giovedì 25 agosto 2011

L'ultima lezione di Nabokov




Ho appena terminato di leggere “l'originale di Laura”

Nabokov è stato vittima di un successo spropositato che sarebbe stato giustissimo se fosse scaturito da una vera consapevolezza del suo valore. Mi riferisco ovviamente a “Lolita”. Per dare idea della situazione, che tuttora colpisce, di recente, a casa di un amico, “Lolita” era posizionato in un angolo abbastanza schivo della libreria e neppure in quella che non è di facile acceso all'ospite occasionale. Non è certo un libro che molta gente riesce a tenere in salotto. Una sorta di pudore ancora condiziona, particolarmente negli ultimi anni nei quali si è dilatato talmente il termine pedofilia rendendo il “lolitismo” uno dei suoi aspetti più noti e controversi.
Mi risulta che la definizione esatta di pedofilia sia la seguente: manifestare interesse attivo di natura sessuale nei confronti di bambini, e col termine bambini si intende, per la precisione un esserino ancora sessualmente non sviluppato. “Dolores Haze, al mondo nota come Lolita, non era più una bambina, ma una adolescente. Sessualmente sviluppata senza ombra di dubbio. Mi raccomando, non si pensi per questo che io intenda sdoganare la visione del tardone con la fanciulla. Personalmente ritengo che un rapporto abbia senso quando c'è un mondo, un mondo essenzialmente mentale da condividere e credo che rientri nel caso della eccezionalità più unica che rara la ragazzina che sia in grado di relazionarsi alla pari con un essere pensante di altra età. Non che la ragazzina non pensi. Ma la visione della vita che ha, la pulsione erotica, fortissima e spoglia di esperienze, la rende più facilmente vittima di chi sente la decadenza del corpo e vuole nutrirsi dell'altrui freschezza per esorcizzare la propria. Un sentimento, per quanto possa divenire incontrollato, travolgente, parte da un luogo che spesso ho descritto. È inesistente e si situa fra il cuore e la mente. Non esito a chiamarlo anima, e la sua influenza sulla nostra esistenza, una volta che abbiam imparato ad essere più forti del basso ventre, è totale e benefica.

L'immagine posta invece dalla pedofilia, intesa esattamente, oppure se non siete in accordo con la mia definizione, supponendo che così essa sia, è a dir poco sconvolgente, intollerabile.

La Lolita è un essere che per definizione è in grado di avere rapporti e quel che scopriamo nel romanzo di Nabokov, è il motivo che spinge il protagonista verso lei e la subdola di lei essenza.
Andiamo per gradi. Dopo aver letto quel romanzo, ho cercato in vari mercatini l'edizione più datata e ne ho rimediata una al prezzo di un caffè, edita da Mondadori nell'ottobre del 1959. Il libro vide la prima pubblicazione nel maggio di quell'anno. In sei mesi siamo alla diciannovesima edizione.
Un successo strepitoso. Se ci si sofferma un attimo sulla cinematografia di quegli anni, si noterà quale sconvolgimento l'opera attuò sulle menti allora assai diverse dalle nostre e capaci di scaldarsi alla vista di un decolleté o di una caviglia. In più le regole sociali erano ferree. Le regole della massa, del popolo. L'elite invece, viveva già in una sorta di miscuglio che uno studioso ha definito “il nuovo disordine amoroso” che di nuovo non ha nulla, essendo sempre stata, la sessualità e il pudore che la riguarda, assai oscillante. Si pensi ai testi di precettistica di Vives da Valenza che qualche secolo fa consigliava le fanciulle veneziane  di non esagerare col trucco. Fin qui tutto bene, ma quando andiamo a leggere come si “pittavano” ci coglie la sensazione che erano molto più libere o libertine di noi e con loro, l'epoca e il luogo. Il fondo tinta copriva viso e petto, seni inclusi che gli abiti lasciavano completamente scoperti. Il rossetto, veniva dato sulle labbra, ma anche sui capezzoli. Penso che basti questa constatazione per rendersi conto che non esiste, come si pensa, una corsa verso la liberazione del costume sessuale, ma un'oscillazione. Diciamo che la moralità si sta disinteressando dell'argomento e personalmente, penso che sia giusto. Criminalizzare la sessualità è ridicolo, e le religioni l'hanno fatto per poter attuare un controllo angosciante sulla popolazione. Questa libertà che si sta approssimando, e con un piede ci siamo già dentro, è dovuta al fatto che non esiste più una moralità dominante. La vita si è fatta più difficile ma anche più giusta. Sta a noi costruircene una che rispetti noi stessi e che sappia contenersi entro un limite che non è difficile cogliere nella comunità dei viventi. La pedofilia per esempio, e la costrizione dell'altro son cose spaventose. Lo sappiamo e se le si attua è con la consapevolezza di rompere un legame con il senso profondo della vita. Io aggiungo, ma è un dato altamente personale, che non deve esserci denaro. Per me, costringere una persona a fare quel che non le va e comprarla, è la medesima cosa. È semplice. Se avesse i soldi non lo farebbe? Allora la volgarità si sposta tutta su chi paga poiché, chi incassa vendendo ciò che ha senso solo se è donato, nelle giuste condizioni tornerebbe a rifiutare quel patto.

Torniamo a ”Lolita”. Nell'edizione che posseggo, il significato profondo dell'agire del protagonista si rivela nelle prime sette facciate che corrispondono ai primi tre paragrafi. Un ricordo della prima adolescenza: un rapporto carnale innocente che non riesce, la ragazzina che parte e morirà poco dopo a Corfù. Quindi l'anno successivo non la vedrà ritornare in vacanza nei pressi dell'albergo del padre. Questa situazione diviene traumatica negli anni. Egli cerca ossessivamente sempre lei, il suo primo amore che non si è realizzato, in quella cornice paradisiaca fatta di età d'oro e paesaggi stupendi. Lolita sarà l'ennesima ombra di quel primo amore che continua, in lui ad essere amato e cercato.

Questo primo aspetto, che è troppo evidente per riuscire a credere che al lettore sia sfuggito, si scioglie come neve al sole, nei primi anni sessanta, davanti al desiderio inespresso della adolescente che si fa erotismo puro e col sapore del proibito. Aspetto che travolge il lettore che, dominato dai sensi nemmeno si accorge che ha smesso di pensare.

Mi permetto una parentesi. Il surrealismo ha per me, eccezion fatta per la pittura metafisica, una chiave di lettura legata ad una disperazione erotica. Esso mostra l'uomo, il maschio destabilizzato da una situazione, nel rapporto col femminile, che sta sfuggendo dal suo controllo che era pressoché totale. Un maschio comperava la moglie con un patto matrimoniale che oggi non si esiterebbe a definire spaventoso per la donna. Ma la guerra, che portò le donne in fabbrica, cambiò tutto. Ora avevano due soldi in tasca e i soldi sono indipendenza. Indipendenza nella vita e nella sessualità. Ora la donna poteva dire di no all'uomo-maschio e sentirsi libera di farsi prendere da altri flussi per effettuare le sue scelte. Terminata la guerra le donne non vollero tornare a fare le mogli succubi e le madri. Si pensi che tutti i fascismi propongono e impongono lo status della moglie madre obbediente, ovvero tentano con la forza di ristabilire l'ordine precedente, ma non vi riescono. Ed ecco che nell'arte la femmina si fa oggetto che sfugge, si fa mostro, si rende indomabile. I quadri di Ernst! E particolarmente una tela di Balthus che Jouve tenne in camera da letto[1].



La ragazza ritratta ha il seno pesante. Non bello e nemmeno piacevole. È in piedi e ha un piede sulla sedia. Si sta pettinando i lunghi capelli. Tutto è femmina, ma nulla fa scattare nell'osservatore una se pur minima  sensazione di piacere. E gli occhi. Velati di bianco, senza sguardo. Il quadro, di formato abbastanza grande, ci investe anche per l'aspetto dimensionale. Quella è una potenziale belva. Con lei non si può pensare che sia possibile instaurare un rapporto che non sia una lotta. Quest'opera, datata 1933[2] appartiene ad un'artista, l'unico, che aveva la stima di Picasso, lui così schivo, che si fece varie rampe di scale per ammirare le opere dell'unico artista in circolazione che non lo imitava. Per “sentirne” il valore si osservi a pagina 267, la ragazza col pendolino.

Un capolavoro di “costruzione della figura” degno di Raffaello. Se si osservano poi  le foto che erano in possesso di molti surrealisti[3] si scopriranno molte adolescenti. Opere che oggi la morale guarderebbe con disappunto. Ma il momento della nascita ed evoluzione del surrealismo era appunto particolare. In occidente, stava per finire un “mondo” e le spose ragazzine stavano per diventare qualcosa di moralmente sgradito. Si ricordi però che in quel periodo il fenomeno non era terminato. Si concluderà definitivamente nel secondo dopoguerra. Le foto di Eluard e non solo, rappresentano quindi la nostalgia di un “mondo” al maschile che sta per terminare, un po' come i libri di certi autori Austroungarici dei primi del novecento trasmettevano e ci trasmettono tuttora, la sensazione di un'epoca che si sta concludendo.

Questa parentesi pretende di mostrare la complessità della situazione che vide approdare alle stampe “Lolita” e quel che più sconvolge il lettore che ha un controllo ormonale decente, è che ci rendiamo conto di “tifare” per il protagonista perché, nonostante tutto lo sentiamo puro. Si. Il fango della sua esistenza, condensato in quel trauma iniziale, non lo ha causato, ma subito e da lui scaturisce un sentimento malato ma vero e questo vale indiscutibilmente di più di quel che fa la ragazzina. Si può dire che lei usa un sentimento. L'apparente lordura di lui non è abnorme quanto la spietatezza di lei.

Questo libro è un capolavoro, e Nabokov ha anche fatto di meglio. Esiste un suo racconto nel volume “La veneziana”[4], che può essere posto, ovviamente secondo me, fra quei rari oggetti letterari che se non son perfetti, comunque rasentano la perfezione.

“Un diamante grosso come l’hotel Ritz” e “Berenice si taglia i capelli” di Fitzgerald, “Bartleby lo scrivano” e “il venditore di parafulmini” di Melville, “L'avvoltoio”, “Il cavaliere del secchio”, “Nella colonia penale”, “Il cacciatore Gracco”, “Un medico di campagna” e “Il ponte” di Kafka, “Lo spirito dei Boschi di Nabokov”, “La steppa” di Cechov,  “Cantico dei cantici” di Sholem Aleikhem e  “come le mosche d'autunno” di Irène Némirovsky, solo per citare alcuni  di quelli, dei pochi, che mi sguazzano intorno, io felice di loro e loro pazienti con me,  come delfini che ormai sempre mi seguono e mi guidano nella scia del mio ingombrante corpo-battello.

“Lo spirito dei boschi”. Eccezionale. Chiusi il libro e andai a passeggiare pieno della grandiosità, della completezza di quel che avevo letto. Un uomo è nella sua stanza. Vibra la luce della candela e coglie una presenza. È lo spirito dei boschi che, come lui, è fuggito dalla Russia della rivoluzione.

Quando qualcuno di noi, o uno storico anche di valore, dice che cambiò tutto, che un mondo con la rivoluzione di ottobre finì, non riesce a trasmetterci la portata totale del cambiamento-distruzione che accadde. Ed è ovvio. La letteratura va oltre l'ottica dello storico. Essa vede cosa finisce anche per l'uomo interiore.......

di Nabokov ho letto tutto, o almeno così credo, e tranne “Invito ad una decapitazione”[5] si ha sempre la sensazione di trovarsi davanti ad opere che toccano tasti di un'intimità che non sospettavamo di avere e che ci fa bene scoprire. È stato anche capace di una bella ironia. Mi riferisco a “Re, donna, fante”[6].

“Invito ad una decapitazione” risente secondo me della sconvolgente scoperta che Nabokov fece, dell'opera di Kafka. Ci mise un po' a “liberarsi” di questo colosso....che se non impari a domare ti trasforma in un imitatore. Accadde qualcosa di simile a Sciascia con Borges, a Canetti con Buchner, ma Nabokov, miniera per se stesso di infinite curiosità non solo entomologiche, si riprese rapidamente. Rimane una traccia, quel libro, che dagli intellettuali è invece considerato un kapolavoro.

Forse è il kaso di kiarire (la k la usava Pound nelle missive private kuando si arrabbiava e solo a nominare il termine intellettuale.....). Artista: colui che guidato da sensibilità e intelligenza, ma solo in un secondo tempo, si lascia andare al mondo che ha dentro ri velandolo, si, ri velandolo nel senso che trasformare una pulsazione della sensibilità profonda in parole equivale a velare nuovamente -quel che si è scoperto, disvelato nel mondo, e lo si deve fare perché l'atto dell'emozione interiore sensibile non è trasmissibile.....

Intellettuale. Colui che utilizza l'intelligenza. Un po' poco per pretendere di essere artisti o, peggio ancora di comprenderli ed ergersi a loro giudici.

Esempi: Pavese: scrittore. Calvino, intellettuale.

Andreste a comperare il pane da un tornitore? Ovviamente no. E allora perchè andate a comperare il pane della mente da chi non sa farlo? Ha imparato a venderlo? Nemmeno. Vende indirettamente se stesso e basta......

passata la rabbia auto causata da certi pensieri veniamo al libro di Nabokov che da il titolo a questo scritto: “L'originale di Laura”. Ce lo presenta il figlio di Wladimir. Fa, forse faceva, il cantante lirico. Iniziò con Pavarotti partecipando al medesimo concorso ad inizio carriera. Persona saggia ed equilibrata. Nella prefazione ci dice che i genitori son ombre tuttora presenti dietro di lui e che guidano le loro scelte. Come non pensare ad un quadro di Ruggero Savinio che ritrae un Bambino con dietro questa ombra che per quanto scura non fa paura?

Nabokov chiese di bruciare il manoscritto se la morte fosse arrivata prima di averlo concluso. Il figlio, Dmitri, non l'ha fatto perchè l'ombra paterna gli ha suggerito di non farlo. Ringrazio Dmitri e tramite lui l'ombra del suo geniale padre. “Laura” (si consiglia la pronuncia inglese, Lora, che si fa nome russo...) contiene qualcosa di eccezionale. L'idea del romanzo si accavalla, si moltiplica, si infrange e infine si disperde. Si fa spazio un gioco. Annientarsi prima di morire e Nabokov scrive questo perchè ha compreso che tocca a lui.

“Ho insegnato al pensiero a mimare un neurotrasmettitore imperiale, uno spaventoso messaggero che porti l'ordine di autodistruzione al mio stesso cervello. Il suicidio trasformato in piacere.”

noi leggiamo queste acrobazie di un uomo che sa che sta morendo. E ci vediamo un esorcizzare una paura immensa che prima o poi tocca a tutti. Inizia ad eliminare i piedi, che gli han sempre dato fastidio e dolorini. Piedi che stavano bene solo nelle pantofole, e poi elimina le gambe, ci prova col torace. E quando torna da questi viaggi illusione è integro, ma si è anche in un certo senso, abituato a non avere più una parte di sé.

Penultima pagina: “Cancellare se stessi con il pensiero
                                una sensazione di dissolvimento
                                un evahissement di dissoluzione deliziosa (sostan-
                                tivo prodigiosamente appropriato”

paginetta di un geniale e perfetto trilingue che insiste con quella illusione per non cedere se stesso a un tunnel che da un capogiro irreversibile. Tenere in pugno se stessi fino all'ultimo e decidere che il dissolversi da piacere.

E l'ultima pagina. Verbi incolonnati riportati in originale in copertina
                      
                                          estirpare
                                          espungere
                                          cancellare
                                        sopprimere
                                        strofinare via
                                        annientare
                                        obliterare

tutti più o meno sinonimi di quel primo “estirpare” (efface) cerchiato nell'originale, operazione che da subito dal corpo si fa volontaria della mente, si che nulla, nemmeno la morte non ci appartenga come scelta, come piacere

e poi più nulla.

Si chiude il libro.

un libro ben fatto che di ogni pagina ci offre anche l'originale, dando la sensazione che Nabokov stia qui, vicino a noi, a tenerci la mano, a dirci come si fa.

….e ora, con lo spirito dei boschi, io so dove, canta e ride e fa scherzi e ogni tanto, quando passeggio in Tirolo, mi fa volare via il cappello........

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[1]Catalogo prodotto in occasione della mostra di Venezia, avvenuta poco dopo la morte dell'artista. È edito Bompiani, del 2001. sia la mostra che il catalogo si devono a Gianni Agnelli che era amico e grande estimatore di Balthus. A pagina 67, si può vedere la camera da letto con l'opera posta di lato dal letto si da poterla vedere mentre si è stesi. L'opera si intitola “Alice allo specchio”. Nella medesima pagina troviamo la foto a colori della tela ma, essendo grande quanto un francobollo non siamo in grado di cogliere la profonda impressione che produce quando si vede l'originale.
[2]Hitler ha appena raggiunto il potere e Mussolini imperversa da un decennio abbondante. Quel che nel mondo è cambiato con la spinta della prima guerra non è solo un ordine sociale che teme come un mostro il comunismo e quest'opera rappresenta molto della paura individuale, maschile, di un cambiamento che non rende più padroni dell'altro, ma partner. Un ruolo nuovo e tutto quel che è nuovo spaventa.....
[3]Ne abbiamo un esempio dalla collezione di Paul Eluard visibile a pag 22 del medesimo libro è evidente che i soggetti fotografati son ragazzine.....
[4]Ed Adelphi
[5]Ed Adelphi
[6]Ed Adelphi

giovedì 11 agosto 2011

Helga Schneider: "il rogo di Berlino"

Il libro del quale vi parlo ora, contiene il racconto di Helga Schneider1 che fu bambina nella Berlino della seconda guerra mondiale. Di origine austriaca, il padre, dopo che la sua patria fu annessa al reich (minuscolo necessario e voluto...), fu costretto ad indossare la divisa tedesca e fu mandato a combattere.

È un libro eccezionale. Quando si legge il primo capitolo, appena quarantadue righe, si subisce crollo dentro. Io ho chiuso il libro accarezzando la copertina. Ci sono dei destini impressionanti. Non ve lo narro il suo, raccolto in così poche righe senza perdersi in fronzoli e trovate stilistiche. Son appunto solo quarantadue righe. Fatelo per favore voi, e poi provate a resistere alla tentazione di proseguire la lettura.

Il libro è li. Lo guardate, lo guardavo. Sapevo che contiene una versione pesantissima del male. Non avevo il coraggio ma non era giusto nei confronti del suo destino, di un'epoca, non condividere quell'esperienza brutale, quel peso.

Alla fine vince il magnetismo del libro. Di un triste ma giusto color azzurro spento come il cielo in una giornata pesantemente umida e la foto, della porta di Brandeburgo, uno dei simboli di una città per molti versi eccezionale ma che, essendo stata, all'epoca del racconto, la capitale di un impero folle e la sede finale di hitler, subì una distruzione quasi totale. E la sua popolazione, che come si vedrà, spesso era anche apertamente contro quel dittatore, visse, quando riuscì a sopravvivere, in condizioni atroci.

E noi vediamo tutto questo dagli occhi di una donna che ricorda se stessa bambina, e il tutto si innesca da quel brevissimo primo capitolo che le fa sentire la sacralità l'alto compito che è il ricordare.
Si, ricordare nella speranza che non accada più. Ricordare e comprendere.

Questa operazione, ricordare, oggi è diventata sistematica. Vari eventi tragici, in tante nazioni, hanno il loro giorno della memoria, ma secondo me così non funziona.

Ricordare e basta, con quasi l'obbligo morale imposto dalle istituzioni e dalle scuole, ricordare un evento che non è appartenuto a me e nemmeno alle nuove generazioni, secondo me non è il metodo giusto.

Per loro, per tanti miei coetanei, il passato, che sia di sessant'anni fa o di cinquecento, è ugualmente distante e non comprensibile. Gli ultimi testimoni della seconda grande guerra, stanno lasciando la vita e fanno quel che possono, ma non è nelle scuole che devono parlare. Devono esserci per chi desidera sapere e quel desiderio, da contagiare, è il compito della nostra società, della famiglia in particolare, degli amici. Qualsiasi funzione, qualsiasi pensiero se imposti non rendono, e tanto meno per fatti terribili come questi.

Ricordo Boris Pahor che presenta il libro in una cittadina italiana. Pochi giovani. Una ragazzina che colleziona autografi e che adora gli scrittori e per questo attende l'attimo giusto con il foglio e la penna in mano, pronta allo scatto per non lasciarsi sfuggire l'occasione. Il suo libro più noto, “Necropoli”2 contiene tante sfumature di un dramma proiettato non solo nel passato. Certi aspetti del fascismo sul confine di Trieste e dintorni, il tornare nel campo di concentramento come visitatore, dopo esserci stato come prigioniero e cercare di comprendere quelle masse di visitatori e volere disperatamente trovare quella formula che inneschi un saggio e volontario ricordare.

Ma ricordare serve? napoleone fu sconfitto dal freddo e dalla vastità della Russia. hitler fece il medesimo sbaglio.

Quotidianamente pensiamo che mandare in carcere il colpevole conti qualcosa, ma conta fare in modo che capisca. Se non comprende lo rifarà, e in fondo si relega in carcere perché nessuno sa come fare comprendere l'errore e molte volte di errore non si tratta, ma di necessità o di malcostume secondo il quale “chi la fa franca è più bravo di uno onesto”. E incarcerare sembra la soluzione più economica ma è disumana. Solo perché lo può rifare appunto o per bilanciare un male fatto che nulla può far tornare indietro.

Far comprendere.

Vi offro un esempio. Il fatto è vero. Conoscevo un ragazzo di sedici anni ferocemente antisemita. Era fiero di esserlo. Per lui era una prova di coraggio, un andare controcorrente che avrebbe dovuto confermare la sua indipendenza, la sua forza. Sapevo che non aveva mai visto un ebreo e agii di conseguenza. Si andò a Roma. Dopo aver visto qualche monumento gli proposi di mangiare la pizza al taglio in un posto che a me piace molto e dove, gli dissi, mi conoscono tutti. Si mangiò, chiacchierò di calcio con amici romanisti accaniti e quando mi vide parlare con una bella ragazza, venne e lo presentai. Si chiamava Rebecca. Si rese conto subito che era una personcina di un certo livello. Non abitava in Italia ed era appena tornata da un soggiorno dai parenti negli Stati Uniti. Rispose al telefono parlano in una lingua che non comprese ed era affascinato da tutto. Da quella via un po' troppo larga e che avrebbe potuto sembrare una piazza, da quel dialogare familiare, da Rebecca che era veramente una delizia.... e allora lo chiamai, lo portai alla lapide del Ghetto e l'ha letta. Ha letto di quel migliaio e più che furono caricati dal punto esatto, dove ora lui stava ora, e portati ad essere annientati in un campo. Rebecca era andata via. Gli ho detto che era ebrea, e anche quello della pizza al taglio che aveva parlato con lui di calcio, e il pasticciere e tanti altri.

Era ammutolito. Un ebreo non era più semplicemente un nome, ma un essere umano che non era in grado di distinguere dagli altri, tranne quei due o tre che vide, vestiti di nero, col cappello e i cernecchi. Gli mostrai la Sinagoga dall'esterno. Il caso volle che stava passando di Segni, il rabbino, e gli chiesi chi era. Non lo sapeva. Dissi prima che era un pittore romano, poi gli feci notare che era apparso spesso in televisione, che era la personalità di riferimento di quella comunità.

La cura funzionò. I venti “giorni della memoria” che avrebbe dovuto subire dalla nascita all'età adulta, non avrebbero scalfito le sue insensate certezze....

Non ci si spaventi se si deve prendere atto che per ogni essere umano si riveli necessaria una cura su misura. È così e basta. Intruppare popolo o studenti non basta. Questo crea conformismo, ipocrisia. E se tutti agiscono nei confronti di chi hanno vicino quando “annusano” qualche stortura, ecco che certe “malattie” insensate come il razzismo, l'antisemitismo eccetera, si riusciranno ad arginare.

Anche nel libro di Helga Schneider troviamo un ebreo.
Tutti i personaggi di questa storia vera si son rifugiati in una cantina e un giorno arrivano soldati tedeschi, controllano i documenti di tutti e portano via una persona perché ebrea anche se lui nega. Anche la piccola Halga, come quel sedicenne, ma con più innocenza, non aveva saputo distinguere così, con un colpo d'occhio, un ebreo da una persona normale...

Lei, Helga, nel suo ricordare, non ci dice mai se è antisemita o meno. È una bambina. E' una spugna. Lei ascolta e osserva tutto. Avrà una storia personale banale e sgradevole. La madre non c'è più. Di lei non parliamo, (lo scoprirete leggendo), e il padre si innamora di un'altra donna, la sposa e quando parte per il fronte, la lascia con i due bimbi del primo matrimonio. Helga e un fratellino più piccolo che è una peste allo stato puro. La “nuova” madre si affeziona al maschietto e lo coccola e lo vizia fino a farne un piccolo capolavoro di insopportabilità. La bimba, la nostra Helga, che reagisce male al distacco dalla nonna, con la quale era stata fino a quel momento, non sopporta queste differenze smaccatamente gratuite e tramite psicologi consigliati dalla sorella della nuova madre, che ha un incarico presso il ministero della propaganda, ed è assai influente, viene messa prima in una clinica spaventosa dalla quale verrà espulsa perché rifiuta completamente il cibo, e poi verrà portata nella periferia di Berlino, in campagna, in una piccola comunità per bambini caratteriali nella quale si inserisce bene. Questa comunità si chiama Eden. E diventa toccante quando qualche tempo dopo, quando è nella cantina-rifugio con gli altri, osserva il fratellino e pensa che lui dalla vita non ha avuto nulla e lei invece almeno quei giorni al collegio a contatto con la natura e con la possibilità di relazionarsi civilmente. È si. Quando si è al buio totale, brilla anche un cerino. E brilla come l'occhio di un dio....

Verranno a riprenderla e si ritroverà in una Berlino bombardata quotidianamente. Le capita anche, grazie all'influenza sempre della sorella della matrigna, di incontrare hitler. Sono lei e il fratellino insieme ad altri bambini, che vengono ospitati per qualche giorno nel celebre bunker, fino all'incontro che ci farà divorare pagine su pagine per farlo nostro perché, anche se si tratta semplicemente del ricordo di una bambina rielaborato in età adulta, tutto quel che concerne il folle di Braunau, interessa eccome.... chi resiste alla tentazione di conoscere il male! Ne “L'uomo senza qualità”, il mostro si chiama Moosbrugger e anche noi lettori non resistiamo al desiderio di inoltrarci nei meandri della sua mente. Capire il male. E si scoprirà sempre quel che disse la Arendt, ovvero che dietro al male non troveremo altro che banalità, e io aggiungo, spesso una sofferenza tale che si muore dentro e quel che rinasce è una belva che cerca di essere più forte di quel che ha subito.

Torniamo ad Helga. Torniamo a Berlino. no. Anzi, tornateci voi. Ho detto anche troppo.

Solo su un punto desidero soffermami un po'. Ho detto in altri scritti che raccontare e inventare una trama, una situazione, son prove letterarie di livello diverso e ho espresso la mia preferenza per l'invenzione.

Ma c'è raccontare e raccontare. C'è chi, come può esser stato un certe pagine Casanova nella storia della sua vita, ama trasmettere tramite i fatti una immagine di sé, e chi sfronda qualsiasi particolare superfluo e cerca, nel limite dell'umano possibile, di trasmetterci la realtà vissuta. È sempre un atto soggettivo, filtrato e deformato dalla grande e viva massa di tempo che separa il momento dell'esperienza vissuta da quello della scrittura. Nel caso di Helga son passati decenni. Ma è l'agire ch più ci colpisce, che più ci travolge. Si può parlare in questo caso di assenza di stile. Vedete, quando si soffre, quando la realtà è troppo grande, invadente, pesante, cadono gli aggettivi, cade tutto quel che non è necessario nella parola sia scritta che orale. I fatti son rappresentati con frasi ridotte all'osso. Mi fanno ridere coloro, ovviamente i critici e i docenti, quando mi parlano di ermetismo. L'ermetismo vero non è un agire tecnico ben definito e riproducibile da chiunque. Quella è finzione. L'ermetismo è il linguaggio della sofferenza. L'esempio più nitido è Ungaretti con le sue poesie sulla guerra. Montale in confronto è un imitatore. Gioca. Ungaretti parte che è interventista. Vuole la guerra. Ci crede. E poi, la realtà dei fatti in tutta la sua durezza lo annienta. Poche parole riescono a contenere quel che prova. In pittura accade qualcosa di simile. La tavolozza si riduce a pochi colori. Si pensi al Picasso del periodo blu o al periodo fatto di giallo e marrone di Munch. Si semplificano colori e poche linee parlano chiaro. Sorrido delle tendenze minimal attuali che usano il linguaggio della sofferenza per bilanciare vuoti e pieni, rendere atmosfere rarefatte... per la mente, ma che al cuore non arrivano. Fredde e basta.

E ci stupirà questa notizia che apprendiamo già da quel breve, fortissimo primo capitolo. Ci stupirà perché tutto è nitido, palpabile espresso in un unico colore scuro e con due colpi d'ascia secchi, decisi identici a come lei visse la situazione descritta. Anche i suoi stati d'animo sono resi in modo oserei dire perfetto. Accade che li vivi, li soffri, ne sei travolto. E un pugno di parole è tutto quel che hai da dare ma bastano e saranno indimenticabili.

Io personalmente, che spero sempre di riuscire a leggere in un modo superiore che non so identificare, mi son trovato legato al destino della ragazzina che si chiama Erika. Per quel che mi conosco, per la mia fascinazione sempre subita per la femminilità minuta, fragile, penso che se mi fossi trovato adolescente in quella cantina, me ne sarei innamorato e sarei morto per difenderla quando.....quando non ve lo dico. Il finale di quel capitolo che lo racconta, anche stanotte l'ho rivissuto. Lo splendore da incubo di questa personcina fragile, della quale Helga ci dice che era quasi trasparente, lo miseria e la grandiosità di lei che si solleva dal giaciglio e ringrazia tutti e per ultima la madre....
...c'è da perdere le parole. Niente può definire come mi son sentito nel leggere quelle righe, nel vivere quel destino.

Da libri come questi e come per esempio da “Devo raccontare” della Rolnikaite o il diario di Anne Frank o della Hillesum o da “In quelle tenebre” di gitta Sereny, dobbiamo imparare che attuare il male è senza rimedio, dalle piccole azioni alle grandi, fare il male segna e il perdono non conta. È come un peso posto sulle spalle di una persona. Spesso non ce ne rendiamo conto ma dieci grammi oggi e un etto domani e ci ritroviamo con un essere non più umano che crolla, e da certe esperienze, se sono enormi come quelle che questi libri raccontano, tornano degli esseri umani? Ci sembra impossibile crederlo, e invece un passo del libro ce lo rivela. Helga quando scrisse quelle pagine era ormai sposata, in Italia e con un figlio. Quando assisterà a due stupri di ragazzine compagne di disavventura nella “sua” cantina, lei dirà che non ne vorrà mai sapere di uomini, lei che si è salvata per un pelo, solo perché quando il soldato ubriaco l'ha palpata e non ha sentito il seno, l'ha lasciata per sceglierne un'altra più sviluppata.

Ecco che Helga, che ha sulle spalle l'immagine di un padre negativo, dei soldati violenti, di hitler che sapeva essere tremendo, riuscirà a sposarsi, a vivere con un uomo e, per il carattere che nel libro ha espresso, nessuno di noi dubiterà che l'ha amato. E io penso che tutto questo sia opera di una sola persona, del nonno, di Opa, che oltre il resto non è il nonno naturale ma il padre della matrigna. Quell'anziano signore fu gentile, diede affetto anche in una situazione nella quale, Helga ce lo ricorda, l'affetto era l'ultimo dei pensieri. Davanti al terrore, alla fame, alla sete, alla morte, l'affetto sparisce e sembra non necessario, e invece il nonno acquisito, il vecchio Opa, non dimenticò mai di donarlo e quella piccola luce nel buio di un'infanzia assurda, l'ha secondo me salvata, ha reso possibile il suo matrimonio e quel figlio che hanno confermato in lei e in noi la voglia di vivere che comunque per sopravvivere a qualcosa si deve attaccare. Anche la voglia di vivere può essere annientata. Conosco persone di oggi, ne ho conosciute di ieri, che sopravvivevano e basta e non per il tenore di vita scadente. Alcuni erano e sono anche assai benestanti.

Ricordo per esempio quel signore magro amico di mio padre che mi mostrò con un sorriso assurdo, i numeri tatuati sul braccio. Viveva con la moglie. Per un paio d'anni rimase fra la vita e la morte, una volta uscito dal campo di concentramento. Era talmente pelle e ossa che non riusciva più ad assorbire, a trasformare il cibo in energia. Mi raccontò qualcosa del campo. Io ero un bambino e non fui colpito dalle sue parole ma da un altro particolare. Mentre mio padre dialogava con la moglie, lui si alzò e lentamente uscì dalla sua casetta. Se sedette sulla panchina appoggiata al muro della facciata e si godette il sole. Ma non lo fece come avrei potuto fare io, o tu che forse stai leggendo. Era solo un corpo. Un corpo svuotato, senz'anima. Solo le sensazioni epidermiche, animali, gli erano rimaste. Quel sole sul viso e sulle braccia, o il cibo che gustava quasi con estasi tenendo il boccone senza inghiottirlo fino a quando non aveva perso tutto il suo sapore. E l'acqua. La sete che aveva patito la sentii tutta mente seduto al sole, per più di un'ora, con quel sorriso animale stampato in faccia, contemplò il getto trasparente e rumoroso che si gettava nel tronco scavato dove bevevano i cani e le mucche. Io non ero percepito. Quello sforzo per lui non era più possibile. Vedere, sentire, concepire l'altro non esisteva più per lui, che si spendeva tutto, concentrandosi in quello che per me, per noi, è l'aspetto più superficiale delle sensazioni. Era un monumento vivente. Era una pietra viva che non aveva bisogno di raccontare. Il suo esistere così, come lo vidi io bambino, è per me il simbolo del male assoluto che annichilisce, distrugge l'uomo, e lascia un involucro senza più un'identità, un senso.

Solo per la moglie era vivo. Solo per lei, che aggiungeva a quel che mancava al suo uomo col ricordo che aveva di lui, e lo amava intensamente, come si ama solo nei sogni, nelle favole, e lui, ormai inconsapevole di tutto, grumo del paesaggio scolpito dal male, di tutto quell'amore non sentiva più nulla.

E in Helga ho ritrovato l'acqua adorata dall'amico di mio padre. La sua sete e il primo giorno in piscina, davanti a quella massa immensa che la sbalordisce.

Leggere per ricordare. Ma non per ricordare semplicemente l'evento cruento. Leggere invece per diventare consapevoli che è facile, troppo facile fare male. Basta non pensare a quel che si sta facendo, a volte. Fare il male. Caricare anche se solo di un grammo il peso sulle spalle di qualcuno. È questo che dobbiamo temere, che dobbiamo imparare, da Helga, da Gesù, da Maometto....dai ricordi nostri e di altri..........................

Rileggendo questo scritto, che essendo nato come gli altri, di getto, può contenere involontari strafalcioni dati dal fatto che le due dita che uso per battere sulla tastiera non sanno essere veloci quanto il pensiero e in questo inseguimento nascono errori a volte anche divertenti, dicevo, rileggendo, mi sono reso conto che ho consigliato quattro testi che hanno due denominatori comuni.

Primo, il fatto che siano tutti siano editi da Adelphi, non deve asssssolutamente far pensare che io abbia qualche contatto con “loro”. E' un caso, e un caso che deve farci pensare. Come ho più volte ripetuto, secondo me, scegliendo un libro di questa casa editrice abbiamo un buon novanta per cento di probabilità di incappare in qualcosa di saporito. C'è comunque quel dieci per cento che va a toccare tasti che mi danno un fastidio!!! Come se per tutto lo spazio che offre il mio corpo, qualcuno decidesse di dare un colpettino proprio sull'unico sensibilissimo callo, che nella realtà non ho.....

Nessuno è perfetto e, se ricordiamo questa massima elementare e vera, dobbiamo riconoscere che il fatto di pubblicare così tanta “roba” interessante merita comunque, nonostante il mio callettino del dieci per cento, la nostra stima.

Il secondo punto. Premetto che ho citato Boris Pahor, che ho avuto il piacere di conoscere, con l'intenzione di portare certi esempi e gli altri quattro testi che sono appunto della Adelphi, per un'affinità nel modo di arrivare al dunque senza tanti fronzoli. Ho scoperto, appunto rileggendo, che si tratta delle opere di quattro donne. È un caso che va meditato. Quando si ha a che fare con la realtà, loro sono più concrete, più nitide. Levi, con “Se questo è un uomo” e “La tregua”, è grande, ma un po' filosofo... e dopo aver letto i testi di Frank, Hillesum, Rolnikaite e Sereny, ci si renderà conto che mediamente, le donne, se non hanno messo un piedino in quel letamaio che si chiama università, nel ruolo di indocente..., ci si renderà conto dicevo, che le donne, anche quando parlano di grandi principii, di ideali, lo sanno fare in un modo che noi maschietti sentiamo inspiegabilmente, fastidiosamente più concreto. Secondo me è nell'invenzione che l'uomo, che sa vivere con i piedi per terra e la testa fra le nuvole, sa dare il meglio di sé, e con questo non vuol dire che in questo campo sia migliore delle donne. Non c'è gara. Le gare sono stupide, e già solo ricordare la Woolf, la Yourcenar e la Morante, ci basterà per non pensare più ad un primato di fatto inutile. L'uomo che racconta un fatto reale, non riesce a non “piegarlo” ai suoi ideali e all'immagine, ovviamente vera solo nella sua testa, che di sé vuol tramandare. Questo è secondo me un dato di fatto per ora inoppugnabile. Il pane che porta ai figli deve attraversare praterie di simboli e significati e invece per la donna deve fare solo il percorso dal forno a casa. Si badi bene. Queste caratteristiche son valide o sgradevoli a seconda delle situazioni! Abbiamo bisogno sia del pane vero che di quello ideale. Non c'è lotta, non ci deve essere, ma solo coazione verso un senso per la vita, che è secondo me l'estrema forma della bellezza.




lunedì 11 luglio 2011

Leggendo un romanzo di Umberto Eco




Ho iniziato la lettura de “La misteriosa fiamma della regina Loana”.

Sono arrivato solo a pagina trentaquattro. Sa scrivere. Penso si sia compreso da miei accenni scritti precedentemente che non ammiro molto il comportamento di Umberto Eco. L'ho conosciuto. Non ho fatto nulla per approfondire. Troppo narcisismo, troppo masch
Ho iniziato la lettura de “La misteriosa fiamma della regina Loana”.

Sono arrivato solo a pagina trentaquattro. Sa scrivere. Penso si sia compreso da miei accenni scritti precedentemente che non ammiro molto il comportamento di Umberto Eco. L'ho conosciuto. Non ho fatto nulla per approfondire. Troppo narcisismo, troppo mascheramento, troppa finzione. Chissà com'è senza maschera.
Ma quando si chiude in camera e scrive è bravo. E si capisce immediatamente perché il grande pubblico non riesca ad “afferrarlo”. Non è lui ad essere sfuggente, ma il suo mondo.

La fortuna de “Il nome della rosa” nasce su un equivoco. Sembra un giallo. Si tratta invece dell'iniziazione di un'adolescente alla vita. Chi ha un grande maestro, come il protagonista del romanzo, avrà una grande iniziazione, e quel ragazzo ha l'opportunità di comprendere nella finzione letteraria quel che a un essere umano arriva più o meno nel mezzo del cammin di nostra vita.

Un po' come per il film di Pupi Avati “Storia di ragazzi e ragazze” che la critica ha considerato come uno spaccato della vita durante il fascismo e invece è ben altro. Le coppie si formano, ma l'unica persona felice è la donna rimasta vedova da giovane. Tutte le sere saluta il suo uomo là fra le stelle. Per Avati nella vita la felicità non è realizzabile se non in forma di desiderio da proiettare nel futuro. Quando quel futuro si fa presente, rivela solo squallore.



Dopo “Il nome della Rosa” ecco “Il pendolo di Focault”. È il suo primo libro considerato veramente difficile dal pubblico e infatti le vendite calano vertiginosamente. Ho la sensazione che quella cultura universitaria così spinta, sia una maschera. Già il ragazzo del primo romanzo nasce secondo me da qualcosa che nella vita quotidiana di Eco, ha causato uno smacco, un crollo enorme. Oserei dire per lui spaventoso. È la solita questione. La gente, nemmeno gli esperti, non si domandano quale fosse la sofferenza di Picasso che lo ha portato a creare le celebri opere del periodo blu.
Io sento che tutto in Eco è partito da un dolore irrimediabile, davanti al quale si può solo crollare, poi, se se ne esce sani di mente o vivi, impegnarsi a raccogliere i cocci e poi ricostruirsi. Ne “Il pendolo..” il mondo rivela al soccombente che esistono verità superiori alle quali si cede. Ad esse non abbiamo diritto di accedere. Queste verità possono essere anche illusorie o sbagliate. Nulla cambia. Ne siamo esclusi. Esiste quindi una verità. Un qualcosa dal quale Eco sente di essere stato forse definitivamente escluso. Quando si soffre, quella sensazione martoriante ci fa proiettare nell'infinito del tempo futuro con quel qualcosa come una stimmata, un segno irreversibile al quale dobbiamo tener fede che diviene il nostro bagaglio. Terzo romanzo “L'isola del giorno prima”. Qui il gioco si fa chiaro. Una disperata nostalgia. Una struttura colta che nasconde il desiderio di tornare indietro e rivivere certi eventi. Riviverli non ripetendo quei comportamenti che pensiamo ci abbiano gettati, quindi per nostra colpa, nel baratro. Quarto romanzo “Baudolino”. Il capolavoro. Un ragazzino bugiardissimo. Le bugie non sono realtà. Su quella non realtà si basa la memoria del mondo. Solo così, con questa strategia, si annebbia il dolore. Tutto è finto. Non è una catena di senso che fa la vita e nemmeno i singoli fatti che la compongono. Eco riabilita il se stesso de “L'isola del giorno prima” e riconosce che non ha senso rivivere l'evento cruciale poiché la sequenza dei fatti non è coerente e l'insensatezza lo getta, in parte liberato dall'angoscia, nella vastità, nel caos del mondo. É il libro più bello. Il linguaggio si fa semplice, scorre. Si corre sull'onda delle pagine con un piacere che non ci si aspetta se ci si attende da un autore rigorosamente sempre la medesima acqua. E si sorride con intelligenza. Ho anche riso. Un riso dolceamaro perché Baudolino è Eco, autore involontario del suo destino e spettatore incapace di reagire alla sua sofferenza. Ora lo sa che è così e si può solo guardare avanti, sempre più lontano. Un poeta disse “allegria di naufragi”. Ma c' è umorismo, qualcosa che testimonia una digestione del dolore che ci sembra ultimata e la vita che si fa accettabile nella sua frammentarietà così picaresca. Non è incredibile che dopo l'angoscia di “Se questo è un uomo” Levi abbia potuto scrivere “la tregua”? Quel viaggio di ritorno dai campi che brilla, di voglia di vivere e spesso fa sorridere? Ecco. Il passaggio è il medesimo. Di Levi sappiamo.
La tragedia fu personale e epocale nel contempo. Quella di Eco fu individuale? Non ne parla. Mette maschere e recita nella vita come nell'opera, ma per chi si sofferma, per chi non è trascinato dal tempo ma il tempo lo giostra a suo piacere, non sfuggono queste cose e dietro la maschera ecco apparire un volto. Un volto vero, umano. Ha avuto una vita disastrosa. Essere docente, anzi, per l'esattezza indocente è come accettare l'etichetta di laido e provare a conviverci. Ogni mestiere cambia chi lo fa. Rimane attaccata un'atmosfera, a volte anche un odore, che chi li indossa non percepisce. E poi certi modi di fare si fanno carne della loro carne ed è finita. Ricordo in un romanzo, Balzac che ci fa vedere il medico che salutando l'amico generale gli si avvicina più del dovuto e gli sussurra una confidenza. Non lo fa per quel che ha da dire, ma per poter cogliere dall'alito se il suo fegato sta meglio. Ecco quel che si diventa con certi mestieri. Esser docenti in Italia è poi qualcosa di talmente indecente da poter considerare il termine stronzo un sinonimo perfetto....

E ora, dopo molto tempo, non certo per antipatie o scelta, ho preso in mano “La misteriosa fiamma della regina Loana”. Sono a pagina trentaquattro. Ho sospeso la lettura per scrivere queste righe.
Bello. Scritto bene. Eco per ora sembra non intenda più usare il suo sapere universitese. C'è il suo mondo, i libri che ama. Son tanti e quindi i lettori scapperanno di nuovo. È un cioccolatino di Pejrano. Una delizia. Una persona si sveglia dal coma. Ricorda tutto ma non la sua vita, la moglie, i figli, i nipoti. Cita a non finire e fa sorridere.
Ecco un passo. “il libro era “Papà Goriot”. Balzac. Senza aprirlo ho detto: “Papà Goriot si sacrificava per le figlie, una si chiamava Delfina, mi pare, entrano in scena Vautrin alias Collin e l'ambizioso Rastignac, Parigi a noi due. Leggevo molto?”

Si, il personaggio del romanzo leggeva molto e Eco legge molto. Quelle poche righe, per chi non ha letto quel romanzo di Balzac, non son altro che una fila di parole che trattengono un segreto, un significato, la corposità di un piacere provato nella lettura. E quella battuta! “Parigi a noi due!” le parole finali del romanzo e la sfida del provinciale sconvolto dalla realtà immorale della grande capitale!

Chi non sa, chi non ha letto e gustato, ne è escluso. E si perde qualcosa di bello.
Poche pagine prima accade la medesima situazione per un altro libro: cito da Eco: “Il terzo uomo, Harry lime sulla ruota del Prater dice che gli svizzeri hanno inventato gli orologi a cucù...”

Graham Greene. Il romanzo è “I terzo uomo”. La scena sulla ruota è cruciale. Traffico illecito di penicillina in una Wienna distrutta dalla guerra. Anni dopo se ne fece un film. Alcuni soldati americani uscirono dalle sale assai scossi. Dissero che quei traffici ci furono davvero.

Vedete... non si tratta di un piacere puramente culturale del tipo “ lui sa e quando cita se io riconosco tutto il materiale mi sento un fenomeno”. Questo accade, ma non qui. In queste due scene indubbiamente colte accade invece che Eco, con poche magistrali pennellate riporta a galla tutto di quell'opera e se l'hai letta sfiori un mondo. Il fatto che sia condiviso, che lui l'abbia apprezzato e io anche, non guasta, ma non ci si deve fermare qui. È come il pittore che con due pennellate che sembrano tirate a casaccio ci mostra una rosa così come sentiamo che è e deve essere....

E ora veniamo all'idea generale del libro. Un uomo si sveglia. Non ricorda nulla della sua vita personale. Continua il filo degli altri libri? Si è reso conto che Baudolino-Umberto anche nel caos appena definito non riesce a non ricordare? Ecco l'artificio estremo. Il trauma. E il momento nel quale si chiude in camera diviene aria nuova, aria pulita nella quale, scegli cosa ricordare e cosa lasciar andare alla deriva. Posso dire all'uomo Eco, uomo che penso nessuno abbia mai incontrato integralmente negli ultimi vent'anni, dicevo che posso dire all'uomo Eco che quel che ci ha segnato, cambiato e spesso traumatizzato, non possiamo staccarlo da noi. Il corpo dimentica il dolore fisico con sorprendente immediatezza. Ci basta ricordare il mal di denti per sentirne la certezza di questa asserzione. La mente no. Si lega al dolore. Ne esce contorta. Secondo te chi è uscito da un campo di concentramento, tanto per portare un esempio, è in grado di vivere una vita normale. No. Può simulare. La maschera . In un romanzo di Isaac b. Singer, l'ebreo rifugiato a New York dopo aver passato mesi dentro un pagliaio per sfuggire ai nazi in Polonia, giunge a casa dopo una comunissima giornata di lavoro. Chiude la porta a chiave e con altri ordigni. Chiude anche quella del corridoio sempre con la chiave. Chiude quella del bagno e si mette nella vasca con la luce spenta. A questo punto pensa: “se arrivano ho ancora circa cinque minuti. Devono scardinare tre porte e poi capire che sono qui e col fatto che ho spento la luce forse ho guadagnato qualche attimo”.

Penso di avere reso l'idea.....

Se qualcuno non ha capito cos'è accaduto al Baudolino-Eco che tutti pensano di conoscere....che si sprema un po'. In fondo non è difficile.

Io mi inoltro nel suo libro sicuro che passerò dei momenti intensi.


eramento, troppa finzione. Chissà com'è senza maschera.
Ma quando si chiude in camera e scrive è bravo. E si capisce immediatamente perché il grande pubblico non riesca ad “afferrarlo”. Non è lui ad essere sfuggente, ma il suo mondo.

La fortuna de “Il nome della rosa” nasce su un equivoco. Sembra un giallo. Si tratta invece dell'iniziazione di un'adolescente alla vita. Chi ha un grande maestro, come il protagonista del romanzo, avrà una grande iniziazione, e quel ragazzo ha l'opportunità di comprendere nella finzione letteraria quel che a un essere umano arriva più o meno nel mezzo del cammin di nostra vita.

Un po' come per il film di Pupi Avati “Storia di ragazzi e ragazze” che la critica ha considerato come uno spaccato della vita durante il fascismo e invece è ben altro. Le coppie si formano, ma l'unica persona felice è la donna rimasta vedova da giovane. Tutte le sere saluta il suo uomo là fra le stelle. Per Avati nella vita la felicità non è realizzabile se non in forma di desiderio da proiettare nel futuro. Quando quel futuro si fa presente, rivela solo squallore.

Dopo “Il nome della Rosa” ecco “Il pendolo di Focault”. È il suo primo libro considerato veramente difficile dal pubblico e infatti le vendite calano vertiginosamente. Ho la sensazione che quella cultura universitaria così spinta, sia una maschera. Già il ragazzo del primo romanzo nasce secondo me da qualcosa che nella vita quotidiana di Eco, ha causato uno smacco, un crollo enorme. Oserei dire per lui spaventoso. È la solita questione. La gente, nemmeno gli esperti, non si domandano quale fosse la sofferenza di Picasso che lo ha portato a creare le celebri opere del periodo blu.
Io sento che tutto in Eco è partito da un dolore irrimediabile, davanti al quale si può solo crollare, poi, se se ne esce sani di mente o vivi, impegnarsi a raccogliere i cocci e poi ricostruirsi. Ne “Il pendolo..” il mondo rivela al soccombente che esistono verità superiori alle quali si cede. Ad esse non abbiamo diritto di accedere. Queste verità possono essere anche illusorie o sbagliate. Nulla cambia. Ne siamo esclusi. Esiste quindi una verità. Un qualcosa dal quale Eco sente di essere stato forse definitivamente escluso. Quando si soffre, quella sensazione martoriante ci fa proiettare nell'infinito del tempo futuro con quel qualcosa come una stimmata, un segno irreversibile al quale dobbiamo tener fede che diviene il nostro bagaglio. Terzo romanzo “L'isola del giorno prima”. Qui il gioco si fa chiaro. Una disperata nostalgia. Una struttura colta che nasconde il desiderio di tornare indietro e rivivere certi eventi. Riviverli non ripetendo quei comportamenti che pensiamo ci abbiano gettati, quindi per nostra colpa, nel baratro. Quarto romanzo “Baudolino”. Il capolavoro. Un ragazzino bugiardissimo. Le bugie non sono realtà. Su quella non realtà si basa la memoria del mondo. Solo così, con questa strategia, si annebbia il dolore. Tutto è finto. Non è una catena di senso che fa la vita e nemmeno i singoli fatti che la compongono. Eco riabilita il se stesso de “L'isola del giorno prima” e riconosce che non ha senso rivivere l'evento cruciale poiché la sequenza dei fatti non è coerente e l'insensatezza lo getta, in parte liberato dall'angoscia, nella vastità, nel caos del mondo. É il libro più bello. Il linguaggio si fa semplice, scorre. Si corre sull'onda delle pagine con un piacere che non ci si aspetta se ci si attende da un autore rigorosamente sempre la medesima acqua. E si sorride con intelligenza. Ho anche riso. Un riso dolceamaro perché Baudolino è Eco, autore involontario del suo destino e spettatore incapace di reagire alla sua sofferenza. Ora lo sa che è così e si può solo guardare avanti, sempre più lontano. Un poeta disse “allegria di naufragi”. Ma c' è umorismo, qualcosa che testimonia una digestione del dolore che ci sembra ultimata e la vita che si fa accettabile nella sua frammentarietà così picaresca. Non è incredibile che dopo l'angoscia di “Se questo è un uomo” Levi abbia potuto scrivere “la tregua”? Quel viaggio di ritorno dai campi che brilla, di voglia di vivere e spesso fa sorridere? Ecco. Il passaggio è il medesimo. Di Levi sappiamo.
La tragedia fu personale e epocale nel contempo. Quella di Eco fu individuale? Non ne parla. Mette maschere e recita nella vita come nell'opera, ma per chi si sofferma, per chi non è trascinato dal tempo ma il tempo lo giostra a suo piacere, non sfuggono queste cose e dietro la maschera ecco apparire un volto. Un volto vero, umano. Ha avuto una vita disastrosa. Essere docente, anzi, per l'esattezza indocente è come accettare l'etichetta di laido e provare a conviverci. Ogni mestiere cambia chi lo fa. Rimane attaccata un'atmosfera, a volte anche un odore, che chi li indossa non percepisce. E poi certi modi di fare si fanno carne della loro carne ed è finita. Ricordo in un romanzo, Balzac che ci fa vedere il medico che salutando l'amico generale gli si avvicina più del dovuto e gli sussurra una confidenza. Non lo fa per quel che ha da dire, ma per poter cogliere dall'alito se il suo fegato sta meglio. Ecco quel che si diventa con certi mestieri. Esser docenti in Italia è poi qualcosa di talmente indecente da poter considerare il termine stronzo un sinonimo perfetto....

E ora, dopo molto tempo, non certo per antipatie o scelta, ho preso in mano “La misteriosa fiamma della regina Loana”. Sono a pagina trentaquattro. Ho sospeso la lettura per scrivere queste righe.
Bello. Scritto bene. Eco per ora sembra non intenda più usare il suo sapere universitese. C'è il suo mondo, i libri che ama. Son tanti e quindi i lettori scapperanno di nuovo. È un cioccolatino di Pejrano. Una delizia. Una persona si sveglia dal coma. Ricorda tutto ma non la sua vita, la moglie, i figli, i nipoti. Cita a non finire e fa sorridere.
Ecco un passo. “il libro era “Papà Goriot”. Balzac. Senza aprirlo ho detto: “Papà Goriot si sacrificava per le figlie, una si chiamava Delfina, mi pare, entrano in scena Vautrin alias Collin e l'ambizioso Rastignac, Parigi a noi due. Leggevo molto?”

Si, il personaggio del romanzo leggeva molto e Eco legge molto. Quelle poche righe, per chi non ha letto quel romanzo di Balzac, non son altro che una fila di parole che trattengono un segreto, un significato, la corposità di un piacere provato nella lettura. E quella battuta! “Parigi a noi due!” le parole finali del romanzo e la sfida del provinciale sconvolto dalla realtà immorale della grande capitale!

Chi non sa, chi non ha letto e gustato, ne è escluso. E si perde qualcosa di bello.
Poche pagine prima accade la medesima situazione per un altro libro: cito da Eco: “Il terzo uomo, Harry lime sulla ruota del Prater dice che gli svizzeri hanno inventato gli orologi a cucù...”

Graham Greene. Il romanzo è “I terzo uomo”. La scena sulla ruota è cruciale. Traffico illecito di penicillina in una Wienna distrutta dalla guerra. Anni dopo se ne fece un film. Alcuni soldati americani uscirono dalle sale assai scossi. Dissero che quei traffici ci furono davvero.

Vedete... non si tratta di un piacere puramente culturale del tipo “ lui sa e quando cita se io riconosco tutto il materiale mi sento un fenomeno”. Questo accade, ma non qui. In queste due scene indubbiamente colte accade invece che Eco, con poche magistrali pennellate riporta a galla tutto di quell'opera e se l'hai letta sfiori un mondo. Il fatto che sia condiviso, che lui l'abbia apprezzato e io anche, non guasta, ma non ci si deve fermare qui. È come il pittore che con due pennellate che sembrano tirate a casaccio ci mostra una rosa così come sentiamo che è e deve essere....

E ora veniamo all'idea generale del libro. Un uomo si sveglia. Non ricorda nulla della sua vita personale. Continua il filo degli altri libri? Si è reso conto che Baudolino-Umberto anche nel caos appena definito non riesce a non ricordare? Ecco l'artificio estremo. Il trauma. E il momento nel quale si chiude in camera diviene aria nuova, aria pulita nella quale, scegli cosa ricordare e cosa lasciar andare alla deriva. Posso dire all'uomo Eco, uomo che penso nessuno abbia mai incontrato integralmente negli ultimi vent'anni, dicevo che posso dire all'uomo Eco che quel che ci ha segnato, cambiato e spesso traumatizzato, non possiamo staccarlo da noi. Il corpo dimentica il dolore fisico con sorprendente immediatezza. Ci basta ricordare il mal di denti per sentirne la certezza di questa asserzione. La mente no. Si lega al dolore. Ne esce contorta. Secondo te chi è uscito da un campo di concentramento, tanto per portare un esempio, è in grado di vivere una vita normale. No. Può simulare. La maschera . In un romanzo di Isaac b. Singer, l'ebreo rifugiato a New York dopo aver passato mesi dentro un pagliaio per sfuggire ai nazi in Polonia, giunge a casa dopo una comunissima giornata di lavoro. Chiude la porta a chiave e con altri ordigni. Chiude anche quella del corridoio sempre con la chiave. Chiude quella del bagno e si mette nella vasca con la luce spenta. A questo punto pensa: “se arrivano ho ancora circa cinque minuti. Devono scardinare tre porte e poi capire che sono qui e col fatto che ho spento la luce forse ho guadagnato qualche attimo”.

Penso di avere reso l'idea.....

Se qualcuno non ha capito cos'è accaduto al Baudolino-Eco che tutti pensano di conoscere....che si sprema un po'. In fondo non è difficile.

Io mi inoltro nel suo libro sicuro che passerò dei momenti intensi.

leggendo un articolo di Cesare Segre apparso sul Corrriere della Sera del 10 luglio 2011

Oggi, 11 luglio, intendo dire due cosine sull'articolo di Cesare Segre uscito ieri sul Corriere della Sera.

Mi permetto prima una parentesi generale. Un fatterello accadutomi che si riallaccia allo scritto di ieri, riguardante l'articolo di di Stefano.
Giorni fa, avevo notato una pubblicità su un quotidiano. Non ricordo quale. Riguardava la vendita, anzi, la svendita di alcuni libri, mi aveva attirato per la presenza fra essi di “Suite francese” di Irene Nemirovsky, testo che considero un capolavoro. La pubblicità aveva un marchio nero che recava una grande “vu”, iniziale della parola vintage. Mi son detto che l'editoria per l'ennesima volta aveva espresso un po' troppa fretta. La riscoperta della Nemirovsky è fresca di qualche anno e l'importanza della sua opera, notevolissima. Considerarla vintage lo trovavo affrettato, se posto in relazione alla recente riscoperta e sbagliato se posto in relazione alla qualità. La Recherche, non sarà mai vintage, per esempio. Mai un capolavoro lo è. Il capolavoro si situa fuori dal tempo. Il tempo è immobile. Noi ci muoviamo in esso. È a causa del nostro movimento che erroneamente pensiamo che sia il tempo a ...passare. Un po' come quando si credeva che fosse il sole a muoversi e invece siamo noi.... “Suite francese” sarà attuale sempre perché è nel tempo nel modo giusto. Immobile e per questo perennemente raggiungibile. E' la “roba” scadente che si allontana.

Curiosamente noto fra gli altri titoli, “Il cimitero di Praga”. Son sorpreso. Avevo la sensazione che fosse appena uscito. Che mi sia sbagliato? È possibile, son giustamente disattento nei riguardi delle cose che non mi interessano. L'attenzione è scattata perché mi sembra che stia accadendo qualcosa di vistosamente grossolano. Umberto Eco ovviamente non ne ha alcuna colpa. Le “manovre” commerciali l'editoria le fa senza pensare di consultare l'autore e, se ho ragione io, senza il minimo rispetto per i lettori. Mi accorgo di una specie di sottotitolo. Lo trascrivo e qui lo riporto: “I buoni libri migliorano col tempo”. Ora si tratta di valutare da quanto tempo è uscito il libro di Umberto Eco. Faccio una telefonata. A ricerca ultimata mi dicono che è stato pubblicato il 29 ottobre del 2010, son passati circa otto mesi....

Un essere pensante comprende che nonostante lo sforzo promozionale il libro è stato un flop.
L'editoria non si pone il problema. Considera il consumatore tipo come un essere che vive calato solo nel presente e cerca di rifilargli “I misteri di Praga” come robina vintage dando per scontato che sia un long seller.

A forza di considerar deficienti i lettori li perderanno poiché, per quanto sia vero che ci sia una tendenza a vivere solo nel presente, chi sceglie le arti come passione, il passato lo sonda.

Come collegarci all'articolo di di Stefano? Mah. Probabilmente ha quattordici anni e si sta appena aprendo al mondo. Lo si coglie dal fatto che ambisce ad inserire letteratura e poesia nei media. Si sa che i quattordicenni vengono da un'infanzia basata sulla tivù. Premetto che non ho preso alcuna informazione su di Stefano. È vero che dall'articolo, per alcuni aspetti si potrebbe pensare che quattordici anni non li ha ma, si ricordi che spesso i ragazzi giocano ad imitare i grandi.

E se poi fosse veramente una persona adulta? Eventualmente laureata eccetera eccetera? Allora sarebbe una tragedia. Una tragedia per lui. Oppure finge, e mescolato con altre essenze mai troppo dissimili nel metaforico pitale della “cul....tura” italiana, si sente un dio.

Veniamo a Cesare Segre.

L'articolo si intitola “Perché Dante e Rabelais non sono superiori a Manzoni e Kafka”.
Già il titolo....! secondo me non esiste un migliore, ma un gruppo di autori indiscutibilmente eccezionali. Ke Kafka sia per me un punto di riferimento vitale, essenziale, diventa un fattore soggettivo. Non è da meno sentirsi guidati interiormente da Melville o da Fitzgerald.
Non amo le graduatorie. Riguardano il calcio e in proposito ricordo (con indulgenza?) le tirature della poesia in Italia citate da di Stefano che si lamenta della loro esiguità. La tiratura fa il successo economico e basta. Il fatto che un libro di Moccia venda migliaia se non milioni di copie non fa nascere nella mente di nessuno un paragone per esempio fra lui e Kafka....

Ma in questa considerazione Segre non c'entra. Quel che infastidisce di quell' articolo è che manca il destinatario. Non è certo indirizzato al pubblico che compera il quotidiano e se mai esso desiderasse immergercisi, ne scapperebbe subito a a gambe levate...

Motivo principale: il linguaggio. È scritto in “profesorese”. Questa lingua usa un' analisi logica diversa da quella del linguaggio comune. In più non sa resistere all'utilizzo di qualche parolona. Esempi: cronòtopo, perifrasi, epistolografo, stilistica.

Caro Cesare Segre. Stai scrivendo su un QUO TI DIA NO!
“Questa carta igienica, questo water. Capito?”
“ Ora si fare Buana! Si badrone....!”

Sveglia!

Il mondo esiste ed è un pelino diverso da come ve lo immaginate!

E poi una pioggia di nomini: Spitzer, Contini, Bachtim, Rabelais, la Fontaine, Racine, Balzac, Flaubert, Hugo, Céline, Charles-Louis Philippe, Gadda, Dante, Pulci, Folengo, Swift, Petrarca, Ariosto, Leopardi, Manzoni, Kafka. Ventuno autori citati..... una follia. E le sembra possibile che uno che non sia un addetto ai lavori ci si raccapezzi? Io ho tre lauree e non mi ci perdo, ma trovo odioso agire così. Se volete conquistare uno spazietto nei quotidiani non sarebbe forse il caso di venire incontro a quel pubblico del quale lamentate l'assenza? È ovvio che scappa. Scappo anch'io..... in farmacia a curare una lieve orchite stile anguria.

Ebbri di se stessi. Comunicare dalla torre d'avorio ad una piazza vuota.

Bravo!

E frasi come “incidere sull'istituzione linguistica”, “problema delle linee (monolingue e plurilingue) della narrativa europea”, “nell'alternanza efficace di prosaicità e liricità con tutto un gioco di “sordina”, per esempio disindividualizzando il personaggio con l'uso dell'articolo indefinito o con la perifrasi....” mi fermo. Torno in farmacia....

Mah! Una curiosità: se lei mangia come scrive......

E poi. La lingua e le sue regole è lo strumento che supporta il significato di un'opera. Se lei continua, e non solo lei, a dare importanza solo al linguaggio e non a quel che l'artista ha da dire, mi sembra di poterla paragonare ad un commensale che non vuole mangiare l'arrosto, ma leccare gli schizzi della teglia dentro al forno, che il forno è lo strumento e di quello si accontenta.

Vede. Le porto l'esempio dell'opera do Picasso. Il periodo blu esprime un immenso dolore. Esiste anche un solo critico che si sia domandato di quale dolore si trattasse? Avesse cercato di capire l'uomo Picasso? No. Nessuno. E pensi, che scoprendo questo motivo si comprende perché, una volta terminato il periodo blu si sia dato quasi solo ed esclusivamente a virtuosismi tecnici......

Fitzgerald scrisse nei suoi taccuini una frasettina che lei eviterà senz'altro come la peste, e invece io l' ho trascritta a caratteri cubitali nel mio studio, e amo ripeterla ogni mattina per evitare il rischio di uscir dal seminato: “NON SI SCRIVE PER DIRE QUALCOSA. LO SI FA SOLO SE SI HA QUALCOSA DA DIRE”.

E allora.... cosa deduco dal suo articolo?
Ammetto di avere sentito già il suo nome ma non ho bisogno di fare ricerche per venire a sapere che lei è un indocente specializzato a spaccare il capello in quattro e che sta decidendo se è nato prima l'uovo o la gallina.


Domandina. Perché la gente come lei esiste?

domenica 10 luglio 2011

leggendo un articolo di Paolo di Stefano apparso sul Corriere della sera il 10-luglio 2011

Domenica 10 luglio mattina.

Sono a Milano. Mentre bevo un buon caffè leggo il “corriere della sera” (minuscolo voluto) e rimango tristemente incantato da due articoli: uno di Paolo di Stefano e l'altro di Cesare Segre.
Il secondo non lo liquido certo in due parole, ma per ora lo rimando. Faccio solo notare che ci si trova davanti ad un linguaggio che nulla ha a che fare con la vita. Parole che servono solo per il suo settore, la critica, che non ha ancora compreso di non avere asssssssolutamente nulla a che fare con arte, letteratura grande musica eccetera....

Affronterò il testo di Segre in un secondo momento.

L'articolo di Paolo di Stefano si intitola: “Il paradosso dei poeti. Migliori dei narratori, ma ormai invisibili”.

Ho tardato fino al pomeriggio. Ero indeciso se scrivere, rispondere. Di Stefano è sicuro, convinto di quel che dice. La venatura del dubbio che renderebbe così sensato il suo articolo, manca.

E cosa dire a chi è cosi certo? La grande malata sembra essere la poesia, che per me non è malata affatto. Diciamo che fino a poco tempo fa, il poeta era un essere noto per una serie di motivi che quel termine racchiudeva e sembra difficile, per non dire “issimo”, definirlo oggi. E cosi, si danno colpe in giro. I mass media sono al primo posto, ma....

Primo problema della nostra epoca. La definizione di potere. Prego di avere un po' di pazienza, è vero che “la prendo un po' larga” ma …..

Attualmente si tende a ritenere che il denaro sia l'aspetto concreto del potere. Niente di più sbagliato. Boris Eltsin, che di potere s'intendeva, si recò con la scorta ad una salsicciata popolare, si mise in fila, prese la sua parte di “pappa” e, volendosi comportare da “persona comune” senza però saperne nulla, quando gli chiesero di pagare, si rivolse a una delle sue guardie e chiese di dargli una cartamoneta. Lo zar Boris, così lo chiamavano, guardò ben bene quella roba e poi esclamò: “questi dunque sono i rubli! Belli!”: non son chiacchiere da barbiere....

Chi ha il potere sa dove trovare i soldi e può, paradossalmente per il popolino, farne a meno per periodi lunghissimi. A cosa servono i soldi? Detto in parole povere, a comperare oggetti. Col potere gli oggetti li prendi direttamente, senza l'intermediazione del denaro.

Quella definizione sappiamo però che appartiene ad un mondo perfetto. Col denaro invece, si comprano non solo gli oggetti, ma anche le persone. Per tornare al mondo perfetto, ma questa volta solo nella testa dell'uomo di potere, possiamo dire che per lui gli esseri umani, e per estensione i viventi sono, quando lo ritiene necessario, oggetti.

Questa manfrina apparteneva all'epoca nella quale la nobiltà, grande piramide con a capo un re, deteneva appunto il potere. Moralizzarla era impossibile. Ci pensò la religione sputtanandosi non poco.Disse “Il potere ve lo da Dio!”. E ora che Dio è tornato a preoccuparsi delle anime? Ecco che il potere si è perso. Il borghese, col suo mito del guadagno, non può permettersi di essere troppo fine e si accontenta di macchine grosse, qualche donna comprata da ostentare e oggetti oggetti e oggetti. Il potere esiste però ugualmente.... esso, non riferendosi però più ad un sistema di valori codificato, fa battaglia senza quartiere. Ognuno ha le sue regole e decide un mondo nel quale spendersi.

Veniamo ora al settore letteratura.
Parlerò anche di esperienze personali, ma non farò nomi.

Esame di maturità. Ho preparato in accordo con la prof d'italiano una tesina su Marquez. Dodici libri letti e non solo. Alla prova orale finale, la prof incaricata di interrogarmi ironizza sulla mia scelta. Non accetto passivamente e le chiedo davanti alla commissione, cosa trova di sgradevole nella mia scelta. Mi dice che secondo lei ho portato un autore fuori programma nella speranza che la incanti e che chieda solo quello. La invito ad interrogarmi su quello che vuole. Lo fa e le cose le so. Ne è infastidita. Le faccio presente che la scelta dell'autore l'avevo concordato con la prof dell'anno. Mi chiede di motivare la mia scelta. Faccio presente che Marquez è argentino e che quasi un quinto della popolazione di quello stato è di origine italiana e quindi secondo me Marquez è un po' italiano. Mi rendo conto che gradisce la risposta. Mi fa presente che comunque anche in Italia avrei trovato molti autori validi senza, “pescare” in un certo senso, in una colonia. Le faccio presente che Marquez non è argentino ma colombiano e che, avendo vinto da poco il Nobel (non ho più vent'anni da qualche mese...) potevo sperare che una prof di lettere ne avesse almeno una “spolveratina”.... in poche parole la svergognai, perché avevo intuito che la sua ironia era la maschera dell'ignoranza.

So che questo fatterello da solo non basta per spiegare “un mondo” e infatti vi costringerò a sorbirne vari anche non personali....ma indirettamente da me vissuti.

Sempre di quel periodo delle superiori ricordo la prof d'italiano che disse a lezione che il fra Cristoforo de “I promessi sposi”, era populista. Mi permisi di contrastare e mi si fece notare che lo aveva scritto Carlo Salinari. Un luminare, mi disse, e mi mostrò un suo scritto sull'argomento. Non ero per nulla convinto. Quell'uomo poteva averlo detto, ma mai ho creduto per autorità e la lettura del romanzo mi dava ben altre sensazioni. Qualche anno dopo trascorro un mese a Fano. Mi capita, frequentando una libreria in centro, di conoscere alcune persone colte che li amavano incontrarsi. Ero l'unico giovane e mi presero a benvolere. Quando raccontai il fatto di fra Cristoforo mi fecero presente che Carlo Salinari, in un certo periodo della sua vita si vide costretto ad assecondare delle direttive che appena poté, non esitò a disconoscere. La cara scritta che tanti, troppo italiani, metterebbero sulla bandiera.... tengo famiglia. Io non ho famiglia. Non ho nulla, quindi non perderò nulla nello scrivere queste cose e a voi se infastidiscono, basterà ignorarle ma sarete anche consapevolmente distanti dalla realtà.... per scelta...e di conseguenza non disposti ad ammettere che parlate per nascondere.

Qualche tempo dopo (poco), mi ritrovo finalista ad un premio letterario. Situazione apparentemente simpatica. Una giuria di quattro tecnici ha scelto quattro testi. Una giuria popolare composta da cento studenti delle superiori, sceglierà fra questi, colui che riterrà il migliore (odio la parola vincitore...). Sono finalista. Parto in treno per questa antica città del centro Italia. Quando giungo alla meta, non ricordando se porta fortuna scendere prima col piede destro o il sinistro, salto a occhi chiusi e piedi pari e centro una merda colossale. Calzini da buttare nei bagni della stazione e scarpe salvate con acqua e chilometri di carta igienica, ma la sensazione che accadrà qualcosa di buono. Si tenga conto che non sono asssssolutamente superstizioso e quel che accadde mi confermò che era il caso di non esserlo. Mi accorsi con stupore che alcuni di questi cento “giuristi” mi avevano aspettato in albergo. Chiacchierarono con me e qualche fanciulla mi chiese, per la prima volta nella vita, l'autografo. Questo non accadde agli altri tre finalisti. Al premio letterario era annesso un piccolo convegno sulla poesia gestito dai quattro tecnici che avevano selezionato i finalisti. Erano “indocenti“ universitari. Dopo aver fatto le loro prolusioni, davanti ad un folto uditorio di giovani, chiesero a noi quattro finalisti di dire la nostra. Gli altri tre si rifiutarono, chi per timidezza chi perché si trovava disagio nell'intervenire “a braccio”. Io, che “purtroppo” non ho mai temuto il pubblico e non ho problemi a parlare a ruota libera, mi avviai al pulpito. Gli interventi dei quattro indocenti erano stati dei lamenti sulla situazione della poesia. Morale: gli italiani non leggono e sono degli ignorantoni.
La forza dei miei vent'anni non mi aveva ancora fatto comprendere che la verità non la si può dire e fu uno spasso... feci presente che “se ci fossero dei poeti decenti gli italiani li leggerebbero. In Italia è mancato un Lorca, un Neruda, un Mandel'stam per esempio. E poi l'ambiente è ridicolmente chiuso. Non conta scrivere bene. Sei io do un premio a te, tu poi lo dai a me, e la ristretta cerchia coinvolge solo chi ha.....una fetta di potere (ma guarda un po' che bella parolina!) da dare in cambio.....
I quattro esplosero. Mi infamarono. Dissero che ero solo un povero diplomato che si era montato la testa. Reagii dicendo che dovevano prendere atto che la poesia italiana fa schifo. I loro insulti mi avevano fatto arrabbiare. Potevo anche sbagliare, ma parlavo col cuore e loro lo sapevano. Quel che non sapevo io è che dicendo così annullavo ogni valore del loro sistema clientelare. Loro erano tanti, maturi e grossi. Io ero semplicemente solo. Me ne uscìì dalla sala con l'ira negli occhi. Avevo fatto presente che qui non si sapeva bene chi decidesse se un poeta, e per esteso un artista, fosse valido. Il pubblico era eliminato da qualsiasi stima e invece secondo me una buona parte di esso, non è stupida e non ci sta ad esserlo. Era evidente che un ambiente ristretto imponeva dall'alto, con motivazioni in professorese, delle sentenze di valore che quella parte del pubblico interessato non sentiva, e quindi, quatto quatto questo si allontanava rifugiandosi, com'è ovvio nei classici, perché chi ama l'arte e la letteratura, non può, non sa, non vuole farne a meno. Passeggiai per la città odiata dal conte Ugolino con alcune persone dell'organizzazione che cercavano di convincermi a non dare peso alle parole offensive elargite dai quattro santoni. Andai in camera per cambiarmi e ad aspettarmi di giovani ce n'erano ora molti. Volevano dialogare, condividevano. Si sentivano gioiosamente e finalmente liberi di dire per esempio “anche a me questo autore non piace, si capisce lontano un chilometro che è imposto da un partito”. Salii in camera, mi cambiai e poi, con questa compagnia, mi avviai verso un edificio antico, salii uno scalone notevole e mi trovai in una sala tutta affrescata. Era la cena di gala. La mattina seguente ci sarebbe stato lo spoglio delle schede e la premiazione. Era il penultimo atto. Mi sedetti al posto indicato e attesi senza guardare nessuno. Mi sentivo in territorio nemico. I “santoni”, come si addice alle nobildonne senza più risorse, arrivarono mentre iniziava il secondo. Inveirono e dissero che si sarebbero seduti solo se io me ne fossi andato. Me ne andai. Una situazione assurda. La mattina dopo, spoglio delle schede. Ebbi settantatré voti su cento e ricevetti il premio dalle mani del “santone” più truce che si metamorfosò, davanti all'esito della votazione, in un vaso di miele. Ero sconvolto, sconcertato e per niente appagato. Questo personaggio mi diede il numero di telefono, disse che mi stimava e che avrebbe voluto conoscermi meglio. In effetti, qualche tempo dopo, mi invitò nella città dove fa l'indocente. Arrivai, perché a vent'anni, nel dubbio si agisce, attualmente per meno di nulla mando a quel paese con biglietto di sola andata. Mi ricevette in casa e mentre si dialogava in salotto una studentessa passò due o tre volte mezza nuda e poi, quando fu pronta andò via. Rimanemmo lui e io. Passeggiata per la cittadina e pranzo insieme. Un massacro. Non ci capii niente. Pianse come un vitello perché la moglie lo aveva lasciato e nel frattempo mi consigliò di fare carriera universitaria perché: “io, che ho ormai una certa età e sono pure brutto, ti garantisco che me ne scopo almeno due all'anno...” Lo rividi per caso un'altra volta. Roba di due parole. Ora lavorava pure per una delle più rinomate (una volta) case editrici italiane. Qualche anno fa vidi il suo faccione in una foto enorme sul giornale. L'articolo raccontava che il poeta tal dei tali avrebbe partecipato quella sera al festival della letteratura di Mantova......

Non ho finito. Intanto che ci sono oltre a rimescolare il pitale lo rovescio tutto.

Veniamo qualcosa di meno personale.
Nell'articolo si dice: “Un tempo i poeti erano funzionari o consulenti editoriali di riferimento “Sereni, Bertolucci, Fortini, Porta, Sanguineti, Raboni.”. In un altro passo dice: ”e vale la pena di aggiungere che Mondadori, Einaudi, Garzanti, Feltrinelli, Guanda Scheiwiller stampavano raccolte poetiche in collane ad hoc a ritmi tutt'altro che laschi e con risultati non trascurabili.”

Lego queste poche righe a Roberto Sanesi1 che fu un amico col quale, a casa sua, o al Giamaika ci si trovava spesso a dialogare. Mi disse che Guanda si basava su quote che i soci pagavano. Ogni anno una commissione ristretta sceglieva i libri da pubblicare utilizzando i fondi accumulati dalle quote associative. Roberto si tolse e non solo lui. Mi raccontò che chiese come mai si pubblicavano “sempre gli stessi” e quali erano i criteri. Gli rispose, un certo Giovanni Raboni, che le scelte erano collegiali della commissione. Anche un certo Cucchi era della partita e una tipa vestita di nero un po' (un bel po' ) vistosetta che risultava essere la moglie di Raboni. Quest'ultimo lo conobbi. Ci incontrammo per caso in Brera. Ero con Vittoria Palazzo, poetessa milanese scomparsa di recente. Lui non mi piacque e Vittoria mi disse che era un potente e particolarmente immanicato dentro una certa casa editrice (ma che bella parolina che ritorna....ma stavamo parlando di poesia o appunto di....potere?).

A questo punto, signor Paolo di Stefano, le dico come si usa a Roma: o ci sei o ci fai.

Ho la sensazione che lei queste cose le sappia, ….e come non saperle se si mette il naso fuori di casa e si cerca di fare qualcosa in un ambiente che, finché ci è ignoto, può attirarci? Io il naso l'ho messo fuori, me lo sono scottato e son tornato a casa. Non le dice nulla il fatto che Kafka, nonostante un editore che lo corteggiasse e amici che lo stimavano tantissimo, decidesse di ritirarsi a Zurau e anche il caro amico Max Brod, per un lasso di tempo di circa un anno, sia riuscito a vederlo solo una volta?....e che l'editore, Kurt wolff, alla sua sollecitazione di mandare qualsiasi cosa che sarebbe stata seduta stante pubblicata, nemmeno rispose?

Gli ideali Paolo di Stefano, gli ideali.
La sete di purezza, il non voler ottenere sporcandosi le mani dell'anima.

È una questione di potere e io lo temo in tutte le sue forme. Se fossi un capocameriere sarei a disagio, preferirei essere cameriere proprio per non ritrovarmi, volontariamente o involontariamente ad esercitare una qualsiasi forma di limitazione sulla libertà di pensare e agire altrui.

…..e lei?

Raccontando in quell'articolo non la storia della crisi della poesia, ma una sua finzione fatta di luoghi comuni cosa ottiene?....penso di saperlo e non ho motivo di considerarla diversamente perchè altrimenti non avrebbe potuto dire certe cose.

Per esempio, ma cosa diavolo c' entrano Raboni e Sangiuneti con la poesia? E si offendono molto quelli del suo mondo se anche l'altro elenchino che ha sciorinato e qui ho riportato, per me rappresenta una schiera di mediocri? Quando iniziamo a fare sul serio?

Il suo articolo è un cimitero di segni rossi.

Lei cita Fernanda Pivano. La conobbi personalmente. Sembra che un certo Gianni d' Elia ricorderebbe come “un equivoco clamoroso” quello della Pivano che dichiarò Fabrizio de Andrè “il miglior poeta contemporaneo.” Bene, dica al signor d'Elia che non legga più l'Iliade, le saghe, i provenzali eccetera. Era roba cantata. La poesia è un'altra cosa. Ma lei sa trovare saggezza solo in cialtronate? Anni fa asserivo che de Andrè meritava di essere candidato al Nobel, mi risero dietro. Ora altri candidano un Dylan che di de Andrè vale molto meno.

Precisiamo che il Nobel non è più quello di una volta. Pamouk per esempio, lo meritava per la pace e anche il cinesino di Francia che lo ha vinto. Richiedono un impegno diretto nel sociale e secondo me saper scrivere non è necessariamente legato a questo. Comunque sia, valeva sicuramente più de Andrè di qualsiasi altro. E sa chi gli si avvicina? Nell'ordine Tonino Guerra e poi Roberto Vecchioni. Se non le va bene non mi preoccupo, mi farò come al solito una sporta di affari miei, ma dovete smetterla di incensarvi addosso fra di voi e negare un certo ruolo a chi vale solo perché vi mette in ombra. Fare le categorie, definirle rigorosamente e pure credere alla loro realtà, è la prova più evidente che la categoria dei finti poeti e degli altrettanto finti letterati, ha bisogno di dire delle balle per salvare la faccia.

Le dono una notiziola che la sconvolgerà! Un certo Arsenij Tarkovsky, racconta nel libretto “Costantinopoli” che verso i primi del novecento nella parte nord del mar Nero lui incontrava i poeti cantori. Erano ciechi. Uno era famosissimo. Si riteneva che chi nasceva non vedente o lo diventava, avesse il compito di farsi poeta. Per lei e d'Elia cretinate. E ci si mette pure a fare il cretino un certo Primo Levi. Ne “La tregua”, racconta qualcosa di simile che vide nel suo viaggio di ritorno dal campo di concentramento in un giorno di mercato. Se non ricordo male la zona era chilometro più chilometro meno, quella indicata da Arsenij Tarkovsky.

E se mandassimo d'Elia a zappare la terra? Penso che per lui sarebbe un'esperienza importante. Vede, esiste una differenza enorme, abissale fra gli intellettuali e gli artisti. Questi ultimi usano cervello e cuore, una somma che io considero in senso laico, l'anima. Gli intellettuali si sbizzarriscono con il pensiero. Il problema sta nel fatto che quest'ultimo, il pensiero, si comporta come i bicchieri di vino. Se si esagera ci si ubriaca e gli intellettuali italiani son secondo me degli “alcolizzati”annosi. Capita anche la personcina che non è abituata a pensare e, come chi non bevendo mai, con una birra media in corpo si potrebbe piantare contro un platano in macchina e, dicevo, quando ci prova, non sapendo usare la testa dice corbellerie stratosferiche, tipo Emilio Fede per intenderci.

Robina non rara. Di solito i giornalisti, che causa una tessera d'iscrizione all'albo si sentono Pico de Paperis anche su quel che son certissimi di non conoscere....

Mi sorge un dubbio.... è giornalista lei?
No. non mi risponda in fondo non me ne frega niente.

Proponevo per il signor d'Elia zappare la terra ma non è stagione. Ora si raccolgon pesche e pomodori. L'importante in questo consiglio è viversi un po' di fatica, sbatter il grugno eventualmente inciampando in un rastrello, arrivare a sera col corpo spossato ma sereno come racconta un certo Tolstoj che le piacerà perché non cantava, nella sua “Anna Karennina”. In parole povere, vi siete persi la realtà. Perché, se per caso l'avete dimenticato, sappiate che è da essa che parte tutto. Si, ogni cinque anni, uno di sana fatica. Anche operaio va bene, e tornare in una casa dove si dialoga e non si ha sempre ragione....

Torniamo a Fernanda. Al tempo che viveva in via Senato si dialogò di tante cose. Io attendevo che si arrivasse ad un certo argomento, ma non accadde fin quando non gliela portai esplicitamente io. Non ne potevo più dei “suoi americani” e ne parlava sempre. Le chiesi a cosa doveva l'onore di aver tradotto Hemingway in un'epoca nella quale c'erano personaggi ben più quotati di lei per farlo. Glissò. Ora il traduttore a fatica è citato nel testo e tranne casi rarissimi2 non ha alcun ruolo nella presentazione dell'opera. Quando le dissi che secondo me glielo aveva offerto su un piatto d'argento un certo Pavese che era il migliore e quindi ovviamente il prescelto, ha sgranato tanto d'occhi e ha ammesso. Non amava parlare di quegli anni. Cercò di cambiare argomento e la buttò su Don de Lillo. Si ricordi una cosa che mi disse al telefono: era al ristorante dell'Acquarium di Genova, con amiche. Pochi tavoli più in là sedeva Sotsass dal quale aveva divorziato da poco. Lui la ignorò totalmente. A me lo raccontò al telefono. Intendevo avvisarla che passavo da Milano e se stava bene sarei andato a farle un saluto. Continuava a ripetere “cosa, cosa ho sbagliato!” si aprì un po'. Mi disse quel che pensava di se stessa. E ora so che quel colpo di pistola che portò via all'Italia uno dei suoi talenti più sinceri, uccise quasi completamente anche lei. Vivere dopo, da morti, non è vita.... ma a lei della vita ben poco interessa. Categorie, schemi....
A Milano non ebbi il coraggio di passare da lei. Le mandai una rosa con un biglietto. “due rose. Fatevi compagnia”.

Di tante che disse che potevano essere un po' circensi, ad esempio che se gli americani avessero letto un libro di de Lillo non avrebbero più fatto la guerra, quella di de Andrè era vera. Ne era abbagliata, commossa. E non può essere diversamente. Nella terra dove il “si sòna”, esistono poeti e scrittori, ma non è la gente come lei a capirci qualcosa.

Vogliamo arricchire il menu di schifezzuole? Eccone una carina su Umberto Eco.

Al centro di studi umanistici (minuscolo voluto), il filosofo Paolo Rossi deve tenere tre lezioni. Una alla settimana. Amo i suoi libri e mi presento con un discreto anticipo per poter occupare i posti in prima fila. Seduto nella sala che fa da anticamera a quella pronta per la conferenza, vedo arrivare Paolo Rossi (che non conoscevo ancora personalmente). Va dritto all'ufficio di Eco e lascia la porta aperta. Vedo che si danno la mano e scambiano due chiacchiere. Paolo Rossi esce, si fa aprire l'aula e io sono il primo a sedermi. Dopo circa un'ora di prolusione, aula colma, si sente bussare. E' Umberto Eco. Guarda Paolo Rossi come se fosse la mamma che rivedi quando torni dalla guerra, corre ad abbracciarlo e si srotola un dialogo che mi lascia stupefatto. Quelli che mi siedono vicino sentono che dico non troppo piano “che ridicolo” e spiego loro che un'ora fa si son salutati nell'ufficio e che quel siparietto è finto, fintissimo, recitato per noi. I due colossi della cultura che si lisciano. Dialoghi alti. E noi siam comuni mortali.... ma è scena. Mi vien in mente una incisione di Goya (non cantava...) che rappresenta un momento di fine processione. Il santo non è tenuto dritto, ma steso e si vede che sotto l'abito c'è una armatura di legno....

Lei dice anche, in quel famigerato articolo: “Ma il sistema della comunicazione letteraria ha ridotto la poesia a Cenerentola. Quando mai capita di vedere un poeta in televisione?”

Figo. Un bel luogo comune al sapor di aria fritta. La potrebbe invitare la de Filippi, ma lei è ambizioso. Cita Fazio piangendo come un vitello perché non ha mai chiamato poeti. Ma ha capito cos'è la televisione? Io che lo so bene avendoci pure lavoricchiato, da quindici anni l' ho esiliata da casa mia. E le sembra che il poeta vero, il vero scrittore, voglia andare a fare il tacchino, il galletto amburghese, il pavone in tivù. Se è serio la evita come la peste. Essa può solo incrementare le vendite e quegli acquirenti raramente son lettori.

Esiste un pubblico per letteratura, arte e poesia, ma dovete affrontarlo senza puzza sotto il naso. Come si spiega che Tonino Guerra fa circa un incontro alla settimana nella sua fondazione e di solito trabocca di gente? Saranno tutti scemi se ascoltano lui e non ne vogliono sapere di Sanguineti? La gente c'è e va rispettata e la dimensione di scrittori e poeti è l' incontro con il pubblico e non la freddezza della tivù. Quella gente, quella che crede nelle arti, si muove, vuol far domande e ascoltare. Vuole amare. E cerca tanta purezza.

Io non sono poeta e nemmeno scrittore. Son etichette che mi sembrano ridicole. Son gli altri a dire chi ricopre questi ruoli e se l'università e un tempo i partiti volevano decidere chi erano per poi farli parlare a loro uso e consumo, ora son le case editrici che pensano di poter decidere chi vale. Ma l'anima, quella parte di noi che è colpita dall'arte, voi avete dimenticato che è composta di pensiero e di cuore. Il pensiero da solo non basta.

Una delle migliori scrittrici italiane è Paola Capriolo. Perché è quasi invisibile e difficile da trovare? Mah! Sarà un po' snob. Le sguinzagliate di partito tipo la Maraini, a momenti le trovate anche sotto il letto.... chissà! mistero della vita....

E quel che dice della Merini! Per dimostrarle che non dico fandonie eccole il numero di telefono. Renderlo noto ora la danneggia ben poco....02 58104755.

Lei dice che “La poesia, nel senso di parola poetica, conta molto meno di una biografia ritenuta interessante”. Fa presente che si tratta dell'ultimo poeta che ha avuto un successo di massa.
Lei lo sa che era era costruito intorno a lei? Non ne trasse giovamento. E forse lei non sa nemmeno perché Alda finì in manicomio. Si sa che fu a causa di un certificato che il marito richiese al medico curante, allora bastava questo, ma, lo sa perché il marito volle liberarsi di lei? Ho scritto altrove, di casa sua sui navigli e ricordo che quando, l'ultima volta le dissi “ciao, ora vado”. Mi disse quasi implorando, erano i primi di dicembre, “vieni a trovarmi per natale?” aveva un vuoto dentro che faceva tenerezza ed era uscita dai binari della vita. Così scardinata ne han fatto uno zimbello. Anche a me la sua poesia non diceva niente, ma la gente l'ha amata perché per quanto in modo patetico e un po' ridicolo, era vera, lusso che voi non sapete permettervi. Bella la canzone di Vecchioni per Alda. Vera. Ma a lei e d' Elia le cantatine, Omero, provenzali, de Andrè, van di traverso. È un'altra categoria.

Chissà che per voi non sian versi decenti e all'avanguardia quelli della manifestazione Rutto Libero che si svolge ogni estate in Romagna. Ah le avanguardie.....forse li si sentirà a casa.