domenica 8 marzo 2015

"MACCHIA UMANA" di Philip Roth





- Premessa - 

Questo saggio ha una forma per nulla canonica. Non sopporto da anni gli scritti nei quali una persona si limita a giudicare. secondo me deve accadere dell'altro. Un testo mi colpisce, colpisce me, e io sono essere altamente individuale, definito da una storia personale, un qui geografico e un'epoca. Ci si deve mettere in gioco. Il lettore deve poter cogliere di quale natura è la soggettività che gli parla. Non importano i titoli. Tutto si compera, da una laurea ad una cattedra universitaria, e si sa che anche cariche più alte hanno un prezzo esprimibile in soldi e dignità spregiata. Nessun titolo quindi, ma un io che tenta di essere sincero e cerca di spiegare come e perché pensa di essere arrivato a certe considerazioni leggendo uno o più libri. buona lettura. 

Perché ho scelto questa forma estrema ma spero discorsiva:
Ho acquistato di Finkielkraut "Un cuore intelligente". Sembrava una guida alla lettura e quasi tutti i testi consigliati li conoscevo, ma già alle prime righe sono entrato in crisi:. Eccole per il lettore: "L'opera d'arte, diceva in sostanza Alain, non appartiene alla categoria dell'utile. Se vogliamo determinarne il valore non dobbiamo quindi chiederci a che cosa possa servirci, ma da quale automatismo di pensiero possa liberarci." Ebbene. in questo inizio vi è una contraddizione.  Ve la smonto: A) l'opera d'arte è inutile. E poi ... B) l'opera serve per liberarci da un automatismo di pensiero. A e B sono in contraddizione evidente. In A l'arte è inutile, in B l'arte serve a qualcosa. Perché accade questo? Al solito perché Finkielkraut è un intellettuale e non un artista, e di fatto si cimenta con  opere che hanno un tasso di intellettualità assai elevato e che con l'idea che ho di opera d'arte hanno solo l'apparenza. Leggendo le opere che consiglia si fa un viaggio nella storia dell'uomo, non nell'Uomo, e allo scrittore secondo me la storia, particolarmente quella vista troppo da vicino, serve solo se allontana la carne e porta alla purezza dell'ideale, come accade per esempio in Primo Levi o in certe opere di Pavese. Lo scrittore è spinto a scrivere da motivi diversi da quelli che portano l'intellettuale a parlare di intellettuali e artisti, e il fatto stesso che mescoli le due categorie fino a confonderle dimostra che non ci siamo ... l'arte è nella categoria dell'inutile ... l'arte serve a liberarci da un automatismo di pensiero. L'arte non SERVE a niente .. l'arte SERVE a qualcosa ... questo cortcircuito di un intellettuale è la sua morte, e cerco di dimostrarlo anche con questo scritto.


QUANDO FUI AIACE


Il cucchiaino della marmellata, sfuggendomi dalle mani, macchiò la tovaglia peraltro già sporca. La si cambiava la domenica, giorno del bianco. Dal lunedì al sabato si usava quella stampata oppure le tovagliette di materiale dozzinale, a colori. Ricordo che ognuno sedeva di fronte ad una favola. Sotto la mia tazza c'erano Hansel e Gretel. Venivano spinti nel forno dalla strega cattiva. Su quella tovaglietta o tovaglia, ora non ricordo, la favola non proseguiva. Eternamente i due bambini finivano nella bocca a semicerchio, bordata di mattoni rosa. Il loro urlo, per me, sovrastava il cinguettio della primavera appena nata. Per me, quando cadde il cucchiaino, iniziarono ad esistere solo la bocca del forno, il ghigno di stoffa e l'urlo, sempre di stoffa, rosso, potente, fino a diventare nero. Sangue del buio.
Il cucchiaino della marmellata dunque, cadde e macchiò. Volò uno schiaffo. Poi un altro. Sapevo che se, minimamente avessi cercato di evitarli, sarebbe stato peggio. Si sarebbe arrabbiata di più.
Immobile, attendevo che terminasse il rito. Il terzo di solito era l'ultimo. Con una delle belle unghie laccate di rosso mi ferì vicino all'occhio destro, quello più distante dal cuore. Lo vide. Vide il sangue. Cercai di dire che il segno c'era già, che ero caduto prima in camera, ma era tardi per tutto. Ogni parola, ogni azione avrebbe solo peggiorato la situazione. Lo sapevo bene.
E le sue parole … e le sue mani …
“Alzati!”
“Come ti ho fatto ti disfo!”
Detto senza rancore, con calma.
“Se stavi fermo non sarebbe successo! Io ti punisco ma lo faccio con attenzione. E lo sai perché lo faccio? Dimmi, lo sai?”
Sì, lo sapevo. Se avessi risposto, ripetendo il suo pensiero, non si sarebbe calmata perché dimostrare di sapere e perseverare nella colpa era un'aggravante. Se tacevo avrei dimostrato di voler resistere al senso di quelle parole.
“Voi uomini andate addomesticati finché siete piccoli! Altrimenti … “
E oltre non andava mai, con le parole.
Mia sorella guardava o non guardava? Non l'ho mai capito. Continuava a fare colazione e guardava oltre me, fuori dalla finestra, il vasto cielo azzurro che all'undicesimo piano sembrava a volte entrare, carnoso denso, pulito e inodore. E poi venivo mandato in camera. Colazione terminata per me. Sentivo ora il loro dialogare sereno, qualche lieve risata, come un cinguettio quella di mia sorella, come una cascatella quella della madre. Senza la mia presenza, ecco oltre la porta della punizione, una scena di civiltà.
Una volta ho trovato il coraggio di aprire pian piano la porta, e pattinando solo coi calzini sul pavimento di marmo grigio, sono arrivato vicino a loro, dietro all'ultimo stipite. Talmente vicino che tentai di guardare. Avevano liberato il tavolo della mia presenza. La tovaglietta, la tazza, il piattino con la fetta imburrata e la marmellata di albicocca. No, non era tutto. Riconobbi la mia fetta, tagliata in due. Erano all'ultimo boccone. Non potevo sbagliarmi. Le mie fette le riconoscevo. Tagliavo il bordo scuro con precisione, facevo finta di mangiarlo e lo mettevo in tasca. Lo avrei poi sbriciolato sul davanzale esterno della mia camera, per i piccioni che ormai mi aspettavano.
La mia fetta mangiata … Chiacchieravano. Sentii con la mano il pane nella tasca e, sempre pattinando sul calzini sul marmo lucido, cosa bellissima da fare e non solo perché era proibita, tornai in camera mia. Mia mia mia … no. Non mia. C'era la serratura, ma la chiave la teneva lei, e da quel buco spesso mi spiavano per controllare anche se veramente studiavo. Mi diceva che era suo dovere farlo perché i maschi si masturbano. Io nemmeno sapevo cosa voleva dire e per questo ogni mia azione, che non consistesse nel girare la pagina o scrivere, stando compostamente seduto, mi preoccupava. Forse questo era masturbarsi? Questo riempire le O e farci gli occhi e la bocca che sorridono? Oppure era il dondolarsi mentre leggevo?

Mattina. Otto marzo 2015. Sereno. Un po' di vento gelido. Fra un paio d'ore sarà caldino al sole e freddino all'ombra, ma potrò indossare la mia amata giacca tirolese verde da mezza stagione e passeggiare un po' col cane.
Non è ancora primavera … secondo gli uomini. Ma è festa. Una festa strana. Un po' ipocrita, un po' di sinistra e decisamente troppo convenzionale. Un po' come quando dicono che il tal giorno si deve essere buoni. E a me sembra che invece di promuovere una qualche versione della bontà, intendano promettere trecentosessantaquattro giorni da orchi. Morirono in tante in una fabbrica, negli USA. Allora non è festa, ma un giorno della memoria per i crimini sul lavoro. Ma l'umanità è molto indietro e ancora deve convincere tutti che bianchi neri rossi e gialli sono uguali se non davanti a un dio, almeno davanti alle leggi. E poi, donne contro uomini. E questa parità che non sarà mai se non nell'apparenza perché i due generi sono purtroppo nati per fingere sintonia e combattersi. Semplicemente la finzione deve crescere d'intensità, la carta pesta deve essere lavorata con più virtuosismo e un uomo deve sembrare un uomo e una donna una donna. E poi, a lavoro ultimato dovrebbe essere promosso l'essere umano che, maschio o femmina o gay o trans o interista poco importa, dispone comunque quasi sempre di una tale carica di aggressività che prima o poi emergerà e distruggerà se stesso e l'altro e il mondo. Otto marzo. E le gemme non sbocciano ancora ma ci stanno seriamente provando nonostante il vento gelato e i telegiornali ipocriti. Medea e Achille popolano il pianeta.

Non è ancora primavera secondo il calendario degli uomini, ma nel corpo di tutti gli esseri viventi la metamorfosi già accade. Le giornate si sono sensibilmente allungate. La luce entra dagli occhi e, quando supera un certo “peso”, riesce a schiacciare un pulsante delle ghiandole. Gli ormoni allora si moltiplicano e così, artificialmente, chimicamente, e non per un pensiero liberatorio, viene la voglia di fare che sembra voglia di vivere. Nel centro Italia, dove in questo momento mi trovo, il primo segnale lo si sente già a febbraio con i gatti in amore. Il loro grido, la loro sofferenza, l'urlo della carne che le femmine placano solo facendosi ingravidare e i maschi ingravidando fino a ridursi pelle ed ossa …
Gli alberi e tutte le piante urlano coi colori e i profumi.
Gli umani cambiano odore ma non ne sono più consapevoli, e si vestono come i fiori ma non se ne rendono conto. E poi ci sono i modi di camminare e di parlare … cambia tutto in primavera.
Ogni senso ha il suo “rumore” che si desta o intensifica. Controllarsi in questo caos sembra stupido, ma è saggezza o così almeno si pensa d'inverno. In autunno è ancora stanchezza e paura ma poi il cappio del freddo ferma il respiro del corpo e riesci forse almeno a pensare. Ma la primavera annienta le buone intenzioni e si riparte per tornare ammaccati. A meno che … a meno che, l'urlo di Hanse e Gretel dalla tovaglietta non sia presente in te e se c'è, è per sempre.

Come ho raccontato, un'unica volta uscii per vederle, per cercare di capire cosa accadeva di buono nella loro vita durante la mia assenza. Poi decisi di costruire la mia. Avevo i pezzi di pane in tasca. Aprivo la finestra, li sbriciolavo e poi li appoggiavo sul davanzale. Poi dovevo chiudere. I piccioni venivano per il cibo. Non per me. Mangiavano tutto poi volavano via. Potevo solo guardare la vita attraverso un vetro, una porta socchiusa. Se aprivo il vetro, se andavo oltre la soglia, qualcosa di sbagliato accadeva sempre. Qualcosa che non sempre capivo. E poi non era un capire. Si, la reazione era certamente legata ad un fatto preciso, isolabile dal contesto, come per esempio il cucchiaino sporco di marmellata che cade sul ghigno della strega. Ma se ci ragionavo, se mi avventuravo oltre, solo una risposta resisteva, almeno in casa. E sembrava che la mia colpa fosse di essere un maschio. Ma, per esempio a scuola … Ero diligente, lo ammettevano. Ma c'era qualcosa in me di imperdonabile che mi sfuggiva. E dal prete, al campetto da calcio, le poche volte che riuscivo ad andare, mi facevano giocare perché con me era più facile vincere, ma spesso, quando ero distante, fra di loro bisbigliavano, mi indicavano con lo sguardo e sorridevano con un sottilissimo ghigno. All'inizio ben disposto da quella specie di sorriso, mi avvicinavo, ma sempre loro si dissolvevano, volavano via come i piccioni quando aprivo la finestra.
E poi ci fu la festa di carnevale a scuola. Ero vestito da Arlecchino. A tutti diedero o una spada o una clava di plastica o una bacchetta magica con in cima una stella. Il bidello decise che ad Arlecchino nulla si addiceva se non, vagamente, una delle clave di plastica morbida, perché era assai colorata, in tinta quasi, col mio costume. In fondo aveva un buco con un fischietto. Se colpivi non facevi male ed usciva un suono divertente. Si decise di fare un torneo di duelli. Io ero al terzo turno. La prima coppia duellò bene. Gli altri, e anch'io con loro, facevano il tifo. Ricordo quanto era divertente scegliere chi incitare. Uno studente piccolo e grasso, che per questo chiamavamo Buddino, inesorabilmente lento in qualsiasi gioco, ascoltò la tattica che gli proposi. Gli dissi: “poiché dopo due minuti di incontro, il vincitore lo decide il pubblico ai voti e tu hai poche speranze, devi farti furbo. Limitati a parare i colpi e mostrati più imbranato di quel che sei, il tuo rivale si farà sempre più sicuro di sé, si scoprirà e tu devi concentrare tutto te stesso su un solo colpo ma potente”. E così accadde. Il rivale saltava come un grillo e lui, Sancho tragicomico, accentuava la sua incapacità. Ogni tanto mi guardava e io gli facevo cenno di attendere e poi gli feci il segno convenuto e come un fulmine, la clava colpì lo snello rivale proprio in mezzo alla fronte. Il fischio della clava fu enorme, le risate che seguirono fecero il resto. A nulla valsero gli attacchi successivi del saltellante. Sancho aveva vinto e fu per un attimo, re del carnevale di classe. Poi toccò a me. Io, piccolo e magro, sapevo di essere veloce e instancabile. Avevo capito le mie potenzialità giocando al calcio. In Germania, nella squadretta dove giocavo, la palla la si toccava solo dopo un'ora di allenamento. In Italia invece la si prendeva subito e, se erano più abili di me di piede, erano comunque senza resistenza. Di solito nel secondo tempo delle partite io diventavo un campione in mezzo a una massa di gente cotta che faceva fatica a fare due passi di corsa. Decisi così di lasciar sfogare il mio rivale per un minuto e mezzo e scatenarmi negli ultimi trenta secondi. Ma accadde qualcosa di imprevisto. Il pubblico, che era appunto anche giuria, iniziò in modo prima debole e poi sempre più travolgente, a insultarmi. Ero sbalordito. Mi difendevo dal duellante e ascoltavo. Ecco di cosa parlavano sorridendo quando ero distante. Ero “il tedesco”. Ecco il problema. Ma per quale motivo essere tedesco era degno d'insulto non riuscivo proprio a comprenderlo. Non persi comunque il controllo della situazione. Scattai negli ultimi trenta secondi e la mia superiorità si dimostrò netta. Ma la vittoria andò all'altro con un giudizio unanime. Mi allontanai senza parole. Non capivo. A casa avevo concluso che non era colpa del cucchiaino sporco di marmellata, poiché anche davanti agli altri le macchie non mancavano. Potevo comprendere i piccioni che non si lasciavano avvicinare, poiché sapevo che c'era gente che li mangiava e forse i piccioni lo sapevano e pensavano che la mia intenzione fosse di attirarli con le briciole per poi metterli in pentola. Ma qui, anche qui un enigma. Un enigma non fra animali, ma fra umani, che sussisteva, sia qui a scuola che a casa. Andai da un'insegnante che, con ogni evidenza, dalla posizione in cui stava, aveva assistito alla scena e chiesi se poteva spiegarmi il senso di quel che era accaduto. Mi disse che i tedeschi, in Romagna e non solo, erano mal visti per via di quel che era accaduto durante la guerra. E io cosa c'entro! Risposi. Io non ero nemmeno nato! L'insegnante sorrise e rinunciò al suo comodo posticino, stravaccato ad una finestra con la schiena al sole. Mi dimostrò così il suo consenso a quanto era accaduto. Ricordo fior di lezioni sui partigiani, sull'Italia che aveva vinto la guerra, e io, che già allora studiavo più di quel che mi era richiesto, sapevo che non era vero … la mia reazione a quell'assurdità, fu altrettanto assurda. Andai in bagno. Tolsi il tappino-fischietto alla clava di plastica e la riempii d'acqua. Tappai poi in qualche modo alla buona e tenendo un dito sul foro precario che era il punto debole del mio piano, mi avviai verso quel pubblico che mi aveva insultato e tolto ingiustamente la vittoria. Urlai che li sfidavo tutti insieme. Si lanciarono e nel giro di due minuti erano tutti a terra doloranti o in fuga. Con mia sorpresa scoprii di non aver agito da solo, Sancho, il mio piccolo Sancho, mi aveva osservato e aveva “caricato” anche lui la clava. Lui non aveva un motivo. Non aveva un perché per me comprensibile, ma la sua soddisfazione fu quasi più grande della mia. Solo più tardi, mi fece comprendere che si era vendicato di anni di beffe e che mi rispettava perché io, quando scherzavo, si capiva che lo facevo per gioco, senza cattiveria. Tutti stesi, tutti ammaccati. Nessuno, nemmeno gli insegnanti, osarono avvicinarmi. Chiamarono mia madre che ascoltò la loro versione, poi la mia, e poi disse agli insegnanti che erano una massa di deficienti. Mi aspettavo che si sarebbe arrabbiata con me e la celebre minaccia del collegio stavolta si sarebbe concretizzata, e invece mi difese. Anche a casa mi trattò come un eroe. Ero disorientato. Ma cosa c'era in quell'azione che mia madre potesse tanto apprezzare! Ed ecco, con gli anni affiorare e prendere forma, le risposte. Il nonno paterno era fascista e fu parecchio turbolento. Lo uccisero alla fine della guerra. Per lei, in quella mia reazione contro “i partigiani”, c'era un poco di vendetta per un ideale suo, che non era forse fascista, ma legato al dispiacere per il padre morto con un colpo di pistola alla stazione di Bologna. Compresi poi altre cose, come tasselli di un puzzle che, una volta entrati nella memoria, da soli si mettono al posto giusto. Le quattro zie, sorelle di mia madre, finché le gambe glielo permisero, mai rinunciarono al pellegrinaggio annuale a qualche sacrario dei caduti. Non è difficile immaginare un parcheggio pieno di autobus che arrivano da tutta la nazione. Con essi toccano il suolo della distesa di croci, coloro che erano giovani durante il fascismo, coloro che a scuola indossavano divise del partito e amavano in esse in fondo, più di un ideale, la loro giovinezza, fatta di vita gregaria e poco ragionamento. Se inizialmente ci “caddero” anche personaggi come Vitaliano Brancati e Curzio Malaparte, che erano essere finemente pensanti, loro che erano solo future chiocce cosa potevano fare ...
Se la reazione di mia madre al mio comportamento, mi fu chiara col tempo, mi domandavo comunque perché, nella mia mente mi paragonai da subito, non ad Achille o Odisseo, ma ad Aiace. Amavo già i drammi greci. In essi mi affascinava, ora ne sono consapevole, più l'antichità, del senso e della poesia. La poesia la trovai dopo in altre opere. Ma sentii di essere stato Aiace, strumento degli dei che non accetta il suo destino, e non meritevole quindi io come lui di stima quando “sterminai” un “gregge” di bambini, innocenti nella loro banale ignoranza.
Il dato immediato che più mi fece soffrire fu, una volta rincasato e finalmente solo, questa enorme quantità di violenza che era scaturita dalle mie mani, dal mio corpo, dal mio pensiero che, sfuggito alla mente si era affidato a qualcosa che riuscivo solo a chiamare follia.
Nei giorni successivi, a scuola accadde l'inverosimile. Gli insegnanti ignorarono completamente l'accaduto. Nessuno ne parlò, nessun genitore venne a far drammi, e i miei compagni iniziarono a trattarmi con un rispetto che per me non aveva alcun senso. Sempre cercavano il mio consiglio. Nei giochi ero il primo ad essere conteso e le ragazze, beh, le ragazze mi mandavano bigliettini e sguardi conturbanti. Solo in me era presente la consapevolezza che era accaduta un'enormità, che ero sfuggito a me stesso e mi ero trasformato in una belva.
Non ci capivo niente.
E poi, col tempo, la vita inserì altre esperienze, altri pezzetti che misero ogni senso al suo posto. Accadde così che compresi che in mia madre c'era un'esigenza di violenza che saltuariamente le era necessaria come sfogo. Forse perché mio padre era malato e non poteva più “ammansirla” nelle battaglie del letto? Mio padre aveva il suo bel da fare con la tigre che lo consumava nella carne...
questo lo compresi con gli anni, ma c'era in me una colpa che precedeva, agli occhi di mia madre, il desiderio di violenza? Non sapevo e forse ora so, ma quel che mi turbava allora e mi spaventa oggi, è questa esigenza umana, insopprimibile in quasi tutti i suoi rappresentanti, di dare prima o poi sfogo alla violenza. E quale fu l'esito sconcertante nel mio caso? I compagni mi elessero a capo e saggio. Io, nel mio piccolo, se avessi subito una simile lezione invece di darla, avrei isolato il violento. Avrei costruito la mia giornata escludendo il più possibile quel massacratore che ero stato. E invece no. Eroe e capo. Eroticamente appetibile per molte mie compagne. Era tutto assurdo. Non mi bastava allora. Ma ora mi basta. Ora so. Tutto è violenza. E il mio primo compito consiste nell'agire su me stesso per evitare di diventare di nuovo quel folle Aiace. Così sei senza amore, senza sudditi, ma sei te stesso, sei più forte della violenza. E questa sensazione vale la vita.
Ricordo quella volta che vidi due anatre copulare. Di fatto fu uno stupro. Mi disse, il vecchio zio che mi accompagnava, che le anatre fanno così. Il maschio sottomette la femmina con violenza. Sembra più un tentato omicidio che una copula. Gli uccelli sono assai primitivi. Ma in fondo noi umani, se si toglie il peso dell'educazione, che ad altro non serve se non a tentare di controllare gli istinti aggressivi, siamo identici. Spesso ho definito il rapporto sessuale come la compensazione di due egoismi. Ognuno è convinto di prendere, tutto sembra armonia, ma è solo precario equilibrio. La carne per un poco si accorda, e la primavera aiuta, dosando le valvole che squilibrano la nostra capacità di autocontrollo, di pensiero, di educazione, di rispetto, di spiritualità, di, sì, di vita. Tutto è tentativo di sottomissione. Raramente nei drammi e nella storia, dei e padri, coi figli, non vengono alle mani. Il padre dei padri, Urano, viene eliminato da Saturno. Saturno da Giove e quest'ultimo viene alla fine dimenticato. Ma Saturno evirò il padre, gesto che vuol dire fine della fertilità, della vita, e poi dopo, Saturno, per paura che i figli eliminassero lui, li divorava. Non esisteva ai primordi la sottomissione, ma l'annientamento. Così però non era possibile vivere anzi, organizzarsi forse non proprio per vivere poiché allora il problema principale era sopravvivere. Vivere è un lusso che tutt'ora a pochi è concesso. La sottomissione crea la comunità. Ma la sottomissione è possibile solo con la forza, la violenza. Dopo due guerre colossali e un secolo, il ventesimo, pieno di stragi e genocidi, l'essere umano ha iniziato ad avere paura di se stesso, della sua capacità di follia, come io ebbi paura di ricadere in una reazione come quella che ebbi a scuola. Vinsi, divenni il beniamino con servi e odalische, ma il mio io era strutturato diversamente. Altre erano le sue intenzioni, le sue ambizioni. Io ancora ricordo e invece la mia epoca ha già dimenticato le due grandi guerre e i genocidi e questo deve spaventare un mondo che non vuole e non sa ricordare.

Ora, apro la finestra, metto le briciole e i piccioni vengono. Non hanno più paura di finire in pentola. La volpe la notte viene, mangia il cibo che le preparo e sta a pochi passi da me. Mi osserva. Lei è tranquilla, io sono tranquillo. Nessuno sottomette l'altro, o peggio, lo evira, come faceva con me mia madre ogni giorno, o lo mangia, come fanno quasi tutti quotidianamente. Ho anche compreso in cosa consiste, in fondo in fondo questa idea così apparentemente assurda, del peccato originale. La vita degli umani si basa sulla morte di altri esseri. Indubbiamente si tratta quasi sempre per nutrimento. La caccia è un residuo medievale tremendo. Non è uno sport uccidere. Se in natura ogni essere ne mangia un altro per sopravvivere, l'essere umano, ritrovandosi il pollice opposto alle altre dita, iniziò a possedere una tecnica, e con essa un pensiero, e ora è in grado di vivere senza più uccidere. Il cibo lo può costruire. E non solo quello. Nel giro di un tempo che non so quantificare ma che sento essere breve, potrà costruire corpi migliori, produrre quei cambiamenti genetici che prima secondo Darwin erano frutto del caso con un prezzo in sofferenza individuale, altissimo.
Ma a qualcosa l'essere umano non riesce per ora a rinunciare. Si tratta di una aggressività che spesso si fa violenza pura, sangue, strage. E va ben oltre le paure di Saturno e di Urano. All'origine ogni essere umano era per l'altro, solo cibo. Poi si raffinò e l'altro divenne, fra umani, da sottomettere, e gli animali sempre e ancora cibo. Per me, in me, l'errore, in relazione a questa epoca, è che non mi interessa sottomettere e gli animali non sono cibo. Tutto vibra della possibilità dell'affetto, del pensiero. Un alone di affetto possibile che non posso umiliare con la regressione alla violenza. Spesso comportamenti umani mi hanno portato alla soglie di una ripetizione di quella volta che fui un Aiace, ridicolo in fondo solo a me stesso, ma sufficientemente ridicolo da resistere e non cadere più nel tranello della violenza, che della sottomissione è l'unico strumento. E violenza non è solo usare le mani, i coltelli, le pistole, le bombe, ma consiste anche nell'illudere, manipolare menti, creare leggi che di fatto costringono ad essere schiavi di una banca, di una organizzazione, di una mentalità, di una tradizione.
Nelle sere d'autunno, le porte e le finestre aperte, le foglie secche che entrano, il vento muove tende sottilissime. Non ho porte. Non amo le porte, se non quella d'entrata, come anticamente nelle caverne dove un sasso, uno messo di guardia o il fuoco, aiutavano ad esorcizzare la paura del buio. Il sangue nero degli incubi, più veri della realtà.
E per me, non esiste soddisfazione maggiore del vedere che l'animale spegne davanti a me a poco a poco, la sua diffidenza. Solo così può nascere la civiltà. Questa è la vera non violenza.
Vedo il mondo degli uomini come un palcoscenico di cartapesta. Finto più di quanto nemmeno Fellini potesse immaginare. Ogni sedia la si vuole trasformare in trono e tutti cercano il centro sul quale devono, assolutamente devono, convergere gli sguardi di tutti.
Da questo palcoscenico, da anni sono sceso. Ogni tanto scrivo e vivo una piccolissima vita.
E di recente ho scoperto di non essere l'unico ad avere capito queste cose.
Philip Roth nel suo libro “La macchia umana”, arriva a queste parole: “chiunque abbia l'audacia di far questo, non vuole semplicemente essere bianco. Vuol essere capace di far questo. E' qualcosa di più del desiderio di godersi una beata libertà. Ha qualcosa in comune con la ferocia dell'Iliade, il libro preferito da Coleman, sullo spirito barbaro dell'uomo, dove ogni delitto ha il suo carattere, e ogni strage è più efferata della precedente.”

Coleman, il protagonista, è di origine nera, da parte di madre. È assai “sbiadito”. Per chi non se ne intende potrebbe passare per bianco. Il padre è ebreo. L'idea di Roth, ha radici quotidiane. Ricordo che a New York girava una barzelletta che raccontava di un gay che si lamentava di essere discriminato. Una persona gli fece notare che era nero, ebreo e omosessuale. I newyorchesi ridevano. A me non faceva ridere per niente. E Roth è riuscito a farci un libro. Non un capolavoro, ma una cosa interessante, che fa pensare, e pensare è meglio di niente.
Coleman decide quindi di negare le sue radici per avere le possibilità sociali di un bianco. Tutto scattò da un evento di gioventù. Fu buttato fuori da un bordello per bianchi poiché la prostituta lo aveva riconosciuto per quel che era. Per realizzare questo “sogno-incubo” deve rinnegare le origini e quindi la famiglia. La madre è nera. La madre lo adora. La madre deve dimenticarlo. Lui diventa preside di facoltà in una università americana e insegna la materia più “bianca”, ovvero letteratura classica. E ora torniamo a quelle righe di Roth. “ chiunque ha l'audacia di fare questo, non vuole semplicemente essere bianco. Vuol essere capace di fare questo. … ha qualcosa in comune con la ferocia dell'Iliade”. Ecco, ci siamo. Roth, per un attimo, ha “sentito” che la questione di fondo non si spiega con il bisogno di realizzare una vita piena. Coleman potrebbe realizzarla solo in qualità di bianco? No. E per un attimo Roth ci dice che la realtà è un'altra. Ti butti nella mischia. Devi essere più forte dei forti. E da ragazzo questo Coleman fu anche pugile. Questo sport, ormai tramontato, fino agli anni novanta era la perdizione. Era adorato. Per questo un lettore attuale non può comprendere in pieno la portata di quella descrizione. Nel novecento il top dell'intelligenza, quasi divina era rappresentato da matematici, fisici e giocatori di scacchi. Lo sport preferito, prima dell'intervento dell'organizzazione dei college che preferirono gli sport di gruppo e poi dei media, fu il pugilato. Per vedere un incontro dei pesi massimi in Europa si facevano delle levatacce assurde. Era triste se non vedevi quegli scontri titanici in compagnia. Era triviale, antico, possente. Con un piede nelle primordiali sfide dell'Iliade e l'altro nel presente. C'erano regole. Ci si lavava la coscienza con quelle, ma si attendeva la morte per un colpo proibito che andava contro tutto, contro l'essere umani, cristiani, divini o anche solo bestie. E un uomo solo era lassù, che si chiamasse Clay o Einstein o Fischer. Erano i padroni della psiche, di un mondo. Ora, Coleman da ragazzo, da bravo ragazzo, di nascosto si sdoppia e rivela il lato aggressivo. In fondo quasi tutti gli sport hanno questo compito. Che l'idea del migliore si sia fatta in alcune specialità, sempre meno violenta, non cambia il concetto di una graduatoria di valore fra gli umani che presuppone un rispetto che è forma latente ma non troppo di sottomissione resa evidente da un cronometro, da una pallina che è finita o fuori o dentro o sulla riga. E nella boxe Coleman era il migliore. Poteva esserlo senza ferire, con stile, nel modo più elegante e moderno, Il maestro gli diceva di essere elastico e di mettere a segno piccoli colpi magistrali. Avrebbe sempre vinto ai punti, ma non gli bastava. Vinse per ko. Poi, una volta all'università passò professionista, e anche li gli consigliarono di andare piano. La gente paga il biglietto. Non fargli vedere solo un round, fanne passare qualcuno. Buttalo giù se proprio non resisti, verso la fine. E invece al primo round il rivale era già al tappeto. Lasciò il professionismo perché … e questo perché Roth non lo dice, ma è nell'aria … perché Coleman ha bisogno di lotta primitiva, feroce, che dimostri la sua “belvità”, e pretende che questa sia premiata.
E in questo romanzo chi vince realmente lo scontro? Se proviamo a dare dei punti ai vari personaggi, Quella professoressa di origine francese che approda al college, assunta dallo stesso Coleman, innesca una scena teogonica ben nota. Coleman-Urano, viene evirato-distrutto dalla neoassunta-saturnina, che cerca un partner per figliare un Giove ecc. accade che lei il partner non lo trova e scopre suo malgrado che l'unico adatto per potenza era proprio colui che ha distrutto. Questa complicazione aggiunta abilmente (e che stimo), dall'autore, ci mostra la sfida impazzita di tutti contro tutti e anche l'aspetto generazionale e il vincolo erotico che deragliano nel non senso, nel caos.
Ma per quale motivo Roth sfiora due volte la chiave di quel che ha scritto, ma non va oltre? Perché non ne è consapevole se non a sprazzi, a brevi illuminazioni che probabilmente lo spaventano. Penso anche che con l'età, abbia risentito di sconfitte dal punto di vista erotico e probabilmente di stima, non tanto dalla massa e dalle vendite di libri, ma da qualche individuo che avendo ricevuto un poco del suo disprezzo, ha saputo non temerlo e reagire.
Penso che, calato troppo nel compito consapevole di mascherare una sua realtà personale e vissuta, non abbia saputo superare se stesso.
Mi spiego. Si leggano “L'avvoltoio”, “Nella Colonia Penale” di Kafka e si “sentirà” una certa atmosfera di sopraffazione e annientamento incombente, inesorabile, irrimediabile. In essi è presente il sangue come limite superato, punto di non ritorno, della violenza che si fa primigena. Ecco il pugile che fa sanguinare l'avversario ma che per esigenze di spettacolo deve trattenersi e stare al gioco di una finzione che la ferocia primordiale non può sopportare. Essa si esprimerà nel ruolo “civile” del preside di facoltà spietato. Ricordo un passo, sempre in questo libro di Roth, che parla di arrivismo e di come siano stati gli ebrei ad avere portato questa battaglia all'estremo nelle università americane … e io penso a Paul Nash, che a Princeton si trovò inserito in un dottorato gestito da un personaggio ebreo con le mani ustionate del quale ora non ricordo il nome, che non voleva sentir parlare di voti. Quelli te li garantiva da subito. Pretendeva che lo studente frequentasse le lezioni che preferiva, liberamente e senza obblighi, e poi producesse materiale di valore. L'ora del tè, che si svolgeva fra gli studenti dottorandi e i loro professori, serviva a creare un'atmosfera di competitività che rasentava l'ossessione e spesso sfociò nella nevrosi. Ecco il mondo che Roth da per scontato nel libro, ma che al lettore non nordamericano va spiegato. La facoltà era la selva feroce. I morti erano coloro che in qualsiasi modo venivano esclusi, e la neoassunta professoressa di origine francese, riesce ad annientare Coleman che è il suo datore di lavoro. Lui non accetta la sudditanza erotica inclusa nell'assunzione e lei lo distrugge. Come? Non ha importanza. In un mondo nel quale la morale è solo una facciata, proprio non importa.
Ma Roth, per l'ennesima volta ha mancato il centro del bersaglio, e ormai penso che sia accaduto perché ha paura di quella consapevolezza latente che appare e scompare come scrittura automatica nei suoi libri.
Terminando la recente rilettura de “La macchia umana”, mi tornava continuamente in mente “Mr Vertigo” di Paul Auster. Non capivo perché e poi la risposta è arrivata nel sonno. La mia idea di letteratura è la seguente: descrivere una realtà che ci turba per mezzo della fantasia. La fantasia non usa la sola realtà, ma tutto tutto tutto. Non importa se un asino vola o si limita a camminare e nemmeno se è rosso e fa chichirichì. Importa che il significato arrivi al cuore, che il cuore ci esploda e che si debba ristrutturarlo a nuove irrinunciabili consapevolezze. Roth ha sempre usato solo la realtà per descrivere la realtà. Ricordo solo un racconto dal titolo “il seno”. Una cosina triste che non parte e non arriva da nessuna parte. Ma che legga “L'avvoltoio” e mediti la possibilità di lasciarsi andare ai suoi mostri … basta arrivismi e erotismi. Ormai è solo, in un carcere che è il corpo, che invecchiato, non è più trionfo di potenza adulata ma sudditanza estorta. Si deve andare oltre, (anche lui l'ha intuito ma non ha il coraggio di renderlo esplicito), ed è la rivelazione della paura della violenza, scoperta che accade in noi stessi, e l'esigenza del continuo annientamento dell'altro come soddisfazione mascherata ma inesorabilmente dominante. Basta lotte fra uomini e donne. E basta all'insensata fame di dominio, di superiorità, di soldi, tanti soldi fino a non accontentarsi mai, dimenticando che i soldi sono possibilità, che oltre un certo limite perdono ogni senso nella dimensione individuale (e, se non si riesce a diventare altruisti, donando possibilità ad altri, si diventa mostri, caricature).
In “Mr Vertigo” Auster, ha inventato qualcosa di irreale che rappresenta magnificamente la realtà che “sente”. Più passa il tempo e più amo quel libro. Più passa il tempo e più rifuggo chi sa scrivere e non affonda la lama in se stesso fino in fondo … per paura di soffrire, per paura delle proprie radici primordiali. Ma solo l'artista può farlo, solo il vero artista ha questo coraggio. Ci vuol più forza interiore ad essere un carrierista di successo che descrive con abilità la superficie delle cose oppure a rinunciare ai tanti, troppi cavalli di un'auto come non seppe mai fare Brecht? E in quei medesimi anni, in silenzio, senza riflettori, un Kafka, nella medesima Berlino toccava il cuore umano, lo descriveva e lo metteva davanti allo specchio, per sé stesso, per me, per tutti!
E penso al Miller del teatro americano con opere come “Morte di un commesso viaggiatore”, nel quale la finzione americana si sgretola, oppure “Erano tutti figli miei” nel quale invece esplode e fa molto, troppo male. Ma a quel male chi è andato oltre? Per ora nessuno dopo Kafka, purtroppo. Ci stava arrivando Camus, ma un incidente stradale gli ha tolto la possibilità di terminare “Il primo uomo”. Con fantasia stupenda Strindberg e Bulgakov hanno abbozzato, aperto vie, ma se l'artista non si libera di erotismi e arrivismi, malattie epocali che fanno volare basso, troppo basso quel che in noi va oltre il pensiero … allora la letteratura, in mano ai commercianti, ha finito di esistere.
L'uomo messo a nudo, che osserva le sue radici e le ri-fonda. Questo deve accadere. E quando, come accade a me, la violenza ti invita con doni di sudditanza ed erotismo, si deve resistere, perché c'è di più, e non può comprenderlo chi non ha mai atteso umilmente di essere accettato da una volpe, da un merlo, dal riccio. La violenza, nelle sue varie forme porta al successo si, ma nella carne, nella solitudine. Ti offre qualcosa di perennemente transitorio e che qualcuno con altrettanta violenza ti porterà via. Ma c'è qualcosa di più. Esiste un'armonia che se solo ti sfiora ti fa tremare in tutto il tuo fragile esistere, e sentirai che essere vivi è solo una tappa enorme, infinitamente infinita, e che da serenità, e ti fa ridere di chi vuole arrivare primo dimenticando che non esiste gara, ma un percorso che sembra a tappe, che abbiamo trasformato in tappe perché l'infinità, in tutte le sue forme ci sembra spaventosa e inafferrabile.


amen

martedì 4 marzo 2014

Osservando una foto di Kafka (visione onirica)




Leggo l'opera di Kafka con assiduità. Penso, ormai lo so per esperienza, che negli anni, una goccia alla volta, ogni goccia, diventa un diamante.
Ho trovato per puro caso sulla bancarella di una fiera dell'antiquariato, questa domenica, il volume fotografico edito dal Centre Pompidou. Foto del Praghese, manoscritti leggibili,

prima pagina de "La metamorfosi"


e pezzi figurativi, alcuni validi, che ricordano l'opera di questo grande. Un disegno stupendo di Gacometti.



Una foto mi "guardava" con intensità. Mi ha commosso la sensazione di tarlo che come una lenta carie divora l'anima, la sua. Chiudo il libro e la mente va in corto circuito cadendo in un sonno brevissimo; veramente solo qualche attimo ... e lo vedo, lo vedo davanti a me che osserva se stesso allo specchio. Penombra vibrata, quella delle candele, e dal silenzio la sua voce scandisce parole che ricordo perfettamente:

"Puoi arrenderti solo davanti al nulla

ma pensa, pensa profondamente se quel che vivi è il nulla.

Se ti arrenderai e non è il nulla
ti spetta la condanna

Se prosegui ed è nel nulla
il nulla sarà la condanna".

Le parole mi si sono incise dentro, nella carne, nelle viscere. Lui, che osservava se stesso, si è girato verso me. Occhi negli occhi, tristi ma decisi. Una guida da sempre, e ora mi affida quelle parole. Le ripete. Le dice a me, esattamente come un attimo prima le scandiva a se stesso ... e poi silenzio e poi lo specchio, e poi nemmeno quello ... ecco il nulla? E mi sveglio in questa giornata di pioggia battente. Mi son ripreso da un piccolo incantesimo o è accaduto qualcosa di più importante? Non lo so. Il mondo, il solito mondo fuori dalla finestra, deformato dalle gocce rapprese, non è più lo stesso. Il mondo, carico di quell'enigma si fa enigma egli stesso? Strisciante, una sensazione satura di certezza mi guida verso un sorriso che non vorrei, che non comprendo, che mi sembra giungere nel momento sbagliato, ma sorge, alba sulle labbra, e lo sondo allo specchio. "Pensa, pensa profondamente se quel che vivi è il nulla..."
Solo la risposta esatta può condurre alla vita, solo una certa risposta, e si rivela da quel sorriso stampato sul mio volto, sorriso indecifrabile che tocco con le dita per vedere se esse comprendono. Lascio lo specchio alla sua solitudine e torno alla foto di Kafka e un profumo, un profumo d'infanzia, un profumo che non ho vissuto ma riconosco, scaturisce da un cassetto della mente che doveva diventare, ma mai fu aperto, e quel profumo trasforma il sorriso del mio volto, quel sorriso non mio ma su di me posatosi, in una canzoncina infantile che mi culla, e dallo specchio vedo qualcosa muoversi ... torno a lui,  all'io riflesso, osservo il me stesso che mi concede e nel frattempo qualcuno mi tocca la spalla. Non mi volto, è li, dietro di me ... non oso guardare .... é la risposta che ha preso un aspetto concreto per parlare agli occhi. Vibro, attendo senza respiro per vedere, ma una risata enorme, brillante e allegra, di ragazzo, la risata forte dei miei vent'anni, annulla tutto. Non c'è più specchio, stanza, pioggia e dubbio, solo il profumo d'infanzia ... lo sento, solo quello rimane di me e si spande nel nulla, per sempre.


lunedì 3 marzo 2014

Il film "La grande bellezza" di Sorrentino



Vengo invitato da giorni a dire cosa ne penso. Sembra che la mia interpretazione de “La grande bellezza” sia sorprendente, che nobiliti, e invece non consiste in altro che nel rendere evidente quel che una lettura impulsiva non concede. Quando anticamente si parlava di sette esoteriche spesso si spregiava un ristretto gruppo che si concedeva tempo per meditare e l'esito non era inaccessibile per regolamento, ma per tempo dedicato appunto. Era il tempo da dedicare alla meditazione che rendeva inarrivabile... e che nobilita l'esistenza.

Veniamo al film. Meglio essere rapidi. Questa è un'epoca rapida e quindi impulsiva, emotiva ....
Trama: un uomo vive a Roma in modo salottiero. Dei salotti è il re. Re del nulla, di una concatenazione di apparenze. Comprendiamo che non è appagato. In lui qualcosa è bloccato. Vive fra gente che nega la sua stessa realtà e un ricordo affiora, una ragazza alla fine della loro adolescenza, quando la vita si appresta a diventare realtà ed esce dall'ipotesi, dal sogno. Ed ecco l'ultimo atto del loro "rapporto". Lui e lei bellissimi, belli della loro età, un'isola, un sogno. È notte, uno di fronte all'altro, soli, candidamente felici, pieni di desiderio che può realizzarsi. Ma …. ma lei lo guarda, si apre la camicetta, mostra il seno, come anticipo del dono e poi sparisce. Scopriamo che la ragazza ha poi sposato un altro. Ha vissuto con lui e, una volta morta, un diario che il marito ha trovato per caso ci dice che lei ha continuato ad amare quel primo amore al quale non si è concessa. Il protagonista interpretato da Servillo non capisce. Ha in sé quell'enigma. e penso che il pubblico ... e non solo, no abbia risolto quell'enigmatico comportamento Il primattore incontra una ragazza che vive in un modo strano, ruolo ben interpretato dalla Ferilli.



Lei ha segreti col padre. Sentiamo lo scarto generazionale. Una generazione ormai canuta che ha massacrato, per egoismo e superficialità, la precedente. Medesima risposta ci viene dalla artista che fa quella performance buttandosi contro il muro e la bambina che colora non con le mani ma con i nervi esplosi.Nulla si consumerà anche questa volta per il protagonista. Lei è un fiore reciso dal destino, dal padre egoista inconsapevole (la razza peggiore), e dalla malattia in fondo liberatoria.

Il film non si srotola quindi in una trama lineare, ma gira intorno ad un enigma. Il comportamento di quella ragazza alla soglia dell'età adulta, che rifiuta l'amore e però continua ad amare è il perno e il mistero di senso.
Ci piace il film? Probabilmente per le scene, per idee valide come l'incrocio fra turisti giapponesi e il coro femminile dell'inizio, oppure la veggente anziana della quale non avrei mostrato il volto e le citazioni felliniane secondo me un poco consumate e ritrite, quando ognuno sa che si può passeggiare per Roma attualmente un'intera giornata senza vedere una suora..... Perle di scene che si alternano alla volgarità descritta purtroppo in modo troppo diretto, ovvero con la volgarità per esempio nelle scene salottiere e in discoteca, scene non romane ma purtroppo, parlo non per luoghi comuni ma per esperienza diretta, internazionali.

Veniamo all'enigma della ragazza..... preferisco far parlare un “amico”. Un genio. L'Italia del novecento è stata la terra che ha avuto più talenti in assoluto …. ma raramente se n'è accorta.
Alberto Savinio. Brano tratto da “Ascolto il tuo cuore città”. La mia edizione è la seconda del 1944 di Bompiani e il brano si trova a pagina 90. (nell'immagine la reperibile versione di Adelphi)



Savinio ci parla di un amore da uomo in fiore, ancora imberbe ma sensibilissimo alle leggi del cuore. Riesce a portare la ragazza in una camera d'albergo e per la prima volta sono soli: “.... Quanto sprecona la gioventù. Quanto poco sa approfittare dell'attimo che fugge. Tante fatiche da superare, tanti ostacoli da vincere, tanti pericoli da affrontare; e quando alfine ci troviamo in camera, soli, al sicuro, chiusi nel cerchio del lume galeotto, ; anziché cogliere il premio sospirato, consumavamo la notte a guardarci negli occhi, a divorarci con gli occhi, ad amarci con gli occhi, soltanto con gli occhi. Ma è generosità forse, spreco, o non saggezza piuttosto e arte di capitalizzare la felicità? IL DESIDERIO INSODDISFATTO VENT'ANNI FA, OGGI è ANCOR VIVO IN ME, CHE ALTRIMENTI SAREBBE MORTO. E UNA MORTA FELICITA' COSA CONTA, IN CONFRONTO A UN DESIDERIO VIVO?”

Ho messo in grande la parte fondamentale e sottolineato la frase chiave. Una geniale raffinatezza quel pensiero, non trovate? Se ti amo consumo e non rimane più nulla. Se non accade il desiderio rimarrà in eterno in te... e questo accade al protagonista del film, eternamente legato a quella ragazza. Questo lei desiderava. Averlo per sé per sempre, e la via non era nella carne.
Il protagonista non comprende, ma è legato appunto, come stragato, e per sempre. … e io mi domando che senso ha per lui se alla fine non comprende. In questo sento il film inconcluso. Il cerchio non si chiude. Lui che capisce dovrebbe sorridere finalmente, e invece la pellicola si chiude con quel ricordo enigma puntato secondo me, con caduta di gusto, su gustose ghiandole mammarie.

Savinio ci fa sapere, da umile qual'è, che l'idea è di un certo Francesco Petrarca (sonetti XXI e XXII). Ma quel che il sommo ci racconta della sua Laura è calato in un'epoca nella quale si tendeva ad idealizzare la fanciulla una volta spirata. Così fa Dante e non solo appunto.
Savinio non sa, glielo comunico ora in sogno, che da queste righe da lui genialmente coniate poco prima della fine della seconda grande guerra, Savinio non sa dicevo, che ne è nata una sequenza di opere capolavoro poiché è impensabile che i suoi grandi contemporanei non lo leggessero visto che loro almeno sapevano che la sua sensibilità era oro puro. Inizia Pavese nel 1949, appena cinque anni dopo, con “Tra donne sole”,



 da questo Antonioni trae un bel film, "Le amiche" del 1955.



 Da Antonioni l'idea colpisce Tonino Guerra e in un libretto prodotto col disegnatore Mattotti intitolato “Cenere”, la ritroviamo.



 Ma Antonioni non è sazio dell'idea e la ricalcola, la ri misura nel film “Al di là delle nuvole”. Film a scene. In una di queste, una ragazza bellissima (Ines Sastre)



arriva alla fine nel letto con l'uomo che ama, ma non consuma e scappa, e la fuga è spiegata dalle parole di Savinio, ma non dal film purtroppo, poiché spesso Antonioni amava sottindendere rendendo la sua opera adatta ad una setta di sensibili legati al tempo della comprensione e dello studio, come ho accennato all'inizio. Il genio è una lunga pazienza, diceva Savinio. Il genio è tale perché non ha fretta e si prende tutto il tempo che gli necessita per tentare di comprendere non con l'intelletto, ma con l'anima che si trova in un punto invisibile a metà strada fra cervello e cuore. Non aveva fretta Antonioni, e nemmeno ne aveva Pavese. ne ha quest'epoca che così perde l'occasione di comprendere e ... comprendere è elevarsi. setta quindi, ma con la regola sola della calma, del tempo centellinato non a far soldi. regola che pochi hanno il coraggio di rispettare.



Il caso di Tonino Guerra con Mattotti è interessante. Una torre. Qualcuno che ambisce a raggiungere la cima, è la meta della sua vita. Arriva fino alla porticina ma non la apre e torna indietro. L'idea di Savinio quindi, legata all'amore, si fa qui regola generale di vita, e Tonino aveva ragone a pensarla così. Consumare è una forma di morte, di fine. Io da piccolo, da adolescente, scrissi una favoletta nella quale lo sceriffo della contea di Sherwood ha catturato finalmente Robin hood. Ma lo sceriffo, dopo una prima gioia non è soddisfatto, anzi, si rattrista e beve fino all'angoscia. Comprende che se Robin è preso la sua vita, basata su quella sfida, perde di senso e splendore. Libererà il rivale, in fondo per non morire lui stesso.

Ecco spiegato il film che ha vinto l'oscar. Avrei preferito un finale che rendesse più chiaro il contenuto. L'eccessiva sottigliezza potrebbe diventare invisibilità e penso che sia il caso del senso profondo di questa pellicola. Ora una domanda non sibillina ma onesta. Penso che il regista abbia letto Pavese e sicuramente visto i due film su quell'argomento girati da Antonioni. Potrebbe esser rimasto quindi bloccato da un senso non compreso, cosa che accade in chi vede quella scena de “Al di là delle nuvole”. Potrebbe aver omesso un finale più chiaro perché anche lui non sapeva e non sa spiegarsi quel comportamento della ragazza del film, comunque avvallato da mostri sacri come Pavese, Guerra e Antonioni. Questo penso sia accaduto, perché il libretto “Ascolto il tuo cuore città”, di Alberto Savinio è un capolavoro asssssssoluto, ma trascurato, oserei dire dimenticato....
Posso dire che di questo regista preferisco “Le conseguenze dell'amore”, titolo in fondo perfetto anche per questa sua ultima creatura che ha vinto l'oscar. In esso, l'amore e la fatalità, mescolati, hanno un esito grande e commovente. Tutti i conti tornano, il cerchio si chiude a livello di senso e ci sento una grande bellezza.... Ma poteva vincere l'oscar un film che non accondiscende nemmeno un po' al kitsch e alla volgarità? Ai significati sempliciotti accessibili anche ad emilio fede? se non fosse così l'Italia e non solo non esiterebbero a considerare "Nuovo mondo" di Crialese il capolavoro degli ultimi anni, ma capolavoro senza effetti, senza volgarità che parla di volgarità .... che bello il linguaggio indiretto ....

Solo un dubbio ho e lo ripeto: che il regista abbia letto e visto le opere col medesimo tema di Antonioni Pavese e Guerra e nulla sappia delle parole perfette di Savinio e quindi del senso profondo della scelta di quella ragazza, e dal film traggo la sensazione che anche lui Sorrentino, come il protagonista si domandi ... perché l'ha fatto, domanda che si è posto, immagino nella mia eccessiva fantasia, dopo aver visto la scena di "al di là delle nuvole".

post scriptum. Nella notte altri pensiero hanno condito l'argomento. Penso a "Lolita" di Mabokov. medesima situazione. due adolescenti. primo amore. sta per consumarsi ma dalla finestra della villa la chiamano. Lei partirà dal sud della Francia per proseguire le vacanze in Grecia e qui fatalmente morirà. Si crea in lui, nel ragazzo rimasto solo col suo desiderio inappagato, la condizione descritta magistralmente da Savinio.
Ebbene ... La situazione descritta da Savinio viene da un fatto vero a lui accaduto. Quella raccontata da Nabokov si suppone inventata ma sicuramente possibile. Il problema che "sento" nell'idea utilizzata da Antonioni prima in "Al di là delle nuvole" e in Sorrentino di recente, ha per me la colpa dell'impossibilità. Cerco di spiegarmi. A Savinio accade un fatto e l'esperienza di questo gli fa dedurre quel che dice.  ....Ma la ragazza del film, come la Sastre di Antonioni ... sono persone senza esperienza regressa, sono frutti fino a ieri acerbi e in fondo con un piede ancora nell'acerbità dell'adolescenza. Immaginare che la ragazzina di Sorrentino, neonata come donna, sappia quel che solo l'esperienza insegna!!! a quell'età gli ormoni sono grossi come conigli e la simbiosi fra spiritualità e carnalità fa dell'amore un tutt'uno irripetibile per intensità. Rinunciare è possibile, in grazia di quel ragionamento di Savinio, solo a chi sa, ha chi già ha vissuto quella situazione. Fare nell'arte cose prettamente mentali, non realizzabili nella vita, non possibili, secondo me ci sta, ma fino a un certo punto. Porto un esempio. Scena di Antonioni e Guerra: lei stesa sulla spiaggia. Dorme al sole. Un uomo la vede e si avvicina cauto per guardarla. Quando l'ombra di lui sfiora i suoi piedi lei si sveglia. Questa scena, di una delicatezza stupenda, va servita come corollario di una grande idea. E' un tassello di una sensibilità irreale che rappresenta per traslato qualcos'altro, ovvero la sensibilità della solitudine e forse anche dell'amore. Ma quando il nucleo fondante di un'idea artistica è irreale, impossibile ... come la facciamo riverberare nella nostra interiorità? come si trasforma in succo nutriente per l'anima? per la vita futura? La scena di "al di là delle nuvole" so per certo che lasciò di sasso il pubblico. Savinio dice, se proseguiamo la lettura di quel brano, che solo le persone grezze hanno bisogno di consumare e che una grande raffinatezza nel sentire porta alla sospensione dell'agire per mantenere il desiderio.  ... penso, come ho già detto, che possa accadere in una persona dotata di esperienza ed eventualmente sconfitta dalla vita. Non agire è anche evitare la vita per paura di farsi male....



lunedì 20 gennaio 2014

Le bugie della storia: La prima grande guerra e Waterloo


Quanto espongo è reperibile nel volume “Il secolo americano” edito Adelphi 1996 in Italia, e Grasset e Frasquelle, Francia, 1996.



Alvi fu segretario, presso la BRI (Banca Regolamenti Internazionali) di Ginevra, di Paolo Baffi quando questi era Governatore della Banca d’Italia. Questo istituto di consultazione internazionale, disponeva di una biblioteca notevole e accessibile, rigorosamente, solo agli addetti ai lavori. In essa la storia economica era oggettiva senza ombra di dubbio e quotidiani e enti simili, assolutamente non vi avevano accesso. Ebbene, Alvi ci racconta che, con il consenso burbero, ma solo in apparenza, che sempre si stemperava in un sorriso furbamente accondiscendente, Paolo Baffi, lasciava che facesse ricerche libere, e di esse poi dialogavano. Il libro rappresenta un ricordo dei fatti “scovati”.

Veniamo al dato storico. Lo spiegherò in modo breve per evidenziare la crudezza del contenuto. La Prima Guerra Mondiale è l’argomento che si analizza. Porterò alcuni brani direttamente dal testo (Alvi – Il secolo americano – ed. Adelphi -):

“Dal tesoro di Sua Maestà dipendeva la sorte economica dell’Intesa.” (p.19)

Ammissione del segretario al Tesori di Washington: “Per mantenere la nostra prosperità dobbiamo finanziarla, se no terminerà, e sarebbe un disastro.” (p.21)

“Una Inghilterra estenuata e senile, che dipendeva ormai tutta dalle energie venali d’oltreoceano.” (P.23)

“Entro il marzo del ’17 i titoli e l’oro per pagare le importazioni dagli Stati Uniti, sarebbero, questa volta, davvero finiti.” (p.24) (soldi, aggiungiamo noi, che servivano per sovvenzionare la costosissima guerra)

“Da una breve lettera del governatore della Federal Reserve di Washington; = Non posso sfuggire alla conclusione che gli Stati Uniti hanno in loro potere di abbreviare la guerra a seconda dell’attitudine che assumono in quanto banchieri =. Vi si aggiungeva poi che gli acquisti alleati e i prestiti che li finanziavano generavano inflazione; e dunque non si poteva ancora per molto assecondare l’Intesa.” (p.25)

“La banca Morgan era dal 15 gennaio 1915 l’agente degli acquisti di guerra inglesi negli Stati Uniti. Sommandosi all’incarico di agente finanziario del Tesoro inglese, quest’ultima esclusiva aveva mutato la Morgan and co. di New York in un ministero de facto del governo di Sua Maestà. … E coordinava di fatto tutte le operazioni inglesi a Wall Street.” (P.27)

John Pierpont Morgan Junior, era più ricco dello stato, gli USA, del quale era cittadino.



Non era l’Unico, Rockfeller, Vanderbildt sono altre due “Casate” altrettanto capaci. L’intesa non poteva chiedere prestiti allo stato americano poiché esso si era dichiarato neutrale e si asteneva da ugni investimento che incentivava la battaglia in corso. Il presidente Wilson, quando si rese conto che L’intesa si rivolse al più potente e spregiudicato banchiere americano, fece notare che quell’azione era in contrasto con la linea intrapresa dallo stato, ma lui era il meno potente …

“… dei molti libri dedicati, fra le due guerre, dagli storici americani, alla fine della neutralità del ’17. Sbrigativi, essi attribuivano ai banchieri di Wall Street e al tornaconto degli Stati Uniti, la prima causa della dichiarazione di guerra. Le ricerche minutissime negli archivi non hanno aggiunto da allora novità eclatanti; eppure adesso questa spiegazione è dimenticata, talora citata per essere troppo ingenua.” (p.33)

Scrittura privata del consigliere Robert Lansing indirizzata al presidente Wilson databile alla metà del ’15: “Alla Germania non deve essere concesso di vincere la guerra … questa necessità basilare dobbiamo sempre tenerla a mente … La pubblica opinione americana deve venir preparata, per il momento, che potrebbe venire, in cui dovremo disfarci della neutralità …”

Lettera di Wilson al colonnello House: “ A guerra finita possiamo costringerli al nostro modo di pensare.” (P.40) (soggetto, la Gran Bretagna, e per esteso, l’Intesa)

Questo frammento estrapolato dalla missiva rivela il ruolo di completa subalternità economica che giocheranno vari stati europei al termine della prima grande guerra, diventando di fatto mercati della merce americana e senza la possibilità di deciderne il prezzo che veniva gonfiato.

Bene. Anzi, male. Prendiamo un libro qualsiasi di storia della scuola secondaria in Italia, oppure del medesimo ciclo di studi in un qualsiasi stato europeo e di queste notizie, di questi dati oggettivi, non troveremo traccia. E si può uscire da un corso di laurea in storia contemporanea alla Sorbona, come ad Halle o a Bologna, rimanendo vergini completamente, di questa verità storica. Questa visione distorta, deviata, mondata che viene offerta, delle responsabilità di quell’epoca, ci porta a percepire il ruolo negativo dell’alta finanza, nella crisi in atto, come un evento nuovo. La percezione di una continuità nelle speculazioni negli ultimi due secoli e mezzo, che oserei definire selvaticamente amorali, dell’alta finanza, sarebbe assai utile al cittadino-utente attuale per porsi poi un quesito che consideriamo irrinunciabile e per il quale umilmente ammettiamo di non avere risposta: “La democrazia dal primo dopoguerra in poi è stata suddita dell’alta finanza. Attualmente la situazione non sembra cambiata e in quel scivoloso diaframma che vediamo fra le leggi transnazionali e quelle statali, sentiamo passare opzioni che rappresentano interessi che non si curano del benessere del cittadino. Come pensa la democrazia di riuscire a fare i conti, ad imbrigliare questo Leviatano invisibile?

Ebbene … ultimamente cito spesso Fitzgerald. Il suo volume autobiografico che l’editore rifiutò e che in Italia ha visto le stampe solo circa un mesetto fa, in un passo breve ma altamente sarcastico, che strappa almeno a me un riso amaro, tratta l’argomento Morgan e prima guerra (minuscolo sempre, perché un evento così tragico merita raccoglimento…). È la seconda conferma che incontro. Una di uno studioso, Alvi, che sento essere libero e quindi eretico, e un artista fra i più puliti del novecento.

E’ solo sulla consapevolezza della verità storica che si può tentare di organizzare un futuro almeno passabile. Quel che Morgan fece, e prima di lui altri, e dopo di lui ancora altri è presente anche oggi.

Non ci devono incantare telegiornali propaganda.

Penso anche che la verità non sia venuta a galla non per mancanza di volontà o per paura. Siamo abituati ad olocausti vari, alla strage dei kulaki (circa quarantacinque milioni di morti) attuata da Stalin, alle “depurazioni” di Mao eccetera. Non ci spaventerebbe questa verità se non per la constatazione per nulla difficile che quella ingerenza amorale non è certo terminata.

Ricordo un altro fatto storico che non è mai stato spiegato chiaramente, e in questo caso penso che il dubbio, la mancanza di certezza, sia servito agli studiosi per produrre migliaia di pagine utili. Si ricordi che il docente deve pur campare, e se non sforna novità …. Ebbene. Battaglia di Waterloo. Perché Napoleone perse? Trovate di tutto. Fortuna, calcoli sbagliati, distrazioni, il generale Ney che doveva disobbedire ad un ordine di Napoleone, ma aveva il difetto, che negava la sua genialità, e lo faceva ordinario, di obbedire ciecamente e sempre, questo per esempio ci narra Stefan Zweig in “Momenti fatali” …

Ma leggiamo quel che si scopre da uno scrittore acuto di nome Leonardo Sciascia:



“Ieri ho ricevuto da lui (Vitaliano Brancati) la fotocopia di una sua conversazione con Paul Valery pubblicata in cento esemplari nel 1957. Una conversazione sulla storia che comincia con questa battuta di Valery: Tutta la storia è un falso, e per conseguenza è inutile. Non ho mai subito la seduzione della storia.” E nel corso della conversazione fa poi un esempio. “Ho visto recentemente” dice Valery, una lettera autografa del generale sir Henry Shrapnel,



scritta quattro o cinque giorni dopo la battaglia di Waterloo, in cui dice: “Sono stati i miei nuovi obici a vincere la battaglia”. “Dunque”, commenta Valery, tutto quello che ci hanno raccontato finora su Waterloo è falso. Sono stati i proiettili di Srapnel – e cioè gli shrapnel di cui si è tanto parlato cent’anni dopo, nella prima guerra mondiale – a vincere la battaglia”.



Questa suggestiva rivelazione di Valery ha stimolato Lo Duca a cercare una prova; e l’ha trovata nella descrizione che Stendhal fa della battaglia ne “La Certosa di Parma”. Il lettore non ha che da controllare: quegli schizzi di terra fangosa che volano a tre o quattro piedi di altezza, non possono essere effetti della fucileria; si spiegano come effetti degli shrapnel. Ed ecco dunque che ancora una volta, un romanzo dice una verità che il libri di storia non dicono.” (da “L’adorabile Stendhal” ed Adelphi, pag 176/77).

E come non ricordare quell’azienda inglese, citata da Hugo, che anni dopo quella immane battaglia, rastrellò ossa di cavalli e soldati, li macinò e li vendette un po’ in tutta Europa come mangimi per animali? Qualcuno quindi, come non pensarlo, ha mangiato carne che si è nutrita delle ossa dei figli. Ma benedetta o stramaledetta economia senza morale!!!

E altre cose fanno sorridere … Sempre Napoleone. Campagna di Russia. Sembra che abbia ritardato l’avanzata per un attacco di emorroidi (fonte Luciano Sterpellone “Pazienti illustrissimi”).



Stava nella tenda a pancia in basso ad attendere che l’infiammazione passasse. Voleva guidare personalmente l’avanzata, e così partì con un mese di ritardo. Morale, Napoleone non fu sconfitto dal Generale Inverno … ma in questo caso gli storici li comprendiamo … ce la vedete su un libro di storia questa pur veritiera versione? Sorrido e comprendo, ma è roba di poco conto in confronto a quel che fece quel Morgan con la tacita approvazione di tutti i suoi colleghi finanzieri.


amen




sabato 11 gennaio 2014

"Il grande Gatsby": significato del romanzo





Dopo aver descritto alcuni aspetti de “Il grande Gatsby” in un post lettissimo anche oltreoceano, ora mi inoltro nella spietata verità che si cela nell'opera.

Si ricordi la frase eccezionale proprio di Francis Scott Fitzgerald e che ho scritta sui muri della stanza dell'insonnia: “Non si scrive per dire qualcosa. Lo si fa solo se si ha qualcosa da dire”. (taccuini). Aggiungiamo che la grande, la vera letteratura è un canto dell'anima, dell'io più profondo che abbatte, nello slancio della sofferenza tutti gli atteggiamenti letterari e intellettuali. Anima sincera. In questo caso anima morente. Anima morta.

La situazione di Fitzgerald che rivelerò con l'aiuto dei testi, rappresenta secondo me la constatazione di una morte dell'anima. Cosa rimane? Un io disorientato, senza la sua guida, e un corpo che non può non tendere all'annientamento.

Inizio dalla cronologia della vita dello scrittore che si trova nella edizione dei Romanzi edita da Meridiani Mondadori: “Congedato nel febbraio del 1919, va a New York, ma intanto , nel marzo del 1918, aveva portato a compimento il suo primo romanzo, “Il romantico egoista”, che dopo essere stato corretto, respinto una prima volta dalla casa editrice Scribner's, riscritto, viene finalmente accettato dallo stesso editore (16 settembre 1919) e pubblicato col titolo “Di qua dal Paradiso” (26 marzo 1920). Quasi contemporaneamente all'uscita del suo primo libro, sposa Zelda Sayre (3 aprile 1920), appena ventenne, figlia di un magistrato, di cui si era innamorato all'epoca del soggiorno in Alabama per il servizio militare (1918). Respinto da lei quando, al primo invio il romanzo era stato rifiutato e gli venivano rifiutati pure un centinaio di racconti inviati a giornali e riviste) ora egli può farne la compagna di anni che saranno memorabili … “

L'estensore di questa cronologia ha la sensibilità di una lima da ferro passata su una pupilla! Mi spiego. Lui la ottiene la ragazza, ma come credere che non ci sia una macchia, un' “incrinatura” che renderà quella conquista, per sempre in fondo, un fallimento? La situazione ideale sarebbe stata ottenere un si per amore, e non perché il reddito e divenuto adeguato! Se a questo ero arrivato da solo, (sono un maschio, ci son passato anche da ragazzo da quella sconfitta e so di tanti, troppi casi simili, che definirei col termine umiliazione), se a questo ero arrivato da solo dicevo, la recentissima pubblicazione in Italia (Donzelli editore, “Good Luck and good Bye”)



di un testo autobiografico che l'editore Perkins rifiutò nel 1936, giudicandolo poco interessante, ci offre, direttamente dalle parole dell'autore, il significato che ho sottolineato. Il capitolo si chiama “Incollare i pezzi” ed è un capolavoro di sincerità ed immediatezza. Eccone alcuni passaggi: “In un precedente articolo, l'autore di questo testo parlò di quando si accorse che la pietanza che aveva dinnanzi non era quella che aveva ordinato per i suoi quarant'anni. In realtà, siccome lui e la pietanza erano tutt'uno, egli si era descritto come un piatto crepato, di quelli che ti mettono il dubbio se tenerli o buttarli via”.

Sta parlando di se stesso. L'incrinatura … sente di essere un oggetto, un piatto, ormai secondario e che si potrebbe gettare. Ma cosa lo ha reso un piatto incrinato? E ci descrive due accadimenti. Il primo fu una breve malattia a vent'anni che risultò poi essere una leggera forma di tubercolosi. Dovette assentarsi dall'Università e, oltre a rimanere indietro di un anno con gli studi, perse il ruolo di presidente del Triangle club, e la possibilità di realizzare una commedia musicale. Il successo sociale insomma verso il quale sembrava ben avviato, fu annullato da quel problema di salute.

E … genialmente, Fitzgerald ci dice una cosa di una profondità tale che non posso non commuovermi anche quando la rileggo per la centesima volta: “In un solo pomeriggio di marzo mi parve di aver perduto tutto ciò che desideravo, e quella notte, per la prima volta, diedi la caccia allo spettro della femminilità che, per un breve momento, fa sembrare senza importanza tutto il resto.”

Facciamo prima due conti col calendario in mano. L'autore aveva vent'anni? Allora siamo nel 1916! Si tratta di Zelda? Ci sta parlando di lei? No, perché la conoscerà in Alabama nel 1917/18. Nella fredda e troppo intellettuale cronologia che ho usato prima, al 1916 trovo quanto segue: “dopo la chiusura dell'anno accademico vive mesi di cupa tristezza, aggravati dal fallimento della sua prima relazione amorosa con una bella, brillante e facoltosa ragazza, Ginevra King di Chicago.” Poco prima la cronologia ci parla anche della convalescenza avvenuta nel medesimo anno poco prima di questo triste fallimento.

Tiriamo le somme … Due tentativi frustrati per il medesimo motivo. Il fatto di essere precario economicamente. Ci dice anche, E QUESTO E' GENIALE!, che dopo la prima incrinatura, quella causata dalla malattia che portò al fallimento delle sue ambizioni sociali così ben avviate, in quel momento di fragilità, l'importanza della femminilità si amplificò diventando un'ancora di salvezza … ma la definisce spettro, quindi qualcosa di irreale se visto da fuori, o dopo la depressione. Se lo stato della mente è alterato, alterata sarà anche la soluzione che si escogita...

Ma questo meccanismo … fu solo suo o è di tutti? Chiudendo un triste occhio sul fatto che il gentil sesso ha un senso pratico a volte troppo invadente e che travolge istanze morali … se immagino una donna nella situazione della prima incrinatura, ovvero malattia che blocca ambizioni ben avviate, vedo la possibilità nel medesimo rifugio sentimentale nello spettro della mascolinità... La sento insomma come una regola generale che riguarda quelle donne che non fan calcoli coi sentimenti e hanno momenti fragili. Le altre, quelle col pallottoliere in mano, donne non sono.

A questo punto la seconda incrinatura. Fitzgerald si innamora di Zelda che attende il responso dell'editore per concedere la sua mano. L'editore dice no e Fitzgerald viene, come possiamo dire? Licenziato? Buttato via? Mah. … Ma lui combatte! Le riviste rifiutano un centinaio di racconti e lui non si arrende! Corregge anche il romanzo rifiutato e riesce ad ottenere la pubblicazione. Torna da Zelda (e questo per me fu l'errore della sua vita...) e ottiene il si per sposarla.

Perché penso che tornare da lei fu l'errore della vita? Era lui che amava l'amore, lei prima di tutto la sicurezza, l'agio, le comodità. Secondo me Fitzgerald, carico di entusiasmo per la pubblicazione e immerso in un'azione frenetica di correzione e contatti con le riviste, calato nell'azione in modo troppo forte, non ha meditato. Quando si è sposato e, nella calma successiva ha osservato la moglie nel sonno, mentre lui insonne faceva calcoli per il bilancio famigliare (non sto inventando, nel libro appena uscito da Donzelli, lo cogliamo), si è reso conto che lui aveva agito per amore, ma lui solo e se avesse dato tempo al pensiero, cosa che fanno in pochi, avrebbe evitato quel matrimonio tomba.

Parole di Fitzgerald: “l'altro episodio (l'altra incrinatura) … si era verificato dopo la guerra, quando avevo di nuovo esposto troppo il fianco (sottinteso al femminile). Era uno di quegli amori tragici segnati dalla mancanza di denaro, e un giorno la ragazza (non nomina la futura moglie...) vi pose fine in nome del buon senso. Durante una lunga estate di disperazione, anziché scrivere lettere (a lei), scrissi un romanzo, e andò a finire bene, ma andò a finire bene per un'altra persona. (andò bene per la futura moglie. Si noti comunque che questa frase fa comprendere anche che non andò bene per lui...). L'uomo con in tasca la moneta sonante, che un anno dopo sposò quella ragazza, avrebbe sempre nutrito un'inveterata sfiducia, un risentimento, verso i benestanti.”

Questo risentimento si trasformò in adulazione sconcertante e Hemingay criticò queste situazioni trovandole meschine senza cercare di comprenderle.

Ma proseguiamo la lettura delle dirette parole dell'autore! “Negli anni che seguirono, non ho mai smesso di chiedermi da dove arrivassero i soldi dei miei amici, ne di pensare che, in un qualche momento, poteva essere esercitato una sorta di droit de seigneur e avrei dovuto cedere la mia ragazza ad uno di loro”.

Non lo trovate spaventoso? L'angoscia del guadagno continuo. Se non hai soldi non meriti la donna e chi ne ha, chi non è in affitto e ha la casa, chi ha il lavoro sicuro, per entrare col paragone nei nostri tempi, e chi ne ha dicevo, di soldi, potrebbe esercitare un “diritto del signore”, del ricco, e portarti via la donna.

Accade. E lo sappiamo. La cogliamo la situazione dolorosa e continua di Fitzgerald?

Si prenda ora in mano “Il grande Gatsby” e si legga quella che di solito è l'ultima riga della prima pagina: “Il senso della dignità fondamentale è distribuito con parzialità alla nascita.”

Questa frase, che è un macigno, contiene il destino dello scrittore, che ricevette all'origine della vita, una dotazione di dignità insufficiente per potersi permettere … un amore. E si tratta dunque di dignità ferita che potremmo definire anche col vocabolo umiliazione.

ma.. se questa frase la si legge in apertura del romanzo... quanto troveremo di autobiografico, di legato ai due fallimenti femminili per carenza di soldi, nella trama?

Prima però tiriamo le somme su quel che gli accadde nella vita reale: La prima lo rifiuta e lui crolla. La seconda lo rifiuta e poi dice di si quando arriva coi soldini. Dignità ferita due volte.

Osserviamo cosa accade a Jay Gatsby nel romanzo. Era soldato come Fitzgerald quando conobbe Daisy. (Prendo ora frammenti dalla traduzione Mondadori della Pivano): “Daisy Fay aveva diciott'anni … ed era senza discussione la ragazza più nota di tutte le fanciulle di Louisville … quel mattino arrivai davanti a casa sua, lo spider bianco era fermo vicino al marciapiede. Daisy vi stava seduta con un tenente che non avevo mai visto prima. Erano così assorti l'uno nell'altra … L'ufficiale, mentre Daisy parlava, la fissava come tutte le ragazzine desiderano essere fissate una volta o l'altra … ciò accadde nel 1917. (Fitzgerald conobbe Zelda e visse situazioni simili, nel 1917/18) ( e poi Gatsby partì per la guerra in Europa e Fitzgerald per caserme negli USA). Strane voci circolavano sul suo conto (di Daisy): come la madre l'avesse trovata durante una notte d'inverno mentre faceva le valigie per andare a New York a salutare un ragazzo diretto oltremare; le venne impedito di farlo, ma per parecchie settimane non parlò più con la famiglia.”

Conosciamo anche la versione di Gatsby, che parte per la guerra con l'intenzione di morirci perché sa che la famiglia di lei rifiuta il loro rapporto. Ecco un tassello differente fra la vicenda dell'autore e quella del romanzo. Daisy, ne esce salva. E' stata la famiglia a impedire. Nella vita fu Zelda …la fidanzata medesima. Purificando il ruolo femminile, eliminando la colpa diretta, Fitzgerald ottiene una maggior purezza anche del dramma di Gatsby. Se la ragazza è innocente si può parlare di fato, di destino … E Fitzgerald, secondo me, non per calcolo intellettuale, ma poiché era giunto alla radice prima della sofferenza e della consapevolezza della di questa, agì nella creazione della trama, semplificando in un modo che non può non ricordarmi la tragedia greca. Siamo all'ultimo momento di un fatto lungo cinque anni. Dell'amore nato con Daisy sentiamo raccontare dal “coro” delle voci del romanzo e ci troviamo in quel presente scenico di carta che tira le fila della conclusione che è tragica e con morti, come un buon greco antico pretendeva … per catarsi.

Amo pensare che una trama così perfetta, semplificata, sia un'operazione non calcolata ma che si tratti di colpi di scalpello della sofferenza che semplifica per mostrare le poche facce potenti, abbaglianti del dolore puro che si è vissuto. Fitzgerald ricrea e rivive la sua incrinatura e il suo alter ego, Gatsby, muore. Rimane puro fino alle fine e la sua morte, che sa di sacrificio, è la descrizione della morte dell'anima dell'autore. Egli ora, è consapevole di essere un piatto incrinato, che si usa ma si potrebbe anche gettare. Un corpo quindi e un io senza la guida dell'anima che si annichiliscono per il bilancio economico perché altrimenti scatta il terribile “diritto dei signori”, e l'alcol, che ti da sul momento la forza di mantenere il ritmo e di non pensare, ma l'artista pensa anche quando non deve e non vuole … 

Ecco delle parole stupende e sue che lo rivelano: “Dunque, la cura abituale per uno che è affondato (incrinato...), sta nel pensare a chi vive una condizione di vera indigenza o di sofferenza fisica; è un toccasana contro la depressione in generale che va bene per tutte le stagioni, oltre che un consiglio quotidiano alquanto salutare per tutti. (/)
Ma alle tre di notte, un pacchetto dimenticato assume la stessa tragica importanza di una condanna a morte, e la cura non giova - nella notte fonda dell'anima sono sempre le tre di notte, giorno dopo giorno -”.

Stupendo. Ho messo un a capo (/) per dividere la frase in due nuclei di senso. Il primo nucleo, sa di essere meschino. Sa che rinfrancarsi pensando a chi sta peggio è un rimedio superficiale, da popolino, e infatti nella seconda parte, ci mostra la depressione, l'insonnia, abissi che conosco personalmente, e ci dice che in quei momenti eterni, un nonnulla diventa morte dell'anima. Lui dice buio, ma il buio è nella tomba, non nella casa viva.

Eccovi consegnata l'anima di un capolavoro. Alcuni oltre che apprezzarlo minuziosamente come opera artistica indiscussa, alcuni, dicevo, soffriranno, poiché di donne come Zelda è pieno il mondo e l'incrinatura che si ha, se letta, non fa star meglio, ma potrebbe farci sentire puri, migliori di chi ha ferito, come puro sentiamo essere Gatsby. Ecco la letteratura che definisco utile come una medicina! E che non si legga il romanzo una volta sola! Bisogna entrare non solo nella trama, ma nelle sfumature di una scrittura che nulla lascia al caso e che è una vetta profonda dell'umanità

amen


giovedì 5 dicembre 2013

Paul Auster: "Mr Vertigo", "Uomo nel buio" e "Sunset Park"


Intendo parlare del romanzo “Sunset Park” e descriverò anche i difetti che “sento”. Premetto che per me parlare di difetti, non vuol dire che siano per forza di aspetti negativi. Son differenze di stile e di contenuto che non sento miei, che considero o superati o superabili e poi si tratta di un discorso di contenuti letterari suscettibili di crescita, di evoluzione.

Questo volume, pubblicato in Italia da Einaudi, è del 2010.
Parla di un presente che per noi è ancora pienamente tale, la crisi economica. In un modo di vivere che consuma anni come se fossero epoche, un testo che descriva una situazione contingente nel 2010 e che sia valido, attuale, ancora parte viva del presente, verso la fine del 2013, già promette bene. Dico subito, per scacciare i sospetti di un mio intento critico negativo, che Paul Auster per me è degno del Nobel, di quel Nobel, se esiste ancora, che premia la qualità e non la moda o la scelta politicamente corretta.

Tre libri suoi ammiro molto. “Mr Vertigo”, “Uomo nel buio”, e appunto “Sunset Park”.

“Mr Vertigo” narra una vicenda fantasiosa e godibilissima alla lettura.
Si tratta comunque di un tema tremendamente serio che merita di essere affiancato, nel contenuto più alto, al “Lamento di Portnoy” di Philip Roth, del quale è secondo me migliore anni luce. Un bambino che vive di espedienti e ha dietro una famiglia distrutta, viene scelto da un fantomatico signore di origine ebrea ungherese. Questi conosce l'arte della lievitazione e gli serve appunto un bambino per farlgliela praticare come spettacolo circense e di piazza e guadagnare soldi. Lui lievitava da bambino e sa che una volta adolescente, con lo sviluppo sessuale, questa capacità si perde. Ora … ci si deve immergere nel senso che va al di là della trama che è ben inventata ma non intende semplicemente farci divertire … e non è semplice. Mi spiego. Quel dono, la lievitazione, era tipico della cultura ebreo chassidica che si basava sui rabbini detti santi e dotati di poteri magici. Un residuo quindi della spiritualità, viene abbassato a tecnica per produrre soldi. Viene svilito, trasformato, dalla sua origine religiosa e simbolica, dono del sacro a chi ha fede, in mentalità americana, e sappiamo che quest'ultima ti considera arrivato se fai i soldi, non certo se sei felice ed eventualmente felice per mezzo del sacro.

Un capolavoro. In questo testo Auster si è lasciato completamente andare ad un'immagine che contiene tutto un salto epocale affrontato dalle radici della sua stirpe. Un salto che sente anche involontariamente suo, poiché egli ora, nel mondo fatto di calcolo economico che il bambino del romanzo deve saper affrontare, ci vive e non certo bene. Il libro sancisce una differenza di stile di vita, di contenuti esistenziali fra l'autore e lo stato in cui vive (gli USA). Accadde a Kafka qualche mese fa nella Praga popolata da ebrei ormai assimilati ma ancora con nonni santi e frammenti di religiosità ormai incomprensibili ma affascinanti. Accade oggi a Paul Auster.

Questa linea di scrittura approda a “Uomo nel buio” che io considero il capostipite, forse per la letteratura americana contemporanea, di una “scrittura bloccata” che ha la sua origine, forse indipendente, in “Vergogna” di Coetzee, Nobel del Sudafrica e mai come con lui quel premio si è riabilitato da tante scelte degne di emilio fede (minuscolo voluto meditato e meritato...)

Di “Uomo nel Buio” non mi interessa dire molto della trama se non quanto segue. Un nonno e una nipote sono bloccati. Due generazioni distantissime che approdano per vie diverse alla medesima incapacità esistenziale. La vita non fluisce più. I motivi sono enormi ma individuali.

Ora “Sunset Park”, nel quale i motivi individuali, nonostante la crisi economica descritta, e che è quella nella quale ancora sguazziamo, i motivi individuali dicevo, con fatica prendono una direzione, hanno voglia di vivere, la ritrovano e progettano. Ora, Paul Auster ha compreso che la vita non si blocca per un meccanismo interno come in “Uomo nel buio”, ma in effetti è l'esterno, la società che non rende possibile nulla con dignità.

Il legame col testo citato di Coetzee, “Vergogna” è nell'innesco della vicenda.
Qui un docente universitario viene pesantemente criticato perché ha una storia (vera e non rapace) con una sua studentessa. Lui si irrita con l'istituzione e lascia l'incarico perché non tollera che una scelta personale, della quale deve rendere conto a lei e alla propria morale, venga criticata dal mondo esterno. Siamo con lui. “Sentiamo” che ha ragione e sottolineo l'importanza dell'istanza morale che spiegherò con un “secondo me” tra breve. La sua scelta di vita si fa estrema alla fine del libro. Accetta di fare l'unico lavoro nel quale avverte ancora la presenza di un mondo morale umano, sensato. I cani devono essere portati dal canile alla soppressione. Questo assurdo rito innescato dal calcolo economico, che va contro alla vita, in questo caso di uno degli animali più capaci di affetto, non può essere impedito dall'ex docente, da un uomo solo. Lui può solo metterci il cuore, caricarli sul mezzo, far compagnia, essere presente, affettuoso …. UMANO … nell'accompagnarli alla morte ingiusta.

U N C A P O L A V O R O!

La nostra epoca, il mondo a noi esterno è così. Ci vuole così, senz'anima, senza cuore, senza sentimenti, semplicemente calcolatori della convenienza basandoci sulla monetizzazione.

Ora “Sunset Park”. L'affinità di trama con “Vergogna” risiede nel partire da una istanza sentita dalla comunità, che così appare come ente destabilizzante, come immorale. Lui, ventotto anni, ha una storia d'amore (vera anche questa, non dettata dall'istinto), con una ragazza di diciassette anni. L'età scelta è subdola e importante. La legge dice che a diciotto si è maggiorenni, ma la vita molte volte ti offre percorsi che anticipano e ritardano quella maturazione. Chi non conosce persone adolescenti di quarant'anni? La loro vita di coppia deve strutturarsi su un'attesa della maggior età di lei. Partenza quindi da una falsa istanza morale. Essa approda poi ad un finale violento. Il ragazzo si trasferisce a New york da un amico che ha deciso di entrare e abitare abusivamente a Sunset Park, in una casa disabitata. In fondo non fanno male a nessuno e sopravvivono cercando di darsi una dignità e risparmiando qualcosa.
La vita sembra innescarsi, così, a piccoli timidi passi, ma poi arrivano le forze dell'ordine, arriva lo sgombero, un gesto cattivo e insensato poiché l'edificio era vuoto e lasciarlo così per speculazione quando c'è gente che non sa come vivere, come far tornare i conti e lotta coi centesimi … è senz'anima, come di fatto la nostra epoca dimostra di essere. Lo ripeto; ai governi interessano i bilanci economici, a noi individui quelli del cuore …

E ora descrivo quelli che sento come difetti del libro. La scrittura è fredda. Qualcuno osserva quel che accade ad alcune persone e la formula letteraria, troppo intellettuale secondo me, troppo calcolata a tavolino, si basa sui “lui dice” “lui fa” eccetera ferisce un testo che vuol rivelare l'assenza delle possibilità del cuore. Il problema è mio, ma solo fino a un certo punto poiché so che quel tipo di scrittura va di moda e ho in odio tutto ciò che nell'arte si fa prendere da quell'assurdo feticcio esteriore. Io sono all'opposto e metti l'io e il tu. Per me la situazione descritta dal libro di Auster è chiara da quando ero un bambino. In me quindi vince la ricerca di quei particolari che rendono gesti e comportamenti, altrimenti freddi, e solo pratici, saturi di poesia, di un senso che dovrebbe commuovere. “Le rose abbandonate” (presente nel blog) è un esempio di come la concretezza di un agire può divenire poetico. Odio quelle vite che si arrendono agli aspetti pratici e non lottano per qualcosa di più. La vita non è avere una casa e un lavoro. Quelle sono situazioni che vanno create spesso con dispendio di tempo, ma è la costruzione interiore che va sempre salvaguardata. Una casa per esempio, è un'entità fredda se vi entrano esseri legati agli istinti e alle esigenze concrete organizzative. La casa diventa un simbolo enorme se si parte dall'amore e con esso si costruisce. La piantina di rose del racconto, erano cariche di valore simbolico. Qualcuno, una lei, parte, non si possono portare con sé. Come fare per mantenere un senso elevato e non ridurle all'oggetto rosa? Questo nel raccontino tenta di accadere. Chi legge, così mi è stato detto, è in accordo con la ragazza e con la sua irritazione. Si è ormai talmente estranei alla sensibilità che non si pensa possa esistere se non in rarissimi casi nei quali anche una pietra potrebbe, ma non sempre, palpitare. Il lettore, quando scopre quali soluzioni erano possibili, comprende quanta poesia manca al suo essere vivo, al suo essere troppo pratico e poco … umano.

Sto elaborando attualmente, sempre in quell'ottica, un'idea innescata da una penna a sfera. Si tratta di una Montblanc Toscanini. Spesso la uso e ho immaginato che una persona ricevesse un dono del genere dalla persona che ama. Come può, il ricevente, esaltare quanto ricevuto e introdurre un significato aggiuntivo e delicato? Ecco a cosa sono approdato. Lui, dopo aver ricevuto il dono, si impegna a trovare un'altra penna uguale. Non è facile perché si tratta di una tiratura limitata non recente. Riesce nello scopo e la accompagna un giorno al treno o all'aeroporto. Lei parte per un breve viaggio, una breve separazione. Lui dice che ha un dono e le offre la penna. Lei si adombra. Lui aggiunge. “Sai che ti amo, quindi pensa positivo”. Lei non capisce e lui dal taschino prende la seconda penna e gliela mostra. Lei chiede perché lo ha fatto. Lui sorride, prende le due penne e le mette dietro la schiena. Gliele mostra di nuovo e chiede se è in grado di riconoscere quale è quella che lei ha donato da quella che ha appena ricevuto. Lei perplessa risponde che ovviamente non può distinguerle. Lui allora risponde così. “Bene. Ora non sono più una penna tua e una mia … sono nostre … prendine una”. Io penso che questa sia la delicatezza che manca alla vita di oggi. Anche “Ciliegi in Fiore” e “Dieci quaderni” (presenti nel blog) sono stati concepiti in quest'ottica.

Paul Auster ci mostra il mondo bloccato ed è secondo me ad uno stadio di consapevolezza che dovrebbe essere superato da un , poiché questa società men che schifosa, ci massacra ormai dal secondo dopoguerra. Meglio tardi che mai, dico.

Coetzee si pone ad un livello superiore e con una scelta esemplare perché estrema. Egli dimostra che la soluzione individuale deve andare nella direzione di un agire carico di senso morale.

Io agisco e scrivo, con piccoli gesti possibili, fattibili. Se non è un oggetto ricercato come la Montblanc Toscanini, può essere un più comune pelouche, e in fondo qualsiasi altro oggetto.

Vedete, per me la morale è la regola fondante della relazione fra persone, che si tratti di amicizia o amore o rapporti parentali, è sempre la medesima faccenda, e questa regola, come ci dimostrano Coetzee con la studentessa universitaria e il professore, e Auster col ragazzo e la diciassettenne, deve esser dotata dalla nostra elaborazione interiore di valori e non dall'acquisizione non meditata di valori esterni, della società appunto. Le basi della morale sono secondo me la lealtà (che se disattesa si chiama purtroppo tradimento) e l'assenza di bugie. Questi due dati distruggono. Quel che si ottiene è un essere non più umano, capace solo di essere rapace in relazione alle sue più o meno elevate esigenze. Spesso poi, quest'ultime sono legate a istinti primari come il bisogno di sicurezza o il sesso per portare due esempi semplici. Il sesso è un istinto che, se non guidato dalla mente, sa essere solo tremendo, solo una fame. Per esso si strutturano le strategie più laide e complesse. Ci si maschera da innamorati e si promette il mondo, ma essendo partiti non dal cuore, ma dall'istinto appunto, che guida tutto il nostro agire quando non è retto da pensiero e sensibilità. Accade allora che una volta appagato, si spenga la motivazione scatenante e la recita si riveli facendosi farsa.

Questo esempio comunissimo e che non vede il solo colpevole in chi si lascia guidare dal solo istinto ma anche in chi, sempre per mancanza di meditazione e sensibilità, pretende di trovare d'impulso in pochi segni superficiali il riflesso di ciò che si desidera, ad esempio l'approdo ad una sicurezza socialmente intesa ma non individualmente sensata, e che quindi senza ombra di dubbio non parte dal cuore che quando parla, alla fonte della sensibilità immancabilmente ci accosta … un accostare che non basta, perché il pensiero si muove in una versione del tempo che definirei atemporale, mentre le esigenze quotidiane premono con forza sui nervi dell'orologio, sui giorni che passano, sulla fretta di ottenere anche quel che con la fretta mai verrà bene. Questo esempio comune dicevo, ci dimostra che le vite bloccate di Auster sono ancora una reazione impulsiva, una constatazione sofferta e non meditata, un prendere atto, che per ora non evolve in strategie di sopravvivenza.

Io ora semino piccoli gesti. In racconti come “Peter” e “Kopf” (nel blog) prendo atto di come va il mondo in modo estremamente simbolico, grottesco e violento, ma poi cerco una soluzione, cerco di elevare il senso di piccoli gesti quotidiani, e utilizzo un vasetto di rose, una penna. Miro a far sentire la mancanza della poesia nella vita spicciola di tutti i giorni e, nonostante le batoste, non demordo, perché senza poesia la vita puzza di morte.

Paul Auster scrive e scriverà ancora. Spero che nella sua letteratura inizi comunque la ricerca di soluzioni, di strategie possibilmente individuali. Attendo con fiducia poiché “sento” l'evoluzione dei suoi contenuti. Potrebbe anche soccombere a questa sensazione di blocco, ma spero che non accada perché sa scrivere, ha qualcosa da dire, e … non è solo.