venerdì 6 maggio 2011

Tonino Guerra

Il rapporto non è iniziato con l'uomo, ma con le sue opere. Anni fa andai a teatro per sentirlo. A fine serata si andò nella hall e ci mostrarono un tavolo pieno di libri. Lui disse che si trattava di tutto quel che aveva pubblicato. Notai che ne mancava uno e glielo dissi. Ammise che di quel libro, mi sembra pubblicato nel 1956, non ne aveva più nemmeno una copia. Gli risposi che glielo potevo mandare in fotocopia poiché l'avevo preso in prestito da una biblioteca di Pisa. Consegnai tempo dopo il plico a dei galleristi suoi amici. Da allora passarono tanti anni prima di un altro incontro quasi casuale. Era il suo compleanno. C'era anche Mastroianni. A Tonino non parlai. C'era tanta gente. Ma non fu solo questo, in fondo, a bloccarmi. Cosa avevo da dirgli? Che è bravo? Ma quello glielo dicevano e glielo dicono in tanti e la mia voce, che per lui era quella di un perfetto estraneo, non avrebbe avuto alcun senso se non di quello di essere una gocci in più nel mare.
Passano gli anni. Cresco, studio molto e vivo. Arriva il giorno che scopro che Tonino Guerra tiene un corso di sceneggiatura nella sua Pennabilli, un antico paesino di collina, nascosto dietro Rimini, che di recente dalle Marche è passato alla Romagna. Mi iscrissi e così per qualche mese ci vedemmo tutti i giorni.

Prima di descrivere come si svolsero i fatti al corso di sceneggiatura, tento di raccontare quale importanza ebbe per me la sua opera. La spiegazione migliore la si può cogliere in un racconto che scrissi verso i vent'anni. La trama è la seguente. Un ragazzo è in tutto e per tutto come gli altri. A sedici anni però, se ricordo bene, inizia a crescere un po' troppo è dopo qualche tempo è alto tre piani. All'inizio è solo grande, poi diventa molto grande e poi grandissimo, fino ad essere percepito come diverso e escluso dalla comunità umana. Egli viene a sapere comunque che non è il solo gigante al mondo. Ce n'è uno a Santarcangelo e un altro a Buenos Aires. Si trattava di Tonino Guerra, (all'epoca non sapevo che abitasse a Pennabilli), e Jorge Louis Borges. Il caso mi ha concesso la fortuna di conoscerli entrambi. (Con Borges ebbi un breve incontro a Ginevra. Lo vidi che era ormai molto malato ma mi diede molto ugualmente).
L'idea del racconto non voleva mettere nero su bianco una smisurata stima di me stesso che non aveva senso a vent'anni, non ha senso mai e non ho nemmeno oggi. Era la diversità la chiave. La loro di Tonino e Borges, e la mia e si esplicava nell'essere VERAMENTE artisti o sentirsi tali. Vivere e pensare. Non semplicemente lasciarsi vivere. Questo, “sentivo” come conferma in loro e come fioritura in me. Mi univa a loro, non certo il fatto che mi considerassi alla loro altezza, e di entrambi mi consideravo e mi considero tuttora, allievo.
Ero perfettamente consapevole del loro livello e non mi permettevo minimamente paragoni fra me e loro. Sentivo comunque che io, nel mio piccolo, avevo intrapreso la loro strada e, se mi sentivo ben indirizzato, ben guidato, era anche e sopratutto merito loro e di Kafka, Bulgakov, Fitzgerald, Schumann, Schubert, de Andrè ecc.

Si possono trovare influenze di Tonino in vari miei scritti. Se non è facile coglierli in chi legge le mie cose, è comunque semplice e per nulla gravoso per me ammetterlo e indicarne alcune.
Il caso più evidente è nell racconto “Ciliegi in fiore”. Avevo saputo che Santarcangelo, sua città natale, gli aveva chiesto un'idea per la piazza principale che è anche quella dove si svolge il mercato. Lui consigliò di far mettere un ciliegio. Seppi che sindaco, assessorucoli e piccoli politicanti del luogo sbeffeggiarono l'idea che a me parve stupenda. L'idea consisteva nel mettere bene in evidenza, in uno spazio vuoto di sapore per me metafisico come appunto sento io una piazza, non la solita statua che, con la sua immobilità diviene ben presto invisibile perché inglobata fra le tante abitudini visive, ma un monumento vivente, che cambia, attirando quindi gli occhi, e inneggia alle quattro stagioni che si sarebbero mostrate in forma di petali bianchi, rosse ciliegie, caduta delle foglie e rami spogli. Stupendo. (Mi è venuto il sospetto che fra i suoi antenati ci fosse qualche giapponese. Non risulta ma si sa che le corna (scusa Tonino) fanno miracoli e spesso le sue idee hanno una delicatezza degna di Tanizaki). L'albero fu messo ma campò poco. Era “in mezzo”. Lo fecero morire e ci fu posto per un mercante in più. Questa idea del ciliegio nel centro della piazza mi ha “perseguitato” per anni finché è diventata strutturalmente importante in quel racconto che appunto si intitola “ciliegi in fiore”.
Ricordo nei suoi libri edifici diroccati e ormai senza tetto con alberi che ci nascono dentro e fioriscono.
Queste immagini si rinforzarono in me causa un evento particolare. Il paesino d'origine del mio secondo padre, fu scotennato da un'alluvione del fiume Avisio, in Trentino. Di fatto era ancora abitabile, ma per evitare altre visite di masse d'acqua, fu abbandonato e tutti si costruirono case più su, nel fianco della montagna. L'Avisio scorreva attaccato al villaggio che era posto nel fondovalle. Si sapeva che sarebbe riaccaduto. Mi capitò di cercare quel posto abbandonato e, nella minuscola chiesetta con la porta distrutta dal tempo, vidi degli arbusti, che sarebbero diventati alberi, crescere tranquilli dal pavimento. Anche in altri ruderi si vedevano situazioni simili, con noccioli e altre piante con non saprei nominare che conquistavano spazi sbucando da finestre o tetti che non esistevano più perchè avevano recuperato le tegole per le nuove case.
Dopo lo studio di libri e film ho iniziato a sentirci, in quelle idee, la forza di Andrej Tarkovsky e Tonino insieme e in “Wanderer” una specie di racconto pubblicato qualche anno fa, ecco che appare la chiesa rudere e senza tetto con l'albero che fiorisce continuamente ma non riesce a trasformare le sue gemme in foglie. Ogni sera i petali “nevicano” al suolo. Questa metafora dell'esistenza che non riesce a sbocciare è mia, ma viene rappresentata da un'idea che Tonino ha utilizzato per dire qualcos'altro. In un suo breve racconto troviamo una coppia che sta per divorziare. Si incontrano fingendo buone maniere, in una casa di campagna che ha davanti alberi fioriti. Tornano dal tribunale. La separazione è avvenuta. In casa si salutano. Lui se ne va e lo capiamo che è per sempre. Lei esce quando è partito e tutti i petali son caduti.
È probabile che il racconto non sia esattamente così, ma il nocciolo è questo. Una grande idea la sua. Il dolore amplificato da una reazione della natura. Se i petali cadono la vita non continua e questo vuol dire che quella donna, col divorzio e il marito che se ne va si sente finita, dalla fioritura dell'amore, non verrà nessuna maturità, nessun frutto. Io, più giovane e con altri pensieri per la testa descrissi, con qualcosa di simile, il fiorire della giovinezza alla quale non riesce a far seguito la maturazione e il fatto non accade nella sfera dei sentimenti, ma della vita in generale. Nel caso specifico i muri della chiesa, altissimi, non facendo entrare il sole non permettono l'evoluzione dal fiore alla foglia che, lo sappiamo bene, si nutre di luce solare. Aggiungo che un'emanazione della natura alla stato puro, degli orsi, distruggeranno la chiesa e il ciclo vitale dell'albero e, ovviamente il mio, potrà così realizzarsi. La mia idea la sento troppo cervellotica. Quella di Tonino, con la sua semplicità e le poche immagini, è eccellente. La sua natura è la medesima dello stratagemma che rende grande “La metamorfosi” di Kafka. In questo caso, il sentirsi moralmente un immondo insetto (Kafka non parla mai di uno “scarrafone”), che è un dato che l'educazione può costringerci a celare, diviene irrimediabilmente evidente. Quante volte siamo accuratamente “macellati” da una vita e quindi da una percezione men che insoddisfacente di noi, per noi stessi? Ed è anche vero che ci sforziamo di continuare a vivere indossando una maschera. Ebbene, se ci trasformiamo in quel che “sentiamo” di essere, il mondo esterno deve farci i conti! Nel rakkonto di Kafka akkade ke Gregor Samsa, il protagonista, viene nascosto con vergogna e alla fine la sua morte vissuta come una liberazione. Non ho parole. Colossale. Tonino non rende il dramma visibile agli altri. Esso si materializza solo agli occhi di chi soffre. La sua dimensione interiore è come se venisse sentita dalla natura della quale quella dona è un'emanazione. L'empatia profonda, fa “piangere” solo per lei, la “Grande Madre” natura.
In un altro frammento, geniale e brevissimo, Tonino ci descrive una persona che scopre di essere stata tradita. Da quel giorno tradito e traditore, mangeranno ad una tavola apparecchiata per tre. Non è terribile più di qualsiasi condanna quel piatto vuoto sempre li, davanti a chi tradì e a chi fu tradito?
Si rimane senza parole e si sente tutto il peso di quell'idea, che rappresenta sia la condanna che il dolore che quell'atto ha provocato e li rende entrambi eterni. La realtà della vita smussa tutto e l'oblio diviene un dono anche fra i viventi. Facciamo presto ad immaginare che uno dei due, non importa che si tratti se del traditore o del tradito, nella realtà non accetterebbe. Lo sappiamo che nella realtà non potrebbe accadere che questo e che una situazione del genere sarebbe insostenibile!
Ma qui interviene la “vita” dell'arte, della letteratura. Dalla pagine bianca che in poche pennellate fatte di parole, descrive quella situazione, si esce con una sensazione di colpa e di torto sensa tempo, eterni, che definitivamente distruggono non solo quell'amore, ma la vita stessa di che ha fatto parte della scena, e insisto, il ruolo del colpevole e della vittima sono identici. Si sente chiaramente che per ambedue non esiste più il futuro. Tutto si blocca li.
Dopo quelle poche righe è il caso di andare a fare due passi e pensare. Sappiamo che è finzione letteraria, ma sentiamo in essa una lezione per la vita che diviene nostra e quell'immagina ha un potere unico. Non la ricorderemo certo parola per parola, ma è entrata in noi. Ci capiterà penseremo di attuarla, lo comprendiamo, ma ci rendiamo conto che nella vita reale, dotata di un oblio e di una fine del corpo,non ha senso. Quella è una punizione ideale, appartenente alla insondabile dimensione dell'eternità.

Questi sono i due casi, con l'aggiunta di qualche meditazione che penso ne mette in mostra secondo me il talento, nei quali l'influenza di Tonino su di me, si è dimostrata più evidente. Ce ne sono delle altre credo, ma ora non mi vengono in mente.
E mi raccomando! Se l'allievo non supera il maestro la colpa no è del maestro. Io, come allievo, ascolto, dialogo trito, macino, ma poi faccio di testa mia e penso anche che sia giusto così. Come scrisse Borges in una prefazione, gli errori sono solo nostri e le cose belle frutto del caso. Si deve tener conto che Tonino e io siamo profondamente diversi. Mi disse tempo fa che ho un mio mondo interiore che deve venire fuori. Giustissimo, ed è ovvio che il mio mondo interiore sia diverso dal suo. Diversa matrice culturale, diverso ambiente nel quale si è cresciuti, diversissime le esperienze, e diverso quel qualcosa che ognuno di noi si trova dentro alla nascita col quale si deve fare i conti.

Un fatto della vita di Tonino ne è l'esempio. Quando lo catturarono i fascisti ( pensate un po', era sfollato, ma tornò in paese per dare da mangiare al gatto e in questo frangente lo “beccarono”! E' vero che aveva in tasca dei volantini dei partigiani che, con l'aiuto di una donna riuscì a buttare via e a salvarsi da fucilazione certa, ma è meraviglioso secondo me pensare che abbia rischiato per dare da mangiare al suo micio), lo caricarono su un camion insieme con degli altri per portarlo via. Si mise in mezzo alla strada, assai stretta, una donna, moglie di uno di quelli caricati. Disse chiaramente che non si sarebbe mossa da li, che si sarebbe fatta piuttosto ammazzare. Le ridiedero il marito. Tonino li vide allontanarsi “a bracceto” e gioì dicendo “brava! Brava! Tu si che sei una donna!. Quel camion lo scaricò non so dove, la meta però la conosco. Fu il campo di concentramento e Tonino lo sapeva che non andava in gita, che in fondo a quel percorso c'erano solo grane e forse anche la fine della sua vita. Ma a questo non pensò. Riuscì a gioire di quella scena. Penso che saremo tutti d'accordo nell'ammettere che in situazioni simili scatta eventualmente l'invidia e un “magone” infinito sommato a tanta tenerezza e pietà di se stessi. Lui invece no. Ha riconosciuto un gesto positivo, vitale e ne ha “bevuto” la forza.
Posso dire che è così in tutto. Un frutto, un uccello che sfreccia, una farfalla che si appoggia un attimo su un mobile (è realmente accaduto e ci parlava con la farfalla che però non ha esaudito la sua richiesta e se n'è tornata alla vastità del giardino), la freschezza di una donna che non identifica certo solo con la corporeità, l'erotismo e il desiderio di possesso, una frase che trova bella, una foto, un ricordo. In tutto fa un'operazione di spoglio e ottiene qualcosa di positivo per il quale vale la pena aprirsi in un sorriso.
Tonino sorride più che altro con gli occhi. Quando gli portai Joana, una poetessa di origine romena appena diciottenne, un po' matta, con tutte le curve al posto giusto, i suoi occhi hanno mangiato tutto, ma non nel modo, sporco del linguaggio della carne. È difficile spiegare. Si capiva da quel baluginio della sguardo che la trovava fresca, piacevole ai sensi e non si preoccupava che il messaggio venisse così recepito perché l'erotismo per lui (e anche per me), non è semplicemente un grido mai sazio del corpo, ma la somma di pensiero, stile, sensualità e chi più ne ha più ne metta. Qualche giorno prima gli avevo fatto uno “scherzetto bonario. Avevo letto un paio di poesie di Joana, che tenevo fra le pagine del libro di un premio Nobel (non dico chi è, cerco di resistere, come ormai sapete, dal parlar male...). Tonino non si era reso conto dei foglietti e pensò che realmente dal libro stesi leggendo. Si tirò ben dritto sulla poltrona, morse con le dita la punta dei braccioli e disse “..è più brava di me. Fa' vedere”. Prese i foglietti, rilesse da solo e mi chiese se poteva conoscerla.
Come potete notare, ci troviamo davanti ad una bella dose di umiltà, alla volontà di sondare e di far propri i “frutti” buoni del mondo. Tonino sa quanto vale, ma non si pone su un piedistallo e guarda tutti dall'alto come fanno tanti, ma, si, chiamiamoli artisti (boccaccia mia statti zitta.... ). non sopporta i rompiscatole. Chi viene per vederlo come una reliquia e gli porta via frammenti di tempo solo per poter dire di esserci stati. E questo lo dobbiamo capire perché il tempo, quando sai cosa fartene, non è mai abbastanza.

Torniamo al nostro vero incontro avvenuto al corso di sceneggiatura
Arrivai al corso con un po' di vita vissuta e tantissimo studio. Ora forse, ero pronto per affrontare e reggere un dialogo? Non lo sapevo e mi interessava comprenderlo. Ero certo di non essermi iscritto per imparare a fare lo sceneggiatore. Mi premeva capire Tonino. Aveva scritto “cose” che trovo notevoli e, per quanto disponessi già di una mia ispirazione abbastanza collaudata, ero curioso di capire come il processo creativo si realizzasse in lui. Non l'ho capito, lo dico subito, anzi, dopo i nostri dialoghi ho dedotto che l'ispirazione è qualcosa di talmente personale che nemmeno chi ce l'ha se la sa in fondo spiegare. La si deve accettare e comprendere che si tratta di un dono, in questa epoca stracciona di valori che non siano economici, non è per nulla facile.

Verso la fine del primo giorno di lezioni, (eravamo una quindicina e io mi ero seduto in fondo per osservare meglio senza essere coinvolto in nulla e nemmeno essere visto), verso la fine dicevo, Tonino ci invitò a proporre un'idea che secondo noi fosse bella. Quando toccò a me dissi che nella città dove sono nato, in Germania, quando una persona muore, il giorno stesso del funerale, appena questo è terminato, a chi è rimasto vivo, viene regalato un cucciolo. Tonino mi squadrò profondamente, come se solo in quel momento veramente avesse messo in moto gli occhi, i suoi, che non vedono solo quel che noi siamo ma anche quel che pensiamo, mi disse che era una buona idea e poi chiuse in fretta la giornata di lezioni. Mi disse mentre tutti si alzavano “tu per favore, aspetta un attimo!” e poi, con mio stupore mi chiese di accompagnarlo a casa. Si attaccò al mio braccio, (non era più molto sicuro sulle gambe) e mi ha portato a casa sua che distava poche decine di metri. Mi presentò la moglie, una trentina di gatti e il cane Baba, figlio del Golden di Michelangelo Antonioni. Mi son ritrovati improvvisamente nel suo mondo e fu per me qualcosa di imprevisto ed eccezionale. Da quel momento ci siamo incontrati spesso. Ne son nate giornate per me di una qualità unica che continuano senza aver per ora piallato tutto con l'abitudine.

Ho sempre detto che una delle tragedie degli artisti attuali è la mancanza di dialogo. Una volta prendevi il treno, andavi a Firenza alle “Giubbe Rosse” in piazza della repubblica ed eri sicuro di incontrarli. Capitò il periodo d'oro del Giamaika in Brera a Milano, ma anche per questi cenacoli ero in ritardo notevole.
Attualmente hai le gallerie d'arte e le case editrici ma li non si dialoga, si fa business. Londra? New York? Ci sono stato. Là il loro intento non era fare qualcosa di buono ma sfondare. A me è sempre interessata solo la qualità e ho avuto la sensazione che per la mia generazione non ci fosse posto per il pensiero, ma solo per l'azione, ma che senso ha l'uno senza l'altra!
I vecchi, attaccati con le unghie ai velluti delle loro poltrone e noi che nel frattempo si invecchia e si inacidisce nell'essere servi di scena. Io ho avuto fortuna almeno in qualcosa. L'amore misterioso e incondizionato dei cani e questa amicizia nella quale, con mia continua sorpresa, ci si dà del tu e si dialoga alla pari. Lui mi parla delle sue idee e mi legge quel che sta scrivendo e accetta critiche, io gli mando le mie cose, lui che mi telefona per parlarne e le quel che pensiamo ce lo diciamo in faccia, senza fingere. Così deve essere, e se penso che in certi periodi ci si sente quasi tutti i giorni, rimango stupito. Si. Perché siamo profondamente diversi. Lui è socievolissimo, io un orso che non vuole nemmeno specchi in casa per non distrarsi con l'immagine esteriore di se stesso.

Come ho già accennato, non ho scoperto nulla sulla sua creatività se non che, come la mia, essa è insondabile. Ho compreso comunque perché, tanti personaggi importanti del cinema, dell'arte, della musica e della letteratura lo hanno stimato e lo stimano incondizionatamente. Le doti sono due e non una come di solito si pensa. Una è sotto gli occhi di tutti ed è la sua inventiva che vediamo concretizzata in libri, film quadri e altro, l'altra è la sua non comune capacità sociale. Non è modesto, ma la modestia è in fondo una bugia detta al mondo. Come ho già detto, sa quanto vale, ma è umile, e quando ritiene che qualcuno valga, non ha il minimo accenno di invidia e immediatamente si trasforma in allievo.
Ha un umorismo notevole, mentre la mia generazione non ne è capace. Per noi, o c'è del sarcasmo o niente, per la sua generazione appunto, era un giocare con la vita, con le parole non certo da irresponsabili, ma mai o quasi mai, col sangue cattivo. Il suo giocare con Antonioni, con Fellini, dimostra quanto ho letto per esempio nel libro “Annibale Ninchi racconta” che raccoglie ricordi dell'attore Annibale Ninchi. Il mio umorismo è secco, suona vuoto in confronto al suo e poi, da anni, e ora ne ha novantuno, ha un'attenzione per il femminile,come ho descritto nel caso di Joana, un erotismo elementare e puro che sgorga dagli occhi senza mai essere viscido, volgare, argomento questo sul quale io invece, mi comporto con una rassegnazione che mi fa sembrare più vecchio di lui anche se di fatto mi doppia in quanto a candeline (divertente quel che gli hanno “combinato” per il novantunesimo compleanno. Sulla torta c'era una sola candela assai strana di aspetto e si trattava infatti di un “ordigno” nuovo e dispettoso. Tonino si è “spolmonato” per qualche minuto fra il godimento generale e poi ha lasciato che quella via di mezzo fra un fuoco d0artificio e una candela si esaurisce da sola).

Incontrarsi. Essere noi due non disturbati da nessuno e dialogare per ore. Ci prestiamo libri, si passeggia nel giardino, (quest'anno a fine febbraio c'erano i ciliegi in fiore e le colline bianche di neve....) e alla fine qualcosa di fatto in comune è nato, senza progettarlo e non scrivendolo insieme, ma pensandolo e rimpallandoci i le idee fino a formare qualcosa di forse, dignitoso.

Si tratta di due racconti. Uno è “Il gigante”, quello che ho descritto prima nel quale a vent'anni parlai di lui. Non ricordo se uno o due anni fa tonino mi chiese di portargli questo cimelio del quale, per pudore gli avevo solo raccontato l'esistenza. Gli piacque e mi disse che aveva immaginato un altro finale. Allegherò il racconto, l'aggiunta nata insieme e una lettera che scrissi per giustificare il fatto che non modificai il racconto, ma feci un'aggiunta.

Un altro racconto, che ho intitolato “anatroche” ebbe una genesi un po' più complessa.

Tonino mi parlò di un “pezzo” teatrale che stava scrivendo. No gli “veniva” un finale soddisfacente.
La storia, in poche parole, era la seguente. Un uomo è seguito ovunque da delle anatre. Si rende conto, ormai rassegnato, mentre le fa entrare in casa e la moglie dimostra di non vederle, che solo per lui esistono. Vicino ad un lago c'è un monastero. Un frate dimostra di averle viste e l'uomo si confida dicendo che non ne può più di essere seguito così. Il religioso gli dice come fare per liberarsene. Deve prendere quella barca, portarsi in mezzo al lago, battere le mani e le anatre rimarranno là. L'uomo segue le istruzioni e torna senza i pennuti. Dopo poco tempo però, inizia a sentirne la mancanza e chiede al frate come può fare per averle di nuovo con sé. Questi gli dice che deve tornare in mezzo al lago, ri battere le mani, ed esse torneranno.
A questo punto l'idea di Tonino si fermava. Non sapeva cosa far accadere una volta giunto a riva. Così, di getto, senza pensarci due volte, gli dissi che avevo immaginato che era sceso dalla barca, seguito dalle sue anatre e ritornato a casa, ma in questa non trovava tutti i suoi antenati. In pche parole avevo trasformato le anatre in messaggere e guide indolori di una morte che in fondo si riduceva al ritorno alla stirpe. L'idea gli piacque moltissimo.
Tonino partì poco tempo dopo per la Russia. Doveva tenere delle lezioni alla Scuola di Cinema di Mosca, e da là mi telefonò. Io non risposi perché non rispondo nel modo più assoluto a numeri che non conosco. Invio di solito un messaggio nel quale chiedo in tre lingue “chi sei”, ma in questo caso non ci fu risposta. Tonino mi chiamava perché voleva sapere qualcosa di quell'idea per parlarne poi a lezione. Quando tornò, mi chiese, con mia grande sorpresa “e allora, lo hai scritto quel racconto?” risposi “No. Era roba per il tuo pezzo teatrale. Non ci ho nemmeno pensato!” mi invitò a “buttarlo giù” e me ne tornai a casa sconcertato. Posso dire di non avere mai scritto su “ordinazione”. Già l'idea mi fa ribrezzo. Era accaduto per Wanderer” che avessero tentato di chiedermelo. Ricordo che volevano qualcosa sui ponti. L'ho poi scritto, ma non perché me lo avevano chiesto. Semplicemente il cervello si era messo a lavorare partendo da u quadro che rappresentava gente a testa china che passava su un ponte, realizzato da Hiroshige e copiato da Van Gogh. Nel caso delle anatre del pezzo teatrale di Tonino, la bellezza della sua idea, fece girare il cricetino sulla ruota posta dentro la scatola cranica e nel giro di una settimana si trasformò in parole. Il titolo, “anatroche”, è dovuto al fatto che il personaggio del racconto, come me, non sa distinguere le anatre dalle oche. Ora, lo so, mi sono informato. A Tonino il racconto è piaciuto. Lui, che trasforma sempre anche in immagini, mi ha detto che “l'idea del tipo che va in giro a toccare le statue di donne nude, meriterebbe un film”. È materia della quale non mi sento competente. Ne discutiamo spesso e lui vuol farmi desistere dalla mia posizione. Sono convinto di essere in grado di trasformare il pensiero in parole. Trasformarlo in immagini no. Ci ho provato. Forse ho delle buone idee, qualcuno le pensa, ma mi sembra di fare qualcosa che non è nelle mie “corde”. E' vero che riesco a rendere visivo quel che scrivo, ma non penso sia degno di una macchina da presa. Lo farei seriamente, se mai mi capitasse e attualmente, tranne la stima incondizionata che provo per Clint Eastwood e Emir Kosturica, ho la sensazione che il cinema sia diventato territorio ad uso esclusivo di una bassa manovalanza che non sa e non vuol far distinzioni fra Disneyland e un film. Spettacoli. Non opere d'arte. E io che penso ad Andrey Tarkovskij come a un fenomeno irraggiungibile degno di essere affiancato, lui solo, a Kafka, non riesco a riconoscermi in un'attività che cerca dei Mangiafuoco, dei saltimbanchi, e non degli artisti. Lora, la moglie di Tonino, ha detto che sarei un buon ragista e Tonino ha confermato. Li ringrazio per l'elogio e forse nel dopoguerra, quando i Visconti i Fellini i Bergman e quant'altri venivano rispettati e cercati, avrei potuto prendermi sul seri in quella veste. Non mancavano i maestri e un Francesco Rosi ha potuto “farsi le ossa” lavorando con Visconti. Oggi da chi vado, col cappello in mano, chiedendo umilmente “maestro, per favore mi insegni la sua arte”?, perché il cinema allora funzionava come le botteghe degli artisti rinascimentali. Non le scuole, ma il praticantato, ne fece un'epoca d'oro.

Mi tengo ben stretta, prima di tutto per le soddisfazioni che a me medesimo dona, la parola, e me la porto ovunque, spillandola dalle mie stilografiche.

Come si legge

Se ho deciso di dedicare una “zona” a questo argomento è perché mi rendo conto che il modo di leggere solitamente utilizzato dai molti, anche appassionati, fruitori di libri che ho conosciuto, mi sembra troppo “alla buona” e senza metodo.

Premetto che non esiste un solo metodo valido. Io offro il mio e lo motiverò.

Se, alla prima lettura un libro ci è piaciuto, è assolutamente il caso di rileggerlo. Io di solito lascio passare un po' di tempo, minimo un annetto. Leggo altre cose, ma il testo selezionato, viene posto fra quelli degni di essere approfonditi e rimarrà ben visibile nella libreria. La memoria potrebbe scordarlo per le troppe cose da fare, ma il rivederlo li, fra quelli che son stati “promossi”, porta il dato sicuramente a galla ogniqualvolta un altro libro promosso viene posto fra gli altri.

Agendo così accade che, quando riprenderò quel libro, avrò in mente la trama e le sensazioni gradevoli che mi ha portato.

Si faccia caso che il ricordo di una sensazione, col tempo, si stacca dall'oggetto che lo ha provocato (mi raccomando, sto parlando di libri, non di sesso o amore....) e quindi noi riprendiamo quelle pagine come quando davanti ad un certo dolce che abbiamo ordinato, per via del suo aspetto che ci è familiare, tendiamo ad associare la sensazione che precedentemente altri dolci simili ci hanno lasciato. Accade poi che, all'assaggio successivo, si facciano confronti. É il medesimo sapore degli altri dolci simili già mangiati digeriti e dimenticati dal corpo? Di solito ci si avvicina, oppure è migliore o peggiore di una sensazione che dopo svariate esperienze si è rivestita di una dimensione ideale. In un certo senso creiamo in noi, con l'esperienza, degli archetipi del gusto, e questo non vale solo per i dolci. Per me leggere Proust equivale al prepararsi a gustare un'aura di sensazioni mauve, con la carnosità del petalo della Cattleya e la tendenza a sentire odori e sapori dei suoi ricordi che affineranno i miei. Non è poco....

Accade quindi che una rilettura sia quanto segue: affrontare un libro consapevoli di una sensazione provata e desiderosi di riprovarla. Ma non sarà più la medesima! Poiché appunto la trama la conosciamo già, e anche la qualità della sensazione, ci sorprenderemo di cogliere sfumature che la prima volta ci erano sfuggite. Le energie dedicate a comprendere la trama e a sorprenderci, oltre che a gustare, le sensazioni che in noi sono fiorite, quelle energie dicevo, vengono utilizzate nella seconda lettura, per cogliere qualcosa che grossolanamente conosciamo già (e quindi il nostro stato d'animo sa in quale posizione mettersi in relazione alla sua bussola interiore e non perde tempo a stupirsi di quel che prova e a cercare la posizione migliore per farsi calamita di quei doni), e quindi gli sforzi richiesti saranno minori. Questa mole notevole di sforzo, possiamo concentrarla su altri aspetti. Il meccanismo è involontario e oserei dire automatico. L'unica cosa che dobbiamo fare, noi lettori, è riprendere in mano quel testo che ci ha fatto stare bene.

Si può fare l'esempio con la musica. Una canzone, se ci piace, ci pare normale ascoltarla più volte. Un quadro che ci affascina, andremo a trovarlo in quel certo museo o sulla pagina di un libro, spesso. Un film anche, lo rivediamo, se riteniamo che ne valga la pena.

Con la letteratura accade, chissà perché, l'opposto. Si devono poi precisare due categorie.
La poesia, se ci ammalia, andiamo a cercarla e ricercarla e capita anche che la facciamo nostra memorizzandola. Capita anche con le canzoni perché in fondo spesso, son poesie musicate.
Esiste comunque un motivo se con un romanzo o con la narrativa in generale, ci comportiamo diversamente. Di solito quando si prende in mano un libro, una delle prime cose che si fa è constatare quante pagine ha. Poi si valutano i capitoli. Tutto questo è tristemente sensato. È esattamente come quando in negozio, dopo aver trovato un oggetto che ci piace, ci soffermiamo attentamente sul prezzo. Nel caso dei libri, se deve fare i conti con il tempo che possiamo dedicare loro, con gli oggetti, dobbiamo valutare se abbiamo abbastanza soldi. Il “denaro” da spendere per un libro è quindi, prima di tutto il tempo, che io giudico la merce più rara e preziosa della nostra epoca. Un libro lo puoi comperare. Un valore economico ce l'ha e accetto che si discuta se è congruo o meno, ma per potersi “permettere” un libro, non basta possederlo come può accadere con gli oggetti. Il vero problema non sta nel prezzo di copertina, ma nell'oro del tempo....

Ecco perché leggere è un lusso che pochi si possono permettere. E rileggere poi diventa un miraggio.

Posso certamente consigliare tanti modi per “guadagnare” tempo. Potrebbero non piacere al primo impatto ma, se sperimentati, porteranno a risultati notevoli e ci si renderà conto che semplificano la vita. È come quando da bambini avevamo paura a saltare quel fosso e una volta saltato ci siam resi conto che quel timore era sproporzionato allo sforzo
.
Per esempio. Prendere la televisione, regalarla al vostro nemico (così sarà lui a buttare via il tempo) oppure gettarlo nel bidone. Io l'ho fatto quindici anni fa (gettato nel bidone. Penso di non avere nemici e se ne ho hanno avuto la indelicatezza di no comunicarmelo). Non si diventa più belli. A me almeno, non è accaduto, ma le sere diventano lunghe e si possono riempire anche leggendo.
Altra istruzione: ridurre le passeggiate in centro. I negozi non rinnovano le vetrine tutti i giorni e di donne (o altro, a seconda dei gusti), ne vedremo tante ugualmente.
Poi: cercare posti tranquilli in casa o fuori. Se qualcuno dice che non esistono, si ricordi che è colpa sua e non del mondo che lo circonda. Posso immaginare che tanta gente abbia un po' di pace solo se si chiude in bagno, ma fuori esistono le biblioteche e in quelle sale, di solito accoglienti si può sia socializzare che leggere in tranquillità.

Questi pochi consigli porteranno a un guadagno notevole. E non si pensi che eliminando la tivù dalla propria casa, essa non ci appesterà più. È come il fumo passivo. A casa di amici, al bar mentre bevi un caffè, mentre sei in pizzeria, lo schermo si lascerà guardare, ma in quei momenti non ti ruberà tempo. Sei già impegnato i qualcos'altro e quando rincaserai, in quel silenzio che ti accoglierà potrai pensare. Se la tivù parla rimanderai in eterno.

Torniamo al mio metodo di lettura. Una seconda volta basta? A me no. Ho letto già dodici volte, per esempio, “Il maestro e Margherita” e so che accadrà ancora. Per undici anni consecutivi è arrivato il momento nel quale ho ri desiderato incontrare Woland, Behemot e Pilato e non sono ancora sazio.
E non si pensi che sono malato. La pressione è a posto, vado di corpo regolarmente, forse mangio troppi dolci, e comunque, come quasi tutti i matti, se lo sono mi verrà da dire che i matti veri sono gli altri. Se lo sono io lo è anche colui che guarda decine di ore di sport alla settimana, o che sta per delle eternità con la canna in mano a sfidare un pesce. Gli sport, diciamolo una volta per tutte, sono ripetitivi; l'arte, la letteratura e la cultura in generale, sono crescita. Non c'è qualcosa di triste nel fatto che una squadra vinca in un certo anno coppe su coppe e medaglie e scudetti e l'anno dopo debba ricominciare da capo come se niente fosse accaduto? Un buon libro, scritto o letto, immaginate di metterlo sotto i piedi della mente. È un gradino. Mi si domanderà cosa si raggiunge e vi dico che incontrerete voi stessi. Ricordate che non siete minimamente somiglianti se non esteriormente all'immagine che vi rimanda uno specchio.

Ora un'altra questione importante. È meglio leggere pochi libri e rileggerli oppure leggerne tanti e una volta sola?

Risposta. Leggere una volta sola è come scrivere sulla sabbia la sensazione raccolta. Arriverà l'onda del tempo e porterà via tutto. Si arriva al punto che di un certo libro si potrà dire solo di averlo letto e anche della sensazione provata rimarrà solo quel “mi è piaciuto” che non rappresenterà più nulla di utile per la nostra crescita interiore.

Consiglio quindi pochi libri ma letti profondamente e ripetutamente.

Mi è stato chiesto spesso “cosa mi consigli”, ma rispondere non è così semplice. Non siamo colpiti dalla qualità, che è la forma più alta della bellezza, al medesimo modo. Si deve prima sapere che cosa è piaciuto fino a quel momento e comprenderne il perché, dopodiché consigliare si qualche lettura ma munirla di un dialogo finale nel quale si cerca di nuovo di capire i gusti dell'altro.
Per quanto La “Recherche” di Proust sia un capolavoro notevolissimo, non ha certo senso consigliarla ad un lettore occasionale o alle prime armi (ed essere alle prime armi non è una questione di età anagrafica). Dire, come faccio io, “questo è un capolavoro”, è ben diverso dal consigliare. Se, per esempio, non amate la musica classica e vi portano una prima volta a sentire (e vedere) un quintetto di Bela Bartok, si può ben dire che vi hanno massacrato. Non avrete capito un bel niente e scapperete da quel genere a gambe levate. Ci vuol pazienza e, più si conosce se stessi più si può osare. Si, basta iniziare a voler conoscere se stessi. Siamo degli estranei così affascinanti e vasti che se si inizia questa auto comprensione, tutto si metterà in moto da solo, anche la ricerca delle strategie per guadagnare tempo, oltre che denaro.

Per chi poi, volesse fare le cose nel modo migliore, sarebbe bello che in un quaderno scrivesse quel che ha provato leggendo. Sarà notevole rileggere quei ragionamenti l'anno seguente, quando si sarà riletto il medesimo testo. Immaginate poi il fascino di accumulare scritti sul medesimo libro nel corso degli anni. “Sentirete” la vostra crescita e avrete più stima di voi stessi.

Si noti che ho consigliato di scrivere a mano e in un quaderno. Vedete, la scrittura è l'espressione artistica che ha meno manualità, che è meno sporcante (Non credete a quel che racconta Aldo Busi, che descrive una fatica che distrugge il corpo. Se sta così male basta che smetta e penso che non saranno in molti a dispiacersi. Per me che ne ho letti un paio, ho desiderato conoscerlo e l'ho conosciuto, per tentare di capire, e ho poi gettato via i libri e il ricordo di quell'incontro, non cambierà assolutamente nulla. Ecco. Sono stato cattivo. Ho parlato male. Succede non sono perfetto....). Per questo ritengo che sia importante, rituale e piacevole, nonché accessibile a tutti, recuperare quella minima manualità. Provate poi con una stilografica (e non dovete temere i freudiani che ci vedono qualcosa di fallico e quindi metteranno in dubbio la vostra virilità o confermeranno se è il caso quel che siete, perché per loro tutti sono malati), della bella carta ed ecco che scrivere non sarà più solo un atto funzionale, ma una emanazione del vostro senso estetico.

E' ovvio che al piacere di scrivere manca quella meravigliosa spossatezza che si impossessa di chi danza, una volta che col corpo è stato prodotto il capolavoro di quelle movenze, o il violinista che, dopo aver eseguito l'opera sessantuno di Beethoven, crolla esausto. Queste sensazioni prettamente fisiche e che ben completano il senso di estasi di aver creato per mezzo del corpo, la la letteratura non le offre. Leggere e scrivere sono operazioni quasi completamente mentali. L'unico risultato, se si esagera, come capita a me con la lettura, è qualche dolorino alla schiena che risolvo facendomi portare a spasso un poco dal cane.

Potete scegliere il colore dell'inchiostro (io me lo creo mescolandone vari tipi e preferisco certe sfumature del ruggine e del verde), valutare carte pregiate e scoprirete che ne esistono di affascinanti, scegliere la penna (spero per la funzionalità e la bellezza e non per il marchio e il valore commerciale) e pian piano amerete le vostre parole non solo per il contenuto, ma per l'impronta di voi che lasciano nel mondo o in un cassetto al momento, ai vostri figli. Ricordate che gli edifici crollano, i corpi si consumano. Le parole durano invece, spesso, moltissimo. Disponiamo di poemi recuperati da città distrutte.

Ed ecco che il salto, dal leggere allo scrivere si fa possibile. Non è importante diventare scrittori, ma “sentire intimamente la necessità di fermare i nostri pensieri perché si è compreso che rileggerli in futuro è un piacere sottile che può mostrarci la nostra crescita avvenuta e anche, il lasciarli ai nostri eredi sarà un piccolo sollievo contro la grande e imbattibile nemica. Accade anche che chi entrerà in possesso quei fogli manoscritti, li tratterà con rispetto anche solo per la stupenda patina che vi deposita il tempo. Quegli scritti poi rappresentano per chi rimane, la stirpe, un passato dimostrabile fatto non solo di corpi, case oggetti e soldi, ma anche di pensiero. Non dispiace dire che il nonno, il padre, la zia, pensavano e poter dimostrare che è vero, e si sente in noi la certezza che qualcosa di quel pensare potrebbe essere stampato da qualche parte e essere arrivato fino a noi, i posteri sotto forma non certo di memoria, ma di capacità di fare.

È ovvio che sarebbe meglio scrivere semplicemente per se stessi e no per desiderio di eternarsi o di fare “bella figura”. Queste sono conseguenze accessorie che, a pensarle, fanno e devono solo sorridere.

martedì 3 maggio 2011

autori che mi piacciono

Libri che mi piacciono

Questa “zona” si chiama così e non “autori che mi piacciono”, perché ritengo che nessun artista abbia fatto solo capolavori. Se mi piace per esempio “Cent'anni di solitudine” questo non deve voler dire che amo tutta l'opera di Marquez.

Quel che nasce in me quando un autore produce un buon libro, è la consapevolezza che merita rispetto e che, appena potrò, leggerò quel che ha fatto di nuovo.

Ci sono invece autori che per vari motivi, escludo dalle mie letture perché, secondo i miei parametri sono superficiali o fanno i mestieranti o si atteggiano o sono raccomandati (mai dimenticare che questo è un male tipicamente italiano, e nemmeno gli italiani se ne rendono più conto. Vi porto un esempio. Se su un'isola sono tutti ciechi, questa per loro sarà la normalità. Se questi ciechi entrano in contatto con realtà esterne alla loro isoletta, ecco che scoprono che a loro manca qualcosa ma, si badi bene, non basta scoprire per capire, ce lo dimostra Colombo che dopo quattro viaggi non aveva ancora capito di aver scoperto qualcosa di nuovo.... e penso che sia facile immaginare un cieco che comprende di essere senza la vista ma non sa cosa essa sia non avendola mai provata. Per l'Italia è la medesima situazione. La raccomandazione è onnipresente ed è di varia natura: politica, religiosa, di casta e parentale son le più diffuse. Il male è enorme perché accade che nei ruoli importanti si trovino non i migliori ma....i raccomandati. Il risultato è: la mediocrità come massimo livello producibile, la fuga e l'annichilimento dei cervelli, l'esser percepiti come ridicoli all'estero. Io non sono nato in Italia. Ho viaggiato, e mi è capitato spesso di sentire ironie in proposito. Quel che accade all'estero? (penso che mi si porrebbe questa domanda quindi rispondo, perché chi è partecipe di un male, pensa sempre che se è condiviso sia leggero, trascurabile). Ricordo a Oxford un'amica docente che raccontava come italiani in carriera si presentassero ostentando come medaglie le conoscenze che li “proteggevano”. Era da farsi compatire e non lo capivano. Vi sono poi delle conseguenze tristi e che non vengono rivelate. Roberto Longhi, in Italia era noto come eccelso storico dell'arte, all'estero come “barone” terribile e spesso non veniva invitato a convegni internazionali Longhi si mangiava le unghie dal nervoso, ma in Italia non s'è mai risaputo. Qui brilla tutt'ora e io me la rido quando leggo per esempio nel suo saggio su Cimabue, la descrizione di quel Cristo che secondo lui sembrava uno “squalo che tirava gli ultimi”. E penso a Federico Zeri che non ebbe il massimo alla tesi perché era troppo bravo, campava a Roma facendo la guida turistica e dovette scappare negli Stati Uniti per veder riconosciuto il suo valore. Ognuno di voi in proposito avrà certamente tante storielle da raccontare...e nel campo della letteratura ci si salva da questa epidemia? no. Non posso parlare. Mi scotennerebbero domani... e il puzzo di raccomandazione si sente da lontano).

Come? Semplice. Una volta letto un libro, se è una schifezza, ci si domanda come ha potuto esser stampato. Di solito non si approfondisce perché disponiamo di gesti liberatori che ci soddisfano, gettare il libro nel bidone, regalarlo ad un nemico per far perdere un po' di tempo anche lui, non comprarne più nessuno di quell'autore e, se la carta non è troppo liscia, in bagno, per le emergenze può sempre esser meglio che niente... (anche se un amico mi ha detto che l'inchiostro potrebbe creare dei problemi). Sono azioni che non danneggiano nessuno, nemmeno, purtroppo, l'autore, ma ci fanno star così bene e quindi è un peccato rinunciare!

La domanda “come hanno potuto stamparlo”, si esaurirà così in quel gesto liberatorio e ci sfuggiranno informazioni che i mass media e le amicizie spesso ci offrono e che, se avvicinate, rivelano risposte interessanti.

Ho deciso di non far nomi e di non parlar male. Troppo facile e non porta a nulla di buono. Mi limiterò a parlar bene di chi invece stimo e di quelli di cui non parlo, si potranno pensare due cose: o non li ho letti, oppure non mi piacciono, ma non dirò nulla (spero di farcela....non è facile)

Stimo opere dei seguenti autori italiani:

Ennio Flaiano, Alberto Savinio, Vitaliano Brancati, Tonino Guerra, Elsa Morante, Mario Rigoni Stern, Emanuel Carnevali, Pirandello, Dante, Sebastiano Vassalli, Paola Capriolo; Giovannino Guareschi, Annibale Ninchi, Deledda, Sciascia, Pavese, Casanova, Dino Buzzati, Primo Levi,

Per ora mi vengono in mente questi. Aggiornerò la lista appena me ne verrà in mente qualcun altro o leggerò qualche libro degno secondo me di essere ricordato.

È triste notare che solo tre sono vivi e si tratta di: Tonino Guerra, Sebastiano Vassalli e Paola Capriolo.

Il fatto che i viventi siano veramente pochi non è secondo me colpa di una mia eccessiva severità (quella la esercito su me stesso), ma dei meccanismi che portano alla pubblicazione e alla notorietà. Cose che ho già spiegato e quindi non ripeto.

Un esempio solo può servire a render ancor più chiara la situazione. Se si fa qualche partitella di calcio giocando benissimo, sicuramente qualcuno ti vede (nonostante che anche in questo sport le raccomandazioni facciano miracoli, alla fin fine un brocco è un brocco e nemmeno il proprio padre lo spingerà in prima squadra se ci deve poi rimettere la faccia). Se scrivi bene, potrebbe non vederti nessuno per tanto, troppo tempo e poi arriva il momento che ti nasce un figlio, che devi pur campare ecc. e si perde un talento. Per fare il giornalista serve saper scrivere? No. E poi, che domanda mi faccio! I giornalisti e la letteratura non son della medesima razza. Ce lo vogliono far credere perché usano ambedue la parola... Non ho il minimo dubbio.

Per fare lo scrittore serve saper scrivere? In teoria si, in pratica invece, se solo tre autori mi son piaciuti e si vedono pubblicate carrettate di nuovi titoli ogni mese, vuol dire che si tratta di un aspetto ininfluente! Terribile, non trovate? Un po' come dire che si può vincere un gran premio senza automobile....

E dove finiscono i talenti! A far gli sceneggiatori, i giornalisti, i portaborse dei politici (scrivere discorsi) e roba simile. Usano la parola, si riciclano.

Di Paola Capriolo stimo sopra tutti: “Una luce nerissima”. Seguono “Un uomo di carattere”, “La grande Eulalia”.

Di Sebastiano Vassalli stimo sopra tutti: “Un infinito numero”. Seguono ma distanti anni luce, “Chimera” e “Marco e Mattio”.

Di Tonino Guerra stimo quasi tutto. Considero capolavori: “Il Miele”, “Il polverone”, “Il viaggio”,
“Tempo di viaggio”, ma tutto il resto merita comunque la nostra attenzione.

Si noterà nel mio elenco l'assenza di autori celebri. Dubbio: non mi piacciono o non li ho letti? Non lo dico.

Autori stranieri:

Kafka, Bulgakov, Coetzee, Marquez, Borges, Proust, Musil, Rilke, Flaubert, Nemirovsky, Balzac, Goethe, Cervantes, Shakespeare, mc Ewan, Andric, Meyrink, Neruda, Mishima, Tolstoj, Dostoevsky, Bellow, Sholem Aleichem, Isaac e Joshua Singer, Durrenmatt, Saint Exupery, Canetti, Yourcenar, Virginia Woolf, Kipling, Dickens, Josef Conrad, Henry James, Oscar Wilde, Ezra Pound,, Tanizaki, Kawabata, Omero, Esiodo, Virgilio, Thomas Mann, Stanislaw Lem, Anatole France, Dylan Thomas, Nikolai Leskov, Graham Greene, Simenon, Karl Sternheim, Flann O'Brien, Buchner, Jaime De Angulo, Joseph Roth, Philip Roth, Francis Scott Fitzgerald, Laxness, Axel Munthe, Aristofane, Herman Melville, Thomas Mann, Sofocle, Apuleio, Eschilo, Erodoto, Euripide, Ovidio, Seneca, Gogol, Strindberg, Andrej e Arsenj Tarkovsky, Mandel'stam, Nabokov, Anna Frank, Ludvig Holberg, Ricardo Guiraldes, Alfred Polgar, Nell Kimball, Rolnikaite,

Ce ne sono altri, non li ricordo tutti. Aggiornerò quando mi tornano in mente.

I miei preferiti in assoluto sono comunque, Kafka sopra tutti, poi Proust, Bulgakov, Nemirovsky, Rilke, e Saint Exupery.

Come ho già detto, non si devono considerare automaticamente tutte le opere di ognuno di loro, come mie preferite e nemmeno le loro più celebri.

Se è vero che amo quasi tutto dell'opera di Kafka, è vero anche che alcune di queste non mi sento ancora in grado di comprenderle quindi non le amo, ma le osservo con attenzione di anno in anno, poiché, penso e spero, di esser cresciuto nel frattempo e di poter cogliere qualcosa in più.

Accade poi che per certi autori non mi senta particolarmente attratto dalla loro opera più nota, quella che quando si dice il nome, immediatamente sappiamo dire il titolo. Il caso più evidente è, in quell'elenco, Saint Exupery. Non ho nulla da dire di sgradevole su quella favola, anzi, è proprio carina, ma altri due suoi libri sono dei tali capolavori che fermarsi alla favolina mi sembra un po' come pensare di essere sazi con due olive e un prosecchino. Mi riferisco a “Terra degli uomini” e Philip Roth. Forse è viva la Rolnikaite, di lei so ben poco se non che il suo libro intitolato“Devo raccontare” è notevole

Gli autori che ho nominato non sono in ordine di gradimento. Li ho elencati così come sono apparsi nella memoria. Ritengo, poi, che sia insensato fare delle classifiche con il migliore, il secondo il terzo eccetera. Questa mania colpisce la nostra epoca e la imputo ad un condizionamento dovuto allo sport che con le classifiche si esprime e non sempre, anzi, quasi mai, con correttezza. Mi spiego: negli sport di gruppo spesso non vince il migliore... si dia la colpa agli arbitri, o a quello che volete, ma so che il senso di ingiustizia spesso è presente e, da non più appassionato di calcio, ora che riesco a vederlo senza farmi coinvolgere, devo dire che accadono delle robine da galera e non certo di rado...

Negli sport singoli, uno arriva indiscutibilmente primo. Chi ha praticato sa comunque che anche qui l'ingiustizia si cela, ma spesso non giunge al pubblico. La situazione è la seguente: si seleziona qualcuno per una gara. Son scelti i migliori? spesso no. Quindi chi vince non è mai il migliore della sua specialità, ma il migliore fra i presenti. Conosco qualche caso e forse anche voi, se ci pensate un attimo... sta di fatto comunque, che negli sport detti individuali, si ha una classifica, e cosi accade anche per gli sport di gruppo. Ecco che questo modo di agire che è abbastanza sensato in quel contesto, entra negli altri, e si hanno gare di latino, di matematica, di libri venduti, di premi letterari. Tutto insomma diventa gara. Ma cosa ci vuole a comprendere che chi vince una gara di matematica è certamente fra i migliori ma probabilmente non il migliore, e che se ha vinto in quella specifica situazione è perché ha avuto un pizzichino di ..(non si può dire, vada per fortuna)
e si è trovato nella situazione emotiva e fisiologica giusta? Mettiamo che fosse presente un novello Einstein reduce da una fagiolata temporalesca la sera prima con gli amici...

Il punto è questo. In arte, in letteratura per esempio, non si ha se non in casi rarissimi un migliore. Di solito ci troviamo davanti ad un gruppo di menti che meritano la nostra attenzione. Solo col senno di poi possiamo dire che Dante è il numero uno in assoluto della poesia, e infatti nella sua epoca lo han trattato con ben poco rispetto... e non solo lui, ma anche per esempio Shakespeare, è indubbiamente un fenomeno tale da essere in grado di rendere umile anche lo spaccone più allenato, ma sono eccezioni. Picasso è un'eccezione, Schubert, Beethoven ( con Mozart ho una lite in corso) e altri sono nella categoria dei fenomeni intoccabili, e io ci metto anche Kafka, Yourcenar, la Woolf, Bulgakov, Flaiano e mi fermo perché poi si scopre che le eccezioni sono un po' troppe per poter essere definite tali. Ma, nell'arco di, mettiamo, un millennio, ci sta che ce ne siano una decina e anche di più! E pure che siano aumentate negli ultimi secoli, poiché la popolazione è cresciuta e la cultura è più alla portata, e, se le si sgocciolano queste eccezioni, nei secoli, ecco che ad ognuno di questi, toccherà qualche goccia appena. Ecco l'eccezione. Oggi scrivono, mettiamo una cifra a caso, duecentomila persone? Dieci son fenomeni? Non mi sembra molto. Il punto è che nel mio elenco provvisorio di autori stranieri che stimo, i vivi di nuovo scarseggiano. Mi sembra che ci siano Coetzee e Philip Roth. Riguardo e mi accorgo che ci sono anche Marquez, che comunque sta poco bene e non ne vuole più sapere di scrivere, e Mc Ewan.

Solo quattro. E' una tragedia? si. Lo sarebbe in senso totale se non esistessero più le opere degli eterni (dire morti o defunti in questo caso mi sembra scorretto)!. È comunque pochino se si pensa in quanti siamo a pensare mangiare e andare di corpo su questa briciola di pianeta.

Una precisazione: ci son due modi belli di scrivere. Scrivere e raccontare. Alcuni come Marquez eccellono in entrambi, altri come Canetti, secondo me, sanno solo raccontare, e io personalmente preferisco lo Scrivere con la esse maiuscola. Scrivere è inventare qualcosa che rappresenta la vita, raccontare è pescare nel ricordo. Possiamo essere infinitamente saggi, ma nel ricordo c'è la nostra esperienza, mentre nello Scrivere dovrebbe esserci il risultato di questa. Se io sono cappuccetto rosso, posso raccontare quel che mi è accaduto e non capire a fondo tutto, però l'ho raccontato così bene! Se io, in quanto cappuccetto rosso, dopo aver vissuto la mia esperienza col lupo cattivo, cerco di capire cosa mi è accaduto e lo rappresento in un'idea, secondo me si ottiene un prodotto che non pone l'esperienza a soggetto, ma a strumento di qualcosa di più alto. Chi recriminasse all'esempio facendomi notare che forse cappuccetto rosso è non è un raccontare ma qualcosa di più, gli farò presente che questa storia antica è il risultato di residui stratificati. Infatti vi accadono cosucce più che improbabili. Quando incontro draghi, fate, gnomi, mi fido di loro e li seguo, ma come faccio a fidarmi di una bambina così stupita da confondere la nonna con un lupo cattivo che si è messo una cuffietta? La metto sul ridere, ma ci si pensi. Si tratta di una rimanenza in brandelli di una storia, forse di un rito, di una iniziazione. Il problema è forse, che dopo Freud, siamo circondati da frotte di fenomeni che vedono coincidenze, onanismi, Clitennestre ed Edipi anche nei budini.

La questione per me è la seguente. Raccontare è un po' come accendere il registratore della memoria. È vero che non si racconta mai la verità vera (che in un certo senso non esiste e ad essa si può solo tendere) ma una nostra versione che spesso ci giustifica, ci salva o, se siamo autolesionisti (come spesso fece Celan), ci condanna. È vero anche che, se l'esperienza la elaboriamo in noi cercando di capire cosa crediamo di aver compreso della vita e, quel che abbiamo compreso lo introduciamo in modo ovviamente non razionale in un contesto inventato o anche reale ma non nostro, è vero che, secondo me, così nascono, anzi possono nascere i capolavori. Nessuno crede che Dante sia veramente andato all'Inferno e dintorni. Sappiamo benissimo che l'inferno è il luogo nel quale si materializza una parte della sua visione del mondo e la visione del mondo l'ha tratta dall'esperienza! Flaubert in “Madame Bovary”, inventa solo parzialmente. Alla base dovrebbe esserci un fatto vero. Egli lo scelse non certo a caso. Trovò una “scatola-evento”, dotata di significati precisi, e ad essa sovrappose con abilità stupenda, la sua visione del mondo. Per chi scrive, il reale è solo una delle tante fonti possibili per descrivere quel che abbiamo dentro. Un esempio è Lem, Cito il suo romanzo Solaris (caso più unico che raro. Stupendo sia il film che il libro. Trovo che sia accaduto solo un'altra volta con Luchino Visconti e la sua “La morte a Venezia” di Thomas Mann”). Si tratta di una ingegnosa situazione che affascina per la sua originalità quanto per la profondità. In questo libro, nulla vi è di reale, ma l'insieme rappresenta una visione del mondo di una profondità indiscutibile.

Esiste poi una categoria di autori che trovo interessanti ma non riesco a mettere fra i miei preferiti.

Cito i due che per il momento mi vengono in mente.
Spephen King e Saviano.

Mi raccomando, non si cerchino similitudini fra di loro. Entrambi hanno scritto qualcosa di notevole, ma per motivi che ora espongo, non li “sento” completi.

Saviano.
“Gomorra è un capolavoro. Saviano non è uno scrittore.
Mi spiego. È un giornalista. Me lo immagino ragazzo, che gira per Napoli e dintorni, scopre quel che scopre e ne rimane sconvolto. Lo racconta nel suo libro reportage e diventa, giustamente un caso letterario. Giustamente perché gli italiani, per quanto fossero consapevoli delle schifezze che stavano accadendo, non avevano colto l'effettiva profondità del baratro. “Gomorra” è per me qualcosa di sconvolgente come lo fu il “libro nero” di Grossmann (racconta di cosa fecero i nazisti in Russia contro gli ebrei)1. Ce l'ho in casa. So perfettamente dove si trova in libreria e raramente riesco ad aprirlo. Quel primo capitolo fu un pugno non solo allo stomaco, ma anche al cuore. Saviano è ora il rappresentante più accreditato e stimato (spero) di un certo senso di giustizia che cova negli italiani che secondo me stanno perdendo la pazienza (spero).
Ma, ed è un grande ma, non è uno scrittore e non sa nemmeno scrivere. Questo non ha fatto male al libro perché in modo involontario ha potuto immettervi due cosucce eccezionali: La sua rabbia, che è la rabbia pura e bella della giovinezza, e dei fatti talmente sconvolgenti che non avevano bisogno di altro che di essere raccontati.
Faccio un esempio. Steinbeck in un racconto che non ricordo più in che libro si trova, ci mostra una signora di un paese americano che abita in una casa sperduta lungo una via. Passa un fabbro arrotino itinerante e lei lo ferma per fargli riparare degli oggetti. Comprendiamo subito che per lei è prima di tutto e finalmente un contatto umano, che lei lo tiene a pranzo e gli parla per desiderio di sentirsi viva e lui invece semplicemente passa e fa riparazioni senza sentirsi solo perché il suo tipo di vita gli da un sacco di contatti. Quando il tipo parte, la signora, contenta più del dialogo che delle riparazioni che comunque sono perfette, gli regala una pianta in un vaso di terracotta. Mi sembra di basilico ma potrei sbagliare. Lei ritroverà successivamente il vaso rotto sulla via. Per me è stato un pugno al cuore. Questa idea è delicata e solo il saper scrivere la renderà affascinate, indimenticabile, almeno per me. Si noti che non ricordo più da quale raccolta di racconti provenga e nemmeno la precisione è presente, ma il nocciolo del piccolo grande dramma c'è tutto e dopo anni posso ripeterlo. Aggiungo anche che oggigiorno scommetto che un pennaiolo, se si impossessasse di questo gioiello, vi introdurrebbe il sesso. Immagino il fabbro che dopo qualche doppio carpiato e posizioni da contorsionista e prestazioni fiabesche, riparando male, incassa e se ne va con la pianta, nonostante le poche forze rimaste, e riesce comunque a gettarla e, ovviamente il significato profondo va a farsi benedire. Lasciamo perdere l'avaro presente e torniamo a Saviano.
Secondo me lui non sarebbe capace di inventare storie del genere, storie che una volta lette diventano indimenticabili. Saviano non ha inventato niente e non doveva inventare. Se lo avesse fatto ora sarebbe un volgarissimo falsario e un fenomeno commerciale bieco. Ho letto anche il secondo libro. Non va. Il capitolo che riguarda Messi è addirittura degno di chiacchiere da bar, ne ha il tono e la banalità. Non so se riuscirà più a indignarsi. C'è anche il rischio che si ripeta. Diceva Gattuso, simpaticissimo e sincerissimo calciatore che, se non avesse saputo dare due calci ad un pallone, sarebbe finito in fabbrica (mi sembra che avesse detto a fare il fornaio, non ricordo più esattamente). Lo stesso vale per Saviano. Egli si è ritrovato in un ruolo e in quello solo, eccelle. Spero che lo senta suo perché è importante e necessario, ma la letteratura è un'altra cosa. Né migliore né peggiore, semplicemente diversa. E Saviano, sapendo fare solo quello e, insisto, lo fa bene, deve continuare con onestà, sincerità e vera indignazione.
Vincerà il Nobel per la letteratura. Non per merito suo ma per colpa di Stoccolma che ormai cerca solo persone che rischiano in campo sociale. Pamouk, turco, bandiera dell'eccidio armeno è uno dei tanti esempi. La sua letteratura è intelligente ma... l'intelligenza deve venire dopo l'intuizione. Senza di essa non c'è vita. L'idea sgorga e l'intelligenza la ordina rispettando quel sentore di irrazionale, di selvatico che la mente ha quando agisce a nostra insaputa. Non è l'unico caso. Esiste un'eccezione notevole. Coetzee. Nobel sudafricano. Secondo me “Vergogna” è un gioiello e “diario di un anno difficile” ci si avvicina. È bandiera di qualcosa che sventola sui giornali che leggo si, ma con disattenzione. Quei due libri, letti in se stessi, senza tanti atteggiamenti ed etichette, meritano il Nobel nel senso che aveva questo premio una volta, quando lo vincevano gli Hemingway, France, Pirandello, Deledda....

Stephen King.
Porto come esempio un suo scritto. “Il cimitero degli animali”.
La trama è grosso modo la seguente. In un bosco c'è un cimitero per gli animali. Se li seppellisci li, essi ritorneranno, ma non saranno più come prima. Avrai delle specie di zombie. In poche parole il tuo gatto ha il corpo del tuo gatto ma in effetti, nel senso più profondo del definirsi vivo, non è più lui. Accade che muore mi sembra, una donna. Il marito non resiste al dolore. La porta nel cimitero degli animali. Ritorna uno zombie.
Mi fermo qui. Non serve altro. Un poco come con “La metamorfosi” di Kafka, bastano le prime righe per poter comprendere molto, oserei dire quasi tutto. In questo caso si tratta di qualche pagina.
Qual'é l'idea che sta dietro a questo inizio di King? Si tratta della grande sconfitta americana e per esteso dell'uomo tecnologico. Se pensate a Mary Shelley e al suo “Frankenstein” (che sembra sia stato scritto a tre mani col marito e Byron se non ricordo male, gente che con la penna d'oca faceva cose stupende...), troverete la versione positiva di quel che King ha descritto. L'uomo domina la tecnica con la scienza. L'elettricità sconfigge il grande nemico, la morte, che prima del dottor Frankenstein era stata risolta (non tutti sono d'accordo...) solo da Dio. Cosa capita al personaggio di King? Non accetta la sconfitta della morte, la grande sconfitta. La morte, questa signora con la falce che imperversa nonostante i miracoli della scienza. Dove ritroviamo una versione simile di questa idea? Ne “il silenzio degli innocenti”. Il libro è di Harris, ma anche aver visto il film è sufficiente per seguire quel che sto dicendo. Un uomo è più di un uomo. Perché non dirlo? È un dio. Mangia gli umani. È una mente incontestabilmente superiore, talmente superiore che comprendono che solo lui potrà risolvere il caso di un serial killer maniacale che ha rapito la figlia di un senatore. Il senatore rappresenta l'umano potente che può, all'occorrenza, sovvertire le regole. Sembra che lo faccia per una causa giusta, ma di fatto salva la figlia e lascia libero un personaggio che di casini ne farà e non pochi. La prima scena nella quale quello scricciolo di specialista, piccola, fragile e anche forte, incontrerà l'uomo superiore come un dio la ricordate? In una sala enorme una gabbia. Guardie in abbondanza. Il dio cannibale sta ascoltando Bach, le variazioni Goldberg, la musica di Dio, la sua. Il dialogo che si svolgerà nella cella, attraverso quel vetro grosso due dita, è notevole. Noi sappiamo che lui risolverà, perché? Perché abbiamo la sensazione della sua onnipotenza. Risolverà il caso e se ne andrà. E come un Dio greco farà quello che vuole, imprendibile e al di là del bene e del male.
Questa è un'altra versione della sconfitta americana. Un ritorno a dio. Non discutiamo sul suo senso di giustizia. Altri dei son stati ingiusti. Giove ne ha fatte di tutti i colori e il dio degli ebrei non è stato proprio gentile con Giobbe (ma ci pensate? Dio scommette con il Male che Giobbe non lo tradirà nemmeno se gli toglierà tutto, salute, figli, mogli, amici, ricchezza, salute.. ma non poteva sfidarlo a lancio di fulmini o a bocce? Le divinità cattive e adorate abbondano...). L'uomo dio di Harris è un essere che come un vero dio sfugge alla comprensione dell'uomo. Risolverà l'irrisolvibile e verrà chiamato quando la capacità umana si ferma. Ma, per quale motivo la cultura americana ha sentito l'esigenza in Harris di creare quel personaggio. Semplice. Perché quel che ha non le basta. La tecnologia, la scienza, le automobili grosse come camion, non hanno portato la felicità. E in cosa consiste la felicità? In quel che Hannibal ha, il potere assoluto sulla vita e la morte degli altri. Chi vede un personaggio del genere, lo percepisce come invulnerabile. Se scappa e chi lo prende più. Se comprerà una bottiglia di chianti, sai che entro sera mangerà qualcuno e sai anche che questo qualcuno non ci scappa alla padella. È come con dio. Lui decide di vita e di morte e la volontà della vittima ignara è spenta, non conta, è troppo inferiore per poter anche solo concepire la possibilità di difendersi. Per tutta la visione del film vi siete ricordati almeno per una frazione di secondo del fatto che Hannibal è un mortale? No. Non vi ha nemmeno sfiorato l'idea. Siamo poi nientepopodimeno che negli Stati Uniti. Li a farti arrosto su una sedia elettrica o comunque a giustiziarti non ci mettono troppo. Ma lo scrittore lo ha salvato. Non tutti gli stati hanno la pena di morte quindi gli umani in questo caso, per scelta di Harris, non possono ucciderlo e lui, se non lo tieni ben bene ingabbiato si pappa chi gli pare. E insisto, del fatto che è soggetto a vecchiaia e morte non ci pensiamo minimamente. Harris ci offre l'essere umano più vicino alla nostra concezione di dio. Fa morire gli altri, ma lui non muore. Dio appunto. Perché Harris crea questo personaggio? Perché ne ha bisogno. Ha bisogno di Dio. Il dio delle varie sacre scritture sparse in giro per il mondo non basta più ad uomini che nella roulette della vita hanno come fish dei neutrini e pretendono di concepire formule ultime, conclusive, onnicomprensive nelle quali la caduta dei capelli del signor Smith e l'esplosione di una supernova sono ugualmente considerate, previste. I neutrini però per ora si immaginano e non si lasciano prendere e c'è già chi pensa a qualcosa che è dato da altre scomposizioni, e la formula onnicomprensiva non arriva, è li dietro l'angolo, per chi vuole crederlo, la si vede là in fondo come un miraggio, ma...

Ed ecco l'ultimo stadio: L'uomo di King. La razionalità si sfalda. Il nemico è li che ci fa soffrire e son cadute tutte le illusioni. La morte uccide ancora. La scienza, Frankenstein ne è la prova, non è arrivata in fondo, dove voleva arrivare, e gli Stati Uniti, che più ci hanno creduto, pagano il prezzo più alto che consiste in angosce, visioni, paure.

Ora. Perché King non è per me fra i grandi? Perché lui quelle cose le sente, le vive, ma non le ha comprese. Avete presente quelle persone che scrivono e scoprono tanti aspetti di se stesse da quel che hanno scritto? Ho l'ambizione di dire che non funziona così. Una somma, sgradevole, una insopportabile lucidità entrano nella pagina del vero, grande scrittore. Egli non scopre se stesso nella sua opera. Egli si conferma, e offre agli altri la sua visione sincera. Spesso questa è specchio di un'epoca, spesso è specchio dell'Uomo con la u maiuscola. Ma quella lucidità, in un incantesimo che sa di ipnotico, ci si rivela, quell'opera ci cambia anche solo per un attimo, e la luce abbagliante che produce, illumina un paesaggio interiore potente e nostro. Per l'artista è diverso. Vive costantemente in quella luce potente. Ne verrà annientato. Lui ce l'ha dentro e ne ha fatta uscire qualche lama. Ma soccomberà, come un fiammifero nell'attimo stupendo della fiamma o una farfalla, nell'arco di un solo giorno, a suggere nettare di luce dal sole, da un lampione, da quel cerino acceso che sarà così per lei l'apice....e la fine.

Un altro libro, più noto per il film, ci offre il dio umano. Si tratta di “Rambo”. Per chi sottovaluta a priori, senza consumarci nemmeno un poco di cervello, faccio notare un dato che non è assolutamente una coincidenza. Quel nome, Rambo, non è scelto a caso. Ci sfugge perché la sua origine è legata ad una grafia diversa che salta subito all'occhio spostando l'accento dalla a alla o. si ha così Rambò che è ugualissimo a Rimbaud.
Osserviamo ora questo personaggio. All'inizio del film (il primo della serie), sta camminando su una strada in una zona boscosa. C'è un ponte. Di là c'è un paese. Il poliziotto non lo vuole perché “non vuole grane”. A quest'inizio dobbiamo aggiungere una caratteristica dei fil americani di cassetta: il cattivo è talmente cattivo da essere ridicolo, il buono è talmente buono da sembrare quasi scemo. In un altro film di Stallone, un poliziotto, dopo aver fatto giustizia, ovviamente da solo e in modo rocambolesco, nell'ultima scena, all'offerta della comunità da lui salvata, pone un rifiuto dicendo più o meno che la sua vita è la strada. Ok. Sei buono ma sei cretino. Se ti fanno sindaco e hai una morale candida, potrai riorganizzare una comunità in base ai tuoi valori che, in quanto prescelto, vuol dire che son condivisi. Perché quel personaggio rifiuta? Perché chi lo ha ideato (Stallone) ha dei limiti enormi. La medesima cosa accade in Rambo. In questo caso il buono è buonissimo e vittima che si porta dentro il trauma della guerra in Vietnam. Gli stupidissimi cattivi ne pagano le conseguenze, perché questo dio buono, chiuso in se stesso, errante e schivo, non voleva dare fastidio a nessuno, voleva solo passare, come un ebreo errante che in nessun luogo ha un suo posto. In questo caso il dio-umano è potente, ha scelto una morale e quando la vede maltrattata, punisce. Forse questa idea, messa in mano ad un cervello un po' più sensibile avrebbe potuto diventare almeno decente. È andata così. Pazienza. Accade però che per l'ennesima volta il cinema americano ci offre un eroe super che senza doni tecnologici fa esattamente quel che fanno i vari Uomo Ragno, Superman eccetera. L'idea di un passato traumatico poteva essere feconda, ma così non è stato.è notevole studiare la genesi di Superman nella mente del suo autore. Era un ragazzo e gli uccisero il padre mentre era nel suo negozio. Il ragazzo immaginò prima un super essere negativo, e poi, col tempo questo è diventato positivo e totale come il Superman che vediamo nei film e nei fumetti. Dalla banalità non può nascere che banalità. A volte dietro a un successo come Superman, Topolino, Paperino e Lupo Alberto, che ci “prendono” dandoci serenità, c'è un'idea geniale nata da una grande sofferenza. Per Topolino, Paperino e Lupo Alberto si tratta di aver creato dei mondi senza il complesso di Edipo. Semplice, geniale e liberatorio.

Dimenticavo. Tutto quel che scrivo è uscito di getto. Se c'è qualche errore è dovuto alla situazione. Le dita non riescono ad andare veloci quanto la mente e qualcosa, un accento, un apostrofo, una lettera dell'alfabeto, si perde.

1Questo libro è sconvolgente. Una sua immagine è in me da anni. Immaginate un ebreo che sta raccogliendo legna nel bosco vicino al suo villaggio. Sente degli spari. Durano tanto. Torna ma trova tutte le case vuote. Segue il rumore degli spari. Giunge in un luogo non distante dove trova tutta la gente del suo paesino che è posta in varie file e dei plotoni di esecuzione nazisti che sparano. Vede i corpi cadere nelle fosse. Decide di mettersi in fila con gli altri. Giusto. La tua comunità si sta estinguendo. In lei hai senso. Da solo sei un nulla senza senso. Spesso la notte vedo quella scena. A volte quell'uomo ha il mio volto, in altri casi è una persona che non conosco. Vedo nel dormiveglia, la sua sorpresa e come d'un lampo, quella decisione impressionante prende corpo nel semplice muovere un passo e poi un altro e poi un altro. Mi fa troppo male pensare che possano essere accadute e accadano tuttora cose del genere.

lunedì 2 maggio 2011

A proposito di me

Avrei voluto l'anonimato.....scendo a un compromesso. Il mio nome di battesimo è Werner, ma mi firmerò We, come, per economizzare qualche molecolina di fiato, mi chiama chi mi frequenta. Il cognome me lo sono dimenticato...

Quel che rivela uno sguardo è un pensiero. Il pensiero qui appare o almeno ci prova. Il volto per il resto poco importa. E nemmeno il luogo. Come in certa fisica d'avanguardia, la particella che io sono, è potenzialmente ovunque, ma si materializzerà solo in certe condizioni. E poi non è importante. Potrei essere a Belgrado o nell'appartamento sotto di voi. Sono comunque raggiungibile per quel che riguarda il pensiero ed è questo che conta.

Capita che un nome diventi un marchio commerciale, una garanzia di qualità e secondo me, in letteratura, quando si fa sul serio, non si riesce a perdere tempo dietro a queste cose senza soffrirci un po'. Se pensassi al reddito che la letteratura può darmi e agissi di conseguenza mi sentirei sporco. Può accadere, ma con esso può anche nascere una sgradevole sudditanza, una possibilità di mancanza di tempo per troppi impegni, o limiti, censure.

Ho già pubblicato, ma il libro, l'unico che ho veramente amato, lo stampai a mie spese e l'incasso lo diedi ai canili. Non era firmato. Era un omaggio al mio cane e il nostro reciproco grande affetto ne è il soggetto. Fuori dalle pagine di un blog non ho nulla da dire se il mio volto e quel che scrivo, vengono affiancati. Non lo trovo necessario. Mi è indifferente. E poi non mi piace farmi fotografare. Lo accetto ma se posso evito.

Posso dire che sono di sesso maschile, eterosessuale ma senza preconcetti nei confronti di chi “la pensa diversamente da me”. Ho amici gay e quando esco con loro non sento la necessità di mettere le “mutande di ferro”. Loro non pensano minimamente ad attentare alla mia “verginità” e si scherza su tutto tranquillamente. Quel che uno fa nella sua camera da letto e di se stesso, entro i limiti dell'autolesionismo e del rispetto del prossimo, deve essere accettato senza riserve. Fa parte della libertà che abbiamo il diritto e il dovere di vivere.

Sono razzista ma in un modo un po' personale.
Non si tratta di nazionalità di serie b, di fasce di reddito da evitare (anche se molta alta borghesia fa veramente ribrezzo), o barriere religiose o sessuali.

Se una persona, in una scala da uno a cento può valere novanta e non fa nulla per se stessa e per nutrire quel valore, mi irrito e divento insopportabile. Posso comprendere chi ha periodi di noia, pigrizia, lasciarsi vivere, innamoramenti quasi fantozziani. Il discorso non è legato ad un costante, continuo, rendimento da fenomeni. Anch'io per molta parte del mio tempo ho l'impressione di buttarmi via o anche semplicemente che potrei fare di più, ma non mi ossessiono certo. Rispetto i talenti che il caso o la natura o chissà chi, ha inserito in me, e mi sembra di buttarmi via se li trascuro. E questo non vuol dire che tutti devono scrivere perché lo faccio io. Mi piace anche la persona che amando il calcio e avendo accumulato quarant'anni di vita, “non molla” e continua a giocare a livello amatoriale. La vita ha tante possibilità. Non è solo una la via giusta per darsi un senso, ma è innegabile che la stragrande maggioranza non vive ma si lascia vivere....

L'età.

La saggezza dicono che venga con l'età. Ed Emilio Fede allora? Premetto che per me lui è il grado zero dell'introspezione intellettuale. Se una cosa è in grado di capirla lui, la capiranno veramente tutti....  e cito lui ma ognuno di noi sa di poter sgranare un rosario nomi di persone anziane che non meritano nemmeno il nostro disprezzo. La saggezza secondo me va e viene. Ricordo un giorno che dialogavo seduto in un caffè con un artista dal cervello fino. Passò un mammifero di suo gusto e si ridusse nel giro di un attimo a un galletto. Spesso gli ormoni ci possiedono e ci trattano come burattini al loro servizio. Secondo me la saggezza è un lampo che si accende ogni tanto nella vita di ognuno. Ovviamente alcuni ne son totalmente esclusi e non ne soffrono. Sarebbe come pretendere che possa sentire la mancanza del pudding chi non l'ha mai assaggiato. Altri, han lampi di saggezza che durano tanto, delle ore, dei giorni. Ne conosco uno così. Si chiama Tonino Guerra e di lui parlerò diffusamente. La saggezza è secondo me una coincidenza particolare. Una situazione nella quale la somma di esperienza e pensiero offrono una lucidità bellissima e in alcuni casi, spaventosa. È ovvio che un anziano dispone di un potenziale serbatoio di esperienze tale da poter annichilire un giovane, ma se poi non esiste in lui un pensiero per ordinarle in un insieme coerente si da formare un paesaggio dell'anima degno di essere frequentato da qualcun altro oltre il suo possessore? Molte memorie sono solai colmi nei quali il ricordo di un amore non è mai stato elaborato e vince il desiderio durato anni dell'auto di grossa cilindrata che alla fine è stata acquistata .

Per chi dubita delle capacità anche artistiche di menti molto giovani consiglio la seguente terapia: mettere di fianco alle opere di Michelangelo e Raffaello l'anno di realizzazione della stessa e l'età del pargolo che l'ha realizzata. C'è da rimanere sbalorditi. E non si pensi che siano eccezioni. Ho scelto due nomi ultra noti, ma è solo la nostra epoca che considera la giovane età o come fenomeno da baraccone o immatura per tutto.
Esiste un momento della vita nel quale in ognuno di noi nascono delle idee sul senso del tutto. E la si è appena assaggiata solo nel ruolo di figlio, forse fratello e nipote e a livello sociale forse nello sport, nella parrocchia e sicuramente a scuola. Nella calda cuccia della famiglia con i genitori pronti a risolvere i problemi (si spera), quella mente cresce e matura appunto delle idee che se diventano opera, proprio per il fatto di non essere ancora partecipi del flusso della storia  risulteran nuove. È  cosa ben diversa sentir parlare d'amore da chi non ha ancora amato e vede perle dove molti di noi, con l'esperienza, son convinti ci sia dello sterco. Anche chi è diventato, quasi come se fosse un mestiere, deluso o cinico, non può non emozionarsi davanti a quella freschezza che fu nostra e che sta, in fondo, solo a noi recuperare. E cosa dire delle utopie sociali? Delle mille ribellioni dell'adolescenza? Molto spesso è il nostro occhio mediocrizzato dalla quotidianità dalla quale loro non sono ancora stati travolti, a non vedere poesia. Ricordo una ragazza che seppe che avrebbero tagliato gli alberi della sua via. Per lei era intollerabile. Lei non aveva visto crescere quegli alberi, ma loro l'avevan vista aprire gli occhi, e poi  gattonare e arrampicarcisi per gioco. Questi padri immobili, che sussurravano al vento l'ombra dei suoi giochi, videro innescata, per salvarli, una bellissima guerra. Chiamò degli amici. Ognuno salì su un albero  e scesero solo quando furono certi che sarebbero stati salvati tutti. Per la tivù fu solo una notizia bizzarra da seguire per riempire un palinsesto che deve prima di tutto stupire e certamente non far pensare. Per quei ragazzi, e per me, fu una visione positiva della vita che li avrebbe resi più forti, (e io con loro, perché anche solo il fatto che qualcosa di positivo vada a buon fine mi rende più facile guardare avanti) più robusti contro le intemperie infami delle necessità burocratiche e commerciali che fanno la nostra quotidianità.

E io che ho anche insegnato e penso che lo farò ancora, ho potuto leggere cose scritte dagli studenti e anche brani musicali da loro composti, che nessuno aveva degnato di un po' di rispetto se non i loro compagni, e loro offrivano al mio sguardo quasi certi di quel fatidico “non ho tempo” che sempre li perseguita.

Dice Vecchioni nell'inizio di una sua canzone: “La chitarra riempie la tua stanza, come non la riempiono gli amori, forse a diciott'anni non c'è distanza fra le cose dentro e quelle fuori. Forse a diciott'anni si canta e basta, essere sentita o non sentita, non ti cambia la vita”.

Parole stupende, ma l'esser sentiti, ascoltati, rispettati anche se quel che si è fatto è fragile, la vita te la cambia. E forse un domani, da quella stima che ha dato sicurezza di sé, qualcosa di buono potrebbe tornarci in forma, anche, di opera o di vita vissuta bene.

Mi son perso. Si parlava della mia età. Non la ricordo. Quando son nato ero talmente piccolo che non si può pretendere... e su certe cose non vedo perché io debba fidarmi di certe persone che pretendono di aver ragione solo perché c'erano e poi, se domando cosa hanno mangiato ieri sera, non lo ricordano....

è ovvio che è una scusa. Non mi va di dirlo.

Si creano poi luoghi comuni, aspettative che non hanno molto senso. Nelle “Recherche” Proust (che è l'innominato protagonista) incontra finalmente ad una cena il suo scrittore preferito che si chiama Bergotte (nel libro ma che nella realtà Anatole France). Proust racconta quanto rimase colpito dalla differenza che colse fra la persona vera e quella che aveva immaginato, in base ai libri suoi che aveva letto. Si trattava di un quarantenne col naso camuso che ben poco offriva all'idealizzazione.

E sì, fateci caso. Quando leggete un libro, se non l'avete ancora vista, immaginerete la faccia dell'autore e molto probabilmente andrete su internet a far scorpacciata di immagini. Se invece il libro che vi apprestate a leggere ha una foto nella copertina, allora vi affretterete a cercare qualche alchimia fra il titolo e quei lineamenti. Noi uomini spesso agiamo così anche nell'amore. Pensiamo che la bellezza esteriore sia lo specchio di quella interiore eeee zac...un coccodrillo ci divorerà, sputerà gli ossicini e diremo che è stato cattivo, quando invece siamo stati noi ad essere banali.
No. Il viso non c'entra. È lo sguardo che parla, ma non sempre e non da subito. In chi non ci guarda in faccia può celarsi una persona perfida o uno sconfitto che non si offre in pasto alla possibilità di un'altra delusione. Bisogna quindi aver pazienza, lasciar passare i primi attimi e poi, quando distrattamente quegli occhi si perdono a guardare un particolare secondario, per esempio l'ombra lunghissima di una persona che passa li vicino, cogliere il filo sottile di un discorso interiore e annodarlo se è il caso al nostro. Ma ci son sempre le eccezioni. Lo sguardo vuoto esiste e se non te ne accorgi subito, e ti sporgi un po' troppo, cadrai giù e quando si cade è ormai tardi per tornare indietro....

morale della favola, niente mie foto. Sono brutto, non mi lavo e faccio dei versi strani che spaventano anche i draghi delle favole. Io sono le mie parole.

Perchè apro un blog

I motivi sono talmente tanti che non so da che parte iniziare.

Il primo che mi viene in mente è molto funzionale. Mi è capitato, facendo conferenze, di trovarmi davanti quasi costantemente ad una domanda che qualcuno mi pone, ed è la seguente: “cosa mi consigli di leggere?” e mi rendo conto che mi viene chiesto non certo in tono sfida coll'insano intento di valutare a quale livello sono o in quale faziosità amo sguazzare, ma semplicemente, me ne son reso conto, perché sentono che affronto i “miei” argomenti preferiti con passione. In chi ama quel che fa, ci sta anche sbagliare, se poi si è in grado di ammetterlo, e non è umiliante ammettere di non sapere e quindi trasformarsi all'occasione da conferenziere in pubblico perché si scopre seduta stante, che nella mente di una persona presente c'è un tesoro d'esperienza che vale la pena di essere ricordato.

Un altro motivo sta nel fatto che amo scrivere. Anche in questo caso serve una spiegazione. Scrivere secondo me potrebbe anche non essere un mestiere e piegarsi a questo ruolo solo come un accidentale forma della sorte. Io non mi metto davanti a un foglio o davanti al pc con ben piantato in testa il compito di scrivere perché è chic. Mi ritrovo che un'idea spinge,s i fa posto, prende forma nella mente. Dopo mesi che si è lasciata trasformare allungare accorciare, rifinire ecc, arriva il momento che nulla si muove più. Sento che la crescita è finita e scrivere diviene impellente, irresistibile. Spesso è pure doloroso, perché è una parte di me che in quelle parole prende forma, come scrivere sulla lapide l'epitaffio di un periodo della propria esistenza e prepararsi a consegnarlo all'oblio che, lo sappiamo anche se non abbiamo il coraggio di pensarlo, è la misura di tutto il nostro essere.

Mi capita di rendermi conto che in quel che scrivo c'è anche l'ambizione di ricordare. È per me stesso che accade. Non sopporto chi dice che si scrive per gli altri. So che accade ma non mi riguarda. Scrivere accade, e non è prevedibile, come il tempo di dopodomani e la data di nascita del figlio che non abbiamo nemmeno ancora pensato di progettare. Accade anche che non si viva chiusi in un mondo singolo. Qualcuno legge, si rimane sorpresi o delusi dalle reazioni e non è certo il pubblico, se si è onesti con se stessi, che ci gratifica, bensì, il pensiero, se se ne coglie la sincerità, di pochi amici fidati. Capita che di mano in mano la situazione sfugga di mano, ma quando non si conosce il proprio lettore che valore può avere quel che eventualmente ti dice nella fugacità dell'attimo nel quale te lo presentano e nel perenne dubbio che dica certe cose per cortesia, per dovere sociale e non solo. Un complimento è non costa nulla e può avere come tornaconto un debito di atteggiamento da rendere a chi ci ha offerto certo un'apparenza, ma sicuramente non un dispiacere.

Mi è capitato anni fa do pubblicare per un settimanale una rubrica intitolata “un libro per l'estate”. Mi resi conto che funzionava perché un libraio era venuto a chiedermi i titoli che avrei proposto nei mesi seguenti. Era accaduto che su quanto da me proposto si erano viste molte ordinazioni. Quel che era iniziato come un gioco anche un poco presuntuoso era diventato una responsabilità. Cosa si può avere da insegnare al mondo a vent'anni? Questo mi domandai. Ero già un lettore vorace e mi resi conto che era troppo quel che non sapevo per non rischiare di fare la figura del “saputello” di fronte a quella vastità di persone che anche solo per una maggiore età vissuta, poteva ben vantare una quantità di tempo e pensiero ben più grandi di quelle che avevo avuto a disposizione io anche solo per una questione anagrafica. Non che le persone con i capelli bianchi non dicano assurdità, la questione era proprio pratica. Se di un autore avevo letto due romanzi e questi ne aveva scritto mettiamo venti, ero consapevole che potevo essere più preciso e che gente più esperta di me ce n'era. E poi il periodo storico nel quale l'autore scrisse, perché ha scritto. Mi sentii insomma travolto da qualcosa di più grande di me. Mi salvò l'idea di affidarmi alla dimensione affettiva. Se un libro mi fosse piaciuto, lo avrei ammesso in modo personale, spiegando cosa ci trovavo io. Poteva essere sbagliato, banale, geniale, normale. Era comunque quel che potevo dare con onestà. Mi domandai perché quella mia scelta funzionò e molti lettori si fidarono dei miei consigli. La risposta che mi diedi non fu lusinghiera. Non mancano a nessuno di noi occasioni per montarsi la testa e quell'ebbrezza è capace di far perdere l'equilibrio interiore anche alla persona più saggia. A me capitò la fortuna di comprendere, grazie ad alcune lettere che dei lettori mi inviarono per ringraziarmi, che nessuno consiglia libri e perde tempo a spiegare perché ama questo testo più di un altro. Ero quindi l'unico a farlo. Questo era il punto. Quando non si hanno concorrenti si è certamente il migliore.....ma anche il peggiore della graduatoria.
La constatazione mi fece ovviamente pensare e compresi, anzi, è meglio dire che pensai di avere compreso, che la nostra epoca, ha rinunciato a questo ruolo quasi senza rendersene conto e non è consapevole della gravità di questo vuoto. Cerco di spiegarmi. Quando compriamo della musica, non lo facciamo a scatola chiusa. L'abbiamo sentita di solito alla radio o “vista” (perché attualmente la musica si vede anche, paradosso commerciale e non amplificazione della gioia dell'ascolto....) in televisione o su internet.
Se ci si pensa un poco attentamente, ogni bene di natura artistica, tranne il libro e il film, viene consumato dopo esser stato conosciuto. Nessuno compera un quadro senza averlo visto per esempio. Per il libro accade che lo pubblicizzino, il che equivale semplicemente a renderci noto che esso esiste, e che qualche critico lo recensisca sui quotidiani. Ma chi sono questi critici? Chi li ha messi li a pontificare? Non ci è dato saperlo. Una cosa comunque è certa, il critico è colui che viene pagato per parlare bene di qualcosa. Ben pochi agiscono in completa libertà ed è ovvio, poiché se parlasse male ostacolerebbe una campagna commerciale della quale lui è un tassello accuratamente calcolato. Una scuola di pensiero per nulla assurda asserisce che si può anche parlare male poiché l'importante è che si parli. È fuor di dubbio che molte persone guardano per esempio certi programmi televisivi non per piacere, ma per constatare quale grado di schifezza sia stato raggiunto e so che si stupiscono sempre. Il punto è che il critico ci rivela la trama, ci dice che un libro è “buono”, ma la fiducia in lui a cosa la attacchiamo? al fatto che scrive sul giornale? Ad alcuni basta, ma quella è gente che si accontenta....
facciamo un esempio concreto: “il codice da Vinci”. Non intendo indagare se è o meno un buon libro. Preferirei dedicare le mie energie a descrivere quel che ritengo valga la pena di leggere. Vorrei far notare una cosa. Siamo stati bombardati di una quantità spaventosa di pubblicità, notizie, racconti di scandali ecc che il testo avrebbe causato. Quel libro è stato un successo? Direi di si, se si pensa solo alle vendite. Io preferisco spostare l'attenzione sull'appagamento del lettore. Se avesse veramente apprezzato, avrebbe certamente comprato il secondo volume pubblicato da quello scrittore e invece c'è stato un tonfo. Io lo spiego così. La pubblicità ci ha inoculato l'esigenza di quel libro (per curiosità, per poter dialogare con gli amici che probabilmente lo hanno letto o per essere in anticipo su di loro, che il segreto delle mode per essere banalmente chic, non è nel uniformarsi quando esse sono di dominio pubblico, ma di intuirle, anticiparle....) lo abbiamo letto, non ci è piaciuto. E su quell'autore abbiamo fatto una bella croce. Si potrebbe dire: “mi hanno fregato ancora una volta”. Un guadagno indubitabile quindi, per le casse delle case editrici, un ammanco, quasi un furto, per i lettori. Secondo me non va. C'è una mancanza di rispetto, un po' come quando comperiamo un elettrodomestico e quando si guasta diventiamo matti per farlo aggiustare. Ci è stato venduto un prodotto e “loro” pensano di essere a posto così, con noi, ma non va. C'è un'offesa, un sentirsi trascurati che a lungo andare lascia il segno, crea disinteresse, ci costringe a cercare vie alternative a quelle che l'ufficialità propone per non essere nuovamente “fregati”. Quelle che si aprono sono: i consigli degli amici, (ho constatato personalmente che le fregature abbondano ugualmente ma non sono il 99,99 per cento come con la pubblicità o la finzione dei premi letterari) e internet. Con un blog per esempio si dialoga. Col critico no. Lui pontifica. E il dialogo è importante, perché, come ho già detto, io non sono la fonte certa di nessuna verità. Ho una passione e grazie a questa posso offrire una sincerità, un consiglio, una guida dalle quali io stesso son stato plasmato.

Prima ho accennato che libri e film si prestano a un mercato che vende, si può ben dire, a scatola chiusa. Vi è mai capitato di guardare il promo di un film, di estasiarvi e tornare poi dal cine delusissimi? A me quasi sempre. Comprimono in pochi secondi le poche battute o scene interessanti  e noi, merli come al solito deduciamo che il livello della proiezione sia costantemente quello....
I nostri soldi, se ci siamo sorbiti una schifezza totale, non ce li rende nessuno e chi ha avviato l'operazione commerciale che aveva come dato positivo vendere molti biglietti d'ingresso si sente appagato perché il bilancio è attivo. La sentite la discrepanza, la crepa, quel qualcosa che non va assolutamente e che ci fa perdere tanto tempo prima di riuscire a “goderci” qualcosa di buono? Chi ha colto questo meccanismo che va a scapito del cliente nel mercato di massa, di solito si rifugia nei classici. Bella scelta ma, e la nostra epoca? Ma vuoi proprio che non abbia niente di buono da dire? Mi sembra incredibile se penso che ora abbiamo accesso gratis a tutta la musica buona o cattiva che sia, addirittura gratis. Io mi estasiai vent'anni fa quando mi resi conto che col prezzo di una pizza potevo comperare una buonissima edizione di una sinfonia di Beethoven. E oggi che mi basta un clic per avere il meglio o il peggio? È magnifico, ma anche disperante. Aver a disposizione tutto è esattamente come non avere a disposizione nulla. Si deve essere guidati, altrimenti accade che si trova qualcosa di buono appunto per caso, dopo mettiamo, cento tentativi e si butta la vita come un cieco che dal centro di una piazza deve raggiungere mettiamo, una fontana. Possono servirgli anni. Potrebbe per eccesso no trovarla mai. Ma se fosse guidato sarebbe questione di un attimo. La guida non è legata a noi da una catena indissolubile. Se quel che ci intende offrirci non è in sintonia con quell'io che abbiamo dentro e che dobbiamo scoprire riflesso nelle cose che scopriamo di amare, possiamo cercare qualcun altro. È folle l'ambizione di voler fare da soli. Quando si nasce non si sa nemmeno andare di corpo se non ce lo insegnano. Capita invece che per il fatto che ci scopriamo capaci di usare un poco il linguaggio e ci trastulla la sensazione narcisistica che di conseguenza pensiamo e io, solo perché sono io e non per altro, non farò certo dei discorsi stupidi....quindi faccio da solo.

La mia prima guida? Jorge Louis Borges. Nella sua opera cita una marea di autori che stima. Li cercai. Come vedete non è necessario che la guida sia una persona in carne ed ossa. Anche l'opera ci parla.

Dunque. Due motivi per aprire un blog.

Uno: mettere a disposizione i miei scritti per il semplice fatto che ho constatato che una stretta e, secondo me fidata, cerchia di amici, mi han detto che non è giusto lasciarli nel cassetto.

Due:consigliare, anzi, consigliarci, cosa leggere e perchè.

Ricordo che un giorno intervenni un una scuola. Ragazzi all'ultimo anno delle “superiori”. La prof mi chiese di proporre un argomento. Ne proposi uno che nemmeno ricordo più e dissi di far leggere un breve racconto di un certo autore. Quando entrai nell'aula magna ebbi la buona idea di esordire chiedendo se avevano domande da farmi: mi chiesero subito consigli di lettura e anche di motivarli. Fu un attimo passare a domandare come leggevano e spiegare come lo faccio io, e poi cercare di dare una risposta insieme a “che cos'è la letteratura”, perché si scrive, quali esigenze soddisfa.
E non si dimentichi che non esiste un solo modo di leggere e nemmeno un solo motivo per il quale si scrive e come si scrive. Ognuno ha il suo metodo che si può comunque affinare solo col dialogo, col confronto.

Vi faccio un esempio. Ero con Beba Naj Oleari (si, proprio la stilista) in vicolo Fiori Chiari a Milano, in Brera. Ci siam soffermati davanti ad una vetrina di antiquario e lei si rese conto che ero affascinato da una poltrona non vecchia e nemmeno antica, color avorio. Mi disse che nella mia valutazione mancavo totalmente di senso pratico. Come per gioco siamo entrati, mi son seduto in quell'oggetto e ho ammesso a lei e, cosa più importante, a me stesso che era vero. Una poltrona del genere non avrebbe mai fatto parte della mia vita, ma sarebbe finita in un angolo, per il cane o il gatto. Iniziai così a valutare gli oggetti del design anche in funzione della loro “vivibilità”. È fuor di dubbio che certe auto son viceversa sgradevolissime allo sguardo, ma comodissime una volta che “ci si salta dentro”, e questo perché alcuni progettisti non si curano se non secondariamente di soddisfare l'occhio perché un'auto deve prima di tutto e comunque essere un auto e quindi viaggiare.

Penso che ognuno di noi possa trovare nel suo passato situazioni simili a quella che ho raccontato. L'esperienza si affina col dialogo. Ho sempre detto che una tragedia attuale per gli artisti, pittori o “scribacchini” il problema è il medesimo, è la mancanza di dialogo, di confronto. Se leggo un libro o vivo un'esperienza e mi limito ad elaborarla in me stesso, alla fin fine girerò in modo ripetitivo intorno a un me stesso che ha in se poche idee che spesso nemmeno son completamente consapevole di possedere. Se dico che mi piace per esempio Bulgakov, non mi basta scoprire che molte persone la pensano come me. Alla lunga anzi, la cosa potrebbe farsi deprimente. Se invece scopro che qualcosa mi è sfuggito o mi era completamente ignoto, ecco che mi trovo nella condizione di quella persona che trova una pietra che luccica nel fango, le passa col fazzoletto e si accorge che è sfaccettata, continua a pulire con acqua vede che brilla in modo inusitato, la passa nel detersivo e la asciuga con cure ed ecco che scopre che si tratta di un diamante.

E questo accade anche per i film. Cosa mi è piaciuto per esempio di “Gran Torino” di Clint Eastwood? Nel narrarlo potrei offrire più lucentezza a quel diamante per l'occhio della mente di una persona che, o per mancanza di tempo o disarmato dall'eccesso d'informazione o anche causa la cara, amatissima pigrizia, non ha potuto cogliere una certa, per me indimenticabile, sfumatura.