martedì 22 ottobre 2013

La mosca e la poesia (racconto)


Qualche tempo fa io, una mosca, appoggiata sul bordo della lavagna di una classe di una scuola professionale, mi misi ad ascoltare una lezione di letteratura. La professoressa aveva esordito dicendo: “oggi iniziamo a parlare di poesia”. Come non essere interessati! Anche noi mosche, come ogni essere vivente produciamo poesia. È ovvio che le mie creazioni sono comunicabili solo fra mosche come quelle dei cavalli solo fra cavalli. Mi hanno parlato di qualcuno, dotato dello strano talento di comprendere tutta la poesia. Penso sia una leggenda, e comunque per me, con queste misere alucce, raggiungere il luogo dove si dice che tutt'ora viva, è impossibile. Mi hanno parlato di generazioni di esseri come me che, se ci mettesse in viaggio di padre in figlio, incessantemente, senza mai fermarsi, forse la millesima, potrebbe incontrarlo. Essere compresa da lui per un attimo è poi esausta cadere al suolo …ma ... a ben pensarci ... non mi sembra che ne valga la pena. Solo la sorte può essermi benigna e se non accade non mi lamento comunque nemmeno della mia vita da insetto. Se Lui o Lei, volasse da queste parti, … mah. Cogliere l'attimo. Sì, questo è possibile. Ma … potrebbe non volare come me, ma strisciare, oppure camminare … o tutte queste cose insieme. Forse è composto da un po' di ogni essere. Inutile pensarci. 
Uscii da questo pensare che è un vicolo cieco e ascoltai l'inizio della lezione con una certa esultanza.

Questo mammifero che chiamano Professoressa, lesse qualcosa e disse: “questa è la poesia che ora analizzeremo!”. L'ho ascoltata e ... quelle parole mi erano sembrate un conto della spesa o la lettura di un indice. Non c'era poesia insomma … in quella poesia, almeno per come l'aveva detta il mammifero Professoressa. Poi distribuì i fogli a quei cuccioli della sua razza e, con la mia vista da mosca, rimanendo ben salda su una piacevole cicca masticata schiacciata in alto sulla cornice della lavagna, lessi. 
Quei versi non mi fecero vibrare dentro. Ho pensato che forse era dovuto al fatto che io sono una mosca e, come ho accennato, sono in grado di comprendere solo la poesia delle altre mosche. Ma poi mi sono corretta ... pensandoci bene, il mio istinto profondo, e così è per tutti, cos'è la poesia, ed essa è uguale per tutti gli esseri viventi quindi, pensai, se non sono in grado di comprendere i versi, saprò certamente apprezzare quel che lei, il mammifero Professoressa dirà essere … la poesia. e invece niente ... i versi ascoltati senza la sua spiegazione erano rigidi, dopo la sua spiegazione altrettanto immobili, e ho pensato che il loro istinto profondo era stato legato da fili di parole intelligenti con un certo saporino di scienza che con l'arte tutta c'entra come i cavoli a merenda che non piacciono nemmeno a me che sono un mosca che ... si sa non siamo per nulla schizzinose.

Iniziò dicendo che “La composizione di una poesia è un'operazione complessa; per realizzarla occorrono ispirazione e tecnica:” Ispirazione e tecnica, mi ripetei. D'accordo, ma a me non è mai sembrata un'operazione complessa, comunque mi misi ad ascoltare con attenzione. Dopo dieci minuti ero ubriaca e delusa. Verso, ritmo, rime, strofe, e poi polisemia sinalefe e dialefe e metafore. Senza sosta apparirono dieresi, tronco, sdrucciolo, piano, cesura, accento ritmico e la terribile paronomasia, che mi spaventò poiché immaginai una mantide carnivora di ogni essere.

Guardai le facce dei cuccioli della sua razza. Annoiati. Vetri appannati gli occhi. Qualcuno disorientato perché secondo me dentro la poesia, quella vera, gli era già sbocciata, … ma non la riconosceva in quelle parole. Ora, quei versi che ognuno aveva sul foglio, e che già erano completamente anestetizzati da una lettura ad alta voce senza sentimento, furono trattati come in un'autopsia e ogni pezzo osservato controluce. Allora ebbi paura di quei cuccioli. Cosa poteva mai essere di loro che, per una svista, così almeno credo, son stati privati di questo grande dono. Un cantare del cuore che è stato trasformato in un gioco intelligente. Una cosa da cruciverba? Ma ad inizio lezione aveva parlato di ispirazione e tecnica …. e dell'ispirazione ha solo detto che riguarda un'emozione. Ma fagliela provare questa emozione! Prendi il loro cuore e spremilo recitando con passione qualcosa che i loro cuori nuovi, che ancora non sanno bene cos'è una primavera e crollano o si sentono dei davanti ad un sorriso desiderato, e nell'attesa di quel sorriso trasfigurano la concretezza quotidiana, la banalità delle esigenze pratiche e … e chissà quante altre cose io, una misera mosca, avrei potuto dire ...

Ma non li vedeva i volti annebbiati? Che senso aveva questo trasformarli renderli solo razionali! E il cuore? Quel cuore che nella bella lingua italiana fa rima con amore? Quello non esiste? La freddezza della scienza. L'autopsia di una poesia ... e poi dovrebbero credere che è solo un gioco di incastri? E più è complesso più sei bravo?

Le mie elitre di cristallo, irritate si staccarono dalla lavagna e, dopo aver sbattuto un paio di volte nel vetro, trovai uno spiraglio e uscii da quel luogo che costruisce menti di ghiaccio capaci solo di sciogliersi all'inferno e respirai l'azzurro dell'aria con un'estasi triste che non si può spiegare.

Vagando fra fiori olezzanti e deliziosi escrementi accoglienti, meditai tristemente su quella schiera di esseri che avevo visto inoculati solo della parte fredda di un dono immenso. Io ricordo, nel cavo di un albero, una mosca anziana che a noi, appena sorte dall'uovo, cantava la bellezza del creato, del sentimento. Ci diede dei versi che portammo a memoria come canzoni, perché noi mosche non leggiamo e non è detto che un poeta debba per forza saper scrivere. Le parole son giochi d'aria che nascono in gola e che si slegano da qualcosa di profondo che viene da un luogo in me che non so descrivere ma che esiste, senza dubbio esiste. Alcuni di noi, noi mosche novelle, si fermarono lì e scelsero altre vie dell'esistenza, ma alcune iniziarono a domandarsi da sole che cosa rendesse poetica … una poesia, e iniziarono, scostando delicatamente i petali delle parole, ad annusare, a palpare. Non tutto accadde in un giorno com'è accaduto a quelle povere vittime umane! Questa è una rima si pensava ... sembra diversa da quella... e pian piano, ci si inoltrava nella tecnica, ma solo dopo aver bevuto la passione.

Giravo intorno ad una grande porta aperta poiché la corrente calda che ne usciva mi dava piacere. Mi resi conto che era l'uscita di quella scuola e seguii uno dei ragazzi che durante la lezione sembrava avere avuto lo sguardo disorientato. Dialogò con un paio di amici e poi, una volta rimasto solo, si sedette ad una panchina, prese il diario e strappò alcune pagine. Io ero sulla sua spalla. Le lesse quelle pagine con un filo di voce, ed erano cristallo che percosso da un fremito deciso e invisibile, rilascia note celesti. Ma lui non ci vide paronomasie sinalefe e dialefe, questi coltelli affilati per un cuore nel quale sta sbocciando il desiderio e la vita. Strappò quei fogli e li gettò in un cestino, poi si sedette di nuovo, seguì le istruzioni della lezione e soddisfatto si sentì poeta. E Io invece sapevo che la poesia era morta, che dell'emozione, che contiene un profumo che può sciogliersi in parole, aveva perso forse per sempre la chiave. Ora per lui la salvezza era solo nell'angoscia, nel trauma di un grande dolore. Se da esso sarebbe riuscito a tornare, avrebbe guidato il suo io verso la poesia. 

Ma io ... osservai altro della vita di questi strani esseri e fui deluso. Il loro dio disse “partorirai con dolore”, ma con una puntura hanno risolto tutto e fare un figlio è ora solo un po' più complicato che andare di corpo. La morte è relegata in edifici di vetro, acciaio e intonaco bianco, e l'infanzia stanca, troppo spesso si trasforma in un io adulto che ha fame di se stesso, e ha perso il grande talento del dono poetico. Soffre solo l'io nella sua fame insaziabile, e questo non lo può cantare una poesia.

E tornai nel cestino dei rifiuti, adagiato su una zuccherosa buccia di banana. I miei occhi ricomposero gli strappi dei fogli e rilessero una poesia di questo uomo appena defunto, ed era tenera, era bella, era fragile e imperfetta, ma era vera.

Ma, mi domandai, se mi ha commosso la poesia di quel cucciolo ... io ... una mosca …

e allora compresi … e fui sgomenta e gioiosa di me stessa. Mi chiesi: “che sia io quell'essere che andavo cercando e che può comprendere tutta la poesia dei viventi?” Estasiata e incapace di tollerare questa rivelazione, corsi come impazzita all'accendino di un anziano signore che stava accendendo una sigaretta ed esplosi la miseria del corpo in una gioia infinita. Rinacqui serpe e poi quaglia e ora sono un uomo. Questa ultima metamorfosi è la più dolorosa, ma ho resistito, e da solo, in un antro di ombra e struggimento, vivo dell'alito divino di tutta, tutta la poesia della vita.


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