martedì 26 gennaio 2016

Kapo



KAPO



La fascia andava portata al braccio sopra la divisa del campo. Il Kapo era un prigioniero come gli altri, ma per i soldati tedeschi del campo era la figura alla quale dare ordini ai quali doveva poi obbedire tutta la baracca.

La ricevetti all'età di circa dodici anni e come accadde merita di essere raccontato e ricordato.
Due anni prima avevo conosciuto casualmente un ex deportato dei campi. Ero in Tirolo e con mio padre eravamo andati a salutare una anziana prozia. Casetta tipo baita delle favole, paesaggio incantevole e giornata di sole. Entrammo nel classico salottino con la Stube di ceramica e insieme alla prozia sedeva una coppia. Lui era magro e somigliantissimo ad Hermann Hesse, la donna di fianco a lui, che scoprii essere la moglie, era piccola sorridente e silenziosa. Ci sedemmo e quell'uomo, che per me era ancora uno sconosciuto, ci fu presentato. Dissero il nome e mi strinse la mano. Aveva una camicia bianca e maniche rimboccate. Ricordo che dal taschino spuntava una penna forse d'argento, che mandò un bagliore quando si sporse in avanti per i convenevoli. Quando recuperò la posizione normale e l'improvviso lampo si spense, vidi al braccio, i numeri tatuati. Non era, come scoprii poi negli anni da altri ex, riluttante a mostrarla. Sapevo di cosa si trattava, ma vedere quei numeri lì, davanti a me, mi bloccò. Non riuscii ad essere controllato. Fui forse maleducato, e li studiai minuziosamente. Lui se ne rese conto e avvicinò il braccio. Non sapevo cosa dire e cosa fare. Prese la mia mano e la portò su quei numeri. Mi disse “chiudi gli occhi … ecco, non c'è niente, non è successo niente”.
Li riaprii e ritrassi la mano come se mi fossi scottato. La prozia, il padre e la moglie dialogavano ma come in un sussurro. Avevano colto la situazione e non volevano essere d'intralcio. Ero un decenne curioso e leggevo molto. Sapevo dell'Olocausto e l'avevo presa assai male. Sono nato in Germania e amavo quella che allora consideravo e sentivo essere la mia patria. Non ci avevo dormito, non ci volevo credere. Per qualche settimana avevo pensato che si trattasse di una congiura contro il popolo più organizzato al mondo e che secondo me tutti invidiavano. Solo in Germania l'aria era nitida sempre, come dopo un temporale, e lo era perché tutto era in ordine, tutto era al suo posto. Niente cartacce, autobus in orario e non come a Roma che quando chiedevi a che ora passa ti dicevano quando lo vedi c'è!
Io, che mi sentivo tedesco non potevo accettare quella macchia.
Per questo, non esitai a fare domande. Dissi “mi racconti qualcosa, la cosa che più l'ha colpita”, ed usai il tono duro, inquisitore, di chi non vuole, non può credere, non è disposto a credere. E mi raccontò della fame. La brodaglia che quando andava bene aveva bucce di patate e quando andava male nemmeno quelle. Lui era vivo perché aveva un segreto. Mi chiese se volevo saperlo. Accennai di si col capo. “Andavo dietro la baracca, con i piedi facevo un minimo di buco, o c'era già quello che avevo fatto, e ci orinavo dentro; poi aspettavo, spuntava qualche verme e lo mangiavo. E lo mangiavo in fretta! Non volevo che altri lo sapessero. Anche i vermi erano pochi. Erano proteine”.
Ci fu un silenzio di ferro. Non mi ero reso conto ma nella stanza eravamo rimasti noi due. “Devi fare una prova se vuoi capire la fame. Ti basta un giorno di digiuno. Fai una cena leggera, leggera, mi raccomando! Poi vai a letto e la mattina dopo niente, solo un po' d'acqua e niente a pranzo. E poi, all'ora di cena scegli un cibo a caso, anche semplice come una fetta di pane e dai un morso. Il sapore dopo il digiuno non è lo stesso che si sente quando sei sazio. È una piccola esplosione, un godimento. Pensa ora all'effetto che può fare un cucchiaino di marmellata dopo una fame durata mesi...”
Mi raccontò che quando arrivarono i russi era uno scheletro con un po' di pelle, lo misero su una carriola e lo sistemarono in una baracca diversa, nuova, pulita, ma in quarantena. Quindi fame per non ricorda quanti giorni. E poi un ospedale e sua moglie, che era una di quelle infermiere e che si innamorò di lui … salvandolo, “perché mi mancava l'essenziale … la voglia di esistere ancora”. Mi raccontò dell'angoscia del cibo, degli incubi. Della fine quando gli altri, quelli che riuscivano ancora a muoversi, si abbuffarono e morirono quasi sul colpo, perché un corpo che non è più abituato a mangiare scoppia subito. E così, piano piano, cucchiaino dopo cucchiaino, nel giro di mesi che poi scoprì essere diventati anni, era tornato decente. Decente … a me sembrava ancora troppo magro, spolpato. Una figura bronzea di Giacometti. Si vedevano i tendini al polso e quelli del collo. Il pomo d'Adamo scendeva e saliva sotto la pelle, e il cranio sembrava osso senza pelle poiché aveva quelle macchie che di solito i vecchi hanno nelle mani. E tutto, dalle braccia, a … a tutto, sembrava fosse stato macinato, buttato su dei bastoncini, e poi tolto fino ad ottenere appunto un'opera viva di Giacometti. Questo comunque lo pensai anni dopo, lo penso ora, perché allora questo grande svizzero per me non esisteva.




Secondo lei perché l'hanno fatto ...” gli chiesi.
“Non lo so. Non so spiegare. In un'epoca si incrociano tante cose. Penso non ci sia un motivo solo …. sai, ora sto bene.”
Poi si alzò, mi fece cenno con la mano e uscimmo. C'era una panca davanti alla casa e la valle era stupenda nel sole del pomeriggio. Luce quasi radente, ombre lunghe. Si sedette. Battè con la mano sul legno e mi misi di fianco. “Sei curioso. Bello essere così. Io non lo sono più.”
Sua moglie, che ora mi sembrava irreale come una fatina, ci portò dell'infuso ai frutti di bosco e un dolce fatto in casa. Lo osservai mangiare. Cercavo di cogliere dell'ingordigia, qualcosa di anomalo, come quando i parenti e i preti di fronte al morente cercavano di cogliere, nell'attimo supremo, l'anima che prendeva il volo.
Mangiò normalmente, disse che il dolce era buono. Il padre uscì, salutò, io baciai la prozia e strinsi la mano a lui scrutandolo intensamente per l'ultima volta mentre la moglie-fatina era rimasta in casa.
Il padre durante la camminata di ritorno, non disse nulla. Immaginava sicuramente in quali sentieri si dibatteva il mio pensiero e lui ne era parte perché da anni, da quando ne avevo sette, stava morendo. Sapeva che lo sapevo. Sapeva che la notte sognavo di giocare a scacchi con la morte e che la partita non finiva mai e mi svegliavo con il terrore di perdere. Dipendeva da me, e non potevo sbagliare. l'aveva letto in un racconto che avevo scritto e nascosto in un mio libro che un giorno decise di leggere perché mi aveva turbato; era il Moby Dick di quel capitano Achab che si apprestava a combattere una battaglia che sentivo assurda perché perduta in partenza. troppo forte la balena bianca, troppo fragile, indifesa, la nave del capitano. Me lo raccontò qualche tempo dopo, che l'aveva letto il mio racconto dove giocavo a scacchi con la morte, me lo disse una sera che si giocava a scacchi e non riuscì a terminare perché il male come una carie, lavorava minuziosamente. Me lo disse così, con una strana leggerezza, come quando si parla della pioggia di domani.
Passarono due anni. E di nuovo fui in Tirolo, con mio padre che ormai somigliava ad uno dei campi. 

La prozia ci riceve e sembra ieri. Il medesimo sole, la valle stupenda. Lui è li nel salotto con la moglie-fata e penso che l'amore funziona solo quando un uomo è completamente indifeso perché è della donna l'istinto di salvare, fa parte dell'istinto materno, fa parte di qualcosa che immagino, temo e non conosco. La osservo e nel frattempo stringo la mano col numero.
Hai letto qualcosa sui campi?”
Si, ma ho sempre l'impressione che scrivano certe cose perché sanno che vendono.”
Giusto. Tutto sta diventando mercato. Tutto ormai ha un prezzo, e anche le sofferenze rendono. Pensaci. Gli artisti raccontano le loro, gli storici e i cinici, quelle degli altri.”
Ma allora per lei uno storico è un cinico?”
Penso di no. Probabilmente sarà anche in buona fede, ma secondo me si possono raccontare solo le cose che si son vissute.”
Mi chiede se ho provato a digiunare.
Gli dico che l'ho fatto due volte. La prima volta, giunto a sera, come mi aveva consigliato lui, decisi di mangiare un cracker … ed ecco che appena le briciole entrarono in contatto con la lingua, il sapore, che di solito era qualcosa di appena accennato, lo colsi più forte, più rotondo, pieno di sfumature. Già al secondo pezzo l'effetto non era più così coinvolgente.
Provai poi, poco tempo dopo, un digiuno di due giorni. Per me non è mai stato difficile non mangiare. Se leggo qualcosa di avvincente tuttora salto il pasto perché mi dimentico. Il padre in ospedale, io a casa da solo e quindi potevo sperimentare liberamente. Alla sera del secondo giorno di digiuno, la mano prese il cracker con un nervosismo che non era il mio. La osservai come cosa estranea, avvicinarsi in fretta alla bocca, e il sapore fu un petardo. Allora piansi, lo ricordo, perché compresi che era vero, erano veri i campi, i milioni di morti. Quella prova, quella sensazione verso la quale mi ero incamminato su suo consiglio, la immaginai protratta per giorni e giorni nei quali una fetta di pane e una brodaglia insipida era tutto quel che davano, e dovevano lavorare duro ... resistere al freddo. Ho compreso la sua reazione davanti ad un cucchiaino di marmellata, davanti al vaso che avrebbe divorato tutto lasciandoci sicuramente la pelle se non lo avessero dissuaso con la forza. Quel sapore esplosivo, enorme, possente che la fame dona anche ad un verme che mastichi vivo!

Sorrideva mentre descrivevo. Dalla tasca prese una tela chiara con una stella di David e la scritta Kapo. La appoggiò sul tavolo.
Non osai toccarla.
Ora ascolta. L'avevano nominato Kapo. Per noi era un privilegiato, per noi era diventato il timore. Decideva chi andava al lavoro duro dei sacchi, chi a quelli leggeri. Un giorno entrò il soldato nero e disse. Tre da qui vengono con me. Scegli tu. Sapevamo di un tentativo di fuga che era stato scoperto. Presero gente da ogni baracca e la impiccarono. Lui dovette sceglierne tre.
Io vivevo con la fame. Per me esisteva solo lei. Non capivo altro. Il giorno dopo mi mise fra quelli che dovevano fare il lavoro pesante e gli dissi “non sei più lo stesso. Non ti riconosco” lui reagì urlando. Si tolse la fascia e me la gettò. Questa fascia qui. Uscì dalla baracca e non tornò più.”
Il silenzio era enorme. Vedevo che stava soffrendo.
“E dove può essere andato”.
Ma come! Non capisci! Stava male per i tre impiccati che dovette scegliere e io l'ho fatto esplodere! Nei campi eravamo tutti contro tutti, tutti coi nervi a fior di pelle!”
Aveva urlato. Aveva dato un pugno sul tavolo con quella mano marchiata...
La moglie-fata gli asciugò il sudore, mi sorrise dolcemente e fece un lieve cenno del capo come per dire “nooo, non è successo niente”.

Mio Padre prese la scacchiera e giocarono. Due morti giocavano, e io non resistetti, uscii cercando quel panorama bellissimo ma non c'era, non c'era più niente. Passò un tempo che non so spiegare e mi accorsi che lui era li, seduto di fianco a me.
Come stai” mi chiese.
Non lo so”.
Tieni. Tienila tu.”
Lo guardai sbalordito. La fascia era nelle mie mani e lui tornò dentro. La osservai attentamente. Le cuciture precise della stoffa chiara e i punti forse fatti a mano della stoffa azzurra, e una macchia. Forse sangue, forse no.
Uscì il padre con la prozia, la moglie-fata e lui. Ci salutammo sorridendo come dopo un temporale.
Mi incamminai alla sua destra, e dopo una decina di minuti di silenzio glielo dissi: “Pa', mi ha dato la fascia da Kapo”
lo so. Per questo siamo venuti oggi, aveva deciso di dartela.”
Ma … perché a me”
Perché sta morendo”.
Dopo un altro silenzio lunghissimo aggiunse; “sei l'unico che gli ha fatto delle domande, sei l'unico che ha provato a digiunare.”

Ora, dopo tanti anni, di noi cinque, solo io continuo ad esistere, e la fascia è qui, con me, che mi ricorda David, che mi ricorda che quella follia è veramente accaduta. E' qui che mi ricorda che l'essere umano può impazzire, che domani verrà ma se non si cresce dentro, se non si coltiva la gentilezza, se la regola fondante della Bibbia non viene rispettata, ogni uomo può diventare un mostro. Non fare agli altri quel che non vuoi che sia fatto a te, ecco la Bibbia nel suo concetto fondamentale, ecco la vita nella sua legge fondante.




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