venerdì 4 ottobre 2013

Kopf (racconto)


Prima lettera (da Marco)

Ciao K. Ti scrivo perché è accaduto un fatto che non so come definire. Un fatto che la realtà rifiuta. Ma è accaduto. Ti chiedo per favore di venire qui. Penso che ne io ne tu possiamo farci niente, ma è troppo... per me da solo. Se vieni, almeno ho qualcuno con cui condividerne il peso.


Ora cerco di spiegarti. Hai sicuramente presente il giardino che ho dietro casa. Ho sempre desiderato che da rettangolare che è, divenisse quadrato, per poter realizzare certe simmetrie e porre al centro una fontana a vari piani, tipo torta nuziale, con un bel zampillo, per permettere alle tortore e agli uccellini in generale di bere e fare il bagno in pace senza il rischio di essere divorati dai miei due cagnetti che, nonostante i tentativi di educarli, hanno mantenuto un istinto da cacciatori. Il terzo cane, Mafalda, invece, è disinteressato alla caccia. La fontana ce l’ho già. E’ in garage da anni, ma non sopportavo l’idea di porla al centro di un giardino rettangolare. Ho come la sensazione, sicuramente stupida, che l’incrocio delle sue due diagonali, non sia il centro. Due lati sono troppo vicini, secondo me, per poterlo affermare. Nella mia assurda logica solo il centro del cerchio è legittimato a chiamarsi così. Il quadrato quindi è comunque imperfetto anche lui, ma meno del rettangolo.

Con questi pensieri cervellotici mi sono allontanato dalla questione che mi premeva raccontarti, ma così almeno potrai comprendere quanto ci tenessi ad ampliare il giardino, perché questa operazione ha innescato quanto sto per raccontarti. Ebbene. Il terreno che mi servirebbe, ho potuto invaderlo. Nessuno lo reclama e nemmeno lo reclamerà. Il sindaco mi ha consigliato di fare quello che voglio e lui provvederà ad avviare tramite un suo avvocato, per me, la pratica di usucapione, “regalandomi” tutti gli anni arretrati che mancano per essere in regola.

Così è iniziata questa strana avventura. Il luogo oltre il mio recinto era un insieme di erbacce e piante basse e folte. Ho iniziato a tagliarle e le ponevo su un carro che svuotavo più in là in un fossato in disuso. Ad un certo punto, appare fra le piante una massa stopposa, lurida di fango e foglie secche. Riesco a tagliarne alcuni pezzi a fatica. Più sotto la massa si presentava filamentosa, nera e piena di minuscole lumachine bianche e gocce d’acqua. La distesa di questa roba era ben oltre i dieci metri di diametro. Aveva la forma di cumulo tondo e la parte più alta mi arrivava al naso.

E’ stata una faticaccia. Tagliare e tagliare, lentamente, con le lame che perdevano il filo nel giro di poco. Certe volte la massa era talmente fitta che ci voleva il cutter per togliere un pezzo grande come un giornale e dovevo riposarmi spesso. Questa roba, questi scuri fili lunghissimi, più scendevo nello scavo e più diventava soffice e brillante. Pian piano, le piccole lumachine bianche si son diradate fino a sparire del tutto e la massa si è fatta asciutta. E’ curioso che non mi sia fatto domande e nemmeno ne abbia parlato con qualcuno. Mi son dato al mio progetto pensando solo ad estirpare quella roba, con una certa frenesia. La sorpresa è arrivata per gradi. Quando ho raggiunto il livello che poteva avere un’altezza di circa trenta centimetri dal suolo, mi son reso conto che al centro c’era una massa più consistente. Sembrava, al tatto, una pietra con la cima sferica e assai irregolare. Ho finito di togliere tutta quella roba, fino ad arrivare a dare respiro al terreno e ho affrontato quell’oggetto. E’ un caso sai, che non l’abbia divelto con una zappa o un piccone. Ho avuto qualche remora perché ho pensato che si potesse trattare di un reperto.

Col cutter l’ho accuratamente pulito da quei sottilissimi fili neri e l’ho scrostato da muschi e terra sbucciandolo quasi come una mela antica.

Era, anzi è, una testa. Non si trattava però di pietra. Non capivo. Nemmeno legno. L’ho passata con la spugna e col detersivo. Si vedevano i buchi degli occhi e la bocca, Il mento era a circa dieci centimetri dal terreno. Ho provato con delicatezza a muoverla. Si girava a destra e a sinistra ma di poco. Mi dava una sensazione strana, inspiegabile. L’ho osservata un poco e come stile non mi sembrava classificabile in qualche epoca remota, anche se si può affermare che la mia competenza è decisamente indegna di attenzione. Ho scavato delicatamente più sotto per toglierla o per verificare se si trattava di un busto o altro ed ecco la prima sorpresa. Lo so che è impossibile ma credimi. Dal collo partiva, anzi parte, una radice quasi bianca, compatta, dura, umida. Ho proseguito lo scavo e ho visto che si diramava in radici grosse come “braccia” e poi pezzi grossi come dita. Ne ho seguite alcune disseppellendole per un breve tratto. Sono molto lunghe. Ho coperto quella cosa sorprendente che in un primo momento avevo pensato fosse la scultura di una testa, con un secchio. Ho ritenuto opportuno innaffiarla e sono andato a letto. Puoi ben comprendere che non riuscivo a prendere sonno. Per la prima volta, la scoperta di quella “cosa” con la radice aveva frenato la mia frenesia costruttrice. Mi domandavo: “ma può mai esistere una pietra così?” sapevo della mandragora, quella radice che ha una vaga sembianza di corpo umano, ma una pianta a forma di testa chi l’aveva mai vista o anche solo raccontata! La spinta razionale mi ha portato ad immaginare una pianta grassa che ha perso colore e spine forse perché soffocata per anni da quei filamenti che partivano comunque da lei. Che andasse regolarmente sforbiciata? Che l’abbandono da parte di un remoto ex proprietario di quel terreno avesse fatto crescere a dismisura quei filamenti neri fino a rischiare di soffocare la pianta stessa? Forse era già morta?

Per la sembianza umana ho pensato semplicemente al caso che di questi giochetti ne fa spesso.

Comunque non dormivo. Non ci riuscivo proprio. Mi son alzato e ho preso la torcia per tornare ad osservare quella cosa che mi toglieva il sonno.

La prima sorpresa me la diedero Mafalda Tata e Sophie, i tre cani. Dormivano addosso a quell’oggetto al quale in qualche modo avevano tolto il secchio che lo copriva. Si svegliarono e le due cockerine, tata e Sophie, mi vennero incontro assonnate e festanti. Mafalda si limitò a sbattere la coda in segno di saluto ma non si mosse. Mi sedetti per terra. Nel buio, illuminato solo dalla torcia che tenevo in mano, accarezzai la testona di quei quaranta chili di bontà che è Mafalda. Era seria. Mi allungai per toccare quella cosa ed ebbi la sensazione che si fosse mossa. Feci un salto tale che da seduto mi ritrovai in piedi. Avevo i capelli dritti. Lo spavento mi passò perché, il vedere i cani tranquilli mi fece comprendere che mi ero sbagliato. Che quel che avevo provato era impossibile. Mi sedetti di nuovo. Dopo circa dieci minuti Mafalda si alzò. Andò a fare pipì. Quella cosa era lì, nel buio con Tata e Sophie addosso sul lato opposto al mio. Illuminai con la torcia e mi scappò un urlo dalla parte più profonda di me, quella parte che solo l’ora della morte può risvegliare.

Aveva gli occhi aperti. Mi guardava.

Non corsi in casa. Furono le gambe a farlo. Avevo il cuore a mille. I cani invece, spaventati per il mio urlo, si alzarono abbaiando. Perlustrarono la zona intorno al loro giaciglio e tornarono a stendersi appoggiati a quella cosa. Dopo un’ora, ritrovai un po’ di coraggio tornai e vidi i cani che gli dormivano addosso e me lo rendevano invisibile.

Tornai a casa che era l’alba. Quegli occhi ormai, veri o illusori che fossero, li avevo dentro. Non ho visto in fondo uno sguardo umano, normale, ma solo il bianco e due puntini neri. Mi ha poi sfiorato il sospetto che quella massa filamentosa che fino a poco tempo fa lo ricopriva, fosse la sua annosa capigliatura. Anni di crescita? Quanti? Chissà. Mi era però più comodo credere di avere avuto un’allucinazione o pensare che la torcia avesse prodotto, con un mio movimento impreciso, dei riflessi che ho frainteso.

Mi son preparato un caffè e ho mangiato qualcosa. Calma! ci voleva calma. Ormai mi ero ricreduto. Avevo visto male. I cani erano tornati da quel luogo per reclamare la colazione. Stavano intorno a me giocosi come sempre. Era una mattina come le altre.

Presi coraggio dandomi dello stupido e tornai là. Lo vidi. Immobile. C’erano anche i cani che gli si avvicinarono scodinzolando. Mafalda gli diete un leccotto. Si mosse. Dio mio. Si girò verso di me. E sorrideva. 

Questa volta non sono scappato. Gli chiesi con finta calma “chi sei”. Piegò ripetutamente il collo in avanti con una movenza sgraziata ma decisa. Mi avvicinai di più e mi sembrò che volesse prendere con le labbra un bastoncino. Glielo porsi. Le labbra lo afferrarono e lo mosse in direzione della terra smossa sotto il suo mento. Ebbi la sensazione di comprendere. Cercai un bastoncino più lungo. Glielo mostrai, lasciò cadere quello che aveva e lo prese, poi con la palma della mano spianai la terra proprio davanti a lui. Scrisse una lettera dell’alfabeto, una enne. Cancellai e ne scrisse un'altra. Questa volta una o. Andammo avanti così fino ad ottenere una frase di senso compiuto. Alla domanda “chi sei”, aveva risposto, “non ricordo”. Si era fermato. Mi osservava. Poi riprese a scrivere. Mi chiese “e tu?”

Ci pensi? Quella “cosa”. Quella testa legata ad una radice si era educatamente presentata e mi aveva pure chiesto chi sono. La guardavo sconvolto.

Riprese a scrivere e compitò “buongiorno”. Ci credi se ti dico che tornai a casa, mi cambiai e andai dal medico? Non gli raccontai niente. Gli dissi “sto poco bene”. Mi chiese “cosa ti senti”, risposi che non lo sapevo e lui, perplesso e solerte, mi visitò. Per lui ero sano. Gli ho chiesto di prescrivermi un check up completo. Mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto “Vai a casa, sei sanissimo come al solito”.

Ero rassegnato. Dovevo fare i conti con quella cosa e poiché chiamarlo “cosa” lo trovo brutto e lui non mi ha dato un nome poiché dice di non ricordare, ho deciso di chiamarlo Paolo. Si chiama quindi, da ora in avanti, Paolo. Paolo non è una cosa.

Ma si tratta forse di una razza estinta? Dio mio. Non so cosa pensare. Linneo non mi aiuta. Darwin cosa direbbe? Beati loro che non ci sono più. Tocca a me e a te, ora. Vieni. Su, sbrigati. Dammi una mano.

Ciao





SECONDA LETTERA da Marco, spedita due giorni dopo.

Preferisco scrivere lettere e non inviare e mail o telefonare. La posta è obsoleta e forse per questo, meno controllata e quindi più segreta.

Non voglio, almeno per ora, diffondere la notizia.

Per un caso come questo le parole “sensazionale”, “incredibile” e “sconvolgente” sembrano e sono le più appropriate, ma mi accorgo che è così solo quando si racconta o, come sto facendo ora, si scrive una lettera. Quando lo vedi. Quando vedi Paolo, passata la prima paura, ti ritrovi pervaso dal senso del reale e niente ti sembra strano. Non puoi sentire l’incredibilità che ti trasmette uno scritto o un raccontare perché Paolo è li. Non è strano che abbia la bocca ma non riesca a parlare? No! È evidente che non può. Non ha i polmoni! Sorride spesso, anche se un qualcosa di grigio, di triste, sul suo viso si legge sempre. E comunque per me è più stupefacente ormai del suo stato fisico, quel che mi ha raccontato.

È comprensibile ora perché non desidero, almeno per ora, diffondere la notizia della sua esistenza? Mi parla. Dice cose interessanti. Voglio capire. Per me è prima di tutto un caso umano, e la scienza a questo aspetto non è interessata. E poi immagina le televisioni e tutto quel ciarpame che chiamano mass media che con la scusa del diritto all’informazione non rispettano nessuno. Diverrebbe un fenomeno da baraccone.

Per ora, finché ne ragioniamo noi, potrebbe anche evolvere in un caso umano. Anzi, per me è un caso umano.

Torniamo al fatto. Quando son rincasato dal medico mi son recato da Paolo. Era l’ultimo tentativo per sincerarmi che non si trattava di una allucinazione.

Ebbi la conferma e ne accettai l’evidenza. Era là, e mi sembrava che non se la passasse bene. Era sotto il sole di mezzodì. Per una testa che era stata chissà quanti anni sotto i suoi capelli in quelle condizioni, doveva trattarsi di un supplizio. Presi il carro e lo posizionai sopra di lui. Mi sorrise sofferente. Lo bagnai e versai abbondante acqua nel terreno. Dal labiale colsi qualcosa che considerai un ringraziamento. Gli chiesi “hai fame?” Compitò col bastoncino “ho già fatto” “ma cosa?” gli chiesi. Mi disse che bastava l’acqua e compresi che il resto lo facevano le radici bianche e ben diramate.

Immagina la scena. Io che non mi sono nemmeno tolto l’abito buono e sono steso sotto al carro e dialogo con “lui”.

Quell’essere assurdo, è umano! Pensa. Nonostante la sua situazione non si è minimamente commiserato. Nel pomeriggio ho fatto una enorme cassa di legno per ripararlo dalle intemperie. Ho studiato tanto e alla fine è venuta una comica cuccia stile Snoopy con un'entrata per lato, chiudibile da porticine asportabili. Ci sarei stato dentro anch’io, seduto, passando dal tetto, che incernierato, si poteva aprire. E poi escogitai un lacciolo che, legato alla nuca, portava sul naso di Paolo un bullocino nel quale si può incastrare esattamente un gessetto.

Gliel’ho provato la mattina seguente, ovvero il giorno che vedi segnato sulla lettera. Ho preso una lavagnetta e abbiamo sperimentato. Ora, io la tengo stretta e la muovo lentamente verso destra e lui riesce a scrivere anche una parola intera! Ho intenzione di preparare anche una specie di reggi-lavagnetta sì da essere impegnato solo quando devo cancellare. Si va spediti. Ci conosciamo già meglio.

Eccoti quel che ci siamo detti.

Quando ti ho chiesto come ti chiami hai risposto non ricordo. Devo dedurre che l’hai dimenticato?” mi rispose “non lo so. A stare fermi così si perde il senso del tempo”.

Questa risposta è per me, stupenda. Ti rendi conto delle sue implicazioni? Chi è immobile non vive nello scorrere del tempo come chi invece si muove. Per lui esiste solo il presente e in fondo anche quello si annulla nella sua brevità. Se sei nelle sue condizioni e poco prima ti sei mosso, questo dato, dopo tanta immobilità, non sai più collocarlo. È accaduto si, che ti sei mosso, ma forse non sai più nemmeno se è accaduto a te e non sai nemmeno se è accaduto nella mente o nella realtà. Ma ti rendi conto? Lancio un sasso. Solo in quell’istante il sasso sente il fulmine del tempo, lo comprende. Quando il volo è terminato ripiomba in un presente che ha una memoria che non è più sua, ma del mondo. E’ emozionante. Si può forse dedurre che ciò che siamo stati e quel che abbiamo fatto, diverrà capitale dell’universo? E noi, resi immobili per chissà quale motivo....ma cosa sto dicendo! Nell’universo conterà, alla fine, solo il pensiero. La materia si consuma. Solo il pensiero resta. No. Non temere. Non cerco surrogati dell’eternità come nella religione. Per noi cozza col razionalismo. Lui, Paolo, invece è lì e non come le divinità che mai le vedi. Ho capito che ricorda, ma non sa dire se sono ricordi suoi. Sono io che elaborando, collego, faccio, disfaccio e credo, forse erroneamente, di dare un ordine temporale al suo ricordare.

Non gli ho spiegato le mie deduzioni ma ho continuato a chiedere.

Ma sei una pianta o un essere umano?”

sono un uomo”

“”e come spieghi la radice?”

quale radice?”

ero stupefatto. Non osavo spiegargli la sua situazione. Volevo prima capire come si percepisce. Gli dissi. “Come mi vedi? Ho gambe , braccia eccetera. Tu come ti vedi?”

o bella! Mi vedo come sono.”

e come sei?”

come te”

va bene. allora andiamo in casa e ci facciamo un bel caffè!”

si fece prima pensieroso e poi sorrise. “Ho capito” mi disse, “le teste cadono”

cadono?”

non lo sai?”

no”

io lo so”

e perché cadono?”

questo non lo so”

e come fanno a cadere?”

cadono e basta”

le tagliano?”

no, Almeno non sempre e non nel mio caso”

sembra che su tante cose tu ne sappia più di me. Spiega per favore come mai sei li”

ti dico che non lo so. E’ rotolata”

e poi?”

e poi era tutto così bello. Davanti a me c’era erba soffice e fresca. Tulipani. Era tutto bellissimo”

e poi sono cresciuti i capelli?”

si. E la barba”

stavi caldo?”

non lo so. Ero sotto una coperta immensa. Assopito. Quando non usi più le orecchie e gli occhi, tutto si ferma. Senti di esistere ancora per un po’, poi dimentichi anche quello”

ti dispiace che ti ho trovato?”

può piovere. Esserci il sole. Puoi trovarmi. Va bene. Va tutto bene, anche perché diversamente non può andare”

i cani ti coprivano stanotte. Avevi freddo?”

si. Un po’”

ti coprirò con qualcosa”

no”

perché?”

il freddo. Il caldo”

si. Il freddo e il caldo. Ti danno fastidio mi sembra”

no. Sono. E devono andare così. Non è niente”

oggi a mezzogiorno avevi la faccia sofferta”

col sole chiudo gli occhi. Se mi parli cerco di vederti e non è facile. Tutto qui”

va bene, ma ti lascio riparato. È meglio così”

no”

e perché? Non capisco”

il tramonto”

lo vuoi vedere?”

si”

e non ti manca l’alba?”

l’ho dimenticata”

è dietro di te tutti i giorni”

non per me”

Ebbene. Cosa ne dici? Non è stupefacente?

Mi raccomando, non cercare di comprendere. Non è il caso. Facciamolo alla fine. Per ora si deve ascoltare e basta.

Ho cercato anche di capire cosa stava facendo quando la testa si è staccata.

E quando si è staccata. Posso dirlo? Quando hai perso la testa?” sorrisi, “cosa stavi facendo?

non ho perso la testa. Sono qui”

oh. Scusa. Hai perso il corpo. E cosa stavi dunque facendo?”

tornavo”

e da dove?”

non ricordo”

r sforzati un po’”

un incendio”

un incendio dove?”

non ricordo. Penso che l’incendio non fosse nei boschi. O nelle case”

era dentro di te?”

non ricordo. Ricordo un incendio”

vedevi le fiamme?”

no. Le sentivo”

le sentivi come?”

non lo so”

Vedi, caro amico. Questa strabiliante avventura si fa umana. Noi abbiamo perso, grazie alla razionalità che forse è un poco superficiale, la possibilità di percepire “cose” più vaste. Ti faccio un esempio. Sono seduto in un antico parco. Il Discobolo di Mirone di fianco e davanti, in mezzo ad una fontana, una statua di una donna bellissima che fa il bagno. Una Diana o una Venere. Decidi pure tu. Io mi alzo dalla panchina del parco e me ne vado dopo un’ora. Quell’ora per il Discobolo e la donna è un attimo impercettibile. Per me la loro immobilità è totale. I miei sensi non sanno registrare altro. Ora immagina una mente che vive non eternamente, ma molto più di me e di te, che ci mette per esempio un secolo a dare un morso a un panino e tutto il tempo della mia vita sommata alla tua, per mandar giù il primo boccone. Lui potrebbe vedere il Discobolo che lancia e la donna che si lava. Noi, con una vita che dura un attimo cogliamo solo il fotogramma singolo, immobile. Pensa anche che il discobolo non vedrebbe l’acqua della fontana, quella che vediamo noi, ma un’altra acqua, più intensa e minuziosa che nel suo passare sulle cose saluta una ad una tutte le molecole, gli atomi, i quark. Io e te, vediamo solo le statue.

So che si tratta solo di un gioco del pensiero, ma cerca di seguirmi. Intendo dire che se Paolo lo consegno alla scienza, lo incarcero in una logica che per la prima volta oggi, grazie a lui, mi sembra limitata. Anzi. Per la seconda, perché Dio è il dubbio più grande di tutti. Ecco cosa voglio dire. La scienza non ha anima. Io si. Non chiedermi cos’è. Non te lo saprei spiegare, ma quel che, per esempio, ho dedotto forse più per desiderio che per razionalità, dalle parole di Paolo, è una definizione di anima del mondo. La somma di tutto il nostro pensato e del vissuto!

Noi, vivendo, costruiamo un frammento di quell’anima che è quindi un divenire, e il senso della vita, penso, a questo punto sta nel tendere alla completezza della Grande Anima del Mondo

Ciao sfaticato! Fatti sentire. Ho bisogno.


-------------------------------------------------------------------------------------------------------  


TERZA LETTERA. DI K.

Ciao Marco. Ho letto or ora le tue due lettere. Scusa se non ho risposto prima ma è capitato che ho trovato lavoro. Un fatto positivo, se non fosse per un particolare che mi è accaduto e che ti racconterò in queste righe.

Devo anche aggiungere che le tue ultime lettere mi son arrivate insieme. Succede. Non è una scusa per farmi perdonare il fatto di non avere risposto alla prima. La tua lettera era talmente “bella” che non avrei resistito a farlo nonostante sia assillato, come ti dicevo poco prima, da un fatto che può esser definito a dir poco strano.

Andiamo per gradi. Parliamo prima della tua “faccenda”.

Se poche righe più sopra ho scritto che la prima lettera è bella, ponendo questo aggettivo fra le virgolette, è perché la ritengo un parto letterario eccellente. D’ora in poi, mi riferirò alle due lettere come se fossero una sola. Vedi, caro amico. Ho sempre immaginato che il tuo senso estetico prima o poi avrebbe dovuto trovare uno sfogo. E’ accaduto. E’ stata un’esplosione. Mi piace. Di solito, il tuo pensiero è strozzato da troppo razionalismo. Per te un oggetto è bello o perché fa parte del tuo passato come ricordo, o perché l’hai studiato ed è entrato a far parte del tuo bagaglio culturale. Per te per esempio Mirò è Mirò e non si discute, non perché l’hai pensato, ma per il fatto che l’hai dovuto studiare e memorizzare. Atteggiamento tipico questo,

di chi ha dedicato troppo tempo a cicli di studi ufficiali e non ha mai gustato, una volta terminati questi, l’anarchica libertà di trovare, nelle testimonianze degli altri, nel caso della bancarella di libri usati o, anche per esempio, dall’antiquario che son strategie per mandare in crisi quanto dello studio abbiamo acriticamente accettato. Ho comunque sempre avuto un’ottima opinione di te. Se ti sei comportato così è perché la tua famiglia d’origine aveva regole per tutto e te le ha trasmesse. Per te in bagno si usano tre strappi uniti, di carta igienica. Non uno di più. Non uno di meno. Passi il lasciarsi andare all’abitudine, ma quella volta in montagna che la carta era finita e ti diedi i fazzolettini, dopo, avevi la faccia stranita di chi aveva fatto qualcosa che può turbare la ciclicità dei pianeti.

Di questo parlammo e ammettesti, anche se controvoglia. Ricordi l’idea di tuo padre che il volume in uno stereo deve sempre essere fermato, sul display, solo ai numeri pari? E ti diceva perché così i due altoparlanti possono dividersi senza problemi il suono? Dicesti a tuo padre che si può dimezzare anche un numero dispari e io vi feci notare che da ogni cassa esce la medesima quantità di suono e quindi l’idea della divisione non ha senso. Lui non ci rispose e continuò così. Tu, tutt’ora, lo fai e mi hai detto l’ultima volta che ormai hai la sensazione che i numeri dopo la virgola siano una granulosa patina di sporco e invece, sul piano inclinato del suono, perfettamente liscio grazie ai numeri pari, la musica ti sembra che scorra meglio. Ti proposi di chiudere gli occhi e di lasciarmi regolare il volume. Se eri in grado di distinguere il suono, dispari da quello pari, avevi ragione tu. Come tuo padre, cambiasti argomento ma non il comportamento e se sei in macchina con me e ho messo inavvertitamente la musica regolando il volume, come faccio di solito, basandomi sull’ottimizzazione dell’ascolto, cerchi, con sobrietà, di aggiustare al numero pari più vicino. Facci caso. Non hai mai un numero dispari di calzini o indumenti in genere, in valigia. Ormai forse, non te ne rendi nemmeno più conto. Capisco quindi il tuo assillante desiderio di avere un giardino quadrato. Il cerchio e il quadrato sono armonici, quindi è come se fossero pari. Il triangolo è appuntito e lo odi letteralmente. Il rettangolo è quindi un quadrato al quale è stata tolta una fetta di armonia…

Mi raccomando. Non temere. Come ti dico spesso, di te ho comunque un’ottima opinione. Nessuno è perfetto e tu, che mi accetti da sempre per quel che sono, e sono pienamente consapevole che non è una cosa semplice, meriti di essere accettato già solo per questo dono che è assai raro. Spesso la gente è abituata a non cogliere la differenza, che non è una sfumatura, fra l’essere sopportati e l’essere accettati, e forse agiscono così per comodità, per consumare meno cervello. Questa gente, dicevo, non sarà mai in grado di cogliere il valore di quel che offri. Io, modestia a parte, e quei pochi amici che condividono con noi questa sfumatura, siamo in attesa di momenti creativi e contemplativi e ci accettiamo così come siamo. A te è toccato in sorte ora, un momento creativo e a me, per ora quello contemplativo che non esiterò ad estendere con piacere alla tua opera letteraria.

Cosa mi piace della tua idea.

Il ruolo degli animali.

Il fatto è irreale. Impossibile. Comunque sia, nella tua idea, i cani, la voce della natura, accettano invece immediatamente quella testa. Pensa, in fondo non hai fatto altro che realizzare concretamente il concetto di “testa di rapa”! scherzo…..e insisto. Mi sembra una buona idea. Mi sorprende comunque che tu, che identifico col protagonista del tuo scritto, e che sei il più autentico esemplare della razionalità che sfocia fino alla maniacalità, riesci ad affidarti alla letteratura che spesso usa la razionalità solo come un contorno o per organizzare materiale apparentemente assurdo.

Tu comunque, nella finzione letteraria come nella vita, se non comprendi, non accetti. Non importa e non basta che i sensi diano un certo dato, anche se assai strano. Sei in grado, paradossalmente, di negare un’evidenza, poiché ti è stato inculcato il concetto che certe cose non possono esistere. Il senso della “normalità”, nonostante l’assurdità dell’evento, lo senti per esempio, quando la mattina, i cani, come se niente di sconvolgente fosse accaduto, vengono da te per fare colazione. E poi, a livello intuitivo, il fatto che lo scaldino la notte, che ci dormano insieme, porta a far calmare il protagonista quando questi ha per la prima volta la sensazione che quella “cosa” si sia mossa. Ovviamente dopo, a sangue freddo, vince la realtà che dimostra di fatto che la razionalità non sa essere elastica, non sa essere altro che un ostacolo, un limite per chi è limitato da schemi ed essa è in fondo uno schema di pensiero che ti dice e impone cosa puoi o non puoi accettare. Ed infatti oggi è così. Ci sono eventi che possono accadere e altri no ma non nella realtà, nella quale eventualmente accadono.... Se quelli che si son definiti fatti impossibili accadono, si negheranno e basta perché scardinare un’insieme di regole che in fondo son certezze e fanno così bene alla nostra voglia di abitudine, scardinare un’insieme di regole e ricomporle adattandole alla nuova evidenza, è assai faticoso. Ne seppero qualcosa Galilei e Giordano Bruno, solo per citare due dei più celebri e anche il Nobel per la chimica del 2011 che si è visto regalare libri di cristallografia quando propose un'evidenza sperimentale che per anni non fu accettate....e lui con essa.

Mi piace anche il dialogo dell’incendio. Bravo! Anzi, senza ombra di dubbio è la parte migliore.

Me l’hai inviata in forma di lettera senza dirmi all’inizio che si trattava di un’invenzione. Buona anche questa idea. All’inizio ho seguito le tue avventure giardinesche calato nel comune senso della realtà e pian piano, ho realizzato che stavo entrando in un racconto. Non so cosa dirà la critica e non so nemmeno se ti interessa che parlino e preferisci forse, e ti basta, “vedere l’effetto che fa” su qualche amico fidato e che eventualmente si è guadagnato la tua stima. Perché mi stimi oltre ad accettarmi. Non è così? Non rispondere. Non ho bisogno di essere rassicurato ma di farti sapere che, se questo era il tuo intento, ovvero riconfermare la stima che riponi in me inviandomi per primo, il tuo primo parto letterario, questo è stato recepito e apprezzato in pieno.

Non mi sarei mai aspettato che una persona come te avrebbe potuto approdare alla letteratura.

Le scuole e la tua minuziosa famiglia e più di tutto l’università, hanno rovinato le tue capacità che in fondo dovevano preesistere ad esse, visto che sono riaffiorate. Oppure. Si, oppure ti è accaduto qualcosa che ha radicalmente modificato la tua esistenza!

Ti sei per caso innamorato? Spero di no. Per lei ovviamente. Sei eccellente come amico perché ti “prendiamo” a piccole dosi, ma se esiste una lei penso che sia una martire di prima qualità. Non è ironia. Sai che la penso esattamente allo stesso modo per quanto riguarda il mio caratterino. Sia io che tu, siamo approdati ad un’età, nella quale, se qualcuno entrasse nella nostra quotidianità in modo stabile, creerebbe disordine, ci infastidirebbe e, perché no, diciamocelo, ormai un poco ci farebbe paura. Aggiungo anche un altro particolare. Tu hai preso prima Mafalda, salvata dalla soppressione, e poi gli altri due cani, e secondo me, un possibile vuoto affettivo l’hai riempito e ora con una donna, soffriresti di più il disturbo che arrecherebbe ai tuoi ritmi minuziosamente calcolati (ricorda i numeri pari, le paia di calzini in valigia, il fastidio che ti dà il rettangolo ecc.) che il piacere che può indubbiamente portare, e lo sai che non mi sto riferendo solo al sesso.

Io invece, attendo in solitudine lampi di bellezza come unico segno di un senso vitale e son certo che anche dalla donna, ma contemplata e non vissuta, possono giungere.

Mi sento in dovere, a questo punto, di spiegarti due cosucce. Primo, una mia idea della differenza fra mentalità maschile e femminile e secondo, il perché non ho una gran stima dei tuoi studi filosofici.

Una mezza idea della seconda spiegazione ce l’hai già. Lo so. Lo sapete. Ma mi fa bene dirlo e impreco spesso in proposito. Cosa esiste di più sano, in fondo, del parlar male degli altri quando si ha pure ragione? Anche se questi “altri” spadroneggiano nella quotidianità e noi, gente come me e te, come grossi gatti, ci limitiamo a meditare sul cuscino del divano mentale, intessuto di pensiero, di quello vero! Va bene. Poiché mi son lasciato andare, inizio dalla seconda. Dalla filosofia. Tu caro amico, abiti in Italia. L’università, da te, è corrotta. Anzi. Di più. Siete al punto che scrittori dozzinali possono immaginare trame di tutti i tipi, eccedere in tutte le direzioni, senza incorrere nel rischio di essere considerati fantasiosi o esagerati.

Ci sono penne banali che ritengono che un fatto narrato debba sembrare reale per essere gradito al pubblico. Non si rendono conto che l’invenzione invece, può rappresentare la realtà in modo più forte e inequivocabile della realtà stessa.

Ti offro qualche esempio. La Metamorfosi di Kafka. Un uomo si sveglia la mattina e si ritrova ad essere identico a come si sente. Geniale. Per quel che riguarda la pittura invece, pensa per favore un attimo solo agli autoritratti di van Gogh. Prima di lui lo stato d’animo traspariva dallo sguardo o dal gesto o da ambedue insieme. Con lui, ne è pervasa l’aria. Quelle pennellate azzurre vibrano come il suo sguardo, come quell’uomo che si specchia ritraendo appunto se stesso non solo nel volto. Il cuore vibra? Ebbene, vibrerà anche l’aria che lo circonda esattamente come la caduta di un ramo nell’acqua. Il ramo non lo vedi solo nella caduta, ma si amplifica, si espande in piccole onde concentriche. In van Gogh vibrano le case, gli alberi, gli iris, le stelle.

Mi son reso conto che ho divagato ma ora che ti sei trasformato in un letterato, quel che ho appena detto potrebbe venirti utile.

Torniamo alla filosofia o alle scienze umanistiche che poi, nonostante la forzatura terminologica, scienze non sono. Fanno solo danno! Per esempio le categorie. Leggiti “Maigret e il barbone”, ma prima di farlo guarda quel volumetto. E’ giallo. Pensi quindi che sia un “giallo”, rinforzando l’informazione dal fatto che il titolo ti rivela che il protagonista è il celeberrimo commissario Maigret. Ebbene. Non è un giallo. E’ un capolavoro e non merita quella etichetta che è assai riduttiva. Le categorie servono per trovare o collocare gli oggetti, per riconoscere le specie animali, per essere certi che se hai mal di denti si possa chiamare la persona giusta. Ma nelle espressioni artistiche! Nella grande letteratura! nella grande musica! Li, dio mio, non deve accadere. Si tratta di un “recinto” nel quale ci si inoltra senza costrizioni e l’unica misura è la nostra sensibilità.

Potresti ora obiettare che non sto parlando di filosofia. Ebbene arrivo al punto. Alcuni scrittori son filosofi, alcuni filosofi son scrittori. E così alcuni compositori e alcuni pittori. Io preferisco pensare così. Mi sembra più corretto, umano e grandioso:

il filosofo, attualmente, produce un pensiero razionale quindi è un poco uno scienziato. Lo scrittore non rinuncia, non è in grado di rinunciare, alla sensibilità, al suo passato personale e non solo. Nulla in lui è veramente oggettivo. E il contatto valido non avviene solo coi sensi. Leggi Platone, Montaigne, Musil, Marquez, Proust e tanti altri. E’ banale definirli filosofi e riduttivo definirli scrittori. E poi, facci caso. Ogni scienziato la cui visione del mondo sia stata sorpassata, esce dal libro delle scienze e passa in quello della filosofia. Categorie categorie categorie. Il risultato è la rigidezza. La stitichezza mentale…. La cultura, quella vera, è un immenso edificio con una porta d’entrata e un’unica immensa stanza al suo interno. In essa esiste un solo ambiente, senza confini. Immagino che l’interno sfumi pian piano ad un centro impercettibile quando non ci sei dentro e che, invece, una volta in quel centro ci sei arrivato, ti fa vedere tutto con altri occhi. E’ lo spazio delle espressioni artistiche. Qui tutto è mescolato e si armonizza in modi diversi a seconda delle epoche, sottolineando anche il malessere, il limite, che ogni opera non può non contenere.

Immagino questo edificio. Entri. C’è di tutto e si inizia un percorso per ognuno diverso, che in tutto va a parare, di tutto si nutre. Arrivi poi al punto centrale che ti ho detto e nel quale immagino che l’aria è meno densa, più cristallina. Una sfera che non si vede, non si tocca, non è più fredda o più calda e non ha odore. Ma quando ci finisci dentro con la testa tutto quel che hai accumulato nel tuo viaggio, diviene sensato. Non è detto sai che si tratti della luce di una rivelazione positiva. Anche l’oggetto interiore negativo, l’angoscia, deve assumere comunque una sua forma! Ricordi per esempio il film “Alien”? l’attesa principale per lo spettatore consiste nello scoprire quale forma avrà il male. Come si rivelerà. Giger, ha fatto un bel mostro, ma il male profondo, e penso che lui, Giger, lo sappia, non ha un aspetto per gli occhi. Si tratta di una sensazione raggiunta. Di un attimo di lucidità lacerante. E non lo si può trattenere o rappresentare e quindi forse era meglio che in quel film il mostro non divenisse reale ma rimanesse immaginario. Dopo, si rimane con il ricordo di quella sensazione. Un’Ombra. E’ questa che trasmettiamo. E’ questa che brilla nell’opera. Per esempio nel breve e perfetto studio opera otto numero dodici di Scriabin come nella prima sinfonia di Mahler o nel suo Adagietto o nel racconto “L’avvoltoio” o “Ne la Colonia Penale” di Kafka o in “Bartleby lo scrivano” di Melville o in alcune struggenti poesie di Celan. Noi fruitori quindi scopriamo, per mezzo dell’opera, l’esistenza dell’Ombra. Se decidiamo poi di recarci dentro a quell’edificio ed iniziamo ad accogliere in noi di tutto, selezionando si, ma senza barriere artificiose, solo se ci avviamo, potremo “sentire” con occhi interiori per un attimo, ma non è certo......., l’immagine che quell’ombra produce.

Di più alla vita non è concesso.

Il resto è carne.

Ti ho scritto questo pensiero di getto. Ora che hai scritto con ambizioni letterarie, devi aver ben chiara qual è la possibile meta del tuo nuovo agire.

E ora quel che era il primo punto e che è diventato secondo e riguarda la donna anzi, per essere precisi, la mentalità femminile!

Quel che ti dico, forse al primo impatto potrà sembrarti una banalità e invece per me è fondamentale e per favore, ricorda sempre che è analizzando piccoli gesti, a volte una sola parola, che si scopre un mondo.

Immagina ora un padre di famiglia seduto sul divano di casa coi figli. Rincasa la madre. Sentono girare la chiave, vedono la porta che si apre e la vedono concretamente. In quell’istante lei dice “sono qui!” Eventualmente trafelata e oberata da borse e pacchetti. Il marito risponde “lo sappiamo!”

Analizzare questa scenetta che si ripete miliardi di volte nella quotidianità, rivela più di quanto l’ordinary people possa immaginare. Soffermati un poco e poi deponi questa lunga lettera. Immagina. Prendi tempo. Pensaci e poi lascia perdere per un po’ e prova a fare che so', per esempio una passeggiata o qualcosa che distragga la mente, e poi torna a casa. Il foglietto che avrai lasciato sulla porta con una sigla strana che equivale al celebre nodo al fazzoletto, ti riporterà a meditare di nuovo e a mente fresca, su quella situazione. Spesso, almeno per me, non è il pensare in sé che rivela, ma questo sforzo ripetuto, inframmezzato da periodi dedicati ad altro. Nasce per esempio così quel miracolo che chiamiamo intuizione.

Ti dirò ora quel che ho dedotto. L’enigma, per me che sono un uomo, è il seguente. Perché la donna, la cui presenza è già stata compresa mentre girava la chiave e poi letteralmente vista proprio con gli occhi, il più inequivocabile dei nostri sensi, dice “sono qui” ? Che senso ha dirlo poiché la sua presenza è già indubbiamente certa?

La risposta “Lo sappiamo” del consorte, sottolinea l’aspetto ovvio e non necessario di quel “sono qui” e mal cela un sottile rimprovero che si dissolverà non in una risposta o in un atto di comprensione ma, come accade troppo spesso nella vita, in un’azione successiva e poi in un’altra e un’altra ancora mantenendo irrisolto questo momento. In questo caso immagino un marito civile e dei figli educati e tutti aiuteranno la mamma alleggerendola di sporte e pacchetti eccetera.

Fermati di nuovo. Prova a dare tu una risposta. Fatto? Eccoti ora la mia.

La donna non compie un atto inutile dicendo “sono qui”, ma rafforza l’attimo che la famiglia sta vivendo elevando di un grado la sua forza emotiva positiva e fa “sentire” in modo più profondo quel momento che si fa collettivo, familiare. Dà un colore, un calore più completo. La razionalità maschile anzi, per essere esatti, il suo, spesso esagerato, senso pratico, inciampa in questo gradino, non lo comprende. Non comprendendolo, non può accettarlo e lo giudicherà di conseguenza un atto superfluo.

Una parentesi.

Fai caso che si tratta anche della situazione tua con i cani e quella testa nella tua bella finzione letteraria. I cani, emanazione in questo caso dell’entità femminile ( e infatti son tre “cane”...), accettano e di conseguenza rinforzano e guidano certi comportamenti del protagonista. Tu, ormai un poco educato da loro, vinci la tua angoscia razional pratica accettando il responso in grazia della mediazione del loro comportamento anche se, di fatto, questo rimane per te un evento inspiegabile.

Chiusa parentesi

L’uomo e la donna, in senso generale, devono svezzarsi a vicenda. L’uno essere più femminile, l’altra più maschile. Ti garantisco che la virilità non ne soffre. Ne guadagna invece enormemente la possibilità di relazionarsi positivamente poiché nella relazionalità appunto, una dimensione emotiva esiste sempre e trascurarla equivale ad annichilire la relazione. Anche se, in questa epoca follemente egoistica, mi vien da temere che chi comprenderà l’importanza di questa sfumatura, possa decidere di sfruttarla come un’opportunità di affermazione in più per il proprio ego.... In grazia di questo timore, ti chiedo espressamente di tenere per te quanto ti dico, se ti sembra almeno un minimo interessante. Dobbiamo fare come le corporazioni medievali, ovvero celare quei segreti che possono fare la differenza, perché gente come me e te li userà, ne sono certo, nella direzione giusta. Evitiamo tutto quanto possa alimentare l’aggressività e di conseguenza il suo trionfo, l’egocentrismo!

Torniamo a noi. Se non accade che i coniugi del mio esempio comprendano il senso riposto di quell’agire dell’uno e dell’altro, si avrà un armistizio continuo nei piccoli e grandi momenti del rapporto, contraddistinti dalla gestione emotiva attuata dal femminile. Si potrebbe avere anche la resa dell’uno o dell’altro oppure…i fuochi d’artificio.

Ti offro un esempio di come un uomo, potrebbe migliorare!

Immagina il figlio che dovrebbe studiare in camera sua. Il padre apre la porta. Di fatto intende controllare se il figlio sta studiando davvero. Il figlio sarà sempre, anche solo per un infinitesimo, teso, poiché, al di là del fatto che stia realmente studiando, non avrà la certezza di rappresentare, ad esempio con la positura del corpo, forse troppo rilassata e che potrebbe non dare l’idea di uno sforzo mentale, o l’inclinazione dubbiosa del collo, non abbastanza pronunciata, l’atteggiamento che il padre considera consono a quella attività…. Può anche accadere che il ragazzo abbia la sensazione, anche solo per il fatto stesso che l’atto dello studio, si attua nella quasi totale immobilità, di non comunicare un bel nulla e che quindi senta la necessità di elaborare un supplemento, un’azione appunto non interiore come il pensare, e ad esempio giri, anche se non è il momento, la pagina del libro, proprio quando la piccola tensione causata dall’inquisizione paterna pesa di più. Oppure prenderà la matita e sottolineerà qualcosa, tanto per fare. Esattamente per trasmettere il messaggio che la situazione troppo immobile sembra non invitare a cogliere.

Ebbene. Se il padre razional praticone, secondo me, si limiterà ad osservare tacendo e, non visto, poiché la porta la immagino alle spalle del figlio, chiuderà la porta e se ne andrà, il ragazzo avrà o no la sensazione di aver soddisfatto le attese? Non è detto. Anzi. Secondo me un micron di malessere si adagerà come polvere su quelle pagine rendendole più pesanti. È il peso del dovere che prende forma in un monito non chiaro e diviene negatività, quando lo studio invece dovrebbe essere aria nuova che entra nel cervello! In più il gesto può essere inteso dal figlio, se esso vi è stato predisposto, come un frammento di un sempre sgradito autoritarismo.

E se invece il padre dicesse qualcosa? Anche una banalità del tipo “Bene! sembra che stai studiando” confermando come faceva la madre entrando in casa, un fatto apparentemente possibile, non otterrebbe un risultato diverso e sicuramente migliore? L’atteggiamento puramente razionale è un vento freddo che copre i pensieri rendendoli più rigidi. Ecco il punto. Non mi interessa solo la giustezza o meno dell’agire, ma anche il suo risultato......

Eccoti servito. Ecco perché, se uno come te si è messo una donna in casa, deve sperare che sia un’arrendevole santa, perché tu non tolleri, non sopporti quel che non è al suo posto o che non “gira” secondo le tue regole, spesso giuste solo per tradizione avendo tu, come per la fissa dei numeri pari, perso di vista un motivo coerente che dovrebbe situarsi alla base di esse ma che di fatto non sussiste che raramente.

Anche la storia del fare, legato al concetto di tradizione sai, ha le medesime tue fragili basi. La gente spesso fa e ritiene che sia giusto fare perché così è stato fatto in precedenza, anche se questa motivazione non può certo essere considerata valida. Si può per esempio, uccidere perché si è già ucciso? Caino ha iniziato, ma non è il caso di continuare…..

Dopo queste spiegazioni del rapporto uomo-donna, ti sarà facile comprendere che secondo me non ti sei accasato. Non ne sei capace. Qualcuno. Tanti. Dicono che l’amore è imprevedibile. Che quando ti colpisce non puoi evitarlo. Forse è così, ma secondo me, noi due, per vie diverse siam diventati coriacei. Quando sentiamo “odor di bruciato” o anche solo immaginiamo che l’incendio sia possibile, scappiamo a gambe levate. Venere è deliziosa e terribile, ma io sono devoto a Diana. Conosci la leggenda di Ippolito? Se non la sai fammelo sapere e te la racconterò. Non mi va di scrivertela se poi te l’ho già “rifilata” in una delle mie serate più sentite e so che è possibile.

Quel che puoi dedurre dalla mia letterina chilometrica è che son contento che ti sei dato alla letteratura e mi domando come possa esserti accaduto. La tua preparazione rema contro e il tuo modo di essere pure.... e la certezza che non si tratta di un condizionamento di Afrodite anche.

Son contento per te e per me. Per te perché inizierai a liberati di te stesso, dell’orologio, dei numeri pari. Per me perché godere di cose belle è ormai il mio unico piacere.

Ora però devo parlarti di cosa mi è accaduto. Sai che la mia pensione è quasi ridicola e che se mi accadesse un imprevisto dovrei elemosinare da te e da qualcun altro di voi. So che ne avete in eccedenza e che trovate piacevole aiutarmi ma vedi, ci va di mezzo una stupida dignità. Nonostante mi abbiate garantito una tranquillità meravigliosa, non ho resistito e ho cercato. Si è trattata di una situazione nata quasi per caso anche se un po’, almeno un poco, l’ho voluta. Sapevo che in una certa piazza di periferia si riunivano uomini senza lavoro, che arrivavano questi chiamiamoli kapò che sceglievano e mandavano a lavorare a giornata. Accade tutte le mattine. L’avevo letto sul giornale. L’articolo era molto arrabbiato. Parlava di schiavismo, di lavoro nero....

Sai che in certi periodi dormo poco. Non so dirti se una parte di me ha fatto i calcoli e mi ha portato li o se è stato il caso. Comunque sia andata, arrivo alla piazza. È gremita. Mi siedo ad una panchina e osservo. I disoccupati erano tutti vestiti con tuta da lavoro o con abiti da fatica. Io ero in giacca e cravatta. Ho osservato con attenzione. Ho cercato di comprendere i criteri di scelta e francamente, ci ho capito poco. Ho avuto la sensazione che i più magri e i più giovani avessero qualche possibilità in più.

Ad un certo punto un kapò mi indica. Chiama un tipo vestito da spaccone seduto in una macchina di lusso. Confabulano un po’. Li osservo sorpreso. Dopo quel primo gesto che mi era sembrato chiaro, persi la certezza che stessero indicando proprio me. Le evidenze remavano contro. Ero il più vecchio e l’unico non in abiti da fatica. Mi venne anche un sospetto. Che pensassero che ero delle forze dell’ordine? Oppure un giornalista? Quando il kapò mi è venuto incontro non ero tranquillo. È stato un attimo. Mi son ritrovato in mano un foglietto contenente un indirizzo e la scritta “rivolgersi al portiere. Incarico numero due”. mi son guardato intorno. Nessuno badava a me. Ho deciso allora di alzarmi. Mi son avviato verso casa ma avevo la coscienza sporca. Casa mia si trova lungo il tragitto per andare a quell’indirizzo e infatti son passato sotto al mio appartamento e ho tirato dritto. Alla nove, minuto più minuto meno, ero sotto a un enorme palazzo. Una di quelle scatole di vetro enormi che non piacciono ma affascinano.

Ti risparmio le formalità. Mi ritrovo a fare un lavoro che per me un lavoro non è! Devo andare nell’ufficio del capo quando è assente e spolverare con un piumino delle sculture piccole. Moore, Mitoraj, Brancusi, Giacometti e altri. Una gioia per gli occhi. Il mio incarico è il numero due dell’azienda perché secondo il capo, che non ho mai visto nemmeno in fotografia, si tratta del compito più delicato dopo il suo. Un vice. Un efficientissimo numero tre, mi ha letteralmente fatto un esame di storia dell’arte. Ma pensa un po’. Mi pagano per questo. Bastano dieci minuti. E quando il numero uno non c’è posso stare nel suo ufficio quanto mi pare. Ti dirò anche che mi paga profumatamente e per la prima volta in vita mia riuscirò a metter da parte qualcosa. Ora però, devo narrarti anche il fatto che mi ha scombussolato. Proprio il primo giorno, una volta terminata la spolverata, mi son seduto alla scrivania per ammirare questo ufficio splendido. Mi accorgo che in cima alla cassettiera della scrivania, sulla destra, c’è il quotidiano e mi metto a leggerlo. Dopo poco mi son reso conto che c’era qualcosa che non quadrava. Un poco l’edizione del giorno l’avevo sbirciata la mattina, mentre bevevo un caffè al bar, ma ora le notizie avevano qualcosa di strano, di lievemente anacronistico. Leggo la data, convinto di avere fra le mani un numero vecchio al massimo di uno o due giorni, ma il responso mi sorprende. Controllo la data sbirciando di sbieco l’orologio e…non ci crederai mai, stavo leggendo il giornale di domani. Si. Di domani.

Mi fermo qui. Sono curioso di sapere cosa ne pensi. Mi raccomando. Acqua in bocca.

Attendo la tua risposta e il resto della storia della testa “di rapa” se l’hai proseguita.

Ciao “signorino!”

-------------------------------------------------------------------------------------------------------

QUARTA LETTERA di Marco

Ciao K! mi hai gratificato con una bella lettera ma non hai capito una cosuccia che ha un’importanza decisiva, al punto da rendere vano quasi tutto l’inchiostro che mi hai dedicato. Te lo dico, anzi ripeto, una volta per tutte. Nel mio giardino, anzi, per essere precisi, nel nuovo pezzo che ho acquisito, ho trovato quella che tu chiami “testa” e io invece preferisco chiamare Paolo.

Veniamo ora ad un esempio limite. Io subisco un incidente. Si salva solo la testa che, collegata a qualche macchinario, può continuare a vivere. Non temere. Lo so che la tecnologia non permette questa situazione, ma ti prego di immaginarla. Ebbene. Tu mi vieni a trovare. Posso dire si o no con le palpebre e se mi sistemi un gessetto sulla punta del naso, essendosi salvata anche la muscolatura del collo, riesco a scrivere, lettera per lettera e quindi a comunicare. Domanda. Avresti la sensazione di parlare con una “testa” come ti ostini a dire, o con me? Penso che quella misera parte che rimane meriterebbe la dignità del nome. Se rimanesse una gamba o, che so, un braccio, anche se fosse in grado di muoversi, potrei capirti. Sarebbe lecito chiamarli “la gamba di” o “il braccio di”. Per uno sconosciuto poi, questi arti non avrebbero il potere, almeno credo, di presentarsi e diverrebbe normale quel passaggio da “la gamba di” a semplicemente “la gamba”. Quella parte del corpo si farebbe semplicemente oggetto. Ora. Quella non è “la testa”. È Paolo, poiché mi “parla”. Finché nel corpo, o in un frammento di corpo sarà possibile rinvenire del pensiero, finché il corpo o un suo frammento, comunica, esso è vivo. Esso è.

Ma ti sei mai domandato cos’è vivo per noi? Per i cani e penso, per esteso, per tutti gli animali, è vivo tutto ciò che si muove. Per noi esseri umani invece, è vivo tutto quanto pensa. Ti è mai capitato di sentir dire a proposito di un vecchio demente o di una persona in coma che è come un vegetale? Ha un suo senso sai. Per noi, a livello intuitivo, risulta che la vita delle piante sia ad un grado inferiore della nostra. Quando dico “per noi” faccio ovviamente un discorso generale. È ovvio che per un botanico, un vivaista, un boscaiolo e una ipotetica signora Pina innamorata delle sue petunie, questo discorso sarà in odor di eresia, ma per la media degli umani è diverso. Ho scoperto per esempio una cosa. Una ragazzina, alla domanda come si chiama il tuo pesce rosso, mi rispose che non gli aveva dato nessun nome, che non aveva senso, perché non rispondeva. Da piccoli si dà un nome ai peluche perché si crede che siano vivi. Da grandi, in molte persone, sopravvive un residuo di animismo, di questo mondo infantile, e si dà un nome alla macchina, alla casa, a un albero. Che ti vada bene o no percepiamo la vitalità per gradi. Grado zero, gli oggetti. Grado massimo un essere umano vivo. Un corpo morto non è un oggetto se appartiene ad una persona che conosciamo, ma la forma linguistica “è Giovanni”, si modifica nel giro di pochissimo tempo in “il corpo di Giovanni”, ovvero inizia una lenta, graduale oggettivazione. 

Pensa anche a questo: se decidi di eliminare parti del tuo corpo pretendendo, ovviamente in astratto, di avere l’ambizione che quel che rimane sia degno di essere considerato la tua persona, a cosa ti puoi ridurre? Visto che non mi sembri un pornodivo, penso che anche tu “ridurresti” te stesso al pensiero. E dove ha sede il pensiero? In alcuni…nel cervello, che è contenuto nella testa. Quindi deduco che quella che tu chiami “la testa” possa meritarsi il diritto di avere un nome e ho scelto, così, a caso, Paolo.

Devo ammettere, e in fondo me ne rendo conto solo ora dopo la lettura della tua lettera, che quel che ti ho raccontato sembra inverosimile. Ripensando a quel che mi è accaduto, anch’io non ci ho voluto credere all’inizio, nonostante l’evidenza dei fatti. Diciamo che non mi son più posto questo dilemma da quando Paolo e io abbiamo iniziato a dialogare. L’evidenza dei fatti ha vinto. È come se tu mi chiedessi se porto gli occhiali e io fossi seduto di fronte a te con quei benedetti occhiali sul naso. La domanda che tu mi porresti non creerebbe l’esigenza, in me, di una risposta, bensì mi porterebbe a qualche dubbio sulla tua salute mentale.

La situazione per me, da quando con Paolo ci parlo, è la medesima di quella scenetta con gli occhiali. Non discuto un’evidenza. È vero che non mi sono reso conto che, per chi non è direttamente coinvolto, questo fatto non può divenire nemmeno possibile. Per questo penso che l’unica soluzione per te, per chiunque, sarebbe il venire qui.

Ti faccio anche i complimenti per come mi hai descritto nel rapporto con le donne!

Trovo quella rappresentazione così sgradevole da negarla anche se fosse vera… Solo su un punto hai ragione. Quando un uomo e, perché no, una donna, arriva ad una certa età, diciamo dai trentacinque in su, se prende un cane, difficilmente si metterà più con un umano. E’ una questione di bilanci. L’uomo, o donna che sia, ha un passato che pesa. L’animale è invece un’esperienza nuova che si vive con totalità, almeno nel caso mio, e per un motivo ben preciso. Il cane dà. Ti ama e basta. Ti ama perché sei tu. L’amore fra umani è invece sempre un dare e avere. Questo l’ho scoperto con Mafalda. Ti faccio un esempio. Esco. Devo uscire. Impegno irrevocabile. Mafalda non può venire. Chiudo il cancello e vedo il suo sguardo. So che sta iniziando a soffrire. Del mondo che lei ama, di questa casa, di queste abitudini, viene a mancare un pezzo. La ruota del sorriso non funziona più. Ad ogni giro inciampa e dà un soprassalto che non lascia percorrere al cuore il suo sentiero.

Torno al più presto. Immediatamente Mafalda dimentica tutto quel minuzioso soffrire che esteriormente può avere la forma di un innocente pisolino. Prova ora ad immaginare di vivere con un umano. Arrivi a casa e non sai mai cosa ti aspetta. Raramente un sorriso. Mafalda invece è sempre sempre sempre contenta di vedermi. Ora sai, mi costa uscire di casa. Spesso lei dorme in un’altra stanza mentre io leggo o faccio altro. Lei lo sa che ci sono. Io so che c’è. Appena mi allontano in lei si incrina qualcosa. E ormai anche in me.

Ecco il punto. Ho raggiunto un mio equilibrio. Si soffre sai. Accade ogni volta che non siamo insieme, ma è una sofferenza che finisce sempre quando torniamo a sentire una la presenza dell’altro e sfocia in un senso di pace che ci soddisfa.

Ti racconto un fatto. Il gatto di Gigi sbaglia un salto e si sloga una zampa. Deve stare immobile almeno quindici giorni in una gabbia dal veterinario, sotto continua osservazione. Luigi va a trovarlo tutti i giorni e ci sta male. Non può fare di più perché fa il truffatore legalizzato (leggi agente assicurativo). Ti dico che se capitasse a me con Mafalda, mi metterei in gabbia con lei e con qualche buon libro. A differenza di Luigi ho tempo e troverei normale attuare la soluzione che ha il bilancio di sofferenza più leggero anche se per il mondo sembrerei un bislacco.

Credi poi per favore, caro K., che io con una donna saprei ancora relazionarmi. Il problema è che ora l’articolo mi interessa meno. Se, quando non vediamo più in là di loro, ci stangano e ci massacrano, non dovrebbero poi stupirsi se si finisce col preferire dell’altro. E per quel che riguarda il sesso ti dirò che resisto benissimo anche senza. Ammetto comunque che non vivo in totale astinenza. Esiste una personcina che ama dedicarsi saltuariamente con me a questi giochi. Lei la pensa esattamente come me per quel che riguarda gli uomini. Dice spesso “perché ad ogni pene ci deve per forza essere attaccato un uomo!” e io rispondo per le rime portando la sua frase al femminile.

Di questa relazione mi sembra ora il caso di spiegarti qualcosa. Si tratta di amicizia. E nemmeno troppo profonda. Di solito, quando il sesso accade in una situazione che non ha a che fare col sentimento, con l’amore, il mondo delle apparenze censura ed evita di trattare l’argomento. Si tratta secondo me di una delle grandi colpe del cristianesimo. Secondo me il sesso con amore è la condizione ideale, ma si realizza men che raramente.

Il sesso è una fame del corpo, un’esigenza che, se assecondata, ci fa star meglio. Non capirò mai perché deve essere peccato se vado a letto con una donna che semplicemente mi attrae. Secondo me si deve stare attenti solo a due aspetti: che nessuno sia costretto e che non accada per soldi. Sul primo punto sono di solito tutti in accordo. Sul secondo, i soldi, ho trovato resistenze di tutti i tipi. Sembra che, per tanta gente comprare certe prestazioni non sia un problema. Io non riesco ad accettarlo, almeno per ora, perché amo la seduzione. Trovo squallido eliminarla, venire al sodo subito, con un pagamento. A quel punto dovrei ammettere a me stesso che non son piaciuto io, ma il denaro e mi sentirei più vecchio, più finito di quanto già mi non mi accada. Comunque torniamo a noi. Il sesso è il massimo con l’amore. Se non accade, se l’amore non arriva, e si sa che non si tratta di un avvenimento razionale e quindi prevedibile, se dunque non arriva, per me va bene anche se c’è sesso con un feeling che non è necessariamente amicizia a livello alto. Si tratta di una sintonia che parte dal corpo, che in esso si appaga e si rinnova. È poi anche vero, e me lo hanno confermato tante donne con le quali a quattrocchi si è riuscito ad affrontare l’argomento, che nella situazione di sesso diciamo per feeling, ti poni meno problemi. Le mille sfumature della morale sono escluse a priori poiché questa situazione non possono nemmeno concepirla e accade che ci si lascia andare alle proprie fantasie sans souci, ottenendo un livello di piacere veramente delizioso. È vero che non si raggiunge la felicità. Si è contenti ed è una sensazione che dura poco, ma quando l’amore non si degna di “guardarti” ti garantisco che il feeling risulterà meglio del nulla.

Ti offro ora un esempio che spiega i danni del cristianesimo nella condotta di vita quotidiana della gente. Un’amica mi raccontava, una sera dopo cena, delle sue traversie di cuore. Dopo una storia durata tanti anni con una persona con la quale aveva progettato anche il matrimonio e pure già arredata la casa, si ritrovò sola e stava male. Un tipo la corteggiò. Lei ci si mise, per sua ammissione, solo per non essere sola. Mi disse che sapeva di aver fatto una cosa abominevole, ma non seppe resistere. Lui invece l’amava e voleva presentarla ai genitori, ma lei si oppose. Quell’uomo arrivò al punto di regalarle un anello e il biglietto allegato diceva, “se vuoi, in primavera ti sposo”.

Ammetto che fui spietato con questa amica che aveva avuto il coraggio di criticare la donna che veniva a letto con me solo per feeling. Le dissi che noi, onestamente avevamo messo le carte in tavola. Ci si vedeva a cena, si andava al cinema, alle mostre, a teatro, e si faceva piacevolmente sesso. Lei invece aveva fatto del male. Lui amava e lei lo aveva usato. Lo trovo orribile. Abbiamo comunque il dovere di comprendere perché l’ha fatto. Ha salvato le apparenze! Erano una coppia ufficialmente insieme, quindi il sesso era lecito e le apparenze salve. Ma lei lo rubava. Rubava il suo tempo e il suo cuore. Ha provocato sofferenza. Io e la mia amica, abbiamo dato e ricevuto piacere. Abbiamo esorcizzato la solitudine con dignità, con coerenza. È vero che per il cristianesimo i rapporti sessuali son leciti solo nel matrimonio, ma da tempo questo non è più il vero ostacolo. In generale, la donna che si concede, se le va di farlo, è mal vista e quasi sempre proprio da altre donne. Che tragedia sai. È un poco come il problema dell’infibulazione. È la generazione precedente di donne che la pretende e che di solito accompagna le bambine a questa assurda mutilazione.

Chiudo questa parentesi con una domanda che rivolgo a te che sei sufficientemente sensato. Ma se un dio esiste, perderà mai tempo a regolamentare la sessualità della gente? Gli auguro di avere cose più importanti da fare e so che è così. Questa visione di un dio che fa il mezzano e il sensale è più che ridicola!

Vedi, in un mondo nel quale l’unica regola è la soddisfazione dei propri piaceri e dei propri interessi, accade che tutti diventano consapevoli col tempo, di essere un po’ troppo soli. Ma non possono, non sanno più tornare indietro. Ormai al centro del mondo hanno posto se stessi e la solitudine è una conseguenza per loro inaspettata, ma ovvia come è evidente che il cielo è azzurro quando spunta il sole. Ebbene. Io penso di non essere mai stato egoista e convivo con un essere, Mafalda, che non lo è nemmeno con la ciotola.

Ti faccio un esempio. Sai che non mi mancano i soldi. Giravo con macchine da urlo. Ora ho un furgone. Sai perché? Perché a Mafalda non interessa il valore della macchina, ma salirci facilmente e che si sia insieme. Se penso che all’inizio della mia vita ci son state certe aspidi che si vergognavano di me perché la mia auto era vecchia e rappezzata! Siamo arrivati al punto che l’uomo, quello da poco, compera l’auto di lusso per “cuccare” e non per andare da un posto all’altro. A Mafalda va bene anche la macchina più scalcagnata. Ci guardiamo i faccia e siamo felici così. Si, felici. Non semplicemente contenti. Quando. Dimmi quando ad una donna interesserà davvero per prima cosa una carezza? Uno sguardo struggente? Non perdo la fiducia e penso che da qualche parte esistano donne così, ma il mondo è grande, siamo in tanti, in troppi, e le donne, come gli uomini, quelle che vivono l’amore con amore, sono una quantità così esigua che uno statistico sarebbe costretto a considerare il dato ininfluente e in più, rassegnate, si fanno schive. E poi, chi ha sofferto è più attento. È più facile che chiuda la porta. Ovunque vedrebbe la possibilità di soffrire e questo mondo dimentica che dietro la sofferenza del cuore sta una delle morti più atroci. Io so quanto il baratro sa essere profondo, ma chi ama in un essere umano la sua auto o altro da lui, non vede l’abisso ma esce, ripristina il suo set di apparenze e trova facilmente alternative. Per una donna che ama per esempio una Porsche, ci sono migliaia di possibilità e il baratro si aprirebbe solo quando anche l’ultimo possessore di una Porsche del pianeta si rivelasse un bastardo. Ti dirò in aggiunta che bastardo potrebbe anche esserlo, ma non più della partner se ragiona così.... Se poi si accontentasse di una Mercedes? allora le possibilità sarebbero centinaia di migliaia e conosco donne che vanno in visibilio già con una Golf… Mi raccomando. Non credo nell’equazione auto di lusso uguale mentalità rapace. E’ ben possibile girare con certi proiettili e pensare ad altro, ma questi pochi sani son di solito indistinti. Il branco è ben poco capace di poesia, perché per cogliere certe sfumature si dovrebbe avere almeno il sospetto della loro esistenza.

C’è gente per esempio, per la quale la musica classica è pallosa, roba da vecchi. E poi squilla il loro telefono e parte un tema di Bach. Mi sorprendo (anzi non mi sorprendo più), chiedo che brano è e scopro che non lo sa….

Spesso poi, si dice che è brutto quel che non si conosce perché si pensa che si farebbe una pessima figura ad ammettere appunto di non conoscere, e invece si crede che dicendo che Beethoven fa schifo, si eserciti il gusto e in modo anche assai coraggioso!

Secondo me invece, esiste un livello che non accetta più dubbi e discussioni. È oltre il singolo uomo. È l’umanità tutta. In questi casi, con quella gente che va con la vita un po' troppo alla buona, persone come me e te, caro K. non possono far altro che rassegnarsi. La strada per far capire qualcosa a quel corpo affinché evolva in mente, è troppo lunga. Non si rinuncia sai, per egoismo, all’emancipazione dell’altro, ma per non soffrire, poiché è proprio quella gente, sono proprio quei corpi, i più rumorosi, i più irriverenti e convinti, e portarli alla soglia di certi doni ci costerebbe la salute se non la vita.

Trovo invece deliziosa e vera la descrizione delle mie manie! È tutto giusto e ben descritto. E non avevo colto quel legane con la tradizione che legittima il fare perché è già stato fatto così da altri e non in grazia di un senso.

Trovo, oltre il resto, che questo tuo ragionamento spieghi anche i danni causati da un rigoroso rispetto della tradizione.

Penso comunque che il significato di questi miei comportamenti risieda in qualcosa di diverso da quel che hai ipotizzato con eccessiva sicurezza, lasciamelo dire, e proverò a spiegartelo.

Ricordo un film su Oscar Wilde. Ricordo una scena toccante. E’ appena uscito dal carcere di Reading. È ossessionato da anni di tortura su di una macchina infernale. Una ruota con gradini. Doveva camminare camminare e camminare per ore. Se si fosse fermato un solo attimo, sarebbe sceso col gradino e le caviglie si sarebbero rotte contro il bordo della macchina. Dunque. È seduto a tavola e sistema continuamente le posate. È come se non fossero mai al posto giusto. Per tutto è così. Per il bicchiere, per il piatto, per il suo corpo che oscilla incerto per quel medesimo motivo. Perché gli accade questo? Perché solo quando tutto è esattamente al suo posto, un posto che si deve indovinare per tutto quel che intorno a lui sembra che un posto non ce l’abbia più, solo allora, si potrà iniziare a pensare, a progredire, a vivere. Anche un’operazione semplice come nutrirsi, perde il suo aspetto abitudinario e diviene una salita da conquistare e temere passo dopo passo, boccone dopo boccone, poiché anche quell’atto è diventato fragile e aperto agli insulti dell’imprevedibile. Ovviamente, Oscar Wilde, dopo il carcere e i danni che ricevette dalla vita, ridotto ormai a quel che si può vedere di se stessi in un vetro infranto da un pugno, era messo molto male. Dio delle folle modaiole ieri. Nulla in quell’oggi del film. Se penso a me stesso trovo che, in grandi linee, la situazione sia stata la medesima e che, ovviamentesempre con approssimazione, da quei baratri ci si passa in tanti.

Di me ti posso dire che bambino, per imitazione, ho “preso” queste manie e ne ho forgiate altre, in fondo per dimostrare a Papà che ero in grado anch’io di coniarne. Poi si cresce e fanno parte di te come il colore dei capelli o la forma della fronte.

Quando acquistano dignità queste innocenti piccole follie? Quando, dilaniati nell’anima, ci soffermiamo su noi stessi e ci decidiamo a scrutare oltre al dono dello specchio. Allora riconosci quelle piccole manie e le rispetti perché in certi momenti critici le senti come l’unica emanazione originale sopravvissuta, la più elementare, della tua personalità. Questo accade di pensare, quando dentro è crollato tutto e l’uragano che ti ha sconvolto è stato talmente forte che non ci sono nemmeno più le rovine ma, di queste, una polvere più fine della sabbia e che si insinua ovunque. Capita poi anche, che nell’immobilità causata dal dolore, vedi quella polvere di te che cade leggera e silenziosa come la neve, per depositarsi sulle cose annientandole. Non accade comunque nell’interiorità.

Ora il tempo sei tu. Come diceva un grande poeta: ora il tempo è un signore distratto, un bambino che dorme. Dicevo che ora il tempo sei tu, nel rallentare dei battiti, al punto che fra l’uno e l’altro passa una misura di tempo indicibile. In quella situazione quasi immobile accade che inizi a pensare. No. Non a quello che ti è accaduto, ma a te stesso. È un pensiero che non capisci, che la mente ascolta, che non parte da lei ma comunque da te. È dall’essenza più arcaica e minima della materia, che la scienza ancora non conosce, che parla. È la volontà di vivere che in essa si fa essenza, poiché sa, a differenza di noi, perché esiste la vita e qual è il suo senso, il suo scopo. Questo messaggio primitivo, inscindibile, si fa ascoltare dalla mente. Dici: ok, questa è la mia ouverture, c’è un motivo in tutto questo. Non so comprenderlo ma esiste. E con le dita sottili dei nervi prendi la polvere impalpabile che eri e che sei, ricostruisci paziente le rovine e queste le fai tornare al loro posto. Metti frammento con frammento e il danno reso allo specchio dal pugno della sorte, lo recuperi e otterrai un volto che sulle prime ti renderà nervoso. Ti domanderai “chi è entrato nella mia solitudine?” Poi ti emozionerai. Non sai chi sia stato, chi vi ha presentati, ma capisci che sei te stesso. Sorridi serio. Ti abbracci. Apparecchi per due e riaccogli in te il te stesso tornato. Tu e la tua immagine pian piano vi fate di nuovo uno. Tornate, anzi torni, dalla sorpresa dell’incontro, al silenzio, e senti da tutto il corpo elevarsi una musica senza tempo. Posso dirtelo ora. E’ quel che Scriabin e Bach hanno trascritto. Quella volontà dolorosa e perfetta che non ha nome e che non lo può avere. Che cos’è un figlio in fondo, se non la trascrizione nei sensi di quella musica! Peccato che essa abbia valore vero solo se diviene atto volontario e consapevole di due esseri che l’hanno sentita insieme, mano nella mano. Invece quasi sempre è frutto di un piacere, per tanti irresistibile, provocato dall’attrito di due pezzi di carne, come disse la Yourcenar. È evidente che è ben altra musica, e assai più misera, la fanfara dei sensi. Quale miseria è possibile dunque. Ma anche quale bellezza! Nascere in grazia di un istinto o per volontà di un pensiero che nell’amore e nel suo atto, nella sintonia con l’altra che, sommata a noi stessi, alla pari, crea un nuovo io dotato di un più alto sentire..... Nascere come una certa dea, dalla mente e non da un punto posto forse per umiliarci, a qualche millimetro dall’orifizio anale.

Ovviamente, caro K., si tratta di una metafora. Da li si esce e c’è poco da fare gli schizzinosi. Ammetto di non aver mai accettato che quella parte di me che serve per orinare sia anche il dito che può unire due menti, due mondi. Ci vuol pazienza. Non mi sono progettato io.

Avrai ben compreso perché ti dico tutto questo. Quando si “torna” da un grande dolore, se si torna, si mettono a posto le posate continuamente perché non le sentiamo mai al loro posto. La tua camera e per estensione la tua casa, la metterai continuamente in ordine perché se ci riuscirai, e a forza di insistere accade, avrai conquistato il grado zero dal quale ti sembra che gli altri si accingano a partire ogni mattina.

Ho scritto “quando si torna da un grande dolore, se si torna”.

Ricordo un amico che emigrò, all’apparenza perché la sua nazione, assai povera, non gli garantiva un futuro decente. Una sera, dopo averlo sgridato per aver “usato” nel modo più brutale un fiore di ragazza, divenne cupo. Seppi poi che non parlò più con alcuno per giorni. Venne a trovarmi improvvisamente e mi raccontò che era venuto via dalla sua cittadina perché c’era una ragazza che vagava come una pazza. Lui l’aveva amata. La madre impose il veto e lui lo accettò. Andò via per qualche mese per allentare la situazione e usò tutto della vita senza riguardo per dimenticare. Tornò. Gli amici lo portavano fuori ma improvvisamente, non capiva perché, ma ebbro com’era non aveva motivo ne forze per approfondire, cambiavano strada e lo trascinavano via. Una notte senza sonno uscì da solo per fare due passi e ci fu l’incontro. Lei girava per le vie con gli occhi spalancati e nemmeno lo riconobbe. Partì immediatamente e picchiò la vita con rabbia. Questo mi disse. Compresi che si sentiva in colpa per quella follia e una colpa effettivamente c’era. Non essere stato più forte di quella madre. Per amore si lotta più che per la vita perché probabilmente nient’altro ha senso.

Ora ti renderai conto quanto io abbia creduto e creda a certe cose e quanto, nonostante la mia supposta razionalità e le mie manie, io sia anche un poco irrazionale.

Mi chiedi poi nella lettera se conosco la storia di Ippolito. No. Non la conosco. Forse l’hai “rifilata” a tutti e ora è il mio turno! Cullami, nella prossima lettera con qualcosa di bello. Ne ho bisogno.

Ora, da quel che ti ho raccontato, sai perché cerco la pace dei numeri pari e l’armonia del quadrato che mi rilassa e rifuggo il rettangolo per dare equilibrio al mondo, al mondo come lo sento io. 

Quando esci dal dolore e ritrovi te stesso, questi riti apparentemente stupidi, ti dicono che tu sei tu. Ti rendono riconoscibile a te stesso più di qualsiasi altro evento.

Penso di poter esemplificare il tutto ricordandoti un fatto. Un mio vicino, grazie alla forza del pensiero, era arrivato ad organizzare il suo suicidio. Roba semplice. Sulle rotaie. Sente arrivare il treno. Stringe i denti. Stringe le chiappe (parole sue, come se ben tirate possano competere con un treno in corsa) e, mistero, il treno passa. Il treno è passato e lui è lì teso che ormai non aspetta più il colpo. Ha pensato di essere già morto. Apre gli occhi e si ritrova a due metri dalle rotaie. Ha capito. Il corpo ha preso in mano la situazione. Ha deciso lui visto che la mente, meccanismo insufficiente secondo me per comprendere il senso della vita, aveva giustificato l’annientamento. E perché la mente si era arresa? Per mancanza di risposte a domande che una risposta non ce l’hanno. La mente alla fine può solo girare in tondo, inebriarsi di sé e cadere. La verità, la vita, stanno altrove.

Una donna, se si riesce a percepirla non solo come un set di interessanti orifizi, ha nel suo profondo essere una risposta che diviene evidente nel suo modo di fare. Ho sempre detto che loro non comprendono ma accettano. Noi no. Queste cose le sai anche tu. Erano idee mie e le hai fatte tue e non mi dispiace certo! Ma non hai fatto secondo me quel salto in più. Loro sono più vicine al corpo. Ci dialogano. La loro conformazione le costringe ad una manutenzione che certifica all’evidenza una ciclicità forte. Hanno di solito un olfatto e un udito più fino e penso che non sia un dono elargito per osservare il mondo ma per se stesse ed eventualmente per il figlio che di fatto fino ad una certa età percepiscono come parte di sé e non come un essere indipendente. Noi maschi abbiamo un corpo che va sempre. Non è ciclico o almeno non ci sembra. Non sentiamo di avere delle viscere. Ma quando si rompe si rompe e basta e ci porta con sé nella fossa. Non per niente i vedovi sono una rarità e le vedove pullulano. Queste differenze portano la donna ad essere più attenta al corpo, ai suoi messaggi, che sono sempre per la vita. il nostro corpo di maschi è una macchina più distante e la rompiamo con più frequenza proprio perché lo sentiamo di meno. Dal corpo loro ricevono un messaggio: “la vita ha senso, fidati. Non chiedere di più e vivi”.

Veniamo a te ora e al tuo rapporto con le donne. Non ne hai mai parlato chiaramente.

Io, contrariamente a quel che pensi, non ho chiuso definitivamente la porta. È socchiusa. Ci vuole un attimo per chiuderla del tutto, è vero. Ma non la chiuderò mai a chiave.

Parlamene un po’ se te la senti. So che sei un esteta quasi esasperante e comunque, lo ammetto, dove indichi tu c’è bellezza. A me la bellezza nel tuo senso, che per ora posso solo dedurre da piccolezze che certamente rivelano, il tuo concetto di bellezza dicevo, va un po’ stretto. Per me è bello ciò che vale quindi è possibile avere, forse paradossalmente, una bellezza brutta. Ho la sensazione che per te si tratti quasi di un culto al quale ti sei dedicato. Attendo dunque i tuoi chiarimenti. Un aspetto comunque la percepisco con forza. Tu quella porta l’hai definitivamente chiusa.

E ora ti rispondo per quanto riguarda l’università e di conseguenza sulla natura del mio sapere. Tu sei stato gentile. Anzi, gentilissimo. Io chiuderei certi atenei, manderei in esilio i docenti a calci nel sedere espropriandoli di tutto. Le tue sono sottigliezze da ricamatrice. Ricorda che nessuno in questo triste stato è al suo posto per merito, ma per nepotismo o raccomandazione. Uno schifo. Quando sei giovane e ti iscrivi a filosofia lo fai perché vuoi capire, perché hai scoperto il piacere di capire, oppure perché sei già deluso del mondo a vent’anni. Ti ritrovi in una gabbia di matti nella quale impari il principio fondamentale della filosofia italiana: “ARRANGIARSI”. Una delle sue versioni più celebri è la formula “tengo famiglia” che sembra autorizzi chi la pronuncia a fare le cose più truci. Ti basta? Pensa che un docente di Urbino mi confidò che dovevo assolutamente riuscire a fare quel lavoro anch’io. Quando gli chiesi perché mi rispose “vedi. Sono ben brutto io, ma me ne porto a letto almeno un paio all’anno!” ora questo fine gourmet pubblica con Einaudi e mi dicono che è considerato un poeta…. Che ribrezzo. Non ha nemmeno senso continuare a parlarne. E pensa che queste faccenduole le sanno tutti. Questa è l’Italia, e la sua tragedia più grande è che tutti, anche se ne sono al corrente, non fanno niente, ma proprio niente per cambiare. Se uno ci prova o lo escludono da tutto o gli danno una poltrona decente per convertirlo e vedere se si calma!

Se avessi vent’anni oggi me ne andrei. E invece alla mia età posso solo evitare quelle cosche e fare sul serio tappato in casa e con pochi amici. Ci pensi? Sciascia, Brancati, Savinio, Flaiano, Manganelli, Guerra, Capriolo, la Deledda e Pirandello sono italiani! Mi sembra incredibile che in questa aridità mentale almeno un poco siano riusciti a fiorire. Immagino la solitudine del genio in questo stato assurdo.

Puoi dedurre ora che quel che mi hai consigliato, ovvero rigettare gli insegnamenti e vagare nel recinto dell’arte eliminando le categorie, è valido anche per me. L’ho capito. Tu ci sei arrivato prima, ma non abiti in Italia e questo non è un vantaggio da poco. Tu hai avuto documenti italiani per “colpa” di tua madre, ma hai rimediato con sacrificio e sei tornato nel nord, alle tue radici. Ricordo quando dicevi che sognavi in tedesco mentre da sveglio lo parlavi pochissimo. Ti ammiro sai, per il coraggio di quella scelta. Io invece, come sai, sono nato qui da genitori italiani. E dove mai potevo andare? E poi, lo sai, i soldi non mi mancano e ho creato la mia isola felice.. anzi, per essere esatti un’isola contenta. Mi basta? No. Me lo faccio bastare.

E ora veniamo alla chiusa della tua lettera. La riassumo. Trovi un lavoro stranissimo. Spolverare bronzetti e statuine di artisti che stimi moltissimo. E accade che, quando hai terminato la prima giornata, trovi un giornale, lo leggi distrattamente per poi accorgerti che è del giorno che deve ancora nascere.

Ti dico cosa penso. Hai avuto una bella idea e me la giri perché hai pensato che son diventato scrittore. Ti ringrazio e ti invito ad evolverla. Certo è che le conseguenze che se ne possono trarre sono notevoli e spaventose.

Vuol dire che non una persona, ma un gruppo, fa la realtà. Vuol dire che viviamo in una dimensione finta, che la realtà, quella vera, è solo per loro. Vuol dire che il tuo capo è uno di loro e che se capisce che hai capito per te son volatili per diabetici. Si. Ci verrebbe un bel dramma. Fammi sapere come lo evolvi. Interessante!

C’è un aspetto però che ti contesto e che rivela che si tratta di un’idea e non di un fatto vero. Questa situazione poteva forse accadere fino agli anni settanta del novecento. Con l’avvento di internet e dei telefonini, la realtà, nel senso limitatissimo del fatto oggettivamente accaduto, è divenuta meno manipolabile. La stampa da sola ormai può poco. Offre domani quel che è accaduto ieri e spesso ora quel che è accaduto dieci minuti fa. È vero che aggiunge ai fatti, opinioni e punti di vista e quindi è in grado, sia volontariamente che involontariamente, (quando per esempio chi scrive è ignorante come una capra o emotivamente coinvolto), di deformare come anche, se proprio si creano condizioni buone, ma in Italia secondo me è impossibile, di essere obbiettiva.

Per essere coerenti, ti conviene quindi spostarla minimo al 1970!

Ora vado a letto. La lettera è diventata lunghissima, ma è stata un piacere. Di Paolo ti parlerò nella prossima.

Ciao esteta!

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

QUINTA LETTERA DI k.

Ciao Marco! Sai, son talmente tante le cose che ho da dirti, in risposta alla tua lettera, che non so da che parte iniziare.

Ho deciso. Parto dal punto che più mi sta a cuore e ti dico che il fatto del quotidiano del giorno dopo, è vero. Non si tratta purtroppo di una buona idea per un amico che ha iniziato a scrivere.

Che situazione! Io penso che tu abbia inventato. Tu pensi che io abbia inventato. Ammetterai, spero, che quel che ti ho raccontato io, è almeno possibile.

Immagina un pubblico imparziale. Io riuscirei ad avere sicuramente una percentuale di persone disposte a credermi. Tu le avresti tutte contro. E’ talmente evidente che non vale la pena proseguire. Sono comunque curioso, in qualità di tuo primo e affezionato lettore, dei tuoi prossimi capitoli.
Ora veniamo al quotidiano in questione. Pensa che conteneva i numeri del Superenalotto. Sono usciti! Io li avevo il giorno prima. Montepremi, cinquantasette milioni. Per me comunque, non c’è stato dilemma. Ammetto che ora mi è impossibile dimostrarti tutto questo. Quando ho letto quella famigerata copia anzi, quando ho scoperto che si trattava del giornale del giorno dopo, ho cercato di simulare la più serena calma. Secondo me è impossibile che in un ufficio del genere non ci siano delle telecamere. Agendo così, con una apparente noncuranza, ho pensato che li avrei lasciati nel dubbio. Va bene, mi son detto. Ho sbirciato quel documento, ma è possibile pensare che io non abbia capito che era del giorno dopo.... E poi. E poi il fatto che io non abbia giocato i sei numeri della lotteria, che abbia avuto il coraggio di rinunciare a quella cifra colossale! Io che vivo di così poco!

Penso che si sentiranno più sicuri per qualche tempo. Si, solo per qualche tempo, perché poi devono aver pensato che non sono così stupido da non capire che se avessi giocato mi sarei fatto “beccare”. A questo punto è più che evidente che le vincite sono finte oppure, per essere esatti, che le vincite appartengono alla loro realtà e tutto quanto non si allinea ad essa si carica per loro di sospetto e va eliminato. Non avrei potuto dare i sei numeri a qualcun altro. Per esempio a te. Ti avrei condannato a morte insieme a me.

Nei giorni seguenti, non ho più trovato alcun quotidiano. Secondo me hanno capito che ho capito e sanno che ormai sono consapevole del mio destino. Penso che, in un certo senso, per me sia finita. L’unica salvezza che rimanda la mia esecuzione, risiede nel mio lavoro e in come son riuscito, almeno per ora, a trasformarlo. Il capo, questo capo che non ho mai visto, ha la mania come ormai sai, delle piccole sculture, dei piccoli bronzi. Dissi con la persona che mi ha rivolto le domande per il colloquio di assunzione, (non sapeva cosa mi chiedeva, leggeva da una cartella le domande di storia dell’arte e segnava le risposte) ti dicevo che dissi con lui, che non avrebbe stonato nella collezione, un bronzetto nuragico. Dopo una settimana di lavoro in qualità di spolveratore di lusso, giungo in ufficio e quel bronzetto c’è, ed è situato in una posizione eccezionale fra due stupendi bonsai sì da sembrare un guerriero che agisce in un minuscolo paesaggio su misura.

Ho osato. Ho lasciato sotto la porta del numero tre della gerarchia dell’azienda, ovvero colui che mi ha tenuto il colloquio di assunzione, altri consigli. Le figurette degli Alviti, gli antichi animaletti in bronzo cinesi, il calco delle mani di Chopin, qualcosa, qualsiasi cosa di Cellini e anche di Desiderio da Settignano.

E’ come se fra me e il capo, per mezzo del suo sottoposto, si sia creato un dialogo. Il mio gusto è rispettato. Alcuni pezzi non sono arrivati rapidamente, ma dopo più di un mese, e mi son domandato cosa potesse significare tanta attesa. Penso che quell’uomo possa permettersi tutto. Il tempo necessario per l’apparizione dell’oggetto nell’ufficio non corrisponde quindi ad una ricerca sul mercato, ma ad una attenta “digestione” del valore estetico dell’oggetto che ho consigliato. Quando lo ha compreso, appare.

Gli ho poi lasciato un certo brano di Conrad sulla scrivania. Racconta di un collezionista cinese. Ti spiego. Noi occidentali riempiamo sale di oggetti. Queste forze, le loro bellezze, si scontrano fra di loro e ci rimettono secondo me di brillantezza. In una sala devono convivere pochi pezzi posizionati in modo tale che nel campo visivo non si ostacolino.

Ti è mai capitato di trovare insignificante un oggetto in un negozio di articoli per la casa e quando invece lo liberi su una mensola in casa tua, non oppresso da altri gingilli, lo scopri finalmente grazioso? Ti sarà senz’altro accaduto. Accade a tutti. Questa lezione estetica però, non viene approfondita e infatti, per esempio, i musei sono pieni come delle botteghe. Ebbene, il collezionista descritto da Conrad, porta il visitatore in una stanza che contiene un mobile pieno di scatole. Parla di un pezzo, prende la scatola, con riverenza rituale la apre e offre, per pochi attimi l’oggetto allo sguardo. Delizioso.

L’oggetto che deve essere scoperto, di fatto, quando si rivela, è l’unico nella stanza e offre il massimo di luminosità della sua alchimia.

Il numero uno ha capito perfettamente. Secondo me, benché l’ufficio sia di una vastità sorprendente, lo spazio era frantumato da troppi volumi, ovvero mobili, e su di essi, gli oggetti non godevano del giusto respiro.

Di giorno in giorno ora , quando arriva al lavoro, sceglie cosa contemplare. Il resto delle opere è stato riposto su una fila di scaffali al piano di sotto, in una camera che prima non esisteva e che raggiungo con un minuscolo ascensore. E’ una stanza spoglia, senza porte. Una nuova dependance, senza finestre. Ora quindi spolvero meticolosamente in quel luogo e anche i due o tre pezzi che ha scelto e disposto, finalmente con gusto, nel luminoso ufficio.

Mi sorprende sai come i miei consigli vengano seguiti. In fondo ero stato assunto solo per spolverare, anche se si pretendeva da me che fossi consapevole del valore degli oggetti che avrei sfiorato con il piumino azzurro.

Per quanto io sia consapevole che sarà lui a decidere la data della mia esecuzione, non posso non ammirarlo perché ha gusto e in più l’umiltà di accettare consigli. Ammetto che per me troppo spesso, anzi, sempre, è giusto solo quel che dico io e penso di avere capito la causa di questa mia inflessibilità. Mi vien da paragonarmi con un religioso, uno di quelli estremi. L’unica differenza tra me e lui e che io oltre a rispettare i dettami della mia religione, non mi curo di “allevare” fedeli. I discepoli non mi fanno perdere tempo e nemmeno guadagnarlo. Sono semplicemente concentrato in me stesso e penso che, alla mia ormai rispettabile età, non si possa più parlare di egoismo. Se elargisco consigli al numero uno lo faccio quindi solo per ritardare il momento della mia dipartita.

Trovo spaventoso vivere senza un motivo, un fine. In modo banale o ricercato, tutti abbiamo bisogno di una “scusa” che ci traghetti nel tempo. E’ vero che questo mascalzone passa e sgocciola dalle clessidre anche se ci riduciamo ad un ventre senza memoria. E in fondo, perché criticare chi attende il pranzo e la cena come momenti cruciali della sua esistenza? Si sceglie in basso quando non conosciamo altro o quando abbiamo collezionato sconfitte ed è maturata in noi l’errata sensazione che meno ci muoviamo nella vita, più probabilità abbiamo di farla franca.

Come ti dicevo, accade anche di scegliere in basso perché i gradini più alti ci sono sconosciuti. Non dimentichiamoci mai che si arriva al mondo nudi. La prima volta che l’aria ci entra nei polmoni si prova un dolore immenso. Iniziamo, tutti indistintamente, con il dolore e poi percorriamo vie diverse.

Il cervello poi, non è vuoto come qualcuno pensa, ma pieno di istinti, di tutti gli istinti che vedi negli animali, dai più antichi, quelli estinti da milioni di anni, a quelli che convivono nel nostro tempo. Non li possiamo utilizzare, perché il nostro corpo, appena nato, è inerme. Ci mettiamo anni per riuscire a gestirlo, e quando ci riusciamo, ricorda per esempio che ci servono almeno due anni per smetterla di farcela addosso, e quando ci riusciamo, dicevo, la trama fitta delle convenzioni, ha già sopraffatto con uno strato grosso e dalla trama intricata di regole, le nostre pulsioni. E’ meglio così? Non so dirlo. Sono però convinto che le sconfitte più grandi, siano un tumulto tale da stravolgere quella grossa crosta, quella trama fitta, e dalle crepe gli istinti salgono alla luce della mente e guidano i nostri gesti, le nostre scelte estreme. Ecco perché, anche alcune grandi menti, possono arrivare ad appagare istinti primari come il cibo il sesso o la violenza e sentirsi a posto con se stesse. L’istinto primario, ha il pregio di saziare, ma solo per un poco. E poi riappare impellente la sua fame antica. La sua soddisfazione è notevole. Non disprezzo quindi certe scelte perché non so come una persona sia arrivata a trovarle risolutive. Non si sa poi cosa ci riserva il destino. Quindi, con umiltà, è meglio osservare, fare tesoro di quel che si vede e di quel poco che ci è dato in sorte di capire, e tentare di vivere decentemente.

L’esempio che hai fatto nell’altra lettera, della persona che tenta di finire sotto il treno ma non ci riesce, diviene ora spiegabile. Lo strato della cultura, a causa di un dolore, aveva prodotto una crepa. Nella tensione creatasi nella mente di quell’uomo in quel momento finale, steso sulle rotaie a chiappe e denti stretti, ecco che un po’ di istinto, compresso dalla tensione, è riuscito a salire in superficie e a rendersi percepibile dalla mente. Quell’uomo, che si è trovato vivo con sua sorpresa, in piedi di fianco alle rotaie, ha capito la lezione è sta metaforicamente seduto ai bordi della crepa che ribolle di istinti, come il pescatore esquimese fa col suo buco fra i ghiacci, e aspetta il nutrimento, lo aiuta a salire perché ha capito che con quello si salva... perché un istinto, prima di essere feroce, è vitale e se centellinato, fa bene alla salute.

Esiste l’istinto del cibo. Esiste quello sessuale che ovviamente trasforma per noi maschi l’altra, quando si regredisce nel primordiale, in un oggetto dal quale depredare quel che ci urge. Hai mai visto i Germani reali copulare? Quasi sempre stuprano, e lo fanno in gruppo. Ricorda che quasi tutti i comportamenti estremi, compreso il cannibalismo e il bisogno di uccidere, sono in noi e la cultura, se viene somministrata ben compatta, li seppellisce e li domina. È per questo che famiglie e scuole non possono permettersi di non funzionare!

Per il sesso ti faccio anche questo esempio semplice semplice che secondo me rivela molto: secondo me si tratta di una questione di gradualità. Pagare il o la partner serve per sbarazzarsi della sua volontà. Si fa un accordo ti pago e tu rinunci. Nello stupro invece, non c’è accordo. Li senti i gradini contigui in questi due modi di agire? Gradini che scendono verso il basso? Volontà comprata è annullata da necessità sua o suo consenso. Stupro è volontà annullata con la forza. Ma anche i soldi non esprimono potenza? Forza? Esiste il fondo sai, ed è l’animalità pura più feroce e antica che potrebbe arrivare a farti credere che tutto quel che si muove è cibo, che la sottomissione degli altri è l’unica forma di relazione e che il cannibalismo è l'estremo possesso.

Cosa accade nella nostra epoca? Che lo strato della cultura si è fatto troppo discontinuo, dotato di punti, di zone, nelle quali l’istinto scaturisce senza controllo e ribolle con ferocia alla minima sollecitazione emotiva.

Ora. Io sono uomo, ma la donna è uguale a noi. Anche il suo cervello, alla nascita è pieno di istinto. Qualcosa di diverso comunque c’è, ed è nella reazione. La donna non stupra. Quando reagisce accoppa te e forse anche i tuoi figli. Ti ricordi di Medea?

Trovo geniale questa capacità dei greci antichi di saper descrivere il momento nel quale l’istinto prende possesso dell’essere umano ed esegue per suo tramite una colossale sentenza.

E’ forse giunto il momento di raccontarti la storia di Ippolito. La considero introduttiva e fondamentale per la visione della bellezza e del senso della vita che ho maturato e che, te lo anticipo ha il suo compimento nella donna. Puoi ben immaginare che una “personcina” come me non si sia accontenta di quel che la vita di solito offre. Mi correggo. Non si è trattato di un accontentarsi perché, per quanto ci illudiamo e ci sforziamo di pensarla diversamente, non siamo noi a scegliere. Ho pensato per anni che l’unica legge che regola l’esistenza umana fosse il caso. Qualcosa mi è accaduto, dopo qualche non esigua sofferenza che, non so dirti, se sia illusione o realtà, non so dirti… ma leggi per favore con rispetto quanto segue.

Esiste un dramma antico di Euripide. Aggiungerò dell’altro. Fidati.

Dunque.

Ippolito era devoto a Diana. Era una dedizione. Era, in un certo senso un amore, ma assolutamente non carnale. Il ragazzo comunque ne era appagato e la dea compiaciuta. Afrodite invece, sentendosi completamente ignorata (chi nell’amore rifuggiva la carnalità era per lei colpevole), si arrabbiò. Fece in modo che Ippolito, figlio di re, per aver tentato di sedurre la donna del padre, cosa per altro non vera, venisse condannato all’esilio. Egli partì sulla sua biga. Correva lungo la spiaggia ma Afrodite non era ancora placata. Confabulò con un altro dio e ottenne un favore. Un’onda prese una forma mostruosa, atterrì i cavalli, la biga si rovesciò e Ippolito rimase schiacciato. Diana nel frattempo si meravigliava che il suo fedele amico non si facesse più vedere. Si informò, venne a conoscenza del fattaccio e decise di fare una cosa che nemmeno agli dei è concessa e resuscitò il ragazzo. Gli cambiò poi aspetto trasformandolo in un vecchio e lo chiamò Virbio. Lo fece perché temeva l’ira di Zeus che, se fosse venuto a sapere quel che lei aveva fatto, avrebbe dovuto punirla poiché agli dei non è concesso far risorgere. Diana escogitò anche altre soluzioni. Andò a Nemi. Fra la terra e il cieloc'era la chioma del bosco che li rendeva invisibili. Il lago di Nemi poi, si riflette nel cielo, immobile come uno specchio e contribuisce tuttora a mantenere quel segreto abbagliando chi dal cielo decidesse di scrutare.

Veniamo ora alla storia. Alle cose vere, senza mito, se mai qualcosa senza mito può avere senso per un essere umano.

A Nemi ci sono i resti del presunto Tempio di Diana detto Nemorense. Non si poteva entrare nel recinto sacro con i cavalli. Quando mi recai sul posto, dall’alto della cittadina di Nemi, vidi l’area sacra. Si notava ancora che c’era stato da poco un incendio. La scarpata era bruciata fino ad un certo punto. Si vedeva una stradina di terra battuta. Le chiome degli alberi erano, in certi punti, un unico tessuto verde. Ebbene, solo il lato di quel sentiero che dava sulla scarpata era bruciato. L’altro, che segnava uno dei lati dell’area sacra, era integro. Gli alberi del lato del Tempio, che condividevano la chioma con quelli dell’altro lato, ridotti a uno scheletro nero, erano perfetti. Forse sarà un caso. Ma ammetterai che si tratta di un caso…veramente bello!

E non è finita. Vado a piedi fino all’area sacra. La zona degli scavi è circoscritta da una rete metallica in parte divelta. Riesco a entrare e in una parte coperta si vede una pietra. Capisco che è stata adattata a rudimentale ara votiva. Tracce di cenere fresca. Esco dall’area sacra e passeggio nelle vicinanze. Il ragazzo in scooter, con fidanzatina al seguito, che mi aveva indicato la via per arrivare fin qui quando ero ancora nel paesino di Nemi, mi saluta. Mi chiede se son rimasto soddisfatto di quel che ho visto. Lo ringrazio. Non ho il coraggio di parlare della cenere. Lo fa lui. Mi chiede se l’ho notata. Mi racconta che tuttora, di notte, viene gente che fa dei riti. E’ per avere un buon parto. Il giorno dopo, chiacchierando con un negoziante di Nemi, vengo a sapere per esempio, che una danese era venuta in vacanza, così diceva lei, ma il motivo vero era che voleva rimanere incinta. Fece vari riti nel tempio e partì che lo era.

Vedi. Non mi interessa se son fandonie e non critico chi crede. Posso dirti che al ritorno dalla mia visita ai resti del Tempio, vicino al luogo dove avevo parcheggiato la macchina, vedo passare due bellissimi levrieri bianchi. Passa poi una ragazza minuta, pallida, slanciata. I cani le stanno vicino. Lei mi guarda per un attimo. Uno scintillio che mi ha colpito profondamente.

Può sembrarti assurdo ma penso, credo, di aver visto la dea. Lei ha adagiato su di me per un impercettibile eternità, il suo divino sguardo e da allora il mio cuore è un cristallo purissimo.

E pensa che ho fatto il possibile per non “cadere” in questa credulità. Il paese di Nemi è piccolo. Ho chiesto se qualcuno avesse visto la ragazza coi due levrieri. Ho detto di conoscerla. Che è un’amica. Che son venuto a trovarla. Il ragazzo con lo scooter e la fidanzatina, che amo considerare il fauno e la ninfa Egeria, hanno reagito in modo indimenticabile. E’ stata la ninfa a dirmi che è la dea. Capita. Raramente, mi ha detto. Circa due volte al secolo, che qualcuno la veda. Mi ha chiesto con insistenza “ma ti ha guardato? Dimmi, ti ha guardato? Solo se ti ha guardato sei un eletto”.

Che avesse capito che ero uno stagionato sognatore e di conseguenza mi stesse dando quel che desideravo? Una illusione immensa? Non credo. Il ragazzo-fauno, non mi ha detto niente. Mi ha stretto la mano e mi guardava ora come si guarda uno che, che non lo so, ma non come si guarda una persona normale o sfortunata.

Eccoti la storia di Ippolito con aggiunte irrimediabilmente personali.

Tu e gli altri, sapete che quando vengo in Italia, preferisco Roma. Voi sapete che di solito mi fermo a Ravenna al ritorno e posso dirvi che ci passo solo per sedere un’oretta in un locale che si chiama “Caffè della Lirica”. La prima volta vi giunsi per caso. Mi sedetti stanco e mi accorsi che veleggiava fino alle mie orecchie un quintetto di Boccherini. Chiesi un caffè macchiato e mi portarono una cosina così graziosa che la fotografai e dissi poi col proprietario, quando andai alla cassa, che ero indeciso se berlo o lasciarlo li. Si chiama Sergio. Sprizza tranquillità ed educazione. Son disposto a far qualche ora di strada in più per fermarmi un poco in quel luogo che riesce a darmi un attimo senza tempo. Ebbene Ravenna, anzi, per essere esatti, quel certo locale di Ravenna, era comunque un momento piacevole e la meta che spesso vi raccontavo.

Non ho mai precisato di più per godermi appieno quanto ora ti sto raccontando, ma in verità la mia meta era ed è Nemi. Di solito mi siedo nella boscaglia o passeggio. Cercavo e cerco luoghi solitari e mai mi ci sento solo. Una serenità perfetta mi pervade. Lei è lì. Sento la presenza. Solo un'altra volta ho avuto un segno, una traccia lieve prima del grande incontro che ti racconterò fra poco.

I levrieri sono apparsi di nuovo. Andavano per la loro strada rapidi. Ho provato a seguirli. Li ho persi, ma ero appagato, felice. Quella boscaglia è l’unico luogo che mi dà pace.

E’ giunto il momento di descriverti il mio modo di relazionarmi col femminile.

Ti prego, ti chiedo per favore….non pretendere di comprendere al primo impatto. Lasciati prendere per mano e solo alla fine giudica, se proprio non potrai farne a meno, il mio entusiasmo. Anticamente questa parola, “enthousiasmos”, rappresentava l’estasi positiva che si poteva raggiungere solo se si riceveva il dono di un contatto con la divinità. Veniamo al fatto.

Tempo fa, di notte, andai in stazione. Come faccio quando sono triste, presi un treno a caso senza badare alla destinazione. Scesi ad un'altra stazione e presi un altro treno. Alle nove di mattina mi trovai a Brixen che per voi italiani si chiama Bressanone. Decisi di mettere un fiore sulla tomba di Monsignor Egger, morto da un anno e qualche giorno. Era il ventidue agosto del 2009. Un caldo afoso e sgradevole. Dopo aver passeggiato come un anima in pena e sostato un poco davanti al pezzo di pavimento alla destra dell’altare dove il nome del vescovo brillava fra i fiori, uscìì dall’entrata principale e mi sedetti a un tavolino del caffè “La Piazza”. Scelsi una posizione un poco esterna. Penultima fila. Vedevo bene la chiesa e tutt’intorno. Il grande ombrellone che mi sovrastava dava ombra ma lasciava libera la vista. Osservando la facciata della chiesa pensai all’ultimo incontro, in questa cittadina, con Egger. Visitavamo la collezione di presepi del Museo Diocesano. Ero rimasto affascinato dal modo di rappresentare gli ebrei in alcune statuette posizionate in scene di vita di Cristo del Settecento. Erano scuri, come bruciati dal sole, animaleschi nello sguardo, naso a becco, orecchie grandi. Gli feci notare che mancava che avessero le orecchie a punta pelose e la coda e sarebbero sembrati dei diavoli. In quella scena, stavano facendo il possibile per condannare Gesù. Ho spiegato a Egger che fotografare quelle statuette in primo piano mi sarebbe tornato utile. Trovo si trattasse del modo più semplice per far comprendere ed un eventuale pubblico, come erano percepiti in passato gli ebrei che venivano sistematicamente umiliati e rinchiusi nei ghetti. Basta una di quelle statuette per comprendere a fondo quel che secondo me le parole non sono mai riuscite a rendere con eguale evidenza e immediatezza. Se pensi al film ”Il Mercante di Venezia”, ti rendi conto di quale distanza esiste fra quel che mostrano le sequenze e la realtà caricaturale e sconcertante di quelle statuette. Un film come quello pretende di spiegare, più con le azioni che con le immagini e questo è l’errore nel quale cade chi non ha ben capito cosa sia un film. Possiamo leggere anche, per esempio libri storici. I libri raccontano fatti. Ma quanto una statuetta di quella fattura rappresenta, dice in un attimo, rivelandoci il dramma di essere ebrei nel Settecento senza attenuanti, il libro è costretto a diluirlo in migliaia di parole allontanando così un’impressione completa che intende offrire ma che è sempre e solo una parte piccola nella visione di un’epoca.     

I messaggi migliori non sono contenuti nel pensiero ma in una sua forma di condensazione. Ad esempio un racconto, e penso alla “Metamorfosi” di Kafka. In un quadro, e penso agli inferni di Bruegel o al Cristo di Colmar di Grunewald o la sinfonia numero quaranta di Mozart. Gli esempi sono tanti e son pochi. Son tanti se dalla vita pretendi il meglio costantemente senza distrarti nemmeno un attimo. Son pochi se non li cerchi e li trovi raramente, quasi per caso.

La forma di condensazione del pensiero. Ed ecco che un colpo d’occhio diventa rivelazione.

Ero dunque seduto viso alla cattedrale e pensavo. Rivedo il volto di Egger che osserva sorridente quelle statuette e mi dice che se mi è utile potrò fotografarle la prossima volta una ad una. Era un piccolo, giocoso ricatto per strapparmi un altro incontro.

Tornai a scrutare la facciata della chiesa e poi posai lo sguardo alla simpatica fontana sulla destra. Ed ecco che fui distratto dai riflessi di una collana di perle. La misi a fuoco nello sguardo e fu un miracolo di splendore. Al tavolo di fronte a me, con un amica e un ragazzo, sedeva qualcosa di splendido. Non capisco le età. Per me non esistono. Era comunque con ogni evidenza più giovane di me. Molto più giovane. Capelli neri lunghi, brillanti al sole. Maglia nera aderente non troppo scollata. Piccoli seni silenziosi, occhi neri, ciglia perfette sopracciglia vere ma irreali. La pelle abbronzata ma non troppo. Il doppio giro di perle, sicuramente finte, rendevano la sua figura conturbante come se si fosse trattato di una lolita ormai donna ma non ancora completa nella metamorfosi. Dalla borsetta nera prende le sigarette, un pacchetto di Diana e un accendino azzurro di plastica.

Brava. Eccellente. In questa epoca il fumo è condannato e tu hai il coraggio di utilizzare questa piccola proibizione perché hai colto il suo possibile fascino!

Vedo i suoi gesti. Non fuma per fumare, ma per utilizzare l’eleganza dei gesti che la sigaretta permette. Ecco la tua “Colazione da Tiffany”, splendida ragazza!

Il mio sguardo era diventato irriverente. Non riuscivo a rinunciare a un solo attimo, non potevo, di quella danza elegantissima. Chi ha vent’anni oggi non ricorda Bogart, James Dean, Marlene Dietricht, o Kathrine Hepburn. Questo è uno degli ultimi lampi di un'altra epoca.

Mi rendo conto che si è accorta del mio sguardo, ma con mia piacevole sorpresa non si è irritata. Anzi. E’ curiosa. Comprendo immediatamente che cerca di capire cosa sto guardando di lei, come la vedo.

Sono del parere che ci vuole una donna eccezionale per cogliere le sfumature di uno sguardo. Io non guardavo da lupo, ma con ammirazione. Se ne rese conto. Ogni posa divenne un dono studiato che mi offriva, che cercava la mia approvazione, e io la elargivo perché potevo osservarla liberamente.

Doveva essere del posto. Parlava tedesco. Capivo quel che diceva ma non mi interessava. Mi bastava la sua presenza. Colsi solo il suo indirizzo mentre lo comunicava all’amica. Questa informazione innescò dei pensieri. Aveva un elastico per capelli di stoffa nero, al polso, e, come ho già detto, perle finte. E’ evidente che si trattava di una ragazza dotata di gusto ma che non poteva ancora permettersi quel che desiderava per attuarlo nel migliore dei modi. Io, che non ho mai fumato, avevo in casa un accendino Dupont in oro e lacca nera, e un porta sigarette vintage di Louis Vuitton. Oggetti presi in ricordo del rito che ora lei mi offriva. Glieli avrei spediti. Ecco. Si. Pacco anonimo con una lettera nella quale le avrei detto chi ero. Quella persona matura che l’aveva ammirata al Caffè in quel giorno e a quell’ora. Avrei potuto descriverle minuziosamente le cause della mia ammirazione. Darle qualche consiglio. Mandarle un regalo a Natale. Già pensavo ad un certo abitino nero di Valentino.

Accadde comunque che, mentre pensai queste cose, roba di un minuto, quella piccola dea si sentì trascurata. Era irritata e lo era solo con me. Con lo sguardo mi chiedeva cosa aveva sbagliato per meritare la punizione di quella mia distrazione. ”Niente piccola. Niente”, risposero i miei occhi. Mi resi anche conto che fece anche il possibile per rimanere seduta a lungo a quel tavolo, ma poi dovette assecondare gli amici.

Vidi i suoi occhi rasseganti.

Occhi neri che ho qui dentro. Mi soffermai su uno solo di essi e lo osservai senza decenza. Ormai ero talmente preso dall’osservazione che, mi rendevo conto, la stavo trattando come un oggetto. Forse questo l’avrebbe offesa, ma era un fato per me. Qualcosa di irresistibile. Quell’occhio era leggermente velato da una seta madreperlata e dava la sensazione che oltre quel velo non fosse concesso avventurarsi. In quella seta brillava un punto di luce acuminato, freddo come il diamante, nutrito dal sole spietato di quella giornata di agosto. Tornai ad osservare il viso. Osservai ora tutti e due gli occhi insieme e mi resi conto che la sensazione di giapponese impenetrabilità ora si perdeva. Erano diventati due laghi neri, profondi e immensi e capaci di tenerezza. E quando sentii la tenerezza giungere da quello sguardo al mio, da questo alla mente e dalla mente al cuore, sussultai. Ebbi paura. Questo era troppo per me.

Quello fu l’ultimo sguardo. Si allontanò alla mia sinistra. La vidi passare davanti alla chiesa, diventare un punto e poi sparire fra la gente. Non si girò. Non doveva. Non poteva. Quell’ultimo sguardo era il suo apice. Era tutta se stessa. Sapeva che qualsiasi altro suo gesto non avrebbe ottenuto altro che di distrarmi dal ricordo di quel suo sguardo tenero ed elegante che quando chiudo gli occhi per dormire, mi saluta tuttora.

Ho spedito il pacchetto con la lettera. Non ho più il coraggio di andare a Brixen. Se lei mi vedesse, se mi riconoscesse, si rovinerebbe tutto. Mi piacerebbe però poterla osservare munito della certezza di non essere visto. Fremo dalla voglia di sapere se usa quegli oggetti che le ho mandato e che per me non sono semplicemente un omaggio alla bellezza.

Vedi, oggi e forse non solo oggi, il novantanove virgola novantanove per cento delle donne sono clinicamente cretine. Pensano che la bellezza derivi da bisturi palestra e moda, ma questi sono, devono essere, gli accessori di un’opera ben più grande che devono costruire negli anni, se veramente vogliono esser belle: una personalità.

Quanto è raro uno sguardo che pensa!

Se una donna si progetta solo per appagare i sensi esterni non deve stupirsi se poi gli uomini, una volta che hanno soddisfatto la carne con altra carne, se ne vanno.

Lei, la mia aggraziata lei era sulla buona strada. Si vedeva che stava costruendo se stessa con minuziosa dedizione.

Una donna che ha comprato un vestito di Armani è certamente un piacere per lo sguardo. Ma una donna che legge, che ascolta, che sa ascoltare la musica, le parole, il silenzio. Quella donna avrà uno sguardo che, se incastonato nell’abito di Armani ne farà una dea.

Non è l’unico fatto, fra i tanti che mi son accaduti, che potrebbe contenere, e secondo me contiene, significati che la razionalità non è in grado di addomesticare.

Ti racconto… questo fatterello, molto più secco di quello di Brixen, che ha fatto brillare per un attimo, ma un attimo colossale, la rete minuziosa dei miei nervi di cristallo.

Una cara amica mi telefona. Ha comprato da qualche anno una casa in un piccolo e antico borgo in cima ad una collina vicino a Panicale, in Umbria. Si chiama Mongiovino. Ha ristrutturato e son stato suo ospite alcune volte. Il posto è veramente suggestivo e Brigitte di una ospitalità disarmante. Durante la telefonata mi dice che fra due giorni ci sarà una processione nel “suo” borgo. Mi racconta che è il terzo anno che accade e l’anno prima, con sorpresa di tutti e del parroco della vicina Tavernelle, era venuta una marea di gente. La chiesa era stata riaperta quasi per curiosità. La statua del santo era letteralmente deformata dalla cacca di piccione fino a renderla irriconoscibile. Si capì, dopo l’indelicato intervento di qualche secchio d’acqua, che si trattava di sant’Antonio. Si vide poi che la chiesetta conteneva interessanti affreschi di varie epoche. Intervennero l’Intendenza delle Belle Arti e la curia e, in grazia di un insieme di fatti guidati da una buona volontà generale quasi introvabile in Italia, hanno ridato vita al luogo sacro.

Ho accettato l’invito più per rivedere Brigitte e quel luogo delizioso che per la curiosità della processione. La mattina seguente comunque, dopo una bella cenetta con l’amica, farcita di chiacchiere spumante e rilassatezza e un pisolo notturno perfetto, mi son ritrovato ben disposto verso tutto e tutti. Giunto alla chiesina che era già discretamente affollata mi son creato un posto in piedi nel lato destro dell’unica navata, più o meno a mezza via fra l’altar maggiore e il fondo. Mi son dedicato ad una accurata osservazione di tutto. Per me, secondo me, credere non è questione di una scelta volontaria. O ti scatta qualcosa dentro o sei tagliato fuori e io, che faccio parte di questi ultimi guardavo, anche con un pizzico di invidia, lo ammetto, quelle donne semplici, quegli uomini rudi come tronchi d’albero, quasi ridicoli nel disagio che provavano nell’abito della festa. Il prete sprizzava entusiasmo e alla mia destra il coro ogni tanto cantava. Ad un certo punto, nel viaggiare irrequieto degli occhi, mi rivolgo al fondo della chiesa e vedo una donna bellissima con lo sguardo serio, assorta nell’osservazione di un affresco laterale. Mi dico “c’è anche la bellezza!” e ne sorrido. Siamo una marea, compressi come sardine nella scatoletta. Nel caos della gente, sono certo, il mio sguardo, posatosi per un attimo su di lei, non può averlo colto, anche perché stava guardando, assai concentrata, in un’altra direzione.

Mi perdo ad osservare la folla che si accalca all’unica entrata laterale e mi rendo conto che là fuori c’è gente per riempire dieci chiese.

Il prete, ad un certo punto della funzione, dice “scambiamoci un segno di pace”. E’ da sempre un momento che mi imbarazza perché ho la sensazione che l’esclusione che sento verso il credere e quindi il rito, sia percepibile anche dagli altri. Due uomini, tutti compresi dalla rigidezza dell’abito festivo, mi stringono la mano, convinti certamente che il mio disagio sia della loro medesima fattura. Poi più nessuno. Le mani, le altre mani, si intrecciano, e la folla si muove in modi curiosissimi per cercare nuovi contatti.

Mi accorgo improvvisamente che la donna che avevo definito seria e stupenda, mi sta di fronte. Stringe la mano a due sue coetanee che comunque non mi sembra la conoscano e poi mi si ferma davanti. Ha il capo chinato. Ho come la sensazione che desideri appoggiarlo sul mio petto. Mi agito. La mia reazione fisica è di spostarmi un poco a sinistra sì da lasciarle lo spazio per poter tornare al suo posto in fondo alla chiesa. Mi accorgo ora che sta guardando la mia mano destra. Con le sue dita sottili la prende, la stringe delicatamente, e poi sento la sua destra nella mia. Alza improvvisamente il capo e sono inondato dal suo sguardo intenso e vero oltre ogni possibile definizione di realtà. Annego nei suoi occhi neri e serissimi. Mi dice “la pace sia con te”. In me scatta una emozione sconvolgente. Occhi lucidi. Sento il bisogno impellente di lasciarmi andare al pianto e non capisco perché. Non capisco più nulla. Lei lascia la mia mano e si allontana alla mia sinistra. Sono in mezzo a quei devoti così diversi, così distanti da me e non posso uscire. Alcune donne in preghiera sollevano la gonna per ferire i ginocchi al freddo del pavimento. Danno un poco di sofferenza fisica nella speranza di ricevere una grazia che salmodiano dondolando vistosamente il corpo.

Dopo una decina di minuti, quando mi rendo conto che riesco finalmente a controllare l’emozione, guardo furtivamente. Lei, nel suo posto là in fondo, non c’è.

Termina la funzione. Ora si va in processione per la via che è anche l’unica a meritare questo nome nel borgo di Mongiovino e una fiumana di gente segue l’ondeggiante Santo. Terminata la “passeggiata”, distribuiscono i panini benedetti e aprono due banchi che offrono da bere e degli spuntini. Si va avanti fino al tramonto col gioco della pentolaccia e rido divertito con quella gente, leggero, col cuore aperto. All’inizio, non facevo altro che cercarla e il non averla trovata mi entusiasmò, ma nel senso greco del termine. Se non la vedevo più era perché non si trattava di una persona del posto. Non l’avrei più vista. Non li, al borgo di Mongiovino. Questa visita che mi fece la dea ebbe in fondo il sapore, da parte sua, di un azzardo. Mongiovino sta per Monte di Giove. Vuol dire che quella collina col suo borgo antico accoccolato in vetta, era ferroso e attirava i fulmini e Giove-Zeus, si sa, quando si innervosisce, non esita a lanciarli. Posso pensare che ha osato mostrarsi in casa di colui che, per volontà dell’unica legge alla quale anche gli dei devono rigorosamente sottostare, ovvero il fato, dovrebbe punirla per aver resuscitato Ippolito, solo per il piacere del rischio? No. E’ più che evidente che si è mostrata per dare più valore al suo gesto. Era apparsa. Questa volta mi aveva parlato. Mi aveva detto qualcosa di bellissimo. “la pace sia con te”. Ora compresi che aveva il capo chino per non essere visibile al suo giudice. Può una divinità cambiare fisionomia, ma lo sguardo resta. Sguardo di dea, e il capo chino, senza la difesa dell’abbaglio del lago di Nemi e le chiome dei suoi boschi pronti ad occultarla, era a dir poco necessario.

Era lei. Puoi non credermi e ovviamente, e giustamente, non mi crederai. Era il suo sguardo. Lo sguardo che mi lanciò quando, nella boscaglia di Nemi, la vidi per la prima volta, in compagnia dei due levrieri.

Ti ho narrato della ragazza di Brixen per renderti chiaro come mi relaziono col femminile. Potresti dire, è vero, che si tratta di un mio “viaggio” malato. Che tutto questo sta accadendo solo nella mia testa e non ti nascondo che nei momenti di sconforto capita anche a me di pensarlo. Ma comunque, vere o finte che siano, queste sensazioni o suggestioni mi riempiono la vita. Non credo comunque di essere a tal punto squilibrato da non essere più in grado di rendermi conto se per esempio la ragazza di Brixen si sentisse o meno gratificata dai miei sguardi. Era un dialogo silenzioso. Lei ricevette e diede. I suoi occhi, ci ho pensato molto sai, non mi sono sembrati i medesimi della dea. E’ una sensazione chiara in me. Diana appare con fattezze diverse ma lo sguardo è uno e indimenticabile. Diciamo che lei, la ragazza di Brixen, è un dono del caso, oppure posso pensare che la “spinta” che mi ha fatto salire su quei due treni non era poi casuale come era sembrata alla mia piccola mente, ma guidata da “qualcuno”?

Son stato forse portato nel punto esatto dello spazio e del tempo nel quale è accaduto qualcosa che mi ha fatto bene e che doveva accadere non solo a mio beneficio? Penso, mi prenderai per matto, che la dea non abbia un solo adepto. Forse un solo uomo. Questo lo penso, e non per gelosia. Un solo uomo che viene scelto alla morte del precedente. Vedi, Virbio venne prelevato dall’Ade e penso anche di aver capito come. Poi te lo spiego. Ma rimase comunque un mortale. Morì e gli abitanti del lago, sapendo che Diana lo portava sempre con sé, gli eressero un tempio. La dea comunque non ama star sola. Secondo me trova un uomo che è stato svuotato dal dolore. Di fatto morto alla vita con la mente ma non col corpo. Vi si instaura lei e questo è in fondo un prendere l’involucro ancora vivo prima che una briciola di pensiero non lo conduca al gesto ultimo. È possibile quindi che non esista nessuna differenza di ruolo fra me e Ippolito? E secondo me dopo questa considerazione a te sembrerà che io abbia toccato l’apice di un uso smodato di stupefacenti….

Come ti accennavo, ho anche capito come ha fatto Diana a recuperare Ippolito negli Inferi. E’ in fondo così semplice! A Nemi c’era il Rex Nemorensis. Un sacerdote che, armato di spadone, difendeva l’albero col ramo d’oro. Pensa che ruolo da “signorine”. Diveniva sacerdote solo chi riusciva ad uccidere quello presente. Non tutti ovviamente prendevano sul serio questo personaggio. Mi risulta per esempio che Nerone (o forse era Caligola?) mandò una volta un gladiatore per far vedere i sorci verdi al questo personaggio. Ho capito sai perché la successione avveniva in modo così cruento. Era necessario, per volontà degli dei, che alla guardia di quell’albero ci fosse la persona più forte perché, nel modo più assoluto quei rami detti d’oro, non dovevano essere presi. Presi per cosa mi domandavo. E poi. Che pianta era? Trovai la soluzione per caso rileggendo l’Eneide. La sibilla Cumana disse a Enea che doveva recarsi negli inferi per parlare col padre. Gli consigliò di dare il ramo d’oro a Persefone e al marito. Questi, osservandolo incantati, non si sarebbero accorti di lui e lo avrebbero lasciato entrare e uscire da quel luogo inimmaginabile a un vivo. Il ramo d’oro è il vischio. Semplicemente. Esso è tuttora presente sui colli romani e d’inverno, nella boscaglia senza più foglie, brilla di un color oro leggero. È quel rametto che si usa mettere in casa per capodanno. Ricordi? Ora torniamo alla dea. Il ramo d’oro non deve essere accessibile agli uomini altrimenti sai i casini che accadrebbero fra vivi e morti che invece per volontà superiore devono stare separati! Una dea può invece prenderlo. Il Rex Nemorensis, che è umano, lo sa e la lascia fare. Lei va da Persefone e consorte, li rimbambisce con quel dono quel tanto che basta per prendere il suo Ippolito e tornare. Devi sapere che le vie, preferisco pensare a dei cunicoli, per raggiungere gli inferi, erano situate in varie parti della terra e uno era vicino ai colli Albani. La dea quindi fa le cose con un certo senso pratico e quando ritorna fra i vivi, non si allontana dal Rex Nemorensis e dal Ramo d’oro. Non ho ancora compreso perché. Forse, Diana desidera accedere agli inferi spesso. Avrà i suoi motivi e che per ora ammetto di ignorare.

Dopo questi chiarimenti, torniamo a noi. La dea ha dunque un solo adepto maschio, ma varie femmine. Penso, anzi ne sono convinto, che alcune donne, che la dea ha scelto, vengono da lei guidate inconsapevolmente. Esattamente come è stato per me quando son salito su quei due treni. Semplicemente, nell’incontro di Brixen, io dovevo aiutare la sua ancora inconsapevole sacerdotessa a compiere un passo.

Il cambiamento avvenuto in me, con i due incontri con la dea, mi ha trasformato. Ora le sono utile anche per queste iniziazioni.

Accadrà sicuramente dell’altro, se non fosse per la sensazione di esecuzione capitale incombente che mi da il fatto di quel giornale del giorno dopo che ho trovato.

Già morto per la vita a causa di un grande dolore che, non lo nego mi è giunto da un amore di Afrodite, la dea Diana, mi ridona un senso. Ora in lei, suo, sopravvivo mediocremente perché nulla mi interessa se non pensarla e.... frequentarla. Il rifugio del sonno che era un incubo di insonnia, un percorrere e ripercorrere le stanze dei soliti pensieri sgradevoli, è divenuto il luogo del nostro incontro. C’è sempre la luna. Ci sono i due levrieri bianchi. E, come nell’ultimo e terzo incontro passeggiamo fianco a fianco, senza nemmeno sfiorarci. Niente ha più realtà del sogno, quando solo il sogno ti resta per dare un senso.

L’ultimo incontro.

Tutto quel che accadde appartiene ormai a quella realtà che immagino non accetti, che non accettate.

Tutte le volte che mi son recato al tempio di Diana, ho sempre fatto una fatica immane a trovarlo. Sbagliavo regolarmente strada. L’ultima volta, sperduto in una via che ci chiama via del Tempio di Diana ma al tempio non mi ci faceva proprio arrivare, esasperato, fermo la macchina vicino ad un furgone bianco. Vedo che ha il finestrino a metà e questo mi fa pensare che se si fida a tenerlo così basso, vuol dire che il suo proprietario è nelle vicinanze. Chiamo e un signore spunta da non so dove. Gli chiedo dove si trova il tempio di Diana, mi indica la strada, lo ringrazio e poi, mentre sto tornando alla macchina mi dice “ma quello veramente non è il tempio della dea Diana!”. Lo sussurra quasi ma ho sentito. Torno da lui. Lo guardo sorpreso e gli chiedo spiegazione. Mi dice “sono un ignorante, ma a me i conti non tornano. Se legge i libri dei viaggiatori dell’antica Roma, troverà che dicono una cosa precisa,” gli rispondo “quali viaggiatori? E cosa dicono? Mi perdoni ma lei non può immaginare quanto questa faccenda mi interessi”. Lui insiste che è un ignorantone. Lo invito a ricredersi. Non mi son mai interessati i pezzi di carta gli dico. Il pensiero risiede solo nella mente di chi osa utilizzarlo e sappiamo quanto spesso fra i caproni che non ne fanno uso si possano enumerare laureati e professoroni. La sua immobilità mi sconcerta. Mi osserva e sorride. Dice, dopo un poco “Strappone”. “Chi?” chiedo io. Mi dice che nel libro di questo Strappone si dice che il tempio di Diana era in cima ad un colle, con la schiena alla via Appia e la facciata al lago di Nemi. Aggiunge poi che forse non è in Strappone, ma in Tito Livio. Ora comprendo. Si tratta di Strabone. Non male professarsi ignoranti e aver letto queste cosine, non trovi? Mi faccio più attento. Gli chiedo: “quale delle cime che vediamo qui intorno secondo lei è quindi la vera sede del tempio di Diana!”. Mi dice che gli unici templi posti sulle cime e che guardavano il lago erano uno a Nemi paese, e situato esattamente nelle fondamenta di palazzo Ruspoli, e l’altro a Genzano, nel luogo ove attualmente si vede la chiesa di Santa Maria della Cima. Mi guardo intorno. Sono sconcertato. Dal punto nel quale sono vedo chiaramente palazzo Ruspoli e la chiesa. Gli domando quale dei due luoghi è secondo lui il tempio. Mi indica la chiesa di Genzano. “Guardala” mi dice, “come dice Strappone li hai la facciata sul lago e il retro sull’Appia. Hai presente la salita dove fanno l’infiorata?” accenno di si con la testa. “quella la salivano i devoti che in processione venivano da Roma con gli ex voto”. Rimaniamo un bel po’ in silenzio. Mi guardo intorno abbagliato da una sensazione di atemporalità che mi rende debolissimo. Dico: “quindi sul lago c’erano tre templi! E quello che dicono essere di Diana allora di chi è?” sorride e mi dice “ no. I templi sono quattro.” Sono annientato. Attendo che parli e invece si guarda intorno. Poi aggiunge, con calma, quasi sussurrando, al punto che non sono più sicuro se effettivamente stia parlando o se si tratta di una voce che turba la mia mente in questa sensazione di forte debolezza: “va bene. te lo dico ma devi tenertelo per te. Il quarto tempio è quello di Virbio. E’ sui miei terreni ma voglio esser lasciato in pace”. Con la mano mi indica un punto fra gli ulivi. Mi dice poi che il presunto tempio di Diana è invece di Iside. “Quando Cleopatra venne a Roma ci stette due mesi. Nessuno sa dove sia stata. Nessuno l’ha vista. Dormiva nella villa di Giulio Cesare che era qui vicino e veniva tutti giorni al tempio” Lo ringrazio. Gli chiedo il nome, dove abita, perché desidero regalargli uno dei libretti che ho pubblicato per ringraziarlo, ma non risponde. Mi dice solo che lui è sempre li, da mattina a sera e che se passo glielo posso portare. Mi basterà chiamarlo. Tace. Sta guardando il tempio, anzi, la chiesa di Santa Maria della Cima. La guardo anch’io. Mi giro sorridendo e non c’è più.

Mi sveglio, sono steso sulla stradina di pietre e due gattini cuccioli stanno giocando con i lacci delle mie scarpe. Sto bene. sono riposato e leggero. Salgo in macchina a parto subito.

Parcheggio nella via principale di Genzano, faccio la salita ed entro nella chiesa che mi ha indicato. È un baroccone da due lire con pochi ricci. Merita solo la posizione che è decisamente superba. La situazione della piazza centrale di questo paese è assai coreografica. Da un lato corto ha un panorama stupendo. Sui due lati lunghi stanno dei bar con sedie e tavolini anche all’aperto. È la vera anima dello struscio di Genzano. L’altro lato corto è lambito dalla strada principale, l’Appia e, quando si attraversa partono delle strade in salita a raggiera. Una è quella della chiesa che mi interessa. Nel salire ho come intravisto con un occhio interno questa folla con gli ex voto che per secoli e secoli, anzi, per millenni, venendo da Roma, ha lucidato le pietre che la ricoprono. La chiesa mi ha lasciato indifferente. Contiene una banale madonnina di gesso sulla sinistra e alla destra due quadri che la ritraggono di nuovo in scene complesse. Solo la pala sull’altar maggiore mi piace. La madonna, posta in alto, è graziosa e ha i capelli raccolti. Mi sono infine soffermato ad osservarla così, soprappensiero.

Non sapevo più che fare. Ora che avevo saputo che quel che avevo frequentato varie volte probabilmente non era il tempio della mia dea, non sapevo cosa fare e come decidere. L’avevo vista una volta nella boscaglia. Mai si era rivelata in quella che pensavo fosse casa sua, e la dea del tempio, probabilmente sapendo che non le appartenevo, non ha ritenuto necessario palesarsi. Ero anche un poco preoccupato per i piccoli doni che venivano posti, ex voto di un credere povero di oggi. Spiccioli, una penna Parker, un braccialetto, una statuina, fiori, foglie secche. Se veramente era un luogo sacro a Iside, la fertilità in fondo rimane tema del rituale. Le dea, quando fu smembrato il corpo di Osiride, lo ricompose. Mancava il pene. Lo trovò nel Nilo che per questo era diventato ed è rimasto così fertile. Ricompose il suo consorte morto, riuscì ad avere un rapporto ed ebbe così un figlio. Rigenerare il padre nel figlio. Far nascere. Ecco il buon parto attribuito al presunto tempio di Diana e che invece è di Iside. Ci sta. Il ragionamento funziona.

L’unica pecca, per te, per voi, è che ho avuto quelle informazioni sulla reale ubicazione del tempio di Diana in una condizione strana che non oso definire allucinatoria e nemmeno irreale. Il problema per me è risolto. So che quell’essere è più vero del vero e ha detto il giusto. Quell’uomo abita vicino al buco che collega all’ade, e sa più di quanto un umano possa sapere e non ha ricevuto in dono l’oblio. Di giorno sta a casa, dove c’è il suo tempio. Di notte torna nell’ade col ramo d’oro. Rex Nemorensis ormai per sempre e insieme Virbio. Non più vivo e nemmeno completamente morto proprio per questa sua capacità di tornare dal regno dei morti, e lo fa secondo me per amore di Diana, per far si che, se Giove scopre l’inganno, ella possa avere una via per essere perdonata poiché si potrebbe pensare che lui, Ippolito, in quanto Rex Nemorensis e incaricato di vigilare l’albero del ramo d’oro, ne abbia approfittato di sua iniziativa e sia entrato e uscito dal regno dei morti a suo piacimento. Secondo me Ippolito avrebbe fatto tutto questo per la sua amata, per amore, e lo fa anche anche ora che alcuni dei, ormai senza più fedeli forse lavorano stancamente, eternamente in qualche ufficio a Roma….. e per la dea, Ippolito ormai è defunto e non sa che ogni giorno, dall’alba al tramonto ritorna per essere pronto ad incolparsi se Zeus decidesse di punirla. A lei ora, sembra solo una persona che cura i suoi campi mentre Virbio lo crede definitivamente assegnato all’ade.

Penso di tutto come puoi ben constatare. Ormai in me tutto è possibile e può giungere a un senso. So che quell’uomo più vero della realtà che mi ha detto del vero tempio, ha detto il giusto. Dove lui ha indicato ho trovato il tempio di Virbio. Non bisogna nemmeno scavare. Si vede. Il quarto tempio è la prova, almeno per me, che non si tratta favole.

E ora risolvi tu, se ti va, il resto. A me non interessa spiegare come sia possibile che una allucinazione mi abbia portato a trovare un tempio. Se ci riesci fammi ridere di me, di te, di tutto e di tutti, ma sappi il tempio c’è davvero.

E che dire del caso tuo, di quella testa che hai trovato nel campo e che chiami Paolo e che, munita di radice, vive e con un gessetto appiccicato al naso ti parla! Che bel paradosso. Tu hai un’idea letteraria che come idea funziona e me la vuoi spacciare per vera. Io vivo una realtà irreale che comunque mi porta a scoprire un tempio e mi capita invece nella realtà di tutti i giorni un fatto, quello del giornale del giorno dopo che mi porterà alla morte, ma non me ne curo. Se tutto quel che mi è accaduto è vero, ci penserà la dea a salvarmi da una fine ingiusta.

Come potrai constatare nelle prossime righe, ormai il nostro rapporto è consolidato e non temo più nulla. Torniamo a noi.

Una volta visitata la chiesa di Santa Maria della Cima, me ne son tornato nella casetta che di solito affitto li vicino. Ero nervoso. Quel che era accaduto con l’uomo dell’allucinazione era un messaggio ma non lo capivo. Cercai di mangiare, di leggere, di riposare, ma niente. Finché, alle quattro del mattino, completamente insonne e per nulla stanco, esco e vado a Genzano. In giro assolutamente nessuno.

È impressionante. Ho quasi paura e nel frattempo mi riempio di coraggio. Non è possibile che tutti, ma proprio tutti dormano e che io possa stare seduto all'aperto, al tavolino del bar della piazza e guardare come in un sogno la salita che riflette come se fosse bagnata, la luce dei lampioni, e la chiesa, lassù in cima, con la facciata coreograficamente ben illuminata.

Ho un sussulto. Qualcosa di umido mi ha sfiorato le dita. Uno dei due levrieri candidi, si è avvicinato da dietro. Ha sfiorato col naso la mano e ora mi guarda. Arriva anche l’altro, più lentamente. Tremo. Ho paura e sono estasiato. Ho freddo. Eccola. Mi alzo. Le sorrido, mi sorride. Mi avvicino e le cammino di fianco. Lei si dirige verso la salita della chiesa. I cani si rincorrono in un silenzio irreale e il tempo sembra immobile. Arriviamo davanti alla porta. Provo per gentilezza ad aprire, ma è chiusa a chiave. La dea ride come una ragazzina. Un riso senza sonoro, un riso solo per gli occhi. Posa la mano sulla maniglia e la porta si apre. Entra, si gira, si bacia la palma della mano destra e soffia quel grandioso dono verso di me. La porta si chiude e lei e i cani son spariti li dentro. Vedo in lontananza un lampeggiante. Un’ambulanza, senza fretta va..... e tutto sembra rimettersi nelle mani degli uomini col ritmo della sua luce azzurra.

Mi sedetti di nuovo a quel tavolo della piazza guardando la chiesa. Ero in estasi. Caddi addormentato. Mi svegliò un rumore di saracinesche. Attesi passeggiando che la porta della chiesa si aprisse. Rifeci la salita e entrai. Mi sedetti con un sorriso fuori e dentro che riempiva l’anima. Guardai di sfuggita la Madonna dell’altar maggiore. Ebbi un tuffo al cuore. Era il volto di Diana.

E’ ora di chiuderla questa lettera, non credi? Ti ci vorrà un mese per leggerla. Sappi che per me è stato un piacere scriverla. Ora lei, tutte le notti appare nei miei sogni che son talmente forti, concreti da poter dire anche che lei è qui con me. Mi basta. E ogni tanto, una sua adepta, alla quale lei mi conduce, riceve lezioni silenziose che la frequentazione della dea mi ha reso possibili.

Dimenticavo. Un appunto tuo merita di essere elaborato. Definisci nella chiusa della precedente lettera, che la mia idea del “giornale del giorno dopo” sarebbe possibile solo nel passato perché ora con internet e i telefonini la situazione si è fatta complessa e diventa inimmaginabile un Grande Fratello che manovra tutto. Ebbene, ci ho pensato e ho trovato la soluzione. Immagina che internet emani un miliardo di informazioni al giorno e che un gruppo riesca ad inviarne la metà da solo. Ecco che la realtà sarebbe di nuovo falsata. Non dimenticare nemmeno che ora è considerato reale non quel che accade, ma quel che i mass media propongono come tale.

Aggiungi poi quanto segue. Una volta che il presente è divenuto passato anche solo recente, la musica non cambierebbe e sai perché? Perché l’uomo di oggi è talmente immerso nel presente che dell’ieri non si interessa un po’ per ignoranza e tanto per mancanza di tempo. Come vedi Marco, non è necessario immaginare un periodo precedente al 1970! So comunque che sarò in grado prima o poi di dimostrarti che il fatto del “giornale del giorno dopo“ come ormai lo chiamiamo, è vero. E’ solo questione di tempo.

Ecco caro amico. Come Ippolito ormai amo Diana e rifuggo Afrodite. La carnalità mi ha deluso. Possiede troppo di noi. La mia, la nostra animalità, non mi bastano.

Della tua idea della testa, che chiami Paolo, vedo alcune belle possibilità di evoluzione. Essere solo mente…. Immagino di conseguenza il suo corpo ovviamente senza testa che passa di letto in letto da tempo immemorabile, in quel tuo paese. Immagino anche che se ti siedi al caffè e osservi i volti, vedrai che molti, moltissimi assomigliano a quella testa che hai in giardino. Ecco come potresti proseguire il racconto. Attendo comunque sorprese migliori dalla tua fantasia.

Ciao farabutto!

-------------------------------------------------------------------------------------------------------     

Marco lesse la lettera di K. con piacere. La parte finale invece lo inquietò alquanto. L’amico continuava quindi a considerare Paolo semplicemente una testa inventata a fini letterari e quindi non sarebbe venuto ad aiutarlo. Non era più questione di stupirsi o attendere. Doveva pensare ad altro. Per lui il punto sorprendente e era nella profondità della ipotesi dell'amico. Indubbiamente K. tutto preso dal suo senso estetico che trionfava in quel lavoro di spolveratore di lusso, non avrebbe fatto visita a meno che non si fosse dichiarato moribondo, ma gli aveva donato delle ipotesi...
Le considerazioni finali della lettera infatti, gli tolsero la tranquillità. Sarebbe stato talmente semplice verificare che indossò la giacca e si recò immediatamente nel caffè più centrale del paese. Si sedette, ordinò da bere e si mise a sfogliare il giornale.

Non ebbe il coraggio per un bel po’ di ammettere quel che vedeva. In un modo o nell’altro tutti somigliavano a Paolo. Cercò di giustificare la cosa disquisendo sul paese piccolo e quei cinque cognomi che si son incrociati per secoli. Era ben possibile.

E poi lo sfiorò un sospetto. Andò in bagno e si studiò allo specchio.

Si, anche lui era forse figlio di quel corpo non c'erano dubbi! ….o semplicemente un volto di un paese antico? no. Non c'erano attenuanti. Era turbato. Passò una donna con tre figli. Anche il più piccolo che non aveva ancora due anni, assomigliava a Paolo. Quindi quella madre poteva aver avuto da poco l’incontro col corpo di Paolo, di suo padre.

Esisteva solo una soluzione per togliersi dal dubbio. L’anziana madre, quasi centenaria ma ancora perfettamente lucida.

Si recò a casa di lei e attese il momento in cui la cameriera si allontanò per andare a fare un po’ di spesa. “Madre” disse “mi son reso conto che non assomiglio minimamente a mio padre, a tuo marito...”. Lei, seduta sulla poltrona strinse i braccioli con le dita antiche e le unghie perfettamente curate e laccate di rosso.

Non dire sciocchezze” rispose. “Madre, è giunto il momento. Ho compreso molte cose. Tutti in paese non somigliamo ai padri e invece somigliamo a qualcuno…”

E a chi somiglierebbe tutto il paese?” chiese la madre con ironia.

La situazione non usciva da uno stallo sgradevole. Marco raccolse le forze e disse “Madre, l’ho conosciuto. È nel mio giardino. Parliamo tutti i giorni”.

Lei, divenuta immobile guardò nel vuoto.

Disse “passami il telefono. Faccio venire qualcuno più adatto di me che sono ormai una povera vecchia e riceverai una spiegazione”.

Al telefono disse semplicemente di venire e che era urgente.

Madre e figlio non si dissero più una parola. Lei immobile sulla poltrona che guardava il nulla e lui che attendeva scrutando fuori dalla finestra.

Le vide entrare. Erano in cinque. Le conosceva tutte. Non più di trent’anni. Belle.

Andò personalmente ad aprire la porta. Lo salutarono con un sorriso e un lieve cenno del capo. Quando furono di fronte alla madre, essa, ancora persa nei suoi pensieri non diede segno di vita. Una delle donne le sfiorò lievemente la mano. Si ridestò. Rimase seria. Indicò il figlio con un gesto del capo. Le cinque donne lo attorniarono in silenzio e quella che si trovava alle sue spalle sferrò la prima coltellata. Ognuna ne diede una e nel frattempo, con indifferenza, a madre era tornata nel suo oblio.

Lo portarono in giardino e lo seppellirono

Svegliarono la madre e dissero che avevano eseguito. Lei impose con parole quasi spente di recarsi a casa del figlio e di cercare in giardino. Partirono immediatamente. Uccisero i cani davanti agli occhi di Paolo che urlava muto. E lo tagliarono. Un colpo netto. Lo misero in un sacchetto di plastica e lo portarono via.
Nella medesima mattina, K. si recò al lavoro. Si accorse che il giornale era ben in vista aperto sulla scrivania. Fece finta di niente e spolverò. Due statuette, le sue preferite, erano ben sistemate ai spigoli esterni della scrivania. Non poté non spolverare anche quelle e si accorse che i numeri della grande lotteria erano ben leggibili. Li memorizzò. Uscì dall’ufficio come se si fosse trattata di una giornata qualunque e passò prima dal fiorista per comperare un rametto di vischio che aveva l'intenzione di occultare in una tasca, ma vista la stagione ne erano sprovvisti, e poi andò alla posta. Mandò un telegramma a Marco. “Eccoti i numeri vincenti di domani. 13- 14 – 42 – 73 – 89 – 90 Ti dimostro così che non era un’idea per un letterato. Ho motivo di credere che entro oggi avverrà la mia esecuzione”.

Andò a casa, si lavò, mise il vestito buono e attese sulla poltrona. Verso sera suonarono alla porta. Scese. Erano in due. Uno giovane e uno più maturo. Non si dissero nulla. Si incamminarono a passo svelto. K. sentiva che qualcosa sarebbe accaduto. Diana l’avrebbe salvato o recuperato dall’ade? Abitare al lago di Nemi, nei pressi dell’Averno! Gli dispiaceva non avere trovato il ramo d’oro dal fiorista ma era comunque tranquillo. Una dea sa quel che fa. Era quasi precipitoso nel passo e i suoi esecutori non riuscivano a stargli dietro. K. si fermava spesso per attenderli. Fu portato in un cantiere in costruzione. Qui la frenesia, la fretta che tutto accadesse una volta per tutte e che arrivasse la nuova vita, lo lasciò improvvisamente. Fu colto da paura. Pensò al suo datore di lavoro che non conosceva o forse si. Chi può dirlo con certezza. Lo spogliarono e lo adagiarono per terra nel punto già pronto per ricevere la colata di cemento per una pavimentazione. Il più giovane accese un macchinario e direzionò la proboscide grigia per inondarlo dopo averlo accoltellato. Era tutto pronto ed egli pensò:



dov’era il giudice che non aveva mai visto?
Dove il supremo tribunale fino al quale non era mai arrivato.
Alzai le mani e allargai le dita.
Ora le mani di uno dei signori si posarono sulla gola di K. mentre l’altro gli immergeva il coltello nel cuore e ve lo girava due volte.
Con gli occhi prossimi a spegnersi K. fece in tempo a vederli, vicino al suo viso, guancia a guancia, mentre osservavano l’esito.

come un cane”                                       ...disse.


E gli parve che la vergogna gli dovesse sopravvivere.

-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

(Ora "L'archeologo".  Si tratta di un racconto indipendente da Kopf, ma che utilizza le medesime atmosfere.)
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

(E' probabilmente il mio racconto più sentito. L'idea venne a Sesto, in val Pusteria. Ero seduto, di notte al balcone. Davanti a me un prato, in fondo la Val Fiscalina, sopra montagne e in alto manciate di stelle. Ho iniziato a scrivere li, poi sono andato a Roma, esattamente al lago di Nemi, al tempio, nei luoghi che il racconto descrive e che da anni conosco, medito e apprezzo. Vero fu quel che accadde a Brixen e le statuette degli ebrei diabolizzati effettivamente si possono vedere al museo della città. La ragazza descritta sedette ad un tavolo vicino al mio. Non ci fu seguito. Torniamo ai colli romani. Di notte a Genzano, mi son seduto al tavolino del caffè, nella piazza vuota, osservando la salita per Santa Maria della Cima. Al presunto tempio di Diana ci son andato varie volte e veramente ho potuto vedere resti di riti. Ho anche le foto. Il resto è fantasia. Il finale, scritto in caratteri  diversi dal resto, è ..... il finale de "il Castello" di Kafka. intendo così sottolineare che, dopo circa un secolo, c'è sempre un'esecuzione .... la violenza, oltre qualsiasi regola, inflitta, decisa, da colui che dovrebbe donare la vita.

2 commenti:

  1. Ciao, mi chiamo Paolo e una tua amica che io chiamo fiorellino mi ha invitato a leggere Kopf , definito come un capolavoro kafkiano , lo è , fiorellino nn sbaglia mai . io sn docente in lettere e ho il diploma di conservatorio insomma il connubbio letteratura musica si trova poco negli scrittori del 900.... sono rimasto colpito da ciliegi in fiore per la musicalità del linguaggio e i riferimenti a brani operistici , alto capolavoro le roselline abbandonate ... x me parlare di fiori e note è la stessa cosa ,poi seguendo grossomodo la cronologia del blog è comparsa la mosca e la poesia e li mi sn identificato..ti dico subito che ho il ruolo ma che ho lasciato la scuola xke nn ne potevo più. i ragazzi mi prendevano in giro perchè parlavo ad occhi chiusi"prof sogna le sue amanti" eh viva l'adolescenza ma alla mia età c'è solo un sogno e io sogno la musica (mia moglie già mi minaccia con la padella), per noi artisti è molto dura siamo consapevoli di valere nn quando ce lo dicono gli altri ma lei: l'arte, coraggio amico sei su una buona strada devi proseguire c'e' una forte predisposizione e tanta sensibilità buona serata

    RispondiElimina
    Risposte
    1. belle parole. grazie. so che la strada è giusta, ma è vuota, e questo la rende in salita. la pendenza naturale, che si tratti di alpi o himalaya o anche di più, la passione non la sente, ma la strada vuota, quella si che pesa. scrivo perché sono così. non farlo equivarrebbe a non essere. avrei preferito una vita ordinaria? No. ne ho vissuti dei frammenti, spesso mi ha preso per mano, sembrava un gesto gentile, ma era per tirarmi giù. insomma. posso solo seguire il mio destino. musika e letteratura? mi sembra ke ci provi anke Murakami Haruki. molta fantasia. Kafka sulla spiaggia, ma forse un pizzico di moda che, almeno per ora mi disturba. Pasternak era musica. per lui il medesimo Scriabin che mi ha guidato in "Ciliegi in fiore", fu una rivelazione in carne ossa e udito, nell'adolescenza. difficile vivere senza musica ... non riesco a immaginarlo. è possibile, qualcuno che ci riesce l'ho conosciuto, ma son mostri a tutti gli effetti. ciao e grazie.

      Elimina