martedì 11 ottobre 2011

Odradek editore .....!

questo scritto si accompagna ad altri due: "una visita alla fiera del libro di Roma"e "il cartellone pubblicitario bugiardo"

Per dare un'idea della miseria intellettuale nella quale navigano gli editori attualmente, eccovi una lettera inviata alla casa editrice Odradek. Il ricevente, che  ho occultato, poiché non mi interessa colpire le persone ma invitare a meditare, era uno dei due personaggi che mi hanno irriso....fino a prova contraria. L'esito della situazione non fu men grottesco di quel che mi accadde alla fiera del libro del 2008. Mi risposero dicendo che non ricordavano.... e poi mi invitarono a collaborare.
Non risposi.
Questo, purtroppo è un esempio del mio e del vostro presente.
Trovo che Don Chisciotte se la passasse decisamente meglio.
Buona lettura.


29 gennaio 2008               da We per XXXX

Argomento: il termine Odradek.

Rammenta quella persona che all’ EUR in occasione della Fiera dei piccoli Editori (mi sembra si chiamasse così) disse che Odradek era il nome di una motocicletta?

Il testo nel quale può trovare la foto è “Franz Kafka” di Klaus Wagenbach (ed Adelphi) a pagina 47.
Quando la mia macchina fotografica digitale smetterà di fare i capricci le manderò comunque io stesso una foto.

Per ora le offro dati abbastanza precisi per trovare altro materiale. La motocicletta fu costruita nel 1903 dalla ditta Laurin & Klement a Jungbunzlau che in seguito prese il nome di Officine Skoda.

La Skoda attualmente ha sede a Brno che, mi risulta che faccia parte da qualche anno del gruppo Volkswagwen. Una via di ricerca consiste quindi nel rivolgersi alla sede di questo celebre marchio e chiedere di poter “sbirciare” nell’archivio.

Nel 1907, sotto la monarchia austriaca, risultavano censite 5387 motociclette. Non è impossibile quindi nutrire qualche speranza e riuscire prima o poi a vederne un esemplare sopravvissuto.

CONSIDERAZIONI SULLA MOTOCICLETTA

Consideriamo il racconto “Un incrocio” del 1917 (pag.422 ed. Meridiani Mondatori).
Kafka inventa un animale che è in parte gatto e in parte agnello.

A pag. 423 più o meno a metà, troviamo la seguente frase:
“…è soltanto il giusto istinto di un animale che sulla terra ha un numero infinito di parenti, ma forse nessun consanguineo prossimo, cui pertanto è sacra la protezione che ha trovato in casa nostra.”

All’inizio del brano scrive: “Possiedo uno strano animale, metà gattino, metà agnello. L’ho ereditato da mio padre, ma si è sviluppato soltanto ai miei giorni. Prima era molto più agnello che gattino.”

Nella medesima pagina aggiunge “…perché esiste un solo animale, perché lo possiedo proprio io..?”

E’ secondo me la medesima situazione dell’Odradek.
Franz Kafka eredita dalla famiglia due identità. Quella ebraica e quella occidentalizzata. 
Da piccolo prevale la parvenza che si cela dietro al cognome Kafka (germanizzare il cognome era un’ambizione degli ebrei meno osservanti e che acquisivano un ruolo sociale rilevante).
Da adulto, si rivela quella che fa capo al vero cognome che era Kavka.

Consideriamo che il ramo materno faceva capo alla figura di un antenato considerato santo per la sua devozione. Si narra che ogni giorno, d’inverno come d’estate, facesse il bagno nel fiume per purificarsi.

In Kafka c’erano queste due realtà che non gli appartenevano, che non sentiva sue. Il lato ebraico della sua origine avrebbe dovuto identificarsi con quei folcloristici personaggi che rappresentavano una cultura, quella Yddish e un modo di vivere, che egli non aveva mai vissuto e nemmeno visto vivere. Gli ebrei di Praga erano diversi da quelli delle campagne. Questa identità nel suo presente era la più sradicata.
Kafka scoprì il loro mondo grazie al teatro Yddish e agli attori dei quali divenne amico, oltre ai gesti eclatanti di coetanei come Langer. Questo contaminò la sua opera nella direzione di un certo grottesco umorismo, come ad esempio la figura del signor Pollunder in “America”.

L’uomo Kafka però, sentiva di avere dentro di sé due realtà, due radici, due anime, che non conosceva, ma che sapeva essere la fonte della sua identità.

La prima frase che ho presa dal racconto, calzerebbe anche per il personaggio de “Il Castello”.
Se al posto della parola “animale” mettiamo “ebreo” e al posto di “casa nostra” mettiamo (nostra nazione) ecco che possiamo cogliere il senso della metafora non troppo velata di Kafka.

L’Odradek è un’evoluzione di questa immagine. Un oggetto che tocca la sua massima stranezza nell’essere decisamente oggetto, ma vivo. Una presenza a sé, visibile, irrelazionabile proprio per la sua costituzione basata sull’essere un oggetto animato. Non umano, come per molte persone dell’epoca erano considerati gli ebrei e come in fondo egli percepì inizialmente gli ebrei così come li potete trovare per esempio in “Joshe Kalb” di Joshua Singer. Animato, vivo, ma di fatto, per la possibilità di inserimento e anche di autoaccettazione, inesistente.

I personaggi dei tre romanzi, hanno una caratteristica comune. Cercano di farsi accettare da un contesto. In “America” e ne “Il Castello”, abbiamo il viaggio e una nuova comunità, un nuovo mondo, nel quale si è tollerati, ma non accettati. Ne “Il Processo” la comunità, rigetta una persona che era convinta di farne parte e che soccombe non comprendendo la natura della sua diversità/colpa. Ma egli scopre che il suo mondo puramente occidentale, quello di un procuratore, è  contaminato, giudicato da un'entità che proprio per il fatto di volerlo giudicare, dichiara la sua appartenenza ad essa. Si noti le affinità direi proprio visive fra il processo dello “Joshe Kalb” e quello di Kafka.....

Si ricordi che Kafka, come dice Scholem, per la cultura ebraica è ormai una lettura religiosa. Le sue parabole vengono utilizzate per analizzare la Bibbia e il pensiero ebraico.
Kafka attualmente è invece malvissuto dai ceki. Non lo considerano un loro letterato. Non scriveva ne in boemo ne in moravo. Lo stesso destino ha colpito in Italia Emanuel Carnevali. Mengaldo, alla mia domanda del perché non lo aveva messo nella sua antologia dei poeti italiani del ‘900 si giustificò con me dicendo che aveva scritto in Inglese. Scusa banale detta senza la forza di guardarmi negli occhi.

Kafka è l’Odradek. Nella letteratura è vivo, ma senza una patria che lo riconosca.
Per inciso, Freud, sempre per la cultura ebraica sta diventando pian piano invece uno scrittore e sta svestendo l’abito del medico strizzacervelli.

Kafka è l’Odradek, l’indefinito della letteratura mondiale.
Secondo me è anche l’unico che ha saputo andare oltre il romanzo ottocentesco e, perché no, novecentesco partendo dall'ultimo Strindberg. Le sperimentazioni fini a se stesse muoiono con la loro epoca. Lui non ha sperimentato. Ha vissuto un dramma interiore e lo ha espresso con un linguaggio che sa di giuridico (ne ha la pulizia, la freddezza formale: ad esempio le prime celebri righe de “la metamorfosi”), di parabola religiosa che spesso è una sua fonte rielaborata -davanti alla legge, il ponte, l’avvoltoio ecc.) e di paura davanti al sentimento dell’amore, vissuto senza filtri culturali, così come sgorgava dal cuore. Vi dimostro quest’ultima asserzione. Nell’estate del ’23 a Muritz, sul Baltico, Franz incontra Dora Dymant (originale, Diamant…).
Se osservate i pochi racconti che ha scritto una volta che ha trovato l’amore, vedrete che non è più la “roba” di prima. Troverete la medesima mano, ma è cambiata la tensione. La letteratura in sé non ha più motivo di essere. Il nodo che la creava è sciolto. “Giuseppina la cantante” altro non è che una definizione dell’espressione artistica, per esempio, quindi ormai più un testo filosofico che un racconto.

L’ambiguità dell’Odradek incarna quella del suo autore prima che l’amore venga a spazzar via tutto risolvendo.
Ad una osservazione rapida della omonima motocicletta, si ha subito la sensazione di un telaio di bicicletta al quale è stato aggiunto un “invadente” motore. Né moto, né bicicletta. Un oggetto ambiguo nella realtà che si anima, che si muove.
Immaginate Kafka che lo guida, che ha la sensazione di dar vita ad un oggetto. La sua sostanza oggettuale però prevale, poiché quando non la usa, la sua presenza senza movimento è continua.
Per gli animali ciò che si muove è vivo. Anche per i bambini. Un oggetto vivo. Lo puoi usare, non ti puoi relazionare. La vita dell’oggetto. Incompresa e incomprensibile perché diversa per essenza da noi. E’ un passo geniale inventare una forma composita come fa Kafka nel racconto. E’ altrettanto geniale non riuscire a proiettargli la nostra umanità. Rimane estraneo. Rimane un enigma. Rimane il simbolo dell’ebreo non accettato, incompreso e incomprensibile da Kafka nella forma di vitalità Yddish e dal mondo occidentale in generale col quale occhio Kafka scoprì e studiò quel se stesso arcaico che gli tornava, potente e fresco prevalentemente dalla genealogia materna. La distanza quindi fra l’oggetto vivo e sconosciuto e un se stesso che ha dimenticato di provenire da quell’oggetto nel senso che la vita deriva comunque da materiale inanimato. Prima venne creato il mondo e poi l'essere vivente.....

Anche il curioso animaletto mezzo gatto e mezzo agnello, “parla” al protagonista, come Kafka parla a coloro che rappresentano le sue origini, ma la distanza è troppa. Il personaggio finge, accondiscende a ciò che non ha compreso. Non può fare di più.

L’Odradek è quindi contemporaneamente l’antenato incomprensibile e la sua anima sdoppiata in ciò che è e in quel che sente essere la sua origine; aspetti che non riesce a conciliare, a collegare e solo il coltello potrà liberare la sofferenza del gatto/agnello, il medesimo coltello che uccide K. Ne “Il processo”

Sembra un doppio ruolo quello dell’Odradek, ma nel cervello dell’artista l’antenato incomprensibile e l’anima sdoppiata divengono due punti di vista del medesimo male di vivere.
Due punti di vista per una mente razionale. Uno solo per l’artista.

Concludo ricordandole un particolare del nostro dialogo che mi diede molto fastidio.
Lei mi chiese di che origine è il termine Odradek. Le feci presente che forse era un cognome e la sua origine era ceca o morava ma non avevo mai indagato la questione (in fondo non ne vedevo l’utilità).
Per tutta risposta prese l’opuscolo della casa editrice e mi lesse le parti del racconto che parlavano di origini slave incerte e forse tedesche con corruzioni slave.

Non confonda la filologia con l’invenzione di un artista. Kafka aveva bisogno di sottolineare l’ambiguità, come fattore costitutivo anche del nome dell’oggetto strano che descriveva e che era una sua proiezione. Le confermo comunque che il “sapore” del vocabolo non è assolutamente tedesco, per questo le ho proposto la possibilità che si tratti di boemo o moravo.

Vede, la signora che era presente e che ho sentito oggi al telefono per scoprire il suo nome che non mi disse), davanti alla scoperta di qualcosa di nuovo sul termine Odradek, si è illuminata ed era contenta, mi ha chiesto anche la e mail. Lei, signor XXXX XX, ha messo in dubbio quel che ho detto. Non avrei avuto ragione finché non avessi dimostravo la mia asserzione (ricordo che insieme a lei c’era un’altra persona che la spalleggiava….). Ha poi pensato di dimostrare che ero un “poveretto” con quella domanda sull’origine del termine. Ha sbandierato il brano di Kafka e poi me ne sono andato sconvolto.

Le sembra il modo di trattare la gente?

Si ricordi che uno sconosciuto potrebbe essere una nullità e statisticamente il suo comportamento è il più conveniente, ma capita anche che la persona che le parla e le offre una notizia sconosciuta, possa essere sondata con rispetto. E questo, badi bene, non vuol dire che io sono un fenomeno, ma che casualmente, come quasi sempre accade nella vita, io disponevo di una conoscenza che avrebbe potuto esserle necessaria.
Mi sono scocciato di essere considerato in questa cretinissima cultura italiana come uno che non vale niente e che deve dimostrare tutto, anche l'evidente e il banale. L’errore è suo. Glielo dico senza vie di mezzo. Siete un popolo di docenti sistemati dai partiti e che come nel ‘200 date più valore all’autorità di chi parla che al contenuto.
In questo caso ho dovuto dimostrare che le mie non erano fandonie a lei che non si è nemmeno presentato e che ha trovato più semplice negare quel che non sa piuttosto che farne tesoro, pensava di avere vinto non so cosa con una domanda tristissima che secondo lei esprimeva la mia supponenza e quindi la condanna.

E’ necessario fare sul serio. Partire dal rispetto poi sarebbe un’idea carina ma non chiedo troppo.

In questi mesi, son stato assillato dal dubbio se scrivere questa lettera o dimenticarla come in fondo aveva dimostrato di meritare, ma ho compreso che mi sentivo offeso e che nella mente continuava a infastidirmi la memoria di quel dialogo.

Per lei scoprire che Odradek non era semplicemente un vocabolo ambiguo inventato da Kafka per la bisogna, è sembrato quasi offensivo. In fondo aveva ragione poiché se avessi avuto ragione, la sua sconcertante reazione dimostrava che la casa editrice aveva ricevuto quel nome con l'intento brillare di luce riflessa della genialità di Kafka. Il compito che si chiedeva al fruitore di quel nome era comunque ridottissimo e di natura puramente saccente, nozionistica. Si doveva saper risolvere l'equazione nobilitante Odraderk-Kafka. Se il casuale passante avesse risolto l'enigma Odradek? Rispondendo "Kafka!" sarebbe stato classificato come un essere superiore che poteva accedere a....lei.
Chi ha osato di più riducendo l'immagine della casa editrice secondo lei in modo blasfemo, a una motocicletta, l'ha offesa. È la realtà ad offenderla. Mi spiace che come espansione di luoghi comuni risulti indigesto un Kafka che va in moto. Si trattava comunque di quella dello zio medico e scapolo... le darò anche un altro dolore. Si sa per certo che Kafka giocava a tennis e che era un discreto donnaiolo.

Vede, il punto della questione è il seguente. Uno sconosciuto si avvicina ad uno stand e si complimenta per la scelta del nome della casa editrice. Le rivela poi che Kafka non ha inventato e che un oggetto Odradek esiste. Lei si indigna e sbeffeggia. Lo sconosciuto se ne va.
Partendo dal presupposto che chi dirige una casa editrice dovrebbe avere un po' di cultura non solo per il marketing e che eventualmente lo stupore, ma rispettoso, avrebbe dovuto essere dello sconosciuto...partendo da questo, mi sa spiegare come si pubblica un libro? Per raccomandazioni, per finzione sociale nella quale io soggiaccio alla sua insolenza ignorante adulandola? Lei ha molti anni più di me e mi hanno insegnato a rispettare i chiamiamoli anziani, ma ultimamente questa regola generale è saltata. Capita che uno di essi sale in tram e chiede con decisione proprio il mio posto. Scorgo che ce ne sono tanti vuoti, ma vuole proprio il mio.... compero un libro e alla cassa una persona canutissima mi passa davanti ignorandomi in modo assurdo, ovvero guardandomi negli occhi con sfida.... vado a comperare un po' di pane e come se non esistessi perché alla cassa nessuno rispetta la fila....

Bene. Ho cambiato regola. Non esiste età, ma qualità mentale e prima ancora, l'educazione.
Una persona come lei che quasi si offende perché scopre che un altro potrebbe sapere qualcosa che lei non sa e che reagisce umiliando, come dovrebbe essere trattata? Lo spiega questa lettera: mettendola davanti all'evidenza dei fatti. Nessuno sa tutto ed è naturalissimo incontrare qualcuno che sa, non più di noi, ma semplicemente qualcosa che non sappiamo. È un ragionamento ardito? Non mi sembra. Lei riesce a non farlo e a diventare a dir poco scortese.
Mi ha annullato sul momento. Il dialogo era distrutto e lei era ben fiero di aver salvata quella sua “cultura” che pensa essere assurdamente totale. E poi arriva questa lettera. Arriva la prova. Non cambierà nulla, lo so, ma a me fa tanto bene. Trovo solo che sia un peccato che gente fuori dalla realtà come lei si ritenga anche competente per selezionare, come non ha mancato di farmi sapere,  chi pubblica....





Buona serata

Una visita alla Fiera del Libro a Roma

Tratta da una lettera inviata ad un'amica per raccontarle questa mia disavventura

E’ la seconda volta che mi avventuro e non per mia scelta, in questa manifestazione. Nella prima occasione avevo espresso il desiderio di andare a fare un giro a Porta Portese per poter rovistare fra vecchi libri, ma non guidavo io... e anche per il fatto che era stato appena pubblicato un mio libro da un editore che aveva lo stand, mi ci son ritrovato, ma rigorosamente controvoglia. Quel che è accaduto di quasi ridicolo te lo racconto subito....

Disgrazia vuole che fosse freddino e mi è toccato di andare ad aspergere una ceramica di Ginori. Reazione normale quando i piedi gelano, e nel frattempo ho meditato che la Ginori appunto, che spazia dai water alla roba veramente fina, non ha mai avuto l’idea di esporre fra tazzine dipinte e centrotavola….i water appunto. Gli editori invece in un certo senso lo fanno. Una guida turistica, un romanzo, un libro di cucina, una raccolta di poesia, un saggio storico; tutto nella stessa struttura che si chiama libreria. Ma com’è possibile che la Ginori ha capito che non è il caso di esporre i, chiamiamoli “pezzi igienici”, con le zuppiere e chi gestisce le librerie non è in grado di fare un ragionamento simile? Per loro tutto fa brodo. Se ha una copertina e contiene pagine scritte è un libro e può essere venduto nello stesso luogo e con le medesime logiche….
Si sa che il tempo passato in bagno porta meditazione. Posso dire con certezza che un amico ha rimediato un discreto livello culturale grazie alla stitichezza e, quasi di fronte al “trono” ha messo un mobiletto sul quale giacciono, ben vissuti, libri anche impegnativi.
Quel che invece ho pensato io, è stato un lampo e oltre il resto un pensiero ricorrente, poiché soffro varie cosucce che accadono a certi libri, che non sono asssssolutamente libri come gli altri!
Uscito dal tempio delle esigenze naturali, un corridoio mi ha offerto sulla sinistra la visione di una conferenza in corso. Mi attira una frase di quel personaggio su tre che erano, seduto a sinistra e che spiegava l’esigenza di incrementare il numero dei lettori. Mi son seduto incuriosito. E’ un argomento al quale ho pensato spesso, quindi potrebbe essere interessante scoprire come la pensano gli altri e in questo caso degli addetti ai lavori. Scopro che La persona seduta al centro, è il presidente delle biblioteche italiane, alla sua destra il presidente degli editori. Il terzo, quello col microfono in mano scopro essere uno del quale mi ero appuntato il nome ma ora, veramente, per rigetto, non lo ricordo più.
Per prima cosa tutti e tre usano il termine “filiera” per definire i vari momenti di passaggio dalla produzione del libro al contatto col pubblico, che per loro avviene tramite biblioteche e librerie e…..basta. Quella parola, filiera, appartiene al mondo dell’economia, del commercio e dell'industria e ho come l’impressione che non si rendano conto, questi tre personaggi, che stanno considerando il libro solamente come oggetto di consumo, oggetto da vendere e quindi riducono il lettore a consumatore. Mi diverte constatare che il presidente dei piccoli editori dichiara che l’uso di quel termine non gli piace e si dimentica di spiegare il perché o almeno di provare ad analizzare questa sua sensazione che ha qualcosa di buono. Come vedete sono ottimista nonostante tutto. Sempre lui, fra i tanti discorsi che son quasi vuoti, dice che non gli interessa il lettore occasionale ma quello affezionato. Ok. È “andato”. Il solito italiano che capisce poco e non si sforza e nel frattempo ricopre un ruolo per mezzo del quale si potrebbe fare qualcosa di importante. Sobrio e coerente, ma con una concezione incentrata solo sulle biblioteche e non sulla visione d’insieme, mi risulta l’altro che comunque si dimostra aperto al pensiero. Si lamenta che le biblioteche non sono sufficientemente diffuse sul territorio nazionale e che mancano i fondi per mantenerle aggiornate. Ha ragione. Non ho dubbi su questo, ma, se il problema che ci si pone è quello di incrementare i lettori, forse è il caso di pensare in un modo più onnicomprensivo?
Dopo aver sentito esalare flatulenze sempre più tragicamente fritte e rifritte dal presidente dei piccoli editori, mi son deciso di andare ad un bancone ove sedevano alcune persone munite di computer. Ho chiesto se si poteva intervenire. Si son informati e mi han detto che verso la fine si poteva parlare. Mi son detto: se la fine non è troppo distante qualcosa la dico. Dopo dieci minuti tristi come i programmi della televisione italiana, forte di alcuni appunti presi, ho alzato la mano. Mi volevano portare il microfono ma so andato io da loro. Per prima cosa ho fatto presente che il lettore fedele non ha bisogno di molti aiuti e invece quello occasionale va sedotto. Ho fatto presente che certe librerie, come internet, son degli infiniti che non hanno senso se non vieni aiutato ad orientarti e che una delle possibili soluzioni sarebbe il mettere alle casse oppure a disposizione del pubblico, persone con un po’ di cultura. Invece, troviamo gente che è solo in grado di fare uno scontrino oppure di cercare un libro col pc. Immediatamente il presidente dei librai mi ha detto che per quel che riguarda i lettori occasionali la pensava esattamente come me e che forse non si era espresso bene. Rispondo che invece si era espresso benissimo e intendevo dire così: “mentalmente sei ridotto da ridere”; cambiare le carte in tavola durante la partita dimostra che sei disposto a fare il permaloso e non certo ad evolvere un pensiero che ha due disgrazie, costa impegno per essere elaborato e non è il tuo quindi non ti piace….
Proseguo a questo punto, facendo presente che in quella che loro chiamano “filiera”, manca un passaggio soppresso verso la fine degli anni sessanta. Spiego in un attimo la volgarità di quel termine che dimostra comunque la radice della mentalità in corso e poi passo ad una breve spiegazione riguardante il ruolo che quotidiani e settimanali non svolgono più. Ricordo loro, che racconti e romanzi a puntate venivano così letti, e anche l’editore era certo di pubblicare testi altamente vendibili poiché il pubblico aveva già espresso un suo giudizio. Attualmente invece, si rifila, non al lettore ma al consumatore,  un prodotto che di fatto è a “scatola chiusa” e come per il cinema, una lieve e spesso scorretta pubblicità, invita. Ma se poi si scopre che il libro o il film fa schifo? Ti tieni la fregatura. Semplicemente puoi mettere quell’autore in una tua personale lista nera. Accade però che dopo tre o quattro fregature, intervenga una diffidenza che passerà poi alla repulsione. Un adulto consapevole e con poco tempo a disposizione per scegliere ha solo due vie: i classici o i consigli di un amico fidato. Esiste poi la figura del critico e sarebbe ora di ammettere che non riscuote alcuna fiducia della gente. Dare in pasto ai leoni, al pubblico, la preda, lo scrittore, sarebbe più sano anche se non totalmente corretto perché ritengo comunque e sempre che intuire un grande sia una capacità di pochissimi che di solito son veri e grandi artisti e non solo della parola. Sarebbe il caso di non porre filtri che deformano la realtà come la pubblicità e il critico appunto. (Ricordo che qualche anno fa scrissi un pezzo per due artisti che venne poi pubblicato. Iniziava ricordando che il critico è colui che viene pagato per parlare bene. (attualmente è spesso anche colui che si crea una scuderia sulla quale investe i suoi capitali. Business dunque, e per arte o libri o cinema il succo della questione non cambia. Mi fece ridere, amaramente, la telefonata fatta per convincermi a togliere quella frase iniziale perché al catalogo collaboravano alcuni prezzolati che avrebbero potuto offendersi. Poveri cocchi! A proposito, riuscite ad immaginare chi è uno dei produttori del film (di Sokurov come regista) che ha vinto il festival del cinema di Venezia?  Andate a vedere, fatevi due risate e poi, se siete saggi organizzate una strage.....).

Ho fatto anche notare al presidente delle biblioteche, che se le strutture che dirige non coprono il territorio nazionale e non hanno fondi, è vero comunque che in qualsiasi caffè i quotidiani esistono e molta gente, anche decisamente povera, col prezzo di un caffè si può avventurare fra quelle pagine e quindi la diffusione e l'utilizzo del quotidiano per usi libreschi si fa ancor più necessaria.
Il presidente degli editori, mi fa notare che dovrei dire quelle cose con i giornali e le altre con il presidente dell’associazione librai. Gli faccio notare, assai irritato, che posso dirlo anche a lui, perché se l’argomento del dibattito è l’incremento dei lettori, l’importante è ascoltare chi ha qualcosa da proporre e poi parlarne. Aggiunge con stizza che da quando quella manifestazione è in piedi, i giornali non sono mai intervenuti e che lui per esempio quelli di “La Repubblica” li ha invitati. Ma glielo devo proprio spiegare che lui li vuole senza spartire nemmeno una fettina della sua “torta”? Glielo devo dire che ha anche imbecillizzato il ruolo degli addetti alle librerie solo per pagarli di meno? Ma come può questo personaggio che forse abita su Marte, non “vedere” questa situazione? Mi son accanito anche quando ha parlato dei critici. Ha detto che i giornali fanno recensioni piccole così con di fianco le copertine dei libri e i critici…. Non ci ho più visto. Gli ho detto con un certo calore che dei critici da un pezzo non si fida più nessuno e che Savinio, un loro genio dimenticato disse: “nessuno farà mai un monumento a un critico”, massima che si è elevata a profezia che è tuttora valida. Il presidente, evidente, mini dotato, non ha saputo reagire diversamente se non con uno scatto rabbioso dicendo che non lo lascio parlare. Offre qualche risposta non risposta, mentre scorgo il sorriso sornione e accondiscendente nei miei confronti, del direttore delle biblioteche. Parla il personaggio a sinistra, ostentatamente, senza guardarmi, anche se in fondo sta rispondendo a me (tecnica ridicola che anche Wanna Marchi, conosceva ed evitava accuratamente per non irritare l'interlocutore…) e mi dice due cosette. Ora ricordo, il suo incarico riguardava le statistiche editoriali. La prima. I librai di Corso Buenos Aires, a Milano, tempo fa si domandarono perché la gente entrava nei negozi di abbigliamento o di articoli per la casa ma non da loro. Commissionarono un sondaggio e si scoprì che il problema stava nell’aprire la porta. Non ho ben compreso e mentre parlava pensavo. “Questo è ancor meno sveglio... del presidente dei piccoli editori. Ma come si fa a dire simili stronzate (e chi pensa che il termine sia pesante si ricordi che mi son trattenuto e lo trovo scorretto. Amo dare il giusto peso alle parole e qui occorreva ben altro, ma si sa che per troppa gente è importante salvare le apparenze e lasciar scivolare via i fatti....). Ma com’è possibile che questo poveretto non ha ancora capito che un vestito, una tazzina, una guida turistica, un testo di cucina per esempio, soddisfano esigenze diverse da quelle di certi libri! Soddisfano esigenze pratiche!!!! Concrete!!!!

Esistono poi libri per l’intelligenza, ad esempio i saggi storici o scientifici e libri per la sensibilità e l’intelligenza messi insieme, ovvero la Letteratura. È evidente che posso leggere dei campi di concentramento in un testo storico e ho dati su cui pensare, ma è altrettanto evidente che se leggo “Se questo è un uomo”, oltre ai dati storicamente corretti, ho la dimensione umana, che meriterebbe ogni tanto di fare la differenza, altrimenti si approda a paradossi come quello che mi ha inorridito l’anno corso e che spiegava che Stalin, dal punto di vista dell’economia e dell’industria  fece fare alla Russia uno scatto in avanti di molti anni, avvicinandola al passo dell’Europa. Peccato che questo “salto” sia costato milioni di vite umane e una intera classe sociale, i kulaki, ci ha rimesso la pelle. La sensibilità e il pensiero, se insieme, fanno l’uomo. Il pensiero da solo crea mostri che poi nel sonno della ragione si moltiplicano ed ecco che le opere di Goja ci rappresentano in pieno.

Pensavo queste cosucce quando quel personaggio già defunto senza nemmeno saperlo, (e non mi si dica che respirare è la prova di essere vivi! Siamo seri una buona volta!) questo personaggio dicevo, mi rimprovera perché nel mio discorso col mito delle piccole librerie propongo qualcosa di superato. Mi fa poi notare che non si possono avere figure professionali che sono in grado di leggere i quattrocento titoli che escono mediamente ogni mese.
Nonostante eviti il mio sguardo e tenti di tirare dritto, riesco a dire la mia. Gli faccio notare che forse sta rispondendo a qualcun altro, perché io non ho difeso le librerie piccole e parlato male delle grandi, ma ho semplicemente proposto di mettere gente competente, che sappia consigliare per fare in modo che la libreria da luogo freddo che è diventi caldo. Gli domando anche se preferisce le donne calde o quelle frigide (chissà se l’ha capita).
Per quel che riguarda la figura professionale che dovrebbe aver letto quattrocento libri al mese, è una considerazione talmente scema che non ho avuto la forza di rispondere. Mi son alzato e mentre me ne andavo ho detto che quella era una messinscena ridicola e nient’altro.

Ma come si fa a non pensare che la lettura di un libro richiede un impegno attivo! Non è come andare al cinema che ti siedi e il film ti entra dentro da tutte le parti e anche col cinema la poca parte attiva che consiste nello schiodare il sudovest dalla poltrona di casa per andare in un altro posto, sta facendo la differenza a vantaggio di megaschermi, pay tv, dvd eccetera. E come non paragonare la letteratura con la musica che non vende certo a scatola chiusa ma tramite radio e televisione ti fa assaggiare la sua merce! E poi, come pretendere che valga la mentalità che fa vendere salami e pannolini, per i prodotti dell’intelligenza e della sensibilità. Ma quando lo capiranno che è questo fatto che spiega la loro incapacità di scoprire talenti letterari e quando ne spunta uno è merito del caso o del tam tam fra i lettori ma mai di loro!
E ritorno all’immagine dei water che la Ginori ha la delicatezza di non esporre fra tazzine e zuppiere….

Riuscirà Luigi a non portarmi più in questo tempio dell’evanescenza? Ci prova sempre anche con la Biennale di Venezia e la mia mente vomita poi per mesi. Devo ammettere comunque che fra gli stand mi son rinfrancato e particolarmente, guardando testi per l’infanzia ben disegnati. E ricevendo complimenti quasi carbonari da molte persone che avevano assistito alla mia scorribanda nell'empireo delle menti dell'editoria.

Il cartellone pubblicitario bugiardo

Ieri, martedì sei ottobre 2011, passando davanti ad una libreria, ho notato un cartellone pubblicitario rigido che era evidentemente destinato, insieme ad altri suoi simili, all'immonda immondizia. Ho chiesto alla commessa se potevo prenderlo. Mi ha detto che per lei era indifferente, quindi me lo sono portato a casa. Eccolo.

Veniamo alla descrizione dell'oggetto. Sono rappresentati dieci libri sistemati a piramide. Se si osserva bene, si nota che la disposizione è accuratamente tridimensionale. Primeggia nella fila più bassa, “Suite francese” sia per il colore che appunto, per la posizione. È, anche se di poco, il volume più avanzato. Non si tratta comunque del volume più accessibile al fruitore di questo cartellone che ho avuto occasione di vedere spesso in vetrine e all'interno di librerie. La posizione assegnatagli negli ambienti e nelle vetrine era di solito quasi a terra o con qualcosina che lo “elevasse” di una manciata di decimetri, quindi i più immediatamente visibili risultano essere i libri in cima alla piramide ovvero Umberto Eco e “Acciaio”. Si nota anche, che solo i primi cinque libri, quelli alla base, hanno uno spessore che effettivamente si coglie, particolarmente tramite i due volumi più esterni e anche dalle ombre. Gli altri sono riproduzioni bidimensionali sistemati comunque tridimensionalmente nella piramide. Un'operazione quindi che dal punto di vista della percezione visiva è stato studiato nei minimi dettagli e se si è agito così è perché, deduci, quei dettagli si ritiene rivestissero una certa importanza nel compito di accalappiare sguardi. Forse si cercava una sistemazione che rendesse ogni libro non secondo a nessuno? Un tentativo di democrazia letteraria in un settore, quello appunto della letteratura, nel quale si sa che convive materiale puramente commerciale, elevato come una pietra, e capolavori assoluti? Questa politica che trovo assurda ha un “padre”. In Mondadori lo chiamano “il professore”. Disquisirò più avanti su un aspetto della sulla sua “filosofia”.

Se il cartellone è stato buttato via deduco che l'operazione commerciale che esso incarnava, è terminata.

Leggiamo le parole che in esso si rivolgono al passante dalla porzione in alto e centrale con caratteri oro:

                                

Una virgola e due punti. Quasi un pontificare. Ma chi ha detto queste parole? Nessuna firma.

A destra, in una specie di tappo da bibita color oro e parole bianche che ci dicono che si tratta di “libri di qualità a partire da 12 euro”.



Travolgenti, indimenticabili, qualità......parole grosse che per me avrebbero....hanno un senso.
E non so chi me le dice.
In fondo. Proprio in fondo, dove nelle lettere troviamo la firma di chi ci scrive e che di solito abbiamo comunque già riconosciuto dalla calligrafia (e non me ne frega niente di internet. Una lettera è un'entità personalissima. Possiamo renderla frigida per comodità di tempo e di velocità di consegna, ma io non temo il tempo e sta a noi decidere quanto raffreddare una comunicazione che potrebbe rappresentare anche un qualcosa di delicato, di interiore...), troviamo i nomi di quattro case editrici : nell'ordine adelphi, bompiani, marsilio, rizzoli. (minuscolo voluto).



Se son loro gli autori di questa comunicazione mi vengono già i brividi e nel mio pessimismo ottimista, e con poca poesia, mentalmente mi son detto “siamo nella merda”. Ammetto anche che il mio diavoletto interiore, assai giocoso e irriverente ha risposto, col suo ottimismo rocambolesco e fine a se stesso....”speriamo ce ne sia per tutti....”
è si, il diavoletto scherza. Io purtroppo ci trovo poco da ridere.

Il cartellone ha i bordi in alto e in basso color oro e i libri effigiati, anche.
Più lo osservo e più mi rendo conto che si tratta di un prodotto altamente meditato. Il problema sta nel comprendere il fine di quel pensiero, perché si sa che non basta pensare. Se fosse un atto che avviene così, a briglia sciolta, non avrebbe senso. Pensare è e dovrebbe essere un diamante che si posa su uno strato di diamanti che galleggiano in un'acqua di diamanti. A meno che non si tratti di un bambino e allora si potrebbe pensare ad elaborare il piano di appoggio per un'infinità di pietre preziose...ma secondo me questo cartellone non lo ha fatto un bambino, ma un essere che desidero tentare di comprendere....

Ogni libro fotografato ha una specie di timbro , quasi sempre bianco con una grande V in mezzo. Sul bordo leggo vintage.  Subito sotto alla piramide di libri trovo questa scritta:


e mi domando di quale tempo si stia parlando. Di quello che stagiona formaggi e prosciutti? Non credo. O forse di quello che offre una patina di fascino alle cose come racconta la Yourcenar nel suo saggio intitolato “Il tempo grande scultore?” no. Non è possibile e vi spiego perché.
Partiamo dalla parola vintage e osserviamola, ma senza vocabolario, mi raccomando! Esso serve per le parole che veramente non conosciamo. Questa ci appartiene e si deve fare uno sforzo mentale in noi per delimitarla! Ebbene: secondo me ci viene da una moda innescata ….dalla moda. Vintage è prima di tutto, nella percezione comune, un vocabolo che rappresenta un abito o qualcosa che ha a che fare col vestiario. La moda è finita, l'oggetto si fa immediatamente demodè, basta una stagione... ma poi risorge dopo qualche anno. Torna ad essere di nuovo bello? Più bello? Più interessante? Io penso che il vintage altro non sia che una vendetta del consumatore che il mercato ha tentato di controllare, di fare sua. Comperare una cosa nuova, comperare sempre cose nuove, equivale a soddisfare una pulsione e basta. Il consumatore più attento, quello che almeno una volta al mese medita da solo, chiuso in casa, anche se con la paura di essere assalito da pensieri come la morte, la vecchiaia, la suocera eccetera..., quel consumatore un po' più sveglio del nulla, decide che potrebbe essere bello fare una specie di caccia al tesoro. Cercare l'oggetto da più dignità non all'oggetto in sé,  ma a chi ha deciso di farlo suo con una modalità meno impulsiva e semplice di un vedo, mi piace, pago. Quello lo san far tutti.... e l'essere umano di bassa lega ama distinguersi dai suoi simili attuando strategie solo superficialmente diverse, ma di fatto incapaci di scalfire un senso degno di essere ricordato.

Io da sempre cerco cose, usate. Lo faccio per un altro motivo e non ultimo perché costano meno. Penso che nessuno, nemmeno chi è benestante, ami buttar via i soldi e quindi quando cerco un libro mi rivolgo prima, anche se non certo solo per quello, ai mercatini. Ci si sente non più saggi, ma meno stupidi, meno burattini del sistema quando comperi, come mi capita spesso, al prezzo di un caffè un libro che trovi in libreria, nei medesimi giorni al prezzo di una mangiata di pizza con birra ....

ma non ne faccio una questione del piacere di cercare. Se c'è un mio problema personale del quale sono consapevole, è quello che chiamo “la mia sindrome del tempo buttato via”. La tivù l'ho eliminata da quindici anni ma non mi basta. Tutto deve accadere nel minor tempo possibile per lasciare spazio al pensiero, alla lettura e roba simile. Roba che mi da l'illusione di crescere non solo di peso.... Ebbene. Causa questa mia “malformazione” e forse non solo...  so di risultare abbastanza insopportabile.

Si pensi che a tavola sono forse peggio di Federico secondo di Prussia. Di lui si racconta che arrivava e i commensali, che potevano sedersi per gerarchia solo dopo di lui, iniziavano il desinare. Ma il re dopo pochi minuti aveva militarmente terminato e quando si alzava, tutti, sempre per ossequio alla gerarchia, dovevano fare la stessa cosa e considerare terminato il pasto. Si alzavano ovviamente con la fame e risolvevano rimpinzandosi di solito prima e, coloro che di quel rito nulla sapevano e vi partecipavano per la prima volta, sicuramente dopo. La gente conosce di solito questo gustoso aneddoto, come sa che alla sua morte l'orologio della sua camera da letto, si fermò con lui e così lo troviamo tuttora nella reggia, con quell'orario tremendo che ha eternato una fine. Preferisco ricordare invece, che mentre suonava il flauto in un duetto con Carl Pilipp Emanuel Bach, quando il valletto avvisò che Johann Sebastian era appena giunto a Sans Suoci da Eisenach, quando questo accadde, il re illuminista, il soldato a tavola, l'effeminato litigioso con Voltaire, scese umilmente le scale e rese omaggio a quel grande che indirettamente, tramite il figlio Carl Philipp, sentiva un po' suo. Era quindi in grado di riconoscere un vero artista nel senso più profondo del termine e questo  trasforma per me, tutto il resto che si racconta di lui, polvere.
Federico di Prussia poteva far quasi quello che voleva, dico quasi perché a nessuno è concessa questa totalità se non come illusione.

Io devo scendere a patti con la vita come tutti. In questo periodo forse ho più tempo di qualsiasi essere umano, ma a scapito di non pochi sacrifici e rinunce, volontarie o meno. Sta di fatto che ho tempo ma ancora non mi basta, e restringo tutto intorno a me, anche con nervosismo. Ma ecco che a sera, l'illusione di essere cresciuto almeno un po', mi riempie di soddisfazione e come l'amore, domani si ricomincia e quella sazietà va riconquistata minuziosamente. A cosa porta? Certamente non mi serve per credermi più grande nel rapporto con gli altri; il fatto stesso che mi interesso di argomenti che affascinano una esiguissima minoranza credo che possa bastare per non vederci un narcisismo esasperato. Non lo so perché sono così. Cerco nelle parole e non solo. Desidero intorno a me la bellezza. Non quella esteriore, semplicemente, che dura un attimo, nutre i sensi poi si fa insipida. Esiste -e questa è la mia illusione?- una bellezza più vasta, completa, nutriente. Sono al punto che nemmeno più la morte mi fa paura.......se vi sembro matto sappiate sto bene così e per favore, non disturbatevi a curarmi.....


Devo fare una precisazione: in questo scritto, non mi limiterò, come ho in fondo l'ambizione di fare sempre, a mettere l'esito del mio discutibilissimo pensiero. Aggiungerò, così come sgorga, anche il percorso che la mia mente ha fatto, mente spesso da me guidata e in altri momenti libera di pensar quel che vuole. È importante quanto l'esito, conoscere come un pensiero si srotoli nella sua ossea tana....

Torniamo a noi. Questi libri dovrebbero essere travolgenti, indimenticabili, di qualità. Così ci dice il cartellone.
Sarà vero? Accetto la sfida. Li leggerò tutti. Alcuni li conosco già e posso sbilanciarmi anche subito, ma preferisco agire diversamente. Leggerò e rileggerò. È importante. Nel tempo le nostre idee crescono e si evolvono costrette da influenze consce e inconsce. Ricordo per esempio che, ripensando al racconto “Arabia” di Joyce ( da “Gente di Dublino”), mi accorsi, con una rilettura, che avevo sedimentato un finale diverso. Quello del racconto non mi piaceva proprio. Negli anni quello che avrei preferito, aveva preso il posto di quello di Joyce senza degnarsi di avvertirmi... succede.

Riprendiamo da prima della parentesi su Federico secondo....causa di questa mia “malformazione” che contribuisce a rendermi insopportabile, trovare il libro che m'interessa deve accadere in modo economico e veloce. Prima vengono quindi i mercatini e le biblioteche e poi, solo in un secondo tempo mi affido alle librerie. Queste mi si offrono in modo un po' vistoso e intendo valutare il senso della loro guida.

Il termine vintage dicevamo, dalla moda si è poi allargato a quel settore dell'antiquariato che con un neologismo ormai vecchio, conosciamo come “modernariato”. Questo nome racchiude sensazioni ambigue. Quando andate a fiere ad esso dedicate, trovate oggetti che avevate in casa e che eravate certi fossero insignificanti e incapaci di andar molto oltre la loro funzione nell'economia domestica. Si pone quindi il dubbio: mi prendono in giro o devo rivedere le mie categorie in proposito? Ed ecco che chi razzola nel mondo con due neuroni presi a prestito da tivù e giornali, si fa grande, tanto per cambiare, di un nulla. Mi è capitato di trovare oggetti che avrebbero dovuto essere a tiratura limitata. Di fatto tutti lo sono o lo diventeranno e un oggetto fuori produzione lo è ovviamente....
Mi è capitato di comprendere che un oggetto si fa dignitoso e attraente solo perché si sa chi l'ha disegnato.... bah!

Quindi secondo il cartellone quei libri sono vintage! Ma i libri dovrebbero contenere pensiero....dovrebbero essere letti.....
deduco che il pensiero così, subisce il destino di scarpe vecchie, vecchie poltrone e simili. Non ci sto. Penso che abbiano preso un vocabolo con un'area di significati ben definita in noi e lo abbiano tirato, deformato, sconvolto.

Male che vada, il vocabolo vintage, con tutti i suoi problemi come l'essere ormai un po' troppo modaiolo, non mi dispiaceva. Ma qui, su questo cartellone, cosa fa? Dove vuole portarci?
Ho la sensazione che i pubblicitari che hanno organizzato l'operazione abbiano pensato così:

“prendiamo un vocabolo che fa pensare al consumatore che comperando uno di questi libri egli sia proiettato nell'aura modaiola “sinistrata” (la destra non sente gli odori... Io sono completamente fuori dalla politica, non mi interessa, ma è risaputo che uno di destra confonderebbe una sacher con un escremento accontentandosi dall'affinità di colore, proprio perché gli odori non li sente.... e la forma non sa cos'è. Lo dimostrano dal modo di fare, dalle parole che scaraventano nel mondo solo per fare rumore....) con lieve puzza sotto il naso, tipico del termine vintage”.

L'esito, per essere coerenti, dovrebbe essere il seguente: il libro lo si porterà per strada come le scarpe o la borsa vintage. Quindi il risultato che si propone non è nel piacere della lettura, ma nello sfoggiare la nostra scelta di puzzoni un po' di sinistra ma non troppo perché come si fa ad avere un segretario di partito che assomiglia a Gargamella (il cattivo dei puffi), la Rosy Bindi che pensa ma è brutta quando una donna dovrebbe esser bella e poi si sa che le si perdona tutto? (eccetera eccetera eccetera, perché ho come l'impressione che attualmente essere di sinistra equivalga a srotolare pensieri di questo livello.....).

L'idea dei pubblicitari era quindi per un consumatore che ostenti la sua scelta e che col marchio vintage, ben leggibile dai suoi compari, vuol dimostrare che non si è lasciato andare solo ad un impulso ma ci hai pensato almeno un attimo?

Eh si, mi sa tanto che va così e quindi il libro va portato in giro, noncurantemente mostrato e non necessariamente letto come siamo soliti fare con le cose griffate. Oggetto quindi da mostrare per dare idea agli altri di essere in.....in cosa? in una operazione commerciale che ci tratta come dei deficienti. Ma la lettura di un libro non presupponeva l'intimità con se stessi?

E ora un particolare interessante da considerare. Ma questi “testi consigliati” da quanto tempo sono pubblicati?  Che forse si intendesse vintage in questo senso? Ed ecco che scopriamo che “il cimitero di Praga” è non recente ma recentissimo, forse la prima edizione è addirittura di quest'anno o del precedente....
La mia edizione di “Suite francese” mi comunica di essere uscita per la prima volta in Francia nel 2004 e in Italia nel 2005.... Simenon mi fa sapere di essere stato stampato in Francia nel 1946 e in Italia nel maggio del 1998.... apro il libro di Carofiglio e scopro che la prima edizione è del 2010....
cerco su internet e scopro che il libro di Larsson è, come prima edizione, del 2007, quello della Gilbert anche e quello di de Carlo, del 2010.

Mi son fermato. Penso che non abbia senso verificare la prima edizione di tutti quei testi. Quale regola deduciamo? regola degli editori firmatari del cartellone, ovviamente..... nessuna. Si tratta semplicemente, con ogni evidenza di un calderone insensato con regole interne che si rifaranno certamente solo al marketing per il quale si fa presto a dimostrare la necessità di presupporre un utente clinicamente stupido... e per ottenere un effetto immediato del tipo mangio e domani farò la cacca, perché più in la di questo ragionamento non riescono ad andare. La scelta del testo di Simenon, lo spiegherò meglio fra poco, dimostra addirittura come l'ignoranza possa servire a darsi la zappa sui piedi, sui loro piedi fatti solo di denaro.

Ringrazio le quattro case editrici per la stima data al lettore e mi sento offeso poiché anch'io lo sono.

Ma veniamo ora ai libri.

E so già per certo che la selezione attuata dagli editori, sarà data dal caso, che la competenza intellettuale costa troppo in termini di tempo e le rotelle si usurano...

Il primo pugno al cuore me lo da, come ho accennato, la scelta del testo di Simenon: “Tre camere a Manhattan”.

Premetto che non so se questi libri siano giacenze indorate ai bordi e poi timbrate con la V di vintage. Tendo a pensare diversamente. Devono essere libri che han raggiunto il termine ultimo della loro parabola editorial-commerciale. Da domani, saranno soli e dall'oblio li salverà solo la loro effettiva qualità.
E quando saranno lasciati soli, cosa resterà? Non ho dubbi su Irène Némirovsky che con tutta la sua opera e non solo col qui pubblicizzato “Suite francese”, tocca livelli eccellenti e spesso eccezionali.

ma......

ed è un ma triste....

un amico, causa questa operazione commerciale, ha scelto, quest'estate, esattamente in agosto, “Tre camere a Manhattan” di Simenon. Quando l'ho incontrato mi ha detto che non gli è piaciuto, lo ha trovato noioso. Quel romanzo lo avevo letto anch'io, già da tempo e gli ho risposto che in un certo senso aveva ragione. Se è vero che il prolificissimo genietto di Liegi non ha mai sbagliato un colpo, non si può pretendere che tutta la sua opera fatta da centinaia di testi sia costellata di capolavori sempre elevatissimi. Ogni tanto capita il testo che non vale un nove in una scala di voti dall'uno al dieci, e anche se a quel livello ci eravamo abbandonati, mai ci si deve far prendere dall'abitudine, in niente, nemmeno nel sesso....! ebbene, “Tre camere a Manhattan” è forse uno dei testi più faticosi di Simenon. Si ricordi che la mia è un'opinione, ma l'opinione di un essere che ha letto e riletto i primi due tomi dell'opera completa per un totale di ventuno romanzi più molta altra roba. Penso di aver letto un decimo della sua produzione e questo vuol dire che ho passato comodamente i trenta volumi. Serve poi una precisazione. Simenon diceva che i libri per campare li batteva a macchina, direttamente, mentre i libri seri, quelli veri, dove metteva tutto se stesso, li scriveva con la penna. Io ho letto prevalentemente quelli scritti a mano, diciamo prodotti artigianalmente, e dei gialli di Maigret che spesso son talmente belli da non meritare di esser stati scritti con la macchina per scrivere ma con una stilografica di platino, come per esempio “Maigret e il barbone” ne ho letti almeno una ventina. 

Immagino non solo quel mio amico, ma altri lettori, che in estate hanno ragranellato un po' di tempo e desiderando “qualcosa di buono non solo a tavola....” si fidano dei consigli di quel cartello pubblicitario, leggono quel libro e su Simenon ci mettono definitivamente una croce sopra. Questo meccanismo severissimo non accade perché si boccia il libro in sé. So che va diversamente almeno  per questo caso. L'equazione che seleziona positivamente è fatta anche di tempo. Ne hanno degli spiccioli e vogliono spenderlo bene. Accade che quel libro, come può essere per la Recherche o per “Gita al faro” della Woolf, non sia sufficientemente “immediato” per quelle condizioni. Serve altro.

Guardo di nuovo il cartellone e per un attimo vivo quelle copertine fotografate come le carte di un solitario che vidi giocare e che non conosco. Sotto ogni carta ce n'erano delle altre. Così è qui. Dietro al nome Simenon, dietro a quella copia visibile, ci sono tutte le altre ben impilate e se la prima è piaciuta si intaccheranno anche alcune delle altre.

E per la Némirovsky? quasi la medesima storia. “Suite Francese” è probabilmente il suo capolavoro e non ho il minimo dubbio quando decido di collocarla fra i grandi di sempre come Tolstoj Fitzgerald, Melville eccetera. Ma non era forse meglio “Il calore del sangue?” oppure “Jezabel?” il coefficiente di leggibilità sarebbe stato superiore e il prodotto, per motivi diversi dalla facilità di lettura, avrebbe rivelato eccellenze, particolarmente per il pubblico femminile che, a quanto pare, legge molto più dei maschietti,  innescando un rimeditarsi su valori a dir poco fondamentali. Gli editori potevano così far approdare i lettori a “Suite francese” per mezzo di un crescendo meraviglioso....

Immaginate di essere gettati nell'acqua fredda improvvisamente. C'è da rimanerne sconvolti. Non si muore necessariamente ma si sta maluccio e non si è certo contenti. Il pensiero è freddo. Più si fa puro e si innalza, più è freddo e fa paura..... non è forse meglio accompagnare il lettore facendogli bagnare prima i piedi per abituarlo gradualmente alle altezze e al clima rarefatto?

Di “Suite francese” ricordo per esempio una scena che risulta sconvolgente e che non è di immediata comprensione. C'è un pretino giovane che con i bambini di un orfanotrofio scappa da Parigi durante la seconda guerra mondiale, e si inoltra nella campagna con l'intenzione di raggiungere una meta precisa. Non vi dico come finirà. È forte. Potente, e per me è vero nella maniera più assoluta il significato di quel che accade. È un simbolo denso, rapidissimo come una frustata, a me, all'umanità, nelle sue radici più profonde....non aggiungo altro, se vi spiegassi il senso della scena la lettura perderebbe d'effetto perché vi verrebbe da plasmarla intorno alle mie parole. Penso che un lettore non a tempo pieno come sono attualmente o con un part-time abbastanza costante, riceva la frustata, se la tenga e non la comprenda. Accade così che un passo colossale si trasformi, in una mente impreparata, in relazione al procedimento più comune che si trova intorno quotidianamente e quindi in un'azione che ha semplicemente lo stupore di un attimo come tanti gialli o triglier (da triglia, giustamente...) che ci si è abituati a sorbire volontariamente o anche come il fumo passivo perché dove ti giri, se c'è uno schermo e hai già fortuna che non ti mostri la de Filippi, ma un film, quasi sempre è roba di azione, che graffia la superficie, l'emotività, e poi svanisce, si fa nulla, e di quel nulla è fatto il lettore comune.

Pongo un dilemma quasi scemo nella sua essenza a coloro che hanno progettato quel cartellone pubblicitario: un autore pubblica tramite voi, un libro. Mettiamo che, anni fa ne abbia fatto qualcuno decente. Ipotizziamo anche che quello presentato in questa pubblicità, sia invece scadente o proprio banalissimo. Se si può immaginare questa situazione allora mi sembra chiaro che vi state dando la zappa sui piedi. Chi assaggia quella roba, cambierà ristorante.... cioè scrittore. Ed ecco  un parallelo invitante. Forse l'avrete già capito perché se avete letto fino a questo punto almeno di pazienza ne avete in abbondanza ed essa è un ingrediente fondamentale del pensiero che si nutre fondamentalmente di tempo. Ebbene: vado al ristorante. Vengo consigliato e mi fido. Sono lievemente schifato e la giustificazione del ristoratore sarà: “due anni fa era squisito! Lo dicevano tutti”. Voi vi accontentereste di una risposta così? io no, e mi sentirei  nel giusto se tentassi di non pagare... e con i libri come si fa? È come col cinema. Prima si paga e poi se sei stato fregato sono affari tuoi.

Secondo me, tutti quei mercati che si basano sul pagamento anticipato del prodotto, che si tratti di un automobile o di un libro, si fondano sul concetto che se il cliente è soddisfatto, ritornerà. E come la mettiamo qui che il libro di De Carlo è men che nulla? E Carofiglio, sicuramente ben leggibile ma talmente leggerino che alla fine anche il libro ti vola via dalle mani e rimani con un nulla totale e sconfortante?

Devo dire che, nello schifo totale della mentalità di questa operazione, la Adelphi ne esce a testa alta in confronto ai colleghi. Male che vada ha offerto in pasto agli sconti due autori di indiscutibile valore. Poteva ovviamente ragionare un po' di più, calarsi nei panni del lettore, ma appunto male che vada, cadono in piedi. Goffi ma in piedi. E gli altri? Stendo un velo pietoso e passo ad altre chiamiamole sfumature: per esempio le frasettine che si possono leggere sulle copertine fotografate nel cartellone e che dovrebbero farci sapere che qualcuno che se ne intende ha apprezzato quel determinato testo. Veniamo ad una a caso: per Elizabeth Gilbert e il suo “mangia prega ama”, abbiamo:



Chi l'ha detta? -l'Espresso- un settimanale? Ma mi prendete in giro? Che senso ha? Si parla poi di autenticità che arriva dopo il:
travolgenti, indimenticabili e qualità, sciorinati nel cartellone in caratteri oro. Ecco un quarto vocabolo,
a u t e n t i c i t à, che si sgonfia. L'ho cadenzato lettera per lettera per assaporarlo. Parole che erano piene di significato, e ora banalizzate, usate male..... ma anche noi ne usciamo banalizzati. A quale vocabolo ci affideremo ora per definire quel che quella parola ferita e ormai inutilizzabile, voleva dire?

Mi ricordo di un cronista di una partita di calcio che definì con la parola dramma un infortunio ad un calciatore. Ma se quello è un dramma, quei fatti colossali che prima definivo così come potrò chiamarli!

Mi deve rimanere il silenzio e il cadavere di una lingua svuotata?

Veniamo alla scritta che accompagna il libro di Stieg Larsson:



È pure scritto in modo subdolo. Per leggere -caso editoriale- devi “cavarti gli occhi”. Si tratta di un colore scuro su un colore scuro. Rimane così, come messaggio supplementare immediatamente percepibile, solo – il più clamoroso degli ultimi anni-. Bello! Si deve ben considerare poco il lettore se si pensa che gli basti sapere che c'è qualcosa di clamoroso ma non si sa cosa..... e poi, clamoroso in che senso? Degli incassi, della tiratura. Per loro, per gli editori è l'unico modo possibile per essere un – caso clamoroso-.... e mi piacerebbe sapere cosa avrebbe scritto l'autore se gli fosse stata data questa opportunità.... avrebbe probabilmente sottolineato dell'altro. Solo un autore consapevole di essere una nullità ci farà sapere che ha venduto una marea di copie.....
e la copertina poi, chi l'ha scelta? L'autore o uno che ha ragionato solo su come accalappiare gli occhi? E di lato leggo  - Marsilio giallosvezia-. È un giallo. Bene. Far categorie, far scatole, stanze, stie, attirerà i polli.....ma, e i lettori?
E quella frase che ci dice che si tratta di un “caso” chi l'ha detta? Io immagino che non ci sia la firma perché essa sarebbe semplicemente il fatturato del libro, la cifra degli incassi al momento dell'avvio di questa -operazione vintage- e si sa che non sta bene parlare di soldi.... è così volgare!

E il testo di Umberto Eco? Ha una copertina di una trivialità da bettola. Un uomo controluce con mantello e cilindro che scende delle scale scure e sbrecciate. Sembra venirci incontro? È lui il mistero? Ma che paura che ho! E poi il titolo! “I misteri di Praga”. Originalissimo come dire che i politici son ladri e che …. e che noia!

Ed Eco secondo me non c'entra nella presentazione, nel senso di scelta della copertina e forse nemmeno del titolo, di questo libro. Possiamo solo dedurre che essendo pubblicato da poco, non  deve aver venduto e lo hanno infilato qui, su questo cartellone, per vedere di allungare l'agonia. E questo non vuol certo dire che il libro sia brutto. Abbiamo ben capito che questi cialtroni di editori non è che se ne freghino della qualità.... la situazione è molto più aberrante! La qualità nemmeno sanno cos'è? E quando gliene parli,  e lo dimostrerò con la relazione di una conferenza dibattito alla quale ho partecipato un anno fa a Roma, nemmeno sanno che esiste. Cadono dalle nuvole. Quando spieghi che anni fa chi scriveva non si rivolgeva certo ad un editore, ecco che ti guardano sorpresi. Vivono in un tempo compresso fatto solo di presente e di bilanci e spesso dicono robacce che non stanno ne in cielo ne in terra. Vi porto un esempio. Mi dissero di un personaggio della Mondadori chiamato “il professore”, sembra perché laureato in filosofia. Aggiunsero che “Ha in mano circa l'ottanta per cento” dell'editoria italiana. Ho digitato nome e cognome su internet e ho trovato un'intervista nella quale asseriva che il libro non è classista. È evidente che immagina un pubblico unico potenzialmente ricevente di qualsiasi prodotto editoriale. Ma torniamo a meditare su quella frase: “il libro non è classista”. Quanto è cretina da uno a dieci? Almeno tredici e vi spiego perché sbanca.... quando il libro sceglierà il suo lettore allora forse si potrà discutere del fatto che sia classista o socialista o juventino o chissà cos'altro! Ma come pene (cerchiamo di essere fini anche nell'insulto....) fa un oggetto a scegliere! Ma nemmeno il peggior Emilio Fede razzola così in basso!!!! e pensate un po' al meccanismo iperselettivo della sua mente. Di quel coso che dirige l'ottanta per cento dell'editoria italiana  e non ricordo davvero più il nome. Rimosso, cancellato, distrutto. E chi glielo spiega che e non sempre, solo le menti eccelse non son classiste? Gli esseri umani lo sono quasi sempre!!! ma un libro! Un oggetto che non sceglie ma è scelto....

Dopo aver meditato e contemporaneamente scritto queste cose, devo dire che non me la sento più di attuare il progetto di leggere i dieci libri del cartellone ecc. Sicuramente quello di Eco lo spolperò. Di lui ho sempre letto tutto della narrativa, a volte con un  po' di fatica, lo ammetto, ma sempre con soddisfazione...ma... e con gli altri titoli come mi comporterò dopo aver smascherato quel cartello? Come al solito lascerò fare al caso e al tempo. Sono la loro preda, il loro trastullo e non mi illudo di essere protagonista di qualcosa, nemmeno della mia vita....

Voi invece? Sceglierete da quel cartellone? Allora solo se avrete fortuna, e solo in grazia sua, leggerete qualcosa che vi farà bene, che vi farà pensare......


                                                                      amen.

venerdì 7 ottobre 2011

omaggio a Guareschi

Quando decido di scrivere un pezzo non letterario è perché ho la sensazione di aver compreso qualcosa che potrebbe essere donato. Donato nel vero senso della parola. Ritengo che in un'epoca come questa, per la quale tutto ha un prezzo ed in esso si pretende di definire una scala definitiva di valori, dicevo, ritengo che un'epoca come questa la si possa spiazzare, mandare in crisi solo con il dono. Se non si paga un prezzo e si riceve qualcosa, se lo si accetta, ci si deve impegnare a comprendere il suo valore in base a principi nostri. Se non ne abbiamo, tutto si fa polvere.



E cosa mi torna indietro? Cosa ci guadagno? Mi ha chiesto qualcuno.

Vedere che il pallottoliere del blog sale sale e sale non è forse un premio sufficiente? Un'umanità senza volto, che per me non è mai una massa di singoli ben definiti nei minimi particolari, legge. Se non stimasse non tornerebbe più e mi capita di avere il dubbio che si possa trattare di tante visite furtive, brevi, isolate e tenendo conto della immane quantità di esseri umani in circolazione potrebbe ben essere così. E se effettivamente si trattasse di tutta gente in fuga dopo uno sguardo? Andrei avanti ugualmente. Ma potrebbero essere invece persone che tornano..... e il dubbio fa bene, mantiene alta la tensione che devo avere nei confronti delle mie vere o presunte capacità.



La modestia non mi interessa. È una falsità. L'umiltà invece è fondamentale e poiché noi esseri umani siam strutturati in modo tale da innamorarci facilmente di noi stessi, il dubbio se i lettori del pallottoliere rappresentano singoli tentativi con bocciatura o pochi fedeli, quel dubbio mi costringe a mantenere i piedi ben attaccati a terra e, la testa, che spesso, anzi quasi sempre è fra le nuvole, deve ricordarsi di scendere, sentire l'odore della realtà, prima di offrire un dono in forma di parole.


Il mondo attualmente ha un'offerta eccessiva, smisurata, assurda, di parole e immagini (anche di suoni...). Mi diceva qualcuno che solo in Italia si pubblicano circa trecento volumi al mese e qualcun altro correggeva dicendo che era un dato settimanale. Follia. Irrealtà. È evidente l'incapacità di un singolo, di fare una cernita. Si deve “pescare” a caso, e il presente si mangia tutto il nostro tempo fra le attività necessarie e il tentativo di scegliere come spendersi nel poco tempo che ci è concesso di avere come esclusivamente nostro.

Per questo parlare di Guareschi mi sembra importante, a patto che io abbia qualcosa da offrire che sia diverso dalla solita equazione Guareschi-don Camillo che tutti hanno ben chiara in testa.

Tutti? Con mia grande sorpresa la figlia dei miei vicini, Sofia, che è una buona lettrice, non sapeva nemmeno chi fosse don Camillo. Le avevo fatto vedere un libro intitolato “Italia provvisoria”, con tanto di autografo e non c'era modo di farle capire chi fosse Guareschi. Il padre si è incaricato di mostrarle i film facilmente reperibili e l'ho invitato comunque a fare il consulente durante la proiezione perché, per una dodicenne anche se impegnata come sua figlia, un comunista è un'astrazione non meno inspiegabile di un sofista.



La sorpresa della non conoscenza di don Camillo da parte di Sofia, mi ha fatto pensare. Che sia il caso forse di parlare anche di queste opere che prima di essere ottimi film furono opere letterarie non trascurabili? Ci penserò. Per ora preferisco concentrarmi su qualche libro meno noto di Guareschi anzi, oserei dire ormai completamente sconosciuto.



Il primo è “Diario clandestino”. Il mio volumetto è un Rizzoli del giugno del 1954. La prima edizione fu del dicembre del '49. fu quindi un libro gradito, molto letto. In esso Guareschi parla della sua prigionia iniziata nel settembre del 1943 e terminata nell'aprile del '45.



Egli minimizza sul suo ruolo nella vicenda storica. Nella prefazione racconta che durante la prigionia aveva scritto tre libretti, un diario quasi giornaliero. Una volta tornato a casa, lo affidò alla macchina per scrivere, ne fece due copie e poi le affidò alle fiamme della stufa. Decise di tenere le pagine che diventeranno “Diario clandestino” e che vantano un'approvazione da parte dei colleghi di prigionia poiché le lesse in pubblico. Guareschi era un ufficiale in un campo di ufficiali. Seimila circa. Francesi e italiani. Camerate da duecentottanta persone, fame a volontà e disperazione. Fu spostato varie volte di campo, ma mai finì in un campo di sterminio. Erano prigionieri di guerra. Potevano farcela ma non era facile. Era questione di sopravvivere con meno di pochissimo e non farsi prendere dalla malinconia era una delle questioni principali.



Vi offro ora un breve pezzo dalla prefazione. Vi invito a tenere d'occhio due aspetti: la semplicità della scrittura e la visione dei fatti che ci offre. La prima, la scrittura, non poteva non far imbestialire gli intellettuali, la seconda, la descrizione rapida e indiscutibilmente giusta di quel fatto storico che fu la seconda guerra mondiale, metteva in crisi le varie correnti politiche che cercavano di dar versioni su versioni finché col tempo si allontanarono a tal punto dalla realtà che nelle scuole si insegnava che la seconda guerra mondiale l'Italia l'aveva vinta. Propaganda ovviamente, e per due motivi. Primo perché l'Italia, almeno secondo me, dal punto di vista tattico e politico non aveva vinto un bel niente. Prima inciampò in un dittatore irreale e poi, quando questo crollò, il caos, l'occupazione da parte degli ex alleati e infine la liberazione da parte degli americani, da questi tedeschi incazzatissimi per un presunto tradimento. Secondo me ha perso il fascismo, e il popolo italiano si è semplicemente liberato. Esso ha perso in vite umane e in sofferenza guadagnando in libertà, ma non ha vinto la guerra. Rispetto i partigiani. Sono stati un sintomo chiaro di salute, ma senza gli alleati......



Veniamo ora al pezzo tratto dalla prefazione di Guareschi:

“Io, insomma, come milioni e milioni di persone come me, mi trovai invischiato in questa guerra in qualità di italiano alleato dei tedeschi, all'inizio, e in qualità di italiano prigioniero dei tedeschi, alla fine. Gli anglo-americani nel 1943 mi bombardarono la casa, e nel 1945 mi vennero a liberare dalla prigionia e mi regalarono del latte condensato e della minestra in scatola.

Per quello che mi riguarda, la storia è tutta qui. Una banalissima storia nella quale io ho avuto il peso di un guscio di nocciola nell'oceano in tempesta, e dalla quale io esco senza nastrini e senza medaglie ma vittorioso perché nonostante tutto e tutti, io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno.”



La prima osservazione che vi avevo invitato a fare, era sul linguaggio. Mi sembra evidentissimo che si tratta di parole semplici, quotidiane. Ci si ricordi sempre di Racine, che con un vocabolario di un migliaio di parole scrisse capolavori dei quali gente con la puzza sotto il naso come gli intellettuali francesi, tuttora amano gloriarsi...... E' evidente che le “cose” di Guareschi vendevano prima di tutto perché erano chiare, comprensibili. Ma non era non solo questo il loro pregio.



Ora vi porto per mano nella lettura di alcune righe del brano sopra citato. Tra parentesi è quel che verrebbe da pensare, fuori parentesi il suo testo:

“Una banalissima storia, e dalla quale io esco senza nastrini e senza medaglie (ma vivo!) ma vittorioso ( vabbè, vittorioso perché vivo....) perché nonostante tutto e tutti, (sei vivo! E non farla lunga! Dillo! l'abbiamo capito che è li che vuoi arrivare!) io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma (salvando la pelle! E taglia! La fai un po' lunghina....) senza odiare nessuno.”



E il cuore fa plof. Ci si sente vili, e per rimediare si prosegue nella lettura, diluendo così quella sensazione che ci siamo meritati. Guareschi non l'ha certo fatto apposta. Non aveva l'intenzione di metterci davanti alla nostra banalità. Lui, con una dirittura morale semplice e fortissima è andato per la sua strada e ci ha travolti. Non è semplicemente la pellaccia che ha salvato. È riuscito a non odiare nessuno. Ecco una lezione, offerta sul muso di un'epoca a caccia di streghe com'era il 1949, anno della pubblicazione di questo libro.



Inoltriamoci in quest'altro pezzettino della prefazione:

“Adesso io non ricordo bene come siano andate le cose: chi partecipa a una guerra di solito ha un sacco di cose da fare nel piccolissimo settore a lui affidato, e non ha possibilità di tenersi aggiornato sull'andamento generale della faccenda. Perciò non sa se sta vincendo o se sta perdendo e, alla fine, se ha vinto o se ha perso la guerra.

Inoltre il pasticcio risultò così grosso e così complicato che oggi, a quasi cinque anni di distanza dalla fine, la gente sta ancora litigando per mettersi d'accordo su chi ha vinto e su chi ha perso, su chi aveva torto e su chi aveva ragione. Su chi erano gli alleati e su chi erano invece i nemici.”



Non si perda di vista il linguaggio. Se mai nel brano precedente il vocabolo “cataclisma” poteva far dubitare dell'effettiva semplicità di Guareschi, poiché non è difficile immaginare gli allievi della de Filippi, che son milioni, arenarsi davanti a quel vocabolo che è stato sotterrato dal modaiolo ”tsunami” e dal più specifico “terremoto”.... Questo brano risulta essere davvero e completamente semplice, ma non nel contenuto. Se teniamo conto che con certezza scientifica possiamo affermare che i de filippisti mai metteranno naso nel mio blog, e ritenendoci ambiziosamente e forse ingiustamente migliori di loro, non ci sarà difficile ammettere che questa scrittura è meravigliosamente, piacevolmente semplice. E questo non vuol dire che semplice sia anche il contenuto. Tutt'altro. Poche righe più sotto Guareschi definisce fra le altre cose, con le parole “guerra civile” quel periodo che in Italia si visse subito dopo la fine della seconda guerra. Per chi studia la storia, trovare questa definizione nel 1949, risulterà sconcertante, non trascurabile e in tutto il brano il punto di vista individuale, che gli storici non amano è elevato non ad emotiva analisi di un presente vissuto, ma di un passato recente accuratamente elaborato tenendo conto della grande storia e di quella piccola, fatta dalla vita semplice, quotidiana, che è la più vera e la meno narrata.



Si parla di autobiografie, di letteratura. Non per niente Boris Pahor è candidato al Nobel per la letteratura. Categorie. Non è storia. Ci si può attingere qualcosa, ma è individualità e la storia ci viene presentata, vuole presentarsi come altro, come evento di massa. E fu così che Stalin riuscì a far fare un salto colossale all'industrializzazione russa, portandola ad un livello di produttività paragonabile con quello dell'Europa. E le decine di milioni di morti che ci furono? Secondario. Si, ma vallo a raccontare a chi è morto o a chi si è visto decimare la famiglia o buttare via anni di vita...questa è la storia, la materia che porta quel nome, ma esiste un passo in più, che per possedere la vera storia, va sempre compiuto.



E infatti la risposta di quella massa che io ritengo composta da individui, è stata una fame solenne e ancora insaziabile, di autobiografie, di interpretazioni personali.



-L”unica cosa interessante, ai fini della nostra storia, è che io, anche in prigionia, conservai la mia testardaggine di emiliano della Bassa: e così strinsi i denti e dissi: “non muoio neanche se mi ammazzano!-.



Irrazionale, potente, semplice.......e vero.



E per quale motivo era presente in lui questa notevole forza di vivere, questa motivazione che io per esempio non ho nella maniera più assoluta? Perché aveva una moglie, un figlio e una figlia, che nacque mentre era prigioniero.



Ecco un aspetto che non ho sentito così vivo e vitale in nessun altro testo di prigionia: la capacità di farmi, farci sentire, toccare con mano, la potenza degli affetti veri. Se c'è un motivo vivi, lotti con i denti, le unghie. E il motivo non è solo la volontà secondo Schopenhauer, o la moto o il macchinone che ti aspettano a casa. È, si, non lo si dimentichi mai, l'affetto......



Nel campo c'erano anche due persone che son ora nomi quasi dimenticati e che ebbero valore nell'Italia del dopoguerra: Gianrico Tedeschi e il poeta Clemente Rebora. Quando Rebora si ricorda del compleanno di Guareschi e gli regala delle sigarette, comprendiamo quanto vale un gesto come il ricordare che con la sua immensa civiltà lo farà sentire ancora vivo. Il primo, Tedeschi, dedicava serate alla lettura di poesie e dalla pagina 35 della mia edizione estraggo una frase illuminante: “La poesia bisogna sentirla, non capirla”!



Grandioso. Se penso che un mio intervento davanti agli allievi della Scuola di Regia di Mosca, tenuto lunedì dodici di questo mese, aveva proprio quell'argomento.... ho cercato di dimostrare che l'idea contenuta nella mente dell'artista, quando si trasforma in un'espressione percepibile dall'altro, come un film, una poesia, un quadro ecc, viene percepita, e non deve essere smontata con la razionalità. Quel nocciolo puro bisogna lasciarselo galleggiare dentro il più possibile. Arriverà il momento che si smonta tutto, come facevo da piccolo con le sveglie. Irresistibile ad un certo punto capire come funziona dentro una sveglia, un gioco o un'idea grandiosa. Si, accadrà, ma dopo la fruizione dell'opera non sarà più pura, grandiosa, capace di elevare.



Ed ecco che con estrema semplicità Guareschi ci dice come affrontare la poesia e in fondo l'arte in generale e anche questo suo libro.



E son tante altre le cose che vorrei dirvi. La mia edizione per esempio è corredata di disegni dell'autore. Mi auguro che le nuove rispettino questo particolare per me non trascurabile.



E poi la capacità di farci sorridere nonostante tutto! Deliziose le pagine del pacco che la moglie gli invia e anche il brano che narra la preparazione di questo. E poi, momenti vera poesia. Poche parole, poche immagini che si fanno indimenticabili. Io son rimasto colpito, colpitissimo da “la gaìna”, un capitolo che racconta la visita notturna nel lagher del fantasma del figlio. È particolarmente toccante il finale. Ma non devo dirvi tutto....



e a pagina 161, il breve brano intitolato “la speranza” mi ha lasciato senza parole.

Quello ve lo trascrivo, come prova del valore di quel che vi sto consigliando di leggere:

“25 gennaio 1945. All'infermeria è morto di fame il capitano P. Diciotto mesi fa, pochi giorni prima di esser catturato dai tedeschi in Francia, aveva comperato tre tavolette di cioccolata da portare ai suoi bambini. Le tre tavolette lo seguirono nella via della deportazione e della fame, ed egli sempre le custodì gelosamente fra i poveri stracci del suo sacco, e ogni tanto le cavava fuori e le guardava sorridendo, e pensava ai suoi bambini.

E' morto di fame, all'infermeria, stringendo fra le mani le tre tavolette di cioccolata intatte.”



Ieri sera ero steso a letto e pensavo al capitano P; pensavo anche alla mia povertà interiore che troppo spesso non mi fa vivere perché non so che senso abbia tutto questo, e lui, il capitano P che un senso l'aveva trovato lasciandosi andare alla vita, ai sensi, alle piccole cose aveva le tre tavolette di cioccolata per i figli e stava morendo di fame......



E poi ho pensato a quel Natale che Guareschi e la sua camerata non vollero lasciar passare così, come se non esistesse più. Fecero l'albero di Natale e vi attaccarono dei foglietti sui quali erano scritti dei doni. Su quello scelto a caso da lui, c'era scritto “torrone” e ne fu contento perché ne era sempre stato ghiotto. E per me pensare a Tonino (Guerra) a e al suo Natale nel campo di concentramento è stato un attimo. C'erano altri romagnoli con lui. Gli chiesero “Tonino ce li fai i cappelletti?” “certo!” rispose, e poi si mise a mimare tutta la preparazione. Mettere la farina sul tavolo e farne una montagna, aprire il buco in mezzo come se fosse un vulcano, rompere le uova e mettere il contenuto in quel buco, fare l'impasto, “tirare la sfoglia”, preparare a parte il “ripieno” tagliare la sfoglia a quadri, appoggiarci su il “ripieno” e dare quella forma così particolare e nota con un gesto delle dita che tanto mi incanta tutt'ora. E poi metterli nell'acqua bollente, scolarli, condirli e “fare” i piatti. E ognuno avvicinò il suo, inesistente alla inesistente pentola e ricevette la sua porzione. Si dissero buon Natale e poi, sempre per finta, mangiarono. Uno disse “ce n'è ancora?” (il tutto rigorosamente in dialetto), gli si chiese se voleva scoppiare e tutti, malinconicamente, risero.



Chi sarei, se non avessi imparato ad ascoltare chi ha vissuto, chi ha vissuto veramente!

Si, chi sarei, o esattamente, chi non sarei.... E le parole uscite dalla viva voce di Tonino, e quelle di Guareschi, eternate nei suoi libri, non mi aiutano forse ad essere più fragile ma anche più umano?



E quando Guareschi dice che, “...è la cultura che ostacola la comprensione fra le genti” e ce lo dimostra con un esempio al limite....; tre prigionieri, un francese, un russo e un italiano, agli ordini di un sergente tedesco. Nessuno sa una parola dell'idioma dell'altro, ma dialogano, si capiscono.

E io che odio la cultura ufficiale, fatta di paroloni indigesti, inventati a tavolino e non dalla vita, e ringrazio chi non dimentica mai che è il caso di “scrivere”, come disse Fitzgerald, solo quando si ha qualcosa da dire.....!



e leggendo il paragrafo intitolato “la solita storia degli orologi”, rivivo le pagine finali di Helga Schneider ne “il rogo di Berlino”. Quella caccia agli orologi che erano il primo bene che i russi entrati nella capitale tedesca, volevano e chiedevano a tutti, e Guareschi ci dice che era così per tutti, non solo per i russi che si facevan caricatura per questo. Nessuno era libero da quella fascinazione data da un oggetto che segnando il tempo ci avvisa che domani, quindi il futuro, esiste....



e chiudo con una considerazione dell'autore, un pensiero che è anche un monito da fare nostro:



ETERNO PERICOLO



“Racconti di guerra: Russia, Croazia, Albania, Montenegro, Africa, cielo, mare. Qui si vivono mille vite, la guerra si moltiplica in mille episodi, e non è più una parola, ma un concetto di spaventosa, terrificante, infernale evidenza. Anche per chi non l'ha vissuta.

Ma domani la storia diventerà letteratura, e si faranno recensioni ai libri, non alla guerra. E si dirà- come per Remarque - : “che bel libro!”. E nessuno dirà: “che orrore di guerra!”





Mi interessava parlare del Guareschi che non ha nulla a che fare con don Camillo perché è “roba” che merita di essere ricordata con altrettanta attenzione di quella più celebre. Ma..... vi siete mai domandati come “gli venne” l'idea di quel pretone che battagliava quotidianamente a Brescello contro il sindaco comunista? Io si, come sempre mi accade davanti ad una idea che amo, e spesso non ne saprò mai niente, ma in questo caso il seme è stato trattenuto, raccontato.



Prendere il libro “Corrierino delle famiglie” e cercare il racconto “al paese di don Camillo”. La protagonista è Carlotta la figlia di Guareschi. L'ho conosciuta e le ho chiesto se veramente da bambina fu la peste che il padre racconta. Mi ha detto “ero una brava bambina”, ma nonostante l'età raggiunta in questo 2011, gli occhi avevano ancora qualcosa di monellesco. Ero nella sua casa, la casa di Giovanni Guareschi. Avevo visto con i miei occhi il suo mondo, dialogato con il figlio e con un giornalista di “Libero” del quale ora non ricordo il nome (dico sul serio) misteriosamente innocente come l'acqua d'alta montagna. Quando gli feci presente della mancanza di libertà dei giornalisti italiani, mi rispose che lui era libero di scrivere quel che voleva. Non risposi ma dentro di me lo feci e dissi: “ovvio, se oggi parli di uno scrittore morto nel 1968, ti lasciano fare perché si tratta di un mondo che non esiste più”. I democristiani si son riciclati in altri partiti senza cambiare stile, i comunisti son quasi estinti e le parole di Guareschi ora non sono più attualità, sono storia. E in più si sa che chi fa pensare non va di moda. È come parlare in un teatro vuoto. Ricordo ne “L'uomo senza qualità” di Musil uno dei personaggi che esce di casa e cammina cammina cammina. Non pensa, fa, anche se è un fare insensato. Ricordo anche una nota in evidenza sulla copertina di uno dei primi numeri di Superman negli USA. Si leggeva “64 pagine di azione”, ed è evidente che questa informazione attirava (attira) lettori. Ma se l'azione non è sensata come fa a reggere? A interessarci? Va bene negli USA, particolarmente nel cinema, dove il cattivo è talmente cattivo da essere quasi scemo e il buono altrettanto e mai un percorso morale li rende tali. E infatti, “Gran Torino” di Clint Eastwood è un capolavoro anche solo per il fatto che il cattivo è così perché un motivo ce l'ha e per redimersi da questo, almeno per una volta sarà buono......



Come vedete, quando quel giornalista mi ha dato una risposta così bella ma irreale, circoscritta a lui, quanti pensieri mi si sono innescati....



e li ho salutati, sono uscito e “ho fatto un salto” al cimitero da Guareschi. Ci pensi chi si vuol far cenere. Forse per qualcuno che nemmeno conosciamo, il pellegrinaggio ad un luogo che sarà eternamente vostro, potrebbe essere una buona medicina....un momento di salute interiore. Si può credere in un artista come in un dio, poiché ambedue propongono un mondo morale!



e poi suonano le campane. Entrano in chiesa e li seguo. Il giornalista è nella fila destra dei banchi di fianco alla moglie. Io a sinistra. Non mi ha visto. È un credente ferventissimo. Lo ammiro per questo. Non è facile esserlo. E poi la messa. Sei chierichetti, un prete che odora di campagna. Una bella donna che prega con intensità e una signora anziana che sibila “le pesano le corna” e io penso che se pesano son quelle che ha ricevuto e mi fa pena perché so che Alla bellezza esteriore si fa l'abitudine e non salva da certe situazioni. Vedo un punk spennakkiato ma composto, alcune facce da comunione e liberazione..... beati loro. Hanno la confessione. Ricordo in università che peccavano allegramente. Niente coscienza. Peccavano abbondantemente, si confessavano ed erano a posto con se stesse e col mondo...... Miracolo della religione.



E ho atteso che entrasse un signore grosso coi baffi.....del quale ammiro l'opera e tendo a dimenticare che non ha più un corpo.



Mentre c'era la comunione, ho visto il giornalista in fila davanti al prete. Mi ha notato ma ho fatto finta di non vederlo. Il suo mondo è piccolo, perfetto; io per lui sono instabilità e dubbio. Lo aiuterò ad evitarmi. Esco. Torno da Guareschi. Lo saluto e l'aria si riempie di campane e buoni odori. È ora di pranzo. Esco da questo bel sogno di paese e torno. Ma tornare presuppone un luogo per lo meno esatto, nello spazio e nel tempo, che non ho. Salgo in macchina e volo via.



Ora, mentre scrivo, accarezzo con lo sguardo il “Corrierino delle famiglie”. Li dentro, come a Roncole, dove Guareschi comprò la casetta di campagna che ora è fondazione, tutto è semplice e fa sorridere. Ma nulla, mi raccomando, nulla è stupido. Avrei voluto vedere la bicicletta di Guareschi, quella che i figli misero a letto e che ebbe tanto ruolo in quelle storie. Un attimo di favola, di poesia leggera, leggera nel senso che nulla pesa, ma a tutto assegna una dolcezza.... e saluto in queste righe uno dei grandi della letteratura italiana che, costretto in una etichetta riduttiva che lo fa comico e don camilliano e basta, deve attende una ricollocazione che gli renda onore. Libero, semplice, sereno. Colui che ritornò dalla guerra contento d'esser riuscito a non odiare nessuno.



Grazie