sabato 12 ottobre 2013

Zombie (racconto)


                                               19 dicembre 2004

                                                                 Storia

                                                                     di

                                                                   una

                                                               visione

                                                              notturna



                           ZOMBIE

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Un messaggio al telefonino.

Xfavore nn dirmi di no. o bsogno di parlarti”

non riconosco il numero.

Rispondo “Penso ke nn sia1problema. Ti dispiacerebbe dirmi ki6?”

Nel messaggio successivo si legge solo il nome.

Dopo due anni di silenzio lei quindi riappare.

Il primo anno da solo è stato orrendo.

Spaesato indifeso.

Senza la voglia di essere e fare.

Il secondo anno è stato migliore?

No.

Ho fatto delle scelte e le ho rispettate.

Tutto qui.

Primo.

Castità.

Non è un piacere

E non è stata una scelta desiderata.

E’ una forma di difesa.

Mi sono fatto troppo male.

Sono andato oltre.

L’unica fonte d’affetto è stata il mio cane.

Secondo.

Non crearti mai delle aspettative.

Qualsiasi cosa accada osservala con distacco.

Lasciala accadere.

Se vuoi influenzala un po’

ma resisti.

Non aspettarti nulla dalla vita.

Se qualcosa arriverà sarà una sorpresa.

Anche la più esecrabile banalità potrà esserlo.

Se ti aspetti molto

Il poco che potrebbe accadere

Ti renderà scontento.

Il secondo anno è scivolato così.

Non è accaduto nulla di eccezionale.

Il cane è invecchiato.

Gioca molto meno ma mi è sempre vicino.

Poche coccole e molta presenza.

E’ il suo stile.

Non ho risposto al messaggio.

Non so che dirle

E’ stato troppo grave quel che è accaduto fra noi

anzi

ad essere precisi

è stato sconvolgente.

Lei sa cos’è accaduto.

Mi domando con quale coraggio si fa risentire.

Il primo messaggio era arrivato alle dieci di mattina.

Il suo nome è apparso sul display alle dieci e tre minuti.

Ora sono le otto di sera.

Il telefono squilla.

E’ il suo numero.

Lo guardo lampeggiare.

Lo sento vibrare nella mano

ma non ho il coraggio di rispondere.
Serve un gesto minimo.

Devo premere quel piccolo tasto verde

e la sua voce riapparirà dal passato.

Non ci riesco.

Ecco,

non suona più.
Appare un messaggio.

Per favore.

Sono stata un mostro con te

Ho sbagliato tutto.

Sono mesi che cerco il coraggio per parlarti......

Non rispondo.

Mi stendo a letto.

Non è una vittoria.

Tutt’altro.

Non so cosa pensare.

Non ho il coraggio di pensare.

Regola numero due.

Non desiderare.

Non esprimere desideri.

Lascia che gli eventi accadano e osservala.

Osservati.

Corollario:

soffrire il meno possibile.

Ma in fondo la desidero ancora?

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Rivivo il momento del risveglio in ospedale.

Da un pezzo non mi accadeva.

Apro gli occhi.

Sono steso con lo schienale molto alto.

Una flebo di liquido trasparente al braccio sinistro.

Un tubicino parte dal naso e non capisco dove va.

Una serie di sensori rossi sul petto scoperto.

Penombra.

Per un attimo sono spaesato

e poi riprendo lentamente le coordinate di me stesso.

Non ce l’ho fatta.

Ieri sera...........

ma era poi ieri sera e non l’altro ieri o l’altro giorno ancora?

Non lo sapevo e non lo so ancora oggi. Molto l’ho rimosso.

L’ultima sera che mi è dato di ricordare è l’epilogo di un viaggio attraverso l’Europa. Avevo i biglietti per dei concerti. Ero a Salisburgo.

Lei mi aveva tempestato di messaggi infantili e vendicativi.

Era più che evidente che per lei l’amore

quello vero intendo

non esisteva.

Ero sconvolto da sette mesi senza lei e senza notizie certe e poi è riapparsa

trasformata

banale

feroce

irriconoscibile.

Sono salito in macchina.

Il mio crollo è stato impressionante.
Non ho una famiglia

e i due amici “veri” che pensavo di avere si sono rivelati in tutto il loro apparente splendore.

Era la notte fra il cinque e il sei agosto.

Arrivai a casa.
La riordinai con febbrile agitazione.

Sgranai quaranta pastiglie bianche

Mi stesi a letto con una bottiglia di champagne vicino e iniziai a inghiottirle.

Due alla volta.

Mi sono fermato a venti.

Bastavano?

Non lo so e ora non lo voglio più sapere.

Le mandai giù con dell’acqua.

E’ fatta” dissi a voce alta.

Finalmente, come per miracolo mi sentii alleggerito da quello stato di angoscia che mi dominava da mesi.

Da quanto non dormivo più?

Da quanto soffrivo?

Non lo ricordavo, ma mi sembrava da sempre.

Un nodo si era sciolto.

Sorridevo.

Ero quasi felice.

Aprii la bottiglia di champagne e versai nel calice.

Schiumò abbondantemente e bevvi qualche sorso.

Brindai a me stesso

Stavo per addormentarmi.

Finalmente dormirò”.

Non mi turbava l’idea che dal sonno sarei passato a qualcosa di...

....sì, di irreversibile.

Mi interessava solo che questo rito si svolgesse senza spargimento di sangue.

Odio la violenza.

Odio la sofferenza.

Anche quella fisica.

Io non sono il mio corpo, ma la mia mente.

Non ho diritto di far soffrire nemmeno me stesso.

Temevo solo che quelle pastiglie candide potessero straziare il corpo.

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Mi sollevai dal letto dopo dieci minuti ancora perfettamente in forze, scelsi uno dei miei brani preferiti che non ascoltavo da tanto e lo consegnai allo stereo. Mi lasciai cullare da Mozart. Era il concerto per pianoforte e orchestra numero venti k 466. Al piano il mio preferito: Evgeny Kissin.

Ascoltavo la musica.

Ascoltavo il mio corpo.

Non accadeva nulla.

E poi eccomi lì,

steso sul letto d’ospedale.

Con il fallimento del mio gesto si era messa in moto la rassegnazione.

Mozart non aveva voluto.

Fece sentire la sua melodia fin sulla strada.

Passò qualcuno per caso.

Pensava che fossi ancora lontano, ma dalla musica capì che ero tornato.

Non risposi al telefono.

Saltò il cancello e mi vide steso.

Inerte.

Bussò e urlò ma non risposi.

Sfondò la porta e

e mi svegliai in ospedale.

Voglia di vivere zero.

Rassegnazione al massimo.

E’ stato Mozart.

Non uno qualsiasi.

Un angelo infinito mi ha raccolto e riconsegnato alla vita.
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Torno alla domanda che ha aperto una finestra sul ricordo.

Ma in fondo, la desidero ancora?

Mi rendo conto che ho paura di lei

Da tanto

quasi un anno

non prendevo più pastiglie per dormire.

Stanotte le ho prese.
La musica non la sento.

Stride nell’aria.

Non riesco a leggere nemmeno una riga

nemmeno dalle mie opere preferite.

Mi affido a due candide pastiglie.
Alle dieci un altro messaggio.

6la xsona+buona ke konosco.Forse l’1nika.Fallo x me x favore.

Nn c dormo.Potrei fare follie.

E io le follie le ho fatte.

Le ho vissute fino all’ultima goccia.

Ora non dormi?

Sono sorpreso.

Cosa può esserti accaduto?

Nessun sentimento di vendetta in me.

Non sono soddisfatto della tua sofferenza.

Non ripaga la mia.

Si lo so.

Sono buono.

Quasi un coglione probabilmente.

Un detto romagnolo dice “Buono buono. Buono da niente”

e forse è davvero così.

Suona il campanello.

Distratto da questi pensieri apro.

E’ lei.
Non so cosa dire.

Lei lo intuisce e spacca il silenzio con un sorriso

e poi dice “odiami ma parliamo. Per favore

Sono fermo con la mano sulla maniglia. “Posso entrare?

e come Bartleby dico...."preferirei di no”.

E’ perplessa e poi decide.

Ti aspetto qua a costo di accucciarmi per mesi sul tuo zerbino.

Il cane arriva festoso.

La riconosce e piagnucola la sua piccola felicità.

Lei si aggrappa a questo imprevisto e ci si dedica.

Si accoscia e la coccola.

Mafalda sa essere veramente una prostituta.

Più invecchia e più questo suo accettare affetto con esibizioni eccessive,

si accentua. Lei mi lancia un’occhiata. Vai a prepararti. Noi ti aspettiamo qui fuori.” Lascio la maniglia e vado nella mia camera.

Dopo due minuti sono pronto.

Ci avviamo a piedi con Mafalda al guinzaglio.

E’ invecchiata. Tu invece non sei cambiato di una virgola.” “Sono cambiato dentro.” “Immagino. Ma uno come te può cambiare solo in meglio. Gigi come sta?” “Volato via.” “Ah. E Paolo?” “Idem.” “E questo è accaduto sempre due anni fa? Sempre in quell’occasione?

Non rispondo.

Lei non parla più.

Ci sediamo all’aperto. In un Bar.

La guardo.

Sto guardando il mio assassino?

Mi domando: ho potuto amarla?

Ho passato un periodo di pazzia due anni fa.

Ora lo so.

Fortunatamente sei vivo e

e se lo vuoi

sono

II

Sono passati vent’anni.

E’ diventata mia moglie.

Non so dire come o perché.

Ho sposato il mio assassino?

L’ho lasciata fare

Ero un automa e lei era piena di iniziativa e di vita.
Quando è riuscita ad installarsi in casa mia, già alla prima notte disse “voglio un figlio da te.” “No. Non Voglio. Non ho motivi per promuovere la vita.” Il mio corpo però manifestava chiari segni di collaborazione e lei mi rassicurò dicendo che prendeva la pillola.

Ha ottenuto quello che voleva.

Che sensazione toccarla quella prima volta. Non era ne’ piacevole ne’ spiacevole. Era lei su di me. Io ero in lei.

Spaesato. Seduto in me stesso, osservavo la persona per la quale poco tempo prima stavo morendo.

Mi ha distrutto.

Ora prende con gioia quel che resta.

Il corpo si allea con lei.

Sono smarrito.
Sono solo.

Più solo che mai.

Aspetta un bambino.

Mi sta costruendo la vita.

Sta arredando la casa interiore che fece esplodere e non vede le macerie.

Speriamo che sia un maschio

Speriamo che sia buono come te

e mi baciò gli occhi.

Nacque.

Una femmina.

Uguale a lei.

Identica quindi bellissima.

La prima volta che la vidi di là dal vetro in mezzo ad altre dodici culle

ero solo e piansi.

L’infermiera vide e fraintese.
Dentro di me maledicevo me stesso e dicevo

Soffrirà?

Riuscirò ad essere un buon padre?

Saprò mai perdonarmi la debolezza di averti messa al mondo?

Non è colpa mia.

Per favore credimi.

Io non volevo.

Ha vinto l’astuzia delle donne.

Ha vinto la vita.”

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Il tempo passò rapido.
Lavorare

essere padre

marito

e il resto che non è mai poco

hanno fatto volare questi anni.

Ora eccomi qua che sto scrivendo un altro pezzo della mia storia su questo Moleskine.
Ha avuto ragione lei?

Mi ha dato una famiglia.

Mi ha riempito la vita?

L’ha rimessa in moto?

L’ho perdonata?

Non lo so.

Lei non vede le macerie della casa interiore esplosa e restaurata.

Io ne colgo ancora le tracce.

Non spesso.

Ma quando posso riposarmi un attimo

vado nello studio

chiudo la porta

metto un po’ di musica

e sprofondo nella mia poltrona
Ho di fronte la libreria.

Al centro

Fra libri di tutti i colori

c’è la bottiglia di champagne vuota di quella notte chiusa nella sua confezione di cartone bordeaux.
La osservo.

Mi osserva.

Sono morto quella notte?

Quel che mi è accaduto dopo è stata vita?
Certo è che non ho partecipato a quel che è accaduto.

Io sono seduto in me stesso.

Il corpo.

Il corpo

fa da solo.
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Per mia figlia sono stato e sono un padre affettuoso.

Non riesco a fingere.

Mi fa tenerezza.

Lei e Mafalda, decrepita e inspiegabilmente ancora viva, di fianco a me.




Con lei. L’altra lei.

Con lei sono un compagno?

Non l’ho mai baciata.

E’ sempre lei a farlo ma di questo sembra non accorgersi.

E’ lei a fare l’amore con il mio corpo

E il mio corpo la cerca.

Sempre

nel tepore del letto

questa parte di me che non sento mia

e che non mi rappresenta,

non resiste.

E’ contenta.

Lo vedo.

Anzi.

E’ felice.

In lei tutto è dimenticato.

Ne sono certo.

La sua migliore amica me l’ha detto.

Mi ha detto che trova grandioso che io abbia saputo ricostruire su un perdono.

Mi ha elogiato.

Non ho più parlato di quella notte fra il cinque e il sei agosto.

Lei, nei primi anni, ha temuto quella data ma sia l’amica che lo psicologo le hanno detto che potrei avere rimosso.

Non deve parlarmene mai.

Glielo hanno ordinato.

Si potrebbe smuovere tutto e crollare quanto è stato costruito in anni di dedizione.

Forse hanno ragione la sua amica e questo psicologo.

Anch’io sono stato bene.

Il corpo.

Non so che dire.

Forse si.

Ma è accaduto qualcosa.

Il mio destino è tornato sui suoi passi più pesanti.




Insegno all’università.

Non so dire com’è accaduto.

Non ho preso tessere.

Non mi sono lasciato corrompere.

E’ giunta una lettera.

Ho agito come un automa.

Mi è capitato di pensare ad una regia occulta,

ma non mi interessa.

Ho anche pensato che lei abbia fatto a mio nome quel che la dignità mi imponeva di non fare.

Lei.

Non riesco,

quando parlo con me stesso come ora

non riesco a chiamarla moglie

o anche solo per nome.

Nemmeno più assassina.

E’ vero.

E’ lei.

Misteriosamente

semplicemente

lei.

Di fronte all’entrata del mio dipartimento c’è un bar.

Ci vado tutte le mattine.

Bevo qualcosa di caldo e leggo il giornale.

Niente di tutto questo è necessario.

Prima di uscire da casa mi aspetta una colazione perfetta.

Poi esco e vengo qui in questo bar.

Ogni tanto guardo la porta del dipartimento..

Ho come la sensazione che prima o poi vedrò me stesso entrare e allora non avrò più bisogno di farlo io. Quell’io seduto nel bar.

Anzi. Potrò rimanere qui seduto, oppure in piedi al banco a leggere il giornale per sempre.

Leggere il giornale è uno dei tanti atti insignificanti che compongono la giornata dei viventi?

In fondo è come lavarsi le mani. Lo fai senza pensarci e nemmeno ti poni il problema se devi ricordarlo. È qualcosa che fai perché va fatto.

Perché le mani devono pure far finta di fare qualcosa di fintamente sensato.





Ricordo che entrai al bar un giorno.

Pioveva.

Mi sedetti all’unico posto libero.

Di fronte a me un ragazzo con lo zaino scarabocchiato

la schiena fiera e dritta come lo sguardo

e dalle mani

coperte da guanti senza dita

fioriva un libro.

Riesco a vedere di cosa si tratta.

Non resisto e gli parlo.

Gli darò del tu.

Approfitterò del fatto che dicono che non dimostro la mia età

E’ un miracolo? dicono di si.

Io sono completamente consapevole solo del mio volto interiore.

Le memorie di Adriano! Gran libro!

Il suo sguardo come quello di un lupo intelligente e diffidente fruga nel mio volto. Non trova trabocchetti e risponde.

Non l’ho ancora letto.” Sembra una sfida ma stempero con un sorriso.

Ti piacerà già alla prima pagina. E’ forse l’opera meglio scritta che ho letto.” “Legge molto?” “Credo di si. E tu?” “Leggerei di più ma sto studiando e ho poco tempo. E poi le librerie sono subdole.” “Ti riferisci al fatto che non sai mai cosa scegliere?” “Non ti aiutano certo nella scelta. E le biblioteche si esauriscono nel loro ordine alfabetico. Se non sai cosa cercare non trovi, ma se sai cosa cercare vuol dire che hai già letto.

E’ orribile.” “Lo so, capita anche a me tutt’ora. Se non ti offende posso provarci io.....” “Va bene” “Ci penserò su e poi ti darò un piccolo elenco.

Mentre parlava insinuava lo sguardo con delicatezza e decisione
Due o tre volte, con una mossa improvvisa girava il collo e scrutava di là dalla strada. sull’altro marciapiedi.

Si alza.

Devo andare.” “Io studio là” “E io insegno....sempre là. Là dentro è talmente vasto. Non ti ho mai visto. Ciao.” “Ciao

si toglie il guanto senza dita.

Mi stringe la mano.

Rimango seduto col giornale ancora da leggere.

Scorro rapidamente i titoli.

Non resisto e getto lo sguardo.

E’ davanti all’entrata.

Parla con una ragazza.

Ha lo zaino scarabocchiato uguale al suo.

Si prendono per mano.

Si allontanano.

Vedo il viso.



E’ mia figlia.

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In quella direzione c’è il suo dipartimento.

La sta accompagnando,

Sono più che contento.

Quasi felice.

Quel ragazzo è un po’ come ero io.
A mia figlia piacciono gli uomini con la mia stessa luce nello sguardo.

Non è un ragazzo semplice.

Ha un mondo dentro.

Per un attimo ho il sospetto di essere stato un buon padre.

Le ho dato affetto.

Cercherà affetto?

Ho cercato di coltivare la sua sensibilità.

E’ vero. Parliamo poco, ma sento che mi vuole bene.

Ha vent’anni.

Da cinque o sei anni preferisce confidarsi con lei.

Cose di donne. E’ bello osservarle di nascosto sollevando lo sguardo invisibile da quel che sto facendo e cogliere il loro bisbigliare affiatato.

Tocca a lei.

Leggo il giornale ancora un po’.

Mi alzo e guardo la porta là di fronte.

So che un giorno vedrò me stesso entrare in dipartimento.

Chissà quando.

Ecco.

Arriva lui di corsa.

Entra.

E’ in ritardo.

Rivivo in lui quasi più che in mia figlia.

E’ la sensazione di un istante.

Un filo di paura parte da chissà dove

E arriva al cuore.

Non accade nulla.

Il cuore è fermo da vent’anni.

Quella scossa non la sente più.






Attendo paziente.

Conosco il suo nome.

L’ho letto sullo zaino di mia figlia.

Dopo una decina di giorni lo vedo entrare di fretta.

Beve un caffè al banco.

Non oso disturbarlo.

Sta uscendo.

Mi scusi! Non l’avevo vista.

Oh! Ciao. Ma vedo che vai di fretta.”

Si, sono in ritardo. Ha poi scritto quei titoli?

Certamente. Ma non ho il foglio qui con me. Sarà per la prossima volta.

Lo prometto.

Sorride e mi stringe la mano. Mi dice grazie e scappa.

Ho intravisto il nome di mia figlia sullo zaino.

E’ innamorato.

Si vede da come respira,

da come cammina.

Ciao.




Torno a casa.

Ormai da mesi saluto prima lo zaino di lei e di mia figlia.

Attendo quel giorno.

Chissà la sua sorpresa quando capirà che quell’uomo che ha incontrato al bar è suo padre.

Ha preso il foglietto.

Gli ho dato solo dieci titoli.

Per il momento bastano.

Più avanti gliene darò degli altri.

Gli ho anche detto che mi piacerebbe sapere cosa ne pensa.

Sono entrato.

Non vedo lo zaino.

Forse la bimba deve ancora rientrare.

Vado in cucina.

Sono sedute al tavolo.

Cenano.

Non faccio in tempo a sgranare un ciao che mia figlia si è già alzata.

Mi bacia su una guancia e mette un piatto in più.

Mangio.

Parlo poco.

Solite chiacchiere fra loro due.

Logistica quotidiana.

Mi alzo per primo.

Vado nello studio.

La porta della camera di mia figlia è aperta.

Sul letto lo zaino.

Lo saluto con un sorriso.

Ha qualcosa intorno che luccica.

E’ buio, non vedo bene.

Mi fermo sulla soglia.

Accendo la luce.

Cellophane.

E dentro uno zaino nuovo.

Sono nello studio.

E’ bastato così poco per rivivere certi giorni.

Nell’aria note di Bach.

E’ cristallino.

Una precisione non umana.

Rassicurante.

Ho recuperato da un cassetto un brandello delle macerie che da anni non trovavo più.

Il concerto numero venti di Mozart.

Lo osservo.

É lo stesso cd di allora.



Mattine al bar.

Ho il secondo foglietto.

Finalmente lo vedo.

Lo invito al tavolo.

Gli occhi sono vetri sbriciolati.

Gli chiedo se ha letto.

Dice di si.

Tranne uno che non trova.

Yoshe Kalb: “Per forza. E’ introvabile. L’autore è quasi sconosciuto. E’ il fratello di un famoso Nobel. Ma assai più bravo.

Reagisce.

Si appassiona.

Forse solo io ho sofferto così tanto per amore.

Forse sono stato veramente malato per anni e ora, anche grazie a questo ragazzo, sto comprendendo. ”Ormai esco pochissimo. Gli esami” e guarda oltre la strada. Si incanta e assecondo il suo silenzio. “Ci vediamo una di queste sere?” “Si, se mi darai del tu.” “ Affare fatto.” Mi dà l’indirizzo. Si avvicina la Pasqua. I suoi compagni di appartamento andranno via. Lui a casa non ci vuole andare. Vuole rimanere qui. Vuole stare da solo a leggere. Gli dico che passerò e a questo punto non gli darò il consueto foglietto, ma i libri. Sorride. “Non lasciarmi senza roba da leggere. Devo riempire le giornate.

Non vuole pensare.

Comunque agisce.

E’ più forte di me.

Le feste mi assorbono ma non dimentico.

Anzi, ci penso sempre.

Il Venerdì Santo arriva l’amica di mia figlia.

Vanno a ballare.

Lei andrà dalla madre.

Sono solo.

Prendo tre libri e vado.

Arrivo sotto casa sua.

Primo piano.

C’è musica. Sono le dieci di sera.

Davanti ad una finestra aperta del primo piano è accesa una candela.

Brilla sul davanzale.

E’ il concerto numero venti.

Mi assale l’angoscia.

Non riesco a muovermi.

E’ appena iniziato l’andante.

Lascio che mi sgoccioli nelle vene.

Non oso infrangerlo con il trillo volgare del campanello.

Arriva una signora.

Mi guarda stupita.

Sono in mezzo.

Apre

si gira

e mi osserva.

Cosa fa? Non entra?”

SSSt!” E accentuo il verso portando l’indice sinistro alle labbra.

E’ Mozart.

E’ matto?”

Anni fa lui per mezzo di questo brano, mi salvò la vita.”

A me sembra che lei non si sia salvato.”

La osservo ora con stupore.

Lei vede solo il mio corpo, ma potrebbe avere ragione.

L’andante finisce.

Un attimo di silenzio.

Mi sveglio da questa ipnosi e torno all’angoscia.

Ho paura.

Suonare?

Cosa troverò?

Devo decidere prima che la musica riprenda.

Suono.

Non era la sua finestra.

Adora la musica classica.

Mi ha fatto vedere cos’ha.

Deve ancora scoprire molto ma è sulla buona strada.

Lo zaino è appoggiato nell’ingresso.

L’ha lavato.

Le scritte sono sbiadite.

Alcune sono coperte con delle toppe colorate

ma il nome di mia figlia

qua e là

spunta ancora.
Stava leggendo.

Gli do i libri.

Ha pianto.

Chiacchieriamo un po’ di quel che ha letto.

Mi ringrazia e vado.

Dalla finestra con la candela accesa mi giunge la voce della Pausini.

Ascoltavano Mozart.

Erano vicini a Dio.

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Riprendono le lezioni.

Non vedo più il ragazzo.

Ho comunque la scusa dei miei tre libri.

Vado.

Suono.

Aprono i compagni.

Mi fanno entrare.

Mi fanno sedere.

E’ morto.

Dieci giorni fa.

Pastiglie candide.

Mozart aveva sbagliato porta.

O forse questa volta

Mozart avrei dovuto esserlo io.

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A casa.

Mia figlia lo sa?

Devo capire.

E’ venerdì.

Va in discoteca con l’amica.

Non so perché ma sono solo in casa.

Vado in camera sua.

Frugo fra le sue cose. Non l’ho mai fatto.

Trovo una scatola con lettere.

Lo sa.



Mi metto i jeans e una maglietta.

Mi sbarbo ed esco.

So qual’è la discoteca.

Sono a disagio.

Sarò il più vecchio.

Non lo sono.

Lei è là.

Seduta con l’amica del cuore.

Abitino nero succinto.

Sexy.

Si coglie la traccia in rilievo del perizoma quando si alza.

Inizia a ballare.

E’ una dea.

E’ stupenda.

E’ sua madre.

E’ più di sua madre.

E’ mia figlia.


Una vecchia ritmata canzone

Sciolgo le trecce ai cavalli

Corrono

E le tue gambe eleganti

Ballano.”

Un ragazzo la solleva e la mette su un cubo.

Sorride.

Chiude gli occhi e danza divinamente.

E’ Venere.

No.

So io chi è.

Non volevo figli e tanto meno una figlia.

Non volevo vivere e forse non sono vivo.

Forse sto sognando.

Forse non sono malato.

Ma è là davanti a me

E balla.

Balla bella balla

tutta la notte sei bella

non ti fermare ma balla

fino a che

non finiranno le stelle

l’alba dissolve il tramonto

io non comprendo il mio canto

e canto te”

sì.

è vero.

Io non comprendo il mio canto

E canto te.



Il giorno dopo mi telefona un collega di un’altra università.

Ha un progetto teatrale.

Partecipano dieci compagnie fondate dagli studenti di altrettanti atenei. Vorrebbe fare una giuria e desidera consigli su testi non troppo lunghi.

All’improvviso mi viene un’idea.

In giuria studenti misti di varie università, ma non delle stesse che hanno presentato una compagnia al progetto.

Un testo lo scrivo io. Darò uno pseudonimo.

Estorco una promessa: mia figlia è nella giuria.

Scriverò la fine di uno studente nei giorni della Resurrezione.

Mezz’ora, non di più.

E’ tutto pronto.

La accompagno con la scusa di salutare il collega.

La sera della rappresentazione sono in sala.

Vicino a lei, ma invisibile.

Iniziano.

La osservo nella penombra.

Ha capito.

E’ irritata.

Non resiste.

Esce.

La seguo.

E’ al telefono con lei.

Origlio, nascosto dai corridoi bui del teatro.

Le racconta cosa è accaduto.

No. Papà non c’è. E’ fuori a cena con il suo amico.

Mamma. Mamma per favore! Perché mi chiedi di papà proprio ora.

Cosa centra? Sono io che sono infastidita. Lo sai che a quel fatto non voglio pensare.

Lei racconta.

La figlia.

La madre.

L’albero della vita.



Torniamo a casa.

Non è successo nulla.

Tutto normale.

Ma io so che tutto vive.

Siamo la somma del nostro passato.

Siamo la somma di tutto il nostro passato.

Niente sfuggirà all’appello.

Dormono.

Dovrei ucciderle.

Sento che il coltello

Là in cucina, mi attende.

Non cambierò mai.

Niente violenza.

Ho deciso.

Pubblicherò questo resoconto.

Il medesimo giorno sparirò

col mio decrepito cane.

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In montagna c’è una baita.

Ci andavo a vent’anni.

E’ molto in alto.

Vado là.

Di fronte,

un chilometro in linea d’aria,

fra le rocce

c’è un nido con le aquile bianche.

Una coppia.

Arrivo con Mafalda.

Due valige.

Niente musica quassù.

Solo libri, viveri e qualche vestito.

Affittata per un anno.

Poi si vedrà.

Il proprietario mi dice che c’era la coppia di aquile, ma ventidue anni fa la femmina se ne andò. Nessuno la vide volare via.

Il maschio invece se n’è andato circa un’ora fa. “L’ha visto per ultimo mio figlio. E’ un romanticone. Ha detto che è andato verso il sole che tramontava, fino a sparire del tutto.”

Era l’ultimo.

In Europa non ci sono più aquile bianche.

Vede che sono colpito dalla notizia.

Non affitterò.

Ricarico l’auto.

Andrò anch’io in direzione del sole.

Un gatto ci attraversa la strada.

Ha qualcosa nelle fauci che si muove.

Un piccolo uccellino candido.

Si ferma dentro al fosso.

Mi avvicino.

Apro lo sportello e allungo lo sguardo.

La stretta finale.

Non si muove più.

Inizia dalla testa.

Fra pochi istanti non rimarrà più traccia.



E digerirà un destino addormentandosi al sole.

























































































4 commenti:

  1. Leggo molto, da anni. Oggi leggendo questo racconto ho capito perchè continuo a farlo: per ritrovare nelle parole scritte l'emozione che a volte solo il gesto vissuto sembra poter dare. Sempre più raramente incontro la lucidità, la compostezza che però nulla cede alla potenza e alla profondità di contenuti, ma sopratutto l'onestà intellettuale di guardare a ciò che ci appartiene senza incappare nè nell' enfasi autocelebrativa di chi ha compreso un senso, nè tantomeno nella tentazione di svilire quel senso in un'operazione che ammicca a una riduttiva semplificazione. Io questo ho trovato in questo racconto. E per averlo pubblicato e condiviso , ringrazio l'Autore.

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  2. grazie, da parte del racconto. è come un figlio per me, e ormai vive la sua vita. ciao

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  3. Dopo la lettura è impossibile fare commenti: sarebbe come suonare il campanello mentre l'aria è invasa dalla musica di Mozart.

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  4. grazie. Non è fra i miei racconti quello che amo di più, ma mi rendo conto che piace. ciao

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