sabato 12 ottobre 2013

Ornella (racconto)

I                                                          dedicato a Issac B. Singer


NOTTE

(Liberamente tratto da un fatto realmente accaduto. La protagonista mi ha autorizzato a mettere il suo vero nome).

Notte. Sto dormendo. O almeno credo di dormire. Un coniglio entra saltellando senza timore come se fosse a casa sua. Ogni tanto guarda dietro di sé, oltre la porta socchiusa che ha appena passato.

Arriva al letto nel quale io giaccio. Si allunga sulle zampe davanti fino ad annusarmi il naso. Sento il suo sniffare rapido e da un occhio mezzo sommerso dal cuscino lo osservo. Penso che lui non mi veda. Torna per terra. Guarda diffidente la porta e poi si mette su due zampe, osservandomi insistentemente. Non ha più senso osservarlo. Un coniglio è un coniglio e basta. Non è nemmeno una grande sorpresa. Di notte, vengono a me gli esseri più impensati, umani e non. Anche oggetti in apparenza banali, ma con storie da raccontare. Ecco. Penso che il coniglio abbia una storia da raccontarmi. Apro tutt’e due gli occhi. Vedo che ora mi osserva con più attenzione e per una frazione di secondo l’occhio sfugge verso la porta, la brezza di un brivido smuove impercettibilmente il pelo e poi torna a dedicarsi a me. Mi siedo sul letto. Ci guardiamo.

Con fermezza e voce baritonale mi dice “noi ci conosciamo”. “E’ possibile” rispondo, ma non ricordo. “Vengo per proporti uno scambio.” “dimmi”. “Se mi fai incontrare una certa persona ti farò parlare con tuo padre”. Gli chiedo “perché guardi verso la porta?” “Temo quel cane enorme che dorme sul tappeto in corridoio.” Sorrido e gli dico di non temere. Gli racconto che una volta, passeggiando con lei in un vigneto, si è messa a seguire una traccia e poi l’ ho persa di vista. Dopo poco la vedo con la testa in un fosso e la coda che si agita gioiosa. Vado a vedere e ci sono due leprottini che sta leccando affettuosamente. “Ora dimmi chi vuoi vedere.” “si chiama X”. “Lo immaginavo sai. Tu sei il coniglio della sua infanzia?” “Si, sono io. La storia la sai, ma non puoi sapere come l’ ho vissuta io.” “Raccontami” “Volentieri, perché così puoi comprendere anche perché ho desiderio di vederla. Come sai io ero il suo coniglio. Lei mi teneva sempre in braccio e mi accarezzava con un affetto così totale che per me si trattava ogni volta di un’esperienza quasi sconvolgente. Lo sai che noi conigli e non solo noi siamo consapevoli che spesso il nostro destino è il tegame. Ebbene, per me non era così. Lei andava a scuola e a giocare, ma era presente anche nella sua assenza. Quando tornava aveva sempre tanto affetto per me e non pensavo ad altro. Quando era via sognavo di essere con lei e così non ero mai solo e anche lei mi diceva che mi pensava sempre. E poi, lo sai, mi portarono dal contadino. Suo padre. Fu suo padre ad imporre alla figlia questa cosa. Disse che era meglio per me, che un coniglio deve stare in mezzo alla natura e se possibile in mezzo ai suoi simili. Disse pure che così avrei trovato una moglie e fatto dei figli. Sarei stato suo ugualmente, ma era meglio la campagna. Quando mi lasciarono lei piangeva. Ricordo il suo visino. I suoi occhi neri lucidi lucidi, i suoi capelli. Tutto in lei si disperava. Venne poi una domenica e tremammo insieme di emozione e sperai di tornare a casa con lei ma non accadde. Anche quella volta pianse, ma in silenzio. Fu peggio della prima volta. Stava imparando a tenere dentro le emozioni e non è una bella cosa. Noi conigli non abbiamo lacrime e forse è peggio. Rimasi immobile per giorni nella posizione nella quale l’avevo vista allontanarsi per l’ultima volta in ginocchio sul sedile posteriore della macchina. Mi guardava. Oh, come mi guardava.

Mi è rimasto negli occhi quello sguardo. Quando mi presero per le orecchie capii immediatamente cosa mi sarebbe accaduto. Mi misero su un tavolo di fianco a due conigli appena uccisi. Ero indifferente. Io ero morto quel pomeriggio nel momento del nostro ultimo sguardo. Non avevo dei perché angoscianti. Non sentii il coltello.”

Tace. Lo sollevo e me lo metto sulle gambe. Lo accarezzo. Il silenzio e la mia mano gli fanno bene. “Non c’è bisogno che mi fai parlare con mio padre. Te la farò incontrare ugualmente” Solleva appena un poco il musetto e mi guarda. “Si, lo so che non è necessario, ma penso che ti farebbe piacere.” “Questo si. L’ ho incontrato varie volte nella vita. No, non è corretto dire così.Sembrava lui. I gesti, lo sguardo erano i suoi. Non so altro.Comunque non mi hai detto ancora perché la vuoi rivedere. Non penso sia solo per affetto, anche se è possibile.” “Giusto. Non è solo per affetto. Sai come vive da allora?” “Qualcosa so.” “Devi sapere che era da un po’ di tempo che una persona a me sconosciuta chiedeva insistentemente di incontrarmi in sogno. La voce mi era arrivata ma ero certo di non conoscerla e sai quanto siamo timidi noi conigli. Alla fine ho saputo che conosceva X e non ho resistito. Mi struggevo di nostalgia. Sentir parlare di lei non è certo come stare con lei, ma è meglio che niente. Sai, mi son domandato in tutti questi anni perché non mi ha mai sognata. Questo fa più male del coltello. Quella, si, quella persona si sedette a pranzo con X e il resto della famiglia e il pasto ero io. Il resto lo sai.”

Continuo ad accarezzarlo. “Si, me lo raccontò una notte. Aveva acceso molte candele in una stanza molto bella di un appartamento completamente arredato da lei. Ha gusto.” “Si” mi risponde “si vedeva già quando era una bambina da piccoli particolari”. “Ha però un’inquietudine immensa. Pensa che tornai a casa sua dopo un mesetto e l’arredamento era quasi completamente cambiato. Crea degli equilibri fra oggetti inusitati i poi ricomincia da capo. Aveva comprato su mio consiglio due statuette Decò. Non le ho più viste. Sembra che nulla si elevi a ricordo.”

Mi piacciono le tue mani.” “Mi piace accarezzare. Sai che mi dimentico che lo sto facendo e vado avanti così per ore?. Quando avevo Cagliostro e Paracelso ne approfittavano continuamente”. “Che nomi strani. E che cos’erano?” “Gatti. Uno bianco e uno nero”.

Silenzio. Si sente Mafalda che cambia posizione sul tappeto del corridoio, ma il coniglio è talmente preso dai suoi pensieri che non la sente. Mi dice “stavi raccontando che aveva acceso molte candele …” “Si, saranno state una ventina. Mise della musica in sottofondo e ci raccontammo un po’ di tutto. La sua vita, la mia, si sono intrecciate in quelle parole. Parlò di tutto, ma ad un certo punto, dopo un lungo silenzio, calati nell’ascolto della musica, iniziò a raccontare di te. Di quanto ti voleva bene, che dovette portarti in campagna e di quel pranzo. Mi disse che mentre mangiava suo padre le chiedeva “senti com’è buona questa carne, come si stacca bene dall’osso?” lei mangiava tranquilla. Nemmeno aveva capito che era coniglio. Suo padre, una volta che i piatti furono vuotati, glielo disse e la prese in giro dicendole “hai sentito com’è buono il tuo….” Mi fermo. Si gira verso di me. Non dice niente. “Da come me l’ ha raccontato” proseguo, “capii che in fondo era l’unica cosa che voleva raccontare. Un anno dopo quelle confidenze notturne, il padre ormai vecchio si ammalò? Era ridotto a letto. Anzi, ora ricordo meglio. Era già quasi un vegetale, ma non ancora allettato al tempo delle confidenze notturne e poi si mise a letto. Le parlai varie volte al telefono. Era tutta nervi. La famiglia in briciole, il lavoro e correre tutti i giorni nel traffico di una metropoli per giungere al paesino dove il vecchio padre abitava e accudirlo accudirlo e accudirlo. Da ragazza scappò da quel padre. Ora, non sapeva spiegarlo ma era al suo capezzale. Mi diceva che il corpo era restio a morire e ormai era solo un corpo. La incontrai e ricordo che era magrissima, sfinita e tutta nervi. Ho avuto la sensazione che attendesse un evento, una frase, qualcosa da quel padre che spiegasse la miseria di quella mente o che sciogliesse in armonie a lei sconosciute e superiori di senso di cui lui poteva essere il segreto sacerdote, quel pranzo assurdo. X non disse nulla in proposito, ma i suoi sguardi ogni tanto si fermavano sul tavolo del bar al quale eravamo seduti e vedevo il patto ormai vuoto di te, caro coniglietto. Vedevo nella sua gola un fremito fra il non voler mai più deglutire e la colpa. No, non la colpa. Non esiste parola per quell’atto poiché involontario”.

Si” risponde la bestiolina “non esiste parola. Sono d’accordo con te. Lei ha atteso dal padre una parola e secondo me non riusciva ad immaginare quale potesse essere. Non sa che non si torna indietro. Non basta chiedere scusa. Non ha senso se non per le piccolissime cose. Pensi che sia per questo che in lei nulla ha un domani? Che un amore, un’amicizia, nulla ha il diritto di durare?”

Penso di si. Si arriva ad un punto, sia in amore che in amicizia, nel quale queste cose non devi semplicemente dirle, devi saperle dire, e non sono semplici. Una condanna. Una condanna senza colpa.”

A te lo ha detto.” “Si, e probabilmente non si è sentita compresa. Oppure non è sufficiente nemmeno dirlo. Ma tu, come fai a sapere che lo sapevo.”

Il coniglio ora piange. Prendo un fazzoletto da sotto il cuscino e lo asciugo.”Tu mi hai pensato. L’ ho sentito subito. Mi ha fatto compagnia in tutti questi anni. Mi hai pensato spesso.”

Si, è vero. La violenza non è solo negli eccidi di massa. Quello è il culmine. Dopo c’è il vuoto, ma il loro punto di partenza è in frammenti incuneati dolorosamente nel passato che possono essere compressi per anni e poi esplodono. Non piangere. Ti fa bene parlare un po’.”

E’ la prima volta che mi accade. Vengono da sole. Come farai per farmela incontrare?”

E’ semplicissimo. Le telefonerò per farle un saluto verso le dieci di sera e poi, quando sarò certo che è a letto le manderò un messaggio nel quale le chiederò di pensare a te quella notte, che poi capirà. Il resto devi farlo tu.”

Grazie. Se mi penserà, saprò rintracciarla.”

Lo fai per te o per lei?”

Per lei ….e anche un po’ per me. Immagina la morte come una foresta buia. Ci sono altri esseri e scopri che in quella foresta esiste un palazzo e la dentro una stanza per te. Devi raggiungerla, ma per farlo devi essere tranquillo. Lasciare il passato e concentrare tutto nello sguardo. La mente vuota. Allora vedrai una lucina. La seguirai e raggiungerai un letto, il tuo letto, nel quale potrai, potrò, finalmente riposare.”

E’ davvero così?”

Mi piace crederlo. Insisto comunque su un punto. Per cortesia incontra tuo padre. Per lui è diverso. Non verrà. Devi andare tu da lui. Me lo prometti?”

Ho compreso. Anche lui non è tranquillo e forse per causa mia.”

Non posso dirti di più. Verrò una notte e ti guiderò.”

Grazie.”

Buonanotte”

Buonanotte anche a te”

Il coniglio scende dal letto va verso la porta. Mi guarda un’ultima volta e poi se ne va.

II

Ecco la stanza. Già il giorno dopo si sentì chiamato irresistibilmente e la raggiunse. Lei era stesa con il viso verso il muro. Odiava il messaggio appena ricevuto. Non capiva perché dovesse pensare proprio a quel fatto. Spento il telefono. Lo spense con stizza e poi si sentì trascinata da quel ricordo. La scena che più le era rimasta impressa in tutti questi anni fu quella di quando, in ginocchio sul sedile posteriore lo guardava mentre si allontanava. Stava soffrendo e soffriva anche l’animaletto, lo sapeva. Non aveva dubbi. Mai aveva provato una sintonia cosi completa, una tranquillità, così profonda come quando lo teneva in braccio. Poteva essere a scuola, o a giocare, ma le rimaneva quella morbida sensazione sulla pelle, la certezza che lui esisteva.

Ebbe una sensazione inspiegabile. Un filo di paura e si girò di scatto. Un coniglio era nel centro della stanza e la guardava. Non ebbe il coraggio di muoversi, di respirare. Si guardarono per attimi interminabili. Una lacrima le rigò il viso. “Sei tu?” chiese. “Si sono io.” “Come stai?” “Tu come stai?” “Come posso stare. Ti amavo, lo sai. Ho amato solo te così profondamente e guarda che scherzo mi ha fatto mio padre.” “Ti ricordi quando ti allontanasti in macchina?” “Si, rispose lei. “Anch’io sai. Non mi ha fatto male il coltello quanto quello sguardo. Perché non mi hai pensato in tutti questi anni. Sarei venuto prima. Non sai che i morti se li pensi vengono farti compagnia?”

Non lo sapevo. Mi perdoni?”

No.”

Perché?”

Perché non c’è niente da perdonare. Sai, quando sono entrato ho sentito i tuoi pensieri.

La tua paura anche solo a pensarmi. Hai odiato chi ti ha chiesto questa sera di pensare a me. Gliel’ ho chiesto io. Ho saputo del pranzo e non ho resistito. Volevo. Dovevo parlarti.”

Lui saltò sul letto. Lei provò. Aveva paura che fosse solo un sogno. Che fosse irreale. Quando lo sentì morbido sotto la pelle delle dita, sorrise. “Posso prenderti in braccio?” lui non rispose. Lo sollevò, se lo portò al petto. Lo abbracciò. “Verrai ancora?”

Pensami e verrò”. “Ma cosa esiste dopo la vita?” “Non lo so. Non basta morire per saperlo.”

Lei si stese sotto il piumino. Ora lo teneva stretto con il corpo attaccato al suo.”

Ora so che in tutti gli uomini che hai avuto hai cercato la risposta che tuo padre non ti diede.

tu la sai?”

Si. L’eternità.”

Questa qui? Noi due per sempre insieme?”

Mi piace crederlo”.

Dimmi di tua figlia.”

diventerà più bella di me. Vieni. Dorme di là”

Si. È bellissima”

A lei non è accaduto? Non lo so. Parla poco.”

Quelle foto. E’ Mafalda. L’ ho incontrata” disse lui. “Dormiva in corridoio”

Torniamo a letto.”

A Roma si spense una luce.

Quelle luci. Occhi inesausti a caccia di pace.

2 commenti:

  1. questo racconto ieri l'ho vissuto...nn mi era mai capitato di vivere in un racconto ma è accaduto con lo stupore e la meraviglia di chi dimentica la propria identità anagrafica, il finale è semplice ho stretto fra le braccia nello un coniglietto bianco con il pon pon della coda grigio. i veri racconti sn capaci di smuovere i sassi cm il poeta orfeo mito della poesia. in me qesto racconto ha smosso sentimenti nobili e ha salvato nello dal tegame

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  2. Vale un Nobel per me, scoprire che una vita è stata salvata da questa lettura. grazie.

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