leggere e scrivere in ambito letterario. Nessuna scuola può insegnarlo. Si tratta di un'esperienza interiore alla quale ci si deve lasciar andare. Abbiamo un tesoro di coerenza e sensibilità in noi, si tratta di sapere come farlo sgorgare, come favorirlo. Potrebbe rivelarsi in un'espressione artistica diversa da quella letteraria, ma è secondario. L'importante è che accada. Con le arti ben fruite, si impara a fare e questo, appaga profondamente.... mail personale graziekafka@gmail.com
mercoledì 25 maggio 2016
14 aprile, mattina di pasqua, mattino presto
L'onda che si infrange sulla sabbia
muore continuamente
e tu
piccolo umano,
pensi di essere mortale
tu
che puoi veder morire il tempo
domenica 24 aprile 2016
Fantasia alle sei del mattino
Sei di mattina. Sono
sveglio da un po' e giro in macchina. Niente musica, non sa andare
oltre le emozioni, che sia Beethoven o Gigi d'Alessio, poco cambia.
Emozioni e basta, come se oltre ad esse non ci fosse più nulla. E
l'occhio che sa vedere il cielo terso che vola all'infinito e si fa
infinito, in quella nebbia dei sensi nemmeno immagini possa esistere.
Niente parole. La mia
realtà, l'io non sa più che farsene. Con esse posso tradurre una
sensazione che non parte dai cinque sensi e approda a qualcosa che
nel vocabolario non esiste? E ha senso coniare nuovi vocaboli e
dotarli di un nuovo significato se esso non è condivisibile?
Mi fermo dopo ore di
paesaggio, il cane che dormiva sul sedile posteriore, si è svegliato
e merita la passeggiata. Da lei, si chiama Philly, imparo quel che
ormai sempre dimentico; il piacere di avere un corpo e di sentire la
sua elasticità. La sua immersione nel mondo degli oggetti e delle
altre forme viventi, per mezzo dei cinque sensori, è interessante,
ma non dimentico mai che della realtà quei sensi mi mostrano solo
una parte. Questo modo di conoscere non devo sentirlo come l'unico, e
l'intelligenza che poi riordina le sensazioni, sembra esaltante, ma è
poca cosa … mai dimenticarlo. Ma per i cani è diverso … da loro
ho finalmente compreso anche, cos'è il tempo.
La Romagna spesso ha paesi
con nomi che fanno sorridere. Un giorno mi ritrovai davanti ad un
cartello che portava la scritta “Grattacoppa”. Pensai ad uno
scherzo, come quella volta che nel bresciano, in montagna, sotto il
nome di un paesino che non ricordo più, lessi in caratteri ben
stampati, “paese denuclearizzato e deterronizzato”. Un negoziante
del posto mi disse che il cartello resisteva ma non rappresentava la
verità, invece a Grattacoppa mi dissero che il nome sembra sia
dovuto al fatto che in un tempo ormai senza tempo, vi abbiano abitato degli zingari. Questi si grattavano spesso i capelli sul collo e da qui
il nome. Bagnacavallo ha una storia meno comica, lo è il nome perché
si offre a fantasie giocose.
Il levriero scende e il
naso, con leggere torsioni, esprime diffidenza. Si inoltra nell'aria
immobile ma satura di odori che io non sento, e mi lascio guidare. So
che esiste una piazza molto bella; Piazza Nuova. Sembra sia del
settecento. Così almeno mi confida un cartello, e in Italia, per l'Italia, quell'epoca è vecchio e non antico. Mi inoltro per portici
silenziosi. Cielo grigio che fra le arcate. Un leggero rumore di
pioggia … due pezzi di plastica trasparente, si contorcono e
avanzano per la piazza e sembrava...sembrava....
Nessuno per strada. Nei
paesini è metafisica l'alba.
Nelle grandi città, che
si tratti di Milano o New York, nulla cambia, di gente ne vedi
sempre, ma di mattino presto son tutti isolati in un guscio di grigia
fretta, e sembra che vadano verso il nulla fingendo impegni per non
arrendersi a vite senza direzione. Sono in sé stessi. Gli occhi
rivolti in dentro, e immagino che si veda solo il bianco. Ti passano
vicino, ti sfiorano, tu non esisti per loro e loro sono per me solo il
venticello leggero del loro passaggio.
All'alba i colori sono
indecisi. In questa alba, essendo già accaduta, il cielo di piombo
chiaro appiattisce tutto, e la realtà sembra più vera, senza
compromessi, senza alcuna pietà.
Ho scarpe con la scuola di
gomma e sono silenzioso. Nella piazza principale, alla destra del
campanile, leggo i cartelli dei morti. Passa un vecchio in
bicicletta. Si ferma e li legge. Penso non mi abbia visto perché
osserva ben bene un cartellone e fa il gesto dell'ombrello dicendo
“tiè!”. Quel verso mi fa sorridere. Ecco il romagnolo e la
morte, la morte degli altri, e quel farla franca in fondo solo per
qualche attimo. Riparte e lo inghiotte un portico. Di nuovo silenzio
e riappare rumore di pioggia. Ormai lo so e cerco per terra. Varie
carte camminano e sembra per un attimo che vengano tutte verso di me.
Sono il nemico? Già il fatto di essere, di esistere, mi fa sorridere … e le
cartacce, in un mulinello aggraziato, si incamminano in tutt'altra
direzione.
Fra i cartelli funebri ne
scorgo uno con un cognome comune da queste parti. “Guerra”, il
pensiero va ad un caro amico che se ne andò all'equinozio di
primavera. Poi ripenso a quel cognome. Questa gente gioviale che fu
soldati di ventura … esiste anche il cognome Troncossi … era
un'arma che … e Guerra, Guerrini, Guerrieri … E Sforza per la
forza, così si dice, con la quale lanciò una zappa in direzione dei
soldati di Giovanni Acuto. E Alberico da Barbiano e tanti altri. Ora
aleggia una sensazione non di pace, in Romagna, ma di tregua.
L'ultimo soldato di ventura, di Predappio, è ancora amato
segretamente e pubblicamente odiato, e si sa che l'odio è l'ultimo
legame che si può concedere a colui al quale è negato l'amore …
Ma non puoi dirlo al romagnolo verace, questo comunista in Mercedes e
Rolex, questo paradosso che dà il meglio di sé a tavola o nei
racconti al bar con gli amici, racconti irreali, irriverenti,
bugiardi e non creduti, ma che permettono a chiunque di ridisegnare
la mediocrità a colori vivaci. E penso a “I vitelloni” che non
sono di Fellini, ma di Flajano. Ne è prova proprio il titolo.
Vitellone viene da vudellone, che ai primi del novecento a Pescara,
identificava il giovane sfaccendato che stava al bar, che aveva
l'epica del biliardo, della conquista delle sartine e delle
luculliane mangiate.
Ora, nel silenzio plumbeo,
ho per un attimo la sensazione che in un punto del cielo qualcosa si
faccia denso e luminoso. Un pensiero … qualcosa di inatteso … o
il sole che non riesce a indorare e quindi a rendere sensuale quel
che è concesso agli occhi.
Torna per reazione a
quello sforzo, un'atmosfera di buio che dura un attimo, e diventa un
controluce affascinante.
Mi inoltro per le vie. Qui
il tempo non lo si lascia agire. L'intonaco, artificio inelegante,
appena steso, se di grana fine e ben verniciato, rende finto l'antico
e dona l'idea di un presente posticcio come certi uomini che,
ottantenni ma ancora audaci, osano sfoggiare un parrucchino nero.
Queste case, quando il
tempo le sminuzza, diventano sporche. Il loro sgretolarsi sa di
vecchiume da immondizia, senza una storia da raccontare. Qui era
terra di mattone vivo. E solo nel campanile della piazza l'ho visto,
minuziosamente cesellato da anni di esistenza. Ricordo certi paesi
dell'Andalusia con vecchie case in arenaria. Questo materiale salta
una tappa. Immediatamente fa sembrare antichissimo e vissuto,
l'edificio che lo indossa, che forse ha appena trecento anni ma ne
dimostra mille, e in questa sensazione l'Europeo ama cullarsi.
L'antico che si vede, che si tocca, è la tana della stirpe, è una
sensazione di immortalità che ama.
Nelle metropoli, tranne
Roma, la t cade e rimane immoralità, e non è colpa loro. Un
quartiere antico, qualche antico albero, sono un'esca che ci
restituisce l'illusione di un senso profondo. Io non sono solo io, ma
un noi del quale io rappresento solo il momento presente … e nella
consapevolezza di questo flusso ogni gesto diviene responsabile
perché il passo falso è vergogna di tutti coloro che son già stati
e che sarò. Per questo la grande città, che è solo presente nei
suoi edifici, che sanno esprimere solo funzionalità o opulenza, ma
non ricordo, diventa il luogo in cui tutto è possibile, il luogo in
cui uccidere e respirare son la medesima cosa, il medesimo gesto
senza senso. Il solo presente, in noi, porta ad un assurdo più
assurdo di quell'assurdo che si vive quando ci domina il senso di un
tempo enorme, che parte da un passato indefinibile ma almeno
affascinante, e si inoltra in un futuro che fa paura perché lo vive
la specie e non l'io, e questa è la seconda illusione, la
distorsione di chi crede nel passato, meno deleteria per chi ha solo
il presente per pensare, per pensarsi.
Bagnacavallo è bella in
fondo, ma non mi piace. Da qualche parte, dietro ad uno di questi
muri, so esistere una Melancholia di Durer … questo mi fa
sorridere; un po' come trovare un frigorifero al polo nord … e
decido di cercare la Piazza Nuova che vidi con l'amico che si
chiamava Guerra. Vi fece mettere per Natale una enorme cometa,
simpatica, inusuale. Attraverso una via anonima, che si vergogna di
mostrarsi, vedo il muro di mattoni lievemente corrosi che ne è lo
scrigno. Ecco il cancello … la piazza è chiusa … e guardando fra
le sbarre, mentre osservo le arcate interne di quell'ovale veramente
aggraziato, di nuovo l'opalescenza appare in cielo. Ne sono
abbagliato per un attimo e quando la vista mi riconsegna agli oggetti
mi accorgo che dentro la piazza c'è una ragazza leggera leggera.
Viene verso di me. Ha un passo che … forse fa danza … perché
sembra senza peso, senza sforzo … sembra che quella medesima brezza
che rendeva vive le cartacce ora la guidi verso di me. Sorride. Le
dico che sembra l'abbiano rinchiusa. Mi presento e le offro la mano.
Dico il mio nome e lei sorridendo dice di essere mia paesana … si
chiama Zeit … e Zeit vuol dire Tempo, solo che in italiano è
maschile e per me … è un femminile quasi oltre ogni dimensione. Mi
dice che si, Lei vive rinchiusa li dentro e come posso vedere, solo
li e nella torre in centro, il tempo sgretola e ricama. “Ma puoi
uscire?”
“certo, se qualcuno come
te riesce a vedermi, allora esisto. Non ti faccio paura?”
“No. Non più, penso
ormai di conoscerti”.
“Vieni che ti mostro una
cosa” …. attraversa le sbarre di legno come se non esistessero e
ci incamminiamo di nuovo verso la piazza. La prendo in giro e le
rammento che ci sono vetrine di negozi e lei, che si presenta come
femminile e bellissima, di fatto le ignora … questo dimostra che il
suo aspetto è un travestimento per sedurmi, per riportarmi a credere
in lei … sorride ma senza sorriso, si sente smascherata … ed
eccoci di nuovo ai cartelli funebri. Me ne mostra uno che mi era
sfuggito. A cinquant'anni dalla morte, con fotografia, un uomo,
deceduto il 19 aprile del 1966 …. i famigliari … dopo
cinquant'anni … mai avevo letto qualcosa di simile.
E come in un'allucinazione
mi accorgo che non si tratta di un foglio di carta coi bordi listati
a lutto, ma è di marmo decrepito e potente. Anche gli altri fogli
non son fogli ma lapidi, l'atmosfera di assurdo controluce che riduce
le sagome a profili scuri, mi abbaglia, mi giro nella piazza e mi
accorgo che ovunque, sulle facciate delle case, della torre, delle
chiese, ovunque sono lapidi. Non più finestre, perché anche gli
scuroni … e la pavimentazione della piazza, lapidi con nomi e date
e foto che mi guardano con insistenza perché se li guardo negli
occhi allora per quell'attimo penso a loro ed esistono … mi prendo
la testa fra le mani, mi sembra di impazzire. Urlo urlo urlooooooo! E
sento un rumore di crollo. Torno a guardare. La piazza si sta
offuscando di polvere. Tutte le lapidi, per la forza dirompente del
mio grido, come un immenso castello di carte, stanno crollando. Il
frastuono è insopportabile … ma liberatorio … e mi sveglio su
una sedia della piazza vuota, col levriero che mi ha delicatamente
leccato una mano, stanco dell'attesa di questo sonno improvviso.
Guardo l'ora, è durato un attimo. Torno verso i cartelli funebri …
eccolo … dopo cinquant'anni che chiedono di ricordare … miliardi
di persone mi si moltiplicano davanti. Persone che non esistono più
e che ripetono quel grido di carta … mi incammino verso la macchina
e una canzoncina mi si sveglia in testa e come una brezza montana mi
libera del peso di quell'incubo.
Stavolta parto davvero
con un vento leggero
che mi soffia alle
spalle...
Ecco la macchina. Sale il
levriero, mi siedo al posto guida e
canticchio quelle parole
di un poeta milanese degno del Nobel …
e una voce sottile e
magnifica che aleggia nella macchina prosegue
tu dormi bene il tuo sonno
dove vado lo sanno
solo le stelle …
E' lei, ma non è qui …
anzi è qui invece ma impalpabile si è sciolta in me
e ora parto davvero
con questo vento leggero
e dove vado lo sanno
...solo le stelle.
giovedì 17 marzo 2016
Meditazione in un giorno di eterna pioggia (i Dioscuri)
“Una volta compiuto il tuo destino,
che ti volle omicida, liberato da tutti questi guai, sarai felice.”
Così disse Castore, uno dei Dioscuri,
al nipote Oreste. Erano fratelli di sua madre, Clitemestra, che
Oreste aveva appena ucciso con l’aiuto della sorella Elettra, per
vendicare la morte per ascia che essa diede al marito, Agamennone.
Clitemestra lo fece per vendicare il sacrificio della figlia
Ifigenia, ordinato dal veggente Calcante, per poter permettere la
partenza della spedizione per Troia, bloccata dalla volontà di
alcuni Dei, oppure, come sembra lei disse in seguito, per gelosia di
Cassandra, che Agamennone portò come trofeo dalla città distrutta …
e vagava come baccante in casa e come amante nel letto del re …
quella medesima Cassandra che disse si ad Apollo e ricevette il dono
della veggenza, ma poi non ebbe la forza o il coraggio o la gioia di
darsi al Dio. Apollo non volle riprendere il dono; gli Dei gesti
banali non ne compiono, ma la maledisse: “che nessuno creda nei
tuoi oracoli!”. E così Cassandra profetava, che era più forte di
lei trattenersi, ma non creduta vagava, resa folle dalla gravità di
quel che nel futuro vedeva.
Ora, in questa sveglia allucinazione,
sento ripetere, addomesticata per me, la frase dei Dioscuri,
rivelatami in voce sognante dalla invasata Cassandra ora in Ade:
“Una volta compiuto il tuo destino,
che ti volle poeta, liberato da tutti questi guai, sarai felice. È
soddisfatto il Dio. Egli ti libera, e una Dea prenderà quanto fu
purificato consacrandolo a se stessa”.
Una eco da stanza umida e vuota. Questo
è il suono dell’Ade che già conosco, e che riverbera dopo quelle
parole. Ho veduto per un attimo, ora, il tuo volto o Cassandra,
scompigliato e stupendo … e poi ho sentito una porta chiudersi. Dal
soffitto di terra, le radici dei boschi, contorte, scendono e si fan
bianchi fili. Vengo incarnato in un’ombra per poter accedere … e
sento dei passi che da un punto a me di fronte, si avvicinano. Loro,
i Dioscuri, lo so, lo “sento”, tornano. Tornano ora che il mio
compito è concluso ….
“Si. Siamo noi. Siamo qui. Veniamo a
chi non ha mai tradito se stesso. Il tuo compito è terminato. È
esaurita, per la tua carne, la dose di sofferenza”.
Nel silenzio umido, gocce d’acqua
scivolano dalle radici e mi bagnano il viso.
“Ora puoi chiedere e ti sarà dato”
“che Apollo perdoni Cassandra e la
ami” dico
“sarà fatto. Ma ora decidi per te”
“e secondo voi non è per me? Posso
io aspirare alla felicità … considerare felicità quel che
desidero e ottengo, se intorno a me si agita la follia?”
“ora hai insegnato agli dei”
rispondono i Dioscuri insieme, “ e ognuno di loro si è alzato dal
suo trono per rispetto alle tue parole … ma chiedi ancora, perché
solo a chi ha perseverato senza mai nulla domandare, sarà dato”
“chiedo acqua pura per la mia “sete”
….”
“non esiste”
“chiedo oblio per le mie pene”
“anche gli dei lo vorrebbero”
“chiedo la fine”
“anche gli dei la vorrebbero …”
“e allora non so cosa chiedere più”
“abbiamo fama … onori …”
“e niente per l’anima?”
“niente”
“Anche gli dei vorrebbero?”
“anche gli dei vorrebbero”.
Nel silenzio eterno dell’antro, le
gocce sembrano mettersi in fila nella caduta dalle radici, e gettare
nel caos dell’eternità un sentore di orologio.
“… e lo chiedono a te” proseguono
i sacri fratelli
“a me? E come posso fare …”
“puoi lasciarti andare scrivendo, ora
non più spinto dalla sofferenza”
“ora … oltre la sofferenza? Ma
esistono le parole?”
“non esistono ma puoi provare”.
Una mano destra fatta di buio, mi tocca
il mento.
due braccia mi cingono le gambe.
E’ un attimo.
I due antichi gesti dei supplici son
compiuti
e poi
nel silenzio
una coppa si illumina
qui davanti.
“Bevi. Nulla più sarà amaro per
te.”
E in quell’attimo sospeso, lungo e
breve, oltre il tempo dell’uomo, sento nascere in me il gesto che
il corpo libererà verso la bevanda. Già sento il sapore e
l’ebbrezza che dona … e non esistono le parole … le potrei
cercare ora che sono incarnato in un’ombra. … Oppure riposare nel
corpo, vincente, dicono gli Dei, nonostante i doni del fato.
“Una volta compiuto il destino …
liberato … sarai felice”
Ecco ripetuto l’oracolo da una
Cassandra che ora ride
e l’odore di menta che sento è il
passaggio di Apollo
non più crudele.
E Cassandra
solo voce ai miei occhi
dice: “qui è tuo padre …”
Attendo un nome
un gesto
un volto
una parola.
Sento una carezza leggera
ed è tutto,
conferma
e messaggio.
Io e Lui nell’Ade
di fronte
finalmente.
“Padre … una parola …”
Due mani a nido
mi porgono un pettirosso.
Le dita non lo sentono
ma lo vedo
che dalle mie mani prende il volo
e mi porterà all’uscita, alla nuova
vita
Va bene
ho compreso
… Padre …
vado …
ciao.
E sento distante una voce che canta …
limpida e sicura è Atena nel suo dire …
e ripete come nenia ….
“Lenta forse ma efficace, è l’azione degli Dei”
venerdì 11 marzo 2016
Il potere (meditazione sulle sue caratteristiche attuali)
IL
POTERE
Anticamente lo si “incontrava” in forma direi
individuale. Un io che agisce su degli io definiti. Il p era
esercitato su pochi altri che si conoscevano per nome. Secondo passo:
sottomettere il capo del clan e il clan era tuo. Terzo passo:
sottomettere colui che ha sottomesso i capiclan (siamo già a misura
di città), quarto passo: sottomettere i capi di città. Si pensi in
proposito a Firenze che cerca di sottomettere Siena, Lucca, Pisa, e
poi diventa uno stato regionale (più o meno l'attuale Toscana).
L'espansione del potere avviene in relazione ai
cambiamenti dei sistemi di comunicazione e alla capacità di muoversi
in essi. La rapidità dello spostamento di idee (anche di ordini),
persone e merci, espandono la mappa mentale. Un primitivo dominava il
suo villaggio. Andare oltre la selva, selvaggia e aspra e forte
ancora ai tempi di Dante, era un'avventura. Ho visto testamenti che
esplicitano il problema. Partire da Ravenna per recarsi a Bologna e
fare testamento. Ora quegli ottanta chilometri richiedono cinquanta
minuti in treno, dai venti ai quaranta in macchina (a seconda del
modello ovviamente) e in elicottero, il mezzo di chi può, un quarto
d'ora.
C'erano boschi con lonze e lupe, i lioni li metteva la
fantasia, i banditi non scarseggiavano e quindi un testamento ci
stava tutto
Il capo villaggio scopre che se abbatte qualche albero e
fa dei sentieri, può aver a che fare con un territorio maggiore, poi
scopre che se si fa portare, prima ad esempio in una portantina
gestita da coloro che ha sottomesso nel suo villaggio, poi da un
ciuco, arriverà in un altrove fresco di energie. Sentieri fra i
villaggi e ciuchi diventeranno strade fra nazioni e cavalli e carri
ed ecco l'impero romano. Senza quelle vie di comunicazione mantenute
efficienti c'era il rischio che un ordine emanato oggi a Roma
sarebbe arrivato quando il suo senso era ormai … senza senso.
Immaginare. Io, l'imperator, ordino di spostare le truppe sul confine
persiano perché penso che da li potrebbe arrivare una brutta
sorpresa. Dopo vent'anni l'ordine arriva alle mie truppe che sono a
oriente e nel frattempo i persiani hanno già invaso tutto.
Ogni potere ha quindi chiaramente le sue esigenze per
potersi espandere.
Osserviamo ora il presente. Velocità di comunicazione:
immediata.
Velocità di spostamento persone: stratificata.
L'élite si muove in aereo (non sto scherzando), il
popolo in auto. Girare in auto crea paradossi. Immaginiamo di essere
a X e di dover andare a Y. Non ragioniamo più in base ai chilometri,
ma del tempo impiegato e spesso auto e treno, e aerei legati a orari
fissi, sono enormemente svantaggiati se messi a confronto con chi ha
un aereo privato. L'aeroporto “La Guardia” a N.Y. È per voli
privati. Alcuni di questi privati hanno aerei da guerra disarmati,
quindi possono essere ovunque nell'arco, al massimo di un giorno.
Questo de localizza il potere e lo rende
irraggiungibile, anche se si riuscisse ad identificarlo.
Nelle epoche precedenti c'era sempre un io definito,
riconoscibile, e questi aveva uno o più luoghi identificabili nei
quali svolgeva i suoi affari, e questo accadeva poiché era
necessario il contatto diretto almeno col livello più alto dei
subalterni.
Attualmente, per gestire un potere, non è necessario
incontrare diciamo “corporalmente” e lo sappiamo. Di fatto noi
quotidianamente incontriamo poche persone concretamente e centinaia
virtualmente.
Si tratta di meditare accuratamente su queste variabili
necessarie alla gestione del potere per comprendere che chi lo ha
acquisito concretamente in epoche precedenti ora lo può gestire, al
limite, senza incontrare alcun sottoposto. Questo rende assai
difficile individuarlo e anche dargli un nome.
Solo un accurato studio del passato, particolarmente
dalla rivoluzione francese ai giorni nostri, permette di attuare una
individuazione.
Aggiungo a queste considerazioni un dato che penso sia
intuitivo, anche se speso viene sottovalutato o non dedotto. Il
sistema capitalistico, dalla repubblica di Venezia in poi ha assunto
una caratteristica indiscutibile: la potenza economica privata è in
grado di superare spesso quella degli stati e quindi nel privato
bisogna acuire l'osservazione, e non è semplice, poiché spesso
quest'ultimo fagocita gli stati. Esempio. Cosimo il vecchio, nonnino
di Lorenzo il magnifico, non intaccò la struttura democratica che
governava Firenze. Era in grado però di mettere a tutte le cariche
dei suoi “dipendenti”. La medesima faccenda con la Venezia dei
dogi. Una ristretta cerchia di persone si allea per gestire lo stato
non in nome degli interessi collettivi, ma di quelli privati.
Attualmente, poiché il sistema di comunicazione è
accelerato e nell'arco di un giorno chi può è ovunque e a livello
di messaggi addirittura con lo scarto di pochi secondi, ovviamente il
“gioco” può farsi trans nazionale. Io che ho lo stato più
potente sotto controllo, secondo l'insegnamento di Cosimo il vecchio,
posso gestire altri stati … che diventano di fatto colonie della
mia economia domestica ma in apparenza non si coglie nulla ….. a
meno che non si studi accuratamente la storia dalle risoluzione
francese in poi … no, da Cosimo in poi.
Altra caratteristica evidente ma troppo spesso
trascurata dal capitalismo attuale: il pesce grande mangerà il più
piccolo e alla fine rimarrà un solo pesce. Era già accaduto, con
Carlo quinto, poiché la famiglia seppe gestire matrimoni ed eredità,
poi con la regina Vittoria, che però di fatto non regnava ed era
solo il parafulmine di un gruppo che agiva in modo lievemente
spregiudicato. Per fugare i dubbi ricordare la “guerra dell'oppio”
come fece a conquistare il mercato delle pezze di cotone in India.
(la prima ve la cercate su goooooooogle, la seconda ve la ri
spolvero: l'india non comperava pezze di cotone perché coi suoi
telai a mano bastava a sé stessa. Divenne colonia inglese e questi,
coi telai a vapore producevano talmente tanto da aver saturato il
mercato mondiale. Come rimediare? Distruggendo i telai di primitivi
degli indiani che, per quel popolo senza fretta erano più che
sufficienti. Gli indiani furono così costretti a comperare le pezze
dagli unici venditori presenti sul loro territorio, i conquistatori
inglesi).
Torniamo a Noi. Ne rimarrà soltanto uno. Quando? É già
accaduto? Sta accadendo? Accadrà?
Studiare o osservare il presente … e troverete la
risposta.
Solo possedendo questa si potrà agire sulla nostra
epoca tentando di sanarla.
venerdì 26 febbraio 2016
Bianca (racconto di Liliana Casadei con un secondo finale di we
BIANCA
Di Liliana
Casadei
Ricordo che
ero stanca quella sera, di una stanchezza ingestibile. Dormii per
tutto il tempo che il treno impiegò per arrivare ad Modena.
Il treno di
mezzanotte.
Quanto tempo
dall'ultima volta in cui ci ero salita! Immagino spesso una
situazione surreale ... certi treni rimangono fermi ad aspettarti.
Sanno che tornerai e non se ne vanno.
Ero salita
con un po' di anticipo sulla partenza e il sonno mi aveva
completamente annebbiato.
Mi svegliai
poco prima della stazione d'arrivo, per caso.
Misi in
fretta la giacca, raccolsi le mie cose buttandole alla rinfusa dentro
la borsa e,
avviandomi
all'uscita sentii una voce chiamarmi.
Mi girai,
ancora mezzo addormentata. Una ragazza bassa coi capelli ricci, di un
rosso che sembrava bordeaux, mi stava chiamando.
"Mi
aiuti a scendere dal treno?"
Feci cenno
di sì, notando nei suoi occhi una specie di disperazione benevola.
Mi fece
sentire indispensabile, in quell'attimo.
Pensai
quindi che fosse inevitabile prestarle soccorso.
Scendemmo a
braccetto e notai immediatamente un difetto nel piede destro.
Lo teneva
arcuato su un lato e non riusciva ad appoggiarlo.
Una volta
toccato terra, mi chiese di proseguire e di accompagnarla fino alle
scale. Non esitai. Non avevo altra scelta.
La richiesta
di aiuto continuò fin sulla strada e poi ancora.
Percorsi a
braccetto con quella ragazza tutto il tragitto che la conduceva a
casa.
Non la
abbandonai.
Mentre si
procedeva, assai lentamente, le dissi solo che ero stanca e le
domandai quanto distasse il punto d'arrivo.
Non distava
molto.
Non mi
guardava in faccia. La sua timidezza si scontrava con quella
sfacciata richiesta di aiuto.
Mi nominò
sua madre.
Mi disse che
era anziana e che la stava aspettando a casa.
Era una
bella immagine ... per una fredda sera di dicembre.
La salutai.
Ritornai a
Bologna dopo qualche settimana. Primo vagone. C'era lei. Vidi i suoi
lunghi capelli rossi, ma finsi di non averla notata.
Mi misi a
sedere qualche sedile poco più in là.
Parlavo al
telefono.
E poi di
nuovo mi chiese quell'aiuto, come se non ci fosse nessun altro a cui
rivolgersi.
Finsi
disinvoltura nell'accettarlo, ma stavo fingendo.
Avrei voluto
andare via subito, di corsa, come forse avrebbe fatto chiunque.
Correre in
macchina e scappare via. A casa. In qualunque posto. Non più lì. Ma
dormire, credo.
La condussi
di nuovo fino a casa, dimenticando la stanchezza della volta
precedente. Pensai che fosse fin troppo vicina la sua abitazione per
negarle quell'aiuto. Provai biasimo per la mia pigrizia. Scherzammo.
Notai dello strabismo nel suo sguardo.
Non c'era
vergogna in lei, ma la piena accettazione della sua condizione.
E poi per
più di un mese non presi più il treno di mezzanotte e mezza, in
partenza dal binario 14 della stazione di Bologna.
Accade una
terza volta.
Decisa,
quasi crudelmente, a non sedermi nel primo vagone dove di certo
l'avrei trovata, mi allontanai dalla testa del treno.
Ero certa
che qualcuno si sarebbe preso cura di lei, e con questa scusa che era
acqua sporca, lavavo la coscienza.
In fondo,
come faceva ogni sera in cui io non c'ero?
Non potevo
caricarmi di quella responsabilità. Il suo dolore non apparteneva a
me e iniziavo a credere che appartenesse ad ognuno come un dono ed un
fardello, da cui nessuno avrebbe potuto salvare l'altro.
Era il gioco
della vita. E nel frattempo questi ragionamenti da filosofa da due
soldi mi facevano sentire superficiale.
L'avrei
evitata senza far notare la mia presenza e per tutto il tragitto mi
dimenticai, o finsi di dimenticare, della rossa del primo vagone.
Una volta
scesa. Percorsi i pochi passi che mi dividevano dal sottopassaggio.
Scesi velocemente le scale ... ed eccola. Ferma in cima alla rampa
opposta che chiedeva aiuto. La diffidenza delle persone, abili nel
fuggire dalla sconosciuta aggrappata alla ringhiera, mi spinsero a
correrle incontro.
"Ci
conosciamo già." le dissi
Lei rise,
perché mi aveva riconosciuto.
Sentendola
aggrappata al mio braccio, ancora, per la terza volta, ebbi in un
lampo la sensazione di conoscerla bene.
Mi guardò e
rise.
Le chiesi
che ci faceva sempre a quell'ora sul treno.
Mi disse che
lavorava per una rivista e che si occupava della rubrica dedicata al
cinema.
La cosa mi
incuriosì e il dialogo scivolò da solo, su tutti i film appena
visti al cinema.
Li aveva
visti tutti!
Su uno in
particolare ci soffermammo. Il film raccontava della storia d'amore
tra un professore universitario e una sua allieva fuoricorso.
Mi confessò
di essere stata colpita da quella trama personalmente per aver
vissuto una situazione simile in cui però, il professore si era
rifiutato di cedere alla passione per una sorta di conformità alla
professione. Mi disse che spesso quegli innamoramenti nascono dalla
difficoltà di elaborare eventi del passato, spesso legati a
problematiche familiari. Nel film era così e pensai che lo fosse
anche per lei, ma che fosse stata meno fortunata della bella
protagonista, poiché il professore non aveva ricambiato quel
sentimento.
E poi mi
stupì.
Mi stupiva
sempre. Lo aveva fatto fin dall'inizio.
Quel
professore era attualmente il suo fidanzato, ma quel rifiuto iniziale
l'aveva obbligata ad affrontare i vecchi fantasmi per vivere quella
relazione come tale e non come una sorta di compensazione. Decisi di
crederle. Perché non avrei dovuto? Cosa c'è di più bello
della verità degli sconosciuti? Non ti devono nulla e tu non
devi nulla a loro.
Camminammo e
mi parlò di psicologia, di una cena accaduta a Bologna quella sera
stessa e di un incontro casuale fatto fuori dal ristorante.
Camminammo e
mi piacque tanto ascoltarla.
Era fine
febbraio e l'inverno sembrava aver ceduto il passo precocemente alla
primavera, ammaliando alberi e bulbi.
La salutai
come si saluta una persona che si conosce, ma di cui si deve
ammettere a se stessi che non si sa molto.
Me ne andai
pensando di averle portato via qualcosa e questa sensazione mi
sfuggiva, e di essere un po' meno sconosciute.
Di me non le
avevo detto nulla, perché ... di me non dico quasi mai nulla.
Il giorno
dopo cercai la rivista. Non trovai nessuna rubrica sul cinema. Si
trattava di una guida al benessere. Sperai di avere capito male il
nome e stavo già dubitando delle parole di una donna che, mio
malgrado, non era più una sconosciuta.
Mi aveva
detto di essere nata sotto il segno dell'ariete e di avere
quarant'anni.
Salutandola
avrei voluto sapere il suo nome per ostentare quella familiarità
che, di lì a poco avrei certamente detestato.
Decisi di
chiamarla Bianca.
Bianca e il
suo fidanzato professore, la madre a casa ad aspettarla ogni sera,
una rivista inesistente, un piede fallato e l'abitudine, certa come
tutte le abitudini, di tornare col treno di mezzanotte e mezza al
binario 14 della stazione di Bologna.
Liliana
Casadei ha scritto questo racconto. Me l'ha inviato via mail e mi ha
chiesto cosa ne penso. Lo trovo buono lo considero la "cosa"
migliore che ha scritto.
Gliel'ho
detto e poi le ho consigliato di meditarci sopra. I motivi sono due;
primo, nonostante descriva qualcosa che è realmente accaduto, se la
sua mente lo ha così accuratamente selezionato è perché si tratta
di un frutto che l'inconscio ama far suo. Contiene quindi immagini
che rappresentano l'io di Liliana e, continuando ad agire sul testo,
che comunque potrebbe essere considerato concluso, la matrice
inconscia potrebbe diventare non razionale, che equivale alla morte
del simbolo, alla sua anestesia, ma intuitivamente compresa. Si
ricordi che una autopsia viene eseguita su un corpo senza vita.
Quello non è un essere umano ma il corpo di un essere umano. Manca
la vita, manca un qualcosa di importantissimo. E così è per i
simboli. Non li deve smontare la razionalità, mancherebbe in essi la
vita. Devono essere intuiti, non c'è altra soluzione. E perché va
fatto? Perché l'io profondo, quello vero, attaccato con le sue
radici immortali alla natura ... alla divinità, contiene quel che
veramente siamo e quindi la nostra indole, la tendenza esistenziale.
Se comprendo allora saprò qual'è la direzione da prendere nella vita.
Secondo
punto. Mi piace considerare non conclusa un'idea. É una buona
ginnastica per la fantasia ma aiuta anche ad intuire il senso.
Con Tonino
guerra questo "gioco" lo si faceva spessissimo. Due esempi
sono contenuti nel blog; selezionare anno 2013 e si troverà il post
<Tonino Guerra e We "Il Gigante">, un altro è il
racconto "Anatroche" che mi sembra di non avere ancora
bloggato.
Ho fatto
presente a Liliana che sarebbe interessante se pensasse a delle
variazioni. Mi ha risposto che non dovrebbe essere difficile poiché
dovrà prendere ancora quel treno, e io ho risposto che certo, va
bene così, ma deve pensare, immaginare, anche senza questa
opportunità che soffre del peso di una eccessiva concretezza.
Nel
frattempo ho elaborato un finale. Mentre glielo dico vedo la sua
reazione ... colpita al cuore ... al cuore del simbolo. Un sguardo
dilatato alla descrizione dell'ultima scena, pelle d'oca sulle
braccia. Quindi la via è quella giusta. Ha capito; ora sta a lei,
poiché per un artista il meccanismo è sempre il seguente: le prime
opere rivelano l'autore a se stesso, la consapevolezza graduale dell'io profondo, porta al capolavoro, entità rarissima che nel
novecento "sento" in Kafka, Fitzgerald, Papini, Pound,
Proust, Bulgakov e pochi altri. Quel che è difficile è tollerare,
resistere alla numinosità, alla potenza dell'emanazione dell'io
profondo. La tensione psichica è talmente forte che se ne esce
esausti, spenti, consumati. E chi ha provato quella sensazione,
questa specie di amplesso nel quale divento Dioniso che riesce ad
amare, a possedere Diana, chi ha provato una volta, non cerca altro
... perché altro non esiste.
Ecco ora il
finale mio per Liliana:
BIANCA
Finale di we
Che notte.
Niente sonno e la mente che deraglia continuamente. Non un pensiero
che si annodi ad un altro, non una parola, che scelgo attentamente,
che si trasformi in qualcosa di più di una parola. Decido di uscire,
è tardi e non so che fare. É sereno. Tutto bello, ma una bellezza
che non mi sfiora. Decido allora di fingere di scendere da quel treno
di mezzanotte e mezza. Manca un'ora, Parlare con Bianca mi sembra
necessario anche se niente di lei mi è certo, a partire dal nome.
Ecco il
treno immaginario, salgo e riscendo da un altro vagone come se fossi una
viaggiatrice vera.
Ma bianca
non c'è ...penso alla magia del numero tre. Tre volte l'ho vista.
Oggi niente, e me ne torno a casa delusa perché, affidandomi
all'abitudine avevo deciso che quel che era accaduto consecutivamente
tre volte doveva accadere ancora. É la scienza che commette questo
errore, lo so, ma qui non si tratta di scienza, siamo oltre, sono io
che sono in corto circuito. È qualcosa di più vero della scienza.
Seconda sera
consecutiva. La mente non va come ieri. Giro a vuoto. É come se
fosse accaduto qualcosa che, per il fatto di non essere stata
compresa, avesse deciso di affliggermi con questo disorientamento.
Torno in
stazione. Niente finto ritorno stasera. La luna è metallica, quasi
finta e io sono li, appoggiata al muro che guardo la gente scendere
dal treno di mezzanotte e mezza. Bianca non c'è. Non so spiegare il
perché ma so che è giusto così.
Torno a casa
e mi sento masticata da una sensazione che non è solitudine. No, è
qualcosa di più umido, fangoso, sporcante, e sotto ci sono io che
non riesco a capire.
Terza notte.
La mente in equilibrio sulle punte cade continuamente, e il pubblico
che immagino nella mente, sembra essere venuto solo perché quelle cadute
piacciono. Ma non soddisfano me, che cado ripetutamente su un palcoscenico
polveroso. Sudo per lo sforzo e per il disagio e quindi sono un
disastro di polvere che mi si attacca addosso e non mi sopporto più. Il
palcoscenico però non ha porte e io sono io e sono appunto la notte. Non so come uscirne e, fra una
disperata acrobazia e l'altra, osservo se fra il pubblico, così
serio e attento e che compostamente applaude ad ogni caduta, non ci
sia un posto libero nel quale rifugiarmi. Ma non c'è e non ha senso,
non so perché ma non ha senso. Sono in ballo e devo ballare. Tocca a
me e l'unica via d'uscita sembra possibile se riuscirò a stare sulle punte, a comprendere questa danza. Ma se c'è danza c'è musica! Ecco ... nella
tensione del cadere e rialzarsi, nel disgusto della sporcizia che mi
si accumula addosso, non ho sentito. Devo ascoltare ... e continuare a
cadere. Si. Ecco, c'è, ora la sento. Non colgo il ritmo e se non c'è
ritmo non è musica ma rumore. Poi mi risveglio da questa visione e
comprendo che qualcosa si è mosso in me. Dalla parola equilibrio che
mi sono offerta per sfuggire al niente della mente, è sorta la danza
orrenda, poi la caduta, poi il sudore e lo sporco, poi il teatro col
palcoscenico nero e senza porte, e il pubblico ... e il rumore non
udito per disperazione che pian piano si fa musica.
Non chiedo
più niente a me stessa, osservo il corpo che si lascia vestire dalle
mie mani, e accade con una insolita attenzione ai particolari. Il
corpo esce, lo seguo e io sono dentro di lui. So già che andrà in stazione ma non capisco.
Ed ecco la luna piena, che ieri ne mancava una fettina, ed ecco il
treno misteriosamente bianchissimo. Sono appoggiata al corrimano,
osservo la gente che scende e di una, non comprendo ancora se maschio
o femmina, vedo un'aura sottile e luminosa del medesimo bianco del
treno ... e dalla mia bocca, che ora è finalmente mia, sento
chiedere senza umiltà ... finalmente, senza angoscia, senza più
paura
"portami
a casa ... per favore ... andiamo a casa".
martedì 26 gennaio 2016
Kapo
KAPO
La fascia andava portata al
braccio sopra la divisa del campo. Il Kapo era un prigioniero come
gli altri, ma per i soldati tedeschi del campo era la figura alla
quale dare ordini ai quali doveva poi obbedire tutta la baracca.
La ricevetti all'età di circa
dodici anni e come accadde merita di essere raccontato e ricordato.
Due anni prima avevo conosciuto
casualmente un ex deportato dei campi. Ero in Tirolo e con mio padre
eravamo andati a salutare una anziana prozia. Casetta tipo baita
delle favole, paesaggio incantevole e giornata di sole. Entrammo nel
classico salottino con la Stube di ceramica e insieme alla prozia
sedeva una coppia. Lui era magro e somigliantissimo ad Hermann Hesse,
la donna di fianco a lui, che scoprii essere la moglie, era piccola sorridente e silenziosa. Ci sedemmo e quell'uomo, che per me era
ancora uno sconosciuto, ci fu presentato. Dissero il nome e mi strinse
la mano. Aveva una camicia bianca e maniche rimboccate. Ricordo che
dal taschino spuntava una penna forse d'argento, che mandò un
bagliore quando si sporse in avanti per i convenevoli. Quando
recuperò la posizione normale e l'improvviso lampo si
spense, vidi al braccio, i numeri tatuati. Non era, come
scoprii poi negli anni da altri ex, riluttante a mostrarla. Sapevo di
cosa si trattava, ma vedere quei numeri lì, davanti a me, mi bloccò.
Non riuscii ad essere controllato. Fui forse maleducato, e li studiai
minuziosamente. Lui se ne rese conto e avvicinò il braccio. Non
sapevo cosa dire e cosa fare. Prese la mia mano e la portò su quei
numeri. Mi disse “chiudi gli occhi … ecco, non c'è niente, non è
successo niente”.
Li riaprii e ritrassi la mano
come se mi fossi scottato. La prozia, il padre e la moglie
dialogavano ma come in un sussurro. Avevano colto la situazione e non
volevano essere d'intralcio. Ero un decenne curioso e leggevo molto.
Sapevo dell'Olocausto e l'avevo presa assai male. Sono nato in
Germania e amavo quella che allora consideravo e sentivo essere la
mia patria. Non ci avevo dormito, non ci volevo credere. Per qualche
settimana avevo pensato che si trattasse di una congiura contro il
popolo più organizzato al mondo e che secondo me tutti invidiavano.
Solo in Germania l'aria era nitida sempre, come dopo un temporale, e
lo era perché tutto era in ordine, tutto era al suo posto. Niente
cartacce, autobus in orario e non come a Roma che quando chiedevi a
che ora passa ti dicevano quando lo vedi c'è!
Io, che mi sentivo tedesco non
potevo accettare quella macchia.
Per questo, non esitai a fare
domande. Dissi “mi racconti qualcosa, la cosa che più l'ha
colpita”, ed usai il tono duro, inquisitore, di chi non vuole, non
può credere, non è disposto a credere. E mi raccontò della fame.
La brodaglia che quando andava bene aveva bucce di patate e quando
andava male nemmeno quelle. Lui era vivo perché aveva un segreto. Mi
chiese se volevo saperlo. Accennai di si col capo. “Andavo dietro
la baracca, con i piedi facevo un minimo di buco, o c'era già quello
che avevo fatto, e ci orinavo dentro; poi aspettavo, spuntava qualche
verme e lo mangiavo. E lo mangiavo in fretta! Non volevo che altri lo
sapessero. Anche i vermi erano pochi. Erano proteine”.
Ci fu un silenzio di ferro. Non
mi ero reso conto ma nella stanza eravamo rimasti noi due. “Devi
fare una prova se vuoi capire la fame. Ti basta un giorno di digiuno.
Fai una cena leggera, leggera, mi raccomando! Poi vai a letto e la
mattina dopo niente, solo un po' d'acqua e niente a pranzo. E poi,
all'ora di cena scegli un cibo a caso, anche semplice come una fetta
di pane e dai un morso. Il sapore dopo il digiuno non è lo stesso
che si sente quando sei sazio. È una piccola esplosione, un
godimento. Pensa ora all'effetto che può fare un cucchiaino di
marmellata dopo una fame durata mesi...”
Mi raccontò che quando
arrivarono i russi era uno scheletro con un po' di pelle, lo misero
su una carriola e lo sistemarono in una baracca diversa, nuova,
pulita, ma in quarantena. Quindi fame per non ricorda quanti giorni.
E poi un ospedale e sua moglie, che era una di quelle infermiere e
che si innamorò di lui … salvandolo, “perché mi mancava
l'essenziale … la voglia di esistere ancora”. Mi raccontò
dell'angoscia del cibo, degli incubi. Della fine quando gli altri,
quelli che riuscivano ancora a muoversi, si abbuffarono e morirono
quasi sul colpo, perché un corpo che non è più abituato a mangiare
scoppia subito. E così, piano piano, cucchiaino dopo cucchiaino, nel
giro di mesi che poi scoprì essere diventati anni, era tornato
decente. Decente … a me sembrava ancora troppo magro, spolpato. Una
figura bronzea di Giacometti. Si vedevano i tendini al polso e quelli
del collo. Il pomo d'Adamo scendeva e saliva sotto la pelle, e il cranio sembrava osso senza pelle poiché aveva quelle
macchie che di solito i vecchi hanno nelle mani. E tutto, dalle
braccia, a … a tutto, sembrava fosse stato macinato, buttato su dei
bastoncini, e poi tolto fino ad ottenere appunto un'opera viva di
Giacometti. Questo comunque lo pensai anni dopo, lo penso ora, perché
allora questo grande svizzero per me non esisteva.
“Secondo lei perché l'hanno
fatto ...” gli chiesi.
“Non lo so. Non so spiegare.
In un'epoca si incrociano tante cose. Penso non ci sia un motivo solo
…. sai, ora sto bene.”
Poi si alzò, mi fece cenno con
la mano e uscimmo. C'era una panca davanti alla casa e la valle era
stupenda nel sole del pomeriggio. Luce quasi radente, ombre lunghe.
Si sedette. Battè con la mano sul legno e mi misi di fianco. “Sei
curioso. Bello essere così. Io non lo sono più.”
Sua moglie, che ora mi sembrava
irreale come una fatina, ci portò dell'infuso ai frutti di bosco e
un dolce fatto in casa. Lo osservai mangiare. Cercavo di cogliere
dell'ingordigia, qualcosa di anomalo, come quando i parenti e i preti
di fronte al morente cercavano di cogliere, nell'attimo supremo,
l'anima che prendeva il volo.
Mangiò normalmente, disse che
il dolce era buono. Il padre uscì, salutò, io baciai
la prozia e strinsi la mano a lui scrutandolo intensamente per
l'ultima volta mentre la moglie-fatina era rimasta in casa.
Il padre durante la camminata di
ritorno, non disse nulla. Immaginava sicuramente in quali sentieri si
dibatteva il mio pensiero e lui ne era parte perché da anni, da
quando ne avevo sette, stava morendo. Sapeva che lo sapevo. Sapeva
che la notte sognavo di giocare a scacchi con la morte e che la
partita non finiva mai e mi svegliavo con il terrore di perdere.
Dipendeva da me, e non potevo sbagliare. l'aveva letto in un racconto che
avevo scritto e nascosto in un mio libro che un giorno decise di
leggere perché mi aveva turbato; era il Moby Dick di quel capitano
Achab che si apprestava a combattere una battaglia che sentivo
assurda perché perduta in partenza. troppo forte la balena bianca, troppo fragile, indifesa, la nave del capitano. Me lo raccontò qualche tempo dopo, che
l'aveva letto il mio racconto dove giocavo a scacchi con la morte, me lo disse una sera che si giocava a scacchi e non riuscì a
terminare perché il male come una carie, lavorava minuziosamente. Me
lo disse così, con una strana leggerezza, come quando si parla della
pioggia di domani.
Passarono due anni. E di nuovo fui in Tirolo, con mio padre che ormai somigliava ad uno dei campi.
La prozia ci riceve e sembra ieri. Il medesimo sole, la valle stupenda. Lui è li nel salotto con la moglie-fata e penso che l'amore funziona solo quando un uomo è completamente indifeso perché è della donna l'istinto di salvare, fa parte dell'istinto materno, fa parte di qualcosa che immagino, temo e non conosco. La osservo e nel frattempo stringo la mano col numero.
La prozia ci riceve e sembra ieri. Il medesimo sole, la valle stupenda. Lui è li nel salotto con la moglie-fata e penso che l'amore funziona solo quando un uomo è completamente indifeso perché è della donna l'istinto di salvare, fa parte dell'istinto materno, fa parte di qualcosa che immagino, temo e non conosco. La osservo e nel frattempo stringo la mano col numero.
“Hai letto qualcosa sui
campi?”
“Si, ma ho sempre
l'impressione che scrivano certe cose perché sanno che vendono.”
“Giusto. Tutto sta diventando
mercato. Tutto ormai ha un prezzo, e anche le sofferenze rendono.
Pensaci. Gli artisti raccontano le loro, gli storici e i cinici,
quelle degli altri.”
“Ma allora per lei uno storico
è un cinico?”
“Penso di no. Probabilmente
sarà anche in buona fede, ma secondo me si possono raccontare solo
le cose che si son vissute.”
Mi chiede se ho provato a
digiunare.
Gli dico che l'ho fatto due
volte. La prima volta, giunto a sera, come mi aveva consigliato lui,
decisi di mangiare un cracker … ed ecco che appena le briciole
entrarono in contatto con la lingua, il sapore, che di
solito era qualcosa di appena accennato, lo colsi più forte, più
rotondo, pieno di sfumature. Già al secondo pezzo l'effetto non era
più così coinvolgente.
Provai poi, poco tempo dopo, un
digiuno di due giorni. Per me non è mai stato difficile non
mangiare. Se leggo qualcosa di avvincente tuttora salto il pasto
perché mi dimentico. Il padre in ospedale, io a casa da solo e
quindi potevo sperimentare liberamente. Alla sera del secondo giorno di digiuno,
la mano prese il cracker con un nervosismo che non era il mio. La
osservai come cosa estranea, avvicinarsi in fretta alla bocca, e il
sapore fu un petardo. Allora piansi, lo ricordo, perché compresi che
era vero, erano veri i campi, i milioni di morti. Quella prova,
quella sensazione verso la quale mi ero incamminato su suo consiglio,
la immaginai protratta per giorni e giorni nei quali una fetta di
pane e una brodaglia insipida era tutto quel che davano, e dovevano
lavorare duro ... resistere al freddo. Ho compreso la sua reazione
davanti ad un cucchiaino di marmellata, davanti al vaso che avrebbe
divorato tutto lasciandoci sicuramente la pelle se non lo avessero
dissuaso con la forza. Quel sapore esplosivo, enorme, possente che la
fame dona anche ad un verme che mastichi vivo!
Sorrideva mentre descrivevo.
Dalla tasca prese una tela chiara con una stella di David e la
scritta Kapo. La appoggiò sul tavolo.
Non osai toccarla.
“Ora ascolta. L'avevano
nominato Kapo. Per noi era un privilegiato, per noi era diventato il
timore. Decideva chi andava al lavoro duro dei sacchi, chi a quelli
leggeri. Un giorno entrò il soldato nero e disse. Tre da qui vengono
con me. Scegli tu. Sapevamo di un tentativo di fuga che era stato
scoperto. Presero gente da ogni baracca e la impiccarono. Lui dovette
sceglierne tre.
Io vivevo con la fame. Per me
esisteva solo lei. Non capivo altro. Il giorno dopo mi mise fra
quelli che dovevano fare il lavoro pesante e gli dissi “non sei più
lo stesso. Non ti riconosco” lui reagì urlando. Si tolse la fascia
e me la gettò. Questa fascia qui. Uscì dalla baracca e non tornò
più.”
Il silenzio era enorme. Vedevo
che stava soffrendo.
“E dove può essere andato”.
“Ma come! Non capisci! Stava
male per i tre impiccati che dovette scegliere e io l'ho fatto
esplodere! Nei campi eravamo tutti contro tutti, tutti coi nervi a
fior di pelle!”
Aveva urlato. Aveva dato un
pugno sul tavolo con quella mano marchiata...
La moglie-fata gli asciugò il
sudore, mi sorrise dolcemente e fece un lieve cenno del capo come per
dire “nooo, non è successo niente”.
Mio Padre prese la scacchiera e
giocarono. Due morti giocavano, e io non resistetti, uscii cercando quel panorama bellissimo ma non c'era, non c'era più niente.
Passò un tempo che non so spiegare e mi accorsi che lui era li,
seduto di fianco a me.
“Come stai” mi chiese.
“Non lo so”.
“Tieni. Tienila tu.”
Lo guardai sbalordito. La fascia
era nelle mie mani e lui tornò dentro. La osservai attentamente. Le
cuciture precise della stoffa chiara e i punti forse fatti a mano
della stoffa azzurra, e una macchia. Forse sangue, forse no.
Uscì il padre con la prozia, la
moglie-fata e lui. Ci salutammo sorridendo come dopo un temporale.
Mi incamminai alla sua destra, e
dopo una decina di minuti di silenzio glielo dissi: “Pa', mi ha
dato la fascia da Kapo”
“lo so. Per questo siamo
venuti oggi, aveva deciso di dartela.”
“Ma … perché a me”
“Perché sta morendo”.
Dopo un altro silenzio
lunghissimo aggiunse; “sei l'unico che gli ha fatto delle domande,
sei l'unico che ha provato a digiunare.”
Ora, dopo tanti anni, di noi
cinque, solo io continuo ad esistere, e la fascia è qui, con me, che
mi ricorda David, che mi ricorda che quella follia è veramente
accaduta. E' qui che mi ricorda che l'essere umano può impazzire,
che domani verrà ma se non si cresce dentro, se non si coltiva la
gentilezza, se la regola fondante della Bibbia non viene rispettata,
ogni uomo può diventare un mostro. Non fare agli altri quel che non
vuoi che sia fatto a te, ecco la Bibbia nel suo concetto
fondamentale, ecco la vita nella sua legge fondante.
venerdì 22 gennaio 2016
Razzismo ... un'idea per un breve atto teatrale
Come
nasce un'opera
Il discorso che qui affronto è generale. Vale in
eguale misura per un racconto, un soggetto cinematografico o teatrale
o per qualsiasi espressione artistica si prediliga. Nella fattispecie
sarà, per essere concreti, un breve atto unico teatrale.
Un concorso ha proposto come tema, il razzismo.
L'argomento è talmente trito e ritrito, ed affidato
solitamente alla maschera del buonismo, del perbenismo, che nella
dimensione della vita quotidiana, le mille sfaccettature che questo
argomento pone in risalto, sfuggono. Se si analizza la nostra
giornata, e si “raccolgono” le risposte che diamo, coglieremo che
nessuno è innocente. Nessuno può esserlo, aggiungo io, poiché
l'idea che siamo tutti uguali è ridicola per non dire stupida. Ogni
essere umano (ma anche ogni animale), si distingue proprio perché
uguali non siamo. L'aspetto esteriore si offre ad una lettura spesso
immediata e superficiale, per categorizzare, attività questa che la
mente sempre deve utilizzare per muoversi nel mondo. Se alla
categoria “nero” associamo con immediatezza certe immagini, certe
frasi, ad esempio, che si tratta di un potenziale profugo o per
esempio un “vucumprà”, attiverà quasi in modo involontario una
diffidenza che ha origine prima di tutto nella consapevolezza dello
straniero come altro da sé, come essere più difficilmente
codificabile, comprensibile, poiché le sue regole sociali, i suoi
perché, sono profondamente diversi dai nostri e spesso sconosciuti;
diversi certamente e mai abbastanza indagati. Quando per esempio un
pakistano si meraviglia del fatto che non hai figli, fino ad arrivare
a commiserare, ecco che in noi nasce questa certezza. “Avrà una
vagonata di figli e toccherà a noi con i servizi sociali, quindi con
i NOSTRI soldi, mantenerlo perché non ragiona e va d'istinto!
Animali! Si fanno figli solo se si possono mantenere!”
Non serve nemmeno la certezza da parte nostra che i
figli di chi ci ha commiserato esistano per innescare quei ragionamenti. I luoghi comuni si innescano
da soli se non si è esercitati quotidianamente a tenerli
imbrigliati, ed è difficile che quel ragionamento non sia stato
fatto dalla quasi totalità delle persone. Studiare, essere umili,
saper ascoltare e, arte ancor più difficile, saper fare domande
senza risultare indelicati, sono stazioni del calvario che non
appartengono all'esistenza attuale se non come eccezione. Per un
Pakistano il figlio è colui che deve fare i riti quando il padre
muore. Se non c'è nessuno che li compie si può dire che l'aldilà
si complichi. Studiando si scopre poi che l'ebraismo ha il Kaddish,
un rito lungo che mette in relazione il ricordo del defunto con una
serie di azioni, per esempio sedere su uno sgabello basso e ricordare
(il dovere di ricordare in forma di preghiera, azioni, gesti … stupendo). A New York,
non molto tempo fa, fece successo un libro che semplicemente si
intitolava così: “Kaddish”. Un uomo noto (Leon Wieseltier), eminente e convinto di
essere laico, in età avanzata rimane orfano (parola che nella mente
si associa ai bambini ma di fatto appartiene a qualsiasi età poiché,
sorpresa delle sorprese, gli adulti soffrono in modo diverso da un
decenne per esempio, ma soffrono, e non poco, per ogni distacco, che
spesso altro non è che un'abitudine che bruscamente si interrompe.
Per l'adulto spesso l'altro non è più un mistero, poiché l'abbiamo
ingabbiato in una selva di convenzioni, di etichette che non abbiamo
avuto il tempo di aggiornare perché si è sempre troppo
autoreferenziali, un modo chic per dire egoisti, ed indaffarati) e
torna al rito delle origini poiché scopre che la morte del padre lo
ha disorientato troppo. E il ritualizzare, in un tempo che è minimo
di un anno, aiuta a cauterizzare, a curare un distacco che nella sua
irreversibilità si rivela lancinante.
La commiserazione del Pakistano, del musulmano in
generale, come dell'ebreo e del cristiano di qualche tempo fa,
risiede in questo ruolo del figlio, che si fa psicopompo ufficiale
nel passaggio dalla comunità umana verso l'aldilà. Psicopompo,
guida, dalla terra agli inferi (paradiso suona meglio, gli inferi non
esistono, son solo le nostre angosce).
Questa piccola descrizione ci aiuta a comprendere che
ascoltare, meditare, convincersi che chi viene da un'altra cultura
potrebbe avere una soluzione per noi impensabile ad un problema
enorme, che ci ha bloccato … e il problema lo vedete in "Blue Jasmine" di Woody Allen. Non è raro che nelle elite se rimani vedovo o vedova ti sbattano in clinica gonfiandoti di psicofarmaci e dopo due settimane ti rimettano al mondo dando per scontato che il peggio è passato e invece pian piano si diventa tossicodipendenti di xanax come nel film di Allen e come ho visto accadere alcune volte nella realtà.... forse è meglio un ritule sociale di una clinica e di quelle gocce ... che ne pensate?
Ora. Razzismo senza essere banali. Non è semplice.
Tutti ne parlano con intelligenza, ma proviamo a far cantare il
cuore.
Primo passo, attendere la sera ... dopo aver pensato, non
certo con continuità, all'argomento, poi andare a letto e staccare
la mente razionale, lasciarla in quella situazione che chiamiamo
stand by, che ci avvisi se nel mondo esterno scoppia una bomba o brucia qualcosa, ma
per il resto spenta, spenta spenta, e l'io profondo inizierà, come
sempre, a dialogare ed elaborare. E così è accaduto che verso
mattina, sveglio nel buio, ho visto la stazione, e non una stazione a
caso. La mia mente sapeva che nel giro di poco mi ci dovevo recare
per un breve viaggio. Ho visto il treno, la gente che va di fretta e
un uomo sui quarant'anni che viene accompagnato al tavolino da una
donna matura. Poi la scena si è bloccata. Avevo da fare. Mi vesto,
faccio quelle piccole cose che servono al corpo, preparo le mie carte
e parto. Freddo canaglia. Viaggio. Arrivo, e scopro che la mia mente
aveva perfettamente fotografato quel lato della stazione e anche il
tavolino. Eccolo li, ed ecco riapparire la scena che avevo
immaginato, ma il tavolino è vuoto. Ora mi siedo li vicino, nel
freddo, fra le frette che lasciano quasi una scia di nebbia
luminescente. Dopo aver raccolto le energie, aver staccato il più
possibile i sensi ecco che fantasmicamente, il protagonista entra. Ha
una piccola borsa in cuoio. La signora lo lascia al tavolo, poi entra nel
bar adiacente, vedo che ordina qualcosa e se ne va dalla stazione. La barista porta
un cappuccino all'uomo seduto e immobile, quasi assente. A questo punto un attimo di lucidità causato da un
avviso ferroviario brutale, mi porta al pensiero di voi. Siete tutte
ragazze ed eravate interessate all'idea del pezzo teatrale. Quando
l'annuncio tace torna la nebbia luminosa come nei sogni ed ora al
tavolo c'è una donna sui vent'anni, bella, fine. Ha guanti senza
dita e sorseggia scaldandosi le mani alla tazza. Un uomo di colore si
avvicina e chiede un'informazione, la ragazza risponde, non sento ma
comprendo che riguarda un treno. Lui sorride e accenna ad un lieve
inchino di ringraziamento, dice qualcosa che fa ridere la ragazza e
poi se ne va.
C'è, poco distante bellimbusto che l'aveva già
precedentemente adocchiata e ha osservato il nero e la ragazza che
parlavano. É con amici, si avvicina e inizia un dialogo curioso,
quasi da favola di cappuccetto rosso e il lupo, anzi, identico.
“Ciao! Cosa fai nel bosco da sola!lo sai che potrebbe
esserci della brutta gente!”
“Cappuccetto rosso non ha paura. Sta andando dalla
nonna e i lupi cattivi raramente son veramente cattivi”
Lui allunga la mano e dice “Mi chiamo Stefano”,
rimane con la mano a mezz'aria e, poiché ha visto lo sguardo dei
compagni che sorridono di quella piccola sconfitta, si irrita e dice
“Non mi stringi nemmeno la mano?”
“Lei, lo fissa dritto negli occhi e dice “guardami
bene, ti sembra che io l'abbia fatto apposta?”
“Non capisco...”
Lei lentamente solleva la mano dal tavolo, in modo che
sembra impacciato, lui precipita la sua e la stringe.
“Ecco che Cappuccetto rosso ha stretto la mano al Lupo
cattivo”, e sorride.
“nooo, io sono il Cacciatore! Quello di prima è il
Lupo cattivo, quel nero”
“”Un nero?”
“Si, ti ho vista che parlavi con lui. Lo conosci?”
“No, ha chiesto un'informazione”
“risposta scontata. Non potevi dire diversamente. É
uno spacciatore, lo sanno tutti qui e ti sei accordata... con me lo
puoi dire”
“Lei non risponde. Passa una ragazza assai vistosa. Il
ragazzo dice “Che profumo! Mmmh, buonissimo!”
“Vol de nuit”
“Cosa?”
“Vol de nuit.. il profumo. Saint Exupery fece un libro
che fu un successo, tanti anni fa, e la Guerlain gli dedicò un
profumo col medesimo nome … volo di notte”
“Aspetta … e' quello del piccolo principe! Giusto?”
“Si, ma la favolina non è la sua cosa migliore... e
comunque cosa te ne fai di un odore finto, che si compera. Il suo
odore vero è quello che potrebbe scaldare i sensi, non quello
sintetico che vendono un tanto al litro...”
“Vero … quindi tu non ti profumi!”
“esatto, non voglio maschere
“però ti lavi” dice lui ridendo
“certo, tutti i giorni (ridendo) e comunque non
abbastanza, perché il Lupo cattivo mi ha notato”
Ride anche lui e aggiunge: “è che sei graziosa, e sei
vestita così bene!”
Lui allunga la mano e tocca il bordo della sciarpa
“Questa lana azzurra … com'è morbida. Si sente, ma
si vede già con gli occhi!”
Poi si pavoneggia un po' muovendosi in modo semi comico,
“e il mio giubbotto ti piace? É di un grande stilista, vediamo se
indovini!”
“Lei allunga la mano e tocca la manica della mano che
accarezza la sciarpa. Sembra stia pensando. Lui si gira verso gli
amici tutto fiero di quel doppio contatto che sembra preludio ad una
conquista riuscita. Lei lo sorprende dicendo “materiale sintetico
assai ordinario. Hai pagato la firma ma di fatto indossi qualcosa che
franco fabbrica vale si e no una decina di euro....”
Lui ritira il braccio e tocca la tela della manica. “Ma
cosa dici!”
“dico che vivi di finzioni. Un odore sintetico, al
posto di quello vero, una giacca sintetica ...”
“Ma non si fa così! É bello e questo mi basta!”
“Io quella bellezza non la vedo ...”
“Ok! Non ti interessa, dici tu, ma sei vestita bene,
quindi è una bugia! Anche tu ci tieni solo che scegli in modo
diverso!”
“E' vero, scelgo col tatto e per i colori mi faccio
aiutare”
“Sei strana!”
“”senti, Lupo cattivo! Guardami negli occhi e dimmi
sinceramente cosa vedi...”
“due sfere azzurre deliziose”
“Grazie, ma si parte dalla realtà”
“Ok. Ok. Ma aspetti lo spacciatore o un treno o tutti
e due?”
Lei sorride, un treno. Binario uno, per Milano, fra
dieci minuti”
“Ma è già li! Perché non sali?” poi sorridendo
malizioso, “Per dialogare col Lupo cattivo?”
“Ma non avevi detto che eri il cacciatore? Comunque …
no, sto qui, perché da sola sul treno non riesco a salirci”
“Non riesci? Ma è semplice. Cosa ti fa così paura di
quel treno?”
“Non ho paura in quel senso. Senti Lupo cattivo, tu
invece cosa ci fai qui?”
“Mi incontro con amici e poi decidiamo cosa fare. Vuoi
venire con noi?”
in quel frangente arriva un uomo sulla trentina, saluta
compostamente e dice: “Vieni Elisa, Non trovavo da parcheggiare”.
Il lupo cattivo è sorpreso, si sposta lievemente e
vede l'uomo che si avvicina, lei che gli tocca il braccio come
palpando e poi lo prende a braccetto, allunga la mano per prendere la
cartella ma non la trova. L'uomo la prende e gliela mette in mano.
Il lupo cattivo comprende finalmente che è cieca.
“Scusa, scusa … non avevo capito”
“lo so … tu guardi la superficie delle cose. Per te
un negro è nero, per me non esiste il nero, per me è un uomo. Per
te forse gli ebrei sono una brutta razza?”
Lui tace a disagio. “Anche per te che hai la vista,
distinguere un ebreo sarebbe difficile. Perché i nazisti li
costringevano a portare la stella secondo te? Perché di fatto sono
come noi”.
Si avvicina al treno, sta per salire con l'uomo ma si
ferma un ultimo attimo.
“Senti, Lupo cattivo, la vita è un'altra cosa. Io
senza vista vedo le cose diversamente. Fai in modo che quel senso in
più sia un dono. Ciao”
Sale, il ragazzo torna dagli amici, si vede che
scherzano ma lui è serio, escono, il treno parte.
Fine del testo.
Semplice, breve e credo che possa funzionare.
Nel frattempo son rimasto solo. Cappuccetto rosso è
partita, il Lupo cattivo si è avviato finalmente controvoglia in
quella bisboccia fatta di nulla, un nulla che ora sente e non
sopporta. Sono solo. Il sogno è terminato, rimane la realtà
spicciola, e in questa, rassegnato, mi inoltro
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