venerdì 11 gennaio 2013

Keith Jarrett: "The Koln concert"


Partiamo dalla più totale inconsapevolezza. Il vocabolo giusto è ignoranza, ovvero colui che ignora. Esco di rado. Mi invitano in una birreria dove posso trovare una birra che ho da poco scoperto e che mi piace molto. (Il fatto che ora racconto accadde più di dieci anni fa, non ricordo esattamente, ma lo ricordo con molta nitidezza ...). La birra si chiama Menabrea. Ora è nota, all'epoca era difficile da trovare. Ho accettato anche per non essere scortese e dire sempre no. Ricordo che era una zona vicina ad un porto. Buio, ombre di navi enormi rese indefinite dalla nebbia. Fantasmi.

Non ricordo in quanti siamo. Ci si siede, si ordina e si chiacchiera come è normale che sia. C'è musica di sottofondo. Qualcosa di così amalgamato con l'ambiente che appena lo noti quando tutti, per qualche secondo, tacciono.

Ma … ecco che poche note di pianoforte mi mettono all'erta. Penso: forse si tratta semplicemente del fascino che provo per quello strumento? no. Mi rendo conto che la musica che precedeva e che confondevo col brusio, si basava sulla percussione monotona tipica della musica commerciale. È lo stacco, la differenza ad aver acceso l'attenzione, e anche il fatto che le chiacchiere non pesano niente, non sfiorano nemmeno l'ordinario. È un inizio che comunque, altre a godere dello stacco dal brano precedente, ha un qualcosa di chiaro come un invito a concentrarsi su un tentativo. Lo sento subito, un tentativo che essendo all'inizio si offre in tutta la sua indeterminatezza, ma ugualmente dice “sto tentando … ci provo ...”. Qualcosa che dopo aver chiamato all'ascolto, tenta di prendere il volo. Ora so calcolare i tempi della mia reazione. Riascoltando il brano oggi, sono in grado di ricordare e rivivere i tempi della fioritura che ebbi e ora tenterò di riviverla in queste parole.

Allora fu una sensazione enorme. Non ero più io, ero musica.



Riprendo il ricordo: Una emozione forte mi prende e gli occhi si son fatti lucidi. Mi sono alzato geloso della mia emozione, e anche timoroso che qualcuno la vedesse. L'ipersensibilità spesso sembra ridicola. Ma chi ora non ce l'ha deve ricordare che non siamo sempre identici a quel che pensiamo di essere. Un giorno non ci scuote nulla e invece in un altro, ci ritroviamo a salutare commossi una foglia che cade dall'albero, improvvisamente consapevoli che non la vedremo più, che per lei è finita, e che quell'ultimo volo è bellissimo.

Sono uscito dal locale. La musica è anche fuori, allora rientro e mi rivolgo al cassiere che è anche il proprietario e siede proprio fra il registratore di cassa e l'impianto stereo. Gli chiedo per favore di rimettere su il brano dall'inizio. All'inizio è sorpreso. Non ho il tono e l'aspetto di chi lo chiede come un favore, ma di chi ne ha bisogno … non dice nulla. Schiaccia il tasto giusto ed esco. Ora, con la notte e la nebbia potrebbe essere più facile. Qualche macchina in lontananza e nient'altro ed ecco la chiamata al raccoglimento e le note che cercano un'ordine, come le idee nella testa di un essere umano. Al terzo minuto esatto del brano il primo salto che fino al quinto è un meditativo rarefatto che cerca di coordinarsi. Al sesto minuto è alle soglie del cuore ma non riesce ... fatica, ma non ce la fa ancora. Dopo trenta secondi ho la sensazione che ce la sta facendo ed ecco che, esattamente al minuto 6,53 spicco il volo. Ma il brano non termina col volo. Troppo semplice. Il volo non è la meta, ma il modo per raggiungerla … e poi, al minuto 7,12 si accende il sole dentro … no … sembra la sua luce, ma è il travolgente schiudersi del loto, dell'anima, del sacro.



Non è questione di lasciarsi andare. Accade tutto senza che mi accorga delle reazioni del corpo. Quando l'apice passa, e torna al volo stentato, riappaio a me stesso.

Dopo un poco sento qualcuno che mi tocca una spalla. È il proprietario che è uscito ed è appoggiato al muro di fianco a me. Mi passa la mia Menabrea che avevo lasciata al tavolo. Ora sorride comprensivo. Mi chiede: “E' la prima volta?” “Si” rispondo.

Ascoltiamo ancora un poco e poi chiedo: “Chi è?” “Keith Jarrett. Il concerto di Colonia”. Non ci guardiamo in faccia, le parole sono sparse, rade, per godersi la musica. Gli chiedo: “perché cose così nessuno te le consiglia? Se non fossi venuto stasera … e non volevo venire ...”

Non lo so” ha risposto, “anche a me ha fatto effetto. La sentivo alla radio in macchina. Erano le tre di notte … mi sono fermato”.

Arriva qualcuno, lo salutano. Il momento magico è evaporato. Ora siamo solo uomini in un pub con una birra in mano, ma per un attimo ...

E domani, quel domani di più di dieci anni fa, comperai “The Koln concert”.



La magia di quel pezzo che mi risulta essere giustamente apprezzatissimo, merita di essere approfondita.

Il mondo della musica classica, esauritosi in un certo senso con Scriabin, Rachmaninov e Mahler, passò le consegne ai direttori d'orchestra. Questa frase farà venire i capelli dritti a molti esperti, ma non li temo. Agli intellettuali spetta altro. Io parlo di arte, quindi questo scritto non li riguarda. La musica classica, esauriti i suoi compositori eccezionali, cosa poteva fare? Nulla. Trasformò in grandi star i direttori d'orchestra. Karajannis naturalizzato tedesco e noto come Karajan, Kleiber, Walter, Toscanini, eccetera. Fate caso che del novecento, esattamente da dopo la prima guerra mondiale, siete in grado di ricordare solo direttori d'orchestra. Siamo al punto; da anni ormai, dai media si viene a sapere che c'è un concerto di Muti, e cosa suona ... viene detto dopo e non sempre. Abominevole. Io amo Glenn Gould, Claudio Arrau, Arturo Benedetti Michelangeli, Artur Schnabel, per esempio. Una generazione d'interpreti che oltre ad essere delle star, spesso loro malgrado, sapevano annullarsi. Ma quanti di loro erano troppo star e producevano un gesto atletico sulla tastiera completamente staccato da qualsiasi sensibilità! Quando Michelangeli suonava una mazurka di Chopin, appariva l'anima del grande polacco, il polacco più francese che sia mai esistito …

Certi direttori d'orchestra di quella medesima generazione erano ipnotici, bravissimi, ma troppo protagonisti, troppo star. Vi confido una cosaccia che non si può dire. Il direttore d'orchestra, la sera dell'esecuzione, può starsene a casa. Lui la deve preparare, l'orchestra … è come se l'allenatore di una squadra di calcio, oltre ad allenare, scendesse regolarmente in campo. Mi ricordo che lo fece Vialli nel Chelsea. So che è un'eccezione. Se il direttore non ci fosse, forse il momento sarebbe più spirituale. Si, perché c'è tanta musica classica che, con o senza il dio di qualche religione che manifesta direttamente le sue esigenze programmatiche tramite preti e vescovi e cardinali, tanta musica classica dicevo, è spiritualità in senso laico. Non hai bisogno di sapere nulla del dio di Johann Sebastian Bach per provare un brivido immenso mentre la Messa in si minore fa vibrare l'aria! Il Beatus Vir di Monteverdi, non ha bisogno di essere tradotto per ritrovarti in macchina a canticchiarlo quando meno te lo aspetti, anche se le radio ti tamburellano roba adatta per essere digerita e … lasciamo perdere.



È evidente che se dal primo dopoguerra son diventati protagonisti i solisti e, più ancora i direttori d'orchestra, un motivo ci deve essere. E io penso che sia dovuto al fatto, da me ripetuto fino allo sfinimento, che gli intellettuali han preso il posto degli artisti. L'intellettuale è una macchina che non mira alla qualità ma all'autopromozione. Esiste quello serio che ti schiude i simboli e ti mette nelle condizioni di fruire, ma sono men che rari. Se guardate il panorama internazionale, i compositori non mancano nemmeno oggi ma, tranne qualche rarissimo nome, si tratta appunto di intellettuali che giocano a fare gli artisti. Tutto parte con Sconberg e dintorni … ed ecco che la musica, quella che ama autodefinirsi classica, si stacca dalla vita. Se la cantano, se la suonano, e si congratulano fra di loro. Il pubblico pagante deve pagare e se dimostra di non gradire è ignorante, non nel senso che ignora, ma nel senso di inferiore.

E così accadde nella poesia, nella letteratura, nella pittura. Ciarpame dal quale nella vita quotidiana ci si libera facilmente per esempio cambiando canale. Loro però continuano a campare perché università, accademie e stati, foraggiano. Si, ci sono anche gli artisti che lo stato riconosce come suoi e dai quali ama farsi rappresentare, e lo stato in questo caso equivale a dire una ristretta cerchia di politici che impongono dal basso dei loro dimostratissimi limiti. Finzioni. E accade ancor oggi. Nulla a che fare con la qualità, ovviamente.



Accade però che la musica sia l'arte più sentita. Quella che può permettersi la massima astrazione e colpire veramente all'anima. Keith Jarrett viene da un mondo della musica che è considerato settorializzato, ovviamente sempre dagli intellettuali. Si dice che parte dal jazz. Io dico che parte dalla verità. Bach e Miles Davis, possono sembrare incompatibili, due mondi distanti, e invece si tratta semplicemente di qualità e lo dimostra il fatto che lui li ama entrambi e ne fa un mondo unico. Lui improvvisa brani che non sono jazz, ma improvvisare così, gli viene dal jazz. Utilizza quindi la materia musicale senza sentire le barriere che altri hanno imposto. Non è assurdo dire che si amano col medesimo trasporto Beethoven e de Andrè proprio per questo. Si va direttamente all'anima, senza giochini intellettuali, atteggiamenti, protagonismi. L'artista, quello vero, ha fame di toccare quel momenti magici. Sa di poterli creare. Lo ha capito, e la sorpresa di questa capacità, ve lo garantisco ... è sua quanto vostra. Immagino Chopin che si guarda le mani e stupisce di quel che ha appena fatto. Lo dona a se stesso. Se siete li e sembra che lo doni anche a voi … ma è a se stesso ... Lui non deve cercarvi, ma siete voi, che, consapevoli di non poter creare quelle estasi, cercate chi le crea. L'artista, quindi non dona, ricordarlo sempre! È troppo sorpreso da se stesso per riuscire anche a donare. Può farlo solo dopo, quando il momento magico è finito, ma quel che offrirà sarà, l'immagine riflessa, non l'attimo estatico. Meglio che niente, sicuramente. E questo vale anche per Jarrett, che sale sul palco, ci prova, ma non è detto che sbocci.



Ora. La linea di musica cresciuta fuori dagli intellettualismi, è giunta con Keith Jiarrett ad alcune soluzioni notevoli. L'artista sale sul palco e improvvisa. Sappiate che l'inizio di quel primo brano che suonò a Colonia il 24 gennaio del 1975, corrisponde alla campanella che invitava il pubblico all'inizio dello spettacolo. Lui la ripete col piano, idea che gli è venuta sul momento. Una sollecitazione esterna che ti da il via e poi si lascia andare ... come quella volta che nel finale della quinta imperatore, Michelangeli davanti al papa in sala Nervi, sentì un tuono enorme. Gli rispose, col piano, lo fece genialmente suo. So che qualcuno si è lamentato che Jarrett è duro col pubblico perché vuole il silenzio totale e già un colpo di tosse lo irrita. Io lo capisco. Deve ascoltare se stesso e ripetere quel che quell'io dice. L'io interno è fragile, sensibilissimo. Basta un nulla e lo perdi e poi ti ritrovi davanti ad un pubblico, sei Keith Jarrett sì, ma ormai solo esteriormente, e puoi solo autoimitarti, perché ti sei perso.



Dopo l'esecuzione gli hanno chiesto di trascrivere il brano. Non voleva. Hanno insistito. E invece “quando esegui una improvvisazione deve finire lì”, come lui aveva tentato di dire. La vuoi risentire? Siamo nell'epoca della riproducibilità tecnica. Niente di più facile. Che sia un cd o un file, è un attimo. Ormai basta volerlo e hai tutta la musica e tutta la letteratura in un click.

Keith Jarrett, che è musica classica della migliore, nel senso che è già un classico riconosciuto dal giudice più alto che è la nostra anima, Keith Jarrett dicevo, ha seguito il percorso vivo della musica. Quando negli anni trenta finiva la classica occidentale, moriva, esattamente nel 1938, Robert Johnson. Con lui suonava Sonny Boy Williamson. Primitivi, nel senso buono del termine, come primitivo era per alcuni Giotto, ma spontanei, veri.

Vi invito ad osservare, oltre che ad ascoltare, un video su You tube. Muddy Waters: il brano è “Got my mojo”. Fatto? Bene. Quello con la fisarmonica è Sonny Boy. Suonò con Johnson ed era con lui all'ultimo concerto che fecero insieme. Ora guardatevi Sonny Boy Williamson in “nine below zero”. Vi consiglio quel filmato nel quale il presentatore di colore della tivù statunitense, lo presenta. Oltre ad ascoltarlo guardatelo bene. É una maschera antica, non recita mai come faranno quasi tutti i cantanti dal secondo dopoguerra. Gradate Robert Johnson e Muddy Waters. Non sono ne belli ne brutti. Sono veri. Sono i volti e lo stile di una tradizione, ma l'americano bianco che li guardava dalla tivù, seduto in poltrona, sentiva solo il ritmo e solo di questo s'invaghiva, ma il ritmo da solo è ben poco, quasi nulla.

Prima ho detto che non sono ne belli ne brutti, anzi, per i canoni attuali decisamente brutti … e vi chiederete cosa centra la bellezza ... ora ve lo spiego. Loro venivano dall'anima nera trapiantata con lo schiavismo negli Stati Uniti. Avevano una tradizione che si incrociò col cristianesimo bianco. Era una cultura, e non una sottocultura, come si diceva allora. Robert Johnson esce dalla fabbrica religiosa mista dei santoni degli schiavi. Cantare era invocare. Cantare poteva essere un richiamo, delle forze del bene e del male non importa, purché collaborassero. Chi sentì cantare Robert Johnson, se era nero e ne condivideva la cultura, non vedeva solo un cantante, ma un santonee ne provava anche timore reverenziale. Per i bianchi quella musica e quell'uomo, erano solo una tecnica, la sua anima non la condividevano. Se forse un poco la conoscevano, comunque la sbeffeggiavano. Le leggende sulla sua vita, sulla sua fine, fanno parte di un gioco ormai frainteso, un po' come chi dice che Elvis è vivo. E come scoprirono il blues i bianchi? Andate a leggerlo in “Storia di una maitresse Americana di Nell Kimball … sentendoli nei postriboli. In quei salottini, fra una marchetta e l'altra quella musica avanzava e iniziava a piacere. E ora pensiamo alla generazione che segue questi sacerdoti che cantano per un rituale, per uno scopo. Sono giovani, belli, e hanno arraffato i ritmi del blues perché fanno ballare, perché funzionano. E proprio in Elvis, cosa rimane di quella spiritualità? Esiste solo un parallelo possibile ma casuale. Elvis era un sex symbol e quelle canzoni dei primi bluesman avevano un alto potenziale di immaginazione erotica. Andiamo avanti e approdiamo al disastro del secondo dopoguerra. I cantanti hanno preso il mascheramento, l'essere altro da sé, come abitudine. Son retrocessi agli stregoni? Si, ma non lo sanno nemmeno. Non sanno che è la medesima cosa. Non sanno che far musica equivale a somministrare ritmo. Non sanno che il ritmo è alla base della ritualità sacra, della vita. Migliaia di persone che si fanno corpo unico, che si esaltano. Intervengono le droghe semplicemente perché questo annullamento nella massa guidata da un ritmo, diventa più rapido e totale. E infatti speso gli stregoni somministravano erbe che producevano il medesimo effetto e il rito ritmato aveva sempre uno scopo. E ora arriviamo al Top. Mike Jagger con i suoi Rolling Stones. Cantano “Sympathy for the devil” ad Altamont nel 1969. La situazione era tesa per fatti precedentemente accaduti e le autorità avevano invitato a rimandare il concerto. Ma il solista voleva cantare. Aveva un'idea della musica come pacificatrice di animi. Se riuscite, cercate di osservare il video dell'intero concerto. Si vedono i disordini, Il cantante mascherato in modo decisamente triste, il momento dell'omicidio, i drogati letteralmente sfatti e, scena notevole, il solista che va in sala di registrazione per rivedere il concerto. Questo momento è importante, perché si coglie dalla sua espressione, che non ha capito cosa possa essere accaduto e lui, così distante dall'origine della musica della quale usa i ritmi, ovviamente non ci può arrivare.

Robert Leroy Johnson


Ma Sonny Boy Williamson, Muddy Waters e Robert Johnson, non si mascheravano e la loro musica aveva un motivo d'essere preciso. Non erano strumenti di un mercato commerciale. Erano se stessi e calati in una tradizione. Mike Jagger, senza tradizione perché ancora ragazzino, si ritrova il successo e lo usa come può fare uno che basi non ne ha avute. Gioca con la musica, gioca col “diavolo” in quella canzone che farà da innesco all'omicidio, senza sapere da quale passato quei ritmi e quelle immagini, provengono. Non sa nulla di religione, stregoni, sciamani e musica come rituale.

Sonny Boy Williamson
Muddy Waters

E' la tragedia dell'ignoranza. Dai il successo a gente che non ha le basi e che pensa che la musica sia solo ballare e divertimento ed ecco che si ha la fiera dell'esteriorità. Ma la musica non è mai stata solo quello. Anzi. Spesso è stata, all'opposto, solo sacralità. Vi porto un esempio. In origine, quando Johann Sebastian Bach preparava la settimana pasquale, ogni messa era cantata e suonata. Non esisteva un pubblico. Immaginate la chiesa con i fedeli. Cantare e suonare era pregare, tutti insieme, e quella voce, diventava l'anelito della comunità verso il suo dio. Oggi, sentirla in ruolo di spettatore, in chiesa o in teatro, è comunque agire in un modo profondamente diverso da quello originario. La partecipazione nostra si abbassa di livello.

E se si pensa alla musica sensuale espressa da James Stephens nel capolavoro “La pentola dell'oro”! Il più irlandese dei romanzi del novecento ci mostra il dio Pan che arriva in Irlanda e suonando seduce. Solo i bambini non ne sono estasiati, perchè non sono ancora sessualmente sviluppati. Per il resto tutti, vecchi e giovani e animali, tutto il vivente, freme … alla sua musica.

E ora passiamo a William Butler Yeats, sempre irlandese, Nobel per la letterature nel 1923 e ascoltiamo, cantata da Branduardi, la sua poesia “Il violinista di Dooney”. Ecco la musica nel momento del raccolto, nel momento in cui la comunità contadina si raccoglie per fare i lavori insieme, e le fanciulle attendono lui. “Ecco il violinista di Dooney, vengono a danzare come le onde del mare”, bravo Yeats e bravo Branduardi. Eros trionfa al ritmo di un violino. E quel rito contadino che portava ai fidanzamenti era di tutte le campagne, a tutte le latitudini. Ecco l'universalità del linguaggio che proviene dalla terra, che ha una poesia e una musica sue che ovunque vengono comprese, ma non in città, non da chi è nato in un quartiere di Liverpool o New York, o anche solo Milano.



Io vedo questa situazione. Gli anni trenta si spengono in Europa come musica classica. Emerge un mondo che è legato alla tradizione e ad un sacro non ufficiale , negli anni venti-trenta. Non accade solo negli Usa. In Belgio, per esempio, nel 1910 nasce Django Reinhardt. Zingaro sinti; ascoltate la sua “Minor Swing”. Ascoltate anche la musica Klezmer equel che l'ebraismo ha dato alla musica! E caricate l'anima di energia ! ... e su Berio, Cage e simili procediamo col rendere operativo l'oblio immediato che si son guadagnati in quanto intellettuali che si mascherano da artisti.

Django Reinhardt

E Keith Jarrett … dimenticavo, ho scritto di lui questa sera perché trovo giusto che si sappia che è stata recuperata una registrazione del 1979 fatta a Tokio con Jan Garbek, Palle Danielsson e Jon Christensen. È stata pubblicata nel 2012 e immediatamente è stata considerata un capolavoro. L'ha ritrovata in archivio il dirigente della casa discografica EPM. Ne è rimasto colpito, l'ha inviata a Jarrett che ha riconosciuto la sua qualità e ha acconsentito alla pubblicazione. Si chiama “Sleeper in Tokyo”.

Sax, basso, percussioni e tastiera. Ne vale la pena.



Ricordate comunque che come tutta la grande musica, non fa solo fremere il corpo … va oltre. La musica classica europea, fattasi troppo intellettuale, troppo pensata e quindi laica, cede il passo a chi intende leggersi dentro con un talento e una sincerità decenti. Nessuna differenza nel metodo con i grandi di sempre, nessuna differenza nella qualità della grandezza.



ciao ...

...

buongiorno. riapro il post perchè ho qualcos'altro da aggiungere che forse rende più chiara la mia posizione verso la musica del novecento che è indubbiamente discutibile.

dopo gli anni venti trenta del novecento la cultura occidentale ha prodotto ancora qualcosa di buono. per esempio amo l'opera di Giya Kancheli, ma oltre lui e qualche pezzo rarissimo di altri, accade che trovi si qualcosa di interessante, ma mai appassionante. Keith Jarrett lo ascolto spesso, e questo mi capita con lo studio op. 8 n. 12 di Skriabin, con la Kreisleriana di Schumann per esempio ma, sempre per esempio, Already it is dusk" di HendrYk Gorecki, che stimo, lo ascolterò forse una volta ogni due anni ... il Requiem Polacco e il Dies Irae di Krysztof Penderecki, li ritengo validi, e anche il suo Te Deum, ma li ascolto assai di rado. perchè? valgono ma non mi attirano. troppo mentali, spesso talmente potenti da rasentare il rumore, che non è musica, e il ritmo, quella base che fa fiorire la vogliua di ri sentire, quasi non c'è ... la musica solo per la mente, la costruzione troppo intelligente, intellettuale, non dura in noi.
lo dimostra la "Misa Criolla" del 1964 di Ariel Ramierez (Argentina). la sento invece anche in macchina! Spesso gli strumenti popolari, per esempio in questo caso quelli andini, e i ritmi decisamente folk, vengono visti dai puristi come qualcosa di grezzo. a me non interessa. si nutrono anima e corpo, le dita tambureggiano sul volante, spesso canticchio! fate caso che Glenn gould e Keith Jarrett, spesso non si rendono conto che con nla voce ripetono il tema che stanno eseguendo. ci sta. si son lasciati andare, ci guidano in alto. tutto si perdona a chi ci guida oltre alla terrestrità, oltre al quotidiano.

E ora un altro esempio.
Mi invitano ad un concerto. suona Li Biao, virtuoso della marimba.
quando inizia col concerto per marimba e orchestra d'archi di Ney Rosauro (vivente, nate nel 1952), dopo il primo stupore curioso per l'abilità mostrata e per l'inusuale strumento, mi sono accorto che la gente era distratta. il brano non "prendeva". alla fine grandi applausi per il virtuosismo .. ed ecco che Li Biao, in inglese, avverte che ora suonerà un brano composto dieci anni fa, per un amico che era deceduto. silenzio in sala. l'anima si stacca immediatamente dalle poltrone e dai palchi e vola. vedo occhi lucidi, commozione. Li Biao è andato oltre al virtuosismo. momento stupendo.

quel che ora si cerca è il momento nel quale un buon concertista, inventa. accade di rado. una volta ogni tanto, ma è quello il frutto desiderato. Il jazz che improvvisava ed era puro istinto. la musica classica che calcolava tutto chiusa in una sytanza, scrivendolo su uno spartito ... immaginate uno Scriabin che col suo pianoforte ci dona non la composizione, che sarebbe un ripetere, ma il momento nel quale l'idea nasce! è il massimo che si possa desiderare. ora può accadere e, oltre il resto, l'ascolto può essere staccato da quel momento magico. ovviamente chi fu presente a colonia quel giorno, godette più di me che ascolto la registrazione ma, poter sentire e risentire proprio quando l'idea nasce ... è sicuramente più toccante che sentire quel che un pianista anche geniale prepare andando al piano in sala d'incisione esattamente come si va a fare un lavoro qualsiasi. l'arte non è invece così. esiste il momento giusto. bisogna saperlo cogliere. la leggenda di Vivaldi che lascia l'altare proprio poco prima dell'elevazione per scrivere alcuni accordi, è esemplare. lui, prete, fu criticato, ma se avesse atteso la fine della funzione, nella sua mente sarebbe rimasto non l'accordo geniale, ma la sua ombra, il suo ricordo ...

Uno dei primi a comprendere il potere della sala d'incisione, per arrivare a produrre l'esecuzione migliore, fu Glenn Gould. ci andava quando se la sentiva e suonava quel che voleva. una sonata non veniva consegnata intera, così come l'aveva eseguita, ma scomposta nei suoi tre movimenti e poteva accadere che il primo fosse dell'anno precedente, il secondo di due mesi fa e il terzo di ieri. si tenevano le tracce migliori e il risultato per l'ascoltatore era il migliore possibile. Lui, un interprete, l'aveva capito. per questo chiuse coi concerti. suonava e registrava quando era ispirato.
Ora si desidera questo dalla grande musica: iil momento dell'ispirazione direttamente visto e vissuto dal pubblico. lo si conserverà pio registrato e sarà bello risentirlo. l'intellettualità che tutto vuol dominare e regolare è stata messa in un angolino. La creatività pura, ha creato la situazione nella quale può liberarsi senza limiti. trascrivere poi in uno spartito per farlo ri eseguire da altri? Non ha più senso. abbiamo il momento magico ... non esiste di meglio.






martedì 8 gennaio 2013

Saint Exupery: "Terra degli uomini" (parte terza)



Osserviamo questa immagine. Di solito è legata al capitolo terzo. Nel secondo Saint Exupery ci racconta dell'aereo guasto e di lui che tenta di ripararlo. Sappiamo che il fatto è accaduto “sei anni fa” quindi, tenendo conto che la favola fu pubblicata, nel 1943, si può ipotizzare che nel 1937 o poco prima, in pieno deserto, egli abbia “incontrato” il Piccolo Principe.

Torniamo ora all'immagine. Essa non corrisponde al terzo capitolo e nemmeno al secondo. Qui abbiamo un paesaggio ben diverso dal deserto. Sembrerebbe, così, ad un primo impatto, una alta scogliera con sotto il mare, ma a osservare meglio, di mare non si tratta.

Nel volume “Terra degli Uomini” troviamo la risposta e penso di non poter fare di meglio che riportare il brano per intero.
1) “Di tratto in tratto, lungo la costa del Sahara, tra Cap Juby e Cisneros, si sorvolano altipiani di forma tronco-conica, d'una larghezza che varia da poche centinaia di passi a una trentina di chilometri. L'altezza, notevolmente uniforme, è di trecento metri. Ma oltre a questa parità di livello, essi presentano le stesse colorazioni, la stessa grana del suolo, la stessa sagomatura del dirupo. Come le colonne di un tempio rimaste sole in piedi e affioranti sulle sabbie, mostrano ancora le vestigia dell'intavolato crollato, così quei pilastri solitari sono la testimonianza d'un vasto altipiano che un tempo li univa.
Durante i primi anni della linea Casablanca Dakar, in un'epoca in cui il materiale era fragile, i guasti, le ricerche, i salvataggi, ci costrinsero spesso ad atterrare in territorio ribelle. Ora, la sabbia inganna: si crede sia solida, e si affonda. Dal canto loro, le saline abbandonate, che sembrano provviste d'una rigidità d'asfalto e che danno un suono duro sotto il tacco, talvolta cedono sotto il peso delle ruote, e allora la bianca crosta di sale si squarcia sul fetore di una palude nera. Perciò, quando le circostanze lo consentivano, noi sceglievamo le superfici lisce di quei pianori: non nascondevano mai insidie.
Questa garanzia derivava dalla presenza di una rena resistente, dai granelli di sabbia pesanti. Era un cumulo enorme di conchiglie minuscole. Ancora intatte alla superficie del pianoro, a mano a mano che si scendeva lungo un canalone si scopriva che esse si sminuzzavano ed agglomeravano sempre più. Nel deposito più antico, alla base del massiccio, costituivano già un puro calcare.
Ora, al tempo in cui Reine e Serre, compagni catturati dai ribelli erano prigionieri, accadde che, avendo atterrato sopra uno di quei campi di fortuna per scaricare un messaggero mauro, cercai insieme con lui, prima di lasciarlo, se c'era una via dalla quale potesse scendere. Ma la nostra terrazza, in tutte le direzioni, finiva in un dirupo che cadeva verticale nell'abisso, con pieghe da panneggio. Non vi era evasione possibile.
Tuttavia, prima di decollare per andare a cercare altrove un altro campo, indugiai qui. Provavo un piacere forse puerile per il fatto di lasciare l'orma dei miei passi su un suolo che ancora nessuno, ne animale ne uomo, aveva contaminato. Nessun mauro avrebbe potuto lanciarsi all'assalto di quella roccaforte. Nessun europeo aveva mai esplorato quel territorio. Misuravo col passo una sabbia infinitamente vergine. Ero il primo a far scorrere da una mano all'altra, come oro prezioso, quella polvere di conchiglie. Il primo a turbare quel silenzio. Su quella specie di banchisa polare che, da un tempo immemorabile, non aveva formato un sol filo d'erba, ero io, come un seme portato dal vento, la prima testimonianza della vita.
Splendeva già una stella e la contemplai. Riflettei che quella superficie bianca era rimasta esposta solo agli astri da centinaia di migliaia di anni. Una tovaglia immacolata stesa sotto un cielo puro. E provai un tuffo al cuore, come alle soglie di una rivelazione, nello scoprire su quella tovaglia, a quindici o venti metri da me, un ciottolo nero.
Io avevo sotto i piedi uno spessore di trecento metri di conchiglie. Lo strato enorme negava tutto intero, come una prova perentoria, la possibilità della presenza di una pietra. Forse nelle profondità sotterranee dormivano delle selci, nate dalle lente digestioni del globo; ma qual miracolo avrebbe potuto farne una fino a quella superficie troppo nuova? Col cuore che batteva, raccolsi dunque la mia scoperta: un ciottolo duro, nero, grosso come un pugno, pesante come metallo e colato a forma di lacrima.
Una tovaglia stesa sotto un melo non può ricevere che mele, una tovaglia stesa sotto le stelle, non può ricevere che polvere di stelle: mai un meteorite aveva indicato con altrettanta evidenza la propria origine.
Fu del tutto naturale che, nell'alzare la testa, io pensassi che altri frutti dovevano essere caduti, dall'alto del melo celeste. Li avrei trovati nel punto stesso della loro caduta, poiché, da centinaia di migliaia di anni, niente aveva potuto spostarli, e non si confondevano affatto con altri materiali.
Partii subito in esplorazione, per cercare conferma alla mia ipotesi.
Fu confermata. Feci collezione delle mie scoperte, al ritmo di circa una pietra per ettaro. Sempre quell'aspetto di lava intrisa, sempre quella durezza di diamante nero. …....
…. Veramente meraviglioso era il fatto che la, in piedi sulla schiena rotonda del pianeta, tra quel lenzuolo calamitato e quelle stelle, ci fosse una coscienza d'uomo, in cui tale pioggia potesse rispecchiarsi. Su uno strato di minerali un sogno è un miracolo. E ricordo un sogno...”

Penso che non ci sia niente da dire. Il luogo è quello. L'altipiano, tre meteoriti più scuri e … un quarto “meteorite”, questa volta vivente, venuto da quel medesimo cielo. Il Piccolo Principe è puro, ci dice il serpente, e la purezza consiste nel fatto che è approdato secondo la fantasia originaria dell'autore, su quell'altipiano. È, come i meteoriti, incontaminato, nel senso che è puro nel confronto della terrestrità.
L'altipiano riappare nel disegno che appartiene al capitolo XXIV. In questo caso siamo certi della collocazione perché, come potete vedere qui sotto, c'è il pozzo che appartiene al brano.


Penso si possa affermare che in due momenti Saint Exupery abbia allentato il controllo razionale su quanto stava trascrivendo dalla sua immaginazione. A differenza dei sogni, che non sentono la necessità di essere coerenti, per esempio nel passaggio da una scena all'altra, la scrittura presuppone un intervento che non si limita appunto a trascrivere, ma mette anche ordine, nel senso che tenta di rendere tutto coerente.
Facciamo due esempi semplici. Se improvvisamente i Piccoli Principi diventassero due con l'unica differenza che uno è vestito di chiaro e l'altro di scuro, apparizione non spiegata, ma improvvisa e accettata come normale, noi lettori non esiteremmo a percepire una incoerenza che porta a un senso di fastidio. Nel sogno, se accade lo si accetta.
Se il Piccolo Principe improvvisamente, camminasse in una metropoli, quando nella scena precedente, lo si è visto nel deserto, di nuovo si avrebbe un senso di fastidio dovuto alla mancanza di gradualità del salto avvenuto.

Ebbene, in due punti, la discrepanza fra il narrato e il disegnato, può permettere di dedurre che i due disegni rappresentano una prova diciamo archeologica della situazione originaria che per forza di cose per la scrittura si è dovuto elaborare. Saint Exupery era su quell'altipiano e quella sensazione meravigliosa di essere il primo vivente che ci cammina, sommato agli aeroliti di indubbia provenienza non terrestre, e ad un senso di purezza notevole,hanno innescato questa celebre fantasia.
Si comprende anche che ha dovuto far accadere l'incontro e il vissuto col Piccolo Principe, nel deserto, diciamo al piano terra, in quel deserto che tutti conosciamo, poiché dovrà incontrare la serpe, la volpe, il bigliettaio, il mercante che vende pastiglie per la sete, un muro, il roseto eccetera.

Si noti come nel secondo disegno, quello col pozzo, si abbia la sensazione che l'altipiano sia enorme, oppure, come racconta Saint Exupery in “Terra degli uomini”, che ve ne siano più dì uno. La descrizione corrisponde sempre al pezzo sopra riportato e sempre, si noti, ci son pietre sull'altipiano.
Quando accadde il fatto? E dove? Sappiamo che era “lungo la costa del Sahara tra Cap Juby e Cisneros” e mi risulta che l'autore percorse quella tratta subito dopo il 1926, ma non so per quanto tempo. “Terra degli uomini” fu pubblicato nel del 1939 e la favola nel 1943. Si vede come il tempo per rendere razionale quel sogno, non è mancato.
Come si spiega allora che l'irrazionalità rimane evidente nell'immagine e l'autore non sente la necessità di “correggere”?
Secondo me il motivo è legato ai generi artistici. Lui ha immaginato quelle scene. Scriverle è un passaggio successivo, più distante. Riprodurre un'immagine mentale in immagine visibile è una cosa, riprodurre un'immagine in parole un'altra, e la seconda per forza di cose è meno fedele all'originale. Saint Exupery, non cercando il medesimo livello di coerenza nelle figure dimostra di non essersene accorto? È possibile. Lui parte dal sogno, noi dal testo sia scritto che visibile. Per lui la somma di scritto e immagini si rapporta con una realtà interna, per noi con qualcosa di esterno da scoprire. Le immagini, ad una prima lettura non mostrano il diverso legame col sogno, è rileggendo e rileggendo che si “sente” il salto e poi, se si “inciampa” in qualche altro libro suo, si inizia a “sentire” di più.

Veniamo ora al simbolo della forza. Se ri pensiamo al “Sogno di Scipione” di Raffaello, presente nel post precedente e alla fine di questo, ci rendiamo immediatamente conto che il Piccolo Principe è la sensibilità, il lato destro del quadro, e che la spada, che per l'oggi abbiamo immaginato come pistola, si fa aereo. Una conferma di questa lettura la si può trarre sempre da “Terra degli uomini”. Eccone qualche assaggio:

2) A proposito di un collega aviatore giunto sano e salvo dopo un volo difficile e che se ne stava placidamente seduto a mensa come se nulla fosse accaduto: “... sotto la scorza ruvida s'intravvedeva l'angelo che ha sconfitto il drago.”

3) Prima di partire in volo in un giorno di pioggia: “Ero un guerriero in pericolo”
(non si pensi che questa frase contenga un'esaltazione malata come quella che fa dire al tifoso che i suoi calciatori sono degli eroi … si deve tener conto che all'epoca, per esempio: “... col cattivo tempo, a bordo dei velivoli scoperti, ci si sporgeva fuori del parabrezza per vedere meglio ...”

4) “...avrebbe affrontato tre ore dopo, tra i lampi, il drago dell'Hospitalet, e che quattro ore dopo, avendolo sconfitto, avrebbe deciso con completa libertà, investito di pieni poteri, l'aggiramento dal mare o l'assalto diretto ai massicci di Alcoy; colui che avrebbe negoziato da pari a pari con l'uragano, la montagna, l'oceano.”

e ora un brano più lungo:
5) “Così Mermoz, sorvolando per la prima volta l'Atlantico meridionale in idrovolante, affrontò, sul calar del giorno,” la zona del barattolo della pece”. Vide, dinnanzi a sé, le code dei cicloni chiudersi di minuto in minuto, come quando si vede innalzare un muro, e poi la notte stendersi stabilmente su quegli apprestamenti e celarli. Un'ora dopo, insinuatosi sotto le nubi, egli sfociava in un regno fantastico.
Vi sorgevano trombe marine ammassate e in apparenza immobili, come pilastri neri di un tempio. Rigonfie alle due estremità, sostenevano la volta cupa e bassa dell'uragano; ma lame di luce cadevano dagli squarci della volta e i raggi della luna piena piovevano, tra i pilastri, sui lastroni freddi del mare. Attraverso quei ruderi deserti, Mermoz seguì la rotta obliquando dall'uno all'altro canale di luce, aggirando i pilastri giganteschi in cui ruggiva indubbiamente il moto ascensionale del mare; per quattro ore procedette, lungo le colate della luna, verso l'uscita del tempio. Ed era uno spettacolo così sbalorditivo che Mermoz, oltrepassato “il barattolo di pece” , si accorse di non aver avuto paura.”

Fine del brano. Vi devo una spiegazione: “il barattolo di pece” , nel linguaggio dei piloti francesi, indicava “la zona delle bonacce equatoriali”.
Dopo questa spiegazione veniamo all'analisi.

Siamo evidentemente alle soglie del divino. Il tempio è composto dalle forze della natura che esprimono qui tutta la loro potenza. Dal brano 4 scopriamo che il pilota è “in piena libertà, investito di pieni poteri”. Questo vuol dire che i contatti con le stazioni di terra non ci sono o sono inutili. Le decisioni le prende il pilota, direi d'istinto.
L'affascinante potenza della natura è lì e non basta certo, per giustificare quell'incontro, la posta caricata in stiva e che deve arrivare a a Buenos Aires.
Domandiamocelo: perché il pilota accetta quei rischi! Perché hanno il fascino del sublime, e il sublime, da secoli si tenta di definirlo. In questo caso la vedo così. Si fa parte della grandiosità. Si può anche soccombere, morire, ma la partecipazione a quello spettacolo che anticipa il divino, che lo prepara, l'ingresso in quel tempio di turbini, mare arrabbiato, colate di luna, non porta alla paura, ma ad una sintonia superiore immensa e irrinunciabile per chi almeno una volta l'ha provata.

Leggiamo ora un brano che ci fa vedere il perché della scelta fra una vita normale e quella ardita del pilota:
(Il pilota, Saint Exupery in persona, sta raggiungendo l'aeroporto ed è su un vecchio autobus in mezzo ad altre persone).
6) “ Mi guardavo attorno: nell'ombra brillavano punti luminosi, sigarette che punteggiavano pensieri. Gli umili pensieri di passacarte invecchiati. A quanti di noi questi compagni avevano fatto da ultimo corteo?
Coglievo anche certe confidenze scambiate a bassa voce. Volgevano tutte su malattie, denaro, tristi cure domestiche. Facevano vedere i muri dell'opaca prigione in cui quegli uomini s'erano rinchiusi. E mi apparve d'improvviso il volto del destino. Vecchio burocrate, compagno mio qui presente, nessuno ti ha mai fatto evadere e non sei per niente responsabile. Ti sei costruito la pace, a furia di accecare col cemento, come fanno le termiti, tutti gli spiragli aperti alla luce. Ti sei raggomitolato nella tua sicurezza borghese, nel giro delle tue occupazioni abitudinarie, nei riti soffocanti della tua vita di provincia: contro i venti, le maree e le stelle, hai innalzato questo umile bastione. Non vuoi darti pensiero dei grandi problemi, hai già penato abbastanza a scordare la tua condizione d'uomo. Non ti senti abitatore d'un pianeta errante, non ti poni mai le domande senza risposta: sei un piccolo borghese di Tolosa. Nessuno ti ha afferrato per le spalle quando era ancora tempo. Adesso, la creta di cui sei composto si è seccata, si è indurita, e nessuno potrebbe ormai ridestare in te il musicista addormentato; o il poeta, l'astronomo che forse c'era all'inizio.
Non mi lagno più delle raffiche di pioggia. La magia del mestiere mi apre un mondo in cui, tra meno di due ore, affronterò i draghi neri e i crinali incoronati da una chioma di fulmini azzurri; un mondo in cui, a notte, liberato, io leggo negli astri il mio cammino.”

Si noti poi che quello del pilota non è eroismo. Del suo passaggio nel tempio della tempesta come dal brano 5, non rimane nulla nella storia degli uomini. Si tratta di una immensa esperienza individuale. Ne è un esempio il brano 2 nel quale i novellini chiedono com'è andato il volo al pilota maturo, d'esperienza. Questo, seduto a mensa, prima non sente, perché è “preso” dai suoi pensieri e poi risponde con una risata. E quella è l'unica risposta possibile per quanto è incomunicabile e che Saint Exupery ha cercato di rendere palpabile nel brano 5 e non solo. La magia, il sublime, spesso non sono terribili, passibili di morte se non in quello stadio che li introduce. Un altro esempio di sublime consiste nell'uscire da una tempesta salendo oltre le nuvole; equivale ad entrare in un mondo fiabesco con una tranquillità quasi perfetta, sotto le nuvole d'argento e una luna magnifica che brilla. E questa esperienza è descritta in “Volo di notte”.

Torniamo al simbolo della spada che rappresenta la forza ne “Il sogno di Scipione” di Raffaello.
È evidente che quella forza non è la medesima. Quella del quadro che si attua appunto con la spada, deve realizzare un ordine civile, è rivolta verso una collettività da “addomesticare”. La forza espressa dalla personalità di Saint Exupery e dai suoi colleghi aviatori è invece profondamente individuale, quasi primitiva, originaria e questa contrazione, questo ritorno a sé, ha una sua ragione profonda. Si ricordi che gli dei in origine rappresentavano le forze della natura. Thor, il dio nordico che anticamente si chiamava Thunor, rappresentava il tuono. E il nome stesso, di più quello antico, ne rappresenta anche il suono. Zeus era la saetta, e in quella zeta e nel sibilo della esse finale ancora un poco, se ci pensiamo bene, ne sentiamo il sibilo.

Ora è il caso di domandarsi perché in quell'epoca, i primi del novecento, c'è stata gente che ha preferito quell'incontro rischiosissimo col sublime, alla vita quotidiana …
il brano 6 ce lo spiega. Qualcuno aveva già capito che il sistema di vita della società industriale, rendeva minimo il ruolo del singolo. Saint Exupery ci fa anche comprendere che la stragrande maggioranza era condannata a quella vita mediocre perché mai aveva “assaggiato” quelle sensazioni sublimi che oltre il resto, trovandosi oltre la paura, erano difficili da trovare.

E ora ragioniamo sull'epoca, il novecento .... Nel giro di poco una guerra mondiale, poi un periodo che non fu pace con l'avvento di tante dittature nere e rosse, e il crollo delle borse, e poi, un'altra guerra.
Quando Saint Exupery fa la sua prima esperienza del sublime, ha appena dodici anni. Il primo volo. Immaginate la paura del ragazzino che nel 1912, su un trabiccolo di carta e legno si stacca dal suolo insieme ad un “eroe” del volo. Prima la grande paura, la grande agitazione, e poi la fascinazione della quale si avrà, da quel momento, una sete inesauribile. E poi arriva la guerra che dissolve quel mondo. Cosa gli resta? Il ricordo di infanzia e adolescenza e quel volo. A quello, l'unico ripetibile dei due tesori, si aggrappa, per non essere risucchiato dalla mediocrità. Avrà incidenti, sarà considerato inabile al volo, ma non mirerà all'altro. Senza quel contatto col sublime non sa più stare, e ogni volo, si badi bene, ne è in fondo solo la possibilità. Molte volte sarà una cosa noiosa e piana che unisce due aeroporti e in più la tecnologia che ha migliorato sempre di più i velivoli, rende sempre più difficile che si crei quella situazione perfetta nella quale, isolato dall'umanità, senza alcun contatto, è libero di decidere la rotta per aggirare il tempio delle intemperie o il drago in forma di montagna. I voli poi si innalzeranno di quota e il drago non esisterà più, ma lui continuerà, fino alla fine, fin quando l'aereo cadrà e di lui non si saprà più nulla.
Questa fuga dalla vita quotidiana dell'epoca non deve sembrarci strana o malata. Aveva raggiunto sensazioni potenti, era arrivato varie volte all'anticamera del divino e non gli poteva bastare più la vita semplice, quella del “passacarte”, del borghese.

Ora ampliamo l'orizzonte. Pensiamo un attimo alla prima guerra mondiale. Uomini mandati al macello. Lo sappiamo. Coloro che furono sradicati dalla loro mediocrità ebbero ovviamente paura, ma coloro che poco più che adolescenti partirono, cosa trovarono? Le sigarette venivano “spalmate” di cocaina e il “cordiale “ non mancava mai. Si andava all'assalto in condizioni di esaltazione artificiale e ubriachezza, quasi ridicoli, ma era la loro esperienza, la loro esaltazione, il loro banale sublime. Uccidere era potenza. Sopravvivere segno della sorte. Finì la guerra. Tornarono, e le sigarette civili che erano normali, non calmavano l'astinenza nemmeno se ne fumavi mille al giorno. E poi c'era l'alcol che al fronte bastava chiederlo, ma qui si pagava. E la nuova vita, la vita civile cos'era? Un incubo di astinenza, senza gratificazioni di potenza, prove della sorte amica, sfide al limite del folle o del ridicolo con i compagni. L'ordine della società a loro non bastava, come poteva bastare! Se no avevano altra esperienza che alcol droga e guerra. Ed ecco che le dittature li trasformano nei loro “bravi”, nei loro “lanzichenecchi”. Chiedono la continuità dell'unica esperienza che hanno vissuto e che sanno vivere e l'otterranno. Ma, poi, una volta che la dittatura si instaura, rimane spazio solo per le bravate, per l'olio di ricino per qualche furbetto che non obbedisce e goliardate col manganello. Serve dell'altro. Quando il dittatore parla di “rivoluzione permanente” spera di chetarli con parole che mascherano una situazione tornata effettivamente borghese. Deve allora rinverdire il sogno dell'impero e disturbare l'Africa per placarli, ma non basta. Ed ecco che arriva l'ultima guerra, la seconda, e quella generazione che aveva circa diciott'anni nel 1915, se è sopravvissuta avrà cinquantanni nel secondo dopoguerra. Quella vita … una mostruosità. Pensiamoci. Saint Exupery nacque nel 1900. Cosa avrebbe fatto nel 1946, con aerei che volano “al di là delle nuvole” in modo noioso e costante, orfano di un infanzia da favola e di un brivido immenso, di un sublime ormai estinto? Non gli sarebbe rimasto che l'inaccettabile mediocrità.
Il dio dei fulmini e delle tempeste lo sapeva. Lo ebbe come compagno fra le nuvole, lo stimò e gli fece dono di quella fine che a noi sembra una disgrazia.

Niente fu più maledetto del nascere all'inizio del ventesimo secolo, e a Saint Exupery toccò questa croce.

Ho parlato di due disegni che rivelano la dimensione del sogno, il momento della nascita della sua bella favola. Il primo deve la sua origine alla forte suggestione nata sull'altipiano del brano 6, quello dei meteoriti, l'altro, quello del Piccolo principe vicino al pozzo, da un ricordo che è tenero e ricorrente nell'Autore. Nel capitolo XXIV della favola, dove appunto il disegno del pozzo si trova, scatta il ricordo della magica casa dell'infanzia. Anche in “Terra degli uomini” troviamo quella casa e la situazione è per molti aspetti identica. Aereo rotto, solitudine, steso ad osservare le stelle e:

7) “ eppure scoprii d'essere colmo di sogni. Vennero a me senza rumore, come acqua pura, e sulle prime non capii quale fosse la dolcezza che m'invadeva. Non si trattò affatto di voci, d'immagini, ma del sentimento d'una presenza, di un'amicizia vicinissima, già quasi indovinata. Poi compresi e, ad occhi chiusi, mi abbandonai agli incantesimi della memoria.”

A questo punto il mio cuore di lettore ebbe un sobbalzo simile ma maggiore di quello che provai quella volta che trovai quel brano nel quale Guareschi raccontò, come gli nacque l'idea di don Camillo, ho pensato, e credo di non essere stato l'unico, ecco che ora viene il momento dell'invenzione della celebre favola … e invece appare la casa dell'infanzia. Scopriamo così che in Saint Exupery è quel ricordo che costantemente affiora, è quell'atmosfera, e solo la situazione decisamente magica dell'altipiano e dei meteoriti, quella situazione unica, talmente particolare da poter affermare da essere già dentro ad una favola, è riuscita ad allontanare la casa dell'infanzia e a darci “Il Piccolo Principe”, … che della casa dell'infanzia, mantiene comunque tutto il sapore. Non la casa, ma il bambino che la abitava, proiettato fra la purezza delle stelle. “...i sogni. Vennero a me senza rumore, come acqua pura.” Alcune traduzioni al posto di “acqua pura” mettono “acqua di fonte”. Io ho preferito rendere più esplicita quella purezza. Anche nel brano dell'altipiano (brano 1), che viene definito “tovaglia immacolata stesa sotto un cielo puro”, si vede che è davanti ad una sensazione percepita appunto come pulita, immacolata, pura, che scatta in lui il ricordo ed è sempre quello della casa dell'infanzia.

Veniamo ora al capitolo XV della favola. Il Piccolo Principe visita il sesto pianeta e incontra il geografo. Ebbene, scopriremo che ne esiste uno anche in “Terra degli uomini”. Saint Exupery ha appena ricevuto il suo primo incarico di volo e va dall'amico più esperto per studiare la rotta:
“Ma che strana lezione di geografia mi fu impartita! Guillaumet non stava insegnandomi la Spagna; me ne faceva un'amica. Non mi parlava né di idrografia, né di popolazioni, né di bestiame. Non mi parlava di Cadice, bensì di tre aranci che, presso Cadice, sono in bordo a un campo: “diffidane, segnateli sulla carta...”. Ed i tre aranci ormai vi occupavano più posto della Sierra Nevada. Non mi parlava di Lorca, ma di una semplice fattoria nei pressi di Lorca. Di una fattoria viva. Del fattore. Di sua moglie. E perduti nello spazio, a millecinquecento chilometri da noi, quei due assumevano un'importanza smisurata. In buona posizione sulla pendice del loro monte, simili ai guardiani di un faro, erano pronti, sotto le loro stelle, a recare soccorso ...”
penso non sia necessario trascrivere tutto il brano. Già si sente il profumo del dialogo della favola che, trasfigurata l'esperienza vera, con poche parole, quotidiane, semplici, quasi perfette si fa lezione eterna.
Nel post precedente, ho accennato al fatto che la “ragazza ideale”, quell'adolescente eternamente amata prima che la casa d'infanzia sparisse definitivamente, è rintracciabile in “Terra degli uomini”.
Essa è addirittura doppia, rappresentata da due sorelle e penso che questo sdoppiamento sia fittizio per allontanare la sensazione di un possibile idillio. Lui è l'aviatore ormai trentenne, loro oscillanti fra infanzia e adolescenza, due lolite. Quell'essere selvatiche, profondamente naturali, lo trovo meraviglioso. Il capitolo si chiama Oasi, è il quinto. Il fatto si svolge presso Concordia, in Argentina e accade sempre come conseguenza di una rottura del velivolo. Sembra un racconto a sé e come tale può essere letto. I collegamenti con la casa d'infanzia ci sono, per esempio, nel ricordare che quando veniva un ospite, le sorelle gli davano un voto. Si poteva sentire improvvisamente forte un “sei!” che solo loro avrebbero compreso. Ora lui è seduto, è lui l'ospite e teme quel voto. Ma è tornando ragazzo che riesce ad il comportamento giusto e se riesce ad averlo è perché in fondo, dentro, lo è. Si sente che è profondamente e inevitabilmente attirato da quel mondo perché per alcuni aspetti ripete la situazione dell'infanzia. Se la metamorfosi da ospite che deve dormire li una notte, in ragazzino ha funzionato, non lo sapremo mai. Io penso di si e che in quella notte qualcosa sia accaduto. Non pensate per favore solo al sesso. Esiste anche dell'altro. Per esempio uscire scalzi nella notte e scalare un albero per vedere i nidi, oppure, se a trent'anni si è persa l'agilità, ci sta un bagno nel lago o qualche tiro di fionda …
E penso che qualcosa sia accaduto perché la fine del capitolo è un grido di rabbia. Una gelosia atemporale verso una dimensione, l'adolescenza di lei, che il tempo ovviamente porterà via. Una magia nella quale lui, Saint Exupery è bloccato per sempre e quindi rimpiange chi ne esce e si fa adulto.
Da questo capitolo si coglie la sua passione per le adolescenti esattamente come accadde a Humbert Humbert in “Lolita”. La differenza è che Saint Exupery non deve passare per l'abiezione per brillare. In “Lolita” ci serve la lettura di più di mezzo romanzo per iniziare a “tifare” per colui che all'inizio sembrava un mostro, e si “tifa” per lui sorpresi di noi stessi. Ma è inevitabile, perché chi ama ha sempre la nostra alleanza al di la del bene, del male, che son soggettivi, e delle età e delle caste. Nel bel romanzo di Nabokov solo nel primo capitolo “sentiamo “l'adolescente per sempre bloccato. In Saint Exupery, l'adolescente è sempre presente, non ci lascia mai e quel “ragazzo” ora che è solo anima nelle sue opere e non lo vediamo o maturo o vecchio, torna totalmente ragazzino … e per sempre. È per questo motivo che mai ritrae se stesso nella favola. E nemmeno l'aereo, che guidarlo è roba da adulti. È la sua anima che si relaziona col Piccolo Principe, e quelle anime sono coetanee.

Esiste un altra scena stupenda nel libro. Si trova nel capitolo sei, intitolato “il deserto”, al paragrafo 4. siamo sempre a Juby e Cisneros. Ogni tanto qualche mauro veniva portato in Francia per fargli fare un bel giretto e … accadde in Savoia, che questi si siano fermati incantati davanti a una cascata. Non volevano venire via... :
“Andiamo via! Diceva la guida.
Ma non si muovevano.
“Lasciaci ancora...”
Tacevano muti, con gravità, allo svolgersi di quel mistero enorme. Ciò che in tal modo sgorgava dal ventre del monte, era la vita, era lo stesso sangue degli uomini. Un solo secondo di quella portata d'acqua avrebbe risuscitato intere carovane che, ubriache di sete, erano affondate per sempre nell'infinito dei laghi di sale e dei miraggi. Qui si manifestava Dio: non si poteva voltargli le spalle. Dio apriva le sue cateratte e mostrava la sua potenza: i tre mauri restavano immobili:
“Che altro volete ancora? Venite...”
“Bisogna aspettare.”
“aspettare che?”
“La fine”.
Volevano aspettare il momento in cui Dio si sarebbe stancato della propria follia. Fa presto a pentirsi, è avaro.
“Ma quest'acqua scorre da mille anni! ...”
Perciò questa sera non si soffermano a parlare della cascata. Val meglio passare sotto silenzio certi miracoli. Val meglio addirittura non stare troppo a pensarci, se no non si capisce più niente.
Se no si dubita di dio...”

Fine del brano. Senza ombra di dubbio un capolavoro. In esso c'è un fatto vissuto che è stato compreso fino in fondo. L'autore ha meditato tanto fino a comprendere quella risposta finale.
“Aspettare che?”
“La fine...”
Per quanti di noi, quella battuta finale, quell'attendere la fine della cascata sarebbe sembrata una roba da nordafricani quasi primitivi! E invece c'era qualcosa di grande da capire e Saint Exupery ce l'ha consegnato in potenza, bellezza e, diciamolo … poesia.


Avrei altre cose da dire, ma mi fermo. Sono stanco. Attualmente questo scrivere è una fatica che mi allontana dal presente ... mi fa bene. Speriamo che faccia innamorare alla poesia, all'arte.
Non ho più niente da chiedere. Non ho più desideri. Ma mi metto davanti alla tastiera con il bisogno di togliermi una specie di peso. Ogni dire ha dei limiti. Molto mancherà nel mio scritto che qualcuno, altrove, avrà colto. Ora mi sento più leggero. Torno me stesso, al mio cane.

Io ho, quel che ho donato.
Io sono quel che ho donato.
Io sono, perché ho donato.

Ciao

Torno per un attimo. Pensiamo al quadro, al “Sogno di Scipione” di Raffaello.
Ho parlato della spada e del fiore.
Non ho parlato del libro....

ciao.

Saint Exupery: "Il piccolo principe" (parte seconda)


Pensavo di procedere, dopo aver detto qualcosa in proposito di “Volo di notte”, con “Terra degli uomini”, che considero il testo più “legato”, come fonte originaria, alla celebre favola, ma rileggendo quest'ultima mi son reso conto che forse è il caso di svelare qualcosa proprio de “Il piccolo principe”.

Partiamo da una domanda? “E' facile scrivere favole?”
Provateci. È difficilissimo! Forse la prova più difficile.
E infatti anche Saint Exupery ha fallito. In fondo la sua è una favola per adulti ...

Io amo per esempio molto le favole di Oscar Wilde ma … esiste un grande ma, a pochi noto. All'inizio della sua carriera era più nota sua madre. Quando lo presentavano dicevano “e' il figlio di Lady Jane” … Jane Francesca Elgee, non fu una mammina ordinaria. Non si limitò a nutrire, vestire e dare affetto al suo pargoletto. Lei gli consegnò le antiche chiavi del simbolo nell'unico modo sensato nel quale questo passaggio di consegne potesse realizzarsi. Mi spiego. Io posso insegnare con la razionalità un simbolo, smontarlo minuziosamente per far vedere ogni sua parte, ma quando vado a mettere di nuovo insieme quei pezzi … nella mente che ho destinato a quel tipo di insegnamento, oltre a un collage, rimane un metodo che, col simbolo non ha nulla a che fare. Anzi, ne è la morte. Ho così creato quelle basi che mettono in condizione l'allievo-figlio, di non essere mai più in grado di accedere a quel linguaggio e al suo messaggio. Se accade questo, e nel procedimento di educazione ed insegnamento attuali è sistematico, se accade questo dicevo, solo un dolore sconvolgente, enorme, o una gioia altrettanto destabilizzante, possono rimettere in carreggiata la persona.
Vedete, non comprendere, ma interiorizzare, il simbolo, è fondamentale per l'essere umano particolarmente quando è cucciolo. Se sarà allevato alla sola razionalità, sarà condannato ad angosce e nevrosi spaventose. Impossibile per la razionalità spiegare la massima gioia, l'amore, e il massimo dolore, la morte degli altri che rivela la nostra. Altre gioie e dolori, che son di grado inferiore di solito come intensità, non son certo vuote di valore simbolico e diventano comprensibili, vivibili, solo in parte, nel loro essere oggetto concreto, ma inspiegabili nella loro dimensione più grande. Ogni atto umano, ogni movimento, cambiamento nella natura, non è indipendente, chiuso in sé. Questo è evidente, ma la portata di questo semplice pensiero, non appartiene alla sfera razionale, poiché ad essa non appartengono i sentimenti. In un mondo nel quale si fa credere continuamente che ricchezza e potenza siano il bene supremo perché permettono di possedere tutto, la possibilità del “Possesso” con la P maiuscola, inteso nel senso di comprensione profonda, non viene di conseguenza offerta, ma ve ne è una grande richiesta. Un esito pratico di questo vuoto di offerta lo si vede nei templi di qualsiasi culto religioso, in occidente. Essi sono appannaggio di bambini perché costretti, ma oltre loro, volontariamente, vi accedono gli sconfitti e gli anziani e si sa che l'anzianità, per chi ha vissuto solo potere e ricchezza, è la sconfitta suprema. Si cerca una divinità o alla fine della vita o perché, appunto sconfitti, e ci si riduce a chiederle una mano poiché da soli soldi e potere non sono arrivati.
Non c'è voglia di predicozzi in quel che ho scritto. La situazione è purtroppo questa. Lady Jane Elgee sappia, ovunque attualmente abbia deciso di passare la sua eternità, che in Italia la casa editrice Stampa Alternativa, ha pubblicato le sue “Fiabe e leggende d'Irlanda” e spero che qualcuno le legga come antipasto alle belle favole di Oscar. Veniva presentato come figlio di Lady Jane e dopo qualche anno, la situazione si invertì. Lady Jane veniva presentata come la “Madre di Oscar Wilde”.
Veniamo ad una deduzione facile: le fiabe d'Irlanda ... Quindi il nutrimento di Oscar fu nella tradizione che era appena passata in quegli anni, dalla forma orale a quella scritta. Il fenomeno fu notevole per tutto l'occidente. Non si pensi solo ai fratelli Grimm. In Finlandia per esempio una persona pellegrinò per tutta la sua terra e recuperò i canti tradizionali lasciandoci i Kalevala e fondando, inconsapevolmente una letteratura. Intervenne poi uno specialista, l'antropologo ed ecco che la razionalità si impegnò a donarci i suoi cadaveri. Smontare, scomporre, analizzare … insomma delle autopsie. Pochi hanno saputo o voluto, andar oltre a questo livello. Ne cito uno stupendo: autore de Angulo, titolo: “Racconti indiani” edito Adelphi. Ci troviamo quindi una massa enorme di cadaveri di favole e fiabe e miti che vanno ri-vivificati. E come si può fare? Narrando. Si deve leggere il pezzo e narrarlo spesso. Accade così che, se non siamo troppo contaminati dalla razionalità, che per me equivale a dire “duri di testa” e senz'anima, il simbolo che stiamo masticando entra in contatto con la materia celebrale più antica che, ridestata per affinità, come le corde della viola d'amore, si metteranno a cantare. E poi si va a nanna, e questo vale anche per gli adulti, e potrebbe accadere che in qualche sogno riaffiori, finalmente, un simbolo vero che è una guida per la vita.
Questo fece la madre di Oscar Wilde. Allenò lo sgorgare spontaneo nella mente del figlio, dei simboli veri, quelli che son talmente antichi da poter essere considerati eterni e che, unici, ci rappresentano per intero. In essi sta l'unica possibilità della sconfitta della morte, in essi sta l'energia enorme che ci serve per identificare, prima in noi e poi, fuori da noi, qualsiasi sentimento altrettanto inestinguibile, ma che si fa minaccia, scoglio, fastidio, se non si hanno queste basi.
Ricordo una ragazza con lo sguardo nel contempo triste e arrabbiato. Circa diciotto anni, quindi in teoria non più una bambina. Riesce a spiegarmi che è combattuta. Si rende conto di essere tranquilla solo quando un certo ragazzo è presente, ma quando accade nel giro di poco lo odia perché vorrebbe la sua indipendenza, uscire con le amiche. La sua vita attualmente è una oscillazione fra questa esigenza che la infastidisce, e l'odio che sempre da essa scaturisce. Quando le ho detto che forse si tratta di amore, mi ha fatto notare che se il tanto decantato amore è quello, allora è orribile. Non ho potuto non controbattere duramente facendole notare che orribile era lei. Bella si, non c'erano dubbi, ma orribile perché non sapeva andare oltre se stessa.

Immagino spesso un racconto. Un ragazzo sui vent'anni che impazzisce letteralmente perché scopre la morte. Non so se lo scriverò. Per ora lo penso, da anni. Può essere il suo cane, o il nonno. Immagino comunque qualcosa di naturale, a vent'anni. Sì, a quell'età e anche qualcosa di più, perché attualmente è possibile che accada. Il cinema e tutto quel che si vede nei mass media, potrebbero essere percepiti come “neo realtà”, un'altra forma appunto di vita nella quale la vita è ridotta nella quale ormai il limite fra gioco e verità si è perso. Lo immagino benestante, con genitori che pensano che essere protettivi consista nel salvare, e agiscono tenendo lontano il figlio da tante esperienze e non rendendosi conto che dovrebbero invece produrle ed eventualmente controllare tutte le esperienze il loro decorso. Ne ho conosciuti di figli così. Di alcuni ho visto l'esplosione. Son tanti i mali che possono scaturire dalla mancanza di educazione a quell'eterno linguaggio dei simboli e pure all'incontro di cosucce come amore e morte.

Cos'è un simbolo … un contenitore che vuol dire qualcosa che linguaggio e immagini non son addestrati a dire in modo diretto. Si chiama metafora se è espressa in parole, simbolo se in immagini. Questa divisione è di una stupidità esemplare. Ci basta ricordare che, se leggo, poi immagino. Si tratta, in ambedue i casi, di produzione di immagini, ma l'intellettuale ama complicare le cose. Posso aggiungere che non siamo sempre stati così. Ci basta osservare il cane quando lo si porta a passeggiare. Il suo mondo, a differenza del nostro, è una intersezione equamente divisa percentualmente, di visivo, olfattivo e uditivo. Noi ormai con naso e orecchi sentiamo solo puzze e rumori forti, se ci confrontiamo a loro. Per noi la elaborazione è quasi per un ottanta per cento, visiva e in un brano letterario come nel cinema, pure l'odore viene immaginato. Provate a vedere la scena o la foto di una discarica o di un letamaio e poi recatevi personalmente su quei luoghi. La “botta” ricevuta dall'olfatto quando li avrete concretamente davanti a voi, è una misura che immagine e scrittura non possono descrivere. Si deve recuperare un dato di memoria, un agire indiretto... insomma, siamo ormai quasi esclusivamente visivi.

Cos'è un intellettuale oggi? Quasi sempre una persona che conosce minuziosamente un linguaggio tecnico. Possiede quindi un mezzo. Il fatto che quel mezzo contenga pure un significato sembra non essere strettamente necessario. Ho comunque detto quasi, poiché qualcuno che va oltre esiste. Rari quanto gli artisti, quei pochi veri intellettuali, ci mettono in contatto con i simboli per poter poi “amare” nel senso più profondo del termine. E il vero amare non passa per la comprensione, ma per una sintonia interna che potrebbe essere chiamata “empatia”, ma rifuggo i paroloni, cerco di essere semplice, quindi preferisco esprimermi in modo più comune.

Ed ora un altro esempio di scomposizione intellettuale. La favola è una storia che ha fra i protagonisti anche animali che parlano. La fiaba è una storia senza animali parlanti. Il mito è … la medesima cosa. E … mi domando, se parlassero dei fiori? E se parlasse una roccia? Insomma una scemenza istituzionalizzata. Se fate un esame universitario vi chiederanno la differenza fra favola, fiaba e mito, ma non il significato Favola, con la F maiuscola, che tutte le contiene. Deliziosamente stupido … almeno secondo me … proprio scemo.

Dimenticare quei vocaboli e le loro “sottili” differenze. Questo è uno dei compiti che deve fare chi cerca di avvicinarsi seriamente e umilmente all'essenza. Via il ciarpame! Se è vero che si pensa solo su quel che si ricorda, cosa può nascere dalla meditazione su classificazioni sterili se non altra sterilità? Se a noi esseri umani, per capire la vita, l'amore e non solo, servono immagini che parlino il linguaggio dei simboli, di questo dobbiamo prenderne atto e agire di conseguenza. Che le immagini provengano da una storia fatta di parole o da un disegno, poco importa. Si approda alla fin fine sempre all'immagine interiore ed essa ha alla sua origine una nebbia di sensazioni che lega l'antichità estrema in noi sedimentata e l'io dell'ultim'ora, dell'ultimo attimo.

Esistono due tipi di simboli: quello spontaneo e quello intellettuale.
Posso decidere che una colonna spezzata rappresenti una vita spezzata. Questo simbolo intellettuale funzionerà in una data epoca per una determinata comunità, solo se sarà condiviso.
Il simbolo spontaneo invece è qualcosa di presente in tutti noi e che ci permette di capire non in modo razionale. Leggete o guardate qualcosa e accade che sentiate una grande sintonia che non sapete spiegare. Questo potrebbe essere un sintomo. Altre volte il suo esito si produce in modo meno diretto ma in fondo più potente. Qualcosa nella vostra vita vi turba, ma quel racconto, quell'immagine vi ha dato una chiave che pian piano vi guida.

Veniamo ad un esempio.
Robina celebre; “il sogno di Scipione di Raffaello”accoppiato alle sue “Tre grazie”. Metterle insieme non è una mia scelta per complicarvi la vita. Insieme erano e insieme le ri- metto ...



Se osservate il quadro senza esser stati edotti sul suo significato, vi troverete spaesati. Il motivo è quello che ho dichiarato prima. Ci son simboli intellettuali, che sono caratteristici di un'epoca ben definita e di una cultura che siamo in grado di localizzare. Senza la guida di un intellettuale serio, siam tagliati fuori, prenderemo atto che è un capolavoro sulla fiducia perché Raffaello non si discute, ma ci arrenderemo facilmente. È come se fossimo a tavola con persone che parlano varie lingue. Noi giustamente ci rapporteremo solo con coloro che per noi sono comprensibili.
Fermiamoci ora ad osservare il quadro. Un soldato dorme utilizzando lo scudo come cuscino. E' appoggiato ad un albero. Ha di fianco due donne. Quella di sinistra ha un libro e una spada, quella di destra ha un fiore. Gli oggetti vengono porti al dormiente. Ci vien ovvio pensare che essendo spada e libro dalla medesima parte, qualcosa di affine devono averlo, ma cosa?
Il nostro canone visivo attuale per mostrarci un sogno utilizza un cambiamento di colore (per esempio bianco e nero su scene a colori della quotidianità) o di musica (suono in generale) o di tonalità di voce (questo accade di più nel teatro). Nel fumetto per esempio si creerebbe una nuvoletta che partendo dalla testa del soldato mostrerebbe le due donne che porgono i loro oggetti. Nel canone rappresentativo dell'epoca, per una ristretta cerchia, quel che ha fatto Raffaello era inteso come sogno. Anche all'epoca sua comunque, non si era certo in grado di comprendere che si trattava di Scipione. Si capiva che l'armatura era romana, ma era necessario il titolo per definire l'individualità del personaggio. Sappiamo così che si tratta di un eroe che ancor giovane, quindi prima delle sue gesta, sta sognando. Non sta sognando certo il suo futuro. Egli, che è strumento degli dei, riceve un messaggio che è fondamentale per realizzare quel destino per il quale è stato creato.
Ora andiamo per tentativi. La spada= deve essere forte. Il libro= deve essere preparato. E il fiore? Questo ci rimane inesplicabile. Deve essere gentile? Guardiamo le due donne. Una ha abiti scuri e una chiari. Quella in abiti scuri ha i capelli coperti, tipo lavandaia, e le maniche tirate su. L'altra, quella chiara, è indubbiamente più elegante, le maniche sono srotolate e i capelli non coperti e belli. Potrei dedurre che quella scura, parla di doveri e l'altra di un piacere.
Esaminiamo lo sfondo. La donna in abiti scuri, quella del dovere, ha dietro un castello che è scuretto. Più o meno a metà del tronco dell'albero, sulla sinistra, c'è qualche casa. Ci sono anche nell'immediata destra, e queste ultime sono più chiare. Guardiamo ora a destra dell'albero. Una valle, un paesaggio più luminoso dell'altro che si perde in profondità. Se ci venisse la tentazione di collegare le donne al loro sfondo ecco che il castello sembra ottenibile con il libro e la spada, mentre col fiore … mah, due case, una vallata illuminata. Che si tratti della serenità?
È evidente che ci si può avvicinare a un senso, ma si hanno dei dubbi e con le cose poco chiare la mente razionale non va d'accordo.
Premetto che invece qualcosa a livello simbolico non intellettuale accade e lo spiegherò fra poco.
Passiamo alle “Tre Grazie”. Paesaggio sereno e collinare, tre tipe, nude, una di schiena che ha un pendaglio e i capelli raccolti, quella di destra pure nuda e con una collana che sembra di corallo. Quella di sinistra, velata ai fianchi, ma in un modo talmente leggero che nulla è lasciato alla fantasia. Questo quadretto ci sembra solo una danza o una chiacchierata fra tre donne che forse sono serene. Lo sfondo sembra quello della ragazza col fiore dell'altro quadro. Una relazione con l'altro quadretto risulta quasi impossibile. Possiamo dedurre che ci son tre figure per quadro, che ben cinque son donne e l'uomo è uno solo. Le donne son tutte sveglie, anche gli oggetti che vengono porti a Scipione sono pure tre, ma oltre questo la vedo dura …

Offro ora un dato puramente intellettuale dell'epoca riferendomi al “Sogno di Scipione”: l'alberino è un alloro. L'argomento è quindi la gloria. Smascheriamo il significato dei tre oggetti. Spada = forza, libro = intelligenza, e fin qui possiamo dire che ci ci siamo orientati decentemente, e il fiore = sensibilità.
Se interpelliamo Platone, cosa che Raffaello fece, abbiamo libro = mente, spada=coraggio e diciamo che anche questa volta possiamo considerare di “averci preso”, e il fiore diventa la sensualità.
Siamo davanti ai tre attributi che, se sommati, determinano una vita valida. Le “Tre Grazie” rappresentano quei tre attributi in armonia …

Penso sia chiaro ora, cosa sia un simbolo intellettuale. Noi di un'altra epoca, ne siam tagliati fuori. Poco conta l'appartenere alla medesima “zona”. Possiamo ben dire che noi, la nostra cultura, nella sua evoluzione (o involuzione …) da quella via, da quei simboli intellettuali è passata, ma il tempo è sufficiente per renderlo duro da digerire. In un quadro attuale cosa mettereste per rappresentare quella triadi di significato? Forza-coraggio probabilmente sarebbe affidata ad una pistola, e mente-intelligenza … io personalmente per l'oggi non so; il libro penso che sembri a tutti in via di superamento e comunque non più adatto.
Ragioniamo: l'intelligenza trent'anni fa era rappresentata da due categorie d'uomini: lo scienziato (e sempre lo stesso, Einstein), e il giocatore di scacchi; ma come rappresentarli? Non so cosa abbiate pensato voi, ma trovo che rappresentare i doni della mente oggi non sia facile. Metterci un tablet che da accesso a tutte le informazioni? Forse, ma credo che a nessuno basti un oggetto che può offrire anche la via alla banalità. Il libro rappresentato da Raffaello era, all'epoca e fino al secondo dopoguerra, sensato poiché era con maggiore probabilità, fonte di cultura. E ora veniamo a sensibilità-desiderio.

Io tutt'ora metterei un fiore …

Pensateci. È grandioso. Stiamo scoprendo qualcosa …

Il fiore …

E ora mi incammino nell'inconscio.
Partiamo da Edoardo Weiss, forse il miglior allievo italiano di Freud (Trieste se non erro, sto andando a memoria). Nel suo libro (“Psicanalisi”) trascrive il sogno di una paziente, esattamente un doppio sogno, ma a noi interessa solo una briciola della prima parte. Un uomo suona alla porta. La donna apre, lui le offre tre fiori rossi, lei li accetta. Weiss ci dirà poi che accettare quei fiori equivale ad accettare il rapporto con colui che li ha offerti. Sembra che anche il fatto che siano tre e rossi, sia ricorrente non nella medesima persona, ma nella mente degli esseri umani. Prendo la lente e osservo nel quadro. Un rametto con cinque fiorellini bianchi.
Rimane comunque l'atto fondante del dare il fiore. Io ho fatto caso che di solito, nelle rare volte che è la donna a sognare di offrirsi, si tratta o di un fiore o di un mazzo; comunque di qualcosa che ha valore di unità.
Quel che comunque nel quadro accade è che un simbolo è ancora attuale dopo circa cinquecento anni, mentre uno, la spada, necessita di un corso di aggiornamento e l'altro, il libro, non sappiamo più bene come rimpiazzarlo.
Veniamo ora al motivo che ha fatto mettere a Raffaello spada e libro dalla medesima parte. Essi rappresentano doti dello spirito che richiedono studio ed esercizio. Il fiore rappresenta qualcosa che appartiene al corpo. La sensualità-desiderio non richiede istruzione, ma controllo. Ecco perché son separate. Due entrano nell'uomo e sono l'istruzione e la destrezza. Una dall'uomo esce … ed è la più temuta. Ma quel fiore rappresenta un arco immenso di possibilità, che va dal sesso puro all'amore! Ricordiamoci che questa considerazione è attuale. Un tempo l'amore era una specie di malattia che rendeva l'uomo ridicolo. In “Sopra lo amore” di Ficino, si legge che le donne dovevano camminare per strada a capo chino perché si riteneva che dai loro occhi uscisse un qualcosa che poteva provocare la malattia d'amore in un uomo (il cosiddetto ancor oggi “malocchio”), in un altro passo del medesimo libro ci racconta che se una donna osservasse lungamente un pezzo di vetro, su di esso si depositerebbero delle goccioline (sangue se non ricordo male). Questo dimostrerebbe che dallo sguardo della donna qualcosa parte. Ci basti pensare a come era considerata la capacità di vedere in quei tempi. Si pensava che un raggio partisse dall'occhio, si depositasse sull'oggetto e poi tornasse portando con sé l'immagine. L'occhio insomma era un qualcosa di un po' diverso da quel che è per noi oggi.

Attualmente, la nostra concezione del sesso e dell'amore è decisamente cambiata.
Diciamo che è cambiato il modo di maturare una morale in essi. Si nasce in una cultura che offre valori di tutti i tipi che oscillano da un estremo all'altro. Le due vie per avere dei principi entro i quali autogestirci consistono nell'accettare senza discuterle le regole di un gruppo, (cosa che giudico orribile perché equivale a rinunciare a pensare), oppure lasciarsi andare alle esperienze e trarre da queste le debite conclusioni. La seconda si tratta insomma di una possibilità di vivere sessualità e amore ammettendo che dobbiamo scoprire prima di tutto noi stessi, i nostri gusti, le nostre esigenze e come essi siano appagabili nel contesto nel quale ci è toccato in sorte vivere.

Torniamo al “Sogno di Scipione”. Si può comprendere ora perché i simboli della forza e dell'intelligenza siano meno profondi? Certo. Essi son legati all'evoluzione della tecnica (spada o pistola?) e del concetto soggettivo di intelligenza. Guardate che l'intelligenza attualmente è subdola e ridicola. Si fanno dei test e ti danno un numerino che più è alto più sei un fenomeno. Ma chi va meglio è veramente più intelligente o è semplicemente una scimmia da test? Ovvero un essere più addestrato per farli? Intelligenza e forza son poi valori civili e che la civiltà plasma a suo uso e consumo. L'erotismo, poiché, diciamocelo liberamente, a questo si riduce il fiore, nello ieri più antico e anche nell'oggi, l'erotismo dicevo, la società tenta di addomesticarlo ma sistematicamente non ci riesce. Si pensi a Roma e Venezia che nel cinquecento avevano una popolazione composta dal dieci per cento da prostitute! Erano gli uomini a viaggiare e le mogli stavano a casa e in quelle due città la concentrazione maschile era oltre il resto sempre elevatissima e con un continuo ricambio perché soldati e mercanti, solo per citare le due categorie più folte, non stavano mai molto nel medesimo posto.
Ne “Il sogno di Scipione”, la ragazza che offre il Fiore è bella e con le chiome scoperte. E' desiderabile. Oggi si rappresenterebbe forse un tipo di donna diverso, poiché il gusto carnale è anche frutto di una abitudine civile, ma sempre col fiore.
Qualcosa quindi davanti a quel quadro ci ha comunque coinvolti perché è nostro. Visivamente se la figura femminile ci pare desiderabile, siamo distolti dal fiore. Se lei è sobria, non troppo urlante per i sensi, prevale il gesto e questa sobrietà era valida anche allora. Era così nel '500 ed è così oggi.
Un altro aspetto del quadro ci colpisce, sempre inconsciamente. Le tre figure compongono i tre lati di un quadrato. Questa figura statica, robusta, basata sull'uguaglianza dei lati, prende forma in una sensazione di equilibrio che ha come esito il rendere gradevole l'osservazione del quadro anche se enigmatico. Anche le Tre Grazie tendono al quadrato, un quadrato che, mi si permetta la fantasia, è stato lievemente gonfiato e ci fa “sentire” che se continuo a gonfiarlo diventa una sfera. Torniamo al “Sogno di Scipione” e constatiamo che anche qui i la ti in effetti sono, per così dire, morbidi. Questa tendenza pone esattamente la struttura delle due opere fra quadrato e sfera, rimarcando così la sensazione di equilibrio. Il capolavoro in questo senso è “La Trinità” di Andrej Rublev. Si noti come le tre figure, che son Padre Figlio e Spirito Santo e insieme sono Dio, creano una massa unica sferica. Sfera ed equilibrio, totalità, si appartengono e non si tratta di un valore indotto dalla cultura. È in noi e non accetta discussioni.


Ora che abbiamo scovato simboli intellettuali e spontanei utilizzando Raffaello come cavia, veniamo alla favola di Saint Exupery.

Una favola può essere disegnata, recitata, cantata. Tutto è possibile, ma per essere considerata tale ha bisogno che in essa siano presenti un certo tipo di simboli, quelli spontanei. Hanno un bel dividere le categorie e inventarne di nuove. Che sia fiaba, favola o mito, il principio è sempre il medesimo.

Il Piccolo Principe, giunge sulla terra. Gli ha detto il Geografo che li c'è tanta gente, ma lui non ha trovato nessuno. Pensa di avere sbagliato pianeta quando “Un anello colore della luna si mosse nella sabbia” e con lui ha un dialogo. L'animale, un serpente, domanda: “Ma cosa sei venuto a fare qui?” e il Piccolo Principe risponde: “ho avuto delle difficoltà con un fiore”. …

Eccolo, il medesimo fiore di Raffaello ...

Nel capitolo precedente il geografo gli chiede di descrivere il suo pianeta. Fra le cose enumerate il Piccolo Principe dice: “ Ho anche un fiore”.
Noi non annotiamo i fiori”, disse il geografo.
perché? Sono la cosa più bella.”
I fiori sono effimeri.”
Che cosa vuol dire effimero?”
disse il geografo, “ Quelli di geografia sono i libri più preziosi fra tutti i libri, non passano mai di moda. È molto raro che una montagna cambi di posto, è molto raro che un oceano si prosciughi. Noi descriviamo delle cose eterne.”
Ma i vulcani eterni si possono risvegliare”, interruppe il Piccolo Principe. “Che cosa vuol dire effimero?”.
Che i vulcani siano spenti o in azione è lo stesso per noi”, disse il geografo, “Quello che importa per noi è il monte, lui non cambia”.
Ma che cosa vuol dire effimero?” ripetè il Piccolo Principe che in vita sua non aveva mai rinunciato a una domanda una volta che l'aveva fatta.
Vuol dire che è minacciato di scomparire in un tempo breve”.
Il mio fiore è destinato a scomparire presto?”
Certamente”.
Il mio fiore è effimero, si disse il Piccolo Principe, e non ha che quattro spine per difendersi dal mondo! E io l'ho lasciato solo!”

Nel capitolo XX, passeggiando, si trova in un giardino pieno di fiori. Scopre che sono identici al suo e dialoga con loro, (e chissà come chiamerebbe un intellettuale una favola dove parlano i fiori …). Sono rose e qui scopre la delusione di non possedere in quel fiore qualcosa di unico.
Ora, è evidente che il fiore rappresenta qualcos'altro. Per esprimerlo ci vuole un simbolo. E a Saint Exupery, il fiore, lo sento, è sgorgato da dentro, da quel luogo sacro che immagino posto fra la mente e il cuore.
Il geografo con la sua mentalità, dimostra di voler possedere non la totalità di un oggetto, ma solo alcuni aspetti.
L'effimero è potente. È su tutto quel che vive e che quindi morirà, ovviamente secondo la cultura occidentale. Con quella parola la morte entra in gioco. E quali parole mettereste per spiegare la rosa rossa? (il colore è rivelato dai disegni dell'autore). Io metterei: ragazza amata e anima. Ragazza amata perché c'è quell'aspetto protettivo che il Piccolo Principe scopre essere essenziale verso qualcosa di effimero. E anche per il successivo incontro del capitolo XXI con la volpe. Essa gli fa comprendere come si esce dalla delusione della non unicità del suo fiore. L'unicità è nella relazione. Bellissimo.
Deduco la presenza di un amore perché quando scopriamo che tutti hanno un'anima, decidere di amare la propria poiché è l'unica con la quale si ha abitudine, mi pare forzato. Il procedimento che, lo ripeto, considero nella sua semplicità bellissimo, riassume, simbolizza, una relazione della quale si sta diventando consapevoli.

Perché l'anima. Perché essa è la dimensione parallela e individuale di quell'amore.
Teniamo conto che al capitolo XVII noi deduciamo il finale della favola. Il Piccolo Principe morirà. È evidente e quella consapevolezza ce la portiamo dietro fino alla fine. Non indago il simbolo del serpente, troppo facile, ma porto un passo magistrale del suo dialogo:

Il Piccolo Principe lo guardò a lungo.
sei un buffo animale”, gli disse alla fine.
Sottile come un dito!...”
Ma sono più potente del dito di un re”,
disse il serpente.
Il Piccolo Principe sorrise:
Non mi sembri molto potente... non hai neppure le zampe... e non puoi neppure camminare...”
Posso trasportarti più lontano che un bastimento”, disse il serpente.
Si arrotolò attorno alla caviglia del Piccolo Principe come un braccialetto d'oro:
Colui che tocco, lo restituisco alla terra da dove è venuto. Ma tu sei puro e vieni da una stella...”
Il Piccolo Principe non rispose.
Mi fai pena, tu così debole, su questa terra di granito. Potrò aiutarti un giorno se rimpiangerai troppo il tuo pianeta. Posso...”
Oh! Ho capito benissimo” disse il Piccolo Principe, “Ma perché parli sempre per enigmi?”
Li risolvo tutti”, disse il serpente.
E rimasero in silenzio.

Questo è un dialogo con un oracolo per poter tornare a se stessi. Il pianeta al quale tornare è un modo indiretto per riferirsi al fiore. Questa per me è la pagina capolavoro. In essa c'è tutto. La seduzione antica del serpente, il suo ripetere per la seconda volta la forma circolare sommata al colore dell'oro, alla solarità. Non è il caso che mi dilunghi troppo a parlare dell'Uroboros, questo noto simbolo del serpente che si “mangia” la coda.


Il serpente prendendo quella forma dichiara di essere il padrone del tempo e di conseguenza di essere in grado di creare un ricongiungimento. Questo simbolo è bivalente, sia intellettuale che profondo. Ciò accade perché somma la circolarità e la solarità, che appartengono all'io più antico, col dato intellettuale temporale che corrisponde al dare la forma tonda col serpente. La cultura orientale usa per esempio, invece, il TAO. In questo sento l'anima. Qui, in questo dialogo, Saint Exupery, parla a se stesso. Il fiore, che rappresentava fino a quel momento un amore vero in crescendo, esplode in anima, diventa la massima espansione della vita.

E ora lo sdoppiamento. L'aviatore che incontra il Piccolo Principe è l'autore che incontra la sua anima assetata d'infinito. Dice il serpente: “tu sei puro”, e questo non si dice di un essere umano, ma della sua anima si.
Ma occorre una precisazione. Per noi sono puri solo i bambini …

E ora veniamo alla vita dell'autore. Nacque alla fine di giugno del 1900. Visse un periodo di purezza? Si. L'infanzia e anche l'adolescenza. Fu la prima grande guerra a “rompere tutto”. La madre andò a fare l'infermiera in un ospedale e lui fu mandato in collegio. Si aggiunga la morte del fratello nel 1917 che rende quell'idillio definitivamente irreversibile …
Osserviamo ora i disegni dell'autore. In alcuni di essi sembra che il Piccolo Principe sia un bambino, in altri, un adolescente. È evidente che è presente, nella sua vita, una nostalgia di quell'idillio che fu l'età con la famiglia. Quell'atmosfera è creata nella favola. Essa è lo scopo che spinge a scriverla. Ma quell'idillio finì con la partenza della madre, il collegio e la morte del fratello. Quindi anche nella favola, l'atmosfera ricreata, rivissuta con nostalgia e angoscia, deve terminare. Ma quel terminare della favola, a differenza della realtà dell'esistenza che toccò a Saint Exupery, è di fatto un ritorno e la rosa si fa madre, la prima donna amata da ogni uomo.
Penso anche che, come accade nel primo capitolo di “Lolita” di Nabokov, la visione femminile che ha guidato nella mente lo sviluppo della favola, fosse un'adolescente. Quel primo amore che gli eventi non gli permisero di vivere fino in fondo e che ogni tanto ritrovava sul volto, nelle movenze, nel dialogo di qualcuna. Lui, ormai adulto nel corpo e poi maturo, rimase fermo, bloccato a quella prima fanciulla.

E volare … volare era uno staccarsi dalla terra in tutti i sensi. Il meraviglioso del cielo, era un attimo di tregua da quella vita nella quale era stato gettato con troppa violenza psichica, dalla prima grande guerra. L'immagine che mi viene è di un ragazzino al primo amore, che si accinge a recidere il cordone ombelicale, ma la mano dei tempi, possente, lo tira e il cordone si strappa, lasciando una ferita che sanguinerà anima per sempre. Il passaggio dalla madre alla ragazza amata non si attua. Si rimane in bilico fra due mondi, disorientati, e solo sull'aereo, mentre si vola, solo in quel momento, con i parametri sotto controllo e isolati da terra, ci si può lasciare andare.

E poi l'aereo è anche una macchina dello spazio. Non può certo ricondurre a quel passato, ma accedere a mondi distanti, rasenti l'irrealtà e forse irreali, questo può farlo e lo vedremo nel capitolo “Oasi” del volume “Terra degli Uomini”, nel quale la figura femminile originaria, quella per la quale si stava autorecidendo il cordone ombelicale, si mostra in tutta la sua purezza.

Veniamo poi ad un altro punto di collegamento fra “Terra degli Uomini” e “Il Piccolo Principe”. Si tratta di una immagine, che troverete nel prossimo post dedicato a quel libro.

Nella mia interpretazione della favola, ho cercato di far “toccare” con l'anima, dei simboli spontanei autentici. Nel prossimo post, vedremo di nuovo il simbolo della forza, ma in forma di progresso collettivo che “usa” il singolo, cosa peraltro già presente in “Volo di notte”, e l'esatta situazione che ha dato origine alla sua celebre favola.

lunedì 7 gennaio 2013

Lo strano caso del dottor Putin e mister Depardieu


È il caso di mettere la data a questo scritto.

Sette Gennajo 2013.

Osservo quei numerini e mi domando se sottraendo 500, o 600 o anche 1000 e, perché no, duemila anni, la data che si ottiene non ci offrirà un caso simile a quello del dottor Putin e mister Depardieu …



Devo sforzarmi poco ed ecco che mi appare Ludovico il Moro e un certo Leonardo da Vinci. Mi viene poi in mente Lorenzo de Medici e un certo Michelangelo. E anche Giulio Secondo, un papa in fondo in divisa da generale, e sempre Michelangelo ...

Artisti “decenti” penso, e lavorarono per degli autentici filibustieri. Mi risulta poi che Leonardo fu chiamato a Milano per collaborare in qualità di guerrafondaio esperto. La meravigliosa “dama con l'ermellino”, che si chiamava Cecilia Gallerani ed era l'amante del Moro, divenne un quadro forse più per vezzo di alta società che altro …

Ma attualmente, passato qualche mese da allora, circa settemila, calcolando così, “alla buona”, senza precisione, che espresso in anni è più o meno cinquecento, ci si stupisce che un artista vada a corte …!



Non deve interessare se Putin è un santo o un predatore. Lui è il potere, e finalmente chiama un artista. Di solito, attualmente, si tratta di calciatori, prostitute meravigliose e roba simile. Gambe buone a dar calci e tette ...



Mi meraviglia immensamente un giornalismo che condanna Depardieu?

Per nulla. Sono abituato alla loro superficialità che spesso è solo arte della manipolazione della notizia.



Negli articoli di questi giorni per esempio ci si domanda se l'attore, atterrato a Saransk, in Monrovia, a più di seicento kilometri a est di Mosca, sa che li a due passi c'è una ragazza del gruppo Pussy Riot incarcerata.



Continuano a dire che è colpa di Putin se non arriva la grazia … ma lui non può. Penso che anche emilio fede ci arrivi. Quelle tre ragazze hanno si sbeffeggiato il Grande Dittatore, ma l'hanno fatto nella cattedrale di Mosca e quello veramente arrabbiato e irremovibile è il Patriarca. Inoltre sarebbe carino ricordare anche le altre performance di queste “cantanti” ... Ci si meraviglia che Putin non abbia il coraggio? Si guardi allora per esempio a quel che sta facendo l'ex presidente del consiglio italiano Mario Monti. Prima ha graziato dalla tassa sulla casa la Chiesa, e poi ad ogni occasione, anche ieri, è in prima fila a strusciarsi il Papa. Elezioni, bisogna capirlo. Ma stimo infinitamente Ratzinger e penso che abbia compreso il “giochino”. Ve ne racconto solo una per descrivervi la persona. A Castel Gandolfo, (li vicino ho una tana …) spesso la sera manda due pretini a comperare una pizza Margherita. È il classico localino da pizza da asporto. Se si sale verso la piazza dalla via principale, si trova se non ricordo male, a destra. Ci vanno, dicevo, due pretini indemoniati che stressano il pizzaiolo sulla puntualità fino a farlo star male e poi spariscono. … e la semplicità di questo papa si sente, e non è da meno di quella del grande Karol. Non cuochi dispendiosi. Semplici loro, ma non gli scarafaggini che gli girano intorno.

Non far pagare la tassa sui beni immobili alla Chiesa! Solo a Venezia, ha più di mille numeri civici! Si badi bene, non appartamenti … e quasi tutti vuoti. Parte della morte della città è dovuta a loro. E le parrocchie non sanno come fare per pagare le bollette. Solo san Marco rende circa trenta milioni … e le parrocchie son spesso cadenti e devon far pagare un biglietto per luce e simili …



E' solo un esempio. Ed è come scoprire l'acqua calda.



Quindi i giornali dovrebbero scornarsi col patriarca, ma Putin è stato preferito come bersaglio … dall'incoerenza.



Sulla tendenza di certo est europeo ad attirare artisti, la storia non è di oggi.

Vi cito due casi. Mi raccontava Tonino Guerra che, sempre Putin, lo aveva invitato a trasferirsi definitivamente a Mosca. Ci andava già spesso. La moglie, moscovita ha là una casa e lui amava intensamente oltre alla moglie, quel popolo.

Teneva delle lezioni alla scuola di regia. Tonino mi diceva, di ritorno da quel viaggio, che si sarebbe trasferito volentieri. Ma aveva più di ottant'anni, problemi a camminare, e diceva fra sé e sé, ma anche a me che ero presente: “Non si può traslocare di nuovo a questa età. Non me la sento fisicamente.”

Ma per il resto se la sentiva eccome! Diceva sempre che tornare in Italia era come arrivare nel deserto, e invece la le menti “sfrigolavano” che era un piacere!

E ne so qualcosa anch'io che gli allievi della scuola di regia, e non solo loro, li ho conosciuti. E poi, ci basta guardare le rispettive tivù. Là hanno prodotto “Il Maestro e Margherita” e Vita e destino” … qui “i Cesaroni” …

Tonino Guerra era un artista, e come tale cercava dialogo, vita, arte.



Veniamo ora a Bruno Bruni, artista italiano residente fra Amburgo e Hannover. Il “signore” della Bielorussia gli ha chiesto di fare delle opere. Non so cosa deciderà, ma anche questo accade in grazia di quella formula che vede il potere legittimabile dall'arte. Il discorso è appunto antico quanto il potere medesimo.



Se si pensa poi che Depardieu se ne vada solo per tasse ci si sbaglia. La crisi economica ha innescato una caccia alle streghe che è veramente insensata. E poi, anche se fossero le tasse, sfido chiunque a riuscire ad essere sodddisfatto di pagare un ottantadue per cento di quel che si è guadagnato. Mi sembra una follia. Nelle tasse, come in tutte le cose esiste un dato che ci sembra accettabile, ma ottantadue per cento, che è quanto ha effettivamente pagato Depardieu l'ultima volta, e le altre cifre che girano son fasulle, mi sembra folle!



Esiste poi il problema della fuga dei cervelli. Quella è conosciuta, ma si considera che si tratti sempre di gente senza lavoro e che se ne va per quello. Ma quanti se ne vanno da un ambiente ridicolo o vivono in una sorta di esilio poiché non accettano nepotismi, tangenti e italianissime delizie di questa natura e sperano di cambiare aria?



Sei in cattività e sei un artista. Il Potere chiama e ci pensi seriamente. Il patto necessario è la libertà di espressione, la libertà dell'artista, che è diversa, profondamente, da quella del cittadino, come diverse, dell'artista, son le esigenze.



Insomma, ogni caso va valutato con attenzione.



Si tenga conto poi che l'effetto di un artista, presente in carne e ossa, che ti parla, che vive e si lascia vivere, è ben diverso dal “leggerne” l'opera. Immagino alla scuola di regia che gli allievi osserveranno minuziosamente i suoi gesti, il modo di reagire ad una domanda, prima ancora di aver iniziato a rispondere … oro, per chi ha desiderio di imparare.



Se si pensa poi che Putin sia interessato alle tasse che Depardieu può pagare in Russia, è completamente fuori strada. Interessa l'artista e il suo valore simbolico, ma l'occidente pensa solo all'artista in quanto strumento del business.



Si pensi ad un libro. Viene pubblicizzato. Vende e si dice che “è andato bene”, ma il giudizio che così il mercato dà a se stesso, è sbagliato. Col primo libro il pubblico pagante deve valutare se si tratta di una fregatura. È la vendita del secondo che da conferme del valore, ma per il consumismo puro questo ragionamento è troppo complicato. Il consumismo si riduce a questo. Ti tento, la qualità della tentazione non mi interessa, tu compri, io guadagno. Miseria mentale. Realtà quotidiana.



Se Putin attira artisti fa bene. Fa bene al suo popolo. Insisto. Lui può essere un giusto o un folle, ma è sempre stato così. E l'artista deve decidere in base ai suoi principi che spesso riguardano l'esigenza di potersi esprime in primis. E poi … dovrebbe preferire, per esempio, un'Italia ridotta alla corruzione totale e incapace di dare un posto a chi lo merita ma sempre ai parenti? Si pensa di fare meno schifo di altri che si presumono dittatori?



Quel che prevedo è che la Russia, più l'est in generale, avranno una fioritura non intellettuale ma artistica … e questo mi fa piacere.



L'occidente lo capirà quando sarà troppo tardi oppure forse … lo sta già capendo e non riesce a far altro che insultare ...