venerdì 7 ottobre 2011

omaggio a Guareschi

Quando decido di scrivere un pezzo non letterario è perché ho la sensazione di aver compreso qualcosa che potrebbe essere donato. Donato nel vero senso della parola. Ritengo che in un'epoca come questa, per la quale tutto ha un prezzo ed in esso si pretende di definire una scala definitiva di valori, dicevo, ritengo che un'epoca come questa la si possa spiazzare, mandare in crisi solo con il dono. Se non si paga un prezzo e si riceve qualcosa, se lo si accetta, ci si deve impegnare a comprendere il suo valore in base a principi nostri. Se non ne abbiamo, tutto si fa polvere.



E cosa mi torna indietro? Cosa ci guadagno? Mi ha chiesto qualcuno.

Vedere che il pallottoliere del blog sale sale e sale non è forse un premio sufficiente? Un'umanità senza volto, che per me non è mai una massa di singoli ben definiti nei minimi particolari, legge. Se non stimasse non tornerebbe più e mi capita di avere il dubbio che si possa trattare di tante visite furtive, brevi, isolate e tenendo conto della immane quantità di esseri umani in circolazione potrebbe ben essere così. E se effettivamente si trattasse di tutta gente in fuga dopo uno sguardo? Andrei avanti ugualmente. Ma potrebbero essere invece persone che tornano..... e il dubbio fa bene, mantiene alta la tensione che devo avere nei confronti delle mie vere o presunte capacità.



La modestia non mi interessa. È una falsità. L'umiltà invece è fondamentale e poiché noi esseri umani siam strutturati in modo tale da innamorarci facilmente di noi stessi, il dubbio se i lettori del pallottoliere rappresentano singoli tentativi con bocciatura o pochi fedeli, quel dubbio mi costringe a mantenere i piedi ben attaccati a terra e, la testa, che spesso, anzi quasi sempre è fra le nuvole, deve ricordarsi di scendere, sentire l'odore della realtà, prima di offrire un dono in forma di parole.


Il mondo attualmente ha un'offerta eccessiva, smisurata, assurda, di parole e immagini (anche di suoni...). Mi diceva qualcuno che solo in Italia si pubblicano circa trecento volumi al mese e qualcun altro correggeva dicendo che era un dato settimanale. Follia. Irrealtà. È evidente l'incapacità di un singolo, di fare una cernita. Si deve “pescare” a caso, e il presente si mangia tutto il nostro tempo fra le attività necessarie e il tentativo di scegliere come spendersi nel poco tempo che ci è concesso di avere come esclusivamente nostro.

Per questo parlare di Guareschi mi sembra importante, a patto che io abbia qualcosa da offrire che sia diverso dalla solita equazione Guareschi-don Camillo che tutti hanno ben chiara in testa.

Tutti? Con mia grande sorpresa la figlia dei miei vicini, Sofia, che è una buona lettrice, non sapeva nemmeno chi fosse don Camillo. Le avevo fatto vedere un libro intitolato “Italia provvisoria”, con tanto di autografo e non c'era modo di farle capire chi fosse Guareschi. Il padre si è incaricato di mostrarle i film facilmente reperibili e l'ho invitato comunque a fare il consulente durante la proiezione perché, per una dodicenne anche se impegnata come sua figlia, un comunista è un'astrazione non meno inspiegabile di un sofista.



La sorpresa della non conoscenza di don Camillo da parte di Sofia, mi ha fatto pensare. Che sia il caso forse di parlare anche di queste opere che prima di essere ottimi film furono opere letterarie non trascurabili? Ci penserò. Per ora preferisco concentrarmi su qualche libro meno noto di Guareschi anzi, oserei dire ormai completamente sconosciuto.



Il primo è “Diario clandestino”. Il mio volumetto è un Rizzoli del giugno del 1954. La prima edizione fu del dicembre del '49. fu quindi un libro gradito, molto letto. In esso Guareschi parla della sua prigionia iniziata nel settembre del 1943 e terminata nell'aprile del '45.



Egli minimizza sul suo ruolo nella vicenda storica. Nella prefazione racconta che durante la prigionia aveva scritto tre libretti, un diario quasi giornaliero. Una volta tornato a casa, lo affidò alla macchina per scrivere, ne fece due copie e poi le affidò alle fiamme della stufa. Decise di tenere le pagine che diventeranno “Diario clandestino” e che vantano un'approvazione da parte dei colleghi di prigionia poiché le lesse in pubblico. Guareschi era un ufficiale in un campo di ufficiali. Seimila circa. Francesi e italiani. Camerate da duecentottanta persone, fame a volontà e disperazione. Fu spostato varie volte di campo, ma mai finì in un campo di sterminio. Erano prigionieri di guerra. Potevano farcela ma non era facile. Era questione di sopravvivere con meno di pochissimo e non farsi prendere dalla malinconia era una delle questioni principali.



Vi offro ora un breve pezzo dalla prefazione. Vi invito a tenere d'occhio due aspetti: la semplicità della scrittura e la visione dei fatti che ci offre. La prima, la scrittura, non poteva non far imbestialire gli intellettuali, la seconda, la descrizione rapida e indiscutibilmente giusta di quel fatto storico che fu la seconda guerra mondiale, metteva in crisi le varie correnti politiche che cercavano di dar versioni su versioni finché col tempo si allontanarono a tal punto dalla realtà che nelle scuole si insegnava che la seconda guerra mondiale l'Italia l'aveva vinta. Propaganda ovviamente, e per due motivi. Primo perché l'Italia, almeno secondo me, dal punto di vista tattico e politico non aveva vinto un bel niente. Prima inciampò in un dittatore irreale e poi, quando questo crollò, il caos, l'occupazione da parte degli ex alleati e infine la liberazione da parte degli americani, da questi tedeschi incazzatissimi per un presunto tradimento. Secondo me ha perso il fascismo, e il popolo italiano si è semplicemente liberato. Esso ha perso in vite umane e in sofferenza guadagnando in libertà, ma non ha vinto la guerra. Rispetto i partigiani. Sono stati un sintomo chiaro di salute, ma senza gli alleati......



Veniamo ora al pezzo tratto dalla prefazione di Guareschi:

“Io, insomma, come milioni e milioni di persone come me, mi trovai invischiato in questa guerra in qualità di italiano alleato dei tedeschi, all'inizio, e in qualità di italiano prigioniero dei tedeschi, alla fine. Gli anglo-americani nel 1943 mi bombardarono la casa, e nel 1945 mi vennero a liberare dalla prigionia e mi regalarono del latte condensato e della minestra in scatola.

Per quello che mi riguarda, la storia è tutta qui. Una banalissima storia nella quale io ho avuto il peso di un guscio di nocciola nell'oceano in tempesta, e dalla quale io esco senza nastrini e senza medaglie ma vittorioso perché nonostante tutto e tutti, io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno.”



La prima osservazione che vi avevo invitato a fare, era sul linguaggio. Mi sembra evidentissimo che si tratta di parole semplici, quotidiane. Ci si ricordi sempre di Racine, che con un vocabolario di un migliaio di parole scrisse capolavori dei quali gente con la puzza sotto il naso come gli intellettuali francesi, tuttora amano gloriarsi...... E' evidente che le “cose” di Guareschi vendevano prima di tutto perché erano chiare, comprensibili. Ma non era non solo questo il loro pregio.



Ora vi porto per mano nella lettura di alcune righe del brano sopra citato. Tra parentesi è quel che verrebbe da pensare, fuori parentesi il suo testo:

“Una banalissima storia, e dalla quale io esco senza nastrini e senza medaglie (ma vivo!) ma vittorioso ( vabbè, vittorioso perché vivo....) perché nonostante tutto e tutti, (sei vivo! E non farla lunga! Dillo! l'abbiamo capito che è li che vuoi arrivare!) io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma (salvando la pelle! E taglia! La fai un po' lunghina....) senza odiare nessuno.”



E il cuore fa plof. Ci si sente vili, e per rimediare si prosegue nella lettura, diluendo così quella sensazione che ci siamo meritati. Guareschi non l'ha certo fatto apposta. Non aveva l'intenzione di metterci davanti alla nostra banalità. Lui, con una dirittura morale semplice e fortissima è andato per la sua strada e ci ha travolti. Non è semplicemente la pellaccia che ha salvato. È riuscito a non odiare nessuno. Ecco una lezione, offerta sul muso di un'epoca a caccia di streghe com'era il 1949, anno della pubblicazione di questo libro.



Inoltriamoci in quest'altro pezzettino della prefazione:

“Adesso io non ricordo bene come siano andate le cose: chi partecipa a una guerra di solito ha un sacco di cose da fare nel piccolissimo settore a lui affidato, e non ha possibilità di tenersi aggiornato sull'andamento generale della faccenda. Perciò non sa se sta vincendo o se sta perdendo e, alla fine, se ha vinto o se ha perso la guerra.

Inoltre il pasticcio risultò così grosso e così complicato che oggi, a quasi cinque anni di distanza dalla fine, la gente sta ancora litigando per mettersi d'accordo su chi ha vinto e su chi ha perso, su chi aveva torto e su chi aveva ragione. Su chi erano gli alleati e su chi erano invece i nemici.”



Non si perda di vista il linguaggio. Se mai nel brano precedente il vocabolo “cataclisma” poteva far dubitare dell'effettiva semplicità di Guareschi, poiché non è difficile immaginare gli allievi della de Filippi, che son milioni, arenarsi davanti a quel vocabolo che è stato sotterrato dal modaiolo ”tsunami” e dal più specifico “terremoto”.... Questo brano risulta essere davvero e completamente semplice, ma non nel contenuto. Se teniamo conto che con certezza scientifica possiamo affermare che i de filippisti mai metteranno naso nel mio blog, e ritenendoci ambiziosamente e forse ingiustamente migliori di loro, non ci sarà difficile ammettere che questa scrittura è meravigliosamente, piacevolmente semplice. E questo non vuol dire che semplice sia anche il contenuto. Tutt'altro. Poche righe più sotto Guareschi definisce fra le altre cose, con le parole “guerra civile” quel periodo che in Italia si visse subito dopo la fine della seconda guerra. Per chi studia la storia, trovare questa definizione nel 1949, risulterà sconcertante, non trascurabile e in tutto il brano il punto di vista individuale, che gli storici non amano è elevato non ad emotiva analisi di un presente vissuto, ma di un passato recente accuratamente elaborato tenendo conto della grande storia e di quella piccola, fatta dalla vita semplice, quotidiana, che è la più vera e la meno narrata.



Si parla di autobiografie, di letteratura. Non per niente Boris Pahor è candidato al Nobel per la letteratura. Categorie. Non è storia. Ci si può attingere qualcosa, ma è individualità e la storia ci viene presentata, vuole presentarsi come altro, come evento di massa. E fu così che Stalin riuscì a far fare un salto colossale all'industrializzazione russa, portandola ad un livello di produttività paragonabile con quello dell'Europa. E le decine di milioni di morti che ci furono? Secondario. Si, ma vallo a raccontare a chi è morto o a chi si è visto decimare la famiglia o buttare via anni di vita...questa è la storia, la materia che porta quel nome, ma esiste un passo in più, che per possedere la vera storia, va sempre compiuto.



E infatti la risposta di quella massa che io ritengo composta da individui, è stata una fame solenne e ancora insaziabile, di autobiografie, di interpretazioni personali.



-L”unica cosa interessante, ai fini della nostra storia, è che io, anche in prigionia, conservai la mia testardaggine di emiliano della Bassa: e così strinsi i denti e dissi: “non muoio neanche se mi ammazzano!-.



Irrazionale, potente, semplice.......e vero.



E per quale motivo era presente in lui questa notevole forza di vivere, questa motivazione che io per esempio non ho nella maniera più assoluta? Perché aveva una moglie, un figlio e una figlia, che nacque mentre era prigioniero.



Ecco un aspetto che non ho sentito così vivo e vitale in nessun altro testo di prigionia: la capacità di farmi, farci sentire, toccare con mano, la potenza degli affetti veri. Se c'è un motivo vivi, lotti con i denti, le unghie. E il motivo non è solo la volontà secondo Schopenhauer, o la moto o il macchinone che ti aspettano a casa. È, si, non lo si dimentichi mai, l'affetto......



Nel campo c'erano anche due persone che son ora nomi quasi dimenticati e che ebbero valore nell'Italia del dopoguerra: Gianrico Tedeschi e il poeta Clemente Rebora. Quando Rebora si ricorda del compleanno di Guareschi e gli regala delle sigarette, comprendiamo quanto vale un gesto come il ricordare che con la sua immensa civiltà lo farà sentire ancora vivo. Il primo, Tedeschi, dedicava serate alla lettura di poesie e dalla pagina 35 della mia edizione estraggo una frase illuminante: “La poesia bisogna sentirla, non capirla”!



Grandioso. Se penso che un mio intervento davanti agli allievi della Scuola di Regia di Mosca, tenuto lunedì dodici di questo mese, aveva proprio quell'argomento.... ho cercato di dimostrare che l'idea contenuta nella mente dell'artista, quando si trasforma in un'espressione percepibile dall'altro, come un film, una poesia, un quadro ecc, viene percepita, e non deve essere smontata con la razionalità. Quel nocciolo puro bisogna lasciarselo galleggiare dentro il più possibile. Arriverà il momento che si smonta tutto, come facevo da piccolo con le sveglie. Irresistibile ad un certo punto capire come funziona dentro una sveglia, un gioco o un'idea grandiosa. Si, accadrà, ma dopo la fruizione dell'opera non sarà più pura, grandiosa, capace di elevare.



Ed ecco che con estrema semplicità Guareschi ci dice come affrontare la poesia e in fondo l'arte in generale e anche questo suo libro.



E son tante altre le cose che vorrei dirvi. La mia edizione per esempio è corredata di disegni dell'autore. Mi auguro che le nuove rispettino questo particolare per me non trascurabile.



E poi la capacità di farci sorridere nonostante tutto! Deliziose le pagine del pacco che la moglie gli invia e anche il brano che narra la preparazione di questo. E poi, momenti vera poesia. Poche parole, poche immagini che si fanno indimenticabili. Io son rimasto colpito, colpitissimo da “la gaìna”, un capitolo che racconta la visita notturna nel lagher del fantasma del figlio. È particolarmente toccante il finale. Ma non devo dirvi tutto....



e a pagina 161, il breve brano intitolato “la speranza” mi ha lasciato senza parole.

Quello ve lo trascrivo, come prova del valore di quel che vi sto consigliando di leggere:

“25 gennaio 1945. All'infermeria è morto di fame il capitano P. Diciotto mesi fa, pochi giorni prima di esser catturato dai tedeschi in Francia, aveva comperato tre tavolette di cioccolata da portare ai suoi bambini. Le tre tavolette lo seguirono nella via della deportazione e della fame, ed egli sempre le custodì gelosamente fra i poveri stracci del suo sacco, e ogni tanto le cavava fuori e le guardava sorridendo, e pensava ai suoi bambini.

E' morto di fame, all'infermeria, stringendo fra le mani le tre tavolette di cioccolata intatte.”



Ieri sera ero steso a letto e pensavo al capitano P; pensavo anche alla mia povertà interiore che troppo spesso non mi fa vivere perché non so che senso abbia tutto questo, e lui, il capitano P che un senso l'aveva trovato lasciandosi andare alla vita, ai sensi, alle piccole cose aveva le tre tavolette di cioccolata per i figli e stava morendo di fame......



E poi ho pensato a quel Natale che Guareschi e la sua camerata non vollero lasciar passare così, come se non esistesse più. Fecero l'albero di Natale e vi attaccarono dei foglietti sui quali erano scritti dei doni. Su quello scelto a caso da lui, c'era scritto “torrone” e ne fu contento perché ne era sempre stato ghiotto. E per me pensare a Tonino (Guerra) a e al suo Natale nel campo di concentramento è stato un attimo. C'erano altri romagnoli con lui. Gli chiesero “Tonino ce li fai i cappelletti?” “certo!” rispose, e poi si mise a mimare tutta la preparazione. Mettere la farina sul tavolo e farne una montagna, aprire il buco in mezzo come se fosse un vulcano, rompere le uova e mettere il contenuto in quel buco, fare l'impasto, “tirare la sfoglia”, preparare a parte il “ripieno” tagliare la sfoglia a quadri, appoggiarci su il “ripieno” e dare quella forma così particolare e nota con un gesto delle dita che tanto mi incanta tutt'ora. E poi metterli nell'acqua bollente, scolarli, condirli e “fare” i piatti. E ognuno avvicinò il suo, inesistente alla inesistente pentola e ricevette la sua porzione. Si dissero buon Natale e poi, sempre per finta, mangiarono. Uno disse “ce n'è ancora?” (il tutto rigorosamente in dialetto), gli si chiese se voleva scoppiare e tutti, malinconicamente, risero.



Chi sarei, se non avessi imparato ad ascoltare chi ha vissuto, chi ha vissuto veramente!

Si, chi sarei, o esattamente, chi non sarei.... E le parole uscite dalla viva voce di Tonino, e quelle di Guareschi, eternate nei suoi libri, non mi aiutano forse ad essere più fragile ma anche più umano?



E quando Guareschi dice che, “...è la cultura che ostacola la comprensione fra le genti” e ce lo dimostra con un esempio al limite....; tre prigionieri, un francese, un russo e un italiano, agli ordini di un sergente tedesco. Nessuno sa una parola dell'idioma dell'altro, ma dialogano, si capiscono.

E io che odio la cultura ufficiale, fatta di paroloni indigesti, inventati a tavolino e non dalla vita, e ringrazio chi non dimentica mai che è il caso di “scrivere”, come disse Fitzgerald, solo quando si ha qualcosa da dire.....!



e leggendo il paragrafo intitolato “la solita storia degli orologi”, rivivo le pagine finali di Helga Schneider ne “il rogo di Berlino”. Quella caccia agli orologi che erano il primo bene che i russi entrati nella capitale tedesca, volevano e chiedevano a tutti, e Guareschi ci dice che era così per tutti, non solo per i russi che si facevan caricatura per questo. Nessuno era libero da quella fascinazione data da un oggetto che segnando il tempo ci avvisa che domani, quindi il futuro, esiste....



e chiudo con una considerazione dell'autore, un pensiero che è anche un monito da fare nostro:



ETERNO PERICOLO



“Racconti di guerra: Russia, Croazia, Albania, Montenegro, Africa, cielo, mare. Qui si vivono mille vite, la guerra si moltiplica in mille episodi, e non è più una parola, ma un concetto di spaventosa, terrificante, infernale evidenza. Anche per chi non l'ha vissuta.

Ma domani la storia diventerà letteratura, e si faranno recensioni ai libri, non alla guerra. E si dirà- come per Remarque - : “che bel libro!”. E nessuno dirà: “che orrore di guerra!”





Mi interessava parlare del Guareschi che non ha nulla a che fare con don Camillo perché è “roba” che merita di essere ricordata con altrettanta attenzione di quella più celebre. Ma..... vi siete mai domandati come “gli venne” l'idea di quel pretone che battagliava quotidianamente a Brescello contro il sindaco comunista? Io si, come sempre mi accade davanti ad una idea che amo, e spesso non ne saprò mai niente, ma in questo caso il seme è stato trattenuto, raccontato.



Prendere il libro “Corrierino delle famiglie” e cercare il racconto “al paese di don Camillo”. La protagonista è Carlotta la figlia di Guareschi. L'ho conosciuta e le ho chiesto se veramente da bambina fu la peste che il padre racconta. Mi ha detto “ero una brava bambina”, ma nonostante l'età raggiunta in questo 2011, gli occhi avevano ancora qualcosa di monellesco. Ero nella sua casa, la casa di Giovanni Guareschi. Avevo visto con i miei occhi il suo mondo, dialogato con il figlio e con un giornalista di “Libero” del quale ora non ricordo il nome (dico sul serio) misteriosamente innocente come l'acqua d'alta montagna. Quando gli feci presente della mancanza di libertà dei giornalisti italiani, mi rispose che lui era libero di scrivere quel che voleva. Non risposi ma dentro di me lo feci e dissi: “ovvio, se oggi parli di uno scrittore morto nel 1968, ti lasciano fare perché si tratta di un mondo che non esiste più”. I democristiani si son riciclati in altri partiti senza cambiare stile, i comunisti son quasi estinti e le parole di Guareschi ora non sono più attualità, sono storia. E in più si sa che chi fa pensare non va di moda. È come parlare in un teatro vuoto. Ricordo ne “L'uomo senza qualità” di Musil uno dei personaggi che esce di casa e cammina cammina cammina. Non pensa, fa, anche se è un fare insensato. Ricordo anche una nota in evidenza sulla copertina di uno dei primi numeri di Superman negli USA. Si leggeva “64 pagine di azione”, ed è evidente che questa informazione attirava (attira) lettori. Ma se l'azione non è sensata come fa a reggere? A interessarci? Va bene negli USA, particolarmente nel cinema, dove il cattivo è talmente cattivo da essere quasi scemo e il buono altrettanto e mai un percorso morale li rende tali. E infatti, “Gran Torino” di Clint Eastwood è un capolavoro anche solo per il fatto che il cattivo è così perché un motivo ce l'ha e per redimersi da questo, almeno per una volta sarà buono......



Come vedete, quando quel giornalista mi ha dato una risposta così bella ma irreale, circoscritta a lui, quanti pensieri mi si sono innescati....



e li ho salutati, sono uscito e “ho fatto un salto” al cimitero da Guareschi. Ci pensi chi si vuol far cenere. Forse per qualcuno che nemmeno conosciamo, il pellegrinaggio ad un luogo che sarà eternamente vostro, potrebbe essere una buona medicina....un momento di salute interiore. Si può credere in un artista come in un dio, poiché ambedue propongono un mondo morale!



e poi suonano le campane. Entrano in chiesa e li seguo. Il giornalista è nella fila destra dei banchi di fianco alla moglie. Io a sinistra. Non mi ha visto. È un credente ferventissimo. Lo ammiro per questo. Non è facile esserlo. E poi la messa. Sei chierichetti, un prete che odora di campagna. Una bella donna che prega con intensità e una signora anziana che sibila “le pesano le corna” e io penso che se pesano son quelle che ha ricevuto e mi fa pena perché so che Alla bellezza esteriore si fa l'abitudine e non salva da certe situazioni. Vedo un punk spennakkiato ma composto, alcune facce da comunione e liberazione..... beati loro. Hanno la confessione. Ricordo in università che peccavano allegramente. Niente coscienza. Peccavano abbondantemente, si confessavano ed erano a posto con se stesse e col mondo...... Miracolo della religione.



E ho atteso che entrasse un signore grosso coi baffi.....del quale ammiro l'opera e tendo a dimenticare che non ha più un corpo.



Mentre c'era la comunione, ho visto il giornalista in fila davanti al prete. Mi ha notato ma ho fatto finta di non vederlo. Il suo mondo è piccolo, perfetto; io per lui sono instabilità e dubbio. Lo aiuterò ad evitarmi. Esco. Torno da Guareschi. Lo saluto e l'aria si riempie di campane e buoni odori. È ora di pranzo. Esco da questo bel sogno di paese e torno. Ma tornare presuppone un luogo per lo meno esatto, nello spazio e nel tempo, che non ho. Salgo in macchina e volo via.



Ora, mentre scrivo, accarezzo con lo sguardo il “Corrierino delle famiglie”. Li dentro, come a Roncole, dove Guareschi comprò la casetta di campagna che ora è fondazione, tutto è semplice e fa sorridere. Ma nulla, mi raccomando, nulla è stupido. Avrei voluto vedere la bicicletta di Guareschi, quella che i figli misero a letto e che ebbe tanto ruolo in quelle storie. Un attimo di favola, di poesia leggera, leggera nel senso che nulla pesa, ma a tutto assegna una dolcezza.... e saluto in queste righe uno dei grandi della letteratura italiana che, costretto in una etichetta riduttiva che lo fa comico e don camilliano e basta, deve attende una ricollocazione che gli renda onore. Libero, semplice, sereno. Colui che ritornò dalla guerra contento d'esser riuscito a non odiare nessuno.



Grazie




domenica 11 settembre 2011

Salinger: "Il giovane Holden"




“Tra l'altro scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo e saperlo ti servirà d'incitamento e di stimolo. Molti, moltissimi uomini si sono sentiti moralmente e spiritualmente turbati come te adesso. Per fortuna, alcuni hanno messo nero su bianco quei loro turbamenti. Imparerai da loro....se vuoi”.

Siamo a pagina 220 de “Il giovane Holden”. Il libro finirà, nella mia edizione Einaudi tradotta bene da Adriana Motti, nel giro di 27 pagine.

Sembra facile consigliare la lettura di questo libro. Quest'anno Salinger, schivo come l'America non seppe tollerare, se n'è andato e come capita sempre quando qualche scrittore lascia il mondo, qualcuno pensa e qualcuno “ci prova” e gli editori, il mercato, spremono quel che possono da quel momento che dovrebbe essere di meditazione. E' un provarci volgare. E' troppo facile dirci che uno è bravo senza spiegare qualcosa sulla natura di questa bravura e poi sentirsi dire che ha venduto milioni di copie? Penso che ormai anche voi siate in grado di rimanere indifferenti davanti a questo dato che ha vari difetti: primo, in generale non è dimostrabile ed è un'esca perché il pollame, non gli esseri umani, se vengono a sapere che ha fatto milioni di copie, lo comperano e solo per citare un caso....anche Faletti ha stravenduto ma lo augurerei solo al mio nemico, se esistesse, per fargli perdere un po' di tempo. Secondo; si è capito che vende non chi vale ma chi ha saputo rendersi visibile. Vai in tivù? Vendi. Negli anni settanta e ottanta dovevi scandalizzare e la pornografia per esempio andava bene e poi si giocava a fare i redenti o i convinti e le autobiografie vendevano meravigliosamente. Tutta robetta così. Dimenticavo, oggi fare pornografia non rende noti, la fanno tutti ormai....

Vali? Semplicemente vali? Cosa che dovrebbe bastare? E allora non esisti. Esiste qualche altra possibilità se sei “lievemente” raccomandato. Diversamente, il silenzio. E in fondo, se si fosse saggi e veramente si volesse raggiungere un buon risultato con una qualsiasi espressione artistica, si dovrebbe amare questo silenzio, poiché solo in esso si sente quel che l'anima ha da dirci. Alcuni esempi grandiosi. Kafka si rifugiò in campagna dalla sorella Ottla, a Zurau. Era sufficientemente distante dagli amici per farli desistere. Poche visite quindi: pace, verde, pensiero.

E poi Marquez! Disse con la moglie: “cara mi tappo in casa finché non ho terminato questa idea”. Aveva già figli. Finirono i soldi. Lei si arrangiò e un giorno il marito uscì da quella camera dicendo “Fatto!”. Era “Cent'anni di solitudine”.

E la Torre di Muzot. Uno dei luoghi silenziosi di Rilke. Pensate, se ci andate ora non si vede più il suo panorama ma un supermarket kon parkeggen.....ke skifen,

Gli editori non si interessano quindi, al valore dell'opera. Non sono in grado strutturalmente di inoltrarsi in questa direzione. Loro sanno che questo libro ha venduto, ha fatto moda e quindi, poiché i mass media divulgheranno la notizia sulla sua fine, approfitteranno di questa pubblicità gratuita per spremere, spremere, spremere.....e noi tentiamo di capire, non loro. Questo libro di Holden merita, ma per essere apprezzato non basta che lo si legga! Va calato prima di tutto nel flusso storico. Nel presente anche, ma solo dopo averlo ben collocato nella sua epoca.

L'idea di questo romanzo era già contenuta in un racconto che avrebbe dovuto essere pubblicato sul “New Yorker”, ma c'era la seconda guerra mondiale. Non se ne fece niente.

È importante questo particolare. Il protagonista ha già nome e cognome come nell'opera di cui stiamo parlando e che fu data alle stampe nel '51.

Sappiamo poco anche dai libri di storia cosa accadeva negli USA in quel periodo. A livello sociale intendo. Si sa della grande crisi del ventinove, ma di tempo ne è passato. L'economia Americana sta benone, anzi, scoppia. Magazzini troppo pieni e con la guerra che sta divampando in Europa gli affari calano. La tanto amata e irrinunciabile “corsa” americana dovrebbe rallentare. E invece non rallenterà. Rifaranno il paesaggio di mezza Europa......con le bombe. Son finiti i tempi di Canaletto e dei fiamminghi. Per favore non si pensi alla morale e nemmeno che sono un cinico estremo. L'economia pensa ai bilanci e basta.

Quel che dobbiamo comprendere da queste informazioni ridotte all'osso per non essere pedanti, è che la crisi del personaggio di questo libro, un diciassettenne che per la terza o quarta volta si fa buttare fuori da un college (corrispondente alle nostre scuole superiori), non è datata al dopo guerra, ma prima. Quel benessere troppo fine a se stesso cos'ha creato? Lo trovate in quel libro. Quel che il protagonista vi mostra è u quadro impietoso di quegli anni. Mi vien da pensare che il dopoguerra abbia innescato un inasprimento di quei difetti che han portato al sessantotto......

Ho letto da qualche parte che si tratta di un romanzo di formazione. Balle!

La mania di far kategorie si inginokkia davanti ai suoi limiti. Eventualmente se proprio dobbiamo, possiamo pensare a un romanzo di “sformazione”, nel senso di primo testo nel quale il personaggio non si prepara alla vita ma alla sconfitta. Il primo di un'epoca che ha portato, con il regista Kazan e il suo eccellente James Dean, la mitica figura della “gioventù bruciata” e che culmina, se parliamo di letteratura e non di robetta, con “On the road” di Kerouac.

Una volta che avrete letto questo libro, se poi passerete immediatamente a “Sulla strada”, noterete una cosuccia interessantissima. Il protagonista di Salinger è pronto per fuggire, per lasciare tutto. Sta scoppiando, ma accade una scena simpaticissima. Vuole salutare almeno la sorellina che è a scuola. Ha una decina d'anni e si presenta con la valigia piena di vestiti, vuole andare via con lui. E lui, per la sorellina, rinuncia e non se ne andrà. L'esplosione, quella che deflagra con tutta la potenza possibile, avverrà qualche anno dopo, con Kerouac. Del suo personaggio mi sento di dire che nonostante tocchi le più svariate forme di abiezione, quasi il nulla in un continuo lasciarsi andare, alla fin fine è l'unico che cresce e rimane puro, coerente con se stesso mentre gli altri si trasformano in coloro che criticavano e criticheranno questo ex amico che non si arrende.

E l'America non si arrende. Se non vuoi stare al passo secondo la loro univoca e indiscutibile visione della società, puoi rimanere, ma nel ruolo di reietto oppure andartene, non mancherai a nessuno. Lì sei un fallito se non arricchisci. Pensare, “sentire”, non va di moda. Ricordo che quando Gibran pubblicò “Il profeta”, nel 1923, dovette rimediare con “Sand and foam” tre anni dopo. Ben tre anni! E ormai se lo stavano dimenticando perché là, già nel '23, tutto correva talmente veloce che se volevi mantenerti visibile al pubblico, al mercato, dovevi pubblicare qualcosa al massimo ogni due anni!

Vi racconto qualcosina degli USA. Ero con amici a Minneapolis. Erano nati e vissuti sempre lì. Uno si chiamava Vanelli di cognome e non sapeva nemmeno di essere di origine italiana! Lo imparò da me. Era originario della Toscana e decise che ci sarebbe andato in viaggio di nozze. Comunque veniamo al fatterello. Siamo in un bar che ha una grande vetrata che dà su un parcheggio. Ci sediamo. Si chiacchiera e proprio di fronte a noi parcheggia un'auto un po' navigata. La parte bassa della targa ha una scritta. Reduce del Vietnam. Dico: “Bene! Finalmente ne vedo uno!” Scende un omone degno di far parte di un film. Enorme, tutto muscoli un po' vissuti per età, tatuaggi e cicatrici. Non ci credevo quando Dan, l'amico che non sapeva di essere di origini italiane, mi chiese cos'era. Vi rendete conto? Non sapeva chi o cos'era un reduce del Vietnam e io, un europeo, gliel'ho dovuto spiegare!

Questo può bastare a dimostrare quanto non conosciamo gli USA ed andarci come turisti non basta per capire la loro tragedia, una tragedia, si badi bene, della quale non sono consapevoli. E non è solo un fatto di cultura che mi si potrebbe obbiettare che vive benissimo anche chi non sa cos'è la guerra del vietnam. Non sono completamente d'accordo ma provo ad accettare l'obiezione ricordando quella volta che un signore, pure laureato, mi chiese, dopo avermi ascoltato con interesse: “Lei ha parlato di seconda guerra mondiale....ce n'è stata quindi anche una prima?”

Voi cercatelo in Europa un umano che non sappia nemmeno questo! Io non ci sono ancora riuscito.

Quindi del disfacimento di quel mondo interiore che fa l'uomo con la u maiuscola, gli USA del '42, già lo avevano in atto. Consumatori. Fretta di fare, di vivere, ma quel fare e quel vivere non andavano oltre la superficie delle reazioni sensoriali, come il ragazzo che oggi va in un parco giochi tipo Mirabilandia....scuote i sensi. Nient'altro, esce contento della “shakerata” che si è preso e va pure bene, ma, se in nessun'altra tappa della vita il condimento migliora, quel che alla fin fine si costruisce non è più l'essere umano.

E come mai Salinger coglie tutto questo disagio con così tanto anticipo?

Ho una mia risposta: perché era ebreo.

Ricordo al museo di scienze naturali di New York, la domenica mattina, padri ebrei ortodossi vestiti nel loro modo inconfondibile basato su camicie bianche, il resto nero, barba e cernecchi. C'erano solo loro e ….io che mi incantavo di quel museo fantastico e di quei padri che davano ai figli quella marcia in più che gli americani e anche gli ebrei occidentalizzati quasi sempre, hanno ormai perso. New York la domenica mattina era deserta. In quel museo ci andavano le scolaresche, lo sapevo, ma vuoi mettere il vedere con calma con papà che ti spiega? Che sa essere serio e giocoso nel contempo?

Salinger non era certo ortodosso, ma di padre ebreo e madre convertita. Esiste una comunità, un pensiero, una tradizione. La tradizione negli USA si fa pagliacciata, quasi sempre. Non dimenticate mai, quando vedete Babbo Natale vestito di bianco e rosso che si tratta di un dipendente della Coca Cola trasformato, in un compromesso banale, in Santa Klaus..... e la Coca Cola è di capitale ebraico. Quella immagine quasi blasfema per un cristiano, non sfiora la loro interiorità. Essere ebrei, quasi sempre, equivale a saper pensare, avere dei riferimenti. Gli americani medi hanno come riferimento solo la televisione.....

Ecco che Salinger, prima tappa di un malessere americano che ho cercato di definire, si ricongiunge con il recente personaggio del film “Into the wild”. Vi consiglio di ascoltare bene anche le canzoni della colonna sonora. Sono di Eddie Wedder. La mente dei Pearl Jam che in questo caso agisce come solista. Concentratevi sulla canzone “Society” e traducetela. Troverete che potrebbe cantarla benissimo anche il protagonista di Salinger.

Anzi, faccio di meglio. Eccovi il testo:



SOCIETY

E' un mistero per me

abbiamo un'avidità

con cui ci siamo accordati

e tu pensi che devi volere più di quanto hai bisogno

e fino a quando non avrai tutto

non sarai libero.



(ritornello)

Società

sei una folle genia

spero tu non ti senta sola senza di me



Quando vuoi più di quanto hai,

pensi di averne bisogno

e pensi più di quanto vuoi

i tuoi pensieri cominciano a morire dissanguati



penso di aver bisogno di trovare uno spazio più grande

perchè quando hai più di quanto pensi

hai bisogno di più spazio.



(ritornello)

Società

folle veramente

spero tu non ti senta sola

senza di me



eccetera......



e il ritornello finale, modificato....



Società

abbi pietà di me

spero che tu non sia arrabbiata

se non condivido



e in inglese queste parole suonano bellissime. Qualche esempio:

“society

you're a crazy breed

hope you're not lonely

without me”



“Society

have mercy on me

hope you're not angry

if i disagree”

Society. Parole di Jerry Hannan, musica e voce di Eddie Wedder.

Il film è recente.



Tocca il cuore. È l'America di oggi. Può sembrare una faccenda diversa perchè il personaggio principale alla fine muore, ma è una fatalità. Come in Salinger il diciassettenne è “salvato” dall'idea del viaggio -fuga dalla sorella-bambina, così in “Into the wild” anche questo adolescente giustamente inquieto, è salvato, dall'amore. È la fatalità che fa ingrossare un torrente nell'Alaska imprevedibile. È per questo che finisce male, ma finisce così quando ha capito a cosa può attaccarsi per dare un senso la vita.



E guardate l'America, esattamente gli USA che il film vi mostra. Io l'ho vista. È così....

Veniamo ora al linguaggio utilizzato da Salinger.

Il linguaggio è quello quotidiano. Si potrebbe quasi dire che non c'è traccia di tecnica letteraria?

Sta scrivendo esattamente come parla.... penso che si possa dire e fregatevene di critici e professoroni. È spontaneo, diretto, non costruito. Una bomba per l'epoca. E poi forse per la prima volta appaiono un uomo che si veste da donna e i gay. Immagino le boccucce atteggiate alla ooooooh dello scandalo! In una scena importante, sempre verso il finale, il ragazzo si confida con un prof che stima e che vive con una donna molto più vecchia di lui e ricchissima. Dialogano e la frase che apre questo scritto è detta da questo prof che ha sempre il bicchiere in mano. Parla bene e poi gli prepara il letto perché crolla dal sonno. Il ragazzo si addormenta subito perché è stanchissimo ma si sveglierà di soprassalto perché una mano lo accarezza nel buio. Il ragazzo si veste e letteralmente scappa. Pensa che il prof sia gay. Ha qualche dubbio. È disorientato. Ecco l'esito più “alto” di quella società... l'ambiguità che nasconde una realtà che si stenta a comprendere e quindi non si sa che fare, non si sa se fidarsi....o fuggire. Erano carezze e basta, per tenerezza? O era gay? Noi lettori del duemila, più abituati a tutto di un diciassettenne del '42 non esitiamo ad avere un chiaro quadro della situazione: ha sposato una donna anziana e ricca, sta al gioco e nasconde chi realmente è. Se poi rileggete il brano che apre questo scritto, troverete quella frase finale: “imparerai da loro....se vuoi”. Lo vedete dove va a parare? No? Ebbene ve lo dico. Rimbaud. Questo Rimbaud che negli USA appare nelle forme più inaspettate. Vi basta prendere Rambo e spostare l'accento sulla o finale....... quindi quell'ultima frase che il diciassettenne non poteva comprendere, era un invito. Ti guido io......

E ora torniamo al linguaggio. Non si pensi per favore che basti scrivere come si parla, per “fare un libro” e nemmeno cercare le “cose” che oggi fanno mettere la boccuccia a sedere di gallina per la meraviglia. Ho già parlato di “Lolita” di Nabokov. Dietro allo scandalo per menti povere, si cela un capolavoro che spesso, se si perdono energie nel bacchettonismo e nel desiderio di stupirci, ci sfugge.

Molta gente ha provato a scrivere come parla, come ha fatto Salinger. Sembra facile. Ma Salinger ha vestito così delle idee! Son quelle che rendono “forte”, “robusto” il suo libro.

Prima le idee e, se possibile, che non siano razionali. Lasciarsi andare.



Vi ricorderete sicuramente di Superman....



a un ragazzo ebreo, negli USA, uccisero il padre mentre era dietro al banco nel suo negozio. Il ragazzo ebbe, com'è ovvio, un periodo orribile. Sognava un personaggio negativo, con ossessione, che uccideva tutti. Con calma, distillando il dolore, è nato Superman, che eternamente, nel sogno salverà suo padre.



Grande. Non trovate?



E le sofferenze famigliari di Walt Disney? Arrivò a concepire, per avere un'isola di pace almeno dentro di sé, un mondo senza genitori. Ci piace ancora. Ci piacerà ancora per anni....



Prima le idee. E lasciatele crescere senza addomesticarle. Quando usciranno da voi e si faranno, parole, immagine, perderanno un quaranta per cento di purezza. Nulla avrà mai lo splendore di un'idea prima che si materializzi. Ma quel che rimane brilla e sconfigge il tempo, lo annulla.



Il corpo di Salinger è morto a Gennaio di quest'anno. Solo il corpo.

Il suo pensiero sensibile vive ancora. Non sono chiacchiere. È vivo tutto quel che può aiutarci a crescere e un libro è spesso più vivo di molti esseri vivi solo col corpo.....








sabato 3 settembre 2011

l'eternità e l'attimo


Quando la misurai, dalla punta del naso alla codina mozza, era settantasei centimetri. La codina era così non per mia scelta. Muoveva comunque quel mozzicone con la medesima eloquenza di un cane che l'avesse avuta lunghissima. Tutto in lei era pacato, fatto di bisogno di presenza, di affetto, e la mia vita, che per svariate peripezie mi rendeva presente con continuità, particolarmente negli ultimi nove mesi, era per lei perfetta. Non gliela avevo certo fatta tagliare io. A qualcuno che aveva agito così dissi che per equità avrebbe dovuto farsi tagliare la sua. È ridicolo un mondo nel quale l'aspetto estetico viene prima di tutto. Va bene per “una botta e via”, ma per viverci, per starci, con qualcuno, che sia cane, gatto, cavallo o donna nel caso mio, è necessario dell'altro, dell'altro che forse saprei spiegare, ormai, ma non mi ci metto perché l'argomento di queste righe è un altro. Mi piacciono i cani di razza. Spesso sono stupendi. L'idea di cane allo stato puro, ma personalmente non li cerco. Amo salvare e non ci trovo niente di ridicolo. Se il mondo è pieno di canili che attendono un gesto, non vedo perché andare in giro con un cane firmato pagandolo pure caro. Il cane mi dà giocosità, affetto. Io vivo da solo, ma immaginatevi una famigliola classica con moglie e figli. Siete sicuri, rientrando dopo una giornata che difficilmente sarà stata eccezionale, di trovare tutti sorrisi? Se volete garantirvene almeno uno: prendete un cane. Quando non ci siete ci sta male. Ci fa un po' l'abitudine alla fine, ma vive nell'attesa del suo branco unito ed elegge uno dei suoi membri come sua anima gemella. Ebbene, io mi son garantito in questi ultimi anni, quindici per l'esattezza, sorrisi di natura canina, docce di guaiti festosi e gioia di essere tornato nella “tana”. Sophie è venuta spesso da me perché una delle sue padroncine si è ritrovata il corpo che ha fatto cilecca non una ma varie volte. Me la davano e lei alla fine ha deciso che stava meglio da me, con me. Non c'era cattiveria nella sua scelta. Aveva bisogno di mischiare la sua anima a qualcuno. E io c'ero, perchè per realizzare questa alchimia serve prima di tutto l'essere presenti.



Ricordo un caso simile accaduto a Lump, un bassottino nero focato. La sua storia ve la racconto perché aiuta a comprendere la troppo mitizzata fedeltà dei cani. Essa non è come si pensa.... e quel pensare è tutt'uno con quanto si desidererebbe, dalla propria donna, dai figli, dagli amici. La fedeltà dei cani non è cieca. Se lo fosse sarebbe stupida. È profonda, questo sì, un abisso che si può scoprire solo se si affronta il rapporto cane-umano senza preconcetti perché altrimenti accade che si pretendono dalla realtà cose che essa non si è mai sognata di contenere e si fraintendono comportamenti che invece sono sensatissimi e se fraintesi creano dolore o rimandano la serenità forse a mai più.



Ebbene, veniamo alla storia di Lump. Viaggiava con un fotografo famoso. Quel su e giù dagli aerei, le camere d'albergo che cambiavano spesso, i party pomeridiani e serali, erano la sua esistenza, e la amava, perché non ne conosceva altre, e il suo umano era il migliore perché, anche se ubriaco o brillo, o sedotto da un mammifero della sua razza, mai si dimenticava di lui e insieme alle valigie partiva tranquillo. Un giorno atterrarono a Nizza, si recarono ad Antibes ed entrarono in una casa grande, con la porta spalancata. Dopo aver percorso un po' di giardino che odorava di mare, vide al piano superiore, immerso nella vasca da bagno, un corpo d'uomo un po' sfiorito, col volto nascosto dietro ad una maschera esotica che faceva dei gesti strani. Sul primo momento Lump si preoccupò, ma quando vide che il suo umano chiacchierava in modo buffo con la maschera che si dimenava nella vasca, comprese che stavano giocando e la paura volò via. Mentre loro due discutevano, decise di aggirarsi per la casa. Nel frattempo la maschera si tolse l'uomo di torno, andò a riposare le sue fatiche al chiodo di un muro bianco e i due umani si avviarono in giardino per il pranzo. L'uomo smascherato era vestito ora. Non ci guadagnava molto perché aveva una canottiera che non ne poteva più di esistere e dei pantaloncini color sabbia macchiati da tutti i colori.

Finita l'ispezione alle stanze, Lump si ritrovò sollevato in aria dalla mani del padrone di casa che se lo tenne in grembo per tutto il desinare e gli lasciò allungare il musetto a punta nel piatto e nei dintorni. Quando decise di scendere da quelle gambe non ce la fece, vinse il sonno e si svegliò che era ancora lì e quel signore parlava, parlava ancora e sempre in modo strano, e Lump aveva capito che si mascherava anche senza maschera, che nascondeva qualcosa agli altri umani, a tutti, ma si rese anche conto che con lui era se stesso.

Quando il fotografo decise di partire chiamò il suo quadrupede che nel frattempo, ben nascosto chissà dove, col pallottoliere canino aveva fatto due conti. Questo signore, che aveva capito chiamarsi Pablo, viveva in quella casa con le porte aperte e con l'odore di mare. E poi c'era il giardino e la pappa che era superlativa, ma a questo diede valore minimo. Diciamo una pallina nera, e la spostò col musetto. Pensò poi al suo sguardo, che era fragile sì, ma aperto totalmente, senza riserve, nella sue direzione, e risentì le sue mani calde, con un odore strano che sembrava vernice e spostò tutta una fila di pallini rossi con una scossa al cuore. Confrontò il pallottoliere di Pablo con quello del fotografo e si rese conto che l'amore andava ben oltre a quelle briciole che aveva comunque vissuto pienamente con l'ormai bocciato ex convivente.



Decise quindi di trattenere il respiro. Promise a se stesso di non scattare dalla gioia quando avesse sentito la voce di Pablo e di tenersi la codina ben stretta fra i denti perché quella andava sempre per conto suo quando si emozionava e avrebbe sbattuto come un tamburello contro il legno dell'armadio.



Pablo, dopo un po' di ricerche, disse all'amico “salterà fuori, vedrai, e la prossima volta che vieni te lo prendi!” Il fotografo aveva ovviamente fretta perché lo aspettava un aereo e partì.



Lump si mosse dal suo nascondiglio solo quando fu veramente certo che il suo ormai ex umano se ne era andato. Il suo timore pretese anche che il suo odore si fosse diluito nell'aria salmastra al punto da non sembrare più nemmeno un ricordo e poi saltò fuori, fece finta di niente (era ora di cena) e saltò sulle gambe di Pablo. Tutt'e due si comportarono come se quel mangiare insieme e il successivo condividere il letto fosse un'abitudine vecchia di anni. Quando verso mezzanotte il cameriere disse “Maestro, ecco la contessa”, questi trasformò il volto in una maschera. Ormai Lump aveva capito e sentiva che quell'uomo, ormai anima sua, non vedeva l'ora che quella donna profumatissima e luccicante se ne andasse.



Accadde a Picasso, ed è accaduto a me con Sophie, una cockerina gentilissima che non chiedeva di meglio che diluire il bianco dell'anima con quella di un altro essere. Non viveva certo male, ma spesso stava chiusa in un garage per delle ore e in quei momenti pensava con nostalgia all'immenso giardino che le avevano momentaneamente precluso perché si dovevano tenere aperti certi cancelli per far passare i trattori e i lavoranti delle vigne e dei peschi o perché uscivano da quella grande villa e per paura che la rubassero.....la chiudevano in quella stanza. C'era acqua e c'era la branda. C'era il calduccio e.... e l'attesa, amando teneramente quel che aveva, ma l'attesa, si sa è insopportabile in egual misura per i giovani e per i vecchi, per i ricchi e i poveretti e, ricordatelo, anche per i cani, che amano amare e farlo quando il branco è presente ha senso, farlo sull'attesa è buttare via la vita.



E venne da me perché qualcuno di quella casa immensa dovette fare i conti con dei chirurghi e gli tolsero un pezzo di qua, e uno di là e per rattoppare bene tutto e far sì che stesse insieme senza perdere brandelli per strada, furono necessari mesi e mesi di pazienza.



E Sophie entrò così nel mio tram tram quotidiano fatto di presenza continua, letture, pensieri, passeggiate, lavori con stilografiche che amava mordicchiare e computer. Odore di mare e odor di tigli. Odor di pini e giochi con la palla. Un cane grande e grosso che si chiamava Mafalda e due gatti, Cagliostro e Paracelso, che quando avevano freddo, di ritorno dalle loro scorribande invernali, sprimacciavano Mafalda come un cuscino e si infilavano fra le zampe e sotto la pancia e poi dormivano beati. Notti d'inverno in cui si stava tutti nella tana-casa che non subiva i lampeggiamenti sonori e luminosi, sommamente sgradevoli per cani e umani, della televisione e si saliva tutti quatti quatti nel lettone di quell'umano che a mattina si ritrovava sepolto in una coperta vivente di cani e gatti: era bello, troppo bello per tutti.



E arrivò pure Tata, un'altra cockerina che si scoprì essere sorella di Sophie, proprio della medesima cucciolata. Era stata sballottata da due umani che avevano intenzione di divorziare e che alla fine avevano deciso, per farsi reciproco dispetto, di portarla canile. Quell'umano, io, lo venne a sapere ed ecco che si vide arrivare in quella casa, una cagnetta stressatissima, con lo sguardo appannato e poca voglia di credere in qualcosa. Nel giro di tre giorni Tata capì come funzionava in quel branco e si diede alla pazza gioia. Divenne la più allegra, la più scatenata nei giochi e la sua fame di coccole richiese mesi per poter essere riequilibrata. Le voleva da tutti, dai gatti, dalla sorella , da Mafalda e da me che sotto questo aspetto ero il più disponibile.



E poi uno alla volta, prima i due gattini, poi la Tatina e Mafalda nove mesi fa, son “partiti”, tutti. Mi han lasciato un indirizzo ma per raggiungerli non basta volerlo. È più complesso. Se gli altri si son limitati a quel passaggio che l'umana paura chiama morte, per quanto accompagnata regolarmente con eventi che la scienza non accetta, Sophie ha deciso di andarsene nel modo più particolare.



Quando la misurai era, come ho scritto all'inizio, settantasei centimetri. Un brutto male non le faceva più toccare cibo ed ero tristemente rassegnato a vederla scheletrirsi e poi.....



e invece mi ero accorto che qualcosa di particolare stava accadendo. La sua poltroncina l'avevo posizionata di fianco al letto e il suo musetto andava a finire sul materasso per circa quattro dita. Io leggevo e la accarezzavo continuamente e poi è giunto il momento e mi son reso conto che con il corpo messo come al solito per tutta la lunghezza della seduta della poltrona anche il muso ci stava dentro..... E poi, accarezzando la cassa toracica avevo constatato che, nonostante quattro giorni di digiuno totale durante i quali beveva solo e passeggiava in giardino con passo da stordita che dovevo guidare perché era cieca ormai da un anno, accarezzando la cassa toracica dicevo, mi ero reso conto che non era per niente dimagrita.



Allora ho iniziato a misurarla un giorno sì e uno no e ho dovuto prendere atto che si stava rimpicciolendo. Quando ho accennato la situazione al veterinario, ho capito che l'ha presa per una battuta. Ho deciso quindi di tenere la faccenda per me e ho sospeso le sei punture giornaliere alle quali era sottoposta in fondo solo per allungarle una vita che vita non era più.



Si rimpiccioliva e non mangiava ormai da non so quanti giorni.



Sono arrivato al punto che dormiva perfettamente accomodata sul palmo della mano e ho iniziato a preoccuparmi quando è diventata così piccina che mi ci voleva la lente. L'ho messa allora in una piccola scatolina di legno col fondo di spugna che era una bomboniera e passavo il tempo a guardarla. Ho capito che sarebbe arrivato il giorno in cui non l'avrei più vista, nemmeno con la lente, e questo mi faceva star male come se si fosse trattato della morte, poiché essa ci spaventa perché è una separazione e anche questo infinito rimpicciolirsi lo sarebbe diventato.



Ma accadde l'imprevisto. Voi direte che vi sembra che sia già accaduto, ma.....state a sentire.....

vedo Sophie che scava con decisione nella spugna incollata al fondo della scatolina ed ecco apparire dal buchetto un muso. La Tata! E poi si fa spazio Mafalda e poi i gatti. Nell'ordine Cagliostro, poi Isidoro e Beppo che ebbi anni fa e ultimo, come sempre un po' pigro, Paracelso.



Era ed è una situazione di fatto inspiegabile, non ci posso fare niente e non so che dirvi.

Posso solo raccontarvi che mi sono messo a pensare e ho dedotto quanto segue: i miei animaletti esistono ancora. Sono lì nella scatola. Il problema è che io sono enorme, smisurato, e loro meno di un millimetro. Domanda chiave: come posso fare per diventare come loro e quindi tornare a vivere con loro o far ridiventare loro come me? Non mi attaccherò al dio dei cristiani e ai suoi santi. Chi propone una via di salvezza che passa dal dolore ha dei seri problemi e merita un migliaio di sedute dallo psicologo. No. Qui è tutto diverso. È gioia di vivere, gioia per quel che si ha vissuto e la sensazione che quel che abbiamo prodotto di positivo nella vita si fa eterno. Mi riferisco ovviamente agli affetti.



Mentre meditavo, oggi verso le quindici, e osservavo con la lente la mia minuscola e allegra brigata

è accaduto qualcosa di emozionante. Mafalda è entrata nel buco dal quale è riapparsa dopo nove mesi di assenza anche dai sogni e mi son sentito male. Ho pensato, ecco che se ne vanno tutti e mi lasciano qui da solo. Avevo un nodo in gola, immenso. Ero un vetro che una palla incandescente stava per frantumare ma....... ecco che Mafalda ritorna e io sono dietro di lei, minuscolo, identico a... a me stesso.



E ora ditemi voi qual è quello vero. Chi sono!



E poi si fa sera, e poi notte. Chiudo la scatola. Mangio, così, senza convinzione, perché devo, perché va così e sembra che non possa andare diversamente. E poi finisco, mi pulisco la bocca col tovagliolo ed esco nel giardino ormai vuoto. Il cielo è senza stelle. L'aria è calda e umida. Un purgatorio.



Non ne posso più. È come essere morti, poi entro in casa, apro la scatoletta di legno e faccio luce piano piano, per non disturbare, con una candela. E sono lì, steso, addormentato su quel muschio di plastica grigia, con tutti miei animaletti addosso. Eccola la mia vera coperta, intessuta d'affetto.



E questo mondo di umani troppo carnivori, troppo razionali, troppo calcolatori, mi fa ridere. E dentro quel riso si fa urlo. Angoscia, solitudine.



Io sono morto. sì. Un sacco vuoto con una mente scardinata da troppe regole, troppi dovresti essere.



Troppi.



E nel silenzio di questa notte.



Consapevole di essere oltre la vita



nella vita



perché quando ho amato



l'ho fatto con tutto me stesso.



Nel freddo dell'anima, senza la mia coperta.



conto i passi del silenzio, del buio, dei pensieri



e li mando in malora tutti



perché ho amato.



Anche se mi è riuscito solo con cani e gatti



ho amato.



E chi ha amato sa che non c'è differenza fra l'eternità



e l'attimo



perché l'attimo al quale hai dato tutto te stesso



si fa eternità e si ripeterà



per sempre.







Ciao piccola Sophie










giovedì 25 agosto 2011

L'ultima lezione di Nabokov




Ho appena terminato di leggere “l'originale di Laura”

Nabokov è stato vittima di un successo spropositato che sarebbe stato giustissimo se fosse scaturito da una vera consapevolezza del suo valore. Mi riferisco ovviamente a “Lolita”. Per dare idea della situazione, che tuttora colpisce, di recente, a casa di un amico, “Lolita” era posizionato in un angolo abbastanza schivo della libreria e neppure in quella che non è di facile acceso all'ospite occasionale. Non è certo un libro che molta gente riesce a tenere in salotto. Una sorta di pudore ancora condiziona, particolarmente negli ultimi anni nei quali si è dilatato talmente il termine pedofilia rendendo il “lolitismo” uno dei suoi aspetti più noti e controversi.
Mi risulta che la definizione esatta di pedofilia sia la seguente: manifestare interesse attivo di natura sessuale nei confronti di bambini, e col termine bambini si intende, per la precisione un esserino ancora sessualmente non sviluppato. “Dolores Haze, al mondo nota come Lolita, non era più una bambina, ma una adolescente. Sessualmente sviluppata senza ombra di dubbio. Mi raccomando, non si pensi per questo che io intenda sdoganare la visione del tardone con la fanciulla. Personalmente ritengo che un rapporto abbia senso quando c'è un mondo, un mondo essenzialmente mentale da condividere e credo che rientri nel caso della eccezionalità più unica che rara la ragazzina che sia in grado di relazionarsi alla pari con un essere pensante di altra età. Non che la ragazzina non pensi. Ma la visione della vita che ha, la pulsione erotica, fortissima e spoglia di esperienze, la rende più facilmente vittima di chi sente la decadenza del corpo e vuole nutrirsi dell'altrui freschezza per esorcizzare la propria. Un sentimento, per quanto possa divenire incontrollato, travolgente, parte da un luogo che spesso ho descritto. È inesistente e si situa fra il cuore e la mente. Non esito a chiamarlo anima, e la sua influenza sulla nostra esistenza, una volta che abbiam imparato ad essere più forti del basso ventre, è totale e benefica.

L'immagine posta invece dalla pedofilia, intesa esattamente, oppure se non siete in accordo con la mia definizione, supponendo che così essa sia, è a dir poco sconvolgente, intollerabile.

La Lolita è un essere che per definizione è in grado di avere rapporti e quel che scopriamo nel romanzo di Nabokov, è il motivo che spinge il protagonista verso lei e la subdola di lei essenza.
Andiamo per gradi. Dopo aver letto quel romanzo, ho cercato in vari mercatini l'edizione più datata e ne ho rimediata una al prezzo di un caffè, edita da Mondadori nell'ottobre del 1959. Il libro vide la prima pubblicazione nel maggio di quell'anno. In sei mesi siamo alla diciannovesima edizione.
Un successo strepitoso. Se ci si sofferma un attimo sulla cinematografia di quegli anni, si noterà quale sconvolgimento l'opera attuò sulle menti allora assai diverse dalle nostre e capaci di scaldarsi alla vista di un decolleté o di una caviglia. In più le regole sociali erano ferree. Le regole della massa, del popolo. L'elite invece, viveva già in una sorta di miscuglio che uno studioso ha definito “il nuovo disordine amoroso” che di nuovo non ha nulla, essendo sempre stata, la sessualità e il pudore che la riguarda, assai oscillante. Si pensi ai testi di precettistica di Vives da Valenza che qualche secolo fa consigliava le fanciulle veneziane  di non esagerare col trucco. Fin qui tutto bene, ma quando andiamo a leggere come si “pittavano” ci coglie la sensazione che erano molto più libere o libertine di noi e con loro, l'epoca e il luogo. Il fondo tinta copriva viso e petto, seni inclusi che gli abiti lasciavano completamente scoperti. Il rossetto, veniva dato sulle labbra, ma anche sui capezzoli. Penso che basti questa constatazione per rendersi conto che non esiste, come si pensa, una corsa verso la liberazione del costume sessuale, ma un'oscillazione. Diciamo che la moralità si sta disinteressando dell'argomento e personalmente, penso che sia giusto. Criminalizzare la sessualità è ridicolo, e le religioni l'hanno fatto per poter attuare un controllo angosciante sulla popolazione. Questa libertà che si sta approssimando, e con un piede ci siamo già dentro, è dovuta al fatto che non esiste più una moralità dominante. La vita si è fatta più difficile ma anche più giusta. Sta a noi costruircene una che rispetti noi stessi e che sappia contenersi entro un limite che non è difficile cogliere nella comunità dei viventi. La pedofilia per esempio, e la costrizione dell'altro son cose spaventose. Lo sappiamo e se le si attua è con la consapevolezza di rompere un legame con il senso profondo della vita. Io aggiungo, ma è un dato altamente personale, che non deve esserci denaro. Per me, costringere una persona a fare quel che non le va e comprarla, è la medesima cosa. È semplice. Se avesse i soldi non lo farebbe? Allora la volgarità si sposta tutta su chi paga poiché, chi incassa vendendo ciò che ha senso solo se è donato, nelle giuste condizioni tornerebbe a rifiutare quel patto.

Torniamo a ”Lolita”. Nell'edizione che posseggo, il significato profondo dell'agire del protagonista si rivela nelle prime sette facciate che corrispondono ai primi tre paragrafi. Un ricordo della prima adolescenza: un rapporto carnale innocente che non riesce, la ragazzina che parte e morirà poco dopo a Corfù. Quindi l'anno successivo non la vedrà ritornare in vacanza nei pressi dell'albergo del padre. Questa situazione diviene traumatica negli anni. Egli cerca ossessivamente sempre lei, il suo primo amore che non si è realizzato, in quella cornice paradisiaca fatta di età d'oro e paesaggi stupendi. Lolita sarà l'ennesima ombra di quel primo amore che continua, in lui ad essere amato e cercato.

Questo primo aspetto, che è troppo evidente per riuscire a credere che al lettore sia sfuggito, si scioglie come neve al sole, nei primi anni sessanta, davanti al desiderio inespresso della adolescente che si fa erotismo puro e col sapore del proibito. Aspetto che travolge il lettore che, dominato dai sensi nemmeno si accorge che ha smesso di pensare.

Mi permetto una parentesi. Il surrealismo ha per me, eccezion fatta per la pittura metafisica, una chiave di lettura legata ad una disperazione erotica. Esso mostra l'uomo, il maschio destabilizzato da una situazione, nel rapporto col femminile, che sta sfuggendo dal suo controllo che era pressoché totale. Un maschio comperava la moglie con un patto matrimoniale che oggi non si esiterebbe a definire spaventoso per la donna. Ma la guerra, che portò le donne in fabbrica, cambiò tutto. Ora avevano due soldi in tasca e i soldi sono indipendenza. Indipendenza nella vita e nella sessualità. Ora la donna poteva dire di no all'uomo-maschio e sentirsi libera di farsi prendere da altri flussi per effettuare le sue scelte. Terminata la guerra le donne non vollero tornare a fare le mogli succubi e le madri. Si pensi che tutti i fascismi propongono e impongono lo status della moglie madre obbediente, ovvero tentano con la forza di ristabilire l'ordine precedente, ma non vi riescono. Ed ecco che nell'arte la femmina si fa oggetto che sfugge, si fa mostro, si rende indomabile. I quadri di Ernst! E particolarmente una tela di Balthus che Jouve tenne in camera da letto[1].



La ragazza ritratta ha il seno pesante. Non bello e nemmeno piacevole. È in piedi e ha un piede sulla sedia. Si sta pettinando i lunghi capelli. Tutto è femmina, ma nulla fa scattare nell'osservatore una se pur minima  sensazione di piacere. E gli occhi. Velati di bianco, senza sguardo. Il quadro, di formato abbastanza grande, ci investe anche per l'aspetto dimensionale. Quella è una potenziale belva. Con lei non si può pensare che sia possibile instaurare un rapporto che non sia una lotta. Quest'opera, datata 1933[2] appartiene ad un'artista, l'unico, che aveva la stima di Picasso, lui così schivo, che si fece varie rampe di scale per ammirare le opere dell'unico artista in circolazione che non lo imitava. Per “sentirne” il valore si osservi a pagina 267, la ragazza col pendolino.

Un capolavoro di “costruzione della figura” degno di Raffaello. Se si osservano poi  le foto che erano in possesso di molti surrealisti[3] si scopriranno molte adolescenti. Opere che oggi la morale guarderebbe con disappunto. Ma il momento della nascita ed evoluzione del surrealismo era appunto particolare. In occidente, stava per finire un “mondo” e le spose ragazzine stavano per diventare qualcosa di moralmente sgradito. Si ricordi però che in quel periodo il fenomeno non era terminato. Si concluderà definitivamente nel secondo dopoguerra. Le foto di Eluard e non solo, rappresentano quindi la nostalgia di un “mondo” al maschile che sta per terminare, un po' come i libri di certi autori Austroungarici dei primi del novecento trasmettevano e ci trasmettono tuttora, la sensazione di un'epoca che si sta concludendo.

Questa parentesi pretende di mostrare la complessità della situazione che vide approdare alle stampe “Lolita” e quel che più sconvolge il lettore che ha un controllo ormonale decente, è che ci rendiamo conto di “tifare” per il protagonista perché, nonostante tutto lo sentiamo puro. Si. Il fango della sua esistenza, condensato in quel trauma iniziale, non lo ha causato, ma subito e da lui scaturisce un sentimento malato ma vero e questo vale indiscutibilmente di più di quel che fa la ragazzina. Si può dire che lei usa un sentimento. L'apparente lordura di lui non è abnorme quanto la spietatezza di lei.

Questo libro è un capolavoro, e Nabokov ha anche fatto di meglio. Esiste un suo racconto nel volume “La veneziana”[4], che può essere posto, ovviamente secondo me, fra quei rari oggetti letterari che se non son perfetti, comunque rasentano la perfezione.

“Un diamante grosso come l’hotel Ritz” e “Berenice si taglia i capelli” di Fitzgerald, “Bartleby lo scrivano” e “il venditore di parafulmini” di Melville, “L'avvoltoio”, “Il cavaliere del secchio”, “Nella colonia penale”, “Il cacciatore Gracco”, “Un medico di campagna” e “Il ponte” di Kafka, “Lo spirito dei Boschi di Nabokov”, “La steppa” di Cechov,  “Cantico dei cantici” di Sholem Aleikhem e  “come le mosche d'autunno” di Irène Némirovsky, solo per citare alcuni  di quelli, dei pochi, che mi sguazzano intorno, io felice di loro e loro pazienti con me,  come delfini che ormai sempre mi seguono e mi guidano nella scia del mio ingombrante corpo-battello.

“Lo spirito dei boschi”. Eccezionale. Chiusi il libro e andai a passeggiare pieno della grandiosità, della completezza di quel che avevo letto. Un uomo è nella sua stanza. Vibra la luce della candela e coglie una presenza. È lo spirito dei boschi che, come lui, è fuggito dalla Russia della rivoluzione.

Quando qualcuno di noi, o uno storico anche di valore, dice che cambiò tutto, che un mondo con la rivoluzione di ottobre finì, non riesce a trasmetterci la portata totale del cambiamento-distruzione che accadde. Ed è ovvio. La letteratura va oltre l'ottica dello storico. Essa vede cosa finisce anche per l'uomo interiore.......

di Nabokov ho letto tutto, o almeno così credo, e tranne “Invito ad una decapitazione”[5] si ha sempre la sensazione di trovarsi davanti ad opere che toccano tasti di un'intimità che non sospettavamo di avere e che ci fa bene scoprire. È stato anche capace di una bella ironia. Mi riferisco a “Re, donna, fante”[6].

“Invito ad una decapitazione” risente secondo me della sconvolgente scoperta che Nabokov fece, dell'opera di Kafka. Ci mise un po' a “liberarsi” di questo colosso....che se non impari a domare ti trasforma in un imitatore. Accadde qualcosa di simile a Sciascia con Borges, a Canetti con Buchner, ma Nabokov, miniera per se stesso di infinite curiosità non solo entomologiche, si riprese rapidamente. Rimane una traccia, quel libro, che dagli intellettuali è invece considerato un kapolavoro.

Forse è il kaso di kiarire (la k la usava Pound nelle missive private kuando si arrabbiava e solo a nominare il termine intellettuale.....). Artista: colui che guidato da sensibilità e intelligenza, ma solo in un secondo tempo, si lascia andare al mondo che ha dentro ri velandolo, si, ri velandolo nel senso che trasformare una pulsazione della sensibilità profonda in parole equivale a velare nuovamente -quel che si è scoperto, disvelato nel mondo, e lo si deve fare perché l'atto dell'emozione interiore sensibile non è trasmissibile.....

Intellettuale. Colui che utilizza l'intelligenza. Un po' poco per pretendere di essere artisti o, peggio ancora di comprenderli ed ergersi a loro giudici.

Esempi: Pavese: scrittore. Calvino, intellettuale.

Andreste a comperare il pane da un tornitore? Ovviamente no. E allora perchè andate a comperare il pane della mente da chi non sa farlo? Ha imparato a venderlo? Nemmeno. Vende indirettamente se stesso e basta......

passata la rabbia auto causata da certi pensieri veniamo al libro di Nabokov che da il titolo a questo scritto: “L'originale di Laura”. Ce lo presenta il figlio di Wladimir. Fa, forse faceva, il cantante lirico. Iniziò con Pavarotti partecipando al medesimo concorso ad inizio carriera. Persona saggia ed equilibrata. Nella prefazione ci dice che i genitori son ombre tuttora presenti dietro di lui e che guidano le loro scelte. Come non pensare ad un quadro di Ruggero Savinio che ritrae un Bambino con dietro questa ombra che per quanto scura non fa paura?

Nabokov chiese di bruciare il manoscritto se la morte fosse arrivata prima di averlo concluso. Il figlio, Dmitri, non l'ha fatto perchè l'ombra paterna gli ha suggerito di non farlo. Ringrazio Dmitri e tramite lui l'ombra del suo geniale padre. “Laura” (si consiglia la pronuncia inglese, Lora, che si fa nome russo...) contiene qualcosa di eccezionale. L'idea del romanzo si accavalla, si moltiplica, si infrange e infine si disperde. Si fa spazio un gioco. Annientarsi prima di morire e Nabokov scrive questo perchè ha compreso che tocca a lui.

“Ho insegnato al pensiero a mimare un neurotrasmettitore imperiale, uno spaventoso messaggero che porti l'ordine di autodistruzione al mio stesso cervello. Il suicidio trasformato in piacere.”

noi leggiamo queste acrobazie di un uomo che sa che sta morendo. E ci vediamo un esorcizzare una paura immensa che prima o poi tocca a tutti. Inizia ad eliminare i piedi, che gli han sempre dato fastidio e dolorini. Piedi che stavano bene solo nelle pantofole, e poi elimina le gambe, ci prova col torace. E quando torna da questi viaggi illusione è integro, ma si è anche in un certo senso, abituato a non avere più una parte di sé.

Penultima pagina: “Cancellare se stessi con il pensiero
                                una sensazione di dissolvimento
                                un evahissement di dissoluzione deliziosa (sostan-
                                tivo prodigiosamente appropriato”

paginetta di un geniale e perfetto trilingue che insiste con quella illusione per non cedere se stesso a un tunnel che da un capogiro irreversibile. Tenere in pugno se stessi fino all'ultimo e decidere che il dissolversi da piacere.

E l'ultima pagina. Verbi incolonnati riportati in originale in copertina
                      
                                          estirpare
                                          espungere
                                          cancellare
                                        sopprimere
                                        strofinare via
                                        annientare
                                        obliterare

tutti più o meno sinonimi di quel primo “estirpare” (efface) cerchiato nell'originale, operazione che da subito dal corpo si fa volontaria della mente, si che nulla, nemmeno la morte non ci appartenga come scelta, come piacere

e poi più nulla.

Si chiude il libro.

un libro ben fatto che di ogni pagina ci offre anche l'originale, dando la sensazione che Nabokov stia qui, vicino a noi, a tenerci la mano, a dirci come si fa.

….e ora, con lo spirito dei boschi, io so dove, canta e ride e fa scherzi e ogni tanto, quando passeggio in Tirolo, mi fa volare via il cappello........

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[1]Catalogo prodotto in occasione della mostra di Venezia, avvenuta poco dopo la morte dell'artista. È edito Bompiani, del 2001. sia la mostra che il catalogo si devono a Gianni Agnelli che era amico e grande estimatore di Balthus. A pagina 67, si può vedere la camera da letto con l'opera posta di lato dal letto si da poterla vedere mentre si è stesi. L'opera si intitola “Alice allo specchio”. Nella medesima pagina troviamo la foto a colori della tela ma, essendo grande quanto un francobollo non siamo in grado di cogliere la profonda impressione che produce quando si vede l'originale.
[2]Hitler ha appena raggiunto il potere e Mussolini imperversa da un decennio abbondante. Quel che nel mondo è cambiato con la spinta della prima guerra non è solo un ordine sociale che teme come un mostro il comunismo e quest'opera rappresenta molto della paura individuale, maschile, di un cambiamento che non rende più padroni dell'altro, ma partner. Un ruolo nuovo e tutto quel che è nuovo spaventa.....
[3]Ne abbiamo un esempio dalla collezione di Paul Eluard visibile a pag 22 del medesimo libro è evidente che i soggetti fotografati son ragazzine.....
[4]Ed Adelphi
[5]Ed Adelphi
[6]Ed Adelphi

giovedì 11 agosto 2011

Helga Schneider: "il rogo di Berlino"

Il libro del quale vi parlo ora, contiene il racconto di Helga Schneider1 che fu bambina nella Berlino della seconda guerra mondiale. Di origine austriaca, il padre, dopo che la sua patria fu annessa al reich (minuscolo necessario e voluto...), fu costretto ad indossare la divisa tedesca e fu mandato a combattere.

È un libro eccezionale. Quando si legge il primo capitolo, appena quarantadue righe, si subisce crollo dentro. Io ho chiuso il libro accarezzando la copertina. Ci sono dei destini impressionanti. Non ve lo narro il suo, raccolto in così poche righe senza perdersi in fronzoli e trovate stilistiche. Son appunto solo quarantadue righe. Fatelo per favore voi, e poi provate a resistere alla tentazione di proseguire la lettura.

Il libro è li. Lo guardate, lo guardavo. Sapevo che contiene una versione pesantissima del male. Non avevo il coraggio ma non era giusto nei confronti del suo destino, di un'epoca, non condividere quell'esperienza brutale, quel peso.

Alla fine vince il magnetismo del libro. Di un triste ma giusto color azzurro spento come il cielo in una giornata pesantemente umida e la foto, della porta di Brandeburgo, uno dei simboli di una città per molti versi eccezionale ma che, essendo stata, all'epoca del racconto, la capitale di un impero folle e la sede finale di hitler, subì una distruzione quasi totale. E la sua popolazione, che come si vedrà, spesso era anche apertamente contro quel dittatore, visse, quando riuscì a sopravvivere, in condizioni atroci.

E noi vediamo tutto questo dagli occhi di una donna che ricorda se stessa bambina, e il tutto si innesca da quel brevissimo primo capitolo che le fa sentire la sacralità l'alto compito che è il ricordare.
Si, ricordare nella speranza che non accada più. Ricordare e comprendere.

Questa operazione, ricordare, oggi è diventata sistematica. Vari eventi tragici, in tante nazioni, hanno il loro giorno della memoria, ma secondo me così non funziona.

Ricordare e basta, con quasi l'obbligo morale imposto dalle istituzioni e dalle scuole, ricordare un evento che non è appartenuto a me e nemmeno alle nuove generazioni, secondo me non è il metodo giusto.

Per loro, per tanti miei coetanei, il passato, che sia di sessant'anni fa o di cinquecento, è ugualmente distante e non comprensibile. Gli ultimi testimoni della seconda grande guerra, stanno lasciando la vita e fanno quel che possono, ma non è nelle scuole che devono parlare. Devono esserci per chi desidera sapere e quel desiderio, da contagiare, è il compito della nostra società, della famiglia in particolare, degli amici. Qualsiasi funzione, qualsiasi pensiero se imposti non rendono, e tanto meno per fatti terribili come questi.

Ricordo Boris Pahor che presenta il libro in una cittadina italiana. Pochi giovani. Una ragazzina che colleziona autografi e che adora gli scrittori e per questo attende l'attimo giusto con il foglio e la penna in mano, pronta allo scatto per non lasciarsi sfuggire l'occasione. Il suo libro più noto, “Necropoli”2 contiene tante sfumature di un dramma proiettato non solo nel passato. Certi aspetti del fascismo sul confine di Trieste e dintorni, il tornare nel campo di concentramento come visitatore, dopo esserci stato come prigioniero e cercare di comprendere quelle masse di visitatori e volere disperatamente trovare quella formula che inneschi un saggio e volontario ricordare.

Ma ricordare serve? napoleone fu sconfitto dal freddo e dalla vastità della Russia. hitler fece il medesimo sbaglio.

Quotidianamente pensiamo che mandare in carcere il colpevole conti qualcosa, ma conta fare in modo che capisca. Se non comprende lo rifarà, e in fondo si relega in carcere perché nessuno sa come fare comprendere l'errore e molte volte di errore non si tratta, ma di necessità o di malcostume secondo il quale “chi la fa franca è più bravo di uno onesto”. E incarcerare sembra la soluzione più economica ma è disumana. Solo perché lo può rifare appunto o per bilanciare un male fatto che nulla può far tornare indietro.

Far comprendere.

Vi offro un esempio. Il fatto è vero. Conoscevo un ragazzo di sedici anni ferocemente antisemita. Era fiero di esserlo. Per lui era una prova di coraggio, un andare controcorrente che avrebbe dovuto confermare la sua indipendenza, la sua forza. Sapevo che non aveva mai visto un ebreo e agii di conseguenza. Si andò a Roma. Dopo aver visto qualche monumento gli proposi di mangiare la pizza al taglio in un posto che a me piace molto e dove, gli dissi, mi conoscono tutti. Si mangiò, chiacchierò di calcio con amici romanisti accaniti e quando mi vide parlare con una bella ragazza, venne e lo presentai. Si chiamava Rebecca. Si rese conto subito che era una personcina di un certo livello. Non abitava in Italia ed era appena tornata da un soggiorno dai parenti negli Stati Uniti. Rispose al telefono parlano in una lingua che non comprese ed era affascinato da tutto. Da quella via un po' troppo larga e che avrebbe potuto sembrare una piazza, da quel dialogare familiare, da Rebecca che era veramente una delizia.... e allora lo chiamai, lo portai alla lapide del Ghetto e l'ha letta. Ha letto di quel migliaio e più che furono caricati dal punto esatto, dove ora lui stava ora, e portati ad essere annientati in un campo. Rebecca era andata via. Gli ho detto che era ebrea, e anche quello della pizza al taglio che aveva parlato con lui di calcio, e il pasticciere e tanti altri.

Era ammutolito. Un ebreo non era più semplicemente un nome, ma un essere umano che non era in grado di distinguere dagli altri, tranne quei due o tre che vide, vestiti di nero, col cappello e i cernecchi. Gli mostrai la Sinagoga dall'esterno. Il caso volle che stava passando di Segni, il rabbino, e gli chiesi chi era. Non lo sapeva. Dissi prima che era un pittore romano, poi gli feci notare che era apparso spesso in televisione, che era la personalità di riferimento di quella comunità.

La cura funzionò. I venti “giorni della memoria” che avrebbe dovuto subire dalla nascita all'età adulta, non avrebbero scalfito le sue insensate certezze....

Non ci si spaventi se si deve prendere atto che per ogni essere umano si riveli necessaria una cura su misura. È così e basta. Intruppare popolo o studenti non basta. Questo crea conformismo, ipocrisia. E se tutti agiscono nei confronti di chi hanno vicino quando “annusano” qualche stortura, ecco che certe “malattie” insensate come il razzismo, l'antisemitismo eccetera, si riusciranno ad arginare.

Anche nel libro di Helga Schneider troviamo un ebreo.
Tutti i personaggi di questa storia vera si son rifugiati in una cantina e un giorno arrivano soldati tedeschi, controllano i documenti di tutti e portano via una persona perché ebrea anche se lui nega. Anche la piccola Halga, come quel sedicenne, ma con più innocenza, non aveva saputo distinguere così, con un colpo d'occhio, un ebreo da una persona normale...

Lei, Helga, nel suo ricordare, non ci dice mai se è antisemita o meno. È una bambina. E' una spugna. Lei ascolta e osserva tutto. Avrà una storia personale banale e sgradevole. La madre non c'è più. Di lei non parliamo, (lo scoprirete leggendo), e il padre si innamora di un'altra donna, la sposa e quando parte per il fronte, la lascia con i due bimbi del primo matrimonio. Helga e un fratellino più piccolo che è una peste allo stato puro. La “nuova” madre si affeziona al maschietto e lo coccola e lo vizia fino a farne un piccolo capolavoro di insopportabilità. La bimba, la nostra Helga, che reagisce male al distacco dalla nonna, con la quale era stata fino a quel momento, non sopporta queste differenze smaccatamente gratuite e tramite psicologi consigliati dalla sorella della nuova madre, che ha un incarico presso il ministero della propaganda, ed è assai influente, viene messa prima in una clinica spaventosa dalla quale verrà espulsa perché rifiuta completamente il cibo, e poi verrà portata nella periferia di Berlino, in campagna, in una piccola comunità per bambini caratteriali nella quale si inserisce bene. Questa comunità si chiama Eden. E diventa toccante quando qualche tempo dopo, quando è nella cantina-rifugio con gli altri, osserva il fratellino e pensa che lui dalla vita non ha avuto nulla e lei invece almeno quei giorni al collegio a contatto con la natura e con la possibilità di relazionarsi civilmente. È si. Quando si è al buio totale, brilla anche un cerino. E brilla come l'occhio di un dio....

Verranno a riprenderla e si ritroverà in una Berlino bombardata quotidianamente. Le capita anche, grazie all'influenza sempre della sorella della matrigna, di incontrare hitler. Sono lei e il fratellino insieme ad altri bambini, che vengono ospitati per qualche giorno nel celebre bunker, fino all'incontro che ci farà divorare pagine su pagine per farlo nostro perché, anche se si tratta semplicemente del ricordo di una bambina rielaborato in età adulta, tutto quel che concerne il folle di Braunau, interessa eccome.... chi resiste alla tentazione di conoscere il male! Ne “L'uomo senza qualità”, il mostro si chiama Moosbrugger e anche noi lettori non resistiamo al desiderio di inoltrarci nei meandri della sua mente. Capire il male. E si scoprirà sempre quel che disse la Arendt, ovvero che dietro al male non troveremo altro che banalità, e io aggiungo, spesso una sofferenza tale che si muore dentro e quel che rinasce è una belva che cerca di essere più forte di quel che ha subito.

Torniamo ad Helga. Torniamo a Berlino. no. Anzi, tornateci voi. Ho detto anche troppo.

Solo su un punto desidero soffermami un po'. Ho detto in altri scritti che raccontare e inventare una trama, una situazione, son prove letterarie di livello diverso e ho espresso la mia preferenza per l'invenzione.

Ma c'è raccontare e raccontare. C'è chi, come può esser stato un certe pagine Casanova nella storia della sua vita, ama trasmettere tramite i fatti una immagine di sé, e chi sfronda qualsiasi particolare superfluo e cerca, nel limite dell'umano possibile, di trasmetterci la realtà vissuta. È sempre un atto soggettivo, filtrato e deformato dalla grande e viva massa di tempo che separa il momento dell'esperienza vissuta da quello della scrittura. Nel caso di Helga son passati decenni. Ma è l'agire ch più ci colpisce, che più ci travolge. Si può parlare in questo caso di assenza di stile. Vedete, quando si soffre, quando la realtà è troppo grande, invadente, pesante, cadono gli aggettivi, cade tutto quel che non è necessario nella parola sia scritta che orale. I fatti son rappresentati con frasi ridotte all'osso. Mi fanno ridere coloro, ovviamente i critici e i docenti, quando mi parlano di ermetismo. L'ermetismo vero non è un agire tecnico ben definito e riproducibile da chiunque. Quella è finzione. L'ermetismo è il linguaggio della sofferenza. L'esempio più nitido è Ungaretti con le sue poesie sulla guerra. Montale in confronto è un imitatore. Gioca. Ungaretti parte che è interventista. Vuole la guerra. Ci crede. E poi, la realtà dei fatti in tutta la sua durezza lo annienta. Poche parole riescono a contenere quel che prova. In pittura accade qualcosa di simile. La tavolozza si riduce a pochi colori. Si pensi al Picasso del periodo blu o al periodo fatto di giallo e marrone di Munch. Si semplificano colori e poche linee parlano chiaro. Sorrido delle tendenze minimal attuali che usano il linguaggio della sofferenza per bilanciare vuoti e pieni, rendere atmosfere rarefatte... per la mente, ma che al cuore non arrivano. Fredde e basta.

E ci stupirà questa notizia che apprendiamo già da quel breve, fortissimo primo capitolo. Ci stupirà perché tutto è nitido, palpabile espresso in un unico colore scuro e con due colpi d'ascia secchi, decisi identici a come lei visse la situazione descritta. Anche i suoi stati d'animo sono resi in modo oserei dire perfetto. Accade che li vivi, li soffri, ne sei travolto. E un pugno di parole è tutto quel che hai da dare ma bastano e saranno indimenticabili.

Io personalmente, che spero sempre di riuscire a leggere in un modo superiore che non so identificare, mi son trovato legato al destino della ragazzina che si chiama Erika. Per quel che mi conosco, per la mia fascinazione sempre subita per la femminilità minuta, fragile, penso che se mi fossi trovato adolescente in quella cantina, me ne sarei innamorato e sarei morto per difenderla quando.....quando non ve lo dico. Il finale di quel capitolo che lo racconta, anche stanotte l'ho rivissuto. Lo splendore da incubo di questa personcina fragile, della quale Helga ci dice che era quasi trasparente, lo miseria e la grandiosità di lei che si solleva dal giaciglio e ringrazia tutti e per ultima la madre....
...c'è da perdere le parole. Niente può definire come mi son sentito nel leggere quelle righe, nel vivere quel destino.

Da libri come questi e come per esempio da “Devo raccontare” della Rolnikaite o il diario di Anne Frank o della Hillesum o da “In quelle tenebre” di gitta Sereny, dobbiamo imparare che attuare il male è senza rimedio, dalle piccole azioni alle grandi, fare il male segna e il perdono non conta. È come un peso posto sulle spalle di una persona. Spesso non ce ne rendiamo conto ma dieci grammi oggi e un etto domani e ci ritroviamo con un essere non più umano che crolla, e da certe esperienze, se sono enormi come quelle che questi libri raccontano, tornano degli esseri umani? Ci sembra impossibile crederlo, e invece un passo del libro ce lo rivela. Helga quando scrisse quelle pagine era ormai sposata, in Italia e con un figlio. Quando assisterà a due stupri di ragazzine compagne di disavventura nella “sua” cantina, lei dirà che non ne vorrà mai sapere di uomini, lei che si è salvata per un pelo, solo perché quando il soldato ubriaco l'ha palpata e non ha sentito il seno, l'ha lasciata per sceglierne un'altra più sviluppata.

Ecco che Helga, che ha sulle spalle l'immagine di un padre negativo, dei soldati violenti, di hitler che sapeva essere tremendo, riuscirà a sposarsi, a vivere con un uomo e, per il carattere che nel libro ha espresso, nessuno di noi dubiterà che l'ha amato. E io penso che tutto questo sia opera di una sola persona, del nonno, di Opa, che oltre il resto non è il nonno naturale ma il padre della matrigna. Quell'anziano signore fu gentile, diede affetto anche in una situazione nella quale, Helga ce lo ricorda, l'affetto era l'ultimo dei pensieri. Davanti al terrore, alla fame, alla sete, alla morte, l'affetto sparisce e sembra non necessario, e invece il nonno acquisito, il vecchio Opa, non dimenticò mai di donarlo e quella piccola luce nel buio di un'infanzia assurda, l'ha secondo me salvata, ha reso possibile il suo matrimonio e quel figlio che hanno confermato in lei e in noi la voglia di vivere che comunque per sopravvivere a qualcosa si deve attaccare. Anche la voglia di vivere può essere annientata. Conosco persone di oggi, ne ho conosciute di ieri, che sopravvivevano e basta e non per il tenore di vita scadente. Alcuni erano e sono anche assai benestanti.

Ricordo per esempio quel signore magro amico di mio padre che mi mostrò con un sorriso assurdo, i numeri tatuati sul braccio. Viveva con la moglie. Per un paio d'anni rimase fra la vita e la morte, una volta uscito dal campo di concentramento. Era talmente pelle e ossa che non riusciva più ad assorbire, a trasformare il cibo in energia. Mi raccontò qualcosa del campo. Io ero un bambino e non fui colpito dalle sue parole ma da un altro particolare. Mentre mio padre dialogava con la moglie, lui si alzò e lentamente uscì dalla sua casetta. Se sedette sulla panchina appoggiata al muro della facciata e si godette il sole. Ma non lo fece come avrei potuto fare io, o tu che forse stai leggendo. Era solo un corpo. Un corpo svuotato, senz'anima. Solo le sensazioni epidermiche, animali, gli erano rimaste. Quel sole sul viso e sulle braccia, o il cibo che gustava quasi con estasi tenendo il boccone senza inghiottirlo fino a quando non aveva perso tutto il suo sapore. E l'acqua. La sete che aveva patito la sentii tutta mente seduto al sole, per più di un'ora, con quel sorriso animale stampato in faccia, contemplò il getto trasparente e rumoroso che si gettava nel tronco scavato dove bevevano i cani e le mucche. Io non ero percepito. Quello sforzo per lui non era più possibile. Vedere, sentire, concepire l'altro non esisteva più per lui, che si spendeva tutto, concentrandosi in quello che per me, per noi, è l'aspetto più superficiale delle sensazioni. Era un monumento vivente. Era una pietra viva che non aveva bisogno di raccontare. Il suo esistere così, come lo vidi io bambino, è per me il simbolo del male assoluto che annichilisce, distrugge l'uomo, e lascia un involucro senza più un'identità, un senso.

Solo per la moglie era vivo. Solo per lei, che aggiungeva a quel che mancava al suo uomo col ricordo che aveva di lui, e lo amava intensamente, come si ama solo nei sogni, nelle favole, e lui, ormai inconsapevole di tutto, grumo del paesaggio scolpito dal male, di tutto quell'amore non sentiva più nulla.

E in Helga ho ritrovato l'acqua adorata dall'amico di mio padre. La sua sete e il primo giorno in piscina, davanti a quella massa immensa che la sbalordisce.

Leggere per ricordare. Ma non per ricordare semplicemente l'evento cruento. Leggere invece per diventare consapevoli che è facile, troppo facile fare male. Basta non pensare a quel che si sta facendo, a volte. Fare il male. Caricare anche se solo di un grammo il peso sulle spalle di qualcuno. È questo che dobbiamo temere, che dobbiamo imparare, da Helga, da Gesù, da Maometto....dai ricordi nostri e di altri..........................

Rileggendo questo scritto, che essendo nato come gli altri, di getto, può contenere involontari strafalcioni dati dal fatto che le due dita che uso per battere sulla tastiera non sanno essere veloci quanto il pensiero e in questo inseguimento nascono errori a volte anche divertenti, dicevo, rileggendo, mi sono reso conto che ho consigliato quattro testi che hanno due denominatori comuni.

Primo, il fatto che siano tutti siano editi da Adelphi, non deve asssssolutamente far pensare che io abbia qualche contatto con “loro”. E' un caso, e un caso che deve farci pensare. Come ho più volte ripetuto, secondo me, scegliendo un libro di questa casa editrice abbiamo un buon novanta per cento di probabilità di incappare in qualcosa di saporito. C'è comunque quel dieci per cento che va a toccare tasti che mi danno un fastidio!!! Come se per tutto lo spazio che offre il mio corpo, qualcuno decidesse di dare un colpettino proprio sull'unico sensibilissimo callo, che nella realtà non ho.....

Nessuno è perfetto e, se ricordiamo questa massima elementare e vera, dobbiamo riconoscere che il fatto di pubblicare così tanta “roba” interessante merita comunque, nonostante il mio callettino del dieci per cento, la nostra stima.

Il secondo punto. Premetto che ho citato Boris Pahor, che ho avuto il piacere di conoscere, con l'intenzione di portare certi esempi e gli altri quattro testi che sono appunto della Adelphi, per un'affinità nel modo di arrivare al dunque senza tanti fronzoli. Ho scoperto, appunto rileggendo, che si tratta delle opere di quattro donne. È un caso che va meditato. Quando si ha a che fare con la realtà, loro sono più concrete, più nitide. Levi, con “Se questo è un uomo” e “La tregua”, è grande, ma un po' filosofo... e dopo aver letto i testi di Frank, Hillesum, Rolnikaite e Sereny, ci si renderà conto che mediamente, le donne, se non hanno messo un piedino in quel letamaio che si chiama università, nel ruolo di indocente..., ci si renderà conto dicevo, che le donne, anche quando parlano di grandi principii, di ideali, lo sanno fare in un modo che noi maschietti sentiamo inspiegabilmente, fastidiosamente più concreto. Secondo me è nell'invenzione che l'uomo, che sa vivere con i piedi per terra e la testa fra le nuvole, sa dare il meglio di sé, e con questo non vuol dire che in questo campo sia migliore delle donne. Non c'è gara. Le gare sono stupide, e già solo ricordare la Woolf, la Yourcenar e la Morante, ci basterà per non pensare più ad un primato di fatto inutile. L'uomo che racconta un fatto reale, non riesce a non “piegarlo” ai suoi ideali e all'immagine, ovviamente vera solo nella sua testa, che di sé vuol tramandare. Questo è secondo me un dato di fatto per ora inoppugnabile. Il pane che porta ai figli deve attraversare praterie di simboli e significati e invece per la donna deve fare solo il percorso dal forno a casa. Si badi bene. Queste caratteristiche son valide o sgradevoli a seconda delle situazioni! Abbiamo bisogno sia del pane vero che di quello ideale. Non c'è lotta, non ci deve essere, ma solo coazione verso un senso per la vita, che è secondo me l'estrema forma della bellezza.