In Italia, viventi, stimavo tre scrittori. Ora due. Uno era ed è, perché chi raggiunge certi livelli merita l'eternità della memoria ...., Sebastiano Vassalli. Nel trio, viventi e in forma, come qualità della loro produzione, Erri de Luca e, non ultima, Paola Capriolo.
Di Vassalli, amavo prima di tutto "Un infinito numero", questo viaggio di Mecenate col suo segretario Timodemo e Virgilio, attraverso l'Etruria in disfacimento fino alla natia Arezzo. Un viaggio nel tentativo di comprendere il senso della fine e la fonte di un inizio. Grande libro, grande storia, scritto bene, cosa attualmente rarissima, e pieno di gentile sensatezza. Nella piccola e lussuosa valigetta che mi segue nei miei viaggi (non i miei abiti, ma questi capolavori, meritano giacigli di incantevole artigianalità ...), c'è posto anche per "Marco e Mattio", un libro che inizialmente non ho amato ma che, col tempo, avendomi "perseguitato", riproponendomi immagini spesso forti e spesso poetiche, pian piano è maturato in me ... anzi ... son maturato io con lui. Una per tutte, ed è poetica. La descrizione del mercato delle merci a Rialto. Zola nel "Ventre di Parigi" descrive l'arrivo del personaggio su un carro di verdure, al grande mercato che è appunto il ventre della città, ma Zola, in quanto naturalista, costruiva, non si lasciava andare alla descrizione se non con l'intelligenza, e si sente. Libro scritto da un intellettuale ... ma, come da sempre asserisco, per fare un'pera letteraria non deve essere l'intelligenza a parlare, ma la sorgente dell'io che è in fondo a noi stessi, a tutti, e che solo percorrendo la lunga via del silenzio, si può sentire. Basta un battito d'ali di farfalla per non coglierla più con chiarezza, confondere le parole e con esse il senso. E' questo forse quel che il figlio di Vassalli Hermes detto Marco, no ha compreso? Mi duole l'intervista che ha rilasciato su "LLa Stampa" di oggi. I figli dei grandi non hanno mai vie di mezzo. Esempi: La figlia di Guareschi che esagera e considera il padre un genio assoluto oltre qualsiasi vivente e forse in grado di spodestare Dio ... Lo dico con ironia allegra. L'ho conosciuta e ho apprezzato, prendendola in giro, questa devozione. Suo padre comunque fu un grande. Fesso chi esaurisce la sua immagine con la saga di Don Camillo! Il figlio di Nabokov, cantante lirico che iniziò la carriera nello stesso istante-concorso di Pavarotti, ma su due scale diverse. Stimava profondamente il padre, un padre che era una maschera anche con se stesso ... ma comunque lo stimava perché anche con la maschera rivelava come Fellini, il volto. E Poi, viventi, il rispetto immenso del figlio di Botero per il padre! e di certi odii, alcuni che ho visto da vicino, preferisco tacere. Il punto è che i figli degli artisti solitamente o amano questi ingombranti genitori, oppure li odiano, che equivale ad amare maldestramente. Chi ha odiato esseri simili, avranno non pochi rimorsi, e mi dispiace. Un talento artistico non è un ostacolo, non se ne deve essere gelosi. Quelle immense solitudini sui libri, sono viaggi nella mente di un insegnante che si è fatto eterno e che da quelle pagine insegna, confida. Mai è solo chi è con un libro di Borges, di Kafka ... o di Sebastiano Vassalli.
Mi dispiace poi che la critica, anche con Vassalli, si semplifichi la vita identificandolo con un'unica opera. "La Chimera è interessante", ma non è un suo capolavoro. Sta di fatto che nella nostra epoca più che nelle precedenti, è sempre latente il desiderio che una storia sia in fondo vera, che ogni nome ne nasconda uno veramente esistito, e così per i fatti, trasformando la lettura in banale voyeurismo. "Cuore di pietra". Storia di una casa che si trova in un paese ne grande e nemmeno piccolo, è stato identificato con la Novara adottiva dell'autore e la casa con casa Bossi dove egli abitò. Fatiche inutili. Di recente ho sentito i tentativi di comprendere cosa fosse esattamente dal punto di vista entomologico, il bagherozzo del celebre racconto di Kafka ... non è necessario. Equivale a perdersi in particolari secondari, oserei dire una forma della stupidità. Non è che cambi il significato se si trattasse di un cervo volante o di un maggiolino, e ... si badi bene, non ho scelto due bestiole a caso, ma la critica, questa finzione a stipendio di università e testate, deve pure campare!
Di quel libro "Cuore di pietra", storia di una casa che si può dire che ha visto l'Italia, ho anche sentito dire che sarebbe stato saggio imporlo come lettura nelle scuole. Ottimo! un buon sistema per fare odiare un testo e un autore. Ma ve li immaginate i cancheri che si è preso Manzoni per il suo celebre romanzo? E' amato solo da chi lo ha letto prima di affrontarlo con rigide insegnanti che smontavano tutto e lo rimontavano pretendendo che la bellezza sopravvivesse a tale autopsia! mai il corpo sul marmo dell'obitorio è la persona che incarnò. Ne è solo il simulacro! Si salvino i libri dall'obbligo scolastico! Per far amare si deve mostrare che si ama sinceramente. tutto quel che diventa dovere diventa disturbante! un buon libro "Cuore di pietra". Una bella favola che un padre o una madre o una nonna (se si smettesse di sbattere in ospizio la memoria di un popolo!!!!) dovrebbe dimostrare di amare, tenerlo sul comodino e ogni tanto leggerne una pagina. Un bambino di dieci anni, figlio dei miei vicini, vedendo spesso "L'amico ritrovato sul mio tavolo", incuriosito, lo ha quasi rubacchiato per leggerlo. Essere tentatori con caramelle di elevato sapore spirituale! Addormentare i figli con Boccherini produce meno cretini che introdurli nella banalità con un d'Alessio per esempio. E' semplice.
Vassalli ha dimostrato di amare la vita continuando a scrivere e dicendo spesso quel che pensava e spesso rispondendo alla volgarità col silenzio. E nella nostra epoca non sentire un silenzio che è una vera lezione è cosa di ogni giorno.
Disse in un'intervista: "Credo di avere fatto alcune cose buone e anche ottime, che però non hanno avuto un successo clamoroso e non possono averlo perché l'umanità è un mare dove i movimenti avvengono in superficie. Più si scende in profondità, più tutto sembra (ma non è) immobile."
Belle parole che contengono rassegnazione. Io la penso in un modo più diretto, più duro e so, per vie traverse ma non troppo, che in fondo, anche lui ...
Attualmente le cose buone e ottime fanno paura. Il mondo attuale, dall'illuminismo in poi, si è incaricato di dimostrare che ogni morale è soggettiva, che si tratti di io collettivo o individuale poco importa. accade così che chi approda a dei principii che considera degli a priori, dei fondamenti dell'esistenza, viene annullato dai media. Non è più necessario uccidere. E' sufficiente ignorare. Dici una verità scomoda? Allora non esisti; e se per caso sei già noto, ti annullo ignorandoti.
Esempi tristemente poco noti. Annamaria Ortese. Con "Poveri e semplici" e a sua continuazione "Il cappello piumato", mise a nudo la completa ipocrisia già nel 1952, del partito comunista italiano. Lei, comunista idealista, nonostante la mano protettiva di Bacchelli e l'amicizia della Maraini, ha vissuto da profuga, da eremita, da esiliata in patria, per anni. Una volta defunta, osannare è facile ...
Mario Tobino. "I tre amici". Medesima lezione e medesima sorte.
Curzio Malaparte che tifò Mussolini e poi, quando capì che si trattava del narcisismo di un solo uomo lo ridicolizzò guadagnandosi una stanzetta all'hotel Regina Coeli e il confino. E la sua opera, al di là delle parti, ci dimostra la sofferenza per una violenza epocale che ha minuziosamente vissuto.
E la genialità di Giovanni Papini! che mi fu resa nota da Borges, perché in Italia, un simile talento è stato dimenticato. e l'elenco potrebbe diventare lungo fino alla noja. Italia!
La migliore letteratura europea del novecento che nemmeno il suo popolo conosce!
La sinistra in Italia ha occupato i posti della cultura ma ha prodotto apparenza. Quanti artisti attualmente sulla cresta artificiale di quell'onda, continuano a "mangiare" e a produrre banalità terribili!
E Vassalli non aveva peli sulla lingua. Spesso si rifugiava appunto nel silenzio, per non compromettere non il suo destino, ma quello delle sue opere.
E poi quest'anno la candidatura al Nobel proposta dall'Università di Goteborg!
E una volta il Nobel era un onore incommensurabile. Quando Steinbeck lo vinse disse "ora non mi resta che morire". Ma oggi? Pamouk per esempio non è uno scrittore ma un intellettuale e in fondo un buon Nobel per la pace. Altro che letteratura! e spesso accade appunto che di un doppione del premio per la pace, si tratta. E poi ... mai candidato de Andrè, il mostro sacro della poesia italiana del dopoguerra! Gli intellettuali sinistrati dicevano all'epoca che non era possibile. Era un cantautore e non uno scrittore. E poi anche lui alla sinistra andava stretto. Non obbediva. "La buona Novella" veniva trasmessa dalla radio Vaticana. Per i sinistrati era veleno! poveri e stupidi. stesso destino accadde a Luchino Visconti. "La terra trema", tratto da "I Malavoglia", si vide tolta la sponsorizzazione (= contanti) perché non portò alcune correzioni dettate dal partito. Visconti li aveva di suo (la Carlo Erba era di famiglia per intenderci), ma il Vaticano allentò i cordoni della borsa. Perché? perché ne valeva la pena. semplice.
Ora hanno candidato Vecchioni e sono d'accordo, ma vedo purtroppo che come Benigni, si sta trasformando in artista ufficiale, artista di stato. Etichetta squallida, robina per cerimonie. Tristissimo. Anche se per l'opera lo merita. Benigni invece, da attore caratterista specializzato nel fare il toscanaccio, dopo aver fatto da spalla ad un geniale Troisi purtroppo deceduto, si è ritrovato la strada spianata. scusate, il partito ... e gli costruiscono spettacoli intorno e premi. Ricordo a New York quando uscì Pinocchio in poche sale. si diceva che Bin Laden, se voleva nascondersi nella Grande Mela, avrebbe potuto recarsi ad una proiezione di quel film, nessuno lo avrebbe visto, per tacere degli ebrei lievemente arrabbiati, ma dai media risultò successo di pubblico ...
Tranne Vecchioni quindi, l'Italia ultimamente ha candidato polli di batteria di partito o intellettuali. Mai artisti. Ci voleva Goteborg per capire che Vassalli reca onore alla sua patria? Ma Vassalli era un uomo con le idee chiare. Intervistarlo era abbastanza rischioso. O diceva quel che pensava oppure taceva e quel silenzio dava fastidio. E questo tutt'ora è l'artista. La coscienza di un popolo, di un continente, di un'epoca e si sa che la nostra ha distrutto gli specchi e non vuole fare i conti ... col cuore.
E Nonostante tutto, nonostante questa sua Italia sgangherata Vassalli, che apparteneva all'epoca che considerava il Nobel una consacrazione, ha ricevuto la candidatura, ma non dal suo popolo. Questa è contemporaneamente una ferita e un premio. Un Invito all'Italia ad aprire gli occhi, a smetterla con clientele, amici degli amici e altre forme di ipocrisia.
Buongiorno all'eternità, Sebastiano Vassalli. Grazie di tutto. Grazie per avere resistito e continuato a scrivere. Grazie. Ciao
leggere e scrivere in ambito letterario. Nessuna scuola può insegnarlo. Si tratta di un'esperienza interiore alla quale ci si deve lasciar andare. Abbiamo un tesoro di coerenza e sensibilità in noi, si tratta di sapere come farlo sgorgare, come favorirlo. Potrebbe rivelarsi in un'espressione artistica diversa da quella letteraria, ma è secondario. L'importante è che accada. Con le arti ben fruite, si impara a fare e questo, appaga profondamente.... mail personale graziekafka@gmail.com
mercoledì 29 luglio 2015
domenica 14 giugno 2015
Falsità o banalità del giornalismo attuale?
Questa mattina i quotidiani parlano della Battaglia di Waterloo.
Marco Zaterin su "La stampa", propone "L'errore fatale di Ney", parla della pioggia ... insomma, i soliti luoghi comuni di chi si avventura scivolando (e senza nemmeno rendersi conto di essere malamente caduto), sulla superficie sdrucciolevole dell'opinione, assai distante da qualsiasi verità storica. E' sufficiente digitare GENERALE SHRAPNEL sulla insicura Wikipedia, per risolvere l'enigma. Generale si, ma prima di tutto inventore. Ebbe l'idea di rendere cava una palla di cannone e introdurci dell'esplosivo, così, oltre il potere di sfondamento della palla, si otteneva aveva l'effetto bomba. Fu adottata dall'esercito britannico, segretamente, dal 1803, Nel 1808, durante la battaglia di Vimerio, Napoleone già ne assaggiò la sgradevole potenza. Questa arma fu usata a Waterloo? Ja!!! e fece la differenza. Fu un salto tecnologico sottoposto a dodici anni di sperimentazioni segrete, che perfezionò a tal punto lo "shrapnel" che permise di fare la differenza.
Domandina .... perché ci son due facciate e di questo fatto nessuno ne parla? cinicamente rispondo che, sapere la verità limita la possibilità di dire. Un esempio ce lo offre la letteratura. Capire Kafka manderebbe in crisi un vastissimo settore di "indocenti" che campano ipotizzando di tutto e di più. E questo è solo un esempio. Più l'autore è complicato, criptico, più ci si può avventurare nelle ipotesi, e anche l'assurdo può degnamente sopravvivere su un quotidiano nel quale, ben sappiamo che le parole durano un solo giorno.
E ora un'altra grande colpa dei giornali e dei media in generale.
Qualche giorno fa si è svolta la partita Croazia Italia a Split. Si scopre che sull'erba del campo c'è una enorme svastica. Qualche giornale ha messo nel titolo la parola Choc. Definizione: condizione grave di compromissione della coscienza e di altre facoltà mentali a seguito di una stimolazione psicologica molto intensa. Ebbene ... questo vocabolo ci sta quando qualcuno ha visto la morte in faccia oppure ha passato uno spavento tale da esserne forse uscito traumatizzato. Quella svastica ci indigna, ma assolutamente non ci provoca uno stato di chock.
Sull'abuso del linguaggio, che ha la sua palestra più ridicolmente ardita nello sport, porto un altro esempio. Prima della finale di Champions di Berlino fra Barcelona e Juventus, la pubblicità in tivù diceva: "gli eroi si sfideranno nella finale per diventare leggenda". Eroi e leggenda per una partita di calcio, per la "conquista di una coppa" che appena terminata è dimenticata, poiché lo sport vive solo di presente presente e presente. Quel che è appena accaduto deve essere dimenticato perché un altro presente puramente emotivo, e che mai va oltre quel livello animale, è già in via di confezionamento.
Ricordo anche una sera con amici. La partita che guardo più per il piacere di stare in compagnia ed ecco che un giocatore cade, sembra sia fatto male e il cronista parla di dramma. Ma se le parole vengono svuotate così di senso come potranno definire un vero dramma quando in effetti accadrà!!!
Sarebbe così facile e secondo me rispettoso dei grandi valori della vita, utilizzare le parole per il loro giusto significato, ma ultimamente, oltre all'appropriarsi di significati alti in sfere banali, capita anche di ascoltare parole che da normali e chiare si son fatte ipocrite. Netturbino o spazzino non va; si dice operatore ecologico. Bah... ipocrisia appunto, per "ripulire" un vocabolo che nella sua prima versione aveva troppo aroma di spazzatura? di sporcizia? e peggio ancora è la parola "importante", ridotta a simbolo dell'assurdo e chiarissima chiave di comprensione dell'unica scala di valori della nostra epoca. Un'amica entra in gioielleria, mi ha chiesto di consigliarla per l'acquisto di un orologio. può spendere tanto e anche di più, ma desidera la qualità e non la moda. Il gioielliere ci mostra un ordigno tutto oro e smeraldi; ripeto che amo i meccanismi di qualità e chiedo di mostrarle un modello di una certa ditta sassone. Il gioielliere mette via l'ammasso di smeraldi dicendo "peccato, questo è un oggetto veramente importante!". Importante quindi, per lui e per una massa di squallidissimi ipocriti, vuol dire costoso. Solo costoso! poiché solo far capire che costa molto emancipa dalla massa? Trasforma un io respirante e digerente in un io pensante? in un io degno di essere ricordato? Scriveranno nei libri di una qualsiasi forma di storia che la signorina X aveva quell'orologio? Rido amaramente e dico con la mia amica che se non ci danno subito un altro commesso esco. Provvedono al cambio, ma sono cloni, accuratamente addestrati, senza più un'identità. Se chiedi un consiglio non è un io pensante che dice la sua anche su una cosa semplice come l'accostamento di una giacca con una camicia. Devi sapere che ti consiglierà i prodotti che da più tempo giacciono invenduti.
E ora veniamo alla bomba che i giornalisti tengono sempre accuratamente disinnescata.
Questi per ora erano giochetti da salotto. Ora si fa sul serio.
Dodici giugno 2015. Un signore la cui storia famigliare parte dagli ugonotti in Francia, compie cent'anni. Risulta che ha un patrimonio stimato di 3.2 miliardi di euro secondo la rivista Forbes. Sembra quindi un miliardario che raggiunge un traguardo che possiamo definire invidiabile. Gli articoli ci parlano che regalava tacchini ai poveri e che ha elargito un miliardo in beneficenza, ma la verità non la dicono e non la possono dire. Ecco lo schema elementare che chiunque può verificare.
Trilaterale: fondatori, questo caro vecchietto e Henry Kissinger, suo ("ministrello" personale) nel 1973
Bilderberg. Fondatore, sempre il caro centenario nel 1954
Aspen: fondato nel 1950 e foraggiato dalle fondazioni Ford, Carnegie e ... il caro vecchietto che elargisce tacchini.
Gruppo dei trenta, detto per comodità g30,: fondato da Geoffrey Bell nel 1978 su "ordine" della fondazione dell'elargitore di tacchini e "guidata" da un suo parente.
A questi quattro club che non giocano a bocce, si partecipa solo su invito, i giornalisti rimangono fuori e, quelli invitati, esempio Gruber, fanno carriere fulminanti e ovviamente in cambio di certe cosucce, come questa, ovvero non parlano e ovviamente, alle notizie danno il taglio imposto dall'elargitore di tacchini.
Egli ovviamente non è solo, ma comanda. Nel 2012 lui e la famiglia dello "scudo rosso", si sono alleate e altre delle quali ho i nomi, partecipano in modo minoritario.
Dimenticavo. Un antenato dell'arzillo centenario ha fondato la federal reserve che non è un ente di stato, ma privatissimo e che quindi si fa gli affari suoi e non quelli degli Stati Uniti. La Fed stampa moneta. Una follia! e cosa decise John Kennedy? Propose l'atto 1110 che toglieva alla fed la licenza di stampare moneta e la passò ad un ministero statunitense. tempo sei mesi, ovvero l'invito a recedere, e a Dallas, John Kennedy comprende troppo tardi che quello non era un consiglio ma un ordine.
Ora veniamo a strane coincidenze. Napoliuretano (storpiato e minuscolo perché non merita nemmeno la morte), termina il suo mandato di presidente della repubblica delle banane (Gianni Agnelli docet), e nel giro di un mesetto riceve un premio dal "ministrello" dell'elargitore di tacchini ... ma ... se uno più uno fa ancora due allora ... allora ecco che sappiamo che mario monti era Bilderberg, che poi che andò a prendere ordini Letta junior. E perché non si tennero Monti che in fondo obbediva egregiamente? Per via della sommossa popolare detta "rivolta dei forconi" che stava marciando su Roma e che i forconi ce li aveva davvero. La faccina pulita di Letta junior ha retto un poco ma si stava per esplodere nuovamente ed ecco il guitto fiorentino che, interessato solo alla poltrona più alta, è disposto ad obbedire con più ferocia e determinazione dei due servi precedenti. Si noti che ogni sua mossa, ogni sua legge o leggina ha uno solo scopo, ridurre le spese. Questo avrebbe senso se queste riduzioni tenessero conto dei un codice morale, ma egli obbedisce a chi cura solo il suo bilancio e il fiorentino asseconda nella speranza di mantenere il più a lungo possibile la poltrona che lo lusinga così tanto.
Altri due casi interessanti. Per quanto io non stimi il signore di Arcore come politico, deduco, da quel che i giornalisti dicono e non dicono, che sia lui che Strauss Kahn, sono stati silurati da interventi mediatici possibili solo da un sistema di giornalisti venduti. Stessa tecnica; scandalo sessuale, e spariscono dai ruoli che contano. Strauss Kahn intendeva risolvere diversamente la crisi greca. Il signore di Arcore invece aveva capito cosa stava accadendo e stava per rivelarlo. Una cosa so per certa e qui la dico. Non si voleva dimettere. La sera lo hanno avvisato che tutte le banche non avrebbero più supportato le sue aziende e la mattina dopo si è dovuto arrendere. E questo in Italia, lassù nell'empireo della finanza, lo sanno tutti e lo dicono serenamente.
Altra considerazione. Il sommo elargitore di tacchini ai poveri, non è il re del mondo, ma di una sua parte. Americhe ed Europa sono prone, ma Russia India e Cina non si genuflettono, ma ci sta provando a convincerle. Ecco il senso dell'embargo a Putin, che è uguale, ma su scala diversa, all'azione rivolta contro le aziende del signore di Arcore. Questi è un presidente quasi re, e quindi l'azione ha bisogno di altre scuse, non più scandalo sessuale ma guerra con l'Ukraina. Una cosa sporchina. se si pensa che l'unione europea, minuscolo meritato, ha elargito qualche miliardo all'Ukraina a strane condizioni; deve aiutare la popolazione in crisi, versione ufficiale: di fatto deve aiutare tutta la popolazione quindi anche la parte contesa o ormai staccata dall'Ukraina. Questo vuol dire che i soldi servono per armarsi e fare la guerra, ma non contro i lo stato russo, bensì contro i russi residenti in Ukraina e che, essendo in maggioranza notevole (più del novanta per cento in Crimea dove con plebiscito hanno dimostrato di volere tornare alla Russia) cercano di affrancarsi. La storia la si conosce. Kruschev "donò" quelle terre, anche Donetsk, all'Ukraina. Nella Russia comunista era come assegnare un territorio ad un'altra provincia in Italia, una strategia interna di scarso impatto, ma quando finisce il comunismo e Ukraina e Russia diventano due realtà indipendenti ecco che quell'atto di Krushev diventa ingiusto e arbitrario. Attualmente si nega l'autodeterminazione a quei popoli. Si strumentalizza il tutto perché Putin non china il capo e quella è la scusa per agire. Come ho accennato poc'anzi, lo scandalo sessuale non basta con un uomo così potente. E io non sono pro o contro Putin, semplicemente osservo e faccio collegamenti che i giornalisti potrebbero fare ma son pagati proprio per non farlo.
Prevedere il futuro? tristemente troppo facile. Due schieramenti enormi che si scontrano ... e il resto è storia.
Marco Zaterin su "La stampa", propone "L'errore fatale di Ney", parla della pioggia ... insomma, i soliti luoghi comuni di chi si avventura scivolando (e senza nemmeno rendersi conto di essere malamente caduto), sulla superficie sdrucciolevole dell'opinione, assai distante da qualsiasi verità storica. E' sufficiente digitare GENERALE SHRAPNEL sulla insicura Wikipedia, per risolvere l'enigma. Generale si, ma prima di tutto inventore. Ebbe l'idea di rendere cava una palla di cannone e introdurci dell'esplosivo, così, oltre il potere di sfondamento della palla, si otteneva aveva l'effetto bomba. Fu adottata dall'esercito britannico, segretamente, dal 1803, Nel 1808, durante la battaglia di Vimerio, Napoleone già ne assaggiò la sgradevole potenza. Questa arma fu usata a Waterloo? Ja!!! e fece la differenza. Fu un salto tecnologico sottoposto a dodici anni di sperimentazioni segrete, che perfezionò a tal punto lo "shrapnel" che permise di fare la differenza.
Domandina .... perché ci son due facciate e di questo fatto nessuno ne parla? cinicamente rispondo che, sapere la verità limita la possibilità di dire. Un esempio ce lo offre la letteratura. Capire Kafka manderebbe in crisi un vastissimo settore di "indocenti" che campano ipotizzando di tutto e di più. E questo è solo un esempio. Più l'autore è complicato, criptico, più ci si può avventurare nelle ipotesi, e anche l'assurdo può degnamente sopravvivere su un quotidiano nel quale, ben sappiamo che le parole durano un solo giorno.
E ora un'altra grande colpa dei giornali e dei media in generale.
Qualche giorno fa si è svolta la partita Croazia Italia a Split. Si scopre che sull'erba del campo c'è una enorme svastica. Qualche giornale ha messo nel titolo la parola Choc. Definizione: condizione grave di compromissione della coscienza e di altre facoltà mentali a seguito di una stimolazione psicologica molto intensa. Ebbene ... questo vocabolo ci sta quando qualcuno ha visto la morte in faccia oppure ha passato uno spavento tale da esserne forse uscito traumatizzato. Quella svastica ci indigna, ma assolutamente non ci provoca uno stato di chock.
Sull'abuso del linguaggio, che ha la sua palestra più ridicolmente ardita nello sport, porto un altro esempio. Prima della finale di Champions di Berlino fra Barcelona e Juventus, la pubblicità in tivù diceva: "gli eroi si sfideranno nella finale per diventare leggenda". Eroi e leggenda per una partita di calcio, per la "conquista di una coppa" che appena terminata è dimenticata, poiché lo sport vive solo di presente presente e presente. Quel che è appena accaduto deve essere dimenticato perché un altro presente puramente emotivo, e che mai va oltre quel livello animale, è già in via di confezionamento.
Ricordo anche una sera con amici. La partita che guardo più per il piacere di stare in compagnia ed ecco che un giocatore cade, sembra sia fatto male e il cronista parla di dramma. Ma se le parole vengono svuotate così di senso come potranno definire un vero dramma quando in effetti accadrà!!!
Sarebbe così facile e secondo me rispettoso dei grandi valori della vita, utilizzare le parole per il loro giusto significato, ma ultimamente, oltre all'appropriarsi di significati alti in sfere banali, capita anche di ascoltare parole che da normali e chiare si son fatte ipocrite. Netturbino o spazzino non va; si dice operatore ecologico. Bah... ipocrisia appunto, per "ripulire" un vocabolo che nella sua prima versione aveva troppo aroma di spazzatura? di sporcizia? e peggio ancora è la parola "importante", ridotta a simbolo dell'assurdo e chiarissima chiave di comprensione dell'unica scala di valori della nostra epoca. Un'amica entra in gioielleria, mi ha chiesto di consigliarla per l'acquisto di un orologio. può spendere tanto e anche di più, ma desidera la qualità e non la moda. Il gioielliere ci mostra un ordigno tutto oro e smeraldi; ripeto che amo i meccanismi di qualità e chiedo di mostrarle un modello di una certa ditta sassone. Il gioielliere mette via l'ammasso di smeraldi dicendo "peccato, questo è un oggetto veramente importante!". Importante quindi, per lui e per una massa di squallidissimi ipocriti, vuol dire costoso. Solo costoso! poiché solo far capire che costa molto emancipa dalla massa? Trasforma un io respirante e digerente in un io pensante? in un io degno di essere ricordato? Scriveranno nei libri di una qualsiasi forma di storia che la signorina X aveva quell'orologio? Rido amaramente e dico con la mia amica che se non ci danno subito un altro commesso esco. Provvedono al cambio, ma sono cloni, accuratamente addestrati, senza più un'identità. Se chiedi un consiglio non è un io pensante che dice la sua anche su una cosa semplice come l'accostamento di una giacca con una camicia. Devi sapere che ti consiglierà i prodotti che da più tempo giacciono invenduti.
E ora veniamo alla bomba che i giornalisti tengono sempre accuratamente disinnescata.
Questi per ora erano giochetti da salotto. Ora si fa sul serio.
Dodici giugno 2015. Un signore la cui storia famigliare parte dagli ugonotti in Francia, compie cent'anni. Risulta che ha un patrimonio stimato di 3.2 miliardi di euro secondo la rivista Forbes. Sembra quindi un miliardario che raggiunge un traguardo che possiamo definire invidiabile. Gli articoli ci parlano che regalava tacchini ai poveri e che ha elargito un miliardo in beneficenza, ma la verità non la dicono e non la possono dire. Ecco lo schema elementare che chiunque può verificare.
Trilaterale: fondatori, questo caro vecchietto e Henry Kissinger, suo ("ministrello" personale) nel 1973
Bilderberg. Fondatore, sempre il caro centenario nel 1954
Aspen: fondato nel 1950 e foraggiato dalle fondazioni Ford, Carnegie e ... il caro vecchietto che elargisce tacchini.
Gruppo dei trenta, detto per comodità g30,: fondato da Geoffrey Bell nel 1978 su "ordine" della fondazione dell'elargitore di tacchini e "guidata" da un suo parente.
A questi quattro club che non giocano a bocce, si partecipa solo su invito, i giornalisti rimangono fuori e, quelli invitati, esempio Gruber, fanno carriere fulminanti e ovviamente in cambio di certe cosucce, come questa, ovvero non parlano e ovviamente, alle notizie danno il taglio imposto dall'elargitore di tacchini.
Egli ovviamente non è solo, ma comanda. Nel 2012 lui e la famiglia dello "scudo rosso", si sono alleate e altre delle quali ho i nomi, partecipano in modo minoritario.
Dimenticavo. Un antenato dell'arzillo centenario ha fondato la federal reserve che non è un ente di stato, ma privatissimo e che quindi si fa gli affari suoi e non quelli degli Stati Uniti. La Fed stampa moneta. Una follia! e cosa decise John Kennedy? Propose l'atto 1110 che toglieva alla fed la licenza di stampare moneta e la passò ad un ministero statunitense. tempo sei mesi, ovvero l'invito a recedere, e a Dallas, John Kennedy comprende troppo tardi che quello non era un consiglio ma un ordine.
Ora veniamo a strane coincidenze. Napoliuretano (storpiato e minuscolo perché non merita nemmeno la morte), termina il suo mandato di presidente della repubblica delle banane (Gianni Agnelli docet), e nel giro di un mesetto riceve un premio dal "ministrello" dell'elargitore di tacchini ... ma ... se uno più uno fa ancora due allora ... allora ecco che sappiamo che mario monti era Bilderberg, che poi che andò a prendere ordini Letta junior. E perché non si tennero Monti che in fondo obbediva egregiamente? Per via della sommossa popolare detta "rivolta dei forconi" che stava marciando su Roma e che i forconi ce li aveva davvero. La faccina pulita di Letta junior ha retto un poco ma si stava per esplodere nuovamente ed ecco il guitto fiorentino che, interessato solo alla poltrona più alta, è disposto ad obbedire con più ferocia e determinazione dei due servi precedenti. Si noti che ogni sua mossa, ogni sua legge o leggina ha uno solo scopo, ridurre le spese. Questo avrebbe senso se queste riduzioni tenessero conto dei un codice morale, ma egli obbedisce a chi cura solo il suo bilancio e il fiorentino asseconda nella speranza di mantenere il più a lungo possibile la poltrona che lo lusinga così tanto.
Altri due casi interessanti. Per quanto io non stimi il signore di Arcore come politico, deduco, da quel che i giornalisti dicono e non dicono, che sia lui che Strauss Kahn, sono stati silurati da interventi mediatici possibili solo da un sistema di giornalisti venduti. Stessa tecnica; scandalo sessuale, e spariscono dai ruoli che contano. Strauss Kahn intendeva risolvere diversamente la crisi greca. Il signore di Arcore invece aveva capito cosa stava accadendo e stava per rivelarlo. Una cosa so per certa e qui la dico. Non si voleva dimettere. La sera lo hanno avvisato che tutte le banche non avrebbero più supportato le sue aziende e la mattina dopo si è dovuto arrendere. E questo in Italia, lassù nell'empireo della finanza, lo sanno tutti e lo dicono serenamente.
Altra considerazione. Il sommo elargitore di tacchini ai poveri, non è il re del mondo, ma di una sua parte. Americhe ed Europa sono prone, ma Russia India e Cina non si genuflettono, ma ci sta provando a convincerle. Ecco il senso dell'embargo a Putin, che è uguale, ma su scala diversa, all'azione rivolta contro le aziende del signore di Arcore. Questi è un presidente quasi re, e quindi l'azione ha bisogno di altre scuse, non più scandalo sessuale ma guerra con l'Ukraina. Una cosa sporchina. se si pensa che l'unione europea, minuscolo meritato, ha elargito qualche miliardo all'Ukraina a strane condizioni; deve aiutare la popolazione in crisi, versione ufficiale: di fatto deve aiutare tutta la popolazione quindi anche la parte contesa o ormai staccata dall'Ukraina. Questo vuol dire che i soldi servono per armarsi e fare la guerra, ma non contro i lo stato russo, bensì contro i russi residenti in Ukraina e che, essendo in maggioranza notevole (più del novanta per cento in Crimea dove con plebiscito hanno dimostrato di volere tornare alla Russia) cercano di affrancarsi. La storia la si conosce. Kruschev "donò" quelle terre, anche Donetsk, all'Ukraina. Nella Russia comunista era come assegnare un territorio ad un'altra provincia in Italia, una strategia interna di scarso impatto, ma quando finisce il comunismo e Ukraina e Russia diventano due realtà indipendenti ecco che quell'atto di Krushev diventa ingiusto e arbitrario. Attualmente si nega l'autodeterminazione a quei popoli. Si strumentalizza il tutto perché Putin non china il capo e quella è la scusa per agire. Come ho accennato poc'anzi, lo scandalo sessuale non basta con un uomo così potente. E io non sono pro o contro Putin, semplicemente osservo e faccio collegamenti che i giornalisti potrebbero fare ma son pagati proprio per non farlo.
Prevedere il futuro? tristemente troppo facile. Due schieramenti enormi che si scontrano ... e il resto è storia.
giovedì 4 giugno 2015
"Curzio" di Osvaldo Guerrieri
Ho letto un libro di Osvaldo Guerrieri.
“Curzio”, edito da Neri Pozza. E' da parecchio tempo che sono
tentato dall'idea di scrivere qualcosa su Curzio Malaparte, forse per
questo mi son lasciato sedurre. E si è trattata di una seduzione non
facile. La copertina del libro è di un kitsch meravigliosamente
stupido ma, mi son detto, gli editori non la lasciano mai scegliere
agli autori i quali, poiché giustamente amano la loro creatura al di
là del suo valore effettivo, come l'amore di madre, quello vero,
poiché appunto fanno proprio questo diritto, poiché “pompa” le
vendite, mi faccio invece guidare dalla curiosità di sapere cosa un
altra persona pensa di questo scrittore che apprezzo moltissimo.
Di Osvaldo Guerrieri nulla so e nulla
intendo sapere. Mi basterebbe un'occhiata su internet per entrare in
possesso del suo volto, ma non sopporto queste curiosità. Un viso,
un corpo, in una foto sono entità distanti dalla realtà. Un solo
gesto, dal vero, potrebbe frantumare l'essenza che abbiamo colto
dall'immobilità della fotografia o dalla piattezza bidimensionale di
un filmato.
Disapprovo comunque il titolo.
Chiamarlo per nome, Curzio, non mi sembra il caso. Che accada dentro,
fra le pagine, ci sta, poiché ovviamente si crea un rapporto di
amicizia surreale col personaggio che abbiamo deciso di raccontare,
di comprendere. E osservo di nuovo il volto della copertina, fra due
cavalli scolpiti in posa i tempesta e una maschera carnascialesca
(preferisco questo vocabolo a quello d'uso comune perché si “sente”
di più la “carne”...); un volto da checca isterica. Un volto che
non corrisponde per niente a quello della sua opera.
Veniamo al contenuto. Il libro mi è
piaciuto. E' ben scritto, scorrevole, e funziona perchè, sull'onda
lunga di “Limonov” di Carrere, descrive un arrivista che vuol
sfondare a tutti i costi e agisce senza alcuna morale. Ma a
differenza di Limonov, che tuttora la televisione russa spesso
intervista, Malaparte scrive “maledettamente” bene, e già solo
questo aspetto avrebbe dovuto spingere, secondo me, Il Guerrieri, ad
andare oltre.
Cerco di spiegarmi. Quando lessi per la
prima volta “La pelle”, e subito di seguito, “Kaputt”,
(attirato dal caso, nella forma di una edizione vecchia che ammiccava
con l'aggiunta del ricordo depositato in un cassetto della memoria,
così, slegato e ancora senza senso, che come me, era nato fra due
mondi, quello italiano e quello tedesco), mi colpì la sua immensa
sofferenza per “i disastri della guerra”. Ho messo i “disastri”
fra virgolette, per rendere un po' più immediato il collegamento con
le incisioni di Goya che portano quel titolo. Io non sapevo niente
del processo all'assassino di Matteotti e della difesa fatta da
Malaparte, che salvò l'accusato e mondò il volto apparente del
dittatore, di Malaparte non sapevo assolutamente nulla. E quei libri
mi conquistarono per capacità di colpire al cuore con immagini
indimenticabili. La guerra, la ferocia pura e inaccettabile da un
qualsiasi essere dotato di sensibilità. Posso dire che la medesima
potenza l'ho trovata in due volumi autobiografici di Elga Schneider,
“Il rogo di Berlino” e, più di tutti, “Lasciami andare madre”.
E la continua domanda che aleggia nel
libro … se i fatti narrati son veri, o parzialmente veri, o pura
fantasia, la trovo insensata. Quel che conta è che le sue immagini,
così potenti, così devastanti, si scolpiscono nella mente e vi
rimangono per sempre e che l'orrore per la guerra si fa nostro in
modo totale, come appunto mi accadde con Helga Schneider e Goya.
Forse non sa Osvaldo Guerrieri, che
l'artista inventa! La realtà per lui altro non è che materiale che
se vuole, può usare e, sempre se lo ritiene opportuno, modificare.
Se un Uomo, ha un vero messaggio da
trasmettere, un messaggio che urge, che fa male dentro, diventa
secondario, assolutamente ininfluente sul giudizio di qualità che ne
daremo, se ha inventato o meno. C'è più verità in un racconto di
pura fantasia di Kafka che in migliaia di opere che pretendono di
descrivere la realtà, cosa di fatti impossibile. La visione può
essere solo individuale, soggettiva. Zola, il principe degli illusi,
che pretendeva di essere assolutamente oggettivo, di descrivere senza
coinvolgimento quel che osservava, fa tenerezza, ad un lettore del
principio del ventunesimo secolo, poiché risulta evidente che egli
aveva un'idea per esempio del rapporto fra la moralità di un povero
che non riuscendo ad emanciparsi, si lascia andare all'abiezione,
allo “Scannatoio”, dell'osteria e non solo. Ma era suo questo
schema, e in esso forzava i dati che sceglieva, si ricordi,
sceglieva, per rendere dimostrata la sua tesi.
Secondo me con le due opere di
Malaparte, la vita e l'opera, si devono fare i conti in modo
differente.
Il suo comportamento, così fortemente
anaffettivo, bilanciato da questo rispetto così grande per i cani,
potrebbe insegnare qualcosa? Secondo me si.
Malaparte, capì velocemente che la
vita quotidiana era una lotta di tutti contro tutti, che gli ideali,
dai quali all'inizio si lasciò sedurre, erano un paravento, una
facciata, una ipocrisia sistemica.
Quel che è curioso è che, l'ipocrisia
degli ideali, questo scrittore la colse con la delusione del
comportamento di Mussolini. (Premetto che non m'interesso di
politica, non sono schierato quindi ho l'illusione di essere libero
…). Esistevano tre blocchi: liberismo, comunismo e fascismo. Lui
scelse il fascismo ma lo considerò rovinato dal protagonismo di
Mussolini. L'ideale fascista quindi, ridotto a parole che
nascondevano, e malissimo, il desiderio di un uomo di essere
divinizzato. A questo punto il passo verso l'uso strumentale di
uomini e ideali ipocriti, per vivere al meglio, non sembra così
assurda. Se all'epoca si decideva di essere fascisti i motivi erano
fondamentalmente tre, l'urgente fisicità della giovinezza, il senso
di ordine che, con le medesime maniere violente e dirette dei
comunisti, si voleva ottenere, e la reazione al capitalismo che,
questa volta in maniera indiretta, massacravano l'esistenza delle
persone. Io, che mi considero profondamente non violento, non avrei
resistito in nessuna di queste “parrocchie” e se penso alla
nostra, alla mia epoca, nella quale sopravvivo con tristezza, deduco
che la vittoria del capitalismo neoliberista sia arrivata al punto
che esiste un regnante che sembra occulto, ma nome e cognome li so e
si possono facilmente dedurre, che fa viver male ormai tutti tutti
tutti.
Spesso osservo con affetto la foto di
Curzio Malaparte che, ben vestito e giovane, siede i fianco al suo
Febo. In questo gli somiglio. Spesso dico che son stato allevato da
Mafalda, un grosso cane pieno di vera umanità, e tuttora, dopo anni
dalla sua dipartita, riconosco come i migliori, gli anni passati con
lei. Figlio di un cane. Si, e ne sono fiero. E ringrazio la sorte di
avermi dato quella madre dallo sguardo infinito e capace di esempi
semplici ma pieni di amore vero, senza ipocrisie.
Guardo quella foto e riconosco, e
riesco a mettere in ordine tutta la sua vita, tutte le sue
solitudini, che assumono un senso tragico ma di valore.
Le biografie di uomini che sembra non
abbiano rispettato niente e nessuno, da quando l'uomo sembra un
essere capace di pensiero, son sempre andate di moda. Si pensi ai
vari Caligola, Nerone e Giulio Cesare, Alessandro il grande e poi via
col tempo a cercare anche nelle caste più basse e a riempire di
valori a volte irreali (visconte di saint Germain per esempio) oppure
estremi, come Rasputin, Jan Potocki, Restiv de la Bretonne, Casanova
e Cagliostro … e Malaparte.
Ora si è scesi alla plebe mentale pura
della quale Limonov è simbolo e moda, ma … ed è un grande ma, se
leggo, com'è accaduto a me, un'opera di Malaparte, senza sapere
niente di lui, quel che ottengo non è moda, ma un arricchimento
eccezionale della mia sensibilità. La morte di Febo, per esempio, il
cane della foto, fatto che, come sottolinea Guerrieri, avvenne mentre
lo scrittore era via, fu ingigantita in “La pelle”, in un modo
che è veramente, dico veramente, indimenticabile. E comprendere per
quale motivo Malaparte ha agito così è per me, che cerco di
scrivere col cuore in mano, comprensibilissimo. Mi spiego. Due anni
prima che Mafalda morisse, ormai vecchia e assai sgangherata, stampai
a mie spese un libretto che ebbe l'incasso devoluto poi in
beneficenza. Immaginavo Lei, la mia Mafalda, che mi aveva scritto una
lettera che era a preambolo del libretto. In essa mi diceva che
sentiva la natura che la stava chiamando ed era preoccupata perché
non sapeva a chi lasciarmi. Di notte poteva saltare dentro ai sogni e
starmi vicino, “ma di giorno … di giorno a chi ti lascio” e mi
commuovo tuttora pensando al monumento che le feci, come Malaparte
fece per Febo, con queste parole … e questo dirle grazie per il suo
affetto così sincero, così disarmante, così vero, così nostro,
suo e mio, ma in fondo di tutti coloro che sanno cos'è un affetto.
Penso di essermi spiegato. Ecco cosa
manca in quel libro, scritto bene e ben leggibile; doti che aiutano
ma purtroppo da sole non bastano. Borges diceva: “la bellezza oggi
è comune. Conta ora quel che merita di essere ricordato”. E Borges
vide giusto. Si tratta quindi per Malaparte e non solo, di aver
meritato uno spazio nella nostra memoria.
giovedì 7 maggio 2015
Lettera ad un diciottenne disorientato
Causa salute, ho lasciato
l'insegnamento. Non lo facevo per soldi. So fare ben poco per soldi e
ben poco merita di essere sporcato … coi soldi.
Accade comunque che ex studenti
cerchino dialogo e di recente uno di essi ha agito con un'urgenza che
non sapevo come soddisfare. Troppo grandi le sue domande. Troppo
assurda questa epoca.
Egli è al quinto anno. Ha l'esame di
maturità. Va bene e manca un mese al termine delle lezioni. Non
vorrebbe più frequentare e presentarsi all'esame che, visto il suo
livello, sarà una formalità, ma qualche docente lo ha già sgridato
per le troppe assenze che di recente ha accumulato. Esse sono molto
al di sotto del limite che il regolamento interno considera come una
condanna e io gli do ragione. Non è la frequenza che può essere
utile a colui che ha già raggiunto il livello richiesto! Ricordo con
un pizzico di Ironia, quando mio padre fu richiamato per le mie
eccessive assenze. Non c'erano problemi di voti. Mio padre disse che
lo sapeva e che sapeva anche dove andavo, ma questo essere che
giudico tuttora ridicolo, si permise di sgridarlo. Mio padre, assai
malato e claudicante, venne a scuola, lo costrinse ad uscire e a
venire a vedere dov'ero. Biblioteca pubblica, davanti a me un libro.
UN LIBRO! Perché volevo veramente crescere! E è inaccettabile
rimanere parcheggiati in un banco perché la burocrazia, l'ipocrisia
e quant'altro esista di fesso, doveva essere assecondata. Ricordo
anche all'università. Per la prima laurea terminai gli esami e la
tesi con sei mesi abbondanti di anticipo … ma niente, per quella
cloaca, che si considera la più vecchia d'Europa (quando invece fu
la schola medica di Salerno), dovevo attendere quel tempo, buttarlo
via, e vidi la sessione passarmi davanti e odiai
quell'inaccessibilità, quello spreco di tempo, del mio tempo, della
mia esistenza che stava cercando di fiorire.
Ricordo un dialogo con X (così
chiamerò questo studente). Mi racconta del nonno. È sera, è seduto
al tavolo e lo sguardo è immerso nella tivù. X chiede “nonno, per
te cosa c'è di più importante dopo i soldi!”, il nonno ci pensa
un po' e poi dice “forse la salute”. X prosegue, parlando con me
ma in fondo con se stesso “lo so che pensano sempre e solo ai
soldi, ma mi aspettavo che almeno dicesse i figli! La moglie! I
nipoti! no. Io non voglio diventare come loro.”
Ed ecco che un ragazzo di diciotto
anni, che pensa (e capita assai di rado), ha cercato un prof che
sembrava disposto ad ascoltare … e desiderava, desidera delle
risposte. Durante l'ultimo dialogo, proprio in conclusione, come se
la domanda bruciasse, ma non avesse comunque avuto il coraggio di
liberarsene, ha detto “Ma per cosa posso vivere ...” e gli ho
detto “non esiste risposta. Se tela dessi sarei un falsario, uno
che vende illusioni. Devi vivere, lanciarti nella vita, e un poco
alla volta scoprirai cosa ti piace fare. Potrebbe essere anche
semplicemente fare il padre, o amare una donna, o un mestiere. Io non
posso darti una risposta.”
ma quel che mi fa male in quella
domanda è che conosco la mia epoca a sufficienza per comprendere che
la sua generazione, come la mia, rimarrà schiacciata dai fatti
enormi e volgari che stanno accadendo. E non ci si può affidare ai
media per comprendere.
Se mai, quando venni in Italia, toccai
con mano una situazione di raccomandazioni di partito e privilegi
talmente feroci da distruggere tutti coloro che non ne godevano anche
se di valore, se mai compresi che la lotta era vana e feci scelte
estreme che tuttora vivo senza rimpianti, la sua generazione, che si
affaccia su una crisi indotta da potenze che ho ben nitide davanti
agli occhi della mente, questa generazione che ha ora diciotto anni,
cosa può fare se non comperare tutto? E comperi solo se hai i soldi,
ma tutto, veramente tutto ormai, si acquista.
Feci sentire di recente a due ex
studenti che vennero a trovarmi (e uno di questi era X), il discorso
sul PIL di Bob Kennedy. Rabbrividirono, non per il discorso, che
approvarono (è su youtube), ma per il fatto che sia Bob che John
Kennedy pagarono con la vita quei pensieri che volevano trasformare
in azione politica.
Quel discorso dimostra che nelle alte
sfere si sa quel che è giusto e quel che è sbagliato. Non accade
che l'economia liberista produca un'azione fisiologicamente
inevitabile. Tutt'altro. Ci basti pensare alla Federal Reserve che,
fondata nel 1903, da alcuni privati (sette per l'esattezza) accorpava
capitali per un totale superiore a quel che si trovava nelle casse
degli Stati Uniti … cosa dire poi della Gran Bretagna che con la
fine della prima guerra mondiale, era talmente indebitata con mister
Morgan (uno dei sette della fed), da poter essere considerata da
questi come una proprietà privata … e che sensi di colpa per me
insegnare storia quando si sanno queste cose e i libri che rifilano a
questi diciottenni nemmeno dopo un secolo quella verità la dicono …
e non la dicono perché essa vige tuttora …
Ora salto, ma solo in apparenza, di
palo in frasca. “Suite francese”, di Irene Nemirovsky. Lei aveva
in mente un opera composta da cinque libri. Arrivò a produrne due e
poi una malattia la fece soccombere in un campo di concentramento. La
prima parte è una lezione enorme, oltre che un gioiello all'altezza
dei più grandi scrittori di sempre. Si intitola “Temporale di
giugno”. Narra della Francia che soccombe ignobilmente all'avanzata
tedesca. Una famiglia benestante fugge in provincia. Ebbene, chiedo
ad X di leggere “Temporale di giugno” proprio perché ho compreso
la natura delle sue domande e vorrei mostrargli che è nella grande
arte che ci sono le risposte vere. Gli chiedo qual'è il capitolo che
lo ha colpito di più. Mi dice “quello del prete ucciso dai
ragazzini”. “Esatto rispondo” e gli chiedo se mi sa spiegare il
senso di quella scena. Tace, ci pensa un po e poi con lo sguardo
chiede la risposta. “Quei ragazzi, mantenuti e pseudoeducati in un
mare di ipocrisia per nulla celata, sono il punto più basso della
società, l'essere umano ridotto alla bestia, senza una minima
educazione, una minima cultura. Tutto intorno a loro è orrendo. Le
parole del prete sono una bolla vuota, la carità che ricevono è una
umiliazione continuamente rimarcata, e sin dai primi capitoli vediamo
una borghesia inconsapevole dell'umiliazione continua alla quale fa
soggiacere servi e, in fondo, tutti coloro che borghesi non sono.
Quando il prete porta i ragazzi in fuga verso le campagne, in quel
tremendo capitolo venticinque, assistiamo prima all'uccisione
gratuita di due lucertole prese a sassate, preludio del dramma, e poi
la violenza pura, nella quale più singoli, uccidono e si appropriano
di una libertà totale, che “sentiamo” essere spaventosa, perché
basata sulla totale assenza di regole che porta alla lotta di tutto
contro tutti.
Ecco quel che La Nemirovsky ci disse in
“Temporale di giugno”. Ipocrisia, sottomissione umiliante,
mancanza di cuore in fondo, ed ecco che una massa sterminata è
avviata verso la china della bestialità.
Proseguo affidandomi ad Edoardo Weiss.
Vi invito a leggere quanto segue:
“Poteva sopravvivere soltanto il furbo che ogni giorno, con
attenzione sempre desta, conquistava il suo palmo di terreno. Gli
inetti, gli apatici, i miti, gli agitati, gli inadatti, gli afflitti,
quelli che si commiseravano, erano schiacciati.”
Quelle parole descrivono secondo voi la
situazione attuale? Questo oggi che dura ormai da tanti anni? Secondo
me si … e che effetto vi fa scoprire che sono le parole del
testimone numero cinque del processo di Francoforte (1963-65) che
riguardò funzionari ed SS di Auschwitz?
Quel che per me è tremendo è la
sensazione che la realtà che si tentava di sopportare in quei campi
per salvare la pelle, ora è la nostra realtà quotidiana. Sopravvive
soltanto il furbo …. e chi sono gli inetti per il furbo? Coloro che
amano, che vivono secondo dei principi morali. Ricordare! Ogni
principio morale è una zavorra, il furbo corre leggero verso la meta
… una meta anafettiva, che poi scoprirà non essere soddisfacente e
che lo renderà spesso arrabbiato col mondo.
Un Rockfeller anzianissimo (uno dei
sette della fed), abitava da anni a Venezia. Parlava ormai anche il
veneziano. Lo videro passare e gli chiesero “Come va!”, lui
rispose “la me sta de drio ma non ghe dago confidensia... “ (mi
sta dietro ma non le do confidenza). Bella amica la morte ….
ma ad un'altra domanda, diede una
risposta meno ironica e con un fondo drammatico che a certi livelli
spesso ho visto: “che differenza c'è tra l'essere ricchi e
l'essere poveri?”: “essere ricchi non da la felicità ma permette
di pagare una buona equipe per studiare il problema”, aggiunse poi,
a microfoni spenti, che i ricchi hanno case più grandi nelle quali è
più facile sentirsi soli” … e muoiono più soli? si. L'ho visto
spesso. Tutti contro tutti. Sempre la Nemirovsky ce lo racconta in
“David Golder”, e io sorrido amaramente pensando al “mio”
studente che mi manda oggi una poesia. Mi dice che è la prima volta
in assoluto che scrive:
“Sono quant'altro
seduto su uno scoglio
circondato da uno strato di nebbia
avvolgente come i dubbi
che attraversano la mente
pian piano l'acqua si ritira.
Vedo un pescatore.
Si ritira anche lui
… non preso niente.
Non posso fare a meno di notare
le numerose macchine che lavorano
sulla spiaggia,
per proteggere quella poca sabbia
mentre a pochi chilometri da qui
i terreni pian piano
si trasformano in deserto.
E penso …
ad un futuro sempre più incerto
osservando il mondo,
e capendoci ben poco
che va a fondo.
Penso a noi, ad esso
guardando le onde
guardando la nebbia cieca
e non comprendo l'essenza.
E sono seduto
su uno scoglio del tempo
circondato di nebbia.
Avevo la sua età e scrissi qualcosa di
simile. Sentivo la forza fisica, la voglia di fare immensa. Sempre il
mare e la voglia di remare, e quella domanda a me stesso, se era
possibile nei miei vent'anni io che potevo remare per ore, scalare
per ore, studiare per ore, mesi, anni, se era possibile che mi si
consumassero gli anni migliori dietro alle marche da bollo,
l'ipocrisia, la sottomissione a chi, a chi, a chi, a un nulla che ti
schiaccia.
Quella nebbia di X, l'ho vissuta e si è
diradata negli anni grazia all'amore dei cani e della letteratura.
In fondo è andata bene. L'anima è un
seme. Devi scoprire che ce l'hai e poi concentrarti, ascoltarla e
nutrirla. Ormai sono vivo ed eterno, ma la mia è stata ed è una
vita assurda, al limite, che non consiglio a nessuna.
E a X cosa posso dire? Con questi
governanti ovunque nel mondo? Con queste regole del più ricco che
anche se è stupido è il più forte? Una volta si ascoltavano i
poeti. Ora essi son cattive coscienze, fanno pensare, e sono stati
buttati via. Ora è dura. Accarezzo il cane e dico che nelle mie
scelte estreme (mai l'uomo però sceglie, s'illude, ma è scelto...)
ho trovato un poco di serenità. E i rapporti umani son diventati
troppo speculativi, in senso economico ovviamente.
Vai caro X, illuditi prima di tutto che
qualcosa di buono possa accadere e, se la tua generazione riuscirà
ad essere meno individualista della mia, e meno feroce di quella dei
nostri nonni, allora forse …. tornerà la poesia.
(Non l'ho riletto. Scritto di getto.
Torno al mio mondo. ciao)
martedì 28 aprile 2015
Io non sono Charlie Hebdo
Questa mattina, 28 aprile, la lettura
del titolo di un articolo del “Corriere della sera”, mi ha dato
una scossa positiva. “Scrittori Usa contro Charlie Hebdo”,
scritto da Giuseppe Sarcina, che ringrazio per avere dato spazio ad
un argomento che secondo me è molto importante. Non mancherò di
inviagli questo scritto come ringraziamento e lo invito a parlarne
ancora.
Non ho letto subito l'articolo e i
motivi erano due che si davano vicendevolmente forza. Primo, dovevo
terminare la rilettura di un'opera alla quale sono molto affezionato
e sentivo il dovere di mantenere la mente e il cuore liberi per quel
solo compito. Secondo, ammetto di avere gustato con la mente a
priori, dicendo “finalmente!”, come i veri golosi, il contenuto
dell'articolo; ho così accettato di martoriare il palato della mente
con la presenza tattile e visiva dell'oggetto agognato per divorarlo
poi, una volta raggiunto l'acme del desiderio.
Verso l'ora del te, il testo di Canetti
era riletto meditato e parzialmente digerito. Il resto della
comprensione, forse, lo compirà la parte non consapevole di noi,
quella in contatto con paradiso, inferno o, se si è degni, con le
muse.
Ebbene. Ho così letto l'articolo e mi
ha colto un disagio, certamente lieve, ma che mi ha fatto sentire
come l'arciere di Eugen Herrigel, sicuro di sé, ma che scocca
distante dal centro, anche se in una zona dignitosa del bersaglio.
Prima di parlare dell'articolo dico
cosa penso del caso delle vignette satiriche contro Maometto: secondo
me il problema non è partito dalla strage di Parigi, ma da una
mancanza di consapevolezza storica sull'azione di chi, in precedenza
ha iniziato a satireggiare pesantemente su
uno dei simboli più sacri dell'Islam.
Mi presento anche, poiché secondo me
un testo che mira ad essere utile alla comunità, deve chiarire la
posizione di chi scrive per poi poterla confrontare con l'elaborato
prodotto.
Sono europeo. Non mi sento italiano
anche se di madre lo sono, ma all'estero capita troppo spesso che
preferisca parlare un'altra lingua.... dell'Italia, Come ebbe a dire
la Hannah Arendt della Germania, mi rimane la lingua, nella quale
penso e scrivo, anche se so che mi basta un poco di soggiorno in
un'altra terra che non è necessario citare, per pesnare in un altro
idioma. Attualmente so di sognare in due lingue quindi, per risolvere
l'ambiguità, amo definirmi europeo, a nessuna realtà nazionale
perfettamente somigliante, ma ad alcune vicina e mediamente appunto,
europeo.
Dal punto di vista religioso dico,
spero con umiltà, che nonostante non sia più un ragazzino da
“qualche mese”, non mi sento pronto per dare una risposta. Ogni
tanto ho una sensazione immensa che mi pervade e mi fa dire che non
può non esistere, che è assurdo anche solo supporlo, ma poi, calato
nella quotidianità, che è gretta per tutti, l'idea di Dio, svanisce
e rimangono atti dei quali sento pesantemente la banalità. Non laico
e nemmeno credente. E penso che non si tratti di decidere e di agire
per categorie logiche. La religione ed il sentimento sfuggono a
quelle sequenze, che chiamiamo razionalità.
Ebbene, questo essere che io sono,
ancora in divenire su tante, troppe cose, un punto certo sulla
religione ce l'ha, ed è il seguente. Questa epoca è piena di
credenti, e chi ipocritamente ignora la loro esistenza è a dir poco
ridicolo. Negare l'esistenza di Dio, e di conseguenza farsi beffe di
chi crede come se fosse un inferiore, capita spesso in Francia e in
Italia, aree culturali “sinistrate”, nel senso che sono state
rovinate da una sinistra che ha dettato legge imponendo le proprie
idee anche in campi che non le competono. In generale Dio, nelle sue
varie forme, ha sofferto anche un discreto attacco da quando la
scienza e la tecnica hanno proposto, direi quasi quotidianamente,
delle novità in tutti i campi. Si vive meglio e più a lungo, e
siamo calati in una consapevolezza, indotta da più di un secolo e
mezzo di eventi continui ad un ritmo elevatissimo, che pensiamo si
migliorerà ancora e infinitamente. La prospettiva di vita che si
allunga sempre più è l'arma che più rende coraggioso un essere
comunque mortale; talmente coraggioso, e in questo secondo me appunto
ridicolo, da avere il coraggio di negare l'esistenza di Dio. Non si
nega il dubbio. Il resto è vita!
Quel primo vignettista che sbeffeggiò
Una figura sacra dell'Islam, secondo me ha mancato di rispetto verso
milioni, anzi miliardi di persone, che hanno una visione della vita
molto diversa da quella che impera in occidente, un occidente che
troppo spesso si ricorda di Dio solo quando la morte bussa alla
porta. Ritengo quindi che, indirettamente, abbiano offeso i credenti
islamici, ma anche messo a disagio i fedeli di altre religioni poiché
è evidente che nessuno di loro si salva da questo ostentato
disprezzo.
Antonioni, Flaiano e Guerra, nel film
“La notte” avevano dato forma a questo aspetto assurdo fatto di
morte e assenza di fede. Nelle prime scene vediamo un'auto che gira
in città. Si sentono tutti i suoi rumori di vita. La vettura passa
un cancello e si entra in un parco con un silenzio assordante che ci
conduce ad un edificio che, anche se non sembra, è una clinica. Il
malato è in una stanza tutta di design d'avanguardia. Sembra un
hotel. L'ospedale come lo immaginiamo noi ad un certo livello sociale
non esiste … il malato sta bene in apparenza. Brinda con in due
amici in visita. Calici, Champagne, infermiere top model ... sa che è
l'ultima volta che li vedrà. Sa che sta morendo, ma nulla, tranne le
sue parole, preparano lo spettatore alla morte.
Ecco la nostra epoca, ben delineata da
un capolavoro degli anni sessanta. Ricordo quella scena iniziale, con
Marcello Mastroianni e la Vitti, perché il suo messaggio è tremendo
e, più passa il tempo, sempre più vero. Chiesi a Mastroianni come
aveva recepito quella parte. Sapevo che lui amava discutere a fondo
prima di recitare e mi disse che quei due maestri di sensibilità,
Tonino e Flaiano, lo sconvolsero, nonostante il dialogo fosse stato
spesso al ristorante, apparentemente leggero e umoristico. Ma quando
la sera chiudeva la porta della camera e pensava alla scena da girare
l'indomani, allora, sentiva un'enorme responsabilità, perché quel
significato immenso non doveva sfuggire a nessuno.
Ecco una delle povertà dell'occidente!
In un sistema di vita senza morale, morire diventa spaventoso. Ma
anche vivere, e la religione, per quanto possa sembrare a molti un
qualcosa di opprimente e arcaico, offre una definizione chiara di ciò
che è bene e ciò che è male e permette, ai suoi adepti, di saper
cosa fare nella vita. Se qualcuno ha dei dubbi valuti le statistiche
dei suicidi di ogni stato occidentale e li confronti con i medesimi
dati di stati o comunità islamiche; quasi zero il dato in queste
ultime ... Intorno ad un ente che offre una morale, si struttura
immediatamente una comunità. L'occidente comunità non è, il
corollario è evidente. Conta solo il profitto e le leggi, per chi è
un poco addentro alle “cose”, oltre un certo livello, sono solo
apparenze.
Una cultura così amorale, poiché
credere solo nell'incremento del proprio capitale, morale non è, una
cultura del genere, che oltre il resto sbeffeggia sistemi che una
morale ce l'hanno!
Volete vivere così? Viveteci pure, ma
lasciate vivere anche chi diversamente crede! Ecco quello che penso!
e diventa quindi un comportamento sgradevole, maleducato,
condannabile, produrre vignette che offendono il senso del sacro di
tantissime persone e di comunità intere.
Questo non vuol dire che io abbia
approvato quel che degli estremisti hanno fatto a Parigi con dei
mitra. Sono contrario alla violenza. Concepisco e controvoglia, solo
la legittima difesa, quindi condanno quel gesto come condanno tutti
gli estremismi.
Però penso anche che la satira debba
avere dei limiti. Se per esempio faccio leva continuamente
sull'omosessualità di un politico, agisco secondo me scorrettamente.
Se prendo in giro un ebreo per i suoi cernecchi sono banale.
L'umorismo deve sapersi affrancare dalla cattiveria gratuita. Le
riviste satiriche sono poche secondo me, e dovrebbero scatenarsi per
mettere in risalto situazioni sulle quali, in fondo, c'è ben poco da
ridere. Ma sembra che non sia così. Troppo spesso, le due celebri
riviste francesi, non mi hanno fatto e non mi fanno ridere e nemmeno
sorridere, e trovo volgarità o attacchi che non comprendo, in fondo
perché non c'è niente da comprendere.
Sai che un miliardo e passa di persone
credono nell'Islam e sbeffeggi il loro profeta? Allora secondo me
meriti di essere punito. Ma prima di tutto con un dialogo
costruttivo. E mi immagino come condanna concreta, un po' di vita
vera, per esempio a fare l'operaio in fabbrica o roba simile.
Due categorie sono un mondo a sé che
purtroppo non ha nulla a che fare con la vita. I potenti (i ricchi ne
sono una sottocategoria, illusa di contare qualcosa ma sono
altrettanto fuori dalla realtà. Il ricco potrebbe non essere potente
e il potente se vuole può essere ricco, ma il suo intento è ben
altro …) e quegli intellettuali che, con un buono stipendio si sono
tirati fuori dai problemi della quotidianità spesso a vita. Questi
intellettuali sono in grado di fare pettegolezzi sul loro ambiente,
ma dal mondo esterno si sono esclusi. Il prezzo di una ignava
sicurezza è l'uscita dalla propria epoca. Triste. Assai triste.
Veniamo ora all'articolo di Giuseppe
Sarcina che, insisto, ha il merito di averci fatto sapere che non
tutti sono Charlie Hebdo, come andava di moda scrivere e dire subito
dopo l'attentato. Io per esempio “non sono e non mi sentirò mai
Charlie Hebdo”, poiché avrei condannato quelle vignette causa
mancanza di rispetto di un valore molto profondo per più di un
miliardo di persone!!!
Ma non ho avuto il coraggio di dirlo e
non me ne vergogno. “A botta calda” sarei sembrato troppo
controcorrente. La reazione è stata emotiva e i media così l'hanno
gestita.
Ogni evento, se visto e vissuto troppo
da vicino e in più, se ci si lascia guidare appunto dai media, perde
di lucidità. Sono i nervi a gestire la situazione. Ma ora siamo
distanti dall'accaduto. A livello di tempo esso è ancora assai
vicino, ma la quantità di informazione giornaliera è talmente
esagerata che è come se quel sanguinoso e triste attentato fosse
distante ormai vent'anni.
E ora, un gruppetto di scrittori, sei
per l'esattezza, negli Usa, dagli Usa, “si mette di traverso” per
l'assegnazione del premio “Freedon of expression courage”
edizione 2015. In data ventisette marzo è stata decisa
l'assegnazione. Fra poco ci sarà il ricevimento e il giornalista ci
mostra le cifre per la manifestazione e per il pranzo che “sanno”
solo di evento mondano (e questa sottolineatura non è superficialità
da parte sua, ma critica spietata ...) e la danarosa premiazione, ma
sembra che tutto sia stato sospeso perché Michael Ondaatje, Peter
Carey, Teju Cole, Francine Prose, Rachel Kushmer e Taiye Selasi hanno
rifiutato di aderire. Dei motivi, poco sappiamo dall'articolo.
Immagino che ognuno di questi scrittori abbia una sua idea precisa e
vorrei conoscerla. Sappiamo qualcosa solo di uno di essi che avrebbe
motivato la ripulsa verso quella premiazione perché ci vede la
segregazione sociale attuata da una Francia, definita culturalmente
arrogante, verso una parte della sua medesima popolazione. Carina
come versione. A me sembra talmente diluita! … immaginate di
ricevere una torta di ottimo sterco, bella fumante, e voi vi
lamentate perché le ciliegine sono troppo dure. Una cosina simile
per intenderci. Io lo dico chiaro e tondo. Nel 2015, ci sono miliardi
di credenti, e trovo volgare negarne l'esistenza perché si è laici
e permettersi di conseguenza di dissacrare. Il sacro esiste ancora
per tantissima gente. Allo stesso modo ho visto vignette irriverenti
verso la figura di Cristo. Il problema è quindi di un gruppo di
persone che ritiene di avere la verità in tasca e irride chi non la
pensa allo stesso modo.
E', come ho accennato, anche una
questione morale e porto un esempio per spiegarmi in modo un po'
deciso. Penso a quella finale dei Mondiali di Calcio fra Francia e
Italia e ad un calciatore italiano, Materazzi, che insulta
ripetutamente in campo Zidane. Il francese ha reagito e ci sta
l'espulsione, ma un italiano secondo me dovrebbe avere il coraggio di
dire che non si riconosce nel modo di agire di Materazzi. Vincere
deve avvenire secondo delle regole e l'educazione, anche se non è
scritta, non può essere trascurata! Avrei immaginato, in un paese
civile, che una volta rientrato in Italia, quel giocatore si vedesse
escluso per sempre dalla nazionale. E invece non è accaduto niente.
L'importante è vincere, non importa con quali mezzi. Ecco una grave
carenza di principi morali. Questo gesto che non ebbe conseguenze
alcune, è per me esemplare. Ma si sa che ormai l'occidente
industrializzato non ha più individui, ma solo consumatori. La
cultura viene allontanata sempre più dalle esigenze strutturali di
questi stati, ma solo un essere colto, preparato, è in grado di
pensare e forse anche dedurre il rispetto e agire democraticamente!
Un'ultima parola per Rushdie. Ha
deplorato questa mini ribellione. È arrivato a dire che allora il
Pen Club non ha più senso. Ma chi è Rushdie? Per me che l'ho letto
è un emerita nullità. Libri banali. È estremamente soggettivo, lo
ammetto, ma il valore per me è un po' diverso dalla moda ...
E poi, non sopporto che menti che
devono essere totalmente libere per creare, siano tesserate in
qualsiasi modo. Che sia la Coop o un partito o il Pen Club non mi
interessa. Ammiro personaggi come Kafka e la Ortese che hanno parlato
chiaro al mondo, lo hanno vissuto e frequentato la loro epoca e i
suoi individui, ma poi in solitudine hanno creato le condizioni per
far esprimere l'io interiore! La vita mondana fa perdere tempo. Ad
una conferenza ricordo che provai un forte senso di fastidio per i
continui applausi; ad un certo punto dissi “per favore. Un applauso
trasforma un evento come questo incontro in uno spettacolo. L'arte
vera non è spettacolo. Cerchiamo di usare tutti i momenti di questo
incontro per darci qualcosa di vero. Non mi interessa l'apparente
senso di sazietà che da l'applauso!” Ero a Pennabilli, ospite di
Tonino Guerra. E terminato l'incontro, nel giardino della sua casa si
fece notte dialogando un po con tutti, con tutti ... con tutti.
domenica 8 marzo 2015
"MACCHIA UMANA" di Philip Roth
- Premessa -
Questo saggio ha una forma per nulla canonica. Non sopporto da anni gli scritti nei quali una persona si limita a giudicare. secondo me deve accadere dell'altro. Un testo mi colpisce, colpisce me, e io sono essere altamente individuale, definito da una storia personale, un qui geografico e un'epoca. Ci si deve mettere in gioco. Il lettore deve poter cogliere di quale natura è la soggettività che gli parla. Non importano i titoli. Tutto si compera, da una laurea ad una cattedra universitaria, e si sa che anche cariche più alte hanno un prezzo esprimibile in soldi e dignità spregiata. Nessun titolo quindi, ma un io che tenta di essere sincero e cerca di spiegare come e perché pensa di essere arrivato a certe considerazioni leggendo uno o più libri. buona lettura.
Perché ho scelto questa forma estrema ma spero discorsiva:
Ho acquistato di Finkielkraut "Un cuore intelligente". Sembrava una guida alla lettura e quasi tutti i testi consigliati li conoscevo, ma già alle prime righe sono entrato in crisi:. Eccole per il lettore: "L'opera d'arte, diceva in sostanza Alain, non appartiene alla categoria dell'utile. Se vogliamo determinarne il valore non dobbiamo quindi chiederci a che cosa possa servirci, ma da quale automatismo di pensiero possa liberarci." Ebbene. in questo inizio vi è una contraddizione. Ve la smonto: A) l'opera d'arte è inutile. E poi ... B) l'opera serve per liberarci da un automatismo di pensiero. A e B sono in contraddizione evidente. In A l'arte è inutile, in B l'arte serve a qualcosa. Perché accade questo? Al solito perché Finkielkraut è un intellettuale e non un artista, e di fatto si cimenta con opere che hanno un tasso di intellettualità assai elevato e che con l'idea che ho di opera d'arte hanno solo l'apparenza. Leggendo le opere che consiglia si fa un viaggio nella storia dell'uomo, non nell'Uomo, e allo scrittore secondo me la storia, particolarmente quella vista troppo da vicino, serve solo se allontana la carne e porta alla purezza dell'ideale, come accade per esempio in Primo Levi o in certe opere di Pavese. Lo scrittore è spinto a scrivere da motivi diversi da quelli che portano l'intellettuale a parlare di intellettuali e artisti, e il fatto stesso che mescoli le due categorie fino a confonderle dimostra che non ci siamo ... l'arte è nella categoria dell'inutile ... l'arte serve a liberarci da un automatismo di pensiero. L'arte non SERVE a niente .. l'arte SERVE a qualcosa ... questo cortcircuito di un intellettuale è la sua morte, e cerco di dimostrarlo anche con questo scritto.
QUANDO FUI AIACE
Il cucchiaino della marmellata,
sfuggendomi dalle mani, macchiò la tovaglia peraltro già sporca. La
si cambiava la domenica, giorno del bianco. Dal lunedì al sabato si
usava quella stampata oppure le tovagliette di materiale dozzinale, a
colori. Ricordo che ognuno sedeva di fronte ad una favola. Sotto la
mia tazza c'erano Hansel e Gretel. Venivano spinti nel forno dalla
strega cattiva. Su quella tovaglietta o tovaglia, ora non ricordo, la
favola non proseguiva. Eternamente i due bambini finivano nella bocca
a semicerchio, bordata di mattoni rosa. Il loro urlo, per me,
sovrastava il cinguettio della primavera appena nata. Per me, quando
cadde il cucchiaino, iniziarono ad esistere solo la bocca del forno,
il ghigno di stoffa e l'urlo, sempre di stoffa, rosso, potente, fino
a diventare nero. Sangue del buio.
Il cucchiaino della marmellata dunque,
cadde e macchiò. Volò uno schiaffo. Poi un altro. Sapevo che se,
minimamente avessi cercato di evitarli, sarebbe stato peggio. Si
sarebbe arrabbiata di più.
Immobile, attendevo che
terminasse il rito. Il terzo di solito era l'ultimo. Con una delle
belle unghie laccate di rosso mi ferì vicino all'occhio destro,
quello più distante dal cuore. Lo vide. Vide il sangue. Cercai di
dire che il segno c'era già, che ero caduto prima in camera, ma era
tardi per tutto. Ogni parola, ogni azione avrebbe solo peggiorato la
situazione. Lo sapevo bene.
E le sue parole … e le sue
mani …
“Alzati!”
“Come ti ho fatto ti
disfo!”
Detto senza rancore, con
calma.
“Se stavi fermo non
sarebbe successo! Io ti punisco ma lo faccio con attenzione. E lo sai
perché lo faccio? Dimmi, lo sai?”
Sì, lo sapevo. Se avessi
risposto, ripetendo il suo pensiero, non si sarebbe calmata perché
dimostrare di sapere e perseverare nella colpa era un'aggravante. Se
tacevo avrei dimostrato di voler resistere al senso di quelle parole.
“Voi uomini andate
addomesticati finché siete piccoli! Altrimenti … “
E oltre non andava mai, con
le parole.
Mia sorella guardava o non
guardava? Non l'ho mai capito. Continuava a fare colazione e
guardava oltre me, fuori dalla finestra, il vasto cielo azzurro che
all'undicesimo piano sembrava a volte entrare, carnoso denso, pulito
e inodore. E poi venivo mandato in camera. Colazione terminata per
me. Sentivo ora il loro dialogare sereno, qualche lieve risata, come
un cinguettio quella di mia sorella, come una cascatella quella della
madre. Senza la mia presenza, ecco oltre la porta della punizione,
una scena di civiltà.
Una volta ho trovato il
coraggio di aprire pian piano la porta, e pattinando solo coi calzini
sul pavimento di marmo grigio, sono arrivato vicino a loro, dietro
all'ultimo stipite. Talmente vicino che tentai di guardare. Avevano
liberato il tavolo della mia presenza. La tovaglietta, la tazza, il
piattino con la fetta imburrata e la marmellata di albicocca. No, non
era tutto. Riconobbi la mia fetta, tagliata in due. Erano all'ultimo
boccone. Non potevo sbagliarmi. Le mie fette le riconoscevo. Tagliavo
il bordo scuro con precisione, facevo finta di mangiarlo e lo mettevo
in tasca. Lo avrei poi sbriciolato sul davanzale esterno della mia
camera, per i piccioni che ormai mi aspettavano.
La mia fetta mangiata …
Chiacchieravano. Sentii con la mano il pane nella tasca e, sempre
pattinando sul calzini sul marmo lucido, cosa bellissima da fare e
non solo perché era proibita, tornai in camera mia. Mia mia mia …
no. Non mia. C'era la serratura, ma la chiave la teneva lei, e da
quel buco spesso mi spiavano per controllare anche se veramente
studiavo. Mi diceva che era suo dovere farlo perché i maschi si
masturbano. Io nemmeno sapevo cosa voleva dire e per questo ogni mia
azione, che non consistesse nel girare la pagina o scrivere, stando
compostamente seduto, mi preoccupava. Forse questo era masturbarsi?
Questo riempire le O e farci gli occhi e la bocca che sorridono?
Oppure era il dondolarsi mentre leggevo?
Mattina. Otto marzo 2015.
Sereno. Un po' di vento gelido. Fra un paio d'ore sarà caldino al
sole e freddino all'ombra, ma potrò indossare la mia amata giacca
tirolese verde da mezza stagione e passeggiare un po' col cane.
Non è ancora primavera …
secondo gli uomini. Ma è festa. Una festa strana. Un po' ipocrita,
un po' di sinistra e decisamente troppo convenzionale. Un po' come
quando dicono che il tal giorno si deve essere buoni. E a me sembra
che invece di promuovere una qualche versione della bontà, intendano
promettere trecentosessantaquattro giorni da orchi. Morirono in tante
in una fabbrica, negli USA. Allora non è festa, ma un giorno della
memoria per i crimini sul lavoro. Ma l'umanità è molto indietro e
ancora deve convincere tutti che bianchi neri rossi e gialli sono
uguali se non davanti a un dio, almeno davanti alle leggi. E poi,
donne contro uomini. E questa parità che non sarà mai se non
nell'apparenza perché i due generi sono purtroppo nati per fingere
sintonia e combattersi. Semplicemente la finzione deve crescere
d'intensità, la carta pesta deve essere lavorata con più
virtuosismo e un uomo deve sembrare un uomo e una donna una donna. E
poi, a lavoro ultimato dovrebbe essere promosso l'essere umano che,
maschio o femmina o gay o trans o interista poco importa, dispone
comunque quasi sempre di una tale carica di aggressività che prima o
poi emergerà e distruggerà se stesso e l'altro e il mondo. Otto
marzo. E le gemme non sbocciano ancora ma ci stanno seriamente
provando nonostante il vento gelato e i telegiornali ipocriti. Medea
e Achille popolano il pianeta.
Non è ancora primavera
secondo il calendario degli uomini, ma nel corpo di tutti gli esseri
viventi la metamorfosi già accade. Le giornate si sono sensibilmente
allungate. La luce entra dagli occhi e, quando supera un certo
“peso”, riesce a schiacciare un pulsante delle ghiandole. Gli
ormoni allora si moltiplicano e così, artificialmente, chimicamente,
e non per un pensiero liberatorio, viene la voglia di fare che sembra
voglia di vivere. Nel centro Italia, dove in questo momento mi trovo,
il primo segnale lo si sente già a febbraio con i gatti in amore. Il
loro grido, la loro sofferenza, l'urlo della carne che le femmine
placano solo facendosi ingravidare e i maschi ingravidando fino a
ridursi pelle ed ossa …
Gli alberi e tutte le piante
urlano coi colori e i profumi.
Gli umani cambiano odore ma
non ne sono più consapevoli, e si vestono come i fiori ma non se ne
rendono conto. E poi ci sono i modi di camminare e di parlare …
cambia tutto in primavera.
Ogni senso ha il suo
“rumore” che si desta o intensifica. Controllarsi in questo caos
sembra stupido, ma è saggezza o così almeno si pensa d'inverno. In
autunno è ancora stanchezza e paura ma poi il cappio del freddo
ferma il respiro del corpo e riesci forse almeno a pensare. Ma la
primavera annienta le buone intenzioni e si riparte per tornare
ammaccati. A meno che … a meno che, l'urlo di Hanse e Gretel dalla
tovaglietta non sia presente in te e se c'è, è per sempre.
Come ho raccontato, un'unica
volta uscii per vederle, per cercare di capire cosa accadeva di buono
nella loro vita durante la mia assenza. Poi decisi di costruire la
mia. Avevo i pezzi di pane in tasca. Aprivo la finestra, li
sbriciolavo e poi li appoggiavo sul davanzale. Poi dovevo chiudere. I
piccioni venivano per il cibo. Non per me. Mangiavano tutto poi
volavano via. Potevo solo guardare la vita attraverso un vetro, una
porta socchiusa. Se aprivo il vetro, se andavo oltre la soglia,
qualcosa di sbagliato accadeva sempre. Qualcosa che non sempre
capivo. E poi non era un capire. Si, la reazione era certamente
legata ad un fatto preciso, isolabile dal contesto, come per esempio
il cucchiaino sporco di marmellata che cade sul ghigno della strega.
Ma se ci ragionavo, se mi avventuravo oltre, solo una risposta
resisteva, almeno in casa. E sembrava che la mia colpa fosse di
essere un maschio. Ma, per esempio a scuola … Ero diligente, lo
ammettevano. Ma c'era qualcosa in me di imperdonabile che mi
sfuggiva. E dal prete, al campetto da calcio, le poche volte che
riuscivo ad andare, mi facevano giocare perché con me era più
facile vincere, ma spesso, quando ero distante, fra di loro
bisbigliavano, mi indicavano con lo sguardo e sorridevano con un
sottilissimo ghigno. All'inizio ben disposto da quella specie di
sorriso, mi avvicinavo, ma sempre loro si dissolvevano, volavano via
come i piccioni quando aprivo la finestra.
E poi ci fu la festa di
carnevale a scuola. Ero vestito da Arlecchino. A tutti diedero o una
spada o una clava di plastica o una bacchetta magica con in cima una
stella. Il bidello decise che ad Arlecchino nulla si addiceva se non,
vagamente, una delle clave di plastica morbida, perché era assai
colorata, in tinta quasi, col mio costume. In fondo aveva un buco con
un fischietto. Se colpivi non facevi male ed usciva un suono
divertente. Si decise di fare un torneo di duelli. Io ero al terzo
turno. La prima coppia duellò bene. Gli altri, e anch'io con loro,
facevano il tifo. Ricordo quanto era divertente scegliere chi
incitare. Uno studente piccolo e grasso, che per questo chiamavamo
Buddino, inesorabilmente lento in qualsiasi gioco, ascoltò la
tattica che gli proposi. Gli dissi: “poiché dopo due minuti di
incontro, il vincitore lo decide il pubblico ai voti e tu hai poche
speranze, devi farti furbo. Limitati a parare i colpi e mostrati più
imbranato di quel che sei, il tuo rivale si farà sempre più sicuro
di sé, si scoprirà e tu devi concentrare tutto te stesso su un solo
colpo ma potente”. E così accadde. Il rivale saltava come un
grillo e lui, Sancho tragicomico, accentuava la sua incapacità. Ogni
tanto mi guardava e io gli facevo cenno di attendere e poi gli feci
il segno convenuto e come un fulmine, la clava colpì lo snello
rivale proprio in mezzo alla fronte. Il fischio della clava fu
enorme, le risate che seguirono fecero il resto. A nulla valsero gli
attacchi successivi del saltellante. Sancho aveva vinto e fu per un
attimo, re del carnevale di classe. Poi toccò a me. Io, piccolo e
magro, sapevo di essere veloce e instancabile. Avevo capito le mie
potenzialità giocando al calcio. In Germania, nella squadretta dove
giocavo, la palla la si toccava solo dopo un'ora di allenamento. In
Italia invece la si prendeva subito e, se erano più abili di me di
piede, erano comunque senza resistenza. Di solito nel secondo tempo
delle partite io diventavo un campione in mezzo a una massa di gente
cotta che faceva fatica a fare due passi di corsa. Decisi così di
lasciar sfogare il mio rivale per un minuto e mezzo e scatenarmi
negli ultimi trenta secondi. Ma accadde qualcosa di imprevisto. Il
pubblico, che era appunto anche giuria, iniziò in modo prima debole
e poi sempre più travolgente, a insultarmi. Ero sbalordito. Mi
difendevo dal duellante e ascoltavo. Ecco di cosa parlavano
sorridendo quando ero distante. Ero “il tedesco”. Ecco il
problema. Ma per quale motivo essere tedesco era degno d'insulto non
riuscivo proprio a comprenderlo. Non persi comunque il controllo
della situazione. Scattai negli ultimi trenta secondi e la mia
superiorità si dimostrò netta. Ma la vittoria andò all'altro con
un giudizio unanime. Mi allontanai senza parole. Non capivo. A casa
avevo concluso che non era colpa del cucchiaino sporco di marmellata,
poiché anche davanti agli altri le macchie non mancavano. Potevo
comprendere i piccioni che non si lasciavano avvicinare, poiché
sapevo che c'era gente che li mangiava e forse i piccioni lo sapevano
e pensavano che la mia intenzione fosse di attirarli con le briciole
per poi metterli in pentola. Ma qui, anche qui un enigma. Un enigma
non fra animali, ma fra umani, che sussisteva, sia qui a scuola che a
casa. Andai da un'insegnante che, con ogni evidenza, dalla posizione
in cui stava, aveva assistito alla scena e chiesi se poteva spiegarmi
il senso di quel che era accaduto. Mi disse che i tedeschi, in
Romagna e non solo, erano mal visti per via di quel che era accaduto
durante la guerra. E io cosa c'entro! Risposi. Io non ero nemmeno
nato! L'insegnante sorrise e rinunciò al suo comodo posticino,
stravaccato ad una finestra con la schiena al sole. Mi dimostrò così
il suo consenso a quanto era accaduto. Ricordo fior di lezioni sui
partigiani, sull'Italia che aveva vinto la guerra, e io, che già
allora studiavo più di quel che mi era richiesto, sapevo che non era
vero … la mia reazione a quell'assurdità, fu altrettanto assurda.
Andai in bagno. Tolsi il tappino-fischietto alla clava di plastica e
la riempii d'acqua. Tappai poi in qualche modo alla buona e tenendo
un dito sul foro precario che era il punto debole del mio piano, mi
avviai verso quel pubblico che mi aveva insultato e tolto
ingiustamente la vittoria. Urlai che li sfidavo tutti insieme. Si
lanciarono e nel giro di due minuti erano tutti a terra doloranti o
in fuga. Con mia sorpresa scoprii di non aver agito da solo, Sancho,
il mio piccolo Sancho, mi aveva osservato e aveva “caricato”
anche lui la clava. Lui non aveva un motivo. Non aveva un perché per
me comprensibile, ma la sua soddisfazione fu quasi più grande della
mia. Solo più tardi, mi fece comprendere che si era vendicato di
anni di beffe e che mi rispettava perché io, quando scherzavo, si
capiva che lo facevo per gioco, senza cattiveria. Tutti stesi, tutti
ammaccati. Nessuno, nemmeno gli insegnanti, osarono avvicinarmi.
Chiamarono mia madre che ascoltò la loro versione, poi la mia, e poi
disse agli insegnanti che erano una massa di deficienti. Mi aspettavo
che si sarebbe arrabbiata con me e la celebre minaccia del collegio
stavolta si sarebbe concretizzata, e invece mi difese. Anche a casa
mi trattò come un eroe. Ero disorientato. Ma cosa c'era in
quell'azione che mia madre potesse tanto apprezzare! Ed ecco, con gli
anni affiorare e prendere forma, le risposte. Il nonno paterno era
fascista e fu parecchio turbolento. Lo uccisero alla fine della
guerra. Per lei, in quella mia reazione contro “i partigiani”,
c'era un poco di vendetta per un ideale suo, che non era forse
fascista, ma legato al dispiacere per il padre morto con un colpo di
pistola alla stazione di Bologna. Compresi poi altre cose, come
tasselli di un puzzle che, una volta entrati nella memoria, da soli
si mettono al posto giusto. Le quattro zie, sorelle di mia madre,
finché le gambe glielo permisero, mai rinunciarono al pellegrinaggio
annuale a qualche sacrario dei caduti. Non è difficile immaginare un
parcheggio pieno di autobus che arrivano da tutta la nazione. Con
essi toccano il suolo della distesa di croci, coloro che erano
giovani durante il fascismo, coloro che a scuola indossavano divise
del partito e amavano in esse in fondo, più di un ideale, la loro
giovinezza, fatta di vita gregaria e poco ragionamento. Se
inizialmente ci “caddero” anche personaggi come Vitaliano
Brancati e Curzio Malaparte, che erano essere finemente pensanti,
loro che erano solo future chiocce cosa potevano fare ...
Se la reazione di mia madre al mio
comportamento, mi fu chiara col tempo, mi domandavo comunque perché,
nella mia mente mi paragonai da subito, non ad Achille o Odisseo, ma
ad Aiace. Amavo già i drammi greci. In essi mi affascinava, ora ne
sono consapevole, più l'antichità, del senso e della poesia. La
poesia la trovai dopo in altre opere. Ma sentii di essere stato
Aiace, strumento degli dei che non accetta il suo destino, e non
meritevole quindi io come lui di stima quando “sterminai” un
“gregge” di bambini, innocenti nella loro banale ignoranza.
Il dato immediato che più mi fece
soffrire fu, una volta rincasato e finalmente solo, questa enorme
quantità di violenza che era scaturita dalle mie mani, dal mio
corpo, dal mio pensiero che, sfuggito alla mente si era affidato a
qualcosa che riuscivo solo a chiamare follia.
Nei giorni successivi, a scuola accadde
l'inverosimile. Gli insegnanti ignorarono completamente l'accaduto.
Nessuno ne parlò, nessun genitore venne a far drammi, e i miei
compagni iniziarono a trattarmi con un rispetto che per me non aveva
alcun senso. Sempre cercavano il mio consiglio. Nei giochi ero il
primo ad essere conteso e le ragazze, beh, le ragazze mi mandavano
bigliettini e sguardi conturbanti. Solo in me era presente la
consapevolezza che era accaduta un'enormità, che ero sfuggito a me
stesso e mi ero trasformato in una belva.
Non ci capivo niente.
E poi, col tempo, la vita inserì altre
esperienze, altri pezzetti che misero ogni senso al suo posto.
Accadde così che compresi che in mia madre c'era un'esigenza di
violenza che saltuariamente le era necessaria come sfogo. Forse
perché mio padre era malato e non poteva più “ammansirla” nelle
battaglie del letto? Mio padre aveva il suo bel da fare con la tigre
che lo consumava nella carne...
questo lo compresi con gli anni, ma
c'era in me una colpa che precedeva, agli occhi di mia madre, il
desiderio di violenza? Non sapevo e forse ora so, ma quel che mi
turbava allora e mi spaventa oggi, è questa esigenza umana,
insopprimibile in quasi tutti i suoi rappresentanti, di dare prima o
poi sfogo alla violenza. E quale fu l'esito sconcertante nel mio
caso? I compagni mi elessero a capo e saggio. Io, nel mio piccolo, se
avessi subito una simile lezione invece di darla, avrei isolato il
violento. Avrei costruito la mia giornata escludendo il più
possibile quel massacratore che ero stato. E invece no. Eroe e capo.
Eroticamente appetibile per molte mie compagne. Era tutto assurdo.
Non mi bastava allora. Ma ora mi basta. Ora so. Tutto è violenza. E
il mio primo compito consiste nell'agire su me stesso per evitare di
diventare di nuovo quel folle Aiace. Così sei senza amore, senza
sudditi, ma sei te stesso, sei più forte della violenza. E questa
sensazione vale la vita.
Ricordo quella volta che vidi due
anatre copulare. Di fatto fu uno stupro. Mi disse, il vecchio zio che
mi accompagnava, che le anatre fanno così. Il maschio sottomette la
femmina con violenza. Sembra più un tentato omicidio che una copula.
Gli uccelli sono assai primitivi. Ma in fondo noi umani, se si toglie
il peso dell'educazione, che ad altro non serve se non a tentare di
controllare gli istinti aggressivi, siamo identici. Spesso ho
definito il rapporto sessuale come la compensazione di due egoismi.
Ognuno è convinto di prendere, tutto sembra armonia, ma è solo
precario equilibrio. La carne per un poco si accorda, e la primavera
aiuta, dosando le valvole che squilibrano la nostra capacità di
autocontrollo, di pensiero, di educazione, di rispetto, di
spiritualità, di, sì, di vita. Tutto è tentativo di sottomissione.
Raramente nei drammi e nella storia, dei e padri, coi figli, non
vengono alle mani. Il padre dei padri, Urano, viene eliminato da
Saturno. Saturno da Giove e quest'ultimo viene alla fine dimenticato.
Ma Saturno evirò il padre, gesto che vuol dire fine della fertilità,
della vita, e poi dopo, Saturno, per paura che i figli eliminassero
lui, li divorava. Non esisteva ai primordi la sottomissione, ma
l'annientamento. Così però non era possibile vivere anzi,
organizzarsi forse non proprio per vivere poiché allora il problema
principale era sopravvivere. Vivere è un lusso che tutt'ora a pochi
è concesso. La sottomissione crea la comunità. Ma la sottomissione
è possibile solo con la forza, la violenza. Dopo due guerre
colossali e un secolo, il ventesimo, pieno di stragi e genocidi,
l'essere umano ha iniziato ad avere paura di se stesso, della sua
capacità di follia, come io ebbi paura di ricadere in una reazione
come quella che ebbi a scuola. Vinsi, divenni il beniamino con servi
e odalische, ma il mio io era strutturato diversamente. Altre erano
le sue intenzioni, le sue ambizioni. Io ancora ricordo e invece la
mia epoca ha già dimenticato le due grandi guerre e i genocidi e
questo deve spaventare un mondo che non vuole e non sa ricordare.
Ora, apro la finestra, metto le
briciole e i piccioni vengono. Non hanno più paura di finire in
pentola. La volpe la notte viene, mangia il cibo che le preparo e sta
a pochi passi da me. Mi osserva. Lei è tranquilla, io sono
tranquillo. Nessuno sottomette l'altro, o peggio, lo evira, come
faceva con me mia madre ogni giorno, o lo mangia, come fanno quasi
tutti quotidianamente. Ho anche compreso in cosa consiste, in fondo
in fondo questa idea così apparentemente assurda, del peccato
originale. La vita degli umani si basa sulla morte di altri esseri.
Indubbiamente si tratta quasi sempre per nutrimento. La caccia è un
residuo medievale tremendo. Non è uno sport uccidere. Se in natura
ogni essere ne mangia un altro per sopravvivere, l'essere umano,
ritrovandosi il pollice opposto alle altre dita, iniziò a possedere
una tecnica, e con essa un pensiero, e ora è in grado di vivere
senza più uccidere. Il cibo lo può costruire. E non solo quello.
Nel giro di un tempo che non so quantificare ma che sento essere
breve, potrà costruire corpi migliori, produrre quei cambiamenti
genetici che prima secondo Darwin erano frutto del caso con un prezzo
in sofferenza individuale, altissimo.
Ma a qualcosa l'essere umano non riesce
per ora a rinunciare. Si tratta di una aggressività che spesso si fa
violenza pura, sangue, strage. E va ben oltre le paure di Saturno e
di Urano. All'origine ogni essere umano era per l'altro, solo cibo.
Poi si raffinò e l'altro divenne, fra umani, da sottomettere, e gli
animali sempre e ancora cibo. Per me, in me, l'errore, in relazione a
questa epoca, è che non mi interessa sottomettere e gli animali non
sono cibo. Tutto vibra della possibilità dell'affetto, del pensiero.
Un alone di affetto possibile che non posso umiliare con la
regressione alla violenza. Spesso comportamenti umani mi hanno
portato alla soglie di una ripetizione di quella volta che fui un
Aiace, ridicolo in fondo solo a me stesso, ma sufficientemente
ridicolo da resistere e non cadere più nel tranello della violenza,
che della sottomissione è l'unico strumento. E violenza non è solo
usare le mani, i coltelli, le pistole, le bombe, ma consiste anche
nell'illudere, manipolare menti, creare leggi che di fatto
costringono ad essere schiavi di una banca, di una organizzazione, di
una mentalità, di una tradizione.
Nelle sere d'autunno, le porte e le
finestre aperte, le foglie secche che entrano, il vento muove tende
sottilissime. Non ho porte. Non amo le porte, se non quella
d'entrata, come anticamente nelle caverne dove un sasso, uno messo di
guardia o il fuoco, aiutavano ad esorcizzare la paura del buio. Il
sangue nero degli incubi, più veri della realtà.
E per me, non esiste soddisfazione
maggiore del vedere che l'animale spegne davanti a me a poco a poco,
la sua diffidenza. Solo così può nascere la civiltà. Questa è la
vera non violenza.
Vedo il mondo degli uomini come un
palcoscenico di cartapesta. Finto più di quanto nemmeno Fellini
potesse immaginare. Ogni sedia la si vuole trasformare in trono e
tutti cercano il centro sul quale devono, assolutamente devono,
convergere gli sguardi di tutti.
Da questo palcoscenico, da anni sono
sceso. Ogni tanto scrivo e vivo una piccolissima vita.
E di recente ho scoperto di non essere
l'unico ad avere capito queste cose.
Philip Roth nel suo libro “La macchia
umana”, arriva a queste parole: “chiunque abbia l'audacia di far
questo, non vuole semplicemente essere bianco. Vuol essere capace di
far questo. E' qualcosa di più del desiderio di godersi una beata
libertà. Ha qualcosa in comune con la ferocia dell'Iliade, il libro
preferito da Coleman, sullo spirito barbaro dell'uomo, dove ogni
delitto ha il suo carattere, e ogni strage è più efferata della
precedente.”
Coleman, il protagonista, è di origine
nera, da parte di madre. È assai “sbiadito”. Per chi non se ne
intende potrebbe passare per bianco. Il padre è ebreo. L'idea di
Roth, ha radici quotidiane. Ricordo che a New York girava una
barzelletta che raccontava di un gay che si lamentava di essere
discriminato. Una persona gli fece notare che era nero, ebreo e
omosessuale. I newyorchesi ridevano. A me non faceva ridere per
niente. E Roth è riuscito a farci un libro. Non un capolavoro, ma
una cosa interessante, che fa pensare, e pensare è meglio di niente.
Coleman decide quindi di negare le sue
radici per avere le possibilità sociali di un bianco. Tutto scattò
da un evento di gioventù. Fu buttato fuori da un bordello per
bianchi poiché la prostituta lo aveva riconosciuto per quel che era.
Per realizzare questo “sogno-incubo” deve rinnegare le origini e
quindi la famiglia. La madre è nera. La madre lo adora. La madre
deve dimenticarlo. Lui diventa preside di facoltà in una università
americana e insegna la materia più “bianca”, ovvero letteratura
classica. E ora torniamo a quelle righe di Roth. “ chiunque ha
l'audacia di fare questo, non vuole semplicemente essere bianco. Vuol
essere capace di fare questo. … ha qualcosa in comune con la
ferocia dell'Iliade”. Ecco, ci siamo. Roth, per un attimo, ha
“sentito” che la questione di fondo non si spiega con il bisogno
di realizzare una vita piena. Coleman potrebbe realizzarla solo in
qualità di bianco? No. E per un attimo Roth ci dice che la realtà è
un'altra. Ti butti nella mischia. Devi essere più forte dei forti. E
da ragazzo questo Coleman fu anche pugile. Questo sport, ormai
tramontato, fino agli anni novanta era la perdizione. Era adorato.
Per questo un lettore attuale non può comprendere in pieno la
portata di quella descrizione. Nel novecento il top
dell'intelligenza, quasi divina era rappresentato da matematici,
fisici e giocatori di scacchi. Lo sport preferito, prima
dell'intervento dell'organizzazione dei college che preferirono gli
sport di gruppo e poi dei media, fu il pugilato. Per vedere un
incontro dei pesi massimi in Europa si facevano delle levatacce
assurde. Era triste se non vedevi quegli scontri titanici in
compagnia. Era triviale, antico, possente. Con un piede nelle
primordiali sfide dell'Iliade e l'altro nel presente. C'erano regole.
Ci si lavava la coscienza con quelle, ma si attendeva la morte per un
colpo proibito che andava contro tutto, contro l'essere umani,
cristiani, divini o anche solo bestie. E un uomo solo era lassù, che
si chiamasse Clay o Einstein o Fischer. Erano i padroni della psiche,
di un mondo. Ora, Coleman da ragazzo, da bravo ragazzo, di nascosto
si sdoppia e rivela il lato aggressivo. In fondo quasi tutti gli
sport hanno questo compito. Che l'idea del migliore si sia fatta in
alcune specialità, sempre meno violenta, non cambia il concetto di
una graduatoria di valore fra gli umani che presuppone un rispetto
che è forma latente ma non troppo di sottomissione resa evidente da
un cronometro, da una pallina che è finita o fuori o dentro o sulla
riga. E nella boxe Coleman era il migliore. Poteva esserlo senza
ferire, con stile, nel modo più elegante e moderno, Il maestro gli
diceva di essere elastico e di mettere a segno piccoli colpi
magistrali. Avrebbe sempre vinto ai punti, ma non gli bastava. Vinse
per ko. Poi, una volta all'università passò professionista, e anche
li gli consigliarono di andare piano. La gente paga il biglietto. Non
fargli vedere solo un round, fanne passare qualcuno. Buttalo giù se
proprio non resisti, verso la fine. E invece al primo round il rivale
era già al tappeto. Lasciò il professionismo perché … e questo
perché Roth non lo dice, ma è nell'aria … perché Coleman ha
bisogno di lotta primitiva, feroce, che dimostri la sua “belvità”,
e pretende che questa sia premiata.
E in questo romanzo chi vince realmente
lo scontro? Se proviamo a dare dei punti ai vari personaggi, Quella
professoressa di origine francese che approda al college, assunta
dallo stesso Coleman, innesca una scena teogonica ben nota.
Coleman-Urano, viene evirato-distrutto dalla neoassunta-saturnina,
che cerca un partner per figliare un Giove ecc. accade che lei il
partner non lo trova e scopre suo malgrado che l'unico adatto per
potenza era proprio colui che ha distrutto. Questa complicazione
aggiunta abilmente (e che stimo), dall'autore, ci mostra la sfida
impazzita di tutti contro tutti e anche l'aspetto generazionale e il
vincolo erotico che deragliano nel non senso, nel caos.
Ma per quale motivo Roth sfiora due
volte la chiave di quel che ha scritto, ma non va oltre? Perché non
ne è consapevole se non a sprazzi, a brevi illuminazioni che
probabilmente lo spaventano. Penso anche che con l'età, abbia
risentito di sconfitte dal punto di vista erotico e probabilmente di
stima, non tanto dalla massa e dalle vendite di libri, ma da qualche
individuo che avendo ricevuto un poco del suo disprezzo, ha saputo
non temerlo e reagire.
Penso che, calato troppo nel compito
consapevole di mascherare una sua realtà personale e vissuta, non
abbia saputo superare se stesso.
Mi spiego. Si leggano “L'avvoltoio”,
“Nella Colonia Penale” di Kafka e si “sentirà” una certa
atmosfera di sopraffazione e annientamento incombente, inesorabile,
irrimediabile. In essi è presente il sangue come limite superato,
punto di non ritorno, della violenza che si fa primigena. Ecco il
pugile che fa sanguinare l'avversario ma che per esigenze di
spettacolo deve trattenersi e stare al gioco di una finzione che la
ferocia primordiale non può sopportare. Essa si esprimerà nel ruolo
“civile” del preside di facoltà spietato. Ricordo un passo,
sempre in questo libro di Roth, che parla di arrivismo e di come
siano stati gli ebrei ad avere portato questa battaglia all'estremo
nelle università americane … e io penso a Paul Nash, che a
Princeton si trovò inserito in un dottorato gestito da un
personaggio ebreo con le mani ustionate del quale ora non ricordo il
nome, che non voleva sentir parlare di voti. Quelli te li garantiva
da subito. Pretendeva che lo studente frequentasse le lezioni che
preferiva, liberamente e senza obblighi, e poi producesse materiale
di valore. L'ora del tè, che si svolgeva fra gli studenti dottorandi
e i loro professori, serviva a creare un'atmosfera di competitività
che rasentava l'ossessione e spesso sfociò nella nevrosi. Ecco il
mondo che Roth da per scontato nel libro, ma che al lettore non
nordamericano va spiegato. La facoltà era la selva feroce. I morti
erano coloro che in qualsiasi modo venivano esclusi, e la neoassunta
professoressa di origine francese, riesce ad annientare Coleman che
è il suo datore di lavoro. Lui non accetta la sudditanza erotica
inclusa nell'assunzione e lei lo distrugge. Come? Non ha importanza.
In un mondo nel quale la morale è solo una facciata, proprio non
importa.
Ma Roth, per l'ennesima volta ha
mancato il centro del bersaglio, e ormai penso che sia accaduto
perché ha paura di quella consapevolezza latente che appare e
scompare come scrittura automatica nei suoi libri.
Terminando la recente rilettura de “La
macchia umana”, mi tornava continuamente in mente “Mr Vertigo”
di Paul Auster. Non capivo perché e poi la risposta è arrivata nel
sonno. La mia idea di letteratura è la seguente: descrivere una
realtà che ci turba per mezzo della fantasia. La fantasia non usa la
sola realtà, ma tutto tutto tutto. Non importa se un asino vola o si
limita a camminare e nemmeno se è rosso e fa chichirichì. Importa
che il significato arrivi al cuore, che il cuore ci esploda e che si
debba ristrutturarlo a nuove irrinunciabili consapevolezze. Roth ha
sempre usato solo la realtà per descrivere la realtà. Ricordo solo
un racconto dal titolo “il seno”. Una cosina triste che non parte
e non arriva da nessuna parte. Ma che legga “L'avvoltoio” e
mediti la possibilità di lasciarsi andare ai suoi mostri … basta
arrivismi e erotismi. Ormai è solo, in un carcere che è il corpo,
che invecchiato, non è più trionfo di potenza adulata ma sudditanza
estorta. Si deve andare oltre, (anche lui l'ha intuito ma non ha il
coraggio di renderlo esplicito), ed è la rivelazione della paura
della violenza, scoperta che accade in noi stessi, e l'esigenza del
continuo annientamento dell'altro come soddisfazione mascherata ma
inesorabilmente dominante. Basta lotte fra uomini e donne. E basta
all'insensata fame di dominio, di superiorità, di soldi, tanti soldi
fino a non accontentarsi mai, dimenticando che i soldi sono
possibilità, che oltre un certo limite perdono ogni senso nella
dimensione individuale (e, se non si riesce a diventare altruisti,
donando possibilità ad altri, si diventa mostri, caricature).
In “Mr Vertigo” Auster, ha
inventato qualcosa di irreale che rappresenta magnificamente la
realtà che “sente”. Più passa il tempo e più amo quel libro.
Più passa il tempo e più rifuggo chi sa scrivere e non affonda la
lama in se stesso fino in fondo … per paura di soffrire, per paura
delle proprie radici primordiali. Ma solo l'artista può farlo, solo
il vero artista ha questo coraggio. Ci vuol più forza interiore ad
essere un carrierista di successo che descrive con abilità la
superficie delle cose oppure a rinunciare ai tanti, troppi cavalli di
un'auto come non seppe mai fare Brecht? E in quei medesimi anni, in
silenzio, senza riflettori, un Kafka, nella medesima Berlino toccava
il cuore umano, lo descriveva e lo metteva davanti allo specchio, per
sé stesso, per me, per tutti!
E penso al Miller del teatro americano
con opere come “Morte di un commesso viaggiatore”, nel quale la
finzione americana si sgretola, oppure “Erano tutti figli miei”
nel quale invece esplode e fa molto, troppo male. Ma a quel male chi
è andato oltre? Per ora nessuno dopo Kafka, purtroppo. Ci stava
arrivando Camus, ma un incidente stradale gli ha tolto la possibilità
di terminare “Il primo uomo”. Con fantasia stupenda Strindberg e
Bulgakov hanno abbozzato, aperto vie, ma se l'artista non si libera
di erotismi e arrivismi, malattie epocali che fanno volare basso,
troppo basso quel che in noi va oltre il pensiero … allora la
letteratura, in mano ai commercianti, ha finito di esistere.
L'uomo messo a nudo, che osserva le sue
radici e le ri-fonda. Questo deve accadere. E quando, come accade a
me, la violenza ti invita con doni di sudditanza ed erotismo, si deve
resistere, perché c'è di più, e non può comprenderlo chi non ha
mai atteso umilmente di essere accettato da una volpe, da un merlo,
dal riccio. La violenza, nelle sue varie forme porta al successo si,
ma nella carne, nella solitudine. Ti offre qualcosa di perennemente
transitorio e che qualcuno con altrettanta violenza ti porterà via.
Ma c'è qualcosa di più. Esiste un'armonia che se solo ti sfiora ti
fa tremare in tutto il tuo fragile esistere, e sentirai che essere
vivi è solo una tappa enorme, infinitamente infinita, e che da
serenità, e ti fa ridere di chi vuole arrivare primo dimenticando
che non esiste gara, ma un percorso che sembra a tappe, che abbiamo
trasformato in tappe perché l'infinità, in tutte le sue forme ci
sembra spaventosa e inafferrabile.
amen
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