mercoledì 13 novembre 2013

Un amore (storia vera)




Di solito quel che scrivo è invenzione con una base autobiografica vera che solo nel caso del racconto “Ornella”, rivela anche il nome della protagonista. Ricordo bene quella sera. Arrivai, a casa sua. Eravamo solo lei e io. Accese un centinaio di candele in silenzio. Io seduto su una poltrona osservavo stupito. Poi, quando il grande salotto ai Parioli ebbe l'aspetto assai suggestivo che desiderava, si stese per terra di fronte a me su un tappeto persiano e mi disse che aveva bisogno di raccontarmi una storia, un fatto della sua vita. Come mi capitava e mi capita spesso tuttora, mi aveva scelto. Ascoltare è bello, ma raramente quel che ti raccontano vale oro, oro per la sensibilità, per l'anima. Ornella quella sera mi donò la sua storia, il fondamento traumatico della sua esistenza e non resistetti, scrissi il racconto e glielo mandai. Si commosse e mi autorizzò a intitolarlo col suo vero nome. La medesima cosa è accaduta oggi. Ho scritto impetuosamente, di getto e la persona ha letto e approvato.

Questa mattina, tredici novembre 2013, è accaduto, per la seconda volta nella mia vita, di sentire una storia veramente grande, che non può, non deve, non può essere consegnata all'oblio. Solo a scrivere questa ultima parola, lo dico senza vergognarmene, mi son commosso.

Veniamo alla descrizione della situazione, in me, che precede questo incontro.

Son partito dalla città dove mi trovavo. Qualcosa non va. Sono molto giù, e spesso quando accade vago quasi a caso. La macchina decide la meta. Non ero, non sono solo. Ho un cane non mio che da mesi vive con me e Lolita, la Beagle veramente mia. Si tratta di un levriero tigrato, stupendo. Ho preferito così. Lolita da amici. È tascabile e per via del suo passato traumatico preferisce un divano ad un viaggio. La levriera, Phyllj, invece non chiede di meglio che “saltare” in macchina e partire.

E così, con l'umore nero, con la sensazione di viaggiare verso il nulla, con in certi momenti una sensazione di angoscia che quasi toglie il respiro, son partito. L'insonnia ha massacrato la mia lucidità in queste ultime settimane. Penso di essere veramente uno straccio e questa scelta è un modo di reagire. Prima, come forma di rinnovamento, in casa, ho buttato via tante cose inutili e oggetti che son ricordi. Questi ultimi innescano, direzionano il pensiero e avevo assoluta necessità di liberarmene.

Ecco qual'era la mia situazione quando il pomeriggio di ieri, dodici novembre, mi son messo a passeggiare per le vie di questa città che solo superficialmente conosco. Ci tengo a ricordare al lettore che non sto inventando. Serve la massima sincerità per raccontare questa storia e ci sto provando. Ieri pomeriggio, passando in una viuzza secondaria a ridosso del centro, davanti a me vedo una donna, di schiena, che spinge un passeggino. Il marciapiedi è stretto e Phyllj e io rallentiamo. La donna sta cantando. Una voce molto bella. Una ninna nanna. Vista da dietro, fisico minuto, jeans e un insieme di particolari che non mi fanno minimamente dubitare che si tratta di madre e figlio. Phyllj ascolta piegando lievemente il capo e poi ha uno scatto di gioia, le si avvicina, si vedono e la madre smette di cantare. Asseconda le effusioni di P hyllj con una spontaneità bella. Sembra quasi che si conoscano, ma so che non è possibile. La levriera ha quattordici mesi e in questa città non è mai venuta, sono sicuro. La madre mi saluta e dice che il cane è bellissimo. La ringrazio e aggiungo che erano anni che non sentivo una madre cantare una ninna nanna al suo bimbo e per giunta con una voce così aggraziata. Sorride e dice “sono la nonna...”.

Quando sono molto agitato, tendo a tenere in mano, quasi fosse un parafulmine, una delle mie penne. Lei la vede e mi dice: “ha delle mani bellissime … e poi, quella è una stilografica, vero?” rispondo affermando. Intuisce più di quel che potessi immaginare. “Lei scrive …. ed è anche parecchio triste...”; mi viene il magone. Resisto. La saluto con un cenno della mano e mi allontano.

Il giorno seguente, questa mattina, dopo aver dormito in questa città, prendo un cappuccino in un bar abbastanza centrale, sedendo a un tavolo esterno per non aver problemi col cane, e poi mi avvio alla piazza principale. Vago a caso. Vedo poco intorno a me. Ho dei pensieri che mi danno tanto, troppo da fare e girano in tondo senza soluzione. Anche la notte è stata allucinante … quando ecco che appare la madre-nonna. É sola, con una sportina in mano. Ha appena fatto una spesuccia li vicino. Si avvicina e mi saluta come se ci si conoscesse da sempre. Phyllj si emoziona e mugola di gioia. Due parole appena di presentazione e poi mi prende per un braccio e mi porta a bere un caffè. Chiede di me. Da dove vengo, e una risposta chiara non so darla. Non è per desiderio di celarmi. Sono i fatti e cerco di farmi capire. Bevuto il caffè mi chiede cosa intendo fare ora. Dico “due passi così a caso”. “Posso venire anch'io?” accenno a un sì con il capo e, veramente a caso, iniziamo a camminare. Vedo un minuscolo parchetto per cani, incastrato fra due case, colmo di vegetazione florida e le chiedo se le va di entrare. Le va qualsiasi cosa, purché io sia li con lei. Sono stupito e non capisco. Nonostante la nonnità, è ancora una bella donna, me ne rendo conto, ma son spento sotto quell'aspetto da quasi due anni e spero, mi auguro che non si tratti di avances. Sembra che chi scrive, particolarmente poi se è da consolare come sembro io attualmente, piaccia molto, mi è già capitato, ma non intendo essere della partita. Ormai sono sulla difensiva, mi aspetto la mano che tocca la mia che era stata definita bella e… e invece mi invita a sederci a un tavolone di legno grezzo che ha panche su due lati. Non si è messa di fianco a me, ma di fronte. Forse che desideri solo quel diversivo? Quella passeggiata che interrompe una quotidianità forse monotona? La guardo incuriosito e mi viene in mente quanto era aggraziato e femminile il suo canto. E una immagine cresce dentro improvvisa prendendo forma in una frase che mi ripeto mentalmente. “Questa donna ha un giardino dentro. Il giardino dell'eden … chi è, cosa sta accadendo. Non si canta così a meno che non si sia del mestiere e lei mi ha detto che canta solo per il nipotino... chi sei, mi domando” … e penso alla sua amicizia con Phyllj che proprio in quell'istante con un balzo elegantissimo sale sul tavolo, mi annusa il naso e poi va da lei e la coccola con una familiarità che ha avuto solo, e raramente, con me. Ed ecco che la mia fantasia, in fondo la mia malattia, prende il volo. Penso al Lago di Nemi, a quel che si può leggere nel racconto “Kopf” e non solo. Ai miei incontri con la dea, con Virbio, col mito, col sacro, col nocciolo della vita. Mi commuovo e vibro, mi agito, ma solo dentro. “Chi sei? Sei tu? È una delle tue tante metamorfosi? Arrivi quando sai che sto così male che non so se deragliare o … o non lo so nemmeno io?” e lei mi dice. “Sai, ti ho seguito perché devo raccontarti una storia. Tu puoi comprenderla.” Sono agitato e chiedo “perché io?”, “perché come lui, usi la stilografica … perché le tue mani sono belle come le sue … sembrano le sue … e lui è morto da anni”. Comprendo l'allucinazione incrociata che stiamo vivendo. Io ho la sensazione di incontrare una delle rare manifestazioni della dea che abita a Nemi e che già mi si è manifestata, lei rivede in me un amore passato. Dico con un filo di voce che sono pronto e lei, guardandomi profondamente negli occhi, fino quasi a farmi male, inizia: “avevo undici anni … era il primo giorno di scuola, in prima media. Lui entrò e per me la vita cambiò, per sempre.”

Penso ad un compagno di scuola. Tutto bello, tenero e degno di rispetto … e invece mi dice che era il prof di italiano. Quarantasette anni lui, lei undici. “Ero una bambina sai. Niente sapevo del sesso, nemmeno immaginavo che potesse esistere, ma lo amai subito senza condizione. Lui se ne rese conto e fu gentilissimo e corretto. Andò tutto bene fino alla fine del secondo anno. A me bastava vederlo, averlo li davanti. Vivevo per lui, di lui. E poi, quando iniziò il terzo anno non c'era più. Aveva fatto il concorso da preside, aveva vinto e apparve un altro professore. Andai in crisi, gli scrissi col cuore in gola dicendogli chiaramente che lo amavo. Avevo tredici anni. Mi rispose. La lettera era scritta con la stilografica. Con una delicatezza meravigliosa mi fece capire che mi amava anche lui, ma il destino lo portava lontano.”

Ha smesso per un poco di parlare. In quel che mi ha detto c'è già qualcosa di grande, qualcosa che accade, sapete, ma che il mondo preferisce condannare. Tre giorni fa, dalla mia memoria esterna piena di film, ho deciso di guardare “The millionaire”, quel film di produzione indiana che ha vinto un sacco di oscar. Li accade in fondo la medesima cosa, solo che ambedue sono prima del sesso. Sono bambini. L'immagine di lei, Latika, indifesa, sotto la pioggia che chiede di poter entrare nella baracca, è più una visione divina che un evento reale.



E' la divinità che tramite l'amore rende significativa la vita di due bambini ridotti a men che il minimo dal destino. L'inquadratura di lei sotto la pioggia … lei che chiede di entrare … Afrodite che chiede di essere riconosciuta. Uno dei due fratelli le dice che c'è posto, che venga dentro. L'altro non la vuole. Uno avrà la redenzione, l'altro l'abisso.


Nella storia di lei invece, gli undici anni e i quarantasette, son dati che stridono, che facilmente sporcano tutto, ma lui diede amore a chi ne chiedeva, con lo sguardo, con le parole, con la presenza.

Due età sono quasi pure. Infanzia e vecchiaia. E l'infanzia anzi è purissima, per questo commuove l'adulto che davanti ad essa si sente sporco, sempre. Diceva Borges:

La vecchiaia

questo è il nome che gli altri gli danno

potrebbe essere un periodo stupendo.

Morto l'animale

o quasi è morto,

restano l'uomo e l'anima.

Sono andato a memoria, forse non è esattamente così ma il contenuto c'è tutto.

Nel bambino c'è l'anima che si sta incarnando, che nel corpo si sta mescolando.

Nel vecchio, ma non sempre, muore l'animale, o quasi muore, e restano l'uomo e l'anima.

Si torna come bambini, e pian piano si separa l'anima dalla carne e si torna … pura anima.

Purtroppo molti vecchi vivono di ricordi di sesso e di mangiate e basta, con una nostalgia accanita. Rimangono attaccati ai piaceri della carene con una carne, la loro, che ormai ha altro a cui pensare, ma non lo capiscono, e l'anima rimane mescolata … alla carne, e quando muoiono va in putrefazione con quest'ultima.

Ecco cosa ho pensato. La undicenne ha incontrato un uomo che ha capito e ha dato amore puro, quello senza carne, che è alla base di tutto, anche dell'amore carnale.

Porto sempre questo esempio estremo che la realtà purtroppo ci mostra spesso. Se si ama veramente, se la funzione sessuale risulta compromessa da una malattia per esempio, l'amore, quello vero, non ne risente, le sua basi son altre, son divine.

Lei riprende a raccontare. Il suo sguardo si aggrappa ai miei occhi con una decisione spaventosa. Devo comprendere tutto, fino in fondo, è questo che desidera, che ordina.

Terminate le medie la sua vita prese una direzione completamente distaccata da quel primo amore. Si sposò ed ebbe un figlio, ma le cose non andarono bene. Col marito non c'era quella scintilla che aveva già vissuto, che ormai conosceva, che per lei era l'amore. Compì ventisei anni. Era la mattina di quella data e decise di andare a scuola dal preside. Lui la ricevette, lei si sedette in poltrona nel suo ufficio e disse solo, semplicemente … “Ti amo”. Lui rispose “Ti aspettavo” e da quel giorno si amarono. Lui era sposato. Rapporto spento. Lei idem. Lui da anni andava da una prostituta, sempre la stessa. Ormai non finivano nemmeno a letto. Due chiacchiere, un po' di tivù, anche una cenetta in casa, e poi via.

Ora aveva lei. Era vivo. Ma dopo un anno e mezzo la situazione venne scoperta e dovettero separarsi. Si sentirono solo per telefono. Lei aveva un bimbo piccolo. Avrebbe fatto follie se non ci fosse stato il figlio, ma cedette al destino.

Lei tace di nuovo, e io immagino lui che torna dalla prostituta. Lei che sa tutto, capisce subito. Gli fa il caffè, cerca di parlargli. Lui scaglia via il telecomando e poi si scusa e scoppia a piangere. Lo mette a letto e gli sta vicino accarezzandolo. Riceve una telefonata. Un cliente, ma lei dice no, dice che ha un bambino che soffre … ed è vero.

Poi lei riprende il racconto.

Lui si ammalò. Ultima telefonata. “Sai, sono alla morfina, ormai mi capita di non ricordare nemmeno il tuo nome... il tuo, il tuo, amore. E' la fine.”

Lei tace. Sono commosso. Lei ha vissuto. Lei . Lei è stata. Lei è.

Mi chiede se a me è mai accaduto, e il lontano ricordo di un incontro, di un sogno in tram, e il cuore che si spacca in un attimo e divento una stella … ma accadde solo in me tanti tanti anni fa? E ora è polvere?

Lei mi dice che lo sapeva, che lo vede.

“Tu sei come lui. Tu sei il suo infinito già in uno sguardo. E ora vai. Vai, che non può non accadere qualcosa a una persona con quelle mani.”

le guardo le mie mani, mentre mi alzo, mentre mi allontano per sempre da lei, da quella cittadina.

Guardo le mie mani ora, mentre sulla tastiera con una foga nervosa, malata, scrivono queste parole.

Quando avrò finito uscirò. È notte. Nelle vie spopolate di questa nuova città appena raggiunta, nel freddo di novembre e dei miei pensieri che giravano in tondo, lei, la dea, mi indica la direzione. "... La tua stella è là in fondo, la stella scaturita dal cuore spaccatosi quel giorno, che vedesti ma ora non vedi, c'è, e c'è perché se non esistesse sarebbe tutto assurdo e non può, non deve esserlo!”

Posso solo dire al lettore che certamente la mia fantasia è alterata perché sono un po' giù, un bel po' anzi, ma credimi, questo incontro è veramente accaduto, quella storia è vera. Quando l'amore nasce prima della carne, è totale. Lei ebbe un'esperienza che li tenne separati, carne e sentimento, causa l'età e un uomo sensibile. Nell'età adulta, per noi, vederci bene, con la carne, i sensi che urlano, che litigano con noi, con gli altri, la loro fame, è più difficile, ma accade.

Ecco, ho terminato. Ora spengo il computer ed esco ... esco a cercare una stella che non c'è, un'isola che non c'è, ma la attendo, si, e credo alle sue parole.




6 commenti:

  1. Ho trovato un lirismo raro, intenso ma allo stesso tempo rarefatto come lo sono le cose alte e pure, in questo scritto. Leggo l'autore coi tempi a volte tiranni delle incombenze quotidiane, quindi non spesso come vorrei. Ma forse oggi entrare in qui serviva a ricordarmi che a quella tirannia ci si può sottrarre e tornare a emozionarsi nelle parole di un racconto, che si fa anche altissimo nelle scelte stilistiche e lessicali. Un saluto all'Autore, che confido continui nel tempo a renderci partecipi della magia di queste narrazioni.

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  5. nn penso si tratti di esaltare il lirismo o le scelte lessicali, importanti ma non x questo racconto... nn si tratta di leggere Harmony. credo ke lo scrittore ami poco gli orpelli letterari , in quanto scrittore e nn paroliere.il punto sta nell'impianto , nell'IDEA!!!!!nell'arte e nel commentarla nn ci si può mai permettere di essere banali e lasciarsi prendere la mano dai sentimentalismi.E' anche per colpa di un certo tipo di lettori che certe opere nn arrivano mai ad essere note.

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