sabato 12 ottobre 2013

Creatura (racconto)


I (sogno)

Stavo camminando nel bosco dietro casa con Mafalda. Era un pomeriggio freddo e senza neve.

Il bosco mi piace. Lei aveva la sua miniera di odori e io, io non so cosa ci trovo. Forse l’abitudine acquisita andandoci in estate da piccolo con la famiglia. il bosco ci dava sempre qualcosa. Potevano essere funghi o mirtilli o fragoline o semplicemente, quando non si trovava niente, una zainata di pigne per il camino. Ricordo che non si tornava mai a mani vuote.

Stavo camminando nel bosco ed era inverno. La natura era in attesa. Si lasciava guardare ma era disabitata di frutti e ovviamente anche di fiori che iniziai ad apprezzare più tardi negli anni senza mai coglierne uno. Mi ci sedevo di fronte.

Anche gli animaletti erano assai rari.

Mentre camminavo senza un pensiero preciso, mi accorsi che passava una donna sui venticinque anni. Era rapida. Mi lanciò uno sguardo, fece un cenno di saluto com’è d’uso e proseguì per pochi passi finché non si accorse di Mafalda. Si fermò come se stesse pensando a qualcosa, mi chiese come si chiamava, e glielo dissi. Il mio amato cane, aveva dei comportamenti particolari da sempre. Quando vedeva un estraneo mi si avvicinava e cercava nel mio sguardo un consiglio. Se le dicevo “guarda chi c’è!” si esaltava e partiva per fare amicizia e si contorceva tutta in piagnucolii e sguardi di emozionato benvenuto. Dissi la formula magica e si avviò alla carica. Il rito si consumava in tutta la sua smaccata melensaggine solo se c’era partecipazione. Ne ricevette tanta. Lei si presentò. Lavorava all’ufficio postale. Allo sportello. Ovviamente sapeva chi sono e che mi ero trasferito in quel paesino da appena un mese e in forma provvisoria. Lei non era del posto. Aveva un contratto di lavoro per sei mesi “e poi si vedrà”. Parlava veloce, fitto fitto, senza punti e virgole. La ascoltai senza dire una parola, non me ne diede l’occasione. Corrisposi solo con accenni e minuscoli sorrisi. Un attimo di silenzio. Sembrava guardare il fondovalle dove biancheggiava il paese e poi mi consigliò di non “andare in quella direzione” perché le era sembrato di vedere delle vipere e per Mafalda avrebbe potuto essere pericoloso. Disse Bye Bye e, col passo affrettato che pensai le fosse abituale, sparì.

Già dopo due secondi non ci pensavo più.

Spesso nel mio camminare non ho una meta. Se c’era Mafalda, lasciavo fare a lei.

In quel momento stavo pensando a Schubert. Non alla sua musica ma alla sua vita. Fu difficile. Difficile ma con esiti grandiosi che lui, questo pensano, non poté godere perché volò via a trent’anni. Fortunatamente il momento più bello per un artista non è alla pubblicazione con la conseguente notorietà, ma quando quel che vuol uscire ci riesce e si materializza in questo caso, in fogli pieni di note.

E’ andato peggio chi ha vissuto ottant’anni e non ha mai provato quella sensazione spesso anche dolorosa di liberazione. Sensazione temporanea. Quel che è uscito dall’animo di un artista altro non è che una copia. Dentro rimane tutto. Solo alle divinità è concesso donare l’oblio, ma non conosco esseri che abbiano goduto di tale elargizione.

Tornai per un attimo dai miei “viaggi” e cercai Mafalda.

Di giorno i pensieri, scale immense che puoi usare per scendere o salire in te stesso, sono interrotti dalla quotidianità, da tante piccole cose. Quella volta si trattò di cercare Mafalda. La mia condizione ottimale, quando si passeggiava insieme, era di averla “a tiro di sguardo”. Sapevo che non aveva un buon naso o forse ce l’aveva ma a causa del tipo di vita che faceva non aveva motivo di allenarlo molto. Sapevo che se non mi vedeva, si agitava e iniziava ad andare avanti e indietro in un crescendo di agitazione.

La chiamai ma non rispose. Mi fermai per ascoltare attentamente i sussurri del bosco ed ecco, la sentii piagnucolare. In quel periodo era particolarmente emotiva perché era in calore. Mi faceva tenerezza. Non era mai stata madre ma soddisfò il suo istinto l’anno precedente allevando quattro gattini che trovai, anzi trovò in una scatola per scarpe vicino al bidone dell’immondizia in una cittadina italiana che ricordo graziosa, ben pulita e banale per non dire stupida. Si sentì un fievole verso. Lo ricordo. Ci voleva il coraggio della mia fantasia per chiamarlo miagolio. Mafalda si aggirò attorno a quel bidone con agitazione. Sembrava che là dentro ci fosse qualcosa che le apparteneva o che le stava particolarmente a cuore. Ascoltai in silenzio. Era un rumore minimo minimo, il minimo segno di vita.

Il momento più buffo fu nell’allattamento. Nel giro di una settimana Mafalda ebbe una gravidanza isterica e pure il latte perché i micini cercarono prima il calore del suo corpo e poi con una sistematica perlustrazione trovarono i capezzoli e ci si attaccarono. Non veniva niente e per questo li lasciavo fare. Lei li sentiva succhiare e stava immobile con tanto timore nello sguardo che cercava nel mio un consenso. Quarantacinque chili di potentissimo cane diventati tenera mammina. Se qualcuno pigolava lei lo cercava immediatamente col nasone umido e lo leccava tutto. A me dava idea che lo scontro con quel nasone fosse per il micino un trauma come un incidente stradale. Si ritrovava rivoltato a pancia in su e sballottato da quella lingua enorme, dalla testa alla coda. Invece si calmavano. Facevano le fusa. Era bellissimo. Nel giro di una settimana di stimolazioni di questo tipo le venne il latte. Monica, la veterinaria e amica mi disse che non potevano berlo. “E’ troppo denso. Morirebbero di blocco intestinale.” Provvedevo col latte in polvere e una piccola siringa ma mi sembrava un delitto non concedere a Mafalda di vivere il suo desiderato stato di maternità e anche mi sembrava di essere un mostro verso quei gattini che la cercavano con una insistenza da figli autentici. Studiai una soluzione semplice che consisteva nel lasciare il gattino attaccato a Mafalda per circa due minuti e poi dare una dose di acqua tiepida con la siringa e alla fine, agitare. Si, agitavo il micio. Pensai: se lo stomaco è un sacchetto con un entrata e l’uscita momentaneamente chiusa che si apre solo quando smettiamo di immettere il cibo, allora se lo agito appena ho introdotto l’acqua tiepida, questa diluirà il latte troppo denso di Mafalda. Funzionò benissimo e anche Monica prese nota per consigliarlo in casi simili.

Mentre frugavo con lo sguardo fra le piante basse del bosco e cercavo di cogliere il suo piagnucolare di risposta al mio richiamo e che ormai era cessato, ripensai a quella curiosa maternità. Ora però iniziai a preoccuparmi. Non era da lei sparire così, finché non sentì i miei passi e reagì scodinzolando. Il suo rumore era un tonfo sordo quindi voleva dire che era seduta in posizione di sfinge e la coda batteva sul terreno. Le rare volte che giungevano ospiti in quella casa provvisoria, questo suo tipo di reazione faceva rimbombare il pavimento di legno come un tamburo.

La chiamai e rispose ancora con quel battere sordo e poi la vidi. Era stesa davanti ad una piccola buca profonda circa due palmi e larga una trentina di centimetri. Dentro questa si muoveva qualcosa e Mafalda lo osservava. Mi misi di fianco a lei in ginocchio e vidi un animaletto nero peloso fradicio e orrendo. Non avevo mai visto qualcosa di simile. La mia esperienza a proposito di esseri viventi non era e non è così vasta. Era quindi possibile che si trattasse di un animaletto che non conoscevo anzi, ne sono tuttora certo. Mi faceva impressione quella bruttezza notevole ma cercai di giustificarla come una mia mancanza dovuta al non essere abituato a quella forma. Quando non si ha esperienza di un pipistrello, lo si troverà orribile e repellente al primo sguardo. Se ci si abitua, se si ha questo per nulla assurdo coraggio ecco che non sarà più ne bello ne brutto, ma semplicemente un pipistrello.

L’animaletto ansimava e con le zampine anteriori assai lunghe e sottili cercava di scalare quella piccola buca ma franava giù. Si rimetteva in assetto ciondolando un po’ la testa grossa e con molta debolezza ripartiva. Non faceva versi. Si sentiva però il respiro che era sottile, legato ad un filo, ma tenace nel compiere l’unica volontà che in quel momento poteva avere un senso per la sua esistenza. Non poteva far altro che emanciparsi da quella buca e poi successivamente, finche le forze glielo avrebbero concesso, cercare fra l’erba ghiacciata, immenso corpo della sterile madre terra invernale, il capezzolo al quale succhiare la vita. Vidi sul suo capo due bulbi. Gli occhi chiusi. Si trattava quindi di un essere appena nato. Poteva esserci la madre lì attorno e, stando immobile col corpo, cercai con lo sguardo qualche traccia. Ci trovavamo in un punto del bosco abbastanza nascosto. Siepi basse e abeti giovanissimi con i rami fino a terra. Lo sguardo aveva poco su cui spaziare e l’udito non offriva nulla. Notai però che l’erba gelata era calpestata da chiare impronte di scarpe. Il mio pensiero andò subito alla donna incontrata nel bosco. Ripensai alle sue parole e mi fu facile comprendere che ero andato nella direzione che ci aveva caldamente consigliato di evitare. Forse era questo che voleva nascondere. Un animaletto che voleva abbandonare. La creatura si era fermata. Era esausta. Guardai la mia compagna d’avventura che già da un po’ cercava i miei occhi e dissi “chi c’è Mafalda, chi c’è!” e lei si alzò scodinzolando e osando quel che forse, senza le mie parole non avrebbe mai fatto. Piantò il nasone umido sulla creatura la annusò ben bene e poi con un colpo di lingua dei suoi la risvegliò dal torpore in cui era caduta forse, anzi certamente, per la debolezza. “Ho capito, lo vuoi.” Lei scodinzolò e si dimenò con foga e poi lo prese con delicatezza in bocca e ci avviammo verso casa. Per tutto il tragitto la creatura non reagì. Pensai preoccupato alla delusione di Mafalda se una volta arrivati a casa fosse deceduta. In fondo era facile che accadesse. Aveva mai toccato cibo? Che cosa mangiava? Era tutto da scoprire. Una volta entrati lo depositò nella sua cuccia di stoffa. Era morbida e vicina al camino che era sempre acceso. Adoro osservare il fuoco.

Ricordo che a Milano amavo molto il Caffè Marino alla Scala per il fuoco. C’erano dodici schermi tutti attaccati a formare un unico grande quadrato. Arrivavo nel pomeriggio per un caffè. Se c’erano immagini del fuoco, stavo anche un’ora ipnotizzato e distante da tutto, se c’era acqua, limpida acqua chiara, non resistevo più di un attimo.

Mafalda la leccò accuratamente e le si stese di fianco. Avevo del latte. Mi sedetti vicino alla mia nuova famigliola e sgocciolando col dito gli bagnai il musetto. Una lingua, minuscola e debole, raccolse le poche gocce. Ripetei l’operazione fin quando non la vidi assopita e poi mi incamminai verso il paese, comprai il latte in polvere, un biberon talmente piccolo da sembrare un giocattolo e una siringa.

La signora della farmacia mi chiese che animale avevo preso e le dissi che non sapevo bene di cosa si trattasse. Le raccontai del ritrovamento nel bosco e della mia intenzione di salvarlo per capire poi con calma di che cosa si trattava. Gli avevo dato un nome? No. Decisi di chiamarlo “creatura” finché lui stesso non avesse suggerito alla mia fantasia, il suo.

Tornato a casa lo trovai che respirava a fatica. Rantolava quasi e dalla bocca usciva qualcosa che poteva volendo, assomigliare ad un verso. Allungava le zampine anteriori come se stesse cercando qualcosa. Misi il mio dito indice vicino alla cima della zampina e con mia sorpresa mista ad una iniziale reazione quasi di raccapriccio, dal pelo spuntò una minuscola, perfetta manina umana che si attaccò al mio dito anche con una certa forza. Lo lasciai fare. Non avevo più il coraggio di usare il termine zampa. Era una mano. Sì, era proprio una piccolissima mano, perfetta; bella, con le sue minuscole unghiette rosa in cima alle dita. Questo contatto lo calmò e calmò anche Mafalda che si era assai afflitta per quel rantolare flebile e continuo. Ebbi una curiosa idea. Bagnai un capezzolo di Mafalda con un po’ di latte e vi appoggiai la bocca della creatura. Si attaccò. Si attaccò e le sue manine spinsero la mammella con quel movimento ritmico che ricordavo nei gattini. Poppava anche se non veniva nulla e stava tranquilla. Mafalda non aveva il coraggio di muoversi e la lasciava fare. Preparai il minuscolo biberon e la staccai. Le manine ora smaniavano nel vuoto. C’era qualcosa di disperato in quel gesto convulso. Accettò il biberon con decisione e lo vuotò inizialmente con rapidità e poi con sempre più calma e infine si addormentò. La prima parte della notte passò bene. Verso mezzanotte un’altra poppata e un’altra verso le sei. Andò di corpo. Ce l’avrebbe fatta.

Ora era interessante capire di che specie o razza fosse questa creatura. Per ora non ci capivo niente. Anche se eravamo solo verso quasi la metà di ottobre, fuori era troppo freddo per portarla da qualcuno e mostrarla e difficilmente questo qualcuno sarebbe venuto da me che abitavo fuori dal paese. Quella notte nevicò. Il latte non mancava, la dispensa era piena e la legna abbondava.

Ogni tanto uscivo per fare due passi. Mafalda non veniva più. Usciva solo per fare i bisogni e poi stava con la creatura. Il quarto giorno quando mi svegliai andai da Mafalda per la poppata di rito ma non ce n’era più bisogno. Le era venuto il latte. La guardai con una certa tenerezza. Si addormentò attaccata, la staccai e la tenni nel cavo della mano. Stava in posizione fetale. Quei peli sottilissimi e assai lunghi che coprivano tutoli corpo erano fini più dei capelli. Iniziavo a trovare della bellezza. La carnagione era livida il primo giorno. Ora, ben nutrita e pulita da Mafalda era spuntato sotto le ascelle e sul vis, un color rosa chiaro. Sembrava porcellana finissima e come illuminata da dentro di una fosforescenza appena percepibile.

Toccai la pancia gonfia di latte. Seta al tatto. Questo contatto la destò per un attimo. Non si svegliò; riemerse dal sonno profondo per salire alle acque più superficiali e chiare del dormiveglia che precedono di un soffio, la vita. Fu appunto un attimo. Prima colsi la contrazione delle manine e poi vidi per la prima volta il suo sguardo. Piccoli occhi neri. Assai profondi forse. E’ stata un’impressione in parte inesplicabile perché imprevista e che durò pochissimo, troppo poco. Mi aveva comunque guardato e la mia immagine calò con lei nelle profondità dove la realtà è più vasta di quel che un essere umano è stato educato a credere.

Una realtà eterna che conserva tutto, l’utile e l’inutile che tendiamo a selezionare soggiogati nel nostro affrettato giudizio, e dal presente che è sempre troppo rapido e impegnativo, senza tregua, per far si che si possano cogliere fino in fondo, in tutte le loro importanti sfumature, i significati che la rendono immensamente sondabile.

Per la creatura non ero più solo un contatto caldo. Ero ora un volto. Mi avvicinai al nasone di Mafalda e le dissi “Ha aperto gli occhi! Sei contenta?”. Mi diede un bacio. Un morbido “leccotto” sul naso e me ne andai a fare due passi.

Arrivò la primavera. La Creatura era cresciuta. Molti peli erano caduti. Ora aveva qualcosa di stranamente umano. Da quella prima volta nella sua buca, non aveva fatto più assoluto cenno di camminare. Stava sempre nella cuccia di Mafalda o in grembo a me e la vidi alzarsi sugli arti inferiori solo qualche volta aggrappandosi al bordo della cuccia. Non aveva interesse per quel che accadeva oltre quell’ovale di stoffa. Se Mafalda usciva, e lo faceva assai di rado, la creatura la seguiva nei suoi movimenti, con uno sguardo inquieto. Quando aprivo la porta a Mafalda perché doveva pur trovare il tempo per dare sfogo a certe funzioni corporali, ecco, allora poteva capitare che si arrampicasse al bordo della cuccia alta circa quindici centimetri. Vederla così era impressionante anche per me che l’avevo continuamente sotto gli occhi. Un minuscolo, stranissimo essere con qualcosa di umano. Diverso ma uguale, uguale in un modo che non so spiegare, diverso perché il suo modo di essere più che a causa dell’aspetto fisico, era infinitamente più raffinato, pensieroso e attento di, si di un essere umano. Non faceva più versi. Quando parlavo, mi ascoltava. Sembrava interessata. Lo sguardo concentrato, assai serio. Mi rendevo perfettamente conto che a me non era affezionata. Io c’ero. Esistevo. Ero gentile, ma per lei Mafalda era tutto. La guardava con una devozione, con un affetto che alcune volte mi inumidì gli occhi. Mafalda era una madre perfetta anzi, lo sarebbe stata se non avesse avuto necessità di uscire ogni tanto per ovvi motivi. Stava fuori al massimo cinque minuti. Se volessi disegnare il perfetto volto dell’angoscia non saprei andare oltre il suo in quei brevi momenti di smarrita solitudine e altrettanto estremo e angelico era il suo viso, ora non più muso, illuminato da quel sorriso, quando la vedeva finalmente rientrare. Spesso le mie passeggiate, ora solitarie, mi riportavano in quel luogo. Mi sedevo di fianco alla buca e osservavo. Non era un guardare per capire. Lo sguardo cadeva in quella buca, ora coperta da un leggero velo di erba nuova, e il pensiero vagava.

Ho scelto di scrivere. Non è un mestiere, ma un modo di vivere. Se nella vita ci accade qualcosa, non meditiamo a fondo tutti i significati che questo qualcosa contiene.

Si tende alla superficialità non perché sia un difetto innato dell’umanità, ma per un’esigenza ineluttabile della realtà contingente; per l’impossibilità di fermare l’attimo.

Un altro attimo, anche minuscolo, quasi vuoto, insignificante, arriverà e spingerà via quello appena vissuto, e poi ne arriverà un altro e un altro ancora.

Io fermo l’attimo.

Ho scelto di scrivere.

Ho scelto di fermarmi ogni tanto e usare una sequenza di attimi, appositamente svuotati di vita, per meditare su altri attimi saturi di mistero che diventerà forse, senso.

Non è facile. Ci vuole concentrazione e il coraggio della solitudine.

Svuotare il tempo di azioni.

E’ questo il punto.

Solo così, nell’immobilità degli eventi, fermandoli del tutto, puoi tornare suoi tuoi passi e, in casi estremamente rari, fino all’inizio di te stesso, alla soglia estrema, al momento dal quale scaturisce la tua origine e forse il tuo, il mio senso profondo oltre il quale esiste solo il brusio delle reazioni chimiche che ti compongono con indifferente, matematica, noiosa e fredda precisione.

Se ci riuscirai, nessun ostacolo si metterà fra quella meditazione e l’evento vissuto che si vuol comprendere e tutto ti apparterrà non come oggetto, ma nel senso.

Quando si è sazi si riparte.

Il mondo, quell’irregolare dimensione che continuamente muta fuori da noi, non potrà se vogliamo, solo se lo vogliamo, non riprenderci.

Ci siamo fermati, e anche noi come il mondo, torneremo ad essere un continuo cambiamento, sempre.

Io un po’ meno, oppure in modo un po’ diverso. Piccoli passi e una tappa. Piccoli passi e un’altra tappa.

Non so perché ho scelto di vivere così e forse non ho nemmeno scelto.

Se è vero che un cubo non può ruzzolare facilmente come ad esempio una sfera, ecco che io creo la quantità di forza che mi fa avanzare e che diventa una piccola cifra che verrà costantemente sottratta all’accelerazione continua alla quale siamo continuamente sottoposti dalle spinte continue di infiniti possenti infinitesimi, spesso destabilizzanti, attimi.

Ecco cos’è scrivere. E’ il culmine, è il momento nel quale il cubo, più lento, in bilico sullo spigolo, si ritrova con uno scarto, adagiato sull’altra faccia, sull’altro valore di quell’incessante meditare.

E poi.

E poi il sogno e la realtà, quando procedi più lentamente, finalmente si toccano e riescono almeno per un poco a tenersi per mano, a fluire insieme.

Solo quando torni alla vita che fa correre le tue sfere per discese vertiginose, solo allora il sogno, più lento e disinteressato, rimane indietro e lo puoi distinguere dalla realtà e sarà sempre più distante e silenziosamente ti offrirà ancora come il saluto di una persona lontana, la tua immagine; specchio che diventa antico non perché si allontana da te, che sei tu a correre via, in fondo da te e solo da te stesso e ti perderai.

Ho solo me stesso, se perdo anche lui, non avrò più nessuno.

Se ti fermi, come mi fermai io in quei mesi in quella casa, mentre pensavo a queste cose, e fermo anche davanti alla buca dove trovai la creatura, se ti fermi, dicevo, il sogno ti circonderà come un’atmosfera, una nebbiolina azzurra. Tutto potrebbe acquistare un senso. Tutto comunque diviene completamente, definitivamente, realtà. Quella realtà che gli esseri umani si limitano a definire come eventi che i sensi possono “raccogliere”.

Ora tutto il passato si fa equidistante da che, avendolo nuovamente ordinato, divieni il centro e non come al solito una perla nella sequenza di una pur preziosa collana che, se passi a una perla accade purtroppo che ti allontani dalle altre e devi andare avanti e indietro percorrendo a volte miriadi di perle piene di senso e quindi magnetiche, attraenti, distraenti ogni volta che passi lo sguardo su una di loro. Quella. Quella è la pazzia comune a tutti gli esseri immersi nella quotidianità. Se te la senti, la devi evitare ponendoti al centro di te stesso, non sul filo del tempo ma al centro e tutto il passato diverrà equidistante intorno a te. Sarà così un semplice salto sempre uguale, alla perla, poi tornare a se stessi a un’altra perla e poi di nuovo in se stessi, compiendo un balzo, uno sforzo che essendo divenuto sempre identico, nemmeno lo avverti.

Hai preparato il tempio.

Ora inizia il rito.

In te ci sono forze immense. La tua unica spada è il pensiero e giustamente avrai paura.

Il tuo passato si rivelerà in tutta la sua potenza e se non saprai controllarti, domani altri, sconvolti dal tuo osare, potranno solo raccogliere la tua cenere e riporla nell’urna dell’oblio che comunque hai meritato.

Vai ora.

Hai la mia benedizione

E torna con una soluzione per questa mia solitudine.

Catturane la radice se puoi

Se puoi disseccala

bruciala.

Vai ora

Vai e non ti voltare.

In quel periodo, forse a causa della Creatura non ero più fermo, come avrei voluto, in me stesso.

Non riuscivo più a stare perfettamente immobile al centro del passato.

Le dedicavo le mie cure e mi distraevo. E poi pensavo che stavo pensando ad altro. Non riuscivo più, col rischio che il fervore, la velocità dell’esistenza pian piano mi riprendesse senza essermi avvicinato alla sensazione desiderata.

No, non è così.

Ho rallentato e il sogno e la realtà si sono sciolti formando una nuova sfera e questa avventura è in essa che si sta svolgendo.

Vai ora

Cattura la radice se puoi

Hai la mia benedizione

Vai e non ti voltare.

Questo dunque pensavo seduto di fianco alla buca e mi colse un forte disagio scoprire che erano fresche alcune impronte lì intorno. Impronte di scarpe, simili forse a quelle che notai in quel giorno di quasi metà ottobre.

Nel silenzio della vita di quell’angolo di bosco, pensai a quella donna. Non mi ero più interessato a lei.

In me prevalgono gli affetti. La Creatura stava bene, Mafalda era serena e quell’evento si era pure rivelato terapeutico per la mia ricerca che, lo ammetto, troppo spesso diventava attesa nervosa.

Mi alzai e tornai verso casa.

L’abitudine a frequentare luoghi naturali affina sensibilità nuove. Quando mi ero seduto mi aveva assillato per un attimo il sospetto, la sensazione razionalmente inspiegabile che qualcuno mi stesse osservando. Nel tempo successivo non era più accaduto altro che puro pensiero e la prova che non c’era effettivamente nessuno l’avevo tratta dalla qualità estremamente sottile del suo contenuto che si sarebbe frantumato, non avrebbe retto nemmeno allo sguardo innocente di uno scricciolo e al suo minimo saltellare.

La sorpresa la ebbi quando vidi Mafalda davanti alla porta di casa.

Era evidente che qualcuno era entrato e l’aveva messa fuori e, se lei ci si era lasciata mettere, voleva dire che si trattava di qualcuno di sua conoscenza perché altrimenti avrebbe dovuto affrontare una pelosa signora a quattro zampe assai ben dotata e capace di farsi valere.

C’era una finestra aperta. Questo qualcuno era entrato da li? Mi limitai a girare la maniglia della porta. Intimai a Mafalda di stare buona ma iniziò a piagnucolare e ogni tanto ad abbaiare con la sua voce possente e cavernosa. Con quel sottofondo di rumori potei muovermi abbastanza tranquillamente e giunsi vicino alla porta socchiusa della stanza dove viveva la creatura senza mai uscirne.

La vidi.

Lei era in piedi davanti alla cuccia di stoffa. Bussai leggermente con le nocche sulla porta già aperta, ma non mi sentì perché nello stesso istante Mafalda abbaiò.

Si chinò e prese la Creatura con la mano destra.

Forse fu un mio fraintendimento, non so dire, ma ebbi l’impressione di vedere nello sguardo di lei, una serietà illuminata da sottilissimi quasi invisibili fili di rabbia. Mi precipitai per fermarla. Glielo presi dalle mani e le dissi che ora stava bene ma è molto delicato. Creatura era inerte. Guardava senza reagire. Senza espressione.

Lei non si scompose. Guardò in silenzio il mio agire. Andai ad aprire a Mafalda che si precipitò alla cuccia e si rasserenò fra piagnucolii e leccate al suo piccolo figlio adottivo del quale non eravamo arrivati a capire nemmeno il sesso e che sorrise beato, ma teso da una inspiegabile inquietudine.

Non mi resi conto più di tanto di quel che mi avrebbe dovuto dettare la logica.

Quella donna era entrata di nascosto in casa mia forse dalla finestra e dopo aver aperto da dentro la porta aveva portato fuori Mafalda. Si, questo lo capivo. Fin qui lo accettavo ma decisi di lasciar perdere gli eventuali motivi di questa azione e in parte penso, oggi, di capire il perché. Furono il sorriso di Creatura e la gioia di Mafalda a farmi dimenticare tutto. Il Paradiso non era crollato.

Le chiesi se voleva un caffè. Disse sì. Accesi la radio per sdrammatizzare quel silenzio, sottofondo di un dialogo fino a quel momento inesistente. Mi seguì in cucina e le dissi che se lei quel giorno lo aveva abbandonato io lo avevo preso. Negò. Disse che lei non ne sapeva niente. Le feci notare che se era entrata in casa mia di nascosto non era certo per amore mio o della buona educazione. Lo dissi con calma. Ero sereno. E aggiunsi sorridendo che d’inverno le vipere sono in letargo. Non capì. Le ricordai che chi dice bugie deve almeno ricordarsele e le raccontai la sua. Niente pericolo vipere d’inverno. Non rispose. Si sedette al tavolo a bere il caffè. Chiese “e cosa hai visto!” Mi sorprese il tu così improvviso e la voce ferma, tesa. Decisi di essere poco chiaro, anzi, chiarissimo. Ero io a non sapere dove questa mia apparente certezza mi avrebbe portato. Avrei potuto fare la figura del fanfarone ma risposi così anche perché temevo che ri-volesse la creatura e rimanere sul vago poteva servirmi per capire qualcosa di più delle sue intenzioni e tenere la situazione in pugno.

Risposi semplicemente “tutto”.

Allora ti devo fare ben schifo”

No, non temere, so bene che al mondo succede di tutto.”

Andai sulla soglia e guardai Mafalda ora tranquilla col suo cucciolo.

E poi ora ha una mamma affettuosa. Non sono forse belli?”

Anch’io avrei potuto essere una buona madre.”

No, lei no signorina. Almeno non in questo caso. La madre non è chi ti partorisce ma chi fa quel che sta facendo Mafalda.”

Rispose un secco “Hai visto anche quello?”

Rimasi sorpreso.

La mia fervida fantasia immaginò qualcosa.

Lei sopra la buca.

Si era sforzata in silenzio, gemendo appena un po’ all’inizio e Creatura, uscendo dal suo corpo era caduta la dove Mafalda l’aveva raccolta.

Ho anche immaginato, in quell’attimo che potevo essermi allontanato solo un attimo per darle il tempo materiale di riassettarsi e poi sarei tornato per prenderlo come poi feci nella realtà, e fu in quel frangente di attesa che lei mi vide, mi intrattenne con quel breve dialogo e mìnvitò ad evitare quella direzione per….le vipere

Tacque.

Aveva forse colto il mio pensiero.

Avevo accentuato solo per enfatizzare, ad suo eventuale e non più di moda, senso di colpa poichè non le avrei mai reso Creatura.

Glielo dissi. “Lei lo ha gettata e io lo tengo.”

Rispose “L’ho fatto io e ne faccio quello che mi pare!”

Ero stupito ma non troppo. Stava quindi al gioco.

Lei madre di quell’essere dolcissimo ma profondamente diverso da lei!

Presi la tazza vuota e la appoggiai al lavabo.

Fu un attimo.

La musica della radio coprì tutto.

Andai nella stanza di Mafalda e lei, quella ragazza era lì, col corpo di Creatura ormai senza testa fra le mani.
Stava masticando.

Non ebbi la forza di muovermi.

Vidi Mafalda con la testa spaccata nella sua cuccia.

Era tutto irreale

inspiegabile
un po’ come quando ti hanno sparato, vedi la ferita e sai che tocca a te

che stai morendo.

Fermo sulla soglia

la vidi mangiarlo e masticarlo lentamente.

Lo teneva con tutt’e due le mani

e il suo sguardo non era uno sguardo

era il nulla

il nulla

Finì. Non disse una parola. Se ne andò così.

come solo un essere al di là del bene e del male, può fare


                                                                 II


Ho detto che quando mi fermo per comprendere un evento appena accaduto, il sogno raggiunge la realtà, ad esso si unisce e diventano un’unica entità, una realtà superiore che non è la somma delle sue due parti, ma un nuovo modo, un mondo potente e definitivo.

E’ un periodo strano. Non esco di casa. Mangio poco, una volta al giorno e leggo molto. Penso. Il corpo non reagisce bene. Troppa inerzia, ma non riesco a fare nulla. Sono ridotto, o forse elevato alla quasi pura attività interiore. La sua totalità lo so, si realizza solo quando dimentichi completamente il corpo, nonostante i suoi segnali allarmati, i suoi lamenti. La sua decadenza vale quel che in questo stato di purezza potrei comprendere? Per poter vivere devo prima comprendere. Sento che sarebbe inutile muovere questa stupenda macchina senza un fine, anche banale, ma nulla ha un valore, nulla merita di essere se non ha un fine. Qualcosa in questo evento deve perdere un ultimo velo. Le immagini sono simbolo di qualcos’altro. Immagine già spodestata di strati offuscanti, ma la chiarezza non recupera ancora, ancora non comprendo. Devo rinunciare completamente alla fisicità, devo inoltrarmi, devo camminare in equilibrio sul limite, devo forse cadere. Guardare avanti, mai dove si posano i passi. Ho camminato sul ghiaccio sottile, forse camminerò sull’acqua. Nessuna ambizione, perché non lo saprò mai. Non guarderò i piedi, ma fisso di fronte alla scena svelata, e forse tutto accadrà mentre starò affondando immobile ma finalmente chiarito a me stesso. Potrei dopo nuotare e tornare a riva. Potrei, se mi sarò reso conto di cosa starà accadendo a questa spoglia mortale. Sono certo. Solo se la via, che dalla nascita è approdata a questo momento, sarà tutta nitida e compresa, solo allora e se il suo responso non sarà troppo acuminato, solo allora potrò tornare a nutrire il corpo, solo allora potrò lottare nella vita e tentare di credere che se un motivo ancora in me non esiste, è solo perché sta a me costruirlo. Allora, se non sarà troppo tardi, se al capezzale di me stesso troverò ancora un corpo con un minimo seme di respiro, mi alleverò con cura e non guarderò più indietro.

Ora vai.

Ti benedico

Vai e torna solo se avrai capito.

E’ un periodo nel quale ho le gengive assai sensibili. Ieri diedi il primo morso ad una mela e vidi tracce di sangue su di essa. Il sangue ai denti. Ecco qual’é stato il filo che mi ha ricondotto all’inferno.

Ieri ho ricordato.

Ricordo ora.

Svelato a me stesso

per sempre

ieri

per la prima volta

ma per sempre.

La mela ha girato come una chiave nella serratura del ricordo velato e non mi ha portato in un passato che avevo scordato come per te, caro Marcel tramite l’infuso di tiglio, ai primi ricordi frastagliati di Combray dalla zia Leonie. E’ vero che tu hai recuperato la tua infanzia anche con qualche momento triste come quando la mamma non veniva a darti il sacro bacio della buonanotte. E altro, quasi tutto, veramente delizioso. Profumo soave di tiglio. Abito sai, in Via dei Tigli. L’unica via perennemente profumata, tranne d’inverno e siamo lo sai, d’inverno e non so da quanto tempo, non lo misuro più. Lo conosciamo noi due, il tempo.


                                                                        (REALTA')

Ora ricordo ....
Inizio a ricordare.

La Madre e io. siamo soli in casa. Sono un bimbo di sette anni. Non so dirti perché Marcel, ma ricordo quel dato con precisione. Siamo appena rientrati. Quella mattina si doveva comprare un paio di scarpe per me. Dall’anticamera arrivammo al salotto col bel pavimento di marmo grigio con venature appena più scure. Per me il salotto era la piazza di quell’appartamento vastissimo. Era il luogo nel quale si incontravano i non radi ospiti. Quattro enormi finestre facevano spazio a tanta di quella luce che sembrava di essere all’aperto. E poi l’amavo perché era il luogo della musica. C’era il giradischi e c’erano quei vinili neri di grosso spessore e così misteriosamente magici da offrire se inseriti come si deve, qualcosa che stentavo, ma volevo comprendere. C’era un disco che amavo più degli altri. Aveva la copertina blu con una piccola foto sfocata a colori di donna al centro. Era l’opera sessantuno per violino e orchestra di Beethoven. Era un mistero la musica. Un mistero che mi sforzavo di fare mio. Quando ero solo mettevo sempre quel disco. Cercavo di cogliere la sua bellezza. Mi sentivo sempre lì lì per riuscirci ma le note sfuggivano nel salotto vastissimo e non si lasciavano mai mettere completamente in ordine. All’inizio erano caotiche e sembravano poco disposte a svelarsi. Quasi ci riuscivo, ma alcune sfuggivano dalla rete di maglie troppo larghe della mia sensibilità e il caos tornava per ridere di me, non sfrontatamente, ma con delicatezza e a scompigliare il mio leggero castello. Insistevo. Davo per certo il genio di Beethoven. Non so dire perché. Immaginavo e con ragione, che è troppo semplice trovare stupido quanto non si capisce. Ero io a mancare di qualcosa e l’unica via che mi si offriva era l’assiduità nell’ascolto. Quei dischi non li ascoltava nessuno. Mi sentivo anche in dovere di farli vivere ogni tanto. Per me tutto, la tavola, il lampadario, la notte, tutto aveva un’anima.

Spesso aprivo il rubinetto della piccola vasca da bagno del bagno piccolo che, ridotto quasi a sgabuzzino, nessuno usava. Lo facevo perché non si sentisse inutile perché sentisse che per me esisteva, che ero suo amico.

La Madre ascoltava sempre lirica e cantava da schifo. Imponeva quelle cinque o sei opere. Non amerai mai qualcosa se ti impongono di amarla.. Quando proponevo “uno di quei dischi dove nessuno canta”, aveva sempre una scusa pronta e loro languivano dal desiderio di trasformarsi in musica. Lo sentivo. E appena ero da solo, contravvenendo all’ordine di non toccare il giradischi, prima mettevo una musica senza parole, poi aprivo un po’ il rubinetto della vasca piccola e facevo anche cantare il mandolino che languiva anche lui di desiderio in cima al mobile mastodontico del salotto, coperto da una sottile neve di polvere.

In questa stanza amata, caro Marcel, c’era un enorme divano blu in compagnia di due poltrone. Erano comodissimi, ti sarebbero piaciuti.

La Madre si sedette, si accese la sigaretta e disse di provare le scarpe nuove. Con lei non sapevo mai come comportarmi. La irritavo spesso, potrei dire anche sempre, e non capivo mai il perché.

Però quel giorno ero contento perché mi aveva lasciato scegliere le scarpe che erano nere ed eleganti, molto simili a quelle che portava papà. Lasciò uscirà dalla bocca una nuvola di fumo e la guardò deformarsi, poi si mise ad osservarmi in silenzio. Aprii la scatola, tolsi le scarpe che avevo ai piedi e mi misi le nuove. Disse “cammina”. Feci due passi e un tacco lasciò un segno nero sul marmo grigio chiaro. Mi gridò “guarda cosa hai fatto! Non ti ho forse insegnato come si cammina?”. Non avevo più il coraggio di muovermi. Conoscevo bene il significato della totale immobilità delle sue membra ancor più accentuata dall’immobilità del viso e del torace che sembrava non respirare più o forse non aver mai respirato. Non riuscivo a comprendere come potevo aver fatto quel segno. “E allora! Ti muovi o dobbiamo far sera ad aspettare che il signorino si decida?” Era calma. Aveva parlato senza alterare la sua totale immobilità. Mi decisi con cautela. Un altro segno e non disse una parola, non fece un gesto, continuò a non respirare. Dissi con un filo di voce che non riuscivo a capire, che non lo facevo apposta.” Si alzò, mi venne vicino. Era di nuovo innaturalmente immobile. Mi intimò con quella voce monotona, semplice e terribile, di camminare. Un altro segno. Mi sentii perduto. Mi prese per i capelli della nuca e mi sbatté col viso per terra con la bocca appoggiata a quell’ultimo segno. “Ora lo pulisci con la lingua.” La sua voce era sempre più calma e la forza della mano tanta, troppa, infinita. Non uscì la lingua. “E allora! Vuoi obbedire?”. “Hai sporcato e adesso pulisci!” Sbatté ripetutamente quel viso sul marmo grigio chiaro. Avevo il sangue ai denti. Le labbra si erano tagliate e, sempre con una pace profonda e immobile, disse “ come ti ho fatto ti disfo. Sei un mostriciattolo. Mi complichi solo la vita.

Non avevo più paura.

Un po’ come quando ti hanno sparato, vedi la ferita e sai che tocca a te, che stai morendo.

Non riesco a ricordare cosa accadde immediatamente dopo. Forse non è importante. Ricordo che mi trovai in casa da solo. Abitavamo all’ultimo piano, l’undicesimo. Presi una sedia e ci salii per guardare sotto. La vidi passare e dalla direzione che prese intesi che sarei rimasto solo per un po’. Presi il disco blu. Accarezzai la copertina, estrassi il disco e lo posizionai. Con il braccio dello stereo sospeso in mano ascoltai per un ultimo attimo il silenzio, appoggiai la puntina e la magia si compì come sempre. Il filo d’oro delle note si mise in ordine quasi per magia e io potei percorrerlo passo dopo passo, gradino dopo gradino. Andavano in alto. E il soffitto non le fermava e non fermava me che mi innalzavo con loro. La mia angoscia sparì. Si era aperto finalmente lo scrigno. Non ero più solo. Avevo la musica.

Galleggiai per tutto il tempo dell’opera sessantuno in una serenità che fino ad allora non avevo nemmeno immaginato potesse esistere. Alla fine tornò il silenzio.

Riapparvero d’incanto le poltrone e il divano blu.

Sentii l’ascensore fermarsi al nostro piano. Con agitazione rimisi a posto il disco e corsi in camera.

Chiusi la mia porta proprio mentre la serratura girava. Mi sedetti alla scrivania, presi un libro a caso e mi misi a far finta di leggere, appoggiando i pugni alle guance. Sentivo i passi. La mia stanzetta, assai piccola, era a ridosso della cucina. Avrebbe dovuto essere quella della servitù. Con l’arrivo di sorellina mi avevano spostato lì. Avevo tentato di protestare. Mi avevano tolto dalla mia bella camera di fianco alla loro stanza da letto perché sorellina era piccola e poteva aver bisogno della mamma. Era vero. Era incredibilmente piccola, ma secondo me il motivo era un altro ma non lo capivo. In quella stanza così grande ci potevo giocare. Qui no. I muri quasi si toccavano. Ci stavano a fatica il letto, una minuscola scrivania e l’armadio per i vestiti e sorellina dormiva con loro. Forse facevo troppo rumore? Non lo so. Se mi svegliavo la notte, in quella ala della casa a ridosso della cucina della quale ero l’unico abitante, avevo paura. Non avevo il coraggio di uscire e poi mi barricavo dentro. C’era Teddy e me lo tenevo ben stretto, ma capitava che durante la notte un cane nero da sotto il letto sporgesse la testa enorme e me lo rubasse. Io tiravo e tiravo, ma era sempre più forte lui e ritrovavo Teddy di fianco a me la mattina, dopo aver passato parte della notte sveglio rannicchiato in posizione fetale, con la testa sotto le coperte sigillato come un uovo nel bianco del lenzuolo, col sospetto doloroso che avesse divorato Teddy e che prima o poi avrebbe trascinato la sotto anche me e mi avrebbe mangiato.

Sentii i passi. Si fermò davanti alla porta. Aprì quel minimo che bastava per vedere cosa stessi facendo e poi se ne andò nelle altre stanze. Mi si era fermato anche il cuore. Chissà che così, nella più totale immobilità e nel silenzio, chissà se sarebbe rimasta calma. Sentivo i passi per la casa. Sentivo anche dei rumori. Il mio pensiero non era più libero come prima quando ero solo. Ogni segno non identificato interrompeva il flusso. Stetti così immobile per un sacco di tempo. Quando si è bambini il tempo sembra di più. Guardai, frugai fra le pagine del libro, ma le parole, come prima le note, rimanevano sparse. Non mi riusciva di legarle, anche perché i passi e i rumori portavano via quasi tutta la mia attenzione. Era Moby Dik. Un mistero come l’opera sessantuno. Le parole, in altri momenti si coalizzavano e diventavano frasi, le frasi, scene e discorsi, ma se mai in altri libri, la storia la capivo, questa era per me assurda. Perché il capitano Achab si accaniva nella lotta alla Balena Bianca. Ci aveva già rimesso una gamba e si capiva sin dall’inizio che il duello era impari, Un po’ come un uccellino contro un fucile o io contro, io con.....con....

Mi ero addormentato. Nel sonno l’enigma mi si offrì ancora e fu così per anni. Ora so che la sua risposta è l’espressione più alta, l’unica di questa mia esistenza: la letteratura.

Mi svegliai che era buio, con la guancia appoggiata al libro e il viso rivolto alla piccola finestrella opaca sulla quale danzavano tremolanti, le luci della città sconosciuta. Davanti agli occhi, sulla scrivania, brillava un cioccolatino. Non osai toccarlo anche se forse avrebbe mandato via il sapore di sangue ......






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