giovedì 24 ottobre 2013

Una versione dell'aldilà (racconto)


Di recente una persona mi raccontava, fiera, delle persone che compiono gli anni il suo stesso giorno. Mi ha detto che spesso sogna di arrivare nell'aldilà, ma non di essere morta. L'anima va a zonzo mentre il corpo si riposa. Immagina qualcosa tipo un caffè con molte sale. Alcune tipo bettola e altre lussuose. Come atmosfere e arredamenti, ci si trova di tutto. Li il tempo non esiste quindi l'essere appena arrivati e sedere con un genio antico, non impressiona nessuno. Mi sono immaginato la situazione e ho spiegato che da anni ho un mio calendario laico nel quale son segnati gli eterni compleanni delle persone di tutti i tempi che particolarmente stimo. Non è completo per forza di cose. Di Raffaello per esempio non si ha una data esatta, quindi sto valutando se sceglierne una fra quelle possibili e consacrare quel giorno al suo ricordo. Negli anni si è innescato un simpatico gioco con amici. Mi arriva per esempio sempre qualche messaggio, il tre di luglio, per ricordarmi e per dimostrarmi che ricordano, che è il compleanno di Kafka. E come non far viaggiare la fantasia! Ho recuperato i fogli nei quali ho segnato tutte le date, ma non son riuscito a pensare a me stesso e alle coincidenze che mi riguartdano. Sono uno scricciolo nell'inverno, quel che è grande lo distinguo assai bene da me e ho preferito, anzi, mi son involontariamente inoltrato in un altro gioco-pensiero. E se si incontrassero appena arrivati, distaccati freschi-freschi dal corpo, personaggi spaesati in questo aldilà immenso nel tempo e nello spazio e trovassero una guida che, una regola non scritta vuole che sia una persona stimata e del medesimo genetliaco? Ed ecco qualche coppia strana, sorprendente ma che per me rivela segrete affinità. Miguel de Cervantes siede col l'italiano Michelangelo Antonioni. Bevono birra e ridono ma non sento quel che dicono. A Michelangelo è tornata la voce che l'ictus si era portata via. Ricordo che in Italia, strano paese, uscivano sui quotidiani, in quel suo periodo di mutismo forzato, delle interviste ... ma preferisco non pensare a queste cose ed avanzo fra i tavolini. Mi sorprende e affascina vedere il grande Michelangelo, il poeta scultore pittore, quel tutto immenso da Caprese, che chiacchiera con Gabriel Garcia Marquez … Ma Marquez è ancora vivo! E comprendo la prima lezione: chi è grande è sia là, sulla terra, col corpo e qui, con l'anima leggera e in buona e istruttiva compagnia. Marquez è a suo agio. La sua eternità è iniziata anni fa e qui, penso, sarà ormai di casa. Ma allora perché siede ancora con colui, nato nella sua medesima data che chiamiamo compleanno! E' passato qualche decennio dall'inizio della sua eternità, che coincide con la stesura di “Cent'anni di solitudine!” e penso che stare così tanto anche con un genio, porti alla noia! e poi ricordo che qui il tempo non esiste, che passato e futuro sono un presente totale che posso solo rinunciare a capire. Vedo poi con sorpresa Anna Maria Ortese con Pessoa! Io dubito di Dio, ma un accostamento simile... so che hanno infinite cose da dirsi, e si vede, e mi rendo conto che lui è commosso da quella ragazza geniale. Non ha senso origliare, ma è bello sentire lui parlare in portoghese e lei in italiano, e comprendere che si comprendono, che qui le lingue non sono un ostacolo … e anche io li comprendo.

Non li distraggo, proseguo e vedo il mio caro, raffinatissimo lucchese, identico al ritratto del Goya; quel Boccherini gentile che a me, sì, proprio a me, o almeno così mi sembra, accenna un sorriso e torna a parlare con Fabrizio de Andrè, col “mio” poeta. … Poeta che mi guidi, guarda la mia virtù s'ell'è possente, prima ch all'alto passo tu mi guidi. Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore, tu se' solo colui da cu' io tolsi lo bello stilo che m'ha fatto onore...

Conosco il primo canto a memoria. Vedere de Andrè e sussurrare quei versi è tutt'uno, e de Andrè, che ha sentito, sorride e sbatte sonoramente il suo bicchiere di rubino contro il mio di birra che solo ora mi accorgo di avere in mano. Il Suo gesto ha la goffaggine di chi è timido e reagisce con un eccesso e si placa nel mio che è tutto sorpresa di averlo li davanti, più vero che in vita.

Mi allontano camminando all'indietro per osservarlo ancora un po', e vedo la chioma di Einstein. Chissà, mi dico, chi ha la fortuna di sedere con lui, e vedo Johann Strauss padre … son senza parole, non riesco a intuire alcuna affinità … ma parlano di violino, e il grande fisico prende lo strumento e accenna un'aria che fa quasi ballare, stando seduto, il compagno compositore. Ed ecco che vedo avvicinarsi un essere indefinito e senza sesso. Comprendo, come per istinto, in questo preciso istante, che anche l'anima ha un istinto, e che il sogno di un'altra persona si sta intersecando col mio ... e forse io appaio a quella semi-ombra col medesimo indefinito aspetto che colgo in lei. Riconosce ovviamente Einstein, lo saluta con riverenza, ma mi rendo conto che non hanno niente da dirsi. Quell'ombra in vita, forse, ne ha conosciuto solo il nome e il campo delle sue gesta. Allora si rivolge all'altro che si presenta, e quando sente il nome, Johann Strauss, si illumina. Comprendo cosa pensa; con lui può iniziare un dialogo e forse sedersi. Forse sarà lui la guida e vedo il suo volto impaurito da quell'ingresso recente nell' “altro mondo”, che si fa sorridente e disteso. Gli dice che l'opera sua che ama di più è “Il bel Danubio blu”, ma l'altro rimane freddo. La semi-ombra, che non dubita di se stessa, sospetta che per via degli anni di aldilà passati a quel tavolo, abbia dimenticato molto di se stesso e glielo ripete. Johann Strauss dice che non l'ha scritto lui quel pezzo e torna a parlare col violinista Einstein, imbarazzato non meno di lei. Vedo quella semi ombra in pena. Guarda il tavolo e il cartellino, che sulla Terra, nei medesimi locali, porta un semplice numero progressivo, e qui mostra invece un mese e una data. Vedo e comprendo il suo sconforto .. e che si allontana ... cerco di seguirla e di spiegare che fu il figlio a comporre quel valzer, che lui, il padre, è celebre per la marcia di Radetzkij ... ma ha già la mano sulla porta del locale, è già uscita, e farà ritorno al suo sogno che si è vestito, ora, d'incubo. E comprendo la grande lezione.

Si deve conoscere quel che i grandi dell'umanità han fatto di buono, per poi ingraziarseli e chiedere con uno sguardo umile e orgoglioso se ci accompagneranno oltre l'altra porta, non quella angosciante del ritorno, ma oltre l'oblio di noi stessi, nel tutto …

IHo tentato di dirglielo, povera ombra, ma è fuggita. Ho tentato e mi sento in colpa, ma una voce rubizza e grossa mi attrae, e vedo la cara Marguerite Yourcenar seduta con Robert Schumann. Parlano poco. Si conoscono così a fondo che non ne hanno bisogno. Lei è bellissima come era da ragazza e Robert, di una follia sana, meravigliosa, riconosce in lei la sua natura. “Sento” la loro sintonia e non ci avevo mai pensato. La data di nascita ha quindi qualcosa di magico? Lo penso io che non credo alle magie? Come Wittgenstein dico che tutto quel che accade è possibile, e questo spettacolo, che sta accadendo nella mia mente.. è realtà? Desiderio che sia? Mi sorprendo per un attimo, un attimo solo, a pensare al mio tavolo, mi piacerebbe forse sapere chi vi siede, ma son troppo preso dalla gioia di vedere questi grandi e me ne dimentico subito. E vedo Modigliani, scalcagnato ma comunque elegantissimo, che prende in giro Neruda e il poeta che sta meditando una battutaccia da osteria. E chissà Tonino, il “mio” Tonino Guerra con chi siede! E lancio lo sguardo nella sala infinita, inebriato di curiosità e di gioia nervosa. Ed ecco il poeta dimenticato e che amo, Emanuel Carnevali. Lo sguardo è deciso ma in un involucro timido. Alzo lentamente lo sguardo, curiosissimo di sapere chi condivide con lui la bevanda rossa e vedo Rilke, il grande Rilke, il secondo genio di Praga, che parla … ovviamente di poesia, e vedo nel suo volto il rispetto che da sempre ho dato a questo grande toscano.

Sono quasi sazio di scoperte e disorientato. Ho un giramento di capo ... sento qualcuno che mi stringe le braccia e mi sostiene. Una voce mi chiede se è la prima volta. Accenno di si col capo e la palpebra fatta di piombo, non si solleva lasciano sconosciuto questo salvatore. Mi mette a sedere ad un tavolo, il mio bicchiere, quasi vuoto, viene immediatamente sostituito. Lo comprendo perché è pieno fino all'orlo e con pochissima schiuma bianca, proprio come piace a me ... me lo accosta alle labbra e riesco a far mio un sorso. La palpebra si fa sopportabile e lo sguardo si alza su questa persona gentile.

Sono titubante. Ho il terrore di non riconoscere qualcuno, me ne rendo conto. Basta che te ne sfugga uno … e che il caso voglia che sia proprio lui il destinato alla tua guida … e, se accadesse ... dovrei tornare anch'io indietro, dalla porta da cui son venuto, e tornare al sogno che si farà incubo … mi sorride e si presenta. Sospiro di sollievo, è Vitaliano Brancati … e ritrovo anche, con un altro sorso di birra, la forza per ringraziarlo. Dico che sto meglio, che aspetterò un poco seduto qui, a questo tavolo, finché non lo reclamerà qualcuno. Brancati mi fa un cenno di saluto e lo seguo nel suo allontanarsi, desidero sapere da chi l'ho distratto ... e vedo, alzandomi in piedi, ma tenendomi, ancora debole, al bracciolo della sedia, Tanizaki, che ho tanto amato da ragazzo. Mi siedo di peso e sorrido contento di me. Per ora li ho riconosciuti tutti e, se mi avessero rivolto la parola, avrei saputo, se non dialogare all'altezza, almeno donare il mio consapevole rispetto, che quello finto qui si vede subito … e un uomo magro, mi accorgo, è ora in piedi davanti a questo tavolino. Sono intimorito. Questo non è il mio posto … da sempre non ho mai avuto un mio posto ... e lui si siede, mi sorride calmo, e dice “Ciao”. Dentro di me mi domando? Ci conosciamo? E poi penso che devo lasciare il tavolino, che ora lui e un altro, che ne hanno sicuramente diritto, lo reclameranno certamente con la gentilezza, ma anche in modo inesorabile ... “Tu sei We...”

Quelle parole “vid'io scritte al sommo di una porta”. Ora ho un groppo in gola. Qualcuno mi ha riconosciuto ... il mio inferno ... e la sua porta in quel nome ...

E non lo riconosco … dio dio dio perché proprio lui che ha detto il mio nome! Proprio lui che … che non lo riconosco! Chino il capo e sento la sua voce dire. “dipingevo … e facevo bronzi”. Non ho il coraggio di alzare lo sguardo, mi vergogno di non riconoscerlo e sto per alzarmi e scappare verso quella porta verso quel corpo che ho forse lasciato nel sonno, verso quel nome che è inferno … ma mi mostra un foglio, lo mette sotto il mio sguardo basso mentre con la mano destra spinge sulla spalla e mi costringe a non fuggire, a non fuggire ancora. Vuole forse che l'umiliazione sia totale? che la sconfitta mi riduca a meno di quel poco che già mi sento? Ho gli occhi umidi. Li passo col polso e il disegno che ho sotto, si fa nitido. Lo osservo. È un ritratto nervoso, pennellate lunghe nere su un fondo grigio … e alzo lo sguardo ... l'ho riconosciuto ... lo riconosco … e forse sono salvo. Alberto Giacometti, dico e ride soddisfatto. Ordina una birra e mi guarda con sorridente disappunto. “stavi fuggendo. Stava vincendo l'emotività”. Arriva la sua birra e la deliziosa cameriera mette il cartellino che identifica il tavolo con quella data, la nostra … ma anche mia. Mi invita al brindisi e dice, “Coraggio... e sappi che ... per ora, quando dormirai potrai sempre sederti qui … con noi”

Lo ringrazio e sento improvvisamente e forte irrompere il rumore di pioggia. Prima un rumore forte e poi piove piove e piove nel locale, sui corpi, suo tavoli, su tutto ... e mi sveglio nel letto,sudato, in questo corpo assurdo in questa vita stretta, e attendo l'alba rimpiangendo il sonno e quella via verso il “Caffè degli artisti” che da svegli, ormai lo so che non si trova.

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