venerdì 4 febbraio 2022

ABENDGLOCKEN

Ho pubblicato questo brano senza offrire al lettore una guida. È accaduto perché dopo la scrittura, che è avvenuta di getto, di solito sono esausto. Come ho avuto occasione di spiegare altrove, quel che scrivo (in ambito letterario) non è pensato. Sgorga e basta. É come se per me esistessero ancora le Muse oppure, per chi non mi stima, si potrebbe pensare che mi capiti quel che accadeva agli antichi (fino all'Iliade che risulta essere l'ultima) e che è così ben descritto ne "Il crollo della mente bicamerale" di Jaynes. 

Nel caso di questo scritto, che secondo me non può essere definito diversamente poiché è un po' poesia ma non lo è,  un po' è prosa ma sa di poesia ... , nel caso di questo scritto dunque, è accaduto che la solitudine cercata e prolungata, in una stanza disadorna (un letto per via dei miei problemi alla schiena, Lolita che è il cane e alcuni libri) mi ha portato ad una sensazione di rallentamento del tempo non mio (quello dell'orologio) fino ad una immobilità totale di esso ... e dal tempo immobile così raggiunto nel quale ero immerso mi sentii alleggerito ... ed ecco che le pulsazioni del cuore che per via dell'annullamento del tempo esterno, divennero udibili ... le ascoltai commosso ... ecco il mio orologio pensai, che accelera o rallenta a seconda di quanta emozione spendo. E m'ingegnai di rallentarlo, fino a spegnerlo che non è morire, ma fermare, fermarsi veramente. L'ho fatto altre volte e non ho più timore... ed ecco che una voce si fece sentire, non localizzabile, incorporea per un attimo. Nel frattempo nella mia anima ora veramente ricettiva e immobile poiché le emozioni si erano non pulsavano più, nella mia anima che mia non è ma è un frammento di un tutto positivo, la mia anima dunque,  sentii "Hotel Supramonte" di de André e il tempo divenne "... un signore distratto, un bambino che dorme ... poi come una preghiera sorse il canto Abendglocken nella versione di Rebroff che è la mia preferita (youtube: Ivan Rebroff 3:37 minuti)Abendglocken). Ad esso seguì dopo un silenzio meraviglioso, Casta Diva cantata dalla Callas (youtube: Maria Callas sings "Casta Diva"(Bellini: Norma act 1. Recorded live at the Palace Garnier on the 18th of December 1958. Minuti 7:13). Se il brano di Rebroff mi estraniò dal mondo (il greco, l'orfico entusiasmo = uscire da sé stessi perché possa il dio entrarvi), quello della Callas, esattamente quello del 18 dicembre del '58, mi purificò per la sofferenza che vi colgo. Guardatela. Era all'apice della carriera esteriore, la dea, una delle dee, la più raffinata senz'altro della sua epoca, ma... aveva lasciato il marito per quell'Onassis che di elevato aveva solo il conto in banca e il nome ... sapeva di aver perso nell'unica battaglia terrena in cui vincere, o almeno non perdere, aveva un senso. Guardatela, elegantissima (di Dior forse l'abito),  diamanti grossi come noci che sfavillano, lo sguardo del teatro, lo sguardo del mondo per mezzo della neonata televisione  ... eppure sconfitta ... sola ... e canta Casta Diva col cuore in mano. Io ci vedo questo e mi strugge sempre poiché di solito soffro più della sconfitta degli altri che non delle mie ... le altrettanto irrimediabili mie ... 

La inconsapevole sacerdotessa Maria Callas, una volta che Ivan Rebroff spazzò via le emozioni del presente, la Callas dicevo, sbriciolò i sedimenti del passato. Ora ... arrivarono Roberto Murolo e Mia Martini che cantano insieme (Roberto Murolo & Mia Martini CU'MME' (remastering) wra videomovie minuti 4:25). Roberto Murolo, anziano, sereno, che trasmette la tranquillità di una vita spesa bene e dice parole che invitano ad andare oltre e poi lei Mia, che si sapeva che stava male dentro ... e urla quasi "come si fa a dar tormento all'anima che vuol volare" e lo dice in napoletano, in dialetto, in una lingua popolare che sa di cugini, parenti, vicini di casa, di odor di basilico ... e questa canzone portò via quel che Maria Callas aveva scalfito. Ora Tarkovskij apparve, seduto sull'ultimo letto a Parigi, col passerotto in mano che spontaneamente lo aveva cercato, quel Tarkovskij per me espressione di perfezione col suo Cinema/Poesia. Mi bastò il suo sguardo mentre dalla mano il passerotto/anima, vola via ... ed ecco che delle emozioni, anche delle passate, non rimase più nulla. In quel vuoto completo dell'io apparve un uomo magro, una visione in bianco e nero ... ed era Kafka alla Galleria Golz che legge invitato, "Ne la colonia penale" che considero uno dei suoi irraggiungibili capolavori. E poi lui, Kafka, svanì e apparve quella voce che mi parlò. Quando ebbe terminato, quasi gridando, provai una sensazione fisica, come di farfalla posata, la medesima che forse un paio di lettori ricorderanno, del primo bacio, della prima infatuazione descritta in un racconto. Quella sensazione provata vuol dire che stavo tornando, regredendo, alla fisicità. Gradualmente stavo tornando al mio tempo interiore gestito dal cuore, e in quel frangente non ancora carnale,  per quanto ormai imperfetto, chiesi "chi sei", prima che mi dissolvessi, frantumassi, nelle asperità monotone del tempo estetiore. Pensavo fosse Kafka a parlarmi e per un attimo lui apparve, ma poi si trasformò in Rebroff, in de André, nella Callas in Murolo poi in Mia poi in Tarkovskij e infine colsi un viso multiplo che tutti li contienva in un unica visione inesplicabile. Eccomi qui pensai, ecco il volto di Dio, influenzato da Swedenborg, che conobbi ragazzino da una poesia di Borges. Per questo mistico svedese non esistono l'inferno o il Cielo (Paradiso) ma la contemplazione del volto di Dio che è sofferenza per i reprobi e serenità per i salvati ... ed in quella immagine, somma di umani eccezionali, ognuno un frammento consapevole del Tutto,  in quella somma .... ho intuito per un attimo,  il volto premiante di Dio. 

 Ed ora lo scritto...

Ebbro di silenzio, da giorni rinchiuso da me stesso in una stanza, sapevo di dover attendere e resistevo e poi, quando il tempo per me non era più nulla e la fame e la sete si erano spente nutrendosi di sé stesse ... ecco che nella penombra un'ombra si muove.

Anche il respiro ho lasciato e nulla mi sfugge, sensibile ormai come gli dei.
L'enigma che ho dentro ecco ...
si scioglie in parole non dette che partono da quel punto inesistente posto fra cuore e mente che è il sofferto premio di pochissimi. Ecco cosa disse:
"Tu ricordi lo so, con stupore, quel che accadde quella sera d'inverno alla galleria Goltz a Monaco. Fu l'ultima volta che degli umani insieme, quel piccolo gruppo d'inconsapevoli eletti, uscirono da da sé stessi e si colmarono di stupore immenso. Accadde che un uomo magro che fra gli antenati, da parte di madre, aveva per guida un santo chassid, accadde che quell'uomo magro vestito di scuro, nascosto nell'ombra, con un filo di voce lesse parole che aveva scritto, parole indicibili ... come le note sensibili di Chopin appena udibili, perché dalle dita non note ma l'anima era uscita. Così l'uomo nella penombra, lui stesso li sconvolse ... fu l'ultimo ricordalo! Come Orfeo col gruppo d'inconsapevoli iniziati ... resi sacri da quella che pensavano fosse solo una pubblica lettura letteraria"... 

Io ascoltavo la non voce che da nessun luogo riempiva la stanza chiusa da me stesso dall'interno. Capivo ... e capivo anche che quella mente, fattasi voce inesistente ... era in me, e fino in fondo mi conosceva.

"Ascolta e non pensarmi!" disse,
"tu hai provato qualcosa di simile ma in estrema solitudine, e così gli altri non potranno mai capire. Prima con de André poi con Rebroff e Callas, ... e un'ultima volta in canto prima di chiuderti qui dentro, con una inno alla vita cantato da un vecchio felice e da una donna sofferente che la vita se la tolse per uccidere quel che la offendeva nella mente ... poi infine ... al culmine, ecco immagini di Tarkovskij e il passerò ultimo. Eri commosso e ti sei chiuso qui per capire. A Monaco invece svennero, lasciarono la sala, pochi resistettero. Le parole sussurrate dall'uomo in penombra furon sconvolgenti ...  parole che al massimo oggi sarebbero considerate sconvenienti. Ora ascolta ... tu solo che hai saputo creare il grande silenzio che permette di sentire tutto e di sentirmi ... ebbene ascolta!

Senza arte, senza poesia
la vita è un dono da buttare via ...
Senza il dubbio di Dio
non può esistere un briciolo di io
... e con la perfetta razionalità
si resta sempre senza umanità.

Cantalo ti prego, che il tuo tempo ha fame e sete e ha dimenticato il sentimento.
Cantalo tu a chi pensa di guarire accumulando!!!"

Le ultime parole le disse quasi urlando ... poi più nulla. E nemmeno il nulla ormai c'era. Qualcosa mi sfiorò la guancia come farfalla posata. Un attimo e se n'era andata. In quell'attimo di un tempo senza tempo, dopo il tocco leggero ... ecco che tornai alla carne e sangue che son io e chiesi timoroso ... "sei tu?" Fuori dalla stanza sentii cantare ... "comme se fa' a da' turmento all'anema che vo' vulà..." , ma quella voce non piangeva più quelle parole. Le cantava ora e sorrideva.
Ora, che il presente sempre mi raggiunge ... dicevo ora ... apro la porta ... è sera sul mondo ... sono tentato di richiuderla e dire che mi arrendo ... ma ora so e non devo essere egoista.
"Ma" ... ripeto ... "sei tu?" ...
La voce risponde un sì di marmo.
Il Virgilio che fu di Dante guida, il mio Virgilio ... Kafka ... in un lampo di buio mi si mostra, arcangelo infinito ... ma si trasforma ed è Andrej e poi Maria e Ivan e Fabrizio e poi Roberto e infine Mia. Tutto è accaduto in quell'ombroso batter d'ala di quella inesplicabile falena.
Questo attimo eterno che ho vissuto ora lo scrivo qui in questo quaderno e mentre esco volontariamente dal mio eremo per me per noi... Rebroff canta.

(Scritto oggi fra le 12 e le 13)

venerdì 31 dicembre 2021

ANNUS HORRIBILIS 2021

E la mia giustizia calerà su di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare  e infine a distruggere i miei fratelli ...

                            Ezechiele, Tarantino, Werner 25:17


Giornata di nebbia. E' il trentun dicembre. Tarda mattina. Col cane sono andato in campagna. Un solito posto che Lolita ama molto e che porta ad un sentiero in riva al fiume. Scendo dall'auto e apro lo sportello posteriore. Sto mettendo il collare a Lolita quando sento una frenata, un colpo sordo e più nulla. L'auto non si è fermata, non ha nemmeno rallentato. La statale dista una decina di metri da dove ho parcheggiato. Richiudo lo sportello e vado a vedere. Una nutria. è stata investita. La sua immobilità dice tutto. Sono a circa dieci passi ... ed ecco una nutria che esce dall'erba alta ... si avvicina all'altra, annusa, le gira intorno lentamente muovendo le zampine anteriori in modo convulso, poi si volta verso l'aperta campagna, si alza, guarda verso lo spazio infinito di nebbia e campagna e lancia un piccolo lungo grido. Torna a guardare il cadavere. Ci gira intorno e geme. Il silenzio è quasi completo. Solo il mio respiro, il suo e la sua sofferenza. Ora la nutria si mette in mezzo alla corsia vicino all'altra, si alza guardando il punto da cui è apparsa la macchina, si alza e attende. Passa un minuto o di più. Tutto immobile, un'eternità. Penso ... ma così sarà investita anche lei ... ma ha scelto di morire? Può un animaletto arrivare a fare una scelta simile?Non so reagire, non so che fare. Si sente un'auto in lontananza ... ecco i fari ... urlo. L'auto frena bruscamente poi sterza e va. Siamo di nuovo li, io in piedi ad una decina di passi, lei in mezzo alla corsia. Ho un'idea. Vado alla macchina velocemente. Ho fatto la spesa stamattina. Prendo una mela, la spacco a metà e vado verso l'animaletto ... mi osserva ... gliela faccio annusare e poi mi sposto sul ciglio della strada, fra l'erba. Mi osserva ma resta immobile. Dall'auto prendo il tergivetri e con quello, che ha un manico lungo una trentina di centimetri, delicatamente la sposto. Ora è fra l'erba, sembra pensierosa. Prendo da terra la mezza mela e gliela avvicino al musetto. Si alza in piedi, la prende con le zampine e un po' la rosicchia. Di più non posso fare. Sentite condoglianze. 

Torno alla macchina prendo Lolita e mi allontano per la passeggiata. Un'oretta, minuto più minuto meno. Torno e lascio andare fiducioso lo sguardo fra il ciglio, la nebbia e l'asfalto ... e le macchie scure ora sono due, quasi uguali.

... E mi torna in mente un passo del "libro nero" di Vassilij Grossman, che ogni tanto, da quella prima e unica lettura accaduta molto tempo fa, riappare in sonno e in veglia come un film in bianco e nero. Ucraina, villaggio di ebrei chassidici nel 1943. Era mattina e se non ricordo male come ora, c'era la nebbia. Un vecchietto andò nel bosco fuori dal paese a far legna. Colpi d'ascia, di sega e poi, dopo un bel po' che lavorava, sentì uno sfrigolio lontano e sembravano fuochi d'artificio. Si fermò, ascoltò e stupito, lasciando lì la legna pronta, tornò al villaggio. Non c'era più nessuno. Quel crepitare si alternava abbastanza regolarmente al silenzio e persisteva. Si lasciò guidare dall'orecchio ed ecco in lontananza ... vide un mucchio lungo di terra fresca, appena scavata. Vide la fossa, la gente in più file e un uomo nero, come l'auto che aveva ucciso la prima nutria e così, nella penombra di questo giorno incolore, so per certo che anche la seconda auto, se l'avessi vista ... sarebbe stata senza volto e scura. 

Il vecchio si tolse il cappello, distolse lo sguardo dagli uomini neri e lo rivolse alla campagna infinita. Gli uscì incontrollato un lamento e poi si mise in fila con gli altri per la fucilazione.

Penso ... ma non regge ... le nutrie sono solo due e non una comunità come il paesino chassidico. Forse erano marito e moglie, forse madre e figlia o padre e figlio .... Prendo l'auto e parto. Lungo la strada, per un breve tratto di non più di un paio di minuti, conto una decina di macchie scure ... 

Quest'anno si chiude così, e abbraccio il cane nel silenzio notturno di nebbia perché altro non trovo di caldo, di veramente, profondamente ... vivo. 





venerdì 2 aprile 2021

2021 (racconto)

 Ogni giorno, una volta terminato l'orario di lavoro, quindi poco prima del tramonto, andavano a vedere a che punto erano i lavori. Aspettavano che ci fossero tutti e tutti dovevano avere il cappello in testa. Volevano che venissero anche i bambini. Quando partivano li prendevano per mano e anche loro col cappello in testa, sapevano che ora non si giocava più. Di solito si chiacchierava sotto i ciliegi della piazza poi, si potrebbe dire in processione, andavano vicino ai lavori. C'era la recinzione. C'erano i cartelli dei divieti e dietro qualche persona in divisa e armata, che appena li vedeva arrivare usciva da una casetta di plastica e senza degnarli di uno sguardo, camminava avanti e indietro ostentando la fondina al fianco e un'altra arma a tracolla che pendeva sotto il braccio destro. Una volta arrivata la processione, il più vecchio del paese, dotato di una scenografica e vera barbona bianca e di uno sguardo saggio, vero anche quello, lentamente si toglieva il cappello di feltro nero e tutti gli altri ripetevano, in silenzio, il suo gesto ... Lui, quella specie di Babbo Natale, così lo chiamavano quelli dell'Azienda, era di fatto la vera autorità, il vero sindaco. Quello eletto, non si sa da chi, poiché nessuno, ma proprio nessuno andò a votare l'ultima volta, quello eletto insomma, non lo si considerava e, come si fa coi traditori, non gli si rivolgeva parola. La valle, un angolo acuto che finiva improvvisamente nel torrente un po' più in giù del paese e si diluiva poi fra le colline, era ormai chiusa dalla diga che avrebbe prodotto elettricità con la lontana cascata a monte e poi avrebbe portato quasi tutta l'acqua in una città distante. La cascata a valle, chiamata dai paesani "la voce di Dio", scrosciava ancora. Era ormai evidente che l'avrebbero zittita a breve per riempire la vallata e poi infilarla in un tubo enorme. L'azienda aveva avuto una strana idea. Niente cementi o pietre, ma enormi lastroni di cristallo perfettamente trasparente, così si sarebbe potuto andare, una volta che tutto era in funzione, fin sotto al muro come in gita a vedere il paesaggio subacqueo con il paese e i pesci. Avrebbero creato là sotto, sulla riva del futuro minuscolo torrentello, un parco con panchine e tavoli, poi ristoranti e qualche negozietto. La notte poi, avrebbero illuminato dentro l'acqua e fatto vari giochi di luce. La pubblicità diceva che avrebbero dato finalmente un lavoro decente a quelli del paese e l'archistar che era stato interpellato era fiero di aver trovato una soluzione che avrebbe messo d'accordo il paese e l'Azienda. Non dicevano nei filmati, che gli abitanti del paese, esattamente trecentoventiquattro  persone, ovviamente sindaco escluso, sembravano dei relitti di un'altra epoca, ma lo facevano capire. Quelli del paese, guardavano i lavori e solo il vecchio, quello che per primo si era tolto il cappello, diceva, a volte qualcosa. Tornarono poi in paese, e come per un accordo mai veramente dichiarato, solo una volta in piazza, sotto i ciliegi in fiore da qualche giorno, i bambini si scalmanavano di giochi e i vecchi a bassa voce, facevano le loro meste previsioni. I pacchi con molte cose di casa erano già pronti. Un gruppetto di anziane era andato al cimitero e aveva messo le ossa di ogni persona in un sacco di juta e aveva aggiunto il cartellino col nome. Tutti i morti erano poi stati messi in bella fila vicino all'altare in chiesa, e il rimorchio enorme per trattori attendava li vicino. Il prete non c'era più. Il vescovo gli aveva ordinato di partire. Un rimorchio più piccolo, ma di poco, già era carico di vasi di piante e fiori che prima stavano alle finestre. C'era poco da dire quella sera. L'Azienda aveva rifiutato di parlare col vecchio dopo che, al primo incontro, aveva capito che la diga in paese non la volevano. Hanno aspettato le elezioni e si sono rivolti a quel sindaco. Questo paesano chiamato ovviamente Giuda, è apparso in televisione e sui giornali e ha firmato tutto, sorridente e pieno di parole, che in paese nessuno voleva più sentire, perché diceva di parlare a nome loro. Le televisioni e le radio, di comune accordo furono buttate via dai paesani, e anche i computer e i telefonini. Questa protesta mai arrivò alla nazione. Si disse invece che i paesani erano talmente arretrati che l'elettricità la usavano solo per illuminare. Si trattava quindi di una redenzione. Vi diamo la diga e un lavoro! Finalmente potrete godere dei vantaggi della civiltà! 

Quella sera i vecchi non cenarono e rimasero sotto i ciliegi. Mosè, così si chiamava il più autorevole, era convinto che avrebbero spento nella notte, la voce di Dio. "Sì", diceva, "di notte mentre si dorme ... e così quando ti svegli, quel nuovo silenzio forse non lo senti perché si sa che appena alzati si ha da fare, ma noi ... senza radio e televisione ... senza rumori inutili, ce ne saremmo accorti a qualsiasi ora! e quelle belle conchiglie che abbiamo trovato sull'altipiano, quelle ora le dobbiamo distribuire, che quando qualcuno è triste se la porta all'orecchio e sentirà la voce di Dio ... ancora" E infatti, verso le quattro, l'ora che, secondo le statistiche dell'Azienda, avrebbe avuto la percentuale di sonno più elevata, la voce di Dio pian piano tacque. I sei vecchi seduti si tolsero il cappello. Qualcuno pianse in silenzio e, nonostante l'età si recarono in chiesa, aprirono il portone principale e iniziarono a caricare le ossa dei morti sul grande rimorchio. Verso le otto di mattina i militari entrarono in paese. I carri, le auto e i rimorchi erano carichi. L'Azienda aveva preparato per loro delle "casette così carine, così perfette che non si possono rifiutare!" I soldati camminavano fra i paesani in silenzio. Nessuno li avrebbe ascoltati. Sì ... si stavano preparando, ma stavano facendo tutto da soli. Il primo e unico che aveva tentato di dare una mano si era rimediato uno schiaffo da una deliziosa fanciulla che dallo sguardo sembrava disposta anche a mordere. Era bastato. Tutti in silenzio e solo il rumore del fare. E ad un certo punto Mosè, quando sembrava tutto pronto, fece portare delle bottiglie di succo di frutta in piazza. Maschi e femmine dai sedici ai trentacinque anni, l'età in cui i corpi sono più belli e vigorosi e capaci di dare vita, rimasero a torso nudo e si cosparsero di succo, ognuno mettendo alla cintura una borraccia che ne conteneva dell'altro. I militari si meravigliarono ma non osarono far nulla. Ed ecco che le farfalle pian piano arrivarono e si attaccarono ai torsi addolciti da quel nettare per loro irresistibile. Mosè tolse il cappello e tutti lo imitarono. Disse due volte ciao. Una al paese e una ai ciliegi, si rimise il cappello e salì sul primo furgone. Tutta la carovana era pronta. Uscirono dal paese andando pianissimo per non stancare le farfalle. A destra c'erano le casette fatte per loro ma voltarono a sinistra. Era la strada che portava fra le montagne. Si fermarono in alto. Il posto era sicuro dall'acqua che avrebbero visto salire. Videro i soldati entrare in tutte le case. Li videro poi sparire e l'acqua iniziò ad entrare nelle vie. Fu una cosa rapida. L'acqua sembrava bollisse. Poi, verso mezzogiorno tutto era tornato calmo e Mosè, personalmente, diede a tutti una conchiglia dell'altipiano. Ecco il lago e nemmeno il campanile si vedeva, e l'acqua stava tornando limpida. Attesero le due. Ora il paese sommerso si vedeva bene. All'inizio galleggiò qualche cosa, poi più nulla, ma ecco che i petali dei ciliegi vennero a galla. Il lago al centro divenne bianco. Pian piano quella chiazza si mosse verso la loro sinistra e sparì nel tubo che va in città e un filtro avrebbe raccolto la bellezza e l'avrebbe ammucchiata da qualche parte. Ora, solo ora, era veramente finita, e coi loro morti, coi bambini, i gerani, i cani i gatti e le pecore e le mucche, salirono sui mezzi per riprendere la via delle montagne ... ma la carovana non si mosse. Andarono al primo furgone. Mosè era morto, appoggiato al volante. Uno dei vecchi lo spostò e gli si sedette di fianco, mise in moto e diede inizio all'esodo. 

I soldati non avrebbero potuto, che così erano gli ordini, ma lo raccontano ancora oggi che son passati vent'anni, di quella carovana seguita dalle farfalle, perché i ragazzi e le ragazze a torso nudo con le loro borracce di succo che chiudevano la processione, erano indimenticabili e sconvolgevano le loro notti. Nessuno si curò di quale sarebbe stato il destino di quella gente e la gente si tenne la diga di cristallo e il parco divertendosi un mondo. Solo un soldato racconta qualcosa anche se ha capito che nessuno gli crede. Poco tempo dopo, decise di percorrere quella strada verso le montagne. Dice di averli trovati e di aver trovato anche la ragazza che gli diede lo schiaffo. Non lo volle vicino, ma stette li fino a sera e gli raccontarono il perché delle farfalle. Glielo disse il nuovo vecchio prima di farlo partire. "Le farfalle sono le anime che ancora devono nascere, non puoi lasciarle da sole" E aggiunse dopo un sospiro nel buio, "solo quei petali mi mancano ... perché loro, più di noi, non avevano fatto nulla di male".  

mercoledì 17 marzo 2021

Variazione su un tema di Tonino Guerra

 Avevo quattordici anni e ribollivo come un vulcano primordiale. L'amore aveva fatto irruzione in me in un modo così improvviso che sembravo malato e anche un po' stupido. C'era lei lei lei ovunque ... nei sogni ... per strada era sempre appena passata, ne ero certissimo. E avevo bisogno di parlarne con qualcuno. A disposizione avevo solo il nonno e non mi sembrava la persona adatta per questi argomenti. Leggeva molto, è vero e non guardava mai la televisione. Diceva "la realtà è quel che ti accade personalmente ogni giorno! La tivu invece, quella scatola pestifera, inventa cose che ti fanno dimenticare la tua di vita!" e ci sgridava tutti, me compreso, per via dei cartoni animati. C'era nonna, ma aveva sempre da fare con le sue associazioni a scopo benefico. Era sempre sorridente ma anche sempre di fretta. Pa' era troppo timido. Mi imbarazzavo io per lui al solo pensare di chiedergli qualcosa sull'amore. Mamma, avendo "stampato" tre figli e guarda caso tutti a sua immagine e somiglianza, era assai impegnata, e in più poiché andava pure a lavorare (guadagnava più di papà ma per non farglielo capire, si era inventata un sistema che non ho mai capito tipo busta paga e premi ma insisto, non ricordo bene) e poiché andava pure a lavorare, era impossibile coglierla in un momento di calma. Se nonna correva, mamma volava. Ero lavato, stirato, pettinato e coccolato, ma sempre di fretta. Due sorelle più piccole. Buone si e capaci, sì ... capaci di tutto quelle pesti in buona fede, e se avessero capito che avevo preso una cotta madornale mi avrebbero rovinato la vita. Già le vedevo a fare da ambasciatrici da lei che per il momento non sapeva nemmeno della mia esistenza! 

Che cosa strana era per me pensare agli uomini di casa. Mio padre timido, mio nonno silenzioso ... e io? cosa sarei diventato? mi rendevo conto che qualcosa di irresistibile mi portava alla certezza che sarei diventato come loro ma ... quella fiammata recente ... quella scossa improvvisa solo al vederla sul tram, quella che prima era una bambina come le altre e ora mi asfissiava la fantasia, il sonno, la veglia ... e c'era solo il nonno a disposizione. Un nonno che spesso sorrideva e ti lasciava li senza una risposta, poi si alzava e diceva ... "capirai" ... ma in fondo ... volevo capire qualcosa io, in quel momento della mia vita? no ... volevo solo parlare di lei con qualcuno. Ne avevo proprio bisogno. E mi dedicai a cercare di capire come potevo intaccare l'interesse di quel vecchio silenzioso. C'è un tempo, e ora so che non è per tutti, in cui alcune persone raggiungono un aspetto fisico che esce dal tempo. Nonno non aveva un'età. Forse non era nemmeno vecchio, ma capivo che per lui il tempo proprio non esisteva più. Il suo stare seduto a guardare nonna che, ovviamente veloce, insieme a mamma, chiudeva i cappelletti ... e lui la guardava e sorrideva come se quel chiudere i cappelletti rappresentasse la conferma di qualcosa che solo lui aveva capito. Ed ecco, che siamo alla scena dei cappelletti a ridosso della rituale domenica ... Nonno, seduto sulla sua sedia col bastone d'argento in mano, e quel sorriso che esprimeva una certezza che non aveva mai voluto condividere.

Gli dico "nonno ... perché fai così ... cosa ti passa per la testa. Sembra che stai per ridere e il riso non arriva mai. Mi sembri uno starnuto che si fa attendere ..."

"Nipote insolente! Ora che sei un po' ubriaco potrei anche dirtelo. E' una faccenda che fra uomini ci si deve tramandare ... sai ..."

"Ma io non sono ubriaco!"

"Si che lo sei. Un nome di donna ... se lo azzecco diventerai rosso come un cocomero! o forse solo perché ti ho detto questo ... accadrà"

e divenni rosso ...

"Va bene" disse alzandosi con calma. "vieni, facciamo due passi che ti racconto una storia"

Uscimmo e si prese la direzione dei prati. Rimase in silenzio finché l'ultima casa non lasciò in pace i nostri sguardi.

"Ti sei innamorato ... vero pulcino?"

Divenni rosso di nuovo e non dissi niente.

"Vedi ... futuro galletto ... quando accade è impossibile nasconderlo. Se mamma e nonna non lo hanno ancora capito è perché hanno sempre fretta. Chi ha fretta sai, raramente pensa abbastanza ... io invece ho tempo e lo sai"

"quindi solo tu nonno ..."

"ci stanno arrivando anche loro. Ti spiego ... di solito noi maschietti da ragazzi amiamo l'acqua per giocarci ma non per lavarci. Quando perdiamo la testa per una donna ecco che ci laviamo anche sei volte a giorno ..." 

"Non è vero! io mi sono sempre lavato!"

"Giusto galletto! ma ora ti lavi di più e poi usi il mio profumo e non lo rimetti a posto ... noi vecchi siamo abitudinari e se qualcosa della nostra routine non è come l'avevamo sistemata ... e al millimetro, ce ne accorgiamo ... dunque ... nel cassetto del mio comodino c'è una bottiglia del mio medesimo profumo per te ... se ti piace veramente tienilo ... se ne preferisci un altro andremo a cambiarlo. ok?"

"grazie ... ma tu non sopportavi chi dice ok!?!"

"é vero ... ma se mi va lo dico"

Era allegro ma con pacatezza come sapeva esserlo solo lui. Non sapevo cosa dire. Secondo me di lei, della mia lei, non mi avrebbe chiesto. La sua discrezione la conoscevo ... ma qualcosa dovevo pur dire. Mi aveva scoperto, capito, prima degli altri. 

"Ma ... nonno. come ti è successo di innamorarti della nonna!"

"E' di questo sai che volevo parlarti. Così saprai quando sarà quella giusta ... oh taci galletto! lo so che per te è questa, che è perfetta che esiste solo lei eccetera ... però ascolta"

Il paesaggio era collinare. Il mese, marzo. Alcuni alberi osavano i primi fiori e ogni tanto qualche lepre spuntava saltellando e scompariva senza fretta. Me le indicò.

"Guardale ... sono in amore ... come te. Non capiscono più il pericolo ... ora ascolta. Nonna era una studentessa universitaria e il luogo delle lezioni era proprio di fronte alla sede del lavoro che si mangiava le mie mattine da qualche anno. C'era un caffè li vicino e mi sedevo alla vetrata con gli amici e ... guardavamo le ragazze passare ... la nonna passava sempre di fretta ... ovviamente, per andare a lezione. Mi colpì la sua schiena dritta, il portamento quindi ... la sua passione per gli abiti a fiori con cintura in vita ... aveva un punto vita stretto, stupendo ... ora non se ne vedono quasi più. Troppa palestra. Accadde che gli sguardi si incrociarono ... le scappò da ridere e da quel momento io attendevo ogni mattina che passasse, prima di recarmi al lavoro e lei ... e lei ... lo ha ammesso, sperava di vedermi. Poi passano i mesi e una domenica accetta l'invito e andiamo in collina. Erano giorni come questi, la primavera alle porte che bussava, ma il freddo ancora non la faceva entrare. Arrivammo in treno a XXX  e pranzammo in trattoria poi, dopo mangiato passeggiammo in un paesaggio simile a questo. Quel giorno finì e il giorno dopo io ero ridotto come te ora. Dissi al lavoro che non potevo venire, presi il treno e tornai nel posto di quel ieri ormai lontano. Era mattina presto. Lo ricordo ancora. Alle otto e mezza ero alla medesima trattoria e bevevo il caffè. Volevo rifare da solo la medesima passeggiata sai, ma non partiìì subito 

 Mi feci prima portare un altro caffè, questa volta lungo e .... lasciai liberi i pensieri. Mi distrassi perché mi resi conto che stavano raccontando un fatto che definivano chi strano e chi stupendo ma, un po' per il dialetto che non mastico e un po' il brusio, non compresi. Uscii, chiusi la giacca e alzai il collo perché era freschino. L'erba era bianca di brina. La notte era andata anche se di poco sotto zero e ora un sole deciso stava facendo evaporare tutta quella umidità. Ecco ... come noi ora ... mi incammino, mi allontano dal centro di XXX e arrivo alla strada che porta alle colline, alla nostra passeggiata del giorno prima e ... sei pronto galletto? ... ebbene ... mi emoziona ancora ricordarlo ...  sai ... ancora oggi dopo quasi cinquant'anni ..."

Aveva smesso di parlare ... camminammo in silenzio per alcuni minuti poi sospirò ... "ascolta galletto ... la strada che avevamo fatto era fiorita. Ti rendi conto!?! solo gli alberi lungo quel sentiero ... solo quelli. Lo pensai ... ma non volli accettare quella soluzione. Troppo incoerente, troppo romantica ... sì ... troppo stupida. Ricordo che da solo avevo osato un piccolo promontorio sassoso. Ci andai e non era fiorito. Lei invece aveva deviato un attimo per bere ad una fontana ... e anche li non era fiorito ... solo dove eravamo passati noi ... dove eravamo passati insieme ..."

Era emozionato. Sembrava quasi arrabbiato ... ma era felice.

"Vedi galletto che situazione. Chi può credere a una storia simile? te ne rendi conto? chi ci può credere? ecco perché guardo nonna e sorrido mentre chiude i cappelletti ... ma non racconto"

"E allora nonno perché lo stai raccontando a me!"

"Perché tu ora ami ... e solo se si ama quel che ti ho raccontato sembra possibile. Tuo padre non è come te. Venne e mi disse mi sposo. Lo disse con la stessa semplicità che ci metteva per darmi il buongiorno ... un qualsiasi buongiorno ... uno qualsiasi"

-----

Nonno e nonna non ci sono più io ho l'età delle querce grandi, splendido quindi ma quasi vecchio ... sto passeggiando ... è marzo ... è freddino ... ogni tanto mi sembra di sentire il rintoccare del tuo bastone d'argento sul terreno ... e ti credo nonno .... ti credo ancora.

Io ... di un'epoca senza storia, di un'epoca di mediocrità spesa a spendere per credere di essere ... io ... sì ... ti credo ancora ... 

venerdì 8 gennaio 2021

NICOLA SAMORi': L'ULTIMA CENA

 


Il mio personale rapporto con le opere di Nicola Samorì è sempre stato controverso. Stima assoluta, ma … lo vedevo deragliare costantemente, come Damien Hirst, (che per me è solo un fenomeno commerciale), in direzione dell'annientamento del corpo .., e percepivo il nulla successivo, l'annientamento dell'io come angoscia. Non potevo accettare una mostra nella quale si ripetesse come un ossessione questa visione angosciante.


(un esempio per me parallelo è Giorgio Morandi. Le sue opere … ne vedi due o tre e sei a posto. Se ne vedi una fila, ovvero un'intera mostra, ti trasmettono un disagio notevole nella loro ripetitività e questa diviene l'argomento, l'enigma che lo riguarda. Quando lo feci notare ad un critico questi mi rispose che le bottiglie non erano mai nella medesima posizione … risposta appunto da critico la cui moglie di solito è sempre incinta. Per me era invece evidente che in Giorgio Morandi, nel suo io profondo, ci fosse qualcosa di irrimediabilmente bloccato. Opere di indubbio valore … ma quella ripetitività per me è un sintomo … immaginatevi a fare sempre lo stesso gesto. Se compiuto di rado chi lo vede lo collegherà ad un senso, se accade spesso diviene un tic, qualcosa che sfugge all'io consapevole e che rappresenta un disagio secondo me enorme. L'unico vero cambiamento che mi sembra di aver colto nell'opera di Morandi è la seguente. Sfogliate velocemente un catalogo con le sue opere disposte in ordine cronologico e noterete che da una visione nitida si giunge a qualcosa di ancora definito, ma sempre più direi … annebbiato).


Avrete compreso che questo testo è indubbiamente eretico per i benpensanti (= versione ufficiale dell'interpretazione dell'arte che di fatto è per un 99,98 % marketting ... e vi invito a soppesare attentamente l'aggiunta della t che, anche se sembra, non è casuale), ma posso permettermi anzi devo … ignorare come verrà considerato questo scritto perché mi considero (e ormai non è solo un fattore soggettivo) un artista.


Artista = umano che percepisce qualcosa che non va e sente sgorgare immagini che rappresentano il suo disagio. Successivamente le elabora tecnicamente. Più le elabora … più si allontana dall'idea pura, originaria. Arte totale è quell'idea pura resa nella materia (in forma di parole, note o colore poco importa, basta che sia percepibile ai sensi) che può di conseguenza essere trasmessa ad altri. Suo linguaggio, il simbolo (della razionalità non v'è traccia, fra un attimo spiego). Se un'opera parte dalla negatività colta nell'esistenza, può comunque conquistare una visione positiva che inconsciamente viene elaborata dall'io interiore. L'io interiore se ne frega (è volgare ma ci sta …) dell'io conscio. Io per esempio mi son posto per anni la domanda del significato del racconto “Il cacciatore Gracco” e poi un giorno di giugno, di mattina presto, mentre passeggiavo col cane in un bosco, improvvisamente ecco la soluzione … questo vuol dire che il mio io interiore ha una sua esistenza e delle sue esigenze e solo ogni tanto e di rado, l'io conscio e quello interiore (inconscio è brutto … lo lego a incosciente!) agiscono in consapevole armonia che … l'io interiore può rivelarsi … ed è un momento sublime.


Il critico = Savinio disse … “nessuno ha mai fatto un monumento a un critico” … e mi sembra che la sua massima sia ancora valida. Il critico è un essere razionale, quindi non ha nulla a che spartire con l'artista. Cerca di capire, ma utilizzando il metodo sbagliato che è appunto la razionalità. Potrei usare un'immagine un po' forte … si, oso … il critico è l'avvoltoio che si nutre della carne eterna dell'io interiore dell'artista. Ho già spiegato la situazione nel mio scritto su Harold Bloom. Potrei essere ancora più eretico e preciso … non avvoltoio ma antropofago, cannibale quindi, che si nutre dell'io interiore di un artista poiché non trova il suo … amen.

Meditazione non trascendentale. Un critico parla bene di te … se lo paghi. Un artista fa l'opera perché non può, non è proprio in grado di farne a meno. É sufficiente questa considerazione per farmi rifiutare completamente il ruolo del critico. Già Diderot qualche annetto fa, fece notare che ci sono due visioni dell'arte, quella degli artisti e quella degli altri … per me, secondo me, deve esistere l'organizzatore, l'intervistatore (ovvero colui che fa domande all'artista se questo a voglia di parlare) e nient'altro. Quanto sarebbero più graditi al pubblico cataloghi nei quali il critico tace coi suoi paroloni autoreferenziali e invece si fosse un dialogo e Samorì per esempio esprime assai chiaramente i suoi contenuti, caso raro in un artista del suo livello …

Serve invece lo storico dell'arte o della letteratura ecc. Se il tempo e lo spazio dell'artista son diversi dalla realtà del fruitore, (per esempio un artista fiorentino del cinquecento, osservato da uno statunitense attuale) allora serve raccontare qualcosa. Anche il sociologo potrebbe dire la sua, ma sempre per descrivere il contesto e … basta. Se si agisse così di Duchamp Wahrol ecc non rimarrebbe nemmeno la polvere e l'Arte con la A mjuscola tornerebbe a far capolino nella miseria quotidiana di questa epoca.


Perché ho dato queste definizioni prima di procedere nello scritto … perché ci son sempre due soggettività che si confrontano quando si ragiona. Se io non rivelassi qualcosa di me stesso, sarebbe sleale. Le variabili sono due, io che scrivo e tu che mi leggi, e come tali devono esser messe in gioco. Il mio pensiero può non piacere … liberissimi di pensarlo … e già a questo punto dello scritto, o anche già molto prima … potreste aver deciso che non è il caso di proseguire nella lettura. Il critico si pone invece come divinità che impone perle di saggezza indiscutibile. Un ritorno dell'antico e odiato concetto di autorità … “Lui lo ha detto!”

Aggiungo di me un particolare che può essere utile per quel che intendo dire sull'opera di Samorì … Ho l'impressione che lui viva nella dimensione di un animismo antropologico mentre io vivo in un animismo assoluto.


Animismo antropologico: ogni essere umano ha un'anima … anzi potrebbe averla, Sicuramente ce l'ha Gesù per Samorì e per milioni di persone.


Animismo assoluto: la natura è polvere. Essa prende delle forme perché un'anima da dentro tirne stretta quella polvere-materia. Cnseguenza … ogni oggetto e ancor di più ogni essere vivente, non essendo polvere e avendo una forma … Ha un'anima.


Io sono animista assoluto e la mia vita si presta spesso a situazioni comiche. Per esempio quando è ora di cambiare la macchina per me è una tragedia e con l'ultima vari amici mi hanno fatto le condoglianze. Altro aspetto non secondario. Se ho un oggetto che non mi serve sento la sua sofferenza perché non sta vivendo. Penso allora alle mie conoscenze e se a qualcuno serve glielo dono. Non lo faccio per quelle persone, ma per l'oggetto e la gente fatica a comprenderlo e si sente in debito, cosa che mi imbarazza assai. Vedete … di nuovo non pontifico come fanno i critici, ma offro la mia soggettività che entrerà in collisione (positiva) con l”ultima Cena” di Nicola Samorì e un'opera è una particella, in questo caso consistente, di un io.


Veniamo all'opera. Il personaggi (gli Apostoli) sono sgranati. 




Si sente che son umanissimi esseri fatti di materia (polvere eri e polvere tornerai). La loro friabilità, il loro esistere, è fragile, sembra che basti un colpo di vento per ridurli in quella polvere-materia che diviene tale perché l'anima se n'è andata. Poi osservate Gesù. 




Il corpo è lo straccio in fondo, un residuo che appunto, in quanto materia, diverrà polvere … 



Ma quel che rimane quando il corpo si deteriora è luce! Quindi l'anima in questo solo caso si rende visibile e ciò che visibile è conferma sensoriale per noi umanissimi umani.

Vedete … se studiate Hume dai testi di filosofia, scoprite un ateo. Se invece leggete le sue opere vi rendete conto che lui ci dice che i sensi e la ragione non servono con la Divinità. Con essa serve solo la fede.

Ora … l'opera di Samorì che mi era sembrata per anni bloccata in una ossessione della decomposizione e del nulla che ne consegue, rivela una soluzione. La fede va oltre all'angoscia della morte, la risolve. Non so dire se sia giunto col tempo a questa concezione oppure se ci è arrivato a suon di sana e robusta sofferenza.


Mi è stata offerta varie volte la possibilità di conoscerlo o almeno incontrarlo ma … è in fondo necessario. So che è un solitario e lo sono abbastanza anch'io? Ci tengo invece a vedere, a “vivere” le sue opere, particolarmente ora che ho colto una soluzione “luminosa”. Da sempre l'anima è luce e il fatto che lui abbia ottenuto il suo effetto con una lastra di metallo non mi tange. L'artista può usare qualsiasi cosa. Nemmeno m'interesso di questo. Lui ha le sue tecniche, le sue strategie. A me, a noi, deve interessare il messaggio e in questo caso siamo secondo me, davanti ad una delle opere più valide degli ultimi anni. Il resto della mostra alla fondazione Stelline l'ho trovato men che penoso (ricordare la frase di Savinio ...) … ma basta un'opera per illuminare un viaggio in questo caso a Milano, come basta una pagina di valore per trasformare una giornata uggiosa e “sentire” che forse vale la pena di esistere ...

domenica 27 dicembre 2020

A proposito di una raccolta di poesie di Massimiliano Pradarelli

 

Lo chiamo Pradarello, non Pradarelli, chissà se se ne è mai accorto. In italiano la tendenza dominante dei cognomi è in -ini, -ni, -i; ovvia l'origine toscana. In Piemonte domina la o, ad esempio Ferrero, ed è Ferrari, con la i in Emilia Romagna ecc.

Pradarello è il cognome giusto, è anche l'dentificativo giusto. Si chiama Massimiliano. Nome non diffusissimo ma, immaginiamo un giorno di festa e la piazza di una cittadina … se grido Massimilianoooooo! Ho la certezza che non si girerà una sola persona. Ricordo quando a Napoli gridai fra la folla Gennaroooo! Si girarono un centinaio di persone. La presero sul ridere ed iniziarono a chiamare altri nomi. Rocco risultò essere il secondo, un santo che a Napoli ebbe un destino strano come in fondo si può dire di quel popolo, sicuramente geniale (basti pensare ad Eduardo e Totò e … alla pizza) ma anche irriverente in modo quasi comico anche col sacro. Tanti anni fa, poiché il Vesuvio non sembrava più un pericolo mentre la peste anzi, le pesti, imperversavano e il buon Gennaro era ideale contro le eruzioni, lo destituirono e ne gettarono la statua in mare. Non sto scherzando … è la storia che ogni tanto sa avere umorismo. Misero al suo posto san Rocco, protettore degli appestati e in effetti, per quell'aspetto le cose andarono meglio, che san Gennaro pensava solo a o' Vesuvio. Ma poi il vulcano si svegliò, girarono con san Rocco ma lui alla montagna assassina non dedicò mai attenzioni e così … finì in mare pure san Rocco, cercarono di recuperare la statua dell'altro santo che non si fece trovare, ne prepararono una nuova che fecero girare nei luoghi in cui la lava minacciava da vicino le case e … miracolo, la pietra incandescente si fermò. Quindi … secondo me, una religiosità un tanto al chilo. Quel che ho raccontato sembra una digressione, si potrebbe pensare che intendessi farvi sorridere, ma ricordate … e proseguiamo nelle meditazioni.

. Quindi da anni lo chiamo Pradarello, e ora che l'ho reso unico (solo lui si girerà a quel richiamo e non membri della sua famiglia o omonimi o parenti), vi dico che mi ha donato un libretto.

Titolo, “Ecco, improvvisamente le lacrime”. Valutiamo il titolo ...

Analisi non razionale (assurdo in termini per gli intellettuali, ma sensato per chi mastica e vive nei simboli): Ecco. Ecco qui … per esteso. Il qui e ora reso anche nel linguaggio popolare. “Ecco fatto!” = fatto ora.

Poi segue la parola “Improvvisamente” … Di nuovo il fattore tempo. Deduco che qualcosa accade, con una certa dose d'imprevisto per chi osserva la scena (immagino il Pradarello che quelle parole le pensa mentre qualcosa gli sta accadendo). Dunque, il qui e ora concreto, seguito da una precisazione che ci informa che il qui e ora è saturato da un evento imprevedibile … e l'evento consiste in “piccole lacrime”. Piccole, per lacrime, è raro per non dire rarissimo, mi da l'idea di un dolore che la dignità vuol contenere … ma non ce la fa, oppure? Non so ... tengo presente che ho scritto queste righe, compresa la descrizione che segue della copertina, prima di aver aperto il libretto.

La copertina mostra una foto in bianco e nero, un paesaggio innevato con alberi. Ma … e l'inverno rappresentato non è un rafforzativo di un certo modo inconscio, ma collettivo di percepire il tempo? Certo. Quando nevica il tempo rallenta. Quando ha nevicato il tempo si ferma, il paesaggio si fa immobile. L'inverno se rappresentato con paesaggi senza umani e oltre il resto con alberi scheletriti che hanno perso le foglie, rappresenta il tempo immobile … e il tempo immobile è l'assenza di tempo.

E ora il collegamento cruciale … sotto il titolo in neretto, schivo ma ovviamente leggibile, il sottotitolo: “Lectio divina tra quotidianità e poesia”. Appare il divino … e questo, già lo so, allontanerà il lettore superficiale. Il senso del sacro, l'essere credenti, non è di moda. La filosofia per esempio, si è fatta laica contro la volontà generale che non lo è. Del novecento per esempio, certi filosofi non appaiono nei libri di testo … o sei laico, o fuori … non esisti. E sfido i prof di storia dell'arte a comprendere Kandinskij, che non stimo, senza conoscere Rudolf Steiner. Sfido Il surrealismo (quello finto di Breton e non quello vero di Savinio) a muoversi nella sua irrealtà intellettuale dimenticando Gurdjeff , Ouspenskij ecc, e le sedute spiritiche e le fattucchiere. Si son nutriti di sacro! Sacro spesso un tanto al chilo, è vero, come quelle persone che buttarono san Gennaro a mare perché l'utilitarismo selezionava nella loro mente anche … i santi. Ma che ci sia una spinta verso il laicismo da parte di pochi laici, negando l'evidenza del sacro che le gente vive, spesso suo malgrado, ecco … questo non si può, non si deve dire. Ricordo Tonino Guerra che dalla cimetta di Pennabilli diceva di sentire in certe giornate solitarie d'inverno dal suo giardino, Dio che tossiva … ed era un comunista, che per vergogna del comunismo militante si definì comunista zen, Un paradosso in fondo, perché il comunista è un materialista (Dio non esiste), e la filosofia zen, gira intorno a un non detto che è il senso del sacro che è una sensazione che capita di provare anche a chi non si è mai posto, sulla divinità, domande chiare. Io stesso, travolto dalla vita, per anni mi rivolsi a Dio solo come all'ultima possibilità prima della sconfitta ma … un giorno, dopo aver letto passi eccezionali da libri che amo, passeggiando col cane, mi sedetti in riva ad una palude e … improvvisamente mi resi conto, fu un attimo, che tutto aveva un senso, che tutto era sintonia e che a noi sfugge perché camminiamo nei secondi, in un succedersi scabro di attimi. Cos'era quella sensazione? Era la divinità che si annuncia? Era il suo preludio? Quel che so è che quella sintonia col tutto, col vento, col fenicottero stupendo (anche se vestito di un inelegante abito rosa), col battito del mio cuore e di quello del mio cane e del pianeta e di tutto … in quell'attimo, quella sintonia mi ha tranquillizzato. Non si pensa la divinità, la si intuisce … e poi vi è il miracolo. Mi diverto a chiederne una definizione. Sospendete un attimo la lettura e provateci per favore. Fatto? Ecco la mia versione: un fatto al quale la scienza non sa dare risposta … ma non mi fermo qui. Spesso in un futuro prossimo o distante, la scienza ha poi spiegato. Il miracolo ha una caratteristica in più … non è comunicabile. Ti accade qualcosa di strabiliante? Ecco … è solo tuo. Se lo racconti non verrai creduto. Tutto qui … e negare che accade è banale come gettare san Gennaro.


Dunque. Apro il libro, lo leggo tutto di sera, con calma e con una matita in mano.


La prima, forse la più bella, ci spiega qualcosa del titolo.


Ecco, improvvisamente

piccole lacrime

nel tuo volto bianco e delicato

Mia dolcezza

perché piangi?

Non sai che il Signore

nostro l'Altissimo

ne chiederà conto?


Torniamo a noi. Ho rispettato tutto, le maiuscole e la forma grafica.

Se ci fermiamo qui abbiamo un dubbio: o un bambino o una donna. Le righe successive, semplici e chiare, ci dicono che è una bambina.

Consiglio di rileggere togliendo la penultima riga, Quel “nostro l'Altissimo”. Si “sente” così qualcosa di immediato, di semplice, che profuma di casa, di vita quotidiana. Quel “non sai che il Signore ne chiederà conto?” lo si ricorda nelle nonne e non solo, spesso appariva nelle risposte per far comprendere che la responsabilità di una frase o di un gesto non era solo nei confronti dei presenti o di chi subiva l'azione, ma sopratutto … nei confronti del Signore. Questo è un dato di archeologia recente che si ritrova nel linguaggio. Mio padre in Tirolo, nel primo dopoguerra (aveva cinque anni nel '45) si svegliava tutti i giorni alle cinque. Alle cinque e mezza con la famiglia era in chiesa; breve funzione, poi a casa, colazione e poi nella vita. Le Case Sante ne erano il fulcro. Costruite dai paesani (piccolo era il borgo che se andavi un po' veloce in auto nemmeno lo notavi), consistevano nella chiesa, la scuola, la casa del prete e il cimitero. Non erano del comune, ma dei paesani che dedicarono delle domeniche pomeriggio per costruirle. E la vita quotidiana iniziava col sacro. Il mezzodì lo decideva il prete con le campane e non con l'orologio … il tempo era di Dio e non del mercante. Se il parroco si era fermato a far due chiacchiere in osteria (di un mio parente … solo tre cognomi si intrecciavano nel borgo), ecco che il mezzodì era alle dodici e dieci. Tutti a casa, preghiera paterna sul pane con un pensiero, ancora nel '45 anche per il buon padre Franz Josef) e via a nutrirsi. E poi chi al lavoro e chi ai giochi e quando il prete suonava per il vespro ecco che la comunità tutta si riuniva nella Casa Santa nota a noi come chiesa. Si pregava, ed era un atto collettivo. Si passava poi insieme a salutare i morti che, sistemati in terra sul retro, ben separati dal resto da un muro di pietre ben costruito, sembravano di fatto in una barca di pietra che contenesse chiesa e cimitero e che in un giorno del giudizio imprecisato, si sarebbe staccata per volare in cielo.


Accadeva settant'anni fa … accadeva ieri. Lo ricordo anch'io negli anni ottanta del novecento questo modo di vivere, che sopravviveva ancora e non solo nei vecchi. La mattina in chiesa ci si contava, ci si rinfrancava nello scoprire che si era tutti presenti, vivi. Ricordo anche la vecchia misteriosa alla quale i paesani si rivolgevano per i loro malanni, e solo se lei non riusciva, si andava diffidenti dal medico … correvano gli anni ottanta … quarant'anni fa, un ieri che anche le parole di quella poesia ancora portano in sé …


non sai che il Signore ne chiederà conto?”


ma … c'è qualcosa che interrompe questo reperto e intende completarlo …


Non sai che il Signore

nostro l'Altissimo

ne chiederà conto?


Quell'aggiunta, quel “nostro, l'Altissimo” ci pone davanti ad una certezza assoluta. Per l'autore, non esiste il dubbio di Dio. Tutto si basa su questa certezza.

Curiosa è l'ambiguità che ne segue. Dio ne chiederà conto per punire o per lenire? Ne chiederà conto al padre o alla bambina?

Questa calcolata ambiguità ci mostra la divinità come misteriosa, spesso incompresa nel suo agire. Nelle poesie che seguono, ci son descrizioni della vita che è divisa in due luoghi netti: la famiglia come un rifugio esente dal male perché il padre terreno, il poeta, consigliato dal Padre celeste, veglia, e il mondo esterno luogo in cui si scatena la battaglia e … per i fatti sgradevoli che vi accadono, rende incomprensibili i piani della divinità. Tracce del dio ebraico, intransigente, che si mescolano col cristianesimo fatto di perdono.

Il finale di una poesia a pagina 49, ce lo conferma …


Chiunque il male

avrà fatto

gettato nel fuoco

divorato (almeno per un minuto...)


E tutti

sicuramente

salvati


Nel fuoco almeno per un minuto mi fa sorridere. Una divinità non risponderà mai al male con il male. Se qualcuno, dal nulla ha creato sofferenza, punire come fanno gli uomini (e celano questo loro assurdo dicendo che agiscono secondo giustizia), genera altro male, altra sofferenza. Ma il Pradarello è umano, dimostra di sapere che non è in grado di reggere a certe malefatte semplicemente col perdono. Una passatina sul fuoco, rosolarli un attimo … qualcosa di romagnolo, di simpatico come questo popolo e questa lingua, che brilla d'ignoranza ma ha un discreto cuore … e infatti, dopo aver messo i cattivelli nell'angolo dietro alla lavagna con le ginocchia sul mais … ma per un solo minuto, ecco che tutti torneranno al loro posto, perché appunto un Dio grande, un Dio vero, è perdono.


Il bello di queste poesie è che spesso l'inizio è laico e talmente semplice … da stupire, ma si ricordi quel che disse Jorge Luis Borges … “la poesia semplice, di una semplicità che cela una segreta complessità …

e infatti …


Vorrei cercare

sempre

di non farmi influenzare dalla massa

spegnere la tv e …”


e poi un'azione, una meditazione, un tentativo di mantenersi integri nonostante i fatti e le bugie evidenti del mondo esterno.


Un altra osservazione e poi il silenzio, perché mai si deve rivelare troppo di un'opera …


I bambini ... si coglie che per l'autore essere diventato padre è stato un evento travolgente.


Vita

che torna alla vita

senza tempo

nell'universo.

Forza nella debolezza.”


Invertendo il “polvere sei e polvere tornerai”, sconfiggendo la morte ...ecco spiegato quel che si riceve con la paternità … in due parole. La debolezza dell'essere umano, e la sua forza di durare non in paese, o sulla terra, ma nell'universo, termine che ha la capacità di farci sentire infinitesimi, assurdi, insensati, fragili.


Vedete … attualmente una coppia raramente pensa a procreare. L'amore è visto come una compensazione, un donare reciproco fra due persone. Una volta, e per alcuni ancora oggi, nella cultura occidentale, così avanzata, così estrema, spesso così semplicemente e irrimediabilmente consumista ed economista (bilanci bilanci e bilanci, al punto che ti cureranno solo se …) nella cultura occidentale dicevo, se ci si amava, l'apice era il figlio. Ora è l'orgasmo … non commento, ma ci si pensi....


E per il resto la parola al lettore …


mercoledì 6 maggio 2020

LEONARD COHEN : "Happens to the Heart"


Vidi il video, e quindi ascoltai la canzone casualmente, appena uscì su youtube, circa sei mesi fa. Non è certo l'unico lavoro di Cohen a commuovermi ... anzi, per essere precisi, questo lavoro, lavoro di gruppo come poi spiegherò, va oltre. 
Ricordo Quando dal vivo alza gli occhi verso la videocamera e dice, con decisione e timore, con un soffio di voce "i'm your man...", un attimo indimenticabile.
Ricordo "Dance me to the end of love" nel video collegato forse arbitrariamente, ma comunque per me con fascino, con il magistrale tango danzato da Al Pacino nel film "Profumo di donna", un brano che sembra superato, già vecchio appena nato e invece tocca il cuore. Insomma, Leonard Cohen ha lasciato e lascia il segno. 
Il video dal titolo, "Happens to the Heart", l'insieme che esso è ... quindi testo, musica e immagini, è un mix capolavoro che mi sento in dovere di spiegare.

Vedete, noi usciamo da un'epoca assurda nella quale per esempio nel cinema, sembra su una moda lanciata dalla Francia, si dice che il film è sempre e solo del regista. Ma ... per esempio "La notte" di Antonioni, sarebbe comunque un capolavoro così potente senza Ennio Flajano e Tonino Guerra? Non credo. E film come "I vitelloni", "La dolce vita" ... cosa rimarrebbe senza Flajano? Si pensi solo al primo titolo. I Vitelloni. Essendo Fellini di Rimini, tutti, pensano che il termine sia riminese, e invece lo troviamo tuttora nel dialetto pescarese. Sta per vudellone, budellone, ovvero colui che passa la vita al bar a far niente (la parte di Sordi nel film). 
Altre opere sono collettive, ma ce le fanno passare come atto creativo di un singolo. Altro esempio, il video "Correre" che sembra essere di Anastasio, e invece è firmato con uno pseudonimo; William 9, e non so altro.
Con Cohen, ed esattamente con quel prodotto formato da testo musica e video che conosciamo col titolo di "Happens to the Hearth", la firma del poeta copre tutto e invece la musica dovrebbe essere di Adam, il figlio, e il video ideato e realizzato da Daniel Askill. Se l'insieme è un capolavoro (io la penso così...) nato dopo la dipartita del poeta, le sue parti non lo sono meno. Ottimo il testo, ottima la musica e il significato del video che va forte, va da solo, anche per chi non comprende le parole comunque semplici. Daniel Askill ha detto: "Volevo realizzare qualcosa che parlasse della vita di Leonard"... "poi aggiunge "Cohen come monaco zen" ... 

Iniziamo l'analisi tenendo conto di un aspetto del lavoro artistico che di solito viene trascurato. L'opera, quasi sempre, è almeno in parte, misteriosa anche per colui che l'ha creata. E' nata partendo da un'idea più o meno chiara? ok, ma poi è accaduto qualcosa che ci sorprende. Spesso l'artista si domanda, al termine dell'atto creativo ... ma cos'ho fatto! Lo accetta. E' uscito dalle sue mani, è parte di lui, ma quell'opera contiene anche parti di lui che non conosce. Noi siamo solo parzialmente consci. Essere artisti è prima di tutto scoprire se stessi con l'opera. Rido gajamente di chi non la pensa così. La definizione di artista cambia ad ogni epoca ed attualmente secondo me è questa. L'artista osserva la sua creazione, che è una parte di lui, e comprende sempre qualcosa in più di quel grande mistero che è l'io per noi stessi. Si arriva ad un limite, per esempio con Kafka, nel quale la visione diviene chiara, completa (dall'incontro con Dora Dymant) e la sua letteratura non ha più senso per lui perché tutto è stato compreso e non c'è più sofferenza. Ora è tutto chiaro, ora son giochi intellettuali ... ormai Kafka, verso la fine, era come il Buddha, immobile nella malattia, sulla panchina di un parco a Berlino intento ad inventare una favola per una bimba che aveva perso la bambola, ora poteva anche morire ... perché morire ... non era più morire.

Ed ora il video, che appunto secondo me non è del tutto chiaro al suo autore ... ma anche a tanta gente. Ho verificato quel che dico anche pubblicamente, su varie centinaia di persone.




Un uomo col cappello visto da lontano che cammina in un bosco.
Prima associazione ... Leonard Cohen portava sempre il cappello, non so se portava anche il cappotto o l'impermeabile.




La macchina da presa lo raggiunge. Un volto serio, un ragazzo, carnagione chiarissima. cappello, impermeabile e camicia bianca.
Mio pensiero ... Leonard era scuretto ... l'opposto ... questo è sicuramente biondo ...




Toglie l'impermeabile e lo getta ... è un gesto apparentemente senza senso. Perché gettarlo.




Toglie il cappello ...



... e lo getta. 
Ora non ho più dubbi. Mi sto inoltrando in una dimensione simbolica. Già gettare l'impermeabile nella realtà quotidiana avrebbe avuto senso se inteso come gesto di stizza, di rifiuto ... ma sommato al gettare il cappello....! Ho avuto un periodo breve della mia esistenza nel quale mi ero affezionato ad un berretto da baseball, quando dovevo andare a teatro, vestito elegante, mi sentivo nudo senza. Quindi quel gesto, gettare il cappello, per una persona (Leonard) che era abituata a portarlo sempre ... no ... non è più realtà, razionalità ... è simbolo. 
E già intuisco chi è quel ragazzo bianchissimo e biondo ... è un'anima ... si ... 



Via la giacca, e si capisce che è una donna. Non dal viso, ma dal seno che si intuisce. Ora ... la mente razionale rettifica la sensazione iniziale e dice ... ragazza. 
Sul piano simbolico no, non basta.

Mi spiego: All'inizio si ha un'idea maschile, quando vista di schiena, nella distanza, viene colta la prima sagoma. Penso che in quel frangente nessuno abbia dubitato del fatto che si trattasse di un maschio. L'inquadratura frontale non fa cambiare idea ... fino alla camicia ...che rivela il seno, ma per un attimo.
Il livello simbolico mi fa dire che non è né uomo ne donna, è un essere umano. Toglie pure la giacca e la getta ... si intuisce che toglierà tutto. Perché lo fa ?



Lo sguardo da serio si fa triste ... sbottona la camicia ... e la getterà.



Poi la canottiera, e nel frattempo i razionali hanno avuto altre conferme del fatto che è una donna.



Non vediamo volare via pantaloni, calzini, indumenti intimi e scarpe, ma comprendiamo che è nudo/a, nel bosco. Ora, non è più un bosco, ma la natura, il cosmo, ... e comprendo che i vestiti erano il corpo e l'anima se li è tolti rimanendo nuda. 




Ora lo stato d'animo evolve: dalla serietà è passata alla tristezza. Ora arrivano lacrime e disperazione. L'anima disperata.
E sul piano simbolico è tutto chiaro. L'anima, fin quando è stata nel corpo ... ha vissuto per il corpo e immaginato il dopo, ma del dopo non sa nulla. Ora, persa nel cosmo inspiegabile, nel quale ogni direzione sembra identica e il paesaggio invariabile, qualcosa deve accadere ...



disperazione ...



vede qualcosa ...



una persona vestita di scuro, sembra un religioso



Lo ricopre con un mantello 



e gli indica una direzione. L'anima è ricoperta, quindi protetta ...



Si nota sul viso una lacrima, rimasta dalla disperazione vissuta qualche attimo prima. Ora inizia un altro tipo di mistero. Quel che sembra un caos cosmico, non lo è. Esiste una via anche nel caos, e una via equivale ad un senso. 



il paesaggio si dirada



si apre in un panorama che corrisponde all'infinito e non si può più proseguire. Ma ora non esiste più la disperazione ... e chi non può proseguire ... 




si siede ... il paesaggio alla fine è sempre il medesimo ... quindi ...



dopo averlo osservato a sazietà ...



l'anima, ormai sicura della protezione divina, di un divino che intuisce ma ancora non conosce, chiude gli occhi.

Questa azione è importantissima. Anticamente i ciechi avevano il compito divino di guardare nell'interiorità, di ascoltare le muse, che dalla divinità ricevevano l'ordine di comunicare certi messaggi agli uomini. E' riduttivo pensare solo ad Omero, l'artista cieco per eccellenza. Abbiamo tracce anche più recenti, quasi fino ai giorni nostri. Nel volumetto "Costantinopoli", Arsenij Tarkovskij racconta di un cantore cieco visto al mercato in un paese della costa nord del mar Nero, siamo ai primi del novecento. La gente si avvicinava, lo ascoltava e lasciava dei soldi ... si badi bene, non un'elemosina. Ne "La tregua", lo narra Primo Levi. Indro Montanelli, in esilio in Albania decide di andare a conoscere "il cieco", il grande poeta. Dopo un pajo di giorni faticosi in groppa ad un asino, lo incontra: "ma non sei cieco!", "Qui si chiama cieco il poeta ..." e siamo se non erro, negli anni trenta del novecento.
Chiudere gli occhi per noi, in una quotidianità fatta di orologi impegni lavoro e lavoro e ancora lavoro ... è dormire, è sonno, riposare, staccare un attimo.
Per chi ha tempo, per chi ha deciso di avere tempo, per chi ha deciso di non correre come questa epoca ti chiede, e si ferma a ... pensare, per chi osa questo, chiudere gli occhi è pensare, concentrarsi ... e così il pensiero diventa meditazione che pian piano va da sola e ... 



qualcosa accade ... chi dal pensiero passa alla meditazione e si
lascia andare, si stacca dalla corporeità ... e simbolicamente lievita in una dimensione che ha qualcosa di divino.



Perché la scelta della levitazione come simbolo della spiritualità raggiunta ... 
Chiedetelo ad Inarritu che la "usa" in "Birdman", o a Paul Auster che ne fa una chiave fondamentale in "Mr Vertigo", o a Sorrentino che ne "La grande bellezza"  ... ecc

La nostra epoca ha scelto questo simbolo per rappresentare la spiritualità raggiunta. 

FINE DELLA DESCRIZIONE

Fate caso ora come la musica si leghi magistralmente alle immagini amplificandone il significato, e il testo, che cita Gesù, Marx, quindi religione e ideali sociali, e la vita quotidiana, tutto si lega e si ha ... il capolavoro.

Perché ho scritto questo pezzo. 
Perché mi son reso conto che questa opera non è stata compresa. Eccesso di raziocinio? (ho mostrato dove le vie della ratio e della sensibilità si separano ...). Penso di si ...
Nella nostra vita quotidiana la sensibilità è un ostacolo. Chi fa più facilmente strada nella vita? ... immaginiamo una parità di possibilità e raccomandazioni, talento e ricchezza fra due concorrenti ... colui che è freddo, amorale ( = senza una morale) va più lontano. La vita quotidiana è così, e seleziona i più freddi, quelli che una persona non la amano ma credono di poterla comperare ... per esempio. Ricordo negli USA le pubblicità della persona socialmente arrivata ... col bicchiere di superalcolico in mano, il sigaro e la biondona di fianco ... e il macchinone e la casona e ... la solitudine che troviamo nei quadri di Hopper (per esempio il tuffo in piscina). Tutto, tranne la solitudine, la trovate nelle loro pubblicità ... e la solitudine la vedete in riva ai bar, sui metro ...

E invece qualcuno che resiste c'è, e non lo fa ipocritamente. Vedete ... a lungo andare la maschera diventa il volto e chi la indossa ... essendosi dimenticato di togliersela tanti anni fa, non sa più nemmeno di averla.
Ci sono artisti che giocano coi simboli ... per esempio Sorrentino ...
Altri, come Leonard Cohen e Paul Auster ... non sanno fingere e pagano con la vita, soffrendo anche nelle opere, sbagliando, ma lasciando una scia luminosa di sensibilità che, se colta ... si fa contagiosa.

Amen