sabato 5 ottobre 2013

L'archeologo (racconto)

(questo racconto può essere letto in modo indipendente o come seguito di "Kopf")


 I



Questo era un diario di lavoro. Ormai è intimo, forse nemmeno.

Scrivo quando capita, senza regolarità. Quando ne sento la necessità, apro questo quaderno che per le prime pagine è costellato di dati tecnici, appunti, numeri di telefono. Era il mio mestiere appunto che occupava quelle pagine. Avevo scelto non un'agenda ma un quaderno senza date. Solo righe sulla pagina non esattamente bianca. Si tratta di un Moleskine.

Mi ritrovo ora nella curiosa condizione di descrivere perché ho scelto proprio questo tipo di quaderno con l'elastico che lo tiene chiuso e così credo sia il caso di dover raccontare come ho scoperto un motivo più concreto di una semplice moda che, lo ammetto, mi ha accalappiato.

Questo presuppone anche che io immagini un futuro lettore. Si. È vero. L'ho capito oggi. Mentre bevevo un caffè ad Ariccia. Il bar, un corridoio, quasi una sala, prima largo, con il bancone sulla destra, e poi si stringe, e sul muro a sinistra dopo il bancone, delle foto vecchie. Degli ingrandimenti. Belli. Un soldato in una jeep. Sportello aperto, sguardo giovane, sigaretta. Come non pensare a Mastroianni. In un'altra, donne in bicicletta. Si vede che il fotografo ne “mirava” particolarmente una. Ce n'erano altre di foto, tutte in fila, ma mi ha colpito quella di un uomo, forse il medesimo della jeep, che ha lo sguardo “spettinato”, con qualcosa che non va, e ci sono anche la moglie e due figli. Uno è nella carrozzina. Anch'io in questo momento ho due bambini. E uno è da carrozzina. Son tornato al banco pensieroso. In fondo era un bene. Cercavo qualcosa a cui pensare e ci ero riuscito. Ma lo sguardo di quell'uomo della divenuto padre da poco per la seconda volta..... quella sensazione di un dramma imminente o in corso.... io non me la vivo così.

Penso che essere liberi, possedere la tanto agognata libertà, consista sì nell'essere liberi di fare quel che si desidera, ma di fare! Qualcosa, e non di vivere costantemente nell'attesa di farlo. La libertà in sé, come parola, così, da sola, è senza senso. Rappresenta uno stadio indubbiamente conquistato o da conquistare, nel quale qualcosa deve però accadere. Se dura troppo, quella libertà, che per essere esatti deve essere chiamata libertà di scelta, diventa una follia. Ci son tanti quarantenni e anche più... che si comportano come quattordicenni. Volutamente non scelgono, colpiscono, perché la relazionalità senza scambio reciproco è solo un colpire, un depredare, e poi tornano a se stessi per ricominciare daccapo e ripetere un nuovo assalto. Ebbene, io ho scelto. La mia libertà si è concretizzata, e quella scelta ora, un poco la guido, per quel che posso, e anche mi guida.

Non puoi spiegare a nessuno la sensazione di stringere quel fagottino che è un figlio che respira. Stai quasi male da quanto stai bene. E stai male ogni tanto, anzi forse lievemente, ma con continuità, perché ora la musica cambia. Ora la mia vita deve essere più concreta. Sono un archeologo. Sembra incredibile, ma in Italia, terra piena di reperti più dell'Egitto, essere archeologo non è per niente facile. Ma ora vado dritto alla meta. Da quando sono padre di due bimbi, non attendo con pazienza che si evolvano i meccanismi lavorativi che ho innescato. Agisco. Miro a concretizzare. Ho avuto, a causa di questo mio cambiamento, per un po', la sensazione il timore, che in me la sfera dei princìpi si fosse ristretta. E ho anche creduto che la metamorfosi di questo quaderno di lavoro in diario intimo sia nata dal desiderio del mio io più profondo di non tradire un nocciolo profondo di idee che rappresentano quel che io sono nel lavoro e nella vita. Evidentemente non accetto quel “tengo famiglia” tutto italiota, che dovrebbe giustificare ogni azione, anche la più losca. Agire si, accelerare i tempi anche, ma il tutto deve accadere entro una sfera morale che per un archeologo è facile identificare.

Ma torniamo al bar di Ariccia. C'era una persona che, dopo aver guardato anche lei le foto, si è rivolta al gestore. Questo, un tipo magro, brizzolato, si è dimostrato ben contento di raccontare. Son foto dei genitori. Si son scoperti coetanei lui e il cliente. Uno di novembre e l'altro di ottobre. Medesimo anno. E, come se si fossero scoperti per questo della medesima setta, si son lasciati andare senza diffidenza.

Ho un po' di invidia. Io non ci riesco. A me costa fatica. Ho sempre la sensazione che se riveli ad un estraneo un pensiero pensato, qualcosa di non semplicemente emotivo, hai più probabilità di essere considerato un sentimentale da due soldi che..... che altro.

E il barista racconta... La foto della donna in bicicletta. La madre. Siamo negli anni cinquanta sessanta, ora non ricordo più esattamente. L'avventore, quello che ha cercato il dialogo, precisa che all'epoca la donna che andava in bicicletta era considerata sensualissima. Quei movimenti dei glutei, inevitabili nell'attuare la pedalata, mandavano in visibilio il corteo dei maschi. L'uomo in Jeep era il padre. E poi.... e poi dice che è rimasto scosso dal volto, come me... dell'uomo nella foto della carrozzina e con la donna di fianco. E qui il gestore cambia volto. Si vede che per un attimo si è rivolto a se stesso, ad un dolore provato e mai completamente spento. Ad un dolore indiretto, lungo, insinuante, potente. “Quello è mio padre. È morto poco dopo. Forse in lui qualcosa sapeva già che la fine era vicina”. Con le mani che sembrano guidate da un , prende due tazze sporche dal banco, quasi con difficoltà. E le appoggia più giù. Si ferma e dopo aver raccolto il fiato prosegue. “Io ero troppo piccolo quando se ne andò. Non ricordo nulla, mi hanno raccontato”.

E l'avventore sorride. Non capivo il perché e così, al primo impatto sembrava decisamente di cattivo gusto, ma ecco che insieme al sorriso, che sicuramente si era acceso troppo presto nell'intento di pensare quel che nella mente era nato, ecco che ha detto qualcosa di bello. Qualcosa che si potrebbe definire artistico ma anche terapeutico, se mai in effetti fra i due ruoli esiste una distinzione.

“Vede” gli ha detto, “quel che ha spiegato è bello, e merita di essere conservato”. L'altro lo ha guardato in modo interrogativo e ha risposto: “le conservo pure e conservare è ricordare. Le ho anche ingrandite e messe qui, nel bar!”

L'avventore, sempre sorridente ma deciso, ha risposto che “non basta, così agisce per se stesso. La foto della carrozzina va spiegata. Quel padre, il suo, sembra che sia sconvolto dalla vita famigliare e causa dell'accostamento alle altre foto sembra che covi il rimpianto della sua libertà di ragazzo che cogliamo dalla foto che lo mostra nella jeep con la sigaretta in bocca; quasi un “vitellone”. Le consiglio di prendere un quaderno, mi raccomando, non un album di fotografie che quando la gente lo vede si spaventa e pensa che adesso le tocca un'ora noiosissima di pupi e tavolate. Si immagini un Moleskine” e poi si è girato, lo ha preso dalla cartella nera che aveva appoggiata su una sedia e glielo ha mostrato. “Ecco, vede? Lei attacca la foto, per esempio qui. Così. E poi sotto scrive quel che ricorda e quel che pensa di quel ricordo: congetture, massime, ipotesi. Le consiglio anche di lasciare le correzioni e le cancellature. Odio le belle copie. Si deve capire che lei stava pensando mentre scriveva e che, come accade che nel parlare aggiustiamo le parole in corso d'opera, così lei cancella, scarabocchia eccetera. Una cancellatura è bella, è viva, e il segno del suo corsivo è un'impronta non meno personale della voce o del volto”.

Sembrava aver terminato. Ha tirato l'elastico facendolo schioccare sulla copertina e poi ha chiesto, questa volta coinvolgendo con lo sguardo anche me: “lo sa a cosa serve l'elastico? Non è lì semplicemente per tenere raccolte le pagine. Quando è così, ben chiuso, se le sfuggisse dalle mani e finisse in una pozzanghera o, come mi è capitato spesso, sulla neve, si bagnerebbe solo lo spessore. Le parole si salvano. Sono le parole che sono importanti!”.

Sorrideva. Io, contento di quel che ha detto e che non sapevo, dalla mia cartella ho estratto un Moleskine identico al suo e gliel'ho mostrato. Ha sorriso e ho contraccambiato. Il gestore era entusiasta. Ha detto che era una bella idea e ha chiesto: “ma lei scrive?” l'altro ha risposto, “tutti scrivono, se vogliono. Tutti scrivono se comprendono che qualcosa di importante nella loro vita è accaduto. E poi, coinvolgendomi di nuovo con lo sguardo sorridente ha aggiunto, “e se lei ha figli lo deve fare per loro. Scrivere per una massa di sconosciuti e crederci, credere che sia sensato, vuol dire che ci si sta macerando in una solitudine angosciante. Irrimediabile... e che ci si accontenta anche di una legge di mercato. A volte, per certa gente troppo sola, anche il freddo di un calcolo, per esempio sapere rigorosamente quanti sconosciuti lettori, quanto incasso.... fa compagnia, ma è una sensazione malata.... ma che senso ha un lettore che non conosci! L'unica gratificazione sembra essere così nella quantità, nell'immaginare una folla che ti ha dedicato un po' del suo tempo! ma lo è veramente? Se hai più soldi sei meno solo? Se hai lettori anonimi sei meno solo? Non essere soli è comprendere e condividere, ma con esseri concreti, veri. Non ci sono altre situazioni. Ma chi ha figli non scrive solo, come fanno i grandissimi, con se stesso come mittente. Chi ha figli deve pensare anche a lasciare una traccia nel tempo, un segno dell'origine. Da qui siam partiti!” e indica le foto. “Eccoti i tuoi antenati....e non sciorinati con la freddezza di una lapide, con le sole date di nascita e di morte e una foto che può al massimo far sorridere per il taglio demodè dei capelli o la traccia di una lieve somiglianza esteriore. Immaginate invece di scrivere una cosa apparentemente banale come che la nonna materna andava matta per il torrone. Ed ecco che mettiamo, per esempio, fra tre generazioni una ragazzina scopre che quella sua fissa golosa è anche un legame ereditato, un'appartenenza”.

L'avventore aveva gli occhi lucidi. Si vedeva che si sarebbe messo a compilare subito il suo quadernetto per una fila interminabile di discendenti. Anche la barista ascoltava. Approvava con gli occhi. Carina. Molto carina. Poco prima il gestore l'aveva trattata in modo un po' ruvido e la sua bellezza che è tanta, si era fatta guscio. Si era ridotta a pochi gesti che erano semplicemente lavoro, lo sguardo svuotato per non rendere evidente il disagio e forse la stizza del rimbrotto ricevuto. E ora, nella nuova aura innescata da quelle parole, il guscio si era aperto e lei sorrideva convinta, per approvare. Quel cliente ciarliero ha pagato e è uscito salutando. Con la coda dell'occhio ho visto tre cani che lo hanno seguito. Si è diretto in centro, se un centro può esservi ad Aricccia, ed era un po' ridicolo per uno strano modo di camminare e quei tre animaletti che seri e composti lo seguivano come una scorta.

Non sapevo che già oggi, nel pomeriggio, l'avrei rivisto. Abiterà per qualche giorno vicino a me.

Ed ecco che dopo il fatto accadutomi al bar di Ariccia, il mio quaderno di lavoro che già oscillava fra due ruoli poco chiari, si è trasformato definitivamente in un diario. Ci metterò anche delle foto? Non lo so ancora. Forse riordinerò per i miei bimbi quelle dei nostri vecchi. Non amo troppo chi fa foto. Penso spesso a quelle persone che vanno in viaggio e fotografano tutto. Invece di viversi il momento, lo fotografano. Ma è il momento che fa il ricordo! La foto, al massimo, come la madeleine e l'infuso di tiglio per Proust, dovrebbe aiutarci ad innescarlo, il ricordo! Che le foto le facciano gli altri. Io il presente me lo vivo!

II

Essere. Essere marito. Essere padre. Due volte padre, essere ancora figlio, e poi nipote e cugino e anche amico. E poi semplice conoscente, e cliente chissà cos'altro. Ed essere il mio mestiere. Ma ci son mestieri che non ti danno solo uno sforzo ripetuto, mentale e fisico, tipo catena di montaggio. L'archeologia per me è di più. Ridefinire, precisare il mio essere in quanto umano, dalle origini.

Ero in fila per l'iscrizione all'università e due ragazzi parlavano con entusiasmo di archeologia medievale. Decisi li. Sul momento. I loro discorsi mi affascinarono. Romano. Romano di Roma. Ho studiato e viaggiato e quando mi sono stabilito qui sui colli romani, mi son sentito un pesce fuor d'acqua. Ora, dopo quasi due decenni, amo questo posto. Qui tutto è potenzialmente archeologia. Dagli uomini primitivi a ieri. Tutto è storia. Il paese dove abito ora si chiama Pavona. Era il soprannome di una bellissima prostituta, dicono, e una notte un signore della famiglia Chigi venne e si sfiancò battagliando nel letto con lei. Ora un paese ha il suo nome.

Non solo con le battaglie e i corsi d'acqua si fanno i nomi dei luoghi.....

Ricordo da ragazzino una delle prime avventure da archeologo. Avevo appena provveduto all'iscrizione e già mi sentivo come un romantico personaggio che scopre un'altra Roma.

Mi son infilato in una zona recintata di proprietà di un principe che in vita mia ho visto una solo volta da bambino ad una processione (o era un funerale?). Scalar muretti per me era facile. Avanzai nella boscaglia e vidi un edificio. Era vecchio. Non antico, anche se ora so che questa distinzione è arbitraria. Porte scardinate. Stanze quasi tutte col camino. Buchi nel tetto. Non mi bastava. Mi sembrava di aver “scoperto” solo una casa di campagna abbandonata. Mi sentivo sciocco. Poco lontano dall'edificio vidi un buco nel terreno. Qualcosa che non ero in grado di spiegare. Più grande di un pozzo, con un bordo sbeccato e quasi inesistente, si apriva su un vuoto che mandava eco. Era invitante ma avevo paura. Non volevo ammetterlo a me stesso. Pensai che fosse un magazzino sotterraneo, decisi che era poco importante e lasciai perdere. Poco lontano da li vidi un cunicolo. Un buco orlato di mattoni che a fatica si vedevano, coperti da muschio ed erbacce. Entrai. La paura era questa volta controllabile. Mi inoltrai e trovai.... si, non ci crederete mai figli miei. Io appena ragazzino, trovai una statua. Dopo, studiando, compresi che era Leda col cigno. Era di lato, in ottime condizioni, tutta intera e senza danni. La guardai incantato. Uscii da quel buco fremente di emozione. Non ne parlai con nessuno. La statua era mia. Mia nel senso che l'avevo trovata io, e solo io sapevo dove si trovava. Ora sono cresciuto e sono ufficialmente l'archeologo. So che lo devo a lei, a Leda se ho terminato gli studi e a quei due ragazzi in fila all'ufficio devo la scelta. Ora, dicevo, ora che sono ufficialmente l'archeologo, non posso più andare da lei. Se venissi sorpreso in una proprietà privata senza autorizzazione, la mia carriera sarebbe compromessa.

Penso spesso a lei. L'hanno trovata? È ancora li? So che tornerò ancora in quel luogo quando i figli saranno grandi e avranno scelto la loro strada e se mi trovassero “con le mani nel sacco” si tratterebbe solo di una stupidata senile, come quegli ottantenni che vanno a fare i galletti spennacchiati nelle case di tolleranza.

È bello raccontarvi queste cose. Ora voi avete dei piccoli graziosissimi musetti tondi e per voi farei follie. Si. Per vedervi sorridere. Per voi la vita è tanti piccoli adesso, tanti piccoli ora da riempire. Io, il padre, devo vedere oltre e mettere già ora qualche granellino di senso nel futuro...

E così, grazie a voi, miei piccoli buffi bimbi, mi ritrovo ad essere più rapido. Prima l'archeologo aveva calma. Attendeva. Ora tutto deve accadere in fretta, per voi. A me concedo solo un vezzo. Agire con un buon margine di correttezza. Dire che un archeologo non conosce dei tombaroli è come sperare di essere creduti dicendo che il pasticcere non sa cosa sia lo zucchero....

Li conosco tutti, ma niente di quel che ho fatto e farò, sarà sporco o anche minimamente impolverato. Ora la mia reputazione non è più solo mia. È anche vostra. Si deve fare così. Non ha senso essere per esempio ricchi e in cambio essere considerati squallidi. Chissà se mi approverete. Chissà se fra anni la penserete come me o mi direte in faccia che son stato cretino a non vendere qualche coccio per …..

non ci voglio nemmeno pensare.

Un diario. Un diario per voi. Si bella idea. Per voi che già richiedete tempo ma non avete ancora parole. E io le raccolgo qui. E mi domando molte cose che penso mi chiedereste voi e poi rispondo. Ve lo farò leggere quando non ci sarò più? no. Non ci riuscirei. Sarebbe giusto così, ma mi sentirei come il vignaiolo che ha tribolato per fare il vino buono e non riesce ad essere presente quando avverrà il temuto assaggio. No. Penso che ve lo regalerò quando vi sposerete. Che patetico! O quando vado in pensione! Mah; e poi, vi sentirete in dovere di leggerlo o vi appassionerete? Se penso a quel giorno nel bar, su ad Ariccia, quando quel tipo consigliava al barista di fare il diario fotografico....io ero interessatissimo. E non si trattava di mio padre. Era lo sguardo di quell'uomo nella foto! Mi ci son visto forse perché per un caso del destino anch'io ora ho in casa un esserino che cammina e un altro nella carrozzina! Sarà per la coincidenza che mi interessava. Quell'uomo della foto era un po' l'io di oggi, ma quell'uomo aveva qualcosa di spaventato. È come se avesse visto la morte in faccia. E, diceva il figlio, che forse la covava dentro e dopo poco da quello scatto....

Si. ricordare. Ricordare è togliere all'oblio, suonargliele alla morte, anche se poi vince lei.

E le date? Come le metto? mese per mese? giorno per giorno? Anno per anno?

La data mi lega, mi costringe. Diventerebbe un dovere. Devo scrivere quando mi va, quando me la sento, quando ne vale la pena. Le annate. Questo può bastare, e in ogni capitolo che si è fatto anno, troveranno qualche frase.

Odio le collezioni di sentenze, consigli calati dall'alto e roba simile. Mi piacerebbe una raccolta di piccoli pensieri. Ricordare le vostre prime saggezze e, perché no, i primi dolori...

e se penso che soffrirete già mi sento male. Perché un padre non può tutto? E non intendo tutto come un ricco ma come un dio? È patetico dirlo e immagino che lo sia ancora di più scriverlo, ma vorrei che tutti i dolori che vi dovessero capitare, venissero deviati su di me. Li sopporterei con gioia e sarei troppo felice del fatto che son riuscito a liberarvi anche di una cosa piccola come un'unghia rotta.

Ieri bimba mia, avevi mal di pancia. Mi guardavi ed era evidente che ti aspettavi da me una soluzione. Io impazzivo aspettando che quella stupida pastiglia facesse effetto. Sul foglietto diceva che in mezz'ora... ma ci son voluti ben quarantadue minuti per vedere il tuo sguardo farsi meno triste. Io con quel mal di pancia ci avrei giocato! Lo avrei portato a spasso per l'uliveto e lo avrei sbeffeggiato. E tu volevi far male alla mia bambina? E invece ti ritrovi un una pancia che digerisce anche un bisonte con la pelliccia e le corna! Ben ti sta! E avrei digerito allegramente anche quel nemico che ti aveva spento il sorriso.

E invece ognuno ha i suoi mali e non può condividerli.

Sembrano cose banali, da libro cuore, ma non lo sono più quando diventi genitore e il desiderio di spianare tutti gli ostacoli ai figli diventa enorme..

Oggi ho incontrato il tipo che aveva consigliato al barista di fare il diario. Chissà se mi ha riconosciuto. Sembra in gamba ma anche un po' svampito, del tipo piedi per terra e testa fra le nuvole. È accaduto in una libreria. Aveva scelto un libro e si era avvicinato alla cassa. Cercava di farsi avanti ma tutti lo superavano. Si era stizzito ma non reagiva. Ad un certo punto il commesso chiede a chi tocca, lui dice io e due donne dicono che invece tocca a loro. Lo vedo girarsi e inveire con lo sguardo. Intervengo. Lo saluto, prendo il libro che ha in mano e mi avvicino alla cassa. Quasi subito il commesso mi batte lo scontrino. Ridò il libro al tipo che paga, usciamo insieme ed entriamo in un bar per un caffè. Una scena da non credere. Lui vede certamente cose che io non colgo. Per esempio, mi ha fatto notare che là dentro nella libreria, in quel momento, c'erano solo donne e che ben sei, con una noncuranza invidiabile lo avevano superato. Diceva che l'Italia ormai è così, che nemmeno le apparenze ci si cura di salvarle, nemmeno nelle piccole cose.....

Ma io me lo immagino a Londra, a Berlino che lo fanno fesso allo stesso modo. È come se fosse meno visibile degli altri. Te lo devono indicare e solo allora lo vedi.

Gli ho spiegato che siamo vicini. Ha detto che gli sembrava di avermi già visto e forse si confondeva con quel giorno al bar quando, almeno un paio di volte, mentre parlava, con lo sguardo ha coinvolto anche me. E' uscito dal bar e l'ho osservato. Tre cani, uno grosso e due piccoli, lo hanno subito raggiunto e si è allontanato. Cammina un po' a papero. Forse per questo sembra sempre uno che si è perso?

Ed ecco che il diario si è fatto un po' troppo personale. Che ve ne farete fra tanti anni della descrizione di quel tipo? Abbiamo chiacchierato, oggi. Mi presenterà un libraio di Genzano che potrebbe essermi utile. Ho già in mente di mostrargli alcuni luoghi. Mi ha chiesto se sono in grado di nutrire la sua fantasia. Scrive. Li porterò, lui e l'amico. Non ricordo i nomi. Ho capito chiaro solo che l'amico del tipo del Moleskine, fa l'assicuratore perché mi ha invitato a cambiare il tagliando sulla macchina che era scaduto da un giorno. Uno fissato come quei dentisti che non stanno bene fino a quando non hanno detto come ti rifarebbero le zanne... speriamo di esserci sbagliati... si. Li porterò comunque in due posti sul lago di Albano.

Li ho portati. Quel tipo, quello che scrive e cammina come uno che si è perso, ha studiato molto ma mi ascolta con piacere. Quando ho aperto la porta di ferro che conduce al ninfeo, si è inoltrato fra l'erba alta come se sapesse già la strada. La sua voglia di sapere è smisurata e ficca il naso dappertutto. Mi ha detto che ha un tale rispetto per le sepolture che lascerebbe nelle tombe i corpi con tutto quello che ci si trova. Mi ha detto per esempio che trova orribile che i faraoni non riposino nei luoghi che si erano scelti e che molti siano impudicamente “sfasciati” nelle sale dei musei. Mi ha detto di aver corrotto un capitano dell'esercito che controllava la zona di Giza. Non ha preso niente. Prendere, dice, è degli occhi.

Ho capito che gli interessano i miti che poi mescola alle presunte realtà archeologiche, a fatti forse personali e, se tutto va liscio, ci scappa un racconto. È contento così.

L'altro è meno “fuori”, ma fa la sua parte. È silenzioso, osserva. È educatissimo, ma non riesci proprio a capire cosa gli passa per la testa. Beh, male che vada ho passato una bella mattina.

E quante volte sono andato al ninfeo da solo! È bello portarci gente che ti dimostra di amare veramente l'antico e lo rispetta!

Caro diario ti sei fatto strada in me e già ti devo raddrizzare. Ma è mai possibile che se dovrai essere letto dai miei posteri, perdi tempo a raccontare di due vicini provvisori visto che stanno pure solo una settimana?

Ma forse è bello così. E se pure mia moglie decidesse di scriverci una ricetta che così non andrà persa? Non gliene ho ancora parlato. Lo farò. Se ci mette ogni tanto due righe anche lei fa più famiglia e poi non vuol dire che la mia parte, da solo non possa starci bene comunque!

Il tipo del Moleskine mi ha detto che mi manda via internet il racconto che ha scritto sulla dea Diana. L'ho visto impacciato. Non capivo. Ho pensato che in effetti non volesse per via dei diritti e che non sapeva come dirmelo. Gliel'ho detto; e che non si preoccupasse, che lo comprendevo. Ha riso di gusto dicendomi che quel problema per lui non esiste. È solo che è lungo e parla della dea solo dopo la metà. Non vuole infastidire con cose che potrebbero annoiare. Mi racconta che tanti, troppi artisti, quando li conosci, già dalla prima volta ti invitano e quasi costringono a fruire le loro opere quando tu eventualmente hai già deciso che non te ne frega niente. Se è veramente ragiona così, complimenti. È risaputo che gli artisti sono o troppo invadenti o completamente schivi, senza una via di mezzo.

Dopo, da una finestra di casa, l'ho visto andare verso l'uliveto. Era con i suoi cani. Avevo pensato di mostrargli delle foto di scavi fatti al lago di Albano ma mi sembrava così sereno là nel verde coi suoi animali che non me la sono sentita di disturbarlo. Sarà per un'altra volta. Che stia invece diventando invadente io? Che mi abbia detto così per.....

impossibile, mi rendo conto che con loro mi trovo bene ma penso di essere uno specialista nel farmi gli affari miei....

E' notte. Il bimbo finalmente dorme. Dormono tutti.

E' così bella questa pace. Eccolo che passa coi cani e una ragazza. Non si vede il volto ma ha un corpicino perfetto. Si tratta bene il papero!

Dovete fare l'università! Questo hanno sentenziato i nonni. Non ho detto niente ma non ero d'accordo.

Dovete fare il possibile per essere felici! E se la vostra felicità non passasse per una laurea ma, mettiamo il caso per la guarnizione di torte? E se fosse per la tranquillità economica allora attualmente è meglio fare l'idraulico! E' l'essere felici che è un casino. Io lo sono? sì. Sono fe li ce.

Ora, in questo momento, in questa notte di luna, mentre dormite tutti e tutti state bene. E anch'io sto bene.....si, sono fe li ce.

Mi diceva oggi il tipo, ma è mai possibile che non mi ricordi mai il suo nome tedesco che ricorda un ammorbidente italiano? Si, mi diceva oggi che molta gente è felice ma non sa di esserlo e lo scopre solo anni dopo, quando la felicità è perduta. È vero. Che si debba forse sapere cosa si desidera? Mi ha detto che non è così. Alcuni pensano di aver ottenuto quel che desideravano, e invece son passati per tanti piccoli adattamenti che, proprio perché son minuscoli sfuggono al bilancio.... ma una casa è fatta di mattoni che son piccoli e basta perderne uno per avere spifferi d'inverno e zanzare d'estate!

Mi ha detto che gli han spedito cartoline mettendo come nome Vernel e gli è capitato pure Vernet che potrebbe essere inteso, dice lui, come un subdolissimo incrocio fra il vernel e il wc net.... gli ho rammentato che un bravo pittore si chiamava Vernet. Lo sa e mi ha giustamente detto che purtroppo lo sappiamo in pochi...e pure ci si mette Gethe con i dolori....

Dov'è nato sembra che il suo sia un nome normale. In Romagna certi anziani che interpella per farli raccontare del passato e della guerra, lo chiamano “venar”, che vuol dire venerdì..... lui si diverte, ma mi rendo conto che vorrebbe distaccarsi da quel nome. Dice che si dovrebbe apprezzare l'opera in sé, per quel che vale e non perché stimiamo chi l'ha firmata. Anche un grande potrebbe scaricarsi del nome, non avere più niente che condizioni il lettore e verificare se piace perché l'opera vale o perché....il nome....

Firmare si, ma in modo che il nome non condizioni. Uno pseudonimo neutro. Gli ho detto che non esiste. Lui qui in Italia è un ammorbidente di “chiara fama”, in Germania è quasi normale. Negli Stati Uniti è storpiato in un modo che sembra un produttore di cartoni animati... Mi ha detto che ho ragione citandomi come esempio il caso di Fellini che in Russia diventa Filini che per noi è il celebre collega di Fantozzi...

Speriamo che i miei bimbi facciano meno storie e siano contenti dei loro nomi e anche del cognome..


III - Il cunicolo


Oggi è accaduto qualcosa di grande. Era mattina. Avevo voglia di fare un giretto e sono andato ad Ariccia. Due chiacchiere con la persona giusta e mi sono inoltrato nel parco di Palazzo Chigi. Penso siano ventotto ettari. Più o meno. Ormai per me qui, riuscire ad andare dove non si potrebbe, è possibile quasi sempre. Si fidano. Se c'è qualcosa sanno che lo dico. Scegliere dove andare è stato inizialmente frutto del caso. Mi rullavo una sigarettina e, pensando a cosa avrei potuto pensare, ecco che sento qualcosa muoversi. Mi fermo per sentire e scrutare meglio e per un attimo vedo un cocker che va per la sua strada con passo deciso. Si, penso. È uno dei cani del tipo. Con passo noncurante termino la sigaretta e seguo i rumori che si moltiplicano. I cani devono essere tre se ben ricordo, ed infatti li vedo. Quella grossa, tigrata e un altro cocker, più scuro del primo. Proseguo seguendoli con la coda dell'occhio e arrivo ad un punto, vicino ad una costa di roccia e lì li ho persi. È tornato il solito cicalare della boscaglia. Mi metto a cercare in una zona ben circoscritta e trovo qualcosa che forse è un passaggio. È a livello del terreno. Non più di sessanta centimetri d'altezza. Osservo intorno e trovo le impronte dei cani. Ce n'è anche qualcuna umana. Più di una persona. Piedi scalzi e anche suole di scarpe da tennis. Ho sempre con me una piccola torcia. Veramente piccola, ma fa una bella luce. Il pensiero va subito ad un nascondiglio. Son tentato di aspettare per vedere cosa succede. Mi metto quindi in una posizione un po' defilata e attendo. Passano una decina di minuti e non accade niente. Solo il brusio della natura. Decido e mi metto a quattro zampe. Non so perché ma non sono tranquillo. Appena dentro a quel passaggio, dopo un metro, si riesce a stare in piedi. È stretto ma non troppo. Ci passo bene. Accendo la lucina e vedo un tunnel scuro. Pietra, e per terra impronte. Ora il silenzio è totale. Avanzo lentamente. Il tunnel si allarga e le pareti laterali son masse ruvide di buio. Ora ci passerebbe una macchina. Proseguo e sento un lievissimo rumore. Qualcosa che non so definire. Spengo la torcia e attendo. Niente. Riaccendo e riparto. Ad un certo punto davanti a me vedo qualcosa. È immobile al centro del percorso. La luce non mi aiuta a capire. Mi avvicino. Una statua. Candida. Una figura di donna col corpo coperto semplicemente con un velo leggerissimo che lascia intendere con chiarezza le forme. La osservo. È bellissima. Di più. Non riesco a capire quale divinità possa essere. Sembra fatta ieri. È di fattura squisita e nel frattempo ha in sé qualcosa di inspiegabile che la fa percepire come infinitamente più antica di qualsiasi oggetto che abbia mai visto. E quel viso! E anche il corpo! Non è una persona. È un ideale. E poi. Si, è proprio così, e poi vedo una goccia che dalla guancia destra scende. Apro le mani come per verificare se sta sgocciolando dal soffitto. Spesso in grotte e camminamenti accade, ma niente. Osservo attentamente quella goccia e la vedo cadere sul seno appena velato. Quando il mio sguardo torna al viso ecco che sulla guancia ce n'è un'altra. Allora, anche se non è coerente, mi son messo ad osservare gli occhi e ho visto un'altra goccia partire. Lo so che è assurdo ma è accaduto. Come non pensare alle tante madonne che hanno pianto e piangono in un cristianesimo vasto quanto e più di mezzo mondo! Ma questa non è la madonna. Di questo sono certo. Caravaggio dipinse un'annegata, qualcuno l'amata o la preferita, ma nessuno ha nemmeno ipotizzato una bellezza come questa. Nessuna donna arriva a tanta perfezione. Posso spremermi a pensare alle modelle e infatti prima ho sfogliato qualche rivista per confermare questa mia sensazione. Se esistesse sarebbe sconvolgente. E mentre pensavo così, un'altra lacrima scendeva. Ero talmente distratto dallo stupore che son trasalito con spavento quando mi son reso conto che non ero solo. Non ho sentito nulla. È stata pura sensazione. C'era qualcuno, più in là, non nel tratto che avevo appena percorso, ma più in là, più in fondo. E il pensiero è esploso. Avevo paura. Si mettano insieme i dati della situazione e mi si comprenderà. Ho seguito tre cani che di solito vedo prima o dopo aver incontrato una persona, ma mi son reso conto in quell'istante, che mai li vedo insieme..... I cani si infilano in uno stretto passaggio e li perdo. Mi infilo anch'io e dopo una decina di minuti di camminata mi ritrovo a tu per tu con una statua perfetta di donna che dopo poco si mette a piangere da un occhio solo, il destro per l'esattezza. E poi questa sensazione, si, che qualcuno sia presente. Anche un altro particolare mi rendo conto che non è mai stato dimenticato. Fra le impronte all'entrata e anche dentro questo passaggio, ce ne sono di scalze. Piedi piccoli, ben fatti. E scoprire che la statua è scalza mi ha dato inspiegabilmente fastidio.

Ero li indeciso. E avevo paura. Si, ma quella paura che sconvolge, non quella solita. Se per esempio mi trovassi davanti ad un leone, me ne rendo conto, proverei un timore enorme. Timore di morte, ma quello che ho provato li dentro era di più. Un oltre inimmaginabile.

È certamente per questo che son rimasto immobile. E non so dire per quanto tempo. Ed è certamente sempre a causa della mia immobilità che quella presenza nascosta nel buio, ha iniziato a muoversi. Passi chiari, calmi. Ed ecco apparire lui, il tipo del Moleskine. Serio, evidentemente preoccupato. Il fatto di conoscerlo almeno un po' mi ha sciolto. Dico mangiandomi le parole che “ho visto i tuoi cani entrare qui dentro e li ho seguiti e poi ho trovato questa statua. Guarda! Sembra che stia piangendo! Ma chi è. Tu la riconosci?”

“è Diana” mi dice, e poi si avvicina e lecca le lacrime, con calma, con cura. E la bacia.

“Ora usciamo” mi dice, e continua a guardare la dea. Poi mi mette una mano sulla spalla e ci avviamo. Non so resistere e gli sto di fianco. Ho ancora un residuo di paura e lui ha agito in quel modo....quindi, rassicurato, lo seguo, sento che è la cosa giusta.

Gli chiedo “e i tuoi cani?” e mi risponde evasivo “cani? A Roma e dintorni è pieno...”. Mi fermo perplesso e lui mi attende. Sento in leggero rumore di passi. Qualcosa di una leggerezza irreale, ma lo sento. Sto per per voltarmi indietro e guardare. Lui mi trattiene ma riesco comunque a vedere. Avevamo percorso si e no dieci metri di quel tunnel dritto e la statua non c'era più. Avrei urlato. Il corpo non mi dava più retta. E lui mi ha preso la mano e ci siamo diretti verso l'uscita. Ero come un bambino, come una foglia d'autunno, l'ultima dell'albero, del bosco, del mondo e un freddo terribile mi faceva vibrare dentro.

E poi ha parlato, con voce calma, compostamente. Lentamente, un po' come quando si parla ad un malato duro d'orecchi. Mi ha detto “ora devi fidarti di me. Tu hai dei figli. Dimentica quel che hai visto e questo luogo e la statua. Non fare domande. Pensaci spesso e anche sempre se vuoi, anche se sarebbe meglio di no. Alla fine capirai, forse, ma non osare. Hai dei figli e quei figli hanno bisogno del padre. E poi si ferma, con il tallone smuove la terra e vedo qualcosa. Sembrano ciottoli. “Chinati. Guarda”. Sono ossa, sbriciolate come ghiaia e mescolate a terra. “Ricordi l'uomo della foto nel bar di Ariccia?” accennai di si col capo. Avevo capito. Come me aveva trovato quel passaggio e non aveva resistito. Era tornato ed era andato ….fino in fondo.

Non ci siam più detti una parola. Dopo qualche minuto mi ha lasciato la mano. Ero più tranquillo e non avevo il coraggio di pensare. Questo si. Nessun coraggio. Fino ad ora. E il coraggio si è trasformato in queste parole. Non so perché le ho scritte, ne ho sentita l'esigenza, e ora questo quaderno, nato per appunti di lavoro e poi divenuto diario per i miei figli e i figli dei miei figli, si è fatto personale. Solo mio. Talmente mio e pericoloso che devo eliminarlo, immediatamente.


IV – dialogo dopo il cunicolo


L'archeologo dovette sospendere la scrittura e le intenzioni. Era in casa. Moglie e figli fuori. E poi aveva appena bussato qualcuno alla porta. Era l'amico del tipo. Prima di salutare gli chiese “dov'è!”, “a fare un giro in paese” . E immediatamente gli si ruppe un argine dentro, come se una gioia chiedesse il diritto di crescere a dismisura. “Bevi qualcosa?” “volentieri”. L'archeologo andò al frigorifero che stava in un'altra stanza e gridò “Coca o birra?” l'assicuratore rispose, “non bevo birra, la coca va bene”. “ghiaccio?” “volentieri!”. Quando l'archeologo tornò, vide che il visitatore inatteso stava leggendo quel che aveva appena scritto. Non ebbe il coraggio di dire nulla. Si sentì sollevato dalla sensazione che forse era meglio così. Si, poterne parlare almeno con lui. L'assicuratore disse “scusa se mi sono permesso ma l'occhio ci è caduto sopra....ed era aperto”....”bella calligrafia”

“Vai avanti per favore e dimmi cosa ne pensi” rispose l'altro, dimostrando con l'inquietudine degli occhi che non aveva pensato minimamente a criticare un possibile agire maleducato, ma che era già allo stadio successivo, a quella frenesia che forse esiste sempre quando si cerca di condividere qualcosa che sembra assurdo. Passò così un tempo breve e interminabile con il ghiaccio che si scioglieva nei bicchieri che nessuno aveva pensato di toccare.

“Cosa ne pensi?” chiese l'archeologo che non ne poteva più di attendere e non si curò del fatto che l'altro non era arrivato in fondo.

“Invenzione?”

“no, è accaduto stamattina”.

L'assicuratore, di solito riflessivo e pacato anche nei movimenti, dimostrò un contenuto disorientamento dal movimento delle mani che si decisero a prendere, in modo impacciato il bicchiere. Non si erano nemmeno seduti.

“Si”, disse l'archeologo. “È tutto vero. Anche se è una cosa da matti”.

L'assicuratore, dopo aver sorseggiato disse: “se si vuol rimanere nel razionale, si può pensare che nella tana c'erano, e forse ci sono, ancora, una statua e due persone. Lui e un altro che quando eri girato, ha sollevato la statua e l'ha nascosta”.

“Non regge. Per sollevare una statua del genere non basterebbe un uomo da solo. E poi i cani. Si possono spiegare, ma è ben strano. Lo precedono o li vedo dopo, ma mai insieme, tranne in quella occasione....e lui nega che esistano”

“Per le persone è facile pensare allora che fossero più di due e...si, i cani. Hai scritto che sono due cocker e un grosso cane tigrato...”

“si, quello grosso è più o meno come un labrador”

“attendi un attimo”.

L'assicuratore uscì e tornò dopo un minuto con un computer portatile.

“è il suo. So come entrarci, si fida di me”. Trovò le foto dei cani e gliele mostrò.

“si, sono loro” .

Pensò: “se sono loro la situazione si complica”. Decise su due piedi di tenere per sé il fatto che fossero passati tutti a miglior vita e disse: “è ben strano. Siam venuti a Roma in macchina insieme, senza cani”

“e come mai allora li aveva con sé!”

“l'ultimo” pensò l'amico, “questo, è morto il cinque settembre, e oggi ne abbiamo venti” poi tornò al presente e disse: “so che accadono cose simpatiche con la memoria.... Forse avevi saputo da qualcuno che aveva dei cani e ti avranno detto la razza. Ricorda che avete conoscenze in comune. I nostri amici per esempio, quelli che ci prestano la casa, e non solo loro”.

“E' possibile” rispose, l'archeologo pensandoci un po'.

“Forse sei un po' stressato. Son cose che accadono. Hai presente quando arrivi in una città sconosciuta e ti sembra di riconoscere certe vie, di averle addirittura vissute minuziosamente anni o secoli prima? Una cosina simile. E poi stress è un vocabolo modaiolo che vuol dir tutto e niente. Forse sei semplicemente stanco o teso per qualcosa.”

“....e poi vado in corto circuito e vedo cani che non ci sono.... si, non è impossibile, ma io ho trovato il cunicolo perché ho seguito un cocker che in questo momento, a quel che ho compreso, è a più di trecento chilometri da qui....”

“lui è un po' strano. Ricordalo. È un po' strano anche per me che lo conosco da tanto. Potrebbe aver fatto portare i cani qui vicino e non me lo vuol dire. In fondo è venuto perché gli ho chiesto insistentemente di accompagnarmi. Sai, mi è morto da poco un gattino. Aveva appena un anno. Una malattia lenta che ha ucciso lui e sfibrato me. Forse non se l'è sentita di dirmi di no. Sapeva che da solo non sarei venuto, e lui, così legato ai suoi animaletti, può aver convinto qualcuno che glieli ha portati qui vicino”

“e così, da buon amico, sta un po' con te e un po' con loro. In fondo anche ora potrebbe essere con loro...” e si sentì rassicurato dal ricordo di quando lo aveva visto passare con la bellissima ragazza e le bestiole.

L'archeologo tacque per un poco, sembrò guardare molto lontano, oltre i muri e poi tornando in sé, disse: “grazie. Hai reso il fatto coerente. Ci stavo diventando matto. Rimane ora il problema della statua”.

L'assicuratore lo guardò sorpreso. Quella gli era sembrata una faccenda chiarita. Spense il computer e lo riportò nella casa di fianco.

Quando tornò si sedette e stettero in silenzio per un bel po'.

L'assicuratore ruppe il silenzio domandando quale fosse il fatto riguardante la statua che non lo lasciava tranquillo.

“la sua bellezza”.

Tornò il silenzio. Si resero conto che stavano guardando fuori dalla finestra. Lo attendevano e nel frattempo speravano che passasse il più tardi possibile. La coerenza aveva steso un velo sugli occhi dell'archeologo che non si arrendeva solo davanti a quella bellezza sconcertante. Raffaello, Rodin, Alma Tadema. Nemmeno Waterhouse aveva sfiorato un tale risultato.

“Vedi”, disse l'archeologo, “so che le madonne che piangono hanno spesso una risposta. L'occhio è di vetro e viene inserito nel gesso. Sul vetro può farsi condensa quando nella stanza o chiesa che le ospita, per esempio si accendono faretti o candele, esattamente come sui vetri della macchina o di casa si fa una patina di umido a volte anche quando ti limiti a fare il caffè.... Semplice. È il desiderio di credere che rende incoerenti. E poi, la statua, quando mi sono girato, sicuramente qualcuno se l'è portata via. Non uno da solo però. Questo no. Ma la sua bellezza era... era sconvolgente. Non so spiegarti. Non ci sono parole.”

“su questo non so che dirti” disse l'altro e poi gli strinse la mano.

L'archeologo guardò le mani unite senza comprendere.

“Ti chiedo un favore. Non parliamo di queste cose con lui. Se voleva nascondermi il fatto che, non resistendo senza i cani li ha portati di nascosto e poi è venuto per farmi compagnia.....”

“certo certo. Va bene”.

L'assicuratore uscì, entrò in casa simulando calma, ma non sapeva più cosa pensare e fare.


V - Monologo


Lasciò, come al solito, la porta socchiusa. Avevano una chiave in due. Per stare in pace a pensare poteva chiudersi in bagno. No. Non riusciva a star fermo. Ci volevano due passi. Li vicino c'è un sentiero che porta a un campo da calcetto ben tenuto e dopo le palme e i fichi d'india, un lungo uliveto e poi vigne e paesaggio. S'incamminò cercando di mettere ordine in quel che aveva letto.

“Posso decidere che è fuso. No. Non va. Ha visto i tre cani. Lui non sa che la Sophie è morta il cinque settembre. Appena quindici giorni fa. Questa è la prima stranezza. E poi la statua. Se filosoficamente e anche intuitivamente la bellezza è l'unico mistero insondabile, quelle lacrime sono inspiegabili perché mi sembra che nelle statue di marmo non infilassero e non infilano palline di vetro. Forse dipingevano l'occhio, ma non di più e penso che la condensa così sia impossibile. La statua. Dovrei vederla. Sia per la bellezza che per gli occhi. Ma in fondo, oltre ai cani non c'è niente di così assurdo....ma quei cani.... e se lo seguissi?

E ora pensiamo per assurdo. Io so come lui ragiona. Mettiamo insieme i pezzi.

Dice che secondo quello studioso che si chiama de Benedetti, la retta via era l'Appia che ad Ariccia si “smarrisce” in una selva oscura. Si. Si tratta di quel ponte di Palazzo Chigi. E poi c'è la questione del ramo d'oro e del sacerdote. Era sicuramente ad Ariccia, nel bosco, ma non si sa bene dove. Facciamo il punto. Il sacerdote difendeva un albero sacro. Sembra che fosse di vischio. Ma...il vischio è un albero? Non lo so. Comunque un ramo di quell'albero dava accesso all'aldilà. Sembra che Persefone si estasiasse per quel dono e quindi lasciava entrare e uscire il donatore. De Benedetti ha pure asserito, e in modo coerente, che probabilmente Enea, quando andò nell'Ade per incontrare il padre, lo fece da qui. Lui dice che la differenza di luoghi che si coglie nell'Eneide fu attuata solo per rendere coerente la trama. Lo dimostra in quel suo libro in modo sensato. Non c'è che dire. C'è poi la storia di Diana. Se non ricordo male Ippolito si innamora platonicamente della dea. Venere-Afrodite ne è gelosa e gli rovina la vita al punto da farlo fuori per mezzo di cavalli spaventati da un'onda creata dal dio del Mare. La dea Diana Artemide Lucina, ma quanti nomi ha!....dunque la dea va contro le regole che Giove-Zeus deve far rispettare, cioè tenere separati i vivi dai morti e va a riprendere Ippolito dall'aldilà. Lo trasforma poi in un vecchio che chiamerà Virbio e abiteranno intorno al Lago di Nemi. Perché hanno scelto di stare li e non altrove? Perché c'è il ramo d'oro e quindi se Giove chiede spiegazioni, Virbio nonché Ippolito verrà spedito immediatamente nell'Ade e la dea Diana salverà la faccia perché anche gli dei devono rispettare delle regole.... Il sacerdote che fa la guardia all'albero, che è composto di rami che permettono di andare e tornare impunemente nell'aldilà, è un comune essere umano, il più forte. Combatte contro altri umani per mantenere la carica, ma nulla può contro la dea che prende rami sacri quando vuole, per sé e per chi decide di accompagnare... e se il sacerdote divenisse Virbio n stesso? E Virbio, detto anche Ippolito era un mortale e, secondo questo matto del mio amico, che è il padre di tutte queste congetture, Diana è si casta ma ama essere comunque amata. E se sceglie qualcuno per lui la via per l'Ade sarà sempre aperta...

Quindi...Dante, Enea, Diana e l'amato dalla dea, son andati fuori e dentro dal regno dei morti, da un passaggio che si dovrebbe trovare.....ad Ariccia.

E io che ci son venuto per anni solo per mangiare la porchetta.... e se penso a quel che lui ha scritto nel racconto “Kopf”....

Ma non devo dimenticare che in questo ragionamento ho mescolato miti con elucubrazioni di un amico e i suoi racconti. In più ci sono le considerazioni di un professore che parte bene con Dante ma poi arriva a dire che l'umanità sia una variazione genetica fatta dagli extraterrestri....

Devo stare con i piedi per terra.

Qui stanno diventando tutti matti.

Domani quando dice che va a farsi un giretto, lo seguo.

Chissà se riuscirò a stargli dietro. È veloce e io un po' pesantino, ma vale la pena di soffrire un po' per capirci qualcosa....”.

Con questi pensieri, era tornato in casa. L'amico era già rientrato. Aveva odore di cane, ma la cosa non faceva testo. Lo sapeva che se incontrava una di quelle bestiole per strada non stava bene finché non l'aveva accarezzata. Decisero di andare da Viviana a cena.

Era un rito desiderato dall'assicuratore che ammirava da anni una cameriera. La trovava perfetta. Non accadeva niente di più che vederla passare fra i tavoli. Lei, ormai, da anni, sapeva che uno di quei due era un suo innocuo ammiratore. Innocuo e assai educato. Quindi stava al gioco con grazia e sorridendo senza risparmiarsi. In cambio l'assicuratore stava seduto a guardar le partite di calcio mentre cenava, e per non stare col tavolo vuoto, ordinava sempre qualcosa. Era quindi un cliente molto stimato che per soddisfare l'occhio con le grazie della bella Viviana, si costringeva a delle digestioni da coccodrillo. La situazione era divertente. L'amico faceva da spalla scherzandoci un po' su e spesso, mal sopportando per due ore ventidue tipi che corrono dietro ad un pallone, si portava un libro distraendosi solo....quando passava Viviana per condividere quella piccola, innocua gioia.

Tornarono che era tardi. Lo spettacolo del libro, di Viviana, della partita e del pasto, li aveva saziati. Li attendeva la notte. Una notte che ora vi racconterò. Una notte più grande di tutto. Ma veniamo ai fatti.....


VI – La notte


Personaggi: un assicuratore che ha un nome troppo lungo per essere ripetuto tante volte e un sopranome che sa di cartone animato. Dimezziamo il nome originario e chiamiamolo Luigi.

L'altro, col nome che ricorda un ammorbidente.... quindi per nominarlo dobbiamo inventarci qualcosa. Ci vorrebbe un nome neutro, semplice, che non porti ad alcuna associazione mentale. Direi che Paolo va bene. È oltre il resto un nome che ha usato in un suo racconto perché dovete sapere, si, ve lo devo dire, questo personaggio che ho deciso di chiamare Paolo, scrive. Son racconti un po' strambi. Troppa fantasia. Troppa carne al fuoco. Una persona equilibrata, da ognuno di essi trarrebbe materiale per farne dieci. Ma guai a dirgli qualcosa. Pensa di essere un artista e dice che con lui si deve essere assolutamente sinceri, che odia i complimenti e ama le critiche perché solo queste sono costruttive, ma.... io ho provato a fargliene... e le sue spiegazioni sono state tali e tante e così avvinghiate a un senso che solo lui sa... che alla fin fine vi consiglio di liberarvene subito con un complimento che in fondo è gratis. C'è altrimenti da far sera o, se è sera far l'alba ad ascoltare i suoi “viaggi mentali”, e quando ha terminato la sensazione che vi rimarrà non sarà di aver compreso qualcosa, ma quella dell'ubriaco che si è fatto sfuggir la notte in quel modo poco divertente e ora non gli rimane altro che lo stomaco in disordine e il mal di testa da sopportare.

Paolo ama i cani e Luigi i gatti.

Descrizione d'ambiente. Come già sapete, sono arrivati a Roma per passare una settimana rilassata. Due amici artisti hanno una casa enorme e piacevolmente disordinata (il disordine è vita...dice Paolo e Luigi applica la teoria minuziosamente a casa propria..) e loro hanno la chiave per andarci quando vogliono. Da qualche annetto sanno che il tipo li di fianco, con una Renault quattro gialla bellissima, ventisettenne e in ottime condizioni, è un archeologo. Pensano, erroneamente, che quando c'è la macchina lui è in casa e quando non c'è, è fuori, ma non è così. Anche la moglie la usa quella bella cosina gialla che mai hanno vista insozzata da un solo granellino di polvere. Luigi ha giustamente pensato che l'archeologo può aver saputo che Paolo avesse dei cani e certamente Mafalda, l'esemplare grosso più o meno come un Labrador e tigrato, a Roma ci era stato. Ma le cockerine non erano mai venute. Ci sta comunque che l'archeologo avesse saputo che Paolo avesse più di un cane.

Ora dobbiamo aggiungere una cosuccia su Luigi. È importante e rivela molto, vedrete. Luigi conviveva con due gatti Ronie, un persiano nero enorme e pacioccone, e Eliot. Per quanto Luigi pensi di aver scelto Ronie, otto anni fa quando entrò in quel negozio, noi sappiamo che fu Ronie a scegliere Luigi. Infatti lui era entrato con l'intenzione di portare a casa un gatto rosso che aveva visto dalla vetrina.... quando è toccato a Eliot, la situazione si è fatta più complessa. Consapevole del fatto che con gli animali come con le donne, può andar male, e di solito lo si scopre quando è troppo tardi.... decise di prendere un Ragdoll. Vuol dire Bambola di pezza. È un tipo di gatto consigliato per la sua bontà. Sembra anzi che sia il più mansueto e coccoloso in assoluto. Ha fatto un viaggio ed è tornato con questo animaletto con gli occhi azzurri ed effettivamente squisito. Qualcosa comunque non ha funzionato. Una vigliacca di malattia lo ha stremato riducendolo pelle e ossa e poi se l'è portato via. Luigi telefonò a Paolo; “non so dove seppellirlo. Vorrei poterlo andare a trovare....” l'amico capì e ora Eliot riposa nel suo giardino. Era in piena estate. Per non dare nell'occhio ai vicini fecero finta che si era rotto un tubo e che lo stavano riparando......

La situazione, in quell'estate, non è stata semplice nemmeno per Paolo. Sophie, la cockerina, ultima della sua amata “treccani”, come amava chiamarla, se n'era “andata” il cinque settembre. Era sgangherata dall'età. Cieca, sorda, scentrata da un piccolo ictus che l'anno prima l'aveva fatta girare in tondo per un mese, ma coriacea, con una voglia di vivere con lui quasi irreale. Era dolce, e non sapeva morire. La malattia l'aveva intaccata ovunque e imperterrita, continuava ad esistere. ….e poi, si, e poi l'ha aiutata a finire perché non era più vita, e continuare a pretenderla al proprio fianco sarebbe stato ormai solo egoismo. Spesso l'amore, non solo per i cani, ricordatelo, diviene egoismo.

Paolo e Luigi son dunque partiti per Roma che erano abbastanza sconquassati e, come accade spesso quando si incontra la morte, disponibili a qualche salto irrazionale pur di quietarsi un poco.

Paolo in questo era più allenato e per Luigi, che per studi e forma mentis, era ed è assai più razionale, lasciarsi andare “all'isola che non c'è” era ed è quasi impossibile.

Ecco quanto accadde quella notte.

Dimenticavo! Devo spiegarvi qualcosa della casa dove avvennero i fatti. Immaginate prima un peso da palestra. I due rigonfiamenti alle estremità sono: il bagno, a destra, e una sala enorme a sinistra. La parte che prendete di solito nel palmo della mano è un corridoio e su questo ci sono due bugni discretamente grandini. Immaginate che quest'ultimi siano due camere. In una dorme Paolo e nell'altra Luigi. Il corridoio termina dalla parte di Paolo, con quel salone enorme che vi ho detto e nel quale ci sono statue di gesso e di carta pesta che forse diventeranno bronzi. È il luogo nel quale Cristiano e Patrizio, i due amici padroni di casa si danno da fare per meritarsi l'etichetta di artisti.

Ora si fa notte. Luigi e Paolo sono nelle rispettive stanze....e

Luigi non riusciva a prender sonno. Quel che era accaduto all'archeologo era riconducibile, addomesticabile. Rimaneva solo la bellezza, mai vista prima, della statua della dea. Ma la bellezza, si sa, è soggettiva. A Renoir, Rubens, Tiziano e Fellini piacevano bene in carne, si sa! Anita Ekberg per esempio.... e pensò a quel che era accaduto il giorno prima. La grande attrice è ricoverata in una clinica li vicino. Paolo la vedrà. Oltre a portarle i saluti di amici comuni ci tiene a farle notare che non è vero che, come lei ha detto, -“La dolce vita” non era un gran film..-, parole che lei avrebbe ripetuto in varie occasioni aggiungendo che lo divenne grazie alla scena della Fontana di Trevi. Secondo Paolo in Flaiano più che in Fellini....erano due le femminilità che si contendevano la vita di Mastrojanni. Quella incarnata dalla Ekberg e l'altra, della fanciulla umbra che apparecchia nella piccola sala ristorante coi muri “di cannucciato”, in riva al mare. Essa è quasi un'anima. Umbra, fresca e pura come l'Umbria sembra quando scandisci le sue sillabe. E quell'ultima scena sulla spiaggia col mostro marino arenato e morto e i reduci dalla “dolce vita” che gli danzano sgraziatamente intorno..... ecco che la ragazzina c'è, appare di nuovo. Vede Mastrojanni, lo saluta e lui nemmeno la riconosce. Quando lei, la piccola umbra comprende di essere stata dimenticata, lo saluta ugualmente con serenità. È l'anima di “Mastrojanni” che, se dimenticata si ritira dalla scena della sua vita. E il parallelo del mostro marin oche giace sulla spiaggia! Quella era la spiaggia delle sirene! Paolo è convinto che lo si possa comprende agevolmente da un racconto di Flaiano e purtroppo il significato si è perso forse nel montaggio. Ora, nel film rimane un luogo flaccido e spoglio con degli ubriachi che ballano come in un sabba attorno a un corpo inerte. La spiaggia delle sirene! Che bello. Paolo è sicuro che Anita queste cose non le sappia. Quanta gente ha lavorato con i Fellini, i Tarkovskij e altri della medesima levatura senza accorgersi di un sacco di cose.....

E come ogni persona che è stanca e deve digerire una cena troppo impegnativa (per colpa di della bella locandiera...), da qualsiasi punto la mente di Luigi decidesse di avviare un ragionamento, questo sfuggiva e finiva coll'incamminarsi per una strada senza uscita, in un sacco che portava ad una specie di oblio semibuio e senza sonno, e questa volta toccava alla prosperosa Anitona che sguazza nella fontana di Trevi.....con Viviana.

Era già qualche ora che, immobile nel letto, liberato finalmente dal caldo che dava un po' di tregua, cercava di pensare seriamente, ma la presunta bellezza della statua della dea era un ostacolo che lo bloccava e sosatuiva e si sovrapponeva ad Anitona e Viviana in un balletto insensato ma piacevole, finché il anche il fatto della presenza reale dei cani che l'archeologo aveva visto e seguito e che non gli piaceva per niente, lo ridestò con preoccupazione. Con la razionalità lui era riuscito a metterci una toppa per l'archeologo, ma per lui non c'erano santi...... lui sapeva che quei tre cani.... E poi questa irraggiungibile bellezza della statua! Non riusciva ad immaginarsela ma voleva. Sentiva che quell'appagamento valeva tantissimo e per esso avrebbe accettato anche di rischiare. Si rendeva conto che con la fantasia si limitava a trasformare in candido marmo i visi che aveva preferito. Non aveva risparmiato nessuno, nemmeno sua madre da giovane, ma l'immagine nella mente non prendeva una forma così celestiale da, sì, da perdonare la vita.

Ed ecco che un rumore lo riportò alla realtà. Forse anche l'amico Paolo, nell'altra stanza, non stava dormendo. Lo chiamò con cautela ma, poiché non rispose, si alzò per andare a vedere. Di solito la porta del misterioso amico era chiusa perché le zanzare lo divoravano con un certo appetito e accendeva un macchinino elettrico lievemente puzzolente ma a quanto sembra, assai efficace. La porta era invece aperta e il letto vuoto.

Un pettirosso che si aggirava sul lenzuolo, lo fissò quasi con insolenza.

Pensò che fosse in bagno, ma la porta era aperta e la luce spenta. Si avviò allora, verso il salone delle sculture. C'era solo la luce metallica della luna. Lui era li, seduto alla poltrona di velluto nero coi contorni barocchi dipinti di bianco, con Sophie, la cockerina morta il cinque settembre, in braccio, e mentre la accarezzava parlava con qualcuno che sedeva di fronte in una identica poltrona e che non riusciva a vedere. C'era un'immensa tranquillità nell'aria. Paolo era seduto con la poltrona e il corpo rivolti verso Luigi che in piedi, un poco discosto dalla porta d'entrata, s'era fatto di paglia e senza respiro.

Paolo stava dialogando e riusciva a sentire le parole. “Non vuoi salutarlo?”L'altro, invisibilmente seduto di fronte rispose “no, si spaventerebbe troppo. Gente come me e lui, per com'è stata

educata e istruita, non è in grado di sopportare troppa realtà”. Quella voce per Luigi, si rivelò struggente fino all'angoscia. Paolo disse al suo interlocutore: “non dire più noi, è solo suo di Luigi, per ora, questo spavento”

“è anche mio” rispose l'invisibile, e aggiunse, “chi è vivo si aspetta troppo dalla morte, o nulla”

“e tu cosa ti aspettavi.....dalla morte....”

“comprendere il senso della vita caro Paolo.....se esiste un dio.....ma non basta andarsene per saperlo. Almeno, a me non è bastato”

“a me interessa solo aver compreso che con la fine si conquista l'eternità degli affetti....togliersi il corpo come un vestito. Eliminare quel muro che non ti permette di rendertene conto...”

la persona seduta di fronte si alzò. Era un carissimo amico di Luigi che inspiegabilmente, qualche anno prima, inspiegabilmente per tutti, si era appoggiata la canna del fucile alla gola e aveva premuto il grilletto.

Kalos, questo cognome greco, era il suo. Si avvicinò alla finestra e illuminato dalla luce lunare sembrò a Luigi ancor più grande di quel che fu. Immenso ora, e misteriosamente perfetto e tranquillo. Dalle sue mani lasciò cadere qualcosa che senza rumore sembrò rotolare via. E rotolò verso Luigi che ormai completamente senza parole vide Eliot, il suo gattino morto il tre agosto di quell'anno, strusciarsi ai suoi polpacci. Lo raccolse e si sciolse in una dimensione senza passato nella quale qualcosa di desiderato e di grande stava accadendo e non poteva essere sporcato con la necessità di capire. Non importavano più i perché. Sentì per un attimo la follia del ragionare e abbracciando il gattino tornò a letto coccolandolo e parlandogli con una luce di serenità grande e quasi folle negli occhi. “dimmi Eliot, dimmi come stai!”, “ti manco?”; “ho preso un altro gatto uguale a te. Elsa, una femmina, ma non per sostituirti, quello, lo sai è impossibile..:” e si sentì libero di pensare tutto e il contrario di tutto come un bambino.

Non era ancora l'alba. Si era addormentato con Eliot e una volta sveglio si era ritrovato di nuovo solo, ma con la bella sensazione di essere pulito dentro.

Si alzò per vedere cosa accadeva nella casa, con la calma di un bambino che va verso la stanza dei giochi. Ora era un freddo irreale. Pensò che i vetri delle finestre erano ghiaccio, e avvolto in una coperta, vide la stanza di Paolo vuota e il pettirosso sempre li, ai piedi del letto che si guardava intorno con calma.

Si avvicinò poi alla porta della stanza grande. E vide la statua. Sentì subito un senso di colpa. Non gli era concesso di vedere la dea, era evidente, ma come resistere alla tentazione di osservare quel volto che secondo l'archeologo era oltre ad ogni umana immaginazione....
e lo vide.

Rimase incantato. Nulla di carnale. Una perfezione che incendiava l'anima, che annullava la forza di gravità, che spegneva i dubbi.

Luigi sentì dei passettini leggeri e vide arrivare Sophie dalla porta in fondo alla sala. Si ritirò e tornò seminascosto, dietro alla porta.

E sentì queste parole.

“ciao”

“ciao”

“Kalos avrebbe una cosa da chiederti”

“dimmi”

“esiste un dio?”

“a te Paolo, piccolo mio, interessa la risposta?”

“no, mi basta l'eternità degli affetti”

La dea sorrise estasiata; Luigi si sporse un poco, la situazione era mortale ma irresistibile... e vide ...e la dea, alla quale nulla sfugge, decise di lasciarsi guardare.
“digli che non lo so. Non lo so davvero”

“glielo dirò”

“questa mattina hai bevuto le mie lacrime.....” disse la dea con una certa malizia.

“E' vero, non ho resistito”

“anch'io ho bevuto le tue...”

“non ricordo”

“e, Diana... perché hai pianto?”

“non è colpa e nemmeno merito tuo”, e sorrise maliziosa. “ogni volta che qualcuno mi vede deve morire e questo mi dispiace....”

“e ora dimmi, essere immensamente fragile e per questo bello....resisterai fra i vivi fin quando non verrà il tuo tempo e Atropo taglierà il filo?”

“Si. Ora che vi ho rivisti si....e ora so che il filo mai verrà tagliato. Lasciare il vestito del corpo, troppo stretto. Essere me stesso e il tutto, nel medesimo eterno, invariabile istante. Voi siete la mia famiglia, la mia eternità conquistata, raggiunta. ...e nessuna è più femmina di te....”

“lo so” rispose sorridendo soddisfatta. “Ora vado. Ci vediamo appena sarai di nuovo solo. Anche solo per due minutini..... Mafalda! Tata! Sophie! E dov'è il micio?”

“è andato con Kalos”

“bene, così nessuno è solo. Alla prossima....”

si baciarono in modo buffo, sul naso, come bambini che giocano e ….

e poi tutto svanì in un attimo e si schiuse l'alba

e il pettirosso volò via creando un vento possente

e poi il sonno

e con esso il nulla senza sogni che è vero riposo della carne.



Ore nove, Paolo e Luigi sono ognuno nel loro letto. Il primo legge, il secondo pensa.

Paolo si alza, e va ad augurargli il buongiorno.

“Tutto bene?”

“si. Ho sognato” dice Luigi

“sogni pesanti? Con quel che hai mangiato ieri sera..... te la sei cercata”

“non è proprio così, ma nel dubbio mi metto un po' a dieta.

“tu niente sogni?”

“si, roba leggera”

“ho sognato che avevi bevuto le lacrime di una dea”

“tu, Luigi, sei l'essere razionale, ricordalo. Se hai sognato questo ieri sera hai davvero mangiato troppo....o...”

“e c'ero anch'io nel sogno....”

“va bene. Allora decidi qual'è la realtà..... e poi vai avanti”

“magari si potesse”

 Paolo va in bagno, torna dopo dieci minuti e chiede:

“hai deciso?”

“cosa”

“qual'è la realtà...”

“si, ora vado in bagno per terminare la digestione e poi andiamo a far colazione”

“ti va a Genzano?”

“alla -Dolce vita- e proprio a quel tavolino esterno in angolo che mostra la salita per la chiesa?”

“Si, Santa Maria della Cima”

“che per te è la vera sede del tempio di Diana.....ma ne sei veramente convinto?”

“convinto?” risponde sorridendo Paolo.

“Dovrai accontentarti della mia compagnia Paolo, e di un cappuccino e qualche brioche...”

“vai a finir di digerire Luigi. Io sono già pronto”

“dammi dieci minuti”

Il pettirosso vola nelle stanze ora deserte.

Sophie, Tata e Mafalda sono addormentate sul mio letto e la Dea guarda il traffico alla finestra.

Partirò domani.

Va tutto bene. La mia famigliola svanisce ai sensi del corpo quando sente la porta del bagno che si apre.

Nell'uscire di casa vediamo l'archeologo. Ci saluta con una certa diffidenza. Una volta in macchina sorrido a Luigi e gli dico. “Non dirgli niente del sogno, lui ha figli. Questa è definitivamente, per anni, la sua realtà”

“anch'io vorrei dei figli”

“e infatti anche per te questa è la realtà....”

la macchina parte.

L'archeologo perplesso, sulla soglia osserva in alto. Vede una donna bellissima alla finestra, si rende conto che assomiglia alla statua della mattina precedente.

E come l'umbra con Mastroianni …...

Ma un pianto infantile lo chiama e rientra sollevato in casa.

E come l'umbra con Mastrojanni, la Dea saluta educatamente, eternamente, anche chi non l'ha riconosciuta.













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