domenica 12 giugno 2016

Mostra Nervi Severini di fine anno scolastico (piccoli ricordi di viaggio)




ESPOSIZIONE DI FINE ANNO 2016
DELLE OPERE FATTE DAGLI STUDENTI
DEL LICEO NERVI SEVERINI – RAVENNA

La mostra di fine anno è una tradizione della scuola e gratifica gli studenti.
Il rapporto con la cittadinanza è invece secondo me controverso. Nel mese di Luglio il ravennate che circola in città, lo fa per lavoro poiché altrimenti tende, e giustamente, a sgattaiolare al mare per rinfrescare se non le idee, che nella nostra epoca non sono strettamente necessarie, sicuramente la carne.
L'anno 2016 ha invece costretto il ravvenicolo a cambiare abitudini poiché il folletto della pioggia, dalle lande britanniche, ben ha pensato di farsi un anno di ferie in Romagna.
Di passaggio ricordo più a me stesso che al colto lettore, che nel testo più antico della cultura occidentale, le “argonautiche”, si narra proprio delle terre bagnate dall'Eridano, antico nome del Po. Apollonio rodio fece la medesima operazione dei fratelli Grimm. Da Alessandria d'Egitto raccolse antiche leggende e le coordinò in un'unica storia affascinante e spesso quasi comica. Ebbene, gli argonauti, che son la generazione dei padri di coloro che faranno la guerra troiana, decisero di percorrere controcorrente le acque del Po/Eridano e si trovarono depressi, tristi al limite dell'agonia. Passò loro l'appetito e per un greco è come dire che si dileguava la voglia di vivere. E cos'era per la loro onirica mente la valle dell'Eridano? Il luogo nel quale Fetonte, che aveva preso il carro che suo padre, il sole, giornalmente guidava, fu scagliato da un fulmine di Zeus che aveva prima di tutto l'incarico di mantenere il cosmo entro le regole del fato che, assurdo stupendo, non conosceva e come noi doveva dedurre dai fatti. Fetonte planò disastrosamente e nello schiantò produsse un solco enorme che noi chiamiamo pianura Padana. C'è chi dice che l'impatto sia accaduto esattamente ad Alfonsine e vari paesini si contendono comunque questo strano demerito di veder franare ed accoppare il figlio di un dio.
Passarono gli argonauti fra i miasmi del corpo enorme che si putrefaceva. Questa bella metafora per descrivere delle paludi malsanissime e … ci basti ricordare che qualcuno scelse Ravenna per capitale non perché era accogliente, tutt'altro! Le zanzare regnavano e persino il Sommo poeta, sembra ... ci lasciò le penne per malaria e quindi il nemico, qualsiasi nemico, avrebbe desistito.
Ebbene … il ravvenicolo quest'anno assaggia una fetta del passato con l'umidità che non risparmia nemmeno i ricordi e quindi alla mostra qualcuno, col mio sospetto che sia più per rinfrescarsi che per godere delle gioie dell'arte, ha messo naso e di seguito piede in questa ex chiesetta che effettivamente è piacevolmente fresca.
Col tartufo diffidente del cane che si ritrova inaspettatamente in un luogo odoroso ed inesplicabile, vaga e io, subdolamente lo intercetto e lo faccio ragionare. Quando colgo i rivoli di sudore per lo sforzo allora mi ritiro soddisfatto e ilare.
Contemporaneamente nella terra della franata di Fetonte, dal quale derivano vocaboli come “fetente” e “fetore”, si svolge il Ravenna Festival che ha dedicato parte delle sue energie a santificare un santo laico universalmente e giustamente rispettato, Nelson Mandela, del quale questa scuola ha prodotto un mosaico-ritratto secondo me veramente gradevole. Si narra che l'ambasciatrice del Sud Africa, quando lo ha visto, ha immediatamente telefonato alla vedova del santo laico ed essa abbia espresso il desiderio di averlo in patria.
Questa coincidenza col Ravenna Festival ha portato visitatori alla mostra e io, invitato a fare da pigmalione a chi osa entrare in questo antro sconsacrato a dio e dedito alle arti, mi son trovato a fare il Cicerone, offrendo un inglese maccheronico che molto ricorda l'Intervento del guitto Renzi negli Stati Uniti, terra ove non ricordano un comico così spontaneo dal tempo di Jerry Lewis, ... e quindi forse ho più divertito che guidato.

Sud africani bianchi! Chissà perché me li sono sempre immaginati neri, e poi il perché lo dico a me stesso. Intimamente sempre degli autoctoni l'ho pensata e sentita quella terra e quindi mi ha stupito questa mandria curiosa e gentile che è venuta a inneggiare nel “Mandela Trilogy” colui che come Gandhi in India ha introdotto il tarlo che ha fatto crollare il loro potere restituendolo agli originari.
Educatissimi e curiosi han domandato di tutto e mi domando invece io cosa hanno compreso dal mio inglese maccheronico. Curioso è che volevano comperare e purtroppo non sembra sia possibile. Anch'io mi ero affezionato ad una tela che finirà a far mucchio in un magazzino. Immagino due mostre, una all'inizio delle vacanze natalizie e l'altra a fine lezioni. Immagino anche che metà dell'incasso per ogni opera vada all'autore studente e l'altra metà alla scuola che come si sa in Itaglia (errore voluto), grazie a politiche che mirano a ignorantificare, è ridotta a rubare la carta igienica nei bar e fra non molto tornerà alle stufette a legna implorando ogni studente di portare un pezzo di legno se si vuole scaldare …
Ricordo negli Stati Uniti che uniti son solo a parole, scuole con sponsor come la Coca Cola, che in cambio obbligava a metter macchinette delle loro “fetenti” bibite gassate e iperdolcificate che ci sembran buone solo perché hanno addomesticato il gusto della massa fino a trovar gradevole il letame purché lo si presenti benino e con una buona campagna pubblicitaria.
Un liceo artistico che oltre il resto vanta una quasi esclusiva che è il Mosaico, che condivide con Otranto, se non erro, potrebbe creare una situazione di semilibertà, che in confronto al carcere/sudditanza di uno sponsor mi sembra un purgatorio sopportabile anche se suscettibile di miglioramento!

Torniamo alla mostra. I sud africani, bianchi come degli olandesi dopo un inverno di neve e stenti, son venuti a piccoli gruppi e anche in forma di gregge gestito da qualcuno di loro con velleità di pastore, ed è stato divertente. Son poi arrivati degli Australiani. Una decina il primo gruppo, poi coppie che ho scoperto coltissime e che fotografavano tutto con interesse. Anche a loro ho somministrato il mio inglese stile renziano e ho sorriso quando ho scoperto che alcuni di loro conoscevano Nicola Samorì, l'allievo più celebre di questa scuola. L'argomento è nato in grazia di una specie di laicissimo Cristo velato che ricorda quello stupendo di Napoli e ho fatto presente che tramite alcuni insegnanti che tutt'ora sono amici di questo artista, il tema dell'ossessione del corpo che finisce, che si decomporrà portandosi via il nostro io, rimane ben presente. Damien Hirst è il più celebre per questa ossessione, ma non ha certo il talento di Samorì. Ho altre ideee nel mio profondo che saltuariamente emergono dal fango più antico e mi rivelano a me stesso. Io sento l'eternità ovunque, quindi Hirst e Samorì, sono ai miei antipodi, ciò non toglie che dopo l'annientamento individuale sorto come reazione alle due guerre mondiali, che con Sartre Camus e Giacometti, ha toccato vertici interessanti, si è ora alla deriva nel rapporto dell'uomo con una società che ti annulla. Rimane il corpo, ma anche quello tradisce e se ne va e, come dice Vecchioni, che non per nulla è candidato al Nobel, “sto perdendo anche me stesso e non mi rimarrà nessuno”.

Dopo questo contatto di adolescenti con il sentire della generazione dei padri, che spesso son quasi quarantenni come Samorì, la mostra si diverte, poiché lo studente adolescente ha due priorità, capire con la mente e con il cuore, e queste vie si affrontano col pensiero e col gioco. Ecco quindi che i Pesci di Maurits Cornelius Erscher, non fa pensare ma esercita la fantasia nella possibilità metamorfica di ogni oggetto che dalla terza dimensione della realtà si degni di farsi manipolare nelle due del disegno. Erscher collaborò con Penrose, rese “visibile” la geometria non euclidea, ma poco importa, poiché dove si trova divertimento poi si crea ricordo e col tempo si approfondirà, attività dettata spesso dalla solitudine e non da un'esigenza vitale, si ricordi questo particolare tremendo, quindi ben venga la leggerezza come forma dell'esistere.

Un altro aspetto della mostra che ha stupito il pubblico australe è l'effettiva capacità degli studenti. La regola è semplice. Una scuola d'arte deve insegnare a fare, ad essere artigiano. L'essere artisti è metterci quel qualcosa in più che le epoche dall'illuminismo fino ai giorni nostri, utopicamente hanno cercato di ingabbiare e rendere riproducibile, razionalmente, a comando, secondo uno schema. Hanno fallito e l'Artista, quello vero, continua ad essere un mistero a se stesso e al mondo.
Ho compreso solo, in anni di passione non solo come fruitore, che serve una discreta dose di sofferenza, per il resto, che sia una divinità tramite le Muse, oppure un trauma che rimescola fanghiglie protozoiche che contengono la radice del nostro essere … non so dire. Preferisco amare, amare i risultati di chi dimostra di saper cercare in se stesso col talento stupendo della sincerità.

E un'opera sopra tutte mi affascina e spesso la mangio con gli occhi.
E' posta in alto e qualcuno, forse un parente di Emilio fede, ha messo il cartellino, che è minuscolo, attaccato all'opera, lassù. So quindi che è stata fatta da uno studente e, deduco io non so per quali vie, che si tratti di una fanciulla. L'opera rappresenta una ragazza che ha una cascata di capelli che è a metà fra il rosso e la fiamma. Non si vedono i lineamenti quindi è lei, è una donna, ma anche tutte le donne. Riceve, nella sua nudità non definita quindi non sensuale, un abbraccio da forti braccia maschili e lei, con un gesto primordiale, porta una delle mani alla bocca accennando ad un morso che ha qualcosa di erotico, lo si sente, ma va oltre, va al cuore, va … all'emozione di un sentimento vero che si immagina nell'adolescenza, che si desidera, e nelle mille ipotesi del futuro prende una forma che ricorda a me le aspettative che diedi all'amore.
Quel mordere poi che non è morso, mi ricorda i cani da cuccioli che, non sapendo abbracciare in un certo senso lo fanno con la bocca, prendendoti con quei canini stupendi e pericolosi, con una delicatezza che mostra come volendo, anche con un coltello chi veramente ama, può dare una carezza.

In un momento nel quale lo spazio espositivo era vuoto, ho preso il telefonino e ho avviato lo studio opera 8 numero dodici di Scriabin e, nel sottofondo lievemente echeggiante di una chiesa sconsacrata, davanti a quel quadro, nonostante tutto, per un attimo, decrepito dentro ma desideroso ancora di vita, ho creduto nell'amore, ho creduto fosse ancora possibile. Ho rivisto Mandela nel suo carcere, che quando apriva le braccia toccava i muri,  e resistette perché oltre a se stesso amò il mondo, ho visto i canili che son lager, pieni di esseri che non meritano ma soffrono per un mondo che abbiamo stravolto, ho visto un dio, girato di schiena che non ci comprende più, o forse era mio padre, ho visto un viso che chiede di fermare questa frenesia che non ci appartiene, e nell'abbraccio di Scriabin, ho chiuso la porta dell'esposizione e ho consegnato quelle opere adolescenti al sogno ... alla notte.


Nessun commento:

Posta un commento