mercoledì 29 luglio 2015

In onore di Sebastiano Vassalli

In Italia, viventi, stimavo tre scrittori. Ora due. Uno era ed è, perché chi raggiunge certi livelli merita l'eternità della memoria ...., Sebastiano Vassalli. Nel trio, viventi e in forma, come qualità della loro produzione, Erri de Luca e, non ultima, Paola Capriolo.
Di Vassalli, amavo prima di tutto "Un infinito numero", questo viaggio di Mecenate col suo segretario Timodemo e Virgilio, attraverso l'Etruria in disfacimento fino alla natia Arezzo. Un viaggio nel tentativo di comprendere il senso della fine e la fonte di un inizio. Grande libro, grande storia, scritto bene, cosa attualmente rarissima, e pieno di gentile sensatezza. Nella piccola e lussuosa valigetta che mi segue nei miei viaggi (non i miei abiti, ma questi capolavori, meritano giacigli di incantevole artigianalità ...), c'è posto anche per "Marco e Mattio", un libro che inizialmente non ho amato ma che, col tempo, avendomi "perseguitato", riproponendomi immagini spesso forti e spesso poetiche, pian piano è maturato in me ... anzi   ... son maturato io con lui. Una per tutte, ed è poetica. La descrizione del mercato delle merci a Rialto. Zola nel "Ventre di Parigi" descrive l'arrivo del personaggio su un carro di verdure, al grande mercato che è appunto il ventre della città, ma Zola, in quanto naturalista, costruiva, non si lasciava andare alla descrizione se non con l'intelligenza, e si sente. Libro scritto da un intellettuale ... ma, come da sempre asserisco, per fare un'pera letteraria non deve essere l'intelligenza a parlare, ma la sorgente dell'io che è in fondo a noi stessi, a tutti, e che solo percorrendo la lunga via del silenzio, si può sentire. Basta un battito d'ali di farfalla per non coglierla più con chiarezza, confondere le parole e con esse il senso. E' questo forse quel che il figlio di Vassalli Hermes detto Marco, no ha compreso? Mi duole l'intervista che ha rilasciato su "LLa Stampa" di oggi. I figli dei grandi non hanno mai vie di mezzo. Esempi: La figlia di Guareschi che esagera e considera il padre un genio assoluto oltre qualsiasi vivente e forse in grado di spodestare Dio ... Lo dico con ironia allegra. L'ho conosciuta e ho apprezzato, prendendola in giro, questa devozione. Suo padre comunque fu un grande. Fesso chi esaurisce la sua immagine con la saga di Don Camillo! Il figlio di Nabokov, cantante lirico che iniziò la carriera nello stesso istante-concorso di Pavarotti, ma su due scale diverse. Stimava profondamente il padre, un padre che era una maschera anche con se stesso ... ma comunque lo stimava perché anche con la maschera rivelava come Fellini, il volto. E Poi, viventi, il rispetto immenso del figlio di Botero per il padre! e di certi odii, alcuni che ho visto da vicino, preferisco tacere. Il punto è che i figli degli artisti solitamente o amano questi ingombranti genitori, oppure li odiano, che equivale ad amare maldestramente. Chi ha odiato esseri simili, avranno non pochi rimorsi, e mi dispiace. Un talento artistico non è un ostacolo, non se ne deve essere gelosi. Quelle immense solitudini sui libri, sono viaggi nella mente di un insegnante che si è fatto eterno e che da quelle pagine insegna, confida. Mai è solo chi è con un libro di Borges, di Kafka ... o di Sebastiano Vassalli.
Mi dispiace poi che la critica, anche con Vassalli, si semplifichi la vita identificandolo con un'unica opera. "La Chimera è interessante", ma non è un suo capolavoro. Sta di fatto che nella nostra epoca più che nelle precedenti, è sempre latente il desiderio che una storia sia in fondo vera, che ogni nome ne nasconda uno veramente esistito, e così per i fatti, trasformando la lettura in banale voyeurismo. "Cuore di pietra". Storia di una casa che si trova in un paese ne grande e nemmeno piccolo, è stato identificato con la Novara adottiva dell'autore e la casa con casa Bossi dove egli abitò. Fatiche inutili. Di recente ho sentito i tentativi di comprendere cosa fosse esattamente dal punto di vista entomologico, il bagherozzo del celebre racconto di Kafka ... non è necessario. Equivale a perdersi in particolari secondari, oserei dire una forma della stupidità. Non è che cambi il significato se si trattasse di un cervo volante o di un maggiolino, e ... si badi bene, non ho scelto due bestiole a caso, ma la critica, questa finzione a stipendio di università e testate, deve pure campare!
Di quel libro "Cuore di pietra", storia di una casa che si può dire che ha visto l'Italia, ho anche sentito dire che sarebbe stato saggio imporlo come lettura nelle scuole. Ottimo! un buon sistema per fare odiare un testo e un autore. Ma ve li immaginate i cancheri che si è preso Manzoni per il suo celebre romanzo? E' amato solo da chi lo ha letto prima di affrontarlo con rigide insegnanti che smontavano tutto e lo rimontavano pretendendo che la bellezza sopravvivesse a tale autopsia! mai il corpo sul marmo dell'obitorio è la persona che incarnò. Ne è solo il simulacro! Si salvino i libri dall'obbligo scolastico! Per far amare si deve mostrare che si ama sinceramente. tutto quel che diventa dovere diventa disturbante! un buon libro "Cuore di pietra". Una bella favola che un padre o una madre o una nonna (se si smettesse di sbattere in ospizio la memoria di un popolo!!!!) dovrebbe dimostrare di amare, tenerlo sul comodino e ogni tanto leggerne una pagina. Un bambino di dieci anni, figlio dei miei vicini, vedendo spesso "L'amico ritrovato sul mio tavolo", incuriosito, lo ha quasi rubacchiato per leggerlo. Essere tentatori con caramelle di elevato sapore spirituale! Addormentare i figli con Boccherini produce meno cretini che introdurli nella banalità con un d'Alessio per esempio. E' semplice.

Vassalli ha dimostrato di amare la vita continuando a scrivere e dicendo spesso quel che pensava e spesso rispondendo alla volgarità col silenzio. E nella nostra epoca non sentire un silenzio che è una vera lezione è cosa di ogni giorno.

Disse in un'intervista: "Credo di avere fatto alcune cose buone e anche ottime, che però non hanno avuto un successo clamoroso e non possono averlo perché l'umanità è un mare dove i movimenti avvengono in superficie. Più si scende in profondità, più tutto sembra (ma non è) immobile."

Belle parole che contengono rassegnazione. Io la penso in un modo più diretto, più duro e so, per vie traverse ma non troppo, che in fondo, anche lui ...
Attualmente le cose buone e ottime fanno paura. Il mondo attuale, dall'illuminismo in poi, si è incaricato di dimostrare che ogni morale è soggettiva, che si tratti di io collettivo o individuale poco importa. accade così che chi approda a dei principii che considera degli a priori, dei fondamenti dell'esistenza, viene annullato dai media. Non è più necessario uccidere. E' sufficiente ignorare. Dici una verità scomoda? Allora non esisti; e se per caso sei già noto, ti annullo ignorandoti.
Esempi tristemente poco noti. Annamaria Ortese. Con "Poveri e semplici" e a sua continuazione "Il cappello piumato", mise a nudo la completa ipocrisia già nel 1952, del partito comunista italiano. Lei, comunista idealista, nonostante la mano protettiva di Bacchelli e l'amicizia della Maraini, ha vissuto da profuga, da eremita, da esiliata in patria, per anni. Una volta defunta, osannare è facile ...
Mario Tobino. "I tre amici". Medesima lezione e medesima sorte.
Curzio Malaparte che tifò Mussolini e poi, quando capì che si trattava del narcisismo di un solo uomo lo ridicolizzò guadagnandosi una stanzetta all'hotel Regina Coeli e il confino. E la sua opera, al di là delle parti, ci dimostra la sofferenza per una violenza epocale che ha minuziosamente vissuto.
E la genialità di Giovanni Papini! che mi fu resa nota da Borges, perché in Italia, un simile talento è stato dimenticato.  e l'elenco potrebbe diventare lungo fino alla noja. Italia!
La migliore letteratura europea del novecento che nemmeno il suo popolo conosce!
La sinistra in Italia ha occupato i posti della cultura ma ha prodotto apparenza. Quanti artisti attualmente sulla cresta artificiale di quell'onda, continuano a "mangiare" e a produrre banalità terribili!
E Vassalli non aveva peli sulla lingua. Spesso si rifugiava appunto nel silenzio, per non compromettere non il suo destino, ma quello delle sue opere.
E poi quest'anno la candidatura al Nobel proposta dall'Università di Goteborg!
E una volta il Nobel era un onore incommensurabile. Quando Steinbeck lo vinse disse "ora non mi resta che morire". Ma oggi? Pamouk per esempio non è uno scrittore ma un intellettuale e in fondo un buon Nobel per la pace. Altro che letteratura! e spesso accade appunto che di un doppione del premio per la pace, si tratta. E poi ... mai candidato de Andrè, il mostro sacro della poesia italiana del dopoguerra! Gli intellettuali sinistrati dicevano all'epoca che non era possibile. Era un cantautore e non uno scrittore. E poi anche lui alla sinistra andava stretto. Non obbediva. "La buona Novella" veniva trasmessa dalla radio Vaticana. Per i sinistrati era veleno! poveri e stupidi. stesso destino accadde a Luchino Visconti. "La terra trema", tratto da "I Malavoglia", si vide tolta la sponsorizzazione (= contanti) perché non portò alcune correzioni dettate dal partito. Visconti li aveva di suo (la Carlo Erba era di famiglia per intenderci), ma il Vaticano allentò i cordoni della borsa. Perché? perché ne valeva la pena. semplice.
Ora hanno candidato Vecchioni e sono d'accordo, ma vedo purtroppo che come Benigni, si sta trasformando in artista ufficiale, artista di stato. Etichetta squallida, robina per cerimonie. Tristissimo. Anche se per l'opera lo merita. Benigni invece, da attore caratterista specializzato nel fare il toscanaccio, dopo aver fatto da spalla ad un geniale Troisi purtroppo deceduto, si è ritrovato la strada spianata. scusate, il partito ... e gli costruiscono spettacoli intorno e premi. Ricordo a New York quando uscì Pinocchio in poche sale. si diceva che Bin Laden, se voleva nascondersi nella Grande Mela, avrebbe potuto recarsi ad una proiezione di quel film, nessuno lo avrebbe visto, per tacere degli ebrei lievemente arrabbiati, ma dai media risultò successo di pubblico ...
Tranne Vecchioni quindi, l'Italia ultimamente ha candidato polli di batteria di partito o intellettuali. Mai artisti. Ci voleva Goteborg per capire che Vassalli reca onore alla sua patria? Ma Vassalli era un uomo con le idee chiare. Intervistarlo era abbastanza rischioso. O diceva quel che pensava oppure taceva e quel silenzio dava fastidio. E questo tutt'ora è l'artista. La coscienza di un popolo, di un continente, di un'epoca e si sa che la nostra ha distrutto gli specchi e non vuole fare i conti ... col cuore.
E Nonostante tutto, nonostante questa sua Italia sgangherata Vassalli, che apparteneva all'epoca che considerava il Nobel una consacrazione, ha ricevuto la candidatura, ma non dal suo popolo. Questa è contemporaneamente una ferita e un premio. Un Invito all'Italia ad aprire gli occhi, a smetterla con clientele, amici degli amici e altre forme di ipocrisia.

Buongiorno all'eternità, Sebastiano Vassalli. Grazie di tutto. Grazie per avere resistito e continuato a scrivere. Grazie. Ciao

domenica 14 giugno 2015

Falsità o banalità del giornalismo attuale?

Questa mattina i quotidiani parlano della Battaglia di Waterloo.
Marco Zaterin su "La stampa", propone "L'errore fatale di Ney", parla della pioggia ... insomma, i soliti luoghi comuni di chi si avventura scivolando (e senza nemmeno rendersi conto di essere malamente caduto), sulla superficie sdrucciolevole dell'opinione, assai distante da qualsiasi verità storica. E' sufficiente digitare  GENERALE SHRAPNEL sulla insicura Wikipedia, per risolvere l'enigma. Generale si, ma prima di tutto inventore. Ebbe l'idea di rendere cava una palla di cannone e introdurci dell'esplosivo, così, oltre il potere di sfondamento della palla, si otteneva aveva l'effetto bomba. Fu adottata dall'esercito britannico, segretamente, dal 1803, Nel 1808, durante la battaglia di Vimerio, Napoleone già ne assaggiò la sgradevole potenza. Questa arma fu usata a Waterloo? Ja!!! e fece la differenza. Fu un salto tecnologico sottoposto a dodici anni di sperimentazioni segrete, che perfezionò a tal punto lo "shrapnel" che permise di fare la differenza.
Domandina .... perché ci son due facciate e di questo fatto nessuno ne parla? cinicamente rispondo che, sapere la verità limita la possibilità di dire. Un esempio ce lo offre la letteratura. Capire Kafka manderebbe in crisi un vastissimo settore di "indocenti" che campano ipotizzando di tutto e di più. E questo è solo un esempio. Più l'autore è complicato, criptico, più ci si può avventurare nelle ipotesi, e anche l'assurdo può degnamente sopravvivere su un quotidiano nel quale, ben sappiamo che le parole durano un solo giorno.

E ora un'altra grande colpa dei giornali e dei media in generale.
Qualche giorno fa si è svolta la partita Croazia Italia a Split. Si scopre che sull'erba del campo c'è una enorme svastica. Qualche giornale ha messo nel titolo la parola Choc. Definizione: condizione grave di compromissione della coscienza e di altre facoltà mentali a seguito di una stimolazione psicologica molto intensa. Ebbene ... questo vocabolo ci sta quando qualcuno ha visto la morte in faccia oppure ha passato uno spavento tale da esserne forse uscito traumatizzato. Quella svastica ci indigna, ma assolutamente non ci provoca uno stato di chock.
Sull'abuso del linguaggio, che ha la sua palestra più ridicolmente ardita nello sport, porto un altro esempio. Prima della finale di Champions di Berlino fra Barcelona e Juventus, la pubblicità in tivù diceva: "gli eroi si sfideranno nella finale per diventare leggenda". Eroi e leggenda per una partita di calcio, per la "conquista di una coppa" che appena terminata è dimenticata, poiché lo sport vive solo di presente presente e presente. Quel che è appena accaduto deve essere dimenticato perché un altro presente puramente emotivo, e che mai va oltre quel livello animale, è già in via di confezionamento.
Ricordo anche una sera con amici. La partita che guardo più per il piacere di stare in compagnia ed ecco che un giocatore cade, sembra sia fatto male e il cronista parla di dramma. Ma se le parole vengono svuotate così di senso come potranno definire un vero dramma quando in effetti accadrà!!!
Sarebbe così facile e secondo me rispettoso dei grandi valori della vita, utilizzare le parole per il loro giusto significato, ma ultimamente, oltre all'appropriarsi di significati alti in sfere banali, capita anche di ascoltare parole che da normali e chiare si son fatte ipocrite. Netturbino o spazzino non va; si dice operatore ecologico. Bah... ipocrisia appunto, per "ripulire" un vocabolo che nella sua prima versione aveva troppo aroma di spazzatura? di sporcizia? e peggio ancora è la parola "importante", ridotta a simbolo dell'assurdo e chiarissima chiave di comprensione dell'unica scala di valori della nostra epoca. Un'amica entra in gioielleria, mi ha chiesto di consigliarla per l'acquisto di un orologio. può spendere tanto e anche di più, ma desidera la qualità e non la moda. Il gioielliere ci mostra un ordigno tutto oro e smeraldi; ripeto che amo i meccanismi di qualità e chiedo di mostrarle un modello di una certa ditta sassone. Il gioielliere mette via l'ammasso di smeraldi dicendo "peccato, questo è un oggetto veramente importante!". Importante quindi, per lui e per una massa di squallidissimi ipocriti, vuol dire costoso. Solo costoso! poiché solo far capire che costa molto emancipa dalla massa? Trasforma un io respirante e digerente in un io pensante? in un io degno di essere ricordato? Scriveranno nei libri di una qualsiasi forma di storia che la signorina X aveva quell'orologio? Rido amaramente e dico con la mia amica che se non ci danno subito un altro commesso esco. Provvedono al cambio, ma sono cloni, accuratamente addestrati, senza più un'identità. Se chiedi un consiglio non è un io pensante che dice la sua anche su una cosa semplice come l'accostamento di una giacca con una camicia. Devi sapere che ti consiglierà i prodotti che da più tempo giacciono invenduti.

E ora veniamo alla bomba che i giornalisti tengono sempre accuratamente disinnescata.

Questi per ora erano giochetti da salotto. Ora si fa sul serio.
Dodici giugno 2015. Un signore la cui storia famigliare parte dagli ugonotti in Francia, compie cent'anni. Risulta che ha un patrimonio stimato di 3.2 miliardi di euro secondo la rivista Forbes. Sembra quindi un miliardario che raggiunge un traguardo che possiamo definire invidiabile. Gli articoli ci parlano che regalava tacchini ai poveri e che ha elargito un miliardo in beneficenza, ma la verità non la dicono e non la possono dire. Ecco lo schema elementare che chiunque può verificare.
Trilaterale: fondatori, questo caro vecchietto e Henry Kissinger, suo ("ministrello" personale) nel 1973
Bilderberg. Fondatore, sempre il caro centenario nel 1954
Aspen: fondato nel 1950 e foraggiato dalle fondazioni Ford, Carnegie e ... il caro vecchietto che elargisce tacchini.
Gruppo dei trenta, detto per comodità g30,: fondato da Geoffrey Bell  nel 1978 su "ordine" della fondazione dell'elargitore di tacchini e "guidata" da un suo parente.

A questi quattro club che non giocano a bocce, si partecipa solo su invito, i giornalisti rimangono fuori e, quelli invitati, esempio Gruber, fanno carriere fulminanti e ovviamente in cambio di certe cosucce, come questa, ovvero non parlano e ovviamente, alle notizie danno il taglio imposto dall'elargitore di tacchini.
Egli ovviamente non è solo, ma comanda. Nel 2012 lui e la famiglia dello "scudo rosso", si sono alleate e altre delle quali ho i nomi, partecipano in modo minoritario.
Dimenticavo. Un antenato dell'arzillo centenario ha fondato la federal reserve che non è un ente di stato, ma privatissimo e che quindi si fa gli affari suoi e non quelli degli Stati Uniti. La Fed stampa moneta. Una follia! e cosa decise John Kennedy? Propose l'atto 1110 che toglieva alla fed la licenza di stampare moneta e la passò ad un ministero statunitense. tempo sei mesi, ovvero l'invito a recedere, e a Dallas, John Kennedy comprende troppo tardi che quello non era un consiglio ma un ordine.

Ora veniamo a strane coincidenze. Napoliuretano (storpiato e minuscolo perché non merita nemmeno la morte), termina il suo mandato di presidente della repubblica delle banane (Gianni Agnelli docet), e nel giro di un mesetto riceve un premio dal "ministrello" dell'elargitore di tacchini ... ma ... se uno più uno fa ancora due allora ... allora ecco che sappiamo che mario monti era Bilderberg, che poi che andò a prendere ordini Letta junior. E perché non si tennero Monti che in fondo obbediva egregiamente? Per via della sommossa popolare detta "rivolta dei forconi" che stava marciando su Roma e che i forconi ce li aveva davvero. La faccina pulita di Letta junior ha retto un poco ma si stava per esplodere nuovamente ed ecco il guitto fiorentino che, interessato solo alla poltrona più alta,   è disposto ad obbedire con più ferocia e determinazione dei due servi precedenti. Si noti che ogni sua mossa, ogni sua legge o leggina ha uno solo scopo, ridurre le spese. Questo avrebbe senso se queste riduzioni tenessero conto dei un codice morale, ma egli obbedisce a chi cura solo il suo bilancio  e il fiorentino asseconda nella speranza di mantenere il più a lungo possibile la poltrona che lo lusinga così tanto.

Altri due casi interessanti. Per quanto io non stimi il signore di Arcore come politico, deduco, da quel che i giornalisti dicono e non dicono, che sia lui che Strauss Kahn, sono stati silurati da interventi mediatici possibili solo da un sistema di giornalisti venduti. Stessa tecnica; scandalo sessuale, e spariscono dai ruoli che contano. Strauss Kahn intendeva risolvere diversamente la crisi greca. Il signore di Arcore invece aveva capito cosa stava accadendo e stava per rivelarlo. Una cosa so per certa e qui la dico. Non si voleva dimettere. La sera lo hanno avvisato che tutte le banche non avrebbero più supportato le sue aziende e la mattina dopo si è dovuto arrendere. E questo in Italia, lassù nell'empireo della finanza, lo sanno tutti e lo dicono serenamente.

Altra considerazione. Il sommo elargitore di tacchini ai poveri, non è il re del mondo, ma di una sua parte. Americhe ed Europa sono prone, ma Russia India e Cina non si genuflettono, ma ci sta provando a convincerle. Ecco il senso dell'embargo a Putin, che è uguale, ma su scala diversa, all'azione rivolta contro le aziende del signore di Arcore. Questi è un presidente quasi re, e quindi l'azione ha bisogno di altre scuse, non più scandalo sessuale ma guerra con l'Ukraina. Una cosa sporchina. se si pensa che l'unione europea, minuscolo meritato, ha elargito qualche miliardo all'Ukraina a strane condizioni; deve aiutare la popolazione in crisi, versione ufficiale: di fatto deve aiutare tutta la popolazione quindi anche la parte contesa o ormai staccata dall'Ukraina. Questo vuol dire che i soldi servono per armarsi e fare la guerra, ma non contro i lo stato russo, bensì contro i russi residenti in Ukraina e che, essendo in maggioranza notevole (più del novanta per cento in Crimea dove con plebiscito hanno dimostrato di volere tornare alla Russia) cercano di affrancarsi. La storia la si conosce. Kruschev "donò" quelle terre, anche Donetsk, all'Ukraina. Nella Russia comunista era come assegnare un territorio ad un'altra provincia in Italia, una strategia interna di scarso impatto, ma quando finisce il comunismo e Ukraina e Russia diventano due realtà indipendenti ecco che quell'atto di Krushev diventa ingiusto e arbitrario. Attualmente si nega l'autodeterminazione a quei popoli. Si strumentalizza il tutto perché Putin non china il capo e quella è la scusa per agire. Come ho accennato poc'anzi, lo scandalo sessuale non basta con un uomo così potente. E io non sono pro o contro Putin, semplicemente osservo e faccio collegamenti che i giornalisti potrebbero fare ma son pagati proprio per non farlo.

Prevedere il futuro? tristemente troppo facile. Due schieramenti enormi che si scontrano ... e il resto è storia.

giovedì 4 giugno 2015

"Curzio" di Osvaldo Guerrieri





Ho letto un libro di Osvaldo Guerrieri. “Curzio”, edito da Neri Pozza. E' da parecchio tempo che sono tentato dall'idea di scrivere qualcosa su Curzio Malaparte, forse per questo mi son lasciato sedurre. E si è trattata di una seduzione non facile. La copertina del libro è di un kitsch meravigliosamente stupido ma, mi son detto, gli editori non la lasciano mai scegliere agli autori i quali, poiché giustamente amano la loro creatura al di là del suo valore effettivo, come l'amore di madre, quello vero, poiché appunto fanno proprio questo diritto, poiché “pompa” le vendite, mi faccio invece guidare dalla curiosità di sapere cosa un altra persona pensa di questo scrittore che apprezzo moltissimo.
Di Osvaldo Guerrieri nulla so e nulla intendo sapere. Mi basterebbe un'occhiata su internet per entrare in possesso del suo volto, ma non sopporto queste curiosità. Un viso, un corpo, in una foto sono entità distanti dalla realtà. Un solo gesto, dal vero, potrebbe frantumare l'essenza che abbiamo colto dall'immobilità della fotografia o dalla piattezza bidimensionale di un filmato.
Disapprovo comunque il titolo. Chiamarlo per nome, Curzio, non mi sembra il caso. Che accada dentro, fra le pagine, ci sta, poiché ovviamente si crea un rapporto di amicizia surreale col personaggio che abbiamo deciso di raccontare, di comprendere. E osservo di nuovo il volto della copertina, fra due cavalli scolpiti in posa i tempesta e una maschera carnascialesca (preferisco questo vocabolo a quello d'uso comune perché si “sente” di più la “carne”...); un volto da checca isterica. Un volto che non corrisponde per niente a quello della sua opera.

Veniamo al contenuto. Il libro mi è piaciuto. E' ben scritto, scorrevole, e funziona perchè, sull'onda lunga di “Limonov” di Carrere, descrive un arrivista che vuol sfondare a tutti i costi e agisce senza alcuna morale. Ma a differenza di Limonov, che tuttora la televisione russa spesso intervista, Malaparte scrive “maledettamente” bene, e già solo questo aspetto avrebbe dovuto spingere, secondo me, Il Guerrieri, ad andare oltre.
Cerco di spiegarmi. Quando lessi per la prima volta “La pelle”, e subito di seguito, “Kaputt”, (attirato dal caso, nella forma di una edizione vecchia che ammiccava con l'aggiunta del ricordo depositato in un cassetto della memoria, così, slegato e ancora senza senso, che come me, era nato fra due mondi, quello italiano e quello tedesco), mi colpì la sua immensa sofferenza per “i disastri della guerra”. Ho messo i “disastri” fra virgolette, per rendere un po' più immediato il collegamento con le incisioni di Goya che portano quel titolo. Io non sapevo niente del processo all'assassino di Matteotti e della difesa fatta da Malaparte, che salvò l'accusato e mondò il volto apparente del dittatore, di Malaparte non sapevo assolutamente nulla. E quei libri mi conquistarono per capacità di colpire al cuore con immagini indimenticabili. La guerra, la ferocia pura e inaccettabile da un qualsiasi essere dotato di sensibilità. Posso dire che la medesima potenza l'ho trovata in due volumi autobiografici di Elga Schneider, “Il rogo di Berlino” e, più di tutti, “Lasciami andare madre”.
E la continua domanda che aleggia nel libro … se i fatti narrati son veri, o parzialmente veri, o pura fantasia, la trovo insensata. Quel che conta è che le sue immagini, così potenti, così devastanti, si scolpiscono nella mente e vi rimangono per sempre e che l'orrore per la guerra si fa nostro in modo totale, come appunto mi accadde con Helga Schneider e Goya.
Forse non sa Osvaldo Guerrieri, che l'artista inventa! La realtà per lui altro non è che materiale che se vuole, può usare e, sempre se lo ritiene opportuno, modificare.
Se un Uomo, ha un vero messaggio da trasmettere, un messaggio che urge, che fa male dentro, diventa secondario, assolutamente ininfluente sul giudizio di qualità che ne daremo, se ha inventato o meno. C'è più verità in un racconto di pura fantasia di Kafka che in migliaia di opere che pretendono di descrivere la realtà, cosa di fatti impossibile. La visione può essere solo individuale, soggettiva. Zola, il principe degli illusi, che pretendeva di essere assolutamente oggettivo, di descrivere senza coinvolgimento quel che osservava, fa tenerezza, ad un lettore del principio del ventunesimo secolo, poiché risulta evidente che egli aveva un'idea per esempio del rapporto fra la moralità di un povero che non riuscendo ad emanciparsi, si lascia andare all'abiezione, allo “Scannatoio”, dell'osteria e non solo. Ma era suo questo schema, e in esso forzava i dati che sceglieva, si ricordi, sceglieva, per rendere dimostrata la sua tesi.

Secondo me con le due opere di Malaparte, la vita e l'opera, si devono fare i conti in modo differente.



Il suo comportamento, così fortemente anaffettivo, bilanciato da questo rispetto così grande per i cani, potrebbe insegnare qualcosa? Secondo me si.
Malaparte, capì velocemente che la vita quotidiana era una lotta di tutti contro tutti, che gli ideali, dai quali all'inizio si lasciò sedurre, erano un paravento, una facciata, una ipocrisia sistemica.
Quel che è curioso è che, l'ipocrisia degli ideali, questo scrittore la colse con la delusione del comportamento di Mussolini. (Premetto che non m'interesso di politica, non sono schierato quindi ho l'illusione di essere libero …). Esistevano tre blocchi: liberismo, comunismo e fascismo. Lui scelse il fascismo ma lo considerò rovinato dal protagonismo di Mussolini. L'ideale fascista quindi, ridotto a parole che nascondevano, e malissimo, il desiderio di un uomo di essere divinizzato. A questo punto il passo verso l'uso strumentale di uomini e ideali ipocriti, per vivere al meglio, non sembra così assurda. Se all'epoca si decideva di essere fascisti i motivi erano fondamentalmente tre, l'urgente fisicità della giovinezza, il senso di ordine che, con le medesime maniere violente e dirette dei comunisti, si voleva ottenere, e la reazione al capitalismo che, questa volta in maniera indiretta, massacravano l'esistenza delle persone. Io, che mi considero profondamente non violento, non avrei resistito in nessuna di queste “parrocchie” e se penso alla nostra, alla mia epoca, nella quale sopravvivo con tristezza, deduco che la vittoria del capitalismo neoliberista sia arrivata al punto che esiste un regnante che sembra occulto, ma nome e cognome li so e si possono facilmente dedurre, che fa viver male ormai tutti tutti tutti.

Spesso osservo con affetto la foto di Curzio Malaparte che, ben vestito e giovane, siede i fianco al suo Febo. In questo gli somiglio. Spesso dico che son stato allevato da Mafalda, un grosso cane pieno di vera umanità, e tuttora, dopo anni dalla sua dipartita, riconosco come i migliori, gli anni passati con lei. Figlio di un cane. Si, e ne sono fiero. E ringrazio la sorte di avermi dato quella madre dallo sguardo infinito e capace di esempi semplici ma pieni di amore vero, senza ipocrisie.
Guardo quella foto e riconosco, e riesco a mettere in ordine tutta la sua vita, tutte le sue solitudini, che assumono un senso tragico ma di valore.

Le biografie di uomini che sembra non abbiano rispettato niente e nessuno, da quando l'uomo sembra un essere capace di pensiero, son sempre andate di moda. Si pensi ai vari Caligola, Nerone e Giulio Cesare, Alessandro il grande e poi via col tempo a cercare anche nelle caste più basse e a riempire di valori a volte irreali (visconte di saint Germain per esempio) oppure estremi, come Rasputin, Jan Potocki, Restiv de la Bretonne, Casanova e Cagliostro … e Malaparte.
Ora si è scesi alla plebe mentale pura della quale Limonov è simbolo e moda, ma … ed è un grande ma, se leggo, com'è accaduto a me, un'opera di Malaparte, senza sapere niente di lui, quel che ottengo non è moda, ma un arricchimento eccezionale della mia sensibilità. La morte di Febo, per esempio, il cane della foto, fatto che, come sottolinea Guerrieri, avvenne mentre lo scrittore era via, fu ingigantita in “La pelle”, in un modo che è veramente, dico veramente, indimenticabile. E comprendere per quale motivo Malaparte ha agito così è per me, che cerco di scrivere col cuore in mano, comprensibilissimo. Mi spiego. Due anni prima che Mafalda morisse, ormai vecchia e assai sgangherata, stampai a mie spese un libretto che ebbe l'incasso devoluto poi in beneficenza. Immaginavo Lei, la mia Mafalda, che mi aveva scritto una lettera che era a preambolo del libretto. In essa mi diceva che sentiva la natura che la stava chiamando ed era preoccupata perché non sapeva a chi lasciarmi. Di notte poteva saltare dentro ai sogni e starmi vicino, “ma di giorno … di giorno a chi ti lascio” e mi commuovo tuttora pensando al monumento che le feci, come Malaparte fece per Febo, con queste parole … e questo dirle grazie per il suo affetto così sincero, così disarmante, così vero, così nostro, suo e mio, ma in fondo di tutti coloro che sanno cos'è un affetto.
Penso di essermi spiegato. Ecco cosa manca in quel libro, scritto bene e ben leggibile; doti che aiutano ma purtroppo da sole non bastano. Borges diceva: “la bellezza oggi è comune. Conta ora quel che merita di essere ricordato”. E Borges vide giusto. Si tratta quindi per Malaparte e non solo, di aver meritato uno spazio nella nostra memoria.



giovedì 7 maggio 2015

Lettera ad un diciottenne disorientato

Causa salute, ho lasciato l'insegnamento. Non lo facevo per soldi. So fare ben poco per soldi e ben poco merita di essere sporcato … coi soldi.
Accade comunque che ex studenti cerchino dialogo e di recente uno di essi ha agito con un'urgenza che non sapevo come soddisfare. Troppo grandi le sue domande. Troppo assurda questa epoca.
Egli è al quinto anno. Ha l'esame di maturità. Va bene e manca un mese al termine delle lezioni. Non vorrebbe più frequentare e presentarsi all'esame che, visto il suo livello, sarà una formalità, ma qualche docente lo ha già sgridato per le troppe assenze che di recente ha accumulato. Esse sono molto al di sotto del limite che il regolamento interno considera come una condanna e io gli do ragione. Non è la frequenza che può essere utile a colui che ha già raggiunto il livello richiesto! Ricordo con un pizzico di Ironia, quando mio padre fu richiamato per le mie eccessive assenze. Non c'erano problemi di voti. Mio padre disse che lo sapeva e che sapeva anche dove andavo, ma questo essere che giudico tuttora ridicolo, si permise di sgridarlo. Mio padre, assai malato e claudicante, venne a scuola, lo costrinse ad uscire e a venire a vedere dov'ero. Biblioteca pubblica, davanti a me un libro. UN LIBRO! Perché volevo veramente crescere! E è inaccettabile rimanere parcheggiati in un banco perché la burocrazia, l'ipocrisia e quant'altro esista di fesso, doveva essere assecondata. Ricordo anche all'università. Per la prima laurea terminai gli esami e la tesi con sei mesi abbondanti di anticipo … ma niente, per quella cloaca, che si considera la più vecchia d'Europa (quando invece fu la schola medica di Salerno), dovevo attendere quel tempo, buttarlo via, e vidi la sessione passarmi davanti e odiai quell'inaccessibilità, quello spreco di tempo, del mio tempo, della mia esistenza che stava cercando di fiorire.
Ricordo un dialogo con X (così chiamerò questo studente). Mi racconta del nonno. È sera, è seduto al tavolo e lo sguardo è immerso nella tivù. X chiede “nonno, per te cosa c'è di più importante dopo i soldi!”, il nonno ci pensa un po' e poi dice “forse la salute”. X prosegue, parlando con me ma in fondo con se stesso “lo so che pensano sempre e solo ai soldi, ma mi aspettavo che almeno dicesse i figli! La moglie! I nipoti! no. Io non voglio diventare come loro.”
Ed ecco che un ragazzo di diciotto anni, che pensa (e capita assai di rado), ha cercato un prof che sembrava disposto ad ascoltare … e desiderava, desidera delle risposte. Durante l'ultimo dialogo, proprio in conclusione, come se la domanda bruciasse, ma non avesse comunque avuto il coraggio di liberarsene, ha detto “Ma per cosa posso vivere ...” e gli ho detto “non esiste risposta. Se tela dessi sarei un falsario, uno che vende illusioni. Devi vivere, lanciarti nella vita, e un poco alla volta scoprirai cosa ti piace fare. Potrebbe essere anche semplicemente fare il padre, o amare una donna, o un mestiere. Io non posso darti una risposta.”
ma quel che mi fa male in quella domanda è che conosco la mia epoca a sufficienza per comprendere che la sua generazione, come la mia, rimarrà schiacciata dai fatti enormi e volgari che stanno accadendo. E non ci si può affidare ai media per comprendere.
Se mai, quando venni in Italia, toccai con mano una situazione di raccomandazioni di partito e privilegi talmente feroci da distruggere tutti coloro che non ne godevano anche se di valore, se mai compresi che la lotta era vana e feci scelte estreme che tuttora vivo senza rimpianti, la sua generazione, che si affaccia su una crisi indotta da potenze che ho ben nitide davanti agli occhi della mente, questa generazione che ha ora diciotto anni, cosa può fare se non comperare tutto? E comperi solo se hai i soldi, ma tutto, veramente tutto ormai, si acquista.
Feci sentire di recente a due ex studenti che vennero a trovarmi (e uno di questi era X), il discorso sul PIL di Bob Kennedy. Rabbrividirono, non per il discorso, che approvarono (è su youtube), ma per il fatto che sia Bob che John Kennedy pagarono con la vita quei pensieri che volevano trasformare in azione politica.
Quel discorso dimostra che nelle alte sfere si sa quel che è giusto e quel che è sbagliato. Non accade che l'economia liberista produca un'azione fisiologicamente inevitabile. Tutt'altro. Ci basti pensare alla Federal Reserve che, fondata nel 1903, da alcuni privati (sette per l'esattezza) accorpava capitali per un totale superiore a quel che si trovava nelle casse degli Stati Uniti … cosa dire poi della Gran Bretagna che con la fine della prima guerra mondiale, era talmente indebitata con mister Morgan (uno dei sette della fed), da poter essere considerata da questi come una proprietà privata … e che sensi di colpa per me insegnare storia quando si sanno queste cose e i libri che rifilano a questi diciottenni nemmeno dopo un secolo quella verità la dicono … e non la dicono perché essa vige tuttora …
Ora salto, ma solo in apparenza, di palo in frasca. “Suite francese”, di Irene Nemirovsky. Lei aveva in mente un opera composta da cinque libri. Arrivò a produrne due e poi una malattia la fece soccombere in un campo di concentramento. La prima parte è una lezione enorme, oltre che un gioiello all'altezza dei più grandi scrittori di sempre. Si intitola “Temporale di giugno”. Narra della Francia che soccombe ignobilmente all'avanzata tedesca. Una famiglia benestante fugge in provincia. Ebbene, chiedo ad X di leggere “Temporale di giugno” proprio perché ho compreso la natura delle sue domande e vorrei mostrargli che è nella grande arte che ci sono le risposte vere. Gli chiedo qual'è il capitolo che lo ha colpito di più. Mi dice “quello del prete ucciso dai ragazzini”. “Esatto rispondo” e gli chiedo se mi sa spiegare il senso di quella scena. Tace, ci pensa un po e poi con lo sguardo chiede la risposta. “Quei ragazzi, mantenuti e pseudoeducati in un mare di ipocrisia per nulla celata, sono il punto più basso della società, l'essere umano ridotto alla bestia, senza una minima educazione, una minima cultura. Tutto intorno a loro è orrendo. Le parole del prete sono una bolla vuota, la carità che ricevono è una umiliazione continuamente rimarcata, e sin dai primi capitoli vediamo una borghesia inconsapevole dell'umiliazione continua alla quale fa soggiacere servi e, in fondo, tutti coloro che borghesi non sono. Quando il prete porta i ragazzi in fuga verso le campagne, in quel tremendo capitolo venticinque, assistiamo prima all'uccisione gratuita di due lucertole prese a sassate, preludio del dramma, e poi la violenza pura, nella quale più singoli, uccidono e si appropriano di una libertà totale, che “sentiamo” essere spaventosa, perché basata sulla totale assenza di regole che porta alla lotta di tutto contro tutti.
Ecco quel che La Nemirovsky ci disse in “Temporale di giugno”. Ipocrisia, sottomissione umiliante, mancanza di cuore in fondo, ed ecco che una massa sterminata è avviata verso la china della bestialità.
Proseguo affidandomi ad Edoardo Weiss.
Vi invito a leggere quanto segue: “Poteva sopravvivere soltanto il furbo che ogni giorno, con attenzione sempre desta, conquistava il suo palmo di terreno. Gli inetti, gli apatici, i miti, gli agitati, gli inadatti, gli afflitti, quelli che si commiseravano, erano schiacciati.”
Quelle parole descrivono secondo voi la situazione attuale? Questo oggi che dura ormai da tanti anni? Secondo me si … e che effetto vi fa scoprire che sono le parole del testimone numero cinque del processo di Francoforte (1963-65) che riguardò funzionari ed SS di Auschwitz?
Quel che per me è tremendo è la sensazione che la realtà che si tentava di sopportare in quei campi per salvare la pelle, ora è la nostra realtà quotidiana. Sopravvive soltanto il furbo …. e chi sono gli inetti per il furbo? Coloro che amano, che vivono secondo dei principi morali. Ricordare! Ogni principio morale è una zavorra, il furbo corre leggero verso la meta … una meta anafettiva, che poi scoprirà non essere soddisfacente e che lo renderà spesso arrabbiato col mondo.
Un Rockfeller anzianissimo (uno dei sette della fed), abitava da anni a Venezia. Parlava ormai anche il veneziano. Lo videro passare e gli chiesero “Come va!”, lui rispose “la me sta de drio ma non ghe dago confidensia... “ (mi sta dietro ma non le do confidenza). Bella amica la morte ….
ma ad un'altra domanda, diede una risposta meno ironica e con un fondo drammatico che a certi livelli spesso ho visto: “che differenza c'è tra l'essere ricchi e l'essere poveri?”: “essere ricchi non da la felicità ma permette di pagare una buona equipe per studiare il problema”, aggiunse poi, a microfoni spenti, che i ricchi hanno case più grandi nelle quali è più facile sentirsi soli” … e muoiono più soli? si. L'ho visto spesso. Tutti contro tutti. Sempre la Nemirovsky ce lo racconta in “David Golder”, e io sorrido amaramente pensando al “mio” studente che mi manda oggi una poesia. Mi dice che è la prima volta in assoluto che scrive:

“Sono quant'altro
seduto su uno scoglio
circondato da uno strato di nebbia
avvolgente come i dubbi
che attraversano la mente

pian piano l'acqua si ritira.

Vedo un pescatore.
Si ritira anche lui
… non preso niente.

Non posso fare a meno di notare
le numerose macchine che lavorano
sulla spiaggia,
per proteggere quella poca sabbia

mentre a pochi chilometri da qui
i terreni pian piano
si trasformano in deserto.

E penso …
ad un futuro sempre più incerto
osservando il mondo,
e capendoci ben poco
che va a fondo.

Penso a noi, ad esso
guardando le onde
guardando la nebbia cieca
e non comprendo l'essenza.

E sono seduto
su uno scoglio del tempo
circondato di nebbia.

Avevo la sua età e scrissi qualcosa di simile. Sentivo la forza fisica, la voglia di fare immensa. Sempre il mare e la voglia di remare, e quella domanda a me stesso, se era possibile nei miei vent'anni io che potevo remare per ore, scalare per ore, studiare per ore, mesi, anni, se era possibile che mi si consumassero gli anni migliori dietro alle marche da bollo, l'ipocrisia, la sottomissione a chi, a chi, a chi, a un nulla che ti schiaccia.
Quella nebbia di X, l'ho vissuta e si è diradata negli anni grazia all'amore dei cani e della letteratura.
In fondo è andata bene. L'anima è un seme. Devi scoprire che ce l'hai e poi concentrarti, ascoltarla e nutrirla. Ormai sono vivo ed eterno, ma la mia è stata ed è una vita assurda, al limite, che non consiglio a nessuna.
E a X cosa posso dire? Con questi governanti ovunque nel mondo? Con queste regole del più ricco che anche se è stupido è il più forte? Una volta si ascoltavano i poeti. Ora essi son cattive coscienze, fanno pensare, e sono stati buttati via. Ora è dura. Accarezzo il cane e dico che nelle mie scelte estreme (mai l'uomo però sceglie, s'illude, ma è scelto...) ho trovato un poco di serenità. E i rapporti umani son diventati troppo speculativi, in senso economico ovviamente.
Vai caro X, illuditi prima di tutto che qualcosa di buono possa accadere e, se la tua generazione riuscirà ad essere meno individualista della mia, e meno feroce di quella dei nostri nonni, allora forse …. tornerà la poesia.


(Non l'ho riletto. Scritto di getto. Torno al mio mondo. ciao)

martedì 28 aprile 2015

Io non sono Charlie Hebdo

Questa mattina, 28 aprile, la lettura del titolo di un articolo del “Corriere della sera”, mi ha dato una scossa positiva. “Scrittori Usa contro Charlie Hebdo”, scritto da Giuseppe Sarcina, che ringrazio per avere dato spazio ad un argomento che secondo me è molto importante. Non mancherò di inviagli questo scritto come ringraziamento e lo invito a parlarne ancora.

Non ho letto subito l'articolo e i motivi erano due che si davano vicendevolmente forza. Primo, dovevo terminare la rilettura di un'opera alla quale sono molto affezionato e sentivo il dovere di mantenere la mente e il cuore liberi per quel solo compito. Secondo, ammetto di avere gustato con la mente a priori, dicendo “finalmente!”, come i veri golosi, il contenuto dell'articolo; ho così accettato di martoriare il palato della mente con la presenza tattile e visiva dell'oggetto agognato per divorarlo poi, una volta raggiunto l'acme del desiderio.
Verso l'ora del te, il testo di Canetti era riletto meditato e parzialmente digerito. Il resto della comprensione, forse, lo compirà la parte non consapevole di noi, quella in contatto con paradiso, inferno o, se si è degni, con le muse.
Ebbene. Ho così letto l'articolo e mi ha colto un disagio, certamente lieve, ma che mi ha fatto sentire come l'arciere di Eugen Herrigel, sicuro di sé, ma che scocca distante dal centro, anche se in una zona dignitosa del bersaglio.

Prima di parlare dell'articolo dico cosa penso del caso delle vignette satiriche contro Maometto: secondo me il problema non è partito dalla strage di Parigi, ma da una mancanza di consapevolezza storica sull'azione di chi, in precedenza ha iniziato a satireggiare pesantemente su
uno dei simboli più sacri dell'Islam.

Mi presento anche, poiché secondo me un testo che mira ad essere utile alla comunità, deve chiarire la posizione di chi scrive per poi poterla confrontare con l'elaborato prodotto.
Sono europeo. Non mi sento italiano anche se di madre lo sono, ma all'estero capita troppo spesso che preferisca parlare un'altra lingua.... dell'Italia, Come ebbe a dire la Hannah Arendt della Germania, mi rimane la lingua, nella quale penso e scrivo, anche se so che mi basta un poco di soggiorno in un'altra terra che non è necessario citare, per pesnare in un altro idioma. Attualmente so di sognare in due lingue quindi, per risolvere l'ambiguità, amo definirmi europeo, a nessuna realtà nazionale perfettamente somigliante, ma ad alcune vicina e mediamente appunto, europeo.
Dal punto di vista religioso dico, spero con umiltà, che nonostante non sia più un ragazzino da “qualche mese”, non mi sento pronto per dare una risposta. Ogni tanto ho una sensazione immensa che mi pervade e mi fa dire che non può non esistere, che è assurdo anche solo supporlo, ma poi, calato nella quotidianità, che è gretta per tutti, l'idea di Dio, svanisce e rimangono atti dei quali sento pesantemente la banalità. Non laico e nemmeno credente. E penso che non si tratti di decidere e di agire per categorie logiche. La religione ed il sentimento sfuggono a quelle sequenze, che chiamiamo razionalità.

Ebbene, questo essere che io sono, ancora in divenire su tante, troppe cose, un punto certo sulla religione ce l'ha, ed è il seguente. Questa epoca è piena di credenti, e chi ipocritamente ignora la loro esistenza è a dir poco ridicolo. Negare l'esistenza di Dio, e di conseguenza farsi beffe di chi crede come se fosse un inferiore, capita spesso in Francia e in Italia, aree culturali “sinistrate”, nel senso che sono state rovinate da una sinistra che ha dettato legge imponendo le proprie idee anche in campi che non le competono. In generale Dio, nelle sue varie forme, ha sofferto anche un discreto attacco da quando la scienza e la tecnica hanno proposto, direi quasi quotidianamente, delle novità in tutti i campi. Si vive meglio e più a lungo, e siamo calati in una consapevolezza, indotta da più di un secolo e mezzo di eventi continui ad un ritmo elevatissimo, che pensiamo si migliorerà ancora e infinitamente. La prospettiva di vita che si allunga sempre più è l'arma che più rende coraggioso un essere comunque mortale; talmente coraggioso, e in questo secondo me appunto ridicolo, da avere il coraggio di negare l'esistenza di Dio. Non si nega il dubbio. Il resto è vita!
Quel primo vignettista che sbeffeggiò Una figura sacra dell'Islam, secondo me ha mancato di rispetto verso milioni, anzi miliardi di persone, che hanno una visione della vita molto diversa da quella che impera in occidente, un occidente che troppo spesso si ricorda di Dio solo quando la morte bussa alla porta. Ritengo quindi che, indirettamente, abbiano offeso i credenti islamici, ma anche messo a disagio i fedeli di altre religioni poiché è evidente che nessuno di loro si salva da questo ostentato disprezzo.

Antonioni, Flaiano e Guerra, nel film “La notte” avevano dato forma a questo aspetto assurdo fatto di morte e assenza di fede. Nelle prime scene vediamo un'auto che gira in città. Si sentono tutti i suoi rumori di vita. La vettura passa un cancello e si entra in un parco con un silenzio assordante che ci conduce ad un edificio che, anche se non sembra, è una clinica. Il malato è in una stanza tutta di design d'avanguardia. Sembra un hotel. L'ospedale come lo immaginiamo noi ad un certo livello sociale non esiste … il malato sta bene in apparenza. Brinda con in due amici in visita. Calici, Champagne, infermiere top model ... sa che è l'ultima volta che li vedrà. Sa che sta morendo, ma nulla, tranne le sue parole, preparano lo spettatore alla morte.
Ecco la nostra epoca, ben delineata da un capolavoro degli anni sessanta. Ricordo quella scena iniziale, con Marcello Mastroianni e la Vitti, perché il suo messaggio è tremendo e, più passa il tempo, sempre più vero. Chiesi a Mastroianni come aveva recepito quella parte. Sapevo che lui amava discutere a fondo prima di recitare e mi disse che quei due maestri di sensibilità, Tonino e Flaiano, lo sconvolsero, nonostante il dialogo fosse stato spesso al ristorante, apparentemente leggero e umoristico. Ma quando la sera chiudeva la porta della camera e pensava alla scena da girare l'indomani, allora, sentiva un'enorme responsabilità, perché quel significato immenso non doveva sfuggire a nessuno.
Ecco una delle povertà dell'occidente! In un sistema di vita senza morale, morire diventa spaventoso. Ma anche vivere, e la religione, per quanto possa sembrare a molti un qualcosa di opprimente e arcaico, offre una definizione chiara di ciò che è bene e ciò che è male e permette, ai suoi adepti, di saper cosa fare nella vita. Se qualcuno ha dei dubbi valuti le statistiche dei suicidi di ogni stato occidentale e li confronti con i medesimi dati di stati o comunità islamiche; quasi zero il dato in queste ultime ... Intorno ad un ente che offre una morale, si struttura immediatamente una comunità. L'occidente comunità non è, il corollario è evidente. Conta solo il profitto e le leggi, per chi è un poco addentro alle “cose”, oltre un certo livello, sono solo apparenze.
Una cultura così amorale, poiché credere solo nell'incremento del proprio capitale, morale non è, una cultura del genere, che oltre il resto sbeffeggia sistemi che una morale ce l'hanno!
Volete vivere così? Viveteci pure, ma lasciate vivere anche chi diversamente crede! Ecco quello che penso! e diventa quindi un comportamento sgradevole, maleducato, condannabile, produrre vignette che offendono il senso del sacro di tantissime persone e di comunità intere.
Questo non vuol dire che io abbia approvato quel che degli estremisti hanno fatto a Parigi con dei mitra. Sono contrario alla violenza. Concepisco e controvoglia, solo la legittima difesa, quindi condanno quel gesto come condanno tutti gli estremismi.
Però penso anche che la satira debba avere dei limiti. Se per esempio faccio leva continuamente sull'omosessualità di un politico, agisco secondo me scorrettamente. Se prendo in giro un ebreo per i suoi cernecchi sono banale. L'umorismo deve sapersi affrancare dalla cattiveria gratuita. Le riviste satiriche sono poche secondo me, e dovrebbero scatenarsi per mettere in risalto situazioni sulle quali, in fondo, c'è ben poco da ridere. Ma sembra che non sia così. Troppo spesso, le due celebri riviste francesi, non mi hanno fatto e non mi fanno ridere e nemmeno sorridere, e trovo volgarità o attacchi che non comprendo, in fondo perché non c'è niente da comprendere.
Sai che un miliardo e passa di persone credono nell'Islam e sbeffeggi il loro profeta? Allora secondo me meriti di essere punito. Ma prima di tutto con un dialogo costruttivo. E mi immagino come condanna concreta, un po' di vita vera, per esempio a fare l'operaio in fabbrica o roba simile.

Due categorie sono un mondo a sé che purtroppo non ha nulla a che fare con la vita. I potenti (i ricchi ne sono una sottocategoria, illusa di contare qualcosa ma sono altrettanto fuori dalla realtà. Il ricco potrebbe non essere potente e il potente se vuole può essere ricco, ma il suo intento è ben altro …) e quegli intellettuali che, con un buono stipendio si sono tirati fuori dai problemi della quotidianità spesso a vita. Questi intellettuali sono in grado di fare pettegolezzi sul loro ambiente, ma dal mondo esterno si sono esclusi. Il prezzo di una ignava sicurezza è l'uscita dalla propria epoca. Triste. Assai triste.

Veniamo ora all'articolo di Giuseppe Sarcina che, insisto, ha il merito di averci fatto sapere che non tutti sono Charlie Hebdo, come andava di moda scrivere e dire subito dopo l'attentato. Io per esempio “non sono e non mi sentirò mai Charlie Hebdo”, poiché avrei condannato quelle vignette causa mancanza di rispetto di un valore molto profondo per più di un miliardo di persone!!!
Ma non ho avuto il coraggio di dirlo e non me ne vergogno. “A botta calda” sarei sembrato troppo controcorrente. La reazione è stata emotiva e i media così l'hanno gestita.
Ogni evento, se visto e vissuto troppo da vicino e in più, se ci si lascia guidare appunto dai media, perde di lucidità. Sono i nervi a gestire la situazione. Ma ora siamo distanti dall'accaduto. A livello di tempo esso è ancora assai vicino, ma la quantità di informazione giornaliera è talmente esagerata che è come se quel sanguinoso e triste attentato fosse distante ormai vent'anni.

E ora, un gruppetto di scrittori, sei per l'esattezza, negli Usa, dagli Usa, “si mette di traverso” per l'assegnazione del premio “Freedon of expression courage” edizione 2015. In data ventisette marzo è stata decisa l'assegnazione. Fra poco ci sarà il ricevimento e il giornalista ci mostra le cifre per la manifestazione e per il pranzo che “sanno” solo di evento mondano (e questa sottolineatura non è superficialità da parte sua, ma critica spietata ...) e la danarosa premiazione, ma sembra che tutto sia stato sospeso perché Michael Ondaatje, Peter Carey, Teju Cole, Francine Prose, Rachel Kushmer e Taiye Selasi hanno rifiutato di aderire. Dei motivi, poco sappiamo dall'articolo. Immagino che ognuno di questi scrittori abbia una sua idea precisa e vorrei conoscerla. Sappiamo qualcosa solo di uno di essi che avrebbe motivato la ripulsa verso quella premiazione perché ci vede la segregazione sociale attuata da una Francia, definita culturalmente arrogante, verso una parte della sua medesima popolazione. Carina come versione. A me sembra talmente diluita! … immaginate di ricevere una torta di ottimo sterco, bella fumante, e voi vi lamentate perché le ciliegine sono troppo dure. Una cosina simile per intenderci. Io lo dico chiaro e tondo. Nel 2015, ci sono miliardi di credenti, e trovo volgare negarne l'esistenza perché si è laici e permettersi di conseguenza di dissacrare. Il sacro esiste ancora per tantissima gente. Allo stesso modo ho visto vignette irriverenti verso la figura di Cristo. Il problema è quindi di un gruppo di persone che ritiene di avere la verità in tasca e irride chi non la pensa allo stesso modo.

E', come ho accennato, anche una questione morale e porto un esempio per spiegarmi in modo un po' deciso. Penso a quella finale dei Mondiali di Calcio fra Francia e Italia e ad un calciatore italiano, Materazzi, che insulta ripetutamente in campo Zidane. Il francese ha reagito e ci sta l'espulsione, ma un italiano secondo me dovrebbe avere il coraggio di dire che non si riconosce nel modo di agire di Materazzi. Vincere deve avvenire secondo delle regole e l'educazione, anche se non è scritta, non può essere trascurata! Avrei immaginato, in un paese civile, che una volta rientrato in Italia, quel giocatore si vedesse escluso per sempre dalla nazionale. E invece non è accaduto niente. L'importante è vincere, non importa con quali mezzi. Ecco una grave carenza di principi morali. Questo gesto che non ebbe conseguenze alcune, è per me esemplare. Ma si sa che ormai l'occidente industrializzato non ha più individui, ma solo consumatori. La cultura viene allontanata sempre più dalle esigenze strutturali di questi stati, ma solo un essere colto, preparato, è in grado di pensare e forse anche dedurre il rispetto e agire democraticamente!
Un'ultima parola per Rushdie. Ha deplorato questa mini ribellione. È arrivato a dire che allora il Pen Club non ha più senso. Ma chi è Rushdie? Per me che l'ho letto è un emerita nullità. Libri banali. È estremamente soggettivo, lo ammetto, ma il valore per me è un po' diverso dalla moda ...

E poi, non sopporto che menti che devono essere totalmente libere per creare, siano tesserate in qualsiasi modo. Che sia la Coop o un partito o il Pen Club non mi interessa. Ammiro personaggi come Kafka e la Ortese che hanno parlato chiaro al mondo, lo hanno vissuto e frequentato la loro epoca e i suoi individui, ma poi in solitudine hanno creato le condizioni per far esprimere l'io interiore! La vita mondana fa perdere tempo. Ad una conferenza ricordo che provai un forte senso di fastidio per i continui applausi; ad un certo punto dissi “per favore. Un applauso trasforma un evento come questo incontro in uno spettacolo. L'arte vera non è spettacolo. Cerchiamo di usare tutti i momenti di questo incontro per darci qualcosa di vero. Non mi interessa l'apparente senso di sazietà che da l'applauso!” Ero a Pennabilli, ospite di Tonino Guerra. E terminato l'incontro, nel giardino della sua casa si fece notte dialogando un po con tutti, con tutti ... con tutti.

domenica 8 marzo 2015

"MACCHIA UMANA" di Philip Roth





- Premessa - 

Questo saggio ha una forma per nulla canonica. Non sopporto da anni gli scritti nei quali una persona si limita a giudicare. secondo me deve accadere dell'altro. Un testo mi colpisce, colpisce me, e io sono essere altamente individuale, definito da una storia personale, un qui geografico e un'epoca. Ci si deve mettere in gioco. Il lettore deve poter cogliere di quale natura è la soggettività che gli parla. Non importano i titoli. Tutto si compera, da una laurea ad una cattedra universitaria, e si sa che anche cariche più alte hanno un prezzo esprimibile in soldi e dignità spregiata. Nessun titolo quindi, ma un io che tenta di essere sincero e cerca di spiegare come e perché pensa di essere arrivato a certe considerazioni leggendo uno o più libri. buona lettura. 

Perché ho scelto questa forma estrema ma spero discorsiva:
Ho acquistato di Finkielkraut "Un cuore intelligente". Sembrava una guida alla lettura e quasi tutti i testi consigliati li conoscevo, ma già alle prime righe sono entrato in crisi:. Eccole per il lettore: "L'opera d'arte, diceva in sostanza Alain, non appartiene alla categoria dell'utile. Se vogliamo determinarne il valore non dobbiamo quindi chiederci a che cosa possa servirci, ma da quale automatismo di pensiero possa liberarci." Ebbene. in questo inizio vi è una contraddizione.  Ve la smonto: A) l'opera d'arte è inutile. E poi ... B) l'opera serve per liberarci da un automatismo di pensiero. A e B sono in contraddizione evidente. In A l'arte è inutile, in B l'arte serve a qualcosa. Perché accade questo? Al solito perché Finkielkraut è un intellettuale e non un artista, e di fatto si cimenta con  opere che hanno un tasso di intellettualità assai elevato e che con l'idea che ho di opera d'arte hanno solo l'apparenza. Leggendo le opere che consiglia si fa un viaggio nella storia dell'uomo, non nell'Uomo, e allo scrittore secondo me la storia, particolarmente quella vista troppo da vicino, serve solo se allontana la carne e porta alla purezza dell'ideale, come accade per esempio in Primo Levi o in certe opere di Pavese. Lo scrittore è spinto a scrivere da motivi diversi da quelli che portano l'intellettuale a parlare di intellettuali e artisti, e il fatto stesso che mescoli le due categorie fino a confonderle dimostra che non ci siamo ... l'arte è nella categoria dell'inutile ... l'arte serve a liberarci da un automatismo di pensiero. L'arte non SERVE a niente .. l'arte SERVE a qualcosa ... questo cortcircuito di un intellettuale è la sua morte, e cerco di dimostrarlo anche con questo scritto.


QUANDO FUI AIACE


Il cucchiaino della marmellata, sfuggendomi dalle mani, macchiò la tovaglia peraltro già sporca. La si cambiava la domenica, giorno del bianco. Dal lunedì al sabato si usava quella stampata oppure le tovagliette di materiale dozzinale, a colori. Ricordo che ognuno sedeva di fronte ad una favola. Sotto la mia tazza c'erano Hansel e Gretel. Venivano spinti nel forno dalla strega cattiva. Su quella tovaglietta o tovaglia, ora non ricordo, la favola non proseguiva. Eternamente i due bambini finivano nella bocca a semicerchio, bordata di mattoni rosa. Il loro urlo, per me, sovrastava il cinguettio della primavera appena nata. Per me, quando cadde il cucchiaino, iniziarono ad esistere solo la bocca del forno, il ghigno di stoffa e l'urlo, sempre di stoffa, rosso, potente, fino a diventare nero. Sangue del buio.
Il cucchiaino della marmellata dunque, cadde e macchiò. Volò uno schiaffo. Poi un altro. Sapevo che se, minimamente avessi cercato di evitarli, sarebbe stato peggio. Si sarebbe arrabbiata di più.
Immobile, attendevo che terminasse il rito. Il terzo di solito era l'ultimo. Con una delle belle unghie laccate di rosso mi ferì vicino all'occhio destro, quello più distante dal cuore. Lo vide. Vide il sangue. Cercai di dire che il segno c'era già, che ero caduto prima in camera, ma era tardi per tutto. Ogni parola, ogni azione avrebbe solo peggiorato la situazione. Lo sapevo bene.
E le sue parole … e le sue mani …
“Alzati!”
“Come ti ho fatto ti disfo!”
Detto senza rancore, con calma.
“Se stavi fermo non sarebbe successo! Io ti punisco ma lo faccio con attenzione. E lo sai perché lo faccio? Dimmi, lo sai?”
Sì, lo sapevo. Se avessi risposto, ripetendo il suo pensiero, non si sarebbe calmata perché dimostrare di sapere e perseverare nella colpa era un'aggravante. Se tacevo avrei dimostrato di voler resistere al senso di quelle parole.
“Voi uomini andate addomesticati finché siete piccoli! Altrimenti … “
E oltre non andava mai, con le parole.
Mia sorella guardava o non guardava? Non l'ho mai capito. Continuava a fare colazione e guardava oltre me, fuori dalla finestra, il vasto cielo azzurro che all'undicesimo piano sembrava a volte entrare, carnoso denso, pulito e inodore. E poi venivo mandato in camera. Colazione terminata per me. Sentivo ora il loro dialogare sereno, qualche lieve risata, come un cinguettio quella di mia sorella, come una cascatella quella della madre. Senza la mia presenza, ecco oltre la porta della punizione, una scena di civiltà.
Una volta ho trovato il coraggio di aprire pian piano la porta, e pattinando solo coi calzini sul pavimento di marmo grigio, sono arrivato vicino a loro, dietro all'ultimo stipite. Talmente vicino che tentai di guardare. Avevano liberato il tavolo della mia presenza. La tovaglietta, la tazza, il piattino con la fetta imburrata e la marmellata di albicocca. No, non era tutto. Riconobbi la mia fetta, tagliata in due. Erano all'ultimo boccone. Non potevo sbagliarmi. Le mie fette le riconoscevo. Tagliavo il bordo scuro con precisione, facevo finta di mangiarlo e lo mettevo in tasca. Lo avrei poi sbriciolato sul davanzale esterno della mia camera, per i piccioni che ormai mi aspettavano.
La mia fetta mangiata … Chiacchieravano. Sentii con la mano il pane nella tasca e, sempre pattinando sul calzini sul marmo lucido, cosa bellissima da fare e non solo perché era proibita, tornai in camera mia. Mia mia mia … no. Non mia. C'era la serratura, ma la chiave la teneva lei, e da quel buco spesso mi spiavano per controllare anche se veramente studiavo. Mi diceva che era suo dovere farlo perché i maschi si masturbano. Io nemmeno sapevo cosa voleva dire e per questo ogni mia azione, che non consistesse nel girare la pagina o scrivere, stando compostamente seduto, mi preoccupava. Forse questo era masturbarsi? Questo riempire le O e farci gli occhi e la bocca che sorridono? Oppure era il dondolarsi mentre leggevo?

Mattina. Otto marzo 2015. Sereno. Un po' di vento gelido. Fra un paio d'ore sarà caldino al sole e freddino all'ombra, ma potrò indossare la mia amata giacca tirolese verde da mezza stagione e passeggiare un po' col cane.
Non è ancora primavera … secondo gli uomini. Ma è festa. Una festa strana. Un po' ipocrita, un po' di sinistra e decisamente troppo convenzionale. Un po' come quando dicono che il tal giorno si deve essere buoni. E a me sembra che invece di promuovere una qualche versione della bontà, intendano promettere trecentosessantaquattro giorni da orchi. Morirono in tante in una fabbrica, negli USA. Allora non è festa, ma un giorno della memoria per i crimini sul lavoro. Ma l'umanità è molto indietro e ancora deve convincere tutti che bianchi neri rossi e gialli sono uguali se non davanti a un dio, almeno davanti alle leggi. E poi, donne contro uomini. E questa parità che non sarà mai se non nell'apparenza perché i due generi sono purtroppo nati per fingere sintonia e combattersi. Semplicemente la finzione deve crescere d'intensità, la carta pesta deve essere lavorata con più virtuosismo e un uomo deve sembrare un uomo e una donna una donna. E poi, a lavoro ultimato dovrebbe essere promosso l'essere umano che, maschio o femmina o gay o trans o interista poco importa, dispone comunque quasi sempre di una tale carica di aggressività che prima o poi emergerà e distruggerà se stesso e l'altro e il mondo. Otto marzo. E le gemme non sbocciano ancora ma ci stanno seriamente provando nonostante il vento gelato e i telegiornali ipocriti. Medea e Achille popolano il pianeta.

Non è ancora primavera secondo il calendario degli uomini, ma nel corpo di tutti gli esseri viventi la metamorfosi già accade. Le giornate si sono sensibilmente allungate. La luce entra dagli occhi e, quando supera un certo “peso”, riesce a schiacciare un pulsante delle ghiandole. Gli ormoni allora si moltiplicano e così, artificialmente, chimicamente, e non per un pensiero liberatorio, viene la voglia di fare che sembra voglia di vivere. Nel centro Italia, dove in questo momento mi trovo, il primo segnale lo si sente già a febbraio con i gatti in amore. Il loro grido, la loro sofferenza, l'urlo della carne che le femmine placano solo facendosi ingravidare e i maschi ingravidando fino a ridursi pelle ed ossa …
Gli alberi e tutte le piante urlano coi colori e i profumi.
Gli umani cambiano odore ma non ne sono più consapevoli, e si vestono come i fiori ma non se ne rendono conto. E poi ci sono i modi di camminare e di parlare … cambia tutto in primavera.
Ogni senso ha il suo “rumore” che si desta o intensifica. Controllarsi in questo caos sembra stupido, ma è saggezza o così almeno si pensa d'inverno. In autunno è ancora stanchezza e paura ma poi il cappio del freddo ferma il respiro del corpo e riesci forse almeno a pensare. Ma la primavera annienta le buone intenzioni e si riparte per tornare ammaccati. A meno che … a meno che, l'urlo di Hanse e Gretel dalla tovaglietta non sia presente in te e se c'è, è per sempre.

Come ho raccontato, un'unica volta uscii per vederle, per cercare di capire cosa accadeva di buono nella loro vita durante la mia assenza. Poi decisi di costruire la mia. Avevo i pezzi di pane in tasca. Aprivo la finestra, li sbriciolavo e poi li appoggiavo sul davanzale. Poi dovevo chiudere. I piccioni venivano per il cibo. Non per me. Mangiavano tutto poi volavano via. Potevo solo guardare la vita attraverso un vetro, una porta socchiusa. Se aprivo il vetro, se andavo oltre la soglia, qualcosa di sbagliato accadeva sempre. Qualcosa che non sempre capivo. E poi non era un capire. Si, la reazione era certamente legata ad un fatto preciso, isolabile dal contesto, come per esempio il cucchiaino sporco di marmellata che cade sul ghigno della strega. Ma se ci ragionavo, se mi avventuravo oltre, solo una risposta resisteva, almeno in casa. E sembrava che la mia colpa fosse di essere un maschio. Ma, per esempio a scuola … Ero diligente, lo ammettevano. Ma c'era qualcosa in me di imperdonabile che mi sfuggiva. E dal prete, al campetto da calcio, le poche volte che riuscivo ad andare, mi facevano giocare perché con me era più facile vincere, ma spesso, quando ero distante, fra di loro bisbigliavano, mi indicavano con lo sguardo e sorridevano con un sottilissimo ghigno. All'inizio ben disposto da quella specie di sorriso, mi avvicinavo, ma sempre loro si dissolvevano, volavano via come i piccioni quando aprivo la finestra.
E poi ci fu la festa di carnevale a scuola. Ero vestito da Arlecchino. A tutti diedero o una spada o una clava di plastica o una bacchetta magica con in cima una stella. Il bidello decise che ad Arlecchino nulla si addiceva se non, vagamente, una delle clave di plastica morbida, perché era assai colorata, in tinta quasi, col mio costume. In fondo aveva un buco con un fischietto. Se colpivi non facevi male ed usciva un suono divertente. Si decise di fare un torneo di duelli. Io ero al terzo turno. La prima coppia duellò bene. Gli altri, e anch'io con loro, facevano il tifo. Ricordo quanto era divertente scegliere chi incitare. Uno studente piccolo e grasso, che per questo chiamavamo Buddino, inesorabilmente lento in qualsiasi gioco, ascoltò la tattica che gli proposi. Gli dissi: “poiché dopo due minuti di incontro, il vincitore lo decide il pubblico ai voti e tu hai poche speranze, devi farti furbo. Limitati a parare i colpi e mostrati più imbranato di quel che sei, il tuo rivale si farà sempre più sicuro di sé, si scoprirà e tu devi concentrare tutto te stesso su un solo colpo ma potente”. E così accadde. Il rivale saltava come un grillo e lui, Sancho tragicomico, accentuava la sua incapacità. Ogni tanto mi guardava e io gli facevo cenno di attendere e poi gli feci il segno convenuto e come un fulmine, la clava colpì lo snello rivale proprio in mezzo alla fronte. Il fischio della clava fu enorme, le risate che seguirono fecero il resto. A nulla valsero gli attacchi successivi del saltellante. Sancho aveva vinto e fu per un attimo, re del carnevale di classe. Poi toccò a me. Io, piccolo e magro, sapevo di essere veloce e instancabile. Avevo capito le mie potenzialità giocando al calcio. In Germania, nella squadretta dove giocavo, la palla la si toccava solo dopo un'ora di allenamento. In Italia invece la si prendeva subito e, se erano più abili di me di piede, erano comunque senza resistenza. Di solito nel secondo tempo delle partite io diventavo un campione in mezzo a una massa di gente cotta che faceva fatica a fare due passi di corsa. Decisi così di lasciar sfogare il mio rivale per un minuto e mezzo e scatenarmi negli ultimi trenta secondi. Ma accadde qualcosa di imprevisto. Il pubblico, che era appunto anche giuria, iniziò in modo prima debole e poi sempre più travolgente, a insultarmi. Ero sbalordito. Mi difendevo dal duellante e ascoltavo. Ecco di cosa parlavano sorridendo quando ero distante. Ero “il tedesco”. Ecco il problema. Ma per quale motivo essere tedesco era degno d'insulto non riuscivo proprio a comprenderlo. Non persi comunque il controllo della situazione. Scattai negli ultimi trenta secondi e la mia superiorità si dimostrò netta. Ma la vittoria andò all'altro con un giudizio unanime. Mi allontanai senza parole. Non capivo. A casa avevo concluso che non era colpa del cucchiaino sporco di marmellata, poiché anche davanti agli altri le macchie non mancavano. Potevo comprendere i piccioni che non si lasciavano avvicinare, poiché sapevo che c'era gente che li mangiava e forse i piccioni lo sapevano e pensavano che la mia intenzione fosse di attirarli con le briciole per poi metterli in pentola. Ma qui, anche qui un enigma. Un enigma non fra animali, ma fra umani, che sussisteva, sia qui a scuola che a casa. Andai da un'insegnante che, con ogni evidenza, dalla posizione in cui stava, aveva assistito alla scena e chiesi se poteva spiegarmi il senso di quel che era accaduto. Mi disse che i tedeschi, in Romagna e non solo, erano mal visti per via di quel che era accaduto durante la guerra. E io cosa c'entro! Risposi. Io non ero nemmeno nato! L'insegnante sorrise e rinunciò al suo comodo posticino, stravaccato ad una finestra con la schiena al sole. Mi dimostrò così il suo consenso a quanto era accaduto. Ricordo fior di lezioni sui partigiani, sull'Italia che aveva vinto la guerra, e io, che già allora studiavo più di quel che mi era richiesto, sapevo che non era vero … la mia reazione a quell'assurdità, fu altrettanto assurda. Andai in bagno. Tolsi il tappino-fischietto alla clava di plastica e la riempii d'acqua. Tappai poi in qualche modo alla buona e tenendo un dito sul foro precario che era il punto debole del mio piano, mi avviai verso quel pubblico che mi aveva insultato e tolto ingiustamente la vittoria. Urlai che li sfidavo tutti insieme. Si lanciarono e nel giro di due minuti erano tutti a terra doloranti o in fuga. Con mia sorpresa scoprii di non aver agito da solo, Sancho, il mio piccolo Sancho, mi aveva osservato e aveva “caricato” anche lui la clava. Lui non aveva un motivo. Non aveva un perché per me comprensibile, ma la sua soddisfazione fu quasi più grande della mia. Solo più tardi, mi fece comprendere che si era vendicato di anni di beffe e che mi rispettava perché io, quando scherzavo, si capiva che lo facevo per gioco, senza cattiveria. Tutti stesi, tutti ammaccati. Nessuno, nemmeno gli insegnanti, osarono avvicinarmi. Chiamarono mia madre che ascoltò la loro versione, poi la mia, e poi disse agli insegnanti che erano una massa di deficienti. Mi aspettavo che si sarebbe arrabbiata con me e la celebre minaccia del collegio stavolta si sarebbe concretizzata, e invece mi difese. Anche a casa mi trattò come un eroe. Ero disorientato. Ma cosa c'era in quell'azione che mia madre potesse tanto apprezzare! Ed ecco, con gli anni affiorare e prendere forma, le risposte. Il nonno paterno era fascista e fu parecchio turbolento. Lo uccisero alla fine della guerra. Per lei, in quella mia reazione contro “i partigiani”, c'era un poco di vendetta per un ideale suo, che non era forse fascista, ma legato al dispiacere per il padre morto con un colpo di pistola alla stazione di Bologna. Compresi poi altre cose, come tasselli di un puzzle che, una volta entrati nella memoria, da soli si mettono al posto giusto. Le quattro zie, sorelle di mia madre, finché le gambe glielo permisero, mai rinunciarono al pellegrinaggio annuale a qualche sacrario dei caduti. Non è difficile immaginare un parcheggio pieno di autobus che arrivano da tutta la nazione. Con essi toccano il suolo della distesa di croci, coloro che erano giovani durante il fascismo, coloro che a scuola indossavano divise del partito e amavano in esse in fondo, più di un ideale, la loro giovinezza, fatta di vita gregaria e poco ragionamento. Se inizialmente ci “caddero” anche personaggi come Vitaliano Brancati e Curzio Malaparte, che erano essere finemente pensanti, loro che erano solo future chiocce cosa potevano fare ...
Se la reazione di mia madre al mio comportamento, mi fu chiara col tempo, mi domandavo comunque perché, nella mia mente mi paragonai da subito, non ad Achille o Odisseo, ma ad Aiace. Amavo già i drammi greci. In essi mi affascinava, ora ne sono consapevole, più l'antichità, del senso e della poesia. La poesia la trovai dopo in altre opere. Ma sentii di essere stato Aiace, strumento degli dei che non accetta il suo destino, e non meritevole quindi io come lui di stima quando “sterminai” un “gregge” di bambini, innocenti nella loro banale ignoranza.
Il dato immediato che più mi fece soffrire fu, una volta rincasato e finalmente solo, questa enorme quantità di violenza che era scaturita dalle mie mani, dal mio corpo, dal mio pensiero che, sfuggito alla mente si era affidato a qualcosa che riuscivo solo a chiamare follia.
Nei giorni successivi, a scuola accadde l'inverosimile. Gli insegnanti ignorarono completamente l'accaduto. Nessuno ne parlò, nessun genitore venne a far drammi, e i miei compagni iniziarono a trattarmi con un rispetto che per me non aveva alcun senso. Sempre cercavano il mio consiglio. Nei giochi ero il primo ad essere conteso e le ragazze, beh, le ragazze mi mandavano bigliettini e sguardi conturbanti. Solo in me era presente la consapevolezza che era accaduta un'enormità, che ero sfuggito a me stesso e mi ero trasformato in una belva.
Non ci capivo niente.
E poi, col tempo, la vita inserì altre esperienze, altri pezzetti che misero ogni senso al suo posto. Accadde così che compresi che in mia madre c'era un'esigenza di violenza che saltuariamente le era necessaria come sfogo. Forse perché mio padre era malato e non poteva più “ammansirla” nelle battaglie del letto? Mio padre aveva il suo bel da fare con la tigre che lo consumava nella carne...
questo lo compresi con gli anni, ma c'era in me una colpa che precedeva, agli occhi di mia madre, il desiderio di violenza? Non sapevo e forse ora so, ma quel che mi turbava allora e mi spaventa oggi, è questa esigenza umana, insopprimibile in quasi tutti i suoi rappresentanti, di dare prima o poi sfogo alla violenza. E quale fu l'esito sconcertante nel mio caso? I compagni mi elessero a capo e saggio. Io, nel mio piccolo, se avessi subito una simile lezione invece di darla, avrei isolato il violento. Avrei costruito la mia giornata escludendo il più possibile quel massacratore che ero stato. E invece no. Eroe e capo. Eroticamente appetibile per molte mie compagne. Era tutto assurdo. Non mi bastava allora. Ma ora mi basta. Ora so. Tutto è violenza. E il mio primo compito consiste nell'agire su me stesso per evitare di diventare di nuovo quel folle Aiace. Così sei senza amore, senza sudditi, ma sei te stesso, sei più forte della violenza. E questa sensazione vale la vita.
Ricordo quella volta che vidi due anatre copulare. Di fatto fu uno stupro. Mi disse, il vecchio zio che mi accompagnava, che le anatre fanno così. Il maschio sottomette la femmina con violenza. Sembra più un tentato omicidio che una copula. Gli uccelli sono assai primitivi. Ma in fondo noi umani, se si toglie il peso dell'educazione, che ad altro non serve se non a tentare di controllare gli istinti aggressivi, siamo identici. Spesso ho definito il rapporto sessuale come la compensazione di due egoismi. Ognuno è convinto di prendere, tutto sembra armonia, ma è solo precario equilibrio. La carne per un poco si accorda, e la primavera aiuta, dosando le valvole che squilibrano la nostra capacità di autocontrollo, di pensiero, di educazione, di rispetto, di spiritualità, di, sì, di vita. Tutto è tentativo di sottomissione. Raramente nei drammi e nella storia, dei e padri, coi figli, non vengono alle mani. Il padre dei padri, Urano, viene eliminato da Saturno. Saturno da Giove e quest'ultimo viene alla fine dimenticato. Ma Saturno evirò il padre, gesto che vuol dire fine della fertilità, della vita, e poi dopo, Saturno, per paura che i figli eliminassero lui, li divorava. Non esisteva ai primordi la sottomissione, ma l'annientamento. Così però non era possibile vivere anzi, organizzarsi forse non proprio per vivere poiché allora il problema principale era sopravvivere. Vivere è un lusso che tutt'ora a pochi è concesso. La sottomissione crea la comunità. Ma la sottomissione è possibile solo con la forza, la violenza. Dopo due guerre colossali e un secolo, il ventesimo, pieno di stragi e genocidi, l'essere umano ha iniziato ad avere paura di se stesso, della sua capacità di follia, come io ebbi paura di ricadere in una reazione come quella che ebbi a scuola. Vinsi, divenni il beniamino con servi e odalische, ma il mio io era strutturato diversamente. Altre erano le sue intenzioni, le sue ambizioni. Io ancora ricordo e invece la mia epoca ha già dimenticato le due grandi guerre e i genocidi e questo deve spaventare un mondo che non vuole e non sa ricordare.

Ora, apro la finestra, metto le briciole e i piccioni vengono. Non hanno più paura di finire in pentola. La volpe la notte viene, mangia il cibo che le preparo e sta a pochi passi da me. Mi osserva. Lei è tranquilla, io sono tranquillo. Nessuno sottomette l'altro, o peggio, lo evira, come faceva con me mia madre ogni giorno, o lo mangia, come fanno quasi tutti quotidianamente. Ho anche compreso in cosa consiste, in fondo in fondo questa idea così apparentemente assurda, del peccato originale. La vita degli umani si basa sulla morte di altri esseri. Indubbiamente si tratta quasi sempre per nutrimento. La caccia è un residuo medievale tremendo. Non è uno sport uccidere. Se in natura ogni essere ne mangia un altro per sopravvivere, l'essere umano, ritrovandosi il pollice opposto alle altre dita, iniziò a possedere una tecnica, e con essa un pensiero, e ora è in grado di vivere senza più uccidere. Il cibo lo può costruire. E non solo quello. Nel giro di un tempo che non so quantificare ma che sento essere breve, potrà costruire corpi migliori, produrre quei cambiamenti genetici che prima secondo Darwin erano frutto del caso con un prezzo in sofferenza individuale, altissimo.
Ma a qualcosa l'essere umano non riesce per ora a rinunciare. Si tratta di una aggressività che spesso si fa violenza pura, sangue, strage. E va ben oltre le paure di Saturno e di Urano. All'origine ogni essere umano era per l'altro, solo cibo. Poi si raffinò e l'altro divenne, fra umani, da sottomettere, e gli animali sempre e ancora cibo. Per me, in me, l'errore, in relazione a questa epoca, è che non mi interessa sottomettere e gli animali non sono cibo. Tutto vibra della possibilità dell'affetto, del pensiero. Un alone di affetto possibile che non posso umiliare con la regressione alla violenza. Spesso comportamenti umani mi hanno portato alla soglie di una ripetizione di quella volta che fui un Aiace, ridicolo in fondo solo a me stesso, ma sufficientemente ridicolo da resistere e non cadere più nel tranello della violenza, che della sottomissione è l'unico strumento. E violenza non è solo usare le mani, i coltelli, le pistole, le bombe, ma consiste anche nell'illudere, manipolare menti, creare leggi che di fatto costringono ad essere schiavi di una banca, di una organizzazione, di una mentalità, di una tradizione.
Nelle sere d'autunno, le porte e le finestre aperte, le foglie secche che entrano, il vento muove tende sottilissime. Non ho porte. Non amo le porte, se non quella d'entrata, come anticamente nelle caverne dove un sasso, uno messo di guardia o il fuoco, aiutavano ad esorcizzare la paura del buio. Il sangue nero degli incubi, più veri della realtà.
E per me, non esiste soddisfazione maggiore del vedere che l'animale spegne davanti a me a poco a poco, la sua diffidenza. Solo così può nascere la civiltà. Questa è la vera non violenza.
Vedo il mondo degli uomini come un palcoscenico di cartapesta. Finto più di quanto nemmeno Fellini potesse immaginare. Ogni sedia la si vuole trasformare in trono e tutti cercano il centro sul quale devono, assolutamente devono, convergere gli sguardi di tutti.
Da questo palcoscenico, da anni sono sceso. Ogni tanto scrivo e vivo una piccolissima vita.
E di recente ho scoperto di non essere l'unico ad avere capito queste cose.
Philip Roth nel suo libro “La macchia umana”, arriva a queste parole: “chiunque abbia l'audacia di far questo, non vuole semplicemente essere bianco. Vuol essere capace di far questo. E' qualcosa di più del desiderio di godersi una beata libertà. Ha qualcosa in comune con la ferocia dell'Iliade, il libro preferito da Coleman, sullo spirito barbaro dell'uomo, dove ogni delitto ha il suo carattere, e ogni strage è più efferata della precedente.”

Coleman, il protagonista, è di origine nera, da parte di madre. È assai “sbiadito”. Per chi non se ne intende potrebbe passare per bianco. Il padre è ebreo. L'idea di Roth, ha radici quotidiane. Ricordo che a New York girava una barzelletta che raccontava di un gay che si lamentava di essere discriminato. Una persona gli fece notare che era nero, ebreo e omosessuale. I newyorchesi ridevano. A me non faceva ridere per niente. E Roth è riuscito a farci un libro. Non un capolavoro, ma una cosa interessante, che fa pensare, e pensare è meglio di niente.
Coleman decide quindi di negare le sue radici per avere le possibilità sociali di un bianco. Tutto scattò da un evento di gioventù. Fu buttato fuori da un bordello per bianchi poiché la prostituta lo aveva riconosciuto per quel che era. Per realizzare questo “sogno-incubo” deve rinnegare le origini e quindi la famiglia. La madre è nera. La madre lo adora. La madre deve dimenticarlo. Lui diventa preside di facoltà in una università americana e insegna la materia più “bianca”, ovvero letteratura classica. E ora torniamo a quelle righe di Roth. “ chiunque ha l'audacia di fare questo, non vuole semplicemente essere bianco. Vuol essere capace di fare questo. … ha qualcosa in comune con la ferocia dell'Iliade”. Ecco, ci siamo. Roth, per un attimo, ha “sentito” che la questione di fondo non si spiega con il bisogno di realizzare una vita piena. Coleman potrebbe realizzarla solo in qualità di bianco? No. E per un attimo Roth ci dice che la realtà è un'altra. Ti butti nella mischia. Devi essere più forte dei forti. E da ragazzo questo Coleman fu anche pugile. Questo sport, ormai tramontato, fino agli anni novanta era la perdizione. Era adorato. Per questo un lettore attuale non può comprendere in pieno la portata di quella descrizione. Nel novecento il top dell'intelligenza, quasi divina era rappresentato da matematici, fisici e giocatori di scacchi. Lo sport preferito, prima dell'intervento dell'organizzazione dei college che preferirono gli sport di gruppo e poi dei media, fu il pugilato. Per vedere un incontro dei pesi massimi in Europa si facevano delle levatacce assurde. Era triste se non vedevi quegli scontri titanici in compagnia. Era triviale, antico, possente. Con un piede nelle primordiali sfide dell'Iliade e l'altro nel presente. C'erano regole. Ci si lavava la coscienza con quelle, ma si attendeva la morte per un colpo proibito che andava contro tutto, contro l'essere umani, cristiani, divini o anche solo bestie. E un uomo solo era lassù, che si chiamasse Clay o Einstein o Fischer. Erano i padroni della psiche, di un mondo. Ora, Coleman da ragazzo, da bravo ragazzo, di nascosto si sdoppia e rivela il lato aggressivo. In fondo quasi tutti gli sport hanno questo compito. Che l'idea del migliore si sia fatta in alcune specialità, sempre meno violenta, non cambia il concetto di una graduatoria di valore fra gli umani che presuppone un rispetto che è forma latente ma non troppo di sottomissione resa evidente da un cronometro, da una pallina che è finita o fuori o dentro o sulla riga. E nella boxe Coleman era il migliore. Poteva esserlo senza ferire, con stile, nel modo più elegante e moderno, Il maestro gli diceva di essere elastico e di mettere a segno piccoli colpi magistrali. Avrebbe sempre vinto ai punti, ma non gli bastava. Vinse per ko. Poi, una volta all'università passò professionista, e anche li gli consigliarono di andare piano. La gente paga il biglietto. Non fargli vedere solo un round, fanne passare qualcuno. Buttalo giù se proprio non resisti, verso la fine. E invece al primo round il rivale era già al tappeto. Lasciò il professionismo perché … e questo perché Roth non lo dice, ma è nell'aria … perché Coleman ha bisogno di lotta primitiva, feroce, che dimostri la sua “belvità”, e pretende che questa sia premiata.
E in questo romanzo chi vince realmente lo scontro? Se proviamo a dare dei punti ai vari personaggi, Quella professoressa di origine francese che approda al college, assunta dallo stesso Coleman, innesca una scena teogonica ben nota. Coleman-Urano, viene evirato-distrutto dalla neoassunta-saturnina, che cerca un partner per figliare un Giove ecc. accade che lei il partner non lo trova e scopre suo malgrado che l'unico adatto per potenza era proprio colui che ha distrutto. Questa complicazione aggiunta abilmente (e che stimo), dall'autore, ci mostra la sfida impazzita di tutti contro tutti e anche l'aspetto generazionale e il vincolo erotico che deragliano nel non senso, nel caos.
Ma per quale motivo Roth sfiora due volte la chiave di quel che ha scritto, ma non va oltre? Perché non ne è consapevole se non a sprazzi, a brevi illuminazioni che probabilmente lo spaventano. Penso anche che con l'età, abbia risentito di sconfitte dal punto di vista erotico e probabilmente di stima, non tanto dalla massa e dalle vendite di libri, ma da qualche individuo che avendo ricevuto un poco del suo disprezzo, ha saputo non temerlo e reagire.
Penso che, calato troppo nel compito consapevole di mascherare una sua realtà personale e vissuta, non abbia saputo superare se stesso.
Mi spiego. Si leggano “L'avvoltoio”, “Nella Colonia Penale” di Kafka e si “sentirà” una certa atmosfera di sopraffazione e annientamento incombente, inesorabile, irrimediabile. In essi è presente il sangue come limite superato, punto di non ritorno, della violenza che si fa primigena. Ecco il pugile che fa sanguinare l'avversario ma che per esigenze di spettacolo deve trattenersi e stare al gioco di una finzione che la ferocia primordiale non può sopportare. Essa si esprimerà nel ruolo “civile” del preside di facoltà spietato. Ricordo un passo, sempre in questo libro di Roth, che parla di arrivismo e di come siano stati gli ebrei ad avere portato questa battaglia all'estremo nelle università americane … e io penso a Paul Nash, che a Princeton si trovò inserito in un dottorato gestito da un personaggio ebreo con le mani ustionate del quale ora non ricordo il nome, che non voleva sentir parlare di voti. Quelli te li garantiva da subito. Pretendeva che lo studente frequentasse le lezioni che preferiva, liberamente e senza obblighi, e poi producesse materiale di valore. L'ora del tè, che si svolgeva fra gli studenti dottorandi e i loro professori, serviva a creare un'atmosfera di competitività che rasentava l'ossessione e spesso sfociò nella nevrosi. Ecco il mondo che Roth da per scontato nel libro, ma che al lettore non nordamericano va spiegato. La facoltà era la selva feroce. I morti erano coloro che in qualsiasi modo venivano esclusi, e la neoassunta professoressa di origine francese, riesce ad annientare Coleman che è il suo datore di lavoro. Lui non accetta la sudditanza erotica inclusa nell'assunzione e lei lo distrugge. Come? Non ha importanza. In un mondo nel quale la morale è solo una facciata, proprio non importa.
Ma Roth, per l'ennesima volta ha mancato il centro del bersaglio, e ormai penso che sia accaduto perché ha paura di quella consapevolezza latente che appare e scompare come scrittura automatica nei suoi libri.
Terminando la recente rilettura de “La macchia umana”, mi tornava continuamente in mente “Mr Vertigo” di Paul Auster. Non capivo perché e poi la risposta è arrivata nel sonno. La mia idea di letteratura è la seguente: descrivere una realtà che ci turba per mezzo della fantasia. La fantasia non usa la sola realtà, ma tutto tutto tutto. Non importa se un asino vola o si limita a camminare e nemmeno se è rosso e fa chichirichì. Importa che il significato arrivi al cuore, che il cuore ci esploda e che si debba ristrutturarlo a nuove irrinunciabili consapevolezze. Roth ha sempre usato solo la realtà per descrivere la realtà. Ricordo solo un racconto dal titolo “il seno”. Una cosina triste che non parte e non arriva da nessuna parte. Ma che legga “L'avvoltoio” e mediti la possibilità di lasciarsi andare ai suoi mostri … basta arrivismi e erotismi. Ormai è solo, in un carcere che è il corpo, che invecchiato, non è più trionfo di potenza adulata ma sudditanza estorta. Si deve andare oltre, (anche lui l'ha intuito ma non ha il coraggio di renderlo esplicito), ed è la rivelazione della paura della violenza, scoperta che accade in noi stessi, e l'esigenza del continuo annientamento dell'altro come soddisfazione mascherata ma inesorabilmente dominante. Basta lotte fra uomini e donne. E basta all'insensata fame di dominio, di superiorità, di soldi, tanti soldi fino a non accontentarsi mai, dimenticando che i soldi sono possibilità, che oltre un certo limite perdono ogni senso nella dimensione individuale (e, se non si riesce a diventare altruisti, donando possibilità ad altri, si diventa mostri, caricature).
In “Mr Vertigo” Auster, ha inventato qualcosa di irreale che rappresenta magnificamente la realtà che “sente”. Più passa il tempo e più amo quel libro. Più passa il tempo e più rifuggo chi sa scrivere e non affonda la lama in se stesso fino in fondo … per paura di soffrire, per paura delle proprie radici primordiali. Ma solo l'artista può farlo, solo il vero artista ha questo coraggio. Ci vuol più forza interiore ad essere un carrierista di successo che descrive con abilità la superficie delle cose oppure a rinunciare ai tanti, troppi cavalli di un'auto come non seppe mai fare Brecht? E in quei medesimi anni, in silenzio, senza riflettori, un Kafka, nella medesima Berlino toccava il cuore umano, lo descriveva e lo metteva davanti allo specchio, per sé stesso, per me, per tutti!
E penso al Miller del teatro americano con opere come “Morte di un commesso viaggiatore”, nel quale la finzione americana si sgretola, oppure “Erano tutti figli miei” nel quale invece esplode e fa molto, troppo male. Ma a quel male chi è andato oltre? Per ora nessuno dopo Kafka, purtroppo. Ci stava arrivando Camus, ma un incidente stradale gli ha tolto la possibilità di terminare “Il primo uomo”. Con fantasia stupenda Strindberg e Bulgakov hanno abbozzato, aperto vie, ma se l'artista non si libera di erotismi e arrivismi, malattie epocali che fanno volare basso, troppo basso quel che in noi va oltre il pensiero … allora la letteratura, in mano ai commercianti, ha finito di esistere.
L'uomo messo a nudo, che osserva le sue radici e le ri-fonda. Questo deve accadere. E quando, come accade a me, la violenza ti invita con doni di sudditanza ed erotismo, si deve resistere, perché c'è di più, e non può comprenderlo chi non ha mai atteso umilmente di essere accettato da una volpe, da un merlo, dal riccio. La violenza, nelle sue varie forme porta al successo si, ma nella carne, nella solitudine. Ti offre qualcosa di perennemente transitorio e che qualcuno con altrettanta violenza ti porterà via. Ma c'è qualcosa di più. Esiste un'armonia che se solo ti sfiora ti fa tremare in tutto il tuo fragile esistere, e sentirai che essere vivi è solo una tappa enorme, infinitamente infinita, e che da serenità, e ti fa ridere di chi vuole arrivare primo dimenticando che non esiste gara, ma un percorso che sembra a tappe, che abbiamo trasformato in tappe perché l'infinità, in tutte le sue forme ci sembra spaventosa e inafferrabile.


amen