lunedì 8 aprile 2013

Irene Nemirovsky: "Come le mosche d'autunno"




Mi son state rivolte alcune domande in relazione il mio precedente scritto su Irene Nemirovsky:

Perché ho deciso di iniziare da “Il calore del sangue”.

Perché ne parlo solo ora.

Rispondo alla prima. Ho fatto la scelta de “Il calore del sangue”, per la sua brevità. Si tratta di un tascabile e penso che questo impatto spaventi meno di altri suoi libri. È vero che c'è molta gente che legge libri “grossi”, ma quasi sempre si tratta di “roba” che ha trame rapide, azione e poco pensiero. Certi autori invece non possono essere letti come un gioco. Il cervello deve essere collegato sempre. Non sto facendo dell'ironia. La maggioranza legge come passatempo; una stretta minoranza invece, chiede al libro qualcosa in più. Vedete, pensare non è strettamente necessario nella vita di tutti i giorni, e anche ora non sto scherzando. Una persona adulta potrebbe aver creato una concatenazione di abitudini che per essere attuate, ripetute, chiedono semplicemente di ripercorrere giorno dopo giorno, i medesimi percorsi neurali. In fondo tutti, anch'io, abbiamo bisogno dell'abitudine. Se ogni atto dovesse venir sempre e costantemente “pensato”, sarebbe follia. Quando si timbra il biglietto del tram, è il corpo a farlo, non noi. Quando si guida la macchina, sapere qual'è il pedale del freno e quale quello della frizione, lo abbiamo demandato al corpo ed è probabile che, se ci pensate un attimo, non ricordiate con la mente come sono situati quei pedali. Insisto, è il corpo a saperlo. Quando non si usa la bicicletta per anni, e poi si decide di riprenderla, si suppone inizialmente di non ricordare più come si fa. Ma il corpo sa ripetere esattamente quell'operazione …

Pensiamo ora al film “tempi moderni” di Chaplin. L'uomo diventa parte della macchina. Questa ossessione era forte e malvista da alcuni, per esempio gli operai che a quel ruolo erano condannati, benvista dagli altri, per esempio i futuristi, che della vita vera se ne interessavano solo fino a un certo punto. Attualmente, la fobia della “macchina”, del far parte di essa come un ingranaggio, non ci assilla più. Ora siamo prevalentemente legati al terziario, all'organizzare risorse umane, quindi ingranaggio è divenuto un rapporto di umano fra umani non carne contro ferro ma carne contro carne, e la parola ingranaggio posso proprio eliminarla. La vita consiste ora nella conquista di una posizione sociale e in essa si opera con una competenza che non può non essere assai specializzata. Del rapporto uomo-macchina rimane la monotonia, la ripetitività, ma la si soffre meno, poiché essa accade in un contesto di relazione fra umani e non appunto fra uomo e oggetto.

Siamo quindi meno consapevoli, dell'uomo dell'epoca di Chaplin, di quanta abitudine, di quanta monotonia di movimenti del corpo e di sistematico utilizzo dei medesimi percorsi mentali, sia necessario per vivere. Siamo poi naufragati nel paradosso di facebook e twitter, canali di comunicazione che portano all'immediatezza dello scambio di informazioni. Ci si perde nell'atto del comunicare e non ci si rende conto che non sia ha nulla da dirsi. Ricordo anni fa un dialogo colto al volo che è simbolo di quanto sta avvenendo. Due persone di mia conoscenza si vedono in un locale e si abbracciano. Tutto molto plateale. Sembra che uno sia tornato dalla guerra e l'altro da una missione spaziale. Dopo abbracci e sorrisi passano al reciproco “come stai” che riceve la comune risposta “bene e tu?”. Ora segue l'altrettanto comune “anch'io” sorridendo e in più qualche pacca sulle spalle, e poi sorridono rumorosamente come due deficienti. Non si pensi che questo scenetta sia un'esasperazione oppure una rarità. È tristemente comune. Lo era molto più qualche anno fa. Con l'avvento di facebook e twitter, questa comunicazione del nulla si è trasferita in internet. Accade così che i rapporti in carne ed ossa si facciano più difficili. Con internet puoi spacciarti per ciò che non sei, nel dialogo viso a viso, anche se senza contenuti, senza messaggio, come quello citato, un minimo di realtà devi affrontarlo … e si tenga conto che il dialogo suscitato non avvenne fra due persone qualsiasi … uno era giornalista e l'altro laureato. Essi possedevano un'alta dimestichezza con l'automatismo professionale richiesto attualmente e che, non richiedendo pensiero e concentrazione se non nel momento della sua acquisizione, porta anche a relazionarsi automaticamente. Si pensa solo quando proprio non se ne può fare a meno e la via di comunicazione, lo strumento, ovvero internet, che è diventa estrema ed eccellente, trasporta messaggi che sono nulla, son rumori, assenza di contenuti.

A questo punto quando si tratta di consigliare un libro, particolarmente di un'autrice che ha scritto tanti capolavori, mi sento in dovere di partire da qualcosa di breve. Di più non posso fare. Qualsiasi testo della Nemirovsky presuppone il pensiero attivo; dobbiamo collaborare col testo e non essere passivi come con la tivù; in più si deve essere onesti con se stessi. Mi spiego. Una sera a cena con altre persone, come sottofondo c'era uno schermo che emanava un quiz. Funzionava così: una domanda, quattro risposte possibili, due delle quali assurde anche per Emilio Fede. Ebbene, una persona seduta al tavolo con noi, che non ha mai brillato in vita sua se non in grazia di un'eredità, ha “imbroccato” per puro caso, sei risposte consecutive esatte. Di conseguenza si è considerato un genio. Si stava esaltando ma era evidente che si trattava solo di fortuna. Come dire che sei stato bravo perché hai vinto al lotto!Ricordo che una domanda non l'aveva nemmeno capita. Scelse a caso la risposta e basta … questo è uno dei modi dei mass media per accontentare il suo popolo … ma davanti al libro che richiede pensiero non puoi fingere. Non lo capirai mai per caso. Servono concentrazione e pensiero se si tratta di saggi, concentrazione e disponibilità allo stupore, se si tratta di arte. Con stupore non intendo la meraviglia davanti al funambolico, ovvero trame che sorprendono e basta. La sorpresa deve essere per l'anima e questa la chiamo, nel suo inizio, stupore. Un esempio. Nel film “Nuovo Mondo” di Crialese, vediamo un'inquadratura sulla folla presa dall'alto.






Sappiamo che hanno appena caricato sulla nave degli emigranti, conosciamo i loro sogni, la loro povertà, la loro Sicilia. Sentiamo, nella scena immobile che sa di attesa, rumore di ferro che stride e una crepa si apre fra la gente. Scopriamo così che non è folla compatta, ma una parte della gente della nave e l'altra, composta di quella che sta a terra. Per un attimo quella separazione ci fa male dentro, ci commuove. Il senso della separazione è reso in un modo che ha una profondità che è insostenibile per il pensiero. Ci si rende conto, ripensando alla scena in questione, che essa viene da molto più il là. Il pensiero non basta per creare una simile immagine, e forse nemmeno il cuore … ci vuole un'anima. E così, vedendo quella scena, se siamo riusciti a lasciarci andare a lei, se il continuo controllo esercitato dalla razionalità, lo abbiamo allentato, scopriamo che è possibile andare oltre il pensiero ... che forse, se ci si impegna un poco, il seme che abbiamo dentro, e che tanti, troppi, nemmeno sanno di avere, possiamo coltivarlo e fiorire alla vita. Vi avviso e senza umiltà vi dico che ne so qualcosa. Solo così si sconfigge la morte …

Dal medesimo film vi ricordo un'altra scena: arrivati in America, questi emigranti vengono sottoposti a giochi elementari di logica. Viene data una base quadrata e la si deve riempire con pezzetti di legno di vario formato che, se ben posizionati, la coprono completamente. Quando tocca al padre, che di queste cose non sa niente, le sistema secondo una logica tutta sua, immaginando una casa per sé e i suoi, e mentre “costruisce” descrive il senso di quel che sta facendo, immaginando un futuro che ora non ha. Anche questo momento commuove. Si sente la freddezza, la disumanità di chi seleziona e l'assoluto essere indifeso incompreso, del selezionando che va ben oltre alla dinamica dell'intelligenza e si mostra più profondo di chi lo “studia”.

Anche qui, anche per questa scena si raggiunge uno stadio di sintonia profonda col più profondo sentire. Ci viene rivelato per un attimo che esiste qualcosa di più di pensiero e azione …

La risposta a quella domanda, perché ho deciso di iniziare da “Il calore del sangue”, penso che sia così esauriente. Una buona, una vera lettura, risveglia l'anima, ci fa prendere cura del seme che abbiamo dentro, ci fa scoprire che lo abbiamo, ci fa desiderare, se perseveriamo, di vederlo fiorire. Di Irene Irma Nemirovskaja sposata Epstein, nota in occidente come Irene Nemirovsky, preferisco in asssoluto “Suite Francese”, ma per riuscire ad “entrare” in quell'opera senza perdere parte del suo prezioso carico per strada, servono tempo, e la gente ne ha poco, pensiero che si arrenda all'intuizione, voglia e volontà di rileggere. Insomma, desiderio di amare. Non basta essere intellettuali, essere intelligenti, per avvicinarsi a certi gioielli. Serve di più e di meno. Saper tornare dionisiaci, ma non è facile. La razionalità sembra la via che risolve tutti i problemi. Basta applicarla con perizia, ci dicono … ma non è così. Essa serve fino ad un certo punto, e fondamentalmente per interiorizzare quegli atti e quei comportamenti che si fanno poi abitudini, ma che, grazie al cielo, non esauriscono la vita. Si pensi ai personaggi di certi film di Antonioni, a queste donne che hanno tutto ma sono profondamente irrequiete e insoddisfatte! Si pensi all'intellettuale-artista che ne “La dolce vita” uccide i figli e si suicida … è chiaro il messaggio dell'epoca che ci precede: non basta avere tutto, essere ricchi e comprare grandi case, opere d'arte e cicli di studi ... e poi ... avere l'amore non ha senso se si approda immancabilmente nell'abitudine... il comunismo stesso fallì, e continuerà a fallire, perché pensava che bastasse riempire tutte le pance, ma quando hai risolto i problemi del cibo, dell'alloggio e in più ti ritrovi improvvisamente calato in un mondo senza una morale di riferimento, ecco che crolli perché hai tempo per pensare e desiderare … nessuno ci spiega come fare, per esempio attualmente, con la morale. Si tratta forse dell'epoca più bella dell'umanità, in questo senso, ma anche della più difficile. Devi vivere, e dedurre la tua morale dall'esperienza. I confini di una morale dettata dalla società, sembra si stiano allargando sempre più, ma penso ci toccherà assistere ad una contrazione. La troppa libertà è spaesamento. Vivere per comprendere la propria moralità presuppone che si sia attivi, protagonisti di se stessi … è faticoso, e si preferirà una regola che sarà sempre insoddisfacente ma che permette di adagiarsi ...

Seconda domanda. Perché parlo della Nemirovsky solo ora.

Prima non era necessario. I giornali ne parlavano spesso. Con gli attuali mass media l'importante è che se ne parli. Se sia fatto decentemente o meno viene dopo, ma molti lettori, così indirizzati sono poi in grado di agire con indipendenza sul testo tenendo, dell'articolo letto, solo quel che sembra utile. Articoli che spendono energie di solito sull'aspetto biografico ... e la Nemirovsky offre il destro a varie notizie d'effetto. Si faccia caso che nel primo scritto a lei dedicato, non mi sono interessato della sua vita privata. Tendo solitamente ad evitarlo e a ricorrere a certe informazioni solo quando si rivelano strettamente necessarie. Per esempio, in questo post intendo parlare di “Come le mosche d'autunno” e in questo caso non si può secondo me non accennare al fatto che la njanja (balia), la protagonista, ha realmente avuto per quanto un po' modificato, quel destino. Si badi che per “entrare” nel libro non sarebbe strettamente necessario dirlo, l'importante è non fare una malattia, una via esclusiva d'interpretazione di un'opera, scovando e spesso forzando aspetti della vita privata, in relazione all'invenzione artistica. A questo si deve per esempio la fortuna dell'opera di Kafka. Essa si rivelò di difficile comprensione quindi ne pensarono, e inventarono, di tutti i colori. Esempio culmine è lo scritto di Canetti che identifica l'idea de “Il processo”, con un incontro in un albergo avvenuto realmente, nel quale, davanti a varie persone, venne definitivamente sciolto il fidanzamento di Kafka con Felice Bauer. Non serve per comprendere quel capolavoro! È più importante leggere “Joshe Kalb” di Joshua Singer … arte quindi che spiega arte. Ora della Nemirovsky non se ne parla quasi più. Dopo questo ritorno di visibilità, che arriva dopo il silenzio completo seguito alla sua fine avvenuta 1942 ad Auschwitz, un altro silenzio la attende. È vero che tutti tendiamo all'oblio, sia le nullità più estreme, ovvero quegli esseri che mai hanno compreso di essere seme e di poter fiorire, e son solo corpo che ritorna alla terra … ma un artista arriva all'essere dimenticato in modo più lento. Egli è un fantasma di latte che beviamo fino all'ultima goccia e che si fa linfa. Può accadere appunto l'oblio oppure, di diventare un popolo come è per Omero. Si diventa sangue, non si è più se stessi ma, grandiosamente, vita.

Un ultimo accenno. Nel mio post su Picasso, ho agito profondamente sull'autobiografia. Può sembrare una contraddizione ma di fatto non lo è. Mi spiego. Osservare il “periodo blu” mi portò ad una dire. Quest'uomo (Picasso) soffriva immensamente quando ha dipinto questi quadri. Cosa lo fece soffrire? E da qui è partita la ricerca di una risposta. Leggendo “Come le mosche d'autunno” ci si potrebbe domandare cosa e come visse la rivoluzione russa l'autrice, che essendo nata nel 1903 era sì giovanissima, ma già in grado di comprendere e rimanere condizionata dagli eventi. Si tratta di una domanda non strettamente necessaria per comprendere quel racconto, ma è lecito farsela. Se si legge, sempre di questa autrice, “Il ballo”, non ci si può non domandare qualcosa sul suo rapporto con la madre. In questo caso trovo sensato approfondire poiché la conoscenza di un trauma è alla base della vita di un artista. Sarà allora notevole impossessarsi dei dati biografici di quel rapporto e anche di come lo subirono (quindi con la nonna) le due figlie della scrittrice. Da rabbrividire... La sensazione che se ne trae è che dietro all'arte si celi sempre una crisi spaventosa con la vita e che, l'opera appunto, altro non sia che un recuperare continuamente, almeno per il tempo della sua stesura, un equilibrio che continuamente si perde ...






Il libretto di un intenso colore rosso come “Il calore del sangue”, è edito da Adelphi. Son novantanove pagine in carattere abbastanza grandicello. In poche parole, acidine, l'editore poteva fare una raccolta di racconti oppure “sgranarli” sul mercato uno per uno e guadagnarci un po' di più … ha vinto ovviamente la seconda opzione....

Non è stato minimamente pubblicizzato quindi penso che sia stato letto solo da chi, già sedotto dalle precedenti cinque pubblicazioni, avvenute dal 2005 al 2007, si è affezionato all'autrice.

È considerato, e giustamente, il suo capolavoro assoluto. Consiglio di leggerlo tenendo pronto “Il vino della solitudine”, un altro romanzo suo, che ha molto in comune. Si tratta, quest'ultimo, di un testo altamente autobiografico. Si assiste alla nascita, crescita ed emancipazione dai genitori, di una figura femminile. Duro e notevole. Vero della verità dell'arte, che è la più completa, e ad essa non interessa se i fatti narrati sono esattamente sovrapponibili alla realtà. È il senso profondo che deve esserlo!

Per chi vuole comunque assaggiare il portato autobiografico della Nemirovsky, consiglio di prendere “La vita di Irene Nemirovsky” edito sempre Adelphi. È scritto bene e assai interessante. Si tenga comunque conto, sempre, quando si ha a che fare con testi storico letterari, che essi mostrano una realtà filtrata da uno scrivente (in questo caso due) che appartiene ad un'epoca, e di questa è portatore delle conquiste e dei limiti. Essendo noi comunque, più o meno della medesima ondata temporale di Philipponat e di Lienhardt, poco ci risulterà stridente.



Della trama dico poco. La njanja, la balia, di una famiglia russa, vede partire due ragazzi per la prima grande guerra. Lei allevò prima il padre e i fratelli. Ebbe un figlio suo e un marito, ma morirono presto, quindi si ha la figura di una Madre Grande, madre di tutta una stirpe. Una volta partiti i due figli-soldati, abbiamo davanti agli occhi una casa … (“ era una bella dimora, dalla nobile architettura, con un frontone greco ornato di colonne ...”) che assomiglia molto alla residenza di Tolstoj (eccola nell'immagine)



 
che si sta sgretolando. Siamo nella nursery; c'è la culla con l'ultimo nato che dorme, la njanja che veglia di fianco e il capostipite, padre di quel bimbo e anche dei due partiti in divisa, che arriva. Viviamo qui la sua commozione che si apre solo alla Grande Madre della stirpe.

La presenza dei primi calcinacci della grande dimora, inizia ad essere descritta con l'apertura e la chiusura dello sportello della stufa: “... chiuse lo sportello e il sibilo del vento si smorzò. Adesso si udivano soltanto il flebile rumore dell'intonaco che si scrostava dalla stufa e dai vecchi muri, simile al sussurro di una clessidra, e il crepitio sordo e profondo degli antichi rivestimenti in legno rosicchiati dai topi.”

Non sta crollando ma, minuziosamente sta sfacendosi in sabbia del tempo, pane da clessidra. Non sta crollando semplicemente una casa, ma un mondo, un'epoca. E si tratta di una fetta di vita enorme che va ben oltre a quella famiglia.

A sei anni i maschietti venivano trasferiti al piano di sotto, dove avrebbero vissuto con i precettori e le governanti...”. Al piano di sopra ci sono la njanja, la sua stanza per allevare bimbi piccoli, per svezzare, e le bambina che si fan ragazze. Era nella Roma antica che si agiva così. Cambiava qualche aspetto secondario. Della casa, per Roma, il retro era delle donne e “il davanti” degli uomini, quindi il maschio, una volta svezzato, passava al mondo degli uomini avvicinandosi alla porta che dava verso l'esterno, verso il mondo, mentre le donne rimanevano dietro oppure, in Russia, in quel secondo piano.

Chi era lo zar? “Giochiamo” con le parole: noi oggi lo chiamiamo così, m si scriveva czar e se ci aggiungiamo una “e”, abbiamo cezar, cesare, imperatore di Roma. I simboli imperiali si trasferirono da Roma a Costantinopoli e da qui a Kiev quando questa crollò. La fine di quei simboli, di quel modo di concepire il mondo, avvenne con la rivoluzione del 1917, con l'avvento della rivoluzione russa che, come tutte le rivoluzioni, sfociò in una dittatura.

Ecco quale fine epocale, immensa, rappresenta questo libro. L'invenzione della Grande Madre Nutrice, il suo destino, narrato nel libro, fino in fondo, rappresentano l'inconciliabilità di due mondi. Qualcuno soccombe, poi il padre e la madre, ormai di mezz'età, sopravvivono, e i figli si inoltrano nel nuovo. Tutto è disintegrato. Il rispetto e il codice morale son le distruzioni più marcate e la vita continua, ma la Nianja, nella Parigi della fuga conclusa, attende la neve e arriva ...la nebbia. Pian piano vivrà solo di passato, solo della sua ormai incomunicabile poesia. E quella vita, divisa fra allucinazione e realtà, confondendole … non posso dire di più. Il finale sia del lettore.

Per quanto io sia contrario alla trasposizione di opere letterarie in film, trovo che questo testo si presti bene a all'operazione. La Nemirovsky amava il cinema e ne era attratta. C'è tutta una parte della storia della letteratura del primo novecento che andrebbe riscritta tenendo conto di questo rapporto. D'annunzio per l'Italia, ne è un esempio trascurato. Accade che, quando un artista ami un'altra espressione artistica, ne sia influenzato. In questo libretto della Nemirovsky, se si tiene sotto stretta osservazione la parola “silenzio” e si valuta come essa, dopo certe scene, appaia e “vetrifichi”, immobilizzi tutto, si potrà cogliere la lezione di un cinema, che ancora muto, del silenzio corrotto solo e non sempre dalla musica, faceva uno strumento importante.

Esiste poi, in queste poche pagine, una critica profonda alla rivoluzione russa. Essa non è diretta. Negli avvenimenti che si srotolano davanti agli occhi della nostra mente, e che culminano con il destino di morte di Jurij, fatto comprendere come nefasto fin dall'inizio, si trae un malessere che sembra incoerente. Quel mondo di servitù e padroni non ci piace, ma quella violenza che lo annienta, nemmeno. Si ha la sensazione che nulla di buono possa uscirne, e questo effettivamente, l'autrice pensava.

Faccio ora il paragone con un altro libro, un altro casato, un altro impero, un altro destino, che si concludono nello stesso modo e nella medesima epoca …

lL marcia di Radetzky” di Joseph Roth. Dicevo prima che per comprendere “Il processo” di Kafka sarebbe più utile leggere “Joshe Kalbe” di Joshua Singer. Meglio un romanzo quindi, che non uno dei cinquemila e passa saggi che gli son stati dedicati. Ora, per “Come le mosche d'autunno”, “La marcia di Radetzky”, è secondo me la risposta migliore.



Ci domanderemo: ma, se in Russia accadde più o meno la medesima faccenda che nell'impero Austroungarico … allora la risposta del cataclisma descritto dalla Nemirovsky, non deve essere semplicemente in relazione con la rivoluzione di ottobre … Sì, penserete questo. E infatti la Nemirovsky vi mostra un mondo che crolla ma non assegna colpe. Si permette solo di insinuare in noi il sospetto che chi verrà non sarà migliore di chi c'era. Due grandi mondi, due grandi imperi crollano. Questa era l'unica consapevolezza, la grande intuizione. Qualcuno, certi artisti, avevan compreso, he tutto fosse decrepito, come la casa della famiglia di Nikolaj Aleksandrovic Karin. La vita delle tre generazioni della famiglia Trotta che, da un salvataggio dell'imperatore di Wien, avvenuto alla battaglia di Solferino, fino al suo ultimo rampollo che parte per la guerra, è descritta accuratamente, ci mostra un declino ma non lo spiega, esattamente come fa la Nemirovsky nel racconto.

Il grande vento della guerra, il destino, ridisegna il mondo, l'uomo, entità fragile, soccombe e sopravvive non in sé, ma nei figli, per la Nemirovsky, si fa annientamento completo in Joseph Roth. La storia vista troppo da vicino è fatta di buoni e cattivi. La storia vista e vissuta da un artista, va oltre, e quella sensazione che proviamo al termine della lettura, quel vorticare dell'anima che non riesce a farsi parola, è la risposta, è l'alito del destino che anche su di noi, in noi, con noi, troppo spesso inconsapevoli, crea un'epoca.
amen




sabato 6 aprile 2013

Roberto Saviano e "Zero zero zero"


Mi sembra sia di ieri la nuova uscita in libreria di Saviano …

Tempo fa ne parlai bene. Il suo “Gomorra” l'avevo considerato un vero atto di smascheramento di una realtà che i mass media avevano diluito tanto, troppo.

Ho avuto occasione di ricredermi. Ho letto nel frattempo il suo “La bellezza dell'inferno” e ho iniziato a farmi delle domande. La più immediata è stata la solita: cosa c'è dietro …

Immaginate una via preparata per voi, per me, insomma per il pubblico. Una via piena di edifici interessanti, di vetrine strabilianti. La percorriamo fino in fondo e siamo sazi, soddisfatti, e poi accade che qualcosa o qualcuno ti porti via da quella strada maestra tracciata da un'operazione commerciale e ti rendi conto che gli edifici son solo facciate, che dietro ci son pali e traverse che reggono delle scene finte, anzi, ancora peggio … i cadaveri son veri, è la struttura che è di carta pesta.

E ti domandi perché ... perché con tutto il bisogno di onestà che abbiamo, si deve essere vittima di marchingegni grotteschi. Lo raccontava Marquez, nelle sue opere letterarie, di campagne elettorali nelle quali il candidato si portava dietro operai e finte scene, le faceva montare, passava, predicava e poi se ne andava. Ma era il sud America, un sud America strozzato dagli Stati Uniti, dalle compagnie bananiere! E qui e ora, cosa ci strozza!?! Cosa ci porta ad avere a che fare con il medesimo risultato? Ad essere trattati nel medesimo modo? L'operazione commerciale e le sue esigenze … solo questo. Questa mattina ho letto sulle pagine di vari giornali la pubblicità di questo nuovo libro sulla cocaina. Ho trascritto nel taccuino la frase ideata per catturare le prede … :
                
                            Non guarderete più con gli stessi occhi

      Il grande ritorno di Roberto Saviano sette anni dopo “Gomorra”

Medito sulla prima riga. La trovo troppo rumorosa.

Lo dico con ironia. Una generazione abituata ad Emilio Fede, Mastella, Borghezio, la Gelmini, Gheddafi, all'omicidio della Politkovskaja, a Breiwik (penso si scriva così), a Columbine, a Monti, che merita accusa di genocidio verso il popolo italiano eccetera, ad una generazione che ha subito questo e altro, ormai solo il disastro “diretto” della guerra armata può rincarare la dose. Ho detto disastro “diretto” della guerra armata, poiché la guerra dell'alta finanza la considero indiretta, e ha causato tre morti anche ieri (suicidio indotto, quindi omicidio ....).

Sa di vecchio battere la grancassa dicendo quella frase. Che di schifo ne accada lo viviamo quotidianamente.

La seconda riga invece, è subdola. Leggendola si potrebbe pensare che dopo sette anni esce un libro di Saviano. Vi invito a digitare -Saviano bibliografia- su internet e scoprirete che non è vero. Il subdolo di quella frase sta nel fatto che si parla di GRANDE RITORNO e il gatto e la volpe, ovvero chi gestisce questa operazione commerciale, si può difendere con un cavillo; potrebbe dire che le altre pubblicazioni, erano piccole cose, che Gomorra era un grande libro e questo è il successivo grande libro … ma quel che traspare per me, che son stato un Pinocchio come tutti fino a poco tempo fa, è che si tratta della seconda grande operazione commerciale dopo Gomorra.

Ora veniamo ai fatti. Come è accaduto che il sottoscritto, dal ruolo di Pinocchio infinocchiato dal gatto e dalla volpe, si sia trasformato in detrattore deluso per l'ennesima volta dalla contemporaneità …?

Dialogo con una persona, di Gomorra. Io non distinguo bene i dialetti. Comprendo solo che quest'uomo ha un accento meridionale, lieve, ma persistente. Mi lascia parlare e poi mi dice che Saviano, non ha vissuto tutte le avventure che racconta. Sono stupito. Elegante e gentile, per un attimo solo ha avuto lo sguardo duro, quando mi ha detto che essere presenti ad una minima parte di quei fatti equivaleva all'essere collusi o morti. Mi ha anche detto che quelle cose a Napoli e dintorni le sapevano e le sanno in tanti, forse non con quella precisione, ma che Saviano era ed è giornalista e poteva accedere a informazioni precise.

Incassai sorpreso. Difendo a spada tratta solo l'opera di grandi artisti. Ho sempre detto che Saviano ha a che fare con la letteratura come una pornodiva con l'amore …

e ho criticato la tendenza a chiamarlo scrittore che trovo appunto senza senso.

Insospettito faccio in modo che l'argomento “caschi” su Saviano con altra gente del sud e mi rendo conto che, o preferiscono non parlarne o disapprovano, ma non osano parlare più di tanto perché si rischia di sembrare a favore dei malavitosi, e questo non me lo dice una persona sola. Uno di loro, mi invita ad informarmi sull'operato di una persona che definisce vera e affidabile in tutto quel che dice e fa. Si chiama Aniello Manganiello.

Mi tuffo nell'informazione ricevuta e scopro che è un prete che per sedici anni ha gestito la parrocchia del rione san Guanella a Scampia. Lo chiamano il prete anticamorra. È stato trasferito a Roma, dietro ad una scrivania e non più reintegrato in quel ruolo nonostante le proteste dei fedeli che lo reclamavano e lodavano.

Lui, che afferma di non riuscire a stare dietro ad una scrivania, si è preso un anno sabbatico e ha scritto un libro che vale la pena di leggere …

Ebbene, cosa si scopre da questo uomo eccellente? Che Saviano ha attinto informazioni dal cartaceo di due processi, per scrivere Gomorra. Che quando si presenta ad una conferenza, ed è capitato che ci si trovassero insieme, non riuscisse a parlargli e spesso nemmeno a salutarlo e anche che, causa contratto, Saviano non può parlare più di cinque minuti... iniziate a “sentire” l'impalcatura che regge la via stupenda che l'operazione commerciale ha costruito e che ci invita a percorrere? Io si, e sono deluso.

Non dico che i fatti elencati da Gomorra non siano veri. Ma non basta. I cadaveri son appunto veri, come ho detto più sopra, ma la scena è finta. Discutevo di recente con una persona, sull'onestà di un assessore che veniva sbandierata come qualità assoluta. In effetti in Italia si tratta di una dote introvabile fra amministratori e politici ... se poi i due ruoli si uniscono nella figura, per esempio, di un assessore, si potrebbe gridare al miracolo, ma quando ho fatto presente che questa onesta persona dice e scrive che l'Italia è stata liberata dai partigiani … è gli americani erano venuti in Italia in gita? Questo è solo uno degli aspetti incoerenti, forse di parte, di quella persona e mi son permesso di dire che l'onestà, da sola, non va bene nemmeno per fare la bottegaia. Per fare l'assessore serve anche qualcos'altro...

Ebbene, un Saviano che firma un libro che racconta cose vere, che le ”mette giù” come se le avesse vissute tutte di prima persona … e poi, io Pinocchio sprovveduto, scopro, da gente che quelle “cosacce” almeno in parte le ha vissute, e qualcun altro che per sedici anni le ha combattute … eccetera …

Verrebbe voglia di urlare.

Ma torniamo al personaggio Saviano. Come ho accennato prima, ho letto il suo “la bellezza dell'inferno”. Banale. Ridicolo. Il capitolo dedicato a Messi è degno del bar sport. Mi dispiace comunicare a Saviano che per me la storia di quel calciatore è si interessante, ma non certo elevabile a simbolo. Accade dell'altro che fa bruciare con ben altra forza, l'anima! Ora ho il sospetto che Gomorra sia stato scritto, preparato, confezionato, limato, da una equipe … la prova per me più forte, quasi inequivocabile sta nel fatto che il libro successivo è così banale! Non è possibile che dalla medesima mente escano due prodotti così diversi. Esiste qualche precedente, è purtroppo vero. Ho citato nel mio scritto dedicato al premio strega (minuscolo meritatissimo...) il caso della Maraini che con “Marianna Ucrìa” produsse un'opera di valore, ma firmò anche “Buio”, che è indecente in quanto a banalità e che quel premio lo ha vinto. Si possono avere cadute di tono, ma una sana autocritica, oppure fidarsi del consiglio di qualche amico vero, di quelli che non fanno solo complimenti, sarebbe quasi una salvezza!

Il Saviano de “la bellezza dell'inferno”, dimostra una fragilità, un'incapacità di elevarsi oltre la dinamica del bar che mi sconcerta. È evidente che è scritto da un'unica mano, e secondo me, quelli che gestiscono l'operazione commerciale della quale lui è immagine e marchio, lo hanno lasciato libero di fare, forse per vedere cosa combinava. Ma come spiegare il flop di vendite tenendo conto che poteva campare di rendita del successo immediatamente precedente di Gomorra?

Io, forse troppo Pinocchio in tutto quel che non riguarda arte e letteratura, ora penso che molti lettori, più svegli di me, non abbiano creduto alla messinscena del giornalista che vive in prima persona tutte quelle avventure. Lo ripeto con più colore: cadaveri veri, scena di cartapesta ...

Io sono così anche in amore … e nei rapporti umani. Parto dalla fiducia. Trovo scorretto partire prevenuto. Questo atteggiamento mi ha messo spesso nella condizione di rimanere fortemente deluso, ma non riesco a cambiare. Se do fiducia e qualcuno la “usa” consapevolmente, a mio danno, l'errore è suo, io ne esco sconfitto ma pulito, e questo, nonostante qualche sofferenza, spesso enorme, mi basta.

In questo caso, con l'opera di Saviano, son caduto nel tranello dell'operazione commerciale. Ci son precedenti che per me hanno del clamoroso; per esempio è stato rivelato di recente che quella serie di libri sulla storia d'Italia, firmata da Montanelli, è stata scritta da un altro. Ma era necessario fregare il pubblico così? Perché Montanelli, che conobbi e mi sembrò di spessore, si è abbassato a compiere una simile schifezza! Firmare facendo credere che fosse “farina del suo sacco” dei libri, e tanti, scritti da un altro!

Non c'è risposta … anzi ... c'è, e mi fa male anche solo trasformarla qui, in parola scritta.
... penso comunque che sia comprensibile una reazione: non leggerò più nulla che riguardi l'operazione commerciale a marchio Saviano.

ciao

















mercoledì 3 aprile 2013

Marguerite Yourcenar: "Memorie di Adriano"




In data 29 marzo “La Stampa”, presentava un articolo di Silvia Ronchey con argomento, la Yourcenar e il suo celebre romanzo “Le memorie di Adriano”. Si scopre fra le righe che l'occasione, per il pezzo, è una mostra che si tiene a Tivoli; titolo “Marguerite Yourcenar: l'antichità immaginata”. Mostra che rimarrà aperta fino al 3 novembre.


Ho meditato fino ad oggi prima di decidermi a scrivere.

L'articolo è scritto bene, ma … scrivere bene non basta.

Vien detto quel che da anni si dice sull'argomento, ma non si offre la traccia che “fa il libro”, che produce il capolavoro e in noi un'emozione che si condensa in pensiero.

Ho già parlato di questa grande scrittrice in altri post e mi meraviglio, fra le varie cose, che in quell'articolo si pensi, in generale, alla genesi di un romanzo con un unico filo diretto che è, in questo caso, l'imperatore Adriano. La vita è un poco più complessa … manca Piranesi con le sue stampe e poi sembra che la Yourcenar non abbia pensato altro che ad Adriano, l'imperatore, fino a stesura ultimata, fino ai quasi cinquant'anni di sua età ...

Citare per esempio la frase di Flaubert: “gli dei non c'erano più e Cristo non c'era ancora e ci fu, da Cicerone a Marco Aurelio, un momento in cui a esistere fu l'uomo, solo”. Citare continuamente questa bella frase per dare una spiegazione del perché la scrittrice scelse quel periodo storico … ma non mi basta che una frase sia bella! Che la usino le dame nei salotti proustiani che ancora esistono, strani acquari nei quali si deve riuscire a parlare di nulla con eleganza.

Se si osserva quella frase, ci si rende conto che contiene un assurdo. In quell'epoca non c'erano più dei e non c'era ancora Cristo … ma se c'era un presunto profeta al giorno e le religioni orientali andavano e venivano come mode! Di dio, delle divinità ci si stancherà solo davanti ad una conquistata immortalità, quindi mai!

Non mi sembra un ragionamento difficile. Stimo Flaubert, e credo che, in buona fede, qualcuno abbia immobilizzato un suo pensiero. E' troppo evidente quel che ho detto, e che rende quella frase semplicemente bella, quindi salottiera, per non dubitare che si trattasse di un frammento in divenire. Un pensiero è qualcosa che si muove, che cresce. Fermarne un frammento è penoso come quando vedo o sento troncare arbitrariamente, quasi sempre per questioni di tempo, di palinsesto dicono, un'intervista.
Altra frase assurda e spesso citata, questa volta presa direttamente dall'autrice che la “mise” in una lettera inviata alla sua traduttrice, l'ottima Lidia Storoni Mazzolani è ovviamente riportata dall'articolo: … tra coloro “che son troppo umili o troppo fieri per far parlare di sé.” ragioniamo: la scrittrice si colloca ad uno dei due estremi citati; essere troppo umile o troppo fiera … ma questa frase, che rende torbido il rapporto fra il testo creato e l'autobiografia, questa frase, dicevo, non fa altro che nascondere un tabù, qualcosa che per l'autrice non si può toccare direttamente col pensiero! Perché in lei un tabù esiste … ne parlano le opere, con un continuo mascheramento. Per chi vuole orientarsi in un caso di mascheramento artistico, contenente un tabù della medesima natura consiglio la lettura del mio post su Picasso …

Quando un intellettuale ascolta o legge quel che un artista dice di sé, dovrebbe avere l'ardire di pensare che sta accadendo qualcosa che non è immediatamente sulle righe. L'intellettuale agisce così. L'artista, sempre, anche quando mangia, dorme, va in bagno eccetera, lotta con una belva che cerca di domare, di ammansire. Ne va della sua vita. Se non ci riuscisse ci sarebbe pronta per lui una delle tante forme della follia.

Veniamo al sodo. La Yourcenar ebbe, in famiglia, nel senso di famiglia allargata, la presenza di una sessualità non canonica, non secondo le regole.
Crebbe e scoprì in se stessa l'omosessualità. Decise di viverla. Rinunciare alla propria sessualità, all'amore che ad esso potrebbe essere legato, è per lei inconcepibile. Di questo l'articolo parla in modo leggero, quasi sfiorando ...

Dopo il caos creato nelle menti etero da Marcel Proust, intervenne Gide. Lei si senti autorizzata da questi precedenti, a tentare un'avventura che era al limite del tollerabile; lei donna, in un'epoca nella quale il suo sesso lottava per poter votare, per avere dei diritti fondamentali che ora ci sembrano cosa ovvia, lei scrisse, nel 1929, a ventisei anni! “Alexis” con sottotitolo, “o il trattato della lotta vana”. Un uomo lotta con una pulsione cela con il matrimonio. Non ce la fa più, se ne va e scrive alla moglie. Ritorna a galla il ricordo familiare della scrittrice che lo “usa” con cura e stile.

Lei capì quale era la chiave per agire sul mondo, quel mondo che viveva le omosessualità come dei tabù. Proust aveva mostrato la via. La Recherche era prima di tutto un capolavoro letterario. Non potevi resistere, la leggevo affascinato. Proust faceva miracoli con la parola. “per lungo tempo mi sono addormentato...” l'inizio, col bambino che attende il bacio della madre, questa ipersensibilità che immediatamente viene sentita, accettata dal lettore! Il capolavoro dell'infuso di tiglio di zia Leonie, il ricordo che sale da regioni remote della mente! Si legge e si è incantati. E poi arriva l'amore di Swann, i salotti con nobildonne, la magica sonata che diventa la colonna sonora del suo amore con Odette, e la figlia del compositore di questo brano …

Ecco entrate in scena due crisi eterne, fino a quel momento, Odette era una prostituta d'alto bordo, la figlia del compositore era omosessuale. Ecco che si solleva il primo lembo dell'apparenza e ci si inoltra nella vita in un modo più aperto.

Vediamo che per la prima volta l'omosessualità femminile viene narrata. Proust, come la Yourcenar ci stupisce con l'inversione non del suo sesso, ma dell'altro, con una sorta di pudore della propria esperienza al quale rinuncia davanti alla malattia. Sente la morte che non suona la grancassa, ma un flauto sottile, stridulo, continuo, che gli prende un granello di vita giorno dopo giorno. Non ha più remore. Sarà morto fra breve e già è poco vivo in vita. Non è più un problema suo. Che leggano. E il lettore, di qualsiasi sessualità, incantato dalla bellezza della sua scrittura, dalla sua arte, gradualmente accetta tutto! Il breve: “Sodoma e Gomorra uno” entra completamente nell'argomento. Lo si legge, si sorride, poiché c'è anche del buffo. E poi si medita.

Mi viene in mente una scena di “Pulp fiction” di Tarantino. I due killer sono in macchina. Dietro siede un malcapitato. Involontariamente parte un colpo di pistola. Quello dietro è dilaniato, la macchina è piena di sangue. Pezzi di cervello ovunque … ma abbiamo riso … e più ci rendiamo conto che c'è poco da ridere ...ma abbiamo riso ... continuiamo a ridere. Con “Sodoma e Gomorra uno” accadde qualcosa di simile. Il lettore sorrise. Si rese conto che aveva appena letto un tabù, ma sorrise, e continuò. L'arte aveva preso per mano l'Uomo, e gli aveva narrato l'ombra.


Quando Lucio d'Ambra lesse il primo volume della Recherche, quello nel quale solo qualche accenno distante era presente, gridò agli italiani, per primo, il capolavoro. Non stupisca se uno dei suoi più grandi ammiratori fu Curzio Malaparte! Un donnaiolo, un duro, un'icona etero, ma anche un grande scrittore!

Ci si inchina davanti al capolavoro! Nessuno maledice ed esce offeso se gli si mostra per esempio, nel Giudizio della Sistina, il giovane che Michelangelo amava. Lo si accetta e basta. Davanti al capolavoro la morale salta, si fa polvere, viene rifondata!


Un'ultima considerazione su Proust. Qualcuno potrebbe dubitare di questa sensazione di morte … lui la pianificò. Era ridotto a vivere una vita normale per un pomeriggio dopo una quindicina di giorni di malattia. Andò all'appuntamento. Non entrò nell'albergo. Attese sotto la pioggia. Tornò a casa e si mise a letto. Nelle sue condizioni era pazzesco. Non lo era per lui che non sopportava più la convivenza con la malattia. Scelse di morire e non si affidò al colpo di pistola che fa rumore e disturba i vicini, non scelse il veleno che fa rumore sui giornali, ma decise di aiutare la malattia. Per questo ebbe il coraggio totale di parlare di quel tabù, di quella realtà presente da quando esiste l'uomo ma, posto sempre ai margini.

La Yourcenar ebbe il coraggio di narrare storie di uomini, non aveva la morte a farle fretta e a liberarla da ogni timore. Alexis prima e poi Adriano e Antinoo.
Ma con “Memorie di Adriano” riuscì a ripetere l'operazione di Proust. Chi prende in mano quel libro, possibilmente nella traduzione della Mazzolani, rimane incantato già dalle prime pagine. È come se le parole volassero. Già dalla prima facciata, da quell'incontro col medico che non dice la verità, ci si rende conto che tutti i veli son eliminati. Si ha la sensazione che Adriano abbia il coraggio spaventoso di affrontare con la realtà in ogni momento dell'esistenza. Questo spaventa e affascina chiunque. Chi ha il coraggio della realtà? Essa è insopportabile. Questo particolare sommato alla scrittura eccezionalmente bella e fluida, porta il lettore a non fermarsi davanti a nulla. Antinoo, quell'amore omosessuale, scivola via bene, come il resto.
Ma La Yourcenar non affronta il lesbismo. Io sento continuamente questo suo parlare di se stessa, ma in modo mascherato, inverso. Nella storia che sta vivendo lei è forse Antinoo e l'altra Adriano.



E poi fa una scelta che stimo notevolmente. Diluisce la sessualità, che si fa senza confini, che diventa una parte del tutto della vita, nel racconti del volumetto “Come l'acqua che scorre”.


ma dove lei arriva, anzi, dove ci porta, è sconcertante. Se il tabù delle omosessualità può esser considerato intaccato poiché se ne è iniziato a parlare, con “Anna Soror...”



il pugno alla mente si fa tremendo. Ritorna il tabù, il confine, l'invalicabile, l'intollerabile. Leggetelo e dimenticate il resto. I tabù ci saranno sempre. Questo ci vuol dire la scrittrice. Non è in noi la possibilità di evitarne lo scontro se il destino ci plasma in un certo modo. A noi sta il soccombere o il cedere, pagandone le conseguenze, come accadde a Edipo, ad Anna Karenina, ad Emma Bovary, come accade nella vita. In “Anna Soror” la morte, tabù estremo, risolve la situazione intollerabile che si è creata. Questo ci dice che quel limite è sentito come invalicabile anche da lei, da Marguerite Cleenewerk de Crayencour nota col pseudonimo di Yourcenar che considero, insieme a Virginia Woolf, la mente di donna più bella del novecento.

In una Francia che ormai ha solo intellettuali, lei belga, fu invitata ad essere membro della “Accademia Francese”. Li univa la lingua e non è poco. La Francia bussò in Belgio per un po' di buona letteratura, nel secondo dopoguerra. Simenon e Yourcenar risposero. “Memorie di Adriano” è del cinquantuno e oggi, dopo più di sessant'anni, per ogni lettore è una perla. Come allora, un capolavoro.

Buona lettura.


martedì 2 aprile 2013

Anna Karenina (film)


Ormai, andare al cine è un'agonia. Per me deve essere arte e per arte intendo anche una buona comicità, ma per le sale cinematografiche, e rimango sul generico così non faccio nomi, si tratta solo di spettacolo, intrattenimento. Scaricare un po' di emotività, di quella più superficiale. Un'operazione semplice come andare di corpo, questo accade con ormai troppa, insistita frequenza. Ultimo bel film visto, Crialese. Titolo, “Nuovo Mondo”. Un capolavoro. Ricordo anche “Cuore sacro” di Ozpetek, che è passato quasi inosservato. C'è Clint Eastwood che con “Gran Torino”, Mystic River” e “Milion dollar baby” che son gioielli, “Oltre le nuvole” con Clooney che non è male... e poi? Sakurov. Ecco che qualcosa è tornato alla mente. Se però pensiamo alle carrettate di film che escono ogni anno, si potrebbe pensare che la qualità sia quasi frutto del caso... o di qualche tenace fuori moda, come appunto Eastwood, Ozpetek, Crialese e Sakurov che hanno un difetto imperdonabile … corrodono la coscienza …


Ieri sera son uscito per vedere “Anna Karenina” questo remake fresco fresco, con l'intenzione di godermi almeno le musiche di Dario Marianelli che di solito mi piace e invece … ecco una sorpresa! Il film è bello.

Quando mi son seduto, le persone che mi han tirato fuori dalla “tana” han detto: “è un bel musical!” malizia ben calcolata, poiché sanno che non li reggo. Mi son irrigidito e fra me e me ho deciso che me ne sarei andato, nel frattempo le prime scene si srotolavano e le caratteristiche per un musical c'erano tutte … ma non si decidevano mai a cantare... Un teatro, scene belle e un po' funamboliche, movimenti armonici … interessante. E poi son stato conquistato. Qualcuno, non riuscivo ancora a capire chi, ha avuto una buona, anzi, una grande idea!

La finzione scenica che prende il posto della realtà, cambi di scena con idee che mai son esagerate o concepite solo per stupire... ma chi c'è dietro a questo gioiello?

Mi lascio “prendere” dal film e me lo godo. Rifarei solo il finale.

Bisogna dire prima una cosa. Esso è godibile solo per chi ha letto il libro, e meglio ancora se lo ha riletto, poiché i cambi di scena, i salti, son rapidi e i pezzi del collage non li perdi solo se li puoi porre sull'immagine complessiva del romanzo.

Trovo che non sia un difetto ma una scelta. Non mi ero interessato al cartellone quindi non sapevo nulla di registi, sceneggiatori eccetera e così, a naso, ho pensato che le idee appartenessero a un russo che fosse sceso a compromessi con l'occidente commerciale uscendone salvo, con le mani pulite.

Quando a fine film ho letto il nome del regista, Joe Wright, mi ha colto una certa indifferenza. È evidente che le idee, almeno quelle buone, non sono le sue. Subito sotto al titolo viene detto che si tratta di una sceneggiatura di Tom Stoppard... e qui inizio a reagire... vero nome Tamas Straussler, ebreo. I genitori scapparono dalla seconda grande guerra. Un po' di oriente e poi Stati uniti. Tira già un leggero vento da est. Non ho ragione ma non ho completamente torto! Ricordo il “suo” Shakespeare in Love” che vinse l'oscar e il Leone d'oro con “Rosenkrantz e Guidenstern”. Non mi entusiasmarono. Erano giochi ben congegnati, nulla di più e non mi commuovo se si vincono dei premi. Anche Benigni li ha vinti ….

Passeggio nella memoria e faccio qualche collegamento. La medesima origine la trovo in Milosz Forman, ceco anche lui e di buona mano, ma il nome che mi frulla in testa con più insistenza è quello di Robert Altman. Vi spiego perché. Anni fa, correva il 1989, Altman era intenzionato a girare un film su Rossini. Scrisse ad un certo Tonino Guerra, chiedendo se era disposto a correggere la sceneggiatura che aveva già pronta. Tonino la lesse rispose che non c'era niente da correggere, che era eccellente. Mi disse che era magnifica. Il solo consiglio che si permise di dare, fu di mettere più finzione. Rossini in treno per esempio, quando guarda fuori dal finestrino, vede fondali di teatro, non la realtà … parentesi ridicola ed italianissima... Altman rifiutò la regia perché subì troppe pressioni da politici, le volgari raccomandazioni...

Chi ha visto il film ha capito. Io penso che Tom Stoppard, abbia smesso di giocare e ora si inizieranno a vedere dei capolavori. Vedete, il film non è se non raramente del regista … un esempio di indubbia paternità completa e recente è per esempio “La migliore offerta” di Tornatore. “sento” le sue tematiche, questa idea di donna che va oltre il vivibile e che lo fa somigliare con ovvie differenze, al grande Vitaliano Brancati. Quel film ha comunque due problemi. È accettabile, godibile, ma si presenta come un enigma da risolvere. Quel genere di film di solito non viene rivisto e amato, poiché, una volta rivelato il segreto, han perso sapore. Le scene son belle, ma troppo elaborate, spesso puramente intellettuali; forse non c'era nessuno vicino a lui per dialogare, smussare ... e, seconda pecca, la musica di Ennio Morricone. Questo è un gigante assoluto. È arrivato a un livello magnifico. Quel che ha fatto in questo film era da oscar, l'eone d'oro, orso d'oro e tutto quel che si può dare a una buona, anzi buonissima musica. Ebbene, se la musica spicca, se il suo livello è anni luce più in alto dell'opera nel suo complesso, si finisce col chiudere gli occhi e ascoltare. Si devon scegliere personaggi con capacità simili....

E per Morricone, penso a Sakurov, Mikhalkov, Eastwood, forse Crialese e poi … e poi sento la solitudine del genio...

Torniamo a noi. Tom Stoppard utilizza la finzione, la inserisce nella realtà seguendo una lezione che viene da Fellini e Guerra, e trova consensi in Altman. Mi limito a parlare di quegli autori che considero degni di esser chiamati maestri...

Cosa avrei modificato in quella finzione? Scena finale: Anna è sul treno presa da ricordi-rimpianti. Quando si è seduta era fra persone vive, quando il treno si ferma e lei torna alla realtà, ecco che intorno son tutti manichini ben vestiti. Lei scende senza notarli. Il treno è bianco di ghiaccio, ci sono i vapori e manichini immobili ovunque. Il treno parte, la sua fanaleria abbaglia la scena … è accaduto. Del suo corpo non mostro nulla. Le scene seguenti vanno bene ma, senza dialoghi. La fai vedere la felicità, la vita che continua. E poi, quando ci son i figli di Anna che giocano nel campo, vento e erba alta, ma non si deve vedere il marito ora vedovo! E dall'abbagliamento del treno, dal punto di vista sonoro, “vedo” uno sgocciolare lentissimo, forte, che dall'abbaglio passa al buio di Anna e al cielo venato di nuvole leggere e che scende sulla casa di Kitty e poi da una finestra entra. Mentre la scena è di solo cielo, immagino di dare Carta bianca a Dario Marianelli...

Dopo la morte di Anna, noi, che vediamo il film, siamo sospesi. È finito tutto, il silenzio che segue un bel brano di musica, fa parte del brano, è suo, è saturo delle emozioni che ha innescato. Ora che lei non c'è più, lei che si ama perché amava, che si comprende perché si spera che capiti anche a noi oppure ci è veramente capitato ma non abbiamo avuto la sua forza … ora che non c'è più, con quasi un'ora e mezza di film, si è creato un silenzio stupendo, profondo. Da esso deve riemergere la vita, e immagino la guida più astratta e capace … la musica. Poi dal buio che segue l'abbaglio del treno e che è ritmato dallo scoccare delle gocce, ecco che si innalza la vita, perché Anna è simbolo di vita.

Bella l'ultima scena. Il prato nel teatro. Secondo me c'entra come i cavoli a merenda ma è così bella che la accetto …

Veniamo a Dario Marianelli. Ha fatto un ottimo lavoro. É stato all'altezza di un grande Stoppard. Non si son pestati i piedi e nessuno ha messo in ombra l'altro. Quelle scene, quelle idee, senza quella musica, sono ancora commestibili, ma insipide. Ottimo lavoro.

Le luci... troppo d'effetto. Porto un esempio per spiegarmi: quando frequentai Mike Buongiorno e mi capitò di finire per “colpa sua” inscatolato nel piccolo schermo, lui mi disse, “se vieni in uno studio vestiti sempre bene, possibilmente giacca e cravatta. Vai sul classico, evita la moda!”, “perché?” “perché così se ti riprendono in archivio ci sarà un'immagine che non invecchia e se decidono di riutilizzare qualcosa, scelgono te... anche i capelli, così vanno bene. Semplici. Se corti è meglio”.

Ed ebbe ragione. Mi capitò di fare la cosa più facile del mondo, ovvero litigare con Sgarbi. Nulla di calcolato, almeno da parte mia. Era Mike che sapeva che reagivo facilmente … e finì che fui costretto a rivedermi a Blob per anni. Ricordo la mia mano destra che nervosamente giocava con l'anello in corniola di mio padre. Non mi son reso conto di nulla. Ero un don Chisciotte e Mike l'aveva capito...

Ebbene, le luci come son state utilizzate, sono di moda ... domani, forse anche fra mezz'ora, quell'essere così taglienti, così decisamente chiare o scure, saprà di vecchio.

Piccola critica a quel “pataca” che ha composto il cartellone. Perché il nome di Lev Tolstoj è in fondo, alla quarta riga, quasi ultimo e illeggibile da lontano?

Il genio è lui. Tutto questo carrozzone, anche se ben fatto, si deve a lui, che da “qualche mesetto”, risulta essere uno dei grandi della letteratura …

ci vuol pazienza...

Un altro aspetto che apprezzo e che non è esattamente in sintonia con questa epoca, è il seguente ...

Attualmente si confonde gioventù con bellezza …






Kitty è una ragazzina. Il suo volto è in evoluzione, si vede, si “sente” che non è ancora maturo. Solo il rispetto può farla fiorire. L'essere rapaci, prendere e scappare la trasformerebbe da fanciulla che sta fiorendo, in cinica.

Alla sua immagine che non ha terminato la crescita, che non è ancora completamente donna, si contrappone Anna, che è all'apice della bellezza femminile.




Questa differenza nel film si sente costantemente e mi piace. Son belle ambedue, ma Kitty è incompleta anche interiormente. Ovviamente un film, che è un frutto visivo, tende a mostrare come può questa differenza e i due visi son l'arma di questo significato. Nella realtà si possono avere due donne simili, ma dentro esse il “seme” non è ancora sbocciato o sta sbocciando. Raccoglierlo troppo presto è un assurdo …

e non esiste calendario. Ogni essere ha in sé i suoi tempi e il bisogno di nutrimenti che non sono uguali per tutti ... ma mai cogliere un fiore quando è ancora un bocciolo. Non deve fermarci l'età anagrafica. Questa è superficie e stupidità. È rifiutarsi di lasciarsi andare. Il fiore, che sia maschio o femmina non importa, quando è “pronto” per la vita ha un profumo che è somma di anima e corpo. E il frutto non è il figlio ma il sentimento...

Un altro aspetto che nel libro ha importanza notevole, e nel film il giusto rilievo, è il seguente. Due son le situazioni che rompono gli schemi dell'epoca Anna Karenina che per amore agisce e Kitty che, decide di accudire il fratello del marito senza allontanare la moglie che è una ex prostituta. Questo secondo aspetto è bellissimo. In città, davanti alla comunità, Anna soccombe, viene isolata. Nella solitudine della residenza in campagna, solo il marito deve accettare il cambiamento e vedendola agire ad esso si converte. Non vorrebbe che la moglie, per lui un angelo, fosse anche solo sfiorata da qualsiasi persona che possa “sporcarla”. Solo chi ha avuto un certo percorso morale sembra quindi andar bene.

Ma ... sappiamo che il destino quasi sempre non lo scegliamo, e fa di noi quel che vuole. Molte persone solo perché benestanti o impunite pensano di aver avuto in pugno la propria esistenza … guariranno, forse anche solo alla “fine”, ma guariranno...

Kitty agisce spinta per pietà. Quel qui che si può comprendere della mentalità di Tolstoj, è che secondo lui certi doni, come la pietà, sono innati e se si creano le giuste condizioni, fioriscono. Pietà è una parola che non mi piace. Preferisco dire “spirito di collaborazione” che, se si fa estremo secondo me prende quell'essere nome troppo intriso di religione superficiale. La pietà, la vera pietà, che quindi è diversa da quel che ci offre il vocabolario, è la collaborazione che si attua, che dovrebbe sgorgare spontanea, quando ci si trova nei dintorni della morte.

Anna dalla morte è attirata. Anche Kitty. Per Anna il rapporto matura in forma di annientamento, poiché il suo destino è negativo e senza uscita.

L'altra, spinta dalla positività del destino, dalla possibilità di averne uno, diventerà la “portinaia” estrema. Da lei si passa per accedere alla vita, da lei si passa per uscirne.

Un altro particolare …

Sia Anna che Kitty saranno madri. Alla natura non interessano queste trame di amori odi eccetera. Lei mira solo a produrre vita. Tolstoj era geniale proprio per la capacità di immettere queste sfumature nella sua opera. La differenza fra le due donne per la natura non esiste. È per noi umani che l'esistenza individuale deve diventare senso e per rendere possibile questa via è necessario prima di tutto, anche secondo Tolstoj, rispettare l'amore, questa “dimensione folle” non umana, ma per l'uomo, che fa fiorire quel che il pensiero rende inaccettabile …

E ora vi invito ad un paragone fra due epoche....

da “La dolce vita” di Fellini, “prendo” un personaggio e ve lo mostro.

In un altro post, non ricordo più quale, ho decantato la bellezza di questa figura...





Mastrojanni interpreta un ruolo non dissimile a quello del conte Vronskij in Anna Karenina. Ambedue son modaioli e seduttori. Nelle due trame ci son due frutti non còlti. Una è la ragazzina della foto, l'altra è Kitty. Quando Mastrojanni giunge sulla spiaggia dopo una nottata di baldoria insensata, la vede, al di là di un fiumicello che sfocia e non la riconosce nemmeno. La saluta e va incontro alla sua abiezione. Vronskij ama ed è riamato, ma non si dimostra all'altezza del sentimento; nella sua vita, il lavorio incessante della madre lo sta riportando nei binari del rispetto delle regole. Il padre di Mastrojanni, quando arriva, nemmeno pensa a quel ruolo. È semplicemente un gallo vecchio e fugge da quel che non può più avere, ovvero le pollastrelle.

Guarda caso, quella ragazzina utilizzata da Fellini alla veneranda età di quindici anni, e che si chiama Valeria Ciangottini e ha lavorato nel cast dello sceneggiato italiano “Anna Karenina”. Siamo nei primi anni settanta. Il suo ruolo sarà … Kitty.

Vedete come un discorso che l'arte porta avanti nel tempo, arriva, nel cinema ad utilizzare il medesimo volto, la medesima persona per un ruolo che riveste il medesimo significato? Dietro a quella figura c'era la genialità di Flajano …

ciao.












domenica 31 marzo 2013

Il toro Raton




Il 24 marzo, verso mezzogiorno, è morto il toro Raton. Era anziano, aveva l'artrosi e non ha retto alle cure. Lo so che sembra strano dedicare lo scritto della pasqua cristiana ad un animale che oltre il resto ha ucciso tre persone e ne ha ferite una trentina, ma per me è un simbolo, Il simbolo dell'assurdità degli uomini.

Nato nell'aprile del 2001, il suo destino fu di essere sacrificato nelle corride. Ma quel destino gli aveva assegnato anche, in dote, cinquecento chili di muscoli e lui li seppe mettere a regime. Il suo stile non era piacevole. Non si arrabbiava più di tanto. Aveva accettato il suo destino. Faceva la sua parte con un poco di svogliatezza, ma osservava attentamente. La prima, forse l'unica distrazione del torero era da cogliere e questo fece. Era potente ma non come i tori più massicci. Vi era in lui qualcosa di sorprendentemente agile che spesso lo sfidante dimenticava durante l'ineguale sfida. Sì, ineguale, perché il toro veniva accuratamente indebolito e dissanguato per mezzo di quei multicolori artigli che il torero gli piantava nella parte alta della groppa. La sua unica possibilità era nell'istante, in quell'istante nel quale un malato narcisismo di dimenticava cosa stava accadendo.

Ormai siamo in tanti a tifare per il toro, in generale, ma non è abbastanza. Raton ebbe in sorte una vita ridicola. Uccidere per sopravvivere a lui non bastò, come accadde ad altri tori. Salvarsi dall'arena spesso aveva come premio una vita calma, da riproduttore. Non il massimo per chi ha nel cuore, un cuore da erbivoro, da pecora, anche se enorme, prati morbidi d'erba, sole sulla pelle e passeggiate che gli umani chiamano pascolare …

A Raton andò male sempre. Dopo aver ucciso tre volte, e per lui è sacrosanto parlare di legittima difesa, fu conteso delle ferìe, dalle sagre. Un toro normale costava mille euro all'ora. Per lui, per il toro assassino, si offrivano diecimila euro. Si arrivò fino a quindicimila, e la sua pace fu l'artrite, la malattia.

Caro Raton, mi scuso, mi vergogno di essere un umano.

Ti racconto come da sempre ho sofferto più le ingiustizie patite dagli animali che non quelle che l'uomo, in fondo causa stupidamente, a se stesso.

La prima angoscia fu a Istambul. Il giorno della fine del ramadan. Ero in casa. Non uscii. Sapevo che là fuori stavano sgozzando migliaia di innocenti. Ero chiuso in camera. Ricordo i muri bianchi, le lenzuola bianche, le pagine di un libro e le parole che erano sparite. Fogli bianchi, terribilmente bianchi … e con la mente, col cuore sentivo gli urli, vedevo le lame alla gola, il sangue scorrere.

Fu un momento così sconvolgente che, a sera, quando tornai in me, era già sera … feci i bagagli, chiesi un taxi con i vetri scuri e me ne andai all'aeroporto. Attesi il primo volo, non mi interessava la meta. Solo andare via era importante.

Mi accadde allora per la prima volta, e avevo una trentina d'anni. Ora la pasqua è la mia ossessione occidentale. Uccidere gli agnelli...

Io penso da sempre, caro Raton, che essere umani equivalga all'emanciparsi dall'omicidio. Non faccio differenza fra umani e animali. Chiunque sia capace di affetto “sento” che deve essere rispettato. Se nell'antichità, nel medio evo e anche fino ad un ieri ormai distante qualche decennio, era impossibile emanciparsi da questo peccato originale, e la morte di un animale era per noi un'esigenza irrinunciabile per la sopravvivenza, ora, da qualche decennio appunto, di quel peccato gli umani, se solo volessero, potrebbero liberarsene … ma non c'è la volontà e nemmeno il sospetto che si possa agire in questa direzione.

Quella medesima scienza che fa della tecnica un'arma che è in grado di sterminare e non solo, ma anche curare e trasformare una vecchia in una ragazzina ... eccetera, questa scienza, questa potenza della mente umana, non è stata direzionata, purtroppo, verso la liberazione da questa condanna. E quindi, caro Raton, la condanna, per l'uomo, diventa colpa ….

Uccidere un essere capace di affetto quando non è strettamente necessario! Questo per me è intollerabile. Ma io so di essere estremo. I canili mi angosciano non meno degli orfanatrofi. Le greggi, anche se incorniciate in un bel paesaggio alpino, per me son schiere di condannati. Ricordo il giorno che, in un paesaggio da favola, tolsero il vitellino alla madre e lo caricarono su un furgone. L'urlo materno, il più vero, forse l'unico che ho compreso. E quel vitellino tirato senza sensibilità per un destino di bistecche.

Ovviamente son quasi vegetariano. Il quasi è dovuto al fatto che se son ospite, non voglio creare complicazioni e mangio quel che c'è e quasi sempre me la cavo senza insozzarmi.

Che provino loro, caro Raton, se vogliono mangiar carne! Che provino non solo a comperare al supermercato, ma che partano dall'omicidio! Che sentano il dolore di esistere a queste condizioni. Loro fanno presto … non ci pensano. lo sanno ma non ci pensano. Ma che provino a prendere il coltello, ad immergerlo nella carne di un essere vico e con uno sguardo che ha capito!

Io amo la vita, sono per la vita, anche se la mia di vivibile per ora ha avuto ben poco. Quel che mi dona la carezza donata a un cane, la carezza ricevuta anche solo dallo sguardo di un cane, è un riscatto, un infinito, una via che percorro da anni. Provate a toccare un agnello, a prenderlo in braccio e pensate per favore ad un altro modo di santificare una pasqua o un ramadan o qualsiasi festa … per favore.

Quando Abramo ricevette l'ordine, di fatto si trattò di una lezione! Un dio feroce stava cambiando idea, almeno un poco. Quando Isacco fu posto, già legato sulla pietra del sacrificio, quel dio degli eserciti lo fermò e gli disse di prendere il capro. Ordinò. Non gradiva più i sacrifici umani. Ora so che quel dio colpevole e senza pace, ha capito che chiunque è capace di affetto merita di poterlo vivere, di poterlo tirare fuori quel mondo che ha dentro. Il dono che si può, che si deve fare ad un dio, è nel riuscire a dare affetto alla sua creatura, alla vita tutta. L'affetto è lo specchio immenso che riflette una realtà talmente grande e inattesa che nemmeno la morte, le resiste. E se un dio antico sbagliò, ricordiamoci che se l'era inventato l'uomo. Un dio che crea la vita, è per la vita. Una divinità non può concepire nulla di diverso dal paradiso. Se quì sembra tutt'altro .....

Per me, oggi, non è un bel giorno caro Raton. Gli urli degli agnelli, i loro sguardi, li sento, anche se, come a Istambul son chiuso in casa. Io ora posso guardarli negli occhi senza colpa, senza vergogna, Si può essere felici, o almeno contenti, solo quando tutto intorno a noi è felice, o almeno quando gli altri stanno percorrendo quella via.

Ho atteso oggi Raton, per salutarti, vittima di un'umanità ridicola...

ciao










mercoledì 27 marzo 2013

Joseph Conrad: "Titanic"



Per la prima volta consiglio un testo che non è letteratura. Ho qualche attenuante. Chi l'ha scritto si chiama Joseph Conrad. Può sembrarlo, ma non è uno sconosciuto. Quasi tutti conoscono almeno una sua opera che si chiama “Cuore di tenebra”, ma più nota sotto falso nome, ovvero “Apocalipse now”. Questo film, per quanto sia non completamente fedele, è un gioiello, e Francis Ford Coppola, per quel che ci ha messo di suo, ha dimostrato di aver compreso il libro e di non averlo umiliato.

Di Conrad, fra tante opere degne di attenzione, scelgo un libretto, edito dalla Passigli che si intitola “Titanic” poiché ci mostra l'abisso fra quel che sappiamo di quel fatto e quel che veramente è accaduto. La meditazione su questa differenza, che si rivelerà enorme, potrebbe venire utile per meditare su quel che pensiamo di sapere sulle vicende del nostro tempo. Siamo in un'epoca esasperatamente visiva e su questa vi offro qualche ragguaglio, ovviamente visivo ... Studiando delle foto di Atget:




per esempio, riguardanti la Parigi dei primi del novecento, ho avuto occasione di vedere delle vie, degli edifici, completamente coperti di cartelli pubblicitari. Era carta stampata e incollata, al massimo cartone o legno dipinto. Ce n'era una invasione esasperante; anche i vicoli più sgangherati erano assaltati da queste immagini che rimanevano attaccate per tanto tempo, e spesso erano solo le intemperie ad eliminarle. Pensateci. I cartelloni, che siano luminosi, di carta o altro, attualmente hanno scadenza breve e raramente li vediamo malmessi come mostra un certo Rotella (vedi immagini)



che piace più agli arredatori che agli appassionati di arte .... Io tuttora rimango sorpreso quando, in un certo punto di una strada, nella quale passo appunto per sincerarmene, ritrovo ancora l'avviso funebre di ringraziamento di Carlo, un amico che quasi tre anni fa se n'è andato. La sua fortuna, la fortuna del suo foglio bianco listato a lutto, è che si trova in alto in una tabella metallica in grado di contenere sei annunci. Ho osservato la metodica dell'attacchino. Preferisce, causa la sua altezza, riempire sempre i quattro spazi più in basso. Il quinto e il sesto sono gli ultimi e predilige, non ho ancora capito il perché, riempire prima la casella destra e Carlo è a sinistra. Carlo, per essere coperto da un altro annuncio, deve attendere quindi sei morti che devono decidersi a defungere nel giro di qualche giorno. Per ora si è arrivati, una volta sola, a cinque e vedo il tempo, il vento di mare, la pioggia, che pezzo per pezzo si portano via l'ultima sua traccia nella vita, fra le strade che lo videro bambino e poi uomo e infine anziano. Niente foto. Rimane un pezzo del nome e io passo da quella strada ogni volta che posso, per salutarlo e osservare il lavoro lento del tempo, quel lavorio, quel rosicchiare, che è temuto, e chirurgie plastiche di corpi, restauri di edifici e oggetti, e altri mascheramenti, ci rendono ormai inusuale. Tutto deve essere nuovo, giovane, perfettibile e immediato ... e questa esigenza, è diventata anche la vera identità dell'informazione. Che la notizia sia vera o falsa, in buona o cattiva fede, che importa? Essa deve essere giovane, scusate, nuova, sempre nuova, e non importa se coerente, come quelle ottantenni che ho visto a Cannes, in maglia aderente leopardata, leggings e sguardo rapace … perché sotto l'abito, sotto il ritocco e la finzione, spesso, da millenni è la medesima notizia che pulsa...

Quel che mi accade con Carlo, è una rarità. Di solito la pubblicità cambia spessissimo, e siam talmente assuefatti al cambiamento che quando, per esempio in televisione, lo sketch pubblicitario di un comico, viene ripetuto troppo spesso, quindi ha eroso completamente il suo aspetto di novità, l'unico che ci distrae, siamo irritati e non esitiamo a lamentarcene.

La pubblicità, al tempo del Titanic era come ce la mostra Atget. Un po' di colla, un cartello e li presente per mesi e mesi. I giornali, che fossero quotidiani o settimanali, non erano “utilizzati” come oggi. Spesso il settimanale veniva acquistato solo in abbonamento da persone abbienti o circoli, quindi gli “altri”, potevano nutrirsene solo quando il popolo di “prima scelta” non ne era più interessato. I quotidiani costavano, poco ma costavano, e di solito chi non voleva scialare, attendava il giorno dopo o si recava a certi chioschetti davanti ai quali si faceva gruppo e oltre a leggere si discuteva. Accade ancora che davanti a qualche sede del vecchio partito comunista che ha cambiato pelo ma non il vizio, ovvero non ha cambiato sede, facce e nemmeno idee, ma solo appunto la sigla, accade ancora che li davanti, il loro quotidiano, sia esposto pagina per pagina in alcune teche.
...e poi i caffè. Anche oggi si fanno due conti. Una tazzina costa più o meno quanto una testata, quindi tanto vale bere e sfogliarne una certa quantità quasi gratis!
Ora c'è anche internet e il giornale si è infilato anche li dentro, ma così diventa un atto individuale e per ora la vince il bar, termine italianissimo, da barra, sulla quale l'avventore appoggiava il piede mentre sorseggiava al bancone.

Ricordo a Salzburg il piacere, quasi il rito, di recarsi al caffè della piazza del Nuovo Mercato e prendere le stecche col quotidiano arrotolato. Provateci e vivrete una sensazione antica. 

Stecche al café Tomaselli di Salzburg
Il cafe, la stecca, che se vi riconoscono, e a me accade, ve la portano con un sorriso che vi fa sentire a casa anche se non è vero, un certo stile quindi, e l'atmosfera di un'epoca. Mi è capitato a Nancy, nei suoi stupendi caffè liberty, di legno specchi, ferri a fettuccia e argento … capita insomma ancora.

Nancy: il Flore oggi

Il Flore ieri.....

Il quotidiano come collante sociale e che invita alla chiacchiera, e in esso la notizia che si accompagna sempre più a interpretazioni emotive, scandalistiche, smentibili sempre e non necessariamente il giorno dopo. Un carnevale insomma nel quale siamo coinvolti al punto da diventare guitti a nostra insaputa.

Ecco cosa ci rivela il libretto di Conrad. 


Egli, da una sferzata alla chiacchiera. Ci mette sull'attenti. Stiamo parlando di circa 1520 persone morte! Non è uno scherzo nemmeno se ne muore una, ma 1520, moltiplica indubbiamente l'obbligo, la necessità di attenzione.

Veniamo al fatto. Sapete dirmi quando è affondato il Titanic? Immagino di no e non sentitevi sotto esame. Anch'io mi son posto la domanda e ammetto di aver sbagliato anticipando di una ventina d'anni. Quel che sappiamo tutti è che la nave più grande del mondo, si schiantò contro un iceberg e poi affondò. Ce ne mantiene fresca la memoria un film che con effetti colossali ha fatto cassa per benino, rivelandoci comunque un talento come Di Caprio.

La data è 15 aprile 1912. Cerco di essere preciso. Il 14, alle 23:40, l'iceberg viene toccato; alle due e venti del giorno dopo, quindi due ore e quaranta di tempo, affonda.
La realtà è quella che ci mostra Atget. Carta ovunque, sui muri e nei caffè. Altro non c'era per comunicare. Le notizie duravano un poco di più nel senso che quel che si veniva a sapere alle otto del mattino non cambiava fino a sera. Un lasso di tempo per meditare su parole immobili. Attualmente la notizia si modifica continuamente. Se ne esaminiamo una dotata di una vita minima di una settimana, vedremo quante contraddizioni vengono prodotte e annullate e spesso riappaiono.

In quell'epoca, dall' “English Review”, numero di maggio, quindi appena sedici giorni dopo il disastro, una grande mente, e in questo caso un esperto di mare, “striglia” un'epoca. Apparirà poi un secondo scritto, tempo un mese, che rincara la dose e il quadro che ne esce è doppiamente sconcertante.


Il Titanic … perché è affondato ...l'agire umano, che affonda. L' English Review” era un mensile, razza che si potrebbe considerare estinta. Affrontava argomenti di politica, attualità, aveva velleità artistiche e si rivolgeva alla elite. Ora “fa fatica” a campare anche un settimanale. Troppo tempo una settimana con un'informazione che fa ormai tutto in diretta! E ci si mette pure che un giorno, una settimana un mese, con una notizia che non cambia, ci costringe a pensare. L'immediatezza è emotiva, ma il tempo calma i nervi e rimane qualche possibilità almeno per il pensiero. Ci sarebbe un gradino in più, ma non ne parliamo ora.

Non intendo rivelare nulla di quel che il libretto narra. Avrete di che stupirvi.
Quel che vi invito a fare, è un accurato ragionamento sul vostro rapporto con la notizia, oggi. Penso non esista testo migliore di questo di Conrad per meditare un po' su quest'argomento. Egli, in quanto artista, dice, e senza preoccuparsi di dar fastidio a qualcuno, a qualche corrente politica, al commercio, agli Stati Uniti. Lui ci mostra il fatto, analizza alcune risposte date dai “tecnici”, e poi affonda il colpo.

Vi invito poi ad ascoltare “Titanic” di de Gregori. 


“La prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza sudore spavento puzza di sudore dal boccaporto e odore di mare morto...” vado a memoria, potrebbe non essere esatto.

E da un'altra canzone di quell'album eccellente:
.....questa nave fa duemila nodi, in mezzo ai ghiacci tropicali, ed ha un motore di un milione di cavalli che invece degli zoccoli hanno le ali. Questa nave fulmine, torpedine miccia scintillante bellezza fosforo e fantasia molecole d'acciaio, pistone rabbia, guerra lampo e poesia.
In questa notte elettrica e veloce, in questa croce di novecento, il futuro è una palla di cannone accesa e noi la stiamo quasi raggiungendo.
E il capitano disse al mozzo di bordo
io non vedo niente
c'è un po' di nebbia che annuncia il giorno...
...andiamo aventi tranquillamente...”

Quelle ultime parole mi mettono i brividi. Non è una nave che avanza, è un'epoca, che come quella di quegli uomini che hanno costruito il Titanic, e lo guidano, ha perso il senso della realtà.

De Gregori rende benissimo questo significato. È il 1912 e noi, col senno di poi, sappiamo che nel giro di due anni, scoppierà il finimondo. E non credete a chi dice che furono due guerre mondiali! Fu una unica, iniziata con la follia che affondò il Titanic e che Conrad ben descrive, sfociò in dittature e crisi economiche che non son guerre solo per i cretini, e terminò, dicono, nel quarantacinque.

Da un libro e da un disco, se si vuole, se si ha tempo, una lezione grande che ci deve far riflettere sulla nostra epoca...