venerdì 20 luglio 2012

Durrenmatt; "La morte della Pizia"


E' estate. Caldo torrido. Si suda anche a pensare e quando, a sera, forse arriva il fresco, ci si vendica su angurie, gelati e birre dorate e fresche, spesso il fresco non arriva e allora ci si rifugia da mamma aria condizionata... mi viene in mente la Florida. Mi disse un suo abitante che secondo lui è diventata abitabile solo dopo l'invenzione dei condizionatori..... possibile. Dove c'è troppo umido non si respira e si sibila come una vecchia teiera in ebollizione. La palustre Bassa Romagna che in questo istante mi accoglie, per quanto bonificata al tempo del Duce, da Ferrara a scendere, per quanto abbia perso stagni e acquitrini, l'atmosfera l'ha mantenuta intatta.... Ravenna era una Venezia di sette isolotti e l'imperatore non ci si insediò, ma rifugiò, esattamente come toccò in sorte ai fuggitivi di Aquileia che poi fondarono la Serenissima.

Storia di acqua e zanzare.... non c'è più l'acqua, se non di mare, almeno dove io trascino il corpo, e un lago salato a cento metri da me che chiamano Pialassa. Dal veneziano, piglia e lascia. È collegato all'Adriatico, acqua salata e piglia e lascia son le sue composte, minime alte e basse maree... ci sono i fenicotteri. Arrivano dall'Africa che cono rosa, terribilmente kitsch. Nella patria di Armani non è tollerabile e qui sbiancano rapidamente. Mi dicono che è a causa ai gamberetti africani che inrosano e per merito di quelli italiani che sbiadiscono. Qui in Italia comunque, tutti i colori si spengono. Qui tutta l'esteriorità è scelta estetica consapevole. E se guardi le automobili e decidi di contare quelle grigie, quasi finisci i numeri. Gli altri colori sono eccezioni...pensi che siano appena tornati da un funerale, che ci sia un lutto che si esprime così, col grigio delle auto e gli abiti che mai imitano la saggia allegria dei fiori....



In questa patria dell'apparire, per questi italiani che han trasformato il proprio corpo in opera d'arte, e si ostentano per le vie appagati solo per un attimo e poi angosciati dal duro compito di anticipare le mode, meditano un nuovo modo di apparire, e che considerano superate le imbrattature anche ragionate delle tele che li resero grandi, e la grandiosa tradizione musicale culminata in Vivaldi, Domenico Scarlatti e Boccherini, e lo scalpellare dei candidi marmi di Carrara che ora si fan base per lampade e lapidi per cimiteri, mentre prima erano Pietà geniali e Bacchi e veneri danzanti.... In questa terra dicevo votata ormai all'apparire, l'atto di leggere, che è interiore, pudico, individuale, solitario, accade? Quasi mai. Il senso estetico chiede di essere acculturato per gradi imitando, guardando e a volte, in casi rari, anzi rarissimi, osservando.



Leggere abbellisce l'interiorità. Ma quella chi la vede! Ti giri a guardare la donzella con l'abito di Emilio Pucci, non certo quella che ha l'occhio distante che pensa.



Ugualmente immagino in questa terra ,qualche mezzo matto come me che decide di rilassarsi pensando.

Cosa si può consigliare col solleone? Primo, le riletture. Secondo, roba breve oppure anche lunghina ma, con capitoli ben delineati che se giri al massimo due pagine vedi che l'apnea del cervello terminerà presto. Mai come in quest'epoca, che vuole affidare tutto agli occhi, del pensare si è perso il piacere e l'abitudine. Ai sensi bastano le emozioni ma all'Uomo? Al cibo il sapore e il profumo, al tatto la seta delle stoffe o della pelle di lei, al sesso, l'orgasmo.... e poi si è sazi per un po'. Il corpo si riprende dalla sazietà e si riparte, in un circolo vizioso eternamente uguale che per me si fa aberrante, angosciante, sinonimo di morte dell'anima che dei sensi fa uso per porre le basi per un grande viaggio....l'inferno è in ogni forma di ripetizione. Penso al mondo di Walt Disney, alle città di Topolino e Paperino che in Italia si chiamano Paperopoli e Topolinia. Son belle ma ripetitive. Rappresentano un dolore enorme. Senza genitori, tutti, quindi senza complessi di Edipo, quindi liberi sì, di ripetersi eternamente uguali. Walt Disney era un pozzo di sofferenza. Il film Bambi era dolore puro. Speranza. E ci si gettava da bambini su quei giornaletti con gioia. Accadeva. Era giusto che accadesse, perché per un bambino il mondo è statico. Lui è il centro e, se tutto va bene, babbo e mamma sono certezze, pilastri inamovibili. In questo ambiente fatto delle colonne genitoriali che ai suoi occhi sembrano appunto immobili, la vita non si srotola nel tempo. Ogni alba ripete la medesima giornata. Ecco cos'è l'infanzia quando la sorte aiuta. Ecco anche perché, quando iniziamo a sentire il cambiamento, quando la crescita nostra e di quel ci circonda ci porta con naturalezza a considerare diversamente la vita, quei giornalini, senza alcuna nostalgia, tornano in soffitta. Son specchi che si sono offuscati. Rappresentano ormai un mondo di Walt.....non più il nostro.



Immagino quindi un giovane. Sì, mettiamo vent'anni appena diplomato che ha studiato e si domanda, mentre sbuffa all'ombra, cosa se ne farà di tutti quegli studi ai quali si è sentito a volte attirato ma più spesso costretto. Penso per comodità, che abbia fatto il liceo classico. Mi concedo il lusso di questa selezione perché sto pensando a un libro. Immagino che lo trovi su un tavolo in casa, la sera. Nessuno sa di chi è quindi lo prende. È sottilissimo. Appena sessantotto pagine e la narrazione inizia a pagina nove, quindi di fatto 59 da leggere. Antipaticamente non ha capitoli, non ha spazi bianchi, mezze pagine nelle quali riposare gli occhi e tirare il fiato della mente. L'autore ha un nome strano. Durrenmatt, chissà come si pronuncia. Con uno sgorbio di cognome simile sarà sicuramente di area tedesca, come lingua, s'intende. Sarà pesante? Immergere lo sguardo non costa nulla. È un Adelphi rosso, elegante. Una casa editrice che immediatamente dona idea di serietà. “...fa sul serio”, e questa potrebbe essere una sfida. Lui non può sapere, ha vent'anni.... che anche questa casa editrice ha pubblicato qualche corbelleria... la sorte lo ha aiutato fino ad oggi e lo aiuterà ancora. Questo libro di nessuno apparso sul tavolo sarà “vero”.



Ha studiato i miti, i greci, e non sapeva cosa farsene di quelle nozioni. Il titolo. “La morte della Pizia”. Ecco, la Pizia. Sa chi è. Uno a zero per lui. Prima la sorella gli ha chiesto chi era. Forse papà lo sa. Lui sa tutto. Il fatto di sapere qualcosa che non tutti sanno lo rinfranca. Si sente importante. Superiore a qualcuno, ma a chi, e cosa farsene di quella superiorità! Lo pensa. È un buon inizio. È nato e cresciuto in un mondo involgarito dall'etica dello sport. Esiste sempre una classifica, un migliore. Ha avuto un attimo il sospetto che sia una cosa stupida, particolarmente se applicata in ambiti estranei allo sport. Pensa ai premi letterari. Primi anche li. Anche li classifiche. Ai premi scientifici. Si sta perdendo. Non sa ancora elaborare nella stratosfera. Si è appena staccato dal suolo. Ci vuole calma. Tempo.... ed ecco che inizia a comprendere che il tempo.... ma anche questo non è ancora chiaro. E poi, la letteratura. A scuola danno solo certezze, l'ha capito. Devi ripeterle per avere un buon voto, ma non son certezze. Lo ha capito tanti anni fa e quel dubbio tuttora irrisolto torna a galla spesso. Ricorda che verso i dieci anni ebbe un'infatuazione per i libri di avventura. Inciampò nel Moby Dick e qualcosa non funzionò come negli altri libri. Il capitano Achab ogni tanto la notte appare con la rumorosa gamba di legno e lo sveglia. Non dice niente e sorride. Strizza l'occhio destro e si siede sull'unica sedia della stanza. Gli dice “dormi, dormi. Ci penso io a non far entrare brutti sogni” e lui si addormentava con quel mistero ancora irrisolto. Quel capitano aveva perso la gamba per colpa della balena bianca. Nel romanzo la ri sfidava ma si cappiva benissimo e subito che non avrebbe potuto batterla. Ma che senso ha leggere la descrizione di una sconfitta! Che senso ha che il buono non si capisce se è veramente, profondamente buono! È tutto mescolato in quel libro. Che senso ha! Spesso la notte lo avrebbe voluto chiedere al capitano, ma non l'ha mai fatto. Sapeva che era un sogno...



va a letto. La finestra è aperta su un paesaggio di alberi. Rumore di grilli. Un congegno elettrico e lievemente profumato difende dalle zanzare. Non c'è frescura ma stando immobili si può almeno leggere, pensare. Lei da quando il caldo si è fatto insopportabile non striscia più dalla finestra nel suo letto. Non arrotola più il suo sottile e lungo corpo al suo. Quella stretta che esplode in un orgasmo e poi si fa asfittica, non necessaria, lo sorprende sempre. Lo attira all'inizio e si fa repulsione. I suoi occhi brillano nel buio. I denti bianchi, i baci a fior di pelle. Speso si sente cibo e lei a piccoli morsi lo fa impazzire di estasi. Ma poi tutto finisce, e lei senza una parola scivola via. E si perde in quell'immensità di prati, alberi e cespugli. Non ha il coraggio, la forza, la volontà di chiudere la finestra. La attende e poi alla fine la teme. Ma questa sera, ed è la terza, questo caldo folle la terrà lontana. La immagina in questa notte di luna che si bagna nel lago. Dista cinque minuti e inizia con acque basse...

si stende. Apre il libro. Dunque, la Pizia.... ha letto d'un fiato. Ha ritrovato i suoi studi. Gli studi si son fatti base di partenza. Gli hanno permesso di capire, di non affogare nei nomi di Laio, Creonte, Edipo, Tiresia, Omero, Agamennone, Eracle, Delfi, Corinto, Tebe, Cadmo, Armonia, Prometeo, Tantalo, Clitennestra, Leda, Minosse....



“...solo la non conoscenza del futuro rende sopportabile il presente.....”



“...Niente al mondo infatti l'uomo sopporta con più difficoltà della giustizia implacabile. Proprio questa egli ritiene sommamente ingiusta. Tutti i tiranni che fondano il loro dominio su grandi princìpi, l'uguaglianza dei cittadini tra loro, o l'idea che i beni di ognuno appartengano a tutti, suscitano in coloro sui quali esercitano la loro podestà, un sentimento di soggezione incomparabilmente più mortificante di quelli che, anche se assai più ignobili, si accontentano, come Laio, di fare i tiranni, troppo pigri per addurre una qualsiasi giustificazione al proprio comportamento: essendo la loro dittatura lunatica e capricciosa, i sudditi hanno la sensazione di poter godere di una certa libertà. Non si sentono tiranneggiati da una arbitraria necessità che non consente loro speranza alcuna, ma piuttosto da un arbitrio assolutamente casuale che ancora permette qualche speranza....”



ha capito. Ha capito perché ha studiato la storia, e ha provato quelle parole addosso a Syalin, Hitler, Mussolini, Alessandro il Grande, Napoleone, Cesare...

La filosofia. Coi suoi ragionamenti spesso frigidi, esasperati, così puntigliosi da sembrare maniacali, in un letterato si fa viva? Ma chi è questo Durrenmatt.....



“ sui giorni felici non c'è mai molto da dire -aggiunse la Sfinge dopo un lungo silenzio- la felicità detesta le parole”



e ora pensa a lei. Lei che arriva dalla finestra silenziosa e si adagia su di lui, in lui e senza una parola....



ragiona poi sulla razionalità e la fantasia. Due vie che, a quanto pare non hanno permesso a Tiresia e alla Pizia di capire un bel niente della vita....



E quella felicità che detesta le parole....



Chiude il libretto. È notte fonda. I grilli tacciono.



Esce dalla finestra, passi cauti lo portano al lago.



Pensa. “lei tace.... lei è felice. Lei....” e non sa continuare.



Arriva all'acqua. La luna è completa e illumina, ma la sua luce è irreale come nei sogni.

È solo. Si tuffa, nuota. Arriva dove è è profonda. Qualcosa lo sfiora da sotto, lo tocca. Lo abbraccia, lo tira giù.



Esplode il respiro, la luce si fa buia ma intensa, si arrende.



E alla fine lei gli nuota di fianco.



Anche lui ora non parla. Non ne ha bisogno, e non ha più paura ora che il “gioco” è terminato.



Pensa... “è un sogno. Mi sono addormentato con il libro sul petto e nonostante il caldo, dopo tre giorni la desidero talmente tanto che....”



si siede sulla riva del lago. Guarda la luna sereno. Lei è di fianco. Lo sa. Chiude gli occhi cercando di comprendere quanto può essere profonda la felicità.



E nel buio degli occhi il capitano Achab per l'ultima volta lo saluta. Lo capisce perché dice addio e si vede che è commosso.



“Addio. Si, addio mio capitano: ora penso di sapere la rotta”










mercoledì 18 luglio 2012

Vecchioni, Mann, Visconti e ... La morte a Venezia


Nel 1911, Thomas Mann aveva 36 anni. Sicuramente suggestionato da una visita a Venezia e dintorni e dalla morte di Gustav Mahler, scrisse “La morte a Venezia”.

Questo breve romanzo è un gioiello secondo me imperfetto. Troppo pensiero appesantisce una idea eccellente. Definisco la situazione con un raro paradosso. “La morte a Venezia” è un capolavoro ma.....poteva esser scritto meglio. Thomas Mann pensava troppo. Sempre. Ma era un fenomeno, quindi le sue ubriacature di pensiero non danneggiavano mai troppo le sue creature. Secondo me l'arte non deve mai essere troppo pensata. Deve essere vissuta sia per chi scrive che per chi legge. Si deve lasciar fare a quell'io che è veramente il nostro e che spesso deve difendersi da noi, che sappiamo farci male.

Porto un esempio. Immaginate una persona che decide che non vale la pena vivere. Arriva a questo esito perché ha elaborato significati tremendi su quanto gli è accaduto. Potrebbe anche avere ragione, non è questo il punto ma, immaginiamolo che si stende di notte sulle rotaie. Sente arrivare il treno, chiude gli occhi, istintivamente tira tutti i muscoli, sente il treno passare e, misteriosamente è ancora se stesso. Apre gli occhi e scopre di essere in piedi a qualche metro dal luogo del “delitto”. Mi raccomando, non è una favola. Son cose che accadono, ed è il corpo che dice: “ok. Se ti seguo, mente mia, qui si finisce male! Che ne dici se ora comando io?” ed ecco i sensi che si riaccendono. L'olfatto si fa sottile, il tatto curioso e il mondo immediatamente interessante. La mente si arrende all'evidenza della sua incapacità di elaborare un senso e affida alla gioia della corporeità un nuovo inizio. L'importante è che mai mai mai, la mente comandi da sola! E anche che la pura corporeità sia solo un inizio....



Ecco descritto per eccesso quel che sento essere il comportamento di Mann. Il fatto stesso che scrivesse tutti i giorni.... è vero che ognuno ha il suo metodo ma, almeno per me, la scrittura non è e non sarà mai un mestiere! Scrivo quando mi va. Quando ho qualcosa da dire. Se me lo imponessi quotidianamente come faceva lui, diventerebbe per me una nevrosi, una dipendenza che potrebbe diventare ossessione. La vita è già così piena di doveri che almeno la letteratura sia un canto libero!



Comunque lui era così e la visita a Venezia sommata alla morte di un grande, condizionò, rese sensibilissimo il suo essere. La storia è semplice. Uno scrittore arriva a Venezia e vede un ragazzo di una bellezza irreale. Ne è sconcertato e attirato. Per quanto abbia letto che Mann fosse probabilmente un omosessuale mentale (ma esistono?) non credo che il punto di partenza in lui sia stato questo. La morte di un amico addosso, Venezia che più che essere una città è un sogno (Venezia, più inverosimile di ogni altra città....), e la bellezza, questo enigma affascinate che ti gira intorno, inconsapevole di se stessa e per questo pura. È nel guardarla, con la sensazione di morte addosso, nasce una ipnosi profonda. Uno stadio fra la vita e la morte, un essere che non è quel che eravamo fino a qualche giorno prima. Tutto perde senso. Solo la bellezza, in quel palcoscenico irreale che è Venezia, ora ha valore, ed essa è.... “danzante al centro del tempo e dell'eternità”.

C'è un'epidemia. Lo scrittore decide di non partire. Meglio morire con la bellezza che ti vola intorno che vivere da essa distante con la mediocrità della quotidianità che causa questo incontro si è fatta insostenibile.



Ricordo che qualche anno fa lessi una notiziola di circa tre centimetri quadrati. Era morto quel nobile dell'Est che Mann vide e che fu l'idea di Tadzio. Tre centimetri quadrati. Peccato.



Ma quel romanzo ha seminato.

Propongo una domanda. Esiste un film più bello del libro dal quale è stato tratto? Secondo me si, ed è “La morte a Venezia” di Luchino Visconti. In esso quell'aspetto troppo mentale che soffro nel libro, non c'è, la mania estetizzante di Visconti si fa poesia e l'ideale di bellezza pura, palpabile agli occhi. Un capolavoro. Se capitate ad Ischia, vi chiedo di mettere un fiore sulla sua sepoltura posta nella sua casa.



Devo dire comunque una cosuccia su questo comportamento, che giudico malsano, di “estrarre” film da romanzi. Se una sensibilità si è fatta parola, si vede che quella era la sua forma. La successiva metamorfosi in immagini potrebbe essere aberrante e lo è infatti quasi sempre per due motivi; spesso il regista non ha capito a fondo quel che ha letto (quel tipo che ha trasformato tutta l'opera di E.M. Forster in film è per me il caso più triste....) e non ha l'umiltà per rendersene conto.... e, secondo ma non ultimo, come fai a rendere ciò che non è solo trama, ma anche pensiero, profumo della mente e del cuore?

Esiste secondo me un altro film che fa miracoli. Si tratta di “Solaris” di Andrej Tarkovskij. La fonte è il romanzo omonimo di Stanislaw Lem. Accade che la base dell'idea sia la medesima, ma poi film e libro si evolvono in modo quasi indipendente. Due prodotti nati dalla stessa radice ma affascinanti per motivi diversi. Stiamo comunque parlando di Visconti e Tarkovskij, di Mann e Lem due più due fenomeni, universalmente riconosciuti...



Secondo me un film deve nascere per conto suo. Il regista ha un'idea, o qualcuno che lui conosce ce l'ha, e poi la fa crescere in sé o in un gruppo, eventualmente con la collaborazione di qualche personaggio degno di stima. Penso per esempio a Fellini, che oltre ad essere bravo dietro la macchina da presa, cioè nel ruolo specifico di regista, sapeva fare gruppo appunto con le menti più valide che incontrava. Flaiano, Pinelli, Guerra e anche Mastrojanni, che non era semplicemente un attore come attualmente si intende, ne sono un esempio. Essi sono legati a quei film al punto che in futuro si dirà che Amarcord è di Fellini-Guerra e “Otto e mezzo” e “La dolce vita” sono di Fellini-Flaiano e quel capolavoro che è “La notte” che ora si considera di Antonioni, diverrà di Antonioni-Flaiano-Guerra., considewrando che poi che lo zampino del bel Marcello grattava sempre un po' la sua parte e se la faceva aggiustare ovviamente con l'accordo di tutti....



Un'idea per il cinema quindi, secondo me deve essere appositamente predisposta. Prendiamo l'esempio della descrizione di un profumo. Essendo questo senso di fatto escluso sia dalla letteratura che dal cinema, per forza di cose si dovrà agire in modo indiretto, e sarà un esito con le parole e tutt'altro con le immagini. Portiamo ora l'esempio sul vedere; io per esempio vedo qualcosa di meraviglioso. La letteratura deve descrivere e ti mostra dall'interno l'esito emozionale di quel vedere, il cinema ti mostra chi guarda dall'esterno e serve un grande attore, un tecnico luci notevole e un regista non da meno. È tutto troppo diverso, troppo distante per poter credere che l'operazione di travasare un'opera fatta di parole, in immagini mobili, sia un atto non volgare .... ma accade e la superficialità, che ha più vita della sensibilità, sembra che goda nel veder immaginato da altri quel che dovrebbe sforzarsi di creare in sé con le proprie forze. Penso che vedere un film dopo avr letto un libro, sia un atto di pigrizia colossale.....



Visconti per ora, è secondo me l'unico che è riuscito appunto a “travasare” un libro in un film accentuandone addirittura il valore!



Ma... la seminagione innescata dal romanzo di Mann non è finita!

Qualcuno ha scritto una canzone.....



Vi racconto come accadde che me ne resi conto....

Ero in macchina. La radio manda questo brano di un cantautore che stimo. Rallento, alzo il volume e “catturo” le parole una per una, con attenzione e fu subito per me una delle più belle canzoni d'amore mai scritte. Andai in negozio, la comperai e me ne ubriacai letteralmente per giorni senza rendermi conto che....

Decisi, quando ormai quasi la sapevo a memoria, di leggere accuratamente le parole allegate al cd. Ed ecco la mia sorpresa. Non si trattava di una ragazza, ma di un ragazzo. Già il titolo mi aveva insospettito. Era “La bellezza” e dopo, fra parentesi (Gustav e Tadzio). Quindi Mann, pensai, quindi “La morte a Venezia”, quindi si canta un ragazzo e non una ragazza. Io sono etero, ok, ma come ho fatto a non rendermene conto?



Ecco la spiegazione. Frugo nel testo scritto. Solo in un punto il dato diventa concreto. C'è proprio scritto “ragazzo”, ma nel cantarlo, Vecchioni l'ultima vocale se l'è “mangiata” oppure, oppure io ho trovato in fondo non quel che c'era ma quel che desideravo trovare.... ? ho riascoltato e secondo me vince la prima opzione. Vecchioni si è” mangiato” la “o” di ragazzo e io son volato via immaginando la mia Laura, la mia Beatrice.



Ecco il testo:



Passa la bellezza nei tuoi occhi neri, scende sui tuoi fianchi e sono sogni i tuoi pensieri.

Venezia “inverosimile più di ogni altra città” è un canto di sirene, l'ultima opportunità;

Ho la morte e la vita tra le mani coi miei trucchi da vecchio senza dignità: se avessi vent'anni ti verrei a cercare, se ne avessi quaranta, ragazzO, ti potrei comprare, a cinquanta come invece ne ho, ti sto solo a guardare....



Passa la bellezza nei tuoi occhi neri e stravolge il canto della vita mia di ieri; tutta le bellezza, l'allegria del pianto che mi fa tremare quanto tu mi passi accanto...



Venezia in questa luce del Lido prima del tramonto ha la forma del tuo corpo che mi ruba lo sfondo, la tua leggerezza danzante come al centro del tempo e dell'eternità:



Ho paura della fine

non ho più voglia di un inizio;



ho paura che gli altri pensino a questo amore come un vizio;



HO PAURA DI NON VEDERTI PIU'

DI AVERLA PERSA...



TUTTA LA BELLEZZA

CHE MI FUGGE VIA

E MI LASCIA IN CAMBIO I SEGNI

DI UNA MALATTIA.



TUTTA LA BELLEZZA

CHE NON HO MAI COLTO

TUTTA LA BELLEZZA IMMAGINATA

CHE C'ERA SUL TUO VOLTO



TUTTA LA BELLEZZA



SE NE VA IN UN CANTO



QUESTA TUA BELLEZZA



CHE E' LA MIA...



MUORE



DENTRO



UN CANTO.





Un mio racconto già terminava con quella parte di versi che ho scritto in maiuscolo e che considero un vero capolavoro ( i versi ovviamente, non il racconto!)



scopro così che avevo ambiato due significati: uno legato alla O di ragazzO, che ho riportato in maiuscolo anche nel testo, unico “Luogo” che definisce il sesso della figura cantata. L'altro, legato alla malattia. Mi spiego: “tutta la bellezza che mi fugge via e mi lascia in cambio i segni di una MALATTIA”; ecco, dal romanzo si tratta dell'epidemia. Lui rimane per godere di quella bellezza e sarà contagiato. Sa che corre questo rischio ma se ne disinteressa. Io invece, avendo ignorato che si trattava de “La morte a Venezia”, avevo immaginato che la visione della bellezza lasciasse i segni di una malattia, di una follia, di una incapacità di vivere dopo aver bevuto tanto splendore, e la quotidianità che si fa ormai piccola e gretta, insopportabile.

Dovevo cambiare qualcosa nel racconto? No. “Colpa” di Vecchioni che si è masticata una vocale. E a me va bene così? La mia sarà una ragazza e la malattia una lieve follia. Ci sta. Così la sento. Ed ecco che un capolavoro, viene addomesticato a proprio uso e consumo? Solo per la malattia in questo caso, poiché ritengo che la sensazione profonda data dalla visione della bellezza, come dell'amore, al di là del soggetto sul quale la vediamo, sia identica per tutti ed è un'estasi rara che Vecchioni ha descritto magistralmente. In questo caso, questo lieve fraintendere equivale a rendere il testo più universale. Io non riuscirò mai a cantare fra me e me “se avessi quarant'anni, ragazzo, ti potrei comprare”!. No, proprio non va. Si spegne tutto. E tenendo conto della possibile universalità del senso della bellezza quando si fa estrema, conio il mio angelo per avviarmi verso quella visione totale che ancora non mi appartiene....



E poi accade che il fra intendere non sia distorcere. Ricordo che sentivo cantare un'aria da opera. La gente diceva “ah l'amore, l'amore è un dardo” e invece nel libretto c'era scritto “ ah l'amore, l'amore ond'ardo”..... piccolezze. L'importante è cantare.....



E nel caso di Vecchioni, ci prendiamo una scorretta licenza nel fra intenderlo? Direi che devono vivere in noi due interpretazioni, quella che tiene conto del romanzo di Mann e l'altra che con un artificio rende il brano accessibile anche al tipo di bellezza che più sentiamo nostra......poiché, fino a quando abbiamo un corpo, le bellezze la decidono i sensi e, più li dominiamo, e i sensi nel frattempo si addormentano per le loro gioiose fatiche, più, forse, se non moriamo troppo semplicemente di nostalgia, ci eleviamo e la bellezza si fa sferica, immensa, unica.



E quelle tre età!

Se avessi vent'anni ti verrei a cercare

se ne avessi quaranta, ragazza, ti potrei comprare

a cinquanta come invece ne ho, ti sto solo a guardare.



La densità di queste immagini, che contengono l'estasi incontrollata dei vent'anni. Si ama, si parte, solo quello conta. E i quaranta. Ormai sei in grado di controllarti, sei diventato duro, scabro, a forza di urtare e lottare, e pensi che la soluzione sia il volgare atto di “comprare” del prendere. E poi i cinquant'anni, la distanza che si fa invalicabile anche per i soldi, e puoi appunto, solo guardare.



È poesia.



Ovviamente tutti noi conosciamo ottantenni palestrati, griffati e ben viagrati che vanno a caccia senza pudore....ma quando non c'è il pudore, non quello del corpo, quello dell'anima, non ci interessa....



ricordo (vado a memoria) dei versi di Borges che qui calzano divinamente:



La vecchiaia

questo è il nome che gli altri gli danno,

potrebbe essere un periodo stupendo.



Morto l'animale,

o quasi è morto,

restano l'uomo e l'anima....



Questa è l'umanità che vale, che canto, che considero.

Esistono i vent'anni per andare a cercare e poi si trasformano, lentamente, è ovvio, in anni accumulati nei quali si impara a controllare l'animale, e l'uomo e l'anima si giocano la vita.



….e questa è l'unica via nella quale credo per arrivare alla bellezza.....


martedì 17 luglio 2012

Helga Schneider "Lasciami andare, madre"


Esistono libri che covano una potenza immensa. “Lasciami andare, madre” di Helga Schneider rientra in questa categoria.

Tempo fa scrissi parole elogiative per il suo “Il rogo di Berlino”. Questo, che ho letto un anno fa, mi ha marchiato a fuoco e varie volte ho tentato di dire qualcosa, ma mi rendevo conto che ero ancora troppo commosso, travolto, per poter parlare con lucidità.



Devo partire analizzando tutte le variabili in gioco: il Libro e me stesso, in relazione ad esso.



Partiamo da me.



Sono nato a Karlsruhe in Germania, fra Stuttgart e Strasburgo. Mi sento tedesco. Penso di ragionare come loro su tante cose. Forse mi illudo. Esiste una barriera enorme fra ciò che crediamo di essere e quel che effettivamente siamo. Io, di me, posso solo dire quel che appunto credo di essere. Un tedesco. Si. Dentro. E l'Olocausto mi fa un male tremendo. La cultura che adoro, che prediligo, ha commesso un simile omicidio..... non lo tollero. Ho sperato che fosse propaganda, ma non avevo appigli. Ho conosciuto gente dei Campi di concentramento e anche di sterminio, la loro sincerità era vera e non confezionata come quella dei venditori di informazioni (giornalisti e “in-docenti universitari”...). Impossibile sperare che non fosse accaduto. Ho letto lo sgomento dopo quasi mezzo secolo sugli occhi di Mike Buongiorno, e la fragilità dell'esistere che quei momenti creano, in Tonino Guerra, e molti altri nomi si perdono nella vastità della mia curiosità. Boris Pahor per esempio, e gente ormai senza corpo, senza nome, risucchiate da un passato che mi segna prima di tutto perché quella macchia del popolo che sento mio..... pesa un poco come se fosse anche mia.



Mi fa ridere amaramente il modo della nostra epoca di ricordare. “Il giorno della memoria” è ormai standard. È un po’ come andare a messa, ripetere a pappagallo la parte che ci tocca di preghiere, ma nel frattempo pensare ad altro. Non funziona. No, non va.



Penso che la lettura di certi libri invece, valga più di cerimonie smaccatamente esteriori.

Non dico nulla del contenuto del libro della Schneider. Vi parlo della mia reazione. L' ho letto come una febbre crescente. L' ho chiuso e il cervello girava intorno al cuore che si era fermato. Tutto girava a vuoto. Impossibile pensare. Sai che quel che narra è accaduto. È accaduto a lei.



La grande letteratura secondo me non può non essere autobiografica. Possiamo cambiar nomi, situazioni, città, paesaggi.... in fondo possiamo “girare intorno” solo a noi stessi.

Tutta la letteratura è autobiografia. Quel che la rende grande è un percorso verso la lucidità che non si può insegnare. Il suo percorso più noto è quello della sofferenza, ma non è l'unico. Per la Schneider fu comunque quello.



Ci sono eventi, che ci cambiano. Ecco un paio di esempi. Sono imprecisi perché vado a memoria.



Giacomo Leopardi. Gli muore il fratellino piccolo. Anche lui è un bambino, di poco più grande. Lo portano al catafalco sistemato in casa, ecco che vede la morte, la scopre. Prima era solo una parola. Ora è enorme, insondabile. Un vortice che sconvolge, che ti cambia. Ed ecco che da quel momento ogni sollecitazione esistenziale si fa margherita da sfogliare minuziosamente, nella gioia come nel dolore. Ogni accadimento si fa enorme. L' ideale nasce come esigenza di rivalsa verso l'irrimediabilità della morte, la morte resiste, annienta quotidianamente, e quotidianamente Giacomo, ancor bambino, si rialza, si rifugia nella letteratura, annaspa nei corridoi scuri di un'educazione che non spiega, e le pagine son l'unica porta verso un esterno che offre qualche speranza.



Nietsche. Il padre, dopo una breve malattia muore. Qualcosa alla testa. Un liquido scuro che esce dall'orecchio. La fine. Il cervello contorto. Fattosi duro e contratto nella dimensione di una palla da tennis. “e come potevamo noi cantare, col piede straniero sopra il cuore”, cantava Salvatore Quasimodo e con lui la sua generazione. E non era il tedesco, l'invasore, la tragedia, ma la personificazione in esso della morte. Pensiamo al Dada. Nasce con la prima guerra mondiale. Il rifiuto del razionale che ha portato l' uomo a quella follia. Il rifugio disperato nel non senso, in un balbettio infantile automatico, banale, ma libero dal male. Da da da da da... come una nenia autoipnotica.



Ricordo ora, come un lampo, un ricordo non mio. La madre di un' amica. Di Jasi, in Romania. Da bambina le sue bambole erano i cadaveri dei soldati. La campagna, la sua campagna, il paesaggio della sua infanzia ne era costellato e son entrati nei giochi dell'innocenza che ancora non sa.

E Carlo. Un caro amico ormai definitivamente partito che ricorda a Marina di Ravenna un Albero in riva al canale con uomini agganciati per il mento. Infilzati, che dondolavano al vento, e lui bambino che dava una spintarella per farli “ballare” di più al ritmo della sua piccola, innocente, infantile, canzoncina.

E Carlo che si sveglia alla vita con un pugno del destino che non ti cambia ma ti distrugge. Il padre e il fratello sono in mezzo al medesimo canale con la barca. Passano aerei. Mitragliano. Il fratello morto. Il padre quasi tagliato a metà dai colpi. Lui, ragazzino, si butta, prende la corda e a nuoto “tira” la barca a riva. Il padre è accasciato. Alla tempia un po' di cervello. Carlo con tenerezza sconvolta lo pulisce. L'infanzia è finita. La vita è finita. Dopo un simile colpo puoi solo essere un fantasma … in un corpo.



Pensiamo al suicidio del padre di Schopenhauer. La madre che a Weimar e non solo tiene salotti, interessanti, frivoli, intelligenti..... ma basta l'intelligenza per digerire l'indigeribile?

Non basterà mai. È per questo che odio la confusione nata con l' illuminismo, fra intellettuale e artista, che è diventata la norma nel novecento. Il pensiero non basta. Il pensiero è una gabbia e la disperazione-pallina sbatte contro le pareti creando una pressione crescente che si fa disperazione. E poi la gabbia esplode, l'artista, torna a legarsi all'anima del mondo, a qualcosa di più grande, che all'intellettuale non puoi spiegare.



Nietsche pensò, decise, che sarebbe morto come il padre e si imbizzarrì in una fretta di vivere, una fretta di senso da trovare alla vita. E all'epilogo siamo a Torino. La sifilide lo sta corrodendo. Manca poco e la mente si staccherà per sempre dal suo corpo che vivrà come un sacco, un sacco con enormi baffi. Qualcuno in strada picchia selvaggiamente un cavallo. Nietsche scende. Abbraccia il cavallo. Non vuole. Non vuole. Non vuole. Non è giusto. Crolla. Il tunnel della definitiva follia si apre. Il cavallo muore. E vi sembrava pazzo l' uomo che abbracciò il cavallo? O di una sensibilità superiore anche alla soglia della follia? Aveva abbracciato, nella bestia, la vita che aveva disperatamente tentato di rendere sensata. La vita. La vita. La vita..... chi di noi oggi non farebbe come lui....



E ora immaginiamo un padre che si ammala. Il figlio ha sette anni. Il padre diventa creatura da ospedale. Un corpo da contendere quotidianamente alla morte. Il figlio ha sette anni. Il padre trentatré. L'età di Cristo. Come non pensarlo. Dopo tredici anni di lotta, la morte vince. Il padre se ne va. Il figlio resta, ma cosa resta in realtà?

Un' ombra.

Il suo corpo, lo ricordo tuttora con angoscia. era ridotto a poltiglia. Massacrato. Identico a quei cadaveri pelle e ossa che trovarono nei campi di sterminio e nelle fosse in giro per l'Ucraina. Non la medesima guerra. Ma anche senza guerra, il medesimo risultato. E non ero suo figlio. Tentò di donarmi l'essere padre, ma lo soffocò la lotta con la morte. Io crebbi vedendo quella battaglia. Impotente, piccolo piccolo, sempre più piccolo. E l'ho ricreato perfetto nella mia letteratura.



“Ora il tempo è un signore distratto. È un bambino che dorme”.

E Carducci. Il grande e grosso Nobel bolognese..... scrisse poesie come si compilano i cruciverba, ma accadde la realtà, quella vera, che non recita ma vive. Il figlio dante, piccolino, uno scricciolo, muore. E si levò dai suoi precordi quel “Pianto antico” struggente, vero. L'albero a cui tendevi la pargoletta mano....



Mi rifugio spesso in queste parole di De Andrè. Ricordo che quando dissi che meritava il Nobel mi risero in faccia. “è un cantante! Non un poeta!” e invece per me la poesia, quella vera, mi canta dentro, senza rispettare regole, schemi, doni brutali e riduttivi dell'intelletto calcolatore.



Torniamo al libro. Spero di aver creato l'atmosfera pesante, bassa, irrespirabile, che è la realtà di molti, di tanti spesso silenziosi. Chi soffre veramente non riesce più nemmeno a urlare. Si spegne. Cenere. Lo vedi solo se si fa artista. E non sopporto che mi dicano che Nietsche e Schopenhauer siano filosofi. Un filosofo crea un sistema di regole. Loro hanno fatto di più. E Helga anche, e anch'io, umilmente, ci provo.



Conosco persone che hanno vissuto situazioni potenzialmente drammatiche quanto quelle che ho descritto, ma non son state scalfite. Mi rendo conto che si deve avere una superficie più sottile, una corazza imperfetta che da una incrinatura spesso invisibile, mette a nudo la polpa delicatissima, dell'anima. Questi, deglutiscono ogni minimo tagliente frammento, auscultano il dolore col microscopio, non vorrebbero, ma non sanno fare diversamente, perché ben poco, oltre il dolore è stato loro donato.



E Ora Helga, sappi che per me sei sempre la bimba fragile de “Il rogo di Berlino”. Sei la bimba col nastro bianco che, seduta e con la palla in mano osserva, o forse no, dalla copertina dell'edizione Adelphi del 2001 che ho fortunosamente trovato. In quella visita alla madre che hai narrato, nei tuoi pensieri, non sei mai stata sola. Non potevi saperlo. Ho cercato, io semplice lettore, di starti vicino. Ma quel che racconti è oltre ogni immaginazione. Non esiste studio sull'argomento che possa permettersi di “arrivare” dove arrivi tu perché sei un'Anima che parla. Un'anima che non ha maschere. Ad un certo livello cadono da sole. Si fanno insensate. Si fa così urgente l'esigenza di un senso, di un rifugio, che la lucidità delle parole si fa unica.



Mi fanno ridere le scuole di scrittura. Per saper scrivere è sufficiente raggiungere quella lucidità e lasciarsi andare. È l 'anima, non tu, a trovare le parole. Non le devi cercare. Esse nascono, anzi rinascono con una purezza primordiale che alla mente razionale non è concessa. Il linguaggio è ambiguo, imperfetto, impreciso. Incompleto per la razionalità, ma perfetto per il simbolo, per l'arte.



È uno dei libri più veri più grandi, che ho letto e ne ho letti a migliaia ormai. Come Kafka sonda la realtà, la sua, che si eleva a nostra, proprio per questa sincerità senza limiti. “Il processo” per esempio, rappresenta la rottura del fidanzamento con Felice Bauer avvenuto in quella camera d'albergo davanti ad estranei giudicanti e minacciosi. (una con un cognome così.... per Kafka! Ci voleva una Dora Dyamant....non di meno....).Lui ha pulito, scarnificato il fatto personale. Lo ha elevato all'empireo. “il Processo”. Le lettere del titolo, le gusto una per una. La perfezione.



Helga Schneider non ha fatto di meno. Leggi questo libro e non riesci più a muovere la mente. Paralisi. Ti domandi “ma com'è possibile....” e sai che è possibile, che è stato possibile, che è accaduto.



Solo libri come questo sono in grado di creare in noi una vera “giornata” atemporale, indimenticabile, della memoria.



La storia serve a questo, a non dimenticare per non ripetersi, ma la storia la devono raccontare gli artisti.... gli storici zappino la terra.



Quando mi si dice che Stalin riuscì ad avviare l'industrializzazione della Russia, che ci furono quasi quaranta milioni di morti per realizzare il cambiamento e non una corda vibra di sgomento per quella tragedia, e sui libri degli storici accade questo, dico: “storici! Ordinate i dati con la mente, ma raccontateceli col cuore e, se non siete capaci..... a zappare la terra.”










domenica 3 giugno 2012

Il pensiero fisso di Gogol


2 giugno 2012

Oggi mi hanno parlato di Gogol. Risulta da alcuni scritti, oltre che da testimonianze, che fosse letteralmente terrorizzato dall'idea di finir sepolto vivo.
La paura gli venne, e crebbe fino a diventare fobia, perché in età avanzata iniziò a soffrire di letargia. Ovunque, e con facilità, si addormentava di un sonno pesantissimo che in alcuni casi si faceva simile alla morte.

Accadde che, durante la Russia comunista, si decise di spostare la sepoltura e di cambiare la lapide. Aprirono anche la cassa e con sorpresa generale, videro che il corpo era a pancia in giù.

“Sono perplesso”, ho risposto. La cassa potrebbe essere caduta …... ma, se la sua grande paura si è compiuta, dovrebbero esserci segni di graffi. So di casi simili e si vede chiaramente che la persona ha lottato.

Mi hanno risposto che i giornali dell'epoca non specificarono niente, ma conoscono qualcuno che fu presente e mi faranno sapere.

Ognuno di noi teme un certo tipo di epilogo del corpo e, come fu per Gogol, di solito questo è in relazione con una nostra debolezza fisica. Anch'io ho, in proposito, un mio timore che per ora giace assonnato.

Quel che mi tocca profondamente di questa possibile vicenda, è la sensazione che certe situazioni, pensandole, le attiriamo.
Ovviamente non basta una volta e forse nemmeno due, ma convivere per esempio con la paura di una caduta nel bosco in montagna, rende possibile l'evento perché quando siamo nel “paesaggio della paura”, è essa stessa a guidarci.

E può anche accadere che l'aerea cada con colui che ha paura di volare, perché l'io è più forte di quel che si crede e attira a sé il destino meditato senza discernerne la negatività, se è presente.

sabato 2 giugno 2012

Paola Capriolo - "La spettatrice"


La fine del corpo di Tonino, accaduta nel primo giorno di primavera, ma ha inebetito per tutti i giorni seguenti fino a questa mattina quando, alla vista di un gruppo di fenicotteri rosa, qualcosa in me si è risvegliato. Penso di aver ritrovato una parte di me stesso. Spesso, all'alba, o quando potevo, mi recavo a Santarcangelo, sedevo sul retro del monumento ai caduti della piazza e osservavo l'appartamento ha spiccato il volo. Lora, la moglie, accuratamente dispone fiori nei vasi e qualcuno, mi piace pensare che sia lei, li nutre d'acqua. Mi diceva Tonino che quell'appartamento, che stava contenendo la sua fine, era l'unico abitato della piazza. È una delle aberrazioni italiane e forse non accade solo qui. Le banche e le grandi aziende, comprano gli edifici sulle piazze dimenticando che in Italia, questa terra con l'anima nel sud, vive quello spazio come un salotto che ha come soffitto il cielo. Gli uffici chiudono a una certa ora e nei giorni festivi son deserti. Così la gente deve migrare dalla periferia che per un italiano è già a due passi oltre la piazza o la via preferita per il passeggio. Il centro è dove ci si vede, dove si dialoga, dove si va per incontrarsi e costruire, dopo aver concluso gli edifici, la civiltà. Ricordo con fascinazione, Ascoli Piceno. Verso il tramonto, la piazza principale, che fino a quel momento era stata solo un crocevia di casuali passaggi, si riempie fino all'inverosimile. Io, seduto in compagnia di una birra, osservo il duomo alla mia destra e quella folla. Non il duomo, non i muri son Ascoli, ma quella gente che eternamente si radunerà sempre qui al tramonto. Se osservate oggi un cavallo nel paesaggio e fra vent'anni, ripassando, nel paesaggio vedete di nuovo un cavallo, se siete sensibili saprete di aver osservato e di osservare, oggi come domani e per sempre, il Cavallo come entità eterna. Così gli ascolani, semplici, popolari, vocianti e antichi. Penso che anche i gesti di quella donna ben vestita, quel muovere il braccio e schiudere la mano nell'intento di rafforzare una frase appena detta, siano antichi, inconsapevolmente tramandati, come inconsapevole è per loro che stanno vivendo, cogliere questa eternità nell'attimo.
E Siena, che mi accolse in una sera d'estate e alcuni senesi erano stesi in piazza esattamente come si farebbe sul divano di casa. La famigliarità delle piazze italiane, la loro vita. E penso anche a New York che ha trasformato le piazze in incroci e ci si incontra solo nei locali e forse, nei parchi che in loro fanno scattare un istinto ginnico e non certo di meditazione.

E, nella piazza di Santarcangelo, guardando la finestra, spesso vedevo me stesso che si affacciava in quei giorni duri, ad abbeverarmi di un po' di luce e tornare carico per trasformarlo in sorrisi, compagnia, dialogo di quel che lui e io quasi segretamente, si amava.

Son tornato in me, forse solo per qualche ora; ancora non so, ma lo devo anche ad un'amica sconosciuta. Si chiama Paola Capriolo. Ieri sera ho preso in mano un suo libro e mi son detto “proviamo se riesco a leggere un po'” perché una delle conseguenze più spiacevoli, per me è stata, da dicembre, l'incapacità di concentrarmi in un libro per più di una decina di pagine. Ho scelto “La spettatrice”. La mia è una prima edizione del 1995. ho tolto con fastidio la sovracoperta e ho tentato le prime parole.
Sì, Quella sovracoperta la odio e un poco la amo. Sotto al titolo, l'immagine di Beardsley mi infastidisce. Si intitola “gli amanti di Wagner” e mostra in primo piano due donne che percepisco come mostruose, incapaci di dolcezza e un volto d'uomo di profilo che ha per me sapore di cinismo. In fondo si vede un palco ornato da coppie di colonne che contiene due figure femminili. Queste, rese innocue dalla distanza, sono idealizzabili; quella a sinistra mi sembra una dama rinascimentale, quella a destra, una dama di Rossetti, dura dura, ma pura.
Il particolare che più mi destabilizza e mi allontana dall'essere quell'acqua tranquilla che è in grado di ricevere e riflettere i raggi del sole, è l'immagine di lei, l'autrice, sul retro di copertina. Per quanto sia evidentemente in posa, colgo negli occhi la sorpresa di chi anche se sa che stanno fotografando, pensa con disgusto che quella immagine di sé, che ben poco rappresenta quel che siamo o pensiamo di essere, farà il giro di molte case. Indifesa nel mondo. Bisognosa di una realtà ideale che ben poco o quasi nulla di umano intorno a lei, è in grado di incarnare. E io che son protettivo, la trovo bella per questa sua fragilità e poi ammetto a me stesso che non è solo così. L'istinto la guarda e la trova interessante... ed ecco che l'acqua si fa increspata e poi onda. Non si deve leggere mai con i sensi! Quasi mi arrabbio con me stesso che non ho resistito e mi son lasciato andare al suo musetto che trovo grazioso. Tolgo quindi la copertina, accendo un incenso, attendo che l'aria sia profumata e accarezzo Lolita. Mi nutro del suo sano affetto, e recupero la limpidezza, la calma che può far riflettere i raggi del “pianeta che mena dritto altrui per ogni calle”. Sono pronto. Inizio la lettura. La prima facciata di sapore borgesiano, è costruita ed elegante. “...narrare...una possibile storia di Vulpius....pochi elementi certi di cui disponiamo. Che sia poi la sua storia vera, o almeno la più verosimile, non mi sentirei di affermarlo.” Bene. Io che sono il lettore mi faccio alleato e indagherò con lei questa vicenda. Nella facciata successiva inciampo in una fastidiosa ripetizione. Intrattiene- intrattenuti. Per una frazione di secondo torno alla realtà e poi riprendo il cammino semionirico. Mi tiene sempre parzialmente ancorato alla realtà un modo di scrivere così accuratamente costruito da rasentare l'artificialità. Costruire troppo è ingabbiare. Sento che la scrittrice agisce al limite ma non cade mai nella costrizione solamente intelligente. C'è qualcosa di sensibile che la guida e la rende sempre più che presentabile. Da sempre penso che chi costruisce troppo in arte lo fa per uno dei seguenti motivi. O eccessiva solitudine, e qualcosa bisogna pur fare, o l'essere incastonati in un sistema sociale che richiede questa apparenza per essere stimati. Accade poi che quell'apparenza si fa abitudine, la maschera diventa il volto e chi la indossa ne perde la consapevolezza. Per lei penso si tratti di solitudine. In essa accade che i pensieri girino in tondo all'unico epicentro che a loro si offre, se stessi, e la precisione rischia di farsi minuziosa per approdare poi all'ossessione. In lei non accade. So che ha dei gatti e legge molto e, se sai fare, se intimamente hai compreso, si tratta di due modi di relazionarsi, non nella realtà sociale, ma in una dimensione personalissima che curerai e rispetterai con sacra attenzione perché da essa dipende la tua possibilità di salvarti dalla sempre possibile perdizione. Mi lascio andare alla lettura del libro, passano i minuti, si fanno ore. Con questo libro di valore ho ritrovato i miei passi, l'atmosfera di corridoio vuoto, di gente appena passata, di odore di vita appena accaduta, e respiro me stesso ritrovato.
Penso poi a quella ripetizione che ho accusato di avermi distratto dal fluire della scrittura.
…..Questa mattina ho visto i fenicotteri e ho scritto. Ricordo di aver prodotto una ripetizione e di non averci fatto caso più di tanto, perché avevo premura di avvolgere il più accuratamente possibile quanto appena vissuto in quella ventina di misteriose lettere dell'alfabeto.
La perfezione stilistica nutre il corpo, non devo cercarla perfetta. Chi in essa si esaurisce è come se si sentisse sazio di vita dopo aver nutrito i sensi fino all'eccesso.
Questo libro poi è una tappa di un cammino che secondo me raggiunge l'apice in “Una luce nerissima”. Ricordo che ero al supermercato e vendevano libri a due euro al chilo, più o meno il prezzo di due caffè. C'era quel libro. Lo presi e lo scoprii il capolavoro.
Ho sempre detto che De Andrè era degno del Nobel per la letteratura. Mi trattarono con indulgenza, come un malato irrecuperabile. Ora è il genio italiano del secondo novecento e qualcuno, in altre parti del pianeta non trova stupido candidare Bob Dylan. Trovavo degno di quel titolo, Tonino Guerra, e prima di lui Manganelli, e poi Flaiano e Savinio. E penso che di tutti questi nomi solo De andrè ha una notorietà giusta, inscalfibile e destinata a crescere. L'Italia non esiste se non sa identificare i suoi grandi e rispettarli, riconoscersi in essi. Attualmente, degni di una candidatura che un tempo era considerata la massima consacrazione, sono secondo me Paola Capriolo, Roberto Vecchioni, e Francesco de Gregori. Mi risulta che per ora, la finzione che conosciamo col nome di Saviano (e che nulla ha a che fare con la letteratura e comunque la parola elevata ad arte), sia in pole psoition, l'abbiamo già visto col Nobel cinese e con Pamouk che si vince se agisci, detto in modo generico, nel sociale. Esseri come La Capriolo, Vecchioni e De Gregori, che rendono offrono alla nostra specie la speranza di essere portatori di un'anima sensibile, son considerati di un livello secondario. Ora si vive di presente, di reazione ad esso valutata dall'emotività. Chi va oltre come loro, è grande, ma è solo.

Due giugno, ore dieci di mattina.

Ho appena terminato la passeggiata nella “valle” di Marina Romea. Avrei potuto dire che è stata lieve..... ma l'incontro con due umani ha annullato la bellezza che secondo me emana da quell'aggettivo.
Dunque. Passeggiavo.....
e sulla destra, in lontananza, vedo un gruppo di uccelli bianchi.

Se stanno volando si chiama stormo. Non so se è corretto anche per quando riposano sull'acqua.
Ho la sensazione, ma non la certezza, che l'ultimo gruppo che ho visto planare, sia rosa. Dopo poco passano in direzione a me contraria due umani; un maschio e una femmina, con l'atteggiamento di chi sta camminando in modo deciso, da qualche chilometro. Li annuso con discrezione. Qualcosa in loro mi rende diffidente, ma mi avvicino e chiedo se vengono da là, da dove stanno quegli uccelli.
Dicono di si. Chiedo se sono i fenicotteri e confermano. Sovrappensiero, ma ad alta voce, dico che non resteranno in quel punto. Rispondono con aria di sufficienza, che son li da due settimane. Avevo annusato giusto. Qualcosa in loro manca e da questa assenza si libera nell'aria un odore che è quasi una puzza. Mi si ferma la lingua. Annuso ancora in un crescendo di diffidenza. Riesco a dire solo che voleranno vicino alla tale fabbrica perché c'è qualcuno che si fa pagare per portare la gente vicino con una barca a motore. Loro mi ri-guardano con sufficienza e mi ripetono che i fenicotteri son li da due settimane.. mi arrendo. Se ne vanno.

Chi pensa di aver capito guardando, come han fatto loro, cosa perde?
Bastavano cinque minuti e guardare sarebbe diventato osservare. Uno stormo è giunto sull'acqua immobile. È rosa. Un altro, un attimo dopo, si fa stormo e va. Vanno verso destra, in direzione di quella fabbrica, sempre.
Diventano bianchi qui, mangiando non gamberetti ma un'altra minutaglia, per questo puoi distinguere chi è appena arrivato da chi è presente da almeno una settimana.

Ecco. Vedere e osservare. Osservare ed elaborare. I primi tre gradini che ben pochi percorrono. Sono in salita, ma avvicinano alla meta. C'è comunque una fatica da compiere, che se ti affidi ai sensi che notoriamente girano in tondo, puoi evitare, ma ottieni ripetizione e non crescita.

Ed elaborare, il terzo gradino che ci emancipa, deve essere affidato alla mente e al cuore.
La prima spiega quasi tutto e il secondo, il cuore, crea un'armonia che....

E infatti, penso, anzi, mi lascio andare a quel che mi ribolle dentro e “sento” che, in questo paesaggio di pini acqua e vento, il fenicottero inconsapevole, si fa adulto e parte di un paesaggio stupendo dal quale io, frammento di quell'umanità distruttrice, mi sento escluso.
Passo sempre col piede leggero, per non disturbare, per non “svegliarli” ala vista del carnivoro supremo. Io so di non esserlo, ma come spiegarlo a quel paesaggio vivo e riuscire a farne parte compiendo così uno dei miei destini?

Ma mi rinfranca la Volpe che non mi teme e viene di notte, mangia qualcosa che ho preparato per lei e poi si ferma, si siede, fiuta l'aria e, senza mai guardarmi negli occhi, mi fa compagnia.
Io, seduto con una piccola luce che si posa sulle pagine di un libro, deformato da una giacca a vento, nel freddo della notte, ho atteso, solo, questo momento.
Sono commosso.
Sì, la natura che mi è madre e assassina, non mi teme, e dalla compostezza elegante della volpe, me lo fa capire.
E mentre pensavo queste cose, distratto appunto dal pensiero che troppo spesso ci allontana dalla vita, torno a me per via di un fruscio. La Volpe se n'è andata.
Devo crescere. Il pensiero, in certi momenti ostacola il fluire da dentro e anche la vita. Devo lasciarmi andare e forse ancora, come quell'unica volta un anno fa, si avvicinerà e dolce e supremo accarezzarla ancora.

mercoledì 11 aprile 2012

Pennabilli 10 - 11 aprile

Son tornato da Roma. Sugli Appennini immaginavo i lupi con la borsa dell’acqua calda, rossa come quella che ho a casa.

Arrivo a Pennabilli, dialogo con Lora, liscio i gatti e vediamo, dopo cena, un programma della televisione russa dedicato alla Achmadulina. Morta da un anno.

Mi rendo conto che l’ho conosciuta.

Per me fu l’incontro con una gentile signora russa. Solo ora mi rendo conto di cosa ha fatto. E mi guardo con stupore la mano destra, anche ora che sto scrivendo. Questa mia mano che ha stretto la sua, e la sua che ha stretto quella di Nabokov, Brodskij, di Tonino….

Ma ti rendi conto, vita, che se non ci fosse la fantasia a mettere ordine secondo le regole del cuore, troppi fatti sarebbero ridotti al minimo, alla loro meccanica fatta di tendini che si tirano e si rilassano e di ossa che reggono l’urto?

E forse, in questo periodo un po’ sgangherato la fantasia, come un uccellino che si ritrova chiuso in una stanza, non sa uscire dai muri d’osso del cranio. Sbatte contro le vetrate ancora annebbiate, degli occhi. Forse la sua via è dall’orecchio, quello stretto tunnel che si apre a Bach e Scriabin, o l’olfatto che si fa sedurre da quel che meno mi aspetto, come per esempio ora, il sapore del vento, carico di erba e terra umida.

Lora fa preparare l’appartamento vicino a casa. Vado a vederlo. Bellissimo. E dalla finestra vedo il prato quadrato con al centro un mosaico con la farfalla di Tonino.

Ma è troppo freddo…

Torno, prendo una bottiglia vuota, la riempio di acqua caldissima e la abbraccio con affetto.

Lora fa preparare un altro letto al primo piano.

Era ed è “il loro letto”. Sprofondo come un bambino nel piumino morbido. Un gatto bianco mi augura la buona notte. Dopo poco anche Lora, e accade che, una volta che veramente solo, la stanza si fa barca nel vento.

Laggiù, nel giardino, ci deve essere un sensore che scatta quando l’aria si fa più forte e i rami, vicinissimi alle due finestre, si agitano. Nel loro gioco di ombra e verdi scuri e poi fiammanti, sembra dicano “veniamo a prenderti!” ma non riescono nemmeno a battere nei vetri e i muri grossi della vecchia casa mi danno sicurezza.

Non posso! Non voglio dormire… ma poi crollo e sogno elefanti vestiti Missoni che fan la fila nei negozi di Pennabilli. Sono seri e dialogano a bassa voce fra di loro. Uno ha cappello e sciarpa e sembra Tonino. Osservo bene e mi trovo e, come accadeva quando venivo da lui e non osavo mettere niente di quel caro stilista per non sembrare imitatore mi si nota perché sono l’unico azzurro.

Ieri sera, dalla valigia di Roma ho tolto la cosa più grossa ed era un cardigan del caro stilista con le sfumature del ghiaccio e dell’azzurro. Lora ne usava uno color sottobosco come quelli di Tonino e, nella casa color sottobosco, i pensieri, la fantasia ancora un po’ malata di questi giorni così emotivi, trasformano di nuovo e ancora, con troppa incontrollabile immediatezza, le emozioni in immagini strane.

Nel sogno con gli elefanti vestiti Missoni io, elefante giovane in camicia di jeans, incontro il mio cane, la mia Mafalda, vestita Missoni anche lei, che passeggiando con Baba, il Golden di Tonino e Lora, torna dall’ “orto dei frutti dimenticati”, posto che adorava e non vedo perché non possa amarlo anche ora solo perché il corpo se n’è andato.

….. e mentre sorseggio il caffè, Lora mi racconta che quel letto, nel quale ho navigato nel ventre della casa in questa notte di vento, è quello che il cast del film “Matrimonio all’italiana” regalò a Tonino.

E li, dove il mio corpo si è fatto bambino per un’altra notte, il corpo di Marcello che ho stimato infinitamente e mi stimava, e quello della splendida Sofia, si son fatti anima e poi congiunti creando parte delle visione che, lo so già, avrò negli eterni domani. Il contatto anche dopo anni, avviene. Le molecole, prima che accada a noi, si riconoscono, si salutano e chiedono come va e qualcuna rimane sempre, ovunque passiamo, come polvere che lasciamo. Lo so che è così. Lo sa certa fisica che parla sempre solo di particelle e mai degli insiemi di particelle che noi siamo…..

Ed ecco che la mente parte grazie all’appunto di Lora a proposito del letto.

Eccolo li, leggero come una fiammella, Marcello che mi racconta ancora di Mastrorna. Di quella idea mai divenuta film, di quella valigia che Fellini veramente vide nella sala d’attesa di un aeroporto. E l’aereo irreale che atterra nella piazza davanti al duomo di Colonia. Viaggio nel regno dei morti.

Immagino ora un mondo di eterni che mi accoglie su quella piazza col duomo appuntito….

Eh sì….. ho pochi vivi intorno, da sempre, e ora la Lispector, la Nemirovsky e un timido Flaiano a braccetto con Tonino, mi guidano in quella che al mondo pare la mia inquieta solitudine…

giovedì 5 aprile 2012

Tonino Guerra e il Dubbio di Dio

Per me la tempesta non è ancora passata. Per giorni, verso le tre del pomeriggio mi assaliva una febbre che mi sfiancava fin verso le cinque e mezza. Dopo, incapace di fare la minima cosa, pensavo, e i pensieri giravano in tondo.
Ho scritto qualcosa quella mattina che, giunto all’alba a Pennabilli, ho potuto vegliare quel che restava di Tonino, in solitudine, in uno dei salottini della sua casa che ci accoglieva, intarsiato di gatti e con la mole pacioccona del cane Baba che voleva incessantemente carezze.
Non amo i clamori. Questi momenti son raccolti, intimi.
Una domanda mi fa tanta gente: “Ma Tonino credeva?”
E penso all’ultimo libro che stava leggendo:

Eccolo.
In essa è stato trovato un foglietto scritto nelle sue due striminzite facciate:

Penso che si legga. Nel dubbio ecco le sue parole:
“Dio voglio prender con le mani il cielo e metterlo in tasca perché so che tu sei dentro l’aria”.
Un atto di fede? In un certo senso sì.
Secondo me ha più possibilità di fede chi dubita. Tonino era così. Dubitava, ma profondamente, con gioia, rassegnazione e l’aiuto di tutti, mistici, grandi del passato, noi amici.
Penso comunque che il senso della divinità lo pervadesse in certi momenti con una totalità talmente inebriante da lasciarlo stordito. Erano il profumo dell’aria, la neve, i gattini che giocano. Una parola profondamente gentile, una lettura che schiude nuovi perché e propone nuove conferme.
Io ho più certezze di lui, in fondo perché sono più giovane.
…e mi accorgo di avere usato il presente. E come scrivere diversamente se stanotte l’ho sognato…
Una cosina buffa. Un paradiso tipo quello della pubblicità della Lavazza e lui pieno di allegro stupore.
Lo racconterò, forse più avanti. Ieri la febbre non mi ha fatto visita. Oggi un po’. Non è quindi ancora il momento.
Ieri mi aggiravo fra gatti addormentati.

Eccone uno, sereno come gli altri, nel salotto buono.


Ed ecco la sua poltrona in quel salotto buono. Io sedevo di fianco dove ora si vede il cuscino con il disegno della sua farfalla. Oppure stavo per terra, per accarezzare Baba che diversamente si lamentava abbaiando e non ci lasciava parlare. Ci sono dei giornali. Sembra appena uscito. La porta di quella stanza da sul giardino.

Trovo il libro di Ezra Pound, che abbiamo spesso sfogliato insieme. È appoggiato sul bordo di un mobile, sembra appena lasciato. E gli ultimi versi che leggemmo, li trovo, segnati da una foglia.
Era ieri? E’ per sempre.

Torno al gatto che dorme placido sulla sua poltrona. E’ uno dei miei preferiti.
Mi siedo dove sedevo sempre e ti parlo. “Son tante le cose da fare, Tonino. Il tuo ultimo libro non ha note. Mi sono impegnato a provvedere per quel che posso. Non me la sento ancora. Te l’ho promesso. Lo farò. Quell’ultimo racconto pensato insieme, e al quinto giorno di digiuno mi dicesti: –Non ce la faccio più, ora tocca a te-… Amavi quell’idea. Mi dicevi: –Tienila immobile! È troppo facile fare un racconto con una trama! Ad ogni passo scendi a un compromesso con l’idea che hai dentro. Ci siam riusciti per un po’ a tenerla ferma, a girarci intorno. E ora è immobile. Riuscirò a proseguire? Non ora sai. L’ultima idea, la sazietà dei sensi come un gradino per accedere all’oltre, ti era piaciuta. Ci penserò. Ma non ora. “
“Lora mi chiede di leggere alcune delle cosine che ho scritto mentre ti vegliavo. Non ho finito la seconda. Non ci riuscivo. Ha detto che sono belle. Forse è vero. Forse no. Ho un pudore immenso con i versi. Non temo che gli altri li deridano, ma che li offendano cercando solo ritmo e superficie. Chi canta, ha un motivo. A volte basta la gioia di avere un corpo, a volte serve qualcosa di diverso. È un pudore legato a questa epoca che pensa ad altro e fa troppo rumore”.
Esco in giardino. Piove. Tanti piccoli rumori sono assorbiti dal suo sensuale ticchettare. I petali si rinfrescano, il paesaggio beve.
Parto.
Con gli occhi pieni di ricordi e di gatti morbidi e sereni.
Mentre guido un valzer di Strauss mi culla.
Mi vengon in mente le parole scritte sul retro di quel foglietto.
“E giro dentro la casa per vedere se trovo il tamburo che avevo da bambino”
In dialetto. Tornato in grembo a se stesso anche con la lingua.
Quel tamburo non esiste più da anni. È la paura ultima che prende forma nelle parole, come può. E la sento tutta, forse anche perché l’ho minuziosamente vissuta.
È passata Tonino.
So che ora l’hai trovato… il tamburo.