venerdì 2 agosto 2013

Occhi d'ambra (dedicato a Mafalda)





13 aprile pomeriggio e sera

Dal giorno stesso che Mafalda è partita son andato a prendere Sophie. La sua padroncina ha tanto da fare, la salute non la aiuta e quindi è stata contenta di darmela per così dire, in prestito.

L’idea di tornare, solo in quella casa nostra e ora solo mia, era intollerabile. Avevo scelto questo paesino in riva al mare perché da una parte c’è un lago salato nel quale nessuno mi ha mai vietato di far fare il bagno ala mia pelosa compagna. Se da un lato c’era la spiaggia bella d’autunno e inverno, con cavalli sguinzagliati e niente ombrelloni, in estate, quando i corpi degli umani si rosolano e riempiono di strida la musica naturale, si va … si andava a quel lago che qui chiamano valle. C’era e c’è la musica di tanti uccelli. Spesso ci sono i fenicotteri in branco col loro colore di cicca alla fragola attiravano tanti turisti, ma non c’era problema. Ogni anno barchine prezzolate si avvicinavano troppo e i fenicotteri volavano via, in un silenzio che era una chiara sottolineatura di una colpa, di un turbamento. E tornava la pace con i pesci che guizzano, e Mafalda sguazzava che era un piacere rinfrescandosi, giocando, lei, più figlia della natura degli umani, che non arrecava disturbo ai cavalieri d’Italia, ai gabbiani e alle garzette, che la guardavano sorridendo e con un pizzico d’invidia perché il suo umano le risolveva il problema del cibo e poteva si, giocare e amare la vita più di loro che non la odiavano certo, ma per una buona metà del giorno dovevano faticare. Anche il sesso era una questione risolta. Se l’umano si arrabattava fra alti e bassi (maggiori quest’ultimi poiché due esseri che pensano mai potranno andare d’accordo, troppe irrealtà, come l’eternità inesistente dei sentimenti li disturbano), Mafalda, dopo aver sofferto due calori, con assalti di cani furibondamente innamorati, è … era stata salvata dalla sterilizzazione. Ora, con la pappa risolta e la guerra del sesso annullata per sempre, la vita era carezze di sole, passeggiate, gioco, infilarsi nel letto dell’umano mentre dormiva e conquistarsi la metà di un letto singolo con un corpaccio di quaranta chili e divertendosi alla sorpresa che all’alba coloriva il suo sguardo e sentire il calore del suo corpo e lui del mio e riaddormentarsi in quella strana tana col materasso alla quale sfugge il linguaggio di vibrazioni della terra. Il suo lento girare intorno a centinaia di assi e baricentri, il suo attirare sottilmente la vita e esserne madre accogliente….

Sophie è una cockerina bianca e nera. Mi pare che si debba dire sale e pepe. È una vecchietta. Ha tredici anni e mezzo ma non si nota per via delle macchie bianche di pelo che secondo me hanno assorbito il suo incanutimento.

Come tutti i cani della sua razza, è buffa. Buffa nel passo e negli sguardi comicamente legati alle oscillazioni di due lunghissime orecchie nere. È quasi cieca. Distingue la luce dal buio. E poi è sorda come chi non vuol sentire. Ha anche un problemino alla pancia che la costringe a mangiare solo un tipo di scatoletta.

Così, con lei, ho recuperato l’aspetto più superficiale e più duro che è legato al dramma della fine dell’amore e della vita, ovvero la mia, anzi nostra, sequenza di abitudini.

Mi diverte pensare che di solito esiste il cane per i ciechi. In questo caso accade il contrario. Mi ingegno di esser bravo e i risultati mi sembrano buoni. Dopo qualche mese di tentativi, ora ci son due tratti di pineta che Sophie riesce a percorrere senza guinzaglio. Devo dire che se la cecità è per gli umani un dramma spaventoso è anche un poco colpa loro. Essi hanno incaricato di troppi compiti certi sensi, licenziando quasi l’olfatto e l’udito. Mi rendo conto ora che il merlo, quando canta per salutarmi e chiedere briciole, lo rintraccio in base al suo verso e spesso non chiedo nulla agli occhi perché già ne so abbastanza. E gli odori che una volta per ogni vivente erano una mappa, per Sophie son ora l’alternativa agli occhi.

Durante le nostre passeggiate, ogni tanto colgo il suo sguardo che mi cerca e le orecchie che si alzano di un minimo alla radice per cogliere il mio passo, ma inutilmente; allora allungo la mano le accarezzo la testa e da questa recupera un poco di tranquillità. E dopo qualche passo, la posizione esatta sulla mappa di odori è recuperata al punto che, all’incrocio fra due sentieri dove di solito voltiamo a sinistra, mi sta di fianco sicura nei movimenti come se vedesse.

Sto cercando di darle, come feci per Mafalda, una vecchiaia felice.

I cani, come gli umani, non sopportano la solitudine. Gli umani, che hanno il pensiero, che complica , non sanno imparare a temere prima di tutto sé stessi. Gli altri si possono ignorare, lasciare fuori dalla porta. Se stessi se lo devono tenere e poiché spesso son diventati troppo schizzinosi con gli umani, cercano un rapporto con cani, gatti, volpi, ricci, tortore e merli.

Dagli animaletti imparano il fascino dei sensi che hanno smarrito. La carezza del sole, il piacere fisico di un odore che spezzo è puzza solo perché sconosciuto.

Si recupera, a volte il brivido che fa temere il tuono, che anticamente sembrò la voce di un dio e ora il pensiero ha spogliato di fascino riducendolo a scarica elettrica. Questo produce, se ci si lascia andare, un vibrare piccolo piccolo nell’insondabile centro dei sensi che, se gli si lascia lo spazio per crescere, anche ora che comunque il pensiero un poco lo doma, fa sentire, prima minuscolo, simile ad uno scoiattolo che corre sui sentieri cristallini del nervi e poi enorme da vedere e sentire, totalmente presi, con i polpastrelli tirati, il naso che vibra, l’orecchio che si fa grande e la lingua che assapora, come al lupo o al merlo che guardano quell’urlo di luce, che fa vedere e sentire appunto, il frastuono che diviene musica colossale, che frusta il sangue, lo mescola della sua energia e, per rispetto e chissà cos’altro, ancora dopo anni di trascuratezza, sa fa vibrare. E chinano il capo i viventi tutti, si, come non sa fare il pensiero sublime, davanti a un imperscrutabile dio costruito e fatto sedere su un trono di fraintendibili, troppo umane, parole. E solo gli umani pensano di chiudere il discorso deviandolo con un parafulmine.

Mafalda aveva paura dei tuoni. Da vecchia poi, le bastava sentir piovere, e per loro, gli animali, la pioggia invade più sensi che ora anch’io uso. Le basta, anzi … bastava, sentir piovere per guardare un attimo solo il cielo che ancora non sapeva della battaglia ma che l’avrebbe a breve accolta, e correre in casa. Mettevo la Messa in si minore a tutto volume e la abbracciavo per un tempo indescrivibile mentre tremava come una foglia.

Quegli occhi color ambra.

Leggendo l’altro giorno “controcorrente” di Huysmans, mi ha colpito una considerazione che forse non è vera ma poco m’importa. Sembra che negli occhi degli animali, e particolarmente dei buoi, rimanga impressa nell’occhio, l’ultima immagine. E perché non anche agli umani mi son chiesto?

Ho poi pensato a cosa potrebbe essere rimasto in quelle biglie stupende del mio cane. Ho ripensato al momento fatale. Era stesa al centro del salotto da un paio d’ore e io seduto di fianco. Il viso (muso mi par brutto) era rivolto verso la siepe fuori dall’uscio, nel punto esatto dove di solito sta l’eterno pettirosso. Si. È così. Non può non essere così perché così c’è bellezza. I pettirossi poi, li sento come guide per l’aldilà. Ovunque vada mi accorgo di averne sempre uno vicino che mi osserva. Ricordo anche a Milano, mentre uscivo dal caffè di Armani, di aver colto la sua macchietta rossa sfrecciare fra la voragine del metrò e il semaforo che porta in via Montenapoleone.

Sono certo, grazie alla sua continua presenza, che non mi capiterà il destino crudele che condannò il cacciatore Gracco, e di vagare nel mondo sulla barca che, e non si è mai capito come, ha smarrito la via che porta al regno dei morti.

Si. Mafalda ha il suo giardino negli occhi e mi piace pensare che resisterà alla decomposizione facendosi duro come sasso. Un’immagine in un’ambra …. ma no. È meglio di no.

Per chi non l’ha vissuta non sarebbero che un sorprendenti pendaglio adatto forse per ornare l’orecchio, e che racchiude sorprendentemente un paesaggio con una infinitesima, vibrante, macchiolina rossa. E sarebbe uno solo perché l’altro occhio sprofondava nel cuscino.

Si. Il valore di una qualsiasi cosa non è pecuniario come la superficie del pensiero è portata oggi a pensare. In casa di una signora ormai “partita”, trovai in un piccolo scrigno un fiore secco. Il diamante era nella memoria e le mille sfumature di stella le vedevo tutte. Vidi la mano tremante di tenerezza di un uomo pallido e roso dal timore di un no, che affida a petali sgargianti l’allegria del suo desiderio. Colgo il si di lei in quella salma di fiore, anche se poi lui sarà forse fuggito, perché dalla bellezza spesso è più semplice fuggire, oppure avrà migliorato se stesso come accade a tanti uomini, anche solo in piccole cose per le quali le donne son accanite come far centro quando si fa pipì e riuscirci senza sporcare... Mi disse una donna dal corpo sfinito e dalla mente brillante. “gli uomini son bambini. Se glielo dici si offendono. Se non glielo fai essere, li perdi”. E penso a Lora che vede Federico (Fellini) e Tonino (Guerra) spaventati perché avevano scambiato due parole tempo prima con una persona che poi, si era scoperto, essere malata di pertosse. Lei ha detto “so io un rimedio che si usa in Russia e che fa miracoli!” e in cucina ha spremuto varie verdure facendo un beverone da vegetariani. Mi disse che loro, quei due indiscutibilmente grandi senza i quali mi vien un po’ difficile immaginare quel rudere che chiamano Italia come qualcosa con un recente, dignitoso passato che ancora in loro dura, si, mi disse … “presero la caraffa a due mani come bambini, ci immersero il viso fino a svuotarla e ringraziarono. Per riconoscenza, Federico qualche giorno dopo, mi regalò un libro sulle erbe italiane e i possibili intrugli che con esse si possono fare” … perché far finta di essere maga, una finta che lui prendeva veramente per vera, gli serviva per domare non solo la paura della pertosse ….

Ecco un diamante. Questo viaggio nel passato ricordando, si, solo ricordando, un fiore secco in uno scrigno, ed ecco che riappaiono fatti vissuti e anche altri immaginati che per questo motivo non son certo meno fragili, meravigliosi e distanti.

e poi mi capita di pensare, tornando all’ambra di Mafalda, che un occhio era sprofondato appunto nel cuscino e so, si, lo so, che in quell’occhio ci sono io e il bacio che il suo sguardo mi dava ogni mattina anche quando, decrepita e traballante, si avvicinava al letto per svegliarmi ed essere così certa che vedendo lei per prima ancora una volta, per quel giorno, alla vita avrei sorriso almeno per un attimo.

Sorrido anche ora mentre sto scrivendo con un nodo in gola e gli occhi umidi e penso a quale cuccia assurda ma completa è, un vero affetto in questo mondo di umani distratti.


Ecco, il nodo si scioglie. Immagino ora, sotto terra, tanti occhi ormai senza volto, senza cranio, senza meta, che galleggiano perfetti, eterni, incorruttibili ormai a tutto quanto è sporcabile da un gesto o un pensiero umani. E posso vedere, se decido di soffermarmi un poco, le ultime immagini di tutti i viventi. E quelle degli umani le distingui perché men che raramente rappresentano qualcosa di vivo ma quasi sempre muri bianchi, crepe, soffitti, fondi di bicchieri vuotati e luci artificiali troppo intense per poter essere comprese.

L’ultimo sguardo di un cane, di un cavallo, di un topo, si, anche di un topo, si riflette nel la vita, e assai raramente, troppo raramente essa è rappresentata, per loro, da un umano, e siamo ad un tal livello di rarità in questo tipo di immagine, che se dovessi decidere per mezzo di un conteggio e di una statistica, da quelle immagini trattenute, quanti ce ne sono lassù sotto il cielo di uomini viventi, ne conterei da saziare a fatica le mie dita.

E invece tu Sophie? Si, mi fai ancora sorridere. Penso, per esempio a ieri notte. Dopo aver letto un libro di Fenoglio, ti porto fuori per la passeggiata notturna. Fai quasi subito la cacca. Non c’è nessuno e, forse per la prima volta in vita mia, mi produco in un insensato gesto ribelle e decido di non raccoglierla mantenendo ben stretto nelle mani della mente un pensiero che mi va di far crescere. Tu, Sophie, mi guardi sorpresa col tuo occhio appannato, e poi riguardi la tua copiosa produzione. Sembri dire “e che ha che non va! Non ti piace? E perché proprio questa non la raccogli? Se ci fai caso ho manovrato con cura con le mie vecchie zampe, si da farla di una forma nuova! Per te che assurdamente le collezioni…”

Ti accarezzo e passeggiamo. Quel pensiero mi distrae troppo, cara Sophie e non la raccolgo, la tua opera degna certamente della Biennale di Venezia, come per rendere evidente almeno alla notte, la protesta contenuta nel mio ragionamento.

Penso al secondo dopoguerra che ha avuto talenti come Savinio, Flajano, Brancati, Pavese, Manganelli, Papini, Malaparte, Primo Levi, Ortese, Landolfi, sopra tutti ma di essi così poco, tranne qualche scorretta e partigiana occasione, la loro patria fatta di ballerine e feste, ama parlare.

E poi c’è stato e c’è un sottobosco di mediocri che non fanno quasi mai completamente ribrezzo, e attualmente anche il ribrezzo, la stupidità si fanno moda artistica quindi degna di tenzone, e un sottobosco di mediocri dicevo, che han fagocitato le luci del piccolo teatrino della loro epoca pieno spesso non di pubblico, ma solo da loro medesimi. E ne so qualcosa io che amo leggere e provo ad assaggiare con un filo di speranza quel che dicono che sembri ed invece è noja.

Calvino lo leggo e non “mi prende”. Costruzioni artificiali della mente e mai della sensibilità ed invece è da un diamante di essa che l’intelligenza deve tagliare accuratamente per tirarne fuori la miglior luce! E poi Calvino, in una prefazione che è l’unica cosa gradevole in un libro che contiene anche a un romanzetto da lui scritto, consiglia Fenoglio e mi da un titolo: “una questione privata”, aggiungendo che su certi argomenti è stato il migliore della sua epoca. E penso a Gadda, Pasolini, Cassola, Silone, Sanguineti ed altri che senza partiti e università che li pompano più, brillano men di niente……. Ed ecco che questi piccoli esseri a propulsione politica e universitaria si son vendicati … e mi ritrovo in casa con uno stuzzicadenti a rastrellare merda dalla rigatura della suola della scarpa da tennis. Sophie mi guarda sorpresa. Sembra dire: “Ah, ora comprendo. La volevi portare a casa e poi fare tanti pallini. E poi dopo, ne fai degli stampi come i cuccioli di umani con la sabbia umida? Ma quanto siete strani voi umani. Raccogliete le nostre cacche con una meticolosità malata e poi, forse già dopo pochi metri dimenticate cosa ne volevate fare e la gettate in quei grandi bidoni grigi!”

E il discorso dei suoi occhi glauchi, mi fa sentire svitato, innaturale e punito da chi per esempio si è sentito citato e male accolto dal mio precedente pensiero e, non me lo toglie dalla testa nessuno, ha fatto bandiera dell’omosessualità che allora era un babau spaventoso al punto che ancor oggi si parla di un tipo che per quel motivo a Catania si è visto rifiutar la patente, …. e lui … ci fece una carriera di regista e di poeta e di scrittore di roba che se non te lo impone qualcuno, da solo non la vai a cercare una seconda volta….

Ok Sophie ho pensato. Ora si va a letto prima che Sanguineti o chi per lui, mi faccia lo sgambetto arricciando il tappeto mentre passo e Gadda consumi la sua vendetta facendomi prendere la scossa mentre accendo la lampada del comodino … i “piccoli” uomini son capaci di tutto. Perdono tempo anche nella vendetta. Quindi cauto cauto, sollevando ben bene i piedi e muovendo l’interruttore con la capocchia d’argento della matita di legno di cedro, apro la finestra e tiro giù la veneziana per far si che domattina la notte duri qualcosina in più e ci lasci per un attimo in più, qualche il profumo del sogno appena sognato.

.e ripenso alle quelle lucciole sotto terra, a quegli occhi inscalfibili dal tempo, pieni di immagini ultime, a quel me stesso la sotto, veramente eterno, nell’occhio amato di Mafalda, che vale più delle parole che scrivo, di queste rabbie letterarie e di tutto il resto. Mi stendo nel letto e mi dono a quel me stesso riflesso dall’occhio d’ambra di Mafalda, ormai salvo dalle vendette di Gadda Pasolini and company, domandandomi cosa mai ci sarà, stampato per sempre, un giorno, nel mio occhio interiore, in quello che rimarrà schiacciato nel cuscino, e l’enigma di quell’ultimo sguardo sul mondo che avrò vissuto, mi guida nel nulla. Mi prende il sonno, con Sophie ormai addormentata sulla poltrona accanto al letto, e cullato dal suo russare leggero, parto per un mondo di gelatina trasparente che vibra gentilmente alla musica di Boccherini; guardocoll’occhio del sogno, una per una, le luccciole d’occhi del mondo di sotto. Una per una. E questi eterni portafoto del ricordo più bello o dell’angoscia della solitudine, mi attirano, e cerco la bellezza che qualcuno è riuscito alla fine, a costruire, per imparare da questi a ripercorrere l’unica via sensata, che sta nel sorriso, riflesso nell’occhio dell’altro, sempre. Quando vago là sotto so che non esiste l’immagine riflessa nello specchio, quello di vetro intendo, e che nemmeno lo specchio esiste. Solo il ricordo riflette una immagine vera, fatta di accumuli di tempo scandito dall’emozione. Quando una foto di tanti attimi sensati sa raccoglierne uno solo che li condensa tutti, e che riporta l’immagine di qualcosa che sei completamente tu, e non quell’essere limitato che attimo per attimo esiste nella sua carne …

La persona stupida ama l’infanzia che non ha ricordo e che invece proprio per questo è angoscia e smarrimento. E nemmeno l’età tarda gli fa dire che ora, nel ricordo, se qualcosa di buono ha dato, lo riceverà mille volte moltiplicato. E non sarà mai più solo. Solo come quando, da bambino, si chiudeva la porta della cameretta e si doveva affrontare la notte con a disposizione solo la scatola dei sogni che ancora non sapevi usare e avevi paura…..




3 commenti:

  1. Mi sono molto emozionata e penso che l'ultima immagine impressa negli occhi dei nostri cani dovrebbe essere la più bella della loro vita.

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  2. stupendo e emozionante!!!!!!!

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  3. sono sorpreso dalla reazione. penso che la vera letteratura consista nel lasciarsi andare e .... basta.

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