lunedì 25 aprile 2016

Heidegger, Gozzano e "la cura"


 



Dopo aver scoperto che la filosofia italiana offrendo interpretazioni su Heidegger, traduce die Sorge con “la cura”, quando invece il vocabolario ci dice che si dovrebbe intendere “preoccupazione”, vi sarete domandati se gli studiosi, tutti rigorosamente della misma cosca nota col nome di università, vi sarete domandati dicevo, se sono ammattiti oppure se sotto sotto si cela un complotto che … come al solito ultimamente, porta agli illuminati che illuminati non sono perché si presuppone che un illuminato, proprio in quanto portatore di luce, sia di fatto un essere dotato di buone intenzioni!

E' tutto più semplice. Si tratta di un problemino che in itaglia si presenta talmente spesso da essere ormai inconsapevole norma.

Mi spiego facendomi aiutare da Guido Gozzano, poeta torinese che spirò nel 1916 alla veneranda età di una trentina d'anni di poco abbondanti, 32 se non ricordo male. In una sua poesia vedremo un uso della parola CURA, che risolve l'inghippo.

Titolo: L'analfabeta.
Trama: l nipote, ormai adulto, torna alla casa di famiglia per riposarsi un poco delle fatiche della città. Siamo in campagna e vi abita, solo, il nonno ottantenne.
Ecco il verso:

Dolce restare! E forza è che prosegua
pel mondo nella sua torbida cura
quei che ritorna a questa casa pura
soltanto per concedersi una tregua.

ed ecco la pagina fotografata ...



Quell'uso del vocabolo CURA, è coerente con quanto intende Heidegger.
Qui CURA, grazie ad un virtuosismo che la poesia sola può concedersi, diviene sinonimo di preoccupazione.

E' grazie al contesto che il suo significato vira.
Gozzano fu considerato un genio spentosi troppo presto. Passò dall'esaltazione della lingua, stile d'Annunzio, alla pascoliana poetica del quotidiano fatta con parole semplici. Migrò a miglior vita nel 1916 quindi un secolo fa, e nell'ambiente colto la parola CURA subì un aumento di significato che appunto se contestualizzato in un certo modo, cambiava e non poco.

Gli indocenti, che hanno a che fare con la realtà esattamente come gli schizofrenici, si sono appropriati di questo significato, e hanno tralasciato la fonte, che fra di loro conoscevano bene. Il non affiliato alla cosca, poveretto, che non poteva certo inoltrarsi nel loro linguaggio, unico aspetto che li distingue, perché come contenuti ne hanno purtroppo meno della de Filippi, doveva accettare una traduzione di die SORGE, decisamente inspiegabile e tenersela. Come in una qualsiasi conventicola che vuol essere degna di questo nome, deve esserci un percorso iniziatico che dura anni. Ogni esame universitario è un grado di affiliazione inconsapevole, e la laurea non è comunque ancora attestato che dimostri l'appartenenza. Per essa nemmeno il dottorato basta, serve diventare indocenti e per esserlo, come nella massoneria, serve un padrino o un padre, un nonno uno zio, un onorevole, un vescovo ecc che ti inviti...

Accade poi qualcosa d'altro. Porre ai vertici, ad occupare un posto della cultura, uno che cultura non la fa seriamente, poiché quegli incarichi hanno ben altri scopi, viene poi dimenticato. Esempio orrendo ne è il Carducci. Dopo la sua “Ode a satana” (digitare su google e ridere ma amaramente), divenne forzatamente il vate (r) della cultura itagliana. All'epoca Stokkolma kiedeva ai vari stati, a chi avrebbro gradito assegnare il dinamitardo premio Nobel. La Ghermania per esempio riuscì, a furor di popolo a far vincere Pau Heyse, la Francia il suo Mistral, e l'Itaglia il suo massonico Carducci. Accadde che vinse nel 1906. nel febbraio del '07 morì (circa quattro mesi dopo l'assegnazione) e si diffuse fra i letterati la sensazione che quel premio portasse … sfortuna.
Si pensò bene di conseguenza di assegnare il premio a qualcuno che potesse poi rappresentare … da vivo … la propria cultura. Ma il Carducci rappresentava davvero l'Italia? Uno che riuscì parlare col cuore solo in una sola poesia, quando gli morì quattrenne, il figlio Dante? (mi rifersco owiamente a “pianto antico”).
Ma cosa accadde poi alla cultura itagliana? Che sbadatamente si dimenticò di come il Carducci si era guadagnato la poltrona universitaria e di come gestì di fatto un potere. Fu imposto per anni e divenne tradizione parlarne dimenticando, veramente dimenticando, è questa la tragedia, chi era e come era diventato.

Non si pensi che io abbia il dente avvelenato con la massoneria. Li ho studiati, ho cercato di capirli e trovo che siano stati fondamentali fino all'unità d'Italia. Dopo, tranne qualche rara eccezione, e qualcuno l'ho conosciuto personalmente, dei vari Garibaldi (capo della massoneria italiana e anche colui che a Mentana affiliò la Blavatsky...) e Mazzini che stimo non meno di Mozart ecc (l'elenco di massoni ottimi è lunghissimo), dopo l'unità d'Italia appunto, ne trovo ben pochi. Si diedero il compito di fare l'Italia e, in ristretto numero, tutti borghesi e qualche nobile, ci riuscirono, ma una volta fatta l'Italia, la considerarono una torta e se la spartirono. Prima vittima, Cavour, che voleva fare il primo ministro e non il cameriere che consegna le fette. Sembra che si trattò di un té un po' troppo “saporito”, ed ecco che la favola finì i l'Italia si fece itaglia, con Carducci e i suoi simili.

La finzione continuò quando la sinistra decise che la cultura spettava a lei. Gli altri pensavano a guadagno e loro agli ideali, questa era la loro convinzione, ma la storia ha dimostrato che destra e sinistra differivano nel colore ma non nella sostanza … ed ecco che i posti della cultura facendo ben poca cultura e spesso proprio niente, furono occupati da affiliati di un'altra conventicola. Non faccio nomi, ripeterli mi fa male, profondamente. Preferisco pensare ai grandi che non avendo accettato di allinearsi son spariti o quasi, e nelle scuole oggi Flajano, Savinio, Trilussa, Carnevali, Giorgio Manganelli, la Ortese, Malaparte, Papini, Brancati, Tobino, Sciascia … solo per citarne alcuni, sono fantasmi che divengono reali solo se il caso te li fa incontrare o il consiglio di un Illuminato con la I majuscola te li elargisce. E cosa dire della Deledda, così trascurata e ingiustamente! “I non allineati saranno dimenticati!” questo era il senso di parole che si mascheravano da ideali … e la generazione successiva, quella odierna, se non capirà che mistificazione è accaduta, studierà autori che rappresentavano l'ufficialità, e non la qualità, studierà la maschera e non il volto.

Penso anche a Giovanni Guareschi. Fu candidato al Nobel e si discusse se assegnarglielo, ma il fatto che un prete e un comunista (don Camillo e Peppone) in fondo riuscissero a convivere, non era considerato un buon messaggio. Il comunista doveva essere il bau bau, il lupo, lo spettro, e allentare la tensione, che era una strategia, non sembrava il caso.
Ma lo amò la gente. Era leggibile, vero e profondo, sapeva far ridere, sorridere e pensare. Ho un documentario poi, nel quale smaschera la maschera di ufficialità, di voce di partito, di Pasolini. Lo stesso argomento trattato prima da uno di destra, e si scelse Guareschi perché era stato in campo di concentramento, contrapposto al nobile di sinistra Pier Paolo Pasolini dall'Onda. A fine montaggio Pasolini e la sua cosca videro il doppio documentario da loro voluto … e decisero di non passarlo alle sale. Guareschi colpiva al cuore. Guareschi faceva sul serio, non recitava una parte …

Ho cercato di dimostrare che quel che accadde al vocabolo die Sorge, ovvero una traduzione che era sensata per una ristretta cerchia (e poi si dimenticò l'origine di quel senso) e di spiegare che questa è solo un frammento di una Storia, quella sensata, che in Italia deve essere riscritta.

Finché non accadrà, sarà un'italietta da bar sport e partite la domenica ….

Keine sorge! Nessun problema!

Sempre, nell'isolamento, riuscirà a fiorire il talento in una terra che mai ha saputo rispettarlo! Avrà vita dura, come accadde alla Ortese, che rischiò l'indigenza per non aver compreso che per sopravvivere qui, nella patria di Durante degli Aldighieri, (e spesso fu elemosinata per esempio da Luchino Visconti che la rispettava profondamente), non serve qualità ma asservimento.
Il motto “tengo famiglia” viene in itaglia viene prima di tutto, e si eleva a dignità condivisa e sfoggiabile ... ma l'artista vero non ha che se stesso e un male di vivere che ha incontrato ...


Nessun commento:

Posta un commento