lunedì 11 marzo 2013

E. M. Forster: "L'omnibus celeste"



Istruzioni per l'uso di questo post:

leggere il racconto “L'omnibus celeste” nella traduzione di Gabriella Fiori Andreini. Io ho la prima edizione della Feltrinelli economica, con la copertina gialla che è del 1980. Non so se è ancora reperibile in libreria, ma potete trovarne delle copie sul sito comprovendolibri.it.

Altra avvertenza. Leggere il racconto più volte. Consiglio di affrontare una prima lettura e il giorno dopo una seconda. Con la prima ci impossessiamo della trama, con la seconda, entriamo, ma ancora non completamente, in sintonia col testo e, secondo me dalla terza in poi, ormai capaci di camminare fra le parole senza inciampare, il valore del racconto inizierà ad illuminarci.

Se vi consiglio un minimo di tre letture non è certo perché vi considero “de coccio”...

Ho descritto il percorso che io stesso ho compiuto! Ci si deve guardare come se fosse un appestato da chi pretende di parlarci di un'opera artistica dopo averla “letta” una sola volta. Le virgolette che trovate intorno alla parola “letta”, stanno a significare che tutte le opere, che sia un film, un brano di musica, una canzone, un quadro, una scultura e … ovviamente anche un cibo, per essere compresi e non limitarsi a scivolare sulla trama, sull'azione o incespicare nel linguaggio e nella tecnica, necessitano di più “letture”.

Iniziamo a dare qualche spiegazione di premessa: La traduzione.

Attualmente chi traduce, facendo un paragone che non intende far ridere e nemmeno sorridere, è ridotto, come importanza, al ruolo che ha il bidello, nel complesso sistema di una scuola … serve anche il bidello, mi si dirà, e sono d'accordo, ma nella mente di tutti, nella quale purtroppo, pensateci, non è la ricerca dell'armonia a trionfare, ma la scala del successo, il bidello sta in fondo, col compito ingiusto di tenere la agli altri scala e lustrarla. Se si prende un volume degli anni venti del novecento per esempio, che ha avuto bisogno di traduzione, vedremo che questo attuale “bidello”, ovvero il traduttore, presenta, con una prefazione, il tipo di fatica che ha affrontato. È un po' come se il bidello, quello vero, dicesse al ragazzo “guarda che il prof di mate è interista … se vuoi iniziare col piede giusto fai sparire quel berretto!” anche la semplice info dei bagni, è importante quando si approda ad una nuova scuola e … un artista è una “scuola” a tutti gli effetti. Auguro sedute di cacarella e malanni simili a chi legge per puro divertimento! Un libro vero può far anche ridere, ma non è con questo intento che viene scritto! Ricordo quanto mi son divertito ad immaginare il giovane protagonista della Recherche che viene invitato ad entrare nella stanza di toeletta di una nobildonna sua amica … nel dubbio linguistico che qualcuno può porsi, la stanza di toeletta era quella dove ci si truccava ed agghindava … ebbene, il ragazzo-Proust, entra e dice che non la vede. Lei ringrazia e lo considera un complimento. Anche il marito della nobildonna ride, e scopriamo che la chiama “piccolina” con una certa ironia condivisa, poiché lei è più o meno come un vagone ferroviario! Proust ci presenta un mondo e poi con lui, in esso, passeggiamo, e capitano situazioni comiche, ridicole, tragiche. È la legge della vita! Ma chi pensa che una situazione transitoria sia l'intenzione dell'autore, ha sbagliato tutto.

Il traduttore quindi, la traduttrice in questo caso, è importantissimo. Se un violinista mediocre ci suona un brano, che sia di Bach o di una persona qualsiasi, il risultato sarà mediocre, ricordarlo sempre! Il problema a questo punto è la situazione inversa. Immaginate il brano mediocre che viene interpretato da un grande ed ecco che ci piacerà nonostante i suoi limiti. Come difendersi? con l'esperienza. Se Mina canta una canzone stupida, si apprezza Mina e non la canzone. Se Mina canta “sei grande grande grande ...” dobbiamo disporre dei sensori sufficientemente allenati per comprendere che è grande sia Mina che il testo.

Nella letteratura, il ruolo del traduttore non è meno difficile che per il musicista. Una lingua esprime una italianità, una germanità, per esempio, che va preservata, ma che si perde se di quella origine ben poco sappiamo. Se della Gran Bretagna conosciamo i Pub, qualche stadio e l'Hard Rock Cafè, di Londra, beh, ammettiamolo, della Gran Bretagna conosciamo ben poco. Non basta quindi andarci in ferie. Non basta in fondo, nemmeno viverci. Essere nativi è una sensazione, un odore, una misura della vita decisamente unica! Dobbiamo rassegnarci quindi al fatto che, per esempio, il qui presentato, Edward Morgan Forster, mai ci sarà accessibile completamente, e anche per i suoi compatrioti, l'operazione inizia ad essere complessa, poiché il suo essere Britannico appartiene ad un'epoca diversa da quella dell'attuale lettore, e non c'è libro di storia in grado di colmare questa lacuna. L'opera che esaminerò è quindi distante, per voi, come per me, sia dal punto di vista del tempo, pubblicato nel 1911, che dello spazio, la Gran Bretagna.

Quando accade che queste barriere crollano? Davanti al CA PO LA VO RO.

Un esempio. “Il Processo” di Franz Kafka. É un testo universale. Praga, quella Praga cosi celebre in quanto luogo di Kafka, esistette ed esiste realmente ma, quando affrontate il testo, vi rendete conto immediatamente che si tratta di un luogo metafisico. Ho usato la parola “metafisico”, io che cerco di essere semplice! Vi invito, per comprendere quella parola, a non rivolgervi ai vocabolari della lingua italiana oppure a quelli specifici della filosofia … no! Guardate i quadri di pittura metafisica di Giorgio De Chirico, se volete veramente comprendere. Se guardate le date di quelle tele, vi renderete conto che, quella visione è irreale per quell'epoca, ma è fatta di cose reali, case, strade, piazze, statue eccetera, ma nulla ci offre un appiglio con una realtà localizzabile. Ecco il luogo metafisico. Un posto fatto di cose vere, prese dalla vita quotidiana, ma reso diverso dalla … mente. Da qualcosa che la mente, che si lascia andare, riceve e trasforma in oggetto percepibile ai sensi: la vista per De Chirico, e … per Kafka? Ecco uno dei misteri della letteratura! Essa non è legata direttamente ad un senso. Anzi, non lo è più. Attualmente leggere equivale a ingerire nozioni e farne una immagine mentale, immagine di tutto, suoni, odori, ruvidezze di stoffe eccetera. Anticamente, la voce, come il canto, era la materia palpabile della letteratura tutta e di un senso, l'orecchio, che reagiva. Sensuale, cioè che usa un senso e quindi può dare piacere. Qualcuno leggeva e gli altri ascoltavano. Qualcuno recitava un testo. E poi son spariti, scenografie, compagni di ascolto e il suono della voce. La letteratura si è staccata dalla musica, con la quale condivideva lo strumento necessario del ritmo, ed è diventata rarefatta. Materiale che utilizziamo per creare immagini nella mente, ma immagini personali. Quel che io “vedo” dopo una lettura, è diverso perché io son diverso da qualsiasi altro lettore. E qui nasce un caos che non si può evitare. Solo una divinità, che dovrebbe possedere tutte le esperienze, risulterebbe quindi in grado di comprendere perfettamente un testo? E penso alla miseria di essere un dio. Per lui ogni frazione di prodotto di un mortale, deve sembrare qualcosa di estremamente limitato. Deve ben far sorridere la vita, se la si guarda dal binocolo dell'eternità. E invece secondo me, anche per la divinità esiste una sorpresa! L'artista, quello vero che si lascia andare e lascia sgorgare dalla sua profondità un'immagine, ha un vantaggio anche sulla divinità. Il suo inizio è in Lei, ma la luce che accende ha come energetico qualcosa che anche a Dio sfugge. Se fosse diversamente, cosa se ne farebbe una divinità del genere umano? Niente. Meschini, talmente peccatori da meritare diluvi e roba simile, quante volte Dio medita il nostro annientamento, ma poi allunga la mano sul comodino e rilegge la scena dello spettacolo teatrale di Woland a Mosca e si diverte... e mentre si diverte il tempo passa e noi, in barba alla sua volontà distruttrice, viviamo. Legge poi, sulla copertina, quel nome, Bulgakov, con riverenza, e commosso lo ringrazia. Anche gli dei hanno sete …

Tornando a Giorgio de Chirico, vi consiglio di allargare il raggio d'azione e leggere “Ascolto il tuo cuore città” (per scoprire, fra le tante cose, quale significato ha la statua nella pittura metafisica...) di Alberto Savinio e ricordare che la definizione di Uomo Metafisico, la diede lui nello scritto parigino “Canzone della mia morte”. Alberto Savinio, ovvero Andrea de Chirico.... Il fratello, che ormai, col tempo, e giustamente, sta acquisendo il giusto valore, anche se ancora per pochi. Io li ho sognati spesso insieme. Andrea che dialoga col fratello, in una certa birreria di Monaco di Baviera. Andrea che insegna a Giorgio a vedere con la mente e così, il paesaggio che possono godere dal tavolo, mentre bevono birra, si fa metafisico. Savinio diceva che dopo i quarant'anni non abbiamo più bisogno di “andare“ al mare. Il mare, a quell'età, a forza di averlo cercato e vissuto, lo si dovrebbe avere dentro, e quello è il mare che un artista deve mostrare. Ricordo con piacere Angelica, la figlia di Andrea di Chirico, così felice di scoprire che per me, suo padre era letteralmente un genio! Ricordo qualche quadro di Ruggero Savinio, il figlio di Andrea de Chirico, con l'ombra eterna di un così grande padre che veglia su di lui, eternamente figlio. Basta coi ricordi. Torniamo a noi...

Dicevo che se un'opera artistica è un CA PO LA VO RO, quei problemi di spazio e tempo non esistono. È solo necessario che il lettore si sforzi in ripetute letture ed ecco che il salto, sia temporale che spaziale si compie. Un esempio? Dante Alighieri. Leggere l'Inferno, la prima volta, è avventurarsi in un terreno accidentato. Si “sente” il medioevo, la sua presenza è troppo forte e aspra per riuscire a trarre qualche beneficio dal testo. Digerendo le note a piè di pagina e leggendo e rileggendo, la distanza si colma, la patina del tempo viene scrostata ed ecco il capolavoro. È per questo che tante immagini dantesche tuttora irrorano di colore e vita la lingua italiana!

Un altro esempio? Prendiamo “essere o non essere” dello Scuotilancia da Stratford! Quelle parole! Magnetiche, complete, infinite, allora come ora. Dal periodo elisabettiano a quello berlusconiano in agonia, senza un graffio al suo cristallo!

E Rilke nelle “Elegie duinesi”, per toccare le vette, fino al Trilussa … quanta arte ha sconfitto il tempo. E ricordate che la vita della divinità, è senza tempo …

L'omnibus celeste” è un'opera metafisica. Essa non sconfigge, ma annulla quella creazione dolorosissima del pensiero umano, che è il tempo.

Se può sorprenderci e ancorare ad una data, il fatto che l'azione si svolga per mezzo di una carrozza, vedrete che, procedendo nelle riletture, essa diventerà irreale, e comunque nel racconto troviamo anche un treno che può aiutarci ad affrancare la carrozza dal calendario. Tuttora, se si volesse si saprebbe dove reperire una carrozza. Essa è diventata obsoleta, ma non è sparita, quindi è ancora possibile, appartiene ancora alla nostra realtà. Immagino, fra qualche secolo, se carrozze e treni non saranno più nemmeno ricordi ma solo immagini chiuse in una memoria di computer che equivale esattamente a dire in un cassetto, immagino, dicevo, il lettore, che per staccarsi dal suolo con essa, dovrà faticare solo un po' di più, come capita, secoli dopo, al lettore di Dante.

Devo dirvi qualche cosa di Edward Morgan Forster? Penso non sia necessario. Il racconto regge benissimo anche se di lui ci mancasse persino l'identità. Solo un particolare devo “raddrizzarlo”. Molti conoscono i film di Ivory, che son “presi” dai suoi romanzi. “Camera con vista”, “Casa Howard”, “Passaggio in India”, “Maurice” e forse dimentico qualcosa. Ma … aver visto i film non è come aver letto il libro. E in questo caso, particolarmente, la differenza è evidente. Più che la differenza, l'abisso...

Nei film si possono apprezzare i costumi, le recitazioni, ma l'idea, l'anima di Forster, non è stata nemmeno sfiorata. Capita spesso, e la critica non aiuta. Si comprenderà meglio quel che intendo dall'interpretazione di questo racconto e, in futuro, quando ne avrò voglia e tempo, dalla “lettura” di “La storia di un panico” tratta dalla medesima raccolta di racconti.

Offro un altro dato, assolutamente non necessario, ma che non riesco a trattenere. È come i pizzi sulle poltrone delle vecchie zie, non servono, … ma in fondo servono...

Edward Morgan Forster, nacque a Londra il primo gennajo del 1879 e se ne andò nel 1970. Vi ricordo anche che fu amico e frequentò Virginia Woolf, una delle artiste più grandi di sempre.

Veniamo al racconto e ora, prosegua nella lettura solo chi ha letto e riletto almeno tre volte! Chi agisce diversamente si ricordi che si comporta come quella persona che bara mentre fa un solitari con le carte! Quel che accade da questo momento è cogliere come si percorre la “via”; ci si deve mettere alla prova …

Delle diciannove pagine dell'edizione Feltrinelli tradotta dalla Andreini, prendiamo ora in considerazione il primo capitolo.

Un ragazzo abita in un certo paese, Sorbiton. Conosciamo anche il nome della via e, l'edificio che al numero 28 ha un nome preciso che è Agathox

Nella via c'è un cartello e ci si legge “per il cielo”; (per i testi metafisici, quindi mentali e fuori dal tempo, si può usare il presente. Non ci interessa se Sorbiton esiste. Esisterà in noi. Non ci interessa, in Dante se Firenze sia esistita. Esisterà in noi quella dantesca, dopo la lettura).

Dalla mamma viene a sapere che dei ragazzi lo hanno attaccato tempo fa. (Si noti come si coglie subito che la traduzione sembra appartenere ad un'epoca precedente la nostra, anche se di poco. Anche questo ostacolo va limato, spianato, deve essere reso scorrevole nella mente e quindi richiede varie letture). I ragazzi che hanno messo il cartello, erano scapestrati e uno di loro scriveva versi. Il ragazzo che ha chiesto con la madre, decide di parlarne col signor Bons. Questi, per mezzo di una logica infantile resa in modo delizioso, viene considerato “...con molta probabilità, l'uomo più saggio del mondo”. Risulta poi, da questo signor Bons, che quel giovane che scriveva versi, si chiama Shelley. Per noi lettori, immediatamente quella scritta diviene opera di uno dei più grandi poeti Inglesi, ma eper il signor Bons? Per la madre? Di libri di Shelley Bons ne possiede sette copie e la madre due, e quest'ultima li presenta dicendo “... Uno è un regalo di nozze e l'altro, stampato più piccolo, sta in una delle camere degli ospiti.” Si coglie subito (dopo la nostra terza lettura ovviamente, e anche oltre) come i libri siano, per loro due, oggetti da possedere. Se ne hai di più sei migliore, ma … e il leggerli? Ed ecco che comprendiamo, anche se l'autore non ce lo dice, che la madre li possiede ma non li ha letti; questo ci è chiaro dal fatto che una delle copie è nella stanza degli ospiti, mentre l'altro, il signor Bons, siamo sicuri che li ha letti, ma c'è qualcosa che puzza di bruciato fin d'ora, in lui. Il signor Bons non crede a un vero Poeta! Non “crede” a Schelley! Se Shelley, se un grandissimo, mette quel cartello, anche se è giovane, se scrive in quel punto della via “per il cielo”, questo non può non avere un senso! Quindi Bons legge da intellettuale, con l'anima chiusa e la mente che mette in ordine rime, note, date e orpelli simili. Detto in poche parole, apparecchia in modo eccellente ma non mangia, perché per mangiare quelle parole di Shelley, non servono i denti della cultura.

Fermiamoci un attimo e facciamo un bilancio. Una facciata e tutti questi significati! Regola da dedurre. In una opera metafisica, in una opera veramente d'arte, nulla è dato al caso, nemmeno una virgola. E che non accada che, se non comprendiamo ci venga da dire che non l'autore si è spiegato bene! Se non comprendiamo, il limite è in noi oppure nel traduttore, ma molto spesso, anzi quasi sempre in noi, perché il traduttore, anche se è considerato come un bidello e come lui è pagato, per tradurre, ha letto e riletto e meditato e sfogliato. Regola: in una grande opera il linguaggio è sempre necessario e sufficiente. Ho preso in prestito una frase fatta dalla matematica poiché ad essa siamo abituati e rende bene l'idea. Anche un Manganelli nei suoi ottimi “Presepio” e “La palude”, con quel linguaggio così accessoriato, ricercato e particolare, mantiene in sé qualcosa di sorgivo e spontaneo. Egli nulla ha costruito. Ha ascoltato in sé un senso e lo ha rivestito di parole, del minimo necessario per farci “vedere” il presepio, e la palude come li ha visti lui.

Forster ha un'immagine che spinge,che sta nascendo. Essa ha un senso ma è incorporea. Lui sa usare le parole e allora con essa la veste. Ma non mette a quell'idea troppi nastrini e gioielli e accessori inutili. Provate ad immaginare un alpinista col salvagente oltre alla sua strumentazione. Il ridicolo è dietro all'angolo. Il minimo oggettino, anche un ninnolo, apre la porta del ridicolo che è la finzione. Osservate ora, quando uscite la sera, come veste la gente, poiché di sera più che altrove gli uomini son maschi e le donne femmine. Comprendere quell'essenza, potrebbe essere semplice, se si veste un impulso, un Pan, una ninfa che in noi armeggia per farsi notare … ma quanti, son coperti di “inutilezze”, di oggetti femminili i maschi e le femmine di troppi particolari. Ma la somma dei particolari è la persona! Eccetera eccetera eccetera. Eccovi spiegato, forse maluccio, un modo che ha l'arte, quella enorme, quella metafisica, di diventare maestra di vita anche nelle piccole scelte. Non comprerai più un oggetto perché ti piace in sé. Ma lo penserai armonizzato con altri che insieme a lui fanno il nostro io esteriore che vorrebbe rappresentare quello interiore si definirà con più coerenza. E la scelta dell'oggetto? Se la fa la moda è finita. Io non sono la moda. Io sono io. E cos'è l'io? È Pan, è il Fauno, e di nuovo eccetera eccetera eccetera.

Ecco a quali cambiamenti sensati, anche di spiccioli della vita quotidiana, si può giungere rendendo profondo, intimo, il rapporto con l'opera vera. Posso aggiungere che spesso non ci rendiamo conto del cambiamento e son gli specchi … a rivelarcelo. Gli specchi son di due tipi, quelli di vetro, che ci mostrano un'immagine che potrà certamente sorprenderci, ma essendo meditata da noi, in fondo più di tanto non offre. Sia io che l'immagine riflessa, ci nutriamo dalla medesima sensibilità, del medesimo cervello, del medesimo passato; i somigliamo comunque sempre troppo. L'altro specchio son gli altri. Specchio che si esprime in parole, e ci rivela, in modo diretto assai raramente, e in modo indiretto più spesso, ogni nostro cambiamento.

Esempio che mi vien spontaneo in quanto mente maschile … Attrae di più una donna che pensa o una donna che ha una borsa di Hermes? Il saggio Wilde mi direbbe, “una donna che pensa e ha la Kelly intonata alle scarpe!” E Wilde, si ricordi, ha sempre ragione... ma se, a qualcosa quella donna dovesse rinunciare, perché capita che non ci si possa permettere proprio tutto? Ecco, direi di rinunciare alla borsa. È vero che costa molto di più avere uno sguardo che pensa, sia in soldi che in tempo … il tempo! La vera moneta della vita non eterna! Ma quando passeggio vedo borse bellissime e occhi bistrati, che sfuggono ogni sguardo e si riflettono negli specchietti da borsetta e nei vetri dei negozi … (l'uomo che è in me, più del maschio, da anni, lo va dicendo a se stesso, e ora anche a voi, e son consapevole che le donne pensano esattamente le stesse cose, degli uomini. Non son ovviamente borsette, ma Rolex e automobili, e queste ultime ormai, più che mezzi di trasporto sono protesi per minidotati cerebrali. Amen. Torno a me, dopo una crisi di bachettonismo, anche se bachettone non lo sono per nulla ... ma mi piacerebbe anche, ogni tanto, un po' di sensibilità. Torno su “L'omnibus celeste”...

Proseguiamo. Il signor Bons se ne va. Il ragazzo lo accompagna alla porta e poi rimane a guardare il paesaggio. Cerchiamo di avvicinarci al senso della descrizione che lui vede:

       “...e, quando se ne furono andati, non tornò immediatamente in casa, ma si trattenne ad abbracciare con lo sguardo tutta la Buckingham Park Road, in su e in giù. I suoi genitori vivevano sul lato destro della strada. Oltre il numero 39 si aveva un brusco declino della qualità delle abitazioni, tanto che il 64 non comprendeva più nemmeno l'entrata di servizio a parte. Però, in quel momento la strada appariva tutta indistintamente assai bella, giacché la luce di un sole appena tramontato, con gran fasto, annegava in uno splendido giallo zafferano ogni disparità di affitto.”

la descrizione non è certo terminata qui, ma già essa ci mostra come la bellezza di un tramonto riesca ad annullare le differenze sociali. Non dobbiamo dimenticare che è il ragazzo che sta “comprendendo” questo da un tramonto. La natura gli offre un significato che armonizza. E in voi che effetto ha fatto un tramonto, da ragazzi? E ora? La visione ingloba anche il treno del paesino, e pian piano tutto il paesaggio, e riflette la tendenza alla gioia di chi guarda. E il viadotto col treno, questo strumento che potrebbe portarti via e farti scoprire il mondo, gli crea un senso di disagio, qualcosa col sapore di nostalgia e “...si sentiva tutto strano e aveva una gran voglia di piangere.” Questo esito, bilancia un dialogo del racconto che avviene a pag 51, con sir Thomas Browne, il postiglione dell'omnibus meraviglioso. Eccolo:

ha sempre fatto il guidatore?”

ero medico una volta”

perché allora ha smesso? non era bravo?”

se scarso fu il mio successo come guaritore di corpi, sì che varie schiere di miei pazienti mi precedettero, il mio potere di guarir lo spirito, si è rivelato superiore a ogni mio merito o speranza. Infatti, benché i rimedi da me offerti, non fossero nella mistura, né più ingegnosi né più giovevoli di quelli forniti da altri, pure li offrii in tal squisite coppe che più volte l'animo cagionevole fu tentato di attingervi e ne trasse ristoro”

l'animo cagionevole,” mormorò il ragazzo, “quando il sole cala dietro gli alberi e ti senti all'improvviso tutto strano, è quello l'attimo cagionevole?”

lo hai provato?”

eccome”

Fine del dialogo. Sarete d'accordo con me, che ad una prima lettura questi intrecci di significato possono sfuggire … se a voi non capita mi complimento....

Ho sottolineato “Animo cagionevole perché, quando lo dice per la prima volta il postiglione, sfugge. A me è accaduto. Quando il ragazzo lo ripete, mi son reso conto che doveva esserci anche nella frase lunga del sir e la son andata a cercare per conferma di coerenza.

Ebbene, cosa vuol dirci Forster? Che il ragazzo, essendo ancora un ragazzo, dispone ancora di una sensibilità non “educata” dalla civiltà. Ma … questa sensibilità, che gli permette di giungere ad uno struggimento che, deduciamo noi, essendo condivisa con sir Thomas Browne, (che non fu proprio il due di coppe quando la briscola è bastoni), un senso grande deve pure averlo!

Prima andate a vedere su internet chi era questo sir. La sua collocazione temporale spiega quel suo parlare così forbito, e dopo averlo identificato, meditiamo.

Ora...

Ma quel cartello con la scritta “per il cielo”, tutti possono leggerlo! Sì, tutti quelli che gli passano davanti e son tanti, visto che è per strada! Ci sta che lo si prenda per uno scherzo! Io dico si, se il senso della realtà di chi lo legge è stato già rinchiuso nelle strette mura della razionalità. Il ragazzino ha un'età nella quale non è ancora, come si suol dire, ne carne ne pesce. Egli valuterà il fatto che l'omnibus celeste, con quel suo metodo di fare i biglietti, non può avere un bilancio positivo, per esempio. Questo ci dimostra che egli sta quindi in bilico fra due mentalità, che è in metamorfosi. Ma accade che in più del viandante occasionale, che potrebbe credere al cartello solo se fosse o un Poeta o un bambino, questo mi sembra evidente, lui viene a sapere che lo ha scritto Shelley e che Shelley è un poeta, del quale ci son dei libri in casa. Ma … questa notizia rivela qualcosa al ragazzo? No. Per un adulto sarebbe quella la via, è questo che Forster ci vuol dire, ma gli adulti del racconto, anche se leggono, mancano di qualcosa per comprendere. Di cosa mancano?

Il protagonista, in bilico fra infanzia ed età adulta, è ancora molto bambino e gli sarà sufficiente che, durante un momento di struggimento, dell'omnibus rilevi almeno una traccia.

Per prima cosa, di fianco al cartello “per il cielo” ne troverà un altro che spiegherà tariffe e altre cosucce che anche noi lettori sapremo decrittare solo più avanti, ma poi “... si rese conto che, se non era tutto un inganno, un omnibus era partito nel momento stesso in cui egli salutava i Bons sulla porta di casa. Nell'addensarsi del crepuscolo scrutò il terreno; e vi scorse segni che potevano, con ogni probabilità, esser tracce di ruote.”

Interviene poi il padre, essere ormai completamente razionale, che lo prende in giro, ma appena il ragazzo è solo pensa e, ricordando che l'omnibus dovrebbe partire all'alba, così diceva il secondo cartello, ecco che “...egli si buttò giù dal letto, vestendosi rapido, deciso a stabilire una volta per tutte quale delle due realtà fosse la vera. L'omnibus o le strade?”

Pensiamoci. Due realtà? Sì. La tragica notizia di Forster, e non solo sua, è questa. La razionalità, la struttura sociale ufficiale, quella da vivere quotidianamente, si è divisa in due. Non più, per esempio, una misura unica fatta di ninfe, folletti e Newton, poichè ai primi tocca il destino di essere negati, annientati.. E non è necessario credere alla ninfa Egeria che ho frequentato a Nemi o ai sette nani che non ho mai avuto occasione, per ora, di conoscere ... mi raccomando, ma si pensi alle divinità tutte, fino al Dio degli ebrei e dei cristiani e dell'Islam (in ordine di apparizione e non di preferenza! Cerco di essere neutrale con le divinità!) che son negati perché per tanti esseri, solo la scienza esiste.

E questa scelta dell'età, diciamo di mezzo, del ragazzo? La ritroveremo pari pari in “La storia di un panico”. Chi subisce l'azione di quel racconto è un ragazzo. Chi “sente” la situazione anche se non l'ha vissuta è una bambina, e chi è in sintonia poiché è più fauno che essere umano, è Gennaro. Questi è un ragazzo italiano che è ancora una fetta di pura natura. La civiltà lo ha solo sfiorato. È per questo motivo che quando gli mettono la divisa del cameriere momentaneamente assente, mai riuscirà a portarla decentemente e sempre, ovviamente senza rendersene conto, aggiungerà un particolare che rovinerà l'effetto di ordine tipico delle divise. Si ricordi che la divisa annulla l'identità. Con essa sei l'essere totalmente civile. L'ingranaggio, il ruolo, e in essa l'io si annulla. Forster è un genio. Ed è un genio perché queste cose non le pensa, ma le “sente” e son più complete di qualsiasi testo di filosofia. Genio quindi non nel senso di Einstein o Mozart o Maradona, che hanno un talento eccezionale, ma genio nel senso di genietto di boschi, della natura, del “sentire”.

Si faccia caso poi che nella prima facciata del racconto “La storia di un panico”, il protagonista elenca i partecipanti al fatto che ha deciso di narrare, un po' come la prima facciata dei testi teatrali che riporta i protagonisti. Ebbene, fateci caso, Gennaro in quell'elenco non c'è. Perché? Il messaggio è chiaro. Il protagonista narrante, essere adulto e che si reputa altamente civile, non lo considera umano...

Vi dirò che dell'assenza di Gennaro, me ne son reso conto subito perché, quando i protagonisti iniziano ad essere una folla, e qui in una facciata ne erano citati, mi pare, una decina, faccio uno schemino. Procedendo nella lettura lo schema l'ho aggiornato. Per esempio il nome delle due sorelle anziane l'ho scovato più avanti. Esse comunque erano presenti da subito anche se senza nome. Avevo scritto “due signorine Robinson” riservandomi di aggiungere i nomi. Ma, quando leggendo è apparso Gennaro, mi son reso conto, che era assente dall'elenco degli “attori”, un po' come un cane che per caso, anche se ripetutamente passa sulla scena che si sta filmando e che, lo sappiamo! non troveremo citato nei titoli di coda. E poi, come viene trattato, con una inferiorità che rasenta il rapporto ottocentesco fra uomo e bestia. E la diversità abissale delle menti di Gennaro e del protagonista narrante! Un abisso. La più totale inconciliabilità e, fatto curioso, si deduce che per Forster l'Italia sia terra che, più che uomini, ha fauni e ninfe, e se fosse ancora vero … sarebbe bellissimo.... La metamorfosi di questi fauni in esseri della cultura occidentale è avvenuta. La troviamo nel parlamento e dintorni .... l'essere così trasformato, si è ben adattato? No. Della civiltà occidentale è un po' parassita, perché certi struggimenti, in lui son ancora presenti, ma ormai totalmente incompresi, e tendono ormai a comportamenti ignobili sia per un essere civile che per Pan... per questo L'Italia, più che altrove, se si creassero le condizioni, potrebbe tornare ad essere luogo nativo di artisti

Torniamo a “L'omnibus celeste”. Se si ha accesso quello “struggimento”, è possibile oscillare fra la realtà quotidiana e il dubbio dell'omnibus, e questo è l'inizio del viaggio. Chi quello struggimento riesce a mantenerlo vivo anche da adulto, è l'artista. L'artista che per questo diventa come “l'albatro” di Baudelaire. Dell'artista, chi non lo è, coglie solo la realtà che assomiglia alla sua, la realtà banale, quotidiana, quella che oltre l'intelligenza non sa andare. È per quello che dall'ottocento si adorano tanto i gialli. Che raramente han necessità di essere anche sensibili per soddisfare. Quell'altra misura, quella che permette di accedere al viaggio dell'omnibus e a scoprire l'eternità popolata guarda caso non di santi, (che si fustigano, che amano la morte, la sofferenza, la castità e aberrazioni simili), ma di artisti, diventa ridicola per la stragrande maggioranza della gente. Leggi il cartello “per il cielo” e penserai solo ad uno scherzo e senza nemmeno il dubbio, sei solo carne…

E gli artisti che ruolo hanno in questa vera e completa realtà? Guidano degli omnibus celesti. Anche Shelley, scopriamo, ne ha uno suo e nel secondo viaggio, il “pilota” sembra essere un certo Dante … e guidare gli omnibus per venire sulla terra a cogliere l'uomo ancora bambino, ancora pan o ninfa o forse, raramente, già adulto e come risorto nonostante tutto, nel magico momento dello struggimento, nel momento nel quale la porta è ancora socchiusa e può accadere che salga e sia salvo... ecco il ruolo dell'artista, e l'omnibus è l'opera, è questo racconto.

E cosa accade al signor Bons? Non riesce, non vuole, non sa non può più accettare quella realtà. Lui quelle persone in cielo le potrebbe riconoscere tutte, ma ha un senso della realtà che nega quel che accade fuori dalla sue mura. Gli hanno insegnato che oltre quelle mura non c'è nulla ... e soccombe, crolla disperatamente senza riuscire a gioire della scoperta. Questo vuol dire che nessuno ti può aiutare, nemmeno la madre, nemmeno un amico. Il ragazzo ha il suo struggimento e la capacità di dubitare. Questo gli basta e a questo punto comprendiamo che quel ragazzo è un artista, che quel ragazzo è Edward Morgan Forster che racconta la sua “resistenza” ad una educazione, ad una civilizzazione del fauno che è in lui.

Esiste una immagineidentica nel valore, presente nei due racconti citati.

Ne “l'omnibus celeste”, sir Thomas Browne invita il protagonista a guardare anche in basso mentre si svolge il meraviglioso viaggio. Ecco cosa vede: “Un raggio di sole colpì in quel momento un verde laghetto e al passaggio egli scorse tre fanciulle che emergendo da quelle acque, cantavano e giocavano con qualcosa che luccicava come un anello. “

l'uomo colto pensa subito a Wagner e si riempie la pancia della mente di soddisfazione per aver colto la citazione, … e si ferma ma, se si “salta” nell'altro racconto, ne “La storia di un panico”, si troveranno di nuovo tre figure femminili, questa volta non più giovani. Il ragazzo che ha subito una specie di fascinazione bacia la prima sulla destra e credo che i colti tenderanno a pensare a Cloto, quindi le altre due son Lachesi e Atropo.... e invece questa coincidenza ci deve dimostrare dell'altro.... che simboli antichissimi riappaiono. O gli artisti ce li mostrano vestiti alla Wagner, quindi elaborati culturalmente da un altro artista e questo accade nel primo racconto, oppure li offre senza orpelli e citazioni, ma noi lettori, ci attacchiamo un peso, un piombino di citazione e immergiamo quel senso profondo nelle acque spesso sterili e torbide del puro nozionismo … ma si tratta di psicologia del profondo, di un rimasuglio arcaico splendentissimo! Questo per me ha il medesimo fascino che ben sappiamo immaginare in un archeologo quando trova un oggetto eccezionale. Qui l'oggetto è impalpabile, ma più antico di qualsiasi vaso o ciotola o statuetta. È un simbolo puro, nudo, semplice. È quel tre che ritroviamo nelle “re Grazie” non solo di Raffaello, il tre della trinità Cristiana, il tre di Brahma, Vishnu e Shiva dell'Induismo. Il tre così potente in Dante! È quella struttura minima sulla quale poggia la vita! Qualcosa di indecifrabile ma completo, di sazio e stabile, che riappare in Forster con sorgiva freschezza e dimostra quanto spontaneo sia il suo essere se stesso, quanto i suoi struggimenti siano antichi e profondi, sino ad accedere alle viscere più arcaiche della vita non solo sua, ma nostra. Che gli bastasse la visione di un tramonto per “sentire “, come il protagonista del racconto dell'omnibus, quello struggimento fondamentale? Non lo sapremo mai. Quel che è certo che l'iniziazione viene a chi dubita, a chi la attende.


E ora non ci resta che meditare alle nostre miserie quotidiane, misurarle col “possibile” mostrato da questa novella e cercare uno struggimento, desiderarlo, e ... forse accadrà anche a noi di far parte dell'eternità che questo racconto ci fa toccare.


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P.S.

La fotografia della copertina mostra un adesivo rosso con una scritta: "seminar libri negli scaffali Coop". si tratta di una bella iniziativa che cerca di porre rimedio all'immobilità delle biblioteche. immobilità non nel senso che non agiscono o operano male, mi raccomando! intendo dire che non si potrebbe avere tempo di recarsi in quel tempio dei libri e poi, Borges la definì "La biblioteca di Babele", sottolineando l'infinità che una biblio sempre contiene se la commisuriamo alla vita di un uomo. si può dire che la biblio, spesso mette in soggezione chi vi entra. e invece alla Coop trovi qualche scaffale di libri che son stati donati e la gente spesso si libera di veri e propri gioielli, come in questo caso. che sia per incapacità di cogliere un valore o semplicemente per fare spazio non ci deve riguardare. io spesso recupero libri svenduti nei mercatini dell'usato. direi anche umiliati. che un tesoro come certe opere, venga venduto al prezzo di un caffè, e anche meno, non mi va proprio. apprezzo invece la gratuità, come avviene alla Coop e anche il fatto che libri di testo delle scuole siano regalati e vedo con piacere che molta gente apprezza questa idea.

venerdì 8 marzo 2013

Agnello Hornby: "La Mennulara" e "La monaca"


Ho appena appoggiato sul tavolino “La monaca” di Simonetta Agnello Hornby. Il nulla ben vestito di parole. Il primo impatto, qualche anno fa, fu “La Mennulara”, suo primo romanzo pubblicato. Ne ebbi un'impressione negativissima. Trama trama e trama. Mai una volta che ci fosse la possibilità di inoltrarsi in un essere umano. Una storia raccontata, la storia di una donna, misteriosa ed eroica, del femminismo a buon mercato, nel quale dovrei cogliere il valore di una persona dalla situazione e non da quel che essa pensa. Se ho deciso di scrivere questo post non è perché mi anima qualcosa di personale contro questa scrittrice. Non la conosco e nemmeno so com'è il suo volto. Qualcuno di mia conoscenza l'ha vista in televisione, ma quella scatola banale l'ho affidata all'immondizia ormai più di quindici anni fa e di lei so quel che dice la presentazione del libro. Gran Bretagna, origine italiana, un mestiere di un certo livello, quindi l'abitudine necessaria al pensiero e all'agire ordinato … e basta. Non so altro. Posso dire che il due libri che ho letto son stati agiti, prodotti, scritti con pensiero e ordine. Questo è il suo retaggio. La vita lavorativa l'ha addestrata a questo e questo forse in quei tribunali speciali era un merito. Per la letteratura, non basta.

Immagino il lettore che si “fa prendere” dalla narrazione e va veloce poiché la lettura è semplice e scorrevole. È come in un poliziesco scadente. I fatti si susseguono, i personaggi rivelano scelte ma non come son maturate ed evolute in essi e nell'ambiente e, quel che più mi disturba, mai si scava più in profondità di una semplice emotività. Ma … se l'emotività compie le scelte e le reazioni dell'esistenza, quale miseria diventa la vita! Penso anche che quell'agire solo alla superficie del senso, porti in direzione del grande problema del cinema anglosassone e anche di tanta sua letteratura; mi riferisco alla distinzione banale del bene dal male. Si faccia caso, e semplifichiamoci la vita in questa epoca eccessivamente visiva affidandoci al ricordo di un qualsiasi film anglosassone, si faccia caso dicevo, annullando il volume, che osservando i primi cinque minuti della proiezione, siamo sempre in grado di comprendere chi è il buono e chi il cattivo. Gli attori interpretano definendo i caratteri fondamentali, quindi il buono e il cattivo, usando i volti come maschere. Già la scelta fatta dalla produzione, agisce nell'ottica della ricerca del tipo cattivo o buono; si ha poi un'accentuazione con la recitazione poiché è come se fosse stabilito che il cattivo si muove in un certo modo e ride, per esempio, solo stile Crudelia (carica dei cento e uno). Si arriva al punto che il buono è talmente buono da essere stupido e il cattivo è talmente cattivo da risultare … stupido. Due eccessi, due semplificazioni che hanno il loro supremo, ma valido fulcro, ne “Il dottor Jeckyll e mr Hyde” che è un capolavoro. Non era la prima volta che nella cultura anglosaxone, il bene e il male si erano separati. Marlowe col suo Faust aveva dato il battesimo all'idea. In lui, la religione non “spinge” per direzionare il senso quanto le versioni successive prodotte in continente. In Marlowe accade qualcosa di antico, quasi nemmeno di pagano. Le due essenze sono allo stadio iniziale, quasi pure. Questa sensazione di essere un altro da sé, quando si agisce male, in Albione è una dimensione più sentita, quotidiana. Essa, anticipa la letteratura e ne è fonte, poiché viene dalla vita. Il problema è nel passo successivo e nell'impostazione dell'uso della mente che segue alla lezione empirico illuminista. Ora si usa il materiale, che in un'altra epoca fu spontaneo, e lo si gira e rigira fra le dita della mente. Non nasce da dentro. È già nato, ma nella mente di qualcun altro. Non importa se ieri o cinquecento anni fa. L'essere umano è sempre l'essere umano e certe caratteristiche, che appartengono ai popoli, tendono a marcare di più un aspetto per inscenare un valore. Si pensi a Luc Besson invece, che interpreta spesso il ruolo ambiguo di una persona che alterna in sé male e bene. E a Clint Eastwood, temuto dal cinema Holliwoodiano perché se fosse onesto dovrebbe dargli degli oscar tutti gli anni, perché ne legge troppo a fondo e senza redenzione, la coscienza sporca e quindi supera in sé l'essere americano per giungere all'Uomo con la U majuscola,, … questo Clint Eastwood che manda in crisi proprio quel rapporto fra bene e il male mettendo la violenza, che del male è sempre stata il linguaggio, in mano al buono, distruggendo la sua purezza. Per un film del suo celebre ispettore, la scritta sul cartellone aiutava a distinguere il buono dal cattivo col seguente suggerimento: “Il buono è quello col distintivo”.

Attualmente accade appunto che si tende alla trama folta di azione, di fatti; questa è affiancata alla reazione emotiva e a scelte spesso non spiegate nel loro percorso di maturazione. Si rende necessaria poi un po' di sorpresa e non guasta un po' di sesso. Così si compie la banalità che riempie i cinema di gente che sgranocchia bidoni di pop corn, beve coca cole a ettolitri e se ne torna a casa emotivamente coinvolta, ma non scossa nel profondo. È vero che accade anche che l'attualità venga, con un'immediatezza ormai quasi totale, riprodotta sullo schermo e anche sui libri. Leggi quel che stai vivendo. Non so che gusto ci sia se non si va oltre al fatto. Contenti loro …

Ho l'impressione che la Hornby, in bilico fra due culture, abbia preso la superficie di entrambe. Mi spiego. Il cattivo quasi stupido e il buono vittima, e dall'Italia e certamente dagli ambienti che frequenta, un inneggiare all'emancipazione femminile creando situazioni non contemporanee. La donna sofferta, che vale ed è schiacciata dalle epoche, dalle grettezze. Ma … la differenza fra femminile e femminismo? Mi spiego. Giustamente la donna ha diritto a più diritti, ma non in relazione al concetto di uguaglianza. La donna non è uguale all'uomo. Ci basti valutare l'impatto della maternità col mondo del lavoro. Queste donne, particolarmente la Menullara, che riesce ad essere femmina e donna, decisa, occultamente potente, non mi dice nulla. Sono esistiti i Proust, i Fellini, Antonioni e tanti altri che hanno “lavorato” di fioretto sull'indecisione, la sofferenza di una scelta. Pensiamo ad una persona seduta su una panchina al parco. Le faccio indossare uno sguardo pensieroso e mi permetto di immaginare un tumulto interiore, una dinamica complessa che mescola ricordi, futuro, paure e ipotesi di felicità. Il mondo di fuori che mostra l'agire che in questo caso è immobilità del corpo ma non della vita, ha senso solo dopo questa tempesta interiore! Faccio un altro esempio. L'assassino, nei film spara o accoltella e noi vediamo il momento della violenza attuata, dell'agonia e della morte si può dire in diretta. Ma c'è un modo più violento, violento nel senso che ci segna più profondamente, per rappresentare quella scena. È l'intenzione ad uccidere prima del gesto! L'assassino medita, e parte scegliendo l'arma. Chiude la porta. Lo schermo si scurisce fino a farsi completamente nero e poi si riaccende su una foglia che, cullata dal vento, raggiunge il suolo. Una mano prende la foglia, e una voce quasi monotona chiede spiegazione di quando è accaduto. Quella sospensione, quei silenzi, quel volo della foglia che è sinonimo di morte, pesano sull'anima di più del gesto esplicito dell'uccidere!

Ho qualche altra traccia per farmi un'idea del personaggio che ha scritto quei due libri. Primo, l'elenco dei premi letterari. Qualcosa ci capisco. C'è l'odore finto di salotti nei quali ci si atteggia … nei quali conta di più l'amicizia introdotta della qualità scrittoria …

Un esempio: il premio Strega. Dall'elenco in costa al volume de “La monaca” che è il più recente, la mia copia è del settembre 2010, mi risulta che non l'abbia ancora vinto … ma manca poco. Il “giro”, l'ambiente è quello. Porto l'esempio di quel premio per un fatto che trovo men che scandaloso, direi viscido, ridicolo. Dacia Maraini, che con il suo “Marianna Ucria” ha fatto qualcosa di valore, avrebbe vinto quel premio con il volume “Buio”. È così banale, osceno, brutto, ridicolo che mi domando come sia possibile che dalla stessa mano che ha scritto “Marianna Ucria” sia potuto uscire anche quel conato! Mi è capitato a Roma di essermi trovato ad un passo da una presentazione. Son scappato. Non riesco a far salotto, a tacere, a far buon viso e cattivo gioco! Non riuscirei a non chiederle spiegazione. I Premi son gestiti da salotti ed editori. Una tristezza. Il primo Strega, nel secondo dopoguerra fu assegnato, la prima volta, a “Tempo di uccidere” di Flajano. Un gioiello. E poi la discesa verso la mediocrità e anche più giù. Ma al salotto, all'editore, della qualità non interessa nulla. Al primo interessa che tu sia presente e, perché no, brillante, al secondo, le vendite.

È fuor di dubbio che i libri della Hornby vendono. Sono in sintonia col mercato di massa.

L'altra fonte per capire qualcosa della Hornby è la paginetta dei ringraziamenti. Salotto. Piero Guccione per esempio. Dalle sue opere son state tratte due copertine. Una è proprio quella de “La monaca”. Insignificante. Le opere di Guccione le conosco. Eleganti, intelligenti. Creano atmosfera, ma … si atteggiano? Ho questa sensazione. Quando qualcuno mi dice “ma che bel tramonto!” e va in estasi, trovo che si stia accontentando. I tramonti di Turner erano il tumulto di un'epoca, quelli di Kaspar David Friedrich erano tumulti interiori e vi invito a guardarli nel seguente ordine: Turner, Friedrich e Guccione. È dal confronto, quando l'anima è messa a tacere dalla mente e non sa più camminare, che gli insensibili possono comprendere qualcosa!

Nel finale dei ringraziamenti scrive come segue “... sono stata tentata di tornare alla mia vecchia vita, ciascuno di loro mi ha silenziosamente fatto capire che per me ormai non c'è via di ritorno dalla scrittura.”

Non ho guardato la sua età e non ho mai visto il suo volto. Immagino una persona non più giovane che ha trovato un trastullo che fa chic. Una volta le nonne facevano i pizzi per le poltrone. Orribili, ma tutti li accettavano con finta gioia … Questi pizzi, per i suoi conoscenti vanno bene, ma per le anime, per chi oltre alla superficie si avventura nella vita? ... non vanno bene.

Posso dire che sa scrivere, ma non basta saper scrivere. Che da “La Mennulara” che è del 2002 a “La monaca” che è del 2010, è migliorata moltissimo … ma non basta saper scrivere …

Riporto una frase di Francis Scott Fitzgerald che ho trascritta in grande sul muro della mia camera da letto e che spiega chiaramente come la penso:

“NON SI SCRIVE PER DIRE QUALCOSA. SI SCRIVE SOLO QUANDO SI HA QUALCOSA DA DIRE

Questa frase, che viene dai suoi taccuini, è un monumento di semplicità e chiarezza. Io ce l'ho stampata non solo in camera, ma anche nell'osso del cranio, all'interno.

La Hornby secondo me ambisce a fare qualcosa di grande, di vero. Ora che si è allenata e sa scrivere bene, deve cercare l'anima, la sua, e ascoltarla.

E penso che potrebbe riuscirci. Credo che uno dei suoi problemi che la tiene lontana da questo passo, è la soddisfazione di parole che sudano complimenti, ma son recite di un ambiente che considera il dialogo come un'arte fine a se stessa. Riuscire a parlar due ore senza dir niente, disse un certo grande che aveva la tartaruga tatuata di pietre preziose, è l'arte del conversare al suo massimo grado di civiltà. Proust, ce ne dimostra l'aridità … con arte.

L'anima.
La sua anima.
Da lì ora, deve partire.

giovedì 7 marzo 2013

Roberto Bolano


Oggi, quattro marzo duemilatredici, è apparsa su un quotidiano, una foto di Bolano.

Si trova a pagina 19 a destra in fondo, del Corriere della Sera. La doppia pagina riguarda i funerali di Chavez.

Mi complimento col giornalista. Ho l'impressione che tutto l'articolo, breve ma denso, sia stato accuratamente ragionato. Il giornalista, Luca Mastrantonio sembra, consapevole del fatto che Bolano è quasi sconosciuto, per non dire totalmente, in Italia.

Vediamo tre foto allineate. La prima a destra mostra Gabriel Garcia Marquez, quella in centro, Bolano, e quella a destra Saramago. La didascalia in cima dice: “ammiratori e critici”. Si stanno osservando quindi, questi tre scrittori, in relazione alla loro opinione sull'appena defunto presidente sudamericano. Per me è come se i due Nobel, Marquez e Saramago, reggessero proprio fisicamente, Il meno noto collega che oltre il resto si fa notare per la citazione che sta sotto alla sua immagine. Scopriamo che è morto nel 2004 e che era contro quel presidente, contrariamente agli altri due. Quel che disorienta, in Italia, lo sottolineo nuovamente, è che non si sa chi è questo cileno. L'articolo ci parla del premio letterario Romulo Gallegos da lui vinto nel 1999, dei suoi problemi l'anno successivo quando di quel premio fu nominato giurato eccetera. Si cita anche un libro: “I detective selvaggi” ed è un buon consiglio per due motivi; primo, non riguarda la sua opera più celebre, secondo è un testo veramente interessante.

Per dare idea della differenza di rapporti con la fama di questi tre grandi, ci basta andare a pagina 51 del medesimo quotidiano ritroviamo Marques, citato nel sottotitolo e poi fotografato, in un articolo dedicato al fotografo Mordzinski. La foro del grande Colombiano è accettabile, la trovo insipida, ma può andare, anche perché questo fotografo ci fa comprendere rapidamente che in quanto a capacità di sondare il banale e di amarlo e non saperlo distinguere dalla qualità, non scherza. La risposta triste si trova di fianco allo scatto di Marquez. Qui Mordzinski spera di essere originale mostrandoci David Trueba sul water e l'editore in anticamera, vicino ai lavandini che attende l'opera. Quanto è facile essere banali, oserei dire stupidi, che è sinonimo per me di modaiolità da discount dell'anima …

Il dato di fatto che a noi deve comunque interessare, di quell'articolo ora, è l'indubbia notorietà straripante di Marquez, che si trova in forma di immagine in due differenti pagine del medesimo quotidiano.

Trovo delicata la citazione che, per Marquez, Mastrantonio ci offre nell'articolo. Non il solito, celebrissimo, e meritatamente, “Cent'anni di solitudine”, ma “Il generale nel suo labirinto”. Argomento, Bolivar, figura amata da Chavez. Il punto è che tutto di Marques merita di essere letto, quindi perché nominare l'opera che tutti già conoscono almeno nel titolo? Lui, Mastrantonio, invoglia proponendo un'altra opera che, scopriamo essere stata molto amata da Chavez.

Quando dico che di Marquez tutto merita la nostra attenzione, mi sento in dovere di dare comunque un avvertimento: può capitare, per esempio ne “L'autunno del patriarca”, che ci si trovi a corto di fiato mentale a causa di certe frasi lunghe anche una pagina e mezzo, questo salto record da un punto all'altro, insinua asfissia nella mente, ci si ritrova che si cerca il punto successivo come il viandante spera in una fontana o in un po' d'ombra … ma basta prenderci le misure. Provate a guardare una partita di baseball senza conoscere le regole! Vi perderete. Accade così anche con un libro che è una partita della mente. Ogni opera letteraria potrebbe ri fondare delle regole oppure utilizzarne di già note. Spesso la fatica del lettore è esprimibile in questi termini. Trovare un ritmo, respirare, mentalmente col testo. Troviamo il medesimo problema con Proust e mi è capitato più di una volta di dimostrare, pubblicamente, quanto sia leggibile la sua Recherche, nonostante la scarsità di “punti”.

E' necessario a questo punto aggiungere quanto segue: accade che certi scrittori facciano prima le scelte tecniche e poi scrivano. Da Gadda a Pasolini, gli esempi anche nella letteratura italiana non mancano certo. Questo metodo è dannoso perché è evidente che prima si deve scovare in noi una vibrazione, trasformarla in pensiero e poi scrivere. E ... la scelta della tecnica, la farà l'intelligenza? L'istinto letterario? Dicono sia un mistero, ma non concordo. Per me la scelta tecnica mai è meditata a tavolino. Immagino la toscana di Dante e un popolo che trasforma le sue disavventure in rime. Ne abbiamo un esempio ottocentesco ne “Le veglie di Neri” di Fucini. Nella novella “Il matto”, scopriamo che il tradito per amore, teme di vedersi preso in giro per tutto il paese in forma di sonetto. Fucini dice chiaramente “sonetto”. Si badi che non è stato generico come me, che ho scritto “rime”! Questa citazione, la considero una prova importante per quel che sto tentando di dire … ebbene, la Toscana di Dante. Se si prende in giro, ci si santifica e condanna, lo si fa in rima. Gioco accessibile a tutti. Essendoci all'epoca molto analfabetismo e, anche chi sapeva leggere o scrivere, che per noi ora son la medesima attività ma allora eran due capacità ben distinte, anche chi sapeva leggere e scrivere, di solito di carta ne aveva poca. La rima diventava il metodo fondamentale per memorizzare e si andava d'istinto. Il popolo non sapeva nulla di sillabe, toniche e tecnicismi. Suonava bene all'orecchio e quindi andava bene, si ricordava facilmente quindi andava ancor meglio. Ovviamente, come per tutte le cose, ci furono i migliori e questi, dopo esser stati sedotti dal ritmo e dalla possibilità di esser, gioviali, sconci o profondi a seconda delle situazioni, si inoltrarono nei segreti del verso. Che Dante sapesse cos'è un endecasillabo, mi pare ovvio, ma altrettanto ovvio, almeno per me è immaginarlo che verseggia a undici sillabe senza contarle, istintivamente e che non ne tolga una se l'accento è della parola finale è troppo indietro o ne aggiunga se troppo avanti. Il ritmo prima di tutto si “sente”. E all'epoca tutti verseggiavano. Di recente ho letto rime del Bronzino, si sa che in rima verseggiò Michelangelo. Gente di pennello e scalpello che armeggia con la parola. Non era strano. Lo facevan tutti, come tutti nell'ottocento nelle culture tedesca, francese, tedesca, ungherese polacca, russa, danese, svedese, norvegese, italiana eccetera, “masticavano” di musica, e non come ora che si è o addetti ai lavori o ascoltatori. Immagino la Fiorenza di Dante, che ha una familiarità con le parole che oggi si è persa. E trovo che l'insegnamento nelle scuole stia agendo in modo tragico. A un ragazzino si mostra una poesia intera e poi la si sbriciola, frantuma, scompone; se ne fa l'autopsia, e senza anestesia, sia del brano che dello studente, che se almeno dormisse sarebbe salvo. Prima di smontare una poesia provate un po' a tentare di farla amare! Ci arriva anche Emilio Fede a comprendere che la via giusta è quella. Fateli cantare, fate cantare il loro cuore! E non iniziate dal passato. Chiedetegli dei loro cantanti, oppure, se vi propongono roba indecente come Fari Fibra, ripiegate su Vecchioni, de Andrè, de Gregori, che son vivi nelle anime nostre e si sentono per radio e per esempio a Roma, cantati dalla donna che stende i panni sovrappensiero. Prima amare, e poi smontare, con delicatezza. Se si fa così si agisce su una “cosa” viva!

Mi preme un altro aspetto di quella Firenze dantesca che “trasporta” la firenzità, ovunque. Quanto vi ho detto della città del giglio, accade nella lingua parlata; quel dialetto toscano che anche in un passato prossimo, con Papini, Palazzeschi il già citato Fucini, Malaparte e altri, si scioglie in bocca che è un piacere. Leggere un toscano è un godimento non solo artistico, ma anche musicale. È da provare. Ogni italiano ha l'opportunità di questo contatto intimo con gli scrittori toscani perché la loro lingua da dialetto locale si è fatta lingua italiana. Prendiamo un milanese per esempio. Potrebbe leggere con altrettanto godimento Loi, che stimo e saluto da queste pagine, e ricordo con piacere la sua poesia su Dio e la Luna. Raffinata in italiano e musicalissima in milanese … così mi dicono, ma io non la posso godere, non posso apprezzarne il colore, i suoni. Son come uno europeo che ascolta un canto asiatico. Sento un accenno di ritmo, ma mi manca la condivisione di una cultura che non viene certo dai libri, ma dall'infanzia, da un mondo vissuto, pensato e creato in noi in quell' idioma locale che è il dialetto e che secondo me è la fonte di colore, fantasia e bellezza di ogni lingua nazionale. Ebbene, torniamo a quel milanese che vi ho invitati ad immaginare; leggerà appunto Loi con piacere, condividendo non solo quel dono fondamentale che contraddistingue l'artista e che precede il pensiero, ma anche, vedrà riflesso il suo dna linguistico che muove le leve più sottili del suo essere atemporale, ed unisce l'io che fummo ieri e quello di oggi in un'immagine di se stessi che ci fa dire esisto, dimensione dalla quale chi non è milanese è purtroppo escluso. Quel milanese ha comunque una seconda possibilità, ed è la letteratura toscana. Quel milanese è abituato a parlare il suo vernacolo e italiano ma, e questo è importantissimo, direi fondamentale, pensa anche in queste due lingue. Con gli scrittori toscani, accarezzerà la sorpresa di sfumature linguistiche che, lo comprende immediatamente, arricchiranno la sua capacità di esprimersi. Le sfumature sono tutto nel dialogo! In più, la lingua toscana, ormai non più totalmente come è giusto che sia, è anche lingua italiana! Diciamo che è il toscano che ci rimette, non potendo attingere se non con estrema difficoltà, da un'altra regione italiana... proviamo ad immaginare quale ricchezza diventa l'appartenere ad un idioma locale che vanta una buona tradizione! Ecco che essere napoletani, romani, siciliani, romagnoli, assume una dimensione non trascurabile che si somma con l'essere italiani.

Non vi sorprenda questa vasta parentesi. È talmente grave, secondo me, che certi personaggi scelgano prima la tecnica e poi, se le hanno, la vestano di idee! E l'esperienza m'insegna che quasi mai, chi agisce così riesce ad offrire di più dell'ovvio della sua epoca, e per ovvio intendo quel che tutti dicono al bar e quel che si sa che sconvolge le viscere e non la mente. Operazione facile. Troppo facile. Accade poi che l'intellettualismo sfrenato che ha contraddistinto il secondo dopoguerra, pretenda solo opere che soddisfino intellettuali. Si faccia caso che in questi giorni compivano gli anni, Dalla, Battisti, Pannunzio, Flaiano e Pasolini. Di chi avete sentito parlare? Molto di Dalla e Battisti, defunti recentemente e cantori, veri poeti in una nazione dove tranne Guerra, Loi e pochi altri, l'industria cul-turale dell'Università e dei sinistrati, ha monopolizzato i ruoli non in relazione alla qualità dell'arte espressa, ma della militanza becera e dell'ossequio alle regole stabilite da chi di quelle espressioni artistiche non ha ben capito la natura anarchica, libera! Pnnunzio sta sparendo. Era giornalista, bravo direi, ma giornalista,quindi fa parte del suo destino essere obliato rapidamente. Flajano l'hanno nominato con parole carezzevoli e di rispetto. Di Pasolini, non ho sentito nulla, e si badi che di radio, per esempio, ne “mangio” molta. Ho chiesto ad amici, ma nulla m'hanno saputo dire. Chiedevo, “chi ha compiuto gli anni in questi giorni?”, e sanno che non faccio distinzioni fra vivi e morti poiché la morte per me esiste solo per chi non ha saputo dal senso alla vita. E Dalla e Battisti tutti me li citavano, Flajano alcuni, gli altri citati, appunto nessuno e cosa dire di un Pasolini che definisce la mente di Guareschi come pre logica? Guareschi uno scimmione? Il tempo ha rimesso le cose a posto. Chi ha usato solo ragionamento si avvia verso il nulla, chi ha usato l'anima verrà ricordato. Anche Guareschi, anche Omero, Dante e tutt ciò che è umano si avviano verso il nulla, ma senza fretta. È l'unico premio … e avviene per selezione naturale e la natura è Pan, non certo un qualsiasi illuminista.

Gente come me, o comunque chunque agisce per amore, nel caso mio delle arti, si impegna a riabilitare, e anche questo post viene scritto in fondo per dare una visibilità, secondo me meritata all'opera di Bolano. Mi impegno da sempre per Emanuel Carnevali, per altri che son detti a torto minori, come Munthe, Malaparte, Brancati, Manganelli, Papini eccetera. Ed è facile farlo. Quando son padrone del mio tempo, la mano scorre i titoli nell'E book e anche i testi vecchi, introvabili in libreria, e che si accatastano ormai anche sotto al letto. Mi capita sempre più spesso non di leggere, ma rileggere, e accade perché si ama, mai solamente perché si pensa. Il pensiero porta sempre al suicidio. L'arte, che viene prima, trionfa di vita. Dietro l'arte c'è Pan, c' èDionioso, Orfeo, Shiva, che altro non sono che l'istinto vitale che langue in ognuno di noi, annichiliti da troppe regole. Regole che fanno girare in tondo nella gabbia che esse non possono non creare, e portano alla all'intontimento e spesso anche alla morte dell'anima … che annienterà il corpo. La tigre rinchiusa che in modo malato va avanti e indietro, non è più una tigre. Così accade noi con una miriade di regole non nostre, non sgorgate da dentro di noi, ma dettate dall'esterno, quindi costrittive. Se ci par semplice dire che la foto della tigre non è la tigre, deve essere possibile pensare lo stesso anche di questa caricatura della potenza della natura messa fra quattro graticole fredde, di ferro irresistibile. Chi va allo zoo non vede la tigre. E' importante comprenderlo.

E ricordarsi che quel che si ama, ci guida.

Torniamo a Noi. “L'autunno del patriarca” di Marquez è scritto in un modo che toglie respiro alla mente. Ci si deve fermare, prendere le misure come si farebbe per la cadenza del passo da scegliere in salita, e poi si va. Forse in quel libro Marquez ha reso troppi omaggi alla tecnica? È possibile, ma alla fine l'opera funziona, dona, arricchisce e tecnicamente secondo me Marquez si è talmente calato nelle frasi lunghe che immagino sua moglie ammattire quando gli chiedeva “cosa vuoi per cena?” e lui partiva con una frase di due pagine per dire “cannelloni con la ricotta”, perché un artista è un bambino, è un Pan che non conosce la crudeltà e per questo gli capita di usarla ma senza colpa. Diffidare degli artisti, ma amarli sempre .... Se accettiamo una fatica, nella salita che si decide di compiere per raggiungere il punto che ci porterà al paesaggio di rocce e nevi, perché non accettarlo per un'operazione come la lettura che ci ri consegnerà al nostro io, più vivi?

Guardiamoci allo specchio e ricordiamoci che la tigre che abbiamo visto allo zoo non è “la tigre” …... che quell'immagine riflessa non ci rappresenta, che Dioniso, il dionisiaco che abbiamo dentro, e che è quel che la tigre ha in più nella selva, e che la rende “la tigre” vera, l'educazione che ci hanno data, se l'è portato via. Qualcuno qualche mese fa, ad una cena, disse a Socrate che lo “vedeva” come quelle custodie che contengono la statua di un dio … non sto dicendo quindi niente di nuovo....

Ho parlato di Marquez che stimo moltissimo e lui regge, dal lato desto Bolano. Il lato sinistro lo tiene su Saramago e di lui il giornalista ci consiglia il “Saggio sulla lucidità” accennando al fatto che una fazione lo strumentalizzò. Carne viva nella storia recente quindi, come il libro su Bolivar di Marquez. Opere che hanno partecipato della vita di Chavez, della vita del Sud America. Anche in questo caso il consiglio del giornalista, oltre al legame con il fatto di cronaca, vale perché non si ferma all'ovvio. Troppo facile l'equazione Saramago - “Memoriale del convento”.

E ora Bolano. Fragile nella sua morte avvenuta per malattia in Spagna nel 2003. quel che vi consiglio di lui, per iniziare, è invece l'equazione più ovvia. Si tratta di “2666” edito Adelphi. È un volumone immenso. Prima fu editato in due copie. Io ora ho quella singola, gialla. Contiene cinque romanzi, se non erro, (sto andando a memoria perché non ho la copia qui con me) che si possono leggere nell'ordine che si preferisce. Io ho scelto di seguire l'ordine proposto dalla pubblicazione. Si ricordi anche che è incompiuto.

Cosa mi è piaciuto di questa grande opera. Al primo impatto, dopo la lettura, ero incerto e ho lasciato macerare e distillare il tutto dentro me, da quella parte di me che senza consultarmi da forma al mio gusto. Ho compreso che l'opera valeva perché spesso mi torna alla mente. Essa è ormai parte di me, del mio io. Mi è accaduta una situazione simile con “Marco e Mattio” di Vassalli, testo che trovo difettoso per vari aspetti, ma che mi segue, mi forma e mi consiglia costantemente. L'errore fu mio. Non si deve chiedere la perfezione all'opera. È come chiedere l'intelligenza a chi si ama. Da chi si ama si desidera amore e non solo che i conti della serva tornino.

“2666” di Bolano vanta anche un'imperfezione della quale l'autore è più vittima che colpevole. Non è concluso, dicono. Ma non ne sono certo. Indubbiamente se la vita gli avesse offerto il dono di qualche attimo in più, avrebbe potuto “allungare”, ma così com'è, io non lo sento non finito. Penso che dipenda anche dalla nostra educazione artistica che ci fa accettare una tela che l'artista ha intenzionalmente non concluso. Attualmente, non finire l'opera fa parte del suo messaggio. Quest'idea di continuità, oltre le parole scritte funzione. Penso che debba la sua origine in pittori come Tiziano che non esitarono, alla fine della carriera ad essere “grossi”, col colore. Dall'opera perfetta, di Raffaello alle ultime tele di Tiziano il passo è enorme. Il colore steso con uno straccio e non più col pennello, il colore che è macchia, che rivela il suo essere componete di una costruzione e che nel frattempo anche se quasi non usato, spalmato, diluito, lucidato, si fa soggetto finale. E poi la fotografia, che ci abitua ad immaginare lo spazio che continua oltre i suoi quattro lati! Ecco che una costruzione letteraria, riesce, se vuole, ad utilizzare il non finito, perché ha un senso. E in “2666” tutto rasenta l'infinito e il caos. La serie di omicidi, l'impossibilità, nonostante le prove e le tracce, di definire un senso in quel che accade. A questo si accavalla uno scrittore introvabile e l'io narrante che lo cerca, gli si avvicina, lo perd, non lo trova di fatto mai ma è certo della sua esistenza, mentre invece il lettore ogni tanto il dubbio che nemmeno esista ce l'ha … insomma, un gorgo ipnotico da quale si emerge destabilizzati. La ricerca di un senso, la vastità del mondo, del Messico, di tutto. Più passa il tempo e più quel modo di “sentire” la vita si travasa da lui a me. Dall'atemporalità di parabola di Kafka che mi è da guida da anni, agli infiniti di Borges, al particolare povero che si eleva a simbolo in Tonino Guerra, alla fede angosciante estrema che, nella sua inesauribile e incolmabile ricerca, in Tarkovskij, esprime un lato irrisolto e irrisolvibile di me di voi, di tutti …. si, in tutto questo, in questi miei maestri, dai quali mancano Casanova, sensuale filosofo, Skriabin e Chopin, e poi i miei cani tutti …. si, tutte questi ingredienti, e quindi ormai anche Bolano, formano il mio io.

Ora veniamo ad un aspetto tremendo e fondamentale: l'artista e il potere.

Mai dare potere all'artista! Egli non vive nella realtà, per quanto la conosca meglio di chiunque altro. Hitler dipingeva, Mussolini scriveva romanzi, mao Poesie e di casini ne han fatti troppi! Il politico ha un dovere, ed è ascoltare l'artista. Da questi ha la possibilità di “sentire” il male della sua epoca. Il passo successivo, ovvero studiare i rimedi, l'artista non lo deve fare! Egli è estremo per sua natura! Egli arriva alla meta distruggendo, mietendo!

Studiando la doppia pagina de “La Repubblica” dedicata al Presidente Chavez, ho “visto” citati gli omaggi degli attori... non va. L'uomo di teatro si mette in gioco sul serio. L'attore di cinema immensamente meno. Recitare davanti a una macchina da presa o davanti ad un pubblico! Differenza enorme. Uno è nella vita, l'altro è in frezeer. Uno darà al mondo la sua immagine staccato dal suo sé, l'altro non la stacca, la “butta” in pasto al rischio, alla conferma continua.

Ovviamente anche fra gli attori cinematografici c'è qualcuno che si salva, per esempio Richard Gere e Clint Eastwood, così come fra i calciatori, un Baggio e un Platini, sembrano persone di spessore … ma sono eccezioni! Quando alle elezioni uno sportivo o un attore cinematografico parteggia per un candidato, ci mette l'immagine della sua faccia, non ci mette “la faccia” nel senso vero del termine. Quando Dario Fo interviene in favore di Grillo e del suo movimento, lo sentiamo che si mette in “gioco” una mente, un lavoro di anni che può non piacere, ma che indubbiamente ha richiesto spremuta di meningi e non solo gambe che sanno correre, anche se fra le migliori, oppure sorrisi e belle facce adatte per un filmino d'amore o muscoli gonfiati a dovere per un fil sprizzasangue e esplosioni!

Ecco che la doppia pagina de “Il corriere della sera” ci fa toccare una realtà che l'Italia, più di altri stati, ha negata. Muore Chavez, si parla di lui e poi si parla del suo rapporto con grandi artisti e si cita anche chi lo disapprovava, ovvero Bolano.

A me non interessa dare giudizi su un presidente. Di lui comunque mi piace ricordare, come ha fatto Mastrantonio nel suo articolo, che dopo due settimane dall'esser stato nominato presidente, ha cercato il contatto con Marquez. Si pensi ad una nazione scandinava che discusse in parlamento argomenti come l'aborto, il divorzio eccetera e che decise di invitare l'autrice di Pippi Calzelunghe per sapere cosa ne pensava. Nella sua nazione era stimatissima, quindi la si ascoltò. Ve lo vedete quel covo di farabutti patentati che era (spero in questi verbi al passato.....) il governo italiano invitare l'ormai defunto Tonino Guerra? Sarebbe stata una manna seguire un decimo dei suoi consigli sulla bellezza, sulla valorizzazione urbanistica, sull'arte eccetera. E con chi abbiamo visto invece i presidenti del consiglio precedenti? Da chi accettano consigli, se mai li accettano? I miei ricordi in proposito sono sconvolgenti in quanto a banalità.

Veder salire Fo, che non stimo eccessivamente, su un palco, invitato da un movimento del quale non faccio parte perché c'è qualcosa che non mi è ancora chiaro, ovvero la libertà interna di parola, mi ha fatto comunque piacere. Io, ora che Tonino non c'è più, un de Gregori, un Vecchioni, una Paola Capriolo, un Erri de Luca, Un Sebastiano Vassalli, solo per citarne alcuni, li inviterei e mi segnerei con la penna rossa quel che dicono, perché l'Italia, patria di artisti mai trattati troppo bene, ha i suoi Pan e Dionisi che vedono nitido …
e quella pagina de “Il corriere della sera” riabilita quel legame. Se l'Italia ha visto la rabbia prendere seggi in parlamento per mezzo di un comico, un motivo forte c'è. Un comico è un artista. Saper fare ridere è più difficile, immensamente più difficile che far piangere. E Crozza? E Ricci di “Striscia la notizia”? E l'equipe de “Le Jene”, e Antonio Albanese? E la Litizzetto e Luttazzi? Solo per citarne alcuni? Partono dalle verità mettendole a nudo. Il ridere, con loro, è sempre e solo una parte del discorso. Fanno spesso giornalismo d'inchiesta e inchiesta. Fanno i comici ma scoprono le “magagne”, ruolo questo che in tanti stati stranieri spetta ai giornalisti … Quando parla Crozza i politici tremano, temono. Ma loro, quei comici, non sono la voce del popolo che urla, sono la voce dell'arte! Si ricordi questo. Li si ascolti e buon lavoro, ma non si dimentichi che son voci estreme che mettono a nudo i problemi ma che per risolvere distruggono. Come risolverli però lo decida il politico onesto. Ma ce ne sarà pure uno o è una razza completamente estinta op mai esistita? MA per favore, non fatelo fare mai a un'artista. Sono un artista anch'io e so, profondamente, quel che potrebbe accadere ….
Solo se non c'è nessuno, solo allora che l'artista intervenga, ma la soluzione, che è certa, sarà feroce.

lunedì 4 marzo 2013

"strane" reazioni dei musulmani a Londra, seconda parte


Col tipico ritardo di chi non controlla blog e siti quotidianamente, nemmeno i suoi, mi accingo a rispondere alla persona che mi ha scritto in relazione al post intitolato: - “Strane” reazioni di musulmani a Londra...-. Il mio scritto è del 31 gennaio e la risposta che ho ricevuto, la potete leggere li in fondo. E' del 24 febbraio.

Veniamo ai dati a nostra disposizione: la persona che interviene abita a Londra e dalla scioltezza del suo italiano suppongo che sia la sua lingua madre.

Si presenta in forma anonima. Penso che il motivo sia da ricercarsi nella sua supposizione che dopo aver letto le sue considerazioni, lo si possa etichettare come razzista.

Esiste anche la possibilità che sia anonimo perché schivo e se questo fosse il motivo avrebbe tutto il mio rispetto. Anch'io non amo mostrarmi. Negli anni i miei scritti, sia letterari che artistici, son passati da nome e cognome a solo nome e poi alle sole prime due lettere di quest'ultimo. Son stato tentato anche dall'anonimato completo e questo ha portato alla pubblicazione di un libretto di racconti scritto da Mafalda, il mio amatissimo cane, che ora fa la divinità in qualche cielo che per ora non mi è accessibile. Il punto per me è che, se valgono le parole, non trovo necessario attaccare ad esse un volto. Un pensiero, se merita di essere ricordato, lo deve a se stesso, non al “padre”. I figli vanno per conto loro, e solo le colpe del figlio il padre le condivide. I meriti no. Son solo suoi, perché è lui, lo scritto che affronta il mondo.

Veniamo al primo passo della risposta di questo signor Anonimo che chiamerò per comodità, signor A o semplicemente A.

Inizio con la sua frase finale: Teme di essere considerato razzista per quel che ha scritto e dice di esserlo, razzista, ma solo contro i prepotenti. Come non essere d'accordo, anche se, per la precisione, quella contro i prepotenti è autodifesa, e la trovo legittima?

Ma... questo esser prepotenti … forse lo interpretiamo in modi differenti. Mi spiegherò fra poco.

Prima concludo col timore dell'accusa di razzismo. Nel banalismo imperante, sembra che si sia obbligati a fingere di essere allineati con le norme del perbenismo …

Non fa per me. Esiste il razzismo. Tutti siamo razzisti. Se non lo si ammette si è falsi.

La nostra è una lotta quotidiana con un principio bellissimo ma falso che ci ricorda che siamo tutti uguali, ma che si smentisce sistematicamente. Detto con ironia... io non sono uguale a Mastella, Corona, Emilio Fede, Borghezio, il trota, Materazzi (quello degli insulti a Zidane) eccetera! Questi esseri sono palesemente inferiori a me e lo dico in modo deciso. Si tratta di un minimo elenco per non risultare pedante. La questione è che io penso anzi, credo fermissimamente, di avere dei principi che possono essere anche non condivisibili, ma che senza ombra di dubbio, considero più validi per vivere in comunità e anche per andare d'accordo con se stessi, di quelli ostentati dai ceffi che ho appena nominato. Per me il razzismo è questo. “Ma in che razza di modo vivi!”, “ma che razza di principi hai!” Queste “razze” mi interessano e son disposto ad ascoltare gli altri perché sono convinto di poter migliorare e che esista una morale, anzi, più d'una, che renda la vita più vivibile per tutti.

Nessun rischio di razzismo quindi, se con questa parola s'intende dire che siam tutti uguali! Uguali siamo nell'avere dei diritti e dei doveri, ma per il resto siam diversi. Sai che noia se dovessi svegliarmi in un mondo dove si è tutti uguali, quindi un infinità di me stessi! Questo principio “sinistrato”, nel senso che è bandiera della più stupida sinistra merita di essere dimenticato. Solo la consapevolezza delle differenze è costruttiva ... Anche a me è capitato di esser stato tacciato di razzismo, quando un indocente di Bologna (Genoveve) fece una prolusione in favore della situazione degli zingari. Cercava, con le parole, di negare la gravità dei fatti. Io amo la loro cultura e mi rendo conto che il loro modo di vivere, che ha una sua filosofia e tradizione interessanti, è ormai quasi impraticabile e in fondo causa la rigidità della stanzialità della nostra epoca. ...E comunque, lo zingaro dice che noi siamo alberi e lui è il vento. Poetica come immagine, ma quel prendere frutti da alberi umani mentre si vaga per il mondo, ovvero scippare con destrezza nel metrò a Roma per esempio, cosa che ho visto accadere troppo spesso, è una piaga che nelle parole di Genovese e nelle operazioni attuate dallo stato Italiano, e che sono altrettanto ridicolmente insufficienti, non trova soluzione. Il disagio che si vive a Roma è troppo grande e continuo e la soluzione non deve essere violenta … ma va trovata non certo nel buonismo. L'esito fu che ero razzista. C'è stato da ridere quando mi son reso conto che questo barone rampante non sapeva nemmeno chi è Django Reinhardt! Per lui gli zingari erano e sono un clichè non diverso dal suo buonismo standard, confezionato per tirar su voti alle elezioni da quell'elettorato che sa agire solo in modo emotivo.

Diceva che ci vuole tolleranza … quando gli ho spiegato che la tolleranza interviene in modo costruito per controllare una reazione, non ha capito. Son dovuto “scendere” agli esempi. Gli chiesi: “Come lo risolviamo il problema dei Watussi sempre a Roma? Con la tolleranza?” non capiva. Gli ho proposto allora di risolvere il problema delle scarse vendite di frigoriferi al Polo Sud... allora ha capito con uno sguardo fra l'agonia e la rivelazione, che se non c'è il problema nessuno se lo pone e quindi, per traslato, se non c'è problema fra i gruppi umani, non esiste la tolleranza. È la presenza della necessità di questa valvola comportamentale che è indice stesso della crisi! Ha sudato, ma ha capito.

Come vede, signor A, in questa civiltà tutto si fa complesso. E questo non accade certo perché le situazioni lo siano più di tanto … la complessità si fa necessaria perché altrimenti intere gerarchie si rivelerebbero per quel che sono, ovvero inutili!

Veniamo ora ai dati interessanti che lei ci offre. La polizia inglese, i bobbies, han tolto fogli e foglietti e scritte e hanno messo a tacere. Questo non lo sapevo ed è la sua esperienza diretta a darci una informazione importante. E' evidente che si vuol neutralizzare il problema tenendolo lontano dai media. La situazione a Londra è scottante. Lei conosce quella città, io Oxford. Spesso venivo a Londra. Bei musei, bei parchi; adoro i Kew garden, gli scoiattoli i cani così amati e con lo sguardo sereno … Non amo altre faccenduole. Ricordo il mio imbarazzo quando albergavo in Russel square. Avevo scelto una “locanda” ad un passo dal Warburg Institute per proseguire certi miei ragionamenti neoplatonici e, tutte le sere, vedevo un tipo con la valigia, vestito decentemente, sistemarsi con una noncuranza che mal celava la vergogna di una situazione homeless. Il suo tentativo di sembrare per tutto il giorno una persona appena arrivata a Londra … contrastava con lo sguardo di chi non sapeva bene dove andare, di avere una meta. Io vado matto per il makrell, lo sgombro affumicato e speziato che si trova a quintali in qualsiasi supermarket. Sono fiero dei miei gusti spesso plebei, mi semplificano la vita. Erano in uno scomparto in basso. Mi piego, scelgo un pezzo plasticato che soddisfi anche la fame degli occhi e una mano bianca, sottile, non troppo pulita, ma timida, si allunga nel mio campo visivo. Mi alzo con la preda e con la coda dell'occhio vedo che è lui. Mi fa star male. La sua dignità è una corazza che lo rende inavvicinabile. Per me sarebbe niente donargli qualcosa e anche in quell'occasione ho “sentito” quanto sia difficile donare … la sera, quando lui era già coricato nell'androne della banca, son entrato nel pub adiacente pieno di punk psikedelici misteriosamente sobri ed educatissimi, mi son fatto coraggio, ho preso due birre e sono andato da lui. “to sad to drink alone...”, son riuscito a dire solo questo. Avrà pensato ad una donna, non mi interessa, abbiamo bevuto senza parlare, e così dal giorno dopo ho potuto almeno donargli il good morning, che spesso, in troppi non lo sanno, ti fa sentire nel mondo.

Ricordo, la prima volta a Londra. Intimidito, ventenne, vestito elegantemente, quasi dandy. Un cabrio rosso si ferma. Due tipi seduti sul cofano dietro. Quello con jeans bianchi e camicia sempre bianca, aderentissimi, è sudato, con due baffi che sembrano mascherarlo per una carnevalata. Parlano veloce fra loro e poi con me, non capisco quasi niente. Questa sera, una festa, mi dicono l'indirizzo e mi danno un cartoncino. È un volto che ho già visto, non ricordo. Decido solo a sera e vado. Porta aperta e due energumeni plastificati e radiocomandati. Consegno il bigliettino e vago fra gente estrema in tutto, dalle risate, alle bevute, alle sniffate. Sento gridare enfaticamente un nome e lo vedo, ora in jeans e maglietta. Freddie, il divo, Freddie Mercury. Lo sguardo lo perde nei corridoi affollati. Sembra la Factory di Wahrol. Finzione finzione e finzione. Esco. Non amo quella musica e nemmeno quel genere di vita. Non puoi, quando in quella medesima giornata, di mattina, alla National Gallery hai minuziosamente osservato l'annunciazione del Crivelli...

Cosa posso dire ancora di Londra. Tre classi sociali. I pezzenti, tanti, ignoranti e lasciati nella loro ignoranza. L'emancipazione, la cultura, costa un occhio. Anche vivere costa troppo, quindi sopravvivono senza dignità. Cerchi casa? Ti fai ragazza madre e te la danno subito. Pensare a cos'è un figlio? Una vita nuova? Ma com'è possibile se i bisogni elementari sono in debito con te? Ed ecco che un figlio val bene una casa. In Italia so di gente altrettanto elementare che fa figli per aumentare il punteggio nella graduatoria a scuola …

E poi la seconda classe. Quelli che guadagnano molto, spendono molto e son contenti così. Torno dal Cairo. In aereo ho di fianco un tipo simpatico e abbronzatissimo. Mi dice che è stato a Sharm. Dico “anche tu in Egitto”, mi risponde “no, ero a Sharm”. Non me la sono sentita di dirgli che Sharm era in …. Egitto. Era firmato dalla testa ai piedi, col reverso dei giocatori di polo e le unghie fatte dalla manicure. Le mie spesso sono tagliate con l'accetta, è vero, ma... lasciamo perdere.

E la terza classe? I nobili? Potresti non vederli per nulla perché il parafulmine è la famiglia reale. Loro attirano le attenzioni e nutrono le apparenze, gli altri vivono in modo regale. Strana democrazia questa, con delle classi così definite e un pelino medievali...

E poi penso alla guerra dell'oppio, uno degli atti più ignobili degli inglesi che ci può offendere dalle pagine di qualsiasi libro di storia.

E quell'azienda che recuperava ossa di cavalli e soldati dai campi di battaglia! Una ditta inglese … io lo sapevo da Victor Hugo, lo raccontavo ma non ero creduto. Un decennio dopo la battaglia di Waterloo, andarono a rastrellare le ossa, le macinarono e ne fecero mangime per bestie. Fu venduto alla Francia. Si tratta di cannibalismo indiretto? Forse. Le loro bestie mangiarono le ossa di quei morti. Le bistecche erano fatte con le ossa dei morti, dei figli, dei padri, dei mariti.

Magnifico...

Qualche giorno fa ricevo una telefonata: “Sono stato a teatro, c'era una cosa di Alan Bennett, lo conosci?”

Ho letto di lui “La sovrana lettrice”.

come lo trovi?”

elegantemente banale”

beh! Ti ricordi di quella faccenda di Waterloo e delle ossa che raccontavi?”

si...”

è vera, ne parla anche lui...”

quindi?”

ti devo un caffè”

grazie, ma sono su Marte e ci resterò per un po'. Ti ringrazio comunque di avermi riabilitato.”

Eccetera...

Mi si potrebbe dire che ogni nazione ha i suoi scheletri nell'armadio. È vero, è tristemente vero, ma gli scheletri del capitalismo amorale son più osceni degli altri. Quando tutto ha un prezzo, quando tutto è vendibile o acquistabile con i soldi… nulla ha più senso.

Per la Gran Bretagna la tensione sociale è arrivata, secondo me, a limiti difficilissimi da gestire. Troppi egoismi. E qui interviene il discorso che ho lasciato sospeso all'inizio di questo scritto: il signor A dice che è razzista con i prepotenti. Intendeva dire certamente che vuole difendersi dalle prepotenze. Ma è prepotente una comunità che ha una morale anche discutibile se confrontata con un'altra comunità che dietro la facciata ha il nulla? Guadagnare, spendere bere e sesso se da sbronzi ci si riesce. Basta. In Gran Bretagna non c'è altro attualmente.

Di Oxford amo gli edifici, il fiume Cherwell, i plotoni di anatre sui prati lungo le rive. Mi sedevo per terra e col pane appena comprato al forno sbriciolavo per un'oretta. Mangiano dalle mani e poi, una volta sazie, si riposano a portata di mano e si lasciavano accarezzare. Ricordo il cavallo che mi mangiava la posta, le orme di dinosauro davanti al Pitt Rivers e là dentro un totem autentico, colorato, grande. Ricordo il pub the Throut, un po' fuori Oxford, dove all'aperto mangiavo con le oche. Ricordo la mattina di Natale, solo, completamente solo, dentro e fuori, e un levriero che in High street, fra le cartacce della festa di ieri mi sorride e mi viene incontro. Si passeggia insieme, si corre, si gioca e mi accompagna a casa. Non l'ho più visto, ma ha indorato quel giorno che prometteva il nulla. Ricordo la messa squallida in una chiesa gotica con gli schermi come il Karaoke. Gente senza memoria. Non serve più. C'è sempre uno strumento dall'uso elementare che la sostituisce. Rimangono nel presente, per sempre, isolati e inconsapevoli di esserlo. Questa, senza umani, è la Gran Bretagna che amo. Mi son dovuto isolare nella favola per sopravviverci. Cercare a Westminster la lapide dedicata a Muzio Clementi, a Kew ammirare la monumentalità degli alberi che, abbastanza distanti fra loro, hanno come sfondo un cielo di un blu totale. Alberi che respirando lo spazio, non in folla come nei boschi, si fanno divinità amiche. E le panchine per leggere e la serra di Lady Diana con le piante grasse. Era Londra, ma sempre lontano, sempre più lontano dagli umani …

Il signor A dice che nella Muslim Zone, la legge europea no vale una cicca. Ma qual'è la legge europea? Severissimi per i divieti di sosta e gli eccessi di velocità, ma poi …?

Dice anche: “la legge di chi li ha accolti e dato una nuova vita, non vale un fico secco”.

Ma non esiste la legge di chi li ha accolti! Volevano dei servi. Tutto qui, non si fanno leggi per i servi. Ogni popolo che migra sa che è così. Lo dimentica dopo due generazioni, deve dimenticarlo, per recuperare una dignità, ma ogni generazione deve avere dei poeti che lo ricordano...

Il signor A dice anche che “i problemi della droga, dell'alcol, del sesso, sarebbe carino che ce li affrontassimo da soli, democraticamente, come abbiamo fatto con i nostri problemi del passato”.

Ma... i problemi della base, della terza classe, raramente vengono modificati dall'esterno. È una legge della natura umana!

Esempio: si alzano i prezzi delle rate universitarie. Siamo al limite assurdo che si nota un incremento notevole delle prostitute. Comprendono, gli inglesi, che le loro future mogli, per laurearsi si son vendute quel che “hanno”. I giornali prendono atto e finisce li. Meraviglioso. E l'affrontare da soli? Democraticamente?

Il Darwinismo, la selezione della specie, nacque in Gran Bretagna dalle considerazioni di un prete. Voleva togliere i sussidi ai poveri. Dovevano lottare per vivere. Ci doveva essere una selezione. La scienza trovò interessante l'idea e la fece sua. La selezione della specie i Gran Bretagna è ancora legata alla mentalità di quel prete. Chi ha deciso questa legge sociale rendendola di natura, aveva comunque il piatto pieno. La lotta era degli altri, per gli altri.

Insisto sul monito che ho lanciato nel primo pezzo: se una comunità con una morale decide di contrastare una comunità amorale, penso che quest'ultima abbia solo guadagnarci. Ovviamente non vuol dire che si deve diventare islamici. La decenza, sta sempre in mezzo. Trovo che sia brutto e volgare girare per strada con una birra in mano. Trovo che ubriacarsi sia ridicolo e non accetto discorsi di libertà in proposito. Ognuno faccia quello che vuole della sua vita, certo, ma quello è farsi male, annichilirsi. Il corpo poi è una macchina meravigliosa che quando è lisa e consumata non si limita a fermarsi … ci porta via, definitivamente, e penso che valga la pena di godersela questa vita, e non semplicemente alla giornata.

Amen.


venerdì 1 marzo 2013

Benedetto sedicesimo


Sono un pellegrino che inizia l'ultima tappa del suo pellegrinaggio sulla terra.”



Parole dette da Papa Benedetto sedicesimo nell'ultimo giorno del suo pontificato, il ventotto febbraio del duemila tredici da Castelgandolfo, prima che la grande porta della residenza sacra, che dà sulla piazza, si chiudesse con un senso di definitivo addio.


Ha sempre parlato con chiarezza e questo è fastidioso per i giornalisti. Come si può inventare una trama sordida e oscura se parla chiaro? Verifichiamo ogni parola. Solo pellegrino, pellegrinaggio, ha sapore d'incenso. Il resto è umanità quotidiana. Posso aggiungere, e penso, senza incorrere in errore, che il termine pellegrinaggio ormai sia diventato anche sin troppo laico. Ho sentito dire da esseri assurdi “vado in pellegrinaggio da Hermes!” e immagino ora i più romantici fra i lettori che penseranno alla divinità, ma si tratta semplicemente di un negozio …


Ma torniamo al gesto del Papa, a quella rinuncia al pontificato, cosa raramente accaduta e con odor di dubbio per esempio con Pier da Morrone.

Possiamo affidarci al giornalismo o ad altri sontuosi interpreti per comprendere?


Direi di no. Complotti ipotizzati. Faide interne alla Chiesa. La banca vaticana che decide su tutto, che ormai elegge i papi, come le multinazionali che scelgono il presidente degli Stati Uniti in una farsa di democrazia?


E poi ascolto Messori, il più cattolico, il più tradotto … il più banale. Ci dice che Govanni Paolo secondo, essendo slavo fu un papa così e così. Di Benedetto sedicesimo, che è tedesco, che è un teologo e un ragionatore e che si vede e piripipì e pararpapà. La sagra dell'ovvio insomma, e se ci sarà un papa messicano dirà che viene col sombrero e se sarà africano, con la gonnellina di banane? E quel cardinale filippino che ha madre cinese? Se lo facessero papa cosa dovrebbe inventare? Già un filippino in sé è difficile da banalizzare, e se lo mescoli con un cinese cosa accade? In quella Cina fantastica e assurda nella quale la madre del presidente, che era guardiana di maiali, detta le regole del caos. Non è schematizzando, che troppo spesso è una forma di banalizzazione, che si può comprendere.


Se si prova a considerare concrete, come dei fatti, le parole che iniziano questo scritto e che concludono un pontificato, si può arrivare ad una conclusione decente? Penso di si. Una persona che lo vedeva spesso mi diceva che la sua salute stava declinando.


Di recente un ictus piccolino, ma comunque insolente, gli ha ridotto l'udito e spento un occhio. Questo l' ha sussurrato anche la carta stampata, ma è più d'effetto il complottismo e ci si dimentica, anche per paura, della meta ultima.


Spiegavo di recente che nella pubblicità il termine “morte” è bandito. Tempo due giorni, il fatto è accaduto la settimana scorsa, mentre sorseggiavo un pubblico caffè, vedo uno spot di un dolce. Il tipo è dentro a un'auto in bilico su un burrone. Al lato da evitare, appare la visione tentatrice di un wafer, il debole umano, si sporge, la vettura traballa e vola nel vuoto per schiantarsi. Durante il volo appare la scritta “buona da morire”. Ho la tentazione di telefonare immediatamente alla persona con la quale avevo detto che la morte “evita” la pubblicità, per smentirmi, ma mi trattengo. È un'eccezione. Ne sono convinto.


La morte la fa da padrone nei film violenti o di mostriciattoli. Essa ha la natura limitata del gioco. Chi muore di fatto è solo sconfitto, scomparso.


Spesso ho immaginato un racconto nel quale un ragazzo di vent'anni, età che in altri tempi non distanti presupponeva già un uomo, la scopre per caso. Attualmente, come accadde, al principe Siddharta i genitori e il mondo cercano di tenerci lontani dai mali dell'esistenza. Così accade anche con i batteri. Bambini allevati in modo quasi asettico che poi si rivelano deboli a tutto, che si tratti di allergie o sofferenze, la dinamica è la medesima. Ci si pensi. Immagino questo ventenne che subisce un incidente e l'amico che è con lui, muore. Sono cattivo, ovviamente … oltre all'ingiustizia dell'incidente senza colpa, anche la morte, la morte che appare al di là del bene e del male. La morte inconcepibile, insondabile, indiscutibile, imbattibile. La morte e basta. “Il muro liscio, di cemento liscio. Il muro senza porte, senza finestre, della morte” come lo definisce Malaparte. Immaginare l'angoscia di questa scoperta, a vent'anni, quando ci si sente immortali, eterni, anche se della morte sai tutto, penso sia tremendo … e l'ho visto accadere.


Ora, ai giorni nostri, accade che una persona dice, in modo inequivocabile che sta morendo … e nessuno lo comprende?


Se così è si tratta o di una patologia collettiva, oppure di una consapevole negazione, sempre collettiva e sempre patologica, di questa risposta. Tutti abbiamo preso in considerazione questa semplice e tremenda possibilità, ma quasi tutti han fatto del loro meglio per negarla? Per mascherarla? Accettando le tesi mai vere ma sempre possibili del giornalismo crudelmente e crudamente banale e funzionale al sensazionalismo?


Si, penso che stia andando così. Rileggete quella riga che inizia lo scritto e provate a fare i conti, con la realtà. Ratzinger sta morendo. Punto e basta. Un uomo sta morendo, e lo scopriamo perché non si tratta di un uomo a caso, ma del papa. È anche curioso che si pensi che ne eleggeranno un altro e lui, che non potrà più mettere gli scarpini rossi e altri orpelli, sarà ormai senza sigillo per i documenti, un papa emerito. Ma cosa vuol dire papa emerito? Non ha senso. Il papa è lui fino alla fine, anche se porta le scarpe bianche e lo dico perché tutti, in quell'anticamera della coscienza che per la nostra epoca è osceno frequentare di giorno, al lume della ragione, lo dico perché tutti abbiamo “sentito” il vero senso di quelle parole.


Proviamo a meditare le differenze fra l'essere papa e presidente di uno stato. Per il presidente, a meno che non ti ammazzino e quello degli Stati Uniti ha una mortalità elevatissima, sembra uno dei “lavori” più rischiosi in assoluto … per il presidente, dicevo, abbiamo un mandato a tempo e poi a casa e spesso quasi dimenticato. Sei finché ricopri la carica. Ma si può dire questo di un Papa? No! Perché egli non ha a che fare col potere, ma con le anime. Una volta che non ci siano dubbi sulla legittimità della sua elezione, fino alla fine del corpo, egli è con l'anima che guida, che si fa esempio.


Non sto parlando da credente. Non lo sono. Ho un profondo rispetto per tutte le religioni, le studio e ammiro il loro ruolo. Mi basta pensare che se nasci in Europa molto probabilmente sarai cristiano, se nasci in India sarai quasi certamente indù e se nasci in Pakistan, musulmano, per sorridere delle diversità imposte dagli uomini a qualcosa che è universale. L'abito, il luogo di culto, le immagini o niente immagini … tutto limitato perché umano, perché è il tentativo di dare una forma a ciò che umano non è, che va oltre e che si identifica sempre con norme per un buon vivere che darà l'accesso a un'eternità positiva. Sempre la morte che spaventa, e un dio che provvede.


Mi piace immaginare un'anima che lascia il corpo e nel buio che misteriosamente non lo spaventa, vede una luce che sembra distante. Percorrendo il nulla la raggiunge, bussa e apre una scimmia. La sala è grande. Uomini ce ne sono, ma fra insetti, alci e tutto ciò che è vivo. Uno scoiattolo vestito di una livrea stupenda mi invita a guardare in una certa direzione e ovviamente in alto, in un tripudio di luci, ecco la divinità che sceglie di mostrarsi, nella sua infinità, col volto di un cane, che per me è la massima saggezza che per ora ho conosciuto …


Nella vastità delle religioni, legate ad un unico problema da risolvere, un uomo, in questa strana epoca, ha il dovere di ricoprire la sua carica fino alla fine del corpo e questo risulta dolorosamente inaccettabile perché rivela l'esistenza della fine … del corpo.


Anche un re può farlo, e andarsene ma, legge nella legge, gestore del potere con un velo pudico ma trasparente di amorale moralità, ormai, quasi sempre, a meno che la morte non lo colga di sorpresa, abdica e diventa il nulla …


Ma il Papa non può. Il Papa non abdica mai. Egli è anima, rappresenta l'anima, e non solo la sua.


Ne eleggeranno un altro, e nella psiche di tutti sarà subordinato a Benedetto sedicesimo. Uno curerà la burocrazia, pagherà le bollette, terrà pulita e in ordine la casa della religione, ma l'altro, ovunque si celerà, sarà enormemente presente, con quella sua ultima tappa da compiere.


Qualcuno potrebbe far paragoni con la fine più mediatica di Giovanni Paolo secondo, ma tolto il velo delle apparenze, si scoprirà che differenze, di fatto, non ce ne sono. In quel grande momento della vita si è soli, dicono ... e comunquel fatto che una telecamera ti riprenda in mondovisione mentre piegato in due dalla fatica di avere un corpo ti reggi ad un bastone che termina con una croce, non conta per chi sta finendo.


E ora un pensiero, una supposizione nutrita di profondo rispetto verso chi sta affrontando l'ultimo passo, che sia domani o fra un anno, ma lo sente prossimo in una nuova dimensione nella quale il tempo non scorre più, e tutto si fa equidistante.


Vi racconto un fatto. A un medico appena assunto in un ospedale, negli Stati Uniti, viene detto che può girare fra le corsie per iniziare a comprendere come funziona la struttura. Dopo molto vagare, è nel corridoio, e vede un uomo anziano che smania in un letto, in una stanza. È solo. Si avvicina, gli prende la mano e gli chiede “Che hai?” l'uomo si aggrappa a quella stretta con delicatezza, ma anche con quell'ardore che ha chi sente di aver trovato un orientamento. Dice “stavo camminando nel boschetto vicino a casa ...” il medico lo asseconda: “e cos'è accaduto?”


è accaduto che son uscito dal boschetto e ho attraversato tutto il prato che porta alla scuola”


quale scuola?”


la mia scuola elementare!”


e com'è questa scuola?”


è semplice, bassa, rossa.”


e adesso cosa vuoi fare”


cosa devo fare … devo entrare. Ci sono tre gradini.”


vieni, ti accompagno”


no. Ora vado da solo. Ciao”.


E si spense.



Ricordatelo, per voi e per gli altri. 
Il fatto è veramente accaduto, non è una favoletta consolatoria.
È errato quindi pensare che si è soli davanti alla morte. Ricordatelo!


E io sono stato quel medico per qualcuno. lo ricordo con affetto e ora la morte, la loro, e forse anche la mia, fa meno paura.