domenica 27 ottobre 2013

Once upon a time (racconto)


C’era una volta una donna. Aspettava un bambino, ma in quell’attesa stava accadendo qualcosa di anormale... E’ al terzo mese e la pancia sta diventando enorme. In ospedale prelevano un campione di liquido amniotico e fanno un’ecografia. Il feto è normale. Il liquido è tanto. Troppo.

Le analisi risultano difficili. Sembra diluito da acqua salata. Pensano che il feto abbia qualche perdita e con un ecografo di nuova generazione lo osservano centimetro per centimetro.

Si accorgono con stupore che fuoriesce del liquido dagli occhi. Decidono di siringare e portano la pancia a una dimensione accettabile. Si sa che negli ospedali l’abitudine alla sofferenza, degli altri ... porta gli addetti ai lavori ad essere un po’ freddi. Le parti dei corpi, che si tratti di una gamba, un pezzo di fegato o un occhio, di solito vanno a finire in un bidone e poi vengono inceneriti. Quel liquido fu messo invece in una bacinella e, per la semplice casualità che il lavandino più vicino era intasato, rimase lì a sufficienza perché un ignaro inserviente vi attingesse fino all’esaurimento per innaffiare le piante del reparto. La mattina seguente tutti i vasi traboccavano di minuscoli fiori azzurri.

Ben presto compresero cos’era accaduto. Si rese necessario siringare la futura madre ogni giorno e gli inservienti fecero a gara per impossessarsi di quel residuo. I fiorellini erano ormai ovunque; nei corridoi e ai davanzali. I severi muri grigi, visti dall’esterno, erano rigati di quel floreale blu. La medicina diede un responso. Disfunzione della ghiandola lacrimale. Si agì meccanicamente, tenendo la paziente ricoverata e attendendo il parto. Solo un certo giorno, il caso offrì una possibile soluzione. Un paziente stava ascoltando l’opera 8 numero 12 di Scrjabin. Al medico addetto alle ecografie il brano piacque, se lo fece prestare e lo ascoltò ripetutamente, anche mentre visitava la futura madre per il controllo settimanale. La sostanza smise di fluire. Lo stava osservando con lo strumento ed ebbe l’impressione che il feto lo osservasse. Il brano, brevissimo, lasciò spazio al silenzio.

Riprese la fuoriuscita di liquido dagli occhi. Per un attimo il medico fu sfiorato dal sospetto che quella musica…..ma fu solo un attimo. Ne parlò con i colleghi e il primario lo rimproverò bonariamente dicendogli che a inizio carriera tutti gli esseri umani sono un po’ troppo romantici. Poi passa.

Nel frattempo i fiori crebbero e quel liquido diventò un business. Certe ville ne dintorni della clinica, avevano ormai fiori blu alle finestre e sulle scrivanie, e si era compreso che bastava una fialetta piccola, e spremere qualche goccia, per ottenere un buon risultato. Intanto il feto cresceva e ... rendeva. Tante persone erano comunque desolate al pensiero che i loro affari forse, al nono mese, si sarebbero conclusi. Consapevoli di questa possibilità agirono oculatamente; il prezzo salì e salì e salì. I fiori crescevano a vista d’occhio tutti i giorni, tutte le ore. I fiori dell’ospedale, i più vecchi si allungavano al suolo, grandi come angurie, polposi come carne e pesanti. Dalle finestre pendevano con vigore irrigidendo allo spasimo gli esili steli che sembravano scuri fili di ferro. I vasi furono opportunamente inchiodati o incollati, ma non tolti, perché si pensava giustamente che era stupendo vedere quel freddo edificio macchiarsi in modo irregolare, di colore. Non importa ricordare le reazioni della stampa. Le loro parole durano un giorno, e spesso giusto il tempo di ascoltarle e poi nessuno le ricorda più, sommerse dalle parole successive che sono tante, troppe e spesso inutilmente invadenti.

Nacque. Nacque e tutto finì. Solo qualche particolare di quella nascita lasciò un segno sottile ma indelebile. Qualcosa di fragile ma capace di sopravvivere alla marea incessante del tempo in qualche stanza dimenticata della mente.

Quando uscì, sporco e bagnato, appena uscì, gli pulirono il viso. Gli occhi erano aperti. E aveva uno sguardo. Era appena nato eppure sembrava avesse uno sguardo, sì, e sembrava molto serio. Lo lavarono e vestirono. Lo portarono alla madre ed ebbero l’insistente sensazione che stesse osservando tutto attentamente; le mani che lo toccavano, i volti, spesso dritto negli occhi e poi la stanza bianca minuziosamente e la luce forte che lo illuminava da vicino. Lei però, la madre, non c’era più. Andò via subito e quindi non fece caso a quegli occhi. Prima comunque, chiese con un medico se era sano e questi perplesso, raccontò di quanto sembrava fosse accaduto e dedusse che forse gli occhi, resi lucidi da tutto quel fluire di liquido senza tregua per mesi, fossero diventati nitidi al punto da dare l’illusione di uno sguardo.

Tutto comunque in quel corpicino, era a posto e ora non lacrimava più.

Accadde anche, che nel momento esatto in cui il feto usciva, nel momento fatale nel quale dal mondo liquido di un’altra realtà di transizione, si diviene un bambino, i fiori si staccarono dalle piante. In alcuni casi causarono piccoli disastri e in altri si ruppero al suolo. La coincidenza non fu colta. Chi vide i fiori cadere non seppe che stava nascendo. Chi lo fece nascere non vide i fiori cadere e, presi da altri parti, che proprio in quel giorno forse per la luna giusta si stavano susseguendo a catena, rincasarono contaminati dalla stanchezza che molta lucidità si porta via.

Un’altra coincidenza sfuggì al mondo. I fiori rifiorirono e tuttora fioriscono tutti gli anni e, la gente ormai lo sa, in un certo giorno d'autunno, entro le otto di sera, si deve reciderli per evitare danni.

Il bimbo visse in un altro luogo. Nacque in quella città perché l’ospedale era il migliore per comprendere quella pancia piena d’acqua.

Anni e anni separano quella nascita da un oggi qualunque nel quale quel bimbo, divenuto adulto, racconta con la pistola sul tavolo e la penna in mano.

Spesso c’è ancora sabbia negli occhi, e immagina che sarà così per sempre.

In casa sua nascono ancora tutti i giorni i fiori blu e, allo stesso modo e in quel medesimo giorno sa che cadranno tutti.

Lui raccoglie le sue gocce che tuttora scendono particolarmente la sera, ma assai raramente, e le versa in una boccetta. Innaffia i fiori con una goccia e ne tiene sempre un po’ di scorta. Ci carica anche la stupenda stilografica verde e quando dal pennino prende forma il filo di parole, è azzurro chiaro, come una nebbia che sembra volersi perdere, annientare, sparire, nel foglio bianco.

La pistola è coperta di polvere, carica, vera, ma coperta di polvere.

Ora sta scrivendo una lettera. E’ per un medico che l’ha visto nascere.

E’ in pensione. Ha perso la freddezza perché ora è lui a soffrire. Ha cercato e ritrovato quel bambino che non è più riuscito a togliersi dalla mente. Quando la sua vita gli concedeva un poco di tempo libero, ecco che compariva quello sguardo serio appena nato. Ora, l’unica sua ricchezza era quel tempo malato, e ci pensava ininterrottamente. Gli ha semplicemente scritto: “Sto morendo. Ho pensato spesso a lei”.

Gli racconta tutto, il medico. Un tutto che ha recuperato la sensibilità.

Allega alla lettera una fiala, l’ultima che gli è rimasta come ricordo di quella strana nascita e che usava per un fiore azzurro che ha tuttora in casa.

Lui, caricata la stupenda stilografica verde con quel liquido incolore, risponde:

Immagini un viaggio da un’eternità distante se pur vicina. Lo ricordo.

Ho due memorie antiche e deboli; quella dell’ovulo e quella del seme che mi hanno formato, e non mi appartengono se non nella carne.

Ma dall’attimo stesso della loro unione ricordo tutto. Tutto.

Ricordo la sorprendente sensazione di essere viscere nelle viscere, fradicio da subito e attraversato dai conati follemente ritmici del cuore, dalle contrazioni dei polmoni e dall’elastico tendersi dei muscoli. Poi tutto si calmò, ma per poco.

E poi vennero, dall'esterno per me sconosciuto, le parole. I primi rumori divenuti immediatamente parole ... e li compresi.

Ecco perché piansi.

Si srotolarono poi in quella condanna che è il tempo, voci dure, litigi e urli.

Avrei voluto scappare.

Tapparmi gli orecchi, ma non li avevo ancora.

O gridare “per favore sto nascendo, sto nascendo, e non è per niente facile!”,

ma non avevo la bocca.

Non si racconta di casi simili al mio, ma ne ho incontrati. Ci riconosciamo subito.

Per noi la vita è un dono difficilmente sopportabile.

Le rammento, poiché sta morendo, che ho ricordi frammentari di quel che ero prima di diventare materia e poi essere vivente. Comunque mi creda; esiste l’eternità, ma è assai diversa da quel che lei è ora. Io, per un dono immenso e insopportabile, la sento dentro, nonostante questo corpo, e almeno questa consapevolezza rende questa esteriorità dei sensi, meno dura.”

Con sorpresa si era reso conto che l’inchiostro che stava utilizzando e che sempre assumeva il colore azzurro tenue quando diveniva parole, per la prima volta era diventato blu.

Spedì la lettera e il rimanente della fiala.

Il medico era alla fine. Lesse e sorrise per l’ultima volta.

La fiala fra le mani e la stanza d’ospedale bianca di solitudine.

Ad un certo momento cercò di reagire ad una fitta gridando

per favore sto morendo, sto morendo, e non è per niente facile ...”.

Ma non aveva più la forza.

Concentrò tutto se stesso per bere le poche gocce della fiala e poi si arrese.

O forse rinacque.

Il suo corpo, gonfio di fiori, si ruppe in una notte.

Il suo corpo divenne fiori.

Non si fanno funerali, lo sai, ai fiori ....

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