giovedì 10 ottobre 2013

Peter (racconto)



Una mattina Peter si svegliò da sogni enigmatici e si trovò avvolto nel silenzio.

La sua vita riprendeva il suo corso ogni giorno all’alba, svegliata dal cicaleccio distante degli uccellini che abitavano gli alberi che circondavano il cortile della sua casetta. Gli piaceva pensare che fossero loro a tirare su la tenda della notte e quel ciarlare diventava il darsi il ritmo tirando tutti insieme col becco quella cordicella.

Nel calduccio del letto pensò solo per un attimo a quel silenzio poi preferì dedicarsi al sogno appena concluso. Gli animali, i suoi animali per la precisione, erano in fila davanti alla casa. Lo guardavano in silenzio. Non erano allegri. Non erano tristi. Erano seri. Questo si. Erano molto seri.

Era abituato a fare sogni strani. Non si dava mai la pena di comprenderli. Teneva conto solo della sensazione che provava. Se era serenità, scendeva dal letto e si aggirava nella sua arca in forma di casa arenata in mezzo ad un boschetto e distante venti minuti di passeggiata da un laghetto e fischiettando svegliava tutti. Se era tristezza, li coccolava finché l’equilibrio dentro di lui non era ristabilito C’erano anche le colline intorno alla casa, queste onde di terra distanti da tutto, che toglievano dalla vista altre case e strade e paesi..

Quel sogno, che si concludeva con gli animali che se ne andavano dal cancello principale lo lasciava in bilico fra serenità e tristezza. Non sapeva cosa avrebbe dovuto fare, nel sogno ovviamente. Alzarsi? Andare con loro? Lo sapeva che c’era da fidarsi. Loro facevano qualcosa solo se c’era un motivo valido. Nel sogno si era distratto sentendo il raggio dell’alba che, passando da un forellino degli scuri, gli si posava sul letto. Quel calore luminoso che aveva fatto breccia negli occhi chiusi, nel sogno, lo aveva fatto voltare per guardare il sole nascente. Gli aveva sorriso come per salutarlo e dirgli “Buongiorno! Ti vedo in forma oggi caro Sole!”, ma quando si era girato gli animaletti non c’erano più.

Nel sogno non si era agitato. Aveva pensato. “Torneranno. Qui stiamo bene. Torneranno.” E con quella frase sulla bocca irreale del sogno si era destato e si era reso conto che anche la sua bocca, quella vera, stava bisbigliando le medesime parole.

Uscì dal letto e, attento a non disturbare quel silenzio, si avvicinò alla finestra, la socchiuse e sbirciò con un occhio. Si, era proprio una bella giornata, proprio come quella del sogno, ma quel silenzio!

Scese in pigiama le scale che portavano al piano terra. Qui non c’erano stanze. Si vedeva solo la rampa. Il resto era un’enorme stanza circondata da finestre socchiuse per fare fresco, e per terra, giacigli di paglia, cucce e materassi. Guardò dentro alle cucce. Si, erano appena usciti. Si sentiva ancora il loro calore. Toccò l’impronta lasciata dal corpo del capriolo sul materasso. Gli sembrò tiepida. Arrivò alla porta che dava sull’esterno. Spalancò le due ante. A quell’ora era fresco anche in piena estate. Fece la manciata di passi che lo separavano dal cancello socchiuso e scrutò nella chioma degli alberi. Nessuno. Oltrepassò il cancello di pochi passi e vide che le orme si fermavano dentro. Volati via? Va bene per le oche e le anatre, per i passerotti i merli e le gazze, ma i tacchini, le galline i cani i cervi i caprioli e le puzzole e gli istrici e tutti gli altri insomma? Quelli come avevano fatto a non lasciare traccia?

Decise di non pensarci per un poco. Tornò in camera da letto e si vestì. Per mettersi i calzini e le scarpe si sedette sul letto e gli tornò alla mente come nacque la sua arca, quella casetta che adorava.

Tanto tempo fa era andato in pensione. Improvvisamente. E improvvisamente ebbe tutto il tempo per sé e poiché si era dato anima e corpo al lavoro, si ritrovò appunto improvvisamente, solo.

Lui era il suo lavoro, lo chiamavano col nome del suo incarico. Ora, senza il lavoro era anche senza nome, per gli altri. Lui sapeva di essere Peter. Lo era stato per la madre e il padre tanti anni prima e per qualche amore inspiegabile. Ora era tornato ad essere Peter ma, a quanto pare, solo per se stesso. Ora aveva tempo. Doveva decidere cosa farsene. Si ricorda che quella mattina, quando si alzò, non fu svegliato dal solito bip della sveglia. Da anni quell’oggetto non serviva più. Il bip, puntualissimo, scattava dentro la sua testa e si alzava. Si ricorda che, seduto al bordo del letto, come ora, con il calzino in mano pronto da mettere, come ora, si disse “e adesso cosa faccio?” Negli anni aveva comperato tanti libri. Diceva a se stesso che prima o poi li avrebbe letti. Forse era giunto quel momento. Sentì che quel pensiero non bastava. Aveva davanti un tunnel di ore completamente insipide. E’ vero che per la prima volta dopo anni erano completamente sue e che questa in teoria avrebbe dovuto essere una bella soddisfazione, ma….

Ascoltò il rumore del palazzo e si accorse del canto degli uccelli. Constatò che aveva passato quasi un’ora con il calzino in mano senza metterselo e quindi si trovava in casa in un orario nel quale di solito, indistintamente tutti i giorni dell’anno tranne le ferie, era fuori. Si, ora lo ricorda. Quando aveva una domenica o un fine settimana, andava via. Prendeva la macchina e andava a passeggiare in altre città, attendendo il lunedì. Sentiva degli uccelli. Si alzò e andò alla finestra. La gente era andata quasi tutta a lavorare. La via era tornata deserta. Ecco perché non li aveva mai sentiti. Lui andava via in pieno caos di gente e traffico. In lontananza vide gli alberi del piccolo parco. Forse erano là, ma il loro chiacchierare allegro sembrava dappertutto.

Si recò in cucina, prese un avanzo di pane e lo sbriciolò sul davanzale. Aspettò qualche minuto osservando l’azzurro del cielo e poi decise di andare a fare due passi. Prima però frugò un poco fra i libri e ne scelse un paio ai quali, dopo la passeggiata, avrebbe dato un’occhiata. Si avvicinò alla finestra per chiuderla. Aveva dimenticato le briciole. Mentre chiudeva però si ricordò, gettò uno sguardo che conteneva la certezza che le avrebbe ritrovate e invece no, non ce n’era più nemmeno una. Questa scoperta lo riempì di una gioia improvvisa, incontrollata, quasi angosciante. Tornò immediatamente in cucina. Il pane era finito. Prese l’impermeabile e uscì di casa quasi correndo, chiamò l’ascensore, ma quando arrivò dovette rientrare perché si era reso conto che dalla fretta era uscito in ciabatte. Ora non trovava più le chiavi di casa. “Ma se le avevo in mano un momento fa”. Si fermò. Si sedette. Doveva controllare quell’agitazione. Non era facile. Non la capiva. Era nata in lui in modo così improvviso che l’aveva dominato. Si, gli uccellini avevano mangiato il pane. E allora? Sentì la fretta salirle dalle gambe. Stava arrivando al cuore e sapeva che se fosse arrivata di nuovo alla mente avrebbe vinto lei e lo avrebbe portato di corsa dal fornaio. No, anzi, prima le chiavi! Quel pensiero bloccò quella strana sensazione che, salita dalle gambe, già stava gelando il cuore. Riuscì a pensare. “Sono rientrato aprendo con le chiavi, quindi sono attaccate all’esterno della porta!” Si alzò, aprì pian pianino la porta ed infatti le chiavi erano lì. “bene” si disse. “ed ora perché!” Tolse le chiavi, e così, con l’impermeabile addosso, si sedette alla poltrona. Quando si rilassò sentì di nuovo cinguettare. Gli sembrava che stesse crescendo. Avevano fame? Le gambe tornarono ad agitarsi la sensazione a salire, ma ecco, ecco, ora vedeva chiaro dentro di sé. Era accaduto qualcosa e a quel qualcosa si stava attaccando. Quella giornata era la data sulla lapide della sua morte civile. Si, la morte, la morte. La sua ala fredda aveva vibrato per la prima volta, ma gli uccelli avevano cantato, lui aveva dato cibo e loro continuavano a cantare. Il loro canto allontanava quella brutta sensazione, quella brutta giornata, Non era più una fine, anche se non si trattava nemmeno di un inizio. Un’attesa. Si, va bene, solo un’attesa. Andare a prendere il pane era qualcosa da fare. Si alzò. Si impose di non correre e uscì. Comperò due sporte di pane. Si recò al parco e sedutosi ad una panchina iniziò a sbriciolarlo. Una cosa lo stupiva. Se nella via qualche passante c’era, il parco era completamente vuoto. “Si” pensò. “a quest’ora tutti hanno da fare” si domandò dove fossero gli altri pensionati, ma la domanda svanì dalla sua mente quando vide due tortore dal collare che con fare circospetto lo guardavano da una distanza ragguardevole. Prese una manciata di briciole appena preparate, le lanciò in aria e, come per magia, mentre toccarono terra, anche alcuni piccoli pennuti, atterrarono con loro. Le tortorine si gettarono sul cibo e poi arrivarono i merli e altri bellissimi volatili che non conosceva. Si rese conto che aveva, adagiato sul viso, un sorriso. No. Non era felice. La felicità è un’altra cosa, lo sapeva bene. Era contento. Questo sì. Gli venne un’idea. Sbriciolò tutto il pane dei due sacchetti tirandone ogni tanto una manciata al suo ormai folto pubblico e poi si incamminò assai lentamente verso casa. Teneva i due sacchetti con la sinistra. Con la destra lasciò una scia di briciole. Ogni tanto si girò per controllare. Si, lo stavano seguendo, alla solita distanza di sicurezza, ma lo stavano seguendo. Ora in giro non c’era veramente nessuno, quindi attraversare la strada senza ovviamente lasciare briciole, perché qualcuno avrebbe pur sempre potuto passare, fu facile e, una volta dall’altra parte riprese a fare la scia. Arrivò sotto casa. “Questo è il momento più delicato!” pensò. Non prese l’ascensore ma corse su per le scale perché movendosi aveva la sensazione di guadagnare tempo. Entrò col sacchetto di pane rimasto e si fece vedere alla finestra. Fece cadere una manciata di briciole e poi ne coprì il davanzale.

I primi furono i merli. Li osservò. Avevano il piumaggio nero brillante e il becco di un giallo talmente giallo da sembrare di plastica. Era contento. Decise di gettare le altre briciole per terra e imbiancò così il pavimento del salotto. “Altro pane. Mi serve dell’altro pane!” si rese conto che si era divertito in modo così intenso solo da bambino quella volta che col secchiello, al mare, fece tantissime torri e poi le unì sagomando poi la sabbia ben bagnata per fare le mura. Fece anche il fossato e il ponte levatoio e le finestre con le conchiglie e insomma non si fermava più. Al tramonto, quando gli dissero che era ora di tornare in albergo era stremato e, si, e felice. Stava per vivere il medesimo crescendo di quella giornata fantastica al mare. Non doveva preoccuparsi. Ora si va a prendere il pane, poi si cosparge tutta la casa e poi si inventa qualcos’altro.

Questa volta tornò con quattro sporte, ma quando aprì la porta del salotto non trovò gli uccellini ad aspettarlo ma, sul pavimento di marmo bianco con appena qualche venatura grigia e cremisi, giaceva una composizione di escrementi che gli ricordò certi quadri astratti che aveva visto ad una mostra e che non gli erano piaciuti per niente. Il suo entusiasmo si spense. Ci volle tutta la giornata per far tornare decente il pavimento. Alla fine era esausto come quella sera al mare, ma molto molto meno soddisfatto. Lasciò un sottile strato di briciole sul davanzale e se ne andò a letto.

Cosa fare domani? Doveva dare il pane acquistato oggi, agli uccellini. Decise che sarebbe andato al parco. Si. Era meglio così. E dopo? Comprese che era assurdo e avvilente tornare a comprare pane e darlo agli uccellini dei parchi per il resto della sua vita. Si sentì misero. Era ormai notte e gli uccellini erano andati a dormire? Ma lui non aveva sonno, e quei libri gli facevano paura. Li osservava, adagiati sul comodino, ma non li toccava. Erano come un gorgo. Avrebbe poi avuto la forza di smettere? Ce n’erano centinaia nella sua libreria e la fuori, nel mondo una quantità infinita. Si, era un gorgo forse meno banale del vizio del fumo o del pane agli uccelli, ma sentiva che non poteva bastargli. Si. Ora comprendeva. Leggere dei sentimenti o viverli. Ecco la differenza che lo toccava dentro. Con gli uccelli era nata una stupida euforia perché sperava in un contatto e chissà forse, a costo di tanta merda in casa, che un merlo non si sarebbe fatto amico e si sarebbe posato sulla sua spalla. Ma ecco, dal nulla apparire un cane. E come ci era entrato quel cane nella sua mente? Scodinzolava. Stava mangiando le briciole insieme agli uccellini! Si. Si era addormentato e sulle sue labbra si era adagiato un sorriso.


LAGER


La mattina seguente non lo svegliò il bip del cervello. Furono gli uccellini. Ebbe per un attimo la sensazione che se avesse aperto la finestra sarebbero entrati non come la brezza, ma come un uragano. Cercò l’elenco telefonico. Lo sfogliò indeciso. Un pensiero lo stava masticando. Era nato già nel sogno mentre tirava briciole di pane agli uccellini e al cane. E’ vero che non s’intendeva di razze, ma quell’esemplare gli sembrava un bastardo. Che brutta parola! Siamo tutti bastardi in fondo. Con la propensione mai sopita che hanno gli esseri umani di farsi e fare le corna, chi è certo di non esserlo? Gli torna in mente il suo romanzo preferito: Il “Maestro e Margherita”. Quando Margherita chiede al diavolo perché ha scelto lei per farle da moglie per quella notte, lui le risponde che in lei, per vie traverse che ormai solo lui e quelli come lui sanno leggere, è colato tanto tanto sangue blu. Sorride ripensando al significato profondo di quella scena. Si. Quel cane non è un bastardo. È un cane e basta. Quindi niente allevamenti. “E’ come per i figli”, pensò. “Che senso ha farne quando ce ne sono tanti che non hanno un futuro! Meglio cercare di ridare la dignità a qualcuno che è già stato condannato a vivere e ha pure iniziato male”. Pensò ai suoi vani tentativi frustrati da leggi troppo strane e poi decise di cercare su quell’elenco telefonico, l’indirizzo del canile. Prese la macchina dal garage e andò prima a fare compere. Un collare, un guinzaglio, cibo per cani e una palla e un osso finto e finì che riempì la macchina che per il cane non c’era più posto. Tornò a casa, scaricò tutto e ripartì.

Ecco l’edificio. Si, quello era il canile. La recinzione lasciava lo sguardo libero di infilarsi in tutti quei piccoli spazi, anche loro recintati, dai quali i gruppetti di cani, appena lo videro scendere dalla macchina, lo chiamarono con grida atroci. Rimase impietrito. Si. Erano voci più che umane che chiedevano di essere salvate da quel, da quel Lager.

Li osservò sbalordito. Per la prima volta per lui il termine canile non fu semplicemente un vocabolo composto da sei innocenti lettere dell’alfabeto. Non riusciva a muoversi. Stava male. Si rese conto che stava piangendo. “Ma com’è possibile che gli uomini si considerino esseri civili quando costruiscono questi luoghi assurdi”. Tornò in macchina. Si sedette. Riprese fiato e mise in moto. Si limitò a girarla, così vedeva la strada e i cani erano dietro la schiena, ma continuava a sentirli. Accese la radio. Le notizie gli offrirono una sequenza di morti, guerre, e rabbie varie, e dietro di lui c’era il canile che straripava di cani. Che fare? Cercò un canale con la musica, attese e la soluzione si offrì improvvisa. Un furgoncino si fermò al cancello del canile. Lesse la scritta. Era l’accalappiacani. Guardò incuriosito e vide un cane e, si, era il cane del sogno! Era proprio lui! Era sbalordito. Era emozionato. Era incredulo, ma era proprio lui, non c’erano dubbi. Decise in un attimo. Spense la radio, calò il finestrino e disse con quell’uomo che voleva quel cane. Il tipo lo guardò sorpreso. “Senta” gli disse “non riesco ad entrare la dentro, mi fa male. Sono andato in pensione ieri e mi sento una merda. Mi sento solo.” L’altro non disse una parola. Ebbe un’idea. “in fondo siamo in Italia” pensò. Prese il portafoglio tolse due banconote di notevole valore e gliele mostrò.


PIPPO

Il viaggio di ritorno fu tranquillo. L’animaletto puzzava a dir poco, moltissimo e dal sedile posteriore gli aveva annusato la nuca, leccato un orecchio e poi si era dedicato ad osservare il panorama. Quell’uomo gli aveva spiegato che l’aveva catturato vicino ad una casa abbandonata in collina. Gliel’avevano segnalato perché la notte ululava e dei campeggiatori avevano avuto paura.

Sembrava buono. Accettò il collare senza problemi e si lasciò portare al guinzaglio. Sembrava che dicesse con lo sguardo “vediamo cosa mi succede adesso”.

Annusò la casa e si appropriò della poltrona. Lavarlo fu una battaglia e un divertimento. Chiusa la porta del bagno. Lui in mutande ed il cane assai contrariato dal getto del rubinetto della vasca e ancor più in guerra con la doccia. Ci riuscì. Ora profumava ed era un piacere accarezzarlo. Accese la tivù e si mise a guardare un programma. Troppo stupido. Ne cercò un altro. Stesso livello. Si appisolò col telecomando in mano e si svegliò a notte fonda con l’ospite steso di fianco a lui e la testa appoggiata ad una gamba. Dormiva. Gli accarezzò la testa e rispose con un pat pat della coda che sapeva di sonno profondo. Lo lasciò li e si coricò. La mattina dopo si svegliò con uno strano intorpidimento alle gambe e appena aprì gli occhi il naso fu inumidito da un bacio.

Un nome” pensava, mentre passeggiava in camera da letto con il nuovo amico che lo osservava. Andò in cucina e trovò, si trovò una cosina scura che puzzava assai. Decise che era colpa sua. Ieri sera non ci aveva pensato a portarlo di sotto. Prese la scopa e la pattumiera. La scopa si chiamava Pippo. Lo chiamò a voce alta. “Pippo!” scodinzolò. Era piaciuto anche a lui, quindi affare fatto.

ALTRI RICORDI

Ora l’arca era silenziosa. Fra gli animali partiti Pippo non c’era. Lui dormiva in giardino sotto un buon metro di terra. Si mise il calzino che teneva in mano da mezz’ora. Si mise le scarpe e andò nella parte di dietro dove c’era il piccolo cimitero. Aveva sepolto di tutto, a tutti aveva dato il medesimo ultimo saluto. Ogni due passi fra l’erba si vedeva un sasso con sopra scritto col pennello blu, un nome. Pentola, Scemetto, Casimira, Bacinella, Pif Pof e Paf, Dai e Cifarta, Napoleone e Timidina, Perla e Pirla, Fame nera e Brontolo ed ecco Pippo. “Ciao Pippo!” Si sedette per terra e guardò il suo sasso con la scritta un poco screpolata dalle intemperie. Aveva deciso che una volta che si fossero cancellate le avrebbe lasciate così, senza nome, anche se per Pippo la tentazione di rifare il pallino alla i e la gamba alla seconda p, l’aveva avuta.

Gli tornò in mente come un bel giorno, dopo un mesetto di convivenza deliziosa, mentre erano a passeggio al parco, Pippo decise di andare in un luogo assai lontano. Lo seguì per un paio di chilometri poi decise di tornare. Il giorno dopo accadde di nuovo e fece un poco di strada in più. Era arrivato in quel punto della città in cui le case si diradano e la campagna riprende il comando. “Domani” gli disse, “prendiamo la bicicletta e vediamo dove mi porti”. E arrivò a questa casa. Non c’era traccia di campeggiatori e Pippo fece capire che era arrivato, che quello era il suo posto.

Il resto fu un miracolo del destino. “Vuole abitare li? Ma è una catapecchia! Ci piove dentro e dalle crepe nei muri si vede la luce del giorno!” A nessuno interessava quella casetta e lui ci si stabilì. Fece vari lavoretti e poi affittò la casa in città e si trasferì.

Fu un po’ dura all’inizio, ma si ritrovò vari animaletti che dimostrarono di non temerlo per niente e resero la situazione divertente. Lasciò il piano terra a loro perché particolarmente d’inverno e nelle giornate di pioggia dimostrarono di gradire quel rifugio e finalmente, ora che era stato toccato anche se in modo rocambolesco da sentimenti che lo riempivano di pace, riuscì a leggere quelli che riempivano le sue varie centinaia di libri. E la musica! Agli animali piaceva la musica! Quella classica s’intende e, non frequentando più nessun essere umano tranne una volta ogni tantissimo il commesso della banca e un tipo che faceva il commesso in un emporio, pensò che fosse tutto bello e che andasse bene così ed aveva ragione. Stava bene. Non sognava più perché intorno a lui tutto era bello come un sogno.

Non sentiva più il bip nel cervello e si svegliava quando gli uccellini tiravano la cordicella e appariva l’alba.

Ecco qui il mio mondo. Ma cos’è successo, dove siete andati!”

Non riuscì a leggere quel giorno. Fece vari piccoli lavoretti e stette con le orecchie bene aperte per sentire quando sarebbero tornati, ma si fece sera e poi notte e non si vide nessuno.

Si stese nel letto e, grazie alla fatica fisica che aveva fatto, nonostante la tristezza, si addormentò. Fu un attimo e apparve Pippo. Il sorriso si adagiò sul suo viso dormiente. Pippo lo invitava ad andare da quella parte. Era notte anche nel sogno. Era buio pesto. Si infilò con lui nella boscaglia. Questa si trasformò in qualcosa di inspiegabilmente soffice e tiepido. Pippo si mise a guaire di gioia e in quel buio accogliente vide tutti i suoi animaletti. Avevano gli occhi aperti e stanchi. Attendevano lui per addormentarsi? Si stese fra la mucca che ovviamente si chiamava Milka e il capretto Gigolò. Venne la sua amata chioccia marrone; Marta si chiamava e come sempre le si appoggiò alla pancia, chiocciò di gioia e di sonno, gli beccò teneramente il naso e si addormentò. Pippo era lì, accanto a lui. Non si stese, ma fece un giro per controllare che tutto fosse a posto, poi gli diede un bacio umido, anche lui sul naso e tornò sotto il suo metro di terra a dormire.

Si addormentò anche lui e la mattina dopo il raggio di sole ed il silenzio lo svegliarono nella casa silenziosa.

UN'ANATRA

Passarono così molti giorni. Non li contava più da un sacco di tempo e la sua vita era tornata a piacergli un po’. Non li aspettava più. Li ritrovava la notte e dormivano insieme.

E poi un giorno, oggi, mentre fa una passeggiata fra i boschi in riva al laghetto, gli pare di vedere un volatile adagiato sull’acqua. Ha un colpo al cuore. “Che stiano tornando?” Pensa. Sta nascosto fra i rami bassi di un gruppo di abeti giovani. E’ curioso di sapere se è una delle sue amiche. Sembra un’anatra. Osserva il suo piumaggio scuro. Ha il cuore che va a mille per l’emozione e poi ecco che alla sua destra appare un cacciatore. Rimane impietrito. Non riesce a gridare, non riesce a muoversi, è un attimo e sente la fucilata. Ha chiuso gli occhi. Si sente male. Pian piano si fa coraggio e li riapre e cosa vede? Il cacciatore steso per terra immobile. Non capisce e quindi non sa che fare. Continua d osservare dal suo nascondiglio fra gli abeti giovani. E l’anatra? E’ ancora lì che galleggia tranquilla nonostante lo sparo? Ma com’è possibile.

Ed ecco apparire un secondo cacciatore che si avvicina a quello per terra. Lo spoglia completamente e appoggia il suo corpo ad un tronco caduto. La pancia schiacciata sulla corteccia. Le mani tese da una parte e le gambe dall’altra che toccano terra. Ora con un coltello fa un taglio ai talloni e uno ai polsi e poi si avvicina al laghetto e cerca qualcosa sulla riva. Ecco, ha trovato una corda, la tira e l’anatra di plastica si avvicina a riva. La ripone in un sacco, prende il telefono e chiama.

Ciao! Sono io. Senti, ho preso adesso il quinto. Si, non ti preoccupare, stanno scolando.

No,no. Niente di speciale. Sono sui trent’anni. Mi fai sempre lo stesso prezzo? Va bene, carico l’ultimo e parto”.

Non si è mosso dal suo nascondiglio fra gli abeti giovani. Non ha respirato, il cuore non ha fatto un solo battito. Non voleva farsi sentire e voleva sentire per capire. Risultato, non ci ha capito niente.

Sa solo che un cacciatore ha accoppato un altro cacciatore utilizzando come richiamo un’anatra di plastica, poi lo ha appoggiato ad un tronco in un certo modo a sedere in alto, gli ha tagliato le vene e lo ha dissanguato. “Ma che pazzia” pensa. “Vuoi vedere che era un pazzo furioso? Ma anche se fosse stato il peggiore mostro del pianeta, che senso ha dissanguarlo?” e poi la telefonata.

Lo osserva che si allontana con il corpo caricato su una spalla. Dalle braccia che ciondolano bianche dietro la schiena, vede cadere ancora qualche goccia di sangue. Aspetta nel suo rifugio ancora un bel po’ e poi si fa avanti. Muove con un piede gli abiti del malcapitato. Vede le sue armi abbandonate per terra. Un bel fucile. Lo prende, non sa neanche lui il perché e prende il suo zaino. E’ aperto. Il tipo che ha ucciso ci ha frugato dentro. C’è una radiolina. La prende e torna a casa spaventato e disorientato.

Si chiude in casa. Si siede e mette la radio sulla tavola. La accende. Voci. Un canale sgorga nitido. Stanno parlando. “Secondo lei cosa si può fare?” Risponde un’altra voce. “Io penso che ogni famiglia dovrebbe dare il suo primogenito!” Interviene un terzo contrariato. “Ma si rende conto che non basterebbero? E poi. E poi ci ha pensato che potrebbe accadere che qualcuno mangi i suoi figli?” La persona precedente obbietta “si potrebbe organizzare la cosa in modo che non accada. Mandiamo i nostri in Asia e prendiamo i loro per esempio” L’altro controbatte “e se sono in vacanza o per lavoro da quelle parti? Ma si rende conto che può accadere? E poi secondo me a tanta gente basta pensare che potrebbe accadere per rifiutare a priori questa ipotesi”. Il primo chiede “e allora lei cosa consiglia?” Risponde “due cose. Primo, non perdere più tempo con domande del tipo dove sono finiti gli animali e secondo ammettere la realtà, una realtà che sta già accadendo. Gli stati ricchi divoreranno gli stati poveri. Bisogna dirlo perché si stanno ammazzando un po’ dappertutto, e se noi europei e anche gli americani, acquisiamo la consapevolezza che la carne non scarseggia e che il suo prezzo sarà accessibile, forse la smetteranno e smetteremo di scannarci e di venderci in nero ai macelli!” Una quarta voce interviene “si potrebbe diventare vegetariani! Su, un poco di buona volontà”. Si sentono brusii. Qualcuno insulta. Decide di spegnere la radio.

Ora è chiaro. Gli animali sono spariti e si mangiano fra di loro!” Ha un brivido. Lo assale la paura.

Chiude le finestre. Spranga le porte. Non basta. Vuota l’armadio, stende una coperta sul fondo e ci si chiude dentro. Esce cerca il fucile e rientra. Si stende. È stanco. Non riesce a pensare. Pensa che sicuramente non riuscirà a prendere sonno, ma si addormenta. Pippo non viene, lo attende ma non viene. Si alza. Prova da solo. Ecco il sentiero. “Eccovi tutti”. Marta vuole venire in braccio, la piccola Petunia, non dal fiore, ma da peto, vuole due coccole. Sorride al pensiero di quella notte che si svegliò dalla puzza. Petunia dormiva sotto al letto. Spalancò qualche finestra. L’aria cambiò ma la puzza non ne volle sapere di andare via e andò a dormire di sotto, insieme ad Anacleto il tacchino.

Fa un giro. Si. Ci sono tutti. Si stende. Marta si accoccola sulla pancia. Chiude gli occhi ed attende il bacio umido di Pippo. Non arriva ma è contento ugualmente e si addormenta.

UNA VISITA 

Chiuso in casa. Passeggia avanti e indietro. Guarda la radio. Ne ha timore. Vorrebbe accenderla, ma sa, ne è certo, che dirà qualcosa di spaventoso. E poi quel silenzio. Non si sentono nemmeno i suoi passi attutiti dalle ciabatte di pezza. Quel silenzio gli serve per sentire quel che succede la fuori. Ha solo il piccolo buco nello scurone, ma si vede solo una minuscola parte di giardino. Si fa coraggio. Deve comunque mettere il naso fuori. Non può certo pensare di passare tutta la sua vita li dentro. Socchiude la porta e si ritrae spaventato. Una persona nell’orto. L’ ha intravista per un attimo e ha richiuso. Non sente rumori. Se si fa scoprire è finita. Dopo eterni attimi di silenzio apre appena un po’. Meno di un millimetro, e sbircia. E’ accovacciato. Si, ora la vede. Ha staccato un pomodoro da una pianta e lo mangia a morsi. E’, si, è una donna. Giovane. Spettinata. Non sembra preoccupata. Peter non scorge armi ma sa che potrebbero essere appoggiate per terra. La tipa ha finito di mangiare e vede la fontana con la vasca. La raggiunge e si lava il viso. Si stiracchia. Peter apre la porta silenzioso e la guarda mentre di spalle sta osservando il paesaggio. Si gira verso la casa e lo vede. Rimane immobile. Sembra abbia paura.”Buongiorno” dice Peter. Lei non risponde. “Se hai fame ti preparo qualcosa”. Lei indietreggia e poi scappa correndo, oltre il cancello. Si è fermata di nuovo. La guarda come facevano le tortore dal collare, da una distanza di sicurezza. “Io preparo qualcosa da mangiare”. Peter va dalle piante di pomodori per togliersi una curiosità e lei non lo perde di vista un solo istante. Bene, non ha armi. Torna in casa e lascia la porta aperta. Prepara il tè, lo mette su un vassoio con qualche biscotto e va con questo fuori di casa. Si ferma. Vuole che lei veda le due tazze fumanti. Lui si avvicina. Lei si allontana. Quando arriva al cancello appoggia per terra il vassoio e torna in casa con la sua tazza e un biscotto in mano. Dopo una mezz’oretta la vede che si avvicina, mangia e beve accovacciandosi per terra. Le grida, “mi chiamo Peter! Non temere. Sono vegetariano e disarmato!” Lei lo studia attentamente. Lui si mette a raccogliere un poco di verdura matura. “Faccio il minestrone!” grida e poi con il cestino colmo, mentre entra, aggiunge “ se vuoi lavarti di sopra c’è la vasca e l’acqua calda. Io sto di sotto”. Mentre taglia le verdure la vede entrare. “C’è un accappatoio bianco dentro l’armadio in cima alle scale. E’ pulito. Prendilo”. Si asciuga le mani, le si avvicina e gli offre la destra. “Sai perché anticamente ci si dava la mano? Proprio questa mano e non quest’altra? Per far vedere all’altro che era disarmata! Era così già al tempo dei romani”. Lei sorride e gli stringe la mano. “Mi chiamo Marta”. “Oh, Marta!” Risponde Peter “Come la mia gallinella preferita. Una gallina vera intendo. E’ andata via anche lei. Su, vai a lavarti” . La osserva salire. Quanti anni avrà? Si rende conto che non è più in grado di distinguere le età. Ammira il suo incedere elastico che si mangia nel tocco leggero delle scarpe da tennis, due gradini alla volta.

Dopo un’oretta è di nuovo giù. Peter ha sprangato la porta. La tavola è apparecchiata per due e al centro fuma la pentola di acciaio. “Ho chiuso per stare più sicuri. Ieri qui vicino ho visto uccidere un uomo. Non sono tranquillo.” Si siede e lei, senza dire una parola, si accomoda di fronte. Iniziano a mangiare. “Ti piace?” Lei fa cenno di si con la testa. “Ti manca la carne?” Le chiede. Lei lo guarda e poi dice, “si, ma sono troppo presa dal salvarmi la vita per pensare ad una bistecca. E poi la carne umana mi fa ribrezzo!” “L’ hai assaggiata?” “No, mai. Mi basta il pensiero per stare male”. Lui apre il cassetto del tavolo e le mette vicino al piatto ormai vuoto una scatoletta di tonno. Lei non resiste. Rischia di tagliarsi dalla fretta e la magia in un attimo pulendola alla fine, molto meglio di quanto avrebbe fatto Pippo. “Per essere un vegetariano non ti tratti male!” “La carne piace anche a me, ma vivevo in questa casa con un sacco di animaletti… sai, non puoi essere amico fraterno di una gallina e mangiare carne di altre galline. Il pesce lo mangiavo, per esempio. Nel laghetto qui vicino c’erano delle splendide trote!” “E ora?” “Sparite”. “Ho una piccola riserva di scatolette per gli ospiti, e quindi anche per te.” “qui è tranquillo”, risponde lei; “in città è un disastro. Di giorno si fa vita normale, ma dopo le cinque inizia una caccia….mi sono salvata per miracolo”. “Ho sentito qualcosa per radio” risponde lui, é spaventoso. Come sei arrivata fin qua?” “Non lo so. Scappando un po’ a piedi un po’ con quel che trovavo”. “Se vuoi puoi rimanere. Di sopra, nell’armadio c’è un fucile. E’ per difendersi”. Peter si alza e porta i piatti al lavabo. Lei lo anticipa e dice sorridendo “Toca a me!” Lui risponde con un altro sorriso. Marta gli accarezza una mano. “Da tanto tempo non vedevo più uno sguardo sicuro. Sembrava che fossero attratti, che mi volessero conoscere, prima. Da quando gli animali sono spariti, anzi da circa una decina di giorni dopo non capivi più se quel sorriso era per amarti o per mangiarti”. “Vado di sopra a leggere” risponde Peter.

E’ sera. C’è un solo letto. Lui si è steso e lei si è messa di fianco. “Sai dove sono andati?” “chi!” “Ma gli animali Peter”. “Ah, loro. Si che lo so. Tutte le notti, quando mi addormento li raggiungo. Mi stendo con loro, me li coccolo un po’ e ci addormentiamo insieme”. Sono girati schiena contro schiena. Lei sorride. “Sei un romantico? Ne ho sentito parlare ma non ne ho mai visti”. “Ti ho detto la verità. E’ un altro paio di maniche se la mia verità ti sembra romantica. Questo dipende da quel che hai dentro di te. Non da me”. “Si. Sei romantico. Per favore, chiamami Mimì. Mi chiamavano così prima di questo caos”. Marta si gira e lo abbraccia da dietro. “E’ da tanto che non faccio all’amore. Sai che con te lo farei?” Peter la prende fra le braccia e la sistema davanti a sé accarezzandole i capelli e dice “la mia Marta, la mia bella chioccia marrone si metteva sempre qui. Mi beccava un poco il naso, faceva qualche verso pieno di tenerezza e si addormentava. Tu sei molto più grande, ma stava più o meno qui”. “ma io non sono una gallina!”. “Lo so. Lo so cosa sei…Mimì, e ti ringrazio del tuo dono, ma non me la sento. E’… E’ come se mancasse qualcosa per cogliere la bellezza di quel che mi offri. Non so spiegarti”. Le accarezza i capelli, la abbraccia. “Se vuoi ti coccolo un poco”. “Come facevi con Marta?” chiede lei. Lo dice sorridendo. “Si come facevo con la mia bella chioccia, o con Pippo o Pentola o Casimira o Cifarta o Brontolo. Eravamo una bella banda sai”. “Pentola?” “Si, pentola. Era un riccio che ho trovato nella pentola del minestrone. A proposito, lo sai come fanno all’amore i ricci?” Lei lo guarda negli occhi pensierosa. “No. Non ci ho mai pensato”. “Con mooolta attenzione, ovviamente. Vedi Mimì, quante cose si imparano….ascoltando gli animaletti?”. “Lei gli fa una carezza e sorride. Sembri un gattone”. “No. Non sono un gatto, ma non sono nemmeno più un uomo”. Fine delle chiacchiere.

Si addormentano. Peter si alza, trova il sentiero e va. Ha deciso di fare un tentativo. Trovati gli animali chiama a tutta voce “Piiippoo!” Il cane arriva con gli occhi insonnoliti. “Senti Pippo. Ci puoi stare anche tu qui. Non dormire là da solo. E chiama anche gli altri per favore. Pippo sparisce e torna con un gruppetto di animali vari con lo sguardo assonnato. Si stendono con gli altri. Ora Peter è contento. Ora ci sono veramente tutti. Ora si può dormire.

MARTA

Il raggio di sole lo sveglia. Marta dorme. Non esiste volto più bello di quello di una persona che dorme serena. La guarda. La ammira. Sa che quella tranquillità gliel’ ha data lui e questo gli basta per essere quasi felice.

Scende e prepara la colazione. Marmellata, miele, biscotti.

Lei a tavola che chiacchiera e scherza e sorride, lei che si lava il viso, lei che canta, lei che esce per prendere qualche pomodoro, ma non la vede rientrare.

Getta uno sguardo fuori. Marta è in piedi, immobile. A pochi metri un uomo con il fucile puntato alla sua testa. Peter esce e col cuore in gola va verso l’estraneo. Si ferma a pochi passi. “Senti, ho delle scatolette eccellenti. Lasciala andare e sono tutte tue”. Il cacciatore non risponde. Prende il telefono e chiama: “Preferisci delle scatolette o una tipa giovane?” “Sei vergine?” Lei tace. “Senti” dice Peter “Le scatolette sono nascoste. Se la lasci andare ti indico il nascondiglio. Se ci fai fuori ci rimetti. Pensaci. Non sono poche.” Il cacciatore prosegue la sua chiacchierata: “l’altro è un po’ stagionato, non vale la pena.” Peter ci riprova “senti, sono vegetariano. A me le scat….” Non ha finito la frase. Gli ha sparato proprio in mezzo alla fronte. “Ma pensa un po’, ho beccato un vegetariano! Quanto me lo paghi? Solo? Occhio che vado dalla concorrenza! Questo vale tanto oro quanto pesa. Va bene, va bene. Te lo porto”. Fine della telefonata. Ha fretta. E’ carne di lusso. Rarissima. Non deve assolutamente rovinarsi. Si precipita sui piedi e toglie scarpe e calzini. Incide le caviglie profondamente con un colpo netto. Passa ai polsi e lo posiziona sulla fontana per far defluire meglio il sangue.

Un altro sparo. Si è dimenticato di lei e lei si è salvata.

Si avvicina a Peter. Non ha il coraggio di toccarlo. Non riesce a piangere. Vorrebbe proprio. Sente che deve, ma non ci riesce. Corre in casa. Spranga la porta e poi su per le scale e dentro l’armadio.

Ora ci riesce. Ora si che il male esce dagli occhi.

Dopo poco crolla addormentata.

Nel buio del sonno sente una mano che prende dolcemente la sua. E’ Peter. “Vieni con me Mimi” le dice. Non ha parole. Marta brilla di felicità. “Ecco il sentiero. Fammi la cortesia di ricordartelo. Non riusciamo ad addormentarci se non ci siamo tutti”. Ora Marta li vede. Gli animali la accolgono curiosi e gentili. La annusano, sbadigliano. Peter ha una gallina in braccio. Prova ad accarezzarla, ma la becca. “E’ gelosa credo. E’ sempre stata un po’ possessiva. Non farci caso. Peter si stende. Marta cerca di ottenere il posticino che aveva la sera prima, ma la chioccia è assai infastidita e litiga. “Senti” le dice Peter “mettiti dietro. Un po’ alla volta forse, ti accetterà”. Marta è stesa, lo abbraccia da dietro e si rende conto di non essere mai stata così serena. Si, anche ieri sera lo era stata, ma questa sera c’è quel qualcosa in più che rende il tutto perfetto.

Si fa silenzio. “Peter. Dormi?” “No” risponde. “Sai, stavo pensando ad una cosa. Ora riuscirei a fare all’amore.” Lei risponde “L’avevo pensato anch’io che forse qui ti sarebbe piaciuto”. “Non so spiegarti. Sento che qui è possibile.” Marta risponde “si. Ora capisco perché ieri sera non era il caso. Ora lo so anche se non mi vengono le parole per spiegarlo”. Silenzio. Lei si alza e si mette seduta. “Non voglio più andar via. Voglio restare per sempre qui con voi, con te”. Lui si siede e appoggia la gallinella dormiente su Pippo. La abbraccia. “Potrai venire tutte le sere. Anzi, ogni volta che lo vorrai. Ti basterà chiudere gli occhi”. Lei ride fra le sue braccia. “No Peter, no. Voglio stare per sempre qui”. Lui si fa serio. “Ma questa non è la realtà, non è possibile!”. Le canta una ninna nanna. Marta si addormenta e la guarda dormire. Poi chiude gli occhi e la vede dentro all’armadio, rannicchiata, con la fronte appoggiata al ferro freddo del fucile. La stringe più forte, poi allunga una mano per toccare Pippo. “Si” sussurra. “Ci siamo tutti”. Gli occhi pesano. La sonnolenza lo assale. Finalmente riesce a dormire.

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..Ho paura di non vederti più,

di averla persa

tutta la bellezza

che mi fugge via

che mi lascia in cambio

i segni

di una malattia

tutta la bellezza

che non ho mai colto

tutta la bellezza immaginata

che era sul tuo volto

                                  tutta la bellezza

                                                               se ne va in un canto


questa tua bellezza

                               che è la mia

                                                    muore dentro a un canto


                                                  (Roberto Vecchioni)   








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