martedì 26 marzo 2013

Picasso; lettera dall'Aldilà


DALL'ALDILA’ 3(Picasso)



Picasso, ultimo autoritratto prima della fine

Ciao. Forse comprenderai chi sono durante la lettura di questa lettera. Forse no. Sono preparato anche a questo. Ma non temere. Sappi sin d’ora che non è colpa tua. Ci son cose che ora ti rivelerò. Cose che ti riguardano. Cose che deformano la realtà. Anche la mia.

Questa mail si cancellerà nel giro di poco tempo. Riuscirai a leggerla una sola volta e non è memorizzabile. Capirai poi perché. Ora vai avanti.

Il tuo tempo ha riordinato frammenti di passato secondo le sue esigenze pratiche e non secondo i fatti. Ma andiamo per ordine.

Chi sei tu.
Una persona che ha scelto di comprendere la storia dell’arte e che forse, senza l’aiuto di queste parole, proseguirà su binari un po’ rigidi.

Sappi comunque, che non sai bene cosa sia l’arte. Ne hai un’idea vaga, un guazzabuglio di sensazioni rivestite di romantiche possibilità per il futuro, ammantate di successo. Pensi ancora con indecisione a due ruoli: il critico d’arte o l’artista e non ti decidi. Sappi che Alberto Savinio disse che nessuno ha mai fatto un monumento ad un critico. Penso che dopo tanti anni quelle parole colgano ancora nel segno. Chi è il critico? Colui che, esprimendosi in universitese, linguaggio artificioso e barocco, se ben pagato, parla bene di un artista vivente. Se tratta di un artista deceduto, ovvero di uno come me, che non può più difendersi, ecco che il suo intento diventa scoprire qualcosa di nuovo e se non lo trova inventa. Deve far carriera e per questo ingrato scopo, i fatti realmente accaduti spesso non aiutano perché sono scarni, poveri oppure rivelano aspetti che non si è più abituati a valorizzare e quindi, si inventa.

La mia storia ne è un esempio.

Essere artisti invece ti sembra qualcosa che purtroppo non è. La parola chiave ormai è business. In più deve esistere sempre una capacità di stupire e la disponibilità di lasciar vedere ai critici e ai docenti universitari, che troppo spesso son la medesima persona, quel che vogliono, poiché l’importante è semplicemente che dell’artista si parli.

Ti lascerò nel dubbio. Non oso consigliarti una via o l’altra. Quel che ti chiedo è di non pensare solo a te stesso in qualsiasi caso e di ricordare che le parole, oppure l’opera, ti sopravvivranno e riveleranno prima o poi il tuo vero valore.

Ricorda sempre quando soppesi un’opera, che stai facendo un’operazione che serve prima di tutto a te in quanto essere umano. Se essa diviene immediatamente merce e strumento per l’affermazione economica e professionale, l’uomo che in te dovrebbe crescere sarà irrimediabilmente perduto.

Pensa ora a un pianista. Egli è l’interprete del pensiero di un grande compositore. È il medesimo ruolo che dovresti tentare di realizzare se decidessi di diventare un critico e ricorda che il pianista mai giudica. Non ha senso comunque, essere come quei pianisti tecnicamente perfetti che sono in grado di accelerare tutto in semibiscrome trasformando un parto della sensibilità in gesto atletico. Quanti ne ho sentiti! Ci sta dimostrare al mondo che si sa “fare”, l’ho fatto anch’io, ma poi è importante dare un senso alle cose della vita.

Fu il caso mio. Ho ricordi vaghi. Qui nel regno dei morti il senso del tempo cambia pian piano. Immagina di essere al centro di te stesso e che ogni attimo del tuo passato ti sia equidistante. Io un ricordo che si sgrana come le perle di un rosario, ce l’ho ancora, e il motivo è per me assai triste. Sono a ridosso della porta dell’inferno. Davanti ai miei occhi campeggia la scritta che ben conosci.

PER ME SI VA NE LA CITTA’ DOLENTE

PER ME SI VA NE L’ETTERNO DOLORE

PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE

GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE

LA DIVIVA PODESTATE

LA SOMMA SAPIENZA E ‘L PRIMO AMORE

DINNANZI A ME NON FUOR COSE CREATE

SE NON ETTERNE, E IO ETTERNA DURO


LASCIATE OGNE SPERANZA O VOI CH’INTRATE”


Non son certo sai, che questo sia il luogo che mi spetti.

Non ho il coraggio d’entrare. Dietro di me il limbo. Passano spesso gli ignavi. Ho chiesto per curiosità se fra essi vi è Pietro da Morrone. Non c’è.
Questa scoperta è stata per me un sollievo. Vuol dire che il timore che mi attende oltre quella porta è, almeno in qualcosa, diverso da quel che ci fu descritto. Se Celestino non corre dietro al vessillo fra l’ignobile, vastissima schiera, allora forse, si, forse, non esiste nemmeno il girone che dovrebbe fagocitarmi.
Non basta comunque questa scoperta per raccogliere sufficiente coraggio e decidere di entrare. Ho paura. E non è vero sai, come è stato raccontato, che in noi venga infusa una smania di giungere al luogo dell’espiazione o della grazia.

Semplicemente ti ritrovi qui e devi decidere. Se hai la sensazione di essere colpevole ti avvii verso il luogo che pensi sia il tuo. E spesso, come nel caso mio, si approda ad un tergiversare che non si esprime in giorni, mesi, anni, decenni, secoli o millenni ma sembra comunque infinito e forse, è anche questa una forma della pena. Te l’ho accennato. Ogni momento del tempo è ora equidistante da quel che sei e quel che sei lo devi comprendere, non puoi non farlo, poiché si pensa di essere sempre qualcosa di diverso da quel che si è realmente, profondamente. Solo i grandi, i grandissimi artisti, son sempre quel che sembrano ma purtroppo, e contro il loro desiderio, lo sono solo davanti a se stessi. Davanti al mondo sono, proprio per questo, incomprensibili, folli, giusti rinnegati, temuti da ogni comunità, esiliati ovunque. Qui comunque, a differenza della vita, la finzione non dura. La maschera cade e questa è secondo me l’unica vera differenza fra la vita e la morte perché nemmeno il tempo, quando sei in vita, se sei te stesso fino in fondo, saprà sfiorarti e quel che farai sarà eterno.

Davanti alla Legge, scrisse Kafka. Ed eccola la porta. Ma non c’è nessun guardiano che ti spinge dentro o che risponda alla tua domanda, come accade nel suo racconto, dicendo che non è il momento. Accade la cosa più grande e temibile. Come ti ho detto, sarai tu stesso a giudicarti e avrai intorno a te tutta la vita passata, equidistante appunto e minuziosa, nitida.

Prima o poi dovrò decidermi ma per ora, con quest’attesa cerco di comprendere con ansia, quel che devo fare. Forse, per quel che ho sofferto, anche se in uggia alla morale della mia epoca, merito la grazia.

Perché ti scrivo dunque. Per consegnarti una vita tribolata che nessuno dei tuoi critici oppure, più freddamente, dei tuoi libri, ti ha nemmeno minimamente rivelato. Che bello sarebbe se tu decidessi di osservare “l’opera” senza farti influenzare! Fornisciti pure di notizie del suo tempo. Letteratura. La grande musica. Respira il suo mondo anche con gesti apparentemente banali come il ricercare, della mia epoca per esempio, gli oggetti. Solo così, libero di inoltrarti, avrai la possibilità di comprendere qualcosa.
La certezza mai.
Ricorda che a Celan, un pur valido autore italiano, contestò il fatto che la sua poesia era troppo incomprensibile. Egli, che soffrì l’inenarrabile durante la seconda grande guerra, si nascondeva anche nel linguaggio per sentirsi al sicuro. Il suo capolavoro fu quel fare capolino di rado, perseguitato da quella necessità di nascondersi che si realizzò completa nel gesto estremo di gettarsi da un ponte a Parigi. il massimo del nascondimento dalla vita. la morte.

Ora inizio con la mia storia. I fatti salienti son brevi. Era l’inizio del novecento. Con una persona mi mossi in direzione della straniera Francia. Se non ricordo male era il mio terzo viaggio nella capitale fantastica e questa volta avevo l’intenzione rimanere. Esattamente a Montmarte. Sia lui che io eravamo pittori. Montmarte era un poco il luogo della possibilità nella più totale assenza di regole. Era come il mito del Pugilato negli Stati Uniti. Potevi essere l’ultimo, ma con tenacia e qualche dono di natura, potevi emergere. E il dono di natura io l’avevo. Dipinsi più o meno a quattordici anni due ritratti. Uno di mio padre e uno di mia madre. La qualità era eccelsa. Ero quindi sicuro di me, spavaldo, forte. Una cosa però non andava bene. Il mio amico e io ci amavamo. Si. Hai capito. Ci amavamo. Giunti a Montmartre io non ebbi il coraggio di portare avanti la relazione. Mi rendevo conto che si trattava di un ambiente che ostentava virilità in tutti i modi. Il nobile o il ricco potevano essere quel che volevano. L’artista anche, ma di nascosto o per finta e con cautela e io, eccitato dal mio talento, volli rispettare forse troppe regole per assecondarlo. Le regole comunque, credute dal mio tempo. Son tante le fandonie su quel periodo. Quella che in fondo io stesso ho contribuito a creare intorno alla mia immagine, è forse la più grande poiché io ero il più grande.

Vi insegnano che Amedeo Modigliani si invaghì dell’arte africana. Sbagliato. Era l’arte egiziana che poteva vedere al Louvre. Era sempre solo. Squinternato, elegante, fantastico e autodistruttivo.

Torniamo a me. Dissi col mio compagno che si doveva nascondere il nostro rapporto. Non ci riusciva. Me ne tornai infuriato a casa. Lui rimase, angosciato dalla mia scelta. Tentò di andare a letto con una mia ex finta fiamma, per dimostrarmi forse un poco di buona volontà, ma non riuscì. Si sparò un colpo alla tempia in un caffè davanti ad amici comuni. Venni a sapere del fatto. Ora la mia rabbia si mutò in angoscia ed era la sua che, uscita dal suo corpo venne a cercarmi e mi trovò nella mia lontana città, nel momento esatto che le parole nella quale si era insinuata, mi raggiunsero raccontando quel gesto. Lo dipinsi con una candela di fianco, sul letto di morte e la tempia oltraggiata. Lo dipinsi mentre ascendeva al cielo seguito dagli angeli e arrivai a Parigi morto a me stesso, arrabbiato col mondo, incontenibile, capace di insultare e tradire tutto e tutti. Esplosi. Finii in una clinica per malattie veneree e, consapevole di cosa mi attendeva in fondo a quella pazzia se avessi perseverato, mi fermai. Osservai le mie mani, il mio volto interiore stravolto e dipinsi la solitudine che mi attanagliava. Pian piano tornai alla vita, quella esteriore. Quella interiore non ebbi più nemmeno il coraggio di sfiorarla. Si trattava di uno scrigno nero che quando inavvertitamente aprivo, mi offriva lo sguardo della persona che avevo annientato e che, ora ne ero certo, mi aveva veramente amato.

Vedi. Ho compreso ora che l’importante è amare. Disquisire sugli aspetti corporali di questo sentimento è decisamente ininfluente. Il corpo ha una sua natura che non si può contraddire. Se ci provi hai perso. I suoi urli ti assorderanno e se riesci a costringerti fino in fondo ad apparenze che non ti corrispondono, diventi mostruoso, elegante, forse di giorno, ma con uno sguardo strano e nelle notti della mente, feroce con chi ti ritrovi vicino.

Io invece, che possedevo quello scrigno che conteneva un simile sguardo, che è ben oltre qualsiasi sensazione di colpa, iniziai a dipingere in modo solo tecnico. Il corpo lo destrutturavo, lo deformavo in tutti i modi possibili e mi rendevo conto che per quanto lo massacrassi, si riconosceva sempre che di un corpo si trattava. L’anima nemmeno mi azzardavo ad immaginarla. Se facevo un volto esso mi riusciva perché lo concepivo come una maschera, anzi, come la deformazione di una maschera. Le donne poi. Ritraevo la medesima più volte nel tempo e da un ritratto abbastanza riconoscibile, passavo a destrutturare fino all’esasperazione. Un’esasperazione che ricevette il dono di un senso da parte dei critici ai quali lasciai fare il loro lavoro nascondendomi, quasi con gratitudine, dietro quel colossale muro di parole. Ho poi avuto donne. Ho figliato. Ho creato il mito dell’artista eroticamente insaziabile. Per me le figure femminili che producevo, però non erano “la donna”, ma qualcos’altro che sta a te ora comprendere. Mi rendevo conto comunque che, in certo qual modo, con i miei silenzi, collaboravo al fraintendimento. Il mio corpo reclamò comunque la sua vitalità e chi mi conosceva sapeva, ma ormai si era giunti ad un punto di non ritorno. La mia immagine commerciale aveva certe caratteristiche e non andava modificata. Rendevo tanto. Troppo. Chi minimamente aveva a che fare con me, si arricchiva. Pensa che ci fu un artistucolo che si vantò per anni di essere mio amico. Ad ogni inaugurazione, annunciava la mia presenza e poi si autoinviava un telegramma nel quale giustificavo in qualche modo la mia ovvia assenza. Lo seppi e sorrisi di questa bassa scaltrezza per riuscire a campare con poca fatica.
Ai mendicanti diedi spesso un mio scarabocchio su un pezzo di carta. Lo firmavo e per loro era come aver vinto alla lotteria.

Divenni vecchio e, come scrisse il grande argentino, “morto l’animale, o quasi è morto, restano l’uomo e l’anima”. Rimasi con me stesso accuratamente rinchiuso nel castello della fama, con una ricchezza sbalorditiva che mi era indifferente. In quella solitudine trovai la calma necessaria per aprire lo scrigno e dialogare con quello sguardo che mi scaldò dopo tanti anni, col suo disperato, sincero affetto. Eravamo finalmente rimasti solo lui e io e sappi che solo chi ama ha veramente vissuto e in tarda età, alle soglie dell’abisso, rigorosamente rinserrato in me stesso, l’ho contraccambiato.

Ora sono qui, davanti alla Legge. Pietro da Morrone non era nella schiera e forse, deduco. non esiste il girone che mi fa penare. Forse chi ama con tutto se stesso non rientra in quella categoria. Ho una speranza, ma per ora mi manca il coraggio.

Questa, caro ragazzo è la mia storia.
Questa è la storia di Pablo Ruiz Picasso .


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Quel che questa finzione rivela … è vero. Fin da ragazzo ero affascinato dal periodo blu e studiai accuratamente la vita di Picasso dalla nascita fino al 1906-7.
in me, in un'età nella quale l'amore era ancora disgiunto dagli ormoni, ero un bambino … e quindi anche l'omosessualità era men che irreale, in me dicevo, era comunque diventato chiaro un fatto. A Picasso era capitato qualcosa di brutto. Non era possibile che dopo l'apice toccato a soli 14 anni con i ritratti al padre e alla madre (eccoli)....




 la scoperta di Parigi e di Lautrec(ecco un'opera che ne dimostra l'influenza...);



 improvvisamente, fossero apparse quelle figure cosi sofferenti, dolorose e rassegnate. E poi crebbi, scoprii l'amore anche carnale, e mi resi conto che esistevano gli omosessuali. Io avevo altri gusti, ma “loro” erano di solito intelligenti, originali e quant'altro, quindi non li evitavo. Sicuramente con un gay, usiamo un termine più aggiornato, è abbastanza inverosimile che si parli per esempio di calcio... capita poi che il mondo dell'arte e dello spettacolo ne vanti una folta schiera, in parte nascosta, e in parte, ormai dichiarata e tranquilla. Negli anni novanta del novecento, dichiararsi gay era ancora un rischio, un'avventura con conseguenze sgradevoli, delle quali, una parziale emarginazione, era sempre il minimo garantito. Per me, allora come ora, quel che una persona fa del suo corpo, non interessava. Erano e sono affari suoi. Mi fa ridere di amarezza questa attenzione sulla sessualità dei politici, per esempio. Essa rappresenta la morbosità del pubblico che così trova sfogo, non quella del politico … e pensare che esiste il mondo dello spettacolo che ha il compito ormai istituzionalizzato, di render nota la vita privata e “scaricare” così le pubbliche, e mai ammesse tendenze, al morboso che in ogni epoca assumono aspetti suoi caratteristici.
Fu una intuizione quella che ebbi su Picasso. Lui che torna a Barcelona dopo essere arrivato a Parigi, con Casagemas.







Casagemas che si spara in un bar davanti agli amici dopo aver tentato di avere una relazione con una ragazza nel 1901. Picasso lo viene a sapere e fa le prime opere blu, a Barcelona, sulla sua morte. Arriva a Parigi, vive al limite della maleducazione, della scorrettezza, come impazzito. Eccede in tutto eccetera. Pian piano questa visione prende forma e scopro altri possibili tasselli interessanti. Poi capita che per un po' di tempo vivo a Milano e conosco, fra gli altri, anche Franco Passoni, che di Picasso fu amico.

Mi stima da subito e dopo alcuni incontri al Jiamaica (ecco in foto il locale, tuttore esistente, in via Brera 32 a Milano. Quì passò un'epoca di arte, per esempio, Savinio, Quasimodo, Buzzati eccetera e ciarlatani a migliaia...)




e ad inaugurazioni, mi invita a cena da lui. Ricordo ancora, spaghetti tonno e pomodoro come primo. C'era lui, la moglie e i figli Matteo e Vanessa. Si chiacchiera e poi Franco e io andiamo in salotto. Mi mostra alcuni “pezzi” della sua collezione, spesso astratti e per me un po' insipidi e serenamente glielo dico. Apprezza e poi … aggiungo che avrei da fargli una domanda su Picasso. Sapevo già che aveva lavorato con lui. Non si erano solo frequentati per dovere. Si era anche instaurato un rapporto di stima.
La domanda la feci e lui mi stupì con la sua risposta.
Picasso era gay?”
Si”
allora potrebbe essere giusto quel che ho pensato delle sue opere dei primi del novecento!”
ma cosa c'entra il fatto che fosse gay!”
Ero sbalordito. La sua opera era quindi stata studiata senza tenere conto di questo dato? Ma l'opera è il riflesso dell'esistenza! La borghesia fu ed è il livello più basso dell'atteggiamento, del mascheramento, ma raramente un giovane è borghese e Picasso era giovane, allora .... Mostrare ciò che si vorrebbe essere e non quel che si è, questo è il borghese che si specchia nei quadri di Boldini, per esempio. Ma coi primi del novecento, esattamente un po' prima, con Goya, il rapporto con l'io interiore, con la propria vita, si fece fondamentale. Le crisi di Munch, quelle di Balthus, e Sironi e Campigli! Solo per dirne alcuni!
Sfogliammo un catalogo di Campigli e egli feci notare che spesso c'era una tela nella quale spicca di solito, una coppia di donne, che sian sole, o fra la folla, uniche visibilmente in relazione, o anche in casa. Non capiva. Per lui Campigli era solo l'evoluzione riuscita di una tecnica!







Gli dissi che nei diari, Campigli raccontava che, quando era bambino, desiderava l'affetto della madre che era bellissima e la vedeva che si preparava per uscire. Lui si struggeva. Sperava di poter passeggiare al suo fianco, e invece, sempre, veniva un'amica e lui rimaneva in casa. Quel magone, lo ha ripetuto molte volte nella sua opera, poiché sempre tornava a galla. Tornò anche con la moglie, che si preparò, uscì con l'amica, e lui si sentì di nuovo, da adulto, come quel bambino fragile che fu! In più si deve tener conto che lo “passavano” per nipote e non figlio di …. cotanta madre … Come non tenere conto di questi dati per comprendere dei quadri che dimostrano la convivenza e non il superamento con un trauma! Se si ignorano queste considerazioni, le opere di Campigli risultano solo variazioni carine fatte su una celebre statuetta fenicia! Mai la tecnica non esaurisce il valore di un artista e se accade, o si tratta di mascheramento o di truffa. Accadde a Picasso dal cubismo in poi, e ritroviamo una situazione simile, anche se per altri motivi per esempio nella poesia di Celan,



 per il quale il mascheramento consisteva nell'ultima difesa espressa col rendersi incomprensibile, nascosto anche dietro al verso. Si tratta altrimenti di truffa, spesso inconsapevole attuata da un intellettuale che gioca a far l'artista. Dico che l'atto può essere inconsapevole poiché l'indottrinamento scolastico e commerciale, offre valori nei quali, ovviamente, all'inizio si crede e non si può fare diversamente. Se ci insegnano che si va in montagna con le pantofole, la prima volta le metteremo, è ovvio; si tratta delle uniche informazioni che abbiamo e vanno usate. Quando si torna dalla prima incursione, se non si mettono in discussione le pantofole e non si inizia a cercare … allora si ha un intellettuale che gioca a fare l'artista. Un alpinista in pantofole che si sente pure a posto col mondo, e ridicolizza colui che ha deciso, da solo che son meglio gli scarponi, poiché … non rispetta la tradizione, gli insegnamenti!
Deve accadere che una volta “provate” quelle prime esperienze indotte, ci si deve rendere conto che l'arte va oltre e che non la insegna la scuola perché non si tratta di un insieme di nozioni sistematizzabili e uguali per tutti. In più si tratta di un qualcosa che deve a ciò che è esterno da noi, solo una parte dell'alchimia, il resto si innesca in noi e il codice segreto per aprire, svelare l'io è diverso per tutti e incomunicabile. Si può solo trasmettere la fiducia nella possibilità e invitare ad una coscienza critica libera.
Passoni era sbalordito. Gli spiegai che secondo me lui e la sua generazione si erano concentrati troppo sulla tecnica e aveva prodotto intellettuali in grado di spaccare il capello in quattro, ma …. cosa me ne faccio di quarti di capelli? Nulla o quasi. Una parte vale, l'eccessiva minuzia, diventa ridicolo.
Rilessi i quadri di Picasso secondo la mia ottica e mi disse che era vero, mi rivelò anche di qualche altra “avventura” del Picasso ormai famoso, quando ormai si mascherava. Quando nella sua sofferta pittura appare l'arlecchino, figura compresa osservando e dipingendo i personaggi del circo Medrano, è perché nella sua mente è nata la soluzione. Picasso non può essere liberamente se stesso. Si deve mascherare.....



E ci riesce benissimo. L'immagine sarà quella del caliente donnaiolo spagnolo. Si sposa varie volte, ma le mogli, quando le ritrae, le prime volte le fa belle, e poi le scompone fino alla follia, perché per lui non son l'oggetto del desiderio, ma del mascheramento!
Passoni mi ascoltò con attenzione e poi mi chiese che effetto gli faceva la sua generazione. Gli dissi, “colti, spesso sinceri, ma troppo legati, inconsapevolmente, al pensiero positivista. Ecco perché l'arte è diventata per voi solo tecnica!”
e con la destra indicai una tela di Piero Dorazio ( ecco una sua opera)



 facendogli presente che conteneva a fatica un uno per cento di anima e io di anima avevo bisogno.
Mi chiese di Sebastian Matta, che da poco avevamo conosciuto. Gli dissi che il suo capolavoro era la figlia …




e poi l'opera che non era male, ed ecco a voi qui sopra un suo quadro. Era viva. Lui aveva accettato la regola del mercato che ti vuole immediatamente riconoscibile, e un Matta, come un Burri, o un Fontana era immediatamente identificabile. Ma a differenza degli altri due, era caldo, vivo. Scherzammo un poco su Burri, fascistone irredento e con le donne in odio, e poi mi disse, che forse la sua generazione poteva morire lasciando ben poco di buono. Gli dissi no! “gente come te e Sanesi, per esempio, siete comunque stati sinceri. Avete creduto in quel che avete fatto e detto e scritto. È lo schiavo del mercante, che utilizza la mentalità scientifica per giustificare con un linguaggio forbito qualsiasi corbelleria, è lui che non sopporto, e ce ne sono alcuni che hanno la mia età ...”

Non solo questo aspetto mi era d'ostacolo, ma con persone aperte come lui ne potevo parlare. Ricordo quando Alessandro Quasimodo (ecco la sua immagine. ottimo attore particolarmente per il teatro greco e .... quando legge le mie cose...ha una voce così calda e profonda da rendere belle anche le banalità che qualcuno tenta di proporgli...),



 mi portò a visitare l'appartamento di suo padre, il Nobel, in via Garibaldi, sempre a Milano. Sopra al letto c'era un autografo grandissimo di Gabriele d'Annunzio... era presente la poetessa Vittoria Palazzo che mi invitò a non meravigliarmi …

ecco Vittoria, buona poetessa e importante per la poesia. sapeva essere amica di personaggi assai difficili, da Fontana a Quasimodo a Sartre ecc.


...per quanto si fosse già negli anni novanta, non si poteva parlare di queste cose ...politica. E mi disse che lei, e Salvatore, che fu suo amico per anni, e non solo loro due, stimavano tanto l'opera del pescarese.

Quante “cose” strane, per un essere come me … a loro sembravo nato in una stanza senza finestre sul mondo e con a disposizione solo una luce e dei libri … Vittoria me lo disse, e questo li divertiva e spaventava, perché con due parole, scompariva qualcosa nel quale avevano creduto per una vita e dopo non aveva più il senso di prima. Vittoria mi disse. Hai ucciso Emilio Vedova.



Per me era quasi un genio, ora è solo il ricordo di un amico. Le dissi che non era poco e che forse da quello doveva partire per comprenderlo, se mai in Vedova esiste qualcosa da capire....

E comunque Picasso fu letto da allora, da quella cerchia di amici, tutti moooolto più vecchi di me eccetto Alessandro Quasimodo, come se, finalmente, avesse avuto un'anima, anima che, dicevo, è colei che fa le scelte grandi per i grandi artisti.

Alan Turing, ecco la sua immagine,



considerato il padre dell'informatica, per omosessualità, per vergogna di questa, si suicidò nel 1954, se non ricordo male. In letteratura grazie prima a Gide e poi a Proust e alla Yourcenar, senza dimenticare Mishima, il tabù si iniziò ad affrontarlo, prima con sorrisini sarcastici e poi sempre più con correttezza. Cosa poteva fare Picasso nei primi del novecento in una Montmartre di popolo e donnaioli Qualcuno era si come lui, ma la vita non era assolutamente semplice. Max Jacob ne fu un esempio. ecco la sua immagine:



 Non ci si deve meravigliare se Picasso decise, dopo il dolore enorme causato dalla fine di Casagemas, di mettersi una maschera. Ci son persone tuttora, nel mondo dello spettacolo che continuano a non avere il coraggio di viversela liberamente! Non li critico, anzi, li capisco. Le paure sono in grado di condizionare l'esistenza. Ma quando questa scelta viene sentita come obbligata da un grandissimo come Picasso, mi sembra ovvio che la sua opera ne risenta, ne sia condizionata e caratterizzata.

Siamo nel 2013. mi auguro che ognuno possa fare della sua vita quel che desidera. Esiste solo un limite, quando il nostro agire fa soffrire qualcun altro. Dobbiamo rispettare la libertà degli altri in generale, e la sensibilità di chi amiamo in particolare. Lasciarsi amare è più facile, secondo me, di amare. Lasciarsi amare è prendere. Amare spesso è rinuncia. Io credo che molte persone gay si nascondano tuttora non per timore dell'opinione pubblica, ma di un padre, di una madre o un figlio, e questo ostacolo che sentono insuperabile diventa maschera, la loro vita diventa una continua recita. Immaginate ora un Picasso che ha un morto nel cuore, un morto che amava e che ha portato all'esasperazione negando ciò che già era …

ed ecco che nasce il periodo blu, il capolavoro del novecento.









lunedì 25 marzo 2013

Caravaggio; lettera dall"Aldilà'


DALLALDILA’ 2 (Caravaggio)

Ciao. Immagino non ti siano mai arrivate lettere da un Aldilà che di solito mettete rigorosamente in dubbio. Io che ci muoio costantemente ogni giorno, con fiamme vere che bruciano non le carni, ma l’anima, ormai so e questo dirti per me non conta. Non salva.

Se ti ho scritto, ovviamente autorizzato dal potere unico che qui incombe, è perché forse, tramite il tuo pensiero, qualcosa sull’interpretazione della mia opera potrà cambiare.

Compresi i fatali errori solo nel momento che le dita presero un pugno di grossolana sabbia su quella spiaggia che vide la mia fine. Quella umana clessidra che nel giro di un attimo si vuotava e, come graffiando la spiaggia, con frenesia riempivo ancora e ancora e ancora, sgocciolava il non senso, il sacrilegio non divino, ma umano della mia opera.

È vero che a Malta, in un lampo di lucidità dolorosa, sentii la possibilità di un’altra via. Per questo, nella tela del Battista gli spazi sono enormi e il tragico fatto ricopre un ruolo che appare secondario. Commessa l’opera per motivi religiosi da cavalieri con divise candide ma macchiate di rosso in modo talmente simmetrico e preciso da parer una croce, io ci misi un altro senso. Fu per la leggera e feroce malizia di una donna che il Battista perse la testa. Fu per un futile motivo di femmina che sguainai e vendicai il nulla, guidato da bacco e da una compagnia audace in bravate. Ricorda che nelle osterie del mio tempo, i dadi segnavano il destino non con i numeri che elargivano. Se perdevi decidevi bravamente che l’altro era baro e, paladino di una finta giustizia grottesche goliardate frantumavano ogni senso e spesso una spoglia finiva nel Tevere. Il mattino seguente, il mal di testa lo combattevi con dell’altro vino, che nelle cucine del cardinale mi era concesso perché avevo condiviso segreti di licenziose oscenità pederaste. Era tutto normale. Non c’era vergogna, ma in quanto compagno di sollazzo, anche se gerarchicamente sottomesso, il ragazzino che tu ricordi del ramarro amavamo ricordare brindando le gioie che non nascondeva nello sguardo e in gorgheggi suadenti. Prima il cardinale. Solo in questo la gerarchia reclamava i suoi diritti, ma lui vecchio traeva più una gioia della fantasia che io rimpolpavo di ebbrezza virile davanti ai suoi occhi invidiosi, lascivi e contenti.

Ora dimmi. Come hai potuto non cogliere l’effeminato atteggiamento del ragazzino e parlare solo di tecnica sopraffina?

Ed ecco il Battista che cade per l’erotica voglia assassina di una femmina che vuol vedere sottomesso colui che comanda gli uomini e che ha il nome già per altro reietto, di Erode.

Taccio di altro. Ricorda comunque e immaginami, indebolito su quella spiaggia mentre scopro che non era necessario per la mia opera credere e sperare che un dio esistesse davvero, ma farlo credere a chi, nella povertà delle carni, del cibo e quindi della mente, aveva bisogno almeno di quella strana certezza per sperare e tirare avanti.

Quando decisi di ritrarre l’annegata in quanto madre di Dio, si trattò di un gioco altrettanto osceno. Fraticelli e cardinalini mi sfidarono ad osare con motteggi e nella speranza di mettere pepe nella loro vita che avendo provato di tutto ormai aveva perso ogni sapore. C’erano più veneri languide alla veneziana nelle camere da letto dei cardinali e dei religiosi tutti, pudicamente coperte da una tendina che si apriva all’occorrenza che cristi in croce o santi e madonne. E quando si chiedeva una venere, si diceva a me o ad un qualsiasi artista, di andare da una modella ben precisa, che amante era e non di rado di più d’uno e alla fine, per aver le carni al meglio eternate, del pittore stesso.

Le luci livide che ammiri e ammirate nella mia opera, sono il livido rancore del male e del bene che aleggiano e poco può quella luce nel disvelar quel che si sa e si sapeva. Lo scandalo era creato perché divertiva. Come oggi a Roma, una donna per stupire non pone confine alle sue gesta in una morale, e nell’esigenza di stupire affitta un nano da ostentare al guinzaglio ad una festa. Accade veramente ai tuoi tempi. Per comprender certe opere e certe menti della tua e la mia epoca, ti prego, guarda anche in basso. Ora, quella donna col suo nano guinzagliato, è stata superata da una rivale che ne ha trovato uno che è, con evidenza, effeminato e che si professa giudeo. Questa è la tua vita. Questo è il mondo tuo e fu il mio. Puoi, sconvolto, alzare le membra dal fango e mondarle con la religione e la filosofia, ma non dimenticare che da quello provieni e il fango è immondo e anche quando elevi lo sguardo e con esso la mente, i piedi comunque in esso sguazzano impietosi del tuo desideroso slancio.

Comprendi ora la mia mano che in quella giornata ultima colse pugni di tiepida, granulosa rena e vide la vita languire e alleggerirsi e sparire col terrore di questa nuova lucidità nella mente e negli occhi, e pensa che la vita mia, che fu gioco d’osterie e d’osceni divieti ingranditi ed eternati con la mia arte, io che mai lessi i vangeli, ma da orribili bocche di chiesa ne sentii le versioni blasfeme,

ora aborro la mia opera più di me stesso poiché essa dura e perpetua, alla “mente vera” il mio vagare nel fango.

mercoledì 20 marzo 2013

Tonino Guerra e We: "Il gigante"

Domani, 21 marzo, è il primo anniversario della fine del corpo di Tonino.
Non credo alla morte e per me si tratta di rielaborare un'amicizia importante in una dimensione eterna e diversa. E' più facile di quel che si pensa.......
Tonino sapeva di questo racconto, e che lo riguardava, ma glielo diedi solo dopo tanti anni.
E' facile pensare ad un timore reverenziale, ma fra noi non ce n'erano; il problema per me era nel fatto che un testo letterario, men che raramente mi soddisfa. A lui piacque molto, io ne sento i limiti ma non oso più toccarlo.
Dedico questa "cosa" pensata insieme a lui, al giorno del suo compleanno..... giorno in cui un folletto si vestì di carne ed ossa per raccontarci la natura e la bellezza dei sensi.






IL GIGANTE

  
“Questa casa? Guarda le altre. E’ identica solo che è cinque o forse anche sei volte più grande.
C’è scritto qualcosa sotto il campanello.
E’ un museo! Ti va di vederlo?”

“Andiamo!”

“Buongiorno, lei è il bigliettaio?”

“No. Sono il guardiano e la guida.”

“Che tipo di museo è?”

“Questo museo, questa casa, senza la storia che contiene diventa uguale alle altre. Solo un po’ più grande.”

“Direi molto più grande delle altre!”

“Sì, è vero, molto più grande. Su, venite.”

“Scusi, quant’è?”

“Intende il prezzo?”

“Sì.”

“Il prezzo che vi chiedo è che ricordiate.”

I visitatori sono sorpresi da quella risposta, ma assai più dai gradini anch’essi cinque o sei volte più grandi dell’ordinario, ma la guida li invita a scegliere le parti esterne che hanno scalini normali.

La porta si apre dolcemente.

La guida fa un cenno e lo seguono.

L’ingresso offre allo sguardo una scala che porta al piano superiore e una porta chiusa che apre ed entrano.
E’ una camera da letto.
Il letto è matrimoniale e immenso.

“Da questa camera inizia la storia di questa casa.
Non vi chiederò di credere alle favole.
Cercherò di raccontare in modo che non abbiate dubbi, poiché questo fatto è accaduto veramente e questa casa, che esiste, senza ombra di dubbio esiste, ne è la prova.
Questa stanza fu la prima a nascere.

Su questo terreno, proprio nel punto dove sta il letto, c’era un albero enorme. Il più grande che si sia mai visto in queste terre. Venne una persona, tagliò rami e tronco, fece il letto e dormì le prime notti sotto le stelle. Tuttora ha le radici. E’ bellissimo vederlo fiorire in primavera e da un po’ da fare in autunno per le foglie che cadono perchè qualche ramo qua e là cresce e lui, se non gli arrecano disturbo durante il sonno, non li taglia.
C’è chi dice che provenisse dalla Siberia e penso che la voce sia nata dal fatto che la Siberia è lontana e ciò che è irraggiungibile può contenere cose mostruose o meravigliose, ma in fondo nessuno lo sa veramente.
Nemmeno a me lo ha mai detto. Ha solo accennato una volta che proviene da una grande città.
Nacque come tutti noi da una madre e fino all’età di dieci anni fu in tutto e per tutto normale, uguale a me, lei, o lei.
Nella stanza qui a fianco sono esposti ritratti, potrete constatare che era perfettamente normale.
Poi crebbe, e già a tredici anni era più di due metri.
Doveva piegarsi per passare dalla porta e il padre gli allungò il letto.
Vedete! Due metri permettono di essere considerati ancora normali.
Chi non ha visto qualcuno di quell’altezza!
Forse le ragazze potrebbero sorridere, oppure forse fissarlo con troppa insistenza, ma lui riuscirebbe ad abituarsi.
Ma crebbe ancora:
Si guardava allo specchio e si domandava perché era capitato proprio a lui.
Due metri e mezzo a quattordici anni.
Sei a diciotto.
Il padre gli fece una capanna su misura un po’ fuori dalla città.
Se fosse nato in un paesino forse lo avrebbero accettato.
Tutti avrebbero conosciuto i genitori.
Avrebbero saputo che era buono, ma una grande città, lo sappiamo, non ha tempo per queste cose.
Quando passava per strada, le altre madri riparavano i figli con il corpo, i vecchi dicevano “mio Dio, il diavolo”, i bambini lo guardavano incuriositi, poi lo tiravano per i pantaloni, ma poiché sembrava che non si accorgesse di loro, spesso finivano col tirargli dei sassi.
Sapete come sono i bambini.
Non hanno paura di niente, e poi, e poi sanno essere crudeli, sempre con tanta innocenza, come per gioco, ma crudeli.
E lui, non reagiva.
Gli sguardi delle ragazze erano ormai uguali agli sguardi di tutti.
Tutte le mattine partiva dalla capanna e si recava dalla famiglia.
Bussava alla finestra del primo piano e salutava
Due parole, un cesto con il cibo e ripartiva per la capanna.
Erano circa dodici chilometri.
La madre non andava mai da lui perché ormai non c’erano più in buoni rapporti.
Quando parlavano, in quelle mattine, lei spesso lo sgridava.
Gli diceva: “la natura ti ha dotato, ti ha dato qualcosa in più degli altri. Potresti fare il lavoro di dieci persone, guadagnare bene, farti una bella casa, una buona posizione, essere stimato insomma!”

Le prime volte lui tentò una reazione.
“Queste sono le cose che posso fare, ma quelle che tu chiami le mie doti, le ho solo io. Come potrà una donna accettare una persona come me. Tu dici che se offro una bella casa e uno stipendio elevato lei mi amerebbe, ma io non sono più come voi. E poi gli aspetti positivi che elenchi non hanno riguardo che per l’organizzazione. Ti rendi conto che non c’è possibilità per i sentimenti?
Non so nemmeno…non so nemmeno se sono ancora umano.
Guarda, guarda come mi guardano!”
Lei gli parlava di altri due giganti dei quali aveva sentito raccontare cose stupende.
Uno abitava a Sant’Arcangelo in Italia, e un altro in Argentina, ma forse il figlio non ci credeva.

Il padre invece, gli diceva.
“Mi rendo conto che sei particolare, è evidente.
Non ho altri consigli per te se non questo:
qualsiasi cosa desideri fare…falla bene, fino in fondo.”

Nella capanna c’erano un letto, un tavolo e una sedia.
Si sedeva o si stendeva, e pensava.
Non usciva che per la visita mattutina alla famiglia.
Alla gente della città stava bene così e le poche volte che tentò di fare qualcosa di utile, fu incolpato.
Ad esempio il caso del cavallo imbizzarrito che raggiunse e fermò. Il cavaliere disse che l’animale si era spaventato perché lo aveva visto.
E anche quella volta che tre uomini stavano annegando nel fiume perché si era rovesciata una barca. Lui corse, ne salvò due, ma il terzo, che era straniero e non sapeva ancora niente di lui, morì per lo spavento, poichè pensò certamente ad una aggressione e non a un salvataggio.

Una mattina non si recò dalla famiglia.
Tanta gente considerò funesta la sua assenza.
Al terzo giorno, la madre uscì per andare da lui e sgridarlo.
Durante quei dodici chilometri sfoggiò il viso arrabbiato da chi va a redarguire un monello.
Alcune donne sospirarono nel vederla e ringraziarono il cielo che il loro bambino era più ubbidiente.
La madre arrivò tuonando le sue sgridate, ma non ebbe risposta.
La porta era solo socchiusa e riuscì ad entrare.
Il figlio non c’era più.
Se ne tornò a casa triste, stringendo i pugni e da allora dice che è colpa del mondo, della gente.
Era solo un po’ più grande, ma era un buon ragazzo.
Forse un po’ timido, un po’ chiuso…ma lo sapete, le madri non vedono come noi.
Hanno un filtro che si chiama amore e non se ne separano mai.


                                                              Seconda parte


In questo letto dormì, prima sotto le stelle, poi sotto un tetto.
Scappò e venne qui, scegliendo quasi per caso.
Qualcuno disse che gli piacque l’albero perché era anche lui enorme e vi riposò sotto appoggiando la schiena al tronco.
Ebbe l’idea di non mettere mai piede in paese.
Questo particolare rassicurò la gente.
Fu interrogato dal sindaco, che pieno di paura dovette recarsi da lui per rassicurare la comunità.
Ci andò perché lo avevano costretto con la minaccia di non rieleggerlo.
Tornò con un documento che sanciva le norme di comportamento che doveva tenere.
Qui potete leggerne una copia.
Come vedete, in fondo, il gigante la firmò.
Potete constatare quanto è severa la sua esistenza.
Primo, non mettere piede in paese se non viene richiesto, secondo fare il possibile per non farsi vedere.
Poi terzo, quarto, ecc…
Il sindaco però si sentiva in colpa.
Dalle poche parole scambiate aveva capito che era buono.
Per questo provvide a fargli costruire una casa.

Ecco, questa è la cucina.
Venite, venite, no, qui no, è il bagno che non è mai in ordine.
Di qua, ecco il salotto, è grande più o meno come una palestra.”


Terza parte


“Scusi signor guardiano, lei ci sta mostrando una casa più grande delle altre, con sedie, cucchiai e letti enormi, e poi ci racconta questa bella storia.
Ma non pretenderà che crediamo a un fatto del genere.”

“Lei ha visto i gradini che portano al piano superiore.
Sa perché sono così grandi e crescono più lei guarda su ?
Per far desistere tutti. Davanti a scale così si pensa che quel piano sia irraggiungibile.”

“Vorrebbe dire che abita…che è qui sopra?”

“Sì. Se volete potete farci quattro chiacchiere.”

“E…e quanto sarebbe alto?”

“Lei ha già visto quanto è lungo il letto.”

“E secondo lei, cosa sta facendo adesso?”

“Credo stia guardando la televisione.”

“Ma non è che lo disturbiamo!!”

“No, no, venite, gli fanno molto piacere le visite. No, con quelle scale fareste troppa fatica. Queste altre sono più adatte.”


Quarta parte


Il volume della televisione è alto.
Vedono prima un piede appoggiato su un panchetto, poi una gamba e il corpo. Castano. Occhi scuri.

“Ci sono visite!”

Gira la testa e dice:”Pensi che si spaventeranno?”

“Non lo so.”

Si alza e sbadiglia. “Buongiorno!”
Non rispondono.
Un signore anziano si toglie il cappello come se fosse in chiesa.
“Stavo guardando uno speciale su Villeneuve. Che pilota!”

Tutti allibiti.
La bocca aperta, gli occhi sgranati.
La madre copre gli occhi del bambino e lo stringe tra le braccia, ma lui si ribella, non vuole, poi
le sfugge e non le resta che gemere.

“Signora, per cortesia, non mangio i bambini!
Ti andrebbe una caramella? Ti do una delle mie però, così sei a posto per una settimana.”

Va verso la credenza, da un vaso prende una caramella enorme, gialla, incartata nella carta trasparente.
Il bambino, intanto, si è avvicinato alla televisione e si fa “prendere dal programma”.
Lui lo chiama.
“Hei, la vuoi?”
Gliela dà e il bambino ride:”Come farò a mangiarla?”
E lui: ”E’ come una torta, la tagli a fette. Ti piace la mia tele?”
“Sì, è così grande!”

Il guardiano vede che la gente è tesa:
“Senti, credo che abbiano fretta.”

E lui:”Ah, sì, hanno fretta. Arrivederci.”
E sorride, ma non è un sorriso.

Scendono le scale e un signore azzarda: ”Che effetto spettacolare, sembrava vero. Per quale film l’avete usato?”

E il guardiano non risponde.

“Suvvia! Non vorrà farci credere che quel coso è vero!”

“Non si preoccupi, non voglio farle credere questo o quello.”

La madre interviene agitata:
“Allora era tutto un trucco? Sembrava vero! Bravo! Bravo!
Ma che spavento! E quant’è per quella enorme caramella?…
E per lo spettacolo?”

“Non le ho detto che era uno spettacolo e la caramella è un dono!”

“Lei è troppo suscettibile. E’ stato bravo, lo ammetto, ma adesso esagera! Bah! Comunque buongiorno e grazie.”

“Prego e per favore. Per favore; ricordate.”

Lo guardano stupiti e poi si allontanano discutendo assai animatamente fra di loro,
poi salgono in auto, accendono  le radio a tutto volume e se ne vanno cantando.




VENTISEI ANNI DOPO 


Ferma la macchina. Ecco il luogo di quel ricordo che ha sempre fluttuato fra realtà e favola. Dopo anni di indecisione aveva finalmente dedicato quelle ferie alla ricerca di quel posto che forse esisteva o forse no.
A chi raccontarlo? Non era possibile senza rimetterci. Meglio quel lungo silenzio.
Ricordava la zona. Due giorni a zonzo per strade e stradine ed ecco la casa uguale alle altre. Uguale, ma più grande. Un paesaggio collinare e la casa al centro.
 Tre colline. Due più grandi coperte di abeti scuri che producevano virili, invitanti ombre. “Quest’estate rovente non entra in questa casa!” pensò. “Lì è fresco”.
Aveva visto quel luogo una sola volta quando era bambino. Ora era in quella età nella quale inizia a perdere consistenza la sensazione di eterna giovinezza. Si. Forse allora, da bimbo, così colpito dal gigante che credeva di aver visto, non si era minimamente accorto di quel bel paesaggio. Parcheggiò e si avvicinò all’edificio. Si, Era lui, ed era invecchiato. Crepe. Vernice smangiata. Persiane corrose, cadute. Finestre senza vetri. La targa del museo era fra le erbacce e i sassi vicino all’entrata. Quasi illeggibile.
La porta socchiusa. Entrò con il cuore che batteva regolare ma timoroso, pronto a scattare in avanti. Rivide le grandi stanze. Le enormi posate, piantate chissà perché in un vaso da fiori di terra cotta rossastra e appoggiato su un davanzale.
Nella camera da letto, sul letto, si accorse che, fra le coperte vecchie, qualcosa si era mosso. Forse un animale. Si rese conto che, non per timore, ma per rispetto di quell’esserino, lasciò la stanza. Tornò alla macchina e scaricò le borse. Aveva pensato di affittare una camera lì vicino, ma vista la situazione del museo decise di tentare di abitarci alla buona, finché il lavoro non lo avrebbe costretto a tornare.
Pulì un poco la cucina e accese il camino. Aprì una scatoletta di pasta e fagioli e la avvicinò. Per non turbare l’animale rintanato nel letto coi suoi rumori, aveva socchiuso la porta e posato per terra una scatoletta di carne in scatola.
Mentre mangiava la pasta tiepida, seduto sul davanzale di una finestra vide entrare un vecchio. Aveva la scatoletta di carne in mano. La appoggiò sul tavolo. Si guardarono per un momento e poi l’intruso disse: “Sono venuto qui ventisei anni fa”. Il vecchio rispose “io sono il guardiano. Lei è l’unico che è tornato”.
L’altro si alzò e gli offrì della pasta e fagioli. Mangiarono insieme. Alla fine il nuovo venuto gli chiese “ma il gigante era vero?”
“Si. Lo era e lo è.”
“E’ andato via?”
Non capiva perché. Forse l’ambiente desolato, pieno di abbandono e quel vecchio dignitoso. Gli credeva. Sentiva che in fondo gli aveva sempre creduto.
La grande caramella, la televisione al piano di sopra. Quello sguardo che da sorridente si era fatto triste ma non rassegnato.
“No. Non è andato via.”
Il vecchio si avvicinò alla finestra. Lo invitò ad avvicinarsi con un cenno del capo.
Guardava la collina più piccola che, vista da quel punto, era quasi bianca dei tronchi delle betulle e al vento leggero brillava l’argento del retro delle foglie.
Si vedevano in alcuni avvallamenti, piccole macchie scure. Abeti giovani pieni di gaia, verticale forza.
“Dorme” disse il guardiano. “Dorme da qualche anno. Da allora ho tolto la targa del museo”.
L’altro ebbe la sensazione di cogliere una sagoma immensa, in posizione fetale, ammorbidita dalle chiome degli alberi. I giovani abeti, come tratti leggeri di carboncino, sottolineavano qualche traccia che sembrava confermare quella visione per il resto indistinta.
“Vede” aggiunse il guardiano. “E’ cresciuto ancora. Quando venne lei questo paesaggio era pianeggiante”.
“Non lo ricordo” rispose. “Ero così contento dall’avergli potuto parlare che non ricordo altro”.
Uscì di casa. L’emozione lo prese e il cuore iniziò una lenta, piacevole salita.
Era incredibile. Ma era possibile? Si. Non riusciva a non crederci. La razionalità non poteva scalfire tutta quella bellezza.
Il vecchio lo raggiunse e gli chiese “Non mi chiedi delle altre colline?”
Si sedette per terra e l’altro gli si mise vicino rispettando quel silenzio così denso.
Il giovane, dopo aver ascoltato il movimento leggero del vento fra le betulle, e che ora gli sembrava un respiro, disse sussurrando “ora ricordo. Sono tre, e vengono da luoghi distanti del mondo”.


PER TONINO


Martedì. Il primo Luglio, ti consegno il racconto che ho scritto nell’82, a diciotto anni e che contiene una notazione importante (per me) che riguarda te, e un’altra che riguarda Borges. Il giorno dopo, alle otto e mezza, con mia sorpresa, mi telefoni e mi dici che lo trovi bello. Particolarmente l’inizio. Il finale lo immagini diverso.
Il gigante è la montagna che dorme. Hai detto più o meno così.

Come ti ho detto oggi pomeriggio al telefono (sabato), son riuscito ad aggiungere la tua idea, ma non è stato facile. Mi ha dato molto da pensare. Ti ho anche detto, oggi, che essendo la tua idea buona, non ero riuscito a liberarmene e in effetti non volevo, non ne ero capace, come è giusto che sia.
Il mio problema di questi pochi giorni, è consistito nel rispettare quel che un diciottenne scrisse e quel che tu proponi.

Mi spiego. Io diciottenne, sento una differenza, fra la mia esistenza e quella degli altri, che mi fa soffrire. Il gigantismo mi fu dettato da una foto di Diane Arbus. Un gigante vero, in carne ed ossa fotografato di fianco ai suoi genitori che, essendo di statura normale, sembravano minuscoli. La foto è stata scattata nel salotto della loro casa di Harlem (New York). Il gigante, con una faccia buona, si curva perché se stesse dritto andrebbe oltre il soffitto. Il lampadario, che gli sfiora la fronte, sembra un giocattolo della Barbie.

Il ragazzino che immaginai nel racconto, parte dalla normalità e spicca il salto verso un gigantismo involontario che lo isola dal mondo. Potrebbe essere una dote, ma lui, che in fondo è ancora un ragazzo, non è in grado di comprenderlo e soffre. Se nel mio racconto di allora egli parla con la gente è perché in fondo tenta ancora di relazionarsi con la norma, di farsi accettare nonostante tutto. La sua rassegnazione così rapida, nel finale, fa comprendere che non ne è più convinto, anche se ci ha provato di nuovo. Mi hai detto al telefono che il gigante che parla e che dice cose normali non ti sembrava necessario. Per me oggi, dal basso dei miei 44 anni, la tua risposta è giusta. Ma funziona per quel diciottenne che ancora lottava in una certa direzione.

Ora interviene il mio ragionamento sulla tua idea, che però secondo me, non deve intaccare la mia. Devo rispettare quel diciottenne che ancora sperava di non dover accettare un dono terribile. Il guardiano, nella prima parte dice che il prezzo che lui chiede per chi visita il museo, è di ricordare. Qualcuno, solo uno, ricorda. Chi? Il bambino anzi, colui che lo vide quando era un bambino. L’unico essere fra i visitatori che navigando fra fantasia e realtà, può essere disposto a credere.
Sono molto affezionato al mio finale di allora poiché contiene la negazione del gigante da parte del mondo, ovvero la negazione di me per quel che sono, a causa della mia differenza.
È uno stadio che ho vissuto. La mia letteratura affronta sempre, rigorosamente la mia percezione della realtà. Semplicemente ritengo che per descriverla non sia necessario limitarsi ad usare la razionalità. Il mondo dei miti, dell’onirico, della fantasia più sfrenata se pregno di significato, diviene simbolo della realtà. Non sono il primo e non sarò l’ultimo a pensare così.
Il bambino di allora, divenuto uomo, terminata l’età nella quale predomina un senso di eternità, che è la giovinezza, decide di recarsi dove in fondo da sempre vuole andare. Quando ci va? Quando inizia la decadenza, quando il pensiero della morte spinge a sondare il vissuto per trovare un appiglio. Egli si rivolge ad un evento dell’infanzia per lui avvolto dal mistero. Gli han detto che quel gigante era un effetto speciale, ma i suoi sensi lo ricordano come un dato concreto. Il dubbio lo riporta a quei luoghi. La vecchia casa esiste. E’ già un risultato. È fatiscente, il guardiano è sgangherato, ma come allora, dignitoso. Crede perché desidera credere? Perché ora, che la decadenza è iniziata l'ex bambino ne ha bisogno?
È secondario. Egli si affida alla situazione suggestiva, a questa visione della collina, liberamente. Si lascia andare. Non è presente la civiltà a porre dei limiti. È solo con il suo pensiero.
Quando dà l’ultima risposta e ricorda i tre giganti, la libertà interiore è scattata. Noi sappiamo che rimarrà lì, almeno fin quando non dovrà andare al lavoro. Sappiamo che per lui inizia un viaggio interiore che, guidato dai giganti, lo porterà ad un senso.

Dove sta la metafora della realtà? Nei libri. Tu, Tonino, per un mondo immenso popolato da miliardi di persone non sei un essere umano. Sei il tuo pensiero, sei i tuoi libri. Così è per Borges. Non importa l’essere vivi. Per il mondo si è l’opera, e non è poco.

Del più giovane, causa il fruscio delle foglie di betulla, il personaggio sente il respiro. Si deduce che gli altri due siano giunti al silenzio. Chi tace? Chi sa tutto. Chi non ha più bisogno di parlare. Una canzone slava dice che il pesce è muto perché non pensa. Non pensa perché sa tutto e quindi non c’è più niente da pensare e quindi da dire.
Si ha un surrogato laico della divinità.
Vicino ad Eisenach c’è una collina che si chiama Johann Sebastian Bach. Vicino a Bonn una che si chiama Beethoven. Immagino tante colline silenziose coperte di abeti. Poche colline giovani con la peluria morbida del cucciolo, col respiro che, se si ascolta con attenzione si sente, perché deve ancora crescere deve ancora iniziare ad esistere, e quel respiro non è per il momento, solo dell’anima, ma anche del corpo, e da questo è dato il lieve rumore.

Ecco i due finali. Quello che rispetta il diciottenne che fui e quello che 26 anni dopo e che, nei miei attuali 44 anni, può rappresentarmi.

Mi si potrebbe tacciare di vanità. Io di fianco a due grandi. Non temo il giudizio. Una iniziazione non terminata non prevede ancora un esito. Non è detto che anche su di me,  arriveranno gli abeti che sanno tenere lontano la calura estiva e un poco infernale. Il guardiano è ancora li. Forse il più giovane sarà solo un mostro da fiera. Nulla è deciso, una vita ancora da spendere, ma con due grandi guide.


giovedì 14 marzo 2013

premio strega ...


Nei giorni scorsi, alcuni quotidiani hanno scritto sul premio strega (minuscolo meritato...).

Tutto sembra essere iniziato con la defezione di Trevi che risulta essere scrittore e giurato di quella istituzione. Raffaella de Santis, su “La Repubblica”, imposta un articolo interessante e valido, si pone in posizione quasi neutrale. Lei fa le domande e Trevi risponde. L'influenza della de Santis si riduce al minimo. Ha scelto (speriamo...) cosa chiedere, e questa è la giusta libertà che le spetta, il giusto raggio d'azione che si è concessa. Ma ...quel che dice Trevi è interessante? È nuovo? Concordo con Paolo Crepet quando dice che si tratta di un premio italiano e che quindi ne riflette la mentalità e con Inge Feltrinelli, che da Mosca dice che si tratta di un premio un po' mafioso. Niente di nuovo quindi … una cosuccia all'italiana che merita di essere ignorata. Un vero scrittore e un vero lettore, non “guardano” ai premi! Gli editori che monopolizzano il premio strega non hanno a che fare con la Letteratura con la elle maiuscola. È tutto così semplice che mi annoio a ri spiegarlo. Chi conosce il mio blog, ha chiara la mia posizione che è certamente estrema, ma ambisce ad essere pulita.

Torno all'intervista fatta a Trevi. Ecco una sua critica: “Non mi piace un premio in cui il candidato è stato stabilito dalle case editrici, che scelgono da sole i loro cavalli di battaglia, e in cui molti giurati sono stipendiati dagli stessi editori che poi gli chiedono il voto.”

Ma che belle parole! E se mi permettessi di dire che non rappresentano nemmeno la superficie del problema? Mi spiego con un esempio. In politica, secondo me, la posizione che una persona decide di prendere, è subordinata al seguente ragionamento: prima viene un “Problema”. Questo viene studiato e poi si decide come risolverlo. Esistono vari gruppi, che si chiamano partiti o movimenti, che hanno scelto una soluzione. L'elettore e il militante, agiranno in relazione al tipo di soluzione. Di solito l'attenzione alla accurata definizione del “Problema” è scarsa o parziale. Ora dimostro che la destra e la sinistra e i loro partiti, son da gettare nel medesimo bidone di indifferenziata tossica radioattiva pestilenziale … Qual è il “Problema” che la politica deve risolvere? La vivibilità dell'esistenza. Essa si definisce secondo parametri economici e sociali valutati in una visione d'insieme, locale, nazionale, europea e mondiale. Vi sembra che qualche politico italiano agisca così? Direi di no. È il punto di partenza, l'inizio del pensiero, la coerenza col “Problema” che manca. Come costruire la felicità che posso scomporre in dati economici e sociali? Questa domanda chi se la pone? Facciamo dei nomi. Monti si è posto solo delle domande economiche. Del sociale non suppone nemmeno l'esistenza e rappresenta una dimensione europea di parte che trascura quelle locali e nazionale. In più è interessante, e quindi utile, solo per la prima casta. Il centro destra valuta il beneficio economico nell'immediato e basta. Ignora l'importanza della dimensione sociale nell'equazione fondante che manipola solo a livello emotivo per mezzo di un uso massiccio dei media, e rappresenta la prima e la seconda casta ovvero ricchissimi e borghesi benestanti. Il resto, cioè borghesia piccola e popolo, sono un fastidio che non tollerano. Esempio triste fino al ridicolo e maleducatissimo, il comportamento di Brunetta, quando era ministro, con i precari, problema questo che non voleva risolvere, ma annullare ignorando. Il centro sinistra invece è un dinosauro che ha cambiato troppe volte nome e mai la pellaccia. É diretto da una signora democristiana (paradosso evidente ma negato) e si regge su un comitato che è attaccato alle poltrone col vinavil. Che Renzi sia il nuovo non ne sono troppo sicuro. Non basta mostrarsi con un look “all'ammerigana” come dicono a Roma. L'immagine che egli dà è per ora solo meno stantia di quella dei suoi colleghi, ma se egli pretende di rinnovare le facce ricollocandole in una struttura superata, non otterrà altro che una nuova generazione di affezionati al vinavil. E ora Grillo. Visioni globali anche minuziose. Lui e il suo guru che comandano, e se sollevi qualche obiezione è finita e vieni vomitato. Essere aperti a internet non basta per essere innovatori. Essere disposti a creare un movimento, non è detto che superi la stupida rigidità gerarchica di un partito … e, comandare in due senza accettare il dialogo porta ad una sensazione brutta. E poi ... problemi sono presenti ora. Ogni comportamento che rimanda crea fame, morti e disagi umilianti. Scendere a compromessi anche con chi non merita si fa necessario anche perché un cambiamento di troppe variabili in un colpo solo, risulta traumatico. Se i due partiti, di destra e sinistra, son rimasti troppo indietro, Grillo è troppo avanti e quindi equidistante dagli altri dal presente. Un esempio? Lui inneggia alla democrazia diretta. Ok, ma il suo supporto, la tecnologia del computer e di internet, non è ancora così diffusa da permetterne la realizzazione, e la diffusione dell'oggetto computer, non basta. Per “usarlo” con civile capacità serve un'esperienza che richiede tempo, e certe generazioni un po' avanti negli anni, come sempre resistono alle novità non perché ne son contrarie, ma perché non hanno ereditato gli strumenti anche mentali per adeguarsi. Comunque, anche se li si volesse forzare, non sarà nell'immediatezza che la democrazia diretta sarà realizzabile. E poi? Quanto vi è di utopia in questa tendenza? Un nucleo centrale che trasforma i dati della democrazia diretta è pur sempre necessario ...

Torniamo ai premi letterari. Qual'è l'equazione fondante? Il “Problema”? La definizione di artista, che contiene anche quella di scrittore e poeta che in questo contesto ci interessano. Una volta che abbiamo definito l'artista, il sistema che gli potrebbe “girare intorno” ne discende come conseguenza. Chi legge le mie cose sa che parto dalla distinzione fra Artista e intellettuale. Il primo usa la sensibilità e l'intelligenza, l'altro solo l'intelligenza. Non ci riguarda quindi minimamente cosa farà l'editore con un libro sulla pesca sportiva alla trota e nemmeno con un testo di un “indocente” universitario. Lo Scrittore e il Poeta poi, quelli veri, non esercitano questa attività come un mestiere. È l'editore che li deforma e annulla in questo modo. Scrivere a livello artistico non deve essere condizionato quindi ad una produzione costante nel tempo. L'artista scrive quando c'è l'idea e potrebbe accadere una volta nella vita o due o tre o sempre. Chi agisce condizionando questa spontaneità deve essere evitato come un nemico.

Chiarita la definizione, io artista come mi posso comportare verso gli editori? Con malcelata sufficienza. Li evito. Scrivo a livello artistico, ma lo tengo per me e per pochi amici. Qualcosa l'ho pubblicato, ma ho sempre evitato chi ha una mentalità troppo diversa da quella mia che considero garante della condizione minima di libertà che mi permette di creare l'opera. Nel blog, di mio a livello letterario, non c'è nulla. È una scelta che riguarda l'ambizione che voglio annullare. Il blog l'ho progettato con l'intenzione di far amare la letteratura e le arti e di invogliare anche con consigli, verso certi autori. Qual'è il mio metro di valutazione? Il sentimento. Io certe opere le amo. Se le amo lo dico. Non si riesce a tacere su ciò che si ama. Tutti voi che leggete averte certamente amato almeno una volta nella vita e quindi sapete di quale sensazione sto parlando.

Dopo aver esplicitato quella che io chiamo l'equazione fondante della Letteratura con la elle maiuscola, provate un poco ad interessarvi alle obiezioni di Trevi che aprono questo post …!. Esse risultano non interessanti. Rivelano un mondo che è già stato bocciato alla radice. Nulla hanno a che fare, quelle questioni con la definizione di artista. Ora, immagino un vero Scrittore che scopre, da un amico, di aver vinto un premio come lo strega. Per essere coerente con la mia definizione come dovrebbe agire? Con indifferenza. Che vada l'editore a ritirarlo. A lui non riguarda. Se l'editore gli dice con la voce grossa “devi venire alla premiazione!” perché ovviamente fa audience e può incrementare le vendite, sarebbe saggio non rispondere nemmeno. All'artista le vendite possono anche venire utili e far piacere, ma non devono assolutamente condizionare quella situazione fondamentale che permette all'opera di nascere. Un viaggio per mostrare la faccia e dire due ovvietà a un ricevimento valgono la pace mia di un bosco, del mio cane, del pettirosso che aspetta le briciole tutte le mattine? Vale la pena di romper il filo della meditazione per qualche copia in più? Assssssolutamente no. L'editore ha come mira le vendite. L'autore, l'opera. Sono inconciliabili. Possono sopportarsi, ma attualmente son diventati talmente invadenti che chi scrive sul serio è scappato ….parlo per esperienza vissuta. Un premio letterario l'ho vinto ed è stata un'esperienza nel complesso offensiva.

Ora: quelle persone che son giurate allo strega.... quattrocento persone che vengono chiamate se non ricordo male, “amici della domenica”, secondo la definizione fondante, non fanno parte della Letteratura con la elle maiuscola poiché dimostrano che le loro intenzioni non sono l'opera ma …. qualcos'altro.

È per questo che ho fatto il blog. Non mi interessa solo il presente letterario e nemmeno se chi scrive è giovane o vecchio o uomo o donna o “indeciso”. Mi interessa la qualità, e infatti spesso propongo testi difficili da reperire oppure considerati “vecchi”. La qualità è fuori dal tempo e nell'arte la si misura con il sentimento e non con l'intelletto.

A questo punto si potrebbe dedurre che per un autore, sia un premio vero apparire sul blog. Qualcuno, ovviamente vivente, me lo ha detto. Mi ha fatto piacere, ma non è per questo “premio” che agisco. Non riesco ad immaginare la mia vita senza un cane, senza un bosco, senza tanti animaletti liberi, senza qualche rara vera amicizia e senza il dono dell'arte nelle sue varie forme e queste sensazioni non valgono il viaggio verso un luogo che si muove secondo logiche che non mi appartengono.

Un esempio: Marquez arriva a Roma. È ospite da Francesco Rosi in centro, e riceve una telefonata. Quando torna ai presenti dice che ha ricevuto un invito ma preferisce restare lì. Si farà una spaghettata e sarà una cenetta fra “veri” artisti. Ebbene. Aveva telefonato la Loren. Stava per avere inizio un grande ricevimento in onore di Marquez … e lui ha detto no. (fatto realmente accaduto!)

Tutti questi ingredienti che rendono la mia quotidianità sopportabile, li consiglio. Entrare in confidenza con un merlo e vederlo entrare in casa e senza paura avvicinarsi, guardarlo poi dritto negli occhi, è una soddisfazione enorme, della medesima qualità che traggo dalla lettura del capolavoro. In essi “sento” una sintonia conquistata e duramente, con la natura, la vita, e quel che oltre la vita del corpo esiste e che va ben oltre a un dio barbuto …
E cosa posso farmene di un editore? Potrei dire che mi ispira indifferenza se non per una questione. Un artista può arrivare ad una consapevolezza che lo costringe ad un patto, se questo non si fa troppo oneroso, quando scopre che quel che scrive aiuta altri a trovare la via. Niente di mistico e religioso per quanto nulla sia escluso, ma quando ti dicono o ti fanno capire che di quel che hai scritto hanno bisogno, allora tu artista, che di altre opere hai fatto la base della tua esistenza, non puoi tirarti indietro.

Questo è l'unico punto di contatto fra un editore e un artista o un poeta.

Avevo poco più di vent'anni. Ero in treno e di fronte a me sedeva una ragazza. Nel prendere il diario dalla borsa, dei ritagli giallo chiaro son caduti per terra. Mi resi conto che erano le mie “cose” che settimanalmente pubblicavo in quel periodo. Le parlai. Amava quegli scritti. Li aveva tutti e me li ha mostrati. Queste cose ti cambiano e ti rendono responsabile di quel che fai. Ti rendono consapevole. Pubblicavo con pseudonimo e le dissi che ero io l'autore e che finalmente “sentivo” che stavo facendo qualcosa di sensato, grazie a lei. Non fu l'unica situazione che mi capitò, ma in questa il livello di casualità e di spontaneità era al massimo e le mie cose, che non son mai state una passeggiata, le sentivo sole. Scoprire che ero letto, e capire perché, poterlo chiedere, fu un mondo nuovo.

Cosa dire ora per esempio di uno Scurati che vuol vincere premi e quando per un solo punto lo ha perso ci dice di avere sofferto? Nulla. Non ne vale la pena.

Umberto Saba un giorno, uscendo da un premio letterario che non lo aveva visto vincitore, fu fermato da due ragazze. Non si limitarono a chiedere l'autografo. Fecero domande sulla sua opera! Umberto Saba alla fine del dialogo disse soddisfatto che era lui ad aver vinto, non quella persona che ora ritirava una medaglietta. E aveva ragione. Ma vi rendete conto di quale fastidio è, per chi scrive sul serio, scoprire di avere migliaia e forse milioni di lettori e non aver modo di comprendere cosa hanno “trattenuto”, cosa hanno apprezzato o meno? A me capita, quando incontro un mio lettore, di tagliar corto con i complimenti che spesso son accessori salottieri d'obbligo, e di chiedere e chiedere. Chi ti legge è un mistero che vuoi comprendere. Fermarsi alla soddisfazione della quantità di anonimi che hanno comperato l'oggetto libro, non mi dice niente.

E poi, quando Scurati usa il verbo “vincere” mi innervosisco. È un vocabolo preso, rubato allo sport! E una sensazione di rubato di illegittimo la provavo per esempio a Santarcangelo di Romagna, quando passavo davanti a quell'ex lavatoio che tuttora mostra fiero la scritta “laboratorio di ricerca teatrale” … , ma la parola “laboratorio” ha sapore di chimica!, di analisi! E “ricerca” è un altro termine che scimmiotta la scienza! E infatti c'è nel teatro come in qualsiasi arte troppa gente che fa ricerca, guarda in avanti, “sperimenta”, senza avere cognizione se non leggerissima, del passato!!!!

Se proprio devo immaginare un premio letterario, mi verrebbe più facile premiare cinque autori! Come faccio a dire che questo deve essere secondo e quell'altro primo! Chi mi dà questa forza se non l'ambizione!, poiché c'è una insana ambizione sia nel voler vincere un premio che nel voler giudicare, che equivale a voler affermare che si è più che profondi, perfetti conoscitori del proprio tempo!!... son forme di potere entrambe e il potere non mi interessa. In tutte le sue forme, anche la più banale, semina sofferenza.

Quando Trevi dice che la giuria deve essere riqualificata, che devono essere i giurati a scegliere i libri, liberamente, penso che ora sia completamente comprensibile la mia indifferenza. Che un giurato scelga, spinto, condizionato da un editore, o liberamente, non può riguardarmi, poiché le due soluzioni avvengono fuori dagli spazi della mia equazione fondante.

Quando Inge Feltrinelli richiede una giuria più fresca e indipendente, come posso non sorridere! Più fresca penso si intenda nel senso di più giovane ma, la qualità artistica, che è anche, spesso ma non sempre, capacità di scelta delle opere di valore, non va a braccetto con l'età! Se alla giuria telefonassero Marquez e Coetzee, si squaglierebbero dall'emozione ... eppure non ci tratta di “carne fresca”. Vedete come la non validità di certe affermazioni è evidente?

Come disse un altro poeta, è un'allegria di naufragi. Morti che parlano.

Amen