giovedì 17 marzo 2016

Meditazione in un giorno di eterna pioggia (i Dioscuri)

“Una volta compiuto il tuo destino, che ti volle omicida, liberato da tutti questi guai, sarai felice.”
Così disse Castore, uno dei Dioscuri, al nipote Oreste. Erano fratelli di sua madre, Clitemestra, che Oreste aveva appena ucciso con l’aiuto della sorella Elettra, per vendicare la morte per ascia che essa diede al marito, Agamennone. Clitemestra lo fece per vendicare il sacrificio della figlia Ifigenia, ordinato dal veggente Calcante, per poter permettere la partenza della spedizione per Troia, bloccata dalla volontà di alcuni Dei, oppure, come sembra lei disse in seguito, per gelosia di Cassandra, che Agamennone portò come trofeo dalla città distrutta … e vagava come baccante in casa e come amante nel letto del re … quella medesima Cassandra che disse si ad Apollo e ricevette il dono della veggenza, ma poi non ebbe la forza o il coraggio o la gioia di darsi al Dio. Apollo non volle riprendere il dono; gli Dei gesti banali non ne compiono, ma la maledisse: “che nessuno creda nei tuoi oracoli!”. E così Cassandra profetava, che era più forte di lei trattenersi, ma non creduta vagava, resa folle dalla gravità di quel che nel futuro vedeva.
Ora, in questa sveglia allucinazione, sento ripetere, addomesticata per me, la frase dei Dioscuri, rivelatami in voce sognante dalla invasata Cassandra ora in Ade:
“Una volta compiuto il tuo destino, che ti volle poeta, liberato da tutti questi guai, sarai felice. È soddisfatto il Dio. Egli ti libera, e una Dea prenderà quanto fu purificato consacrandolo a se stessa”.
Una eco da stanza umida e vuota. Questo è il suono dell’Ade che già conosco, e che riverbera dopo quelle parole. Ho veduto per un attimo, ora, il tuo volto o Cassandra, scompigliato e stupendo … e poi ho sentito una porta chiudersi. Dal soffitto di terra, le radici dei boschi, contorte, scendono e si fan bianchi fili. Vengo incarnato in un’ombra per poter accedere … e sento dei passi che da un punto a me di fronte, si avvicinano. Loro, i Dioscuri, lo so, lo “sento”, tornano. Tornano ora che il mio compito è concluso ….
“Si. Siamo noi. Siamo qui. Veniamo a chi non ha mai tradito se stesso. Il tuo compito è terminato. È esaurita, per la tua carne, la dose di sofferenza”.
Nel silenzio umido, gocce d’acqua scivolano dalle radici e mi bagnano il viso.
“Ora puoi chiedere e ti sarà dato”
“che Apollo perdoni Cassandra e la ami” dico
“sarà fatto. Ma ora decidi per te”
“e secondo voi non è per me? Posso io aspirare alla felicità … considerare felicità quel che desidero e ottengo, se intorno a me si agita la follia?”
“ora hai insegnato agli dei” rispondono i Dioscuri insieme, “ e ognuno di loro si è alzato dal suo trono per rispetto alle tue parole … ma chiedi ancora, perché solo a chi ha perseverato senza mai nulla domandare, sarà dato”
“chiedo acqua pura per la mia “sete” ….”
“non esiste”
“chiedo oblio per le mie pene”
“anche gli dei lo vorrebbero”
“chiedo la fine”
“anche gli dei la vorrebbero …”
“e allora non so cosa chiedere più”
“abbiamo fama … onori …”
“e niente per l’anima?”
“niente”
“Anche gli dei vorrebbero?”
“anche gli dei vorrebbero”.
Nel silenzio eterno dell’antro, le gocce sembrano mettersi in fila nella caduta dalle radici, e gettare nel caos dell’eternità un sentore di orologio.
“… e lo chiedono a te” proseguono i sacri fratelli
“a me? E come posso fare …”
“puoi lasciarti andare scrivendo, ora non più spinto dalla sofferenza”
“ora … oltre la sofferenza? Ma esistono le parole?”
“non esistono ma puoi provare”.
Una mano destra fatta di buio, mi tocca il mento.
due braccia mi cingono le gambe.
E’ un attimo.
I due antichi gesti dei supplici son compiuti
e poi
nel silenzio
una coppa si illumina
qui davanti.
“Bevi. Nulla più sarà amaro per te.”
E in quell’attimo sospeso, lungo e breve, oltre il tempo dell’uomo, sento nascere in me il gesto che il corpo libererà verso la bevanda. Già sento il sapore e l’ebbrezza che dona … e non esistono le parole … le potrei cercare ora che sono incarnato in un’ombra. … Oppure riposare nel corpo, vincente, dicono gli Dei, nonostante i doni del fato.
“Una volta compiuto il destino … liberato … sarai felice”
Ecco ripetuto l’oracolo da una Cassandra che ora ride
e l’odore di menta che sento è il passaggio di Apollo
non più crudele.

E Cassandra
solo voce ai miei occhi
dice: “qui è tuo padre …”

Attendo un nome
un gesto
un volto
una parola.

Sento una carezza leggera
ed è tutto,
conferma
e messaggio.

Io e Lui nell’Ade
di fronte
finalmente.

“Padre … una parola …”

Due mani a nido
mi porgono un pettirosso.
Le dita non lo sentono
ma lo vedo
che dalle mie mani prende il volo
e mi porterà all’uscita, alla nuova vita

Va bene
ho compreso
… Padre …
vado …
ciao.
E sento distante una voce che canta …
limpida e sicura è Atena nel suo dire …
e ripete come nenia ….

“Lenta forse ma efficace, è l’azione degli Dei”

venerdì 11 marzo 2016

Il potere (meditazione sulle sue caratteristiche attuali)


IL POTERE


Anticamente lo si “incontrava” in forma direi individuale. Un io che agisce su degli io definiti. Il p era esercitato su pochi altri che si conoscevano per nome. Secondo passo: sottomettere il capo del clan e il clan era tuo. Terzo passo: sottomettere colui che ha sottomesso i capiclan (siamo già a misura di città), quarto passo: sottomettere i capi di città. Si pensi in proposito a Firenze che cerca di sottomettere Siena, Lucca, Pisa, e poi diventa uno stato regionale (più o meno l'attuale Toscana).
L'espansione del potere avviene in relazione ai cambiamenti dei sistemi di comunicazione e alla capacità di muoversi in essi. La rapidità dello spostamento di idee (anche di ordini), persone e merci, espandono la mappa mentale. Un primitivo dominava il suo villaggio. Andare oltre la selva, selvaggia e aspra e forte ancora ai tempi di Dante, era un'avventura. Ho visto testamenti che esplicitano il problema. Partire da Ravenna per recarsi a Bologna e fare testamento. Ora quegli ottanta chilometri richiedono cinquanta minuti in treno, dai venti ai quaranta in macchina (a seconda del modello ovviamente) e in elicottero, il mezzo di chi può, un quarto d'ora.

C'erano boschi con lonze e lupe, i lioni li metteva la fantasia, i banditi non scarseggiavano e quindi un testamento ci stava tutto

Il capo villaggio scopre che se abbatte qualche albero e fa dei sentieri, può aver a che fare con un territorio maggiore, poi scopre che se si fa portare, prima ad esempio in una portantina gestita da coloro che ha sottomesso nel suo villaggio, poi da un ciuco, arriverà in un altrove fresco di energie. Sentieri fra i villaggi e ciuchi diventeranno strade fra nazioni e cavalli e carri ed ecco l'impero romano. Senza quelle vie di comunicazione mantenute efficienti c'era il rischio che un ordine emanato oggi a Roma sarebbe arrivato quando il suo senso era ormai … senza senso. Immaginare. Io, l'imperator, ordino di spostare le truppe sul confine persiano perché penso che da li potrebbe arrivare una brutta sorpresa. Dopo vent'anni l'ordine arriva alle mie truppe che sono a oriente e nel frattempo i persiani hanno già invaso tutto.
Ogni potere ha quindi chiaramente le sue esigenze per potersi espandere.

Osserviamo ora il presente. Velocità di comunicazione: immediata.
Velocità di spostamento persone: stratificata.
L'élite si muove in aereo (non sto scherzando), il popolo in auto. Girare in auto crea paradossi. Immaginiamo di essere a X e di dover andare a Y. Non ragioniamo più in base ai chilometri, ma del tempo impiegato e spesso auto e treno, e aerei legati a orari fissi, sono enormemente svantaggiati se messi a confronto con chi ha un aereo privato. L'aeroporto “La Guardia” a N.Y. È per voli privati. Alcuni di questi privati hanno aerei da guerra disarmati, quindi possono essere ovunque nell'arco, al massimo di un giorno.

Questo de localizza il potere e lo rende irraggiungibile, anche se si riuscisse ad identificarlo.
Nelle epoche precedenti c'era sempre un io definito, riconoscibile, e questi aveva uno o più luoghi identificabili nei quali svolgeva i suoi affari, e questo accadeva poiché era necessario il contatto diretto almeno col livello più alto dei subalterni.
Attualmente, per gestire un potere, non è necessario incontrare diciamo “corporalmente” e lo sappiamo. Di fatto noi quotidianamente incontriamo poche persone concretamente e centinaia virtualmente.

Si tratta di meditare accuratamente su queste variabili necessarie alla gestione del potere per comprendere che chi lo ha acquisito concretamente in epoche precedenti ora lo può gestire, al limite, senza incontrare alcun sottoposto. Questo rende assai difficile individuarlo e anche dargli un nome.

Solo un accurato studio del passato, particolarmente dalla rivoluzione francese ai giorni nostri, permette di attuare una individuazione.

Aggiungo a queste considerazioni un dato che penso sia intuitivo, anche se speso viene sottovalutato o non dedotto. Il sistema capitalistico, dalla repubblica di Venezia in poi ha assunto una caratteristica indiscutibile: la potenza economica privata è in grado di superare spesso quella degli stati e quindi nel privato bisogna acuire l'osservazione, e non è semplice, poiché spesso quest'ultimo fagocita gli stati. Esempio. Cosimo il vecchio, nonnino di Lorenzo il magnifico, non intaccò la struttura democratica che governava Firenze. Era in grado però di mettere a tutte le cariche dei suoi “dipendenti”. La medesima faccenda con la Venezia dei dogi. Una ristretta cerchia di persone si allea per gestire lo stato non in nome degli interessi collettivi, ma di quelli privati.

Attualmente, poiché il sistema di comunicazione è accelerato e nell'arco di un giorno chi può è ovunque e a livello di messaggi addirittura con lo scarto di pochi secondi, ovviamente il “gioco” può farsi trans nazionale. Io che ho lo stato più potente sotto controllo, secondo l'insegnamento di Cosimo il vecchio, posso gestire altri stati … che diventano di fatto colonie della mia economia domestica ma in apparenza non si coglie nulla ….. a meno che non si studi accuratamente la storia dalle risoluzione francese in poi … no, da Cosimo in poi.

Altra caratteristica evidente ma troppo spesso trascurata dal capitalismo attuale: il pesce grande mangerà il più piccolo e alla fine rimarrà un solo pesce. Era già accaduto, con Carlo quinto, poiché la famiglia seppe gestire matrimoni ed eredità, poi con la regina Vittoria, che però di fatto non regnava ed era solo il parafulmine di un gruppo che agiva in modo lievemente spregiudicato. Per fugare i dubbi ricordare la “guerra dell'oppio” come fece a conquistare il mercato delle pezze di cotone in India. (la prima ve la cercate su goooooooogle, la seconda ve la ri spolvero: l'india non comperava pezze di cotone perché coi suoi telai a mano bastava a sé stessa. Divenne colonia inglese e questi, coi telai a vapore producevano talmente tanto da aver saturato il mercato mondiale. Come rimediare? Distruggendo i telai di primitivi degli indiani che, per quel popolo senza fretta erano più che sufficienti. Gli indiani furono così costretti a comperare le pezze dagli unici venditori presenti sul loro territorio, i conquistatori inglesi).

Torniamo a Noi. Ne rimarrà soltanto uno. Quando? É già accaduto? Sta accadendo? Accadrà?

Studiare o osservare il presente … e troverete la risposta.


Solo possedendo questa si potrà agire sulla nostra epoca tentando di sanarla.

venerdì 26 febbraio 2016

Bianca (racconto di Liliana Casadei con un secondo finale di we


BIANCA

Di Liliana Casadei

Ricordo che ero stanca quella sera, di una stanchezza ingestibile. Dormii per tutto il tempo che il treno impiegò per arrivare ad Modena.
Il treno di mezzanotte.
Quanto tempo dall'ultima volta in cui ci ero salita! Immagino spesso una situazione surreale ... certi treni rimangono fermi ad aspettarti. Sanno che tornerai e non se ne vanno.

Ero salita con un po' di anticipo sulla partenza e il sonno mi aveva completamente annebbiato.
Mi svegliai poco prima della stazione d'arrivo, per caso.
Misi in fretta la giacca, raccolsi le mie cose buttandole alla rinfusa dentro la borsa e,
avviandomi all'uscita sentii una voce chiamarmi.
Mi girai, ancora mezzo addormentata. Una ragazza bassa coi capelli ricci, di un rosso che sembrava bordeaux, mi stava chiamando.
"Mi aiuti a scendere dal treno?"
Feci cenno di sì, notando nei suoi occhi una specie di disperazione benevola.
Mi fece sentire indispensabile, in quell'attimo.
Pensai quindi che fosse inevitabile prestarle soccorso.
Scendemmo a braccetto e notai immediatamente un difetto nel piede destro.
Lo teneva arcuato su un lato e non riusciva ad appoggiarlo.
Una volta toccato terra, mi chiese di proseguire e di accompagnarla fino alle scale. Non esitai. Non avevo altra scelta.
La richiesta di aiuto continuò fin sulla strada e poi ancora.
Percorsi a braccetto con quella ragazza tutto il tragitto che la conduceva a casa.
Non la abbandonai.
Mentre si procedeva, assai lentamente, le dissi solo che ero stanca e le domandai quanto distasse il punto d'arrivo.
Non distava molto.
Non mi guardava in faccia. La sua timidezza si scontrava con quella sfacciata richiesta di aiuto.
Mi nominò sua madre.
Mi disse che era anziana e che la stava aspettando a casa.
Era una bella immagine ... per una fredda sera di dicembre.

La salutai.

Ritornai a Bologna dopo qualche settimana. Primo vagone. C'era lei. Vidi i suoi lunghi capelli rossi, ma finsi di non averla notata.
Mi misi a sedere qualche sedile poco più in là.
Parlavo al telefono.

E poi di nuovo mi chiese quell'aiuto, come se non ci fosse nessun altro a cui rivolgersi.
Finsi disinvoltura nell'accettarlo, ma stavo fingendo.
Avrei voluto andare via subito, di corsa, come forse avrebbe fatto chiunque.
Correre in macchina e scappare via. A casa. In qualunque posto. Non più lì. Ma dormire, credo.
La condussi di nuovo fino a casa, dimenticando la stanchezza della volta precedente. Pensai che fosse fin troppo vicina la sua abitazione per negarle quell'aiuto. Provai biasimo per la mia pigrizia. Scherzammo. Notai dello strabismo nel suo sguardo.
Non c'era vergogna in lei, ma la piena accettazione della sua condizione.

E poi per più di un mese non presi più il treno di mezzanotte e mezza, in partenza dal binario 14 della stazione di Bologna.

Accade una terza volta.
Decisa, quasi crudelmente, a non sedermi nel primo vagone dove di certo l'avrei trovata, mi allontanai dalla testa del treno.
Ero certa che qualcuno si sarebbe preso cura di lei, e con questa scusa che era acqua sporca, lavavo la coscienza.
In fondo, come faceva ogni sera in cui io non c'ero?
Non potevo caricarmi di quella responsabilità. Il suo dolore non apparteneva a me e iniziavo a credere che appartenesse ad ognuno come un dono ed un fardello, da cui nessuno avrebbe potuto salvare l'altro.
Era il gioco della vita. E nel frattempo questi ragionamenti da filosofa da due soldi mi facevano sentire superficiale.
L'avrei evitata senza far notare la mia presenza e per tutto il tragitto mi dimenticai, o finsi di dimenticare, della rossa del primo vagone.

Una volta scesa. Percorsi i pochi passi che mi dividevano dal sottopassaggio. Scesi velocemente le scale ... ed eccola. Ferma in cima alla rampa opposta che chiedeva aiuto. La diffidenza delle persone, abili nel fuggire dalla sconosciuta aggrappata alla ringhiera, mi spinsero a correrle incontro.
"Ci conosciamo già." le dissi
Lei rise, perché mi aveva riconosciuto.
Sentendola aggrappata al mio braccio, ancora, per la terza volta, ebbi in un lampo la sensazione di conoscerla bene.
Mi guardò e rise.
Le chiesi che ci faceva sempre a quell'ora sul treno.
Mi disse che lavorava per una rivista e che si occupava della rubrica dedicata al cinema.
La cosa mi incuriosì e il dialogo scivolò da solo, su tutti i film appena visti al cinema.
Li aveva visti tutti!
Su uno in particolare ci soffermammo. Il film raccontava della storia d'amore tra un professore universitario e una sua allieva fuoricorso.
Mi confessò di essere stata colpita da quella trama personalmente per aver vissuto una situazione simile in cui però, il professore si era rifiutato di cedere alla passione per una sorta di conformità alla professione. Mi disse che spesso quegli innamoramenti nascono dalla difficoltà di elaborare eventi del passato, spesso legati a problematiche familiari. Nel film era così e pensai che lo fosse anche per lei, ma che fosse stata meno fortunata della bella protagonista, poiché il professore non aveva ricambiato quel sentimento.
E poi mi stupì.
Mi stupiva sempre. Lo aveva fatto fin dall'inizio.
Quel professore era attualmente il suo fidanzato, ma quel rifiuto iniziale l'aveva obbligata ad affrontare i vecchi fantasmi per vivere quella relazione come tale e non come una sorta di compensazione. Decisi di crederle. Perché non avrei dovuto? Cosa c'è di più bello della verità degli sconosciuti? Non ti devono nulla e tu non devi nulla a loro.
Camminammo e mi parlò di psicologia, di una cena accaduta a Bologna quella sera stessa e di un incontro casuale fatto fuori dal ristorante.
Camminammo e mi piacque tanto ascoltarla.
Era fine febbraio e l'inverno sembrava aver ceduto il passo precocemente alla primavera, ammaliando alberi e bulbi.

La salutai come si saluta una persona che si conosce, ma di cui si deve ammettere a se stessi che non si sa molto.
Me ne andai pensando di averle portato via qualcosa e questa sensazione mi sfuggiva, e di essere un po' meno sconosciute.
Di me non le avevo detto nulla, perché ... di me non dico quasi mai nulla.

Il giorno dopo cercai la rivista. Non trovai nessuna rubrica sul cinema. Si trattava di una guida al benessere. Sperai di avere capito male il nome e stavo già dubitando delle parole di una donna che, mio malgrado, non era più una sconosciuta.

Mi aveva detto di essere nata sotto il segno dell'ariete e di avere quarant'anni.
Salutandola avrei voluto sapere il suo nome per ostentare quella familiarità che, di lì a poco avrei certamente detestato.
Decisi di chiamarla Bianca.

Bianca e il suo fidanzato professore, la madre a casa ad aspettarla ogni sera, una rivista inesistente, un piede fallato e l'abitudine, certa come tutte le abitudini, di tornare col treno di mezzanotte e mezza al binario 14 della stazione di Bologna.


Liliana Casadei ha scritto questo racconto. Me l'ha inviato via mail e mi ha chiesto cosa ne penso. Lo trovo buono lo considero la "cosa" migliore che ha scritto.
Gliel'ho detto e poi le ho consigliato di meditarci sopra. I motivi sono due; primo, nonostante descriva qualcosa che è realmente accaduto, se la sua mente lo ha così accuratamente selezionato è perché si tratta di un frutto che l'inconscio ama far suo. Contiene quindi immagini che rappresentano l'io di Liliana e, continuando ad agire sul testo, che comunque potrebbe essere considerato concluso, la matrice inconscia potrebbe diventare non razionale, che equivale alla morte del simbolo, alla sua anestesia, ma intuitivamente compresa. Si ricordi che una autopsia viene eseguita su un corpo senza vita. Quello non è un essere umano ma il corpo di un essere umano. Manca la vita, manca un qualcosa di importantissimo. E così è per i simboli. Non li deve smontare la razionalità, mancherebbe in essi la vita. Devono essere intuiti, non c'è altra soluzione. E perché va fatto? Perché l'io profondo, quello vero, attaccato con le sue radici immortali alla natura ... alla divinità, contiene quel che veramente siamo e quindi la nostra indole, la tendenza esistenziale. Se comprendo allora saprò qual'è la direzione da prendere nella vita.

Secondo punto. Mi piace considerare non conclusa un'idea. É una buona ginnastica per la fantasia ma aiuta anche ad intuire il senso.

Con Tonino guerra questo "gioco" lo si faceva spessissimo. Due esempi sono contenuti nel blog; selezionare anno 2013 e si troverà il post <Tonino Guerra e We "Il Gigante">, un altro è il racconto "Anatroche" che mi sembra di non avere ancora bloggato.

Ho fatto presente a Liliana che sarebbe interessante se pensasse a delle variazioni. Mi ha risposto che non dovrebbe essere difficile poiché dovrà prendere ancora quel treno, e io ho risposto che certo, va bene così, ma deve pensare, immaginare, anche senza questa opportunità che soffre del peso di una eccessiva concretezza.

Nel frattempo ho elaborato un finale. Mentre glielo dico vedo la sua reazione ... colpita al cuore ... al cuore del simbolo. Un sguardo dilatato alla descrizione dell'ultima scena, pelle d'oca sulle braccia. Quindi la via è quella giusta. Ha capito; ora sta a lei, poiché per un artista il meccanismo è sempre il seguente: le prime opere rivelano l'autore a se stesso, la consapevolezza graduale dell'io profondo, porta al capolavoro, entità rarissima che nel novecento "sento" in Kafka, Fitzgerald, Papini, Pound, Proust, Bulgakov e pochi altri. Quel che è difficile è tollerare, resistere alla numinosità, alla potenza dell'emanazione dell'io profondo. La tensione psichica è talmente forte che se ne esce esausti, spenti, consumati. E chi ha provato quella sensazione, questa specie di amplesso nel quale divento Dioniso che riesce ad amare, a possedere Diana, chi ha provato una volta, non cerca altro ... perché altro non esiste.

Ecco ora il finale mio per Liliana:






BIANCA

Finale di we

Che notte. Niente sonno e la mente che deraglia continuamente. Non un pensiero che si annodi ad un altro, non una parola, che scelgo attentamente, che si trasformi in qualcosa di più di una parola. Decido di uscire, è tardi e non so che fare. É sereno. Tutto bello, ma una bellezza che non mi sfiora. Decido allora di fingere di scendere da quel treno di mezzanotte e mezza. Manca un'ora, Parlare con Bianca mi sembra necessario anche se niente di lei mi è certo, a partire dal nome.

Ecco il treno immaginario, salgo e riscendo da un altro vagone come se fossi una viaggiatrice vera.
Ma bianca non c'è ...penso alla magia del numero tre. Tre volte l'ho vista. Oggi niente, e me ne torno a casa delusa perché, affidandomi all'abitudine avevo deciso che quel che era accaduto consecutivamente tre volte doveva accadere ancora. É la scienza che commette questo errore, lo so, ma qui non si tratta di scienza, siamo oltre, sono io che sono in corto circuito. È qualcosa di più vero della scienza.

Seconda sera consecutiva. La mente non va come ieri. Giro a vuoto. É come se fosse accaduto qualcosa che, per il fatto di non essere stata compresa, avesse deciso di affliggermi con questo disorientamento.

Torno in stazione. Niente finto ritorno stasera. La luna è metallica, quasi finta e io sono li, appoggiata al muro che guardo la gente scendere dal treno di mezzanotte e mezza. Bianca non c'è. Non so spiegare il perché ma so che è giusto così.
Torno a casa e mi sento masticata da una sensazione che non è solitudine. No, è qualcosa di più umido, fangoso, sporcante, e sotto ci sono io che non riesco a capire.

Terza notte. La mente in equilibrio sulle punte cade continuamente, e il pubblico che immagino nella mente, sembra essere venuto solo perché quelle cadute piacciono. Ma non soddisfano me, che cado ripetutamente su un palcoscenico polveroso. Sudo per lo sforzo e per il disagio e quindi sono un disastro di polvere che mi si attacca addosso e non mi sopporto più. Il palcoscenico però non ha porte e io sono io e sono appunto la notte. Non so come uscirne e, fra una disperata acrobazia e l'altra, osservo se fra il pubblico, così serio e attento e che compostamente applaude ad ogni caduta, non ci sia un posto libero nel quale rifugiarmi. Ma non c'è e non ha senso, non so perché ma non ha senso. Sono in ballo e devo ballare. Tocca a me e l'unica via d'uscita sembra possibile se riuscirò a stare sulle punte, a comprendere questa danza. Ma se c'è danza c'è musica! Ecco ... nella tensione del cadere e rialzarsi, nel disgusto della sporcizia che mi si accumula addosso, non ho sentito. Devo ascoltare ... e continuare a cadere. Si. Ecco, c'è, ora la sento. Non colgo il ritmo e se non c'è ritmo non è musica ma rumore. Poi mi risveglio da questa visione e comprendo che qualcosa si è mosso in me. Dalla parola equilibrio che mi sono offerta per sfuggire al niente della mente, è sorta la danza orrenda, poi la caduta, poi il sudore e lo sporco, poi il teatro col palcoscenico nero e senza porte, e il pubblico ... e il rumore non udito per disperazione che pian piano si fa musica.

Non chiedo più niente a me stessa, osservo il corpo che si lascia vestire dalle mie mani, e accade con una insolita attenzione ai particolari. Il corpo esce, lo seguo e io sono dentro di lui. So già che andrà in stazione ma non capisco. Ed ecco la luna piena, che ieri ne mancava una fettina, ed ecco il treno misteriosamente bianchissimo. Sono appoggiata al corrimano, osservo la gente che scende e di una, non comprendo ancora se maschio o femmina, vedo un'aura sottile e luminosa del medesimo bianco del treno ... e dalla mia bocca, che ora è finalmente mia, sento chiedere senza umiltà ... finalmente, senza angoscia, senza più paura

"portami a casa ... per favore ... andiamo a casa".


martedì 26 gennaio 2016

Kapo



KAPO



La fascia andava portata al braccio sopra la divisa del campo. Il Kapo era un prigioniero come gli altri, ma per i soldati tedeschi del campo era la figura alla quale dare ordini ai quali doveva poi obbedire tutta la baracca.

La ricevetti all'età di circa dodici anni e come accadde merita di essere raccontato e ricordato.
Due anni prima avevo conosciuto casualmente un ex deportato dei campi. Ero in Tirolo e con mio padre eravamo andati a salutare una anziana prozia. Casetta tipo baita delle favole, paesaggio incantevole e giornata di sole. Entrammo nel classico salottino con la Stube di ceramica e insieme alla prozia sedeva una coppia. Lui era magro e somigliantissimo ad Hermann Hesse, la donna di fianco a lui, che scoprii essere la moglie, era piccola sorridente e silenziosa. Ci sedemmo e quell'uomo, che per me era ancora uno sconosciuto, ci fu presentato. Dissero il nome e mi strinse la mano. Aveva una camicia bianca e maniche rimboccate. Ricordo che dal taschino spuntava una penna forse d'argento, che mandò un bagliore quando si sporse in avanti per i convenevoli. Quando recuperò la posizione normale e l'improvviso lampo si spense, vidi al braccio, i numeri tatuati. Non era, come scoprii poi negli anni da altri ex, riluttante a mostrarla. Sapevo di cosa si trattava, ma vedere quei numeri lì, davanti a me, mi bloccò. Non riuscii ad essere controllato. Fui forse maleducato, e li studiai minuziosamente. Lui se ne rese conto e avvicinò il braccio. Non sapevo cosa dire e cosa fare. Prese la mia mano e la portò su quei numeri. Mi disse “chiudi gli occhi … ecco, non c'è niente, non è successo niente”.
Li riaprii e ritrassi la mano come se mi fossi scottato. La prozia, il padre e la moglie dialogavano ma come in un sussurro. Avevano colto la situazione e non volevano essere d'intralcio. Ero un decenne curioso e leggevo molto. Sapevo dell'Olocausto e l'avevo presa assai male. Sono nato in Germania e amavo quella che allora consideravo e sentivo essere la mia patria. Non ci avevo dormito, non ci volevo credere. Per qualche settimana avevo pensato che si trattasse di una congiura contro il popolo più organizzato al mondo e che secondo me tutti invidiavano. Solo in Germania l'aria era nitida sempre, come dopo un temporale, e lo era perché tutto era in ordine, tutto era al suo posto. Niente cartacce, autobus in orario e non come a Roma che quando chiedevi a che ora passa ti dicevano quando lo vedi c'è!
Io, che mi sentivo tedesco non potevo accettare quella macchia.
Per questo, non esitai a fare domande. Dissi “mi racconti qualcosa, la cosa che più l'ha colpita”, ed usai il tono duro, inquisitore, di chi non vuole, non può credere, non è disposto a credere. E mi raccontò della fame. La brodaglia che quando andava bene aveva bucce di patate e quando andava male nemmeno quelle. Lui era vivo perché aveva un segreto. Mi chiese se volevo saperlo. Accennai di si col capo. “Andavo dietro la baracca, con i piedi facevo un minimo di buco, o c'era già quello che avevo fatto, e ci orinavo dentro; poi aspettavo, spuntava qualche verme e lo mangiavo. E lo mangiavo in fretta! Non volevo che altri lo sapessero. Anche i vermi erano pochi. Erano proteine”.
Ci fu un silenzio di ferro. Non mi ero reso conto ma nella stanza eravamo rimasti noi due. “Devi fare una prova se vuoi capire la fame. Ti basta un giorno di digiuno. Fai una cena leggera, leggera, mi raccomando! Poi vai a letto e la mattina dopo niente, solo un po' d'acqua e niente a pranzo. E poi, all'ora di cena scegli un cibo a caso, anche semplice come una fetta di pane e dai un morso. Il sapore dopo il digiuno non è lo stesso che si sente quando sei sazio. È una piccola esplosione, un godimento. Pensa ora all'effetto che può fare un cucchiaino di marmellata dopo una fame durata mesi...”
Mi raccontò che quando arrivarono i russi era uno scheletro con un po' di pelle, lo misero su una carriola e lo sistemarono in una baracca diversa, nuova, pulita, ma in quarantena. Quindi fame per non ricorda quanti giorni. E poi un ospedale e sua moglie, che era una di quelle infermiere e che si innamorò di lui … salvandolo, “perché mi mancava l'essenziale … la voglia di esistere ancora”. Mi raccontò dell'angoscia del cibo, degli incubi. Della fine quando gli altri, quelli che riuscivano ancora a muoversi, si abbuffarono e morirono quasi sul colpo, perché un corpo che non è più abituato a mangiare scoppia subito. E così, piano piano, cucchiaino dopo cucchiaino, nel giro di mesi che poi scoprì essere diventati anni, era tornato decente. Decente … a me sembrava ancora troppo magro, spolpato. Una figura bronzea di Giacometti. Si vedevano i tendini al polso e quelli del collo. Il pomo d'Adamo scendeva e saliva sotto la pelle, e il cranio sembrava osso senza pelle poiché aveva quelle macchie che di solito i vecchi hanno nelle mani. E tutto, dalle braccia, a … a tutto, sembrava fosse stato macinato, buttato su dei bastoncini, e poi tolto fino ad ottenere appunto un'opera viva di Giacometti. Questo comunque lo pensai anni dopo, lo penso ora, perché allora questo grande svizzero per me non esisteva.




Secondo lei perché l'hanno fatto ...” gli chiesi.
“Non lo so. Non so spiegare. In un'epoca si incrociano tante cose. Penso non ci sia un motivo solo …. sai, ora sto bene.”
Poi si alzò, mi fece cenno con la mano e uscimmo. C'era una panca davanti alla casa e la valle era stupenda nel sole del pomeriggio. Luce quasi radente, ombre lunghe. Si sedette. Battè con la mano sul legno e mi misi di fianco. “Sei curioso. Bello essere così. Io non lo sono più.”
Sua moglie, che ora mi sembrava irreale come una fatina, ci portò dell'infuso ai frutti di bosco e un dolce fatto in casa. Lo osservai mangiare. Cercavo di cogliere dell'ingordigia, qualcosa di anomalo, come quando i parenti e i preti di fronte al morente cercavano di cogliere, nell'attimo supremo, l'anima che prendeva il volo.
Mangiò normalmente, disse che il dolce era buono. Il padre uscì, salutò, io baciai la prozia e strinsi la mano a lui scrutandolo intensamente per l'ultima volta mentre la moglie-fatina era rimasta in casa.
Il padre durante la camminata di ritorno, non disse nulla. Immaginava sicuramente in quali sentieri si dibatteva il mio pensiero e lui ne era parte perché da anni, da quando ne avevo sette, stava morendo. Sapeva che lo sapevo. Sapeva che la notte sognavo di giocare a scacchi con la morte e che la partita non finiva mai e mi svegliavo con il terrore di perdere. Dipendeva da me, e non potevo sbagliare. l'aveva letto in un racconto che avevo scritto e nascosto in un mio libro che un giorno decise di leggere perché mi aveva turbato; era il Moby Dick di quel capitano Achab che si apprestava a combattere una battaglia che sentivo assurda perché perduta in partenza. troppo forte la balena bianca, troppo fragile, indifesa, la nave del capitano. Me lo raccontò qualche tempo dopo, che l'aveva letto il mio racconto dove giocavo a scacchi con la morte, me lo disse una sera che si giocava a scacchi e non riuscì a terminare perché il male come una carie, lavorava minuziosamente. Me lo disse così, con una strana leggerezza, come quando si parla della pioggia di domani.
Passarono due anni. E di nuovo fui in Tirolo, con mio padre che ormai somigliava ad uno dei campi. 

La prozia ci riceve e sembra ieri. Il medesimo sole, la valle stupenda. Lui è li nel salotto con la moglie-fata e penso che l'amore funziona solo quando un uomo è completamente indifeso perché è della donna l'istinto di salvare, fa parte dell'istinto materno, fa parte di qualcosa che immagino, temo e non conosco. La osservo e nel frattempo stringo la mano col numero.
Hai letto qualcosa sui campi?”
Si, ma ho sempre l'impressione che scrivano certe cose perché sanno che vendono.”
Giusto. Tutto sta diventando mercato. Tutto ormai ha un prezzo, e anche le sofferenze rendono. Pensaci. Gli artisti raccontano le loro, gli storici e i cinici, quelle degli altri.”
Ma allora per lei uno storico è un cinico?”
Penso di no. Probabilmente sarà anche in buona fede, ma secondo me si possono raccontare solo le cose che si son vissute.”
Mi chiede se ho provato a digiunare.
Gli dico che l'ho fatto due volte. La prima volta, giunto a sera, come mi aveva consigliato lui, decisi di mangiare un cracker … ed ecco che appena le briciole entrarono in contatto con la lingua, il sapore, che di solito era qualcosa di appena accennato, lo colsi più forte, più rotondo, pieno di sfumature. Già al secondo pezzo l'effetto non era più così coinvolgente.
Provai poi, poco tempo dopo, un digiuno di due giorni. Per me non è mai stato difficile non mangiare. Se leggo qualcosa di avvincente tuttora salto il pasto perché mi dimentico. Il padre in ospedale, io a casa da solo e quindi potevo sperimentare liberamente. Alla sera del secondo giorno di digiuno, la mano prese il cracker con un nervosismo che non era il mio. La osservai come cosa estranea, avvicinarsi in fretta alla bocca, e il sapore fu un petardo. Allora piansi, lo ricordo, perché compresi che era vero, erano veri i campi, i milioni di morti. Quella prova, quella sensazione verso la quale mi ero incamminato su suo consiglio, la immaginai protratta per giorni e giorni nei quali una fetta di pane e una brodaglia insipida era tutto quel che davano, e dovevano lavorare duro ... resistere al freddo. Ho compreso la sua reazione davanti ad un cucchiaino di marmellata, davanti al vaso che avrebbe divorato tutto lasciandoci sicuramente la pelle se non lo avessero dissuaso con la forza. Quel sapore esplosivo, enorme, possente che la fame dona anche ad un verme che mastichi vivo!

Sorrideva mentre descrivevo. Dalla tasca prese una tela chiara con una stella di David e la scritta Kapo. La appoggiò sul tavolo.
Non osai toccarla.
Ora ascolta. L'avevano nominato Kapo. Per noi era un privilegiato, per noi era diventato il timore. Decideva chi andava al lavoro duro dei sacchi, chi a quelli leggeri. Un giorno entrò il soldato nero e disse. Tre da qui vengono con me. Scegli tu. Sapevamo di un tentativo di fuga che era stato scoperto. Presero gente da ogni baracca e la impiccarono. Lui dovette sceglierne tre.
Io vivevo con la fame. Per me esisteva solo lei. Non capivo altro. Il giorno dopo mi mise fra quelli che dovevano fare il lavoro pesante e gli dissi “non sei più lo stesso. Non ti riconosco” lui reagì urlando. Si tolse la fascia e me la gettò. Questa fascia qui. Uscì dalla baracca e non tornò più.”
Il silenzio era enorme. Vedevo che stava soffrendo.
“E dove può essere andato”.
Ma come! Non capisci! Stava male per i tre impiccati che dovette scegliere e io l'ho fatto esplodere! Nei campi eravamo tutti contro tutti, tutti coi nervi a fior di pelle!”
Aveva urlato. Aveva dato un pugno sul tavolo con quella mano marchiata...
La moglie-fata gli asciugò il sudore, mi sorrise dolcemente e fece un lieve cenno del capo come per dire “nooo, non è successo niente”.

Mio Padre prese la scacchiera e giocarono. Due morti giocavano, e io non resistetti, uscii cercando quel panorama bellissimo ma non c'era, non c'era più niente. Passò un tempo che non so spiegare e mi accorsi che lui era li, seduto di fianco a me.
Come stai” mi chiese.
Non lo so”.
Tieni. Tienila tu.”
Lo guardai sbalordito. La fascia era nelle mie mani e lui tornò dentro. La osservai attentamente. Le cuciture precise della stoffa chiara e i punti forse fatti a mano della stoffa azzurra, e una macchia. Forse sangue, forse no.
Uscì il padre con la prozia, la moglie-fata e lui. Ci salutammo sorridendo come dopo un temporale.
Mi incamminai alla sua destra, e dopo una decina di minuti di silenzio glielo dissi: “Pa', mi ha dato la fascia da Kapo”
lo so. Per questo siamo venuti oggi, aveva deciso di dartela.”
Ma … perché a me”
Perché sta morendo”.
Dopo un altro silenzio lunghissimo aggiunse; “sei l'unico che gli ha fatto delle domande, sei l'unico che ha provato a digiunare.”

Ora, dopo tanti anni, di noi cinque, solo io continuo ad esistere, e la fascia è qui, con me, che mi ricorda David, che mi ricorda che quella follia è veramente accaduta. E' qui che mi ricorda che l'essere umano può impazzire, che domani verrà ma se non si cresce dentro, se non si coltiva la gentilezza, se la regola fondante della Bibbia non viene rispettata, ogni uomo può diventare un mostro. Non fare agli altri quel che non vuoi che sia fatto a te, ecco la Bibbia nel suo concetto fondamentale, ecco la vita nella sua legge fondante.




venerdì 22 gennaio 2016

Razzismo ... un'idea per un breve atto teatrale

Come nasce un'opera

Il discorso che qui affronto è generale. Vale in eguale misura per un racconto, un soggetto cinematografico o teatrale o per qualsiasi espressione artistica si prediliga. Nella fattispecie sarà, per essere concreti, un breve atto unico teatrale.
Un concorso ha proposto come tema, il razzismo.
L'argomento è talmente trito e ritrito, ed affidato solitamente alla maschera del buonismo, del perbenismo, che nella dimensione della vita quotidiana, le mille sfaccettature che questo argomento pone in risalto, sfuggono. Se si analizza la nostra giornata, e si “raccolgono” le risposte che diamo, coglieremo che nessuno è innocente. Nessuno può esserlo, aggiungo io, poiché l'idea che siamo tutti uguali è ridicola per non dire stupida. Ogni essere umano (ma anche ogni animale), si distingue proprio perché uguali non siamo. L'aspetto esteriore si offre ad una lettura spesso immediata e superficiale, per categorizzare, attività questa che la mente sempre deve utilizzare per muoversi nel mondo. Se alla categoria “nero” associamo con immediatezza certe immagini, certe frasi, ad esempio, che si tratta di un potenziale profugo o per esempio un “vucumprà”, attiverà quasi in modo involontario una diffidenza che ha origine prima di tutto nella consapevolezza dello straniero come altro da sé, come essere più difficilmente codificabile, comprensibile, poiché le sue regole sociali, i suoi perché, sono profondamente diversi dai nostri e spesso sconosciuti; diversi certamente e mai abbastanza indagati. Quando per esempio un pakistano si meraviglia del fatto che non hai figli, fino ad arrivare a commiserare, ecco che in noi nasce questa certezza. “Avrà una vagonata di figli e toccherà a noi con i servizi sociali, quindi con i NOSTRI soldi, mantenerlo perché non ragiona e va d'istinto! Animali! Si fanno figli solo se si possono mantenere!”
Non serve nemmeno la certezza da parte nostra che i figli di chi ci ha commiserato esistano per innescare quei ragionamenti. I luoghi comuni si innescano da soli se non si è esercitati quotidianamente a tenerli imbrigliati, ed è difficile che quel ragionamento non sia stato fatto dalla quasi totalità delle persone. Studiare, essere umili, saper ascoltare e, arte ancor più difficile, saper fare domande senza risultare indelicati, sono stazioni del calvario che non appartengono all'esistenza attuale se non come eccezione. Per un Pakistano il figlio è colui che deve fare i riti quando il padre muore. Se non c'è nessuno che li compie si può dire che l'aldilà si complichi. Studiando si scopre poi che l'ebraismo ha il Kaddish, un rito lungo che mette in relazione il ricordo del defunto con una serie di azioni, per esempio sedere su uno sgabello basso e ricordare (il dovere di ricordare in forma di preghiera, azioni, gesti … stupendo). A New York, non molto tempo fa, fece successo un libro che semplicemente si intitolava così: “Kaddish”. Un uomo noto (Leon Wieseltier), eminente e convinto di essere laico, in età avanzata rimane orfano (parola che nella mente si associa ai bambini ma di fatto appartiene a qualsiasi età poiché, sorpresa delle sorprese, gli adulti soffrono in modo diverso da un decenne per esempio, ma soffrono, e non poco, per ogni distacco, che spesso altro non è che un'abitudine che bruscamente si interrompe. Per l'adulto spesso l'altro non è più un mistero, poiché l'abbiamo ingabbiato in una selva di convenzioni, di etichette che non abbiamo avuto il tempo di aggiornare perché si è sempre troppo autoreferenziali, un modo chic per dire egoisti, ed indaffarati) e torna al rito delle origini poiché scopre che la morte del padre lo ha disorientato troppo. E il ritualizzare, in un tempo che è minimo di un anno, aiuta a cauterizzare, a curare un distacco che nella sua irreversibilità si rivela lancinante.
La commiserazione del Pakistano, del musulmano in generale, come dell'ebreo e del cristiano di qualche tempo fa, risiede in questo ruolo del figlio, che si fa psicopompo ufficiale nel passaggio dalla comunità umana verso l'aldilà. Psicopompo, guida, dalla terra agli inferi (paradiso suona meglio, gli inferi non esistono, son solo le nostre angosce).
Questa piccola descrizione ci aiuta a comprendere che ascoltare, meditare, convincersi che chi viene da un'altra cultura potrebbe avere una soluzione per noi impensabile ad un problema enorme, che ci ha bloccato … e il problema lo vedete in "Blue Jasmine" di Woody Allen. Non è raro che nelle elite se rimani vedovo o vedova ti sbattano in clinica gonfiandoti di psicofarmaci e dopo due settimane ti rimettano al mondo dando per scontato che il peggio è passato e invece pian piano si diventa tossicodipendenti di xanax come nel film di Allen e come ho visto accadere alcune volte nella realtà.... forse è meglio un ritule sociale di una clinica e di quelle gocce ... che ne pensate?

Ora. Razzismo senza essere banali. Non è semplice. Tutti ne parlano con intelligenza, ma proviamo a far cantare il cuore.
Primo passo, attendere la sera ... dopo aver pensato, non certo con continuità, all'argomento, poi andare a letto e staccare la mente razionale, lasciarla in quella situazione che chiamiamo stand by, che ci avvisi se nel mondo esterno scoppia una bomba o brucia qualcosa, ma per il resto spenta, spenta spenta, e l'io profondo inizierà, come sempre, a dialogare ed elaborare. E così è accaduto che verso mattina, sveglio nel buio, ho visto la stazione, e non una stazione a caso. La mia mente sapeva che nel giro di poco mi ci dovevo recare per un breve viaggio. Ho visto il treno, la gente che va di fretta e un uomo sui quarant'anni che viene accompagnato al tavolino da una donna matura. Poi la scena si è bloccata. Avevo da fare. Mi vesto, faccio quelle piccole cose che servono al corpo, preparo le mie carte e parto. Freddo canaglia. Viaggio. Arrivo, e scopro che la mia mente aveva perfettamente fotografato quel lato della stazione e anche il tavolino. Eccolo li, ed ecco riapparire la scena che avevo immaginato, ma il tavolino è vuoto. Ora mi siedo li vicino, nel freddo, fra le frette che lasciano quasi una scia di nebbia luminescente. Dopo aver raccolto le energie, aver staccato il più possibile i sensi ecco che fantasmicamente, il protagonista entra. Ha una piccola borsa in cuoio. La signora lo lascia al tavolo, poi entra nel bar adiacente, vedo che ordina qualcosa e se ne va dalla stazione. La barista porta un cappuccino all'uomo seduto e immobile, quasi assente. A questo punto un attimo di lucidità causato da un avviso ferroviario brutale, mi porta al pensiero di voi. Siete tutte ragazze ed eravate interessate all'idea del pezzo teatrale. Quando l'annuncio tace torna la nebbia luminosa come nei sogni ed ora al tavolo c'è una donna sui vent'anni, bella, fine. Ha guanti senza dita e sorseggia scaldandosi le mani alla tazza. Un uomo di colore si avvicina e chiede un'informazione, la ragazza risponde, non sento ma comprendo che riguarda un treno. Lui sorride e accenna ad un lieve inchino di ringraziamento, dice qualcosa che fa ridere la ragazza e poi se ne va.
C'è, poco distante bellimbusto che l'aveva già precedentemente adocchiata e ha osservato il nero e la ragazza che parlavano. É con amici, si avvicina e inizia un dialogo curioso, quasi da favola di cappuccetto rosso e il lupo, anzi, identico.
Ciao! Cosa fai nel bosco da sola!lo sai che potrebbe esserci della brutta gente!”
Cappuccetto rosso non ha paura. Sta andando dalla nonna e i lupi cattivi raramente son veramente cattivi”
Lui allunga la mano e dice “Mi chiamo Stefano”, rimane con la mano a mezz'aria e, poiché ha visto lo sguardo dei compagni che sorridono di quella piccola sconfitta, si irrita e dice “Non mi stringi nemmeno la mano?”
Lei, lo fissa dritto negli occhi e dice “guardami bene, ti sembra che io l'abbia fatto apposta?”
Non capisco...”
Lei lentamente solleva la mano dal tavolo, in modo che sembra impacciato, lui precipita la sua e la stringe.
Ecco che Cappuccetto rosso ha stretto la mano al Lupo cattivo”, e sorride.
nooo, io sono il Cacciatore! Quello di prima è il Lupo cattivo, quel nero”
“”Un nero?”
Si, ti ho vista che parlavi con lui. Lo conosci?”
No, ha chiesto un'informazione”
risposta scontata. Non potevi dire diversamente. É uno spacciatore, lo sanno tutti qui e ti sei accordata... con me lo puoi dire”
Lei non risponde. Passa una ragazza assai vistosa. Il ragazzo dice “Che profumo! Mmmh, buonissimo!”
Vol de nuit”
Cosa?”
Vol de nuit.. il profumo. Saint Exupery fece un libro che fu un successo, tanti anni fa, e la Guerlain gli dedicò un profumo col medesimo nome … volo di notte”
Aspetta … e' quello del piccolo principe! Giusto?”
Si, ma la favolina non è la sua cosa migliore... e comunque cosa te ne fai di un odore finto, che si compera. Il suo odore vero è quello che potrebbe scaldare i sensi, non quello sintetico che vendono un tanto al litro...”
Vero … quindi tu non ti profumi!”
esatto, non voglio maschere
però ti lavi” dice lui ridendo
certo, tutti i giorni (ridendo) e comunque non abbastanza, perché il Lupo cattivo mi ha notato”
Ride anche lui e aggiunge: “è che sei graziosa, e sei vestita così bene!”
Lui allunga la mano e tocca il bordo della sciarpa
Questa lana azzurra … com'è morbida. Si sente, ma si vede già con gli occhi!”
Poi si pavoneggia un po' muovendosi in modo semi comico, “e il mio giubbotto ti piace? É di un grande stilista, vediamo se indovini!”
Lei allunga la mano e tocca la manica della mano che accarezza la sciarpa. Sembra stia pensando. Lui si gira verso gli amici tutto fiero di quel doppio contatto che sembra preludio ad una conquista riuscita. Lei lo sorprende dicendo “materiale sintetico assai ordinario. Hai pagato la firma ma di fatto indossi qualcosa che franco fabbrica vale si e no una decina di euro....”
Lui ritira il braccio e tocca la tela della manica. “Ma cosa dici!”
dico che vivi di finzioni. Un odore sintetico, al posto di quello vero, una giacca sintetica ...”
Ma non si fa così! É bello e questo mi basta!”
Io quella bellezza non la vedo ...”
Ok! Non ti interessa, dici tu, ma sei vestita bene, quindi è una bugia! Anche tu ci tieni solo che scegli in modo diverso!”
E' vero, scelgo col tatto e per i colori mi faccio aiutare”
Sei strana!”
“”senti, Lupo cattivo! Guardami negli occhi e dimmi sinceramente cosa vedi...”
due sfere azzurre deliziose”
Grazie, ma si parte dalla realtà”
Ok. Ok. Ma aspetti lo spacciatore o un treno o tutti e due?”
Lei sorride, un treno. Binario uno, per Milano, fra dieci minuti”
Ma è già li! Perché non sali?” poi sorridendo malizioso, “Per dialogare col Lupo cattivo?”
Ma non avevi detto che eri il cacciatore? Comunque … no, sto qui, perché da sola sul treno non riesco a salirci”
Non riesci? Ma è semplice. Cosa ti fa così paura di quel treno?”
Non ho paura in quel senso. Senti Lupo cattivo, tu invece cosa ci fai qui?”
Mi incontro con amici e poi decidiamo cosa fare. Vuoi venire con noi?”
in quel frangente arriva un uomo sulla trentina, saluta compostamente e dice: “Vieni Elisa, Non trovavo da parcheggiare”.
Il lupo cattivo è sorpreso, si sposta lievemente e vede l'uomo che si avvicina, lei che gli tocca il braccio come palpando e poi lo prende a braccetto, allunga la mano per prendere la cartella ma non la trova. L'uomo la prende e gliela mette in mano.
Il lupo cattivo comprende finalmente che è cieca.
Scusa, scusa … non avevo capito”
lo so … tu guardi la superficie delle cose. Per te un negro è nero, per me non esiste il nero, per me è un uomo. Per te forse gli ebrei sono una brutta razza?”
Lui tace a disagio. “Anche per te che hai la vista, distinguere un ebreo sarebbe difficile. Perché i nazisti li costringevano a portare la stella secondo te? Perché di fatto sono come noi”.
Si avvicina al treno, sta per salire con l'uomo ma si ferma un ultimo attimo.
Senti, Lupo cattivo, la vita è un'altra cosa. Io senza vista vedo le cose diversamente. Fai in modo che quel senso in più sia un dono. Ciao”
Sale, il ragazzo torna dagli amici, si vede che scherzano ma lui è serio, escono, il treno parte.

Fine del testo.
Semplice, breve e credo che possa funzionare.



Nel frattempo son rimasto solo. Cappuccetto rosso è partita, il Lupo cattivo si è avviato finalmente controvoglia in quella bisboccia fatta di nulla, un nulla che ora sente e non sopporta. Sono solo. Il sogno è terminato, rimane la realtà spicciola, e in questa, rassegnato, mi inoltro

Due notti a teatro ...



Di recente ho visto a teatro “Qualcuno volò sul nido del cuculo”.
Si tratta della versione per le scene di Maurizio de Giovanni, fedele al romanzo originario di Ken Kesey del 1962 e, cosa rarissima e pregevole, capace di rivelare al massimo grado la matrice inconscia che regge il testo e che lo ha portato la sua meritata fama.
Cerco di spiegarmi.
Spesso accade nell'arte che si abbia l'impressione, la certezza di voler dire una cosa, ma la nostra mano, guidata dall'io profondo, produce qualcosa in più che non ci si aspettava, ovvero un'opera doppia composta da una maschera, che soddisfa l'intelligenza, il pensiero diurno, e un contenuto che è quel nocciolo rovente che l'io doveva assolutamente espellere per non soccombere davanti alla sua potenza e che chiamo essenza notturna perché è di notte che la mente, senza obbedirci, produce un senso immenso.
Quando Alessandro Gassmann dice “ .. (da quando il protagonista comprende cosa accade nel manicomio) si renderà paladino di una battaglia nei confronti di un sistema repressivo, ingiusto, dannoso, crudele”, e aggiunge poi “ … una straordinaria metafora sul rapporto tra individuo e Potere costituito, sui meccanismi repressivi della società, sul condizionamento dell'uomo da parte di altri uomini ...”, quando Alessandro Gassmann, dice queste cose, rivela il significato della maschera e non va oltre, ma il testo lo ha compreso e ben reso. Com'è possibile quindi che le sue parole non rivelino il vero volto, il vero senso che sta sotto ma il suo agire si? È presto detto. Nel dialogo fra artisti, (e la catena che immagino è: Kesey col romanzo, de Giovanni, Gassmann e forse, anzi sicuramente qualcun altro che immagino essere gli attori, troppo bravi per non aver compreso a fondo...) il significato inconscio passa di mano inalterato, in una dimensione particolare, non verbale, non dialogica. E' stato intuito il senso, e questa intuizione, che diviene collettiva, è sufficiente per salvaguardare il livello. L'intuizione che non si sa spiegare a parole diviene parola da un'unica mente collettiva e così, in chi scrive il testo, in chi fa la regia e in chi produce gesti e parole si ha un'armonia che è il risultato maggiore del teatro. Ed ecco che il prodotto finale, grazie a questa catena intuitiva non cosciente, arriva integro nel suo senso cardine e si riversa sul pubblico che, a seconda di che tipo di “animale” è, si avvicinerà, sempre si avvicinerà, ma in un secondo o con un'elaborazione convulsa e lunghissima, nel senso che oscilla fra atto intellettivo consapevole e intuizione gestita spesso dal sogno, dal tabù, dai limiti caratteristici di ogni individualità e di ogni epoca.
Quel che mi accingo a fare ora, è tentare di esemplificare il nocciolo incandescente, il volto occulto, partendo da una piccola premessa necessaria.
Io, colui che scrive, mi sono posto in un modo non semplice nei confronti dell'opera. Questo è accaduto proprio a causa delle disavventure della mia esistenza. Veder apparire la suora, mi ha risvegliato fantasmi mai completamente sopiti. Quella femminilità che trattiene al massimo gli stati d'animo, immobile sempre, come il gatto un attimo prima di saltare sulla preda che, lo sappiamo, non avrà scampo, quel non coglierne nemmeno il respiro, si da farla sembrare un essere/oggetto al limite dell'umano sopportabile, mi ha tentato nel senso che stavo per andarmene col mio passato che riemergeva. Ho resistito, ho visto/vissuto tutto lo spettacolo osservando la belva che assalta e uccide e ho sorriso alla fine quando alcune persone fra il pubblico hanno detto, con una ironia assai sensata, che risultava assai difficile applaudire l'attrice che aveva impersonato la suora, proprio perché troppo fastidioso il personaggio, letteralmente insopportabile. La notte non ha portato consiglio. Si immagini il tipo della pubblicità che si ritrova il cinghiale che gli salta sullo stomaco e noi dobbiamo comprendere che ha mangiato troppo e non riesce a digerire … la mia situazione era simile, ma non sulla pancia, bensì sul petto, avevo la suora con un volto che si trasformava continuamente in qualcosa del passato. È poi giunto il sonno, con esso l'elaborazione inconsapevole, fino allo stadio della totale consapevolezza di quanto avevo visto a teatro si è attivata, rendendosi esplicita non durante il sonno, ma di prima mattina quando, già ben sveglio, non riuscivo ad affrontare le pagine di un testo amato perché altro chiedeva spazio. Come dice Battiato in una sua canzone; “il mio sangue non è acqua mai fiele, e ti farà guarire” e così è accaduto; la consapevolezza del veleno del testo, lo ha reso innocuo. Comprendere, ma solo comprendere completamente, ci permetterà l'illusione di avere sconfitto la paura della belva, non la belva si badi, ma la sua ombra che nell'opera si era materializzata.

Significato del testo

Parto da un breve riassunto.
Dario Danise viene ricoverato nel manicomio di Aversa presso Napoli, sua città natale, nel 1982. Non ha problemi psichici. Si tratta di una “mossa” attuata per sfuggire ad anni di carcere. Sappiamo che ha un passato di orfanotrofio al quale è seguita una vita senza legge. Non ha mai commesso nulla di particolarmente grave,ma è già stato in carcere. Giunge in una clinica gestita da una suora. I pazienti son divisi in due categorie; gli irrecuperabili al piano superiore che non si vedono (ma si immaginano, ottima soluzione) e al piano terra coloro che possono guarire. Questi ultimi sono volontariamente li dentro ma Dario Danise verrà a scoprirlo solo successivamente comprendendo che la sua uscita dipende dal buon giudizio della suora. Altre figure: il medico, due inservienti, una infermiera.
I matti guaribili, chiamiamoli così, hanno delle caratteristiche assai interessanti che si riveleranno completamente quando definirò il “nucleo rovente”.

Veniamo al punto. Anno 1962. Ken Kesey dopo un'esperienza come volontario in California in una clinica psichiatrica, scrive “Qualcuno volò sul nido del cuculo”.
Imbeviamoci lentamente, del senso di quella data. 1 9 6 2. Sei anni dopo si ha il culmine della rivoluzione giovanile. Kesey è del 1935. Ha quindi ventisette anni. É giovane? Ognuno lo misuri a suo modo, ma il fatto stesso che abbia scritto un libro così potente sta a significare che pensava di poter scardinare un sistema con … delle parole. Era quindi idealista, era quindi secondo me, giovane. Salinger nel 1951, a 32 anni, pubblica “Il giovane Holden” che ad incrina la finzione americana senza uso di guerre e colpe annesse. Sempre nel '51, (ma pubblicato nel 57), Kerouac, che ha 29 anni pubblica “sulla strada”, e di tutti, il precursore geniale e triste fu “Il grande Fitgerald” altrimenti noto come “Il grande Gatsby” che inizia ad incrinare una maschera assurda nel 1920 con “Di qua del paradiso” (a soli 24 anni!!!) e seminerà smascheramenti in romanzi e racconti che sono la vera coscienza dell'America fra le due guerre. E poi il teatro di Miller! Che nato a 32 anni, nel '47, ha il coraggio di proporre “Erano tutti miei figli”, che equivale a gettare la maschera, e Hopper, che nelle sue opere mostra un'America bella negli oggetti, nelle case, ma che ha come esito la solitudine.
Ho cercato di descrivere quell'anno, quel periodo. Il perbenismo sta cedendo, e la generazione dei padri ripudierà quei figli che non accetteranno le regole che vogliono imporre. Noi … alcuni di noi, coloro che hanno letto Salinger, Kerouac, Fitzgerald ecc, siamo figli di quel rifiuto, e ben sappiamo che la società non ci deve imporre regole, se non per lo stretto necessario, e per il resto sta a noi, ad ogni individuo, fondare ogni volta come fosse la prima, un'esistenza. Altri, che queste opere non le hanno lette, ma ne conoscono solo l'esistenza in grazia delle antologie, modo orrendo indiretto, incompleto … assurdo, questi altri, come la generazione dei padri, tenderanno ad uniformarsi a schemi non elaborati ma ereditati poiché solo un testo originale vibra e sa essere entusiasmante … nel senso greco del termine. A questi propongo un quesito semplice semplice. Quanto fa uno più uno? Ovviamente due. Quanto fa una goccia più una goccia? E qui sbaglierà chi usa solo il cervello! Questa volta non fa due, e … che massacrino i circuiti neurali a trovare una risposta intelligente dove serve invece la saggezza, somma di mente ed esperienza (quest'ultima collegata al cuore!).
Disse un rabbino, quando gli chiesero a quale principio poteva ridursi la Bibbia: “Non fare ad altri quel che non vuoi che sia fatto a te”, e con questo piccolo pensiero, che possiamo applicare al testo teatrale scoprendone nuovi sapori, mi inoltro nel nocciolo caldo poiché ora se ne sa quasi abbastanza per iniziare a comprenderlo.

Termina la prima grande guerra. Le donne hanno collaborato lavorando nelle fabbriche. Ora non ne vogliono sapere di rientrare. Hanno assaggiato l'indipendenza economica, non ne vogliono sapere di retrocedere al ruolo precedente. Questo fatto incrina definitivamente il rapporto fra i sessi che nella cultura occidentale era codificato in modo chiaro. Sottomissione sempre più parziale, questo è vero, ma rarissimamente indipendenza economica. Una seconda guerra rende irreversibile il fenomeno.

In quella clinica psichiatrica posta sul palcoscenico, si sta svolgendo … una guerra fra i sessi. La femminilità, quella vera (secondo gli uomini, poiché non dobbiamo dimenticare che tutte le grandi menti che ho citato son maschili e Ken Kesey è indubbiamente anche lui un maschietto) è la somma fra la suora e la ragazza che viene in visita a Dario Danise. Sono due entità separate dall'artista, come in “dottor Jekyll e mister Hyde”. Ma proviamo a mescolarle, e si avrà la donna che ogni maschio … del 1962 (e anche di oggi poiché facendo quest'opera de Giovanni conferma l'attualità del contenuto) potrebbe considerare ideale. Si diceva nel settecento a Venezia … che ogni donna dovrebbe lasciare il pudore con la camicia, e in modo meno stilizzato, proprio a Napoli si dice, santa in casa e p.... a letto. Ma le entità separate a cosa portano? A due mostruosità intollerabili. La suora è solo per l'ordine e le regole che non ha ragionato ma ereditato. La sensuale visitatrice del protagonista è solo sesso e quindi vive un'esistenza che non evolve ma pensa solo con ossessività a saziare la sua fame. I pazienti guaribili a questo punto diventano mediamente comprensibili. Sono uomini, maschi, che son fuggiti volontariamente da figure femminili che tendevamo un po' troppo ai due estremi archetipici di donna/regola e femmina/senza regole. Il paziente che viene invitato a rivelare la sua omosessualità, altri non è che colui che ha sposato una donna troppo sensuale. Lui devia costantemente parte delle sue energie psichiche verso un senso estetico che ama coltivare e che richiede tempo, e quindi la moglie femmina quasi totale, lo fa soffrire. Gay non è, per questo non lo ammette, e in questo si coglie anche una tendenza superficiale di questa epoca che tende a considerare effeminato quindi sessualmente ambiguo chi ha passioni estetizzanti che lo distinguono. Un altro, schiavo delle regole materne, è vergine e ossessionato dal senso di colpa. Perfetta personificazione del limite più aberrante del cristianesimo che ha fatto del matrimonio (che è sacramento solo dal dodicesimo secolo) un capestro per controllare l'erotismo che è indubbiamente, e sempre sarà, la maggior debolezza (e la maggior gioia) di ogni essere umano, il miglior modo per tenerlo al guinzaglio. In questo caso è evidente che la suora è esattamente l'emanazione, la figlia identica, il clone, di quella madre ossessiva e protettiva fino all'annientamento, dell'io del figlio. Un altro matto è completamente chiuso alla vita e “vede” solo sessualità e un altro dipinge quadri che non esistono. Questi due li vedo come irrecuperabili ma innocui, categoria che la scena non ha avuto modo di distinguere. Infine il gigantesco sudamericano che non riesce più a vivere perché si vergogna del suo essere una nullità nella vita, di fronte alla madre che gli appariva in sogno e che, proprio perché lui è deludente in fondo a se stesso, non appare più a consolarlo. Questa figura diventa attualissima poiché si tratta di un migrante disinserito e come tale si rifugia volontariamente in clinica. Questi ultimi tre matti, sono più marginali. Il pittore di opere invisibili non dimostra contatti con l'erotismo, l'emiliano sessuofobo sembra chiuso nella sua follia e viene percepito più come il Falstaff, il ruolo puramente giullare che uno spettacolo teatrale tende a crearsi quasi inconsapevolmente. Il gigantesco sudamericano è l'unico fra i presenti che vanta una figura femminile positiva idealizzata. Una buona madre che esistette e che si eterna nel sogno. Non deluderla equivale a lottare per dare un senso all'esistenza. Lui è l'unico che, con questa dote enorme, la buona madre, la figura femminile amorevole e comprensiva, può uscire e tentare di vivere. Rompere con la statua di una femminilità artefatta, la Madonna, che rappresenta anche la religione, è potente e liberatorio, ma non per me che sono un non rarissimo caso di ateo convinto che crede che dio sia più in alto di qualsiasi invenzione umana.
Veniamo al protagonista. Questo teppistello dei bassi di Napoli, è puro istinto. Seguiamo la logica. Senza madre = senza regole= istinto. Troppe regole asfissia psichica. Se un bambino si fa adolescente e poi uomo con la legge del più forte … e non esiste progetto di vita ma un continuo accumulare per sperperare, coi soldi coi sensi, col cibo, con tutto allora si ha l'opposto della suora che, a differenza di lui, munita di una società che si lascia dominare, sarà, la più forte. Inizia la sfida fra l'uomo/senza regole e la donna/regola.
Ma … che caratteristica ha questo scontro? Ve lo rivelo con una frase di Joshua Singer. Si tratta di saggezza chassidica che per l'occidente risulterà nuova nuova;
vado a memoria poiché ora sono assai distante dai miei cari libri: “la donna agisce con l'intrigo, l'uomo con la violenza”. Semplice, incontestabile e... tremendo.
Osserviamo la “lotta” fra questi due esseri archetipici e potentissimi e vedremo che, inconsapevolmente, chi ha prodotto il testo ha rispettato questa regolina. Lui quando non regge all'intrigo, usa le mani. Lei lo porta consapevolmente con l'intrigo ad essere violento poiché la violenza, e solo essa!!! diviene colpa! E si pensi ora a quante volte, uomini sono esplosi ad anni di angherie. Sono assassini. Sono condannati ed è giusto così. Si deve avere la forza di fare quel passo spiazzante che è l'andarsene, ma non è semplice. Ma trovo anche assurdo che la giustizia punisca la punta dell'iceberg rimanendo indifferente ad un sommerso che con un minimo di ricerca sempre diventa evidente.
A me è riuscito di fuggire e non diventare violento, per questo parlo con una certa sicurezza, e sempre per questo so che esiste un limite che la gente non vede. Se ogni giorno si sale di un gradino nella tensione di un rapporto, chi da fuori ci vede una volta al mese, vede la somma, ovvero un salto enorme che si fa incomprensibile.
Io ricordo, si. È ora di dirlo, mia madre che mi diceva “vieni qui che ti schiaffeggio!” e avevo quasi trent'anni. Era in piedi sul divano poiché io ero più alto. La madre è inviolabile. Violare la madre è mostruoso, e le madri lo sanno e attaccandosi ad un motivo spesso nemmeno futile ma saldamente inesistente, creano l'attrito. Mi avvicinai invitandola al dialogo. Non mi aspettavo che invece avrebbe usato le mani anche se sempre l'aveva fatto, ma mai mi arrendevo davanti alla possibilità della ragionevolezza. Le fermai i polsi chiedendole esasperato ma calmo, “ma cosa stai facendo!”. Iniziò a urlare dicendo che avevo alzato le mani contro di lei. E si tenga conto che il risultato avrebbe dovuto essere un mio senso di colpa come quello di uno del matti guaribili del palcoscenico. Iniziò a urlare e io ebbi forte la tentazione di darle un pugno. Non sopporto il rumore, lo odio. Mi destabilizza. Erano anni che mi sfidava così. Arrivava al limite. Voleva sfiorare il fatto che mi avrebbe definitivamente condannato e reso schiavo del suo volere. C'ero io. C'era lei, ma c'era anche il mondo. E il mondo è un essere assurdo che ragiona con lo stomaco. Il mondo ha bisogno di colpevoli, di mostri, si nutre di mostri, e dopo che lo ha esecrato, macellato, si sente un angioletto. Uccide il male colui che è buono. Così pensa, dimenticando che colui che è veramente buono non ucciderebbe mai mai mai. Resistetti e fu l'ultima volta. Me ne andai. Contro l'intrigo esiste solo il voltare le spalle e farsi una propria vita, ma non è facile per il maschio, abituato da migliaia di anni a risolvere, dove la mente non arriva, con la forza. Ora quella regina ha un territorio ma non ha un popolo. Immaginatelo il dramma. Macbeth che invece di veder avanzare il nemico si sveglia, e nel regno non c'è più nessuno. Senza sudditi non esiste il re. Così detronizzai il mostro, ma come un vaso crepato dai troppi urti, riesco a vivere una mezza vita, e a fatica, un poco come il gigante sudamericano dell'opera. E ricordo che dopo anni qualcuno ebbe ancora il coraggio di criticare il fatto che non la volevo più nemmeno vedere. La mamma è sempre la mamma, questa era la morale facilona, ma esistono i mostri, mostri che non si notano perché feriscono con un minuscolo ago giorno per giorno, poi ti curano ridendo e di nuovo feriscono, e nessuno lo vede.
Vi invito a non meravigliarvi dell'intreccio fra autobiografia e analisi di un testo. Bisogna mettersi definitivamente in testa che solo un io soggettivo, osserva. E rivelando come i tentacoli della mia personalità si siano avvinghiati al testo, si ha l'unica via che può dare effettiva chiarezza al contenuto che mai sarà oggettivo, ma sempre in relazione ad una personalità che ha un passato, una storia. Ed è quel passato, la sua somma, che si relaziona con “qualcuno volò sul nido del cuculo”. Spogliarsi di sé stessi è fingere. Non fatelo. Non fatelo mai.



Ora. Nel testo ravviso un particolare reale ed agghiacciante. L'intrigo, arte della donna, mai approda alla violenza fisica, ma la innesca per rendere colpevole colui che la attua. Ricordate la regola. L'atto violento, non l'iter che lo ha causato, vengono condannati dalla comunità! Ebbene. La suora, la donna regola, costringe la società a due atti di violenza. L'elettroshock e la lobotomia. Quest'ultima è resa con il suo significato più profondo. Annullato l'io, rimane un corpo. Quando uno dei matti guaribili scuote il protagonista lobotomizzato e poi dice “qui dentro non c'è niente”, riassume in modo geniale la verità di quell'atto che era omicidio vero, mantenendo il corpo in vita. Per quanto riguarda l'elettroshock, ho conosciuto personalmente persone che ne hanno subiti fino a cinque nell'arco di un decennio, me li hanno descritti come annientamento totale dal quale in modo sconvolgente, pian piano devi ricostruirti, col continuo terrore che te lo rifacciano.
Quando la figura femminile diviene assassina? Pensiamo a Medea. Essere primordiale che uccidendo i figli punisce il padre. E' follia? no. Medea è una maga che si innamora e il senso che ci vedo è che l'essere originario va al di là del maschio o della femmina e produce sottomissioni come unica forma di relazione. Ma uccidere è relazione? Se si uccide l'altro cosa rimane? La comunità, che edotta rispetta.
In questo testo il femminile costringe la comunità ad eseguire l'atto violento, che si giustifica secondo la legge del taglione. Sei stato violento? Al medesimo modo ti punisco. Primitivo, come l'essenza stessa del personaggio che mira a sottomettere la comunità tramite la “lezione” pubblica sull'individuo.
Sarebbe importante esaminare un testo scritto da una donna e con argomento simile per valutare cosa sta accadendo in questa strana battaglia. Esiste? Si, e l'ho visto di recente. Un'avventura grottesca e assai istruttiva che prometto di raccontare a breve.
Ecco quindi negli anni sessanta, e tuttora, confermarsi nelle espressioni artistiche, la reiterata comparsa di “immagini” della crisi del rapporto fra uomini e donne, ma descritto solo dal maschile. Il surrealismo in sé è la chiara crisi di una sottomissione fra i sessi che, non rispettando più la superiorità sancita legalmente del maschio, si fa battaglia spietata ... con queste donne che diventano sempre più indipendenti e incutono per questo un paralizzante timore.
Si noti poi come il testo usi le classi sociali e la lingua. Il dialetto per colui che è puro istinto; l'emiliano sessuofobo e il protagonista che è anche lui quasi allo stato di natura.
Il protagonista è in fondo alla classe sociale e quindi si dà per scontato che sia la bestia. La madre del figlio “castrato” e vergine, è l'apice sociale, che rifiutando le nozze del figlio con una di estrazione più bassa conferma il trauma. L'esteta che sembra omosessuale ha scelto una moglie di una classe più bassa che quindi è ovviamente, secondo il testo e l'epoca (quindi anche la nostra … epoca), più animalesca di lui. Schemino elementare. Più sali nella classe sociale meno sei bestia, e quindi un modo per avere successo risulta l'autocontrollo estremo della sessualità. Come riconoscere immediatamente chi è in alto da chi è in basso? Dalla lingua, poiché chi è schiavo della natura, dei sensi, parla in dialetto. E … se ci si pensa molti di noi non credono a questo schema quando viene esplicitato, ma nella quotidianità, che è fatta di abitudini e schemi, accade.
E invito, per concludere, a leggere i diari di Sylvia Plath che son quasi coetanei del romanzo di Kesey. Le fu diagnosticato un disturbo bipolare e varie volte tentò il suicidio. Vi aiutino queste considerazioni su di lei per essere sensibilissimi con una persona che sempre, quando scriveva, metteva in gioco tutta se stessa, completamente. Perché una donna osserva quel che un mondo maschile teme. È una lezione immensa, una possibilità, una via per chiunque non si sia già rifugiato in un qualsiasi monastero che si può chiamare clinica, letteratura e in altri mille modi, perché in fondo non ha più il coraggio o la voglia di lottare col sesso che sente a sé complementare.






Taddrarite (pipistrelli)


Sera di dicembre. Vengo invitato in un piccolo teatro, può contenere al massimo duecento persone se vengono stipate come sardine nella scatoletta. Mi dicono che l'opera che rappresenteranno ha vinto molti premi importanti e che recita l'autrice. Risulta sia in dialetto siciliano, dimostro qualche timore basato sulla mia capacità di comprensione ma mi dicono che si capisce, così si dice in giro.
Sono diffidente. Saranno luoghi comuni ma quando uno ha vinto un sacco di premi ho sempre la sensazione che ci sia qualcosa sotto. Di solito i “gran sacerdoti” tendono a premiare un parrocchiano … e se non ricordo male tanti, troppi veramente Grandi, kome Kafka, Pound, Fitzgerald (e mi fermo perché c'è da far l'alba se proseguo), hanno ricevuto le briciole in vita ...
Decido di andare per non sembrare il solito asociale e vengo stipato nella calca in un posto centrale abbastanza distante dalla platea. Mi sta bene, preferisco così perché a fine spettacolo l'artista-attrice verrà intervistata e vorrei fare il possibile per non essere coinvolto.
Calano le luci. In scena, centrale, una cassa da morto chiusa. Sedute dietro, in nero su fondo nero, tre donne. L'atto è unico e la scena non cambia. Tutto è affidato al dialogo e questo non mi piace, ritengo che debba esserci un minimo di movimento e, quando accade come una pantomima, mi sembra che sia uno stratagemma poiché vi è la consapevolezza che è troppo statico. Una simile immobilità può durare un quarto d'ora poi grida vendetta.
E' vero, qualcosa capisco. Tre sorelle. Una ha il marito nella cassa da morto. Si confidano segreti di pulcinella, cose che sanno di sapere. Hanno sopportato mariti tremendi. Una, quella che ha il marito nella cassa, ha affrettato la sua fine per mezzo, ovviamente, di un cannolo siciliano. Era diabetico. Non mi ricordo se lo ha “corretto” con qualcosa o ha semplicemente approfittato della sua golosità. Sta di fatto che lo ha ucciso ed è fiera di essersene liberata. Sono lievemente inorridito ma attendo nel “tirare le somme”, poiché l'intervista potrebbe riequilibrare le cose. L'autrice potrebbe dire, per esempio, che se la giustizia esterna non interviene, diventa ovvio farsi giustizia da soli; lo troverei forzato, non nella mia weltanschauung, comunque, ma passabile. Per un cavernicolo può essere una risposta saggia. Io invece ritengo che mai l'omicidio sia sensato a meno che non si tratti di estrema, dico estrema, legittima difesa. Il problema del sud, di quella Sicilia rappresentata nell'opera e non solo, è che nessuno è disposto ad uscire dalla comunità. Rimanerci dentro equivale ad esistere, ad avere un senso. Perché Maria, l'assassina, una mattina mentre era in casa da sola, non è saltata sul treno ed è andata via? Perché questa non può essere una soluzione? Se la giustizia non reagisce e accetta con omertà queste situazioni di maltrattamenti, bisogna secondo me rompere lo schema, ripudiare quella società e rifondarla, rifondando prima di tutto se stessi.
Intervistano l'autrice. Chi fa le domande è un assessore donna che parte con elogi sperticati, esagerati anche se veramente si trattasse di un fenomeno. E' evidente che la sua sensibilità artistica non si differenzia molto da quella di Emilio Fede, mia unità di misura, mio zero assoluto dell'insensibilità promossa a protagonista.
Aggiungo poi qualcosa che ho trovato su internet. L'autrice voleva parlare della violenza sulle donne. Si iscrive a un corso di scrittura creativa e si sente dire “sei un'attrice! Fai una cosa di teatro!”. Sono sconvolto dalla banalità. Un corso di scrittura creativa per me è come se una persona che desidera imparare l'uncinetto, decidesse di farselo insegnare da un idraulico. Sono insensati e modaioli quei corsi, perché per saper scrivere bisogna prima di tutto comprendere qual'è il percorso in se stessi, percorso personalissimo, per arrivare ad attingere un'idea veramente nostra, pura, sentita. Quando si ha l'idea, essa si scriverà da sé. Corsi di scrittura creativa. Moda. E la moda ha in se tutto tranne l'eternità. E' solo presente, illusione che l'arte celi i suoi segreti in un agire artigianale. Saper fare uguale artigiano, ma per essere artista ci devi mettere spremuta di anima!!! e qual'è il consiglio? “sei un'attrice, fai un pezzo di teatro”. Ok. Sai affettare salami? Fai il salumiere! Geniale! Mah! Qui qualcuno ha dei limiti spaventosi se non comprende che è tutto talmente ovvio da essere stupido. Scoprire che l'acqua calda è calda …. ecco di cosa si tratta.
Nel frattempo che il mio cervello cerca di sconnettersi e di pensare ad altro da quel che mi accade intorno perché troppa banalità mi rende stronzissimo e voglio, devo tacere, ecco che mi si sveglia l'attenzione. Chiedono a qualche uomo di intervenire e il tutto diventa una congiura plurale. Son donne a chiederlo e sembra, col sorriso fintissimo, che intendano estorcere un mea culpa da un rappresentante del tipo assassinato a suon di cannoli. Logica emiliofedista … Sei un maschio come il cannolodipendente? Quindi sei colpevole quanto lui, forse meno perché forse non sei così cattivello, ma potenzialmente lo sei in quanto maschietto. Il risultato è che nessuno si offre per un centinaio di secondi che rispettano le relatività e si dilatano fino alla nausea. Si sente tensione, ma le donnine che l'hanno causata fanno finta di non comprendere. Richiedono ai maschi presenti di dire cosa ne pensano della violenza alle donne. Ovviamente un perbenista rompe il ghiaccio forse per salvare la serata che sta diventando un'offesa a tutto ciò che mira a sembrare almeno apparentemente sensato. Cerca di dire che lui non è così e ci scappa un applauso striminzito. Chiedono se qualcun altro si pronuncia ma nessuno si offre. Il cannolo insegna .... Si vedono sguardi inviperiti di maschi, e donne che cercano consensi nella loro caccia al maschio violento. Ho compreso. Due categorie si scontrano e il maschio, nella pluralità dei corpi presenti, dovrebbe sottomettersi ma non lo accetta, resiste a questa generalizzazione che ha del putrido, del ridicolo. Finiscono con una battuta che ovviamente non fa ridere ma ridono le donne e a denti stretti i maschi e poi decido che la cosa giusta da fare è uscire, immediatamente e sono certo che sentirò uomini inviperiti. L'esterno c'è un giardino abbastanza grande. Divento invisibile come un gatto. I primi escono e non attendono due metri dalla porta della gogna per reagire. Sembra che sia la generalizzazione a ferire e basta. Nessuno ha colto che il femminile ha reso lecito l'omicidio se il partner continua nelle angherie. Mi aspettavo di più dagli uomini, ma siamo in un'epoca individualista e ognuno dice prima di tutto, e a volte solo, non sono stato io!
E la situazione è la seguente: avete presente il problema tutto italiano dei padroni di cani ke kostellano i marciapiedi di democristiani (ci siamo capiti...)? Ecco, se hai il cane ti guardano in cagnesco e devi essere più ligio alla legge di un giudice folle … e non basta. Hai un cane, la tua categoria è colpevole. Qui è accaduta la medesima faccenda. Sei un maschio? Se non l'hai ancora fatto lo farai, e devi espiare una colpa in questo disagio in questa ombra che menti ristrette emanano come una nebbia.
Il punto è che questo “spettacolo”, con la scusa di rappresentare la realtà siciliana, si eleva a scontro tra i sessi. In questo caso la mentalità femminile che ha creato la situazione scenica, vede solo il male dell'uomo e mette in chiaro che gli uomini sono così, senza un motivo. Io sono d'accordo? NOOOOOO. Perché ogni persona è un io a sé e non accetto nemmeno per gioco l'etichetta di potenziale violento oltre il resto da una categoria che è altrettanto violenta masemplicemente con altre tecniche.
E poi ...ma chi li alleva in quel modo i maschi? Quella comunità fatta per la metà (e passa) di donne non è in grado di influire sull'educazione? Ed effettivamente è così. E offro una mia versione. Come hanno scelto i loro maschi? In modo animale, e lo raccontano in scena. Pulsione erotica e basta, poi dopo scopri che è un animale non solo a letto come ti piace ricordare? Ma se quella è stata la formula di discriminazione pretendevi il principe azzurro? Si lamentano che poi è cambiato? no. Non è mai cambiato. E' che dell'animalità all'inizio hanno preso solo l'erotismo e hanno pensato che bastasse per sposarselo. Un po' come quando noi uomini pensiamo che bellezza equivalga a dolcezza di carattere! E poi il destino ci fa pagare il conto … ma per un nostro errore!
Aggiungo poi che al sud, ovviamente non per tutte ma per un misero 99.99 per cento, il matrimonio è più importante dell'amore perché il ruolo della femmina nel gruppo sociale è considerato completo se sei sposata e hai pure il pargoletto. Ricordo casi di uomini che conosco che appena sposati se non figliavano entro tre secondi netti venivano lievemente ridicolizzati. L'iter della donna termina con matrimonio e figli, quello del maschio, se accetta il matrimonio, che per lui non è strettamente necessario, il figlio è comunque un obbligo … sociale.
Se una società che ha sempre una maggioranza di femmine, non sa scardinare un circolo vizioso, non è certo perché il maschio è forte fisicamente e quando arriva al dunque la zittisce con le sberle. Come ho accennato prima rubando una frase di Joshua Singer, le donne hanno l'intrigo che è un'arma potentissima ... ma io consiglierei di rinunciare a intrighi femminili e violenza maschile e di mettere in scena un mondo che cambia perché vuole cambiare e non un rapporto fra i sessi che ripete se stesso da secoli basandosi su un agire ferino, esclusivamente erotico e non cambia perché il livello del ppensiero latita o se appare è per un milionesimo di second. Se si rileggessero i due grandi capolavori del d'Annunzio giovinetto!!!“Terra vergine” e “Le novelle della Pescara” descrivono in fondo quel medesimo mondo, ma accadente nell'Abbruzzo dei primi del novecento, nel quale la primordialità è vissuta totalmente. Aiuterebbe a comprendere che chi è parte di quel mondo se decide di rimanervi deve accettare quelle regole che io comunque trovo assurde.
Ora, in questa scena teatrale, donne che agiscono in modo primordiale non accettano le conseguenze del loro gesto, di quella unione che parte da sotto l'ombelico e nemmeno per un attimo medita. Ma non è l'omicidio la via!!!!!!!!! Pensiamoci. Quella donna si è liberata, ma se non cambia il suo modo di selezionare il maschio, se intanto che è madre e sorella o zia, non educa a qualcosa di diverso dalla carnalità, se grazie all'erotismo ferino che prova, si acceca ad altri aspetti che non si fingono, che qualcosa rivelano sempre, potrà mai cambiare quel mondo? E non accetto la drammatica versione che l'amore acceca. Se in parte è vero, comunque se si è abituati a meditare potrebbe accadere, e a me è capitato, di rendermi conto che quel che mi si offriva non era nel mio modo d'intendere l'esistenza. Io penso che in quella società comunque ben descritta, le vittime non siano quelle donne e quegli uomini, ma coloro che nascono in quel contesto e non sono dotati di capacità di intrigo e di violenza. Sono sempre esistiti ed esempi colossali sono Sciascia, Brancati, De Filippo, Troisi solo per citarne alcuni che dimostrarono alla grande, con la loro opera di essere incapaci di soggiacere solo e sempre agli istinti più bassi. Non cambierà nulla in quel mondo che l'attrice-autrice ha descritto, se le donne non inizieranno a rifiutare approcci che sono solo istinto, se le madri non provvederanno a fare dei loro figli degli esseri …. civili, se la sconfitta del violento non viene affidata ad altre soluzioni.
Un testo nel quale una mente femminile attuale descrive una situazione conflittuale e rende lecito l'omicidio. Intollerabile per me. O m i c i d i o!!! Esistono soluzioni meno animalesche. Vanno bene per quel mondo istintivo e decisamente primitivo, uccisioni e risse, ma non funzionano nel mondo che, si, lo ripeto, ambisce ad essere civile.
E se le forze dell'ordine non intervengono bisogna andarsene, recidere.
Ho raccontato qualcosa di me; ho abbandonato la comunità nella quale la violenza, ben mascherata era accettata e il perbenismo dicendo “la mamma è sempre la mamma” mi avrebbe assegnato sempre e comunque il ruolo del colpevole, del figlio ingrato se proprio mi andava di lusso. Anni di angherie … e andarsene fu l'unica possibilità senza sporcarsi le mani. Rifondare l'io. Quando ebbi la tentazione di darle un pugno, non fu per uccidere, ma per riconquistare il silenzio e la calma. Ero esasperato. Da quando son nato era quella musica anzi, quel caos. Violenza fisica sommata a quella psichica. Per questo penso di poter comprender con un pizzico di cuore in più la violenza sulle donne. E' sufficiente attuare una generalizzazione e l'empatia sorge, ma non per la donna, bensì per l'essere umano! Qualsiasi tipo di violenza è per me insopportabile e non rappresenterà mai una soluzione! Non penso alla donna o a me uomo, ma all'essere umano! E a questo punto scatta la comprensione, come ho detto, per sofferenze che furono anche mie e riemergono spesso, ma non per la soluzione nella violenza. Pensai al suicidio. Ci provai pure, ma in questi tentativi fui ridicolo, perché pretendevo di sopprimermi senza violenza. Un autentico paradosso. Fui un Fantozzi in quell'arte che richiede per ben riuscire, una dote di violenza che appunto ora so essermi negata. E tuttora mi considero condannato a vivere. Quando ho compreso che nel mio caso non c'era soluzione non ho pensato alla violenza se non nel momento della sua isteria che mi stava annientando. Non lo era di fatto nemmeno in quel momento nel quale pensai al pugno perché non ambivo a sopprimere, ma al silenzio. Non lo era per me, in un bilancio di violenze subite che rasentava l'assurdo. Si legga il mio racconto “Creatura” e si tenga conto che il fatto che vi narro è vero e forse, se sono stato abile, si comprenderà in cosa consiste l'annientamento psichico. Se ho fallito si legga di Orwell l'eccezionale “1984”.
E queste cose accadono, non solo alle donne per mezzo degli uomini, ma anche ad un bambino in un mondo di adulti fatto di luoghi comuni fra i quali varie forme di violenza possono strisciare e appagarsi senza destare sospetto. Anzi, il contrario.
Uccidere non è una soluzione se non in caso di estrema legittima difesa.
Accettare versioni differenti, promuovere la violenza per reagire … alla violenza, equivale a continuare la situazione precedente esacerbandola. In questo caso le due sorelle sanno che l'omicidio è stato compiuto. Potrebbe propagarsi in loro la sensazione che sia lecito ora che il fatto accaduto si dimostra meno drammatico del previsto … e questa nuova liceità potrebbe trasmettersi a qualcuno fra il pubblico …
Non ho altro da dire.