venerdì 16 novembre 2012

Tonino Guerra e Nino Pedretti .... e altro


Nel post precedente ho iniziato dicendo che da tanto tempo non scrivo di Tonino Guerra.
Ora lo faccio, e sarà uno scritto purtroppo spietato. La stima nei confronti di questo grande artista è immutata. È da altro che viene il senso di fastidio.  
Spesso intorno ad un grande si forma un circo sgradevole. Il problema di Tonino fu che gli anni pesarono sulla schiena e sulle gambe. La mente era sempre lucida. Accadde così che negli ultimi anni, quel circo gli sia sfuggito di mano. C’era gente di valore e gente che non merita di essere ricordata e, cosa che mi sorprese, ma che è umanamente possibile, gente che avendo perso il suo valore lungo la strada degli anni si trasformò, inconsapevolmente in problema …
Che parlino i fatti.
 Con l’editore Maggioli, Tonino aveva in pubblicazione imminente un libro che si intitolava “Tempo di viaggio”. Un giorno me ne parla e lo vedo diffidente, scontento. Siamo come quasi sempre, a quattr’occhi. Mi confida che gli han dato la prova di stampa ed è piena di errori. Lui non ce la fa. Mi offro. Mi dice che i tempi son strettissimi. La notte stessa la copia è letta e il mattino seguente gli telefono. Alcune cose le chiariamo così e poi mi faccio dare il numero di telefono dell’editore, parlo con un paio di persone e faccio presente che ci sono una cinquantina e passa di errori e situazioni da risolvere. Si rimanda la stampa di una settimana. Arrivo da Tonino. Discutiamo con la matita in mano tutto un pomeriggio. Torno a casa, rileggo, sistemo e il giorno dopo son di nuovo a Pennabilli. La situazione si risolve e Tonino è contento. Ci voleva poco. Ma com’è  possibile che non ci sia stato un filtro fra l’editore e l’autore per rendere il testo presentabile? Non perdo tempo a dar colpe a destra o a sinistra. Fatto sta che la soluzione è venuta dal caso. Nulla era calcolato e calcolabile dalla visita di un amico. L’età in Tonino iniziava a pesare. Era meravigliosamente lucido e brillante nei pensieri, ma muoversi era ormai un problema. Ricordo che uscimmo per andare a fare due passi e si attaccò al mio braccio. Volle prendere anche l’ombrello che teneva con l’altra mano. Gli feci notare che il cielo era serenissimo e mi confidò che lo imbarazzava farsi vedere col bastone. L’ombrello poteva passare come un eccesso di previdenza e mascherare la situazione. Gli portai, alla visita successiva, un bastone particolarissimo per invogliarlo. Si svitava il pomello e nell’incavo si trovava una provetta ben tappata piena di grappa. Dovete sapere che Tonino, anche a novant’anni, dopo pranzo si faceva un cicchetto. Ricordo che ci si alzava da tavola mentre le donne continuavano con il tè e i pasticcini. Ci si sedeva, lui in poltrona e io al lato del divano che più gli si avvicinava e, dal tavolino che si insinuava fra noi, facevano bella vista di sé delle bottiglie che contenevano dei liquori fatti in casa. Ne versava un bel bicchierino e poi giù, tutto d’un sorso. Se l’avessi fatto io mi sarebbero partite le pupille come proiettili. Al ristorante prendeva l’amaro e anche questo, in un sorso, spariva. Il cervello non vacillava. Faceva poi mezz’ora di pennichella che io riempivo di solito dedicandomi a cani e gatti e poi si riprendeva il dialogo.
Torniamo a “Tempo di viaggio”. Il libro uscì e la copia detta Prova di Stampa, è fra i  miei ricordi più cari.
Accade, qualche tempo dopo, che deve uscire un libro con l’editore Bompiani. Lo vedo a disagio. “Di nuovo errori?”
“No. Stavolta è il titolo. Sembra che sarà  =La valle del kamasutra=.”
“E chi l’ha scelto?”
“Non lo so.”
Il libro esce ed effettivamente si intitola così. Rivedo Tonino. È contento dell’edizione in generale, ma il titolo non lo digerisce. Mentre dialoghiamo è apparso in visita il curatore di questo testo. Quando se ne va Tonino esprime a chiare parole il suo disappunto. Mi fa presente che penseranno che è un vecchio porco e cose simili. È vittima di una stupida legge di mercato. Gli domando se ha un’idea su chi possa aver proposto quel titolo e mi dice che tutti sanno chi comanda in Bompiani e se lo sapeste anche voi … ma non faccio nomi. Fa un paio di considerazioni che non riporto e cambiamo argomento. Esiste una prova filmata di questo disagio. Il curatore lo intervista e cerca di metterla come fa sempre sulla facezia allegra. Tonino fa comprendere chiaramente che non conviene con la scelta del titolo, ma lascia correre. Tra parentesi … ma quanto era sgradevole e pacchiana questa tendenza a trasformare un incontro pubblico con lui in una esigenza di risate. Lui lo coglieva e, entro certi limiti, stava al gioco, ma ne era infastidito.
E come mai si agiva così con l’uomo che disse a grandi come Fellini “No, qui si fa così!” e così accadeva poiché la qualità e il senso dovevano andare oltre ai protagonisti? Perché era anziano. Le sue energie, che vedevo diminuire giorno per giorno, non poteva ormai dedicarle più a queste battaglie. Ma per alcuni era più semplice usarlo. Poche ore senza la stanchezza che si impadronisce del corpo e della mente, senza qualche malanno che chiede il conto e sempre si paga col tempo … E scelse, com’è giusto che sia, di essere poeta, fino in fondo, fino alla fine dedicando i momenti di forza all’arte sua.
Le varie situazioni sgradevoli le sopportava e lasciava che avessero il loro corso indipendentemente dalla sua volontà, che sgocciolava ormai nelle letture, nella scrittura e, mi permetto di dirlo senza presunzione, nel nostro dialogo. Quando arrivavo, ormai, ci si rintanava in un certo salottino e non rispondeva al telefono e nemmeno accettava visite. Arrivava con me il dialogo sull’arte, sulla letteratura, sul cinema. Ricordo per esempio che gli parlai con entusiasmo di Crialese e del suo film “Nuovo Mondo”. Era incuriosito. Proprio in quel periodo, la mia copia, che volevo portargli, era sparita quindi dissi a chi “girava intorno a lui” di procurarla e di fargliela vedere. Non accadde nulla. Dopo mesi arrivai con una copia pirata. Tonino fu commosso da quel film. Disse che ora l’Italia aveva di nuovo un regista di valore.
Ci prestavamo i libri. Un giorno si parlò di favole e mi regalò il libro che aveva fatto con Antonioni e un disegnatore eccellente. Mi disse che apprezzava “Il piccolo Principe”. Aveva letto solo quell’opera di Saint-Exupery. Gli portai “Volo di Notte” e “Terra degli uomini” che consideravo i suoi capolavori. In certi periodi ci si sentiva tutti i giorni. Prediligeva, come me, i libri vecchi alle nuove edizioni, e spesso gli portavo copie anche vecchie di un secolo. Ci si donava a vicenda materiale col quale evolvere. Tonino cresceva tutti i giorni. L’età era un problema del corpo. La mente e con essa la sensibilità viaggiavano a pieno ritmo. Mi donò la scoperta di Manganelli. Mi consigliò di leggere Emanuele Severino (e pensare che, con me, nemmeno il nipote di questo ottimo filosofo mai lo ha fatto…), mi fece conoscere Danelia e vedere i suoi film. Era vita insomma. Vita fino al penultimo giorno.
Ora la sua casa è un deserto dell’anima, popolata di gatti e di presenze trasparenti, spesso nervose.
Tutti sanno tutto e l’umiltà, che in quel luogo era la chiave di volta, si è dileguata.
L’ultima volta, assai irritato per comportamenti che mi hanno dato fastidio, ho consegnato l’ultima “perla”, quella che mi aveva invitato a conservare e a spendere con cautela .... la più brillante e satura di significato, purtroppo non solo in senso artistico. L’ho consegnata a chi, a parole, gli stava più vicino. Forse al corpo …
La sala da pranzo dove ci si sedeva a mangiare e dove campeggiano, ora soli e insensati, la sua poltrona e il divano era la scena di quel, per me lugubre, epilogo. Parlavo con un’ombra.
“C’era una solitudine che non avete visto. La solitudine dell’artista. E lui vi poneva dei trabocchetti che la confermavano. A lui solo comunque, poiché doveva chinare il capo, ammansirvi. Dimmi a da cosa deriva il titolo dell’ultimo libro!”
Quasi lo gridai. Ero angosciato, definitivamente arrabbiato e disilluso. Era ora di fare cadere le maschere e creare quella definitiva distanza fra chi fa sul serio e chi recita una parte.
“Ma lo sai da cosa viene quel titolo …”
“Io lo so! Sei tu a non saperlo! E così ti dimostrerò il sapore della sua solitudine!”
Si fece silenzio. Attesi un poco, e poi spinto dalla fibrillazione dei nervi, dal cuore che faceva male per un torto da Tonino subito, e che non riuscii se non un poco a lenire … e poi dicevo, pretesi quella risposta che spesso la combriccola dava a tutti.
“Avevo tradotto =Il Polverone= in russo con =Polvere di sole=. Lo sai. Tonino ne era contentissimo. Gli piaceva. Diceva che funzionava.”
“Questo è solo un frammento. Era un omaggio a Nino Pedretti”.
Lo sguardo era sorpreso. “E’ possibile …” disse.
“Quando mi disse del titolo gli risposi che era un bell’omaggio. Mi fece notare che ero l’unico ad averlo compreso. Bastava aver letto, aver in fondo amato. Ecco cosa mi disse.”
“Quale poesia è?” Con quella domanda era nata l’ammissione. Non sapeva.
“Non ricordo il titolo. Ma è facile trovarla”.
“Dice proprio =polvere di sole=?”
“Sì”.
Dopo ci fu silenzio. Qualcosa disse. Ma ormai era lontano tutto, quella stanza, quell’avventura di fianco a un grande che mi ha dato molto e mi ha profondamente rispettato. Lui e io ci sentivamo semplici, con una scadenza, la fine della vita del corpo, che incombe. Solo l’idea, la poesia, l’arte, era oltre noi. E per essa, in essa, eravamo concentrati.
Uscii da quella stanza. Da quel passato. Vento e nuvole addosso. E nient’altro.
Era mia intenzione dire con più delicatezza questa “cosa” di Pedretti. Di solito quando un evento vero si “metamorfosa” in mondanità, oppure quando troppi mercanti invadono il tempio, me ne vado. In una stanza, quando due artisti parlano, se inizia a nevicare, lo sente il cuore, e ci si ferma incantati come bambini. Troppo rumore. Troppo, troppo rumore … per nulla.
In una data che è ancora futura, avrei dovuto tenere una conferenza in Puglia. Argomento, il mio rapporto con Tonino. Metà del tempo al curatore e metà a me. Avrei voluto evitare anche di incontrare questo personaggio irreale, ma ho ceduto alla gentilezza di un amico dell’organizzazione, ma non ho resistito e mi son defilato quando si son di nuovo mescolate le carte.
In quel frangente, avrei voluto far capire al curatore, ma senza farlo capire al pubblico, che non ha “curato” il libro. Io so quanto Tonino era rattristato. “E cosa faccio adesso. Aiutami!” Tonino era in un letto d’ospedale. Sapevo che non si sarebbe più ripreso e che l’avrebbero portato a casa, in un altro letto, per morire. Gli dissi “Tonino, lascia perdere. Non ha più senso. Ti ricordi la faccenda di Mozart e Haydn che avevano firmato opere scritte da un altro? Dopo qualche secolo ci si è arrivati e tutto verrà messo a posto. Sarà così anche per le note necessarie al tuo libro. Pensa ad altro!”
“E a cosa …” Era evidente che il suo volto si era adombrato perché era apparso il pensiero della morte.
“Tonino, il racconto … c’è quella specie di chiesa di ghiaccio, e adesso che faresti?”
Immediatamente si illuminò e, con decisione, disse: “Non si deve andare avanti come una trama! Troppo facile! Dobbiamo trovare il modo di mantenere la situazione ferma …”
e quel pomeriggio, sull’orlo di un precipizio passò sereno.
Da quando era in ospedale si illuminava quando mi vedeva. Già a casa accadevano gesti semplici, spontanei che avevano il loro corso con naturalezza. Da qualche tempo quando arrivavo, lo baciavo in fronte. Quando andavo via, lo facevo di nuovo. Mi accorsi un giorno che, seduto sulla sua poltrona, quando mi avvicinai, con la semplice intenzione di stringergli la mano perché c’era gente, si fece lievemente avanti col busto e avvicinò la fronte. Un movimento minimo, ma chiaro per me nell’intenzione che sottolineava un’abitudine alla quale si era assuefatto. Era semplicità. Era bellezza.
 Sapeva che avevo da fare e molti chilometri da macinare. Non chiedeva mai. Mi disse che sapeva quanto è triste andare a trovare un vecchio che ormai ha come solo argomento i suoi malanni ed era pure in ospedale. E io andavo quasi tutti i giorni. Aprivo la porta e lui era lì che si illuminava. Era bellissimo quel momento. Non eravamo più due artisti, ma due amici che avevano livellato la distanza degli anni e si capivano … e si donavano queste piccole cose, le uniche in fondo con un senso.
Vi faccio sorridere. Era tenuto a dieta ferrea. Non dai medici … mi disse un giorno “Sai, stanotte ho sognato la mortadella. Volava come una farfalla … la fetta, ma non riuscivo a prenderla. Era così profumata …”
“Tonino … se vuoi te la porto.”
“Davvero? “
 “Certo!”
“Ma … bisognerebbe farlo di nascosto …”
E fu fatto. La volta successiva fu ben calcolata. Tonino mi disse “Via libera!”, io attendevo in paese da un’oretta e salii con la farfalla bolognese. Agimmo con rapidità, da complici.
“Spalanca la finestra! Che se sentono l’odore …”
“Sei coperto bene?”
“Passami quella maglia.”
E dal sacchettino la mortadella apparve. Ma qualcosa non andava.
“Ma … io senza pane non ci riesco …”
“Non  me l’avevi detto ma l’ho immaginato. Eccolo, di due tipi.”
“Quello va bene!”
E si mise a mangiare di gusto quella fetta rotonda e grande che avevo fatto tagliare un po’ grossa.
A reato concluso, dopo che la situazione normale era stata ricomposta, seduto di fianco a lui,
mi disse con gli occhi sorridenti. “Non mi ammazza certamente una fetta di mortadella, non temere! E poi se fosse, almeno son contento …”
E poi si iniziò a parlare di Elsa Morante.
E ovviamente non fu quel micro pasto a chiudergli per sempre gli occhi.
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Ecco i versi di Pedretti:
L’è un cièr ad aria,
un pan te zìl
‘ste mél che bréusa
Te su biènch.
L’E’ PORBIA AD SOUL
Ste témp che crèss
M’al mi murai.
L’è un sens ad véita fònda
St’érba ch’u la scavècia e’ vént
(E’ un chiaro in cielo / il melo che brucia / nel suo bianco. E’ POLVERE DI SOLE / questo tempo che cresce sui miei muri. E’ un senso di vita profonda / quest’erba che la scompiglia il vento)
Mi dispiace, ora, oggi, per quel libro mal curato che si chiama appunto “Polvere di sole”.
Ve ne racconto una sola, per mostrare il lavoro che avrebbe dovuto essere fatto.
Il paragrafo undici si intitola “La parata di Fellini a Mosca”.
In una situazione sognante scopriamo l’idea di Fellini per un film. Un curatore decente avrebbe dovuto mettere la seguente nota: “Fellini aveva i soldi per fare un film e chiamò Tonino Guerra. “Senti Tonino. Un’idea a testa e poi facciamo la migliore!” Federico propose la parata. Tonino il funerale della cantante lirica su una nave. Fellini scelse l’idea di Tonino e si ebbe quel capolavoro che è “E la nave va”. Si era suggestionati dalla recente dipartita di Maria Callas. Tonino Guerra però si rese conto della “bellezza” dell’idea di Fellini e per anni se la girò e rigirò nella mente fino ad averla definitivamente fermata in questo scritto.
Pag 166. Il brano intitolato “Il rubino”. Contiene il “gesto” finale del Film “Solaris” ideato da Tarkovskij e tanto amato da Tonino.
Pag 139. Da “Saiat Nova” di Paradjanov
Pag 168. “Un raggio di sole”. Fatto veramente accaduto e che merita di essere raccontato per esteso. Ma almeno sapere che è vero!!!
Mi fermo qui. … Io ora son nervoso, stanco e ho bisogno di tornare a me stesso, alla gioia dolorosa che è scrivere, al piacere unico, al senso di completezza, di sintonia col tutto che lo scrivere mi dà.
Che qualcuno metta ordine, per favore. Io poi, non sono in grado di cogliere tutti gli agganci con la realtà, tutti i momenti che son storia, perché di storia si tratta, ed interessa a tutte le persone sensate, quando si racconta dei rapporti fra Tonino, Flaiano, Antonioni, Fellini, Rosi … e l’elenco sarebbe enorme, perché perfino coi Beatles ha cenato e avuto a che fare, e coi Pink Floyd, solo per citare qualcuno.
… Eppure, nella sua vita piena di fatti che meritano un sorriso o almeno un ricordo, amo salvarne uno per chiudere queste pagine strappandovi un sorriso da legare al suo che ricordiamo anche nella sua famosa pubblicità sull’ottimismo ...
Abitava a Roma in piazzale Clodio. Attraversò la strada assai trafficata e una macchina grande e nera quasi lo investì. Aveva lo sguardo arrabbiato. La schivò per un pelo e si trovò al suo lato. Guardò dentro e con stupore vide papa Giovanni Ventitreesimo. Eran ambedue perplessi. È evidente che il papa aveva compreso che l’autista aveva sbagliato qualcosa. Alzò la mano destra e impartì la benedizione …..
 E … me ne viene un’altra. Tonino sul suo letto ultimo, a Santarcangelo. L’appartamento dava sulla piazza  e anche la finestra della sua camera. C’era festa e molto rumore. Qualcuno decise che a Tonino dava fastidio e scese per ordinare che la cittadinanza si contenesse un po’ il che, com’è ovvio, non avvenne.
“Ma Tonino, ti da veramente fastidio?”
“Per niente. È la vita che viene da me. Ha capito che io non posso più andare da lei”.
E un ultimo pensiero.
C’era una persona che lavorava in un ristorante che si chiama Zaghini. Era capace di fare la strada fino a Pennabilli solo per portare un manicaretto a Tonino. Negli ultimi tempi, per rendere appetibile anche una sola goccia di brodo, inventava dei capolavori. Venne per salutarlo. Erano molto amici, di quell’amicizia semplice e profonda come aveva per Gigi, Gianni e Carlo. Fu lasciata fuori.  Tonino non l’ha mai saputo, lui non l’avrebbe fatto. Con lui anche la Loren si trasformava in una persona semplice. Penso a quella stima sincera. A quell’amicizia di vecchia data, al desiderio di salutarlo dopo essergli stato vicino tanto. Ma qualcuno, e io so chi, disse di no. E non lo perdono. Ciao Angela, buoni i tuoi cappelletti! Anche Mastroianni me ne parlò quando ancora non ti conoscevo! …Ciao.      

Riprendere a scrivere....


Da tanto tempo non scrivo più di Tonino Guerra. Scrivo poco anche per il blog. Uno dei motivi è che sto leggendo molto e che dal trentuno ottobre son tornato a scrivere. Le “cose” per il blog, la saggistica in genere, le scrivo col computer. Quando si tratta di letteratura scrivo a mano. Di solito con la stilografica. Cerco di mantener viva un poco di artigianalità nella scrittura. Scelgo gli inchiostri. Li miscelo fino ad ottener sfumature che in quel certo periodo collimano col mio stato d’animo e poi inizio. Ma tutto deve avere i suoi tempi. Non posso decidere “ora scrivo”! Quando accade che mi sento pronto tutto va da sé e spesso, non essendoci le condizioni, o perché c’è gente, o perché un impegno assolutamente non lo permette, mi ritrovo con uno spunto, scritto per non dimenticare ma ormai  il momento inspiegabile, carico di possibilità, è passato. Le parole che sarebbero fluite dalla stilografica con una semplicità che sempre sconcerta anche me, son tornate nel loro mondo al quale non ho accesso se non di rado.
Il trentuno ottobre, mentre ero in volo fra Francoforte e Amburgo, ho scritto otto pagine, come una furia. Di solito lascio decantare per minimo sei mesi nel silenzio di un cassetto, ma questa volta ho agito appena tornato da questo viaggio. Nel passare alla seconda stesura, per la quale uso il computer, lo scritto si allunga. Al terzo “incontro”, che può avvenire senza regola dopo due giorni o vent’anni, mi limito a correggere e accade, col tempo, che lo scritto si fa immobile, che più niente sono in grado di dargli e penso che sia dovuto al fatto che l’io che ha scritto e l’io che corregge, avendo accumulato una differenza di vita vissuta fattasi ormai considerevole, non son più gemelli nell’anima, ma prima fratelli, poi amici e infine semplici conoscenti. Quando leggo “cose” scritte vent’anni fa. Sorrido di quell’io che riconosco e tratto con la medesima indulgenza che avrebbe un padre nei confronti delle passioni di un figlio che vede ancora imbevute di troppa emotività, di troppa energia senza direzione. Una voglia di fare fine a se stessa, una propulsione che potenzialmente fa di tutto, un argomento, nel quale scaricare una tensione … e invece la letterature, l’arte in genere è qualcosa di più ….
Queste ultime parole non voglion dire che a vent’anni non si può fare qualcosa di buono in arte. Per chi dubita, invito a cercare su internet i due ritratti che un Picasso quattordicenne fece al padre e alla madre. Si coglie immediatamente in queste tele, che quel ragazzino aveva raggiunto, a quella “veneranda” età, la saggezza pittorica, la capacità rappresentativa della cultura occidentale. Dopo son i casi della vita, che quasi mai dipendono da noi, a fare si che l’opera abbia l’ambiente giusto per crescere. Si provi a mettere l’età di fianco alle opere di Michelangelo e si rimarrà sbalorditi. Questo dimostra che nonostante il furore dei sensi e la voglia di vivere che è maggiore delle possibilità della vita stessa, proprio nell’età più giovane, spesso già appunto a quattordici anni, qualcosa di grande può accadere. E lo spiego con un semplice ragionamento. L’adulto, e l’uomo che continua a crescere, accumula conoscenza e questa schiaccia immagini pure, che sono nel ragazzo, non costrette da regole e convenzioni morali o accademiche. Un esempio è quello di Gabriel Garcia Marquez. In un periodo della sua vita, per andare al lavoro, doveva prendere l’autobus e fare un percorso che durava un’ora. Aveva quindi due ore che dedicava alla lettura. La scelta era spesso dettata dal caso, ovviamente scelto fra quell’empireo di grandi che un’epoca ha deciso di definire tali. Lesse “La Metamorfosi” di Kafka, autore che più di un’epoca non ha compreso, ma del quale ha intuito il valore. Destino tragico quello di Kafka, sia in vita che nel rapporto della sua opera con gli intellettuali. La sua letteratura, forse più di tutte le sue coetanee dei primi del novecento, era sgorgata da un’interiorità sguinzagliata senza addomesticamenti. Fu, era, ed è difficile da comprendere. I docenti, e tutto quel mondo che si vanta di aver l’oro in tasca per quel che riguarda le interpretazioni delle opere, son stati contentissimi di aver avuto a disposizione una “cosa” complessa. Si può dir tutto e il contrario di tutto! E così Kafka, anzi l’opera sua, si è ritrovata ad esser utile ad una categoria che è strapagata per dire qualcosa anche se non la capisce. È una recita fra attori mediocri. Tutto qui. Marquez era una mente fresca che non si era ancora costretta alle regole, anche un po’ era già stato addomesticato. Leggendo “La Metamorfosi” rimase sbalordito e pensò: “Se lui ha potuto raccontare questo, allora anch’io posso descrivere il mondo che ho dentro!” ed ecco prendere forma Remedios la Bella, la Mamà grande, un vecchio con certe ali enormi e Macondo e …. Si, e “Cent’anni di solitudine”, che è un torrente in piena di spontaneità e di fantasia giovane, non addomesticata dalla scuola e dalla cultura. Questo accadrà sempre quindi “occhio ai giovani!”
Moravia scrisse “Gli indifferenti”. Quanti anni aveva? Non ve lo dico.
E che età aveva un certo Leonardo quando dipinse due figurette in un’opera del suo maestro di bottega che si chiamava Verrocchio lasciandolo di stucco per l’abilità dimostrata? Anche questo non ve lo dico…
Chi scrive ormai inoltrato in altre età, ha due scelte: uno scaltro mestiere che riveste le due o tre idee che danno forma e originalità (si spera) al suo io, oppure, ma non dipende da noi se non in minima parte, deve accadere qualcosa nel tran tran ormai monotono dell’esistenza che sia in grado di scardinare le radici, si da costringerci a rifondarle. Ultimamente la Fornero, Monti e altri strani esseri ci stanno offrendo una situazione simile alla seconda opzione. Tante forme di finta civiltà e non solo quei due cannibali, possono creare danno. Si pensi alle poesie scritte da Ungaretti in guerra. Son eccellenti, ma avrei preferito non ci fosse stata la guerra e con essa non avrei sentito la mancanza di quelle poesie. Preferisco insomma pensare che quei sradicamenti che costringono a una rifondazione dell’io, sian dovuti a fatti inevitabili, come la morte di una persona cara, una delusione d’amore eccetera. Se l’intento di Crudelia e di Monti è di metterci nelle condizioni di avere una futura ondata di grandi artisti ….. propongo una tonnellata di lassativo, così per il resto della loro esistenza avranno altro a cui pensare …
Mi si perdoni lo sfogo, ma quando le cause della malattia son evidenti e la cura non ha nulla a che fare con essa, ovviamente ci si può alterare.
Torniamo a quel che ho scritto in aereo. Ovviamente non ho usato la stilografica. Lo sbalzo di pressione fra decollo e volo è sufficiente a trasformare una di quelle penne, eccellenti quando si è a terra, in una fontana che uccide giacche camice e quant’altro sia a loro vicino. Ho sorriso di questo. Dopo anni, ho scritto con una penna a sfera tedesca, su un volo tedesco, in un cielo tedesco, e ho scritto qualcosa che ha, così mi han detto i miei pochissimi lettori, l’atmosfera di Kafka… E’ un piccolo brano che mostra alcuni paradossi del concetto umano di giustizia, scritto in un modo stringato. Un matematico direbbe, necessario e sufficiente, e questo ha fatto dire appunto a qualcuno, che assomiglia a kafka. Lui era laureato in giurisprudenza e utilizzò spesso l’aridità di quel linguaggio per esprimere certe idee. Mi distanzio immediatamente dal paragone con quell’astro che considero per ora insuperato. A me interessa essere me stesso. Essere un puzzle di altri attualmente accade troppo spesso e di solito questo tipo di autore viene lodato perché fa sentire intelligente chi legge. Riconosce le citazioni, si sente colto e in grazia di questa bella sensazione decide che l’opera vale. Squisitezze latrinesche da intellettuali…
E’ accaduto poi che qualcuno ad Amburgo, mi abbia chiesto: “la tua roba mi inquieta, ma non hai qualcosa a lieto fine?” Ce l’avevo, e pure già pubblicato, ma non a portata di mano. Non giro come un rappresentante con la mia merce appresso. E così, distante da casa, con molta mondanità da assecondare, ogni tanto mi isolavo e pensavo ad una favola. È nata poi, in suolo italico, e della favola ha le immagini, le parole, ma non so se è il caso che i bambini la leggano. L’ho inviata a chi l’ha chiesta come una sfida sorridente ed è finita li. I miei pochi lettori, che conosco personalmente l’hanno ricevuta e altro pubblico non lo cerco. Son geloso dei miei figli. Chi di voi manderebbe una sua creatura a lavorare da gente che non stima? Un racconto dovrebbe piacere ad un editore … e siamo a posto! Non distinguono un water da una sedia … e i risultati si vedono. Immondizia in forma di libro e quasi nulla di commestibile. Rispetto il pubblico. Ha una sua innocenza positiva. Aborro gli editori. Finiti da qualche anno, (per non dire decenni e facendo bene i conti, un cinquantennio), i bei tempi nei queli peraltro non esistevo e nemmeno ero stato progettato, quando in casa editrice potevi trovare un Pavese che non ne sbagliava una. Già quattro o cinque anni dopo, un raccomandato senza arte ne parte si permise di scartare i”Il Gattopardo” … il resto è storia. Un magro presente nel quale un lettore che considera il libro non solo un divertimento, un passatempo, ma anche una fonte per l’interiorità, è costretto a leggere e rileggere i classici. Ma il suo tempo. In cosa lo trova rappresentato, raccolto, asciugato, cristallizzato, compreso?
L’opera esiste, ma la struttura che dovrebbe renderla visibile, ha perso da ormai troppo tempo il contatto con la realtà. Amen. 

sabato 6 ottobre 2012

Glenn Gould banalizzato....


Oggi, 6 ottobre 2012, mentre portavo il cane a fare i rituali due passi, ho bevuto un caffè e non ho resistito alla solita, maledetta, abitudine di sfogliare il giornale. L'unico libero era “la repubblica” (minuscolo voluto...)



Mi ha sconcertato immediatamente la quantità di pubblicità. L'operazione si riduce quindi a sfogliare rapidamente scorrendo i titoli e i sottotitoli... e poi ecco che mi trovo la foto di Kissin! Un dieci Ottobre come me! Ma questa è semplicemente una considerazione folkloristica... una doppia pagina con poche parole e troppe foto e scopro comunque che il pianista vivente che prediligo, si esibirà all'auditorium di Roma. Bene, penso. Male che vada non ho sfogliato per niente! e poi mi accorgo che sulla destra appare una piccola foto di Glenn Gould. Questo è un grande, mi dico e poi mi domando … ma cosa accade a questo quotidiano più da vedere che da leggere? È rinsavito qualcuno della dirigenza oppure... oppure per certi rami della cultura dei quali, detto volgarmente, non frega niente quasi a nessuno, è venuta a mancare la volgare spinta del business e qualcuno può finalmente parlare liberamente?



Illusione.



In grigioazzurro, scritto un po' più grande e che quindi attira immediatamente l'occhio, leggo che Glenn Gould ha fatto nella musica quello che Koons e Cattelan hanno fatto nell'arte...



Inorridire è la meno.

Penso a Koons e al suo kitsch ridicolo e di una banalità che fa tenerezza e poi, con calma, anche a Cattelan. Koons lo liquido subito. Come si fa a parlare del nulla? Per Cattelan qualcosa merita di essere detto. Era e forse è ancora un pubblicitario. Il suo agire non ha avuto intenzioni artistiche. Gli interessava interessare i media. Il Papa colpito è una stupidata colossale. L'idea dei bambini impiccati che pendono da alberi a ridosso di un semaforo a Milano non ha altro senso appunto che attirare giornali e tivù prendendoli per la gola offrendo superficialità pura. Potrei enumerare varie banalità, ma non ne vale la pena. I media consumano i prodotti che le vengono offerti e poi se ne dimenticano. I critici invece no!!!! Loro dovrebbero scegliere, ma non sanno fare, oppure non vogliono faticare a meditare e si limitano a mantenere la memoria delle banalità che hanno visto. Se poi per caso inciampano in qualcosa di valido lo sanno cogliere? Io son propenso per il no … l'esperienza mi dice che, per esempio, il consiglio di una lettura si fa quasi sempre accettabile quando mi viene dato dalla gente cosiddetta comune, oppure agli artisti. Due categorie che vanno d'istinto. Ovviamente l'artista “ci prende di più” e il motivo è evidente. Lui delle verità dell'arte ci vive. Se non le prendesse sul serio risulterebbe lui stesso ridicolo.



Ho proseguito poi la lettura di quella parte in grigioazzurro... :Cattelan e Koons avrebbero spostato il baricentro estetico dal testo al contesto, cioè dall'opera al personaggio. Il linguaggio, professorese puro, lo odio e mi rivela qualcosa sull'autore di questo articolo. Ha avuto il buon gusto di tradurre “dal testo al contesto” con “dall'opera al personaggio”, ma l'assurdità delle sue parole è rimasta in tutto il suo fetore. Che quei due pseudo artisti abbiano spostato l'attenzione sulla loro persona e non sull'opera non è il loro primato e, come primato, fa tenerezza. Un certo Jorge Louis Borges disse che da Byron in poi l'artista si impegna a fare due opere: la vita e l'opera. Mi basta questa citazione per ridicolizzare questo articolista. Ci è sufficiente guardare all'ottocento, alle vite di Balzac, Zola, Wilde, Liszt, solo per dirne alcuni, per rendersi conto che Koons e Cattelan non hanno scoperto niente.



Riprendo una frase di Fitzgerald che per me è sacra e ci aiuta a fare un poco di pulizia: “non si scrive per dire qualcosa, lo si fa solo se si ha qualcosa da dire”. Ora, al posto di “scrive”, potete mettere compone, dipinge eccetera ed ecco che di Koons e Cattelan non rimane nemmeno la polvere. Cosa hanno da dire quei due? Niente di niente. Hanno stupito e basta e stupito per un attimo. Niente di più.



Non sono artisti. Sono persone che fanno parte dello spettacolo perché, si ricordi, che tutto quel che appare nei media, diviene spettacolo, irrimediabilmente. È una sua caratteristica fondante. Anche il dolore e la morte si fanno ridicoli se visti con quegli strumenti.



Un artista vero rimane infastidito dai media e ne riceve il danno più grave, ovvero la perdita di tempo che è l'unico vero oro dell'artista e in generale della persona sensata. Egli non dimentica mai anche che la realtà si fa vera nell'incontro personale, non in quello virtuale. Noi incontriamo per esempio tutti i giorni Mentana, il giornalista, ma nel frattempo dobbiamo ammettere a noi stessi che non lo incontriamo mai. Tutto e il contrario di tutto. Una forma paradossale del nulla. La realtà è solo nel contatto vero. Già Proust ci dimostrò che il dialogo telefonico era finto, irreale, ma la sua lezione l'hanno ascoltata in pochi …



Veniamo al significato dell'articolo. Dunque ... Glenn Gould avrebbe spostato il baricentro dall'opera al personaggio.



A me sembra sia accaduto il contrario …prima di tutto il popolino ha fatto questo spostamento, non lui.



Vi descrivo cos'è stato questo grande interprete secondo me. Era un perfezionista. La natura gli aveva dato un talento sublime. All'età di ventidue anni, davvero, non aveva più nulla da imparare. Tecnicamente era perfetto. Vi spiego cos'è un glissando; fai scorrere un dito sulla tastiera e ottieni la sequenza dei suoni che essi contengono, rapidamente. Uno in fila all'altro. Lui, e lui solo, riusciva a farlo con le dieci dita che si muovevano con una rapidità impressionante. Questa comunque è solo una curiosità. Posso spiegare di più raccontando un fatto. Glenn Gould amava ascoltare la radio viaggiando di notte in macchina. Un giorno sentì suonare un brano in un modo eccellente, ma non riusciva a capire chi era l'esecutore. La mattina seguente si recò alla stazione radio e chiese di vedere il disco che era stato “messo su” a quella data ora. Glielo diedero e scoprì che era una sua incisione. Era sconcertato. Disse che lui non suonava così. Chiese di vedere il giradischi e rimase pensieroso. Alla fine comprese. Il disco era 33 giri e mezzo e l'impianto girava a 33 giri! Vi rendete conto di che sensibilità uditiva raffinata? Quasi unica?

Un altro caso me lo raccontò un facoltoso signore newyorkese. Dopo un concerto portarono Glenn Gould al night. (si trattava di un tipo di locale meno misero di quelli attuali...). Un uomo di colore stava suonando jazz. Si trattava di un pianoforte a verticale posizionato nel mezzo della sala. Glenn Gould si appoggiò allo strumento e guardò divertito le mani del pianista che correvano per la tastiera. Il jazzista aveva riconosciuto il celebre canadese e gli chiese se voleva suonare lui. Glenn Gould sorrise e rimanendo in piedi in quella posizione, quindi con la tastiera invertita, ripetè il brano appena sentito. Suonò a rovescio! Fece fare alla destra quel che deve fare la sinistra eccetera! Vedete, anche Skriabin, precocemente, e nonostante le mani piccole e il fisico di cristallo, non ebbe più necessità di lezioni. Anche Toscanini conosceva a memoria una quantità enorme di opere e di sinfonie (tutte quelle di Mahler per esempio e una ventina di opere verdiane). Non si tratta quindi di un caso unico, ma sommiamo i talenti: una memoria stupefacente, la capacità tecnica, quella si, veramente oltre ogni possibilità di immaginazione, e in più lo studio accurato, ed ecco che si aveva Glenn Gould. Ho sempre detto che un pianista che ha raggiunto un buon livello tecnico, deve leggere libri e vivere, per poter dare quel tocco in più al suo mestiere: sì, perché suonare il pianoforte è un mestiere che raramente si fa arte e oltre il resto arte assai particolare perché dipende direttamente dalla comprensione dell'arte di un'altra persona. Si suona l'opera d'arte di un altro! Si deve quindi comprenderla e per riuscirci non è certo sufficiente avere tecnica.



La contemporaneità scrive sui giornali che si va a sentire Muti, la realtà è che si sente per esempio Beethoven e, per i più attenti, la super realtà è che un grande artista Beethoven torna vivo all'anima per la mediazione di un altro grande artista che è l'interprete. Mi piacerebbe che sui giornali si dicesse sì che ci sarà Kissin a Roma prossimamente ma anche sapere che cosa suona. Kissin da solo è come un pallone allo stadio ma senza i calciatori... una notizia incompleta e quindi insensata. Se per esempio suonasse “la vispa Teresa” musicata da Pupo non ci andrei … è ovvio che mi son espresso con un paradosso, ma considererei seriamente la possibilità di un viaggio se si cimentasse in Schumann oppure in Bach o in qualche sua composizione perché so, anche se non è ancora ufficiale, che ci sta provando, e con molta umiltà.



Torniamo a Glenn Gould. Le doti c'erano e in lui il protagonismo era involontario. Cercava il massimo risultato. La qualità. Scaldava le braccia in acqua tiepida prima di ogni concerto per ottimizzare la circolazione e azioni come questa lo hanno reso celebre suo malgrado. Vince nel popolino, la stravaganza fine a se stessa. Non ci si domanda se essa ha un senso. Attira ciò che esce dall'ordinario ma senza far intervenire i neuroni per comprendere. La sua famosa sedia, citata anche nell'articolo, è diventata un oggetto di culto per i cretini. Per chi ama la musica esiste solo la musica.



Vi spiego il senso di quella sedia sfondata. Se devo preparare un esame, potrei semplificarmi la vita andando a vedere in quale tipo di stanza verrò accolto. Se riuscissi a studiare in qualcosa il più possibile simile a quella della grande prova, ecco che l'operazione della mente, l'adattamento iniziale ad un ambiente, si riduce al minimo e mi rimane più energia psichica per concentrarmi sull'esame. Più variabili elimino, intorno a quella prova, più energie posso dedicare al momento cruciale. Semplice. Ebbene. Glenn Gould misurava al millimetro la distanza fra la sua seduta e i tasti per evitare di perdere tempo a ricalibrarsi ogni volta. Poniamoci ora il suo problema. Arrivo in un teatro e devo esibirmi con un pianoforte non mio; se la sedia è la mia solita e ha la seduta rigida dovrò provvedere a variare l'altezza del solo pianoforte! Si tenga conto che il sedile abituale del pianista ha un rigonfiamento di pelle, una specie di cuscino che impedisce di essere precisi al millimetro. È impossibile capire quanto si “sgonfia” una volta che ci siamo seduti poiché l'imbottitura non è sempre uguale. Come potete constatare, ho trasformato un'apparente stravaganza in un'azione sensata … la sedia rigida, e che fosse rigorosamente solo quella, riduceva il problema a l mettere due zoccoli di legno sotto le gambe anteriori del pianoforte.



E con Glenn Gould tutto è così. La stravaganza è per i” polli”, e i “polli” spesso hanno nomi altisonanti … Ricordo, come conferma di questa affermazione che sembra estrema, che Rattalino, considerato il maggior esperto italiano di questo pianista, al punto che ha curato una serie di puntate dedicate a lui, la prima volta che lo sentì suonare, lo giudicò negativamente proprio per quelle stravaganze. Era il secondo dopoguerra e il concerto si tenne a Torino. Rattalino non comprese che si trattava di un fenomeno! Quale errore commise? Quello che commettono purtroppo quasi tutti! La musica la si ascolta con le orecchie e non con gli occhi! Quanti “fenomeni” si sgonfiano quando la loro immagine si spegne! Un esempio per me è Freddie Mercury. Era bravo dal vivo? Lo spettacolo era carino? Può essere, ma ora, se ascolti la sua “roba” ti stanchi con facilità. Resiste chi colma l'assenza col ricordo ma chi il ricordo non ce l'ha e ha un filmato o un brano di musica, non subirà il magnetismo presente nell'esecuzione dal vivo.



Vi è mai capitato di sentire un'esecuzione, averla trovata eccellente, comperare la registrazione della serata e poi rendersi conto che quella soddisfazione piena non torna più? Si è tolta una variabile che deforma la realtà. Dal vivo un artista può avere un carisma che ci seduce e che rende bello anche qualcosa che di fatto è mediocre.



Glenn Gould, che desiderava raggiungere risultati di esecuzione sempre più elevati, comprese che un concerto col pubblico era una situazione troppo fragile. Troppe variabili erano non gestibili. Se non era dell'umore giusto, o aveva una indisposizione qualsiasi, psicologica o fisica, doveva suonare comunque perché prima di tutto sei carne da palcoscenico. Ne sapeva qualcosa per esempio Pavarotti che per un'assenza per problemi di salute al Metropolitan di New York, fu letterelmente infamato. E Pavarotto, come qualsiasi cantante lirico e anche come i danzatori, era in una posizione assai più delicata essendo contemporaneamente uomo e strumento.



Glenn Gould nel 1964 lasciò le scene per scelta. La sua volontà era di ottenere la miglior esecuzione possibile. Pensò che questa non doveva essere dal vivo perché così poteva decidere di non suonare se non si sentiva nelle condizioni ottimali. Poteva anche fare un'altra cosa. Se si trattava di una sonata, poteva eseguire ogni movimento varie volte, concentrarsi solo su quello. Ci avrebbe poi pensato il tecnico della sala d'incisione ad unire le parti che lui giudicava essere le migliori del primo, del secondo e del terzo movimento che aveva suonato anche venti volte.



Ci vedete qualcosa di stravagante in questi ragionamenti? Io no.

Aveva anche pensato che brani a quattro mani avrebbe potuto eseguirli da solo.



La tecnologia si era evoluta e lui non fece altro che calcolare la situazione che potesse dare il massimo risultato. La concentrazione era così massima.



Bisogna tener conto anche di un altro fattore. Glenn Gould aveva raggiunto la “pace” economica. Come ogni persona veramente saggia non mirava ad accumulare all'infinito. Era ormai padrone del suo tempo e si dedicò con pienezza a quel che desiderava. Tutto qui. Permettiamoci un ragionamento: avere cinque milioni di euro o averne venti, non cambia nulla se hai un'idea da realizzare. Se sei schiavo di yacht, macchinoni, consumismi vari, insomma dell'apparire e non essere, allora continuerai ad accumulare e a spendere, oppure ad accumulare e basta come il mitico Donald Duck noto in Italia col nome di Paperon de' Paperoni che altri non era che il signor Rockfeller.



Glenn Gould veniva poi da una famiglia particolare e talentuosa. Si sa che da parte di madre, provenienti da Bergen (Norvegia), avevano una parentela con Grieg … musica nel sangue quindi.



Tengo anche presente, per il lettore di queste appassionate righe che vogliono “salvare” un grande dal paragone con due esseri inesistenti come Koons e Cattelan, tengo anche presente, dicevo, che sto scrivendo di getto, senza consultare libri, libroni o appunti. Glenn Gould l'ho studiato e rispettato già da ragazzo.



Ricordo la curiosa sensazione che ne trassi quando lo sentii la prima volta. Le scale venivano eseguite con la precisione di un metronomo perfetto. Negli altri pianisti c'era come un respiro, era come se ogni tanto prendessero fiato. Lui, era quasi una macchina. Ma era solo questo? Mi resi conto che dopo questa iniziale sorpresa, riuscii a sentire quella sonata di Beethoven, dimenticandomi dell'esecutore, di quel tramite materiale che sbatteva saggiamente i martelletti sulle corde che poi a loro volta agitavano l'aria. La musica si era fatta pura. Glenn Gould spariva, rimanevo solo con Beethoven. Quando mi riprendevo da questa emozione quasi pura, ero grato al pianista più che mai. Fra me e l'astrazione perfetta della musica erano stati tolti tutti gli ostacoli, rimanevano sicuramente quelli che dipendevano da me e ci lavorai sopra..



Questa è la grandezza di Glenn Gould. È vero poi che canticchiava ogni tanto, ma a me faceva l'effetto di un'anima che vibrava con la musica. Non era più un uomo, o un essere che vuol darci del virtuosismo e comunicarci che è stato lui. Quei suoi versi sgorgavano in modo involontario, incontrollato. La sua purezza d'intenti , il suo rigore estremo comunque, furono la causa della sua fine. Teso in quello sforzo enorme e senza sosta, idealista al punto che girava in motoscafo nel lago per impedire ai pescatori di pescare perché rispettava la vita in tutte le sue forme ... Teso in un ascolto minuzioso delle pulsazioni, delle variabili fisiologiche del corpo che rappresentavano un punto importante da controllare per ben suonare bene ... esplose.



Non pensate a Faust, ma a un uomo troppo solo. C'è un tipo di solitudine che conosco e che nessuno può risolvere. Sei teso verso una meta. Non importa se perdi pezzi per raggiungerla, se ti esaurisci, se perdi te stesso. La meta è il premio, l'unico. Il momento estremo che può forse dare senso alla vita e a se stessi.



L'allegro cronista di questo articolo brodaglia ha pure sbagliato una cosuccia. Disponiamo di almeno tre e non due incisioni delle variazioni Goldberg. Quella che forse non ha o non conosce riguarda un concerto tenuto a Salzburg. È dal vivo, e stupisce per la qualità. Nonostante la presenza del pubblico, nonostante una situazione che non era adatta al suo essere Glenn Gould, si sente che aveva una capacità di estraniarsi eccezionale.



L'articolo di questo “SIMPATICO” intellettuale insensibile, si conclude con la seguente dicitura: Riproduzione riservata …



Spero sia riservata all'oblio. Questo tipo di discorsi modaioli, scritti in professorese e atteggiati a uomo di cultura d'alto bordo, meritano solo di essere dimenticati. Certe cose si fanno solo se si ama e per amare bisogna lasciarsi andare, operazione questa che va ben oltre l'uso dell'intelletto.



Dimenticavo...

Ho iniziato facendo notare che questo quotidiano straripa di pubblicità. Quasi più una cosa da vedere che per informare. Ho fatto qualche conto. La parte nazionale di questo oggetto cartaceo consta di 32 pagine. Ci sono sei pubblicità a piena facciata e dodici a mezza facciata. Si ha un totale di dodici pagine solo da vedere. 32 meno dodici fa 20. ma non stiamo esagerando? E ben 11 immagini pubblicitarie che riguardano la moda! Provo un leggero ribrezzo …



“la repubblica” (minuscolo d'obbligo a questo punto) allega anche un inserto che si chiama RCLUB, composto di 24 pagine e nove pubblicità a piena pagina.

Non ci si meravigli se gongolo alla recente notizia che questa roba che chiamano quotidiani d'informazione, vende sempre meno.....
















lunedì 1 ottobre 2012

"caro" ..... Carofiglio


Inizio di ottobre del 2012. da tanto non scrivo sul blog. Questo “libro” al quale attacco ogni tanto qualche pagina. Non l'ho trascurato per eccesso di impegni. Mi è venuta a mancare la verve, la spinta che porta a voler far parte del mondo. Io cerco di farlo con gentilezza, ma un eccesso di pattume nella mia quotidianità e nel mondo mi ha reso inerme e mi son chiuso. La solita domanda. Perché farlo? Per chi? È come il poeta che si domanda perché cantare. Capita anche a me, che secondo alcuni, grazie al cielo pochissimi, ho pure la disgrazia di essere poeta. (Si ricordi che in Toscana si dice “sei un poeta” per dire che uno è matto...), ma poi penso a un ricordo di Albert Schweitzer. È l'alba, il pigmeo si sveglia e osserva il sole che sorge. È in piedi, ben composto, e per l'emozione causata da quello spettacolo immenso, dalla bocca gli esce un canto. Niente di calcolato, di meditato. Esce. Quel verso forse gutturale, forse stonato è poesia. È la sua radice vera, profonda.



Ieri sera dunque, dopo aver ignorato completamente il blog per molto tempo decido di verificare, così, con l'indifferenza di chi non sa che fare per riempire un minutino, quanti lettori ho accumulato. Ed ecco la sorpresa. Il numero è aumentato in maniera che giudico spropositata. Sì. È la parola giusta. I miei argomenti son spesso troppo originali, qualcuno li ha definiti stravaganti. Sicuramente faticosi, e si tratta di “roba” che interessa a pochissima gente. Così la penso, e quell'impennata di lettori, di frugatori, non mi lusinga. Tendo a pensare ad una persona folle, che lo apre centinaia di volte alla settimana perché ha approvato forse fraintendendo, qualcosa che ho detto.



Mi è anche capitato ieri che insistentemente mi abbiano chiesto cosa ne penso di una diatriba fra artisti della penna, che ha impegnato i quotidiani ultimamante.



I quotidiani.... lo ripeto: il barone di Charlus, dalla Recherche di Proust, diceva che leggere è come lavarsi le mani, lo si fa spesso come un rito, ma non ci si fa caso più di tanto.



E poi, cos'è un quotidiano? Per me la compagnia mentre bevo un caffè in un bar. Raramente lo compro, e con rassegnazione lo sfoglio perché un residuo di speranza mi fa ancora sperare che possa esserci qualcosa di buono. Sono parole che durano un giorno ...



Ma è tutta manipolazione. È quel che dobbiamo credere che sia.

Un esempio: muore Gheddafi. È evidente che quell'uomo sapeva tanto e quel tanto per qualcuno era utile ma per altri un fastidio insopportabile. Dai giornali sappiamo che è morto. Colpo alla testa. Questo è il fatto. L'unica cosa certa. Ebbene, chi è stato? Ci dicono che un popolano ha provveduto. Anche questa notizia entra nei nostri cervelli come fatto, ma lo è? Ebbene, sentite questa: le elezioni di un certo presidente francese erano state sovvenzionate da Gheddafi. Un figlio ne aveva già parlato nella speranza di ammutolire il protagonismo francese proprio nella “liberazione” della Libia dal dittatore. Ma quell'esecuzione non è stata forse un modo spiccio per liberarsi di un pericolo da parte di una sola persona assai potente? Gheddafi aveva un telefono satellitare. Il presidente della Siria, ottenendo in cambio un calo di pressione mediatica sul suo stato, lo dà ai francesi. Questi localizzano il dittatore e Pam!



Quanti giornali ne hanno parlato? Uno....



Veniamo ora al problema dei suicidi che stanno accadendo in questo periodo. Fino a qualche mese fa se ne parlava. La evidente durezza di questo evento che non prometteva certo di calare, diventava una cattiva coscienza per banche ed economisti. Il fatto che delle decisioni dall'alto costassero vite umane avrebbe costretto a fare i conti con la coscienza appunto, ma non in privato, perché si sa che chi non ce l'ha risolve il problema alla radice, ma nei confronti della collettività. La coscienza di un economista e di una banca si chiama bilancio... Quando una nazione chiede spiegazioni e fa notare che certe scelte non si limitano a “far tirare la cinghia” ma uccidono, economisti e banche devono per forza agire. Dimostrarsi indifferenti verso la morte è un reato morale inconcepibile. Ed infatti hanno reagito. Prima con fastidio, poi dicendo che il dato non deviava di molto dalle statistiche (ma esiste un ragionamento più squallido?) e alla fine imponendo ai media il silenzio sull'argomento. Fateci caso. Non se ne parla più. Mi risulta solo che la settimana scorsa durante il question time alla camera, alcuni senatori del veneto, regione che sembra soffrire maggior mente di questa strage, abbiano chiesto spiegazioni. Per il resto silenzio.

Ora vi offro una definizione.

Da tante cose si comprende che in uno stato esiste una dittatura. Per esempio dalla mancanza di libertà di stampa. Abbiamo un dato di fatto. La stampa non è libera e ce lo dimostra che il problema ineludibile dei suicidi causa crisi economica, viene invece eluso in blocco. Si noti che non un giornalista ne parla. Potrei ipotizzare una linea interpretativa, ma potrebbe essere sfalsa... le testate appartengono a potentati economici. I potentati economici dipendono da banche. La politica da anni dipende dalle banche. Si dà un ordine, il direttore del giornale lo riceve e quando deve dare l'ok per la stampa ha ben cura di cancellare certe notizie. Quale scusa addurre? Per esempio che sono notizie destabilizzanti... ma è peggio ancora non porsi certi problemi....

Per chi ha dubbi sul potere delle banche mettiamo in chiaro una cosuccia.... Berlusconi, che è simpatico ma come politico è una frana, non è saltato per mancanza di voti. Si è alzato una mattina e ha scoperto che le banche avevano tolto i fidi alle sue aziende. Ha avuto meno di un attimo per decidere. Crollo di un impero o mollare la poltrona. Voi cosa avreste fatto? E fate caso che anche questa vicenda non l'avete trovata sui giornali ...



Ora, il giornalista non è libero. È un dato di fatto. Accade poi che l'attuale direttore di una testata, “Il Giornale”, si trovi assegnato più di un anno di carcere per un articolo firmato Dreyfus che è un evidente pseudonimo carico di storia. Condizionale e fuori poiché è la prima condanna, ma il segnale è forte. Viene messo subito in gioco come possibile attentato alla libertà di stampa, ma c'è un paradosso ridicolo che sembra sfuggire... la stampa non è libera da anni! Cosa sta quindi accadendo? Che una lite quasi privata fra un magistrato e un giornalista che mi risulta essere, viene elevato a sistema per dimostrare il contrario della realtà.

La libertà di stampa comunque, si scontra spesso anche con la libertà sfrenata di dire idiozie. L'ordine dei giornalisti in effetti è un “disordine” che non offre nessuna direttiva accettabile e vi porto un esempio, Emilio Fede, che io considero il punto zero dello squallore, fu cacciato dall'ordine dei giornalisti di Milano. Conoscevo personalmente una delle persone che votò per espellerlo. Cos'è accaduto? Il piccolo Emilio si è iscritto in un'altra città...



Quel giornalista che si è beccato qualche mesetto di carcere è poi in effetti così puro? Mi risulta che tempo fa disse ad un blogger, durante un programma televisivo, che meritava di essere menato, cosa che il giorno dopo accadde ... E altre sue esternazioni di questa “vittima” mi sembrano coerenti solo col cattivo gusto. Ma non era meglio spedirlo a raccogliere le pesche già da un pezzo? E invece ora è pure appunto una vittima, una bandiera della libertà di stampa …



Morale. Niente libertà di stampa e quando un giornalista di un sistema manovrato, annusa di striscio la galera ecco che diventa un martire …



E abbiamo un altro caso che mi fa sorridere ed è in fondo la causa che mi ha portato a scrivere queste righe. Una persona, definita erroneamente scrittore, di recente ha querelato un presunto poeta perché su facebook avrebbe stroncato il suo ultimo parto letterario …



Del poeta mi disinteresso. Mi permetto solo di proporre di essere parchi con l'assegnazione di un titolo tanto raro e prezioso. Non basta scrivere poesie per essere incoronato poeta …



Del presunto scrittore invece qualcosa dico. Si chiama Carofiglio. È un ex magistrato, attualmente senatore del partito democratico e appunto scrittore.

Analizziamo con calma. Ex magistrato … questo vuol dire che se gli gira male le leggi le conosce bene e ti mette in ginocchio come vuole. È un po come quando da ragazzi il compagno di scuola più grosso ti pestava per la merenda …



Senatore del partito democratico: questo pseudopartito è il relitto della sinistra italiana. Barcone sfondato governato attualmente da una ex democristiana e con un segretario che assomiglia un po' troppo a Gargamella (i Puffi …). Partito che considero ridicolo e dannosissimo da sempre. Prima si chiamava pci (minuscolo voluto), poi pdi e ora pd. Cambiano nomi ma la gentaglia no e in più si è aggregato pure qualche ex democristiano … ho sempre detto che la sinistra aveva l'abitudine di considerarsi la più intelligente. Ha così occupato i posti della cultura senza fare cultura e confondendo sistematicamente il non ruolo dell'intellettuale col ruolo indubbiamente meno controllabile e più irrazionale dell'artista ma sicuramente fecondo.

Ebbene.... questo personaggio è di sinistra ….( preciso che personalmente non sono allineato con nessuno. Sono veramente libero). Ricordo di sfuggita che mi hanno fatto notare che per chi va a votare il pd rappresenta comunque il male minore. Ammetto che è vero, ma non c'è proprio di meglio in Italia, del male minore?



E' scrittore! Ho letto qualcosa … non lo è.

È vero che si impara a scrivere alle elementari, ma mettere insieme delle parole ed essere scrittore sono dimensioni che vanno tenute ben separate.

È poi anche capitato che abbia letto qualcosa di suo. La solita caccia nei mercatini dell'usato, ne trovo un paio, li inizio ma non reggo e mi trovo seriamente indeciso se buttarli via o donarli, come spesso faccio, a qualche biblioteca o amico. No. Li ho gettati. Per me la letteratura non è un gioco o un passatempo. E mi sarei sentito in colpa per il tempo che avrei fatto perdere ad altri. Regalo Erri di Luca, la Capriolo, Vassalli, Bulgakov eccetera e quando li trovo nei mercatini dell'usato li compro per liberarli da quella ingiusta e vergognosa situazione, ma regalare un libro di quella persona.....! No e basta.



Ora. Sappiamo che il mercato librario è pieno di roba “da ardere” o da carta igienica che però spesso è pubblicizzata così bene che vende che è un piacere. Sembra che questo senatore abbia superato i tre milioni di copie.... Ma come mai non mi commuovo? Perché so come funziona quel mondo. Ho pure scoperto qualche giorno fa che un suo libro è nella categoria Vintage. Per comprendere è il caso di leggersi il post che analizza un cartellone pubblicitario. Si tratta in parole povere di un'operazione commerciale supplementare per vendere l'invenduto e si spaccia per Vintage della “roba” che spesso non dista nemmeno un anno dalla prima pubblicazione. Evidentemente dei flop, ma quel che importa è solo vendere.



Perché il senatore “sinistrato” si è offeso? In un'intervista avrebbe detto che quando si arriva all'offesa, che va ben oltre un giudizio quindi, secondo lui si deve reagire. Venendo al sodo la parola incriminata è “scribacchino”. Il senatore sinistrato ci fa notare che sul Devoto Oli quel vocabolo è definito un dispregiativo.



E qui esplodo. Ma vai a lavorare pezzo di XXXXXXX! Frequentare salotti e salottini e ambienti viscidi ti ha fatto perdere il senso della realtà! Non sai scrivere! Ti atteggi e il tuo essere finto fa tenerezza. Una dolce euchessina e via a fare un po' di fatica per tornare nella realtà. È evidentissimo che stai rattoppando una situazione che ti è sfuggita di mano. Non ti aspettavi la reazione compatta dei letterati e ora non puoi ammettere la verità, ovvero che hai reagito in modo bassamente emotivo ad un giudizio negativo dimostrando che ritieni ti siano dovuti allori e salamelecchi.



Ma in Italia va diversamente. Si deve aspettare la dipartita. Non ho dubbi, la morte ci libera di molti rompiscatole. Per ora e finché campa questo scrittore sinistrato pretenderà di essere ciò che non è fino all'ultimo respiro, e l'etichetta di scrittore, si sa, la si può appiccicare a chiunque, particolarmente quando ha le raccomandazioni per pubblicare e la possibilità di masturbare abbondantemente i media. Accade così che, solo per il fatto di essersi reso visibile, stato comprato.



Ora querela anche me? Io son meno di niente. Quel che dico non è su facebook e comunque, anche se fosse, a chi non ha niente niente si può togliere.



Mi dispiace invece che l'Italia sia infestata da questi personaggi finti fino all'esasperazione....



Un ultima considerazione. Il libro incriminato era finalista al premio strega (minuscolo voluto) e pare che sia arrivato secondo. Ma cosa sono i premi letterari in Italia? E comunque in generale, fate caso che i migliori da sempre, vincono o hanno vinto quasi per caso e comunque quasi mai....



Ho la sensazione che ad uno scrittore serio la scoperta di avere vinto certi premi, dovrebbe risultare preoccupante.... E comunque in generale si tratta di spartizioni di case editrici. Son cose risapute e anche in questo Carofiglio si dimostra un cacciatore di medaglie … di latta.



E poi, per concludere: ma un senatore non ha proprio niente da fare? Scrivere romanzi richiede tempo. Non è esattamente come fare due chiacchiere al bar. Come fa questo personaggio a trovare tempo per due ruoli che, se svolti coscienziosamente richiedono tutto il nostro tempo? Mah. Misteri d'Italia ...






venerdì 27 luglio 2012

Artisti e intellettuali.....


Dopo aver affrontato l'argomento in vari scritti, in modo forse mai troppo chiaro e certamente impulsivo, provo ora ad approfondirlo con tempo, calma e decisione.

Unico “pasto” presente in questo pranzo di parole sarà il tentativo di rendere conto di come sento la differenza fra intellettuale e artista. Se mi son permesso di lanciare ogni tanto delle brevi insinuazioni è comunque perché ritengo che siano sufficienti per far intuire un problema enorme della cultura italiana e non solo, che ormai ha superato la soglia del ridicolo....da anni, e attualmente... una volta resi edotti della natura di questo mio e forse anche vostro sorridere triste, con l'aggiunta di un evidenza che si fa concreta, palpabile,spero, con questo scritto, penso che la situazione si trasformi in una farsa stupida, intollerabile, a meno che non si rientri in quella categoria che delle varie espressioni artistiche fa un atteggiamento e uno strumento di autoaffermazione, nascondendo anche a se stessi,reato più grave nel nostro compito non facile di cercare di dare un senso alla vita), nascondendo, dicevo, anche a noi stessi, la bugia sulla quale pretendiamo si regga la nostra personalità davanti agli altri.

Ritengo che l'autoaffermazione, quella vera, positiva, nasca dalla coazione del plauso altrui, quando spontaneo e dato da un “altro da noi” di indiscusso valore e non scelto quindi a nostro comodo, e dalla capacità di dialogare francamente con se stessi. Se si inizia a dire bugie anche a se stessi.... è finita. E bugia colossale è credere che l'intellettuale abbia a che fare col mondo dell'arte.

Inizio raccontando come Tonino Guerra ottenne la sua prima notorietà letteraria. Premetto che ne discussi con lui e di recente, la moglie che in partenza si era dimostrata scettica sul fatto che esistesse una versione diversa da quella che lui conosceva, ha ammesso, come Tonino stesso, che ero “nel giusto”.

Nel 1951, ad Elio Vittorini viene affidata la direzione della collana “I gettoni” di Einaudi. L'anno dopo viene pubblicato “La storia di Fortunato” di Tonino Guerra. Tonino gli fu sempre riconoscente. Gli dedicò anche il libro “L'equilibrio” edito Bompiani. La nostra discussione, (fra me e Tonino ovviamente), nacque quando lui mi prestò proprio quel libro dedicato. Gli feci notare che nulla, ma proprio nulla dell'opera di Vittorini, mi era mai piaciuto. Trovavo che avesse costruito i suoi libri con l'intelligenza e, influenzato da quel che accadde in arte dal primo dopoguerra, si era lanciato nel “gioco” ormai di moda di costruire una tecnica letteraria creata a tavolino.

Secondo me prima si ha l'idea, che si deve saper lasciare sgorgare dal profondo, e poi essa, se si è scrittori o poeti, si trasformerà in parole. E non si tratterà di parole costruite dall'intelligenza, dalla mente razionale. Quello stadio perfetto del pensiero nel quale esso ha l'idea pura disancorata da qualsiasi forma concreta, visibile ai sensi, si trasforma da sé, in parola o colore o musica o altro! E Vittorini progettava l'idea, la sua forma e i suoi significati. Non andava a “razzolare” nel suo io più profondo, in quel luogo dove l'io si fa anima del mondo, dove il linguaggio è simbolo arcaico ed eterno, in quel punto immenso e atemporale nel quale essere divinità e se stessi non presuppone alcuna differenza. Pensare diventa così creare, in modo inconsapevole. Tutto quel che l'artista ha fatto è stato il creare le condizioni perché questo sgorgare spontaneo, accadesse. Leggere e vivere, sono ingredienti che vanno nel crogiolo di quel luogo indefinito, e anche con questi compiti, si plasmano da sé quelle forme profonde. Leggere poi, è un'attività che può essere abissale e che riferisco solo alla letteratura. Si tratta dell'immersione nell'io universale percorso e raggiunto da un altro essere e, se ho l'umiltà giusta e la capacità di arrendermi al flusso del suo dono, posso vivere, anche se parzialmente la grande esperienza della creazione e goderne i frutti. Leggere comunque è come guardare la divinità della vita da uno specchio. Facile sarà confondere destra e sinistra (provate....) e non conta moltiplicare gli specchi. Si otterrebbe solo un infinito che si fa gorgo e perdita di orientamento. Leggere quindi come esperienza profonda, personale, incomunicabile, ma lasciata all'intuizione, al l'anima, al cuore.

Vivere, l'altro ingrediente, si deve. Abbiamo un corpo, se lo trascuriamo o offendiamo, ci presenterà il conto e le visioni che sgorgano dal profondo saranno sane, grandiose se le asseconda la volontà di vivere, di dare un senso alla vita. ma.... vivere non è ovviamente uno sfinirsi nell'essere consumatori o nel “palestrarsi” e nutrire sempre e solo i sensi....il corpo è uno strumento del quale si può diventare schiavi. Non deve comandare, ma essere utilizzato per fini elevati. Così è anche per la mente. Pensare il pensiero per esempio, spaccare il capello in quattro sulla natura e struttura del linguaggio non ha molto senso per un artista che si ritrova a dover trasporre il simbolico profondo in linguaggio concreto....

Tonino, dopo una prima sorpresa causata dalle mie parole, mi disse che in “Conversazione in Sicilia” secondo lui, c'erano delle pagine splendide. Mi chiese se lo avevo letto. Risposi di sì e, poiché non mi dimostrai disposto ad accettare quel consiglio, il discorso cadde, anche perché me ne stavo andando. Tonino sapeva che quel che mi dava da leggere lo “mangiavo” prima di subito e già il giorno dopo mi telefonò per sapere cosa ne pensavo di quella sua creatura. L'avevo vista nella libreria dello studiolo dove di solito si chiacchierava in santa pace e, mentre lui “schiacciava” il solito pisolino del dopopranzo, mi ero steso in giardino, proprio sull'erba, e avevo letto una decina di pagine. Tonino quindi sapeva già che l'avevo trovata interessante e me la diede per saperne di più. Era una delle sue caratteristiche più piacevoli. Lui, che valeva tanto, si metteva in gioco, era curioso, veramente, di quel che ne pensavo. Al telefono il giorno dopo, gli dissi che era sicuramente un buon libro e gli dissi che “quella roba”, esattamente come “La storia di Fortunato” una persona come Vittorini non aveva gli strumenti per comprenderla. Mi chiese perché e gli risposi “vengo domani e te lo spiego”.

“Tonino, tu cosa sei, cosa ti senti di essere?”

“un poeta. Il resto, la sceneggiatura, i quadri, vengono dopo”

“posso dire quindi che sei un artista. Lo sai come la penso sulla definizione. Artista è colui che sa raggiungere e ascoltare la propria voce interiore e la rende visibile all'intelletto, sensibile, palpabile”

“ora..... cos'è Vittorini?”

“uno scrittore.....”

“secondo me è un intellettuale. Lui si limita a ragionare. Per questo i suoi libri attualmente li legge solo chi è costretto dall'università. Può incuriosirti, ma non ti rimane dentro. Non merita di essere ricordato.... come dice Borges”

“ma ti rendi conto che ha scartato -Il Gattopardo- ?

“son cose che possono succedere....”

lo disse con lo sguardo incerto.

“Tonino, tu stai difendendo una persona verso la quale hai un grosso debito di riconoscenza....”

Sorrise. Fu Elena croce, la figlia di Benedetto a dare al romanzo di Tomasi da Lampedusa, la spinta giusta....

Bisogna anche dire che una caratteristica della generazione di Tonino fu di essere riconoscenti a prescindere dalla situazione. Non la si valutava. Mi ha aiutato, lo ringrazierò in vari modi, e questi modi, agli occhi della mia generazione san di servilismo. Era così comunque, e basta.

L'Italia si è affrancata, sulla carta, dalla monarchia, solo con la fine della seconda guerra mondiale. Quel tipo di governo presuppone una struttura clientelare e il re è il grande elargitore. La democrazia italiana, trovandosi per forza di cosa ad utilizzare uomini allevati in quella mentalità, si strutturò in gruppi che elargivano, noti col nome di partiti, ai quali si affiancava la chiesa, potentissima al punto che per esempio, l'accademia militare di Modena, prevedeva, preferibilmente la raccomandazione di un religioso di grosso calibro. Dopo il crollo del Muro di Berlino, si stabilirono nuovi equilibri e quel che si ottenne fu un ridicolo (secondo me) compromesso fra un regno e una democrazia. Attualmente il presidente del consiglio dei ministri (minuscolo voluto...) è un re ad orologeria, a tempo. Accade anche in Francia e non solo...non ci si deve stupire quindi se la mentalità di un uomo che nacque nel regno e visse poi tutta l'epoca dello strapotere dei partiti, abbia agito così. Alla stima si mescolava anche una consapevolezza di potenza. Ti creavano e potevano distruggerti con la medesima rapidità. Tonino ebbe la meritata fortuna di affrancarsi da questo giogo quando personaggi di qualità spesso indiscutibile come Elsa Morante, Flaiano, Fellini, Antonioni, Olmi, i fratelli Taviani, Matroianni, la Loren e suo marito, Visconti, Moravia, Rosi, Forman, Carrière, e potrei continuare per un quarto d'ora, quando queste persone, di valore rovesciarono i ruoli. Non era più necessaria quella sudditanza. Tonino era un talento.

Il suo ideale era di sinistra, ma il partito che avrebbe dovuto incarnare questa idea, oltre ad essere un grande elargitore di poltrone, poltroncine e sedie, pretendeva di dare ordini agli intellettuali. Sì, agli intellettuali, perché all'epoca intellettuali e artisti erano considerati ormai la medesima cosa strumentale. Essere definitivamente riconosciuti come talento permise a Tonino di staccarsi dal partito. Quando diceva di essere un “comunista zen” intendeva proprio dichiarare che lui non si allineava con un partito che pretendeva l'obbedienza. Rimase qualche strascico con traccie fossili inconsapevoli di quel modo di comportarsi ereditato all'epoca dello sviluppo. Quando un bambino si fa uomo sotto un sistema regale e pure dittatoriale, qualcosa rimane, anche se appunto inconsapevolmente. Tonino, davanti alla mia pretesa di separare intellettuali e artisti si rivelò pienamente d'accordo. Gli toccò rivedere alcune categorie, alcuni rapporti che erano segnati dall'amicizia, dall'abitudine della frequentazione, particolarmente a tavola, davanti alle tagliatelle e al rubino del sangiovese. Si rese anche conto che con questa separazione di artisti veri ne rimanevano veramente pochi e lui, che ho sempre considerato artista puro, diventava una delle figura più importanti del dopoguerra non solo italiano, poiché grazie al suo lavoro per il cinema, da fenomeno romagnolo e poi nazionale, divenne di caratura internazionale. Quando per esempio gli dissi che Joyce, ed esattamente il suo “Ulisse”, era illeggibile, mi disse che anche lui era perplesso. Quando poi gli feci notare che Borges stesso lo diceva, e glielo feci leggere, si senti come sollevato da un peso.... allora si poteva dire! Gli regalai un volume di James Stephens, dicendogli che li dentro c'era l'anima dell'Irlanda, non certo in Joyce, che era sola moda e si sa, che finita la moda è finito tutto....

“Tonino, quello era un intellettuale.... poteva pensare, ma non andare oltre.... ha visto nel tuo scritto una tecnica che gli è sembrata nuova e ti ha messo nel mucchio dei pubblicabili insieme ad un'altra fila che ora è destinata quasi completamente all'oblio.....tranne te e appunto poco altro....”

(e dentro di me non potevo non pensare a quel che un amico bottegaio a Minneapolis mi confidò: “Qui negli Stati Uniti, la parola chiave per vendere è: -é nuovo, appena uscito!- , non c'è parola più magica e potente!” e nuova era la tecnica. Il contenuto doveva essere al massimo allineato o indifferente ai diktat di dominante o di partito).

“Ma una tecnica non è mai nuova per chi la usa, e non si emoziona scoprendo che è il primo ad applicarla. In un artista essa sgorga; è semplicemente la forma giusta per quel pensiero.”

Mi rendevo conto che era diventato curioso....

“Mi vuoi dire che mi ha pubblicato senza capire?”

“Esattamente. Ha applicato la gabbia concettuale che si era creato e nella quale si era rinchiuso. Tu rientravi nelle sue categorie perché la tua scrittura era secondo lui nuova, e sicuramente lo era, Tonino, ma tu non l'avevi scelta con l'intento di far notare una tecnica. Lui ha confuso l'uso con lo strumento. Lo strumento-parola, serve per dire qualcosa e il suo uso è sensato e duraturo se supporta un senso, non solo se stupisce.....e da quel qualcosa lui si era autoescluso con la costruzione della gabbia e infilandocisi dentro...”

“Ma... e Calvino, lui ha pubblicato anche Calvino!

“Stessa musica....Lo leggi e senti che è finto come scrittore e veramente grande come saggista.... ”

“E' possibile....”

(su Calvino i dubbi si erano già dissipati da tempo. Esiste una edizione Einaudi intitolata “tra donne sole”,e che contiene anche la sceneggiatura di Antonioni per l'omonimo film e due lettere simpaticissime. Calvino scrive a Pavese che quel racconto proprio non gli piace. Si coglie immediatamente che non ci ha capito niente ma spara le sue stupidate con uno stile spavaldo che si schianta come contro il pugno della breve risposta del grande Pavese. Gli fa capire che è un pivello e noi lettori, se non ci facciamo guidare fuori strada come troppo spesso accade, dai critici, (in questo caso si chiama Ernesto Ferrero, e la mia rabbia non si stempera nemmeno davanti a quel cognome che sa di Nutella!) ce ne rendiamo conto benissimo. Anche la lettera scritta ad Antonioni, che prima “lecca” e poi frusta, diventa, dopo le prime le altre due, una farsa. Si sente che Calvino è diventato qualcuno in Einaudi, dove prima Pavese, gestiva con occhio e anima di artista vero quale era, e si permette di scrivere a nome anche di Giulio Einaudi e di altri non nominati.... Si sa che spesso gli intellettuali amano usare il plurale che spetta ai re perché in fondo è a un regno che mirano, un regno di questo mondo..... e quella lettera era indirizzata ad un altro che era del livello di Pavese, a quell'Antonioni che aveva scelto di fare un film da quel racconto proprio perché ne aveva intuito la grandezza.

Tonino dopo la lettura di quelle lettere, rise. Aveva conosciuto anche Calvino e mi disse che si divertiva ad immaginarlo mentre riceveva la risposta scritta di Pavese. Quando gli dissi che pian piano l'intellettuale Calvino era diventato una potenza che potevi solo lodare se non volevi diventare vittima dell'oblio generale, mi disse che era vero....Gli risposi che certa gente ha una faccia talmente dura che ci puoi schiacciare le noci senza che nemmeno se ne accorgano e secondo me Calvino non ebbe il minimo sussulto davanti a quel foglio che lo “smussava”. La lettera dimostrava e dimostra la sua nullità solo a chi aveva e ha l'abitudine di leggere in indipendenza. Evento più unico che raro all'epoca e quasi chimera oggi, quando il partito decideva anche i tuoi gusti letterari e da “grande fratello” subdolo quale era, ti convinceva della validità anche della robaccia più servile. E poi Pavese non c'era più. Il suo posto, che spettava ad un artista, era vacante, e se lo contesero personaggi che trassero vantaggio dalla confusione di significati fra intellettuale e artista. Dirigere. Decidere. Questo era affascinate! Un simile essere spregevole trionfò anche in Gran Bretagna. Si chiamava Eliot. Mi fa ridere amaramente ricordare che “The waste land”, nella versione originale era di un migliaio di versi. La diede a Ezra Pound da correggere e ne rimase un decimo, pure quello modificato. E il Nobel lo ha vinto Eliot, e non un Dylan Thomas o un Pound appunto! Ma un Eliot.....che più che il poeta ha saputo “fare”, agire, in modo assai poco poetico. Dimenticavo. Se lo dico io sarà considerato da molti un fare supponente, anche perchè li costringo a ristabilire una scala di valori... Io lo penso da anni quel che dico di Eliot. La sua poesia è fredda, le limature di Pound son note a tutti, è quindi questione di ragionare un attimo e di non prendere per oro colato tutto quel che la critica ci propina. Per chi avesse ancora dei dubbi, invito alla lettura di “Party sotto le bombe” di Elias Canetti.....

“Pensa poi che Vittorini è stato il primo a pubblicare Borges in Italia, sempre per quella collana... “

“beh, ammetterai che quella volta ha visto giusto...”

“Era dentro la gabbia..... come per te fu un caso. Borges è stato un grandissimo che infarciva di intellettualità. Era una maschera della sua saggezza. Vittorini vide solo la maschera e e pensò che fosse il volto...e poi, pensa a Fenoglio e Rigoni Stern.. Arrivava un loro dattiloscritto e veniva ordinato loro di correggerlo, di modificarlo un po' quello che accade oggi ad un Andrej Longo, e il gioco si è fatto talmente lurido e scoperto che al termine di “Chi ha ucciso Sarah?”, un giallino pallido pallido, l'autore si trova a ringraziare una editor per aver massacrato la sua libertà .... in poche parole dovevano e devono adattarsi alla gabbia. Fenoglio in un paio di racconti non parlò di guerra e affini, e fece qualcosa di valido....ma non fu libero di essere sé stesso. Stern era molto bravo, ma fu se stesso anni dopo...e Poi fai caso che Fenoglio, Calvino e te eravate di sinistra e reduci chi dai campi che dell'essere partigiani. Il mondo, anche quello dell'arte lo stavano coniando i vincitori.....voi avevate una giusta possibilità in più che però non doveva trasformarsi in proprietà al di là del merito.....”

(Questo discorso aveva per noi due, già un senso che non si rivela così, da questo dialogo. Tempo prima avevo portato a Tonino le fotocopie di un libro edito da Mondadori il 25 gennaio del 1940. avevo tolto l'intestazione. Desideravo mi dicesse cosa ne pensava senza sapere di chi fosse. Mi telefonò qualche giorno dopo: “molto belli. Notevoli! Mi dici adesso l'autore?” ed era Alessandro Pavolini. Ministro della cultura popolare (il famoso minculpop) che fini appeso col duce in Piazzale Loreto.

Rimase di stucco quanto vi rimasi io qualche tempo prima. Lo comperai perché in un mercatino dell'usato costava quanto un caffè e la curiosità poteva valere l'investimento. Partii pieno di preconcetti, aspettandomi qualcosa di polposo e urlante, fra il futurista italiano che non amo e lo sgangheramento fascista da parata.... e invece si rivelò un gioiello. La sua scomparsa, giusta dal punto di vista storico e anche morale, visto che si narra fosse sì un fedelissimo irriducibile ma anche assai cattivello, era sensata dal punto di vista artistico? La medesima insensatezza che aveva fatto fucilare Lorca e Gumilev, e Mandel'stam con la testa spaccata contro un water in un campo in Siberia? E Bulgakov distrutto da Stalin? I loro ideali erano per lo meno puri, pensabili. E Pavolini....? il dubbio rimaneva, ma il valore del libro era ed è indiscutibile).

So che nel silenzio che seguì quelle mie parole su Fenoglio e Stern, ambedue pensammo a Pound e Pavolini...

e poi aggiunsi: “Non ho indagato su Ottiero Ottieri, e Lalla Romano. Anche loro furono” presi” da quella collana. Lalla Romano era indubbiamente sorprendente e interessante, per esempio, ma non si fa così Tonino!”

e lui mi diede ragione. Riconobbe che la sua notorietà partì in quel modo, ma la sua meritata fama prese ben altre vie.

Con Lora, poco dopo la definitiva “partenza” di Tonino, si parlò di queste cose. Il muro della sua diffidenza cedette di buon grado e anche lei disse che era tutto coerente aggiungendo che era molto stimato e fu “spinto” anche da Carlo Bo e Gianfranco Contini. Le ho risposto con le parole di Savinio: “Nessuno farà mai un monumento a un critico...” parole che per ora si son mantenute vere...

Carlo Bo era “Padrone” di una università. Contini dettava legge da una cattedra e si sa che quegli ambienti non brillano di correttezza. Tuttora capita che mi dicano “L'ha detto Anceschi! L'ha detto il tale o il tal altro!”. Frammento di medio evo che ancora sopravvive e che vuol dirci che il contenuto di un discorso dipende da chi lo ha enunciato e non dalla sua coerenza....” mi viene in mente Renato Barilli a Bologna. Mi disse: “perché non fa la tesi con me? Affronteremo il rapporto arte e letteratura!” Mi presentai il giorno dopo e vidi una ragazza uscire piangendo dal suo studio mentre Barilli diceva: “tu devi portare aventi le mie idee, non le tue!”. La portai a bere un caffè e mi raccontò che aveva preparato la tesi, un lavorone del quale potevo vedere la mole davanti a me. Era quasi cubica da quanto era lunga. Ma non era lei a dover crescere, sotto la guida di un “saggio?” e io che allora come oggi, amo trasformarmi in don Chisciotte andai da lui e mi arrabbiai “parecchio” rifiutando di fare la tesi con lui e sbattendogli in faccia la sua scorrettezza. Spiegai a Lora che le università come le scuole superiori vendono certezze e non esiste nulla di più assurdo. Forse mi si può contestare che anche io sembro certo, quasi dittatoriale, ma mi metto sempre e completamente in gioco... provare per credere.... E poi, quante sono le persone disamorate de “I promessi sposi” e di Dante solo per reazione alle istituzioni che hanno saputo solo imporle come un diktat? Caro studente. Questo autore e quest'altro sono bravissimi. Perché? Perché hanno saputo far rime incasinatissime e perché te lo dico io, ma trasmettere il nostro amore per quelle cose quando accade? si insegna al cuore, e poi lui guiderà la mente, e il cuore è in grado di insegnare anche i frutti freddi dell'intelligenza pura.

Esiste poi un altro sottinteso nel dialogo con Tonino, ed è nel ruolo della sinistra nella cultura del dopoguerra. È evidente che l'ha monopolizzata. Il problema è che quando si ragionava per esempio come Vittorini, si andava ancora bene, poiché li c'era almeno la buona fede! Dico, con durezza, che la sinistra ha occupato i posti della cultura ma non ha fatto cultura, non l'ha promossa. Penso poi all'altra nazione che fu e forse è tuttora paralizzata dalla sinistra in ambito culturale, ovvero la Francia. Fate caso che dopo Proust, i francesi hanno prodotto solo saggistica e si sa che quest'ultima è figlia solo dell'intelletto. La gabbia della ragione ha fatto strage di artisti. O ti ci infili dentro e ti adatti, di fatto suicidando l'artista che è in te, oppure sparisci. Penso anche che i due grandi artisti che hanno scritto in francese dopo Proust, vengono dal Belgio....Yourcenar e Simenon e non mi si mettano sull'altro piatto della bilancia i Sartre, Camus e Gide, che nemmeno si vedono! di fianco a quei due grandi! E Gide.... come dimenticarlo.... fece il suo bell'errorino, per me indimenticabile e assai significativo...rifiutò la pubblicazione del primo volume della Recherche! Come fidarsi di lui?

ESSERE INTELLETTUALI E' UN MESTIERE ... ESSERE ARTISTI, UN BISOGNO DELL'ANIMA.

Ecco perché l'intellettuale ha dilagato. Si sveglia la mattina e, sistematicamente, come qualsiasi lavoratore, dedica la giornata al suo mestiere che, se gli va bene, è pensare per sé, se gli va meno bene è pensare per qualcun altro...

L'artista invece è un uomo qualunque che ogni tanto apre gli occhi interni e osserva profondamente quel che gli occhi comuni, fatti solo per le cose, non reggono. Non per niente Omero era cieco e Arsenij Tarkovskij nel 1907 e Levi nel 1945 ne “La tregua” ricordano, a nord del mar Nero, nell'attuale Uktaina, i cantori ciechi ancora esistenti... e non per niente la poesia è ancora quasi sciamanica in Russia, in Ucraina... e qui, nell'Europa tuttora ubriaca di troppo razionalismo, pretendono che si creda alla metamorfosi del poeta in intellettuale! E infatti non li legge nessuno e me la rido perché la gente cerca, desidera il vero poeta e boccia sistematicamente quel che l'ambiente intellattuale tenta di imporre. Non per niente la poesia è sopravvissuta grazie a personaggi che son “scappati” dal sistema intellettuale come Tonino per mezzo del cinema e del contatto diretto col pubblico tramite la sua Fondazione e de Andrè, de Gregori e Vecchioni, che le loro poesie le han cantate..... il poeta, come un tempo, si fa sciamano nel contatto vero, come accadeva a Tonino quando più che fare conferenze, più che pontificare, parlava con la gente. La tivù raffredda Non esisti mai veramente quando sei sullo schermo......e la poesia, come la letteratura in generale, deve cercare il contatto quasi fisico con l'artista. Devono sentire la sua concretezza, la sua sincerità nel bene e nel male. Anche Augusto Daolio (si scrive cosi?) era letteralmente amato, come anche Pierangelo Bertoli, perché potevi viverti la loro genuinità nella realtà sensoriale, in carne ossa e canto! Le persone, che assetate di poesia lo sono, devono essere contagiate dalla sua vitalità. Non ha senso imporli. Anzi, è ridicolo. E finiscono miseramente in quei cimiteri che si chiamano antologie. E se leggi i due versi che un intellettuale ha selezionato, non sai se sbadigliare o cosa pensare, perché dentro niente si è smosso, nessuna magia ti ha catturato. Se invece accade che non ti rendi conto nemmeno che ti applichi solo con la mente e ti ritieni appagato dal misero gioco del pensiero senza nemmeno supporre che si possa “viaggiare” oltre.... beh, forse allora si fa dura. Nessuno accetta di dare una sistematina alle proprie fondamenta se non mentre le si stanno costruendo, quindi in gioventù.... poiché più si accumulano anni, più si sente l'esigenza di nutrirsi di abitudini e rifondarsi dà la sensazione di distruggersi...anche la moda si fa fossile. Vi basta guardare quelle donne sulla settantina che continuano imperterrite a cotonarsi i capelli creando volumi che ci sembrano mostruosi, ma che non fanno altro che riprodurre il concetto di bellezza che a vent'anni avevano elaborato grazie all'imitazione.....

Ora un altro aspetto curioso e, mi sembra, mai purtroppo rilevato. Cerco di spiegarmi andando a spulciare nella vita di Arturo Toscanini. Il padre, Claudio, fu garibaldino e combatté sia sull'Aspromonte che per la conquista di Roma. Da sposato tornò alle battaglie e combatté sempre con Garibaldi, gli austriaci in Trentino. Era un sarto, di umili condizioni. A Parma nel marzo del 1867, quindi si può dire subito dopo l'unità d'Italia, mise al mondo Arturo. Si capì presto che era dotato ma non c'erano i soldi per mandarlo alla scuola regia. Il padre mandò una lettera di richiesta. Ne ho il testo. È evidente che Arturo fu accettato perché era figlio di una persona che aveva lottato per l'unità d'Italia. Questa “spinta”, questo aiutino il suo destino, lo ricevette. Se fosse stato uno a caso della marmaglia plebea, o della corrente opposta, sarebbero stati "volatili per diabetici", …..come disse quel celebre filosofo pugliese (Lino Banfi). Il resto ovviamente ce lo mise Arturo, con la sua memoria prodigiosa e questo innamoramento così precoce per Wagner!

Possiamo vedere quindi come quell'epoca, e giustamente, semplificò la via verso una eccezionale carriera di un grande e meritevole anche se aveva un caratterino che la Fornero in confronto ci sarebbe sembrata Biancaneve....

Essere stati garibaldini o rivoluzionari o figli di questi, fu un grimaldello per molte carriere artistiche e non. È giusto? È sbagliato? Secondo me è semplicemente la storia.

Così accadde nel secondo dopoguerra. Essere stati partigiani o reduci dai Campi o di sinistra (cosa non semplice sotto il fascismo. Ammirevole, lo ricordo sempre, l'esempio dell'amato Emilio Lussu e non solo) o figli di questi, poteva semplificare la vita. E accadde spesso. Il problema fu che la sinistra, distributrice di posti, cariche e onorificenze, presto si corruppe a quella italianità più triste che si chiama raccomandazione. Certi posti dovevano essere occupati. Fare o non fare era secondario. La cosa importante è che non andassero al “nemico” e così nel dopo guerra certe posizioni son state occupate da personaggi decisamente insignificanti e ce ne siamo liberati solo con la loro “assunzione ai vermi”. Quel che doveva accadere era che qualcuno si ritrovasse la strada più libera, più semplice, ma poi, se non valeva, ciao e a casa, e invece se non fosse intervenuta Sorella Morte, sarebbero ancora li... . Ci tengo a dirlo. Non sono ne di destra ne di sinistra e nemmeno di centro che mi sembra voglia dire che si sta un po' di qua e un po' di la a seconda delle convenienze... devo essere libero e penso di esserlo. Scoprirò fra anni se è stata una illusione o se fui libero veramente. Diciamo che ci provo e non mi faccio intruppare da un partito per dire per esempio che Moretti è bravo anche quando non lo è più da anni....e non inneggio a Ezra Pound perché sono di destra, bensì...... perché era un grande.

Questa ondata del dopoguerra ci ha dato pochi fiori e molte erbacce. Il tempo sistemerà tutto, o almeno, ci proverà.

Quel che spero è che gli intellettuali si scannino fra di loro e lascino in pace gli artisti.

E che molti ruoli che agli artisti spettano, e non certo per diritto, ma per esigenza di un popolo, tornino a loro. Solo così forse, fra qualche anno. I ventenni sapranno finalmente dirmi perché sono italiani. Per ora le bandiere sventolano con gusto solo allo stadio e di questa miseria si “lodino” gli intellettuali poiché amare viene dal cuore, non dal cervello col quale vogliono dominare anche in territori dai quali sono esclusi. Ve l'immaginate una farfalla in cima al monte Bianco? Loro ci vogliono far credere a simili insensate bellezze....

e che dire di questa mia generazione e della prossima? Niente guerre che fanno vincere una fazione semplificando le carriere... è un bene' è un male? Io so solo che nel presente l'unico dio è il mercato che di arte non si si interessa. Vende salumi, pannoloni, libri e quadri con la medesima tecnica e in questo mondaccio, chi è artista deve sopravvivere. Coccodrilli i mercanti e coccodrilli gli intellettuali... unico gaudio quindi.... sei sei onestamente artista è dura sempre e comunque.

Un altro esempio del male dell'eccessiva intellettualità: il libro giallo.

Ne sfornano a milioni. C'è il buono, c'è il cattivone e il lettore si sente furbo se scova quest'ultimo prima del momento nel quale lo capirebbe anche un cretino. Son quasi sempre “libri panino”, nel senso che li “mangi” ed è finita così. Un giochino.

Ma se si leggono i gialli del commissario Maigret di Simenon ecco che accade dell'altro. Per esempio “Maigret e il barbone”. Il libro non termina con la scoperta del colpevole. Accade qualcosa d'altro, di molto più elevato. E poi, in generale, Scopriamo con Maigret un mondo, delle vite, e alla fine essere o no colpevoli si riduce all'aspetto esteriore di un “gioco” molto più profondo.

Porto un altro esempio, celeberrimo, e giustamente. “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie. Si ha il sospetto, per un sacco di pagine, che l'assassino, anzi, per essere corretti, il giustiziere, sia Dio.. sembra sempre che si vada oltre il giallo puro e semplice.

La sistematica vittoria sul male, spiegata in migliaia di strategie, faceva bene alla borghesia che amava il senso del possesso e doveva rivestirlo di giustizia, di moralità.

Ma ora, tranne pochi casi come appunto Simenon. La Christie ecc, perché si legge il giallo? Perché tanta gente è stata definitivamente convinta che non esiste nulla oltre ai giochi dell'intelligenza....

….ma sono comunque ottimista. Tonino mi ha insegnato ad esserlo.....

ora potete comprendere perché Tonino fu amato e letto da vivo e lo sarà anche dopo.

Potete anche comprendere perché oggi, in quest'oggi che sta durando da troppo tempo, gli artisti come la Capriolo e Vassalli, appaiono il meno possibile. Qualsiasi contatto con i media e con gli intellettuali falsifica quel che veramente e profondamente sono.

La loro realtà non è ingabbiabile dalle leggi di mercato, ma solo deformabile e il loro essere veri si rivela quando parlano con un pubblico ristretto, a tu per tu..... ma spesso ci si domanda se ne vale la pena …...e si rimane a casa ad accarezzare il gatto.