venerdì 2 agosto 2013

incubo bianco (altra versione di Giuda, 2011)


I

Una chiesa in collina con gente che non riesce ad entrare. È pienissima. Un prete risponde alle domande. Ha iniziato da una settimana e già l’edificio non basta più. Se ne rende conto e decide di portarsi sul sagrato che dà sui prati. C’è qualche prete che origlia le reazioni fra la folla. Lo fa per per il vescovo che non approva. Lo sanno già tutti nel mondo conosciuto e poiché ha radunato una folla immensa che cresce continuamente, a farlo smettere si ha la sensazione di perdere un’opportunità di raccattar fedeli, ma si deve scalzare colui che non ha agito per la gerarchia. L’importante per ora è che le risposte siano conformi. L’hanno convinto a mettere un’auricolare e se qualcosa non va, loro “suggeriscono”. La natura cantava e la si sentiva in un cielo pieno di invisibili uccelli, ma quella folla vociante li ha indisposti, li ha zittiti e la situazione si fa insopportabilmente immobile fatta solo di rumore umano. “C’è tutto”, dice un fedele. “Mancano solo i miracoli”. Si comprende che se non accade qualcosa di sconvolgente, si scivolerà presto nella monotonia. Il prete che parla dal sagrato, ha capito e accenna a morte e resurrezione. Un fedele, da un po’ ha la mano alzata. Il prete, terminato il sermone che contiene, e lo sa,e troppe frasi già dette, gli fa cenno col capo e questi, inizialmente con un filo di voce, dice che non ha una domanda, ma qualcosa da raccontare. Il prete ne è sollevato. Dall’auricolare dicono che va bene, che può parlare. Gli fa cenno con la mano di farsi avanti e lui si porta, umilmente e col cappello in mano, ai piedi del sagrato. Non sale, glielo chiedono, ma sembra che non se la senta. Non parla, ma si comprende dal corpo come accartocciato e dalle mani che stringono con troppa foga, il cappello. La gente si discosta un poco. Ha i capelli cortissimi, il volto serio. Lo sguardo è acuminato, deciso e, quando si è reso conto che non è più corpo fra i corpi, quella nuova distanza dalla gente, che sembra aria più pura, sembra lo faccia essere sereno. Le mani non tradiscono più nervosismo e il respiro è calmo.

Nel silenzio totale, a causa del silenzio, così svuotato della voce del predicatore, del brusio, e del canto degli uccelli, così infinitesimo da stupire tutti e rendere più concreta l'attesa delle parole, la gente ha la sensazione che sta per accadere qualcosa di importante.

E le sue parole, pronunciate quasi in un sussurro, si dilatano come una sorpresa:

“So cosa accadde in quei giorni e devo dirlo. È ora che sappiate.” Il prete ironicamente chiede “tu c’eri?” e dall’auricolare approvano con una risatina compiaciuta. L'uomo non risponde e prosegue come se non avesse udito: “la divinità indossò un corpo perché voi potete comprendere solo il linguaggio che dal corpo esce, quell’aria che vibra in gola e che sbatte nei cunicoli dell’orecchio. Parlò spesso da mente a mente, ma bastava per uno solo alla volta ed era giusto così perché la fede è una questione privata a tu per tu con Lui e se costui poi raccontava, difficilmente era creduto, perché il suo dialogo da mente a mente, se trasformato in parole di aria vibrata, perdevano forza e bellezza. Dopo quella che voi chiamate resurrezione, nonostante la sua infinita delusione che è maturata in duemila anni di attesa, dopo quella che voi chiamate resurrezione, vi ha parlato, ancora da mente a mente, ma per voi, se allora fu strano, ora lo chiamate sogno o malattia, utile al massimo per numeri del lotto. Lui ha chiesto a me di venire per dirvi un’ultima, Sua, definitiva.....volontà.”

Nel silenzio che segue quelle parole, gli uccelli riprendono a cantare. Il prete non sa che dire, dall’auricolare non viene alcun aiuto e poi chiede perplesso: “perché taci?” Non ci sono microfoni e impianti di amplificazione quindi, come accadeva anticamente, quando Lui parlava alle folle, a folle come questa, i più vicini ripetono a quelli più distanti e sempre, dopo una frase, serve un'attesa che permette ai primi riceventi di trasmettere e poi meditare e agli ultimi, i più distanti, di comprendere e poi, nell'attesa di nuove parole … meditare. Questa risposta scuote tutti. “Ci sono gli uccelli che fanno rumore” dice il prete. “Non fanno rumore, cantano al sole una canzone stupenda e se parlo io, taceranno e ascolteranno, perché parlo anche per loro, anche se hanno agito nella divina innocenza”. Si fa di nuovo silenzio e il canto si fa intenso e pieno di sfumature. Lui guarda per terra e poi con calma solleva lo sguardo verso il sole. Tutti guardano in quella direzione ma desistono infastiditi. Lui invece continua a guardarlo con una serenità e un’immobilità innaturali e poi dice: “fu preso. Lo sbeffeggiarono, lo torturarono. Avrebbe potuto polverizzarli con un cenno ma non aveva senso poiché la morte avrebbe provveduto comunque a loro ... in futuro. Voleva invece vedere fino a dove erano capaci di spingersi. Aveva anche la svogliata speranza che potessero giungere alla consapevolezza di quel che stavano facendo. Non importava se fosse giunta subito o lentamente, anche dopo anni. Lasciò fare addolorato sì, ma dal senso di quel che accadeva. Non certo per la sofferenza del fisico che sapeva ignorare. Lo misero in croce. Lasciò che il corpo si arrendesse senza aiutarlo. Fu unto, avvolto amorevolmente e sepolto, ma si rese conto che anche per quelle poche persone che lo amarono, davanti al mistero della sua morte, furono prese dal dubbio. Li sapeva primitivi e aveva dato miracoli per rassicurarli, come il padre che fa sparire la moneta e la fa apparire dietro l’orecchio del figlio. Il terzo giorno, quando sentì che il dubbio si era rafforzato anche in quei pochi che l’avevano amato, decise di prendere il corpo che era stato il suo abito per trentatré anni, e se ne andò. Non riuscì però a star lontano da voi e sempre, parlandovi da pensiero a pensiero, cercò di essere guida per chi avrebbe sentito, desiderato, la fiducia. Vide nascere libri che portavano l’ombra del suo messaggio e una casta quasi completamente abominevole. Ora ha deciso.”

Segue un lungo silenzio e gli uccelli che compostamente avevano taciuto, riprendono a bisbigliare. Solo alla fine di questo discorso tutti gli uomini si son resi conto che gli uccelli non ne hanno approfittato per riprendere a ciarlare. Questa volta tutti, anche i più distanti hanno sentito direttamente dalla sua voce, con una precisione da sembrare un sussurro enorme in un silenzio perfetto e impossibile, e nella loro mente si combattono due versioni. Che sia un esaltato? Che sia vero e ora accadrà qualcosa di grande? Ma se parla piano e lo sentiamo ovunque … che sia un miracolo? La prima interpretazione conquista le menti e dall’auricolare ordinano di dire: “Dio è amore”. “Si”, risponde lui, “ma siete voi a non esserlo”. Fra la gente si solleva un brusio, nessuno parla col vicino, ma in qualche modo nega qualcosa a se stesso o sorride, fingendo di possedere una saggezza superiore. Lui aggiunge “e voi lo sapete”.

“E tu chi sei per ergerti a suo messaggero?”

“Giuda. Io sono Giuda”

Ora la gente gli grida brutti nomi ma nessuno osa avvicinarsi. “Voi per tutti questi secoli avete deciso che ero un traditore. Pochi, una manciata, han capito invece, quale fu il mio ruolo. Disse che chi avesse intinto nel piatto contemporaneamente a Lui, lo avrebbe consegnato alla legge perché tutti avevano capito e nessuno lo voleva fare. E non fu per caso se scelse me. Nulla con Lui era, ed è, frutto del caso. Si avvicinava la Pasqua e gli invasori avevano deciso di tenere in carcere per il periodo festivo coloro che avevano la capacità di agitare le folle. Erano rimasti impressionati dalla sua entrata in città che voi chiamate Domenica delle Palme e Lui era d’accordo a lasciarsi incarcerare per dimostrare le sue buone intenzioni. Io obbedii alla richiesta di Dio, Dio che non dà ordini, e comunicai dove ci avrebbero trovati. Lui conosce il futuro e il passato ma non si arrese all'evidenza di quel che di atroce sarebbe accaduto, e per conoscerla, questa intollerabile evidenza, è sufficiente analizzare lealmente, il vostro passato. Sperava nel fascino delle sue parole, sperava di riuscire ad invertire la rotta.”

Nel silenzio che segue il prete tenta di dire qualcosa ma troppi pensieri, che sembrano giustissimi, gli si bloccano in gola. Dall’auricolare dicono di agire, di fermarlo, facendo presente che son certamente frasi dette da una persona che sta soffrendo. “Scendi! Abbraccialo. Digli che non è più solo. Che ci sei tu e tutta quella gente e che qualsiasi dolore, anche il più grande, se condiviso, diventa sopportabile!” ma non fa in tempo a coordinarsi.

Il presunto invasato ha ripreso a parlare. “Il mio Dio ha scelto di lasciarvi fare, di lasciarvi andare, e vi libera da tutte le sue leggi. Io per il dolore di quel che avete fatto, avendo compreso che per voi non c’è salvezza, rinunciai al corpo impiccandomi per sfuggire non al mio, ma al vostro tradimento ... e tornai subito da Lui. Perché predicare se vi sazia uccidere! se la ferocia vi sfama come non sa una parola ….”

Il prete riesce a parlare: “tu non puoi dimostrare quel che dici!”

E lui risponde “e tu, si, tu, puoi dimostrare allora che Dio esiste? Io si, potrei, ma ha senso ormai? Dopo venti secoli di Sua paziente attesa di qualcosa di sensato? I pochi veri, li ha portati e li porterà con sé. Questo è l’unico miracolo che ha deciso di offrire, e sarà visibile solo ai salvati”.

“Parole!” urla ora il prete. “Parole di un miscredente! La fede. Devi avere fede!”

e Giuda con calma aggiunge “si, la fede, la fede in Lui, non più in voi! L’esperienza, il ricordo hanno la loro forza, sono il giudizio che voi, di voi stessi, avete scritto ... e non ne possiamo più!!! Una cosa sola non so. Se veramente vi ha creati Lui, poiché lo so infallibile e giusto. Non mi ha mai risposto. Amo pensare che vi ha trovato così e ha cercato di far si che la smetteste di ammazzarvi fra di voi con le armi, le parole, le invidie e quant’altro siete stati in grado di inventare di storto”.

“Bene” dice il prete su suggerimento dell’auricolare; “se tu sei Giuda...Lui dov’è?”

“E’ qui fra voi”.

L’aria si è fatta di acciaio trasparente che si fonde quando giunge a contatto di ogni cuore. Sarebbe facile non credere e con due schiaffi mandarlo via, ma il desiderio, anche minuscolo del miracolo, dell’evento grandioso, li fa temporeggiare, non certo la durezza irrevocabile del messaggio. E' chiaro a questo punto che voler comprendere coi sensi è giocarsi la vita. Ora lo sanno. Ma la mente non basta a nessuno se non la si è mai allenata. Le immagini sono fragili … sentono che dietro la certezza c'è l'abisso, hanno paura e attendono la prova ma se la avrai dai sensi sarai perduto si, per mancanza di fede, ma la desiderano perché ancora, dopo duemila anni, solo coi sensi credono vi sia comprensione.

“Ora avrete quel che desiderate. Il miracolo. L’ultimo. Ce ne andiamo.”

Si gira, la gente si apre al suo passare che è opposto in direzione all’edificio della chiesa. Gli uccelli han ripreso pian piano a farsi sentire e si ha la sensazione che il loro canto pian piano, cresca. Al prete viene intimato di tacere “lascialo andare. Quelle parole senza prove non valgono nulla”.

Giuda arriva al limite della folla. Un uomo identico al Cristo di Durer gli si affianca e si incamminano fra i prati in direzione di una collina. Il canto degli uccelli cresce. La folla li segue e inizia a correre. Loro là davanti camminano lenti e non si voltano indietro. La gente urla, chiama, il prete li esorta a tornare e a lasciar perdere i due ciarlatani, ma la sua voce sembra un pigolio nel temporale. Li vedono ormai nella lontananza. I due si fanno uno. Gli uccelli ora hanno un canto assordante, si avvicinano al Giuda Dio si fanno uno con Lui e prendono il volo verso l’alto, oltre la cima della collina. Ecco, ora laggiù non c’è più nessuno. Nuovi uccelli, a migliaia, appaiono, stridono, urlano, gemono violenti e loro, le persone, la folla, ormai certi e svuotati, cadono a terra con le mani che cercano di dar sollievo ai timpani.

Nella stanza bianca dell’ospedale nel quale si trova ormai da un mese, un rumore forte lo sveglia. Entra un’infermiera e lo tranquillizza. Il rumore si placa, e rimane solo col cantare degli uccellini che di solito si incanta a cercare fra i rami, dalla finestra socchiusa, che dà giardino interno.

II

Il sogno, quel ripetuto sogno di Giuda, polverizzato dal presente, da quella stanza cubica perfettamente bianca dalle lenzuola dal pigiama, i calzini, gli zoccoli di gomma, gli asciugamani lo spazzolino, rigorosamente bianchi. Prima di vederselo svanire dal nulla del sonno, il sogno gli ha lasciato la netta sensazione di aver interpretato il ruolo di colui che parla alla folla. Si passa le mani fra i capelli cortissimi. Da quando si è svegliato son cresciuti così, dal niente che erano, liscio come una palla. Non sa spiegarsi e niente spiegano. Gli chiedono di attendere. Di avere pazienza. Pastiglie senza nome, piccole flebo senza etichetta, prelievi fatti col sorriso sulle labbra da signorine belle da intimidirlo. Non parlano. Sorridono. Ha colto i loro sguardi che vorrebbero dire quel che alla parola è proibito, ma nessuna di loro osa e lui non comprende. E ogni settimana l'infermiera che entra nella stanza candida, la cambiano, e sente di averla definitivamente persa. Si domanda se sarà una cosa ciclica e la prima, che gli è piaciuta più delle altre in fondo solo perché è apparsa quando la novità di essersi svegliato pareva più insopportabile, si, si domanda se la prima tornerà col suo sorriso meno sensuale delle altre ... che un velo di tristezza sembrava pesare sulla curva della spina dorsale, velo che, pensa, saprebbe ben lui come dissipare.

Dalla porta entra il medico. Non ha più di quarant’anni. Ne son venuti tanti e spesso solo per guardarlo. Questo invece viene tutti i giorni. Ha capito che lo deve preparare a qualcosa ma non riesce ad orientarsi. Ha chiesto del padre, unico parente che vive con lui e gli ha detto che sta bene. Ha detto che non ci crede e glielo hanno passato al telefono. Si son detti poche cose, era emozionato, ma era indubbiamente lui e si capiva che è vivo e che, almeno a lui, non accade niente di strano.

Il medico gli misura la pressione, valuta il polso e gli fa i complimenti. Gli dice che è tranquillo. Lui non risponde. Sovrappensiero guarda il soffitto e gli chiede se gli interessa sapere cosa ha sognato questa notte per la terza in quel mese passato in quella stanza. Certo che gli interessa. Promette anche di non dare interpretazioni. È contento il dottore! Gli dice che il fatto che abbia sognato è buon segno. Ma buon segno per cosa non lo dice. Lui, il paziente si permette di dare una versione. Anticamente i sogni erano una parte della realtà. Incontrare per esempio una zia che ti dava un consiglio era quasi identico se avveniva nella realtà o nel sogno. lei era comunque venuta e si era spesa per il sognatore che senz’altro aveva un dubbio o il bisogno, spesso anche senza saperlo ancora, di un consiglio. Che la zia fosse morta o viva al momento del sogno, era ininfluente. Ora non più. Ormai da anni i sogni son un qualcosa che parla chiaro a certa gente che li studia. Peccato che le versioni che danno non sono uguali come accade invece se chiedi la spiegazione di una reazione chimica a un chimico. Le scienze umane han questa caratteristica. Son troppo umane. L’altra scienza, quella scientifica, ha l’ambizione, per la banale sensazione che la ripetitività degli esiti sperimentali sia una costante, di ritenersi esatta ....

Il medico per la prima volta esprime un leggero nervosismo con le mani che giochicchiano con una penna.

Lui, il ricoverato, non sa nemmeno che giorno è. Lo ricorda per l’ennesima volta al medico e questi gli dice che sta a lui che lo ha in cura, decidere quando sarà il momento per certe informazioni . Ma il momento per cosa non lo dice. Niente libri o televisione o radio o musica. Se ha resistito un mese, lo sa, è per i calmanti che gli han messo dappertutto, forse anche nell’aria che entra nella stanza dal condizionatore.

Il dottore va alla finestra. Pensa. Digita un messaggio su uno strumento. Arriva dopo poco un bip. Legge la risposta, si gira, prende fiato e dice: “penso che lei sia pronto”.

Il ricoverato si vuole alzare. Lo prega di stare a letto e lo collega ad un rilevatore di pressione e battiti cardiaci. Gli si siede di fianco, ma senza sfiorarlo e si capisce che i suoi occhi cercano di cogliere il minimo segnale. “Dica dunque, dottore”.

“Dico, certo .... Lei cosa ricorda?”

“ Passeggiavo per Roma con un paio di amici”

“e poi?”

“e poi mi son svegliato qui”

“giusto. Tirava vento?”

la sua mente guidata da quel particolare, ricorda qualcosina di più. “si, tirava vento. Ebbene?”

“tirava un vento fortissimo. Una piccola serra posta in cima ad una palazzina di sei piani, non ha retto e…”

“…e?”

“e alcuni vetri son caduti giù”. I l dottore si alza. Si avvicina alla finestra, guarda fuori. Incamera aria nei polmoni poi si gira, appoggia un gomito al davanzale e prosegue: “un vetro le ha tagliato di netto la testa. Proprio in mezzo, fino all’inizio del naso”

Lui si tocca il cranio e sorride. “ma se non ho un minimo accenno di cicatrice….”

“lo so, anzi lo sappiamo. Lei è arrivato qui che era spacciato. Finito. Ma io mi sono accorto che le due parti della sua testa spaccata stavano, come posso dire, si, crescendo. Stava accadendo qualcosa. Se non avessi colto quei particolari minimi lei ora sarebbe ben rattoppato in una cassa di legno…”

“e…cosa sarebbe cresciuto nelle mia testa spaccata? Non capisco. È troppo strano per capirci qualcosa”

il medico controlla i sensori, i dati sono ottimi, anzi, il cuore ha un poco rallentato. “Lei non deve temere nulla, va tutto bene ma è accaduta una cosa…..si, una cosa che non riesco a spiegarle, anche perché stenterebbe a credermi”. Lui ascolta. I battiti sono lenti, la pressione sempre a posto. Gli dice “ora siamo giunti al momento critico. Mi raccomando, si fidi di me, la sua vita non è in pericolo, semplicemente deve prendere atto di un fatto”

Prende dalla tasca un oggetto che sembra un telecomando, lo aziona, e un muro inizia a ritrarsi lentamente dentro all’altro. Sente che qualcosa potrebbe agitarsi in lui, ma non si muore, glielo ha detto. Ed ecco che vede apparire pian piano una stanza identica alla sua e un letto di fronte al suo a non più di cinque metri, e nel letto un altro se stesso.

III

Il dottore assiste in silenzio e valuta le reazioni dagli strumenti. Quando il muro è scomparso e rimane il rumore degli uccellini del parco, interviene: “ecco quel che è accaduto. Le due metà della testa si son divise in due esseri completi e identici. In natura, immagino lo sappia, accade per esempio alle amebe, alle cellule. Siete, voi due ... l’unico caso che si conosca. Siete in salute e va tutto bene. Ora la situazione più delicata la dovete risolvere fra di voi. Dal punto di vista legale non c’è problema. Potrete mantenere ambedue lo stesso nome. In fondo son già capitati casi di gemelli che ha avuto genitori un po’ burloni… ovvio che voi non siete come due gemelli. Non condividete solo un’eredità genetica. Avete anche anni di esperienza identica … lo abbiamo verificato. Siete per la prima volta una personalità identica, col medesimo passato, i medesimi, gusti, in due corpi perfettamente uguali ma distinti. Ora esco. E' ovvio che da fuori vi controlleremo. Dobbiamo farlo. E non certo solo per la scienza”

Fa un cenno di saluto, si gira ed esce.

Si chiude la porta.

Si guardano. Non osano muovere un muscolo. Ognuno di loro ha nel letto una posizione diversa e ha paura di imitare l’altro. Di questa possibilità hanno ribrezzo, ma capiscono anche che non può non accadere.

Rimangono immobili per una decina di minuti poi crollano addormentati.

IV

Si svegliano che è buio. Le luci sono spente. Non si vedono e capiscono che è meglio così. La paura di imitarsi o di vedere i propri gesti specchiarsi involontariamente nell’altro, riconoscere una mossa abituale, uno sguardo che si è sempre pensato di avere e che ora, in un modo che lo specchio non conosce, si può vedere, li davanti in tutta la sua inesorabile realtà….

Quello a destra chiede sussurrando “tutto bene?”: e l’altro risponde “si”.

Gli uccelli tacciono. Sentono il reciproco respiro. “quello a destra riprende: ”non ha senso presentarci. Ci conosciamo a fondo…” e l’altro ride e risponde “decisamente a fondo, al punto che non abbiamo niente da dirci. Cosa dire a se stessi! Solo bugie e scuse per mitigare le colpe, ma ora non ha senso... quando penso a me stesso ovviamente mi giustifico, mi creo degli alibi, mi dico bugie, addolcisco la pillola….ma con te…..”

“sto pensando alla prima infermiera. Era quella che preferivo”

“anch’io”

“è ovvio”

“ecco uno dei punti. Uno di noi due prenderà un po’ di vita dell’altro e cominceremo ad essere diversi”

“questo momento è unico”

“si, solo ora siamo davanti a noi stessi. che effetto ti fa?”

“non lo so. Non riesco a pensarci. Ci pensi? Tagliati a metà da uno stupidissimo vetro e ora siamo due”

“ma in fondo uno”

“ma non per molto. Se decidessimo di uscire dall’ospedale e di andare uno a destra e una a sinistra….il mondo è grande”

“e papà?”

“si. E papà. E ovviamente ci ho pensato anch’io”

“e poi, loro la fuori sanno. E secondo te ci lasceranno in pace?”

“cosa immagini?”

“l’attesa. che i gemelli più identici della storia escano da questo edificio. Si potrebbe essere ricchi in un attimo. Comparsate in televisione, interviste”

“e poi si abitueranno. L’uomo si abitua a tutto. Non puoi non pensare, tu che sei me, a quel racconto di Flaiano. “Un marziano a Roma”. Ricordi l’ultima scena? Eh si, l’umanità si abitua a tutto”

“tranne noi. Per me ci sarà sempre una persona che sa tutto di me, ma proprio tutto fino ai trent’anni”

“no, dobbiamo andare uno a destra e uno a sinistra e non vederci mai più..:”

“giusto. E papà?”

“si, papà. Se lo sa lo vedremo in giorni diversi. Se non lo sa è più facile”

“ma è sempre papà. Per chi dovrebbe abbandonarlo non sarebbe una bella cosa”

“vero. Che situazione. Ma dimmi. Hai fatto un sogno ieri sera?”

“la chiesa in collina. Giuda e il resto”

“anch’io. Ci somigliamo più di quanto si possa immaginare”

“è tremendo, ma fa anche ridere…” e ridono nel buio.

“a cosa pensi? Ai suoi capelli neri”

“anch’io. E ai suoi occhi azzurri. Uno spettacolo. Cielo di montagna”

“erano verdi”

“no”

uno dei due si alza, va verso la sua finestra e guarda il cielo notturno. Le stelle si vedono bene.

“il dottore la sa lunga. Vedrai che la tua prima infermiera e la mia son due donne diverse”

si sente un leggero ronzio. Il muro mobile riappare. Nel buio tacciono. Hanno capito.

Quando le due stanze son tornate ad essere separate, le due porte si aprono. Lei accende la luce, va verso il letto, lo sfiora alla guancia con delicatezza. Non sembra una carezza ma una farfalla che si posa. Lei ha gli occhi umidi. Lui la abbraccia come un bambino che ha paura del buio, senza dire una parola.

V

Il medico dal monitor nella sala di controllo, ha un sospiro di sollievo. Con loro per oggi è finita. Può pensare ad altro. Vorrebbe dormire, ma quel sogno lo turba. Anche lui, nella medesima notte l’ha fatto. Ha chiesto ad altri, presi uno alla volta, chiedendo di raccontare così, tanto per fare, l’ultimo sogno fatto. Ed era sempre quello. Ora sa anche dove aveva già visto quell’uomo coi capelli lunghi e un fisico notevole. Ha cercato su internet ed eccolo, il Cristo di Durer, che dicono sia un autoritratto. E la chiave, la spiegazione più sensata anche se pazzesca l’ha data il paziente. La divinità, non solo nel cristianesimo, ha parlato dal sogno. Noi non crediamo più a quelle cose e forse questo sogno collettivo si diluirà nelle faccende domestiche, nella sensazione di aver visto quella scena in un film, nel dubbio stesso di aver sognato perché tutti lo raccontano, e un sogno sognato da tutti è più facile non credere che accada anche se accade, perché un sogno è intangibile. Non è come un sassolino che ti rimane in tasca ed è la prova concreta di qualcosa, almeno di se stesso.

E poi il medico pensa al padre. Come dirgli che i figli ora son due e in fondo è sempre il medesimo… e quel suo problema, povero vecchio, che non comprende ma non vuole trascurare. Ora è li nella clinica, in un’altra ala. In un’altra stanza. Isolato su sua richiesta, e così si sente al sicuro. Decide che passerà a salutarlo. Va a distributore automatico. Inserisce la chiave personale, digita; il barattolo di coca cola si sblocca ma non scende, avanza. Sbatte contro la plastica trasparente divisoria e si alza come se fosse un palloncino. Ecco. Si è fermata là, al soffitto della macchina distributrice. Dovrebbe stupirsi ma non ci bada. Pensa al padre dei ragazzi e lo raggiunge. È seduto sul letto. E dondola i piedi che non toccano terra. “Ecco vede dottore”, gli dice appena è entrato. Lo so che lei non mi crede, ma fino a un mese fa io toccavo terra nel mio letto a casa che è alto quanto questo”, “lo so” risponde, “e lei lo sa che le credo. La tabella che teniamo solo per noi due lo rivela chiaramente. Lei è calato, ma poco poco e mi deve credere, è tipico della terza età rimpicciolirsi un po’”. Lui con un salto tocca terra e raggiunge il dottore: “ero un metro e novanta. Ora sono uno e sessanta. Almeno lei non mi prenda in giro”

Il medico si asciuga il sudore freddo alle tempie. Lo sa che quell’uomo ha ragione. Il fisico è a posto, solo che si restringe ad un ritmo velocissimo. Un centimetro al giorno. Se continua così fra centosessanta giorni….. meglio non pensarci. “ E mio figlio?”

“suo figlio sta bene. Ora ha pure una storia con un’infermiera”

“bene, bene ... chissà che non metta la testa a posto. Ma, mi raccomando, fino a quando non abbiamo capito cosa mi sta succedendo, non mi deve vedere. Ha già i suoi problemi con quel vetro che lo ha dilaniato, e deve riprendersi. Deve sapere che a me comunque, anche se non perfettamente, sta andando tutto bene. Trovi lei qualche scusa. Che sono contagioso per esempio”

“va bene. Ci penso io” risponde, contento almeno che quella richiesta lo tolga dall’impaccio per un incontro che non ha il coraggio di attuare. Si, perché qualcuno più in alto di quanto si possa immaginare ha deciso di provare se tagliando ancora….e lui non osa sacrificare uno dei due. Come scegliere fra due persone uguali ed ugualmente gentili!….meglio non pensarci. Ora il padre chiede se gli prende il cuscino che è là attaccato al soffitto. Il dottore osserva sconcertato e collega quel fatto al barattolo di coca cola che non è sceso, nella macchina distributrice, ma salito come un palloncino. Prende una sedia, sale e riesce a recuperarlo. Non gli dice niente di quel cuscino che sembra scappare in alto. Gli dà la buona notte ed esce.

Ora è solo. Ha il telefono davanti. Forse quei due casi di oggetti che se ne fregano della forza di gravità possono risultare talmente interessanti che verrà rimandata la scelta della cavia da tagliare. Chiama. La voce soda, sicura, né maschile né femminile sa già. Si. Certi oggetti un po’ dappertutto sembrano non soggiacere più alla forza di gravità.

Il dottore chiede, “perdoni una domanda all’apparenza sciocca. Mi può raccontare l’ultimo sogno che ha fatto?”

“lei non fa mai domande sciocche. Non le avrei dato altrimenti certi incarichi. Si. Ho sognato ieri sera”

“una chiesa in collina. Giuda, il Cristo di Durer”

“si. E lei come fa a saperlo”

“perché secondo me lo abbiamo sognato tutti”

“lo ha chiesto ad altri?”

“si”

“notevole. Che ne pensa?”

“penso che se Dio se n’è andato, tutte le leggi, tutte le regole saltano, i primi casi strani son ormai vecchi di un mese come i due che ho qui, il vecchio che si rimpicciolisce e gli uomini ameba, come se un dio, il dio, si fosse arreso già allora e avesse lasciato le redini di certe sue regole. Poi questo sogno, nel contempo collettivo e individuale nel quale ci dice che ci lascia … ed ora salta tutto. Tutto torna al caos”

“non sapevo che credesse in Dio”

“non ci ho mai creduto anzi, nemmeno pensato”

“quindi?”

“quindi l’unica risposta che per ora sono in grado di trovare a quel che sta accadendo, è assurda, lo so. Non so cosa farci”

“per ora il fatto che il sogno sia stato un’esperienza collettiva non lo ha ancora capito nessuno”

“è possibile”

“i mass media raccontano come se fosse roba da circo, di oggetti che se ne vanno nel cielo e spariscono là in fondo. So comunque che di casi di persone che si stanno rimpicciolendo ce ne sono degli altri. La notizia non viene diffusa per evitare panico o strane manie”

“vede, è curioso il fatto che in “cent’anni di solitudine” la figura femminile più importante, mi sembra si chiami Ursula, ma son passati tanti anni da quando l’ho letto, si, questa donna si rimpicciolisce fino ad essere delle dimensioni di una bambina”

“è una bella idea”

“si. Ma ora non è più solo un’idea”

“vada a dormire. Coraggio. Ci penseremo domani”

il dottore si stende nella sua stanza. Sa che ormai le reazioni chimiche nel suo laboratorio riescono sì, ma ogni tanto ecco che un sale e un acido decidono di convivere senza reagire. Acidi forti, decisi, indifferenti ad un po’ di limatura di ferro…. Ad una base, alla vita ...

Non dorme. No. Impossibile. Insonnia.


VI


Son passati troppi giorni ormai per non prendere atto di qualcosa di grandioso che si sta sfaldando.

Il vecchio una settimana fa, nella scatola che gli aveva preparato, era ormai un solo centimetro ed era irrimediabilmente angosciato. Salutava con le lacrime agli occhi. “domani, o forse fra poche ore, sarò talmente piccolo che non mi vedrà più, dottore”. L’ho rassicurato. “Ci son lenti, microscopi. Non ti abbandonerò” ed ora nemmeno col microscopio lo trovo più. E’ perso. È facile immaginarlo in paesaggio infinito di particelle. Forse era meglio morire che quella solitudine.

Gli uomini ameba non escono dalle loro stanze e ora si sa di centinaia di casi. Ormai sanno cosa sta accadendo nel mondo perché le loro donne hanno ceduto, hanno raccontato e non ne vogliono sapere di uscire. Hanno un terrore infinito dentro. Fanno continuamente l’amore. Mi hanno detto che son convinti di esse diventati due per raddoppiare il peso della vita di un unico uomo. Temono che non finirà qui. Cercano di dimostrare a se stessi che si tratta di un’eccezione, ma le loro donne non riescono a fecondarle.

Nel mondo alcune persone, poche per ora, son volate via, là, nel cielo. E poi sono sparite. È la stessa fine del vecchio in fondo, ma nell'infinito grande, e lui nell'infinito piccolo.

Stavo pensando a queste cose e un allarme mi chiama. Vado al monitor. I fratelli si stanno ammazzando. No. Niente coltelli ovviamente. Più del dolore può l’angoscia. Si rompono vicendevolmente oggetti in testa. Corro. È al piano di sotto. È tardi. È già accaduto. Sono immobili, per terra. Li sistemo su due barelle. Le donne son li di fianco e guardano me, il dottore con apprensione. Dopo due ore si sa già. Diventeranno quattro. E vedo il fondo di un altro infinito. Si daranno continuamente la morte per estinguersi ma otterranno solo di moltiplicarsi. Le due donne piangono di gioia. Ora hanno ciascuna, due uomini che son lo stesso uomo e non hanno ancora capito che è follia. Non hanno capito. Inutile spigare. Io so che dovrebbero divorarsi per por fine alle loro colpe. E l'ultimo attendere l'infinito grande o il piccolo, dopo aver divorato l'umanità e se stessi e la condanna alla solitudine.

Chiamo la persona che sta là in “alto”. Aspetto qualche cosa di buono dalla sua voce soda, non dico una soluzione, ma provo e riprovo e non risponde nessuno.

Cammino. Provo a saltare. Ho ancora il mio peso. In me le leggi della natura sono ancora quelle di quel dio che non ho mai conosciuto. Che sia per caso … oppure … nonostante tutto mi stima? Non so. Esco dalla clinica. Non ho più senso li dentro. Cammino a caso fra i prati, sento il canto degli uccelli. Guardo il sole. Mi rendo conto con sorpresa che non mi acceca. Che sia il primo segno della mia perdita in qualche infinito oppure, si, oppure come a Giuda nel sogno, mi attende la redenzione….

Mi inoltro nel bosco e mi perdo

e sia volontà Tua.




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