venerdì 26 febbraio 2016

Il profumo dei tigli (racconto)



Un viale alberato. Sono tigli. È primavera inoltrata e il loro profumo è intenso. Molte persone decidono sempre, in questa stagione, di allungare il percorso che devono compiere, per immergersi in quella prospettiva di tronchi massicci con le chiome che si uniscono creando un tunnel ombroso. Varie persone quindi, in parte distratte dalla fretta, stanno passando. Passano anche delle auto, ma poche, poiché è una via secondaria. Una di queste, abbastanza distinta, inizia ad andare lievemente in qua e in là. La gente gira la testa con sguardo di riprovazione. Ha i vetri a specchio. Non si vede chi guida. La macchina rallenta e singhiozza un poco e poi si ferma, dopo esser salita sul marciapiedi, ad un niente da un tronco. Cala il finestrino e un signore anziano guarda insistentemente un ragazzo, forse sui diciotto anni, che porta alla spalla la custodia di un violoncello. Si guardano. Il stupore dell'anziano è un enigma per il giovane. La situazione si consuma in un istante. Mi conosce? Non mi conosce? Cosa vuole? Perché è salito sul marciapiedi e cerca di parlarmi accompagnando quel tentativo di dialogo con un movimento incomprensibile della mano? E poi si accascia sul volante e non si muove più. Il ragazzo è sempre lì, immobile. Un altro passante nel frattempo ha aperto lo sportello e cerca di appoggiare l'anziano allo schienale. Con qualche difficoltà ci riesce. Prende il telefonino e chiama soccorsi. Appoggia poi una mano alla gola con fare esperto, esce dall'abitacolo, si ricompone e dice al ragazzo “non c'è più niente da fare”. Il ragazzo, sempre immobile, osserva e nel suo sguardo interviene una curiosità quasi infantile.
Cosa vuol dire?”
come cosa vuol dire!” risponde una signora che fa parte del piccolo gruppo che si è fermato a curiosare.
si, cosa vuol dire che non c'è più niente da fare”

Il signore che lo aveva detto, si avvicina, lo guarda negli occhi e poi senza espressione si allontana verso la strada osservando lontano in attesa dell'ambulanza.
Si sente la sirena. Ma non si vede ancora nulla. Il ragazzo si avvicina all'auto, osserva l'anziano da molto vicino e poi si siede al posto passeggero dopo aver appoggiato con ogni cura lo strumento alla carrozzeria. Le poche persone presenti, in raccolto silenzio poiché hanno capito cos'è accaduto, lo osservano ma non si preoccupano. E' come se la custodia del nobile strumento fosse una garanzia di educazione, di civiltà. Ora il ragazzo, osserva la mano di quel signore, lievemente adagiata sul cambio, che prima sembrava volesse indicare o forse rinforzare il senso della frase che non era riuscito a dire. La tocca, prova a sollevarla, poi la lascia andare ed essa cade. Ci riprova. Poi si gira verso il volto che ha gli occhi aperti e decide di prendere una lettera che è in bella evidenza sul cruscotto. Legge il nome di quel signore sulla busta e poi si gira e lo chiama, prima gentilmente, poi di nuovo. Non avendo ricevuto risposta non sa che fare e sta seduto li di fianco. Arriva la persona che aveva chiamato l'ambulanza. Lo vede seduto li e gli parla: “è gentile da parte sua cercare di starle vicino. Lo conosceva?”
No. Si chiama Hans”
si chiamava...”
il ragazzo si volta e lo guarda in modo interrogativo.
E' morto. Non c'è più niente da fare.”
Il ragazzo scende dalla macchina. Barcolla un poco, e si avvia lasciando il violoncello appoggiato all'auto. Si sente l'ambulanza in lontananza. Ora cammina, il ragazzo, senza direzione, così, a caso. Il traffico non si è fermato poiché la macchina di quel signore, per metà sul marciapiedi, non blocca il traffico. E il ragazzo, con quel passo che sembra ubriaco, questo pensa chi sta guardando, ha costretto i conducenti a varie brusche sterzate e frenate. La signora, un poco indignata, prende il violoncello e segue il ragazzo e gli grida ripetutamente “Hey! Hey!”. Finché sull'asfalto lui cade, si affloscia e non si muove più.

Si sveglia in un letto. Stanza in penombra. Tutto è bianco e rigorosamente in ordine.
Un sensore che monitorava continuamente il viso, segnala ai medici che ha aperto gli occhi. Il primario con il suo migliore allievo, bianchi nei camici e nel silenzio più totale, arrivano, richiudono la porta e si posizionano sul lato verso il quale è inclinato il viso.
Lo osservano e tacciono.
Si scambiano un'occhiata e poi il più anziano inizia il dialogo:
buongiorno. Le devo chiedere, signor Andreas, se ricorda qualcosa di prima del suo, chiamiamolo svenimento.”

Ricordo che ero uscito di casa per andare al conservatorio”

e poi?”

e poi … “ e lo sguardo del ragazzo, che nel frattempo si solleva in modo da essere quasi seduto, si fa incerto.

e poi più niente?”

Non lo so. Ma cosa mi è successo!”

E' stato trovato sull'asfalto in una condizione che non sappiamo definire”

io non bevo...” risponde il ragazzo pensieroso.

Lo abbiamo verificato. Lei non beve, ma era al suolo come morto.”

e quella parola fa sgranare gli occhi al ragazzo. Si guarda intorno con aria smarrita e vede vicino ad un armadio, la custodia del violoncello.

Ora ricorda. Quella parola, morto, ha riacceso quei momenti.

Una macchina che va in qua e in la poi si ferma per metà sul marciapiedi. Quell'uomo che cerca di dirmi qualcosa e con la mano fa un gesto”

Lei parla del signor Hans, giusto?”
fa cenno di si col capo.
dopo che l'altro signore ha chiamato l'ambulanza, lei si è seduto vicino ad Hans. Perché ...”
E Andreas si guarda intorno come se non riconoscesse più nulla. I due medici lo stendono e gli fanno una puntura di calmante.

Dorme tutta la notte. Alle otto di mattino tornano il primario e il suo allievo. Nella stanza ci sono in più un mazzo di fiori bianchi in un vaso di cristallo.

Il medico giovane ora parla con voce suadente e gentile:
la dobbiamo dimettere … se vuole. Lei non ha nulla di particolare.”

Se voglio ...”

si. Certo. Solo se lei lo desidera. I suoi genitori … non li abbiamo lasciati entrare. Non ci sembrava il caso. Le consigliamo di prendere la sua decisione con calma. Ripassiamo fra un'ora.”

Escono. Si solleva con un lieve ronzio, una tenda bianca e appare una porta finestra che da su un parco. Una volta solo Andreas si alza, apre e osserva tutto quel verde. Odore di tigli. e ricorda ... ""La mano di Hans che la prendo e la lascio andare e cade come se …" Sospira. E i suoi occhi, li rivede ... e sono aperti e non guardano, e la sua mano che si fa fredda. Tutto torna a galla col profumo dei tigli che era intenso anche nella via dell'incidente. E poi sente dei passi sulla ghiaia. Si sporge e vede un vecchio con una bella barba bianca. Ha il camice quindi deve essere un medico. Saluta Andreas con la mano. Andreas risponde.
Gradirei anche un sorriso!” dice il vecchio. “In una mattina così, serena e tiepida, con la primavera che è così sorprendente, ogni anno sorprendente, lei non sorride a qualcuno che la saluta?”
Andreas sorride.
Immagino che lei non conosca questo parco. Là in fondo c'è un lago … e ho pensato … si ho pensato, proprio stamattina, che domani sarà bello, perché il domani sorge dal lago. E' una cosa immensa … ciao.”
Il vecchio si allontana. Andreas si sente vivo e il canto degli uccelli gli sembra un brano che sempre incomincia e non trova la via giusta per diventare musica. Ogni frammento di canto un tema che la mente raccoglie e non dimentica.

Come suppone, nell'armadio ci sono le sue cose. Si veste ed attende annusando l'aria sul balcone.

Giungono i due medici. Sorridono. É evidente che Andreas vuole uscire. Lo accompagnano alla reception e una donna, che ad Andreas sembra stupenda forse perché è primavera, gli consegna il telefonino che è completamente scarico. Questa constatazione lo rende quasi esultante, e poi vede dietro alla donna una grande foto incorniciata. É il vecchio del giardino. Il medico e il suo migliore allievo sono distanti, vicino ad una finestra aperta e stanno bisbigliando, ma per chi è abituato ad osservare, si coglie che con la coda dell'occhio stavano studiando le reazioni del paziente. Andreas ha notato la foto e la donna, che se ne accorge, gli dice che è il fondatore della clinica, morto quarant'anni fa.
Andreas non fa cenno di reagire alla notizia. Chiede invece se prima di andare via può recarsi a vedere il lago. La bella donna sorride e gli dice, vieni, ti accompagno.
Rimangono il primario e il suo migliore allievo.
E' strana questa cura professore. Troppo strana.”

“Non la comprende. Giusto?”
e l'allievo rimane in silenzio.

La cura è proporzionata al male e questo, nonostante le abbia dato tempo, non lo ha compreso. Venga”.

Il primario prende due binocoli da un cassetto e si incamminano verso il parco.

Vede, la nostra epoca ha eliminato la morte dalla quotidianità … e così accade che un ragazzo, a diciotto anni compiuti, ne scopra per la prima volta l'esistenza.”

“Ma non è possibile!”

e invece si … e lo ha appena visto. Non è il primo caso per me che sono in questa clinica da vent'anni. Centinaia … alcuni, adolescenti di quarant'anni”.
Arrivano ad un punto del parco dal quale si vede il lago. Il primario sa in quale punto la bella collaboratrice, porterà il ragazzo. Dai cigni, con qualche briciola di pane, e poi dai paperi appena nati. Col binocolo li trovano. Sono sorridenti. Il ragazzo ha appoggiato il violoncello ad un tronco e si sta godendo il panorama che è veramente aggraziato. La ragazza lo saluta. Ora è solo. Osserva intensamente e poi prende il suo strumento e si avvia verso l'uscita della clinica. Eccolo al cancello. Dopo di esso un lungo viale di tigli. Un tunnel verde scuro e caldo di profumo. Si è fermato un attimo. Sembra tentennare, ma poi prende il suo strumento e si avvia.

Questa è per lei la lezione più impegnativa. Ho dato al ragazzo una illusione. Lo hanno fatto vivere fuori dalla realtà per troppo tempo. Non c'erano alternative.”

Ho compreso, Maestro … ora può resistere, ma lei … lei ci deve fare i conti con la morte ...”

Io e tu. Per questo ti dissi che essere il mio allievo prediletto avrebbe avuto delle conseguenze forse insopportabili. Ora siamo tu e io e la clinica. Per questo le forme di cortesia, che son maschere, fra noi non hanno più senso. Siamo uguali di fronte alla morte”

e di fronte al dubbio di dio ...”

Si. A noi tocca l'angoscia del dubbio, ma ti dico che esiste una sensazione che possiamo raggiungere”

Stanno andando al lago.

Capita che improvvisamente si sente che tutto questo è retto da una immensa armonia e … si sente di farne parte. Per un attimo … l'eternità è li, che si mostra e ti coinvolge, ti dice che sei parte di lei ...”

Ti è accaduto?”

no. … ancora no, ma dicono che accade almeno una volta a tutti”

e mentre in lontananza si sente la sirena di un'ambulanza, i due medici spezzano briciole di pane per i cigni.



2 commenti:

  1. Titolo: mimosa sedici
    Era buio e in mano quella mimosa sembrava una fiamma impossibile scorgere la mano imbrattata di sangue data la mancanza di luce artificiale.quelloke un lettore può solo immaginare è la netta distinzione di due odori separati nell'aria. il sangue perfettamente separato al profumo del fiore e più si accentuava l'uno più l'altro nn gli lasciava spazio... nn so continuare mi aiuta

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  2. è un'immagine che si fa olfattiva. nella realtà, l'odore di sangue annulla completamente quello della mimosa che spesso è "udibile" solo dalle donne che hanno un naso più fino.
    Mi è difficile evolverla. Sento uno sbilanciamento eccessivo verso il sangue. ha qualcosa di traumatico, quindi bloccante.
    e poi è un'immagine che non mi appartiene. non sono in grado di evolverla comunque perché lo sbilanciamento verso il sangue rende l'immagine monodirezionale. posso accedere solo ad un'immagine successiva che però non mi appartiene poiché sono un'entità maschile (se ricordo bene...). lo dimostra la mimosa tenuta in mano ... oppure è mano di uomo che dona ed è sporca di sangue? una situazione simile l'ho descritta ma non nella dimensione maschio/femmina. si tratta della neutralità del bambino e dell'adulto, esattamente della madre, l'essere teoricamente più protettivo. ne esce una immagine finale di irrimediabilità dell'evento accaduto, quindi reiterazione continua del trauma. é presente il sangue e come è stato causato e il dono affine a quella mimosa, ovvero un cioccolatino che diviene assurdità, incomunicabilità definitiva. Il racconto si chiama "creatura". si trova nell'indice, all'anno di pubblicazione 2013, mese di ottobre.
    Posso dire di avere già scritto una situazione simile? penso di si. da quella immagine deve evolvere il tuo io. prosegui lasciandoti andare e, se esiste un trauma di fondo, spesso sbatterai contro esso come ad un muro. allora fermati, osserva il muro, ed esso, se avrai pazienza, diventerà uno specchio.

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