a benvolere. Non aveva figli e spesso cenai a casa sua. Avevo compreso che non gli sarebbe dispiaciuto essermi “padre” in senso spirituale. Spesso mi è capitato poiché venivo percepito come un giovane senza famiglia che vagava senza una meta, studiando e meditando. Il suo nome era Pier Carpi. Il dono più grande che mi lasciò fu la scoperta di Gustav Meyrink. Con molta delicatezza nella sua casa di Sant'Ilario d'Enza piena di simboli massonici, mi propose di affiliarmi. Rifiutai. Gli spiegai che sentivo limitante qualsiasi “iscrizione” ad un gruppo. Non ne volevo sapere di tessere di partito e di niente che potesse rivelarsi in futuro limitante per il mio agire e il mio pensare che in fondo, se si è coerenti con se stessi son la medesima cosa. In quel periodo per esempio, essere di sinistra voleva dire “dover” amare autori che aborrivo e odiare Ezra Pound. L'Italia si è rivelata talmente banale, stupida in questo, che per esempio la raccolta di racconti”Scomparsa d'Angela” che è un gioiello, è stata completamente rimossa. Si da il caso che a certi grandi nomi ho fatto leggere delle fotocopie senza dire chi ne era l'autore e tutti, come un coro, hanno decantato le qualità letterarie di.........si, lo dico, di Alessandro Pavolini. Fu un fascistone? Fu ministro con Mussolini? Fu duro e forse puro? Il tempo se la ride di queste considerazioni! Se oggi si ritrovasse un testo di un generale di Alessandro il Grande che ebbe fama di ammazzatore spietato, lo si leggerebbe con attenzione e se fosse valido dal punto di vista letterario....... Si ricordi che è la nostra epoca che, per un eccesso di disonestà generale, chiede all'artista di essere esemplare anche nella vita per essere creduti, e in fondo sarebbe sufficiente, entro certi limiti, aver coerenza fra pensiero e azione.

In quel periodo, che è a noi ancora assai vicino e presenta alcuni piccoli, sgradevoli, persistenti strascichi, in quel periodo dicevo, esserne fuori, da questi gruppi, che fossero partiti, o altro era una necessità irrinunciabile se si voleva essere liberi di pensare. E Pier Carpi capì. Capì e rispettò la mia scelta senza per questo minimamente allontanarmi dal suo mondo, dalla sua casa, dalle sue ironiche e profonde osservazioni. Ricordo che prima di cena, mentre sua moglie svolazzava fra la cucina e la sala da pranzo io stavo seduto per terra su un tappeto quasi completamente distrutto dal suo enorme e giocoso pastore tedesco. Stavo seduto e accarezzavo la sua grande testa appoggiata alla coscia mentre Pier, seduto in poltrona li vicino, mi chiedeva cosa avevo compreso dalla lettura di questo o quel libro e anche dopo cena, spesso fino a cadere dal sonno, si dialogava e, si, con lui sapevo che potevo, dovevo sbagliare, perché rivelandogli quelli che credeva errori, gli davo il la per aiutarmi, raddrizzare certe interpretazioni che causa anche l'età erano spesso troppo conclusive, decise, punitive o premianti.



Tutto questo ricordare l'ho srotolato per dimostrare che non sono una di quelle persone che quando sente parlare di massoneria, si mette sulla difensiva e poi si scatena. Secondo me è un poco come la questione degli ebrei e della nuova ondata di antisemitismo. È tutto troppo stupido anche solo per parlarne ma devo. Quanti, ma quanti di voi non hanno mai visto un ebreo!!!! ne ho conosciuti molti che erano in queste condizioni. Il nemico quindi era ed è spesso, qualcosa di talmente astratto da essere insensato. E con i massoni? Uguale. Si odiano perché ci hanno insegnato ad odiarli. E invece penso che come in tutto l'agire umano, ovunque c'è il sano e il marcio, ed essendo la distinzione di natura morale e la morale ridotta a qualcosa di talmente relativo da non aver senso (e anche Scalfari la tratta così), non ha senso parlarne se appunto prima non si tenta di fondare una morale. Operazione possibile. Si tratta solo di volontà.....



e Scalfari ce l'ha una morale? mettiamola così, forse non se ne rende conto, ma dal suo libro, si comprende bene come ragiona e ora ve lo spiego: esistono due mondi, la famiglia e il resto. L'umanità, l'affetto, e tutti quei valori che di solito fanno bella una persona, si esprimeranno nella famiglia. Il resto è campo di battaglia. Come si agisce nel campo di battaglia? Senza scrupoli. Si decide da che parte stare e si agisce. Cosa è importante ottenere dal “campo di battaglia”? Denaro e potenza che fan bene a se stessi e alla famiglia.



Solo in un punto Scalfari sa essere veramente toccante, profondo. È il paragrafo che inizia a metà di pagina 145 e termina a metà di pagina 147. in esse ha tutto il mio rispetto e la mia comprensione ma....si, ma. Ma anche al di fuori della famiglia certi valori possono e secondo me devono avere un senso. Concepire il mondo esterno alla famiglia come una battaglia che deve soddisfare quello che lui chiama istinto di potenza mi sembra di una volgarità totale. E se non sbaglio anche il narcisismo secondo lui si fa istinto. Sarebbe come se un certo signore che conosco e che è affetto da flatulenza esplosiva e incontrollata, e non è disposto a considerarla né un difetto né una malattia, come lei con potenza e narcisismo, sarebbe come, dicevo, se questo personaggio flatulente decidesse, con l'aiuto di pagine impastate di filosofia, che il peto è un istinto ed è eventualmente un nostro difetto non percepirlo come musica.....



Si. penso di aver reso l'idea.



E dopo l'analisi personalissima della visione del mondo (non lo dico in tedesco perché faccio il possibile per non atteggiarmi...capito Saclfari?) di questo uomo che sa, che si crede potente, e che a suo modo, un modo che mi è indifferente, forse lo è, deduciamo perché ha stritolato senza rimorsi Leonardo Sciascia?



Certamente. Perché non faceva parte della sua famiglia (ovvero non era sua moglie o suo figlio... la mafia non centra) e anche perché nel “campo di battaglia“ lo aveva considerato come facente parte dello schieramento avverso. Niente di strano quindi nella sua azione annientante.



Ma Sciascia si era posto al di sopra delle parti. Come spiegò nel libro “Nero su nero” in quel preciso frangente, in quell'argomento che era il tristissimo caso Moro, egli si poneva al di sopra delle parti e desiderava la verità. E la verità invece andava vestita, che è un modo per nasconderla....



E ora una lezione del tempo. Scalfari si gloria nel libro delle tesi di laurea che son dedicate a quel che ha fatto nell'editoria e ritiene di aver influenzato il giornalismo europeo ed è ben possibile, ma secondo me si tratta più o meno dell'effetto di quel mio amico petomane. Quanto dura un peto? Non molto! È comunque innegabile che per quel poco tempo che è esistito, ha “influenzato” l'ambiente e forse anche alcune persone.....



Caro Scalfari. Per te è finita e lo sai. L'oblio è il destino di tutti. L'unico premio, e non so se di premio si tratti perché chi può goderlo è ormai polvere, l'unico premio elargito al vero artista è di durare qualcosa in più degli altri. Un secolo e un millennio son la medesima cosa di fronte ad un'eternità inconcepibile per esseri dotati di corpo, ma all'artista, si sa, è dato di essere ricordato di più. Una briciola. L'ho detto, ma una briciola che Scalfari ora agogna, desidera. Ma è finita. Ci sono esseri come me che non vivono solo nel presente e che non “macinano” solo quotidiani. E nel tempo vasto che mi son donato, è caduto il libro di Sciascia, l'ennesimo suo libro. Di lui mi fido. Vedo il suo cuore fino in fondo e lo apprezzo. Non si tratta solo di saper scrivere. Di lei non mi fido più. Se mai prima, di lei dubitavo, com'è giusto fare nei confronti di chiunque vive solo il presente ed è pure giornalista, dopo aver letto quel che HA FATTO a Sciascia, per me lei è il nulla. Qualcosa che va al più presto dimenticato e la lezione di giornalismo che lei ha voluto dare alla sua epoca, l'ho capita e la rifiuto.



Sembra quasi che con quel libro lei aiuti il suo se stesso a lasciare un'immagine ben calibrata, ma attualmente esiste ancora lei in persona a “dare una mano”, a guidare questa operazione. E quando lei non ci sarà più chi pensa o spera che sarà il suo promotore?



Sciascia ha vinto nel tempo. Lei nel presente. Il suo presente però sta terminando. Il tempo di Sciascia dura, e vince chi rimane nel ricordo? Secondo lei si, quindi ha perso.



A pagina 139 lei dice: “Nel presente atti e pensieri sono così fittamente intrecciati che non riesci quasi a distinguere l'uno dall'altro. Probabilmente pensare il presente, il tuo presente, non si può neppure definire con la parola pensiero”. Lei ha agito molto e se “il pensiero” come lei aggiunge, “esprime un'operazione mentale lontana dai fatti” e poco più sotto aggiunge che “il pensiero ha bisogno di distacco dall'azione per acquistare la densità necessaria” colgo un'incongruenza. Lei ha vissuto nei fatti per anni e poi ora, ha e non per sua scelta, pochi fatti e quindi pensiero.

Sembra che lei pretenda che la somma dei bicchieri di vino bevuti, possa esser divisa per gli anni vissuti. Un simile dato affrancherebbe chiunque, anche il bevitore più incallito, dall'etichetta di ubriacone. Il punto è che chi ha bevuto molto per quarant'anni e a ottanta fa quel calcolo, si nega all'evidenza dei fatti. Lei per anni è stato ubriaco di presente e se son vere le sue parole più su riportate, lei non ha pensato.......



E quegli artisti che ho elencato? Li ripeto per comodità: Pirandello, Savinio, Flaiano, Brancati, Sciascia, tonino Guerra, Manganelli, Morselli e Pavese?



Non potrebbe essere che queste menti degne di essere ricordate (metterei ora che ci penso, anche de Andrè) dimostrino che invece si può anche pensare e agire non dico contemporaneamente ma quasi? Vede, si tratta di rallentare. Fare meno cose ma farle bene fino in fondo. Profondamente bene. Se lei ha scelto di essere veloce come l'aspetto più superficiale del suo tempo che è un muoversi di corpi quasi fine a se stesso, non è forse incorso in quell'errore che descrive così bene la Yourcenar ne “Le memorie di Adriano” quando dice che il pizzicare le corde non rende conto del mistero della musica come l'attrito di due pezzi di carne non rende conto del mistero dell'amore?



Ed ecco il risultato. Lei si è adagiato alla superficie di un'epoca e il vento del tempo la soffierà via non appena le sue mani non saranno più in grado di far presa sulla sua scabra superficie. Potrebbe rimanervi impigliato per un poco ma lo spettacolo non sarebbe piacevole. Un corpo che si deteriora è sgradevole non solo all'olfatto. E alla fine vado a vedere con la mente dove sta Sciascia e cosa trovo? Un'anima impalpabile come la luce, che al vento del tempo si piega come un'alga divenendo a seconda dei casi più o meno visibile.......ma sempre presente.



Se ci fosse stata una parvenza di giustizia, dopo quell'articolo del 17 settembre, già il giorno dopo, qualcuno avrebbe dovuto licenziarla e mandarla in esilio, che un italiano lo si condanna veramente solo così. Lei ha agito male, malissimo e il fatto che la sua voce abbia la possibilità di farsi sentire ancora è una prova evidente di quanto l'Italia sia malata ora come allora.



Piccolo messaggio per Bossi.

Pirandello, Sciascia e Brancati son terroni e Manganelli pure essendo, se non erro de Roma. Flaiano poi è Pesacarese. Savinio è in un certo senso “inqualificabile” perché è nato in Grecia, Tonino Guerra poi che abita in una zona che era nelle Marche fino a due giorni fa e ora sta in Romagna, è in una situazione dubbia...

Se togliamo questi sei l'Italia del nord fa una figura un po' magra.....Pavese poi è Piemontese, zona che se non ricordo male non ama troppo la “sua” lega nord. Se proprio si vuol essere di manica larga le rimangono comunque solo Morselli e Pavese. Forse è il caso, almeno per salvare la faccia, di considerare che l'Italia inizia alle Alpi e termina in Sicilia, non crede? Ma dimenticavo, lei non legge..... e raramente (sono ottimista) pensa..... ma mentre non pensa, faccia caso che i due del nord si son suicidati..... forse che nel centro sud d'Italia la vita sia più viva? Più pensata? Equilibrata? sensata? O almeno umana? Ma lei non ha tempo per pensare come quell'altro che ha deciso che chi agisce non pensa e che le due cose non van d'accordo. Ma se loro esistono, se quei nove nomi esistono e fan dieci con de Andrè vuol forse dire che vivere è prima di tutto pensare? Ma lei non pensa, e quell'altro agisce, anche quando scrive un libro.....



















1Mi vedo costretto a specificare che si tratta di una prima edizione poiché non so come furono stampate le successive. Mi spiego. Se si osserva l'edizione Adelphi uscita successivamente, si vede in copertina un disegno di un uomo seduto con la testa probabilmente di corvo (fu la mia una visione fugace, non ne sono certissimo) che ricorda quelle opere di Clerici che furono un dichiarato omaggio a Savinio. L'edizione Einaudi che possiedo porta in copertina una incisione che mi risulta, come il titolo, sia stata scelta dall'autore e il suo significato è sottile. Un raro caso di copertina che vale la pena di meditare.

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