giovedì 5 settembre 2013

Ciliegi in fiore


…ora il tempo è un signore distratto,

un bambino che dorme…

                      Fabrizio de Andrè

                             CILIEGI IN FIORE

Ti scrivo questa lettera per spiegare il perché della mia scelta o, più esattamente, per quali vie questa è maturata.

Quando ero un piccolo esserino, mi hanno detto che avevo quattro anni, nella mia famiglia ci fu un po’ di mare mosso ed ebbero l’idea di mandarmi nel luogo dove ora, dopo anni, mi è piaciuto tornare. E’ un piccolo paesino di montagna. Poche case raccolte attorno ad una piazza, che ha un lato completamente occupato dalla chiesa e quello di fronte dal municipio.

Le mie finestre sono su uno dei lati diciamo laici e godono della vista della piazza appunto, ornata al centro da quattro ciliegi sotto i quali stanno delle panchine. Le case di fronte sono piene di gerani dalla primavera all’autunno che, abitando al primo piano, riesco a intravedere in modo assai frammentario ma delizioso attraverso la chioma, quando questa non è troppo rigogliosa, dei ciliegi. Questi quattro alberi sono geniali. Puoi immaginare cos’è la primavera per questa piazza col suo tempio bianco di petali che rivela tutto senza l’ausilio del calendario e delle campane comunque giocose della Pasqua. Te la fanno sentire nel sangue, la primavera. Un febbrile vibrare pervade ogni cellula di desiderio che gli esseri un po’ troppo umani trasformano univocamente in desiderio sessuale ma che, secondo me, in una persona che si crede capace di pensare e in più padrona, se vuole, dell’unico dono veramente divino che è il sentimento, dovrebbe elevarsi a qualcosa di più grandioso.

In me accade una metamorfosi. In questa meta di quel che ti sembra un esilio, ho raccolto l’insegnamento di una vita semplice come quella di un branco di cavalli che vive nell’inconsapevolezza di quel che esiste oltre questa catena di monti.

Ho osservato la gente. Parlano poco e sorridono molto. Appena giunsi, (ed ero ormai un essere umano consapevole adulto e provato), per salutare un ricordo ancora vivo, questa nonna acquisita che mi prese per mano quando ero poco più di uno scricciolo, considerai quei sorrisi come espressione di una stupidità diluita da secoli di vita lenta e troppo semplice. Ho osato pensare questo perché rapportavo tutto al mio mondo, quel mondo al quale non riesco, non ho più motivo di dedicare un solo pensiero.

Questi ciliegi stupendi. Quando è inverno i loro nervi neri spesso sono ornati da stalattiti di ghiaccio. Dietro le case, come una corona regale immensa, le montagne fino ad una certa altezza sono coperte di abeti e larici poi rimangono prati e infine rocce che si elevano altissime.

Le cime sono coperte sempre di neve e sono talmente alte che quando ci sono le nuvole, esse sembrano un soffice tendaggio appeso sulla corona rocciosa si da sembrare una grande stanza che racchiude il villaggio e che qualcuno ogni tanto arrotola per far filtrare l’azzurro del cielo e il sole. La lontananza del sole che, non so spiegarti, sembra molto più distante di quanto si possa concepire è forse l’unico difetto per chi viene da fuori, ma per me un pregio assai gradito e anche i paesani hanno ormai riconosciuto nella sua fredda presenza la prima fortuna della loro serenità. Dove lui non scalda, non ci sono turisti. Per apprezzare questo posto quindi si deve pensare.

Le sensazioni che vi si provano non sono esattamente, anzi per niente, quelle che può desiderare una persona che ha appena una settimana o anche due di tempo in fondo per riprendersi da una malattia che è la sua quotidianità stressante.

La valle ha la forma di una mandorla immensa e il paese giace in fondo nel punto più largo e verde. Un piccolo e non troppo chiassoso torrente passa dietro le case. L’abitato è pianeggiante e il sole sbuca gentile e tiepido dallo spigolo sinistro della mandorla, proiettando enorme l’ombra della chiesa col suo campanile terminante in una cipolla color oro che brilla con una insolenza gioiosa. Le campane fanno a gara col cinguettio che in certe stagioni è onnipresente e riempie l’aria di invisibili sorrisi. Quando l’ombra della chiesa torna a rimpicciolirsi perché il sole è riuscito ad alzarsi più in alto dei suoi muri, ecco che gli alberi vengono inondati di luce e tutti i colori prendono vita. I petali primaverili! Non conosco parole per descrivere quel colore gaio. Le foglie, che a primavera inoltrata sono di un verde tenero che giunge a brillare in un modo che mi incanta tutti gli anni come se lo scoprissi per la prima volta! Il verde più maturo che rimanda sulla foglia lucida qualche frammento di raggio di sole e le ciliegie che, nei rami più bassi sono vittime delle nostre mani e più in alto di una marea di uccellini, innescano la musica più forte che la natura, in questi luoghi sia capace di offrire, dopo il cupo onnipossente lamento del temporale.

Che buffo. Mi sentivo in dovere di raccontarti cosa mi è accaduto e invece ti descrivo un paesino che è una via di mezzo fra montagna e campagna e a te che abiti in una grande città risulterebbe sopportabile probabilmente per una settimana e poi scapperesti annoiato. Che bel luogo comune la città contro la campagna; dovrei sentirmi banale ma non ci riesco nemmeno per un secondo.

La mia volontà di stare qui non è certo condizionata solo dall’aspetto estetico. Devo ammettere che l’aver trovato un luogo dove il tempo è misura della natura, qualcosa che non conoscevo e che mi avevano solo raccontato persone che credevo delle scoccianti reti di sogni, è inebriante.

Qui sembra che ogni gesto abbia un suo momento perfettamente calibrato per accadere.

Persino l’amore che comunque non cerco. Solo a primavera vibro con gli scoiattoli e i petali bianchi. In poche parole questo tutto, mi ha sorpreso e annientato costringendomi a ricostruirmi secondo i parametri di quella parte di me che appartiene alla natura, ovvero il corpo e che era reclusa in schemi assurdi in quell’altra ormai lontana esistenza che è comunque ancora la tua.

Insisto sulla non banalità di quanto dico. E’ un po’ come la rima cuore­-amore che è ridicola quando non ami, ma quando ami ti sussurra le labbra ad ogni momento.

Quel che ero prima non esiste più. Potresti ricordarmi che la mia fuga è dovuta ad una delusione amorosa e che quindi il mio rifiuto della città e di quell’alto sentimento sia dovuto ad una reazione di chiusura e che col tempo passerà. Forse avresti ragione, ma se quel che mi ha fatto tornare qui può essere racchiuso in quelle parole, posso garantire che quel che ho trovato ha allontanato quel passato, lo ha nascosto sotto uno strato di polvere che, è vero, può essere sconquassata da un minimo alito di vento, ma mi muovo ormai con una tale cautela qui dentro e nei dintorni, dove dicono che sia il cuore, che nemmeno il possibile movimento avventato di una mano per esempio per scacciare una fastidiosa mosca mentre sto leggendo un libro, può disturbarmi e in più le finestre della mia anima sono accuratamente chiuse e le tende socchiuse, sì che posso guardare fuori senza che mi vedano se voglio, oppure anche condividendo gli sguardi. Dirai che è una sciocchezza usare con tanta decisione termini come cuore e anima, ma stando qui hanno acquisito un significato preciso e necessario. Il cuore è la sede dei sentimenti, l’anima è la sede del nostro più alto sentire, quello che ci unisce col tutto, con quella misteriosa vastità che le religioni per brevità chiamano dio. Non ho bevuto. Non temere. E’ che non so più cosa farmene di uno stipendio a fine mese guadagnato vivendo una vita programmata. E’ così in fondo, espresso in parole sicuramente troppo povere, che vivete. Lo sai anche tu che la pubblicità per esempio si pone il compito di creare delle necessità che in fondo non abbiamo. Siamo trasformati da questo sistema di vita in consumatori, in entità singole, e strane parole come sentimento e anima non è che hanno valore, bensì non ne devono avere perché non esiste formula che sia in grado di trasformarle in grafici positivi di reddito. Di nuovo luoghi comuni. Quasi mi faccio ridere nel rileggere queste righe e scoprire quanto la realtà nella quale mi inserivo con ambizione, fosse banale. Non pensare nemmeno per un attimo che in questo paesaggio degno di Heidi l’ambizione non esista, ma non esistendo la forte pressione di assurde leggi di mercato come lì da te, ci si ritrova a fare spesso dell’altro, desiderare dell’altro, a realizzarsi in qualcos’altro. Questa è in fondo la mia storia.

Solo verso il tramonto le mie finestre, quelle vere, si aprono e compio un rito delizioso che è in fondo la chiave della mia presenza in questo luogo, il mio irresistibile legame, e nel giro di poche pagine, perché ormai mi rendo conto che questa lettera non sarà breve, avrai modo di comprendere quali ambizioni non economiche siano nate dove vuoi tu, nel cuore o nell’anima o in tutt’e due, ma certo non nel portafoglio e non per rimpinzarlo.

Come ti ho accennato, all’età di quattro anni, una signora amica di mia madre mi tenne qui per qualche mese. La ricordo anziana e assai gentile. Per questo non ho retto al desiderio di tornare e rivedere quei luoghi e dormire in quel suo lettone morbido coperto da lenzuola bianche e profumate come nelle favole. L’angoscia che mi aveva seguita mi abbandonò quasi immediatamente.

Mi accolse un gatto che si strusciava al mio corpo e mi raggiungeva sempre ovunque io mi fermassi per più di un attimo.

Verso il tramonto, questa deliziosa anziana fatina, apriva le finestre della stanza più grande che conteneva un mansueto mastodonte che mi incuteva timore e rispetto e che lei chiamava pianoforte.

Lei si sedeva e suonava per una mezz’oretta. Tutto si fermava. Come nelle registrazioni dei dischi si sente all’inizio un fruscio di fondo, così accadeva quando lei accendeva il candelabro che illuminava lo spartito del quale non aveva bisogno e solo il torrente osava, rendendosi comunque utile, perchè nel suo basso continuo assorbiva tutti quei piccoli rumorini più o meno appuntiti che avrebbero potuto interferire con la musica. Un attimo prima sentivi la gente seduta alle panchine sotto i ciliegi della piazza, che chiacchierava. Qualche risata tagliava l’aria come il canto di un uccello e poi, una volta che avevano visto la luce tremolante delle sette candele illuminare il volume cubico e bianco della stanza della cara nonna, una luce che sembrava fragilissima nel suo vibrare e nel suo essere tenue come un sentimento al suo nascere, quando la vedevano si zittivano.

Io li osservavo dalla finestra. Gli uomini anziani avevano quasi tutti il cappello e se lo toglievano.

I tanti bambini che di solito nella mia città sono incontenibili si zittivano e spesso cercavano le braccia della mamma oppure si sedevano compostamente.

La nonna non guardava mai da quella finestra. Si sedeva al pianoforte e le note che le sue dita chiamavano alla vita, riempivano l’aria della stanza e poi “s’involavano” infiocchettando la piazza di un silenzio al quale non mancava nemmeno la sensazione che anche la divinità fosse presente nel suo invisibile, impalpabile, immenso, incomprensibile splendore.

Quando partii dalla mia città non venni subito qui. Ho un forte legame con Praga e l’attrazione, dovuta a Meyrink a Kafka e tanti piacevoli ricordi che come foglie secche conservo in me, mi indicarono la strada. Giusto il tempo di depositare i bagagli in una pensioncina e poi immediatamente mi misi a passeggiare per le vie di Mala Strana. Erano le cinque di sera quando arrivai in città. Mezz’ora dopo, forse per merito del tramonto autunnale, entrai quasi senza pensare in una chiesa e, affidando tutto il mio mondo interiore al corpo e alle sue abitudini legate a questo luogo, pagai un biglietto irrisorio e mi sedetti con gli occhi rivolti ad un altare barocco che non aveva nulla di attraente. C’era gente di ogni tipo. Ricordo un operaio con il sacchetto contenente l’azzurra tuta da lavoro, compostamente adagiato sotto alla sedia. Alcune donne con lo sguardo arruffato da un evidente quotidianità non semplice, qualche volto che, si coglieva, era reduce dalla scrivania dell’ufficio e si era portato dietro la monotonia e l’odore d’archivio.

Quando abbassarono le luci giunse il silenzio. La città sparì dietro alla spessa porta di legno dell’entrata e lassù, dietro alle nostre spalle, dove stavano simmetriche e sfavillanti di riflessi che nell’infanzia mi ricordavano file di enormi spade ovvero le canne dell’organo, alcuni fantasmi iniziarono a dar vita ai loro strumenti. Lo sguardo, sperduto fra le volute insignificanti di un altare svuotato della sacralità della funzione, spesso si chiudeva per riaprirsi in se stesso. Sentivo il sangue rallentare, il corpo sciogliersi e qualcosa in me e forse in noi, delicatamente rinascere. Mezz’ora così e poi un composto applauso per quelle note che veniva catturato con altrettanta composta gioia dai ragazzi del conservatorio ora non più fantasmi per gli occhi che ci sorpresero, chissà poi perché, per la loro giovanissima età.

Si riaprì cigolando quasi sinistramente la porta di legno, non scherzo sai, cigolò davvero, ti garantisco che non sto inventando niente; si aprì, ti dicevo, cigolando quasi sinistramente la porta di legno e tutti tornarono alla quotidianità che avevano domato per una minuscola frazione di tempo.

Mentre gli altri sguazzavano in se stessi per vie che non mi sarà mai dato di percorrere, tornai con la memoria a quel paesino di montagna e alle serate tiepide con le note di Chopin che la nonna adorava e che erano pronte a corrodere qualsiasi dispiacere che prima sembrava inattaccabile ma che al cullare delle note si scioglieva e quando tornavi a te stesso tutto era identico a prima, lo sapevi, ma misteriosamente più semplice. La misura umana di quel che ci accade era diventata quasi degna di un sorriso indulgente. Un po’ quel che penso provino le anime che la religione cristiana pone in paradiso e che secondo me sorridono appunto con indulgenza al pensiero di quanto possono aver sofferto per fatti che visti da dove ora riposano, sono a fatica degni di essere ricordati.

La carezza della musica, della vera grande musica ha in sé qualcosa della carezza della divinità.

Qui in questo paesino, nessuno bada al vestito che ci si mette per questo concerto.

Come a Praga in quella chiesa, tutto è informale. Agli occhi non è concesso nulla, anzi, se hai la delicatezza di chiuderli disattivando un senso che potrebbe interferire, il volo diventerà ancor più profondo e possibile.

Stetti a Praga qualche giorno, poi decisi di raggiungere la mia mente che ormai si era trasferita in quel lontano paesino.

La nonna è sempre stata poco invadente. Una cartolina per le feste comandate, ogni tanto una telefonata e quella frase, sibillina allora e magica oggi, che dimostrò tutta la sua irresistibile verità: “se là stai male, un posticino per te qui c’è sempre”.

Partire da Praga per venire non fu facile e indovina un po’ perché: è semplice e fa ribrezzo pensare che io abbia pensato quanto ora ti dico; ora sento tutta la banalità di tanti nostri, oh scusa, vostri comportamenti che chissà perché si definiscono altamente sociali. Hai presente quando incontri qualcuno e si innesca quella pantomima di gentilezze che sono solo rituali e per nulla sentite, al punto che non si sente più alcuna necessità di far partecipi lo sguardo e l’inflessione della voce rimane monocorde?

Roba da media borghesia. Il popolino è più schietto, ma noi lo sai, siamo quasi, se non certamente, la cosiddetta créme, quindi questi rituali ormai li sfoderiamo con la medesima noncuranza che non fa mai dimenticare al nostro corpo di innescare la digestione.

Ecco cosa fece vacillare la mia volontà. La nonna era una persona assai raffinata ma di una semplicità che per me è rimasta e rimane inimitabile. Pensa! Ebbi il sospetto che quella deliziosa ancora di salvezza che mi offriva sempre, ma stando ben attenta a non essere insinuante perché mai avrebbe elemosinato una visita ma me l’avrebbe chiesta e motivata serenamente, ebbi il sospetto che quell’ancora fosse falsa come le nostre parole. Noi diciamo spesso “vieni quando vuoi! La tua presenza lo sai, è sempre gradita”, ma sappiamo quanto questa moneta sia appunto falsa. Nulla di quanto enuncia fa, parte della realtà. Quel che esprime è semplicemente il dovere quasi di casta di usare espressioni estremamente gentili e nel frattempo possiamo essere per esempio al corrente della marea di impegni che essi hanno e che quindi ”rubare” anche solo cinque minuti sarebbe imperdonabile oppure... che si dice questa frase a tutti, all’idraulico del quale ovviamente non si sa nemmeno il nome e molto probabilmente anche al figlio anche se vive sotto il suo stesso tetto.

“Se là stai male, un posticino per te qui c’è sempre.” La penna si è fermata.

La frase sonora mi esce ripetutamente dalla bocca, bianca e leggera come i miei amati petali di ciliegio. Pensa! Era una frase vera! Voleva dire esattamente quel che diceva. Non è geniale?

Non è deliziosa la semplicità? Quando arrivai, col volto coperto dalla mia solita e ormai inconsapevole maschera, accettai il suo abbraccio e mi riuscì di pensare solo al bell’odore di bucato della sua candida camicetta che mi ricordava la vecchiettina della pubblicità della candeggina.

E’ un insulto sai rendersi conto che i pubblicitari siano consapevoli di quel che ora sto vivendo a tempo pieno e sappiano incastonare un minuscolo frammento di sogno in oggetti banali.

Hai presente le brioches del Mulino Bianco? Ebbene, qui c’è gente che la mattina si sveglia in case come quella che per un attimo la tivù offre allo sguardo. Ti offrono qualcosa di antico e nuovo come l’odore del bucato di una volta. Una volta che ovviamente non è mai stata nostra e forse nemmeno delle nostre mamme, ma quasi sicuramente appunto delle nonne.

La mia era realtà o pubblicità? Dietro all’angolo quale finzione mi attendeva?

Avrei trovato una troupe che stava registrando uno spot?

Io ero un guscio svuotato. Avevo offerto all’abbraccio il mio corpo e basta. Stare rintanati nell’antro più difendibile e imprevedibile di noi stessi per noi è un’arte o un’abitudine? Sicuramente una forma di suicidio se vieni qui. Se offri agli altri solo la tua immagine ti ritorna il loro sguardo sorpreso che non esiterà a diventare diffidente. Dov’è il tuo carattere? Dove sei? Non ti riconosco.

Mi ci vollero pochi istanti per comprendere che quell’angolo felice della mia infanzia non era per nulla mutato e recuperai il comportamento di allora che fu accettato con gioia. Depositata la maschera che ora, scoprendola riflessa nelle sue lucide pupille, mi resi conto di avere, ebbi l’intuizione che forse io ero qualcosa di diverso da quel che, chiunque mi conosceva, potesse immaginare. Non mi chiese niente. Il mio viso conteneva per lei tutte le informazioni necessarie.

Mi lasciò dicendo che andava a fare qualche compera per il pranzo e capii, appena la porta si chiuse, che voleva lasciarmi in pasto alla solitudine in questi luoghi cubici d’intonaco bianchissimo, cosparsi di mobili e suppellettili. Recuperai dalla memoria parte della storia della loro vita vissuta con me. Alzai il labbro di legno del pianoforte e sorrisi ricordando quanto i suoi denti bianchi mi intimorirono la prima volta e cercai il tasto del do terzo che nonna aveva segnato con un minimo segno di penna e ovviamente, dopo tanti anni non lo trovai. Lo rifeci e chiusi quel labbro ora mansueto cercando il panorama della finestra. Era autunno. I ciliegi stavano salutando ad una ad una le foglie e il rosso dei gerani dei balconi di fronte si offriva quasi sonoro allo sguardo. Qualcuno passava per la piazza fischiettando e quando si inoltrò in un vicolo dietro alla chiesa scomparendo a tutti i sensi, riapparve il basso continuo del torrente, e il cigolare di un uccello che volava in alto quasi all’altezza delle cime, mi sciolse in poche lacrime che non volevo accettare perché lo sai, da noi essere sentimentali è sempre stata considerata una debolezza. Il primo pensiero che mi sfiorò e si trasformò in un brivido disarmante fu che forse quel che avevo considerato amore, che mi aveva fatto fuggire e mi aveva ridotto ad un’ombra forse, sì forse, non era altro che la somma mostruosa di riti e atteggiamenti che si dovevano assolutamente svolgere in un certo modo là, in quel luogo, e mi misi a cercare qualcosa di spontaneo in quella che fino a quel momento avevo creduto fosse una relazione. Ma come era possibile che lo fosse se per la prima volta, riflessa dallo sguardo vero della nonna, avevo colto la maschera che copriva la mia vera essenza. Si può amare indossando una maschera? Si può recitare anche solo per un attimo, anche solo per una scena, nel mondo del sentimento, qualsiasi esso sia, o un'amicizia o un parente o appunto il suo stato più avanzato importante e sensibile ovvero l’amore?

No, lo intuivo. Si deve essere se stessi. E’ l’unico modo per vincere nel sentimento e quindi, con sconforto compresi che questi grandi valori, da noi non erano possibili. Ci si accontentava di un simulacro, di un frammento, di un atteggiamento come nelle pubblicità e poi il prodotto vero era confezionato, standard, con un banalissimo sapore sintetico e non era certo inusuale arrendersi a tutto questo perché non valeva lo sforzo che avevamo prodotto. C’era qualcosa di sbagliato.

Era evidente e le opzioni erano due. O il sentimento non esiste, è tutta una farsa che serve per addolcire la pietanza che per sempre dovrebbe sfamarci ovvero il ricordo oppure, oppure il metodo per impossessarsene, la sequenza di atti e comportamenti che ci era stato insegnato era errata.

Mi bastò giungere qui e sentire tutta la falsità della mia esistenza in quell’abbraccio per comprendere che il sentimento non è un istinto ma una lezione della vita che nessuno mi aveva dato se non la nonna e si trattava ovviamente del sentimento fra parenti, senza la minima traccia di qualcosa d’altro.

Prova a pensare ad un ragazzino attuale e domandati dove può impararlo questo benedetto sentimento.

Dai genitori che quando va bene sono semplicemente alleati nello sforzo colossale di vivere una quotidianità che non rispetta la famiglia e rende il dovere del genitore quasi titanico anche se lo riduci alle funzioni primarie ovvero nutrire, tenere pulito e mandare a scuola il figlio? E che quando ha un attimo di tregua cerca di rilassarsi in una abitudine che trasmette a chi la vede da fuori, un senso di noia? Sorrido. Lo sappiamo che non è possibile. Se si amano, forse quel sentimento non appare in superficie perchè viene costantemente massacrato dai troppi impegni. Se non si amano e vivono come separati in casa, concentrati solo per l’aspetto organizzativo della famiglia, e ricorda che ai bambini e ai ragazzini non sfugge assolutamente niente, se sono appunto dei separati in casa, non vedranno sentimento. E se non ci sono e si è sballottati come un pacco del quale non si sa il destinatario? E se ce n’è solo uno, non importa quale dei due? Anche se tenterà di fare del suo meglio in quanto single non potrà offrire l’esempio della forma più elevata, ovvero l’amore.

Mi fermo qui con gli esempi. Quel che manca aggiungilo pure tu e inorridisci del tuo, del nostro destino.

Ricordi che ho insegnato alle superiori? Fu un’esperienza che mi stupì e ora colgo pienamente le mille sfumature di quello stupore. Ti racconto un fatto che può servirti da esempio. Già varie volte la medesima classe ebbe la sventura della mia presenza per una vuota ora di supplenza. Cercavo di accalappiare la loro attenzione ma non ne ero capace finchè uno studente mi chiese se potevano parlare francamente di sesso. Chiesi come mai desideravano farlo con me, se non avevano altre opportunità, ma non dissi no. Non ebbero timori e per primo un maschio mi chiese come si fa con una donna quando si arriva al dunque. Erano estremamente seri sai, sia i maschi che le femmine. Non importava assolutamente di che sesso fossi io. Ero per loro un’entità neutra che forse poteva rivelare qualche arcano fondamentale. Feci presente che la prima regola per ambedue i sessi consisteva nel non essere egoisti. É troppo facile pensare al proprio piacere e poi tirarsi su i calzoni o altro. Non immaginerai mai cosa mi ha chiesto dopo. “E come faccio a capire quando lei è soddisfatta?”, “e’ semplice” risposi, “devi riuscire ad avere la forza di resistere fino a quando lei ha l’orgasmo.” “Orgasmo? Le femmine hanno un orgasmo?” Puoi immaginare il mio stupore. Siamo abituati a ritenere che i ragazzini abbiano a disposizione tutto e anche di più su questo argomento. Si suppone che ormai i genitori non ne parlino con difficoltà e se per caso dovesse ancora capitare, c’è sempre internet che non è certo carente di immagini e notizie e poi in tutte le case, anche nella tua e, lo ammetto anche nella mia quando abitavo là, del materiale assai esplicito si trova e i figli che noi non abbiamo, si sa che frugano dappertutto e sicuramente ne hanno fruito e ne fruiscono certo più di noi per il semplice motivo che hanno più tempo libero e più curiosità.

Feci una rapida indagine fra i maschi pregando le femmine di tacere e scoprii che nessuno aveva nemmeno immaginato l’esistenza dell’orgasmo femminile. Andai oltre e chiesi con le femmine. Nessuna era disposta ad ammettere la propria verginità e la loro sincerità mi parve assai dubbia. Colsi nel segno quando chiesi “Se esiste e l’avete provato me lo sapete descrivere.” Solo due lo sapevano o, meglio, erano sorprese dal livello di coinvolgimento del quale erano state vittime rimanendo assai, in un certo senso, impaurite di loro stesse. Non stupirti se ad una persona come me che non insegna certo sessuologia è capitata un’avventura del genere. La scuola dell’obbligo attualmente più che un luogo deputato all’insegnamento, è un parcheggio e le superiori cambiano ottica ma di pochissimo; sommaci il mio aspetto e l’abbigliamento giovanile e l’età media non proprio fresca fresca dei colleghi e puoi comprendere come mai si creò una sintonia che non li ha messi a disagio in questo dialogo oltre il resto di gruppo. Ebbi modo di rendermi conto comunque di un aspetto pratico. Spesso i genitori non dicono niente perchè pensano che l’erede sa già tutto oppure gli danno un dvd e pensano così di aver risolto il problema. Ci pensi. Non sapere che una donna ha l’orgasmo! e ti garantisco che avevano fatto tutti esperienze nel settore.

Prova ora, dopo queste considerazioni, a guardarti un filmettino e ti accorgerai che la donna mugola costantemente e basta. Il soggetto è l’uomo e la femmina è l’oggetto della sua soddisfazione.

Pensa un po’. Il sentimento, come ti ho detto, secondo me va insegnato e nessuno di loro riceve sufficienti cognizioni per costruirne uno e, utopia delle utopie, nemmeno sanno che sarebbe bello farlo durare. E pure il sesso è un mordi e fuggi ridotto come informazione a meno del necessario anche se in questo caso è vero che prima o poi lo si scopre, ma il mio scetticismo sfiora livelli assai elevati in questo caso perché si sa che si impara se si vuole imparare e in una struttura sociale che stimola verso un profondo egoismo, una informazione che ci rivela l’esigenza di un altro non viene utilizzata nemmeno in casi estremi, in più ricordare un dato presuppone anche una qualche cognizione del passato e invece si è portati a vivere in un presente talmente pieno, talmente vasto da averne quasi completamente perso la cognizione e, con esso, come apice del dramma, del ricordo.

Non è uno scherzo sai, affrontare la vita con un bagaglio di informazioni che quando ti va bene è incompleto perchè lo sai che alla fin fine accade sempre che l’informazione che ci servirà sarà proprio quella che non abbiamo raccolto.

Torniamo ai ciliegi in fiore. La nonna aveva fatto il segno sul do terzo, quello che si trova esattamente sopra la serratura della tastiera, perché mi insegnò a suonare. Fui un prodigio.

Come un esserino che viene lasciato in una casa piena di libri e se sa leggere finirà per divenire un lettore vorace e poi, forse, se il destino non lo aiuta uno scrittore o peggio, un poeta, io che non sapevo leggere e che imitavo la nonna in tutto imparai in brevissimo tempo a suonare ad orecchio e quando tornai alla mia famiglia proseguii questo mio amore con studi regolari. Se ci pensi non mi hai mai sentito suonare. La musica mi abbandonò. Non poteva seguirmi in quello stile di vita a meno che non avessi accettato di rallentare e se, nel mio ricordo che si assopiva sempre più, fosse sopravvissuta qualche traccia della dimensione spirituale che conteneva e che avvinse i miei primi accordi forse, chissà cosa sarebbe potuto accadere, ma come ti ho detto prima, il passato nel tuo mondo non esiste e tanto meno la spiritualità. Robetta inutile che essendo comunque alla base del mio rapporto con la musica, lo trasformarono in una ginnastica assai sgradevole anche perchè non mi permetteva di socializzare. Uno strumento musicale, in un modo ancora più spiccato, richiede che l’esercizio venga fatto in solitudine e il suo dono più grande lo comprendi alla fine, dopo una lunga gavetta, ed è il suonare per se stessi, per la propria anima, ma diventa tutto inutile, quasi assurdo, perchè, e te lo ripeterò fino alla noia, della nostra anima nemmeno sospettiamo l’esistenza.



Quando tornai dalla nonna il primo giorno non toccai la tastiera. Troppe erano le emozioni che mi attraversavano, ero completamente inerte all’azione e lasciavo che tutto accadesse e il mio risveglio avvenne per gradi. Quella prima sera, la nonna non aprì la finestra. Pioveva e sul primo momento non ricordai che nelle giornate di pioggia, non suonava. Non pensare che fosse per mancanza di ascoltatori. Mai si sincerò della loro presenza anche se certamente ne era consapevole, altrimenti che senso avrebbe avuto aprire la finestra. Era il rumore della pioggia che non rendeva possibile l’esecuzione.

Il giorno dopo, le nuvole erano presenti, e mi accorsi con stupore che aprì la finestra, accese il candelabro come tanti anni fa e dopo un attimo, quando il silenzio fu completo e solo il torrente offriva il suo lieve omogeneo ansimare, diede inizio ad un toccante notturno; il mio preferito. Lo lasciai fluire in me rimanendo immobile e con gli occhi chiusi come avevo fatto a Praga, ma poi tornai alla mia prima infanzia e iniziai a scrutate dalla finestra. La gente nella piazza sembrava la stessa e quasi certamente non lo era se non parzialmente. Erano in fondo passati tanti anni. Quei bambini per esempio non potevano certo essere i bambini di allora. C’era l’illusione che il tempo si fosse fermato. Questo pensiero mi riportò alla mente il pettirosso che tutti gli autunni tornava nello stesso punto della siepe a pochi metri dalla porta di casa. Quando arrivava era magro, sembrava una virgola, ma quando spariva in primavera, era ormai una palla ben rifocillata dalle briciole che mi premuravo di fornirgli tutti i giorni. Ricordo il mio sconcerto quando, ormai da un pezzo fuori dall’adolescenza, mi resi conto, come una folgorazione improvvisa, che non si trattava del medesimo pettirosso della mia infanzia. Anzi, peggio ancora; non potevo esserne certo. Fu dopo qualche tempo che elaborai l’aspetto positivo della faccenda. Il pettirosso eterno è la somma di tutti i pettirossi. Di conseguenza l’uomo eterno è la somma di tutte le umanità. Come il mio corpo è composto da una somma di cellule delle quali non sono consapevole e non mi dolgo ogni volta che ne muore una, così l’umanità ha una sua eternità o, per meglio dire una dimensione che si avvicina di più all’eternità della vita del singolo. Risulta un quesito non effimero. Desideriamo l’eternità? Pensa un po’ quali ragionamenti devo ad un inconsapevole, anzi ad uno stuolo di inconsapevoli pettirossi che si sono sgranati ad uno ad uno nei miei anni come i semi un rosario.

Eccoti serviti alcuni pensieri che feci a quella finestra, ammorbidita dalle note di un Domenico Scarlatti che concluse la mezz’ora di concerto. Nessun applauso. Era questa l’abitudine che rendeva il tutto ancora più spirituale che a Praga. Nessun contatto fra l’interprete e il suo pubblico. L’unico incontro ammesso e cercato era con la più astratta ed elevata delle forme dell’arte: la musica.

Mi resi conto quella sera che anche un’altra finestra era stata aperta. Dava sul lato opposto della stanza e lo sguardo spaziava fra i prati per infrangersi nella vertiginosa buia verticalità della montagna. Questo particolare non lo ricordavo. Ora so il perché. Per un infante, il sentimento non può andare oltre a quello materno e quella finestra dava sull’amore, quello con la a maiuscola.

Mi resi conto che era aperta quando, una volta terminata l’esecuzione, nonna chiuse prima quella che dava sulla piazza, e poi l’altra celando un gesto fuggevole che colsi senza comprenderlo immediatamente, dopo un attimo di raccoglimento che fu brevissimo forse, anzi certamente, a causa della mia presenza. Andai a letto e prima di analizzare quel particolare sorprendente perché non ne serbavo traccia nel ricordo rivissi tutte le emozioni di quella esecuzione. La mattina seguente, azzardai timidamente un approccio con il mastodonte. Gli toccai i denti, appena li sfiorai e, come quando non vai in bicicletta per anni e poi decidi di provare, mi accorsi che sapevo ancora fare e le dita, come straniere indomabili si permisero di suonare un pezzo di Mozart, indubbiamente semplice, ma che nemmeno ricordavo di ricordare. Nonna, che non si scomponeva mai, mi dimostrò la sua gioia con un particolare brillio dello sguardo che non le conoscevo e poi mi chiese, con un filo sottilissimo di ansia nella voce, se mi sarebbe piaciuto riprendere a suonare. Accennai di sì col capo e mi abbracciò visibilmente emozionata. Da quel momento il mastodonte divenne il nostro linguaggio, la nostra relazione. Il nostro dialogo, grazie a quella intimità recuperata, fu totale e osai chiederle se anni fa quella finestra che dà sulla montagna la apriva come aveva fatto ieri sera, perchè avevo riordinato e ritrovato proprio tutto nel rito della sera precedente, tranne quel particolare. Mi disse che non ricordava. Che lo faceva da tempo immemorabile e capii che non voleva rispondere. Quella sera, quando suonò, dedicai un po’ di tempo, lo stretto necessario per tentare di mascherare una curiosità incontenibile alla solita finestra e poi mi misi a sbirciare il paesaggio dell’altra. Nel pomeriggio, mi era venuto il sospetto che quel gesto fuggevole avrebbe potuto essere un bacio. Scrutai nel buio ma non vidi nulla di preciso. Mi sembrò in certi momenti di cogliere qualcosa ma non so dire se era la mia volontà di voler materializzare qualcuno a illudere i sensi oppure se effettivamente c’era. Tornai alla finestra che dava sulla piazza e quando la chiuse feci finta di guardare la gente che rincasava e vidi, questa volta chiaramente riflesso nel vetro, che quel che mandava era un bacio. Forse si lasciò andare nonostante la mia presenza perché l’intimità raggiunta quel giorno alla tastiera lo permetteva a patto ovviamente che non si facessero altre domande, oppure non comprese che dal riflesso dell’altra finestra la stavo osservando.

Non lo saprò mai.

Non lo saprò mai perché dopo una settimana si sentì male. Mi chiamò nella notte con un filo di voce. Ricordo che stavo sognando e ci misi un po’ a capire che quel verso sottile e lamentoso non apparteneva a quella realtà, ma a questa. La presi in braccio. Aveva una candida camicia da notte. L’aria pesava di più. Mi resi conto che il suo corpo era ridotto a quasi un niente. La caricai in macchina e la portai in ospedale. Arrivò che era già fredda e mentre guidavo, la sua mano, che fu sempre morbida e leggera e bianca come un petalo, si irrigidì in una stretta che mi diede l’impressione di voler durare in eterno. Quando al pronto soccorso la staccarono da me, sentii che fu una cosa definitiva. Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, la cassa uscì dalla porticina scura della chiesa che si richiuse con uno scricchiolio sinistro e il suo corpo, seguito da tutta la gente, riposa ora nel cimitero. Quando si presentò il tramonto, ero alla finestra che da sul lato della valle. Ora sapevo che sotto quegli alberi lì a sinistra stava il piccolo cimitero e la chioma ancora fluente non mi permetteva di vedere il suo tumulo. Andai a vedere all’altra finestra. Sotto, nella piazza c’erano tutti. Guardavano la finestra spenta e chiusa, silenziosi e tristi. Si sa che la rovina più grande nell’amore è nella perdita di una miriade di abitudini che essa ci aveva offerti. Il paese, come un unico essere stava soffrendo per questo. In quel momento mi resi conto che quel piccolo seme d’eternità dipendeva da me. Aprii la finestra, accesi le sette candele e senza guardare lo spartito mi affidai a quel semplice e amatissimo Mozart della mia infanzia che le dita conoscevano così bene.

Le dita terminarono. Il basso continuo mi incitava a proseguire e osai un brano assai difficile ma che improvvisamente da quel momento adorai quasi alla follia, “lo studio opera 8 numero 12 di Scriabin”. Il tumulto che avevo dentro esplose. Furono tre minuti e poco più. Piansi, mi scomposi in infinite particelle immense e taglienti. Grondai sangue e i nervi si spezzarono come una pazzia. E poi il silenzio. Chiusi la finestra che dava sulla piazza e mi recai all’altra. Guardai un punto la fra gli alberi e le mandai un bacio. Ora sono il pettirosso. Canterò fino alla fine da questo punto della siepe, da questo angolo infinitamente piccolo dell’universo, nel quale non giungono turisti, ma le anime eterne che hanno creato la grande musica, tutte le sere, quando si avvicina il tramonto, assistono il mio canto.


                                                                                      scritto in un sol giorno il 23 maggio 2004
ps.
il brano di Scriabin lo si può ascoltare su you tube nella versione di Horowitz. consiglio quella in studio.

2 commenti:

  1. Un racconto che muove le corde assopite del cuore, quanta bella sensibilità! Vorremmo poter trovare scritti così nelle librerie , grazie

    RispondiElimina
  2. mi contraddirla. in libreria ci si arriva solo per mezzo degli editori e questi non mi sembra differiscano molto come spessore da gente come emilio fede e simili. quel che accade con un blog è che, senza speculazione (intendo raccomandazioni o denari), solo spontaneamente, si è affascinati o meno. in libreria ci va il prodotto commerciale ... penso sia un caso quando un'opera vera contemporanea vera vi entra. non si dimentichi la Einaudi che per mezzo di vittorini ebbe il coraggio di scartare "Il gattopardo". fu la figlia di Croce a spingere per rimediare a questa gravissima gaffe. l'editore non licenziò comunque vittorini assumendo poi la croce come sarebbe stato coerente. secondo me in Italia crollò un sistema non certo perfetto ma almeno un pizzico onesto, con la fine di Pavese. un artista che metteva anima e non calcolo (intellettuale o economico poco cambia, anzi nulla. faziosi entrambi) nel suo agire.
    ciao

    RispondiElimina